“La Regione c’è”: bando da 3 milioni per le donne colpite da tumore. Straface: «Una diagnosi non può diventare una condanna economica» · ilreggino.it - Il Reggino
📰 Il Reggino📅 2025-11-27T13:00:00
terapia oncologica
“La Regione c’è”: bando da 3 milioni per le donne colpite da tumore. Straface: «Una diagnosi non può diventare una condanna economica» · ilreggino.it Il Reggino
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
La realtà virtuale migliora l’esperienza di cura in oncologia insalutenews.it
Testata con successo su trenta pazienti oncologiche, l’applicazione di realtà virtuale “Track of Time” migliora l’esperienza della terapia intervenendo sulla percezione soggettiva del tempo. Oltre il 90% delle pazienti ha gradito l’esperienza, senza effetti collaterali legati all’uso dei visori
Milano, 27 novembre 2025 – Nel corso di molte sessioni di terapie salvavita, già lunghe di per sé come nel caso della chemioterapia, la percezione soggettiva del tempo tende a dilatare ulteriormente la durata della terapia, con un impatto significativo sulla qualità della vita del paziente.
Supportare il paziente durante le terapie intervenendo sulla percezione soggettiva del tempo è la sfida del progetto di ricerca Proof of Concept TIMELAPSE. A VR application for speeding up time passage during chemotherapy, finanziato dall’European Research Council nell’ambito del progetto AN-ICON coordinato dal prof. Andrea Pinotti e realizzato dal Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Fondazione IRCSS San Gerardo dei Tintori e in partnership con un’azienda danese specializzata in soluzioni immersive per l’healthcare.
Il progetto ha sviluppato e testato “Track of Time”, un’applicazione di realtà virtuale (VR) in grado di migliorare il passaggio soggettivo del tempo durante la chemioterapia, attraverso metodi innovativi che hanno unito la ricerca teorica ad un approccio di design partecipativo e incentrato sul paziente.
Nasce da un’intuizione di Federica Cavaletti, Head of Research Unit di TIMELAPSE, già ricercatrice post-doc presso il Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano e attualmente Ricercatrice Tenure-Track presso il Dipartimento di Promozione delle Scienze Umane e della Qualità della Vita dell’Università Telematica San Raffaele Roma, che racconta: “La durata di ciascuna sessione di chemioterapia, solitamente molto prolungata, non può ancora essere ridotta oggettivamente. Perché, allora, non provare a intervenire sulla percezione soggettiva del tempo delle persone in cura, dando loro l’impressione che la sessione di trattamento passi più rapidamente?”.
L’esperienza in realtà virtuale è stata testata su un campione di 30 pazienti con tumore alla mammella in cura chemioterapica presso il Centro di Ricerca Fase 1 della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, diretto dalla prof.ssa Marina Elena Cazzaniga, docente dell’Università di Milano-Bicocca. Durante lo studio clinico, le pazienti sono state osservate in due sessioni di chemioterapia: una condotta come di consueto, l’altra con l’accompagnamento dell’esperienza VR.
Il contenuto VR nasce da sessioni di design partecipativo che ha coinvolto il team di ricerca e alcune pazienti. Il risultato, che ha proprio nella co-progettazione il suo punto di forza, è l’esperienza di un viaggio in treno attraverso un paesaggio piacevole e rilassante, durante il quale ci si può godere il panorama e, se lo si desidera, interagire con una valigia di ricordi. Il viaggio non ha una durata predefinita e può essere prolungato liberamente.
I risultati dell’esperienza VR sono molto positivi: oltre il 90% delle partecipanti ha gradito l’esperienza, più dell’85% l’ha trovata utile e il 74% non aveva mai utilizzato la realtà virtuale prima e non ha riportato difficoltà di accesso.
Durante la sessione con VR, le pazienti hanno pensato meno al trascorrere del tempo e la maggioranza ha percepito lo scorrere del tempo come molto o estremamente rapido. L’applicazione ha inoltre superato il test di tollerabilità, con oltre l’85% del campione che non ha riportato sintomi tipici dell’uso dei visori VR (mal di testa, nausea, affaticamento, capogiri).
“Siamo molto soddisfatte dei risultati ottenuti, che mostrano come la realtà virtuale possa migliorare in modo significativo l’esperienza delle pazienti durante la chemioterapia. Auspichiamo che strumenti come questo trovino sempre più spazio nella pratica clinica, per rendere il percorso terapeutico più sostenibile e supportare il benessere psicologico delle persone in cura”, dichiara la prof.ssa Marina Elena Cazzaniga.
L’applicazione e i risultati dei test saranno condivisi con la comunità accademica e con il pubblico durante due appuntamenti: il 28 novembre nel convegno scientifico “Finding the Flow: Ontological, Phenomenological, and Methodological Perspectives on Subjective Time” presso la Sala Lauree dell’Università degli Studi di Milano in via Conservatorio 7 e il 29 novembre dalle 14 alla Fondazione Luigi Rovati, durante la tavola rotonda “Nuove tecnologie e terapia: l’esperienza di TIMELAPSE per il benessere delle pazienti”.
Unimore ospita i gruppi di ricerca del “Centro Nazionale per lo Sviluppo di Terapia Genica e Farmaci con Tecnologia a RNA, il 28 e 29 novembre - Agenparl
📰 Agenparl📅 2025-11-27T12:32:17
terapia genica
Unimore ospita i gruppi di ricerca del “Centro Nazionale per lo Sviluppo di Terapia Genica e Farmaci con Tecnologia a RNA, il 28 e 29 novembre Agenparl
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Oncologia territoriale: cure alla Casa di Comunità di Casalpusterlengo per i malati di cancro Prima Lodi
L’ASST di Lodi ha lanciato con successo a Casalpusterlengo un modello di oncologia territoriale che sposta cure essenziali dall’ospedale alle Case della Comunità, con l’Infermiere di Famiglia come figura chiave. Visti i risultati positivi, l’iniziativa, parte di un progetto regionale, è in fase di espansione verso altre strutture del Lodigiano.
L’oncologia esce dall’ospedale
La battaglia contro il cancro non si combatte più solo tra le mura degli ospedali. In un’ottica di sanità sempre più vicina al cittadino, l’ASST di Lodi ha intrapreso un percorso pionieristico che sposta servizi oncologici essenziali dal presidio ospedaliero direttamente nelle Case della Comunità. Questo modello, denominato oncologia territoriale, è stato avviato in via sperimentale a Casalpusterlengo e sta ridefinendo il concetto di assistenza, preparandosi all’espansione in tutto il Lodigiano.
Un servizio che alleggerisce l’ospedale
L’iniziativa, che fa parte di un progetto regionale più ampio, ha l’obiettivo di offrire prestazioni che storicamente richiedevano l’accesso in ospedale, ma che non necessitano di ricovero. Già da aprile di quest’anno, presso la Casa della Comunità di Casalpusterlengo (che già ospita la MAC – Macro Attività Ambulatoriale Complessa), vengono erogati servizi cruciali.
Le attività comprendono il lavaggio e la gestione degli accessi vascolari per tutti i pazienti oncologici residenti nel basso lodigiano, anche se in cura presso centri ospedalieri fuori ASST. A ciò si aggiunge la somministrazione di specifiche terapie orali non complesse per i malati affetti da tumore prostatico e mammario.
L’infermiere di comunità
Il successo di questa riorganizzazione assistenziale si basa sulla figura chiave dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità (IFeC), specificamente formato per l’ambito oncologico.
Come sottolineato da Giovanni Ucci, Direttore del Dipartimento Medico e primario dell’Oncologia dell’ASST, l’IFeC svolge un ruolo che va oltre la semplice somministrazione:
“Il professionista sanitario deve essere non solo abile e competente nei servizi previsti, ma soprattutto esperto nel rilevare tempestivamente sintomi anomali, manifestazioni o alterazioni di parametri clinici”.
Questa capacità di monitoraggio garantisce che ogni variazione venga riferita immediatamente all’oncologo curante, con il quale l’infermiere mantiene un contatto stretto e costante.
Dalla sperimentazione all’espansione
I risultati ottenuti a Casalpusterlengo, dove sono attualmente seguiti 7 pazienti con tumore della prostata e 1 con neoplasia della mammella, sono stati estremamente positivi. Questi dati, che evidenziano l’efficacia del percorso, hanno convinto la Direzione.
Il Direttore Generale dell’ASST di Lodi, Guido Grignaffini (foto di copertina), responsabile del progetto, ha spinto per un rapido allargamento del servizio alle altre Case della Comunità dei distretti Alto e Basso lodigiano. La prossima apertura è già in programma presso la Casa della Comunità di Sant’Angelo, per la quale è già in fase avanzata la formazione dell’infermiere di famiglia e di comunità dedicato.
Più terapie in futuro
L’evoluzione dell’oncologia territoriale non si fermerà ai servizi attuali. Il Dottor Ucci ha anticipato che, in un futuro molto prossimo, le strutture territoriali potrebbero ampliare ulteriormente l’offerta assistenziale.
Non è esclusa la possibilità che, negli snodi della medicina territoriale, si possano affiancare alle terapie orali anche quelle sottocute. Inoltre, l’intento è quello di estendere il carico di servizi a altre patologie tumorali che richiedono una terapia ambulatoriale, consolidando le Case della Comunità come centri sempre più vitali per la salute del cittadino.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Arriva il "super farmaco" che combatte il colesterolo: perché è una rivoluzione Il Digitale
Sta avendo esiti positivi la ricerca americana Coralreef Lipids che ha scoperto l’efficacia dell’enlicitide decanoato, ossia il farmaco che contrasta il colesterolo Ldl. L’inibitore orale di Pcsk9, fa sapere Rai News, deve essere assunto una volta al giorno.
Secondo i dati riscontrati, il farmaco riduce significativamente il colesterolo, sia in pazienti adulti affetti o a rischio malattia, sia in pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote.
Lo studio è stato presentato dall’azienda farmaceutica Msd, durante le Scientific Sessions 2025 dell’American Heart Association, a New Orleans. Vediamo meglio in cosa consiste la scoperta e perché si tratta di un “super farmaco”.
Il farmaco contro il colesterolo
Lo studio Coralreef Lipids ha scoperto una nuova pillola, l’enlicitide decanoato, in grado di contrastare il colesterolo cattivo. Si tratta, infatti, di un inibitore orale di Pcsk9, ossia la proteina che regola, per l’appunto, il colesterolo Ldl. Il farmaco è stato presentato durante le Scientific Sessions 2025 della American Heart Association da Msd, che spiega:
La molecola di nuova generazione, progettata per offrire un’efficacia sovrapponibile a quella degli anticorpi monoclonali ha il potenziale per diventare il primo inibitore orale di Pcsk9 approvato e progettato per ridurre il C-Ldl, con un profilo di sicurezza paragonabile al placebo. Il farmaco mira a colmare bisogni terapeutici ancora insoddisfatti nell’ambito dell’aterosclerosi, una delle principali cause alla base della silente epidemia cardiovascolare.
Questo è quanto riporta Rai News, insieme alle dichiarazioni di Gaetano De Ferrari, sperimentatore principale dello studio Coralreef Lipids e direttore Cardiologia università di Torino, ospedale Molinette:
Enlicitide ha mostrato riduzioni statisticamente significative e clinicamente rilevanti del colesterolo Ldl con un profilo di sicurezza paragonabile al placebo, evidenziando il potenziale rivoluzionario del primo inibitore del Pcsk9 orale. Nonostante la disponibilità di terapie ipolipemizzanti come le statine e gli inibitori Pcsk9 iniettivi, la maggioranza dei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica non riesce a ridurre il livello di colesterolo Ldl alla soglia ideale per la propria condizione di rischio.
Alberico Luigi Catapano, presidente Sisa, la Società italiana per lo studio dell’aterosclerosi, ha invece spiegato il perché enlicite possa essere definito un “super farmaco”:
Enlicitide rappresenta un approccio innovativo all’inibizione di Pcsk9 nella terapia ipolipemizzante, essendo infatti il primo macropeptide orale progettato per offrire l’efficacia e la specificità degli anticorpi monoclonali anti-Pcsk9 in una semplice compressa e aprendo nuove prospettive per il trattamento personalizzato dei pazienti ad alto rischio cardiovascolare. Attraverso il blocco dell’interazione tra la proteina Pcsk9 e il recettore per le Ldl, e quindi aumentando l’espressione dello stesso recettore per le Ldl, enlicitide aumenta la capacità del fegato di rimuovere le Ldl dal sangue, riducendo in maniera importante e clinicamente rilevante i livelli di Ldl colesterolo, rispondendo così a un bisogno clinico critico non soddisfatto, in particolare (e non solo) nei pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote. Questa popolazione di pazienti è ad alto rischio di eventi cardiovascolari aterosclerotici prematuri e una quota significativa non raggiunge i livelli di colesterolo Ldl raccomandati dalle linee guida, nonostante le terapie ipolipemizzanti disponibili. Enlicitide potrebbe rappresentare una svolta terapeutica per questi pazienti.
Leggi anche: Malattie cardiovascolari, fattori di rischio e come difendersi
I risultati dello studio
La nuova pillola deve essere assunta una volta al giorno, così da contrastare il colesterolo Ldl, cioè lipoproteine a bassa densità che, fa sapere Adnkronos, può depositarsi nelle pareti delle arterie, provocando un restringimento dei vasi.
Lo studio di fase 3 Corlareef Lipids è stato condotto, quindi, su pazienti adulti affetti dalla malattia cardiovascolare aterosclerotica (Ascvd) o a rischio, ma anche pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote. Nei primi due si è registrata una riduzione del C-Ldl del 55,8% e del 59,7%, in una ri-analisi post-hoc rispetto a placebo alla settimana 24.
L’effetto è durato un anno. A questi risultati si aggiungono riduzioni significative di colesterolo non-Hdl (non-Hdl-C), apolipoproteina B (ApoB) e lipoproteina (a) [Lp(a)] dopo 6 mesi. Per quanto riguarda i pazienti con ipercolesterolemia familiare eterozigote, lo studio ha riscontrato una riduzione statisticamente significativa e clinicamente rilevante del C-Ldl, del 59,4% rispetto al placebo alla settimana 24.
Si tratta, quindi, di una rivoluzione nel mondo della medicina, se si considera la situazione italiana circa le malattie cardiovascolari. Pasquale Perrone Filardi, presidente Sic, la Società italiana di cardiologia, ha spiegato meglio quanto accade nella Penisola. Queste le sue parole riprese da Rai News:
Gli eventi cardiovascolari in Italia raggiungono una cifra di circa 230-240 mila all’anno, circa 600 al giorno. Livelli elevati di colesterolo rappresentano una causa diretta di infarti e ictus, ma questa consapevolezza non è ancora sufficientemente diffusa. Dobbiamo prevenire la malattia prima che si sviluppi e trattarla nelle fasi più precoci. Enlicitide è stato progettato per abbassare i livelli di colesterolo Ldl nel sangue offrendo un’efficacia e una specificità tipiche degli anticorpi monoclonali anti-Pcsk9 in una compressa di facile utilizzo, e si aggiungerà agli strumenti della classe medica per ridurre il bisogno medico insoddisfatto della riduzione del colesterolo Ldl, contribuendo a migliorare gli esiti dell’Ascvd per milioni di persone nel mondo, modificando l’evoluzione naturale della malattia.
Leggi anche: Quali sono i cibi che aiutano a prevenire i tumori: la verità sui “Superfood”
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Tumori, polmone: Novello (Walce), 'sinergia con aziende per campagne più vicine ai pazienti' Adnkronos
"I rapporti fra l'industria e il terzo settore sono fondamentali per cogliere veramente i bisogni dei pazienti, con una presenza capillare sul territorio. La campagna 'Esci dal tunnel. Non bruciarti il futuro', " con le sue13 tappe, realizzate con il supporto di AstraZeneca, sottolinea che affianco al percorso di ricerca e di sviluppo di nuovi farmaci, è fondamentale l'integrazione di programmi di supporto rivolti ai pazienti, comprese campagna di sensibilizzazione e prevenzione". Così l'oncologa Silvia Novello, presidente di Walce (Women against lung cancer in Europe) Aps, presenziando alla tappa conclusiva dell'ottava edizione della campagna nazionale di prevenzione e informazione sui rischi legati al fumo e di sensibilizzazione sul tumore del polmone, promossa dall'associazione e realizzata con il supporto non condizionato di AstraZeneca. Un evento che si colloca nel mese mondiale di sensibilizzazione sul cancro ai polmoni (Lung cancer awareness month) e nell'ambito degli eventi collegati al Congresso nazionale di Pneumologia (Aipo) e alla Verona Run Marathon.
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Criteri Critici
Emma Bonino: "Ho un tumore al polmone. Mi aspettano 6 mesi di chemioterapia" Quotidiano Sanità
"Recentemente mi sono sottoposta a dei controlli medici che hanno evidenziato la presenza di un tumore al polmone sinistro. Si tratta di una forma localizzata e ancora asintomatica, ma richiederà un trattamento lungo e complesso di chemioterapia che è già stato iniziato e che durerà almeno sei mesi. Non sono intenzionata ad interrompere le mie attività perché da una passione, come quella politica, non ci si dimette, però è chiaro che le mie attività dovranno essere organizzate in base alle esigenze mediche". Così, in una telefonata a Radio Radicale, l'ex ministro degli Esteri del governo Letta, Emma Bonino, ha annunciato la sua malattia, la sua "sfida".
Rivolgendosi poi agli operatori dei media: "Vi pregherei di rispettare questa situazione senza mettersi a fare indagini o robe varie, ringrazio gli operatori che anche nei momenti più difficili mi sono stati accanto nel limite delle loro possibilità". La telefonata si è poi conclusa con un messaggio per chi vive la stessa esperienza: "A tutti coloro che in Italia e altrove affrontano questa o altre prove voglio solamente dire che dobbiamo tutti sforzarci di essere persone e di voler vivere liberi fino alla fine, insomma io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, dobbiamo solamente pensare che siamo persone che affrontano una sfida che è capitata".
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Criteri Critici
Il sistema linfatico è spesso ignorato ma svolge un ruolo fondamentale per il funzionamento dell’organismo. Conoscerlo meglio potrebbe permettere di trovare una cura per molti disturbi Leggi
H o appoggiato il rullo di giada fredda sotto lo zigomo e l’ho fatto scivolare lentamente lungo i contorni del viso. A essere sincera, mi sentivo un po’ come una sfoglia pronta da infornare. Mia nonna, però, mi aveva rassicurato: era un’antica tecnica cinese, capace di rendere la pelle più luminosa e il volto meno gonfio. Sarebbero passati più di dieci anni prima che il face rolling diventasse una moda in fatto di bellezza, e molti altri ancora prima che io capissi che i suoi presunti benefici possono dipendere dal sistema linfatico, una rete che attraversa tutto il corpo, composta da sottili vasi e piccoli nodi a forma di fagiolo.
Anche se è descritto nel più antico documento medico-scientifico conosciuto, il sistema linfatico è rimasto per millenni un mistero. È estremamente delicato e sfuggente, quindi è difficile da studiare. “I vasi linfatici attraversano quasi ogni organo del corpo, eppure sono praticamente invisibili”, spiega Kathleen Caron dell’università del North Carolina a Chapel Hill. Solo negli ultimi decenni, grazie ai progressi nelle tecniche di imaging e ai marcatori molecolari, i ricercatori hanno cominciato a comprenderne il ruolo cruciale nella salute e nella malattia.
Questo rinnovato interesse ha alimentato una serie di scoperte che indicano che la rete linfatica può essere un elemento chiave nella cura di alcune gravi patologie, tra cui l’alzheimer e il cancro. “Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a un rinascimento della biologia linfatica”, osserva Caron. “Sfruttarne le potenzialità per migliorare la salute segnerebbe una svolta”.
Questa fantomatica rete viene menzionata per la prima volta in un trattato egizio del 1600 aC, che descrive dei rigonfiamenti nel collo e nelle ascelle, che oggi identifichiamo come linfonodi. Un millennio più tardi, il medico e filosofo greco Ippocrate descrisse i vasi che collegano queste strutture, osservando come i linfonodi tendano a ingrossarsi durante le infezioni.
Solo nel settecento si è cominciato a capire che la rete linfatica funziona come un sistema di smaltimento dei rifiuti. I vasi sanguigni portano ai tessuti un fluido giallastro, che contiene ossigeno, nutrienti e cellule immunitarie. Oltre ad alimentare le cellule, questo liquido raccoglie i prodotti di scarto del metabolismo, frammenti di cellule danneggiate e agenti patogeni, prima di tornare nel sistema vascolare. Circa il 10 per cento del fluido, però, resta nei tessuti: è qui che entrano in gioco i vasi linfatici, che raccolgono gli avanzi.
Alla fine del settecento l’anatomista Paolo Mascagni iniettò del mercurio nei cadaveri e osservò delle ramificazioni argentate
Una volta all’interno dei vasi linfatici, il fluido prende il nome di linfa, una parola che deriva dalla divinità romana delle acque dolci, Lympha, e dalle ninfe della mitologia greca, associate alle acque limpide. La linfa si dirige verso uno dei 500-600 linfonodi distribuiti in tutto il corpo. Qui, le cellule immunitarie chiamate fagociti inglobano gran parte dei residui e attivano i linfociti T vicini affinché riconoscano eventuali patogeni o cellule tumorali. La linfa, insieme ai linfociti T attivati, viaggia nel sistema linfatico fino a rientrare nel sangue attraverso i grandi dotti situati vicino al cuore. I prodotti di scarto rimasti sono infine filtrati dai reni ed eliminati. I linfociti T, invece, continuano a circolare finché non raggiungono le zone in cui devono combattere agenti esterni o cellule mutate.
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Dato il suo ruolo nell’immunità e nello smaltimento dei rifiuti, può sorprendere che per molto tempo gli scienziati abbiano pensato che il sistema linfatico fosse scollegato dal nostro organo più vitale: il cervello. Ma c’è una spiegazione. Una risposta immunitaria efficace prevede l’infiammazione dei tessuti, che, pur combattendo i patogeni, può danneggiare le cellule sane. Si riteneva quindi che il cervello si fosse evoluto per evitare questi danni collaterali. È protetto dalla barriera emato-encefalica, una struttura che impedisce l’ingresso di tossine e agenti patogeni, ed era considerato privo di cellule immunitarie. Di conseguenza, si pensava che non avesse bisogno dei servizi del sistema linfatico, e che i fluidi cerebrali fossero drenati attraverso vie non linfatiche, come gli spazi perineurali che conducono ai vasi linfatici nel naso.
Per questo, quando alla fine del settecento l’anatomista italiano Paolo Mascagni iniettò del mercurio nei cadaveri e osservò delle ramificazioni argentate che, secondo lui, erano vasi linfatici ai margini del cervello, nessuno lo prese sul serio.
Vasi fluorescenti
Ci sarebbero voluti più di due secoli prima che due studi rivoluzionari ribaltassero il consenso scientifico. Nel 2015, all’università di Helsinki, Kari Alitalo e i suoi collaboratori hanno osservato il movimento dei linfociti T nel cervello, che oggi sappiamo essere ricco di cellule immunitarie. Hanno notato che le cellule, marcate con un tracciante fluorescente, si disponevano in una formazione simile a un vaso all’interno della dura madre, la più esterna delle tre membrane (dette meningi) che si trovano tra la superficie del cervello e il cranio.
Studiando il fenomeno più da vicino, hanno scoperto che quelle strutture presentavano tutte le caratteristiche dei vasi linfatici e drenavano il fluido verso i cosiddetti linfonodi cervicali, situati nel collo. Appena due settimane dopo, Jonathan Kipnis e il suo team della Washington university a St. Louis, nel Missouri, hanno osservato lo stesso fenomeno usando dei topi geneticamente modificati con vasi linfatici fluorescenti. “È stato un momento di svolta”, osserva Sandro Da Mesquita della Mayo clinic di Jacksonville, in Florida, che non ha partecipato a nessuno dei due studi.
Nel 2017 il gruppo di Kipnis ha confermato che anche gli esseri umani possiedono questa rete linfatica meningea. Poco dopo, una serie di studi sui roditori ha evidenziato che questi vasi diventano più sottili, più corti e meno numerosi con l’età. Questa degenerazione rallenta il drenaggio dei fluidi dal cervello e accelera il declino cognitivo. “L’invecchiamento porta a una regressione di questi vasi”, spiega Da Mesquita. “In un topo molto anziano, il sistema linfatico che drena il cervello è fortemente compromesso, mentre nei tessuti periferici questo fenomeno si osserva molto meno”.
Invertire il processo di degenerazione porta benefici cognitivi. Da Mesquita e Kipnis, per esempio, hanno iniettato nel cervello di alcuni topi anziani le informazioni genetiche per produrre una proteina chiamata Vegfc, capace di dilatare i vasi linfatici. L’intervento ha stimolato il drenaggio dei fluidi cerebrali attraverso i vasi linfatici delle meningi, migliorando le capacità mnemoniche e di apprendimento dei topi. Lo stesso processo ha parzialmente invertito il declino cognitivo anche in topi con sintomi simili a quelli dell’alzheimer, e sembra legato all’eliminazione di una forma tossica di beta-amiloide, una proteina associata alla malattia.
Queste scoperte hanno spinto gli scienziati a chiedersi se l’invecchiamento del sistema linfatico comprometta le funzioni cognitive anche negli esseri umani. I primi indizi sembrano confermarlo. In uno studio pubblicato all’inizio del 2025, Sarosh Irani della Mayo clinic, Da Mesquita e altri colleghi hanno analizzato la linfa estratta dai linfonodi cervicali di 25 persone tra i 22 e gli 84 anni non affette da malattie neurodegenerative.Hanno scoperto che i livelli di tau, una proteina associata all’alzheimer, tendono a diminuire nei linfonodi con l’avanzare dell’età. Secondo Irani è il segnale che il deterioramento dei vasi linfatici meningei riduce la capacità di drenare e filtrare le proteine nocive, che quindi si accumulano nel cervello, contribuendo allo sviluppo di patologie neurodegenerative come la demenza.
“Alcune di queste malattie, almeno in certi casi, potrebbero essere dovute alla degenerazione del sistema linfatico”, spiega Irani. Da Mesquita avverte che servono studi molto più ampi per verificarlo. Ma i primi risultati fanno intravedere una possibilità affascinante. “C’è un grande potenziale terapeutico”, osserva Irani. “Possiamo curare la demenza migliorando il drenaggio linfatico dal cervello?”.
Alcuni scienziati stanno già esplorando questa ipotesi. In uno studio pubblicato a maggio, Rong Hu e altri ricercatori dell’Army medical university cinese hanno sottoposto 26 persone affette da alzheimer a un intervento chirurgico sui vasi linfatici cervicali per migliorare il drenaggio dei fluidi dal cervello. Dopo un mese, i partecipanti hanno mostrato lievi miglioramenti nei test di memoria, attenzione e linguaggio. Ma lo studio era di piccole dimensioni e non prevedeva un gruppo di controllo, e la procedura è fortemente invasiva.
Cercando un metodo più semplice, Gou Young Koh del Korea advanced institute of science and technology e i suoi colleghi hanno scoperto che massaggiare delicatamente i vasi linfatici intorno al viso e al collo, seguendo uno schema preciso, può aumentare il drenaggio dei fluidi cerebrali nei topi anziani fino a livelli paragonabili a quelli osservati nei topi giovani. I ricercatori non hanno valutato l’impatto di questa tecnica sulle capacità cognitive degli animali, ma vogliono verificare se può aiutare i topi che presentano sintomi riconducibili all’alzheimer.
Linfonodi artificiali
Il cancro è un altro ambito in cui sfruttare il sistema linfatico delle meningi potrebbe rivelarsi utile. Dopo aver saputo degli esperimenti del 2015, Eric Song dell’università di Yale e i suoi colleghi si sono chiesti se il metodo basato sulla proteina Vegfc poteva migliorare la risposta immunitaria al glioblastoma, la forma più aggressiva di tumore cerebrale. Per verificarlo, hanno iniettato nel cervello di topi affetti da tumore il codice genetico per sintetizzare la Vegfc, insieme a un’immunoterapia chiamata anti-Pd-1. Il gruppo di controllo ha ricevuto solo l’iniezione di anti-Pd-1 e il codice genetico di una proteina fluorescente che non ha effetti sul sistema linfatico. Dopo tre mesi, circa il 20 per cento dei topi del gruppo di controllo era sopravvissuto. Nel gruppo trattato con Vegfc, la percentuale era dell’80 per cento, e in alcuni casi il tumore era scomparso del tutto.
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Analisi più approfondite hanno mostrato che il trattamento aveva migliorato il drenaggio delle proteine tumorali attraverso i vasi linfatici delle meningi verso i linfonodi cervicali, favorendo così l’attivazione dei linfociti T (capaci di distruggere le cellule cancerose), che poi migravano nel cervello, spiega Song. Ma non è tutto: i topi sopravvissuti al primo tumore erano riusciti a resistere a una successiva iniezione di cellule tumorali cerebrali, segno che il trattamento generava un’immunità duratura.
Il problema del metodo basato sulla Vegfc, però, è che può stimolare la crescita dei vasi sanguigni, favorendo la diffusione dei tumori in altre parti del corpo. Per ovviare a questo problema, Song e i suoi colleghi dell’azienda biotecnologica Rho Bio hanno sviluppato una versione modificata della Vegfc che agisce solo sui vasi linfatici. Attualmente la stanno testando su primati non umani e sperano di poterla sperimentare in futuro per diverse patologie, tra cui i tumori cerebrali e la demenza negli esseri umani.
Le terapie linfatiche potrebbero rivelarsi utili anche contro altri tipi di tumore. Natalie Livingston e i suoi colleghi del Massachusetts general hospital hanno sviluppato dei linfonodi artificiali iniettabili capaci di potenziare la risposta immunitaria contro i tumori nei topi. Il metodo prevede di estrarre dei linfociti T da un topo e poi mescolarli con un cocktail di proteine in grado di attivarli per combattere il cancro. La miscela viene reiniettata nell’animale, creando una sorta di “fabbrica” di linfociti T antitumorali. La procedura ha quasi dimezzato le dimensioni dei tumori al colon nei topi e ha migliorato i tassi di sopravvivenza rispetto a un impianto placebo. E ha funzionato altrettanto bene contro il melanoma, la forma più letale di cancro della pelle.
La ricerca potrebbe suggerire nuovi modi di intervenire, e forse aiutarci a capire meglio come funzionano alcuni farmaci già in uso
Ma la terapia linfatica non si ferma qui. Altri ricercatori stanno usando i linfonodi per far crescere organi da trapiantare. Prendono cellule provenienti da un organo donatore e le impiantano all’interno di un linfonodo vicino all’organo compromesso. Nutrite dall’abbondante apporto sanguigno del sistema linfatico, queste cellule crescono fino a formare un mini-organo che sostituisce il linfonodo e supporta il tessuto danneggiato.
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Negli esperimenti sui topi, i ricercatori della Lygenesis hanno dimostrato che questi mini-organi possono ridurre i sintomi di malattie epatiche e renali, oltre che del diabete di tipo 1 con danni al pancreas. Il corpo può permettersi di perdere un linfonodo senza compromettere il resto del sistema linfatico, quindi la tecnica sembra non provocare effetti collaterali, spiega Michael Hufford, amministratore delegato della Lygenesis. I ricercatori la stanno testando su dodici persone affette da malattie del fegato allo stadio terminale. I risultati dovrebbero arrivare entro i prossimi due anni.
Drenare il mal di testa
La biologia del sistema linfatico ha un potenziale enorme nel trattamento di varie malattie, ma ci sono molte cose che ancora non comprendiamo. Uno dei punti da chiarire è in che misura i vasi linfatici variano da un organo all’altro. In uno studio non ancora pubblicato, Caron sta analizzando come varia l’attività genica nei vasi linfatici associati a otto organi, tra cui polmoni, fegato e cuore. Inoltre sta compilando una lista di recettori proteici presenti sui vasi linfatici che possono fare da bersaglio per i farmaci.
La ricerca potrebbe suggerire nuovi modi di intervenire sul sistema linfatico, e forse anche aiutarci a capire meglio come funzionano alcuni farmaci già in uso. “Può darsi che molti agiscano sul sistema linfatico senza che noi lo sappiamo”, spiega Caron. Il suo gruppo di lavoro ha già dimostrato che diversi medicinali contro l’emicrania migliorano il drenaggio dei fluidi cerebrali attraverso i vasi delle meningi.
Alla luce di tutto questo potremmo domandarci se le pratiche di “drenaggio linfatico” funzionano. E qui le notizie sono meno buone. Il massaggio facciale può temporaneamente definire la linea della mascella favorendo il drenaggio dei liquidi, ma ci sono poche prove scientifiche di benefici come la riduzione delle infiammazioni o l’eliminazione della cellulite. Quindi, anche se ho imparato ad apprezzare il mio sistema linfatico, il rullo di giada non farà parte della mia routine mattutina. Mi dispiace, nonna! ◆ fas
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FDA approva Itvisma, nuova terapia genica per Sma in pazienti dai 2 anni in su INNLIFES
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La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato Itvisma (onasemnogene abeparvovec-brve), una terapia genica basata su vettore AAV indicata per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (Sma) in pazienti adulti e pediatrici dai 2 anni di età con mutazione confermata del gene SMN1. Si tratta della prima estensione dell’approccio terapeutico già utilizzato con Zolgensma, finora somministrabile solo ai bambini sotto i due anni.
Cos’è l’atrofia muscolare spinale (Sma)
L’atrofia muscolare spinale è una malattia neuromuscolare rara, a trasmissione autosomica recessiva, causata da mutazioni del gene SMN1. È caratterizzata da perdita progressiva e irreversibile dei motoneuroni, con conseguente atrofia muscolare, debolezza e, nelle forme più severe, paralisi e mortalità precoce. Prima dell’arrivo delle terapie mirate, la SMA era considerata una delle principali cause genetiche di mortalità infantile negli Stati Uniti.
L’estensione agli adulti e le differenze con Zolgensma
L’efficacia di Itvisma nei bambini dai due anni in su è stata dimostrata in uno studio di Fase 3 adeguato e controllato, integrato da evidenze sul meccanismo d’azione e dai risultati ottenuti con Zolgensma – la precedente terapia genica per Sma sotto i 2 anni con lo stesso principio attivo ma somministrata per via endovenosa.
FDA ha esteso l’indicazione anche agli adulti con Sma, grazie a un dossier di giustificazione presentato dall’azienda. L’approvazione prevede tuttavia avvertenze specifiche, considerando che nei pazienti adulti con comorbidità potrebbero verificarsi rischi aumentati di eventi avversi, inclusi epatotossicità e cardiotossicità.
Pur avendo lo stesso principio attivo di Zolgensma, Itvisma presenta una concentrazione differente ed è progettata per essere somministrata direttamente nel sistema nervoso centrale tramite un’unica iniezione intratecale, indipendentemente dal peso del paziente.
Questa modalità di somministrazione permette di utilizzare un volume ridotto, garantendo al tempo stesso una biodistribuzione mirata ai motoneuroni. L’approccio intratecale consente inoltre di impiegare una quantità inferiore di vettore virale, mantenendo l’efficacia del trattamento. Il risultato è un intervento rapido e diretto sulla causa genetica della Sma, che favorisce il ripristino della produzione della proteina SMN e contribuisce a interrompere la progressione della malattia.
Secondo Vijay Kumar, Acting Director dell’Office of Therapeutic Products dell’FDA, resta aperta «un’importante area di bisogno non soddisfatto nella Sma, soprattutto tra i pazienti dai due anni in su e con diversi livelli di funzionalità motoria», sottolineando come questa approvazione confermi l’impegno dell’agenzia nello sviluppo di terapie per malattie rare.
Itvisma ha ricevuto le designazioni Fast Track, Breakthrough Therapy e Priority Review, oltre allo status di Orphan Drug, che favorisce lo sviluppo di terapie per patologie rare. Il trattamento è prodotto da Novartis Gene Therapies, Inc.
“I rapporti fra l'industria e il terzo settore sono fondamentali per cogliere veramente i bisogni dei pazienti, con una presenza capillare sul territorio. La campagna ‘Esci dal tunnel. Non bruciarti il futuro’, “ con le sue 13 tappe, realizzate con il supporto di AstraZeneca, sottolinea che affianco al percorso di ricerca e di sviluppo di nuovi farmaci, è fondamentale l’integrazione di programmi di supporto rivolti ai pazienti, comprese campagna di sensibilizzazione e prevenzione”.
Così commenta l’oncologa Silvia Novello, presidente di Walce (Women against lung cancer in Europe) Aps, partecipando, domenica 16 novembre a Verona, all’ultima tappa dell’ottava edizione della campagna nazionale di informazione sui rischi legati al fumo e di sensibilizzazione sul tumore del polmone ‘Esci dal tunnel. Non bruciarti il futuro’.
Un evento che si colloca nel mese mondiale di sensibilizzazione sul cancro ai polmoni (Lung cancer awareness month) e nell’ambito degli eventi collegati al Congresso nazionale di Pneumologia (Aipo).
All’interno di un tunnel a forma di sigaretta lungo 14 metri, i cittadini hanno avuto “la possibilità di incontrare personale medico e di ricevere una spirometria”, fa sapere Novello. Inoltre, all’interno del ‘sigarettone’ pneumologi e oncologi hanno accolto le persone interessate con informazioni utili sugli strumenti e le strategie per smettere di fumare e sui programmi di screening per il tumore del polmone disponibili sul territorio.
Il weekend è stato all’insegna del tema salute con eventi come il XXVI Congresso nazionale della pneumologia italiana (Aipo) oltre a iniziative sportive come l’Eurospin Verona run marathon e la Family run che sostengono il progetto Amati (Attività motoria adattata per pazienti con tumore del polmone), di cui Walce Aps è Charity partner. “I messaggi di sensibilizzazione devono essere dati in maniera corale - afferma Novello - Il coinvolgimento di un'intera città e di una forza come Eurospin è fondamentale per organizzare qualcosa che arrivi davvero al cuore delle persone e che non rimanga un evento isolato in una singola città”.
“La Verona Marathon - riprende - è la prima maratona in cui un'associazione pazienti dedicata al tumore del polmone ha un suo spazio - illustra l’oncologa - I fondi ricavati dalla Family run Walce verranno utilizzati per il progetto Amati, un progetto di attività fisica personalizzata e prospettico dedicato ai pazienti affetti da tumore polmonare - spiega ricordando che - Nel 2025 per la prima volta sono stati presentati e pubblicati dei dati che inseriscono l'attività fisica come un farmaco nel trattamento del tumore del colon retto. Anche noi con Amati, per quanto riguarda il tumore al polmone, disegniamo dei programmi prospettici con chinesiologi che praticano attività fisica guidata - illustra - perché l'esercizio fisico non va visto soltanto come elemento di prevenzione, ma come momento che migliora l'aderenza alle cure e la tollerabilità ai trattamenti e che ha un impatto sulla qualità di vita dei pazienti”, conclude.
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Realtà virtuale in Oncologia La Statale News
Nel corso di molte sessioni di terapie salvavita, già lunghe di per sé come nel caso della chemioterapia, la percezione soggettiva del tempo tende a dilatare ulteriormente la durata della terapia, con un impatto significativo sulla qualità della vita del paziente.
Supportare il paziente durante le terapie intervenendo sulla percezione soggettiva del tempo è la sfida del progetto di ricerca Proof of Concept TIMELAPSE. A VR application for speeding up time passage during chemotherapy, finanziato dall’European Research Council nell’ambito del progetto AN-ICON coordinato da Andrea Pinotti, docente di estetica, e realizzato dal dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, Fondazione IRCSS San Gerardo dei Tintori e in partnership con l’azienda danese Khora, specializzata in soluzioni immersive per l’healthcare.
Il progetto ha sviluppato e testato “Track of Time”, un’applicazione di realtà virtuale (VR) in grado di migliorare il passaggio soggettivo del tempo durante la chemioterapia, attraverso metodi innovativi che hanno unito la ricerca teorica ad un approccio di design partecipativo e incentrato sul paziente.
Nasce da un’intuizione di Federica Cavaletti, Head of Research Unit di TIMELAPSE, già ricercatrice post-doc presso il dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano e attualmente Ricercatrice Tenure-Track presso il Dipartimento di Promozione delle Scienze Umane e della Qualità della Vita dell’Università Telematica San Raffaele Roma, che racconta: “La durata di ciascuna sessione di chemioterapia, solitamente molto prolungata, non può ancora essere ridotta oggettivamente. Perché, allora, non provare a intervenire sulla percezione soggettiva del tempo delle persone in cura, dando loro l’impressione che la sessione di trattamento passi più rapidamente?”.
L’esperienza in realtà virtuale è stata testata su un campione di 30 pazienti con tumore alla mammella in cura chemioterapica presso il Centro di Ricerca Fase 1 della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, diretto da Marina Elena Cazzaniga, docente dell’Università di Milano-Bicocca. Durante lo studio clinico, le pazienti sono state osservate in due sessioni di chemioterapia: una condotta come di consueto, l’altra con l’accompagnamento dell’esperienza VR.
Il contenuto VR nasce da sessioni di design partecipativo che ha coinvolto il team di ricerca e alcune pazienti. Il risultato, che ha proprio nella co-progettazione il suo punto di forza, è l’esperienza di un viaggio in treno attraverso un paesaggio piacevole e rilassante, durante il quale ci si può godere il panorama e, se lo si desidera, interagire con una valigia di ricordi. Il viaggio non ha una durata predefinita e può essere prolungato liberamente.
I risultati dell’esperienza VR sono molto positivi: oltre il 90% delle partecipanti ha gradito l’esperienza, più dell’85% l’ha trovata utile e il 74% non aveva mai utilizzato la realtà virtuale prima e non ha riportato difficoltà di accesso.
Durante la sessione con VR, le pazienti hanno pensato meno al trascorrere del tempo e la maggioranza ha percepito lo scorrere del tempo come molto o estremamente rapido. L’applicazione ha inoltre superato il test di tollerabilità, con oltre l’85% del campione che non ha riportato sintomi tipici dell’uso dei visori VR (mal di testa, nausea, affaticamento, capogiri).
“Siamo molto soddisfatte dei risultati ottenuti, che mostrano come la realtà virtuale possa migliorare in modo significativo l’esperienza delle pazienti durante la chemioterapia. Auspichiamo che strumenti come questo trovino sempre più spazio nella pratica clinica, per rendere il percorso terapeutico più sostenibile e supportare il benessere psicologico delle persone in cura”, dichiara Marina Elena Cazzaniga.
L’applicazione “Track of Time” è stata realizzata dall’azienda danese Khora a partire dai dati forniti dal team di ricerca dell’Università Statale di Milano e sarà resa disponibile sia attraverso un sistema di licensing rivolto a ospedali e centri, sia tramitedistribuzione diretta al paziente.
L’applicazione e i risultati dei test saranno condivisi con la comunità accademica e con il pubblico durante due appuntamenti: il 28 novembre nel convegno scientifico "Finding the Flow: Ontological, Phenomenological, and Methodological Perspectives on Subjective Time” presso la Sala Lauree dell’Università degli Studi di Milano in via Conservatorio 7 e il 29 novembre dalle 14 alla Fondazione Luigi Rovati, durante la tavola rotonda “Nuove tecnologie e terapia: l’esperienza di TIMELAPSE per il benessere delle pazienti”.
Tumore del polmone: 48 europarlamentari sottoscrivono l’appello dell’Intergruppo “Challenge Cancer” per ottimizzare lo screening in Europa - Quotidiano Sanità
📰 Quotidiano Sanità📅 2025-11-27T10:06:48
nuovo trattamento cancro
Tumore del polmone: 48 europarlamentari sottoscrivono l’appello dell’Intergruppo “Challenge Cancer” per ottimizzare lo screening in Europa Quotidiano Sanità
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Lazio, nasce la Chirurgia del paziente infetto: Spallanzani e San Camillo insieme per le infezioni complesse insalutenews.it
Da lunedì attive due sale operatorie. Rocca: grande notizia per la sanità del Lazio. Prevista la centralizzazione allo Spallanzani di tutti i pazienti chirurgici con patologie infettive o a rischio infettivo con l’obiettivo di costituire un polo altamente specializzato
Roma, 27 novembre 2025 – Dopo la virtuosa esperienza del Polo Ospedaliero Interaziendale Trapianti (POIT), si rafforza la collaborazione tra l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” IRCCS e l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini che aggiungono un nuovo servizio all’offerta assistenziale della regione: la Chirurgia del paziente infetto.
Il percorso altamente specialistico, fortemente voluto dalla Regione Lazio che ha inserito l’unità operativa “Chirurgia del paziente infetto” nella programmazione della rete ospedaliera, è dedicato alla gestione di patologie infettive post-chirurgiche – come infezioni di protesi ortopediche o complicanze addominali e toraciche – o per pazienti che necessitano di una terapia antibiotica preliminare all’intervento. L’obiettivo è garantire un approccio tempestivo e multidisciplinare fin dall’ingresso in ospedale.
Lunedì mattina, con l’effettuazione di quattro interventi chirurgici, è stata avviata l’attività delle due sale operatorie che sorgono al piano terra del “Nuovo Ospedale” dello Spallanzani. Il nuovo modello assistenziale integra competenze infettivologiche, rianimatorie, chirurgiche e infermieristiche delle due realtà sanitarie. Nello specifico, lo Spallanzani metterà a disposizione infettivologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS mentre il San Camillo chirurghi e infermieri.
All’interno del Dipartimento Interaziendale Trapianti diretto dal prof. Giuseppe Maria Ettorre, la UOSD Gestione del Paziente Chirurgico Infetto del San Camillo, affidata al dott. Marco Colasanti, si occuperà della parte chirurgica del percorso del paziente. La responsabilità anestesiologica sarà garantita dalla dott.ssa Maria Grazia Bocci, direttrice della UOC Rianimazione e Terapia Intensiva delle Malattie Infettive e Anestesiologia dello Spallanzani.
La gestione clinico-infettivologica al momento è affidata al dott. Fabrizio Taglietti, Direttore ff UOC Malattie Infettive di Interesse Chirurgico dello Spallanzani. Le attività infermieristiche per lo Spallanzani saranno assicurate dal team della UOS Professioni Infermieristiche, guidata dal dott. Nicola De Marco, mentre il coordinamento infermieristico del personale del San Camillo sarà affidato alla dott.ssa Pasqualina Cirillo.
“L’apertura della Chirurgia del paziente infetto, realizzata grazie alla collaborazione tra lo Spallanzani e il San Camillo, è una grande notizia per la sanità del Lazio – dichiara il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca – Con questo nuovo servizio mettiamo a disposizione dei cittadini un percorso dedicato ai pazienti che hanno infezioni complesse e che hanno bisogno di un intervento chirurgico in totale sicurezza. Le due strutture uniranno le loro competenze per garantire interventi più rapidi, ridurre i rischi e offrire cure specialistiche ai casi più delicati”.
“Abbiamo scelto di centralizzare questi pazienti allo Spallanzani proprio per assicurare loro il massimo livello di assistenza possibile, grazie a personale altamente qualificato e a sale operatorie progettate per gestire situazioni infettive ad alta complessità – sottolinea Rocca – Ringrazio tutti i professionisti dello Spallanzani e del San Camillo per il grande lavoro portato avanti insieme. Questo progetto dimostra che, quando si fa squadra, la nostra sanità può crescere e offrire servizi sempre migliori. È un passo avanti importante, di cui tutta la Regione Lazio può essere orgogliosa”.
“Il nuovo progetto, fortemente sostenuto dalla Regione Lazio – spiegano Cristina Matranga e Angelo Aliquò, Direttori generali, rispettivamente, di Spallanzani e San Camillo – ha visto la realizzazione di tre nuove sale operatorie presso il San Camillo dedicate alla chirurgia oncologica e ai trapianti e l’attivazione di due sale operatorie presso lo Spallanzani dedicate alla chirurgia del paziente infetto. Grazie alla visione e al sostegno della Regione Lazio, è prevista la centralizzazione proprio presso lo Spallanzani di tutti i pazienti chirurgici con patologie infettive o a rischio infettivo con l’obiettivo di costituire un polo altamente specializzato”.
Per Maria Grazia Bocci e Fabrizio Taglietti, “l’attività chirurgica dedicata al malato infetto ad alta complessità in terapia intensiva colma uno dei principali gap assistenziali tra controllo dell’infezione e gestione del danno d’organo. Garantisce interventi tempestivi in massima biosicurezza riducendo ritardi, trasferimenti e rischi clinici aggiuntivi. Inoltre, crea un percorso realmente continuo per i pazienti più critici”.
“L’obiettivo di questo ampliamento è assicurare un percorso dedicato, multidisciplinare e altamente qualificato, per il trattamento di tutte le patologie chirurgiche nei pazienti portatori di infezioni o con infezioni correlate garantendo sicurezza, continuità e qualità assistenziale”, afferma Marco Colasanti.
“Lo scambio professionale – conclude Nicola De Marco – rafforza qualità, sicurezza e continuità assistenziale a beneficio dei pazienti più complessi. L’introduzione dell’assistenza infermieristica in sala operatoria per il personale dello Spallanzani rappresenta una novità di grande rilievo e una straordinaria occasione di crescita professionale. Infermieri e OSS che hanno intrapreso questo percorso stanno sviluppando competenze altamente specialistiche sotto la guida esperta dei colleghi dell’AO San Camillo con i quali si è instaurata una collaborazione preziosa e pienamente integrata”.