📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
40.7/100
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Criteri Critici
La salute diventa un gioco di squadra: screening oncologici aperti a uomini e donne MarsicaLive
Civitella Roveto. Quando la risposta dei cittadini supera le aspettative, la macchina organizzativa non si ferma, ma si moltiplica. È quello che sta accadendo a Civitella Roveto, dove la forte sensibilità dimostrata dalla popolazione nei confronti della prevenzione sanitaria ha spinto l’amministrazione comunale e la LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) a rimodulare una delle giornate più importanti dedicate alla salute pubblica.
Lo screening senologico per la prevenzione del tumore al seno, inizialmente previsto con il rinomato chirurgo e oncologo dottor Antonio Addari, è stato ufficialmente posticipato al 22 novembre 2026, a partire dalle ore 15. Una decisione inevitabile e virtuosa, dettata dallo straordinario e “record” volume di prenotazioni e richieste pervenute agli uffici comunali.
Il rinvio strategico, tuttavia, porta con sé una grande novità che trasforma l’evento in una vera e propria maratona della salute di coppia e familiare. La nuova data permetterà infatti di unire le forze: accanto allo screening senologico del dott. Addari, la giornata vedrà la partecipazione straordinaria del dottor Leone, specialista che effettuerà visite di screening maschile per la prevenzione del tumore alla prostata. Un’occasione cruciale per abbattere i tabù e spingere anche la popolazione maschile a fare un controllo, offrendo a mariti, padri e figli le stesse opportunità di diagnosi precoce riservate alle donne.
Una struttura ad hoc in Piazza Gran Sasso. Per gestire al meglio il flusso di cittadini e garantire la massima privacy e comfort clinico, la macchina logistica si è attivata con il prezioso supporto del volontariato locale. L’intera manifestazione si svolgerà in Piazza Gran Sasso, all’interno di una speciale struttura al chiuso che verrà allestita e riscaldata appositamente per l’evento dai volontari della Croce Verde Valle Roveto.
Dal Comune esprimono profonda gratitudine verso l’intera comunità per la straordinaria risposta di fiducia, estendendo il ringraziamento alla LILT, ai medici e alla Croce Verde per la totale disponibilità a riorganizzare l’agenda: “La prevenzione è il primo e più importante passo per prenderci cura della nostra salute. Questa nuova formula ci permette di non lasciare indietro nessuno e di allargare l’abbraccio della prevenzione a tutta la cittadinanza, senza distinzioni”.
I dettagli operativi sulle modalità di accesso e l’ordine delle visite saranno resi noti a ridosso dell’evento. L’invito resta quello di segnare in rosso la data sul calendario: sabato 22 novembre, a Civitella Roveto, la salute viene prima di tutto.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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53.3/100
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Criteri Critici
Tumore prostata, dalle urine nuove prospettive per diagnosi meno invasive: lo studio dell'ospedale di Biella Radio Gold News
Tumore prostata, dalle urine nuove prospettive per diagnosi meno invasive: lo studio dell’ospedale di Biella
BIELLA – L’analisi dei microrganismi rilevabili nelle urine potrebbe aprire nuove prospettive per individuare le forme clinicamente più significative di tumore alla prostata attraverso strumenti meno invasivi. È la possibilità su cui sta lavorando un gruppo di ricercatori dell’ospedale di Biella, in collaborazione con la Fondazione Edo ed Elvo Tempia e la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti. I primi risultati, ancora preliminari, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale The Journal of Liquid Biopsy.
Il tumore alla prostata è la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini. Il percorso per arrivare alla diagnosi si basa sul dosaggio del Psa, sulla risonanza magnetica e, quando indicato, sulla biopsia. Una delle principali sfide per gli specialisti è distinguere precocemente le forme che richiedono un trattamento da quelle che possono essere monitorate, riducendo il ricorso a procedure invasive non necessarie.
La ricerca biellese si concentra sulla cosiddetta biopsia liquida, un approccio che punta a ricavare informazioni sulla malattia attraverso campioni biologici come sangue o urine. In particolare, gli studiosi hanno analizzato il microbioma urinario, cercando possibili associazioni tra le tracce dei microrganismi rilevate nelle urine e la presenza e il grado del tumore alla prostata.
Per la prima volta in questo ambito è stata applicata alle urine la tecnologia PathoChip, una piattaforma in grado di rilevare contemporaneamente segnali riconducibili a batteri, virus, funghi e parassiti. Il gruppo di ricerca ha messo a punto un metodo ripetibile che utilizza 8 millilitri di urina del primo mattino, raccolti senza massaggio prostatico e senza procedure invasive.
Lo studio ha coinvolto finora 35 uomini seguiti all’ospedale di Biella, nei quali una risonanza magnetica aveva fatto emergere il sospetto di un tumore alla prostata. La successiva biopsia ha confermato la presenza della malattia in 19 pazienti, mentre in 16 non è stata riscontrata una neoplasia.
Dall’analisi sono emersi alcuni segnali da approfondire. In particolare, tracce riconducibili alla famiglia batterica delle Streptococcaceae sono risultate più rappresentate nei tumori con grado ISUP pari o superiore a 2. Si tratta però di risultati esplorativi, che dovranno essere verificati su gruppi di pazienti più numerosi. La ricerca non dimostra quindi, al momento, l’efficacia di un nuovo test diagnostico, ma individua possibili piste per la ricerca di marcatori associati alle forme di tumore clinicamente più rilevanti.
Lo studio nasce dalla collaborazione tra la Struttura Complessa di Urologia dell’ospedale di Biella, diretta da Stefano Zaramella, la Radiologia dell’Asl di Biella, diretta da Valeria Malfitana, il Laboratorio di Genomica della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, coordinato da Giovanna Chiorino, e la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania.
La ricerca proseguirà nell’ambito di un programma più ampio. A Biella è attivo anche il Clinical Trial Center dell’Asl, struttura che supporta gli studi clinici nella raccolta e gestione dei dati e negli aspetti organizzativi e regolatori della ricerca.
Il progetto valorizza anche l’attività dell’Urologia dell’ospedale di Biella, che dispone di strumenti diagnostici dedicati e utilizza la chirurgia mininvasiva e robotica. Secondo i dati diffusi dall’Asl, nel 2025 il reparto ha eseguito 110 interventi di prostatectomia radicale per tumore alla prostata, risultando terzo in Piemonte, a pari merito con l’ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo. La pubblicazione rappresenta così un nuovo passo nella collaborazione tra l’Asl di Biella, la Fondazione Tempia e i centri di ricerca internazionali, con l’obiettivo di sviluppare in futuro strumenti sempre più precisi e meno invasivi per la valutazione dei pazienti.
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Criteri Critici
La Cina annuncia una cura a basso costo contro il cancro che riduce i tempi di trattamento. Vietnam.vn
Gli esperti medici cinesi affermano di poter creare cellule in grado di combattere il cancro all'interno del corpo umano utilizzando strumenti di terapia genica. Secondo il South China Morning Post, un gruppo di ricercatoricinesiha appena pubblicato un nuovo metodo che contribuisce a rendere la terapia cellulare personalizzata – altamente specializzata e costosa – accessibile al trattamento dei tumori del sangue e di molte altre gravi malattie in modo significativamente più semplice ed economico. Questa terapia, nota come CAR-T (terapia con cellule T con recettore chimerico per l'antigene), è una forma di immunoterapia che ha registrato una crescita significativa negli ultimi anni, non solo nel trattamento dei tumori del sangue, ma anche dimostrandosi efficace in malattie come l'asma e le malattie autoimmuni. Tuttavia, il suo costo elevato e il complesso processo di produzione ne rendono difficile l'accesso diffuso. L'immunoterapia,nota anche come terapia biologica, è un trattamento oncologico che sfrutta il sistema immunitario naturale del corpo per combattere la malattia. Questo tipo di terapia può migliorare o modificare il funzionamento del sistema immunitario, potenziandone la capacità di riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Inoltre, l'immunoterapia può modulare o sopprimere il sistema immunitario, una pratica nota come terapia immunosoppressiva. Secondo un team di ricerca di Wuhan, in Cina, i limiti della terapia CAR-T derivano principalmente dal suo complesso processo di produzione, dai rigorosi requisiti logistici, dai lunghi tempi di attesa e dal costo "inaccessibile". Uno studio pubblicato su Nature lo scorso anno ha indicato che le terapie CAR-T commerciali, autorizzate per la prima volta negli Stati Uniti nel 2017, hanno un costo compreso tra 370.000 e 530.000 dollari, escluse le spese di ricovero e i farmaci per gli effetti collaterali. Per superare questo problema,gli scienziaticinesi hanno utilizzato la terapia genica, sviluppando un vettore virale – un virus modificato che trasporta materiale genetico – in grado di individuare le cellule T nell'organismo e riprogrammarle affinché riconoscano e distruggano le cellule tumorali. La terapia genicaè una tecnica che utilizza i geni per prevenire e curare le malattie, sostituendo i geni mutati con geni sani, inattivando i geni mutati malfunzionanti o introducendo un nuovo gene nell'organismo per curare una malattia. "Si tratta più di un prodotto pronto all'uso che di un farmaco progettato specificamente per ogni singolo individuo", ha affermato il team di ricerca. Nella prima fase (fase 1) della sperimentazione clinica, il team ha trattato quattro pazienti adulti affetti da mieloma multiplo, il secondo tipo più comune di tumore del sangue. Tutti i pazienti hanno ricevuto una singola dose endovenosa contenente il vettore virale (un virus modificato per trasportare materiale genetico utilizzato nella terapia genica). Mentre in precedenza il trattamento CAR-T per i pazienti affetti da mieloma multiplo richiedeva dalle 3 alle 6 settimane, la soluzione "pronta all'uso" sviluppata dal team di ricerca cinese può ridurre l'intero ciclo di trattamento a sole 72 ore, eliminando fasi come la raccolta delle cellule, la coltura in vitro e la chemioterapia pre-trapianto. Al 1° aprile, tutti i pazienti avevano completato due mesi di follow-up. I risultati hanno mostrato che due pazienti hanno ottenuto una "remissione completa rigorosa", con la completa scomparsa delle lesioni tumorali; gli altri due hanno ottenuto una "remissione parziale", con una significativa riduzione delle dimensioni dei tumori entro 28 giorni dall'inizio del trattamento. In tuttoil mondo, numerosi gruppi di ricerca e aziende biotecnologiche stanno sviluppando trattamenti che prevedono la programmazione diretta delle cellule immunitarie all'interno del corpo. A giugno, gli scienziati di Capstan Therapeutics, una startup con sede in California, hanno annunciato un sistema per la somministrazione di geni CAR-T in vivo, evidenziandone la capacità di controllare i tumori in modelli animali. Questa ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Science. La terapia cellularepersonalizzataè un metodo di trattamentomedicoche utilizza cellule adattate alle caratteristiche specifiche di ciascun paziente, con l'obiettivo di migliorare l'efficacia del trattamento e ridurre gli effetti collaterali rispetto ai metodi tradizionali. Fonte: https://www.vietnamplus.vn/trung-quoc-cong-bo-lieu-phap-chua-ung-thu-gia-re-rut-ngan-thoi-gian-dieu-tri-post1051392.vnp
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Criteri Critici
Leucemia, nuove ragioni per sperare: quando curare meglio significa usare meno chemioterapia. Di Martín N.... Ticinolive
Due studi su forme specifiche di leucemia linfoblastica acuta mostrano risultati incoraggianti. Per pazienti e familiari, una possibilità concreta da conoscere e discutere con l’ematologo.
Quando una persona cara riceve una diagnosi di leucemia, ogni notizia sui progressi della ricerca porta con sé una domanda: potrebbe riguardare anche lei?
Due studi pubblicati recentemente sul New England Journal of Medicine offrono motivi concreti per informarsi. Entrambi riguardano forme precise di leucemia linfoblastica acuta e indicano una direzione importante: in determinati pazienti, sostituire parte della chemioterapia tradizionale con trattamenti più selettivi può migliorare i risultati.
Per chi affronta la malattia, questa prospettiva ha un significato umano immediato. La speranza comprende la possibilità di controllare meglio il tumore, ma anche quella di ridurre alcune complicazioni delle cure.
Il risultato italiano negli adulti
Lo studio di fase III GIMEMA ALL2820 ha coinvolto 236 adulti con leucemia linfoblastica acuta Philadelphia positiva, un sottotipo identificabile attraverso le analisi diagnostiche.
I ricercatori hanno confrontato una strategia basata su ponatinib e blinatumomab con imatinib associato a chemioterapia. La sopravvivenza libera da eventi stimata a due anni è stata dell’86% nel gruppo sperimentale contro il 67% nel gruppo di confronto, con un follow-up mediano di 23,7 mesi.
Questa misura valuta il tempo senza gli eventi sfavorevoli definiti dal protocollo: non equivale alla percentuale di persone definitivamente guarite. Il risultato sostiene però una possibilità importante per questo specifico gruppo di pazienti: utilizzare una strategia terapeutica che riduce il ricorso alla chemioterapia sistemica convenzionale. Il registro GIMEMA descrive il confronto proprio come trattamento sequenziale con ponatinib e blinatumomab rispetto a chemioterapia e imatinib.
Un ponte tra difese immunitarie e cellule malate
Come funziona questa maggiore selettività?
Blinatumomab è un anticorpo bispecifico: può legarsi contemporaneamente a una proteina delle cellule B, chiamata CD19, e a una proteina dei linfociti T, chiamata CD3. In termini semplici, avvicina alcune cellule del sistema immunitario alle cellule bersaglio, favorendone l’eliminazione. È un meccanismo diverso dalle CAR-T, che prevedono invece la modifica di cellule immunitarie.
La novità raccontata da questi studi riguarda quindi anche il modo di inserire l’immunoterapia nel percorso di cura: capire quando possa sostituire trattamenti convenzionali e con quale beneficio.
Nei bambini, sostituire due cicli ha fatto la differenza
Il secondo studio, AIEOP-BFM ALL 2017, ha assegnato casualmente 709 bambini con leucemia linfoblastica acuta a cellule B, di nuova diagnosi e ad alto rischio, a ricevere due cicli di blinatumomab oppure due cicli di chemioterapia dopo il consolidamento.
La sopravvivenza libera da eventi stimata a quattro anni è stata dell’83% con blinatumomab contro il 70,3% nel gruppo di controllo: una differenza di 12,7 punti percentuali. Non è stata eliminata tutta la chemioterapia: sono stati sostituiti due cicli all’interno di un percorso più ampio.
Per le famiglie conta anche il carico delle complicazioni. Le infezioni associate al trattamento studiato sono state meno frequenti con blinatumomab. Gli eventi neurotossici, invece, sono risultati più frequenti: 12% contro 3,2%. Il beneficio richiede dunque una valutazione complessiva e una sorveglianza specialistica.
La pubblicazione riconosce inoltre il sostegno dello Swiss Pediatric Oncology Group alla conduzione nazionale dello studio: un legame concreto con la ricerca svizzera.
Che cosa significa per chi legge dal Ticino
Questi risultati non riguardano indistintamente tutte le leucemie. I due studi descrivono popolazioni diverse, e i loro numeri non vanno confrontati direttamente per scegliere un trattamento.
Anche “meno chemioterapia” non significa automaticamente una cura leggera. Ponatinib, per esempio, comporta rischi cardiovascolari e di occlusione dei vasi che richiedono valutazione e controlli.
Per sapere se un avanzamento sia pertinente al proprio caso, il punto di partenza è il nome completo della diagnosi. Una conversazione con l’ematologo può cominciare da tre domande:
Qual è esattamente il mio sottotipo di leucemia?
Questi studi riguardano persone con caratteristiche simili alle mie?
Esistono opzioni pertinenti al mio percorso, già disponibili oppure nell’ambito di uno studio clinico?
La pubblicazione di un risultato non stabilisce da sola l’accessibilità di quel protocollo in Svizzera. Indicazioni, condizioni cliniche e disponibilità devono essere verificate con il centro curante.
Una speranza che merita precisione
Chi convive con una leucemia non ha bisogno di sentirsi promettere una soluzione universale. Ha bisogno di sapere quando la ricerca apre una possibilità reale e per chi.
Questi studi offrono proprio questo: prove cliniche che, in gruppi definiti, cambiare il trattamento può migliorare il controllo della malattia e ridurre alcune conseguenze delle cure.
Non ogni lettore si riconoscerà nei pazienti studiati. Ma chi vi si riconosce ha una ragione concreta per approfondire. E chi conosce una persona che affronta la malattia può condividere questa notizia come invito a una conversazione informata.
La speranza può cominciare anche così: da una domanda nuova, portata al proprio ematologo
OSPFE - AUSLFE - Comunicato stampa congiunto CARCINOMA PROSTATICO: A UNIFE UN CONFRONTO MULTIDISCIPLINARE TRA INNOVAZIONE E PERCORSI DI CURA - Agenparl
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OSPFE - AUSLFE - Comunicato stampa congiunto CARCINOMA PROSTATICO: A UNIFE UN CONFRONTO MULTIDISCIPLINARE TRA INNOVAZIONE E PERCORSI DI CURA Agenparl
Ferrara, 20 ottobre 2026
CARCINOMA PROSTATICO: A UNIFE UN CONFRONTO MULTIDISCIPLINARE TRA INNOVAZIONE E PERCORSI DI CURA
Si è svolto venerdì 9 ottobre 2026, presso il Nuovo Polo Didattico dell'Università di Ferrara, la seconda edizione del convegno "Carcinoma prostatico: dalla diagnosi alla terapia, un percorso multidisciplinare". L'iniziativa ha rappresentato un importante momento di aggiornamento e confronto sulle prospettive della diagnosi e della cura del carcinoma prostatico, a due anni dal precedente appuntamento dedicato al tema.
Responsabile scientifico dell'incontro è stato il dottor Luca Urso, Ricercatore del Dipartimento di Medicina Traslazionale e per la Romagna di Unife e dirigente medico dell'Unità Operativa di Medicina Nucleare dell'Azienda Ospedaliero‑Universitaria di Ferrara. Il convegno ha riunito professioniste e professionisti di medicina nucleare, urologia, oncologia, radioterapia, radiologia e anatomia patologica, con l'obiettivo di condividere competenze ed esperienze e approfondire le scelte diagnostiche e terapeutiche nelle diverse fasi della malattia.
L'iniziativa si è inserita nel contesto clinico e di ricerca della Medicina Nucleare ferrarese, diretta dal dott. Mirco Bartolomei, dove sono attivi protocolli di sperimentazione internazionali e un'Unità Clinica di Fase 1, tra le poche in Italia. Una realtà in cui assistenza e ricerca sono strettamente connesse e contribuiscono allo sviluppo di nuove prospettive terapeutiche, favorendo il dialogo tra innovazione scientifica e pratica clinica.
Il programma ha affrontato l'intero percorso di cura: dal ruolo della risonanza magnetica e della PET alla scelta tra sorveglianza attiva, chirurgia e radioterapia, fino alle terapie sistemiche per le forme avanzate. Particolare attenzione è stata dedicata alle terapie con radioligandi diretti contro il PSMA (rappresentano una delle più importanti innovazioni nell'oncologia di precisione per il trattamento e la diagnosi del tumore della prostata), ai nuovi radiofarmaci e alle strategie di combinazione terapeutica, che rappresentano alcuni degli ambiti di sviluppo della medicina nucleare nella cura del carcinoma prostatico.
Le sessioni di confronto e le discussioni multidisciplinari di casi clinici hanno offerto l'occasione per collegare le evidenze scientifiche alle decisioni che i professionisti affrontano quotidianamente. Spazio anche all'intelligenza artificiale e al suo possibile contributo come strumento di supporto al medico.
A completare il programma è stato il contributo di Europa Uomo, associazione impegnata nell'informazione sul tumore della prostata e nella tutela dei diritti delle persone che ne sono colpite. L'intervento del presidente, dott. Claudio Talmelli, ha affrontato i temi della umanizzazione delle cure, delle scelte condivise e della qualità della vita, portando nel confronto scientifico la prospettiva dei pazienti e il valore della loro partecipazione consapevole alle decisioni di cura.
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Criteri Critici
Tumore al pancreas svolta dalla ricerca: il nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza | Libero Quotidiano.it Libero Quotidiano
Il tumore al pancreas è una delle malattie oncologiche più difficili da affrontare, soprattutto perché spesso viene diagnosticato quando è già in fase avanzata e si è diffuso ad altri organi. In queste situazioni, le terapie possono riuscire a rallentare la malattia, ma quando il tumore smette di rispondere ai trattamenti iniziali le possibilità di cura diventano più limitate. È proprio per questi pazienti che arriva una notizia importante dalla ricerca: il daraxonrasib, un farmaco sperimentale che ha mostrato risultati incoraggianti e per il quale è arrivato un primo parere favorevole a livello europeo. Il 15 ottobre 2026, il Comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha raccomandato l’autorizzazione di Rasonque, il nome commerciale del daraxonrasib, per gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico la cui malattia è progredita dopo un precedente trattamento. Si tratta di un passaggio importante, perché riguarda persone che spesso hanno poche alternative terapeutiche, ma è necessario precisare che il parere dell’EMA non coincide ancora con l’autorizzazione definitiva della Commissione europea. Per arrivare alla disponibilità del farmaco in Italia saranno inoltre necessari gli ulteriori passaggi relativi al prezzo e alla rimborsabilità.
La particolarità del daraxonrasib sta nel suo meccanismo d’azione, perché interviene sulle proteine della famiglia RAS, che regolano la crescita e la sopravvivenza delle cellule. Quando alcuni geni che controllano queste proteine presentano determinate mutazioni, i segnali che normalmente regolano il funzionamento cellulare possono rimanere attivi in modo anomalo, favorendo la moltiplicazione incontrollata delle cellule tumorali. Nel tumore del pancreas queste alterazioni sono particolarmente frequenti e rappresentano da anni una delle sfide più importanti per la ricerca oncologica. Il nuovo farmaco è stato sviluppato per bloccare l’attività di queste proteine attraverso un meccanismo che coinvolge anche una proteina chiamata ciclofilina A, con l’obiettivo di interrompere i segnali che sostengono la crescita del tumore. È un approccio diverso da quello della chemioterapia tradizionale, che agisce soprattutto sulle cellule che si moltiplicano rapidamente, mentre questa terapia mira a interferire con specifici meccanismi molecolari della malattia. Il fatto che venga assunto in compresse rappresenta un aspetto pratico interessante, anche se non elimina la necessità di controlli medici regolari e di un’attenta valutazione degli eventuali effetti collaterali.
A rendere particolarmente interessante il daraxonrasib sono i risultati dello studio internazionale di fase 3 RASolute 302, che ha coinvolto 500 pazienti con tumore del pancreas metastatico la cui malattia era peggiorata dopo un precedente trattamento. I partecipanti sono stati trattati con il nuovo farmaco oppure con una chemioterapia scelta tra quelle previste dallo studio, consentendo ai ricercatori di confrontare direttamente le due strategie. Secondo i dati riportati dall’EMA, la sopravvivenza mediana è stata di 12,4 mesi nei pazienti trattati con daraxonrasib, contro i 6,7 mesi di quelli sottoposti a chemioterapia. Anche il tempo trascorso senza un peggioramento della malattia è risultato maggiore, passando da 3,6 mesi con la chemioterapia a 7,2 mesi con il nuovo farmaco. Sono risultati rilevanti, soprattutto perché riguardano persone che avevano già ricevuto altre cure e per le quali la malattia aveva continuato a progredire.
Quando si parla di sopravvivenza mediana, tuttavia, è importante capire che cosa indicano realmente questi numeri. Non significa che ogni paziente vivrà 12,4 mesi, né che il farmaco garantisca a tutti di vivere il doppio del tempo. La mediana è un valore statistico che indica il punto in cui, durante il periodo di osservazione, metà dei partecipanti è ancora in vita e metà è deceduta. La risposta alle cure può infatti variare molto da una persona all’altra, in base alle caratteristiche del tumore, alle condizioni generali e a numerosi altri fattori clinici. C’è inoltre una precisazione sui dati: lo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riporta, nell’analisi complessiva, una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi con il daraxonrasib rispetto a 6,7 mesi con la chemioterapia, mentre la documentazione regolatoria europea indica 12,4 mesi contro 6,7 mesi. Per raccontare la notizia relativa al primo parere favorevole europeo, il testo mantiene il dato riportato dall’EMA, senza confondere i risultati delle diverse analisi.
Come tutti i trattamenti oncologici, anche il daraxonrasib può provocare effetti indesiderati. Tra quelli segnalati figurano diarrea, eruzioni cutanee, infiammazione della mucosa della bocca, nausea e vomito. Agire su un bersaglio molecolare specifico, quindi, non significa essere privi di rischi: sarà fondamentale valutare attentamente il rapporto tra benefici e possibili effetti collaterali e seguire i pazienti durante il trattamento. La raccomandazione europea riguarda una categoria precisa di persone, cioè adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti ad almeno una precedente terapia sistemica. I risultati non possono essere estesi automaticamente a tutti i pazienti con tumore al pancreas e non dimostrano che il farmaco possa sostituire i trattamenti utilizzati nelle fasi iniziali della malattia. Saranno necessari ulteriori dati per capire meglio chi possa beneficiare maggiormente della terapia e quale sia il suo ruolo nel percorso di cura.
Il parere favorevole dell’EMA rappresenta un passo importante, ma non significa che il farmaco sia già disponibile negli ospedali italiani. La decisione definitiva sull’autorizzazione europea spetta alla Commissione europea; successivamente dovranno essere affrontate le questioni relative al prezzo e alla rimborsabilità nel nostro Paese. Per conoscere le possibilità terapeutiche effettivamente accessibili, i pazienti dovranno quindi rivolgersi al proprio oncologo o a un centro specializzato, che potrà valutare le opzioni più appropriate in base alla situazione clinica individuale. Il daraxonrasib non è ancora una cura definitiva per il tumore al pancreas, ma i risultati ottenuti rappresentano un passo avanti in un campo nel quale le alternative, soprattutto dopo il fallimento delle prime terapie, sono spesso limitate. La possibilità di intervenire direttamente sui meccanismi molecolari che alimentano la crescita delle cellule tumorali sta aprendo nuove prospettive nella ricerca oncologica e potrebbe contribuire a migliorare il trattamento della malattia. Per i pazienti e le loro famiglie, il dato più importante è che una nuova terapia ha dimostrato un vantaggio rispetto alla chemioterapia nello studio clinico: un risultato da seguire con attenzione, mantenendo aspettative realistiche e ricordando che i progressi della ricerca devono ancora tradursi in possibilità di cura concretamente accessibili.
Una nuova ricerca di One Biosciences dimostra che la profilazione a singola cellula è in grado di identificare i tumori ovarici predisposti alla resistenza alla chemioterapia - Business Wire
📰 Business Wire📅 2026-10-20T16:59:00
chemioterapia
Una nuova ricerca di One Biosciences dimostra che la profilazione a singola cellula è in grado di identificare i tumori ovarici predisposti alla resistenza alla chemioterapia Business Wire
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
L’oncologia del futuro, tra sfide ed opportunità Il Sole 24 ORE
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La ricerca oncologica ha cambiato la storia di molte malattie: oggi si guarisce di più, si vive più a lungo e, in molti casi, con una migliore qualità della vita. In Italia, nell’ultimo decennio, la mortalità per tumore è diminuita del 9%, con dati di sopravvivenza superiori alla media europea. Una buona notizia che porta con sé una nuova responsabilità: fare in modo che i progressi scientifici si traducano in opportunità concrete per tutti i pazienti, indipendentemente dal luogo in cui vivono.
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È il filo conduttore della Digital Round Table L’oncologia del futuro tra sfide e opportunità, condotta da Nicoletta Carbone, giornalista e voce della salute di Radio 24. Un confronto che ha riunito i protagonisti della comunità scientifica, delle istituzioni, dell’industria e delle associazioni dei pazienti per affrontare una domanda cruciale: come trasformare la velocità della ricerca in risposte tempestive, sostenibili e accessibili a tutti?
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A portare il punto di vista della comunità scientifica sono stati Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM), e Giuseppe Curigliano, presidente della Società europea di oncologia medica (ESMO), chiamati a fare il punto sui progressi raggiunti e sulle nuove frontiere della ricerca. Il confronto ha coinvolto anche Emanuele Monti, presidente della Commissione Sostenibilità sociale, casa e famiglia di Regione Lombardia e componente del Consiglio di amministrazione di AIFA, per approfondire il ruolo delle istituzioni nella programmazione delle risorse e nella garanzia di un accesso equo alle cure.
Accanto alla prospettiva istituzionale e clinica, spazio anche ai temi dell’accesso all’innovazione e dello sviluppo di nuove soluzioni terapeutiche, con Roberta Rondena, Value and Access Head di Novartis, e Marco Rago, Medical Head Oncology di Novartis. Sul fronte dell’esperienza dei pazienti è intervenuta Adele Patrini, in rappresentanza di CAOS ed Europa Donna Lombardia, portando al tavolo la prospettiva delle associazioni. La dimensione clinica è stata approfondita dalla professoressa Carmen Fava, Ematologa, Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, Università degli Studi di Torino, e da Claudio Vernieri, professore associato di Oncologia medica all’Università degli Studi di Milano e oncologo presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e direttore di ricerca sul metabolismo dei tumori presso IFOM, l’Istituto di oncologia molecolare della Fondazione AIRC.
Uno dei nodi centrali riguarda la distanza che può separare l’approvazione di una nuova terapia dalla sua effettiva disponibilità nei diversi territori. Tempi di attesa e differenze regionali rischiano di tradursi in opportunità di cura diseguali. Ridurre queste distanze significa rafforzare le reti assistenziali, semplificare i percorsi e garantire standard di cura omogenei.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
ASL Biella, tumore della prostata: una diagnosi meno invasiva con la biopsia liquida Newsbiella.it
Il tumore della prostata è il tumore più frequente nella popolazione maschile. Il percorso diagnostico si basa oggi sul dosaggio del PSA, sulla risonanza magnetica e, quando necessario, sulla biopsia: un percorso efficace, che però può comportare esami invasivi anche in pazienti con forme di malattia poco aggressive. Distinguere precocemente i tumori che richiedono un trattamento da quelli che possono essere soltanto monitorati è una delle sfide principali dell’urologia oncologica.
In questo ambito, una nuova prospettiva potrebbe essere rappresentata dalla cosiddetta biopsia liquida, che punta a ricavare informazioni sulla malattia da campioni facili da ottenere, come il sangue o le urine, senza procedure invasive per il paziente.
È in questa direzione che si inserisce lo studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale The Journal of Liquid Biopsy, organo ufficiale della Società Internazionale di Biopsia Liquida. La ricerca è frutto della collaborazione tra la Struttura Complessa di Urologia dell’Ospedale di Biella, diretta da Stefano Zaramella, la Struttura Complessa di Radiologia dell’Asl di Biella, diretta da Valeria Malfitana, il Laboratorio di Genomica della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, coordinato da Giovanna Chiorino, e la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania (Stati Uniti).
Al centro dello studio c’è il microbioma urinario, cioè l’insieme dei microrganismi presenti nelle vie urinarie, il cui possibile legame con il tumore della prostata è oggi oggetto di crescente interesse scientifico. Per la prima volta in questo ambito è stata utilizzata una tecnologia in grado di rilevare in un’unica analisi le tracce genetiche di migliaia di batteri, virus, funghi e parassiti. Il gruppo di lavoro ha messo a punto un protocollo semplice e ripetibile, che richiede soltanto una piccola quantità di urina del mattino raccolta dal paziente stesso, senza procedure invasive.
Sono stati finora coinvolti 35 uomini con sospetto tumore prostatico emerso dalla risonanza magnetica, seguiti all’Ospedale di Biella prima della biopsia, che in 19 casi ha poi confermato la diagnosi. L’analisi ha individuato alcune famiglie batteriche più frequenti nei tumori di grado più elevato ed alcuni microrganismi presenti indipendentemente dall’esito della biopsia. Si tratta di risultati preliminari, che gli stessi autori indicano come ipotesi da confermare su casistiche più ampie, ma che pongono le basi metodologiche per nuove linee di ricerca su marcatori in grado di riconoscere le forme di tumore più aggressive.
Lo studio, inserito in un più ampio programma di ricerca coordinato dal Laboratorio di Genomica della Fondazione Tempia, proseguirà anche grazie al contributo del Clinical Trial Center dell’Asl BI, impegnato nella raccolta dei dati, nella verifica della loro accuratezza e nella gestione degli aspetti regolatori. Testimonia inoltre il consolidarsi della collaborazione tra i due enti, che potrà portare ulteriori risultati scientifici. Un contributo determinante viene dagli elevati volumi di attività e dagli standard di cura dell’Urologia dell’Ospedale di Biella, sostenuti dalla risonanza magnetica dedicata alla diagnosi del tumore prostatico, dalla chirurgia mininvasiva robotica e dal percorso di riabilitazione postoperatoria: elementi che attraggono pazienti anche da fuori provincia e che fanno dell’Ospedale di Biella il terzo centro piemontese per numero di interventi chirurgici per tumore della prostata.
La pubblicazione conferma come l’Urologia biellese sia oggi parte integrante di una rete di ricerca che unisce la pratica clinica ospedaliera, i laboratori della Fondazione Tempia e centri accademici internazionali, consentendo all’Asl di Biella di contribuire alla produzione di nuove conoscenze utili al miglioramento dei percorsi diagnostici e di cura.
Previsioni al 2035 per il mercato dei dispositivi per il trattamento dell'alopecia indotta da chemioterapia, trainato dall'aumento dei tumori e dalla diffusione del raffreddamento del cuoio capelluto - IndexBox
📰 IndexBox📅 2026-10-20T16:06:03
chemioterapia
Previsioni al 2035 per il mercato dei dispositivi per il trattamento dell'alopecia indotta da chemioterapia, trainato dall'aumento dei tumori e dalla diffusione del raffreddamento del cuoio capelluto IndexBox
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.4/100
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Criteri Critici
Progetto Careggi, dedicato alle pazienti oncologiche Agipress
AGIPRESS – Un percorso oncologico che non si fermi alla cura della malattia, ma che accompagni le persone anche sul piano psicologico e nella gestione degli effetti collaterali delle terapie. È questo l’obiettivo di I CAREggi, il progetto presentato a Villa La Quiete alle Montalve, a Firenze, in occasione della giornata dedicata alla sensibilizzazione sul tumore al seno. Tra le novità più attese, l’attivazione di un servizio con caschi anticaduta per alcune pazienti sottoposte a chemioterapia, reso possibile grazie alle donazioni ricevute dalla Fondazione Careggi e al contributo di Corri La Vita ETS. L’iniziativa punta a rafforzare l’attenzione alla qualità della vita dei pazienti oncologici, affiancando alle cure mediche servizi dedicati al benessere psicologico e alla persona. Un impegno che vede protagonista la Fondazione Careggi, promotrice del progetto insieme all’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi, con il sostegno di Corri La Vita e la collaborazione delle istituzioni. “Il progetto che presentiamo è veramente molto ampio e riguarda la qualità della vita dei pazienti oncologici – ha spiegato Daniela Matarrese, direttrice generale dell’Azienda ospedaliero-universitaria Careggi –. Careggi garantisce qualità e sicurezza nel percorso di cura, dalla diagnosi ai farmaci, dalla chirurgia alle tecnologie avanzate. Quello che volevamo fare è qualcosa in più: umanizzare il percorso e accogliere i pazienti a 360 gradi, utilizzando tutte le risorse e le strutture che abbiamo”.
Caschi anticaduta, il servizio è vicino all’attivazione
I dispositivi per il raffreddamento del cuoio capelluto sono pensati per ridurre la perdita dei capelli durante alcuni trattamenti chemioterapici. Il servizio è in fase di preparazione e sarà accompagnato da criteri specifici per individuare le pazienti che potranno beneficiarne. “Siamo quasi pronti a questa importante novità, grazie alle donazioni che abbiamo ricevuto come Fondazione Careggi e anche all’aiuto di Corri La Vita”, ha dichiarato Matarrese. “Avremo un insieme di criteri per individuare le donne con caratteristiche specifiche, anche in relazione alla chemioterapia. Definiremo un protocollo e monitoreremo nel tempo l’andamento delle attività, in modo da offrire il trattamento alle pazienti più adatte”. L’accesso al servizio, dunque, non sarà automatico per tutte le persone sottoposte a chemioterapia: la selezione terrà conto delle caratteristiche cliniche e delle terapie previste. La finalità è offrire un sostegno aggiuntivo alle pazienti per le quali il trattamento risulti appropriato. All’incontro è intervenuta anche Monia Monni, assessora alla Sanità e alle Politiche sociali della Regione Toscana, che ha sottolineato l’importanza di mettere al centro la persona anche nei momenti più difficili della malattia. “Siamo molto grati alla Fondazione Careggi e a Corri La Vita per aver contribuito alla realizzazione di questo progetto. Si inserisce pienamente nel concetto di umanizzazione delle cure che stiamo cercando di portare avanti”, ha affermato Monni. “La donna che sta attraversando una terapia oncologica invasiva continua a essere una donna: non è la sua malattia. Continua ad avere sogni, aspettative e relazioni. Aiutarla a guardarsi allo specchio, a continuare a riconoscersi, significa anche sostenerla nel percorso di cura”. L’assessora ha richiamato, oltre ai caschi per limitare la caduta dei capelli, anche il valore di altri strumenti di supporto, come le parrucche fornite gratuitamente e i corsi di make-up. “Sono un investimento nella salute e nella dignità delle donne, un aiuto a continuare a sentirsi persone e non soltanto malate”.
Il sostegno di Corri La Vita
Fondamentale il contributo di Corri La Vita ETS, che ha scelto di sostenere il progetto attraverso il proprio percorso di finanziamento. La presidente Eleonora Frescobaldi ha ricordato la convinzione con cui l’associazione ha accolto la proposta del professor Jacopo Nori Cucchiari, presidente della Fondazione Careggi. “Sono sicuramente quella che ci ha creduto, grazie al professor Nori, perché ritengo che un ospedale d’eccellenza come Careggi non poteva non essere dotato di un importante percorso di supporto psicologico per le donne e gli uomini”, ha spiegato Frescobaldi. “Quando il professor Nori ci ha presentato, attraverso il bando di Corri La Vita, la documentazione e l’idea alla base del progetto I CARE, il nostro comitato scientifico e il direttivo abbiamo valutato la proposta e abbiamo deciso che era un percorso da intraprendere insieme”. L’obiettivo, ha aggiunto la presidente, è permettere alle persone operate, curate e seguite a Careggi di trovare all’interno dell’ospedale un sostegno che accompagni il percorso terapeutico, senza limitarsi all’intervento medico. Con I CAREggi, la Fondazione Careggi rafforza così una visione dell’assistenza oncologica che affianca alla qualità delle cure l’attenzione ai bisogni emotivi e quotidiani dei pazienti. Un percorso nel quale anche la possibilità di preservare, quando possibile, la propria immagine e il senso di identità diventa parte della presa in carico della persona.
Clarissa Vatti
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
73.0/100
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Criteri Critici
Tumore del colon-retto: prevenzione, diagnosi e cure personalizzate Clinica Fornaca Torino
Secondo i dati AIOM (fonti 2025) è una neoplasia più frequente nei maschi che nelle femmine e, negli ultimi anni, è in aumento anche prima dei 50 anni. Esami di screening ed innovativi, come l’analisi molecolare delle cellule tumorali, permettono oggi di scegliere il trattamento più adatto, individuando le cure con maggiori probabilità di successo per il singolo paziente.
Approfondiamo il tema con il dottor Cristiano Oliva, oncologo della Clinica Fornaca, e con il dottor Matteo Goss, gastroenterologo della Clinica Fornaca.
Perché il tumore del colon-retto può comparire anche in età giovane?
L’aumento dei tumori colorettali diagnosticati prima dei 50 anni è un fenomeno ben documentato a livello internazionale, ma non se ne conosce ancora una causa unica. Un’analisi del Global Burden of Disease ha stimato che nel mondo i casi di tumore colorettale a insorgenza precoce siano passati da circa 95.700 nel 1990 a oltre 226.000 nel 2019, con un incremento medio annuo di circa l’1%, in linea con i dati del Registro Tumori di Milano, che ha analizzato il periodo 1999-2015.
Alcune ipotesi suggeriscono che tale incremento sia dovuto a diversi fattori concomitanti, tra cui l’aumento di:
obesità
alterazioni metaboliche (ad esempio, diabete)
sedentarietà
alcuni modelli alimentari
abitudine al consumo di alcol
consumo di alimenti molto processati
modificazioni del microbiota intestinale
probabili esposizioni ambientali già nell’infanzia o nell’adolescenza
predisposizione genetica.
È però importante sottolineare che la presenza di fattori di rischio non stabilisce necessariamente la probabilità di insorgenza del tumore.
Tumore colon-retto: prevenzione e diagnosi precoce
Il tumore del colon-retto è considerato una delle neoplasie per le quali la prevenzione può avere il maggiore impatto sulla mortalità. Nella maggior parte dei casi, infatti, la malattia non compare improvvisamente, ma si sviluppa lentamente a partire da un polipo adenomatoso, una lesione che si forma sulla parete interna dell’intestino.
Identificare e rimuovere il polipo prima che si trasformi in tumore è il principio su cui si basano i programmi di screening. Individuare una lesione precancerosa significa interrompere la sequenza che porta alla comparsa della malattia, e quando invece il tumore è già presente ma viene scoperto nelle fasi iniziali, le probabilità di guarigione sono estremamente elevate.
Lo screening è quindi uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’incidenza e la mortalità del tumore del colon-retto. Nella popolazione generale over 50, il primo livello di screening è rappresentato dalla ricerca del sangue occulto nelle feci, un test semplice che permette di identificare eventuali sanguinamenti non visibili a occhio nudo.
In presenza di positività al test, oppure quando esistono sintomi o fattori di rischio specifici, viene indicata la colonscopia, oggi anche virtuale.
Nelle persone con familiarità per tumore del colon-retto, il percorso di diagnosi precoce viene personalizzato e gli esami possono essere anticipati rispetto alle raccomandazioni previste per la popolazione generale. Ad esempio, se un familiare di primo grado ha sviluppato la malattia in giovane età, potrebbe essere opportuno iniziare i controlli diversi anni prima rispetto all’età standard (50 anni) prevista per lo screening.
Familiarità ed ereditarietà: differenze
Si parla di familiarità quando all’interno della stessa famiglia si osserva un numero di casi superiore a quello atteso nella popolazione generale. Questo può dipendere dalla condivisione di fattori genetici, ambientali e comportamentali.
L’ereditarietà, invece, implica la presenza di una specifica alterazione genetica trasmissibile ai figli che aumenta in modo significativo il rischio di sviluppare alcuni tipi di tumore.
La sindrome ereditaria più importante associata al tumore del colon-retto è la sindrome di Lynch, causata da alterazioni dei geni coinvolti nella riparazione del DNA.
Distinguere tra familiarità ed ereditarietà è importante perché modifica il percorso di prevenzione e sorveglianza. In alcuni casi può essere indicata una consulenza oncogenetica per ricostruire la storia oncologica familiare e valutare l’opportunità di effettuare test genetici specifici.
Quali sintomi non devono essere ignorati?
Nonostante lo screening rimanga lo strumento più efficace di prevenzione, è importante riconoscere quei sintomi che meritano un approfondimento specialistico:
sangue nelle feci
modificazioni persistenti dell’alvo
diarrea o stitichezza di nuova comparsa
dolori addominali persistenti
perdita di peso non spiegata
anemia senza una causa apparente
stanchezza importante e persistente.
Nella maggior parte dei casi questi sintomi possono dipendere da condizioni benigne. Tuttavia, soprattutto quando persistono nel tempo o si associano a fattori di rischio, è importante non sottovalutarli.
Come si arriva alla diagnosi?
La colonscopia rappresenta ancora oggi l’esame di riferimento per la diagnosi delle lesioni del colon e del retto, perché consente la visualizzazione diretta della mucosa intestinale, di effettuare biopsie o di rimuovere molte lesioni durante la stessa procedura.
Inoltre, la sedazione, oggi sempre possibile, rende la colonscopia molto più tollerabile rispetto al passato e anche le preparazioni intestinali sono diventate meno impegnative. Accanto alla colonscopia tradizionale sono disponibili altre tecnologie diagnostiche, tra cui:
colonscopia virtuale mediante TC
videocapsula del colon in casi selezionati
piattaforme endoscopiche avanzate ad alta definizione
sistemi robotici e tecnologie di supporto alla diagnosi.
Quando viene identificata una lesione sospetta, il paziente viene preso in carico da un gruppo multidisciplinare formato da oncologi, gastroenterologi, chirurghi, anatomopatologi, radiologi, radioterapisti e genetisti che collaborano fin dall’inizio per definire il percorso di diagnosi e, poi, cura più adatto per quella specifica persona.
Se viene confermata la presenza di una neoplasia, in genere vengono prescritte ulteriori indagini, come TC, risonanza magnetica per i tumori del retto ed esami ematochimici, necessari per definire lo stadio della malattia.
L’approccio multidisciplinare consente di integrare le informazioni cliniche, radiologiche, patologiche e molecolari, contribuendo al miglioramento dei risultati clinici.
Polipi e lesioni tumorali: si possono rimuovere senza chirurgia?
Uno dei cambiamenti più significativi degli ultimi anni nella rimozione delle lesioni precancerose e tumorali del colon-retto riguarda il trattamento endoscopico delle lesioni superficiali.
Grazie all’evoluzione delle apparecchiature e all’esperienza degli operatori, molte lesioni che in passato richiedevano un intervento chirurgico possono oggi essere asportate efficacemente durante l’endoscopia, evitando interventi più invasivi e riducendo significativamente i tempi di recupero.
Tumore del colon-retto: cosa significa medicina personalizzata?
Negli ultimi anni la comprensione biologica dei tumori colorettali ha profondamente modificato il modo di curare la malattia. Tumori apparentemente identici al microscopio possono infatti comportarsi in maniera molto diversa. Per questo motivo, oggi si studiano le caratteristiche molecolari del tumore già a partire dalla biopsia.
Tra gli elementi più importanti vi è l’analisi del sistema MMR/MSI, che può:
fornire informazioni prognostiche
suggerire la presenza di una sindrome ereditaria
identificare pazienti che possono beneficiare dell’immunoterapia.
Nella malattia avanzata diventano inoltre fondamentali alterazioni genetiche come RAS, BRAF e HER2, che permettono di selezionare trattamenti sempre più mirati.
La medicina personalizzata non significa soltanto utilizzare nuovi farmaci, ma organizzare l’intero percorso diagnostico e terapeutico sulla base delle caratteristiche biologiche del tumore.
Immunoterapia e tumori del retto: una nuova frontiera
Uno degli sviluppi più promettenti riguarda alcuni tumori del retto – caratterizzati da deficit del mismatch repair (dMMR) o elevata instabilità dei microsatelliti (MSI-high) – nei quali il sistema immunitario può essere riattivato mediante farmaci immunoterapici che bloccano alcuni meccanismi utilizzati dalle cellule tumorali per sfuggire alle difese dell’organismo.
Gli studi clinici basati sulla somministrazione di dostarlimab hanno mostrato risultati molto rilevanti in un sottogruppo selezionato di pazienti, con elevate percentuali di risposta clinica completa. In alcuni casi, questo approccio ha consentito al paziente di evitare ulteriori terapie oncologiche, come radioterapia, intervento chirurgico e conseguenti ripercussioni sulla funzione intestinale, urinaria e sessuale.
Tuttavia, questa strategia non è applicabile a tutti i tumori del retto e i risultati devono essere interpretati con cautela. I pazienti che ottengono una risposta clinica completa necessitano comunque di programmi di sorveglianza rigorosi e di controlli periodici specialistici.
Tumori colorettali: prevenzione, alimentazione e stile di vita
Sebbene non sia possibile prevenire tutti i tumori del colon-retto, esistono comportamenti che possono contribuire a ridurre il rischio. Le evidenze disponibili suggeriscono di:
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Tumore della tiroide, sei identità nascoste nelle proteine: lo studio su 797 pazienti Mondosanità
Una diagnosi, molti possibili percorsi: il carcinoma papillare della tiroide porta lo stesso nome, ma non sempre tiene lo stesso passo. Nella maggior parte dei casi l’andamento è favorevole; distinguere fin dall’inizio i tumori più lenti da quelli che richiedono maggiore attenzione resta però un passaggio delicato. A cercare nuovi indizi, questa volta dietro le quinte delle cellule, è uno studio coordinato da ricercatori delle università cinesi di Zhejiang e Westlake, pubblicato il 20 ottobre 2026 su Nature Communications. Il materiale di partenza è consistente: campioni tumorali di 797 pazienti con carcinoma papillare in fase iniziale.
La domanda non appartiene soltanto al laboratorio. Negli ambulatori si deve già decidere quando intervenire e quando, in casi selezionati, sorvegliare: le linee guida del 2025 dell’American Thyroid Association contemplano infatti la sorveglianza attiva per alcuni carcinomi papillari molto piccoli e a basso rischio. Ecografie periodiche, dunque, e intervento se emergono segnali di evoluzione, anziché chirurgia immediata per tutti. Aspettare significa trascurare? No: significa seguire una strategia che tiene conto di dimensioni, posizione, eventuale invasione dei tessuti, linfonodi e preferenze della persona. Non è una soluzione buona per ogni diagnosi.
Ma vediamo che cosa aggiunge la ricerca. Anziché fermarsi alle alterazioni del DNA o all’aspetto dei tessuti al microscopio, gli studiosi hanno esaminato il proteoma: l’insieme delle proteine presenti nei campioni, con le rispettive quantità. Se i geni custodiscono le istruzioni, le proteine partecipano al lavoro concreto della cellula. È su questo banco di lavoro, affollato e operativo, che il gruppo ha riconosciuto sei sottotipi proteici, associati a caratteristiche cliniche differenti. Non sei nuovi tumori da distinguere con una normale ecografia, dunque, ma sei profili biologici all’interno della stessa malattia.
Nei gruppi collegati a un rischio maggiore spiccano soprattutto due processi. Il primo è la ribogenesi, che sostiene la produzione delle strutture necessarie a fabbricare proteine; il secondo è la transizione epitelio-mesenchimale, un programma cellulare spesso coinvolto nell’acquisizione di capacità invasive. Nomi poco maneggevoli, senza dubbio, ma la distinzione da ricordare è semplice: questi segnali sono compatibili con una maggiore aggressività, non certificano che ogni tumore in cui compaiono sia destinato a peggiorare. Una traccia non è un verdetto.
Dalla panoramica, poi, lo zoom. Combinando algoritmi di apprendimento automatico e reti di proteine che variano insieme, i ricercatori hanno individuato GPX3 e TMSB4X come possibili marcatori associati alla stima del rischio di progressione. La prospettiva è invitante: aggiungere alle informazioni disponibili un aiuto per riconoscere chi abbia bisogno di controlli particolarmente accurati. Ci pare però essenziale tenere separati il risultato e la promessa. Lo studio non dimostra che un semplice prelievo possa predire il decorso della malattia nel singolo paziente, né che questo sistema migliori la sopravvivenza. Il marcatore promettente non indossa, per il solo fatto di esserlo, la divisa dell’esame pronto per l’ambulatorio.
Il passaggio alla pratica richiede ancora conferme indipendenti, studi prospettici e procedure di laboratorio affidabili e riproducibili. Anche sul versante delle decisioni terapeutiche il confine è netto: la classificazione potrebbe un giorno affinare la scelta fra sorveglianza e intervento, ma oggi non autorizza da sola a rinunciare alla chirurgia o ad alleggerire i controlli. Non è stato dimostrato che il suo impiego eviti operazioni inutili o riduca la mortalità. Da segnalare, fra gli interessi dichiarati, la partecipazione azionaria di uno degli autori, Tiannan Guo, in Westlake Omics.
Torniamo allora alla domanda iniziale: quale percorso potrà avere quel tumore, in quella persona? La nuova mappa proteica apre una strada di ricerca, non consegna ancora una bussola clinica validata. Per chi ha ricevuto la diagnosi, il passo concreto resta chiedere agli specialisti quale sia il proprio rischio e come seguirlo. L’inventiva del laboratorio merita attenzione; le regole della cura, prima di cambiare, hanno bisogno di prove.
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Pan J., Ye F., Yao Y., et al. Large-scale proteomic characterization reveals clinically relevant subtypes of early-stage papillary thyroid cancer for prognostic prediction. Nature Communications, 20 ottobre 2026. DOI: 10.1038/s41467-026-78559-w.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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47.0/100
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Criteri Critici
Leucemia linfoblastica acuta, da Busto Arsizio la svolta della cura senza chemioterapia VareseNews
Una svolta storica nel campo della medicina oncoematologicaper la cura della leucemia linfoblastica acuta Philadelphia-positiva (LLA Ph+), una forma particolarmente aggressiva di tumore del sangue. Un nuovo approccio terapeutico privo di chemioterapia ha dimostrato una straordinaria efficacia, superando nettamente i trattamenti tradizionali e riducendo l’impatto della tossicità sui pazienti. A contribuire a questa importante scoperta scientifica è stata la dottoressa Elisabetta Todisco, Direttrice della Struttura Complessa di Ematologia e Trapianto di Cellule Staminali dell’Ospedale di Busto Arsizio, coautrice dello studio appena pubblicato su una delle riviste mediche più prestigiose al mondo, il New England Journal of Medicine. La nuova cura combina due molecole all’avanguardia: il ponatinib (un inibitore delle tirosin-chinasi di ultima generazione) e il blinatumomab (un anticorpo bispecifico anti-CD3/anti-CD19). Lo studio, coordinato dal GIMEMA (Gruppo Italiano Malattie Ematologiche dell’Adulto), ha preso in esame 236 pazienti adulti confrontando la nuova strategia “chemo-free” con lo schema standard basato su chemioterapia e imatinib. I risultati emersi dimostrano un salto di qualità nettissimo: Sopravvivenza libera da eventi a 24 mesi: salita all’86% con la nuova cura, contro il 67% della terapia tradizionale. Eliminazione della malattia residua: raggiunta nel 68% dei casi (rispetto al 42% del vecchio trattamento). Minor ricorso al trapianto: solo una percentuale minima di pazienti ha dovuto sottoporsi al trapianto di cellule staminali, una procedura da sempre complessa e invasiva. Todisco: «Una vera rivoluzione per la qualità di vita dei pazienti» «Questo nuovo approccio terapeutico rappresenta una vera e propria rivoluzione nel trattamento della LLA Ph+ – spiega la dottoressa Elisabetta Todisco – perché permette di curarla e persino di giungere alla guarigione senza l’utilizzo della chemioterapia. Questo significa ridurre in modo notevole la tossicità legata ai trattamenti e migliorare in maniera decisiva la qualità della vita delle persone colpite». Un traguardo scientifico di livello internazionale che ridisegna il futuro della ricerca e offre nuove e concrete speranze contro una patologia che fino a pochi anni fa lasciava ridottissime possibilità di guarigione. Tutti gli eventi diottobrea Materia Via Confalonieri, 5 - Castronno Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
PharmacON 2026, Sifo punta su innovazione e sostenibilità delle cure oncologiche Panorama della Sanità
Oltre 150 professionisti si sono confrontati sul futuro della farmacia oncologica e oncoematologica, tra terapie di precisione, CAR-T, farmaci bispecifici e decentralizzazione dei trattamenti. Al centro dell’evento Sifo l’integrazione tra competenze cliniche, organizzazione sanitaria e sostenibilità economica per ripensare i percorsi assistenziali
Si è appena conclusa a Pisa la diciassettesima edizione di PharmacON, evento SIFO concentrato sui temi dell’innovazione terapeutica, organizzativa e professionale in ambito oncologico ed onco-ematologico. L’evento Dall’oncologia ed ematologia di precisione alla decentralizzazione delle terapie: il nuovo ecosistema della farmacia oncologica – coordinato scientificamente da Alessandro D’Arpino, Barbara Meini e Silvano Giorgi – si è svolto negli spazi storici della Scuola Superiore S.Anna di Pisa ed ha coinvolto oltre centocinquanta professionisti provenienti dalla farmacia ospedaliera e da altre specialità sanitarie, concludendosi con una esercitazione pratica di programmazione economico-sanitaria governata da Giuseppe Turchetti (Professore di Economia e Management presso la SSSA).
“E’ stata una due giorni molto intensa, partecipata e densa di contenuti”, è stato il commento di Alessandro D’Arpino al termine dei lavori, “Ogni anno a questo evento diamo un’impronta diversa e per l’edizione 2026 abbiamo deciso di fare un focus sulla sostenibilità delle cure incontrandoci all’interno della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che è un centro nevralgico della governance delle politiche sanitarie. Abbiamo individuato il tema nevralgico delle terapie oncologiche ed ematologiche, nelle quali molte novità sono arrivate in questo settore, con le terapie geniche, con le CAR-T, i farmaci bispecifici e con le più avanzate terapie orali che possono andare in sostituzione delle iniettive. Tutto questo modifica il paradigma di trattamento e ci costringe di conseguenza a fare dei ripensamenti sui paradigmi del trattamento delle diverse patologie”. Il titolo di PharmacON 2026 ha puntato sulla parola “ecosistema”: perché questa sottolineatura che sembra indicare un territorio vasto all’interno del quale agire come professionisti? Risponde D’Arpino: “Perché ci preme mostrare come ogni tassello del sistema del farmaco e delle cure sia strettamente correlato. Viene affermato molto spesso: non è più possibile ragionare per compartimenti stagni e noi ci crediamo davvero. E non mi riferisco soltanto alle categorie professionali con le quali si interfaccia il farmacista, dagli oncologi ai provveditori, ma anche al ripensamento del lavoro stesso del farmacista ospedaliero. Bisogna cioè fare in modo che anche all’interno della farmacia i colleghi professionisti che ormai hanno acquisito specializzazioni diverse – chi si occupa di galenica spesso non si occupa di gare e viceversa – interagisca in maniera diretta e quotidiana con il collega, perché altrimenti non riusciamo a garantire un servizio farmaceutico adeguato a quella che è la richiesta dell’ospedale e del territorio”.
Era presente a PharmacON 2026 anche il vicepresidente SIFO Ugo Trama, che ha espresso soddisfazione “soprattutto per i giovani colleghi ed i tanti professionisti che hanno partecipato a questo confronto importante non solo dal punto di vista clinico, ma anche dei processi organizzativi, visto che oggi fare sanità significa occuparsi anche di innovazione dei percorsi assistenziali”. Interessante notare come oggi tanti eventi SIFO sono orientati proprio a offrire contenuti di aggiornamento e formazione sui temi dell’oncologia e dell’oncoematologia (recentemente con eventi specifici a Roma, Bologna e Padova). Perché questa attenzione della società scientifica a queste tematiche? “Sicuramente perché l’oncologia è una delle aree cliniche maggiormente vissute e sentite dalla nostra professione”, risponde concludendo Trama, “il ruolo del farmacista in questo ambito – che spazia dalla preparazione al rapporto stretto con l’oncologo, dal supporto alle direzioni strategiche per la gestione dei processi assistenziali al contributo dato sul controllo della spesa – è centrale. Ne consegue naturalmente che SIFO sviluppi formazione di qualità, stimolando i propri iscritti all’aggiornamento per essere in grado di dialogare con gli altri interlocutori del sistema oncologico. Un’attenzione della nostra Società scientifica che avrà anche grande spazio all’interno del nostro prossimo Congresso Nazionale di Roma”.