📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
48.9/100
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Criteri Critici
IL VIDEO. A Napoli seminario medico-paziente per parlare di linfomi il Dolomiti
Napoli, 24 nov. (askanews) - Diffondere una maggiore conoscenza della patologia, incoraggiare un confronto diretto con gli specialisti del settore, aggiornare i pazienti sulle più recenti terapie disponibili e aiutarli ad affrontare il percorso della malattia con maggiore consapevolezza, offrendo la possibilità di condividere la propria esperienza e sentirsi così meno soli. E' l'obiettivo degli incontri di educazione terapeutica organizzati da Ail per offrire ai malati affetti da linfomi e ai loro familiari opportunità di scambio, condivisione e approfondimento."Per noi questa è una delle attività di disseminazione risultati e sensibilizzazione ai pazienti ed è molto importante creare questo incontro medico-pazienti per rendere consapevoli e metterli in relazione anche con nuove domande e dare la possibilità di aumentare il dialogo - ha spiegato Fortuna Inserra del Gruppo pazienti Linfoma Ail-Fil - il lavoro del gruppo pazienti, insieme all'Ail, è quello di informare correttamente e questi incontri servono anche a questo". "Noi pazienti non siamo più un destinatario passivo di cure, ma entriamo in relazione con il medico e questo è quello su cui, secondo noi, dobbiamo spingere e sensibilizzare e dalla conoscenza, dalla sensibilizzazione, da questo rapporto con i medici che nasce poi anche l'ottimismo, cioè si crea", ha aggiunto.A Napoli uno dei seminari periodici che, dal 2005, vengono organizzati dall'Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma."L'Ail di Napoli, come l'Ail nazionale, tiene molto a essere presente nella vita dei pazienti e dei care giver. Oggi è - ha detto Valeria Rotoli, presidente Ail Napoli sezione Bruno Rotoli - la dimostrazione di quanto vogliamo che medici e pazienti abbiano l'opportunità di scambiarsi informazioni, momenti in cui di solito il paziente non ha la possibilità di parlare con calma con il medico della propria malattia, di quali sono i nuovi sviluppi terapeutici, quindi, è importante avere questi momenti". "L'Ail di Napoli cerca di essere vicina ai pazienti con moltissime attività dall'assistenza domiciliare allo sportello psicologico per pazienti e per care giver. Cerchiamo di sostenere i pazienti indigenti lì dove la malattia, purtroppo, comporta anche un problema economico, a volte si perde anche il lavoro. Cerchiamo di sostenere a 360 gradi tutti i bisogni che - ha proseguito - possono essere utili al paziente nel percorso verso la guarigione". "Sia medici che associazioni come la nostra stanno adesso valutando molto di più, ad esempio, l'aspetto psico-fisico del paziente. Infatti, noi interveniamo anche con discipline olistiche come la mindfulness, lo shiatsu, percorsi di rilassamento. Cerchiamo di vedere anche un'altra sfera oltre quella clinica. Per quanto riguarda la terapia clinica credo che ci siano dei passi avanti molto, molto importanti. Per questo motivo è sempre più importante avere un dialogo tra medici e pazienti", ha concluso. Gli incontri medico-pazienti sono svolti sia in presenza che on line.
Superare il tabù della radioterapia. In particolare per la cura del turmore alla prostata. Stessa efficacia del bisturi con minori effetti - La Cronaca di Verona
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Superare il tabù della radioterapia. In particolare per la cura del turmore alla prostata. Stessa efficacia del bisturi con minori effetti La Cronaca di Verona
Superare lo stigma ingiustificato della radioterapia che ha invece grande efficacia, in particolare per la cura del tumore della prostata. Con la conseguenza che Italia continua a rivestire un ruolo minore in ambito oncologico, rispetto all’impiego della chirurgia. A richiamare l’attenzione sull’importanza di abbattere questo preconcetto sono gli esperti dell’IRCCS di Negrar, ospedale dotato delle tecnologie radioterapiche più avanzate e all’avanguardia per il trattamento del tumore prostatico e di molti altri tipi di neoplasie, in occasione della campagna internazionale Movember di sensibilizzazione sulle patologie maschili. La radioterapia, soprattutto per la cura del tumore della prostata, è un’efficace e valida alternativa alla chirurgia radicale, con tassi di guarigione sovrapponibili ed effetti collaterali ridotti, ma poco nota ai pazienti. Dovrebbe essere impiegata nel 50-60% dei casi, ma nel nostro Paese raggiunge soltanto la quota del 15-20%. Le cause sono i molti e diffusi luoghi comuni, che vanno dal peso inferiore che viene attribuito all’efficacia di questo approccio rispetto a quello chirurgico e farmacologico, alla paura di non avere una vita sessuale normale, fino all’errata convinzione che il trattamento sia solo palliativo o limitato a casi estremi dove la chirurgia non possa essere più impiegata. «Nonostante il passare degli anni, la radioterapia continua a essere avvolta da un alone di diffidenza mista a disinformazione, e quando la proponiamo ai pazienti, la maggior parte all’inizio pensa di essere già condannata. E questo non per la gravità della malattia, ma perché crede di essere candidata a un trattamento di efficacia inferiore a quello chirurgico», avverte Filippo Alongi, direttore del Dipartimento di radioterapia oncologica avanzata dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e ordinario di radioterapia all’Università di Brescia. «L’innovazione tecnologica vede l’IRCCS di Negrar tra i centri più avanzati in Italia e in Europa nella cura in ambito radio-oncologico del tumore della prostata, come per molti altri tipi di patologie tumorali. Grazie ai quattro acceleratori lineari, tra cui una macchina di ultima generazione dotata di risonanza magnetica ad alto campo e un dispositivo guidato da intelligenza artificiale, di recente integrato e potenziato con un software che identifica e colpisce il tumore in pochi secondi, è possibile, nel nostro dipartimento, trattare il tumore con una altissima precisione – sottolinea Alongi -. Ciò consente di curare il tumore della prostata in sole 5 sedute, contro le 20 o 28 della tecnica standard, in tempi rapidi, senza dolore, né ricovero, né anestesia, abbattendo liste d’attesa e costi diretti e indiretti. Questi nuovi dispositivi all’avanguardia permettono inoltre di ricalibrare in tempo reale il piano di cura, sulla base dei cambiamenti di posizione, forma o dimensione del tumore, che avvengono di seduta in seduta, preservando i tessuti sani e garantendo una migliore qualità di vita». Il Dipartimento di Radioterapia Oncologica dell’IRCCS di Negrar esegue all’anno più 20.000 sedute in più di 2.000 pazienti, la metà dei quali trattati con radioterapia per tumore alla prostata.
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Criteri Critici
ASP PALERMO. DOMANI OPEN DAY AL PRINCIPESSA ELENA: PREVENZIONE E SERVIZI PER TUTTA LA CITTADINANZA AgenSalute
SCREENING GRATUITI, VACCINAZIONI E SPORTELLO AMMINISTRATIVO DALLE 10 ALLE 16
GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE NUOVA TAPPA A CAMPOREALE
PALERMO 24 NOVEMBRE 2025 – Domani, martedì 25 novembre, l’Open Day Itinerante dell’ASP di Palermo farà tappa all’Istituto Principessa Elena del capoluogo (Via Baviera 22 – Plesso letizia Battaglia), con una giornata interamente dedicata alla prevenzione e ai servizi di prossimità aperti a tutta la cittadinanza. Dalle ore 10 alle 16 sarà possibile accedere gratuitamente ai principali screening oncologici (mammella, cervice uterina, colon retto e melanoma), ai percorsi di prevenzione cardiovascolare, agli screening pediatrici logopedico e visivo, al monitoraggio del diabete, allo screening audiometrico, ai servizi vaccinali e allo sportello amministrativo.
L’iniziativa, realizzata in collaborazione con la Direzione dell’Istituto e con i volontari della I Circoscrizione del Distretto Lions 108 Yb Sicilia, è aperta a tutti e rientra nel programma degli Open Day Itineranti promossi dall’Azienda Sanitaria Provinciale per avvicinare i servizi ai cittadini, con particolare attenzione ai quartieri e alle aree più periferiche.
“L’obiettivo è di favorire l’accesso agli screening e alla prevenzione portando i nostri servizi nei luoghi più vicini alla vita quotidiana delle persone – sottolinea il direttore sanitario dell’ASP di Palermo, Antonino Levita – questi appuntamenti stanno registrando una grande partecipazione e confermano l’efficacia di un modello che mette realmente il cittadino al centro”.
Il percorso del viaggio della prevenzione proseguirà giovedì 27 novembre a Camporeale dove nell’Atrio del Principe di Camporeale sarà allestito il villaggio della salute.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Tumori, allarme prostata. Mirone: “Il Psa da solo non basta, serve educare i giovani alla prevenzione” sanitainformazione.it
In occasione del Movember, il mese internazionale dedicato alla salute maschile, la Fondazione Pro – Prevenzione e ricerca in oncologia – rilancia un appello che suona come un vero SOS: gli uomini italiani continuano a trascurare la prevenzione urologica. “Per ogni uomo che fa prevenzione, 30 donne lo fanno regolarmente” spiega Vincenzo Mirone, urologo, presidente della Fondazione Pro e responsabile dell’Ufficio pazienti della Società italiana di urologia. Una disparità che non è solo statistica, ma culturale. “Il maschio non fa prevenzione per paura di scoprirsi ‘sesso debole’ – denuncia –. In Italia solo il 23% della popolazione si definisce realmente proattiva verso la prevenzione. Serve un cambio culturale”.
Prostata, il tumore più frequente: diagnosi precoce salva la vita
Il tumore alla prostata è oggi la neoplasia più comune tra gli uomini: 40.192 nuovi casi stimati nel 2024 e una sopravvivenza a 5 anni del 92% grazie alla diagnosi precoce. Nel nostro Paese convivono con questa diagnosi circa 485 mila uomini, mentre a livello globale i casi sono destinati a raddoppiare entro il 2040. Per Mirone, la strada è chiara: “Il percorso corretto di prevenzione prevede visita urologica, dosaggio di Psa e testosterone, ecografia prostatica transrettale, fino alla risonanza multiparametrica e alla biopsia quando indicato”.
Il grande equivoco sul Psa: “Non è un marcatore tumorale”
Troppo spesso il Psa viene interpretato come sinonimo di diagnosi precoce. Ma è una scorciatoia pericolosa. “Il dosaggio del Psa, da solo, non basta a fare diagnosi di tumore alla prostata” puntualizza Mirone. “Il Psa è una proteina prodotta normalmente dalla ghiandola e può aumentare per infiammazioni o ipertrofia prostatica benigna. È un indicatore dell’attività dell’organo, non un marcatore tumorale”.
Familiarità: un fattore di rischio spesso ignorato
Il rischio familiare è uno snodo centrale nella prevenzione. “Chi ha un fratello con tumore alla prostata – ricorda l’urologo – ha un rischio del 30% di ammalarsi entro i 75 anni, contro il 13% della popolazione generale. Con due parenti di primo grado si sale al 48%”. na familiarità che dialoga con quella del tumore della mammella, dati i geni coinvolti come BRCA1 e BRCA2. In presenza di questi fattori, i controlli devono iniziare già a 45 anni.
Patologie urologiche: riconoscere i segnali e non ignorarli
Le neoplasie prostatiche sono silenziose, prive di sintomi: da qui l’importanza della prevenzione. Diverso il discorso per prostatiti e ipertrofia prostatica benigna, che si presentano con disturbi urinari, dolore pelvico o nicturia. Anche in questi casi, sottolinea Mirone, “informazione ed educazione sono fondamentali”.
Focus giovani: il tumore del testicolo e il valore dell’autopalpazione
Tra i 15 e i 50 anni il tumore più frequente è quello del testicolo: in Italia si contano tra 1.000 e 1.500 nuovi casi ogni anno. “L’autopalpazione è un gesto semplice e fondamentale – ribadisce Mirone –. La sopravvivenza è del 95% e, se diagnosticato in tempo, la guarigione sfiora il 99%. Dobbiamo educare i ragazzi a prendersi cura di sé e coinvolgere le famiglie: non si può lasciare la salute nelle mani del ‘dottor Google’”.
Una salute maschile davvero olistica
“Mente e corpo non sono separati” ricorda Mirone, richiamando la visione dell’Oms. “Una mente sana riduce lo stress e rafforza la risposta immunitaria, mentre un corpo in salute sostiene l’equilibrio psicologico. Parlare di prevenzione maschile significa occuparsi di entrambe le dimensioni”.
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So I was given the bad new last Friday that I have a 3.7mm Melanoma tumor on top of my scalp. I will be getting additional information this week but just curious as to what I can expect to hear. Alrea... [1 upvotes, 4 comments]
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Criteri Critici
Radioterapia, la nuova frontiera contro le aritmie Dazebaonews
La radioterapia non è più soltanto una disciplina dedicata al trattamento dei tumori. Oggi si apre a nuovi scenari clinici, diventando una possibile soluzione per alcune patologie cardiache complesse, in particolare le aritmie sopraventricolari resistenti ai farmaci o non trattabili con le tecniche tradizionali.
Grazie ai progressi tecnologici e a un approccio integrato tra radioterapisti, cardiologi e fisici medici, sta emergendo una metodologia innovativa: la STAR – stereotactic arrhythmia radioablation, conosciuta anche come radioterapia ablativa cardiaca. Si tratta di una tecnica ad altissima precisione che mira a “silenziare” il tessuto cardiaco responsabile dell’aritmia, senza incisioni né cateteri.
Come funziona la radioterapia ablativa cardiaca
La STAR crea una micro-cicatrice nel punto da cui origina l’aritmia, correggendo il circuito elettrico alterato.
La procedura:
dura in media 15–20 minuti ,
, si esegue in un’unica seduta ,
, richiede una pianificazione avanzata con TAC cardiaca, risonanza magnetica e mappatura elettro-anatomica,
si basa sul principio dell’ablazione stereotassica oncologica: dose elevata in un volume ridotto, con massima precisione.
Studi clinici europei e statunitensi hanno documentato una riduzione significativa degli episodi aritmici e un miglioramento della qualità di vita, con un profilo di sicurezza considerato molto promettente.
Come sottolinea Stefano Pegolizzi, presidente eletto AIRO, la radioterapia che cura il cuore rappresenta «una realtà clinica in evoluzione, capace di ampliare gli orizzonti della disciplina mantenendo sicurezza e visione multidisciplinare».
Dall’oncologia alle patologie non oncologiche
La radioterapia aveva già superato i confini oncologici prima dell’arrivo della STAR. Da anni viene utilizzata in:
malformazioni vascolari cerebrali,
nevralgie refrattarie del trigemino,
patologie infiammatorie e proliferative,
disturbi ortopedici e reumatologici, come fascite plantare, calcificazioni peri-protesiche e artrosi.
In questi ambiti, dosi molto basse di radiazioni vengono utilizzate per ridurre l’infiammazione e il dolore, con benefici documentati in diversi studi clinici.
Oggi il cuore rappresenta una nuova frontiera della radioterapia. Diversi centri italiani hanno avviato programmi sperimentali e protocolli di ricerca dedicati alla radioterapia ablativa cardiaca, sviluppando percorsi condivisi tra radioterapisti e cardiologi.
Sicurezza, selezione dei pazienti e ricerca in evoluzione
Radioterapisti e cardiologi lavorano insieme per definire:
protocolli condivisi,
dosi sicure,
criteri di selezione dei pazienti più idonei.
Restano aperte alcune domande chiave:
quali sono gli effetti a lungo termine delle radiazioni sul tessuto cardiaco sano?
qual è il momento ottimale per intervenire nel percorso clinico del paziente?
La ricerca è in pieno sviluppo e il livello di interesse scientifico è molto alto, anche per il potenziale impatto sulla gestione delle aritmie refrattarie.
Un’opzione in più per i pazienti fragili
La radioterapia ablativa cardiaca non nasce per sostituire le tecniche tradizionali, ma per ampliare l’armamentario terapeutico:
offre una chance ai pazienti più fragili,
rappresenta un’opzione per chi non può essere sottoposto ad ablazione con catetere,
può essere considerata nei casi resistenti ai farmaci.
Come ricorda Antonella Ciabattoni, segretario AIRO, «non si tratta di rimpiazzare le terapie esistenti, ma di offrire un’opportunità in più, mantenendo al centro la persona e la qualità della vita».
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Criteri Critici
Psiconcologia, può aiutare anche “raccontare” il tumore e la diagnosi, per sé e per gli altri DiLei
Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.
123RF Psiconcologia, a cosa serve
Libri, cortometraggi. Tutto può servire per mantenere la memoria di chi ha affrontato il cancro e per descrivere quanto accade in caso di diagnosi, in una sorta di percorso narrativo che può rendere più forte ci si trova a vivere un’esperienza simile.
La dimensione narrativa, insomma, diventa una sorta di strumento importante nell’ambito di quella psiconcologia che sempre di più appare fondamentale. In Europa sono oltre 20 milioni le persone per le quali il cancro è una malattia cronica con la quale convivere. Un’ottima notizia che testimonia le maggiori possibilità di cura dei tumori ma che rappresenta una difficile condizione per molte persone. E forse, lo strumento del racconto può diventare davvero un ausilio in più per chi riceve la diagnosi.
L’Italia deve migliorare
Recentemente, nell’ambito del Congresso dell’European Society for Medical Oncology (ESMO) tenutosi a Berlino, si è fatto il punto sui bisogni di creare strutture dedicate a sviluppare percorsi di psiconcologia per contrastare il crescente disagio di milioni di malati.
“Sarà così possibile prevenire e limitare tutte le diverse problematiche legate ai tumori – ha sottolineato Gabriella Pravettoni (Docente di Psicologia delle Decisioni all’Università di Milano e Direttrice della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia-IEO)”.
Nell’occasione si è messo in evidenza con un documento come tanti siano ancora i bisogni insoddisfatti, o non sufficientemente riconosciuti, dei malati. “Il ruolo del psiconcologo è fondamentale per rispondere in modo corretto a molte di queste nuove necessità – spiega l’esperta. Non sempre però il suo supporto è realmente garantito e, per esempio, in Italia solo nel 20% dei centri di oncologia è presente in modo strutturato uno psiconcologo. Spesso si utilizzano professionisti non specializzati nell’assistenza ai pazienti colpiti da tumore. È’ importante investire in questa figura ed è inoltre possibile ricorrere anche all’uso di piattaforme on line per un supporto da remoto”. “
Aspetti da considerare
La cronicizzazione del cancro è ormai una realtà grazie alle migliori e più personalizzate terapie. Ma occorre che l’assistenza migliori. Facendosi più carico di attenzioni che non sempre vengono giustamente valutate, come quelle ai dolori o all’affaticamento.
“Vi sono poi altre questioni da affrontare come il non sempre facile ritorno al lavoro o le numerose difficoltà finanziarie che fanno seguito alla patologia – segnala l’esperta. Un paziente poi vive con la paura costante di una possibile, e spesso molto probabile, ricomparsa della neoplasia. Infine la sofferenza psicologica, l’ansia o la depressione tendono a proseguire anche dopo la fine del periodo di somministrazione dei trattamenti”.
Non bisogna dimenticare quindi che anche i problemi sociali, causati dai tumori, provocano o amplificano anche i disagi psicologici, con costi diretti e indiretti elevati a tutti i sistemi sanitari nazionali oltre che a considerevoli spese sociali.
“Se vogliamo davvero sconfiggere il cancro non è più rinviabile un miglioramento dei servizi di psiconcologia in tutta Europa – conclude l’esperta. Bisogna aiutare le persone non solo ad allungare la propria vita ma anche ad allargarla. Dobbiamo far in modo che tutti i nuovi bisogni dei malati siano riconosciuti e le loro sofferenze quotidiane alleviate”.
Esperienza narrative
Sul fronte delle iniziative, recentemente l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano ha partecipato BookCity Milano 2025, proponendo tra l’altro la presentazione del libro “SENZA. Del dolore e dell’amore”, scritto da Gaetano Perricone (Algra Editore), che ha dialogato con Deborah Maradini, Psiconcologa CPA ODV presso il Besta e la giornalista Livia Gamondi.
Il libro autobiografico, intenso e profondo, propone il racconto di otto mesi trascorsi all’interno dell’Istituto Besta, e successivamente in altri luoghi di cura, come caregiver per assistere la moglie malata, la creazione di un microcosmo che per il protagonista altro non è che il proprio mondo, quotidiano e personale, fatto di profonda sofferenza e amore senza confini.
Gaetano Perricone, giornalista dello storico quotidiano L’Ora di Palermo, ripercorre le tappe del viaggio affrontato sempre al fianco di sua moglie Daniela, operata al cervello, raccontando la sua determinata guerra contro la malattia, sostenuta dall’amore e dalla professionalità del personale sanitario del Besta. “Questo libro nasce dalla volontà di rendere immortale la memoria di mia moglie Daniela. Questa è la storia del mio amore per lei – ha ricordato l’autore”.
La diagnosi di tumore al seno
Un racconto intenso e autentico che accompagna lo spettatore nel viaggio di una donna che riceve la diagnosi di tumore al seno, con le sue fragilità e le sue forze, racconta invece “Il bagaglio”, il docufilm promosso da MSD Italia in collaborazione con ANDOS onlus Nazionale, Europa Donna Italia, Fondazione IncontraDonna, Komen Italia, Salute Donna ODV.
Attraverso la voce e lo sguardo della protagonista, Martina, il docufilm esplora le emozioni più profonde che seguono una diagnosi di cancro. Ma, soprattutto, lancia un messaggio fondamentale: ogni tumore è diverso, come è diverso il percorso di ogni donna che lo affronta.
Il messaggio è sottolineato dalla voce competente e appassionata delle Presidenti delle cinque Associazioni di pazienti che hanno collaborato alla realizzazione del docufilm. Sono loro a portare esperienze, dati e prospettive concrete, contribuendo a evidenziare il valore della collaborazione tra pazienti, clinici, istituzioni, industria e a riaffermare l’importanza di percorsi di cura personalizzati per ogni donna dopo la diagnosi, dalla scelta delle terapie al supporto psicosociale.
“Il bagaglio” è più di un docufilm: è un invito alla consapevolezza, alla fiducia nella scienza e alla speranza.
Il tumore al seno resta la neoplasia più frequente tra le donne in Italia, con circa 53.600 nuove diagnosi stimate nel 2024. Grazie ai progressi della ricerca, alla diagnosi precoce e a terapie sempre più personalizzate, oggi l’88% delle pazienti è viva a cinque anni dalla diagnosi: attualmente sono 925.000, nel nostro Paese, le donne che convivono con una storia di tumore al seno. Uno dei principali traguardi scientifici raggiunti negli ultimi anni è la possibilità di attribuire a ogni tumore al seno una vera e propria carta d’identità, individuando differenti forme di malattia. Questo approccio ha modificato il percorso delle pazienti e migliorato la loro presa in carico.
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Criteri Critici
Novartis: leucemia mieloide cronica, asciminib approvato in Europa - RPT Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 24 nov - Novartis annuncia l'approvazione di asciminib da parte della Commissione Europea per il trattamento dei pazienti adulti affetti da leucemia mieloide cronica (Lmc) in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo (Lmc-Cp Ph+). Con questa decisione, il primo inibitore Stamp e' ora approvato per l'impiego in tutte le linee di trattamento, comprendendo sia i pazienti di nuova diagnosi, sia quelli precedentemente trattati. Nello studio clinico di confronto di fase III ASC4FIRST, questa terapia ha mostrato efficacia superiore e un profilo di sicurezza favorevole rispetto ai trattamenti di prima linea attualmente disponibili. Nonostante la disponibilita' di terapie di prima linea, il **20-30%** dei pazienti con Lmc di nuova diagnosi non raggiunge gli obiettivi terapeutici entro un anno, spesso a causa di problemi di tollerabilita' e aderenza. Dal 2023 il farmaco rappresenta uno standard di cura in Italia per i pazienti precedentemente trattati con due o piu' Tki. In Italia, l'impiego nelle linee precoci non e' al momento rimborsato.
com-san.
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(RADIOCOR) 24-11-25 13:16:36 (0294)SAN 5 NNNN
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Migliora il bimbo con malattia rara curato per la prima volta al mondo con terapia genica la Repubblica
Ha solo 3 anni e il suo viso simpatico sta già facendo il giro del mondo. Oliver Chu è famoso perché è la prima persona con la sindrome di Hunter, una patologia rara e gravissima, ad aver ricevuto una terapia genica innovativa che mira a curare la malattia dalla radice.Oggi Oliver, in sella al suo triciclo, continua a stupire i suoi stessi medici grazie ai progressi straordinari raggiunti. I dettagli di questo "miracolo" sono stati riportati sulla BBC, che segue la storia del piccolo Oliver da ormai un anno.
Sindrome di Hunter
La sindrome di Hunter o MPSII, di cui è affetto Oliver, è una malattia ereditaria che provoca danni progressivi al corpo e al cervello. Si tratta di una condizione genetica ereditaria legata al cromosoma X, causata dalla mancanza o dal malfunzionamento di un enzima cruciale chiamato iduronato-2-solfatasi (IDS). Senza questo enzima, il corpo non riesce a smaltire alcune molecole (i glicosaminoglicani), che si accumulano in modo tossico in organi, ossa e nel cervello, portando a danni progressivi e spesso fatali. Nei casi più gravi, i pazienti che nascono con questa malattia muoiono prima di aver compiuto 20 anni d'età.
Terapie
Fino a poco tempo fa, le terapie disponibili miravano solo a rallentare il progredire della malattia con infusioni enzimatiche regolari: una soluzione dispendiosa, invasiva e non sempre risolutiva, specialmente per gli effetti neurologici. Il problema è che non si riesce ad attraversare la barriera emato-encefalica e quindi i farmaci non sono efficaci per i sintomi cognitivi. Da qui l'idea di un approccio nuovo. Per la prima volta al mondo, i medici del Royal Manchester Children's Hospital hanno tentato di fermare la malattia alterando le cellule di Oliver tramite una nuova terapia genica. I risultati sono eccezionali.
"Ho aspettato 20 anni per vedere un ragazzo come Ollie stare bene come sta, ed è semplicemente così emozionante", commenta Simon Jones, co-direttore della sperimentazione.
La storia di Oliver
Al centro di questa straordinaria storia c'è Oliver, il primo di cinque bambini in tutto il mondo a ricevere il trattamento, e la famiglia Chu, che vive in California e che ha riposto la sua fiducia nei medici britannici.
La diagnosi di Oliver è arrivata ad aprile 2024. per la sua mamma e il suo papà è stato un terribile dejavù. Anche il fratello maggiore di Oliver, Skyler, soffre della stessa malattia. "Quando scopri la sindrome di Hunter – racconta il papà Ricky - la prima cosa che il medico ti dice è: 'Non andare su Internet a cercarla perché troverai i casi peggiori e sarai molto, molto scoraggiato'. Ma, come tutti, quando cerchi la notizia pensi: 'Oh mio Dio, è questo che succederà a entrambi i miei figli?'".
Terapia genica
Per Oliver, grazie alla ricerca, le cose sembrano essere andate diversamente. Dopo settimane di preparazione, lo scorso febbraio, sfruttando un vettore virale, un virus trasformato in un "corriere" molecolare, gli scienziati hanno inserito nelle cellule di Oliver, la versione corretta del gene mancante. In termini semplici, è come aver fornito al corpo il manuale d'istruzioni per costruire da sé l'enzima IDS funzionante, trasformando di fatto le sue stesse cellule in piccole "fabbriche" di medicina.
Dopo qualche mese, precisamente a maggio, Oliver è ritornato con la sua famiglia a Manchester per verificare l'efficacia della terapia genica. Ma si è intuito da subito che le cose stavano andando molto bene. Oliver è vivace e curioso, parla un sacco e interagisce con gli altri bambini. Un anno dopo l'inizio del trattamento, Oliver sembra crescere normalmente come fa qualsiasi bambino sano.
"Ogni volta che ne parliamo mi viene da piangere perché è semplicemente fantastico", racconta la sua mamma Jingru. Il professor Jones, che Oliver chiama Babbo Natale per via della sua barba bianca, è raggiante: "Prima del trapianto Ollie non produceva alcun enzima e ora ne produce centinaia di volte la quantità normale", dice. "Ma la cosa più importante è che possiamo vedere che sta migliorando, sta imparando, ha nuove parole e nuove competenze e si muove molto più facilmente", aggiunge.
La sperimentazione
Tuttavia, i medici invitano alla cautela. "Dobbiamo stare attenti e non lasciarci trasportare dall'entusiasmo di tutto questo, ma le cose vanno meglio di quanto potrebbero andare in questo momento", precisa Jones. "Il futuro di Ollie sembra molto luminoso e speriamo che questo significhi che più bambini riceveranno il trattamento", dice papà Ricky. In totale, sono stati arruolati per la sperimentazione cinque bambini, provenienti da Stati Uniti, Europa e Australia, che saranno monitorati per almeno due anni. Se la sperimentazione verrà considerata un successo, l'ospedale e l'università sperano di collaborare con un'altra azienda biotecnologica per ottenere l'autorizzazione al trattamento.
Jones afferma che lo stesso approccio di terapia genica viene applicato ad altre patologie genetiche. A Manchester sono in fase di sperimentazione trattamenti simili per la MPS di tipo 1 o sindrome di Hurler e per la MPS di tipo 3 o sindrome di Sanfilippo. Ricky e Jingru affermano di essere "eternamente grati" ai medici per aver permesso a Oliver di partecipare allo studio.
Nuova speranza
E pensare che la sperimentazione ha rischiato di saltare. I ricercatori dell'Università di Manchester, guidati da Brian Bigger, hanno trascorso più di 15 anni lavorando alla creazione della terapia genica per la sindrome di Hunter. Nel 2020 l'università ha annunciato una partnership con una piccola azienda biotecnologica statunitense, Avrobio, per condurre una sperimentazione clinica. Ma tre anni dopo l'azienda si è tirata indietro e ha restituito la licenza all'università, a causa degli scarsi risultati di un altro studio sulla terapia genica e della mancanza di fondi. La prima sperimentazione sull'uomo, che presto avrebbe aiutato Oliver, era in pericolo prima ancora di iniziare.
"Abbiamo dovuto agire molto rapidamente per cercare di salvare l'intera idea e trovare un altro sponsor e un'altra fonte di finanziamento", racconta Jones. La sperimentazione è stata salvata grazie alla charity britannica LifeArc, che ha fornito 2,5 milioni di sterline di finanziamenti. La famiglia Chu gliene sarà eternamente grata. Ora la speranza dei genitori di Oliver è che un giorno anche Skyler possa trarre beneficio dalla stessa terapia genica. "Camminerei fino alla fine del mondo, avanti, indietro, a testa in giù, a piedi nudi, per garantire ai miei figli un futuro migliore", afferma Ricky.
Sperimentazione italiana
"Il successo della sperimentazione britannica è una notizia di significativo interesse che dimostra l'efficacia degli approcci di 'gene addition therapy', ovvero la manipolazione genetica di cellule staminali emopoietiche, per la cura di malattie ereditarie", commenta Franco Locatelli, responsabile del Centro Studi Clinici Oncoematologici e Terapie Cellulari del Bambino Gesù di Roma. "Questo si ottiene aggiungendo una o più copie sane del genoma nel patrimonio delle cellule difettive per il gene di interesse. Nel caso specifico della sindrome di Hunter, una mucopolisaccaridosi, riuscire a invertire il fenotipo dei pazienti - continua . apre prospettive e scenari terapeutici estremamente importanti per un bisogno medico fino ad oggi totalmente insoddisfatto. Il gruppo di Manchester, che ha sviluppato la terapia, è rinomato nell'ambito della gestione di questi pazienti". Ma nel nostro paese non siamo da meno. "In Italia, il concetto di terapia genica si è dimostrato altrettanto valido e viene impiegato per diverse condizioni ereditarie, come l'emoglobinopatia e le immunodeficienze primitive", dichiara Locatelli. Sull'onda di questa ricerca internazionale, Locatelli ha annunciato che il suo gruppo sta per iniziare, a gennaio o febbraio prossimi, un nuovo studio clinico di 'gene addition therapy' in collaborazione con i colleghi del San Raffaele, nell'ambito delle talassemie. "Per l'anno prossimo ci aspettiamo importanti novità", conclude Locatelli.
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Melanoma, un modello di eccellenza nella cura a Chieti: ecco il percorso coordinato che fa scuola Abruzzo Speciale
La Clinica dermatologica diretta dal professor Paolo Amerio offre un’assistenza integrata e personalizzata: “Stop alla favola della mappa dei nei, serve una diagnosi specialistica precoce”
CHIETI – La crescita dei casi di melanoma a Chieti non è il segnale di un aumento reale della malattia, ma di una capacità diagnostica sempre più raffinata e tempestiva. A sottolinearlo è il professor Paolo Amerio, direttore della Clinica dermatologica della Asl Lanciano Vasto Chieti e ordinario di Dermatologia all’Università D’Annunzio, che guida un team diventato riferimento per i pazienti di tutto l’Abruzzo e delle regioni limitrofe.
Il reparto ha costruito negli anni un percorso clinico dedicato che garantisce una presa in carico completa, dalla diagnosi ai controlli successivi, attraverso il lavoro coordinato del GICO, Gruppo Interdisciplinare Cure Oncologiche. A seguire ogni fase organizzativa è la case manager Kristine Pelusi, infermiera esperta che accompagna i pazienti in un iter semplificato ed efficiente, senza l’onere delle prenotazioni autonome.
“Il nostro punto di forza è il lavoro d’équipe – spiega Amerio –. I colleghi che compongono il GICO si confrontano su ogni singolo caso per costruire percorsi personalizzati, garantendo qualità e continuità di cura. I numeri lo dimostrano: dai 83 pazienti presi in carico nel 2016 siamo passati ai 340 di quest’anno”.
Anche il coordinatore del GICO, il dermatologo Gianluca Proietto, sottolinea il successo del modello integrato: l’efficace collaborazione con specialisti e medici di base ha creato una rete di sorveglianza capace di intercettare precocemente la malattia. “Oggi la sopravvivenza raggiunge il 70% – spiega –. Le terapie funzionano e si guarisce molto più che in passato. La chiave è la diagnosi precoce”.
Amerio, però, mette in guardia da false credenze: “La cosiddetta mappa dei nei non esiste, è un concetto fuorviante che genera confusione e lunghe attese. Serve invece un controllo specialistico in epiluminescenza, da riservare ai soggetti a rischio o a chi nota cambiamenti nei propri nei”.
Il Direttore generale della Asl, Mauro Palmieri, ha elogiato l’esperienza della Clinica dermatologica, riconoscendola come una delle eccellenze maggiormente apprezzate dai pazienti. “Riceviamo feedback positivi sulla qualità dell’assistenza e sull’organizzazione – ha dichiarato –. Incontrerò Amerio per condividere nuovi progetti di consolidamento”.
Nel GICO melanoma operano specialisti di diverse discipline: dermatologi, oncologi, chirurghi, radiologi, medici nucleari e radioterapisti, tutti coordinati da Gianluca Proietto.
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Nuove strategie di prevenzione per la salute maschile AIRC
Ultimo aggiornamento:24 novembre 2025 A che punto siamo con loscreeningper il tumore alla prostata e altri esami per la prevenzione di tumori maschili. In Italia sono oltre40.000l’annole diagnosi ditumore alla prostata, laneoplasiapiù frequente tra gli uomini e la quarta in assoluto. Ogni annonel nostro Paesecausa circa8.000 decessidei 180.000 imputabili ai tumori. “Si attuanoprogrammi discreeningquando una malattia è particolarmente frequente nella popolazione, ha untasso dimortalitàsignificativo” ricorda Massimo Lazzeri, ricercatore sostenuto da AIRC e coordinatore per lo sviluppo dei progetti di ricerca clinica presso l’Unità operativa di urologia dell’ospedale IRCCS Humanitas Clinical and Research Hospital di Rozzano. Occorre tuttavia che imetodiutilizzati per ladiagnosi precocesianoprecisi e affidabili, ovvero che abbianosensibilitàespecificitàtali da non dare troppi risultati falsi positivi e falsi negativi. Inoltre, devono ancheridurresignificativamentela mortalitàper la malattia per cui sono effettuati. “Oggi si sta affermando unanuova concezione di screening oncologico, che non incida solamente sul tasso di mortalità. L’obiettivo attuale è avere una diagnosi estremamente precoce pergarantire a chi ne ha bisogno trattamenti mininvasivi, che hanno, al netto del mantenimento dello stesso obiettivo sullasopravvivenza, un deciso miglioramento dellaqualità di vitadei pazienti”. Per esempio, rilevare casi dimalattia localizzatapuò consentire di utilizzare delle tecniche (laser, ultrasuoni o elettroporazione) per trattare localmente il tumore, riducendo i rischi di incontinenza urinaria e disfunzione erettile. Questieventi avversi sono comunicon gli approcci più tradizionali, quali la chirurgia e laradioterapia. L’esito deltest delPSAè stato usato a lungo usato come marcatore per decidere, in chi vi era un sospetto di tumore, chisottoporre abiopsiaoppure no. Tuttavia, “oggi il PSA è considerato un esame con unabassa specificitàe unabassa sensibilità. Se aumenta non significa necessariamente che sia presente un tumore, e se è basso non è detto che il paziente non abbia unaneoplasia” spiega Lazzeri. In un recentearticolo apparso sulNew England Journal of Medicine, gli autori riportano i risultati di uno studio svolto in 8 Paesi europei per stabilirerischiebeneficidell’esame del PSA. I ricercatori hanno seguito per 23 anni oltre160.000 uomini, che all’inizio della ricerca avevano tra i 55 e i 69 anni, dopo aver effettuato o meno il test del PSA. I dati raccolti indicano che,nel gruppo sottoposto all’esame(seguito da biopsia per valori elevati di PSA),ci sono state più diagnosi di cancro prostatico, anche se lamortalitàper malattia è risultata di poco più bassa tra coloro che hanno eseguito il PSA (1,4% rispetto all’1,6%). Inoltre, a fronte di una modesta riduzione dei decessi,il test produce molte diagnosi in eccesso.Per questo gli autori invitano a rivedere le strategie discreeningper ladiagnosi precoce, considerando anche altrifattori di rischio, come la familiarità. Quindi,l’esameda solo non bastaper loscreening– solo la Lituania, in Europa, ha implementato un programma in questi termini. Ma può indirizzare eventuali approfondimenti successivi. Guardando alle iniziative italiane,LombardiaeBasilicatasono tra le prime regioni in Europa ad avere avviatoprogrammi discreeningdi popolazione per iltumore alla prostata. Possono accedere allo screening gli uomini tra i 50 e i 55 anni in Lombardia e quelli tra i 45 e i 70 anni in Basilicata. Tuttavia, anche in Lombardia la fascia d’età verrà progressivamente estesa fino ai 69 anni. Per potervi accedere, occorre compilare unquestionariosulfascicolo sanitario elettronico. Le persone considerate a rischio vengono quindi indirizzate a eseguire untest delPSA(antigeneprostatico specifico). Solo se i valori del PSA sonoalteratio in presenza difamiliaritàper la malattia sono quindi indirizzati ad approfondimenti. Nel percorso delineato dalla RegioneLombardiala fase successiva è lavisita dall’urologo, che effettuerà un’esplorazione rettalee potrà prescrivere unarisonanza magneticaobiopsia. “Il ruolo dello specialista in urologia non può essere mai messo da parte, non possono farlo gli esami, daltest del PSAallarisonanza magnetica, né l’intelligenza artificiale” precisa Lazzeri. “È l’urologo la figura che raccoglie, intercetta, valuta, studia e soprattutto parla col malato: noi avremo imigliori risultati di screeningsolo se parliamo con i pazienti e facciamo comprendere a loro qual è il percorso e qual è l’utilità finale di parteciparvi, impegnarsi per un certo periodo di anni sottoponendosi a esami e visite.” Loscreeningper individuare precocemente il tumore della prostatanon è uguale per tutti. In base aifattori di rischio, tra cui prima di tutto lafamiliarità, le rivalutazioni potrebbero essere necessarieogni anno,ogni dueo anche piùraramente. Meno variabile è la finestra d’etàin cui è più utile sottoporsi alprogramma di screening: “L’incidenzadel tumore prostatico clinicamente significativo risulta particolarmente elevata e clinicamente significativa nellafascia d’età che va dai 50 ai 70 anni” riprende Lazzeri. “È lì che noi dobbiamo lavorare per intercettare leforme precocieclinicamente significative, così da offrire a questi uomini, ancora giovani,opportunità terapeutiche minimamente invasive, in grado di curare la malattia e garantire il mantenimento di tutte le funzioni della sfera urogenitale.” Ilprogramma discreeningavviato inLombardiapotrebbe funzionare daguidaper altre esperienze, sottolinea l’urologo. Con qualche differenza, iniziative simili sono state lanciate anche in Puglia e Piemonte. Ma di fatto a oggi non esiste un programma che possa dirsi di riferimento, sebbene negli anni sono state avviate diversesperimentazioniper capire sia gli esami da utilizzare che le modalità più opportune di offerta e copertura economica. Finora, sancisce una recenterevisionesugli studi pubblicata suEuropean Urology,rivista ufficiale della European Association of Urology, le esperienze che si sono accumulate sul tema indicano che l’approccio con il miglior profilo di costo-efficaciaè quello checombinaunavalutazione del rischio, come appunto la familiarità e il dosaggio delPSA, conrisonanza magneticaebiopsianei casi gli esami di imaging rilevino anomalie. Alcune delle esperienze effettuate avevano l’obiettivo di capire se ifattori geneticipossano aiutare a ottimizzare iprogrammi discreening. Lazzeri ricorda un progetto sostenuto da AIRC, in cui si stanno studiandouomini sani ma portatori di varianti genetiche, come quella nelgeneBRCA2, cheaumentano il rischio di tumore: “Sulla base di un marcatore ematico, noto comePHIoindice di salute prostatica, questi uomini sono o meno indirizzati all’approfondimento conrisonanza magnetica. Lo scopo del progetto è ladiagnosi precoce, ma ancheevitare risonanze non necessarie”. Alcuniricercatori britannici, invece, hanno iniziato lo studioBARCODE1per capire se un test genetico può aiutare aidentificare i soggetti più a rischiodi sviluppare il tumore. Irisultati, pubblicati sulNew England Journal of Medicine, mostrano che sottoporre le persone a risonanza magnetica ed eventualebiopsiasulla base dei risultati del test genetico aiuta a intercettare più casi clinicamente significativi di quelli che si avrebbero facendo risonanza solo a chi havalori alterati diPSAo in seguito asospetto clinico. Ma in futuro, si sbilanciano gli esperti, un test analogo potrebbe aiutare magari anche a capire se in alcune persone gliintervalliper lo screening possano essere allungati, risparmiando esami, risorse, e ansia e stress per i pazienti. Ma, prima di tutto, per far funzionare unprogramma discreeningserve uncambiamento culturale, che riguarda i destinatari stessi di queste politiche di prevenzione. “Come uomini abbiamo unagrande paura di questa diagnosie deglieffetti delle terapie. Gli uomini devono vincere questi timori e per superare queste barriere abbiamo bisogno di formazione, di rivolgerci a un bravo urologo e di consapevolezza” conclude Lazzeri.Non solo quando si avvicinano alla mezza età, mafin da giovani. Questo è vero soprattutto per le forme dialtri tumori maschiliche si manifestano spesso ingiovane età, come iltumore al testicolo.Ogni anno in Italiasi contano circa2.000 diagnosidi questo tipo di cancro, soprattuttotra i 15 e i 40 anni. In questa fascia d’età, ricorda l’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), è iltumore solido più frequente. Laprognosiè buona, soprattutto se scovato nelle fasi precoci, e per farlo fondamentale è l’esame diautopalpazione dei testicoli, raccomandato dagli esperti almenouna volta al mese dai 18 anni. Con l’uso dipolliceeindicesi esplora il testicolo allaricerca di noduli,anomalie nella pelle, ecambiamenti di forma e dimensioneche vanno riferiti all’urologo. Lasovradiagnosiè larilevazione di tumoriche, pur essendo presenti,non avrebbero mai dato sintomi né messo a rischio la vita della persona. È un fenomeno possibile in diversi programmi di screening, perché alcuni tumori crescono molto lentamente o non evolvono in forme clinicamente significative. La conseguenza è che, per precauzione, il paziente sia sottoposto a esami o trattamenti non necessari. IlPSAnon è un indicatore specifico di tumore alla prostata: può aumentare anche percause benigne. Questo significa chevalori elevatipossono portare ad accertamenti anche invasivi come labiopsiaanche quando il tumore, se presente, sarebbe rimasto indolente. Per questo oggi il PSA viene interpretato insieme ad altri fattori di rischio enon usato da solo come strumento di screening. Le strategie piùefficaciincludono: Questi approcci permettono di identificare con più precisione i tumori clinicamente significativi,riducendo gli interventi inutili. Sì.LombardiaeBasilicatahanno avviato programmi strutturati per ladiagnosi precoce del tumore prostatico. L’adesione è basata su criteri anagrafici e di rischio. Altre regioni stanno sperimentando modelli simili, ma al momentonon esiste un programma nazionale uniforme. I programmi più recenti non si basano solo su un singolo esame, ma integranopiù livelli di valutazionea seconda del paziente: non soloanamnesie test delPSA, ma anche l’eventuale ricerca dimarcatori come il PHI,imaging avanzatoe, in contesti specifici,test genetici. L’obiettivo è una diagnosi più precoce e più precisa, riducendo al minimo gli esami inutili e migliorando l’appropriatezza clinica. A differenza degli screening femminili per tumore al seno o alla cervice,non esiste uno screening per il tumore della prostata raccomandato universalmente. La decisione dipende dall’età, dallafamiliarità, dallapresenza di varianti genetichea rischio e dalconfronto con lo specialista. Un approccio personalizzato è oggi considerato il più efficace. Per gli uomini tra i 50 e i 69 anni (in qualche Regione con estensione fino ai 74 anni) è raccomandato loscreening per il tumore del colon-retto. Leggi anche: La prevenzione maschile età per età Anna Lisa Bonfranceschi
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Tumori, seno: oncologo De Laurentiis 'conoscere sottotipi per terapie mirate" Adnkronos
"I tumori della mammella non sono tutti uguali: esistono sottotipi intrinseci con comportamenti diversi che richiedono strategie terapeutiche completamente differenti. È fondamentale identificare la carta d'identità del tumore fin dalla diagnosi iniziale", perché, "abbiamo terapie mirate per ciascun sottotipo". Sono le parole di Michelino De Laurentiis, direttore del dipartimento di Oncologia senologica e toraco-polmonare dell'Istituto nazionale tumori Irccs fondazione Pascale di Napoli, alla presentazione del docufilm 'il bagalio', a Milano. L'iniziativa è promossa da Msd, in collaborazione con Andos, Europa Donna Italia, Fondazione Incontradonna, Komen Italia e Salute donna.
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Tumori, seno: Di Leone (Komen Italia), ''il bagaglio' racconta la diagnosi oltre i numeri' Adnkronos
La realizzazione del docufilm 'il bagaglio' "arriva dal bisogno di testimoniare quanto sia importante, in un momento in cui la ricerca continua ad aumentare la sopravvivenza, ricordare che ogni punto di quelle curve rappresenta una donna, una storia, un modo personale di vivere la malattia. Dai racconti emergono bisogni che spesso non vediamo e che dobbiamo imparare a intercettare per offrire risposte adeguate alle donne che affrontano questo percorso". Così, Alba Di Leone, presidente di Komen Italia, ha spiegato le ragioni che hanno spinto l'associazione a partecipare alla realizzazione del docufilm 'il bagaglio', presentato a Milano. Il progetto - promosso da Msd, in collaborazione anche con Andos, Europa Donna Italia, Fondazione IncontraDonna e Salute Donna - è il racconto in prima persona di chi ha ricevuto la diagnosi di tumore al seno.