Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Terapia genica per il glaucoma: cosa cambia per 1 milione di italiani EduNews24
Life Biosciences ha trattato il primo paziente con ER-100: trial fase 1 su 18 pazienti, follow-up 5 anni. Cosa significa per chi ha il glaucoma.
A Boston, il 9 giugno 2026, un paziente con glaucoma ha ricevuto la prima terapia genica al mondo progettata per riprogrammare cellule invecchiate. In Italia il glaucoma colpisce circa un milione di persone e la metà non sa di averlo. Cosa promette davvero ER-100 e a che punto siamo.
Tre geni invece di quattro: come funziona ER-100
La terapia sviluppata da Life Biosciences, azienda di Boston co-fondata dal genetista di Harvard David Sinclair, attiva tre dei quattro fattori di Yamanaka: OCT4, SOX2 e KLF4. Il quarto, c-Myc, è stato escluso perché aumenta il rischio di trasformazione tumorale. L'obiettivo non è far tornare le cellule allo stato staminale, ma riportarle parzialmente a uno stato giovanile conservandone identità e funzione.
I tre geni vengono trasportati nelle cellule gangliari della retina, i neuroni che collegano l'occhio al cervello, tramite un virus adeno-associato (AAV2) iniettato direttamente nel bulbo oculare. L'occhio è stato scelto perché è un organo isolato e limita la diffusione del vettore al resto del corpo. Un meccanismo di sicurezza aggiuntivo regola l'attivazione dei geni: si accendono solo quando il paziente assume doxiciclina, un comune antibiotico. Sospendendo il farmaco, l'espressione genica si interrompe. Il principio richiama lavori precedenti sulla conversione delle cellule della pelle in neuroni, ma applicato in vivo e con riprogrammazione solo parziale.
Il trial in numeri: 18 pazienti, 5 anni di follow-up
Lo studio, registrato come trial NCT07290244 su ClinicalTrials.gov, è di fase 1 e arruolerà fino a 18 partecipanti. Sono previste due tappe: prima il test di due dosi su pazienti con glaucoma ad angolo aperto, poi l'estensione a persone con neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (NAION). L'endpoint primario è la sicurezza, gli endpoint secondari misureranno cambiamenti nella funzione visiva. Il follow-up è programmato per almeno cinque anni.
La FDA ha autorizzato lo studio il 28 gennaio 2026 dopo dati preclinici su modelli murini e primati non umani. Il primo dosaggio è arrivato meno di cinque mesi dopo: tempi rapidi per una terapia genica, motivati anche dal fatto che il glaucoma avanzato è oggi irreversibile. Sharon Rosenzweig-Lipson, responsabile scientifico di Life Biosciences, ha sottolineato che il sistema doxiciclina-dipendente consente di disattivare il trattamento in caso di effetti indesiderati. La stessa logica di sicurezza biotech, in cui un singolo errore di progettazione vanifica anni di lavoro, accomuna ER-100 ai nanomateriali sviluppati contro l'antibiotico-resistenza.
Cosa cambia per chi convive con il glaucoma
Il glaucoma è la prima causa di cecità irreversibile nel mondo. Secondo la scheda OMS su cecità e ipovisione colpisce 7,7 milioni di persone con perdita visiva da moderata a grave. In Italia i pazienti stimati sono circa un milione e oltre 500 mila non sanno di averlo: la malattia procede asintomatica fino a quando il danno è già esteso. Le terapie attuali, colliri ipotonizzanti e chirurgia, agiscono solo sulla pressione oculare. Una volta che le cellule gangliari muoiono, non tornano indietro.
È qui che si gioca la posta in palio di ER-100. Se la fase 1 confermasse la sicurezza e la riprogrammazione parziale producesse anche solo un recupero visivo parziale, cambierebbe la logica della cura: dal rallentare la perdita al tentare di rigenerare. Va detto chiaramente: una fase 1 testa la sicurezza, non l'efficacia, e servono ancora fase 2 e fase 3 prima di poter parlare di terapia disponibile. Anche con soli tre fattori il rischio oncologico residuo va monitorato, perché la riprogrammazione cellulare può produrre cellule trasformate. Le tempistiche realistiche per un eventuale ingresso clinico non sono inferiori a otto-dieci anni.
ER-100 apre uno scenario nuovo, non più solo rallentare il glaucoma ma provare a rigenerare i neuroni già persi. Per ora però il dato di partenza resta uno: in Italia oltre cinquecentomila persone hanno il glaucoma senza saperlo. La prima vera arma a disposizione oggi è una visita oculistica entro i quarant'anni.
Domande frequenti
Cos'è la terapia genica ER-100 e come funziona?
ER-100 è una terapia genica sperimentale che utilizza tre dei quattro fattori di Yamanaka per riprogrammare parzialmente le cellule gangliari della retina, cercando di riportarle a uno stato più giovane senza perdere la loro funzione. I geni sono trasportati tramite un virus AAV2 iniettato nell'occhio e attivati solo in presenza di doxiciclina, garantendo un controllo sulla terapia.
Quali sono i rischi associati a questa nuova terapia per il glaucoma?
Il principale rischio riguarda la possibilità di trasformazione tumorale dovuta alla riprogrammazione cellulare, anche se l'esclusione del gene c-Myc riduce questo pericolo. Il sistema a controllo doxiciclina permette di interrompere l'espressione genica in caso di effetti indesiderati, aggiungendo un ulteriore livello di sicurezza.
A che punto è la sperimentazione clinica di ER-100?
ER-100 è attualmente in fase 1 di sperimentazione clinica, con un trial che prevede l'arruolamento di 18 pazienti e un follow-up di almeno cinque anni. Al momento, lo studio si concentra principalmente sulla valutazione della sicurezza del trattamento.
Quanto tempo potrebbe passare prima che la terapia sia disponibile in Italia?
Anche in caso di risultati positivi, saranno necessari ulteriori studi di fase 2 e 3 prima dell'approvazione e dell'accesso clinico. Le tempistiche realistiche per una possibile disponibilità non sono inferiori a otto-dieci anni.
In cosa si differenzia ER-100 dalle attuali terapie per il glaucoma?
A differenza dei trattamenti attuali, che mirano solo a rallentare la perdita di visione abbassando la pressione oculare, ER-100 punta a rigenerare le cellule nervose già danneggiate dal glaucoma. Ciò potrebbe, in futuro, cambiare radicalmente l'approccio terapeutico a questa patologia.
Perché è importante una diagnosi precoce del glaucoma?
Il glaucoma è spesso asintomatico fino a uno stadio avanzato, quando il danno alle cellule gangliari è già esteso e irreversibile. Per questo, la prevenzione attraverso visite oculistiche regolari, soprattutto prima dei quarant'anni, resta fondamentale per ridurre il rischio di cecità.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore alla prostata: un nuovo protocollo di screening evita inutili biopsie Microbiologia Italia
Il nuovo protocollo di screening per il tumore alla prostata evita il 63% delle biopsie inutili con MRI e PSA. Diagnosi precoce più precisa e sicura.
Questo articolo esplora il rivoluzionario protocollo di screening per il tumore alla prostata che integra PSA, risonanza magnetica multiparametrica e calcolatori di rischio, riducendo drasticamente le biopsie non necessarie. Scoprirai come questo approccio innovativo migliora la diagnosi precoce, minimizza i rischi per i pazienti e ottimizza le risorse sanitarie. Sarà utile per uomini over 50, familiari preoccupati, medici e chiunque voglia informarsi sulla prevenzione oncologica avanzata in ambito di salute maschile e diagnostica microbiologica-infettiva correlata.
Introduzione: Nuovo Protocollo di Screening per il Tumore alla Prostata
Il tumore alla prostata rappresenta una sfida significativa per la salute maschile, ma i progressi nella diagnostica stanno cambiando le regole del gioco. Il nuovo protocollo di screening sviluppato in Italia, noto come PROscreenMRI, promette di evitare fino al 63% delle biopsie inutili grazie a un percorso più preciso e meno invasivo.
Questo articolo di approfondimento analizza in dettaglio il carcinoma prostatico, le limitazioni dei metodi tradizionali e i vantaggi del nuovo approccio integrato. Attraverso spiegazioni chiare, evidenze scientifiche e consigli pratici, ti guideremo verso una maggiore consapevolezza. Parole chiave come screening della prostata, diagnosi precoce del tumore alla prostata, risonanza magnetica della prostata e riduzione delle biopsie saranno al centro della discussione per aiutarti a navigare in questo tema con serenità e informazione.
Il Tumore alla Prostata: Cos’è e Perché Preoccupa
Il tumore alla prostata, o carcinoma prostatico, è la neoplasia più comune tra gli uomini in Italia, con circa 41.000 nuovi casi annui. Spesso asintomatico nelle fasi iniziali, può progredire silenziosamente se non individuato tempestivamente.
Lo screening alla prostata tradizionale si basa principalmente sul dosaggio del PSA, un antigene prostatico specifico. Tuttavia, valori elevati di PSA non sempre indicano un cancro alla prostata aggressivo, portando a molte biopsie inutili che causano ansia, infezioni e costi inutili.
Sinonimi come neoplasia prostatica o adenocarcinoma della prostata sottolineano la necessità di strategie diagnostiche evolute. Il nuovo protocollo affronta proprio queste criticità integrando tecnologie avanzate.
Limiti dello Screening Tradizionale per il Tumore alla Prostata
Il test PSA ha rivoluzionato la rilevazione precoce del tumore alla prostata, ma presenta dei falsi positivi frequenti dovuti a infiammazioni, ipertrofia benigna o infezioni.
Molti uomini con un PSA alto finiscono per sottoporsi a una biopsia prostatica sistematica, un esame invasivo che non sempre rileva tumori clinicamente significativi. Questo porta alla sovradiagnosi di forme indolenti, con trattamenti eccessivi e impatti sulla qualità della vita.
Una riduzione delle biopsie diventa quindi prioritaria. Studi recenti dimostrano come l’approccio solo-PSA generi un rapporto biopsia/tumore sfavorevole, intorno a 2:1.
Il Nuovo Protocollo PROscreenMRI per il Tumore alla Prostata: Come Funziona
Il protocollo di screening per il tumore alla prostata PROscreenMRI, promosso dall’Istituto di Candiolo IRCCS e dai suoi partners piemontesi, inizia con un semplice prelievo di sangue per il dosaggio di PSA.
In caso di valori sospetti, si procede direttamente a una risonanza magnetica multiparametrica (mpMRI) della prostata, seguita da calcolatori di rischio clinico. Solo i pazienti con lesioni sospette (PI-RADS elevato) vengono indirizzati alla biopsia mirata.
Questo nuovo protocollo evita inutili biopsie selezionando meglio i casi. Nei dati preliminari su oltre 11.000 invitati, il 63% dei partecipanti ha evitato la procedura invasiva, passando a un semplice follow-up.
La diagnosi precoce del tumore alla prostata migliora così in precisione, focalizzandosi sui tumori aggressivi (Grade Group ≥2).
Vantaggi della Risonanza Magnetica nella Diagnostica Prostatica
Risonanza magnetica della prostata è il pilastro del nuovo approccio. Non invasiva, fornisce immagini dettagliate delle zone sospette senza radiazioni ionizzanti.
Integrata nello screening della prostata, la mpMRI riduce le biopsie del 50-60% mantenendo alta la rilevazione di un carcinoma prostatico significativo. Varianti come MRI abbreviata o senza contrasto rendono l’esame più accessibile.
Il carcinoma alla prostata viene caratterizzato meglio, distinguendo le forme indolenti da quelle che richiedono un intervento. Questo minimizza complicanze come infezioni o emorragie associate alle biopsie tradizionali.
Calcolatori di Rischio e Integrazione con Biomarcatori
Oltre alla mpMRI, il protocollo usa algoritmi che combinano età, PSA density, storia familiare e altri fattori. Questi tool predicono il rischio di tumore alla prostata clinicamente rilevante.
Sinonimi come test predittivi della prostata o modelli multifattoriali evidenziano l’evoluzione verso una medicina personalizzata. In ambito microbiologico, si considera anche il ruolo delle infiammazioni croniche prostatiche che influenzano i valori.
I risultati preliminari confermano una selezione più accurata, concentrando le risorse sui casi reali.
Impatto sulla Sostenibilità del Sistema Sanitario
Evitare biopsie inutili nel tumore alla prostata non è solo un beneficio per il paziente ma anche per la sanità pubblica. Riduce le liste d’attesa, i costi e il sovraccarico ospedaliero.
In Piemonte, il modello PROscreenMRI si integra con i programmi esistenti, puntando a uno screening organizzato nazionale simile a quello per mammella o colon. La sostenibilità è la chiave per estendere l’accesso equo.
Uno screening alla prostata ottimizzato favorisce una prevenzione efficace senza sprechi.
Esperienze e Risultati Preliminari dallo Studio Italiano
Nello studio pilota su uomini di 55-65 anni dell’ASL TO5, oltre 11.000 invitati hanno seguito il percorso. Su 146 completamenti, il 63% ha evitato la biopsia attraverso un follow-up sicuro.
Il nuovo protocollo di screening ha dimostrato un’elevata sensibilità per tumori significativi, riducendo le sovradiagnosi. Esperti come Daniele Regge e Stefano De Luca sottolineano il miglioramento nell’identificazione e nella appropriatezza.
Questi dati preliminari aprono la strada a validazioni più ampie e alla sua adozione su scala.
Confronto con Approcci Internazionali
A livello globale, trial come PRECISION e ProScreen confermano il ruolo della mpMRI nel ridurre le biopsie del 25-50% pur mantenendo la rilevazione del cancro alla prostata aggressivo.
Il modello italiano si distingue per l’integrazione con calcolatori locali e il focus sulla popolazione. La riduzione biopsie alla prostata è un trend condiviso, supportato dalle linee guida AUA ed EAU.
Sinonimi come strategia MRI-triage o percorso diagnostico multimodale unificano gli sforzi internazionali.
Ruolo della Prevenzione e dello Stile di Vita
Prevenire il tumore alla prostata va oltre lo screening. Un’alimentazione ricca di antiossidanti, attività fisica regolare e il controllo del peso riducono i rischi.
In ambito microbiologico, è fondamentale gestire le infiammazioni prostatiche tramite check-up periodici. Una diagnosi precoce di un tumore alla prostata si sposa con abitudini sane.
Gli uomini con familiarità dovrebbero consultare degli specialisti precocemente.
Sfide e Prospettive Future
Nonostante i successi, sfide come la disponibilità di mpMRI e la formazione radiologica persistono. L’intelligenza artificiale promette di potenziare l’interpretazione delle immagini.
Il protocollo di screening per il tumore alla prostata si evolverà con biomarcatori urinari e genomici, ulteriormente riducendo invasività. La ricerca continua per rendere lo screening accessibile a tutti.
Conclusioni su Tumore alla Prostata e Nuovo Protocollo di Screening che Evita Inutili Biopsie
In sintesi, il nuovo protocollo di screening per il tumore alla prostata segna un passo avanti epocale. Integrando la risonanza magnetica della prostata e un risk calculator, evita il 63% delle biopsie inutili, migliorando la precisione e l’accettabilità.
Questo approccio riduce ansia, complicanze e costi, favorendo una diagnosi precoce di tumore alla prostata mirata ai casi significativi. Per gli uomini interessati alla salute maschile, rappresenta una speranza concreta di prevenzione efficace. Adottare tali innovazioni significa investire nel futuro della diagnostica oncologica.
Parole chiave distribuite: screening alla prostata, carcinoma prostatico, riduzione delle biopsie sottolineano l’importanza di informarsi e di discutere con il proprio medico.
Domande Frequenti su Tumore alla Prostata e Nuovo Protocollo di Screening
Chi dovrebbe sottoporsi al nuovo protocollo di screening per il tumore alla prostata? Gli uomini tra 55 e 65 anni, soprattutto con fattori di rischio familiari o un PSA alterato. Consiglio: consulta il tuo urologo per una valutazione personalizzata e non rimandare i controlli.
Cosa prevede esattamente il protocollo PROscreenMRI per evitare biopsie inutili? Parte da PSA, procede con mpMRI e calcolatori di rischio, riservando la biopsia solo a lesioni sospette. Consiglio: informati sui centri che adottano mpMRI per una diagnosi meno invasiva.
Quand’è il momento ideale per iniziare lo screening del carcinoma prostatico? Intorno ai 50-55 anni, anticipando in caso di familiarità. Consiglio: effettua un dosaggio PSA annuale dopo i 50 anni per intercettare precocemente le anomalie.
Come funziona la risonanza magnetica nel nuovo screening alla prostata? Fornisce immagini dettagliate per guidare decisioni senza un’invasività immediata. Consiglio: scegli strutture con esperienza in mpMRI prostatica per risultati affidabili.
Dov’è disponibile attualmente questo innovativo protocollo in Italia? Principalmente in Piemonte presso Candiolo e ASL collegate, con un’espansione prevista. Consiglio: verifica attraverso ASL locali o IRCCS per accessi a programmi pilota simili.
Perché questo nuovo approccio riduce le biopsie inutili nel tumore alla prostata? Perché stratifica meglio il rischio, evitando procedure su casi benigni o indolenti. Consiglio: discuti con lo specialista i benefici delle strategie MRI-based per la tua situazione specifica.
Leggi anche:
Fonti
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38581254/ – Prostate Cancer Screening With PSA, Kallikrein Panel, and MRI (ProScreen trial). https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/40514255/ – Magnetic Resonance Imaging–based Biopsy Strategies in Prostate Cancer Screening. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK556081/ – Prostate Cancer Screening – StatPearls.
Crediti fotografici
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Al Meyer arrivano due Campane della Vita per segnare i traguardi dei piccoli pazienti oncologici La Nazione
Firenze, 11 giugno 2026 – Una campana per celebrare ogni piccolo traguardo di cura nel percorso dei piccoli pazienti oncologici. Un gesto simbolico e profondamente umano per i bambini e adolescenti dei reparti di Oncoematologia e di Neuro-oncologia: ogni rintocco racconterà una tappa superata, una vittoria, un passo verso la vita. La campana è stata donata dall’Ente Umanitario Charity Tallarita Harry, per iniziativa del Segretario Generale della Confederazione delle Nazioni Umanitarie – Cnu, Harry Tallarita. L’iniziativa è stata resa possibile grazie alla collaborazione con i responsabili dell’Oncoematologia pediatrica e della Neuro-oncologia pediatrica dell’Aou Meyer Irccs, la dottoressa Annalisa Tondo e il dottor Iacopo Sardi, al benestare della Direzione Ospedaliera , che hanno accolto con sensibilità il valore umano e simbolico del progetto.
Un rintocco per ogni tappa superata
La campana potrà essere suonata ogni volta che un piccolo paziente concluderà una tappa importante delle cure. Non solo al termine dell’intero percorso terapeutico, ma anche nei momenti in cui sarà giusto riconoscere un passaggio superato, una prova affrontata, un nuovo traguardo raggiunto..Ogni rintocco sarà così un messaggio di forza per chi suona e per chi ascolta. Per il bambino che la farà risuonare, sarà il simbolo di un passo avanti. Per gli altri piccoli pazienti del reparto, sarà un segnale potente: “Un altro di noi è andato avanti. Un altro di noi ha concluso una tappa. Anche io, un giorno, la suonerò.” La Campana della Vita non rappresenta soltanto un oggetto donato al reparto. È un rito di passaggio, un gesto semplice ma capace di parlare al cuore dei bambini, dei genitori, del personale sanitario e di tutte le persone che ogni giorno vivono la realtà dell’oncoematologia pediatrica. Nel corso della cerimonia di consegna è stato sottolineato quanto, accanto alle terapie e alla competenza medica, siano importanti anche i simboli, la vicinanza umana e la capacità di trasformare un momento difficile in una memoria di coraggio. Il suono della campana diventa così una piccola celebrazione della vita, della resistenza e della speranza.
Un cerchio che si chiude
La cerimonia si è conclusa con una prima scampanellata dal forte valore emotivo: a suonare la Campana della Vita è stata la figlia di Harry Tallarita, oggi diciassettenne, che quando aveva due anni fu accolta con amore proprio dal reparto di Oncoematologia del Meyer. Un gesto che ha chiuso idealmente un cerchio personale e umano, trasformando un ricordo profondo in un dono per altri bambini e altre famiglie..Con questa donazione, l’Ente Umanitario Charity Tallarita Harry e la Confederazione delle Nazioni Umanitarie rinnovano il proprio impegno a sostegno della dignità, della speranza e della vicinanza concreta verso chi attraversa momenti di particolare fragilità. Questi sono percorsi che segnano la vita, esperienze che possono cambiare radicalmente il proprio vissuto, noi abbiamo usato quest’esperienza per dar vita a qualcosa di utile, aiutare famiglie e bambini in difficoltà e se oggi la nostra organizzazione offre sostegno in alcune parti mondo, è grazie anche questo passaggio avuto al Meyer, Ha in fine concluso Harry Tallarita.Da oggi, ogni volta che la Campana della Vita suonerà nei reparti di Oncoematologia e di Neuro-oncologia del Meyer, quel suono porterà con sé un messaggio semplice e universale: la cura è anche coraggio, la speranza è condivisa, e ogni passo avanti merita di essere celebrato. Oggi la Cnu è presente in oltre 60 paesi con assistenza umanitaria, quasi due milioni di volontari volti alla difesa dei diritti umani e con comparti dedicati al contrasto dei rapimenti di bambini destinati al traffico illecito di organi. Maurizio Costanzo
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Tumore alla prostata, in Piemonte lo screening che evita le biopsie inutili TecnoAndroid
In merito al tumore alla prostata, è stata trovata una nuova strada. Il nuovo screening sta prendendo forma in Piemonte e potrebbe risparmiare a molti uomini un esame che, diciamolo, spaventa parecchio. Si chiama PROscreenMRI ed è uno studio pilota che punta a rivedere il modo in cui si individuano i casi sospetti, tagliando le biopsie inutili e affinando la selezione di chi davvero ha bisogno di approfondimenti.
Perché serviva un cambio di passo
I numeri parlano chiaro. Con 41.000 nuovi casi ogni anno, il tumore alla prostata resta la neoplasia maschile più diagnosticata in Italia. Eppure, e qui sta il paradosso, manca ancora un programma di screening organizzato a livello nazionale, qualcosa di strutturato come accade per altri tumori. Il risultato è che spesso il percorso diagnostico finisce per essere disomogeneo, lasciato un po’ al caso o alla sensibilità del singolo specialista.
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In questo vuoto si inserisce lo studio pilota condotto in Piemonte, che prova a mettere ordine. L’idea di fondo è semplice da raccontare ma tutt’altro che banale da realizzare: costruire un percorso più preciso, capace di individuare chi ha bisogno di accertamenti senza sottoporre a procedure invasive chi, invece, potrebbe evitarle del tutto.
Come funziona PROscreenMRI
Il cuore del progetto sta proprio nel suo nome. La sigla PROscreenMRI richiama infatti l’utilizzo della risonanza magnetica come strumento per filtrare i casi prima di arrivare alla biopsia, l’esame che molti uomini temono e che, va detto, non è sempre necessario. L’obiettivo dichiarato è ridurre le biopsie non necessarie, quelle che generano ansia, fastidi e talvolta complicazioni, senza poi portare a una diagnosi rilevante.
I primi dati raccolti in Piemonte servono proprio a capire se questo modello regge, se funziona davvero sul campo e se può diventare un riferimento per il resto del Paese. Si tratta di un percorso sperimentale, ancora in fase di valutazione, ma il segnale che arriva è interessante: migliorare la selezione dei pazienti significa intercettare meglio i casi che contano e alleggerire tutto il resto.
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Natalia Paragoni e il linfoma di Hodgkin scoperto in gravidanza Sintomi, terapie e come si curano i tumori nelle gestanti Corriere della Sera
di Vera Martinella
Sono circa 150 ogni anno in Italia le diagnosi di cancro nelle mamme in attesa. Dover scegliere se salvare il bimbo o la mamma oggi è un «caso limite». Da questo tumore del sangue spesso si guarisce
(profilo Instragram di Natalia Paragoni)
A 28 anni, all'ottavo mese di gravidanza, tutto ti aspetti fuorché di dover incontrare la parola «cancro» sulla tua strada. Eppure, assai raramente, accade. Come sta raccontando ai suoi follower, l'influencer e content creator Natalia Paragoni, che in un'intervista rilasciata oggi al Corriere spiega di aver scoperto il suo tumore del sangue, un linfoma di Hodgkin, mentre era in attesa della sua secondogenita.
Un incubo che vivono circa 150 gestanti ogni anno in Italia che, come lei, si ritrovano a dover affrontare una neoplasia mentre aspettano un figlio.
Confortate, però da una buona notizia: il cancro in gravidanza è
un’evenienza che gli esperti hanno imparato ad affrontare sempre meglio per salvare la vita del feto e quella della mamma. Tanto che, nel mondo, sono ormai oltre un migliaio i bimbi nati in queste circostanze e i numeri sono dalla loro parte: sono bimbi, persino adolescenti, sani perché le cure oncologiche non hanno provocato loro danni.
Insomma dover scegliere se salvare il bimbo o la mamma oggi è un «caso limite».
Di che tipo di tumore si tratta in genere?
«Nella metà dei casi la diagnosi è di carcinoma della mammella, che è poi il più frequente in assoluto nelle donne — risponde Fedro Peccatori, direttore dell’Unità di Fertilità e procreazione in oncologia all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano, fra i maggiori esperti italiani in questo ambito —. Nell’altra metà si tratta per lo più di linfomi, sarcomi rari, neoplasie del colon, che sono più tipici dei giovani adulti, prima dei 40 anni. I numeri sono comunque bassi, per fortuna: accade più o meno in una gravidanza su mille».
Quanto è frequente che si chieda alle pazienti di abortire?
«E' un evento raro - dice Peccatori -. Può accadere in alcuni casi di cancro molto aggressivo (come una leucemia acuta), quando per salvare la vita della paziente è davvero indispensabile iniziare subito un trattamento. La maggior parte delle volte, però, si può attendere la tredicesima settimana, ovvero la fine del primo trimestre di gestazione, e applicare i protocolli terapeutici anticancro utilizzati per tutti i pazienti oncologici, con alcune rare eccezioni di medicinali che non sono idonei alle gestanti».
Numerosi studi, condotti in tutto il mondo, hanno infatti chiaramente appurato che una volta conclusi i primi tre mesi di gestazione, si può fare chemioterapia in sicurezza (senza pericoli per il bambino e per la mamma). E se per la radioterapia bisogna attendere dopo il parto, l’accesso alla sala operatoria invece non ha limiti: la paziente può essere sottoposta generalmente a un intervento chirurgico anche nelle prime 13 settimane. «Pure in anestesia totale, se necessario — chiarisce Peccatori —: sappiamo che, in questi casi, sale un minimo il rischio di aborto spontaneo, che però nel primo trimestre è già di per sé più elevato. Possiamo asportare il tumore senza rischi, quando necessario. Esattamente come accade per altre operazioni urgenti, come un’appendicite o a causa di incidenti stradali».
Natalia Paragoni si sta curando per un linfoma di Hodgkin, neoplasia del sangue di cui registrano ogni anno circa 2.200 nuovi casi in Italia: quali sono i sintomi da non trascurare?
«È un tumore che colpisce soprattutto i giovani, tra 15 e 35 anni e poi ha un secondo picco di incidenza negli over 60 - dice Enrico Derenzini, direttore della Divisione di Oncoematologia all’Ieo e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano -. Generalmente il primo sintomo è la comparsa spesso casuale di linfonodi aumentati di volume al collo, ascelle e inguine, in assenza di infezioni. Altri sintomi possono essere febbre persistente, sudorazioni notturne profuse, perdita di peso o prurito intenso».
Il linfoma di Hodgkin (che prende il nome da Sir Thomas Hodgkin, che l’ha descritto per primo nella prima metà dell’800) è un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e in numerosi altri organi che compongono il tessuto linfatico.
Quali sono le terapie previste?
«I trattamenti principali sono chemioterapia e radioterapia, che possono essere usate da sole o in combinazione in funzione dello stadio della malattia, ed eventualmente anche un trapianto di cellule staminali - risponde Derenzini -. Del tutto recentemente si sono resi disponibili anche farmaci biologici «intelligenti» (anticorpi monoclonali e agenti che modulano il sistema immunitario) che riescono a guarire una proporzione consistente di pazienti nei quali la malattia non è più controllata dai trattamenti tradizionali».
Si può guarire?
«I progressi delle cure hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la prognosi migliore - conclude Derenzini -. La sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi oggi supera l’85%. Anche per la percentuale di pazienti che presenta recidiva o non risponde più alle terapie disponibili si studiano oggi nuove cure promettenti».
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Tumore del colon-retto: sintomi, prevenzione e nuove cure con il prof. Nicola Cinardi – La Stanza di Ippocrate Hashtag Sicilia
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Proseguono gli appuntamenti con La Stanza di Ippocrate, la rubrica di Hashtag Sicilia dedicata alla divulgazione medico-scientifica e all’approfondimento dei principali temi legati alla salute pubblica.
Ospite della puntata odierna sarà il professor Nicola Cinardi, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Oncologica dell’ospedale Garibaldi Nesima di Catania, con il quale approfondiremo uno dei tumori più diffusi e rilevanti per incidenza nella popolazione: il tumore del colon-retto.
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Un tema particolarmente attuale, anche alla luce dell’inaugurazione della nuova sala operatoria integrata dell’Unità di Chirurgia Oncologica del Garibaldi Nesima: una struttura di ultima generazione, definita “4.0”, dotata delle più avanzate tecnologie per il trattamento delle patologie oncologiche e pensata per garantire ai pazienti percorsi terapeutici sempre più efficaci e personalizzati.
Nel corso della trasmissione approfondiremo le caratteristiche del carcinoma colo-rettale, una neoplasia che rappresenta una delle più frequenti sia negli uomini che nelle donne. Solo in Sicilia si stimano circa 4.500 nuovi casi ogni anno, numeri che rendono ancora più centrale il tema della diagnosi precoce e della prevenzione.
Con il professor Cinardi analizzeremo i principali segnali d’allarme che possono indicare l’insorgenza della malattia: dalla presenza di sangue nelle feci ai cambiamenti nelle abitudini intestinali, fino ai disturbi persistenti dell’alvo. Sintomi che, se riconosciuti in tempo, possono fare una grande differenza nel percorso terapeutico.
Ampio spazio sarà dedicato allo screening, con particolare riferimento al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci e alla colonscopia, strumenti fondamentali per individuare precocemente eventuali lesioni e intervenire nelle fasi iniziali della malattia, quando le probabilità di cura risultano decisamente più elevate.
Durante il confronto parleremo inoltre delle nuove frontiere della cura oncologica: dalla chirurgia mininvasiva laparoscopica e robotica alle terapie target, fino all’immunoterapia e alla medicina personalizzata basata sulla biologia molecolare, strumenti che stanno cambiando profondamente l’approccio clinico nei confronti di queste patologie.
Non mancherà un focus sul ruolo degli stili di vita nella prevenzione: alimentazione equilibrata, attività fisica regolare, riduzione del fumo e attenzione ai fattori di rischio rappresentano oggi elementi centrali nella strategia di contrasto ai tumori, accanto all’importanza di una maggiore sensibilizzazione verso i programmi di screening.
Per questi, e numerosi altri temi, non ci resta che darvi appuntamento alle ore 20.00 con la nostra prima visione trasmessa sulla nostra pagina Facebook, sul nostro canale Youtube, e sui nostri altri canali social. Non mancate!
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“L’Ospedale San Giuseppe apre le porte ai cittadini. Sabato 13 giugno 2026, Open Day dedicato alla prevenzione” clicMedicina
Una mattinata interamente dedicata alla prevenzione, all’informazione e alla vicinanza con il territorio. Sabato 13 giugno 2026, dalle ore 09:00 alle 13:00, l’Ospedale San Giuseppe, del Gruppo MultiMedica, in Via San Vittore 12 a Milano, apre le proprie porte alla cittadinanza con Open Day multidisciplinare. L’evento coinvolgerà diverse aree specialistiche: Dermatologia, Chirurgia Generale in ambito procto-intestinale, Otorinolaringoiatria e Punto Nascita. L’iniziativa, rivolta ai cittadini maggiorenni, offrirà consulti gratuiti e momenti di counselling con gli specialisti dell’Ospedale, al fine di sensibilizzare la popolazione sull’importanza della diagnosi precoce, della prevenzione e del riconoscimento tempestivo dei segnali di allarme. Nel corso della giornata, saranno inoltre distribuiti materiali informativi sulle principali patologie oggetto dell’Open Day, con indicazioni pratiche per il monitoraggio di eventuali sintomi “sospetti” e la tutela della salute.
In particolare, gli specialisti saranno a disposizione per attività informative e consulti dedicati alla salute della pelle, con attenzione a melanoma, nevi e tumori cutanei; alla salute della voce, corde vocali e laringe, e al benessere dell’apparato gastrointestinale, con focus su disturbi proctologici, diverticoli, polipi intestinali e tumore del colon-retto. Spazio anche alle future mamme con il consueto Open Day del Punto Nascita, che prevede, oltre alla presentazione dell’équipe multidisciplinare composta da Ginecologi, Ostetriche, Neonatologi, Anestesisti, Osteopata e Psicologa, anche la visita agli spazi dedicati, tra cui Sale Parto e camere di degenza, momenti esperienziali e laboratori, come la guida all’interpretazione del pianto del bambino. Per chi lo desiderasse, sarà inoltre possibile sottoporsi a una ecografia 3D gratuita, se compatibile con l’età gestazionale della donna.
“Aprire le porte dell’Ospedale San Giuseppe ai cittadini significa rafforzare il nostro ruolo di presidio sanitario vicino al territorio e alle persone, promuovendo una cultura della prevenzione che rappresenta uno degli strumenti più efficaci per tutelare la salute”, dichiara Carmen Sommese, direttore sanitario aziendale del Gruppo MultiMedica. “Con questa iniziativa vogliamo creare un’occasione concreta di incontro tra cittadini e professionisti, offrendo informazione, ascolto e orientamento in diverse aree cliniche, perché la diagnosi precoce e la consapevolezza sono elementi fondamentali nei percorsi di prevenzione e cura.”
MODALITÀ DI PRENOTAZIONE
Per partecipare ai consulti gratuiti delle aree dermatologia, chirurgia procto-intestinale e otorinolaringoiatria è necessario prenotarsi, fino a esaurimento posti, telefonando al numero 02 24209341, dal lunedì al venerdì, nella fascia oraria 13:00 – 15:00. Per l’Open Day del Punto Nascita, invece, la prenotazione seguirà una modalità differente, a questo link.
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La chemioterapia di Barbara con il cane Joy accanto, prima esperienza nel Trevigiano La Stampa
Barbara sta affrontando il difficile percorso delle cure oncologiche. Accanto a lei, da sempre, c'è Joy, la sua inseparabile femmina di cane Labrador. A Montebelluna, per la prima volta in Veneto, la cagnolina ha potuto accompagnarla durante una seduta di chemioterapia, aprendo una nuova strada nell'umanizzazione delle cure.
Una zampa sul letto, un conforto che vale più di mille parole
Una zampa appoggiata sul letto del Day Hospital Oncologico. Uno sguardo fedele che accompagna ogni momento difficile. E una paziente che, nel pieno della battaglia contro la malattia, ritrova accanto a sé una presenza capace di alleviare paure e tensioni.
È accaduto all'Ospedale di Montebelluna, in provincia di Treviso, dove Barbara Guerra ha affrontato la propria seduta di chemioterapia insieme a Joy, la sua amata labrador. Un'immagine semplice ma carica di significato, diventata il simbolo della prima applicazione della procedura sperimentale avviata dall'Ulss 2 per consentire, in condizioni controllate e autorizzate, la presenza degli animali d'affezione durante le terapie oncologiche.
Per Barbara non si è trattato soltanto della compagnia del proprio cane, ma della possibilità di affrontare una delle prove più difficili della sua vita con accanto chi ha condiviso ogni fase del percorso.
"Ha vissuto la mia malattia"
L'emozione della paziente emerge chiaramente dalle sue parole: "Per me essere qui con lei è una gioia, in tutti i sensi. Mi aiuta a scaricare la tensione e lo stress della terapia, anche se qui si sta bene. Mi ritengo molto fortunata, perché in tutto il decorso della malattia sono stata assistita al meglio. Mancava Joy, ma ora è qui con me. Ha vissuto la mia malattia, e poterla avere qui oggi mi è di grande sollievo".
Barbara conosce bene il valore di quella presenza silenziosa. Già durante il ricovero all'Ospedale Ca' Foncello di Treviso, dopo l'intervento chirurgico legato alla patologia, aveva ottenuto l'autorizzazione a incontrare quotidianamente Joy in reparto. Ora quel percorso si è arricchito di un nuovo capitolo: la possibilità di averla accanto anche durante il trattamento chemioterapico.
Un progetto nato dall'ascolto di una paziente
Dietro quella che potrebbe sembrare una semplice concessione si cela un articolato lavoro organizzativo e sanitario.
La sperimentazione, prima nel suo genere in un ospedale pubblico del Veneto, è nata dal confronto tra la paziente, i familiari e l'Azienda sanitaria. Un percorso che ha coinvolto oncologi, direzione medica, specialisti nella prevenzione del rischio infettivo, veterinari e professionisti dell'assistenza, con l'obiettivo di coniugare sicurezza e umanizzazione delle cure.
Il direttore generale dell'Ulss 2, Giancarlo Bizzarri, sottolinea il significato dell'iniziativa: "La presenza di Joy accanto a Barbara durante la chemioterapia rappresenta un momento importante per la nostra Azienda e per il percorso di umanizzazione delle cure che stiamo portando avanti. Questa esperienza nasce dall'ascolto di un bisogno concreto espresso da una paziente e dalla capacità dei nostri professionisti di trasformarlo in un progetto organizzativo sicuro e sostenibile".
Per consentire la presenza dell'animale è stata predisposta un'organizzazione dedicata, separata dalla normale attività del Day Hospital, così da garantire la tutela degli altri pazienti e il corretto svolgimento delle attività assistenziali.
L'importanza dell'affettività nel percorso di cura
Per il personale sanitario, l'esperienza rappresenta anche una riflessione sul ruolo che il benessere emotivo svolge durante le terapie oncologiche.
Il dottor Ottaviano Tomassi, dirigente medico dell'Oncologia di Montebelluna che segue Barbara nel suo percorso di cura, evidenzia come l'attenzione alla dimensione umana sia parte integrante dell'assistenza: "Ogni giorno noi medici oncologi e tutto il personale infermieristico cerchiamo di rendere l'ambiente accogliente per soddisfare i bisogni non solo fisici del paziente, ma anche emotivi. Aver avuto l'opportunità di mettere in atto questo progetto ci fa pensare che per il futuro si possa migliorare ulteriormente questa forma di assistenza, vista l'importanza che l'affettività riveste nel percorso di cura dei pazienti oncologici".
Parole che raccontano una visione della medicina sempre più attenta alla persona nella sua interezza, oltre la malattia.
"Umanizzare le cure vale come una medicina"
L'iniziativa ha ricevuto anche l'apprezzamento del presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che vede nel progetto un esempio concreto di sanità capace di mettere al centro il paziente.
"Umanizzare le cure vale come una medicina. Mi complimento con l'Ulss Marca Trevigiana e l'Oncologia dell'Ospedale di Montebelluna, dove una paziente si è detta 'piena di gioia' per aver potuto avere al suo fianco l'amata cagnolina Joy durante la prima seduta di chemioterapia. È stata imboccata una strada ricca di significati, umani ma anche terapeutici, in primis sotto l'aspetto psicologico".
Stefani ha poi ricordato come Barbara sia stata "assecondata nel suo desiderio" e come, "per sua stessa ammissione", questo l'abbia aiutata ad affrontare con maggiore serenità un momento particolarmente difficile della propria esistenza.
Un esperimento che guarda al futuro
L'esperienza di Montebelluna resterà per ora all'interno di una fase sperimentale. Al termine del periodo previsto verranno valutati gli aspetti clinici, organizzativi e di sicurezza per verificare la possibilità di estendere il progetto a tutta l'Ulss 2.
Nel frattempo, l'immagine di Barbara e Joy fianco a fianco durante la chemioterapia rimane una testimonianza potente di come, accanto alle cure e alle competenze mediche, possano trovare spazio anche l'affetto, la vicinanza e quei legami capaci di rendere meno gravoso il peso della malattia.
Per Barbara, quel giorno, la terapia non è cambiata. Ma è cambiato il modo di affrontarla: con accanto l'amica che non l'ha mai lasciata sola.
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Dalle matrici biologiche al grasso autologo fino alla microchirurgia, le tecniche più innovative dopo la mastectomia puntano a ridurre le complicanze, migliorare i risultati estetici e restituire benessere psicofisico alle pazienti
Dall’uso di matrici biosintetiche e biologiche alla ricostruzione totale con tessuto adiposo o a quella autologa microchirurgica. La ricostruzione mammaria dopo una mastectomia sta diventando sempre più mininvasiva, personalizzata e orientata al benessere psicofisico delle pazienti. Oggi le tecniche più innovative puntano a ridurre sempre più l’insorgenza di complicanze post-intervento, a garantire sicurezza e risultati più naturali, tempi di recupero più brevi e una qualità di vita migliore. “La chirurgia plastica ricostruttiva sta diventando sempre più rigenerativa – spiega Franco Bassetto, presidente di Sicpre (Società Italiana di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva, Rigenerativa ed Estetica) – Il suo obiettivo non è più solo ricostruire, ma ripristinare funzioni e tessuti utilizzando tecniche che consentano di restituire un’immagine corporea armoniosa e naturale”.
Un “reggiseno interno”
Una delle tecniche più innovative prevede l’impiego verticale della matrice biosintetica in P4HB, un dispositivo medico riassorbile di nuova generazione che funziona come un vero e proprio “reggiseno interno”. Si tratta di una sorta di impalcatura interna capace di integrarsi con i tessuti e di sostenere nel tempo la protesi posizionata davanti al muscolo pettorale. “La novità, che interessa soprattutto interventi di mastopessi di simmetrizzazione, – spiega Bassetto, che dirige anche l'Unità Operativa Complessa di Chirurgia Plastica dell'Azienda Ospedale Università di Padova - è che questo device interno favorisce una maggiore stabilità dei tessuti. Inoltre, evita che la mammella controlaterale (sana), che deve essere sempre riposizionata per essere simmetrica con l’altra, nei mesi successivi all’intervento in qualche modo possa deformarsi e rendere necessaria un’ulteriore operazione di correzione”.
Matrici biologiche per ridurre il rischio di contrattura capsulare
Per quanto evoluta, la protesi è comunque sempre riconosciuta dall’organismo come un corpo estraneo. Attorno all’impianto si forma infatti una capsula fibrosa che nella maggior parte dei casi è morbida e innocua, ma nel 15-20% delle pazienti si può verificare una contrattura capsulare che provoca indurimento del seno, dolore e deformità. “Per prevenire questa complicanza – sottolinea Bassetto - oggi si possono utilizzare matrici biologiche (ADM, Matrici dermiche acellulari) che rivestono le protesi con l’obiettivo di mediare e migliorare il rapporto tra tessuto e impianto, in particolare nei primi mesi post-operatori. Si tratta di matrici che possono essere ottenute da tessuti animali o da derma umano proveniente da banche dei tessuti”. Sono in grado di ridurre il grado di infiammazione iniziale che può portare alla formazione di una capsula rigida, migliorando la vascolarizzazione dei tessuti.
Microchirurgia autologa: opzione più indicata dopo la radioterapia
Il rischio di contrattura capsulare è invece alto per le pazienti che sono state sottoposte a radioterapia. L’opzione più indicata in questo caso è la ricostruzione autologa microchirurgica, che permette di recuperare una morfologia mammaria adeguata e di cancellare i segni della mastectomia utilizzando i propri tessuti. In questa procedura, il chirurgo preleva un’unità composta da pelle e adipe dall’addome o dalla coscia e la trasferisce nella regione mammaria. La microchirurgia permette di collegare vasi sanguigni molto piccoli del lembo a quelli riceventi della mammella in sede peristernale o ascellare. “È un intervento complesso, che dura almeno 4 ore – precisa l’esperto - ma nei centri specializzati supera il 90% di successo. La paziente nella maggior parte dei casi è soddisfatta, perché ha una mammella sua, senza impianto né materiali estranei. Oggi, soprattutto quando la paziente ha un addome globoso importante ed è convinta di sottoporsi a un intervento più impegnativo – aggiunge - si opta direttamente per mastectomia e ricostruzione consensuale microchirurgica”.
L’adipe per la ricostruzione ibrida o con la tecnica inflating-deflating
Anche il grasso permette di ricostruire la mammella con o senza protesi. Può essere utilizzato sia nella ricostruzione ibrida, tecnica che prevede l’utilizzo combinato di tessuto adiposo e impianti protesici per ridurre il rischio di complicanze e ottenere un risultato più naturale, o attraverso la tecnica inflating-deflating (gonfiaggio e sgonfiaggio). “Quest’ultima procedura prevede l’inserimento dopo la mastectomia di un espansore che viene gonfiato al massimo – spiega Bassetto - In 3–5 sedute in day hospital, si rimuove poi gradualmente il liquido al suo interno e si sostituisce con grasso prelevato da addome o arti inferiori. Alla fine, l’espansore viene rimosso e la mammella è ricostruita interamente con tessuto adiposo. Si tratta di un percorso senza dubbio più lungo ma meno invasivo rispetto a quello microchirurgico”.
Scegliere la tecnica più adatta
La scelta della tecnica più appropriata dipende da diversi fattori, tra cui le caratteristiche anatomiche della paziente, le terapie oncologiche seguite e le preferenze individuali. “In questo contesto – sottolinea ancora Bassetto - il ruolo del chirurgo plastico nelle Breast Unit è fondamentale per guidare la paziente in un percorso ricostruttivo sicuro, efficace e rispettoso della sua identità femminile. Per molte donne, spesso frastornate dalla diagnosi e dai percorsi terapeutici che si trovano a dover seguire, questo momento rappresenta infatti una svolta emotiva importante”.
Ricostruzione immediata nel 61% dei casi
Fondamentali per valutare e prendere le decisioni più appropriate per la salute delle pazienti sono anche i dati del Registro nazionale degli Impianti Protesici Mammari, uno strumento pensato per garantire la tracciabilità, la sicurezza e la sorveglianza clinica delle protesi mammarie impiantate. I numeri (raccolti nel periodo tra il 1 agosto 2023 – 31 dicembre 2025) dicono che sono stati eseguiti 68.776 interventi e che più della metà (55,7%) è stata effettuata per finalità ricostruttive (contro il restante 44,3% effettuata per motivi estetici): nel 71,1% dei casi l’impianto è stato posizionato a seguito di una diagnosi di tumore (nel 67,8% dopo una mastectomia radicale) e nel 61% dei casi la protesi è stata impiantata in immediato. I dati evidenziano anche che nel 14,2% dei casi l’intervento è stato eseguito per una diagnosi di malformazione mammaria, come il seno tuberoso, e che per un altro 14% dei casi la protesi è stata posizionata dopo mastectomie profilattiche, per abbassare il rischio di sviluppare un tumore in pazienti con genetica particolarmente sfavorevole e predisponente allo sviluppo di tumore al seno e all’ovaio.
Per quanto riguarda l’età, le pazienti sottoposte a ricostruzione mammaria hanno in media 51,9 anni (50,7 anni per l'intervento primario, 54,0 anni per l'intervento di revisione). La Lombardia, infine, è la regione in cui si sono eseguite più ricostruzioni con 10.776 interventi, seguita da Veneto (4283 interventi) e Lazio (4023 interventi). Si tratta di dati mai visti così vasti e dettagliati su scala nazionale, secondo Bassetto, che permettono di comprendere non solo dove si opera di più, ma anche perché e in quali condizioni cliniche.
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Sperimentazione a Montebelluna: una seduta di chemioterapia con il proprio cane accanto RaiNews
Una seduta di chemioterapia con il proprio cane accanto. È accaduto all'ospedale di Montebelluna, dove una paziente oncologica dell'Ulss 2 Marca Trevigiana ha potuto affrontare il trattamento in compagnia della sua inseparabile cagnolina, Joy, nell'ambito di una procedura sperimentale attivata nelle scorse settimane.
Si tratta di una delle prime esperienze di questo tipo nel territorio, nata dall'esigenza espressa direttamente dalla paziente durante il percorso di cura. Dopo l'intervento chirurgico affrontato nei mesi scorsi, la donna aveva già ottenuto l'autorizzazione a incontrare quotidianamente l'animale all'interno del reparto. Giovedì è stato compiuto un ulteriore passo avanti: per la prima volta Joy ha potuto accompagnarla anche durante una fase attiva del trattamento oncologico, all'interno del Day Hospital, in un ambiente particolarmente delicato per la presenza di pazienti fragili e immunocompromessi.
L'iniziativa è stata resa possibile grazie a un'attenta pianificazione organizzativa da parte dell'azienda sanitaria, che ha predisposto modalità specifiche per garantire la sicurezza clinica, il rispetto delle norme igienico-sanitarie e la tutela degli altri pazienti presenti nella struttura. Per consentire la presenza dell'animale durante la terapia, è stata predisposta un'organizzazione dedicata, separata dall'ordinaria attività assistenziale del Day Hospital, così da garantire il corretto svolgimento delle cure e la serenità di tutti i pazienti.
Secondo il direttore generale dell'Ulss 2, Giancarlo Bizzarri, il progetto rappresenta un esempio concreto di sanità attenta non solo agli aspetti clinici, ma anche a quelli emotivi e relazionali della cura. “L'esperienza nasce dall'ascolto di un bisogno concreto espresso da una paziente e dalla capacità dei nostri professionisti di trasformarlo in un progetto organizzativo sicuro e sostenibile”, ha spiegato.
Numerosi studi hanno evidenziato come il contatto con gli animali possa contribuire a ridurre stress, ansia e senso di isolamento nei percorsi di cura più complessi. L'esperienza avviata a Montebelluna punta proprio a valorizzare questi benefici, integrandoli in un modello assistenziale che mette al centro la persona e il suo benessere complessivo. L'iniziativa potrebbe ora rappresentare un importante punto di riferimento per future sperimentazioni nell'ambito dell'umanizzazione delle cure e dell'assistenza oncologica.
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Barbara Guerra, la prima seduta di chemioterapia con la sua labrador Joy: «Si faccia in tutta l'Usl» Il Gazzettino
E ora i cani possono entrare anche al San Valentino di Montebelluna. La donna che, assieme al marito Antonio Scalise, si è attivata da mesi per arrivare a poter avere con sé, durante la malattia, il proprio cane, anche durante le fasi trascorse in ospedale, mercoledì ha ottenuto un risultato per lei importantissimo. Per la prima volta, infatti, Joy, la sua cagnolina labrador, le è rimasta accanto nel reparto di oncologia dell'ospedale, mentre lei, d...
MONTEBELLUNA (TREVISO) - La dolce Joy resta con Barbara Guerra durante la chemio. E ora i cani possono entrare anche al San Valentino di Montebelluna. La donna che, assieme al marito Antonio Scalise, si è attivata da mesi per arrivare a poter avere con sé, durante la malattia, il proprio cane, anche durante le fasi trascorse in ospedale, mercoledì ha ottenuto un risultato per lei importantissimo. Per la prima volta, infatti, Joy, la sua cagnolina labrador, le è rimasta accanto nel reparto di oncologia dell'ospedale, mentre lei, distesa su un letto, veniva sottoposta alla seduta di chemioterapia.
LE REAZIONI
Il caso ha suscitato un'ondata di commozione: molte persone malate hanno applaudito la bella iniziativa promossa dall'associazione Angeli con la coda e raccolta dall'Usl, chiedendo che la possibilità venga estesa sempre di più nel rispetto di regole e protocolli. «Quando una persona riceve una diagnosi di neoplasia dice Antonio Scalise, marito di Barbara non è solo la salute fisica a essere minacciata, ma è l'intero mondo emotivo che sembra crollare. In quel momento trovare una motivazione per andare avanti diventa la sfida più grande. Per questo è fondamentale avere intorno un ambiente sano, pulito e stimolante, che permetta di continuare a reagire e a sperare, mantenendo vivo l'interesse per la vita». E prosegue: «Purtroppo, a volte sembra che negli ospedali ci si fermi all'aspetto clinico del singolo evento, senza cogliere il dolore e la fragilità profonda che la persona porta con sé».
Poi suggerisce: «Per favorire questo cambiamento sarebbe importante promuovere una maggiore formazione del personale sanitario sulla gestione dell'empatia e avviare tavoli di confronto con le associazioni cinofile, per creare protocolli di accesso sicuri ed efficaci». Perché, per trascorrere ore e ore in reparto con una persona malata, è necessario essere educati e abituati. Intanto il direttore generale dell'Usl, Giancarlo Bizzarri, afferma: «La presenza di Joy accanto a Barbara durante la chemioterapia rappresenta un momento importante per la nostra azienda e per il percorso di umanizzazione delle cure che stiamo portando avanti. Questa esperienza nasce dall'ascolto di un bisogno concreto espresso da una paziente e dalla capacità dei nostri professionisti di trasformarlo in un progetto organizzativo sicuro e sostenibile. Ringrazio l'équipe dell'Oncologia di Montebelluna, la Direzione medica, il Servizio veterinario e tutti gli altri servizi coinvolti per il lavoro svolto. Un ringraziamento particolare anche a tutte le associazioni che nel territorio si occupano di questo ambito». Il percorso è solo all'inizio.
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Melanoma: vivo a 5 anni il 92% dei pazienti trattati con vaccino personalizzato Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 12 giugno 2026 (Agenbio) – Un vaccino terapeutico personalizzato a mRNA, associato all’immunoterapia, potrebbe rappresentare una svolta nella cura del melanoma ad alto rischio. I nuovi dati presentati al congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology di Chicago mostrano infatti che, a cinque anni, è vivo il 92,2% dei pazienti trattati con questa strategia terapeutica, contro il 71,3% di chi ha ricevuto la sola immunoterapia standard. I risultati arrivano dallo studio di fase 2b Keynote-942, pubblicato sul Journal of Clinical Oncology. La combinazione tra il vaccino personalizzato a mRNA intismeran e pembrolizumab ha ridotto del 49% il rischio di recidiva o morte e del 59% quello di metastasi a distanza nei pazienti operati per melanoma. Il trattamento viene costruito su misura per ogni paziente. Dopo l’asportazione del tumore, i ricercatori analizzano le caratteristiche genetiche del melanoma per identificare specifici neoantigeni, cioè proteine presenti esclusivamente nelle cellule tumorali. Sulla base di queste informazioni viene prodotto un filamento di mRNA capace di “istruire” il sistema immunitario a riconoscere e colpire eventuali cellule cancerose residue. Lo studio ha coinvolto 157 pazienti con melanoma ad alto rischio sottoposti a chirurgia. A cinque anni dall’intervento, il 68,8% dei pazienti trattati con vaccino più immunoterapia risultava libero da malattia, contro il 49,1% di chi aveva ricevuto soltanto l’immunoterapia. La sperimentazione internazionale di fase 3 è già in corso anche in Italia, con il coinvolgimento dell’Istituto Pascale. I ricercatori ritengono che questo approccio possa aprire nuove prospettive anche per altri tumori ad alta mutazione, come alcune forme di tumore del polmone, rafforzando il ruolo della medicina personalizzata in oncologia. (Agenbio) Emanuela Birra 13:00