Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Trapianti di rene, una nuova strada per i pazienti più difficili tomshw.it
Le cellule CAR T, note soprattutto per alcuni trattamenti contro i tumori del sangue, sono state usate per un obiettivo molto diverso: abbassare gli anticorpi che impediscono un trapianto di rene. In un primo studio di fase I pubblicato sul New England Journal of Medicine, un gruppo guidato da Penn Medicine ha trattato pazienti con insufficienza renale terminale e compatibilità quasi impossibile. Due pazienti seguiti da Penn, entrambi con un profilo immunologico estremamente difficile, hanno poi ricevuto un rene dopo anni senza un donatore praticabile.
Il problema riguarda i pazienti definiti altamente sensibilizzati. Il loro sistema immunitario contiene anticorpi capaci di attaccare la maggior parte degli organi disponibili, spesso dopo precedenti trapianti, trasfusioni o altre esposizioni immunologiche. Nei casi più estremi il punteggio cPRA arriva vicino al 100%, il che significa che la compatibilità con un donatore può scendere sotto una possibilità su mille.
Le tecniche tradizionali di desensibilizzazione, come plasmaferesi e farmaci diretti contro gli anticorpi, non sempre bastano in questi pazienti. L’idea del nuovo trial è stata colpire alla radice le cellule che mantengono quella memoria immunitaria. Per farlo, i ricercatori hanno combinato CAR T dirette contro CD19, pensate per eliminare cellule B di memoria, e CAR T dirette contro BCMA, rivolte contro le plasmacellule che producono anticorpi.
La tecnologia è parente stretta delle CAR T oncologiche già raccontate in altri contesti, come le CAR T sperimentali contro il glioblastoma, ma qui il bersaglio clinico cambia radicalmente. Non si tratta di far riconoscere una massa tumorale al sistema immunitario, bensì di rimuovere selettivamente componenti immunitarie che rendono quasi impossibile accettare un organo. È un passaggio importante perché sposta una piattaforma nata in oncologia verso la medicina dei trapianti.
Qui le CAR T non attaccano un tumore, ma riaprono una lista d’attesa.
Nei due pazienti descritti da Penn, il trattamento ha ridotto in modo netto gli anticorpi anti-donatore e ha portato il cPRA a un livello compatibile con nuove offerte di organo. Entrambi hanno ricevuto un trapianto di rene e, al follow-up riportato dal team, non sono emersi segnali di rimbalzo degli anticorpi specifici contro il donatore né rigetto dell’organo. Il dato resta piccolo, ma dimostra che un approccio cellulare può modificare una barriera immunologica finora molto difficile da superare.
Anche il profilo di tollerabilità va letto con cautela. Nei casi riferiti non sono comparse forme severe di sindrome da rilascio di citochine o neurotossicità, due complicanze note delle CAR T in oncologia. Questo però non equivale a una garanzia di sicurezza generale: il trial è nelle sue fasi iniziali, il numero di pazienti è limitato e i prossimi passaggi dovranno valutare dosi, durata dell’effetto e possibili rischi tardivi.
Il punto scientifico più interessante è il concetto di reset immunitario controllato. Eliminando temporaneamente popolazioni di cellule B e plasmacellule, i ricercatori puntano a ridurre gli anticorpi ostili senza cancellare in modo permanente l’intero sistema immunitario. Se l’approccio reggerà in gruppi più ampi, potrebbe offrire una strada per pazienti che oggi restano per anni in dialisi perché nessun rene risulta abbastanza compatibile.
Restano molte domande pratiche. Le CAR T sono terapie complesse, costose e personalizzate, quindi non è scontato che possano diventare rapidamente uno strumento ordinario nei programmi di trapianto. Il prossimo nodo sarà capire se il beneficio osservato nei primi pazienti può essere riprodotto su una popolazione più ampia, con criteri chiari su chi trattare, quando intervenire e come bilanciare rischio immunologico, disponibilità degli organi e sicurezza della terapia cellulare.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Trapianti di rene, una nuova tecnica di ingegneria genetica previene il rigetto nei malati iper-sensibilizzati HealthDesk
Una singola somministrazione di cellule immunitarie modificate in laboratorio ha consentito a due uomini e una donna di sottoporsi a un trapianto di rene salvavita. I tre pazienti rientravano nella categoria delle persone ipersensibilizzate, una condizione caratterizzata da un sistema immunitario fortemente reattivo che rende quasi sistematico il rigetto immediato degli organi donati, riducendo drasticamente le probabilità di trovare tessuti compatibili.
A oltre un anno dall'intervento, i tre pazienti presentano una regolare funzionalità renale e non hanno manifestato effetti collaterali significativi. I dettagli clinici di questi successi terapeutici sono stati pubblicati sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine attraverso due studi indipendenti.
«Queste persone muoiono in lista d'attesa, non riescono mai a ottenere un rene», ha dichiarato a Nature Allan Kirk, chirurgo trapiantologo alll'Ospedale Universitario Duke di Durham, nella Carolina del Nord, non coinvolto direttamente nelle sperimentazioni. Secondo Kirk, l'applicazione di questa tecnologia cellulare nel settore dei trapianti «potrebbe essere una vera svolta epocale».
Se nove donatori non bastano
Per una fetta di pazienti con insufficienza renale cronica il trapianto è la soluzione d'elezione, tuttavia in una fetta di malati compresa tra il 5% e il 10% la presenza di anticorpi specifici impedisce l'accesso a questa opzione Questa forma di 'ipersensibilità', infatti, indirizza il sistema immunitario contro i tessuti estranei aggredendo rapidamente l'organo del donatore e danneggiandolo irreparabilmente.
Un caso emblematico è quello di una paziente trentacinquenne che si era presentata in struttura per nove volte consecutive accompagnata da potenziali donatori, nessuno dei quali è risultato idoneo dal punto di vista immunologico. «Era disperata», ha commentato Eva Schrezenmeier, coordinatrice di uno degli studi. La donna era già stata sottoposta a un trapianto renale fallito dopo dieci anni. La perdita della funzionalità dell'organo aveva causato ipertensione arteriosa e un successivo scompenso cardiaco, rendendole impossibile il mantenimento del lavoro a causa del progressivo deperimento fisico.
La soluzione è stata individuata nell'applicazione di una terapia con cellule Car-T. Questa tecnica prevede l'estrazione dei linfociti T del paziente e la loro successiva ingegnerizzazione genetica affinché attacchino in modo mirato le cellule responsabili della produzione degli anticorpi patologici. Già approvato per diverse patologie ematologiche e in fase di test per alcune malattie autoimmuni, il protocollo è stato esteso per valutare la riduzione dei livelli di anticorpi nei pazienti candidati al trapianto. In particolare le cellule ingegnerizzate prendevano di mira la proteina CD19 espressa sulla superficie delle cellule immunitarie dannose.
A cinque mesi dalla somministrazione la quantità di anticorpi è diminuito a livelli tali da consentire l'esecuzione del trapianto. Attualmente la paziente ha ripreso l'attività lavorativa come istruttrice di ginnastica acrobatica per bambini e segue il regime terapeutico immunosoppressivo standard previsto per i riceventi non sensibilizzati. «È davvero felice», ha riferito Schrezenmeier.
Possibile nuovo standard
Contemporaneamente, negli Stati Uniti, nell'ambito di uno studio clinico di fase I (la prima di tre fasi, quella in cui viene verificata la sicurezza) un trattamento simile è stato somministrato ai primi due pazienti. In tal caso gli anticorpi modificati prendevano di mira due bersagli molecolari: le cellule immunitarie con proteina CD19 e BCMA. Anche in questo caso il trattamento ha ridotto gli anticorpi consentendo di eseguire il trapianto. Sono passati, rispettivamente 7 e 12 mesi dall'intervento e al momento non sono emersi segnali d rigetto dell'organo.
Nel frattempo il gruppo di ricerca statunitense ha esteso il trattamento ad altri quattro pazienti, uno dei quali ha ricevuto un trapianto il mese scorso dopo vent'anni di permanenza in lista d'attesa. È previsto il coinvolgimento di ulteriori quattro pazienti entro il termine dell'anno in corso.
Nonostante si trattai ancora di pochi pazienti e sia passato poco tempo per gli esperti la nuova tecnica potrebbe diventare lo standard di cura nel giro di pochi anni.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
59.3/100
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B
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✅
Criteri Critici
Polmone, perché è indispensabile conoscere le mutazioni nel tumore di ogni paziente per scegliere la terapia migliore Corriere della Sera
di Vera Martinella
Per stabilire la cura più indicata, fin dal momento della diagnosi, serve il test genetico per avere una terapia personalizzata: così si allunga, persino di molti anni, la sopravvivenza dei malati (anche metastatici)
Uno studio dimostra che, nei pazienti con un tumore ai polmoni in stadio iniziale, con un farmaco mirato contro l'alterazione del genere RET si riduce moltissimo il rischio di recidiva, progressione di malattia e morte.
Un altro studio, su persone e con mutazione di ALK, indica che con un altro medicinale mirato oltre la metà dei malati è ancora viva sette anni dopo, anche in presenza di metastasi anche cerebrali.
Sono due delle sperimentazioni più rilevanti presentate nei giorni scorsi a Chicago durante il congresso annuale dell'American Society of Clinical Oncology (Asco) nell'ambito dell'oncologia polmonare e confermano una direzione ben definita: «Si apre una nuova era, quella della medicina personalizzata, per la cura di vari sottotipi di cancro ai polmoni - dice Antonio Passaro, direttore dell'Oncologia Toracica dell'Istituto Europeo di Oncologia a Milano -: ormai è chiaro che un numero crescente di persone può trarre beneficio dai nuovi farmaci mirati contro le specifiche mutazioni che guidano la crescita del tumore. Con vantaggi sia in termini di un allungamento della sopravvivenza (fino a non molto tempo fa ferma a pochi mesi, mentre oggi arriva anche a diversi anni), sia sul fronte della qualità di vita, perché si riduce la necessità di fare chemioterapia e la tossicità delle terapie tradizionali».
E, cosa non da poco, i miglioramenti riguardano i pazienti con una malattia in fase iniziale, ma anche quelli in stadio avanzato e metastatico.
Lo studio LIBRETTO-432: cala dell'83% il rischio di recidiva nei pazienti operati Lo studio LIBRETTO-432 ha coinvolto 151 pazienti con un carcinoma polmonare non a piccole cellule e mutazione del gene RET. I partecipanti, provenienti da ben 22 Paesi diversi perché l'alterazione di RET è molto rara (è presente solo nell'1-2% dei pazienti), avevano una neoplasia in stadio iniziale o comunque ancora localizzata (da IB a IIIA) e avevano ricevuto altre cure in precedenza.
Sono stati divisi in due gruppi: una metà ha ricevuto un placebo, l'altra metà il nuovo farmaco selpercatinib, una terapia mirata che agisce bloccando la proteina RET anomala, già approvata per i pazienti con neoplasia avanzata.
I ricercatori volevano verificare se e quanto questa target therapy potesse essere efficace ai primi stadi.
«Fino a due terzi dei pazienti con un carcinoma polmonare non a piccole cellule in fase iniziale vanno incontro a una recidiva - ricorda Passaro -. Fino a oggi i malati con riarrangiamento di RET ricevevano chirurgia seguita da eventuale chemioterapia e poi osservazione, senza alcuna terapia target approvata in adiuvante (ovvero post operazione). I risultati di questo studio mostrano, però, una riduzione del rischio di recidiva o morte di circa l'83%, con tassi di sopravvivenza libera da eventi a due anni del 91,5% contro 61,1% di chi fa placebo. È un risultato epocale, che cambia la pratica clinica per questa popolazione rara ma ben definita».
Lo studio HARMONi-6 Molto significativi sono stati giudicati anche gli esiti dello studio HARMONi-6 che ha arruolato 532 pazienti cinesi con un carcinoma non a piccole cellule squamoso in stadio avanzato, un sottotipo di cancro ai polmoni particolarmente difficile da trattare che rappresenta però circa il 25% dei casi diagnosticati ogni anno.
La terapia standard attuale per questi malati è rappresentata da chemio più immunoterapia (con farmaci inibitori dei checkpoint immunitari), ma spesso non è efficace nei pazienti con bassa o assente espressione del PD-L1. HARMONi-6 confronta l'attuale cura standard in Cina (tislelizumab più chemioterapia) rispetto a un nuovo anticorpo bispecifico, ivonescimab, più chemioterapia. Gli anticorpi bispecifici rappresentano una nuova generazione di farmaci antitumorali capaci di colpire contemporaneamente due bersagli diversi. Questa caratteristica consente di agire su più meccanismi che favoriscono la crescita del tumore: da un lato riattivano il sistema immunitario, dall'altro contrastano l'angiogenesi, cioè la formazione dei vasi sanguigni che alimentano la crescita della neoplasia.
«Questo approccio a doppio meccanismo mira a potenziare le risposte immunitarie antitumorali modificando al contempo il microambiente tumorale - spiega l'oncologo -. Gli esiti del trial indicano che con ivonescimab si allunga la sopravvivenza dei pazienti, ma per trarre conclusioni bisogna attendere gli esiti dello studio HARMONi-3 condotto anche su pazienti americani e europei. Le caratteristiche cliniche e biologiche della popolazione cinese sono infatti differenti dalla nostre e la terapia confrontata non è quella standard fuori dalla Cina) e alcuni aspetti della pratica clinica possono differire rispetto a Europa e Stati Uniti».
Lo studio CROWN: pazienti con metastasi cerebrali vivi a 7 anni Ad Asco sono stati illustrati anche i risultati aggiornati a sette anni dello studio CROWN (pubblicati contemporaneamente su Annals of Oncology.): «Probabilmente una delle storie di maggior successo dell'oncologia di precisione nel tumore del polmone di sempre» commenta Passaro.
I 296 pazienti arruolati avevano un tumore non a piccole cellule in stadio avanzato di tipo ALK positivo, una forma molto aggressiva (molti pazienti hanno metastasi cerebrali già al momento della diagnosi) che interessa spesso persone giovani e non fumatori, e sono stati curati con il nuovo medicinale lorlatinib, già disponibile in Italia.
Lorlatinib è stato disegnato specificatamente per superare la barriera ematoencefalica e agire quindi a livello cerebrale, ma anche per essere attivo in pazienti precedentemente trattati con altre terapie nei quali, però, la malattia è riuscita a mettere in atto dei meccanismi di resistenza.
«I dati presentati a Chicago mostrano quanto sia cambiata la storia del tumore metastatico - conclude l'oncologo -. Prima dell'era degli inibitori ALK la sopravvivenza mediana era era significativamente più limitata. Oggi, con lorlatinib in prima linea, vediamo una quota molto elevata di pazienti vivi a distanza di molti anni dalla diagnosi metastatica, con controllo duraturo anche a livello cerebrale. Il dato più impressionante non è solo la durata della risposta, ma il fatto che una malattia metastatica tradizionalmente considerata rapidamente fatale sia diventata, per molti pazienti, una condizione realmente cronica a lungo termine»
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
La svolta del melanoma. Pazienti trattati con due immunoterapici. Efficacia record La Nazione
Primo studio al mondo sul melanoma con metastasi cerebrali a dimostrare una sopravvivenza superiore al 30% a 10 anni. Presentati al congresso dell’American Society of clinical oncology i risultati dello studio NIBIT-M2, realizzato dall’Uoc Immunoterapia Oncologica dell’Aou Senese, diretta dal professor Michele Maio, ordinario di Oncologia Medica dell’Università di Siena e presidente della Fondazione NIBIT, che ha promosso lo studio.
E’ il follow-up più lungo disponibile al mondo in pazienti con melanoma e metastasi cerebrali asintomatiche ed è il primo studio al mondo a dimostrare una sopravvivenza superiore al 30% a 10 anni nei pazienti trattati con la doppia immunoterapia ipilimumab e nivolumab. I risulttai finali sono stati presentati al congresso dell’Asco dalla professoressa Anna Maria Di Giacomo, ordinario di Oncologia Medica Unisi e responsabile del programma di sperimentazioni cliniche di fase I/II del Centro di Immuno-Oncologia dell’AouS.
Il melanoma è stato uno dei tumori in cui l’immunoterapia ha cambiato più profondamente le prospettive di cura. La presenza di metastasi cerebrali, tuttavia, ha rappresentato a lungo una delle principali criticità. "Le metastasi cerebrali da melanoma sono associate a una prognosi particolarmente sfavorevole e a una gestione clinica molto complessa. Per molti anni questi pazienti non hanno avuto opzioni terapeutiche efficaci ed una sopravvivenza di pochi mesi", spiega la professoressa Anna Maria Di Giacomo.
NIBIT-M2 è uno studio di fase III, multicentrico, che ha coinvolto pazienti con melanoma metastatico e metastasi cerebrali attive, non trattate e asintomatiche, arruolati in 9 Centri Italiani. Lo studio ha confrontato tre strategie: la chemioterapia con fotemustina, la combinazione di ipilimumab e fotemustina, e la doppia immunoterapia con ipilimumab e nivolumab. L’obiettivo principale era valutare la sopravvivenza globale. Dopo un follow-up mediano di 125 mesi, i risultati confermano il beneficio duraturo della doppia immunoterapia. Nel gruppo trattato con ipilimumab e nivolumab, la sopravvivenza globale a 10 anni è risultata pari al 32% mentre la sopravvivenza specifica per melanoma ha raggiunto il 36%. Anche il controllo della malattia a livello cerebrale si mantiene nel tempo: la sopravvivenza libera da progressione intracranica a 10 anni è infatti pari al 29%.
"Non parliamo solo di un prolungamento della sopravvivenza - sottolinea la Di Giacomo –, ma della possibilità concreta, per molti pazienti, di mantenere il controllo della malattia a lungo termine". Un elemento clinicamente importante riguarda anche il trattamento nel lungo periodo. Tra i pazienti vivi a 10 anni trattati con ipilimumab e nivolumab, infatti, il 70% non ha ricevuto più alcuna terapia antitumorale. Un dato che rafforza l’idea di un controllo persistente della malattia anche dopo la sospensione del trattamento immunoterapico.
"NIBIT-M2 mostra che l’immunoterapia può essere efficace anche in presenza di metastasi cerebrali asintomatiche e che il beneficio può mantenersi nel lunghissimo periodo", commenta il professor Michele Maio (foto in alto). "Il dato a 10 anni sposta la prospettiva di vita dei pazienti: in una malattia storicamente con prognosi severa, oggi possiamo osservare pazienti vivi a lungo termine e, in molti casi, senza necessità di continuare le cure".
p.t.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.8/100
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B
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❌
Criteri Critici
Asciminib, l’efficacia a tre anni nella leucemia mieloide cronica FarmaciaVirtuale.it
Il farmaco asciminib, sviluppato da Novartis per il trattamento della leucemia mieloide cronica in fase cronica con cromosoma Philadelphia positivo, ha dimostrato risultati di efficacia e tollerabilità a tre anni di follow-up. I dati sono stati presentati nel corso del congresso 2026 dell’American society of clinical oncology (Asco) e riguardano lo studio di Fase 3 Asc4first, condotto su pazienti adulti con diagnosi recente.
Tasso di risposta molecolare ottenuto con asciminib
Come mostrato all’Asco, a 144 settimane il tasso di risposta molecolare maggiore ottenuto con asciminib è risultato superiore rispetto a quello degli inibitori tirosin-chinasici standard di cura selezionati dallo sperimentatore, con imatinib e gli inibitori di seconda generazione. Il vantaggio è apparso progressivamente maggiore nel tempo: quasi il 24% in più di pazienti ha raggiunto la Mmr rispetto a tutti i Tki standard, mentre il beneficio rispetto al solo imatinib ha superato il 32%. Rispetto ai soli inibitori tirosin-chinasici (Tki) di seconda generazione, la differenza è stata pari al 15,2%
Efficacia rispetto ai Tki standard
Lo studio Asc4first ha confrontato l’assunzione orale di 80 mg una volta al giorno di asciminib con Tki di prima o seconda generazione, tra cui imatinib, nilotinib, dasatinib e bosutinib, in 405 pazienti. Gli endpoint primari, già raggiunti alla 48ª settimana, hanno evidenziato tassi di Mmr del 67,7% contro il 49,0% nei soggetti trattati con Tki standard e del 69,3% contro il 40,2% rispetto al solo imatinib. I dati a 144 settimane confermano un incremento progressivo del beneficio.
Profilo di tollerabilità
I dati a tre anni hanno mostrato un profilo di sicurezza coerente con quanto osservato nel follow-up a quattro anni dello studio di Fase 3 Ascembl. Rispetto a imatinib e ai Tki di seconda generazione, asciminib ha presentato un numero inferiore di eventi avversi di grado ≥3, con una conseguente minore necessità di ridurre il dosaggio e un tasso di interruzioni del trattamento dimezzato.
Prospettiva di futuro libero da trattamento
Paola Coco, Chief Scientific Officer & Medical Affairs Head di Novartis Italia, ha spiegato che «con oltre 25 anni di esperienza nella Lmc abbiamo contribuito a trasformare questa patologia in una condizione cronica. Oggi l’aspettativa di vita dei pazienti è paragonabile a quella della popolazione generale. Il progresso scientifico continua ad aprire nuove possibilità, non solo in termini di efficacia e di qualità di vita nel lungo periodo, ma anche verso la prospettiva, come obiettivo della ricerca, di un futuro libero da trattamento. Per questo, la collaborazione con la comunità scientifica e le istituzioni rimane centrale per garantire che l’innovazione si traduca in opportunità concrete di cura accessibile».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Melanoma: al via studio su “superimmunoterapia” pre-intervento corrierenazionale.it
Melanoma: al via studio su “superimmunoterapia” pre-intervento. Ascierto: “Una nuova molecola per abbattere la resistenza ai farmaci”
Una vera e propria “superimmunoterapia” da somministrare prima di entrare in sala operatoria per neutralizzare sul nascere la capacità del tumore di resistere ai farmaci. L’arma segreta di questo innovativo approccio si chiama MDNA11, una citochina ‘intelligente’ progettata in laboratorio per potenziare in modo mirato le difese biologiche dei pazienti e contrastare la possibile resistenza alle terapie. I dettagli scientifici di questo studio multicentrico italiano, coordinato dalla Fondazione Melanoma Onlus e in collaborazione con la biotech canadese Medicenna, sono stati presentati da Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus, al congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), in corso a Chicago.
“MDNA11 è una versione potenziata e a lunga durata d’azione dell’Interleuchina-2 (IL-2), una molecola che il nostro corpo già possiede per attivare le difese, ma che in passato era troppo tossica e poco selettiva – spiega Ascierto -. Questa nuova super-citochina è stata ingegnerizzata per agire come una ‘bomba di precisione’: evita i tessuti sani e si dirige esclusivamente sui ‘soldati d’assalto’ del sistema immunitario, ovvero i linfociti T CD8+ e le cellule Natural Killer, moltiplicandoli e spingendoli ad aggredire il tumore con una forza mai vista prima, mantenendo al contempo un buon profilo di sicurezza”. Il protocollo si rivolge ai pazienti con melanoma cutaneo in stadio avanzato (stadio III), asportabile chirurgicamente ma ad alto rischio di ricaduta.
“Oggi il nuovo standard di cura è la terapia neoadiuvante, che consiste nel trattare il paziente prima della chirurgia – dichiara Ascierto -. Attaccare la malattia quando il tumore è ancora presente dà una spinta enorme al sistema immunitario, che impara a riconoscere e combattere le cellule neoplastiche in modo molto più efficace rispetto a quanto farebbe se i farmaci venissero dati solo dopo l’operazione. Tuttavia, i dati più recenti dimostrano l’efficacia straordinaria di questo approccio, ma evidenziano anche un limite biologico, dato che circa il 41% dei pazienti mostra ancora una resistenza parziale o totale alle terapie standard. Per questo è necessario fare un passo avanti e superare le barriere poste dal tumore”.
La resistenza all’immunoterapia classica è spesso legata a tumori definiti “freddi”, cioè privi di una corretta stimolazione immunitaria proprio a causa della carenza di IL-2 naturale. Lo studio NEO-CYT punta a superare questo scoglio calando l’asso di MDNA11, rendendo i “soldati” del sistema immunitario più capaci di entrare nei tumori. Lo studio coinvolgerà in totale 80 pazienti che verranno divisi in tre gruppi. Il cuore della strategia è rappresentato dal Braccio C, un vero e proprio tris di farmaci che unisce i due immunoterapici standard, ipilimumab e nivolumab, alla potenza mirata della super-citochina MDNA11. Per valutare ogni sfumatura di efficacia e sicurezza, il protocollo prevede anche un Braccio B, che combina unicamente nivolumab alla molecola MDNA11. Mentre i pazienti del Braccio A costituiranno il gruppo di controllo standard e riceveranno solo la doppietta immunoterapica (ipilimumab e nivolumab). Infine, nel Braccio D si aggiungerà al “tris” (ipilimumab, nivolumab e MDNA11) un farmaco anti-infiammatorio, il tocilizumab.
“I pazienti seguiranno il trattamento per un periodo di 6 settimane prima di essere sottoposti all’intervento chirurgico – conclude Ascierto -. L’obiettivo primario di questa ‘superimmunoterapia’ è ottenere la ‘Risposta Patologica Maggiore’, ovvero far sì che al momento dell’operazione la percentuale di cellule tumorali ancora vive nel tessuto sia pari o inferiore al 10%. Centrare questo traguardo clinico significa abbattere drasticamente il rischio che la malattia possa ripresentarsi in futuro”.
Oltre all’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “G. Pascale” di Napoli, che fa anche da centro coordinatore insieme alla Fondazione Melanoma, lo studio vede la partecipazione attiva della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori (Milano), dell’Istituto Oncologico Veneto IOV-IRCCS (Padova), dell’IRCCS Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori “Dino Amadori” – IRST (Meldola), dell’IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (Roma), dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia / Università degli Studi di Perugia (Perugia), dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” (Napoli) e dell’Istituto Europeo di Oncologia IEO – IRCCS (Milano).
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Criteri Critici
Tarlatamab approvato in Europa nel tumore polmonare a piccole cellule: riduce del 40% il rischio di morte pharmastar.it
La Commissione Europea ha approvato tarlatamab (Imdyltra, Amgen) in monoterapia per il trattamento dei pazienti adulti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso (ES-SCLC) che presentano progressione della malattia dopo una prima linea di chemioterapia a base di platino. L'autorizzazione rappresenta un importante passo avanti in un setting caratterizzato da una prognosi particolarmente sfavorevole e da opzioni terapeutiche limitate.
L'approvazione si basa sui risultati dello studio registrativo di fase III DeLLphi-304, il primo trial globale ad aver dimostrato un vantaggio significativo di sopravvivenza rispetto alla chemioterapia standard in questa popolazione di pazienti. Lo studio ha evidenziato una riduzione del rischio di morte del 40% con tarlatamab rispetto alla chemioterapia di confronto, con una sopravvivenza globale mediana di 13,6 mesi contro 8,3 mesi (HR 0,60; p<0,001).
Un nuovo approccio immunoterapico
Tarlatamab è il primo engager bispecifico delle cellule T approvato nel tumore polmonare a piccole cellule. Il farmaco è stato progettato per legarsi contemporaneamente alla proteina DLL3 espressa dalle cellule tumorali e al recettore CD3 presente sui linfociti T, favorendo così il riconoscimento e la distruzione delle cellule neoplastiche.
DLL3 rappresenta un bersaglio particolarmente interessante perché è espressa sulla superficie delle cellule tumorali nel 90-96% dei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule, mentre la sua presenza nei tessuti sani è minima. Questa caratteristica consente di indirizzare selettivamente la risposta immunitaria contro il tumore.
Un bisogno clinico ancora insoddisfatto
Il carcinoma polmonare a piccole cellule rappresenta circa il 13-15% di tutti i tumori del polmone diagnosticati nel mondo ed è considerato una delle neoplasie solide più aggressive. Sebbene la maggior parte dei pazienti risponda inizialmente alla chemioterapia di prima linea, le recidive sono frequenti e spesso si verificano nel giro di pochi mesi.
«Il tumore polmonare a piccole cellule è uno dei tumori solidi più aggressivi, caratterizzato da elevati tassi di recidiva dopo il trattamento iniziale e da limitate opzioni terapeutiche», ha dichiarato Jean-Charles Soria, Senior Vice President Oncology di Amgen. Secondo il manager, l'approvazione europea di tarlatamab segna «un importante passo avanti per i pazienti europei» e conferma l'impegno dell'azienda nello sviluppo di terapie innovative in grado di migliorare concretamente gli esiti clinici.
Profilo di sicurezza
Il profilo di sicurezza osservato nello studio DeLLphi-304 è risultato coerente con quello già noto del farmaco. Gli eventi avversi più comuni sono stati la sindrome da rilascio di citochine (CRS), diminuzione dell'appetito, febbre, alterazioni del gusto, stipsi, anemia, affaticamento e nausea.
La CRS è risultata l'evento avverso grave più frequente e si è verificata principalmente dopo le prime due somministrazioni. Per questo motivo le informazioni di prescrizione prevedono un monitoraggio dei pazienti per 6-8 ore dopo le infusioni effettuate al giorno 1 e al giorno 8 del primo ciclo di trattamento.
L'approvazione europea amplia ulteriormente il ruolo dei farmaci bispecifici in oncologia e introduce una nuova opzione terapeutica per una patologia che continua a presentare un elevato bisogno medico insoddisfatto.
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Ruggi, trasfusione oltre l'orario di servizio: medico costretto a seguire da solo una paziente oncologica Salerno In Web
04/06/2026
Una paziente oncologica affetta da una grave forma di anemia, una trasfusione ancora in corso e un medico rimasto improvvisamente senza il necessario supporto infermieristico. È l’episodio segnalato dalla Fisi, la Federazione Italiana Sindacati Intercategoriali, che ha chiesto formalmente alla direzione dell’Azienda ospedaliera universitaria "San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona" di fare piena luce su quanto accaduto all’interno dell’ambulatorio di Medicina Trasfusionale. La vicenda, secondo la ricostruzione del sindacato, risale allo scorso 3 aprile. Una giovane paziente oncologica, con un quadro clinico particolarmente delicato a causa di una severa anemia provocata da un’emorragia, era stata inviata in mattinata dal Day Hospital di Oncologia all’ambulatorio trasfusionale per ricevere due sacche di sangue. La terapia, tuttavia, sarebbe iniziata con notevole ritardo per una serie di difficoltà di natura tecnico-organizzativa. La somministrazione della prima unità di emazie sarebbe partita soltanto nella tarda mattinata. A rendere ancora più complessa la situazione, l’imminenza delle festività pasquali: l’ambulatorio sarebbe rimasto chiuso per i tre giorni successivi.
Valutato il quadro ematologico della paziente, il medico in servizio avrebbe ritenuto indispensabile completare il trattamento senza ulteriori rinvii, procedendo anche con la seconda sacca. Una scelta clinica che, stando alla denuncia della Fisi, si sarebbe scontrata con la conclusione del turno degli infermieri assegnati all’ambulatorio. I due operatori avrebbero lasciato il servizio rispettivamente alle 14.30 e alle 15, secondo il proprio profilo orario, mentre la trasfusione era ancora in corso. Il medico sarebbe quindi rimasto per circa un’ora completamente solo, chiamato a gestire una procedura terapeutica complessa senza la presenza del personale infermieristico, indispensabile anche per intervenire tempestivamente in caso di eventuali reazioni avverse. Soltanto nelle fasi finali sarebbe arrivato il sostegno di un operatore proveniente da un altro reparto dell’ospedale. Per la Fisi non si tratterebbe di un semplice inconveniente, ma di un episodio capace di evidenziare criticità organizzative e comportamentali che meritano risposte immediate. Il sindacato contesta soprattutto l’ipotesi secondo cui il personale non avrebbe potuto trattenersi oltre il normale orario di servizio.
"Non si può liquidare la questione sostenendo che l’ambulatorio dovesse necessariamente chiudere all’orario previsto, soprattutto in presenza di una terapia già avviata e clinicamente necessaria", è la posizione espressa dalla sigla sindacale. La decisione di completare la seconda trasfusione, prosegue la Fisi, non sarebbe stata frutto di una scelta arbitraria, ma di una precisa valutazione medica. "La prosecuzione del trattamento era legata alle condizioni della paziente e all’impossibilità di rinviare la terapia nei giorni successivi". Secondo il sindacato, inoltre, sarebbe stato possibile adottare una soluzione organizzativa ragionevole: "L’infermiere rimasto in servizio fino alla conclusione della trasfusione avrebbe potuto recuperare l’ora aggiuntiva nei giorni successivi". A suscitare la reazione della Fisi è anche il mancato riscontro da parte dell’azienda ospedaliera. La segnalazione sarebbe stata formalizzata ai vertici del "Ruggi" già da diverse settimane. Dopo ripetute richieste verbali, il 27 maggio la dirigente sindacale della Fisi, dottoressa Annunziata, avrebbe inviato una nota ufficiale alla Direzione Medica di Presidio, sollecitando chiarimenti e denunciando il silenzio istituzionale.
"Non si comprende il motivo di una risposta che continua a non arrivare davanti a una vicenda così delicata", sottolinea il sindacato. La Fisi chiede ora che la Direzione Medica di Presidio, l’Unità operativa complessa di Gestione del Rischio Clinico e l’intera direzione aziendale esaminino nel dettaglio l’accaduto e rendano note le determinazioni assunte. La questione supera il perimetro di una semplice controversia interna. Al centro rimane la tutela dei pazienti più fragili e la necessità di garantire continuità assistenziale anche quando una procedura medica si prolunga oltre l’orario ordinario. Perché davanti a una trasfusione ancora in corso, soprattutto quando riguarda una paziente oncologica, la burocrazia non può trasformarsi in un ostacolo alla sicurezza delle cure.
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Salute, vaccino a mRNA e immunoterapia dimezzano il rischio di recidiva o morte per melanoma Giornale La Voce
Una combinazione tra vaccino personalizzato a mRNA e immunoterapia standard potrebbe aprire una nuova fase nella cura del melanoma, il più aggressivo tra i tumori della pelle. I risultati di uno studio clinico di fase II indicano che l’aggiunta del vaccino sperimentale all’immunoterapia ha ridotto del 49% il rischio di recidiva o morte nei pazienti già sottoposti alla rimozione chirurgica del tumore.
I dati sono stati presentati il 1° giugno al meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology, l’ASCO di Chicago, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati all’oncologia, e pubblicati sul Journal of Clinical Oncology.
La ricerca riguarda una terapia combinata che agisce su due fronti: da un lato l’immunoterapia, già utilizzata come trattamento standard in diverse forme avanzate di melanoma; dall’altro un vaccino a mRNA personalizzato, costruito sulle caratteristiche specifiche del tumore di ogni singolo paziente.
Il vaccino si chiama intismeran e non funziona come i vaccini tradizionali utilizzati per prevenire infezioni. In questo caso si tratta di una terapia disegnata su misura dopo l’asportazione del tumore, con l’obiettivo di aiutare il sistema immunitario a riconoscere e colpire eventuali cellule tumorali rimaste nell’organismo.
Dopo l’intervento chirurgico, il DNA del melanoma viene analizzato per individuare le mutazioni presenti nelle cellule cancerose. Da queste mutazioni vengono selezionati i cosiddetti neoantigeni, cioè proteine caratteristiche delle cellule tumorali e assenti nelle cellule sane. Il vaccino a mRNA contiene le istruzioni per far riconoscere questi bersagli al sistema immunitario.
L’idea è addestrare i linfociti T, le cellule del sistema immunitario coinvolte nella difesa contro tumori e infezioni, a riconoscere più rapidamente le cellule malate. Se dopo l’intervento restano cellule tumorali residue o se la malattia tenta di ripresentarsi, il sistema immunitario dovrebbe essere più pronto ad attaccarle.
Lo studio clinico, chiamato KEYNOTE-942, ha coinvolto pazienti operati per rimuovere un melanoma. A 107 pazienti è stata assegnata la terapia combinata con vaccino a mRNA e immunoterapia; ad altri 50 pazienti è stata somministrata soltanto l’immunoterapia standard.
L’immunoterapico utilizzato nello studio è il pembrolizumab, noto anche con il nome commerciale Keytruda. Si tratta di un farmaco già impiegato nel trattamento del melanoma, capace di riattivare la risposta immunitaria contro le cellule tumorali.
Dopo cinque anni, il 68,8% dei pazienti trattati con la combinazione tra vaccino e immunoterapia risultava libero dal cancro. Nel gruppo trattato con la sola immunoterapia, la percentuale era pari al 49,1%.
Il dato più rilevante è la riduzione del 49% del rischio di una nuova comparsa del melanoma o di morte. La combinazione dei due trattamenti ha inoltre ridotto del 59% il rischio di metastasi in altre parti del corpo.
Anche il dato sulla sopravvivenza mostra una differenza significativa tra i due gruppi: 92,2% nel gruppo trattato con vaccino più immunoterapia, contro 71,3% nel gruppo trattato soltanto con immunoterapia.
Il melanoma è un tumore particolarmente temuto perché può diffondersi rapidamente e perché le sue cellule sono spesso capaci di sfuggire ai controlli del sistema immunitario. Proprio per questo, negli ultimi anni l’immunoterapia ha rappresentato una svolta importante, ma non sempre sufficiente a evitare recidive o progressione della malattia.
Il pembrolizumab agisce impedendo alle cellule tumorali di nascondersi dal sistema immunitario. Il vaccino personalizzato a mRNA, invece, fornisce un’identificazione più precisa dei bersagli tumorali. La combinazione dei due approcci punta quindi a rendere la risposta immunitaria più forte e più mirata.
Il principio è quello della medicina personalizzata: non un vaccino uguale per tutti, ma una terapia costruita sulle mutazioni presenti nel tumore del singolo paziente. Ogni melanoma può avere caratteristiche diverse e produrre neoantigeni specifici. Il vaccino viene quindi progettato per insegnare al sistema immunitario a riconoscere proprio quei segnali.
Questa strategia rappresenta una delle applicazioni più promettenti della tecnologia a RNA messaggero in oncologia. Dopo essere diventata nota al grande pubblico durante la pandemia, la piattaforma mRNA è oggi al centro di numerosi studi sul cancro, proprio per la sua capacità di essere adattata rapidamente a bersagli biologici diversi.
Il vaccino sperimentale analizzato nello studio può codificare fino a 34 neoantigeni tumorali personalizzati. Una volta somministrato, l’mRNA entra nelle cellule e fornisce le istruzioni per produrre temporaneamente queste proteine-bersaglio, permettendo al sistema immunitario di riconoscerle come elementi da attaccare.
Lo studio di fase II rappresenta un passaggio importante, ma non definitivo. Per confermare i risultati e valutare l’efficacia su un numero più ampio di pazienti è già in corso uno studio clinico di fase III. Questa fase servirà a capire se la combinazione tra vaccino a mRNA e immunoterapia possa diventare una nuova opzione di trattamento standard per le forme aggressive di melanoma.
L’interesse scientifico non riguarda soltanto il melanoma. La stessa tecnologia è in fase di valutazione anche per prevenire le ricadute di altri tumori, tra cui il tumore al polmone. Se confermata, la strategia potrebbe diventare un modello per nuove terapie oncologiche personalizzate.
Il dato centrale resta però quello emerso dopo cinque anni di osservazione: nei pazienti operati per melanoma, l’aggiunta del vaccino personalizzato a mRNA all’immunoterapia ha migliorato la quota di persone rimaste libere da malattia e ha ridotto il rischio di recidiva, metastasi o morte.
La prospettiva è quella di trattamenti sempre più costruiti sul profilo molecolare del tumore e sempre più capaci di coinvolgere il sistema immunitario nella sorveglianza contro le ricadute.
Non si tratta ancora di una terapia disponibile per tutti i pazienti né di una soluzione definitiva, ma di un risultato che rafforza il ruolo dell’mRNA nella lotta ai tumori. Il melanoma, storicamente difficile da controllare nelle forme avanzate, potrebbe essere uno dei primi campi in cui questa tecnologia mostra un impatto concreto sul rischio di recidiva dopo l’intervento chirurgico.
Per la ricerca oncologica, il messaggio è chiaro: il futuro delle cure potrebbe passare sempre di più da terapie combinate, personalizzate e capaci di trasformare le caratteristiche genetiche del tumore in un bersaglio per il sistema immunitario.
Pediatri cercasi, famiglie abbandonate: il Piemonte è primo in Italia per bambini “in coda” Secondo Gimbe in Piemonte ogni pediatra segue in media 1.126 assistiti, il dato peggiore d’Italia. Rossi e Valle attaccano la Regione: «Allarmi ignorati, famiglie lasciate sole»
Ospedale Infantile, firmato l’avvio dei lavori: quattro nuove sale operatorie ad Alessandria L’intervento è il primo lotto del piano di riqualificazione da 29 milioni di euro. Previste quattro sale operatorie di ultima generazione nel padiglione Umberto Bosio
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Tumore della vescica, svolta nelle cure: l’immunoterapia riduce le recidive e “salva” l’organo OK Salute e Benessere
L’immunoterapia per il tumore della vescica sta dando risultati molto promettenti. Per i pazienti colpiti da tumore della vescica non muscolo-invasivo ad alto rischio, il percorso di cura era storicamente una maratona complessa, segnata da continue resezioni chirurgiche, instillazioni locali e dal timore costante della recidiva. Una routine terapeutica che da oltre dieci anni non registrava progressi significativi e che spesso, in caso di progressione della malattia, sfociava nella cistectomia, ovvero l’asportazione radicale e demolitiva della vescica.
Dal Congresso della American Society of Clinical Oncology (ASCO) in corso a Chicago arrivano dati definiti storici che promettono di cambiare lo standard di cura. I risultati dello studio internazionale di fase III Potomac dimostrano che l’aggiunta di un anno di trattamento con l’immunoterapico durvalumab alla terapia standard con il Bacillus Calmette-Guérin (BCG) permette all’87,6% dei pazienti di essere vivo a 5 anni, dimezzando i tassi di recidiva precoce e allontanando lo spettro della chirurgia maggiore.
Immunoterapia per il tumore della vescica: più efficacia senza sacrificare la quotidianità del paziente
La vera sfida nella gestione di questa neoplasia è sempre stata l’equilibrio tra l’efficacia dei trattamenti e la tollerabilità da parte del paziente. Il tumore alla vescica comporta spesso sintomi urinari invalidanti, come il bisogno improvviso e impellente di urinare, che colpiscono duramente l’autonomia quotidiana.
L’aspetto innovativo dello studio risiede nell’aver misurato il benessere dei pazienti attraverso i cosiddetti patient-reported outcomes: questionari specifici (come il QLQ-NMIBC24) compilati direttamente dai malati per valutarne l’impatto psicologico, i sintomi fisici e le preoccupazioni per il futuro. I dati clinici, già parzialmente anticipati su The Lancet, confermano una riduzione del 32% del rischio di recidiva o morte. Nel primo anno di terapia, inoltre, il numero di recidive aggressive nel gruppo trattato con immunoterapia è stato quasi la metà rispetto alla terapia tradizionale.
L’impatto della patologia in Italia e il “ritardo di genere” nelle donne
I numeri della malattia dimostrano quanto questa scoperta tocchi da vicino la sanità pubblica italiana. Nel nostro Paese si stimano circa 29.100 nuovi casi all’anno, e circa il 70% delle diagnosi riguarda forme non infiltranti, intercettate cioè in una fase iniziale in cui queste nuove strategie terapeutiche possono massimizzare le probabilità di guarigione e preservare l’organo.
La gestione di questa patologia richiede però un cambio di passo culturale, soprattutto in ottica di medicina di genere. «Per garantire il miglior percorso di cura è fondamentale un approccio multidisciplinare che coinvolga oncologo, urologo, radiologo e anatomo-patologo», dichiara la Prof.ssa Rossana Berardi, presidente eletto AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Ordinario di Oncologia all’Università Politecnica delle Marche. «Sebbene questo tumore sia più frequente negli uomini, nelle donne esiste un rischio maggiore di diagnosi tardiva. L’ematuria, ovvero la presenza di sangue nelle urine che rappresenta il principale campanello d’allarme, nella donna viene spesso erroneamente attribuita a infezioni urologiche comuni, come la cistite, o a problematiche ginecologiche, ritardando drammaticamente gli accertamenti».
Fumo e lavoro: i fattori di rischio da combattere
Oltre alla diagnosi precoce, gli oncologi italiani richiamano l’attenzione sulla prevenzione primaria. Circa la metà dei tumori della vescica è direttamente collegata al fumo di sigaretta, che aumenta di ben cinque volte il rischio di sviluppare la neoplasia. Il dato è particolarmente preoccupante per la popolazione femminile italiana, dove il costante aumento del tabagismo sta trainando verso l’alto le curve delle diagnosi oncologiche.
Un ulteriore 10% dei casi è invece riconducibile all’esposizione professionale a sostanze chimiche tossiche, come diserbanti, coloranti industriali e idrocarburi. Per le categorie di lavoratori storicamente più esposte, gli esperti raccomandano l’inserimento rigoroso in programmi di sorveglianza sanitaria dedicati.
Il messaggio che emerge dall’ASCO è comunque di grande speranza: la combinazione tra una prevenzione mirata, il riconoscimento tempestivo del sangue nelle urine e l’introduzione dell’immunoterapia aprono una nuova era in cui il tumore della vescica può essere aggredito e sconfitto salvaguardando l’integrità corporea e l’autonomia del paziente.
Studi scientifici di riferimento e fonti istituzionali
Per approfondire i dati clinici e le linee guida nazionali sulla patologia, è possibile consultare i seguenti canali ufficiali:
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La radioterapia e le sue applicazioni: Ecomedica Empoli ne parla su Radio Lady gonews.it
L'intervista ai professionisti del poliambulatorio, tra tecnologie all'avanguardia e lavoro di équipe nel trattamento di tumori e di patologie benigne
Che cos'è la radioterapia, quali sono i campi di utilizzo, come funziona il lavoro dell'équipe affiancato alla tecnologia dalla precisione chirurgica. Una panoramica del settore quella emersa dall'intervista su Radio Lady dei professionisti di Ecomedica Poliambulatorio di Empoli, parte di Ergéa Group, ospiti ai microfoni di Irene Rossi. Focus dell'appuntamento, che si può riascoltare e rivedere di seguito, la "Radioterapia e le sue varie applicazioni" affrontato dagli ospiti in studio Francesca Giannetti, medico radioterapista, Gabriella Pastore fisico medico e Daniele Giannoni, tecnico di radiologia, in servizio nel reparto di radioterapia di Ecomedica diretto dal dottor Alessandro Fanelli.
L'intervista completa: il video
"La radioterapia, il bisturi che non si vede"
"La radioterapia è uno dei tre pilastri per la cura dei tumori, insieme all'oncologia e alla chirurgia", spiega la dottoressa Pastore. "Come dice la parola stessa, la radioterapia utilizza le radiazioni come cura, in particolare le radiazioni ionizzanti. Vogliamo tranquillizzare chi ci ascolta in merito ai trattamenti: se sono controllate, le radiazioni sono nostre alleate e non dobbiamo averne paura. Mi piace immaginare la radioterapia come un fascio di luce ad alta energia: il bisturi invisibile. Dietro a questa terapia ci sono una tecnologia avanzata e un incredibile lavoro di équipe. Le macchine che governiamo hanno una precisione millimetrica, tale da distruggere i tumori risparmiando i tessuti sani circostanti, esattamente come fa il chirurgo".
Il fisico medico in forze all'Ecomedica rassicura: "Non solo siamo precisi, ma riusciamo anche a vedere cosa andiamo a colpire prima di farlo. Queste macchine 'hanno gli occhi' perché integrano a bordo la TAC o la risonanza magnetica. È tutto iper-controllato e calcolato al millimetro". A dirigere gli strumenti c'è il lavoro di squadra: "Il medico pensa alla terapia migliore per il paziente e il fisico la elabora. Uno è la mente e l'altro è il braccio", spiega Pastore in merito alla sua specializzazione. "Calibriamo le macchine ed eseguiamo numerosi controlli giornalieri insieme ai tecnici. Ogni giorno, prima che il paziente inizi il trattamento, il piano che sarà erogato viene verificato e testato".
Altri campi di applicazione
"La radioterapia è una via di mezzo tra l'oncologia e la radiologia classica", spiega la dottoressa Francesca Giannetti, medico radioterapista. "Ci integriamo con queste branche nella cura dei tumori, con l'obiettivo di offrire al paziente un approccio multidisciplinare e personalizzato. Cerchiamo di curare molto anche la parte umana del rapporto medico-paziente, offrendo il supporto emotivo e psicologico necessario per fronteggiare la malattia".
Sul fronte tecnologico, la dottoressa sottolinea: "Per noi è fondamentale disporre di strumenti sempre avanzati. Nella radioterapia, la tecnologia a supporto delle capacità del singolo professionista, determina il 90% della qualità della cura, sia in termini di precisione ed efficacia, sia per quanto riguarda la qualità della vita. È vero che dobbiamo curare il tumore, ma dobbiamo anche far sì che il paziente stia bene. C'è poi un'altra applicazione del tutto nuova in Italia applicata alle patologie benigne come artrosi, tendiniti e infiammazioni delle articolazioni: siamo andati in Germania con un gruppo di colleghi per studiare questo aspetto della Radioterapia, ed in Ecomedica è già realtà".
"I pazienti che non possono sottoporsi a un intervento chirurgico a causa di altre comorbidità possono trovare un grande beneficio nel trattamento radioterapico. In Germania questo tipo di applicazione si esegue da circa quarant'anni; in Italia è meno conosciuta, ma siamo stati tra i primi a metterla in atto, effettuando sedute sia per patologie della mano che del ginocchio, con ottimi riscontri".
"Su questo tema abbiamo organizzato un incontro con i medici di famiglia per sensibilizzarli su una parte della radioterapia che è oggettivamente poco nota", aggiunge la dottoressa Giannetti. "Siamo aperti a qualunque domanda, sia tramite il nostro sito internet che attraverso la segreteria, per valutare insieme ai pazienti quali casi possano beneficiare di questo tipo di trattamento".
"L'aspetto umano è fondamentale"
A sottolineare l'importanza della presa in carico dei pazienti, tra precisione tecnica e approccio relazionale, è il tecnico di radiologia Daniele Giannoni: "Dopo la visita del medico, siamo noi la figura che il paziente vede di più durante la terapia". Per questo si crea un legame, "ed è la parte più bella di questo lavoro. La prima volta le persone affrontano un grande ventaglio di emozioni tra paura, ansia, tensione e a volte rabbia. Il nostro compito è capire in un paio di minuti chi abbiamo davanti e cosa prova: dobbiamo trovare un approccio che sia un compromesso tra la rigorosità professionale e l'empatia. Siamo tecnici, sì, ma l'aspetto umano e la capacità di mettere a proprio agio il paziente sono fondamentali per la corretta esecuzione del trattamento; per questo cerchiamo di creare un ambiente sereno, alleggerendo la tensione anche attraverso la musica".
Giannoni introduce poi il workflow della terapia, ricordando che Ecomedica di Empoli "è stato uno dei primi centri in Italia ad utilizzare la risonanza magnetica al posto della TC per il centraggio del paziente" con vantaggi "innanzitutto sulla salute e da un punto di vista clinico". Il tecnico spiega infatti: "Dopo la prima visita medica, il paziente esegue la TC o la risonanza di centraggio". Un passaggio fondamentale che "serve al fisico medico per creare il piano di trattamento e a noi tecnici per poter riposizionare il paziente sempre nella stessa identica posizione, garantendo una precisione millimetrica". Questa innovazione tecnologica è sostenuta "dal direttore, il dottor Fanelli, che promuove l'attività scientifica della struttura, stimolando l'équipe a sviluppare annualmente progetti di ricerca presentati poi a congressi nazionali e internazionali".
Completata la pianificazione da parte del fisico medico, il workflow prosegue con la prima seduta di radioterapia. Tra i primati a livello nazionale in questa fase, "siamo stati il primo centro in Italia ad utilizzare un riconoscimento biometrico del paziente". All'ingresso nel bunker, spiega il tecnico, "il sistema identifica in automatico il paziente e inserisce i suoi dati, il piano di cura e i relativi mezzi di immobilizzazione personalizzati, garantendo elevati standard di sicurezza procedurale". Dopo il posizionamento sul lettino, il flusso operativo prevede un ulteriore controllo prima di erogare il fascio: "Il sistema effettua una TC a bassissima dose che andiamo a confrontare e a matchare con quella di centraggio; a quel punto il lettino esegue degli spostamenti millimetrici necessari per essere accurati sul target e inizia la terapia". Il trattamento, rassicura infine Giannoni, è breve e indolore: "Le sessioni sono rapide e gli eventuali effetti collaterali a lungo termine, tipici dei trattamenti che prevedono, sono ampiamente prevedibili, minimi e costantemente monitorati fino alla loro completa risoluzione".
Ecomedica Poliambulatorio - Ergéa Centri Medici
Via Luigi Cherubini 2 - 50053 - Empoli (FI)
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Dieci anni dopo Eleonora, muore anche la madre: ha rifiutato chemio e radioterapia affidandosi al metodo Hamer Blitz quotidiano
Dieci anni fa sua figlia morì per aver rifiutato le cure contro il cancro. Ora a perdere la vita per lo stesso male è anche la mamma. Anch’essa ha rifiutato le cure tradizionali affidandosi al cosiddetto metodo Hamer che rifiuta le cure tradizionali utilizzate per sconfiggere questa malattia utilizzando al loro posto sedute di psicoterapia, vitamina C e agopuntura.
Eleonora Bottaro morì il 29 agosto 2016 a causa di una leucemia linfoblastica acuta che i genitori rifiutarono di curare con chemio e radio. Il suo decesso scosse l’opinione pubblica. Nel 2023 i suoi genitori sono stati condannati in Cassazione a due anni di reclusione con l’accusa di omicidio colposo nei confronti della figlia. Ora anche mamma Rita si è lasciata andare. La donna, 60 anni, era malata di una forma tumorale ed anch’essa ha rifiutato le cure tradizionali. Ora in vita rimane solo il padre Lino che di anni ne ha 70.
L’uomo vive nel loro appartamento di Bagnoli di Sopra nel Padovano, lo stesso in cui è morta la moglie ed ha raccontato che la consorte “si mordeva la lingua di notte, per il dolore che le avevano inflitto. La lingua si era ingrossata a tal punto che è stato necessario un intervento chirurgico. Siamo andati all’ospedale all’Angelo di Mestre, poi siamo tornati a casa” ha raccontato.
I sanitari accertano che quell’ingrossamento alla lingua era una forma tumorale. Bottaro ha raccontato che “si era creata una crescita squamosa sulla bocca e i medici hanno detto che bisognava curarla con terapie di chemioterapia e radio. A quel punto mia moglie mi ha detto che se quello era il destino, doveva fare il suo corso”.
La coppia è sempre stata coerente con il loro pensiero. Quando la figlia si ammalò i genitori rifiutarono di curarla con la chemioterapia malgrado una probabilità di guarigione vicina all’80%. La stessa coerenza l’hanno mantenuta quando ad ammalarsi è stata la madre.
Cos’è il metodo Hamer
La moglie ha deciso di non sottoporsi alle cure classiche scegliendo di praticare il metodo Hamer noto come Nuova medicina germanica o biologia totale. Le teorie che lo guidano hanno provocato già diversi decessi e sono basate su un insieme di pseudo-credenze che non sono mai state sottoposte a una sperimentazione scientifica seria. Il presupposto è che il tumore sia il frutto di un conflitto psichico e che quindi vada curato con la vitamina C e con sedute di psicoterapia o agopuntura.
Il metodo non trova né riscontro, né supporto, nella letteratura scientifica e nella sperimentazione terapeutica. “Siamo persone serie e siamo sempre stati coerenti con il nostro pensiero” ha affermato Lino Bottaro. “Abbiamo cresciuto i nostri figli insegnando proprio il pensiero libero, lontano da condizionamenti. Noi in tutta la vicenda di Eleonora siamo stati vittime dell’ingiustizia, sia dei medici che dei mezzi dell’informazione. E per questo Rita si mordeva la lingua, soffriva per quello che abbiamo subìto”.
Lino Bottaro sta continuando a vivere la sua vita con normalità malgrado abbia perso tutti i membri della famiglia. Oltre alla figlia e alla moglie uccise dal cancro, l’uomo nel 2013 ha perso il figlio Luca colpito da un aneurisma cerebrale a soli 23 anni. L’evento, a detta di marito e moglie avrebbe scatenato l’insorgere della malattia in Rita. Da qui la decisione di usare ancora il metodo Hamer. “Sono convinto ci sia la vita oltre la vita, c’è una spiritualità che va oltre, che in questo mondo non è compresa. Ci hanno considerato dei dissidenti, ma noi non ci siamo mai opposti alle cure, siamo caduti in un ingranaggio che ci ha stritolati, dai medici ai giudici, fino alla Corte di Cassazione” ha concluso Lino Bottaro.
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Bepirovirsen: tutto quello che sappiamo sul nuovo farmaco contro l'epatite B National Geographic
Da decenni gli scienziati sono alla ricerca di una cura per l'epatite B cronica. La malattia è notoriamente difficile da debellare; principale causa di cancro al fegato, ne sono affette oltre 240 milioni di persone in tutto il mondo, eppure solo il 13% ne è consapevole, il che le è valso il soprannome di “killer silenzioso”.
Ora i ricercatori sono più vicini che mai a fermarla. Il 28 maggio hanno pubblicato sul New England Journal of Medicine i risultati relativi alla loro sperimentazione clinica di fase III che ha testato un nuovo farmaco chiamato bepirovirsen su un gruppo di 1.838 adulti affetti da epatite B cronica in 29 Paesi.
Con l'aggiunta del nuovo farmaco al trattamento standard, circa un partecipante su cinque ha ottenuto quella che i ricercatori definiscono una “cura funzionale”, ovvero il sistema immunitario sembrava tenere il virus sotto controllo senza farmaci per più di sei mesi. Si tratta di un risultato di gran lunga superiore a quello ottenuto con l'attuale terapia standard da sola, che raggiunge un tasso di cura funzionale in circa il 3% dei pazienti dopo otto-dieci anni di terapia.
I nuovi dati daranno “una boccata d’ossigeno a molti pazienti affetti che non credono nemmeno che una cura sia possibile e che devono convivere con una terapia antivirale orale a lungo termine, oltre che con il persistente stigma di essere portatori dell’epatite B”, afferma Seng Gee Lim, coautore dello studio e direttore del reparto di epatologia presso il National University Health System di Singapore. “Non abbiamo mai avuto un trattamento che si avvicinasse a questo livello di guarigione. Penso che i miei pazienti saranno estremamente felici di poter disporre di questo trattamento”.
Gli esperti indipendenti sono d’accordo.
“Dopo numerosi studi falliti negli ultimi dieci anni, i risultati degli studi B-Well offrono la speranza che una cura funzionale dell’epatite B sia fattibile”, afferma Anna Suk-Fong Lok, direttrice di epatologia clinica e vicedirettrice per la ricerca clinica presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Michigan. La dottoressa Lok, esperta di spicco nell’ambito dell’epatite B cronica, non ha partecipato allo studio e ha pubblicato un commento editoriale in risposta alla sperimentazione.
Tuttavia, i risultati non possono essere generalizzati ai gruppi di pazienti che sono stati esclusi dagli studi clinici, ovvero quelli affetti da cirrosi, coinfezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV) o con una forma grave della malattia. Il farmaco ha funzionato meglio per coloro la cui condizione era già meglio controllata.
Allo stato attuale, c'è ancora molta strada da fare nella lotta contro l'epatite B cronica. Tuttavia, si tratta di “risultati iniziali promettenti” e di un importante passo avanti, afferma Jane Davies, specialista in malattie infettive presso il Royal Darwin Hospital in Australia e direttrice di Hepatitis Australia. Si tratta di una notizia particolarmente gradita a chi ha visto con i propri occhi i danni che l'epatite B può causare.
Perché l’epatite B è così pericolosa
Epatite è un termine generico che indica l’infiammazione del fegato. È causata da cinque virus principali — A, B, C, D ed E — oltre che dall’abuso di alcol, dall’esposizione a sostanze tossiche e da alcune malattie autoimmuni.
L'epatite B è il più diffuso tra questi virus, nonché il più contagioso. Trasmesso attraverso il sangue e i fluidi corporei come lo sperma, le secrezioni vaginali e il liquido amniotico, questo virus resistente è in grado di sopravvivere fuori dal corpo umano e sulle superfici fino a una settimana. Non è possibile contrarre l'epatite B attraverso contatti casuali come baci, tosse o condivisione di un pasto. Ma è possibile contrarla condividendo spazzolini da denti, tagliaunghie o rasoi; attraverso l'esposizione ad aghi infetti; in contesti sanitari attraverso trasfusioni di sangue; o attraverso il contatto sessuale.
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Iran, inaugurato il più grande ospedale per la cura del cancro del Medio Oriente Il Faro sul Mondo
Nonostante aggressioni militari, boicottaggi e sanzioni, l’Iran va avanti. Martedì è stato inaugurato a Teheran l’Ospedale dell’Istituto Oncologico, la più grande struttura per la cura del cancro in Medio Oriente.
Il progetto nazionale dell’Ospedale dell’Istituto Oncologico è stato inaugurato e messo in funzione alla presenza di Mohammad Reza Zafarqandi, Ministro della Salute, delle Cure e della Formazione Medica, e di Aladdin Rafizadeh, capo dell’Organizzazione Amministrativa e di Reclutamento del Paese.
L’Istituto Oncologico dell’Iran è il più grande ospedale per la cura del cancro in Medio Oriente ed è stato costruito grazie al contributo di benefattori. Questo centro medico dispone di 37 reparti specializzati, 11 apparecchiature per la diagnostica per immagini e la radioterapia e 96 posti letto per la chemioterapia.
L’ospedale, con una superficie di 60mila metri quadrati, è stato completato dopo cinque anni e mezzo di lavoro ininterrotto e ora funge da uno dei centri medici più importanti del paese nel campo della cura del cancro.
In questo complesso sono state predisposte 19 sale operatorie, 6 sale per endoscopia, 103 posti letto in terapia intensiva e 460 posti letto per degenza. Inoltre, all’interno del centro sono stati allestiti reparti dedicati a pazienti VIP, trapianti di midollo osseo, camere bianche per chemioterapia, radioterapia, diagnostica per immagini e altri reparti di supporto necessari a un ospedale.
di Redazione
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Terapia genica e sordità congenita: risultati promettenti da uno studio internazionale Previdir
Terapia genica e sordità congenita: risultati promettenti da uno studio internazionale
Una recente ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature apre nuove prospettive nel trattamento della sordità congenita di origine genetica. I risultati di uno studio clinico internazionale mostrano infatti come una terapia genica sperimentale sia riuscita a migliorare significativamente la capacità uditiva di persone affette da una rara forma di sordità presente fin dalla nascita.
Un passo avanti nella cura della sordità genetica
La sordità congenita rappresenta una condizione che può influire profondamente sullo sviluppo del linguaggio, dell’apprendimento e delle capacità cognitive. Si stima che circa il 60% dei casi sia riconducibile a cause genetiche e, ad oggi, non esistono farmaci approvati in grado di correggere direttamente queste alterazioni.
Lo studio si è concentrato su una particolare mutazione del gene OTOF, responsabile della produzione dell’otoferlina, una proteina essenziale per la trasmissione dei segnali sonori dall’orecchio interno al cervello. Quando questo gene è alterato, il processo di comunicazione tra l’apparato uditivo e il sistema nervoso viene compromesso, causando una grave perdita dell’udito.
Come funziona la terapia
La terapia sperimentale utilizza un vettore virale inattivato per trasportare una copia funzionante del gene OTOF direttamente nell’orecchio interno. Una volta raggiunte le cellule bersaglio della coclea, il gene corretto fornisce le istruzioni necessarie per produrre l’otoferlina e ripristinare la trasmissione dei segnali acustici.
L’intervento non modifica il DNA del paziente, ma consente alle cellule di svolgere nuovamente la loro funzione biologica, favorendo il recupero dell’udito.
I risultati dello studio
La sperimentazione ha coinvolto 42 persone con sordità bilaterale profonda, di età compresa tra nove mesi e 32 anni. I risultati hanno evidenziato un miglioramento significativo della capacità uditiva nel 90% dei partecipanti.
In alcuni casi, i primi benefici sono stati osservati già dopo due settimane dal trattamento. I progressi più rilevanti si sono manifestati nelle prime sei settimane, raggiungendo il massimo effetto intorno al sesto mese. Dopo due anni e mezzo di monitoraggio, circa la metà dei pazienti ha recuperato livelli uditivi considerati nella norma.
Particolarmente incoraggianti sono stati i risultati nei bambini e negli adolescenti, che hanno mostrato non solo una maggiore percezione dei suoni, ma anche un progressivo sviluppo delle capacità linguistiche e comunicative.
Una svolta per la medicina rigenerativa
L’importanza di questo studio va oltre il trattamento della specifica mutazione genetica coinvolta. La ricerca dimostra infatti che la terapia genica può essere applicata con successo anche a strutture estremamente complesse come l’orecchio interno, un obiettivo che fino a pochi anni fa era considerato molto difficile da raggiungere.
Pur essendo necessari ulteriori studi per verificare l’efficacia della tecnologia su altre forme di sordità genetica, i risultati ottenuti rappresentano una prova concreta del potenziale della medicina genetica nel trattamento delle patologie dell’udito.
Le prospettive future
La possibilità di correggere direttamente le cause genetiche della sordità potrebbe cambiare radicalmente l’approccio terapeutico nei prossimi anni, offrendo nuove opportunità soprattutto ai bambini nati con deficit uditivi ereditari.
La ricerca è ancora in fase di sviluppo, ma i dati raccolti finora indicano una direzione promettente non solo per le forme congenite di sordità, ma anche per altre condizioni legate alla perdita progressiva dell’udito. Un risultato che conferma il ruolo sempre più centrale della terapia genica nella medicina del futuro.
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Negli ultimi anni la Neuro-oncologia sta vivendo una trasformazione profonda. L’introduzione della diagnostica molecolare ha cambiato il modo di classificare i tumori cerebrali, mentre l’arrivo di nuove terapie mirate, frutto...
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Negli ultimi anni la Neuro-oncologia sta vivendo una trasformazione profonda. L’introduzione della diagnostica molecolare ha cambiato il modo di classificare i tumori cerebrali, mentre l’arrivo di nuove terapie mirate, frutto dell’oncologia di precisione, sta modificando concretamente la storia naturale di alcune patologie fino a poco tempo fa destinate a un’evoluzione pressoché fatale.
Una fase nuova
È il caso dei gliomi di basso grado IDH-mutati, tumori cerebrali rari che colpiscono frequentemente persone giovani, spesso tra i 35 e i 45 anni, nel pieno della vita familiare e lavorativa. Per questi pazienti si sta aprendo una fase nuova. Le più recenti innovazioni terapeutiche, e nello specifico vorasidenib, inibitore di IDH1 e 2 , consentono infatti di rallentare significativamente la progressione della malattia, ritardando il ricorso a trattamenti più aggressivi quali radioterapia e chemioterapia e preservando più a lungo autonomia, funzioni cognitive e qualità della vita. Quando una malattia cambia, però, non cambia soltanto la prognosi.
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Accompagnare i pazienti
Cambiano anche i bisogni delle persone e le responsabilità del sistema sanitario. Per molti anni la sfida principale è stata garantire diagnosi accurate, trattamenti appropriati e follow-up specialistici. Oggi si aggiunge una nuova esigenza: accompagnare pazienti che vivono più a lungo con la propria malattia e che necessitano di percorsi assistenziali capaci di integrare competenze cliniche, supporto territoriale, riabilitazione, sostegno psicologico e tutela della qualità della vita. È una sfida che il Servizio sanitario pubblico non può permettersi di sottovalutare. Perché l’innovazione terapeutica produce valore reale soltanto quando il sistema è in grado di accoglierla e tradurla in percorsi di cura efficaci, accessibili e sostenibili.
La rete del Piemonte
Da questo punto di vista il Piemonte parte da una posizione privilegiata. La Rete Oncologica del Piemonte e della Valle d’Aosta rappresenta da anni una delle più avanzate esperienze italiane di integrazione tra ospedale e territorio, un modello che ha contribuito a ridurre la frammentazione dei percorsi e a garantire ai pazienti una presa in carico strutturata e continuativa. All’interno di questa esperienza si è sviluppata, su modello “Hub and Spoke” la Rete Neuro-oncologica regionale che, grazie al coordinamento del centro Hub e alla collaborazione tra centri specialistici, ha consentito di costruire percorsi condivisi, valorizzare la multidisciplinarietà e concentrare competenze ed esperienza clinica nelle patologie più rare e complesse.
Il Model Pathway
È in questo contesto che il 29 maggio scorso, a Palazzo Lascaris a Torino, istituzioni regionali, clinici, professionisti sanitari, associazioni dei pazienti e rappresentanti della programmazione sanitaria si sono confrontati sul futuro della presa in carico dei gliomi IDH-mutati. Al centro della discussione il Model Pathway regionale, uno strumento di governance pensato per accompagnare l’innovazione terapeutica e trasformarla in un’organizzazione delle cure capace di garantire uniformità di accesso, continuità assistenziale e integrazione tra ospedale e territorio, esportabile anche ad altri ambiti clinici. L’obiettivo non è sostituire quanto già esiste, ma valorizzare e rafforzare l’esperienza maturata negli anni dalla rete oncologica, individuando in modo condiviso quali elementi debbano essere garantiti a tutti i pazienti: dalla profilazione molecolare alla multidisciplinarietà, dalla continuità del follow-up all’integrazione con i servizi territoriali.
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Lilly, rimborsato in Italia pirtobrutinib per la leucemia linfatica cronica Medico e paziente
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato la rimborsabilità di pirtobrutinib per il trattamento dei pazienti adulti con leucemia linfatica cronica (LLC) recidivante o refrattaria già trattati con un inibitore covalente della tirosina chinasi di Bruton (BTK). La decisione rende disponibile una nuova opzione terapeutica per una popolazione che spesso sviluppa resistenza o intolleranza alle terapie attualmente utilizzate.
La leucemia linfatica cronica è la forma di leucemia più frequente negli adulti nei Paesi occidentali. In Italia si registrano circa 3.000 nuovi casi ogni anno e la malattia colpisce prevalentemente persone anziane, con un’età media alla diagnosi di circa 70 anni. Nonostante i progressi terapeutici degli ultimi anni, molti pazienti vanno incontro a recidive e necessitano di nuove strategie di trattamento.
Pirtobrutinib rappresenta un’innovazione importante perché è il primo e unico inibitore di BTK non covalente, ovvero reversibile. Questo meccanismo d’azione consente al farmaco di mantenere la propria attività anche in presenza delle mutazioni che possono rendere inefficaci gli inibitori covalenti di prima e seconda generazione. In questo modo offre una concreta possibilità di controllo della malattia in pazienti che hanno esaurito le opzioni terapeutiche standard.
L’approvazione si basa sui risultati degli studi clinici BRUIN e CLL-BRUIN 321, che hanno dimostrato un’efficacia significativa e risposte durature anche in pazienti fortemente pretrattati e con prognosi sfavorevole. I dati hanno inoltre evidenziato una superiorità rispetto ai trattamenti di riferimento nello stesso contesto clinico.
Disponibile in fascia H con monitoraggio tramite Registro AIFA, pirtobrutinib amplia le possibilità terapeutiche per la LLC avanzata e si aggiunge all’indicazione già approvata in Italia per il linfoma a cellule mantellari recidivante o refrattario. L’introduzione del farmaco rappresenta un ulteriore passo avanti nella medicina di precisione in ematologia, con l’obiettivo di migliorare sopravvivenza, qualità di vita e gestione a lungo termine della malattia.
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Gubbio: una cena sotto le stelle per aiutare i malati oncologici TRG Media
Ci sono viaggi che non sono viaggi: sono attese, paure, silenzi in macchina, mani strette più forte del solito. Sono i chilometri che separano una casa da una terapia, una partenza all’alba per la radioterapia e un ritorno stanchi, spesso in silenzio. Per molti malati oncologici del nostro territorio ogni spostamento non è solo logistica: è fatica, è ansia, è un peso che si somma a tutto il resto. Ed è proprio lì, in quei chilometri, che da oltre vent’anni l’AELC sceglie di esserci, trasformando ogni distanza in un tratto più umano. AELC, l’Associazione Eugubina per la Lotta contro il Cancro, invita la cittadinanza, le istituzioni e il mondo delle associazioni a partecipare alla “Cena sotto le stelle”, in programma sabato 27 giugno 2026 alle 19 nella suggestiva cornice della Cantina Semonte, in via dell’Assino 184 a Gubbio. Sarà una serata pensata per unire il piacere della convivialità alla solidarietà concreta: un luogo di grande fascino, immerso nella bellezza del paesaggio eugubino, una proposta gastronomica di alto livello e un accompagnamento musicale affidato a DJ Giorgino renderanno l’evento un’esperienza speciale, capace di coniugare emozione e solidarietà. Sostenere questa iniziativa significherà infatti sostenere direttamente l’AELC e le sue attività quotidiane a fianco dei malati oncologici e delle loro famiglie. Da anni l’associazione opera sul territorio con interventi concreti che vanno dall’assistenza domiciliare alle cure palliative, dal supporto materiale e organizzativo alle famiglie fino al sostegno psicologico e alla presa in carico dei bisogni più urgenti che accompagnano il percorso di malattia. Tra le attività fondamentali dell’AELC, una delle più richieste e più delicate è proprio il servizio di trasporto gratuito per i pazienti oncologici, attivo dal 2003: un servizio che consente a chi sta affrontando terapie complesse di non essere lasciato solo nella logistica e nella fatica degli spostamenti. In particolare, AELC garantisce 5 giorni su 5 il trasporto di pazienti che devono sottoporsi ai cicli di radioterapia presso l’ospedale di Città di Castello e che provengono da Gubbio, Gualdo Tadino e dalla fascia appenninica e assicura anche il supporto per chi deve raggiungere l’ospedale di Branca per terapie ed esami oncologici, riducendo un peso concreto e quotidiano che grava su persone già duramente provate dalla malattia. Il servizio è completamente gratuito e può essere attivato su semplice richiesta diretta all’associazione. Partecipare alla “Cena sotto le stelle” significherà quindi trasformare una serata speciale in un gesto concreto di solidarietà: ogni presenza contribuirà a mantenere attivo il servizio gratuito di trasporto dei malati oncologici, rafforzando concretamente una rete di aiuto che ogni giorno si traduce in chilometri percorsi, cure raggiunte, famiglie sostenute. L’AELC rivolge un invito aperto a tutta la cittadinanza: essere presenti non sarà solo partecipare a un evento, ma scegliere di essere accanto a chi affronta un percorso difficile. Perché la solidarietà, quando diventa gesto concreto, illumina anche le notti più difficili. Per informazioni e prenotazioni si può chiamare Marco 3934298473 – Daniele 3355386221 – Martina 3890547218. I biglietti sono disponibili anche al Bar della Stazione e all’Ufficio AELC presso l’Ospedale di Branca.
Gubbio/Gualdo Tadino
04/06/2026 14:04
Redazione