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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al seno, così si riduce il rischio di recidiva nelle pazienti più giovani la Repubblica
Risultato dopo risultato, studio dopo studio, si definisce sempre meglio il profilo di ogni singolo farmaco, per capire come meglio usarlo, a chi somministrarlo, e quando. Lo dimostrano i dati presentati su giredestrant al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), l’appuntamento dell’oncologia mondiale. Parliamo di pazienti con tumore al seno positivo ai recettori ormonali e negativo a Her2, il tipo di cancro alla mammella più diffuso – circa il 70% delle nuove diagnosi -, che per anni non hanno potuto giovarsi di novità terapeutiche rilevanti. A dicembre scorso era arrivata la notizia che giredestrant riduce del 30% il rischio di recidiva di malattia invasiva o morte rispetto alla terapia che di solito si usa nei casi precoci di questo tipo di tumore. Una volta dimostrata l’efficacia, la domanda successiva che i ricercatori si sono posti è: questo beneficio si mantiene in modo uniforme nelle diverse sottopopolazioni di pazienti, in particolare tra donne in pre-menopausa e post-menopausa?
Funziona anche sulle più giovani
La risposta è arrivata ad Asco, appunto. Ed è positiva. “Il risultati presentati a Chicago confermano il vantaggio di usare giredestrant rispetto agli inibitori dell’aromatasi, uno degli standard di riferimento nel trattamento endocrino adiuvante, quello cioè che si somministra dopo la chirurgia per abbassare il rischio che la malattia ritorni”, spiega Lucia Del Mastro, Direttore UO Clinica Oncologia Medica presso Irccs San Martino, Genova. “Un vantaggio che si mantiene anche nelle pazienti in premenopausa. Si tratta di un risultato importante perché amplia il potenziale impatto clinico della terapia e rafforza l'ipotesi di un beneficio trasversale alle diverse fasce di età”.
Attualmente, nelle pazienti più giovani, le decisioni terapeutiche sono spesso complicate dalla necessità di considerare la soppressione ovarica in associazione ai trattamenti endocrini standard. Un Serd orale - degradatore selettivo del recettore degli estrogeni - efficace sia nelle donne in pre-menopausa sia in quelle in post-menopausa potrebbe ridurre questa complessità, offrendo un approccio più uniforme e potenzialmente più semplice da implementare nella pratica clinica.
Più efficacia senza aumentare la tossicità
Uno dei dati più apprezzati dagli oncologi riguarda il profilo rischio-beneficio della molecola. “L’aspetto forse più interessante di questa terapia è che consente di migliorare l’efficacia del trattamento senza introdurre una tossicità aggiuntiva”, osserva Del Mastro. “Questo è un elemento particolarmente importante nel setting adiuvante, dove le pazienti assumono la terapia per lunghi periodi e la qualità di vita rappresenta un fattore cruciale”.
Anche il profilo di tollerabilità appare favorevole. “Rispetto agli inibitori dell’aromatasi, gli effetti collaterali osservati con giredestrant sono risultati sovrapponibili o addirittura inferiori”, aggiunge l’oncologa. “Si tratta di un dato che potrebbe favorire l’aderenza terapeutica e rendere il trattamento particolarmente interessante nella pratica clinica quotidiana”.
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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PharmaMar: Commissione Ue approva terapia combinata per carcinoma polmonare Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 3 giu - PharmaMar (MSE: PHM) ha annunciato che la Commissione europea ha approvato la combinazione di lurbinectedina e atezolizumab come terapia di mantenimento di prima linea per i pazienti adulti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso la cui malattia non e' progredita dopo la terapia di induzione standard. Il microcitoma rappresenta la forma piu' aggressiva di tumore del polmone ed e' caratterizzato da una rapida crescita e da una precoce diffusione metastatica. Ogni anno in Europa vengono diagnosticati circa 62mila nuovi casi e la maggior parte dei pazienti presenta gia' una malattia in fase avanzata al momento della diagnosi. 'L'approvazione - spiega una nota - si basa sui risultati dello studio di fase III IMforte, che ha evidenziato una riduzione del 46% del rischio di progressione della malattia o morte e del 27% del rischio di morte rispetto alla monoterapia con atezolizumab'.
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COMUNICATO STAMPA : Microcitoma polmonare: arriva approvazione CE per terapia di combinazione Italian Medical News
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NUOVE PROSPETTIVE DI CURA PER IL MICROCITOMA POLMONARE. I DATI DIFFUSI NEL COMUNICATO STAMPA EVIDENZIANO UNA NETTA RIDUZIONE DEL RISCHIO DI PROGRESSIONE GRAZIE ALLA NUOVA TERAPIA DI MANTENIMENTO.
Nuovo e importante passo avanti nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule (SCLC), comunemente noto come microcitoma polmonare. Come ripotato nel comunicato stampa è arrivata l’approvazione del marchio CE per un nuovo regime terapeutico di combinazione, che offre una nuova e promettente opzione clinica per i pazienti affetti da questa aggressiva forma di neoplasia toracica.
Il microcitoma polmonare rappresenta circa il 15% di tutti i tumori al polmone ed è caratterizzato da una spiccata rapidità di duplicazione e da una forte tendenza alla metastatizzazione precoce. Questi sono fattori che storicamente ne limitano le opzioni di trattamento efficaci a lungo termine.
L’approvazione della Commissione Europea per questa terapia combinata si basa sui solidi dati di efficacia e sicurezza emersi dagli studi clinici internazionali. L’introduzione di questo approccio sinergico punta a scardinare la resistenza farmacologica tipica del tumore, migliorando in modo statisticamente significativo la sopravvivenza libera da progressione (PFS) e la sopravvivenza globale (OS) dei pazienti rispetto agli standard terapeutici tradizionali.
Sintesi del Comunicato Stampa:
La Novità: La Commissione Europea ha approvato una nuova terapia di mantenimento di prima linea per gli adulti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso (ES-SCLC), la cui malattia non è progredita dopo la chemioterapia di induzione standard.
La Commissione Europea ha approvato una nuova terapia di mantenimento di prima linea per gli adulti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso (ES-SCLC), la cui malattia non è progredita dopo la chemioterapia di induzione standard. I Farmaci coinvolti: Il nuovo regime terapeutico prevede la combinazione di lurbinectedina e atezolizumab .
Il nuovo regime terapeutico prevede la combinazione di e . L’Impatto Clinico (Studio IMforte): L’approvazione si basa sui risultati dello studio di fase III IMforte, che ha dimostrato dati di efficacia netti rispetto alla sola monoterapia con atezolizumab: Riduzione del 46% del rischio di progressione della malattia o di decesso. Riduzione del 27% del rischio di morte.
L’approvazione si basa sui risultati dello studio di fase III IMforte, che ha dimostrato dati di efficacia netti rispetto alla sola monoterapia con atezolizumab: Il Contesto Epidemiologico: Il microcitoma è la forma più aggressiva di tumore al polmone, caratterizzato da una crescita rapida e metastasi precoci. In Europa si registrano circa 62.000 nuovi casi all’anno, e la maggior parte riceve la diagnosi quando la malattia è già in fase avanzata.
In allegato il comunicato stampa, condiviso con la redazione di IMN da Viola Brambilla, Client Manager dell’OmnicomPublicRelationsGroup Italy
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Leucemia mieloide cronica, nuovi dati a 3 anni: 24% di risposte in più rispetto a standard di cura la Repubblica
Quando arrivano nuovi risultati da uno studio clinico, la domanda più importante per pazienti e familiari è semplice: che cosa cambia, concretamente, nel percorso di cura? Nel caso della leucemia mieloide cronica, questa domanda è ancora più rilevante perché la terapia non si esaurisce in poche settimane. Si tratta spesso di un trattamento da seguire a lungo, con l’obiettivo di tenere la malattia sotto controllo, ridurre il rischio di progressione e preservare il più possibile la qualità di vita.
I nuovi dati presentati al Congresso Annuale 2026 dell’American Society of Clinical Oncology, Asco, offrono un aggiornamento a 3 anni sul trattamento di pazienti adulti con leucemia mieloide cronica in fase cronica, positiva al cromosoma Philadelphia, e di nuova diagnosi.
Perché la risposta precoce conta
Nella leucemia mieloide cronica, le prime fasi della terapia possono incidere sull’evoluzione della malattia. Per questo gli specialisti osservano con attenzione la rapidità e la profondità della risposta al trattamento. Uno degli indicatori utilizzati è la risposta molecolare maggiore, cioè una riduzione significativa dei segni della malattia rilevabili a livello molecolare. Dopo 144 settimane di osservazione, pari a circa 3 anni, lo studio ha mostrato tassi più alti di risposta molecolare maggiore rispetto agli inibitori tirosin-chinasici, i TKI, già utilizzati come standard di cura.
I risultati principali
Secondo i dati presentati, a 144 settimane un numero più alto di pazienti ha raggiunto la risposta molecolare maggiore rispetto a chi ha ricevuto altri TKI. Il vantaggio è stato di quasi il 24% rispetto all’insieme dei TKI standard di cura, di oltre il 32% rispetto a imatinib e del 15,2% rispetto ai TKI di seconda generazione. “Nel trattamento della leucemia mieloide cronica, le prime fasi della terapia sono determinanti per l’evoluzione della malattia,” dichiara Massimo Breccia, Professore Associato di Ematologia presso l’Università “Sapienza” di Roma. “Ottenere risposte molecolari rapide e profonde fin dall’inizio è fondamentale per ridurre il rischio di progressione e migliorare gli esiti nel lungo periodo. Tuttavia, una quota rilevante di pazienti non raggiunge ancora risultati ottimali nelle fasi precoci, con possibili implicazioni sul controllo della malattia. Per questo è sempre più importante disporre di opzioni terapeutiche altamente efficaci già in prima linea”.
Non solo efficacia: il tema della tollerabilità
Nelle malattie che richiedono trattamenti prolungati, l’efficacia da sola non basta. Una terapia deve poter essere seguita nel tempo, senza che gli effetti collaterali compromettano la continuità delle cure o la vita quotidiana. A 144 settimane, i dati hanno confermato un profilo di sicurezza coerente con quanto osservato in studi precedenti. Rispetto a imatinib e ai TKI di seconda generazione, sono stati riportati meno eventi avversi gravi, meno riduzioni di dosaggio e meno interruzioni del trattamento dovute agli effetti collaterali. “Per molti pazienti, convivere con la leucemia mieloide cronica significa seguire una terapia per anni, e questo rende centrale l’equilibrio tra efficacia e tollerabilità,” afferma Raffaele Palmieri, ricercatore Ematologia presso il Dipartimento di Bio Medicina e Prevenzione Università degli Studi di Roma Tor Vergata. “Gestire una malattia cronica implica bilanciare controllo della patologia e impatto del trattamento sulla vita quotidiana: gli effetti collaterali possono ostacolare la continuità terapeutica e l’aderenza. Permane dunque il bisogno clinico di terapie efficaci e ben tollerate nel lungo termine, che permettano risposte profonde con la prospettiva di una remissione libera da trattamento”.
Un diverso modo di agire sulla malattia
Il trattamento studiato agisce in modo diverso rispetto ad altri farmaci già disponibili per la leucemia mieloide cronica. In pratica, colpisce un punto specifico della proteina ABL, chiamato tasca miristoilica. Per questo viene definito inibitore STAMP. Gli altri trattamenti approvati, invece, agiscono con un meccanismo diverso e sono chiamati TKI ATP-competitivi. Questa differenza indica un nuovo approccio tra le terapie mirate per la leucemia mieloide cronica.
Lo studio in sintesi
Lo studio ASC4FIRST è uno studio clinico di Fase III, multicentrico, randomizzato e in aperto. Ha coinvolto 405 pazienti adulti con leucemia mieloide cronica in fase cronica, positiva al cromosoma Philadelphia, e di nuova diagnosi. I ricercatori hanno confrontato il trattamento orale assunto una volta al giorno con diversi TKI scelti dagli sperimentatori, tra cui imatinib, nilotinib, dasatinib e bosutinib. Lo studio aveva già raggiunto i suoi obiettivi principali alla settimana 48. I dati a 3 anni confermano e rafforzano l’andamento osservato nelle analisi precedenti.
La situazione in Italia
In Italia, dal 2023, il trattamento è già uno standard di cura per i pazienti che hanno ricevuto in precedenza due o più TKI. Il suo impiego nelle linee più precoci, invece, non è al momento ancora rimborsato. Questo significa che, anche in presenza di nuovi dati clinici, l’accesso in prima linea dipende dalle decisioni regolatorie e di rimborsabilità.
Cosa resta da chiarire
Lo studio ASC4FIRST è ancora in corso e sono previste ulteriori analisi di efficacia e sicurezza. Per questo i dati a 3 anni rappresentano un aggiornamento importante, ma non chiudono il percorso di valutazione. Saranno necessari ulteriori follow-up per capire meglio il ruolo del trattamento nel lungo periodo e il suo possibile impiego nelle fasi più precoci della malattia.
La prospettiva della ricerca
Negli ultimi decenni, la leucemia mieloide cronica è cambiata profondamente. Per molti pazienti è diventata una malattia cronica gestibile nel tempo, ma restano bisogni clinici aperti: alcune persone non raggiungono una risposta adeguata, altre sviluppano resistenza o non tollerano bene le terapie. I nuovi dati non sostituiscono la valutazione dell’ematologo. Ogni decisione terapeutica deve tenere conto delle caratteristiche della malattia, della risposta ai trattamenti, della tollerabilità e della storia clinica della singola persona. Per i pazienti, il punto centrale resta confrontarsi con lo specialista per capire quale percorso di cura sia più adatto e sostenibile nel tempo.
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Siena firma una svolta mondiale contro il melanoma: con la doppia immunoterapia sopravvivenza oltre il 30% dopo 10 anni Radio Siena Tv
DiRedazione| 3 Giugno 2026 alle 15:00 Presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago, i risultati finali dello studio NIBIT-M2, realizzato dall’UOC Immunoterapia Oncologica dell’Aou Senese, diretta dal professor Michele Maio, ordinario di Oncologia Medica dell’Università di Siena e presidente della Fondazione NIBIT, che ha promosso lo studio. Si tratta del follow-up più lungo disponibile al mondo in pazienti con melanoma e metastasi cerebrali asintomatiche ed è il primo studio al mondo a dimostrare una sopravvivenza superiore al 30% a 10 anni nei pazienti trattati con la doppia immunoterapia ipilimumab e nivolumab. Un risultato di particolare rilievo per una condizione storicamente associata a una prognosi del tutto sfavorevole. A dimostrarlo sono i risultati finali dello studio NIBIT-M2, selezionati per una presentazione orale al congresso dell’ASCO da parte di Anna Maria Di Giacomo, professore ordinario di Oncologia Medica presso l’Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del CIO, Centro di Immuno-Oncologia dell’AOUS. LA SFIDA DELLE METASTASI CEREBRALI –Il melanoma è stato uno dei tumori in cui l’immunoterapia ha cambiato più profondamente le prospettive di cura. La presenza di metastasi cerebrali, tuttavia, ha rappresentato a lungo una delle principali criticità. «Le metastasi cerebrali da melanoma sono associate a una prognosi particolarmente sfavorevole e a una gestione clinica molto complessa. Per molti anni questi pazienti non hanno avuto opzioni terapeutiche efficaci ed una sopravvivenza di pochi mesi», spiega la professoressa Anna Maria Di Giacomo. LO STUDIO NIBIT-M2 –NIBIT-M2 è uno studio di fase III, multicentrico e randomizzato, che ha coinvolto pazienti con melanoma metastatico e metastasi cerebrali attive, non trattate e asintomatiche, arruolati in 9 Centri Italiani. I pazienti non avevano ricevuto precedenti terapie sistemiche per la malattia avanzata. Lo studio ha confrontato tre strategie: la chemioterapia con fotemustina, la combinazione di ipilimumab e fotemustina, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. L’obiettivo principale era valutare la sopravvivenza globale. Gli obiettivi secondari includevano la sopravvivenza libera da progressione di malattia, sia sistemica che intracranica, e la sicurezza del trattamento. Dopo un follow-up mediano di 125 mesi, i risultati confermano il beneficio duraturo della doppia immunoterapia. Nel gruppo trattato con ipilimumab e nivolumab, la sopravvivenza globale a 10 anni è risultata pari al 32% mentre la sopravvivenza specifica per melanoma ha raggiunto il 36%. Anche il controllo della malattia a livello cerebrale si mantiene nel tempo: la sopravvivenza libera da progressione intracranica a 10 anni è infatti pari al 29%. «Questi dati dimostrano che una quota significativa di pazienti con melanoma e metastasi cerebrali può ottenere un beneficio molto prolungato nel tempo dalla doppia immunoterapia», sottolinea la Di Giacomo. «Non parliamo solo di un prolungamento della sopravvivenza, ma della possibilità concreta, per molti pazienti, di mantenere il controllo della malattia a lungo termine». Un elemento clinicamente importante riguarda anche il trattamento nel lungo periodo. Tra i pazienti vivi a 10 anni trattati con ipilimumab e nivolumab, infatti, il 70% non ha ricevuto più alcuna terapia antitumorale. Un dato che rafforza l’idea di un controllo persistente della malattia anche dopo la sospensione del trattamento immunoterapico. UN RISULTATO CLINICO DI LUNGO PERIODO –«NIBIT-M2 mostra che l’immunoterapia può essere efficace anche in presenza di metastasi cerebrali asintomatiche e che il beneficio può mantenersi nel lunghissimo periodo», commenta il professor Michele Maio. «Il dato a 10 anni è importante perché sposta la prospettiva di vita dei pazienti: in una malattia storicamente associata a una prognosi molto severa, oggi possiamo osservare pazienti vivi a lungo termine e, in molti casi, senza necessità di continuare le cure». Accanto ai dati clinici, lo studio ha valutato anche alcuni marcatori biologici ottenuti attraverso la biopsia liquida, cioè l’analisi del DNA tumorale circolante nel sangue, nell’ambito del Programma AIRC “5 per mille” EPICA, coordinato dal professor Michele Maio. I risultati suggeriscono che il profilo di metilazione del DNA aiuta ad identificare i pazienti destinati a beneficiare più a lungo dell’immunoterapia, monitorandone la risposta in modo non invasivo. Articoli correlati
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Tumore del polmone, l’EBUS ridisegna diagnosi e terapie: specialisti a confronto a Sassari City&City Magazine
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All’Aou di Sassari la diagnostica del futuro: l’EBUS al centro del corso nazionale sulla stadiazione del tumore del polmone
All’Aou di Sassari la medicina di precisione non è uno slogan, ma un percorso clinico che si costruisce ogni giorno tra sala endoscopica, laboratorio e confronto multidisciplinare. È quanto emerso dal corso nazionale “Ottimizzazione del prelievo bioptico e gestione integrata del NSCLC”, che ha riunito al Santissima Annunziata pneumologi interventisti, oncologi, chirurghi toracici e anatomo-patologi per approfondire le potenzialità dell’EBUS nella diagnosi e nella stadiazione del carcinoma polmonare non a piccole cellule.
L’iniziativa, organizzata dagli oncologi Carlo Putzu e Giovanni Maria Fadda, ha trasformato per due giorni la sala riunioni del settimo piano in un laboratorio di aggiornamento avanzato sulle tecniche ecoendoscopiche oggi considerate fondamentali nella gestione dell’85-90% delle neoplasie polmonari.
La live session: quattro casi reali per mostrare la complessità clinica
Il momento più atteso è stato la sessione live dal blocco operatorio di viale San Pietro. Qui gli specialisti hanno eseguito procedure diagnostiche su quattro pazienti con quadri differenti: tre sospetti tumori del polmone e una stenosi tracheale dovuta a un’altra patologia. Le immagini sono state trasmesse in diretta ai partecipanti, permettendo un confronto immediato sulle tecniche di campionamento e sulla corretta stadiazione mediastinica.
«Abbiamo eseguito una stadiazione mediastinica sistematica completa – spiega Alessandro Fois, direttore della struttura Semplice Dipartimentale di Endoscopia bronchiale interventistica dell’Aou di Sassari e professore ordinario di Malattie dell’Apparato Respiratorio all’Università di Sassari – che consente di verificare se il tumore ha interessato le stazioni linfonodali del mediastino. È un passaggio imprescindibile, perché in base all’estensione della malattia cambia completamente il percorso terapeutico del paziente: nei primi stadi si può ricorrere alla chirurgia, nei quadri più avanzati si valutano immunoterapia, radioterapia o trattamenti integrati».
EBUS: la tecnologia che ha cambiato la storia clinica del tumore del polmone
L’EBUS – ecoendoscopia bronchiale – è oggi una delle metodiche più avanzate per ottenere campioni bioptici mirati e di qualità, indispensabili per la caratterizzazione molecolare del tumore.
«Oggi questa tecnologia è diventata imprescindibile nella gestione del tumore del polmone – aggiunge Fois – perché permette una precisione diagnostica elevatissima e consente di ottenere campioni adeguati per la profilazione molecolare e genetica del tumore. Questo significa poter individuare i bersagli terapeutici specifici e offrire al paziente cure personalizzate e molto meno invasive rispetto al passato».
All’Aou di Sassari la metodica è attiva da oltre dieci anni e si è evoluta con l’introduzione di mini-sonde ecografiche capaci di analizzare lesioni periferiche di pochi millimetri, ampliando ulteriormente le possibilità diagnostiche.
«Oggi non si parla più soltanto di diagnosi istologica – sottolinea Fois – ma anche di caratterizzazione genetica e recettoriale del tumore. Questo ha rivoluzionato completamente la prognosi dei pazienti. Se fino a poco più di dieci anni fa il tumore del polmone non operabile aveva una mortalità altissima già entro il primo anno, oggi anche nei pazienti con malattia avanzata si parla di anni di sopravvivenza grazie alle terapie target e all’immunoterapia».
Un corso che consolida il ruolo di Sassari nella rete nazionale
Il valore dell’iniziativa è anche scientifico: Fois fa parte del gruppo interdisciplinare che ha contribuito alla stesura delle linee guida italiane sulla stadiazione ecoendoscopica del tumore del polmone, un riferimento per tutti i centri che utilizzano l’EBUS.
«La standardizzazione della metodica e il lavoro multidisciplinare tra pneumologi interventisti, oncologi, anatomo-patologi e chirurghi toracici hanno cambiato radicalmente l’approccio al paziente con carcinoma polmonare – conclude Fois –. Oggi la medicina di precisione passa necessariamente attraverso una stadiazione accurata e una diagnostica avanzata di alta qualità».
Mameli: “Tecnologia e formazione per percorsi sempre più personalizzati”
La direttrice sanitaria dell’Aou, Lucia Anna Mameli, ha ribadito l’importanza di investire sia nelle tecnologie sia nelle competenze dei professionisti.
«Investire in tecnologie diagnostiche avanzate e nella formazione continua dei professionisti significa offrire ai pazienti percorsi di cura sempre più precisi, tempestivi e personalizzati. Il tumore del polmone richiede oggi una presa in carico integrata, nella quale competenze diverse lavorano insieme per migliorare diagnosi, prognosi e qualità di vita dei pazienti. L’Aou di Sassari continua a rafforzare il proprio ruolo di centro di riferimento regionale per l’innovazione clinica, la medicina di precisione e l’assistenza ad alta complessità».
NSCLC avanzato: radioterapia sequenziale più immunoterapia associata a una sopravvivenza maggiore rispetto alla somministrazione concomitante - Vera Health
📰 Vera Health📅 2026-06-03T11:34:05
immunoterapia
NSCLC avanzato: radioterapia sequenziale più immunoterapia associata a una sopravvivenza maggiore rispetto alla somministrazione concomitante Vera Health
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Tumore del pancreas e melanoma, tra farmaci intelligenti e immunoterapia: speranze per cure sempre più efficaci DiLei
Laureato in medicina e Chirurgia ha da subito abbracciato la sfida della divulgazione scientifica: raccontare la scienza e la salute è la sua passione. Ha collaborato e ancora scrive per diverse testate, on e offline.
123RF Tumore del pancreas e melanoma, nuove cure
Per chi si occupa di tumori, l’appuntamento del Congresso della Società Americana di Oncologia Clinica (ASCO) rappresenta un’occasione unica per fare il punto e soprattutto sul futuro dei trattamenti di queste patologie. Nell’occasione, infatti, vengono presentati gli studi più significativi, che consentono di disegnare il domani pur se i farmaci di cui si parla magari (in certi casi) non sono ancora disponibili.
Anche quest’anno, l’appuntamento tenutosi a Chicago ha messo in luce tanti aspetti che aprono il cuore alla speranza. In particolare, alcune ricerche sono state di grande impatto, consentendo di aprire nuove prospettive per la cura del tumore avanzato del pancreas e per il trattamento del melanoma cutaneo.
Pancreas, il farmaco sperimentale che raddoppia la sopravvivenza
Per il trattamento del tumore metastatico del pancreas, quindi non nelle primissime fasi di malattia, sono stati presentati gli ultimi risultati di uno studio condotto con daraxonrasib. Questo farmaco riduce al silenzio l’oncogene RAS che, quando attivato, induce una crescita tumorale incontrollata: questa mutazione è presente nella maggioranza dei tumori.
Il farmaco, in particolare, è il primo ad aver dimostrato di poter spegnere gli effetti del gene in questione nel tumore del pancreas. A Chicago si è visto che il medicinale, capace di agire come un vero e proprio “mastice” molecolare che ingabbia la proteina RAS mutata e ne blocca il segnale di crescita e proliferazione per la cellula malata, può allungare l’aspettativa di vita dei pazienti con tumore del pancreas già trattati con chemioterapia.
Attenzione: il vantaggio è particolarmente significativo considerando che il trattamento raddoppia la sopravvivenza complessiva e la sopravvivenza libera da progressione, triplica il tasso di risposte obiettive, migliora la qualità di vita e riduce il ricorso alla terapia del dolore”. Il tutto, con un soddisfacente profilo di tollerabilità (si parla soprattutto di effetti collaterali per la mucosa della bocca e per la pelle, con una via di somministrazione particolarmente comoda, ovvero per bocca.
Melanoma, la terapia combinata è “su misura”
I risultati a 5 anni dello studio di Fase 2b KEYNOTE-942 confermano la solidità e la tenuta nel tempo del vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma. I dati dicono che la combinazione del vaccino anti-cancro personalizzato (intismeran) e dell’immunoterapia standard (pembrolizumab) riduce del 49% il rischio di recidiva o morte rispetto alla sola immunoterapia nei pazienti con melanoma ad alto rischio.
In Italia, così come in altre parti del mondo, è in corso lo studio di fase 3, avviato per primo all’Istituto Pascale di Napoli da Paolo Ascierto, ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus.
“I risultati presentati all’ASCO confermano che la strada intrapresa con il vaccino a mRNA è quella giusta e che l’efficacia della combinazione con l’immunoterapia si mantiene costante nel tempo – commenta Ascierto -. Ridurre del 49% il rischio di recidiva e del 59% quello di metastasi a distanza a cinque anni apre prospettive cliniche importantissime per il futuro dei pazienti ad alto rischio”.
Lo studio ha coinvolto 157 pazienti con melanoma operati, divisi in due gruppi per valutare l’efficacia della terapia adiuvante (post-chirurgica). A cinque anni dall’intervento, il 68,8% dei pazienti trattati con l’accoppiata vaccino più immunoterapia è completamente libero da tumore, contro il 49,1% di chi ha ricevuto solo l’immunoterapia.
Inoltre, la combinazione ha ridotto del 59% il rischio che il melanoma si diffonda in altri organi del corpo. Ma il dato forse più impressionante è che il 92,2% dei pazienti del gruppo vaccino è vivo a cinque anni, rispetto al 71,3% del gruppo di controllo. Il tutto, con la personalizzazione assoluta del trattamento anti-cancro testato.
“Non si tratta di un vaccino preventivo tradizionale, ma di una terapia creata ‘su misura’ per ogni singolo paziente – spiega Ascierto -. Attraverso l’analisi del tumore rimosso chirurgicamente, sono stati identificati fino a 34 neoantigeni, ovvero le ‘firme’ proteiche specifiche ed esclusive di quel determinato melanoma. Sulla base di queste informazioni, è stato sintetizzato un filamento di mRNA che, una volta iniettato, istruisce i linfociti T, cioè i soldati del sistema immunitario, a riconoscere e distruggere qualsiasi cellula tumorale residua che tenti di nascondersi o riprodursi”.
L’immunoterapia con pembrolizumab toglie il “freno” al sistema immunitario che il tumore usa per difendersi; il vaccino intismeran, invece, fornisce ai linfociti T l’identikit esatto del bersaglio da colpire.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Da Siena svolta mondiale contro il melanoma e le metastasi al cervello: sopravvivenza al 30% dopo 10 anni di immunoterapia Siena News
Un tumore aggressivo, metastasi già arrivate al cervello e una prospettiva che per lungo tempo, dopo la diagnosi, è stata di pochi mesi. Da Siena arriva però uno studio che cambia il quadro: grazie alla doppia immunoterapia, oltre il 30% dei pazienti trattati è vivo a dieci anni.
Il risultato arriva dallo studio NIBIT-M2 dell’Aou Senese, presentato al congresso mondiale ASCO di Chicago.
Si tratta del primo studio al mondo a dimostrare una sopravvivenza superiore al 30% a dieci anni nei pazienti con melanoma e metastasi cerebrali asintomatiche trattati con la combinazione di ipilimumab e nivolumab. Un risultato considerato di particolare rilievo perché riguarda una condizione che, fino a pochi anni fa, era associata a una prognosi molto sfavorevole.
Lo studio è stato realizzato dall’Uoc Immunoterapia Oncologica dell’Aou Senese, diretta dal professor Michele Maio, ordinario di Oncologia Medica dell’Università di Siena e presidente della Fondazione NIBIT, che ha promosso la ricerca. I risultati finali sono stati presentati al congresso dell’American Society of Clinical Oncology da Anna Maria Di Giacomo, professoressa ordinaria di Oncologia Medica all’Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di Fase I/II del Centro di Immuno-Oncologia dell’Aou Senese.
“Le metastasi cerebrali da melanoma sono associate a una prognosi particolarmente sfavorevole e a una gestione clinica molto complessa. Per molti anni questi pazienti non hanno avuto opzioni terapeutiche efficaci e una sopravvivenza di pochi mesi”, spiega la professoressa Di Giacomo.
NIBIT-M2 è uno studio di fase III, multicentrico e randomizzato, che ha coinvolto pazienti con melanoma metastatico e metastasi cerebrali attive, non trattate e asintomatiche, arruolati in nove centri italiani. I pazienti non avevano ricevuto precedenti terapie sistemiche per la malattia avanzata.
La ricerca ha confrontato tre strategie: la chemioterapia con fotemustina, la combinazione di ipilimumab e fotemustina, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. L’obiettivo principale era valutare la sopravvivenza globale, mentre tra gli obiettivi secondari rientravano il controllo della malattia, anche a livello cerebrale, e la sicurezza del trattamento.
Dopo un follow-up mediano di 125 mesi, il gruppo trattato con ipilimumab e nivolumab ha mostrato una sopravvivenza globale a dieci anni pari al 32%. La sopravvivenza specifica per melanoma ha raggiunto il 36%, mentre la sopravvivenza libera da progressione intracranica a dieci anni è risultata pari al 29%.
“Questi dati dimostrano che una quota significativa di pazienti con melanoma e metastasi cerebrali può ottenere un beneficio molto prolungato nel tempo dalla doppia immunoterapia”, sottolinea Di Giacomo. “Non parliamo solo di un prolungamento della sopravvivenza, ma della possibilità concreta, per molti pazienti, di mantenere il controllo della malattia a lungo termine”.
Un altro elemento importante riguarda il trattamento nel lungo periodo. Tra i pazienti vivi a dieci anni trattati con ipilimumab e nivolumab, il 70% non ha ricevuto più alcuna terapia antitumorale. Un dato che rafforza l’ipotesi di un controllo persistente della malattia anche dopo la sospensione dell’immunoterapia.
“NIBIT-M2 mostra che l’immunoterapia può essere efficace anche in presenza di metastasi cerebrali asintomatiche e che il beneficio può mantenersi nel lunghissimo periodo”, commenta il professor Maio. “Il dato a dieci anni è importante perché sposta la prospettiva di vita dei pazienti: in una malattia storicamente associata a una prognosi molto severa, oggi possiamo osservare pazienti vivi a lungo termine e, in molti casi, senza necessità di continuare le cure”.
Accanto ai risultati clinici, lo studio ha valutato anche alcuni marcatori biologici attraverso la biopsia liquida, cioè l’analisi del DNA tumorale circolante nel sangue, nell’ambito del programma AIRC “5 per mille” EPICA, coordinato dal professor Maio. I risultati suggeriscono che il profilo di metilazione del DNA possa aiutare a individuare i pazienti destinati a beneficiare più a lungo dell’immunoterapia, monitorando la risposta in modo non invasivo.
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Tumore alla prostata, una terapia potrebbe ridurre gli effetti collaterali a livello cognitivo la Repubblica
Il darolutamide è un farmaco orale (un inibitore del recettore per gli androgeni) impiegato nel trattamento del tumore alla prostata, con diverse indicazioni. Ed è una molecola ampiamente studiata dai ricercatori. Le ultime notizie sul farmaco sono quelle che arrivano da Chicago, dove ieri si è concluso il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco). Non si tratta di dati di efficacia del farmaco sulla malattia in sé, ma del profilo di sicurezza della molecola. Nello specifico, la ricerca presentata oltreoceano ha mostrato che, rispetto a enzalutamide, un altro trattamento della stessa categoria impiegato per il tumore alla prostata, darolutamide si associa a un ridotto declino cognitivo. Un dato importante da considerare nella scelta delle terapie contro la malattia, ricordano gli esperti.
L’importanza di valutare anche gli aspetti cognitivi
“Il cancro alla prostata solo in Italia colpisce ogni anno più di 40mila uomini - afferma Orazio Caffo, professore associato di Oncologia all’Università di Trento e Direttore dell’Uo di Oncologia Medica dell’Ospedale Santa Chiara di Trento - Nella scelta del trattamento in stadio avanzato i clinici e i pazienti devono tenere sempre più in considerazione non solo la sopravvivenza e il controllo della malattia, ma anche l’impatto sulla vita quotidiana. In particolare, alcune terapie a lunga somministrazione, possono compromettere le funzioni cognitive. La qualità di vita va sempre garantita ed è fondamentale nella gestione della neoplasia”.
Alcuni inibitori del recettore degli androgeni (ARi) - la classe cui appartiene il darolutamide - sono associati ad effetti collaterali a livello del sistema nervoso centrale (come cadute, ma anche difficoltà di ragionamento). Alcuni dati preclinici e analisi di imaging su soggetti sani hanno mostrato che il darolutamide ha una ridotta capacità di attraversare la barriera emato-encefalica, lasciando supporre un minor impatto a livello del sistema nervoso centrale rispetto ad altri farmaci della stessa categoria. Il farmaco a oggi è indicato per il trattamento di alcuni tumori alla prostata in fase avanzata, come cancro della prostata non metastatico resistente alla castrazione (nmCRPC) ad alto rischio di metastasi, cancro della prostata metastatico ormono-sensibile (mHSPC) più terapia di deprivazione androgenica in associazione o meno con chemioterapia.
Lo studio Aracog: i dati presentati all’Asco
Nello studio Aaracog che ha coinvolto 111 pazienti con tumore alla prostata in fase avanzata, alcuni hanno ricevuto darolutamide altri enzalutamide, un altro inibitore del recettore degli androgeni, sempre orale. Scopo della sperimentazione - ancora in corso (la raccolta dati si prevede che duri almeno 48 settimane) - è valutare l’impatto sulla qualità di vita, nello specifico sulla sfera cognitiva. I pazienti, a 12 o 24 settimane dall’inizio del trattamento potevano passare all'altra terapia in presenza di effetti collaterali - valutati con test oggettivi e soggettivi - come declino cognitivo evidente o cadute. A 24 settimane, tutti i pazienti che avevano cambiato il trattamento (23 persone) erano stati originariamente assegnati a enzalutamide e sono passati a darolutamide. Ma non solo: il declino cognitivo dei pazienti trattati con darolutamide era minore (nel dettaglio la una variazione cognitiva mediana era pari a -15,8%, rispetto al - 36,1% osservato per l’enzalutamide).
“I dati, presentati a Chicago, evidenziano chiaramente un minor declino cognitivo con darolutamide rispetto a enzalutamide - riprende Caffo - Si tratta di uno studio scientifico molto significativo, pur con un follow-up ancora limitato, che per la prima volta confronta due inibitori della via del recettore degli androgeni da questo punto di vista, confermando che la struttura molecolare della darolutamide può determinare un impatto più limitato sulla funzione cognitiva”.
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Leucemia mieloide cronica, asciminib conferma efficacia e sicurezza a 3 anni Adnkronos
Novartis ha annunciato oggi i dati positivi a 3 anni dello studio registrativo di fase 3 Asc4first, presentati al Congresso annuale 2026 dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), nella leucemia mieloide cronica. Questi risultati forniscono evidenze a lungo termine che mostrano come asciminib garantisca risposte molecolari progressivamente superiori alla settimana 144 rispetto agli inibitori della tirosin-chinasi (Tki) già consolidati, rafforzando la fiducia nella durata della risposta al trattamento. Asc4first ha confrontato il tasso di Mmr del trattamento oggetto dello studio con i Tki standard di cura (SoC) selezionati dallo sperimentatore (imatinib e Tki di seconda generazione [2G]), in pazienti adulti con leucemia mieloide cronica in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo (Lmc-Cp Ph+) di nuova diagnosi. I dati a lungo termine hanno mostrato una differenza progressivamente maggiore nei tassi di MMR a favore del trattamento in studio rispetto ai Tki SoC, sia imatinib che i 2G-Tki.
I dati a 144 settimane - informa una nota - evidenziano tassi di risposta molecolare maggiore più elevati rispetto agli inibitori tirosin chinasici standard di cura, con un vantaggio che aumenta nel temppo. In particolare, quasi il 24% di pazienti in più ha raggiunto la risposta molecolare maggiore rispetto a tutti i Tki SoC e oltre il 32% rispetto al solo imatinib, mentre il vantaggio rispetto ai 2G-TKI è stato pari al 15,2%1. "Nel trattamento della leucemia mieloide cronica, le prime fasi della terapia - dichiara Massimo Breccia, associato di Ematologia presso l’Università Sapienza di Roma - sono determinanti per l’evoluzione della malattia. Ottenere risposte molecolari rapide e profonde fin dall’inizio è fondamentale per ridurre il rischio di progressione e migliorare gli esiti nel lungo periodo. Tuttavia, una quota rilevante di pazienti non raggiunge ancora risultati ottimali nelle fasi precoci, con possibili implicazioni sul controllo della malattia. Per questo è sempre più importante disporre di opzioni terapeutiche altamente efficaci già in prima linea".
Accanto all’efficacia, emerge il tema della tollerabilità, elemento chiave per garantire continuità terapeutica e massimizzare i benefici del trattamento nel tempo. I dati hanno mostrato, a 144 settimane, un profilo di sicurezza coerente con il follow-up a 4 anni dello studio di fase 3 Ascembl, senza evidenziare problematiche legate alla sicurezza. Rispetto ad imatinib ed ai 2G-TKI, lo studio ha anche mostrato un numero inferiore di eventi avversi (AEs) di grado ≥3, con conseguente minor necessità di ridurre il dosaggio ed un tasso inferiore del 50% nelle interruzioni del trattamento.
"Per molti pazienti, convivere con la Lmc significa seguire una terapia per anni, e questo rende centrale l’equilibrio tra efficacia e tollerabilità - afferma Raffaele Palmieri, ricercatore Ematologia dipartimento di Bio Medicina e prevenzione Università degli Studi di Roma Tor Vergata -. Gestire una malattia cronica implica bilanciare controllo della patologia e impatto del trattamento sulla vita quotidiana: gli effetti collaterali possono ostacolare la continuità terapeutica e l’aderenza. Permane dunque il bisogno clinico di terapie efficaci e ben tollerate nel lungo termine, che permettano risposte profonde con la prospettiva di una remissione libera da trattamento".
"Con oltre 25 anni di esperienza nella Lmc,abbiamo contribuito a trasformare questa patologia in una condizione cronica - afferma Paola Coco, Chief Scientific Officer & Medical Affairs Head di Novartis Italia -. Oggi l'aspettativa di vita dei pazienti è paragonabile a quella della popolazione generale. Il progresso scientifico continua ad aprire nuove possibilità, non solo in termini di efficacia e di qualità di vita nel lungo periodo, ma anche verso la prospettiva, come obiettivo della ricerca, di un futuro libero da trattamento. Per questo, la collaborazione con la comunità scientifica e le istituzioni rimane centrale per garantire che l’innovazione si traduca in opportunità concrete di cura accessibile".
In Italia, dal 2023 il farmaco oggetto dello studio rappresenta uno standard di cura per i pazienti precedentemente trattati con due o più Tki. L’impiego nelle linee precoci non è al momento ancora rimborsato. Asc4first - dettaglia la nota - è uno studio di fase 3, testa a testa, multicentrico, in aperto e randomizzato, che confronta asciminib orale 80 mg una volta al giorno rispetto ai Tki di prima o seconda generazione selezionati dagli sperimentatori (imatinib, nilotinib, dasatinib o bosutinib) in 405 pazienti adulti con Ph+ Cml-Cp di nuova diagnosi. Lo studio ha raggiunto entrambi gli endpoint primari, con asciminib che ha dimostrato tassi di Mmr superiori alla settimana 48 rispetto ai Tki standard di cura selezionati dagli sperimentatori (67,7% vs. 49,0%) e al solo imatinib (69,3% vs. 40,2%), nonché l’endpoint secondario, non potenziato statisticamente, per lo strato dei Tki di seconda generazione (66% vs. 57,8%). Lo studio è tuttora in corso, con ulteriori analisi di efficacia e sicurezza pianificate. Asciminib - conclude la nota - è il primo trattamento per la Lmc che agisce mirando specificamente alla tasca miristoilica di Abl (definito come inibitore Stamp).
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Vaccino a mRNA più immunoterapia: benefici duraturi contro il melanoma Focus.it
La combinazione tra un vaccino personalizzatoa mRNAeun'immunoterapiasi è rivelata altamente efficace nelprevenire recidiva e morte per melanomain pazienti che avevano già affrontato la rimozione chirurgica del tumore. L'abbinamento dei due farmaci, che reclutano le cellule immunitarie per eliminare quelle cancerose,ha abbassato del 49%il rischio di ritorno di melanoma o di decesso per questa forma di cancro: la riduzione è stata misurata 5 anni dopo l'asportazione iniziale del tumore. I risultati dello studio, presentati il primo giugno, al meeting annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago (il più importante appuntamento mondiale nel campo dell'oncologia) sono stati pubblicati sulJournal of Clinical Oncology. Il vaccino si chiamaintismeraned è diverso dai vaccini tradizionali. Non serve, infatti, a prevenire una malattia maè una terapia personalizzata, costruita su misura per i pazienti sulla base delle mutazioni presenti sul loro tumore. Utilizza l'RNA messaggero (mRNA: la molecola che fa da tramite tra il DNA e i ribosomi, le fabbriche di proteine nelle cellule) per insegnare alsistema immunitarioa riconoscere le cellule tumorali come diverse da quelle sane. In particolare, insegna alle cellule immunitarie a riconoscere specifiche proteine presenti sulle cellule tumorali ma assenti in quelle sane, ineoantigeni. Come spiegato suOsservatorio Terapie Avanzate, l'"addestramento" funziona così. Dopo l'asportazione del tumore, il DNA delmelanoma(il più pericoloso tra i tumori della pelle) viene sequenziato per inviduare i neoantigeni sulle sue cellule. In laboratorio, viene creato un mRNA, cioè una molecola che contiene le istruzioni per creare una determinata proteina virale, che può codificare fino a 34 neoantigeni tumorali personalizzati: quando il paziente riceve il vaccino, il suo sistema immunitarioviene addestrato a colpire queste proteine-bersaglio. Così, nel caso vi fossero cellule tumorali residue, i linfociti T (i globuli bianchi che combattono tumori e infezioni) sarebbero pronti ad attaccarle. I ricercatori della NYU Langone Health (USA) hanno testato il valore aggiunto del vaccino su pazienti che già erano trattati conun'immunoterapia standard per il melanoma avanzato, ilpembrolizumab(Keytruda). A 107 pazienti che erano stati operati per rimuovere il melanoma è stata assegnata una terapia che abbinava il vaccino all'immunoterapico; ad altri 50 soltanto l'immunoterapia. Lo studio clinico di fase II (chiamato KEYNOTE-942) è stato finanziato da Moderna e Merck, le due case farmaceutiche produttrici del vaccino a mRNA e dell'immunoterapia. Alla fine dei 5 anni stabiliti come durata dello studio, il 68,8% dei pazienti che aveva assunto la combo tra vaccino e immunoterapia è rimasto libero dal cancro, contro il 49,1% dei pazienti che non aveva assunto il vaccino (ma solo l'immunoterapia). Significa che aggiungere il farmaco a mRNA allo standard di cura ha ridotto il rischio di una nuova occorrenza del melanoma del 49%. Inoltre, questa combinazione di farmaciha ridotto il rischio di metastasi in altre parti del corpo del 59%. La sopravvivenza è stata del 92,2% nel gruppo trattato con entrambi i prodotti e del 71,3% in quello trattato solo con immunoterapia. Il melanoma è noto per la capacità delle sue cellule di sfuggire ai controlli del sistema immunitario e disviluppare resistenza alle immunoterapie. Il pembrolizumab, l'immunoterapia ormai nello standard delle cure contro il melanoma, impedisce alle cellule tumorali di nascondersi e riattiva il sistema immunitario contro di esso. Il vaccino insegna al sistema immunitario a riconoscere le cellule tumorali da quelle sane, superando il problema di una possibile resistenza all'immunoterapia. Uno studio clinico di fase III è già in corso per capire se la combinazione di vaccino più immunoterapia non debba servire come prima linea di trattamento contro le forme aggressive di melanoma. Ma il vaccino è già in fase di test anche per laprevenzione delle ricadute di altri tipi di tumore, come quello ai polmoni.
In Portogallo verrà testata una nuova iniezione contro il cancro dopo i risultati "senza precedenti" di una sperimentazione clinica - Portugal Resident
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Criteri Critici
In Portogallo verrà testata una nuova iniezione contro il cancro dopo i risultati "senza precedenti" di una sperimentazione clinica Portugal Resident
Un trattamento rivoluzionario contro il cancro, acclamato come uno dei progressi più promettenti in oncologia, sta per essere testato in Portogallo dopo aver ottenuto risultati che gli esperti hanno definito "senza precedenti" negli studi clinici internazionali.
Il farmaco iniettabile, chiamato amivantamab, sarà offerto ai pazienti in cinque ospedali portoghesi nell'ambito di un'importante sperimentazione clinica di fase III che coinvolgerà circa 500 pazienti fino al 2029.
Il reclutamento per la sperimentazione portoghese è già in corso presso gli ospedali Gaia-Espinho, IPO Porto, Santa Maria e CUF Descobertas di Lisbona e Portimão.
Lo studio si concentrerà su pazienti affetti da tumori della testa e del collo altrimenti incurabili che non hanno ancora ricevuto alcun trattamento. I partecipanti riceveranno la nuova iniezione insieme all'immunoterapia nel tentativo di massimizzare le possibilità di successo, secondo quanto riportato. Espresso giornale.
L'oncologo Diogo Alpuim Costa, responsabile della parte portoghese della sperimentazione, ha dichiarato a Expresso che il primo paziente dovrebbe iniziare il trattamento questo mese presso il CUF Descobertas.
Il trattamento ha sbalordito il mondo medico dopo che i ricercatori hanno rivelato che è riuscito a ridurre o eliminare completamente i tumori in pazienti affetti da tumori avanzati della testa e del collo, diventati resistenti alle terapie convenzionali.
I risultati presentati al congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO) a Chicago hanno mostrato che 43 pazienti su 102 hanno risposto al trattamento. Tra questi, 28 hanno registrato una significativa riduzione del tumore, mentre 15 hanno visto il cancro scomparire completamente nel giro di poche settimane.
Gli esperti hanno definito i risultati straordinari.
"Si tratta di risposte eccezionalmente forti in pazienti la cui malattia è diventata resistente sia alla chemioterapia che all'immunoterapia", ha affermato il professor Kevin Harrington dell'Istituto di ricerca sul cancro di Londra. "Si tratta di gruppi di pazienti le cui opzioni terapeutiche sono estremamente limitate, quindi osservare questo livello di beneficio è davvero impressionante", ha aggiunto il professore. The Guardian giornale.
"Questo trattamento ha il potenziale per giovare a migliaia di pazienti ogni anno", ha aggiunto.
In Portogallo, il farmaco è oggetto di studio per il trattamento di alcune forme di cancro ai polmoni, con risultati promettenti, e la ricerca potrebbe essere estesa per testarne l'efficacia su altri tipi di tumore, come quello al colon, al cervello e allo stomaco. Attualmente sono in corso circa 60 studi clinici in tutto il mondo.
Il farmaco agisce attaccando il cancro su più fronti. Blocca due vie metaboliche chiave utilizzate dai tumori per crescere e resistere alle terapie, aiutando al contempo il sistema immunitario a identificare e distruggere le cellule cancerose.
A differenza di molte terapie antitumorali, l'amivantamab viene somministrato tramite iniezione sottocutanea anziché attraverso lunghe infusioni endovenose, rendendo il trattamento più rapido e comodo per i pazienti. Le dosi vengono somministrate una volta ogni tre settimane.
In Portogallo, ogni anno vengono diagnosticati tra i 2,500 e i 3,000 casi di tumore alla testa e al collo. Se la sperimentazione di fase III confermerà i promettenti risultati preliminari, i medici ritengono che il trattamento potrebbe diventare ampiamente disponibile nei prossimi anni, offrendo una nuova speranza ai pazienti affetti da alcuni dei tumori più difficili da trattare.
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Cancro della prostata, la terapia ormonale «intensificata» riduce il rischio recidiva Il Sole 24 ORE
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La prostatectomia radicale è un trattamento potenzialmente curativo nelle persone con tumore della prostata ad alto rischio, localizzato o localmente avanzato; purtroppo fino alla metà dei pazienti presenterà una recidiva nell’arco di 5 anni. Il trial Proteus, un grande studio di fase 3, presentato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) e pubblicato in contemporanea sul New England Journal of Medicine, è andato a vedere se un nuovo approccio terapeutico fosse in grado di migliorare gli esiti della terapia. E i suoi risultati potrebbero effettivamente cambiare il paradigma di trattamento del tumore della prostata localizzato ad alto rischio, il cui punto forte resta la chirurgia (in particolare quella robotica), coadiuvata dalla terapia ormonale con anti-androgeni e dalla radioterapia.
Un nuovo approccio
Lo studio Proteus ha valutato l’efficacia di un nuovo approccio terapeutico, cioè la combinazione di apalutamide associata alla terapia di deprivazione androgenica, confrontandola con la classica terapia di deprivazione ormonale; entrambi le terapie sono state somministrate sia sei mesi prima, che sei mesi dopo la prostatectomia radicale con dissezione dei linfonodi pelvici. Per valutare l’efficacia di questo nuovo approccio, sono stati coinvolti oltre 2 mila pazienti arruolati in 18 Paesi, compresa l’Italia. Dopo un follow up mediano di quasi 62 mesi, la percentuale di pazienti con risposta patologica completa o con malattia minima residua era significativamente più alta nel gruppo trattato con apalutamide peri-operatoria, che nel gruppo di controllo (rispettivamente 8,9% contro l’1%).
In altre parole, i pazienti trattati con apalutamide prima dell’intervento avevano una probabilità circa 10 volte superiore di presentare una marcata riduzione del volume del tumore al momento della chirurgia. I soggetti trattati con apalutamide hanno mostrato inoltre una riduzione del 29% del rischio di recidiva del tumore e una maggior sopravvivenza libera da eventi (57,1 mesi con apalutamide, contro 38,4 mesi del gruppo di controllo). Anche la percentuale dei pazienti con sopravvivenza libera da metastasi a 5 anni è risultata del 20% maggiore nel gruppo trattato con apalutamide.
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«La nostra ricerca – spiega la prima autrice dello studio, la dottoressa Mary-Ellen Taplin, del Dana–Farber Cancer Institute (Boston, Usa) - ha valutato l’effetto di un trattamento di deprivazione androgenica ‘intensificato’ per ridurre il volume del tumore, bonificare eventuali focolai microscopici di tumore e migliorare gli esiti del trattamento a lungo termine. I risultati favorevoli ottenuti nel Proteus supportano l’utilizzo di apalutamide associata ad ADT e prostatectomia radicale, come possibile nuova opzione terapeutica per i pazienti con carcinoma prostatico localizzato ad alto rischio».
Tagliare gli androgeni al tumore
La terapia di deprivazione androgenica (ADT) riduce la produzione di androgeni, ormoni che possono favorire la crescita del tumore della prostata. L’apalutamide invece appartiene alla nuova classe degli inibitori della via del recettore degli androgeni (ARPI); si tratta di farmaci che bloccano l’azione degli androgeni e, in associazione con l’ADT, riducono ulteriormente il rischio di recidiva o metastasi, come dimostra lo studio Proteus. I pazienti con carcinoma prostatico ad alto rischio, trattati con prostatectomia radicale, associata ad apalutamide e terapia di deprivazione androgenica (ADT), vivono più a lungo senza recidive o diffusione del tumore, rispetto ai soggetti trattati con chirurgia e ADT.
I prossimi step
I prossimi step dei ricercatori, sulla scia dei risultati dello studio Proteus, consisteranno nel valutare il rapporto tra la riduzione del tumore e gli esiti clinici a lungo termine; identificare biomarcatori in grado di prevedere quali pazienti potranno beneficiare maggiormente dell’apalutamide; comprendere se e quando questo nuovo trattamento possa perdere efficacia; analizzare gli esiti riferiti dai pazienti per valutare l’impatto della terapia sulla qualità di vita.