Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Vaccino a mRna contro il melanoma, Curigliano: «Una svolta. Siamo di fronte a un nuovo paradigma di cura» Corriere della Sera
di Ruggiero Corcella
Il professor Giuseppe Curigliano, presidente della European Society for Medical Oncology: «È la prima volta che si dimostra che un vaccino personalizzato a mRna, disegnato sul tumore del singolo paziente, può ridurre il rischio di metastasi». Come funziona, quali altri tumori potrebbero beneficiarne, i possibili effetti collaterali e il problema di costi e accesso
(Getty Images)
Il primo studio di fase 3 di un vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma ha dato risultati positivi. Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio, operati radicalmente: l'aggiunta del trattamento personalizzato Intismeran all'immunoterapia con pembrolizumab ha raggiunto gli obiettivi principali dello studio, riducendo il rischio di recidiva e di metastasi a distanza rispetto alla sola immunoterapia. I risultati numerici completi non sono ancora stati resi pubblici e dovranno essere presentati alla comunità scientifica in occasione di ESMO 2026 a Madrid, dal 23 al 27 Ottobre 2026.
Ma che cosa significa davvero questo risultato? E soprattutto: possiamo già parlare di un «vaccino contro il cancro»? La definizione rischia di essere fuorviante. Non si tratta infatti di una vaccinazione che impedisce a una persona sana di ammalarsi, ma di una terapia costruita su misura dopo che il tumore si è già sviluppato ed è stato rimosso chirurgicamente, con l'obiettivo di insegnare al sistema immunitario a riconoscere ed eliminare eventuali cellule tumorali residue.
A spiegare la portata del risultato, il funzionamento dei vaccini oncologici a mRNA e le prospettive aperte anche per altre neoplasie è Giuseppe Curigliano, oncologo, vicedirettore scientifico dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e presidente eletto della European Society for Medical Oncology (ESMO) per il biennio 2027-2028.
Professor Curigliano, partiamo dal vaccino a mRNA contro il melanoma. È arrivato uno studio clinico di fase 3. Quanto è importante questo passaggio? Possiamo parlare di una svolta nella ricerca sui vaccini contro il cancro o è ancora presto?
«Possiamo parlare di una svolta trasformativa, perché questo è il primo studio prospettico randomizzato che ha come obiettivo primario la recurrence free survival, vale a dire, in parole semplici, il numero di recidive in una popolazione di pazienti con melanoma ad alto rischio. Questo va specificato: pazienti ad alto rischio, che non hanno ricevuto nessuna pregressa terapia e sono stati operati in maniera radicale.
È stato raccolto il campione tumorale. I campioni tumorali sono stati sequenziati per identificare fino a 34 neoantigeni. I neoantigeni sono delle proteine che vengono espresse dai tumori e che possono essere riconosciute dal sistema immunitario come “non self”, come nemici. A questo punto è stato fatto un vaccino a mRNA personalizzato su ogni singolo paziente, fino a 34 antigeni complessivi.
E questo è ancora più importante: i pazienti sono stati randomizzati, due a uno. Nel braccio di controllo hanno ricevuto solo pembrolizumab, nel braccio sperimentale il vaccino più pembrolizumab. Lo studio, che ha incluso 1.137 pazienti, ha dimostrato in maniera chiara e inequivocabile - questa è un'analisi ad interim e va specificato - che utilizzare il vaccino più pembrolizumab riduce in maniera clinicamente e statisticamente significativa il numero delle recidive locali e a distanza.
Questo è un risultato veramente importante, che un po' rivoluziona la modalità con cui noi curiamo i tumori. È chiaro che il melanoma è un tumore unico biologicamente, perché è un tumore molto immunogenico di per sé, un po' diverso da tutti gli altri. Ma questo rappresenta un nuovo paradigma di cura. È la prima volta che in oncologia si dimostra che una strategia di vaccinazione personalizzata a mRNA, disegnata sul tumore del singolo paziente, può ridurre il rischio di metastasi a distanza. Queste sono persone operate radicalmente, che non hanno tumore e che utilizzano il vaccino per prevenire le recidive. Dovrebbe essere la modalità con cui ogni vaccino viene utilizzato a scopo terapeutico».
Facciamo un passo indietro quali sono oggi i vaccini già disponibili?
«In Oncologia, Prevenzione Primaria significa bloccare le cause primarie di una malattia prima che si sviluppi. Quindi i vaccini per la prevenzione primaria bloccano i virus responsabili di infezioni croniche che, nel tempo, possono trasformarsi in cancro Sono il vaccino contro lo Human Papilloma Virus (HPV), infezione comune che si trasmette per via sessuale e che predispone a tumori della cervice uterina nelle donne, ma anche tumori della bocca, del distretto testa-collo, dell'ano, della vulva e del pene. Il vaccino anti HPV previene queste forme di tumore coprendo oltre il 90% delle forme tumorali legate al virus. Il secondo vaccino è il vaccino per prevenire la epatite B. Si tratta di una infezione del fegato che si trasmette attraverso il sangue o i rapporti sessuali non protetti. Se diventa cronica può predisporre a tumori del fegato (epatocarcinomi). Questo vaccino previene in modo efficace l'infezione da Epatite B.
Vengono offerti gratuitamente in Italia. Nel nostro Paese, entrambi le vaccinazioni sono offerte dal Servizio sanitario nazionale. La vaccinazione anti-epatite B è obbligatoria e gratuita per tutti i nuovi nati dal 1991 (si somministra di solito tramite il vaccino esavalente in tre dosi) e rientra nel calendario delle vaccinazioni pediatriche, inoltre, negli adulti è raccomandata ad alcune gruppi di popolazione a rischio per condizioni o patologia.
La vaccinazione contro il papilloma virus è raccomandata e offerta gratuitamente (a maschi e femmine) al compimento dell’11° anno di vita e alle donne fino a 25 anni non vaccinate, anche utilizzando l’occasione del primo screening (gratuito) per la prevenzione del tumore del collo dell’utero. E' essenziale aumentare l'informazione sull'importanza di tali vaccinazioni. Nei paesi dove la copertura è massimale, l'incidenza di tali neoplasie è molto bassa»
La parola “vaccino” rischia però di creare un equivoco. Non stiamo parlando di un vaccino che impedisce a una persona sana di sviluppare un melanoma. Che cosa significa esattamente “vaccino contro il cancro” e qual è la differenza rispetto ai vaccini che prevengono le malattie infettive?
«La differenza è sostanziale: questo non è un vaccino che, se somministrato, ti immunizza contro lo sviluppo di un cancro. Questo è un vaccino disegnato in maniera specifica su pazienti che hanno già avuto il cancro e che ha l'obiettivo di educare il sistema immunitario di quel singolo paziente a riconoscere cellule tumorali circolanti e micrometastasi che vengono da quel tumore radicalmente asportato. Il sistema immunitario attivato dal vaccino e dal pembrolizumab genera una risposta immunitaria a cellule T contro le cellule tumorali. Le terapie personalizzate a base di neoantigeni sono progettate per addestrare e attivare una risposta immunitaria antitumorale basata sulla firma mutazionale unica del tumore del paziente.
Quindi l'obiettivo di questo vaccino, che è stato personalizzato su ogni singolo paziente e sul suo singolo tumore, è educare il sistema immunitario a prevenire la recidiva del tumore che quel paziente ha avuto. Non a prevenire lo sviluppo di nuovi tumori, ovviamente, ma la recidiva di quello specifico tumore».
Proviamo allora a spiegare che cos'è un vaccino a mRNA e che cosa succede nell'organismo dopo l'iniezione. L'mRNA può in qualche modo modificare il Dna delle nostre cellule?
«No, in maniera categorica no. Un vaccino a mRNA è un vaccino che viene sintetizzato artificialmente in un laboratorio, partendo però dal codice genetico del tumore che è stato asportato al paziente. Ogni tumore di un singolo paziente ha una sua firma mutazionale. Si chiama firma molecolare, come l'impronta digitale genetica di quel tumore.
Quindi si sequenzia il DNA di quel tumore e questa informazione di sequenziamento, che non è una cosa semplice, viene utilizzata per creare un mRNA sintetico che codifica per i neoantigeni, cioè le proteine alterate che vengono dalle mutazioni di quel tumore. È una copia del profilo mutazionale del tumore, come se tu avessi il DNA del tumore e poi ne avessi una copia sintetica che serve chiaramente a informare il sistema immunitario con un messaggio del tipo: "Riconosci tutte le cellule tumorali che esprimono quei neoantigeni e falle fuori".
Questo vaccino a mRNA non ha nessuna capacità di incorporarsi nel DNA normale del paziente. Quindi questi vaccini sono disegnati per educare e attivare la risposta immunitaria, con la generazione di alcuni linfociti T e di alcune cellule immunologiche che si attivano in presenza di quei neoantigeni. Quindi, se c'è qualche micrometastasi, la fanno fuori. E infatti la dimostrazione dello studio è che i pazienti che hanno ricevuto il vaccino vanno meglio».
Il vaccino viene somministrato insieme all'immunoterapia. Perché questa associazione? Che cosa fanno di diverso vaccino e immunoterapia e perché insieme potrebbero impedire più efficacemente al melanoma di tornare?
«Questo è molto importante perché magari il vaccino da solo non ha questa potenza di attivare in maniera sostanziale il sistema immunitario. Dando il pembrolizumab, che è un immune checkpoint inhibitor, riattiviamo in maniera ancora più potente il sistema immunitario perché togliamo i freni inibitori che potenzialmente il tumore può imporre al sistema immunitario. Facendoli insieme, togliendo i freni inibitori del sistema immunitario e associando il vaccino, questa combinazione è micidiale per le cellule tumorali».
Il melanoma è soltanto l'inizio? Qual è oggi lo stato dell'arte dei vaccini terapeutici contro il cancro e quali altri tumori sembrano i candidati più promettenti per questa strategia?
«Ci sono altri programmi attivi in questo momento. Ce uno studio randomizzato di fase III nei tumori polmonari. Ha lo stesso disegno di quello del melanoma: pazienti con tumori polmonari ad alto rischio, radicalmente resecati; si sintetizza il vaccino allo stesso modo e lo si studia con lo stesso disegno, vaccino più pembrolizumab verso pembrolizumab da solo.
Un secondo studio è sui tumori renali ed è uno studio di fase 2. Un altro studio, sempre di fase 2, è sui tumori della vescica. Devo dire la verità, c'era anche il sogno di fare uno studio sui tumori mammari triplo negativi e spero tanto che i risultati di questo studio facciano reinvestire di nuovo su questo progetto originale, che sicuramente potrebbe avere delle ripercussioni nel futuro. Quindi attualmente, abbiamo il polmone con uno studio di fase 3 randomizzato e i tumori renali e della vescica con studi di fase 2 randomizzati».
Parliamo della situazione italiana. Il nostro Paese partecipa a queste sperimentazioni. Possiede anche competenze, tecnologie e infrastrutture per lavorare su vaccini di questo tipo?
«Assolutamente. Il nostro Paese ha partecipato a queste sperimentazioni. Diversi centri italiani nello studio del melanoma sono stati coinvolti, il Pascale di Napoli, l'Istituto Europeo di Oncologia. Naturalmente noi non abbiamo allestito i vaccini: il campione è stato spedito negli Stati Uniti, dove è stato sequenziato il tumore e allestito il vaccino di Moderna/Merck. Però devo dire che in Italia c'è una grande tradizione di immunoterapie e di allestimento di vaccini.
Sicuramente in Italia abbiamo know-how e tecnologia per poter lavorare sui vaccini di questo tipo. Il mondo farmaceutico e di ricerca nazionale è in grado di fare cose di questo tipo. Questo è stato uno studio estremamente costoso per la complessità organizzativa e anche per l'investimento finanziario. È chiaro che, se non c'è una struttura privata dietro che lavora su un progetto di questo tipo, servono centinaia di milioni di dollari per completare uno studio come questo. Quindi di certo lo possiamo fare. Servirebbero investimenti per disegnare studi come questo».
Arriviamo alla sicurezza: quali effetti indesiderati sono emersi finora con i vaccini oncologici a mRNA? Esiste il rischio di una risposta immunitaria contro i tessuti sani? Ci sono pazienti per i quali questo tipo di terapia può essere controindicato o richiedere particolare cautela?
«In questo momento i dati di safety di questo studio, come riportato nel comunicato stampa, indicano che il vaccino è sicuro in combinazione con il trattamento. Dovremmo andare più nei dettagli di questi dati, che verranno presentati ad ESMO Congress in ottobre.
In generale, l'utilizzo di approcci che riattivano il sistema immunitario può causare un'attivazione eccessiva del sistema immunitario e quindi delle condizioni di autoimmunità. Vale a dire, se tu scateni dei linfociti T contro il tumore, a volte possono anche essere causa di danni a organi sani per “fuoco amico”. Si chiama proprio così: fuoco amico.
Questi approcci terapeutici possono dare delle polmoniti su base autoimmune, delle tiroiditi su base autoimmune, delle coliti. Però sono tutti gestibili clinicamente perché noi ormai utilizziamo approcci immunoterapici da decenni, sia in oncologia sia in ambito emato-oncologico, e quindi la gestione di questi effetti collaterali è molto sicura e gli oncologi hanno una grossa esperienza nel gestirli.
Quindi io non mi aspetto che l'aggiunta del vaccino dia più tossicità, perché quando era stato presentato in precedenza lo studio di fase 2 randomizzato i dati di sicurezza erano molto confortanti».
C'è anche un problema di tempi e costi. Bisogna sequenziare il tumore, individuare le mutazioni, scegliere gli antigeni e produrre un vaccino diverso per ogni paziente. Quanto tempo richiede oggi questo processo? Potrebbe diventare realmente sostenibile per un sistema sanitario pubblico come il nostro?
«Sicuramente la complessità è tale per cui l'allestimento di un vaccino può portare via da quattro a sei settimane, a livello industriale. Perché, nel caso dei pazienti, tu asporti il campione e lo mandi in un laboratorio centralizzato. Asportare un tumore è un atto chirurgico che prevede un giorno. Il sequenziamento di un tumore con le tecnologie di cui disponiamo oggi può metterci da sette a dieci giorni.
Quello che è un po' più complesso è l'allestimento di un vaccino, che deve essere fatto ovviamente in un contesto con controlli di sicurezza e di qualità. Devo dire che in un servizio sanitario pubblico, in questo momento, non è possibile farlo. Quindi, allo stato attuale delle conoscenze, questo può essere fatto solo nell'ambito di laboratori di case farmaceutiche private che hanno messo a punto dei processi industriali, protetti da brevetto, per poter allestire questi vaccini in un tempo relativamente breve.
Quindi questo sarà disponibile sicuramente a qualsiasi paziente nel mondo, in questi tempi molto ragionevoli. Allestirlo noi “in casa” non è possibile in questo momento».
“Vaccino contro il cancro” è un'espressione potentissima e può generare aspettative enormi. Se oggi un paziente con melanoma le chiedesse: “Professore, abbiamo finalmente un vaccino che può impedire che il tumore torni?”, che cosa gli risponderebbe?
«Posso rispondere che, alla luce dei dati di questo studio, nei melanomi ad alto rischio, allestire un vaccino e combinarlo all'immunoterapia riduce con certezza il rischio di sviluppare metastasi a distanza, perché lo studio lo ha dimostrato. Quindi questi dati sono molto promettenti, soprattutto perché ci aspettiamo anche che lo studio sul polmone dia gli stessi risultati. Ma anche per altre patologie che sono molto immunogeniche, come i tumori del rene e della vescica che ho citato prima. Come in ogni studio è mandatorio essere cauti ed attendere anche i dati di sopravvivenza, ovvero avere il dato finale di più pazienti guariti con un approccio di questo tipo».
È una strada che sembra ormai imboccata per avere in futuro più possibilità di cura. Ma nel frattempo quali sono le armi che abbiamo oggi a disposizione contro i tumori?
«Questa non è l'arma per tutti i tumori. Va specificato molto chiaramente. Questa è un'arma che può essere utilizzata in alcuni tumori particolarmente immunogenici, vale a dire sensibili all'immunoterapia.
È chiaro che noi, per fortuna, abbiamo tante armi. Oltre ai vaccini, ci sono gli anticorpi monoclonali, vale a dire farmaci che vanno a bersagliare in maniera selettiva antigeni espressi sulle cellule tumorali. Questi anticorpi possono essere monospecifici. Oggi addirittura ci sono gli anticorpi bispecifici, che si utilizzano molto in ematologia e possono andare a bersagliare due antigeni allo stesso tempo.
Sulla scia degli anticorpi abbiamo gli anticorpi coniugati, dei “cavalli di Troia” che portano l'anticorpo sul bersaglio, coniugato a un chemioterapico che poi viene endocitato all'interno della cellula tumorale, dove rilascia, come un cavallo di Troia, il suo carico chemioterapico.
Poi ovviamente abbiamo quelli che noi chiamiamo tyrosine kinase inhibitors, cioè terapie orali che riescono a bersagliare in maniera specifica le mutazioni; le CAR-T cell, che sono state una rivoluzione qualche anno fa: linfociti del paziente educati a riconoscere il tumore come nemico e a farlo fuori. In Italia abbiamo un'enorme esperienza grazie al professor Franco Locatelli, che allestisce le CAR-T cell nel suo stesso ospedale e riesce quindi a generare queste terapie localmente.
E poi, alla fine, ovviamente, l'arma migliore in assoluto è lo screening e la prevenzione. Lo screening significa fare la mammografia quando serve, fare la visita annuale col dermatologo per identificare melanomi allo stadio precoce, fare la Tac ad alta risoluzione per i grossi fumatori. La vera arma che noi abbiamo in un Paese che si basa sul Servizio sanitario nazionale è la prevenzione primaria, vale a dire screening e modifica degli stili di vita: non fumare, non bere in eccesso, fare attività fisica e condurre uno stile di vita sano».
Non c'è il rischio che questa corsa verso vaccini così sofisticati e personalizzati finisca per creare pazienti di serie A e pazienti di serie B?
«Questa è una considerazione di geopolitica, più che di scienza. Io penso che bisogna riconoscere che c'è un gap tra l'approvazione di un nuovo farmaco negli Stati Uniti, spesso primo Paese al mondo dove l'FDA approva i farmaci, e poi l'approvazione e l'accesso in Europa e in altri Paesi del mondo. Spesso il problema non è l’approvazione del farmaco, ma l'accesso al farmaco. Perché mentre negli Stati Uniti il sistema è assicurativo, quindi nel momento in cui l'FDA approva - che non è un payer - il farmaco può essere già rimborsato dalle assicurazioni, in Europa abbiamo in tanti paesi un Servizio sanitario nazionale dove c'è molta disparità nell'accesso. Addirittura c'è anche una disparità intranazionale tra le diverse Regioni.
Io vorrei dare un messaggio su questo argomento: se noi applicassimo un sistema di rimborsabilità basato sul valore del farmaco - valore significa prendere in considerazione quei farmaci altamente innovativi che impattano sulla sopravvivenza, sull'aumento dell'aspettativa di vita.
Dobbiamo dire: se tu hai un farmaco che è veramente trasformativo, che guarisce più pazienti e che impatta sul numero dei pazienti guariti, quel farmaco deve avere priorità su altri farmaci, che magari non danno questo tipo di beneficio. Un approccio di questo tipo significa ridisegnare un po' le modalità di rimborsabilità dei farmaci e dare priorità a trattamenti che sono veramente innovativi.
E su questo mi preme sottolineare che l'Aifa negli anni ha fatto un lavoro di questo tipo. Noi abbiamo uno dei migliori sistemi sanitari al mondo. Devo anche riconoscere che siamo uno dei Paesi che ha accesso a tutta l'innovazione: la maggior parte dei farmaci disponibili negli Stati Uniti in questo momento specifico sono disponibili anche nel nostro Paese. Mi auguro che il nostro paese continui a mantenere questo sistema di rimborsabilità basata su innovatività e valore».
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Paziente con glioblastoma, “attendo dalla Asl trasferimento ad Atri” cityrumorsabruzzo.it
Torna a far sentire la sua voce Lorenzo Sichetti, 47enne di Roseto degli Abruzzi, affetto da glioblastoma che, nei giorni scorsi, aveva scritto una lettera aperta per avere accesso a una riabilitazione intensiva, che potrebbe dargli a suo avviso maggiori possibilità di recupero.
Nel ringraziare la Asl per la risposta, “vorrei tuttavia chiedere un chiarimento rispetto alla prima parte della comunicazione, nella quale si fa riferimento alla valutazione del mio caso da parte del gruppo multidisciplinare e all’indicazione di un percorso riabilitativo di tipo estensivo; alla luce di questo sono a chiedere cortesemente di precisare, se tale riferimento, riguardi la prima ed unica valutazione multidisciplinare già effettuata all’inizio di luglio 2026, a seguito della quale mi è stata concessa la riabilitazione estensiva, oppure se vi è stato un successivo incontro al quale né io né un mio familiare eravamo presenti e del quale non siamo stati messi a conoscenza”.
E ancora: “Sono oltremodo grato per avermi dato la possibilità di una nuova valutazione e chiedo che essa possa essere svolta in maniera realmente approfondita e collegiale, alla presenza dei professionisti che si sono occupati di me sino ad ora, ed in particolare del dott. Tartara e del dott. Cianci, dei quali ho piena fiducia per motivi che ben può comprendere, e di terapisti specializzati e propositivi, al fine di poter valutare tutte le possibilità riabilitative concretamente percorribili, compresa la possibilità di accedere a un percorso intensiva presso una struttura adeguata e altamente specializzata. La mia paura è che la mancanza di fondi o motivi burocratici possano ostacolare il mio obiettivo, nonché sacrosanto diritto di recuperare quanto più possibile; per me è fondamentale poter essere inserito in un ambiente riabilitativo in grado di offrirmi il trattamento, l’intensità, la continuità e le competenze professionali necessarie per un recupero ottimale; Vi chiedo che nessuna possibilità mi sia preclusa e che venga verificato fino in fondo quale sia oggi il percorso più adeguato alle mie effettive potenzialità”.
“Dato che nella Vostra comunicazione non vengono specificate le modalità e le tempistiche della nuova valutazione gentilmente concessami, Vi prego di volermi comunicare con la massima sollecitudine con quali modalità e tempi, questa sarà effettuata nella indicata sede dell’Ospedale di Comunità di Atri, considerato che attualmente mi trovo presso altra struttura fuori provincia e che il trasferimento dovrà essere organizzato dalla Asl. Sottolineo ancora una volta l’importanza del fattore tempo: ribadisco che attualmente sto vivendo una situazione che percepisco come TOTALE ABBANDONO ed ogni giorno trascorso senza poter accedere ad un adeguato percorso riabilitativo rappresenta una possibilità di recupero perduta e sicuramente un giorno in meno, un giorno perso, nella mia vita”.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Tumore al seno: oltre 1.400 poliziotte sono "Ambasciatrici della Prevenzione" pharmastar.it
La cultura della prevenzione del tumore al seno conquista le donne della Polizia di Stato, coinvolgendo oltre 1.400 poliziotte, soprattutto le Allieve Agenti, in soli due mesi in quattro cittŕ: Milano, Brescia, Bologna, Piacenza. Sono i risultati della campagna di sensibilizzazione "Care for Caring - Ambasciatrici della Prevenzione" presentati a Roma, al Ministero della Salute. Dell'iniziativa, ideata e coordinata da Ladies First, promossa dalla Polizia di Stato con il patrocinio della Fondazione dell'AIOM e della Regione Emilia-Romagna parliamo con Mario Mazzotti, Dirigente dell'Ufficio di Coordinamento Sanitario della Polizia di Stato per le Regioni Lombardia ed Emilia-Romagna. Tumore del polmone: dall’assenza di mutazioni driver alle resistenze, quali i principali unmet need?Professor Marcello Tiseo Psoriasi, nuove evidenze sugli anti-IL-23: verso un controllo dell'infiammazione sistemica e della progressione di malattiaProf.ssa Alessandra Narcisi Psoriasi, perché intervenire precocemente: ruolo dell'infiammazione sistemica e delle comorbiditŕProf.ssa Anna Campanati Studi clinici nelle malattie rare: rigore metodologico e nuove prospettiveCarlotta Galeone Malattie rare, le nuove sfide per valutare e garantire l'accesso alle terapieClaudio Jommi Vitiligine: una presa in carico piů vicina al paziente per migliorare qualitŕ di vita e accesso alle cureValeria Corazza Vitiligine, innovazione terapeutica e organizzativa: il valore della collaborazione tra tutti gli stakeholderNicola Bencini Farmacia dei servizi e teledermatologia: la sperimentazione lombarda rafforza la presa in carico della vitiligineAnna Rosa Racca Vitiligine, nuove terapie target e aderenza: le chiavi per migliorare i risultati cliniciAngelo Valerio Marzano Teledermatologia e farmacie dei servizi: la Lombardia sperimenta un nuovo modello di presa in carico della vitiligineEmanuele Monti TAVI nei casi complessi, esperienza e metodo per aumentare la sicurezzaDott. Arturo Giordano TAVI e Lifetime Management, progettare oggi il percorso futuro del pazienteDott. Francesco Bedogni InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia
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Tumore al seno: l'educazione alla prevenzione conquista le donne della Polizia di Stato pharmastar.it
Ora anche le oltre 1.400 poliziotte coinvolte nel progetto "Care for Caring - Ambasciatrici della Prevenzione" del tumore al seno potranno aiutare altre donne a tutelare la propria salute. Un progetto di sensibilizzazione e di educazione alla Prevenzione i cui risultati sono stati presentati nel corso di una conferenza stampa promossa dall'On. Simona Loizzo, che si č svolta presso il Ministro della Salute.L'iniziativa č stata ideata e coordinata da Ladies First in collaborazione con la Polizia di Stato, e patrocinata dalla Fondazione dell'AIOM e dalla Regione Emilia-Romagna. Ne parlano la Dott.ssa Paola Bardasi, Direttore Generale Az. Osp/AUSL Piacenza e Fabrizio Ciprani, Direttore Centrale Sanitŕ Polizia di Stato. Tumore del polmone: dall’assenza di mutazioni driver alle resistenze, quali i principali unmet need?Professor Marcello Tiseo Psoriasi, nuove evidenze sugli anti-IL-23: verso un controllo dell'infiammazione sistemica e della progressione di malattiaProf.ssa Alessandra Narcisi Psoriasi, perché intervenire precocemente: ruolo dell'infiammazione sistemica e delle comorbiditŕProf.ssa Anna Campanati Studi clinici nelle malattie rare: rigore metodologico e nuove prospettiveCarlotta Galeone Malattie rare, le nuove sfide per valutare e garantire l'accesso alle terapieClaudio Jommi Vitiligine: una presa in carico piů vicina al paziente per migliorare qualitŕ di vita e accesso alle cureValeria Corazza Vitiligine, innovazione terapeutica e organizzativa: il valore della collaborazione tra tutti gli stakeholderNicola Bencini Farmacia dei servizi e teledermatologia: la sperimentazione lombarda rafforza la presa in carico della vitiligineAnna Rosa Racca Vitiligine, nuove terapie target e aderenza: le chiavi per migliorare i risultati cliniciAngelo Valerio Marzano Teledermatologia e farmacie dei servizi: la Lombardia sperimenta un nuovo modello di presa in carico della vitiligineEmanuele Monti TAVI nei casi complessi, esperienza e metodo per aumentare la sicurezzaDott. Arturo Giordano TAVI e Lifetime Management, progettare oggi il percorso futuro del pazienteDott. Francesco Bedogni InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia
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Tumore al pancreas: i risultati del farmaco daraxonrasib aprono a nuove prospettive terapeutiche OMaR – Osservatorio Malattie Rare
Tumore al pancreas
Tumore al pancreas: i risultati del farmaco daraxonrasib aprono a nuove prospettive terapeutiche
Presentati all’ultimo Congresso ASCO, i dati dello studio RASolute 302 attirano l’attenzione sulle potenzialità dell’approccio terapeutico basato sull’inibizione della proteina RAS
Ci sono momenti destinati a essere ricordati e l’ovazione con cui la folta platea di medici riuniti a Chicago, al Congresso 2026 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), ha accolto i risultati dello studio RASolute 302 sul tumore al pancreas è uno di questi: i dati del trial clinico, che ha valutato l’impiego del farmaco sperimentale daraxonrasib, rappresentano una potenziale svolta, in grado di influenzare anche la futura ricerca su questa insidiosa neoplasia solida. E non è un caso che il barometro per misurare il valore dell’innovazione oncologica mondiale sia il congresso dell’ASCO dove, quattro anni fa, furono trionfalmente accolti i dati dello studio Destiny-Breast04 sul tumore alla mammella metastatico HER2Low: fu un momento importante nel panorama terapeutico del carcinoma mammario, così come ci si augura che oggi possano esserlo, per il cancro del pancreas, i dati del trial RASolute 302.
TUMORE AL PANCREAS: SPESSO SILENTE E QUASI SEMPRE AGGRESSIVO
Il carcinoma del pancreas - abitualmente riferito come adenocarcinoma duttale, poiché oltre il 90% delle neoplasie di quest’organo origina dalle cellule dei dotti pancreatici - è uno dei più aggressivi: in Italia si stimano circa 14mila decessi all’anno, ma sono gli indici di mortalità a farne una delle principali cause di decesso oncologico, con una sopravvivenza a 5 anni che si attesta intorno al 4%. Purtroppo, le manifestazioni cliniche del tumore del pancreas (una delle più evidenti è il dimagrimento, seguito da dolore addominale) non sono specifiche, complicando l’opportunità di una diagnosi precoce; tale aspetto fa sì che solo il 15-20% dei tumori pancreatici diagnosticati possa essere asportato chirurgicamente.
Oggi, le possibilità terapeutiche per questa patologia comprendono la chirurgia, quando la lesione cancerosa è operabile, differenti combinazioni di chemioterapia e, in situazioni selezionate, la radioterapia o trattamenti mirati a specifiche alterazioni molecolari. Nella malattia metastatica la scelta delle terapie e della loro sequenza deve tenere conto anche della risposta ai trattamenti precedenti, degli effetti collaterali e della qualità di vita del paziente. In ogni caso, nel tumore al pancreas le scelte terapeutiche devono essere effettuate da un’equipe multidisciplinare sulla base dello stadio, della sede e delle caratteristiche biologiche e molecolari della malattia, nonché delle condizioni generali della persona.
Il quadro, quindi, è piuttosto complesso ma quest’anno, tra i padiglioni del McCormick Place di Chicago, si è respirata l’aria di un cambiamento strategico, con l’avvento di una medicina di precisione capace di colpire un bersaglio genetico specifico ottimizzando, al contempo, i carichi terapeutici. In Italia, l’entusiasmo per gli esiti del trial RASolute 302 ha raggiunto i maggiori oncologi, da Milano a Roma, a conferma che saper leggere la biologia di un tumore sta permettendo di abbattere barriere storicamente ritenute insormontabili.
LO STUDIO CLINICO RASOLUTE 302
I risultati del trial di Fase III RASolute 302 sono stati pubblicati sul numero di luglio del New England Journal of Medicine e hanno portato sotto la lente d’ingrandimento il potenziale di daraxonrasib, un inibitore orale, multiselettivo, della proteina RAS. Infatti, quasi il 90% degli adenocarcinomi duttali del pancreas esprime mutazioni patologiche nel gene RAS, che codifica per l’omonima proteina; tali mutazioni sono associate a una serie di eventi precoci che promuovono la crescita della lesione neoplastica. Ciò ha contribuito a fare dei geni di questa famiglia un bersaglio terapeutico alquanto interessante. Negli anni sono stati messi a punto dei farmaci efficaci su una singola mutazione del gene RAS ma che non riescono ad agire sulla forma attiva della proteina omonima. Al contrario, daraxonrasib appartiene a una classe innovativa di molecole capaci di legarsi proprio alla forma attiva di RAS: tale operazione è possibile poiché il farmaco si lega alla proteina ciclofillina A (CypA), diffusamente espressa nelle cellule, specialmente quelle tumorali. Così facendo si viene a formare un complesso che interrompe l’interazione di RAS con altre proteine lungo la cascata di segnale. Daraxonrasib agisce su un ampio spettro di varianti del gene RAS, incluse le molte diffuse G12D e G12V, coprendo fino al 90% di pazienti con tumore al pancreas precedentemente orfani di cure mirate.
I risultati presentati a Chicago parlano chiaro. Il trial RASolute 302 ha arruolato 500 pazienti con adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico e con malattia in progressione dopo una precedente linea di terapia: 248 sono stati inclusi nel braccio di trattamento con daraxonrasib, ottenendo una sopravvivenza globale mediana di 13,2 mesi rispetto ai 6,7 mesi del gruppo di controllo, sottoposto a chemioterapia. La sopravvivenza libera da progressione nei pazienti trattati con daraxonrasib è stata di 7,2 mesi, contro i 3,6 mesi del gruppo di controllo, e il tasso di risposta obiettiva è stato quasi il triplo di quello registrato nei pazienti di controllo (33,2% contro 11,8%).
Va però specificato che l’obiettivo principale dello studio RASolute 302 era di valutare l’efficacia e la sicurezza di daraxonrasib in una specifica categoria di pazienti, ossia quelli il cui tumore presentava un’alterazione del gene RAS chiamata G12, una delle più frequenti nell’adenocarcinoma del pancreas. I dati della sperimentazione si sono confermati positivi anche in questa popolazione, dove la sopravvivenza globale mediana è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib e di 6,6 mesi con la chemioterapia, mentre la sopravvivenza libera da progressione è risultata, rispettivamente, di 7,3 e 3,5 mesi. Dopo dodici mesi, era ancora vivo il 53,3% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco, contro il 18,7% di quelli sottoposti a chemioterapia.
I dati pubblicati sottolineano anche il favorevole profilo di sicurezza di daraxonrasib: il farmaco è stato generalmente ben tollerato, ma dovrà comunque essere somministrato sotto l’occhio esperto dell’oncologo poiché sono emersi effetti collaterali - come diarrea e rash cutaneo - che sono apparsi gestibili attraverso una riduzione del dosaggio.
Tuttavia, è opportuno ribadire che questi risultati riguardano una precisa popolazione di pazienti, ossia quelli con malattia metastatica già sottoposti a una precedente terapia e portatori di una mutazione RAS G12. I dati non possono quindi essere estesi automaticamente a tutte le persone con tumore del pancreas.
UN RISULTATO IMPORTANTE MA LA CAUTELA È D’OBBLIGO
Come detto, le alterazioni dei geni della famiglia RAS sono molto frequenti nell’adenocarcinoma duttale del pancreas, ma per decenni questo bersaglio molecolare è stato considerato quasi impossibile da colpire farmacologicamente.
In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Med e firmato dalla dottoressa Giulia Orsi e dal professor Michele Reni, del Dipartimento di Oncologia Medica e del Pancreas Translational and Clinical Research Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, i due autori confermano il rilievo delle conclusioni dello studio RASolute 302, a dimostrazione di come l’inibizione di RAS possa diventare una strategia efficace contro il tumore del pancreas e aprire così la strada allo sviluppo di una nuova classe di trattamenti.
Al contempo, però, i due esperti invitano a valutare con cautela la reale entità del beneficio osservato, evidenziando alcuni limiti dello studio. Il confronto con la chemioterapia potrebbe aver infatti favorito daraxonrasib, perché nel gruppo di controllo i trattamenti scelti non erano sempre basati sull’evidenza scientifica attualmente disponibile e una quota di pazienti non aveva ricevuto alcuna terapia. Inoltre, parte del vantaggio di sopravvivenza mostrato dal nuovo farmaco può verosimilmente essere dovuto a trattamenti successivi somministrati dopo la progressione della malattia. Oltre a ciò, il periodo di osservazione è stato breve e i dati disponibili non permettono di capire con certezza quanto a lungo durerà il beneficio di daraxonrasib, e non è neppure ancora chiaro se il farmaco sia efficace nei tumori con mutazioni RAS diverse da G12. Restano infine da considerare alcuni effetti collaterali legati al trattamento, soprattutto a carico della pelle e della bocca.
“Lo studio è indubbiamente positivo e dimostra che RAS può finalmente diventare un bersaglio terapeutico anche nel tumore del pancreas”, spiega Michele Reni, professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. “Daraxonrasib è però in grado di ritardare la progressione della malattia e non di impedirla, e non deve essere interpretato come una cura definitiva. Il risultato rappresenta l’inizio di un possibile cambiamento di paradigma, che dovrà essere consolidato attraverso dati più maturi e nuovi studi”.
“Uno dei prossimi obiettivi della ricerca sarà comprendere i meccanismi attraverso i quali le cellule tumorali sviluppano resistenza al farmaco”, aggiunge la dottoressa Orsi. “Queste conoscenze potrebbero permettere di associare gli inibitori di RAS alla chemioterapia o ad altre molecole dirette contro i meccanismi di resistenza. Sarà inoltre importante studiare daraxonrasib in fasi più precoci del percorso terapeutico”.
OPPORTUNITÀ ATTUALI E PROSPETTIVE FUTURE
L’ASCO 2026 ha segnato un punto di svolta nel tumore al pancreas, con il consolidamento della genomica quale bussola terapeutica e l’ingresso in campo della terapia mirata anti-RAS: l’efficacia dimostrata da daraxonrasib punta, infatti, verso una personalizzazione del trattamento che va oltre le fasi avanzate di malattia, permettendo di ipotizzare future strategie terapeutiche più precoci.
Ciononostante, è importante ricordare che daraxonrasib è ancora un farmaco sperimentale e, al momento, non è autorizzato né disponibile per il trattamento dei pazienti nell’Unione Europea. Ad aprile, daraxonrasib ha ricevuto dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) la designazione di farmaco orfano per il tumore del pancreas, un riconoscimento che è pensato per incentivare lo sviluppo di nuove terapie per le malattie rare ma che non equivale alla loro approvazione.
Il Comitato per i Medicinali per Uso Umano dell’EMA ha avviato una revisione progressiva dei dati su daraxonrasib: questa procedura consente di valutare le evidenze sul farmaco man mano che diventano disponibili e può accelerare il percorso regolatorio, ma la molecola sperimentale dovrà comunque rispettare gli stessi requisiti di qualità, efficacia e sicurezza previsti per tutti gli altri medicinali prima di poter essere ufficialmente approvata in Europa e, al momento, non è possibile prevedere quando si concluderà la valutazione.
A prescindere da tutto ciò, la lezione di Chicago è netta: grazie alla medicina di precisione il cancro sta perdendo la sua aura di invincibilità per diventare una patologia che può essere potenzialmente sconfitta grazie a una terapia calibrata sull’identità molecolare delle cellule maligne e sulle condizioni del paziente.
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Un vaccino a mRNA diverso per ogni paziente: cosa sappiamo della nuova terapia contro il melanoma greenMe
Si toglie il melanoma, se ne analizzano le mutazioni e da quel tumore viene costruito un trattamento diverso per ogni paziente. Fino a 34 bersagli molecolari, scelti sulla carta d’identità genetica della malattia e messi dentro una molecola di mRNA che deve insegnare al sistema immunitario cosa andare a cercare. Il cosiddetto vaccino a mRNA contro il melanoma è arrivato ora alla prova più pesante: il 19 agosto Moderna e Merck hanno annunciato che lo studio internazionale di fase 3 INTerpath-001 ha raggiunto sia l’obiettivo principale sulle recidive sia quello sulle metastasi a distanza.
È un passaggio importante anche perché parliamo del primo risultato positivo di fase 3 per una terapia oncologica personalizzata basata su neoantigeni e mRNA. C’è però un dettaglio piuttosto ingombrante da mettere subito sul tavolo: i risultati comunicati sono per ora topline. Sappiamo che la differenza rispetto alla sola immunoterapia è stata definita statisticamente significativa e clinicamente rilevante; non sappiamo ancora di quanto. I dati completi saranno presentati a un prossimo congresso medico e sottoposti alle autorità regolatorie.
Non è il vaccino che si fa per evitare il melanoma
La parola “vaccino” può far immaginare una puntura somministrata alle persone sane per impedire la comparsa del tumore. Qui succede qualcosa di molto diverso.
Intismeran autogene, conosciuto durante lo sviluppo anche come V940 o mRNA-4157, è una terapia oncologica individualizzata. Nello studio di fase 3 è stata utilizzata in persone che avevano già avuto un melanoma cutaneo ad alto rischio, negli stadi IIB, IIC, III o IV, e alle quali il tumore era stato completamente rimosso chirurgicamente. L’obiettivo è diminuire la probabilità che qualche cellula tumorale rimasta nell’organismo riesca a rimettere in moto la malattia.
Per costruire intismeran viene utilizzato un campione del tumore del singolo paziente. Le sue mutazioni vengono analizzate per individuare i cosiddetti neoantigeni, caratteristiche anomale delle cellule cancerose che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. Viene quindi sintetizzato un mRNA capace di codificarne fino a 34. Una volta somministrato, dovrebbe addestrare i linfociti T a riconoscere proprio quei bersagli.
Il trattamento viene associato a pembrolizumab, un farmaco immunoterapico anti-PD-1 già utilizzato contro diversi tumori. Se intismeran fornisce al sistema immunitario una specie di identikit delle cellule da cercare, pembrolizumab interviene su uno dei meccanismi con cui il tumore riesce a frenare la risposta immunitaria.
E no, non si tratta neppure di una singola iniezione confezionata e pronta per chiunque. Nel trial i pazienti assegnati alla combinazione hanno ricevuto intismeran per via intramuscolare ogni tre settimane, fino a nove dosi, insieme a pembrolizumab per circa un anno. Una medicina personalizzata sul serio significa anche questo: prima bisogna leggere il tumore, poi bisogna fabbricare il trattamento.
Cosa ha dimostrato davvero la fase 3
Lo studio INTerpath-001 è randomizzato e in doppio cieco. Secondo i dati appena comunicati dalle aziende ha coinvolto 1.137 pazienti, assegnati in rapporto due a uno alla combinazione intismeran-pembrolizumab oppure a placebo più pembrolizumab.
L’obiettivo principale era la sopravvivenza libera da recidiva: quanto tempo trascorre prima che il melanoma ricompaia, localmente o a distanza, oppure prima della morte. La combinazione ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo e considerato clinicamente rilevante rispetto al solo pembrolizumab.
È stato raggiunto anche un secondo obiettivo importante, la sopravvivenza libera da metastasi a distanza. Significa che nel gruppo trattato con intismeran più immunoterapia è stato osservato un vantaggio anche nel tempo trascorso senza comparsa di metastasi lontane dalla sede originaria del melanoma.
Quanto grande sia questo vantaggio, ancora non possiamo scriverlo. Moderna e Merck non hanno diffuso hazard ratio, percentuali di pazienti liberi da malattia o numero degli eventi osservati nella fase 3. Hanno comunicato inoltre che non sono emersi nuovi segnali di sicurezza rispetto agli studi precedenti, ma anche in questo caso i dati dettagliati sugli effetti avversi non sono stati ancora resi pubblici.
Lo studio proseguirà soprattutto per chiarire un’altra questione assai meno accessoria: la sopravvivenza complessiva, cioè verificare se il trattamento riesca anche a far vivere più a lungo i pazienti.
Da dove arrivano allora quel 49% e quel 59%?
Qui conviene separare due notizie che rischiano di finire nello stesso frullatore.
Il 49% di riduzione del rischio di recidiva o morte e il 59% di riduzione del rischio di metastasi a distanza o morte arrivano dal precedente studio randomizzato di fase 2b KEYNOTE-942, pubblicato nel giugno 2026 sul Journal of Clinical Oncology. Quello studio comprendeva 157 pazienti con melanoma ad alto rischio già asportato: 107 ricevettero intismeran più pembrolizumab e 50 il solo pembrolizumab.
Dopo un follow-up mediano di circa cinque anni, era libero da recidiva il 68,8% dei pazienti trattati con la combinazione, contro il 49,1% del gruppo pembrolizumab. Il rischio di recidiva o morte risultava inferiore del 49%, quello di metastasi a distanza o morte del 59%. Ed è proprio la solidità di questi risultati ad aver portato alla sperimentazione molto più ampia appena arrivata al primo risultato positivo.
Nello stesso studio il 92,2% dei pazienti del gruppo intismeran risultava vivo a cinque anni, contro il 71,3% del gruppo di controllo. Un numero notevole, che a giugno ha prodotto parecchi titoli. La sopravvivenza complessiva era però un’analisi esplorativa, con appena 14 decessi complessivi e un intervallo di confidenza ampio. Gli stessi ricercatori parlano quindi di una tendenza favorevole, non della dimostrazione definitiva che il vaccino riduca la mortalità.
È precisamente uno dei motivi per cui la fase 3 continua.
La sperimentazione è passata anche dall’Italia
L’Italia è entrata nello studio internazionale. Il registro ClinicalTrials.gov riporta tra i centri coinvolti l’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli, l’Istituto nazionale dei tumori e l’Istituto europeo di oncologia di Milano, l’Azienda ospedaliero-universitaria senese e l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.
Intismeran, comunque, rimane un trattamento sperimentale. Il risultato di fase 3 non equivale a un’autorizzazione e oggi non esiste ancora una prescrizione ordinaria del “vaccino contro il melanoma”. Moderna e Merck hanno annunciato che presenteranno i risultati completi e discuteranno con le autorità regolatorie le domande di approvazione. In Europa, l’EMA aveva già ammesso V940 nel 2023 al programma PRIME, pensato per sostenere più da vicino lo sviluppo di medicinali promettenti destinati a bisogni clinici rilevanti. PRIME, anche qui, significa percorso accelerato di sviluppo e valutazione: non farmaco già autorizzato.
E intanto la stessa tecnologia viene studiata anche in altri tumori. Il programma INTerpath comprende sperimentazioni su carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumori della vescica e del rene, oltre ad altri studi oncologici. È forse la parte più interessante di questa storia: il melanoma potrebbe diventare la prima dimostrazione su larga scala che un vaccino a mRNA costruito partendo dalle mutazioni del tumore di una singola persona può aggiungere qualcosa a un’immunoterapia già efficace.
Per sapere quanto aggiunga serviranno quei numeri che ancora mancano. Ma la fase 3 ha già tolto intismeran dal territorio delle sole promesse: oltre mille pazienti dopo, recidive e metastasi si sono mosse entrambe nella direzione prevista. Ora tocca ai dati completi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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"Momento cruciale per la lotta contro il cancro": nuovo vaccino mRna in ultima fase di sperimentazione retenews24.net
È in sperimentazione avanzata un nuovo vaccino mRna, che rappresenta un passo cruciale per la lotta contro il cancro. Grande attesa da parte di “Moderna”.
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È in sperimentazione avanzata un nuovo vaccino mRna, che rappresenta un passo cruciale per la lotta contro il cancro. Si parla da anni di vaccini a mRNA (RNA messaggero) per combattere il cancro, in particolar modo il melanoma, un aggressivo tumore della pelle: ora siamo a un passo da una terapia rivoluzionaria contro questa malattia oncologica. Per la prima volta, infatti, uno studio di Fase 3 in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo – il gold standard della ricerca scientifica – ha dimostrato la notevole efficacia del trattamento Intismeran Autogene Plus KEYTRUDA®, messo a punto dalla società biotecnologica Moderna – divenuta molto famosa grazie al vaccino anti Covid “Spikevax” – e dal colosso farmaceutico tedesco Merck.
Moderna evidenzia che fino ad oggi lo sviluppo di un farmaco antitumorale basato sulla specifica firma genetica delle mutazioni del cancro del paziente sembrava fantascienza, ma grazie alla piattaforma a mRNA ciò è stato reso possibile. “Questi risultati di Fase 3 rappresentano un momento cruciale per la ricerca sul cancro. Per molti anni, l’idea di creare una terapia a mRNA progettata specificamente per il tumore di un singolo paziente è rimasta un’aspirazione. Ora stiamo contribuendo a trasformare questa visione in realtà”, ha affermato Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna. “Insieme a Merck, abbiamo iniziato a dimostrare il potenziale trasformativo di questa tecnologia per rispondere a esigenze critiche ancora insoddisfatte nel contesto adiuvante del melanoma. Siamo profondamente grati ai pazienti, ai ricercatori e ai team di studio il cui contributo rende possibile questo progresso”. Ha aggiunto il dirigente.
Fonte: Fanpage
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La prodigiosa alchimia del sangue al San Martino: cento esistenze rinate con la terapia Car-T ArtesTV | Giornale
Il Centro trapianti dell’IRCCS genovese taglia un traguardo clinico ed esistenziale di straordinaria portata. Cento individui, sull’orlo della resa dinanzi a neoplasie ematologiche apparentemente inespugnabili, riabbracciano la speranza grazie alla riprogrammazione cellulare. La frontiera scientifica si dilata ora verso nuove, ardite sperimentazioni contro le patologie autoimmuni e la sclerosi multipla.
Nel cuore pulsante del Policlinico San Martino di Genova, laddove la sofferenza umana incontra l’acume e il rigore della scienza ematologica più avanzata, si è compiuto un traguardo dal valore scientifico eccezionale, intriso d’un profondo e commovente significato umano. Il Centro trapianti dell’istituto ligure ha infatti tagliato il nastro del centesimo paziente curato con successo mediante l’impiego delle rivoluzionarie terapie Car-T. Cento storie, cento volti, altrettanti percorsi biografici che parevano destinati a un declino inesorabile di fronte a forme tumorali ostinate e refrattarie a ogni trattamento convenzionale, hanno trovato nell’ingegneria cellulare una seconda, imprevedibile opportunità di rinascita. Il principio cardine della terapia Car-T risiede in una sorta di prodigiosa alchimia immunologica: i linfociti T, guardiani del nostro organismo, vengono prelevati dal sangue del malato, isolati e successivamente sottoposti a una vera e propria riprogrammazione genetica in laboratorio. Equipaggiati di un recettore chimerico che li rende capaci di scovare e annientare con chirurgica spietatezza le cellule maligne, questi piccoli baluardi biologici vengono nuovamente reinfusi nel corpo del paziente. Da quel momento, le cellule potenziate ingaggiano un contrasto spietato contro il male, trasformando l’organismo stesso nel teatro d’una riscossa immunitaria tanto silenziosa quanto risolutiva. Tuttavia, dietro la rigidità asettica dei protocolli d’avanguardia e la formulazione dei dati statistici, palpita la dimensione emotiva di una comunità medica che non si arrende. Per ciascuno dei cento degenti, la somministrazione dell’infusione ha rappresentato il punto di svolta tra la disperazione d’una diagnosi nefasta e il riaffiorare graduale d’una prospettiva futura. Medici, infermieri e ricercatori hanno scortato passo dopo passo i malati e i loro familiari lungo questo sentiero impervio, condividendo ansie, febbrili attese e l’ineffabile sollievo nell’osservare i primi, inequivocabili segnali di remissione della patologia. L’orizzonte terapeutico del San Martino, tuttavia, non si attesta su questo glorioso traguardo, ma proietta la propria audacia speculativa ancora più in là. Sono infatti attualmente in corso presso la medesima struttura due pionieristiche sperimentazioni cliniche volte a estendere la tecnologia Car-T al di fuori del perimetro oncologico. La nuova sfida punta ad addestrare le cellule riprogrammate per arginare l’iperattività anomala del sistema immunitario nelle patologie autoimmuni e nel contrasto alla sclerosi multipla. Un’ipotesi scientifica di immensa portata che, se confermata dai riscontri di laboratorio, potrebbe riscrivere la storia clinica di centinaia di migliaia di persone, trasformando il terrore dell’incerto in una concreta e luminosa promessa di guarigione.
Lettere a Iacchite': "Cosenza, ospedale Mariano Santo: fuori uso da giorni il macchinario per la radioterapia. La protesta: dobbiamo morire tutti subito?" - iacchite
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.5/100
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Criteri Critici
Lettere a Iacchite': "Cosenza, ospedale Mariano Santo: fuori uso da giorni il macchinario per la radioterapia. La protesta: dobbiamo morire tutti subito?" iacchite
All’ospedale Mariano Santo di Cosenza il “macchinario” per la radioterapia per i malati oncologici e di tumore non funziona ormai da giorni. Scandaloso! Questo blocco, quasi inutile sottolinearlo, crea gravissimi disagi a centinaia di persone gravemente malate. L’interruzione forzata delle cure espone i pazienti a rischi clinici molto gravi e allunga le liste d’attesa in una situazione già molto critica per il sistema della sanità calabrese. Il reparto coinvolto è l’Unità Operativa Complessa di Radioterapia Oncologica del Mariano Santo. Non rispettare il ciclo di “bombardamento” del male significa farlo crescere, lo sanno tutti, purtroppo è così. Ci hanno mandato tutti a casa, non ci danno nessuna spiegazione e ci dicono che il macchinario è rotto “a tempo indeterminato” e quindi non sappiamo fino a quando. Dobbiamo morire tutti subito? (Lettera firmata)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
La scoperta di un nuovo organo nascosto all'interno del cranio apre nuove prospettive per il trattamento del tumore al cervello. Vietnam.vn
Gli scienziati hanno scoperto nuove strutture nel midollo osseo del cranio. Foto: Jang Hyun Park Dopo secoli di ricerca medica, gli scienziati potrebbero pensare che l'elenco degli organi del corpo umano sia relativamente completo. Tuttavia, recenti scoperte suggeriscono che il corpo possieda ancora molte strutture misteriose che potrebbero svolgere funzioni vitali. Una nuova ricerca condotta da biologi della Washington University School of Medicine di St. Louis (WashU), negli Stati Uniti, e pubblicata sulla rivista Nature , ha identificato un nuovo organo immunitario situato all'interno del cranio. Secondo i ricercatori, queste strutture sembrano agire come "stazioni di sicurezza" situate proprio accanto al cervello, aiutando il sistema immunitario a rilevare e combattere rapidamente le minacce, compreso il cancro al cervello. Ad oggi, queste nuove strutture sono state chiaramente identificate solo nei topi. Tuttavia, il team di ricerca afferma che ci sono indicazioni che anche gli esseri umani possiedano strutture simili. Questa scoperta potrebbe aprire una nuova strada per potenziare la risposta immunitaria contro malattie spesso difficili da trattare, come il tumore al cervello. "Stazione di sicurezza" proprio all'interno del cranio.
Jonathan Kipnis, neuroimmunologo presso la WashU e autore principale dello studio, afferma che i nuovi risultati cambiano significativamente il modo in cui consideriamo il midollo osseo cranico. "Questa ricerca dimostra che il midollo osseo del cranio non è semplicemente una struttura di supporto, ma contiene anche centri finora sconosciuti che svolgono un ruolo nelle risposte immunitarie specifiche del cervello", ha affermato. Secondo Kipnis, la scoperta di questo ambiente immunitario localizzato potrebbe cambiare il modo in cui gli scienziati comprendono l'interazione tra il sistema nervoso e il sistema immunitario, e aprire nuove prospettive di ricerca nel trattamento dei tumori cerebrali e di altre malattie neurologiche. Le immagini immunoistochimiche di diverse regioni del midollo osseo del cranio di un topo (a sinistra) mostrano chiaramente gruppi di cellule immunitarie con una concentrazione più elevata rispetto al midollo osseo dello sterno (a destra). Immagine: Hyun Park et al./Nature Il corpo umano possiede due sistemi immunitari relativamente distinti: uno collegato al sistema nervoso centrale, che comprende il cervello e il midollo spinale, e un altro che protegge il resto del corpo. Per lungo tempo, gli scienziati hanno creduto che questi due sistemi fossero quasi completamente separati. Tuttavia, un numero crescente di ricerche suggerisce che il confine tra i due sistemi non sia così netto come si pensava in precedenza. In uno studio precedente, il team di Kipnis aveva scoperto dei minuscoli canali che partivano dal tessuto cerebrale, attraversavano la dura madre – la membrana protettiva più esterna che circonda il cervello – e arrivavano fino al cranio. Questa scoperta aveva sollevato il dubbio se cellule e molecole coinvolte nel sistema immunitario potessero viaggiare direttamente tra il cervello e il midollo osseo cranico.
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In questo nuovo studio, gli scienziati hanno utilizzato proteine marcate con fluorofori per tracciare il movimento delle molecole lungo questi canali. Hanno ricostruito il loro percorso dalle cellule nervose al midollo osseo situato all'interno del cranio. In definitiva, il team di ricerca ha scoperto che le molecole si concentravano in strutture che assomigliavano molto ai "centri germinativi", strutture comunemente presenti nei linfonodi. I centri germinativi possono essere considerati come "campi di addestramento" per il sistema immunitario. Qui, i linfociti B immaturi vengono attivati, proliferano in gran numero e sviluppano la capacità di riconoscere specifici agenti patogeni prima di essere impiegati per combattere la malattia. Un diagramma del centro germinativo in un linfonodo mostra la proliferazione e lo sviluppo delle cellule B. Immagine: Billy10drs/Wikimedia Commons / CC BY SA 3.0 Secondo i ricercatori, il fatto che strutture simili si trovino proprio all'interno del midollo osseo del cranio, vicino al cervello, potrebbe fornire un vantaggio significativo al sistema immunitario. Anziché dover mobilitare cellule immunitarie da aree distanti del corpo, il cervello può essere protetto da una "forza di risposta rapida" schierata nelle sue immediate vicinanze. "Non avevamo mai visto strutture simili nel midollo osseo sano prima d'ora", ha affermato Jang Hyun Park, biologo cellulare presso la WashU e primo autore dello studio.
Secondo lui, questa scoperta suggerisce che un organo complesso come il cervello potrebbe aver bisogno di strutture immunitarie specializzate per proteggersi. Potrebbe contribuire a combattere il cancro al cervello. Per testare il ruolo di queste strutture, il team di ricerca ha condotto esperimenti su topi affetti da glioma, una forma pericolosa di tumore cerebrale. Gli scienziati modificano l'attività delle strutture immunitarie nel cranio iniettando idrogel contenenti composti immunostimolanti o immunosoppressori sotto il cuoio capelluto. Nei topi con strutture immunitarie alterate, i tumori si sono sviluppati più rapidamente e in modo più aggressivo, e il tasso di sopravvivenza è risultato inferiore rispetto al gruppo di controllo. Nel frattempo, i topi trattati con una miscela di tre proteine immunostimolanti hanno mostrato una risposta antitumorale più forte. I loro tumori erano meglio controllati e il loro tempo di sopravvivenza è aumentato significativamente. I risultati suggeriscono che le strutture immunitarie all'interno del cranio potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella protezione del cervello dal cancro.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Vaccino mRNA contro il melanoma, risultati positivi in fase 3: come funziona la terapia personalizzata di Moderna e Merck TGLA7
Ridotto il rischio di recidiva o morte in oltre mille pazienti. Ora si apre la strada all’iter per l’approvazione del trattamento
di Vittorio Russo
Un vaccino sperimentale a mRNA contro il melanoma ha raggiunto risultati positivi nel primo studio clinico di fase 3 condotto su questo tipo di terapia oncologica. A darne notizia sono state Moderna e Merck, che hanno annunciato gli esiti dello studio INTerpath-001, aprendo la strada a una possibile nuova strategia per ridurre il rischio che il tumore torni a manifestarsi o si diffonda dopo l'intervento chirurgico.
La terapia, denominata intismeran autogene, è stata sviluppata per essere personalizzata sulle caratteristiche genetiche del tumore di ciascun paziente e somministrata insieme a pembrolizumab, il principio attivo dell'immunoterapico Keytruda di Merck. Lo studio ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio, negli stadi IIB-IV, sottoposti a un intervento chirurgico che aveva consentito la completa rimozione della massa tumorale.
Il vaccino riduce il rischio di recidiva e diffusione del tumore
L'obiettivo della sperimentazione era verificare se l'aggiunta del vaccino personalizzato a Keytruda fosse in grado di ridurre il rischio di recidiva o di morte rispetto al trattamento con il solo pembrolizumab. Secondo quanto comunicato dalle due aziende, lo studio ha raggiunto i suoi obiettivi chiave, mostrando un beneficio della combinazione nel prevenire la ricomparsa della malattia e la sua diffusione in altre parti dell'organismo.
Il risultato è particolarmente rilevante perché riguarda pazienti nei quali il melanoma è stato rimosso chirurgicamente, ma presenta comunque un elevato rischio di tornare. In questo contesto, la terapia viene utilizzata come trattamento adiuvante, cioè dopo l’intervento, con lo scopo di eliminare eventuali cellule tumorali residue e aumentare la possibilità che la mattina non si ripresenti.
“Questi risultati rappresentano una pietra miliare per il trattamento del melanoma”, ha spiegato Georgina Long, direttrice medica del Melanoma Institute Australia e docente all'Università di Sydney, che ha guidato lo studio. Secondo Long, intismeran autogene, combinato con pembrolizumab, potrebbe contribuire a definire un nuovo paradigma terapeutico nel trattamento adiuvante del melanoma.
Un vaccino costruito sulla “firma” del tumore
La caratteristica più innovativa della terapia è la sua personalizzazione. Non si tratta, infatti, di un vaccino preventivo destinato a persone sane, ma di un trattamento costruito sulla base delle specifiche mutazioni presenti nel tumore del singolo paziente. L'mRNA contiene le istruzioni necessarie affinché le cellule producano determinati neoantigeni, cioè bersagli associati alle mutazioni caratteristiche delle cellule tumorali. Il sistema immunitario viene così addestrato a riconoscere e colpire le cellule che presentano quelle specifiche caratteristiche.
In sostanza, l'obiettivo è trasformare il sistema immunitario in una sorta di “cacciatore” su misura per il tumore di ciascun paziente. È proprio questa la differenza rispetto ai vaccini tradizionali: la terapia non mira a prevenire una malattia prima che si manifesti, ma a stimolare le difese dell'organismo contro un tumore già diagnosticato e rimosso chirurgicamente.
La stessa tecnologia dei vaccini anti-Covid
La tecnologia utilizzata è quella dell'RNA messaggero, diventata nota al grande pubblico durante la pandemia di Covid-19, grazie ai vaccini sviluppati da Moderna e Pfizer-BioNTech. Il principio di base è simile: l'mRNA porta nelle cellule istruzioni temporanee che consentono di produrre una determinata proteina o, in questo caso, specifici bersagli tumorali. Le cellule immunitarie possono quindi riconoscere quei bersagli e sviluppare una risposta contro le cellule che li presentano. Nel caso di intismeran autogene, però, il processo è molto più complesso perché le informazioni contenute nel trattamento vengono adattate al profilo molecolare del tumore di ogni singolo paziente.
“Per molti anni, l’idea di cercare un trattamento a mRNA progettato specificamente per il tumore di un singolo individuo era difficile da immaginare. Oggi, stiamo contribuendo a trasformare quella visione in realtà”, ha dichiarato Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna.
La prima terapia oncologica a mRNA a raggiungere risultati positivi in fase 3
Per Moderna e Merck, il risultato assume un significato particolare anche sul piano della ricerca. Le aziende hanno sottolineato che si tratta del primo annuncio di risultati positivi di fase 3 per una terapia oncologica basata sull'mRNA. Negli ultimi anni, la tecnologia è stata studiata per diverse forme di tumore, ma arrivare a una sperimentazione avanzata con esito positivo rappresenta un passaggio importante per l'intero settore delle terapie oncologiche personalizzate.
La combinazione sperimentata prevede intismeran autogene e pembrolizumab, insieme alla terapia standard. Il farmaco immunoterapico di Merck agisce riattivando la risposta del sistema immunitario contro il tumore, mentre il vaccino personalizzato mira a fornire alle difese dell'organismo bersagli specifici da riconoscere.
Oltre 1.100 pazienti coinvolti nello studio
Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma di stadio IIB-IV completamente resecato. Si tratta, quindi, di persone che, dopo l'intervento chirurgico, non presentavano più una massa tumorale rilevabile, ma che rimanevano esposte a un significativo rischio di recidiva. È in questa fase che la terapia potrebbe assumere un ruolo importante: intervenire precocemente, quando la malattia è stata rimossa, ma potrebbero essere ancora presenti nell'organismo cellule tumorali non individuabili con gli strumenti diagnostici.
“Intervenendo più precocemente nel decorso della malattia, quando molti tumori sono considerati più trattabili, l'obiettivo della terapia adiuvante somministrata dopo l'intervento chirurgico è aumentare le probabilità di guarigione per un maggior numero di pazienti”, ha spiegato Dean Y. Li, presidente dei Merck Research Laboratories. Secondo Li, i primi risultati di fase 3 confermano il potenziale di un approccio sempre più personalizzato alla cura del cancro, basato sulle caratteristiche molecolari della malattia del singolo paziente.
Moderna vola in Borsa dopo l'annuncio
L'annuncio ha avuto un effetto immediato anche sui mercati finanziari. Le azioni di Moderna hanno registrato un'impennata nelle contrattazioni a Wall Street, arrivando a guadagnare in alcuni momenti oltre il 100%, fino a superare il 130% e, nelle fasi più concitate, il 160%. Più contenuto, ma comunque significativo, il rialzo di Merck, che ha guadagnato circa l'11%.
Dal melanoma ad altri tumori
Il melanoma potrebbe essere soltanto il primo campo di applicazione di questa tecnologia. Moderna e Merck stanno, infatti, studiando intismeran autogene, in combinazione con pembrolizumab e altre terapie antitumorali, anche per tumore del polmone, della vescica e del rene, oltre che per differenti stadi del melanoma. L'idea alla base della ricerca è quella di sfruttare la capacità dell'mRNA di essere progettato rapidamente sulla base delle caratteristiche biologiche della malattia, arrivando a trattamenti sempre più mirati e personalizzati.
Il melanoma, d'altra parte, rappresenta un terreno particolarmente importante per questo tipo di approccio. È una delle forme più aggressive di tumore della pelle e, secondo i dati citati dalle aziende, nel mondo sono stati diagnosticati oltre 330mila nuovi casi nel 2022.
La presentazione dei dati e l'iter per l'approvazione
Il risultato dello studio non significa ancora che il trattamento sia disponibile per i pazienti. Moderna e Merck hanno annunciato che presenteranno i dati completi della sperimentazione a un prossimo congresso medico internazionale e che avvieranno quindi il percorso per sottoporre la terapia alle autorità regolatorie.
Saranno gli organismi competenti a dover valutare nel dettaglio efficacia, sicurezza e rapporto tra benefici e rischi prima di un'eventuale autorizzazione.
Il risultato di fase 3 rappresenta, però, un passaggio decisivo. Per la prima volta, una terapia oncologica basata sull'mRNA arriva a questo livello di sperimentazione mostrando un beneficio clinico nel trattamento del cancro.
Per il melanoma potrebbe, dunque, aprirsi una nuova stagione della medicina personalizzata: non più soltanto terapie scelte sulla base del tipo di tumore, ma trattamenti costruiti, almeno in parte, sulla “firma genetica” della malattia di ogni singolo paziente.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
L'intervento chirurgico ha affrontato contemporaneamente sia il tumore del retto che la patologia uterina. Vietnam.vn
Le immagini diagnostiche simultanee hanno rivelato un utero ingrossato di circa 10x8 cm, contenente numerosi fibromi, e cisti di Naboth nella cervice. Dopo un consulto multidisciplinare, l'équipe ha concordato all'unanimità di eseguire entrambi gli interventi chirurgici simultaneamente in un'unica operazione.
La signora V. è stata ricoverata in ospedale il 6 agosto dopo aver accusato per circa una settimana un dolore sordo al basso ventre e feci molli con sangue rosso scuro. In seguito a visita e endoscopia, i medici hanno diagnosticato un tumore del retto medio in stadio cT2N0M0.
Il 20 agosto, l'Ospedale Generale Provinciale di Quang Tri ha annunciato il completamento con successo di un intervento chirurgico laparoscopico di isterectomia totale e resezione rettale radicale con biopsia attraverso l'orifizio naturale (NOSES) sulla signora NTV (47 anni, residente nel distretto di Nam Dong Ha).
L'11 agosto è stato eseguito l'intervento chirurgico, durante il quale l'équipe ha effettuato un'isterectomia totale laparoscopica. A causa dell'utero ingrossato e dei numerosi fibromi, dopo un'attenta dissezione e un controllo sicuro, l'utero è stato rimosso per via vaginale.
La rimozione preventiva dell'utero non solo risolve la patologia concomitante, ma libera anche significativamente spazio operatorio nella ristretta cavità pelvica. Questo fa parte anche della tecnica NOSES, un metodo che prevede il prelievo di campioni attraverso gli orifizi naturali del corpo anziché praticare ulteriori incisioni nella parete addominale.
Dopo aver completato l'isterectomia, l'équipe ha proceduto con la resezione rettale laparoscopica. La porzione danneggiata del retto è stata rimossa secondo i principi della chirurgia oncologica. Il campione rettale contenente il tumore è stato quindi asportato per via vaginale mediante la procedura NOSES. Successivamente, è stata eseguita un'anastomosi colon-anale per via intraperitoneale.
Secondo il dottor Truong Vinh Quy, vicedirettore dell'ospedale generale di Quang Tri, si tratta di un intervento chirurgico estremamente complesso perché il retto si trova in profondità nella regione pelvica, lo spazio operatorio è ristretto e contiene numerose e importanti strutture anatomiche.
L'esecuzione combinata di isterectomia, resezione rettale radicale e biopsia attraverso un orifizio naturale in un unico intervento chirurgico richiede uno stretto coordinamento del team, un attento controllo dell'emorragia, la protezione degli organi adiacenti e il rispetto dei principi chirurgici per il trattamento del cancro, nonché di un'anestesia e una rianimazione sicure.
Dopo circa 2 ore e mezza di intervento, l'operazione si è conclusa senza problemi e il paziente ha continuato a essere sottoposto a stretto monitoraggio, cure post-operatorie e riabilitazione.
Secondo i dirigenti dell'ospedale, il successo dell'intervento è dovuto all'efficace combinazione della chirurgia laparoscopica e della tecnica NOSES, che consente di ottenere campioni attraverso orifizi naturali, permettendo il trattamento simultaneo della patologia uterina e del tumore del retto in un'unica operazione, riducendo al minimo le incisioni aggiuntive nella parete addominale e contribuendo a diminuire il dolore e a migliorare l'aspetto estetico.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Criteri Critici
Nel 2025 ha fatto gli esami gratuiti meno della metà delle persone che ne avevano diritto, soprattutto al sud
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Nel 2025 il servizio sanitario nazionale ha invitato 17,7 milioni di persone a fare gratuitamente esami di prevenzione per individuare in anticipo un eventuale tumore, ma in ospedale o negli ambulatori se ne sono presentate soltanto 7,5 milioni, poco più di quattro persone su dieci. Negli ultimi anni l’adesione a questi esami è aumentata, un risultato che tutti gli esperti definiscono incoraggiante, ma dietro al dato nazionale ci sono differenze notevoli tra aree geografiche e regioni: soprattutto al sud c’è ancora molto da fare per raggiungere una copertura soddisfacente e una prevenzione davvero efficace.
Questi esami vengono chiamati comunemente screening oncologici e sono gestiti dalle regioni. Funzionano a inviti, mandati per lettera dai servizi sanitari regionali alle persone che per età e sesso rientrano nelle fasce della popolazione per cui è stato dimostrato che gli esami su larga scala riducono la mortalità. Gli screening rientrano nella cosiddetta prevenzione secondaria, mentre quella primaria si riferisce a evitare singolarmente i comportamenti dannosi e adottare abitudini sane.
Gli esami garantiti in tutta Italia sono tre e tutti rientrano nei livelli essenziali di assistenza (Lea), ovvero le prestazioni che il servizio sanitario nazionale deve assicurare gratuitamente a chiunque: le donne tra 50 e 69 anni vengono invitate a fare una mammografia per individuare eventuali tumori al seno, quelle tra 25 e 64 anni il test per il papilloma virus o il pap test per il tumore alla cervice dell’utero, mentre uomini e donne tra 50 e 69 anni dovrebbero fare il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, che serve per la prevenzione del tumore del colon-retto.
I dati essenziali per capire come vanno le cose vengono pubblicati ogni anno dall’Osservatorio nazionale screening, che li raccoglie dalle regioni e li verifica.
L’Osservatorio controlla per prima cosa quanti inviti vengono fatti dai sistemi sanitari regionali. È un modo per valutare l’offerta, cioè la capacità di raggiungere tutte le persone che dovrebbero fare gli esami. In questo indicatore l’Italia è messa bene: nel 2025 gli inviti hanno raggiunto il 96,1% delle donne nella fascia della mammografia, il 98,2% delle persone nella fascia del test per il colon-retto e il 107% di quelle nella fascia dello screening cervicale. I valori sopra il 100% non sono un errore: dipendono dal fatto che alcune regioni stanno recuperando gli inviti arretrati, per esempio quelli saltati durante la pandemia.
Nel 2025 all’invito per una mammografia ha aderito il 58,4% delle donne invitate, in aumento di oltre quattro punti percentuali rispetto al 2024. Allo screening cervicale il 43,5%, in aumento di un punto e mezzo percentuale. Al test per il colon-retto il 35,8%, praticamente come l’anno prima.
Le medie nazionali però nascondono differenze molto grandi tra nord, centro e sud. Allo screening per il colon-retto ha risposto poco meno della metà degli invitati al nord, tre persone su dieci al centro e poco più di due persone su dieci al sud. Tra le regioni si va dal 65,3% del Veneto al 6,4% della Calabria. Sullo screening cervicale il divario è simile. Sulla mammografia si va dal 78,7% della provincia autonoma di Trento al 39,4% della Calabria, che oltretutto è anche la regione che manda meno inviti di tutte, appena a un terzo delle donne che ne avrebbero diritto.
Nonostante le percentuali ancora basse, al sud qualcosa si sta muovendo: nel 2025 l’adesione alla mammografia è cresciuta di oltre sette punti percentuali, arrivando al 47,9%, e l’estensione degli inviti per lo screening del colon-retto ha superato per la prima volta il 91%. Secondo l’Osservatorio l’aumento si spiega con un’offerta più capillare, favorita anche da un piano portato avanti negli ultimi anni con investimenti mirati proprio nelle regioni meridionali. «Nelle regioni del sud la crescita non è rapidissima o strabiliante, ma il cammino è graduale», dice Paola Mantellini, coordinatrice dell’Osservatorio. «Un avanzamento lento rimane comunque un risultato incoraggiante e non scontato».
I dati diffusi dall’Eurostat, l’istituto europeo di statistica, aiutano a capire invece come va nel resto d’Europa. Sono dati da prendere con cautela perché i programmi di screening hanno caratteristiche diverse da paese a paese: alcuni misurano solo chi partecipa ai programmi organizzati dallo Stato o dalle regioni, altri includono anche gli esami fatti privatamente o su iniziativa del medico di famiglia.
Nel confronto internazionale l’Italia sta nella metà bassa della classifica, lontana dall’80% della Danimarca, della Svezia e della Finlandia. Sul colon-retto le nazioni con l’adesione più alta sono la Finlandia, i Paesi Bassi e la Svezia. Sullo screening cervicale la Svezia è prima in classifica con l’82,9%, l’Irlanda raggiunge il 76,2% e la Cechia il 75,3%.
Questi dati sono il punto di partenza di molti studi fatti negli ultimi anni, in Italia e all’estero, per capire cosa spinga una persona a non rispondere a questi programmi di prevenzione, che oltre a essere gratuiti hanno dimostrato da tempo la loro efficacia. Le indagini fatte dall’Istituto superiore di sanità dicono che la maggior parte delle persone che non partecipano appartiene alle fasce che ne avrebbero più bisogno, ovvero chi dichiara difficoltà economiche, chi è in condizione socialmente svantaggiata, chi ha un titolo di studio basso, le persone straniere.
«Chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica o sociale ha spesso altre priorità quotidiane e tende a non prendere in considerazione l’opportunità dello screening, nonostante l’esame sia completamente gratuito», dice Mantellini. «Inoltre, ostacoli pratici immediati come la non conoscenza della lingua rendono estremamente difficile l’accesso e l’orientamento all’interno dei servizi sanitari». Alcuni studi hanno dimostrato che per raggiungere le fasce di popolazione più difficili da coinvolgere, come le persone straniere, non è possibile applicare formule standardizzate: i problemi di accesso sono molto diversi a seconda del territorio e richiedono sforzi di studio, coinvolgimento e personalizzazione molto complessi, quindi lenti.
– Leggi anche: I risultati deludenti del più discusso test del sangue per la diagnosi precoce del cancro
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Cellule Car-T contro i linfomi: oltre 100 pazienti trattati al San Martino RaiNews
Una terapia personalizzata per la cura dei tumori del sangue in pazienti per i quali le altre cure hanno fallito. In particolare le persone affette da linfomi di classe B. Sono più di 100 quelli trattati negli ultimi sei anni al Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari del San Martino di Genova con le cellule Car-T.
Si prelevano i linfociti T del paziente, li si manipolano in una cell factory per aumentare la loro capacità di attaccare i tumori. E poi li si reinfondono per il trattamento.
L'efficacia in questo tipo di pazienti gravi che sono reduci da terapie molto aggressive, è intorno al 50-60%. In questi casi si assiste a una guarigione duratura. Negli ultimi anni la ricerca farmacologica tendeva a cronicizzare le malattie mentre questa, spiega Emanuele Angelucci, direttore del Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari dell'Ospedale San Martino di Genova, è una terapia “one shot”, che cerca con una sola infuzione di risolvere la malattia, con importanti ricadute positive sulla qualità di vita della persona.
Il traguardo dei 100 pazienti è importante perché l'innovazione da sola non basta. La vera svolta è metterla a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno, nonostante il costo sia ancora molto elevato: si parla di diverse centinaia di migliaia di euro a paziente.
Per gli anni a venire l'obiettivo è di applicare terapie di questo tipo anche a chi ha prognosi meno severe. Ed estenderlo ad altri tipi malattie come quelle autoimmuni, per i quali sono già in corso sperimentazioni. E in futuro sui tumori solidi.
Nel video l'intervista a Emanuele Angelucci Direttore Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari Osp. San Martino.