📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.2/100
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Criteri Critici
Radioterapia, il Tar conferma la sospensione dei tetti di spesa 2026 Canale 21
La Nona Sezione del TAR Campania di Napoli, con ordinanza pubblicata oggi, ha confermato gli effetti della sospensione cautelare della delibera regionale n. 461/2026, con cui la Regione Campania ha approvato i tetti di spesa per la radioterapia del 2026, disponendo un’approfondita istruttoria per verificare il rischio di compromissione dei livelli essenziali di assistenza (LEA) per i pazienti oncologici.
Si tratta di un importante sviluppo della vicenda che, dopo una lunga trattativa tra uffici regionali, strutture accreditate ed SNR, aveva indotto la quasi totalità delle strutture di radioterapia della Campania, assistite dagli avvocati Luca Rubinacci e Antonella Villani, a rivolgersi alla giustizia amministrativa per scongiurare il rischio di interruzione delle terapie salvavita per i pazienti oncologici, continuando nel frattempo a garantire i trattamenti per senso di responsabilità.
Il TAR ha confermato gli effetti della sospensione cautelare fino alla prossima camera di consiglio, fissata per il 17 novembre 2026, quando sarà nuovamente esaminata la questione alla luce degli approfondimenti istruttori richiesti.
Radioterapia in Campania, il TAR conferma la sospensione dei tetti di spesa 2026: istruttoria sul rischio per le terapie oncologiche e il rispetto dei LEA - Agenparl
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Radioterapia in Campania, il TAR conferma la sospensione dei tetti di spesa 2026: istruttoria sul rischio per le terapie oncologiche e il rispetto dei LEA Agenparl
L’Agenzia di Stampa Parlamentare Agenparl è una delle voci storiche ed autorevoli dell’informazione italiana parlamentare ed è una delle principali news company italiane. Nel 1950 Francesco Lisi fondò la più antica Agenzia giornalistica parlamentare italiana, con il nome di S.P.E.; con l’ingresso nell’ASP (Associazione stampa parlamentare) nel 1953 ne mutò il nome in Agenparl.
Dal 1955 affianca con i suoi notiziari il mondo istituzionale, editoriale, economico e finanziario, diventando oggi una tra le fonti più autorevoli dell’informazione con i propri prodotti, servizi e soluzioni all’avanguardia. Dal 2009 il Direttore è Luigi Camilloni che ha proseguito lungo la strada tracciata da Lisi e cioè quella che da sempre ha contraddistinto l’Agenzia, ossia l’imparzialità.
Una formula editoriale veloce ed innovativa che garantisce un’informazione puntuale e degli approfondimenti originali. Per noi di Agenparl, fare informazione significa mantenere un alto livello di esattezza, obiettività e imparzialità, attraverso un codice linguistico chiaro, ma soprattutto senza far ricorso a formule e luoghi comuni giornalistici.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Criteri Critici
Tumore al seno: vampate per 70% donne con cancro al seno, esperti: "Un aiuto da terapia orale" Adnkronos
"Le vampate di calore colpiscono oltre 7 donne su 10 che vivono con un tumore al seno. Rappresentano uno degli effetti collaterali più comuni e peggiorano la qualità di vita. Inoltre, insieme ai disturbi del ritmo del sonno, sono tra i principali responsabili della ridotta aderenza alla terapia ormonale. Infatti, solo il 60% delle pazienti assume regolarmente cure per evitare una recidiva di neoplasia. Appena il 21% delle donne parla con il proprio oncologo di questo problema mentre una su 10 non lo affronta in nessun modo. Eppure sono ora disponibili trattamenti specifici per contrastarle efficacemente". È quanto emerso oggi durante un media tutorial on line in cui sono stati coinvolti clinici e pazienti, realizzato con il contributo non condizionante di Bayer.
“Le vampate di calore sono molto frequenti e influiscono negativamente sul benessere fisico-psicologico delle nostre pazienti”, spiega Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione sviluppo di nuovi farmaci all’Ieo-Istituto europeo di oncologia e professore di Oncologia Medica presso il Dipo dell’Università Statale di Milano. “Sono molto simili a quelle che devono affrontare le donne in menopausa e vengono provocate dall’abbassamento dei livelli ormonali. Le cause possono essere il cancro stesso, ma anche infezioni, il ricorso alla terapia ormonale o l’uso di alcuni farmaci come gli steroidi. Risultano di solito più gravi ed invalidanti, come tra l’altro tutti i sintomi vasomotori associati alla terapia endocrina”. Da alcuni anni - informa una nota - è stato studiato un trattamento orale non ormonale in grado di ridurre le conseguenze negative delle vampate. Si tratta di elinzanetant, una doppia terapia mirata a base di neurochinina (antagonista dei recettori Nk-1 e Nk-3). "Migliora significativamente i sintomi vasomotori e la qualità di vita. Al momento è l'unica terapia approvata non solo per le vampate (da moderate a severe) nelle donne in menopausa ma anche per le vampate (da moderate e severe) provocate dalla terapia endocrina per il carcinoma mammario".
“Per la prima volta c’è una cura specifica che può limitare gli effetti collaterali indotti da uno dei trattamenti anti-cancro più diffusi - afferma Curigliano - Diversi studi hanno evidenziato come agisca positivamente in donne trattate con le principali terapie endocrine come tamoxifene, inibitore dell’aromatasi o soppressore della funzione ovarica. Le pazienti con carcinoma mammario con recettori ormonali positivi (Hr+) hanno riscontrato risultati nettamente superiori rispetto a quelle trattate solo con un placebo. Inoltre, sono stati registrati effetti sui disturbi del sonno che sono una delle conseguenze più diffuse e temute delle vampate diurne e notturne”.
“Compromettono la qualità di vita a oltre l’80% delle donne con carcinoma mammario - chiarisce Flori Degrassi, presidente nazionale Andos-Associazione nazionale donne operate al seno - Devono essere affrontate con trattamenti specifici e sempre e solo dietro la supervisione di uno specialista. Invece riscontriamo la tendenza a non parlare di questo aspetto della malattia con il proprio oncologo oppure a ricorre a metodi fai-da-te spesso non sufficienti o proprio dannosi perché interferenti con le terapie oncologiche. È evidente come vada migliorato il dialogo medico-paziente. In Italia vivono più di 900mila donne con una diagnosi di tumore del seno - sottolinea - I tassi di sopravvivenza e guarigione sono in costante aumento grazie all’aumento delle diagnosi precoci e a strumenti terapeutici più efficaci. La gestione di disturbi, solo apparentemente poco importanti, sta assumendo un peso sempre maggiore nel percorso assistenziale e curativo. Il contrasto alle vampate è un ottimo esempio di quanto sia importante garantire a 360 gradi il benessere femminile”.
“Al momento sono trattate principalmente con la somministrazione di generici farmaci antidepressivi o attraverso l’agopuntura - precisa Curigliano - A oggi elinzanetant non è ancora rimborsato in Italia per l’indicazione delle pazienti oncologiche. Avere questa rimborsabilità rappresenterebbe un'importante opportunità per ampliare gli strumenti a disposizione dei clinici. Si potrebbe così rispondere a bisogni ancora rilevanti delle donne che affrontano questo tipo di percorso. In particolare - aggiunge - la terapia può essere d’aiuto per le più giovani che, quasi sempre, devono assumere farmaci analoghi del GnRh per bloccare la produzione degli ormoni sessuali. Un trattamento ormonale può essere somministrato anche per 5 o addirittura 10 anni consecutivi. La qualità di vita va garantita per questi lunghi periodi di tempo anche per favorire una corretta e costante assunzione delle terapie salvavita”.
Infine, conclude Degrassi, “ raccomandiamo alle pazienti di prendere alcuni piccoli accorgimenti per contrastare le vampate. È opportuno praticare costantemente attività fisica e di rilassamento come la meditazione o lo yoga. Evitare il fumo e limitare, il più possibile, il consumo di caffeina e di alcool. Infine, può essere utile arieggiare adeguatamente gli ambienti sia di giorno sia di notte, e utilizzare abiti e lenzuola di cotone”. Da alcune settimane è attivo il portale vampatetumoreseno.it dove le pazienti oncologiche possono trovare tanti consigli utili e certificati su questa diffusa controindicazione.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Tumori, radioterapia e farmaci: colpire le metastasi resistenti, potenziare le cure Mondosanità
Colpire con la radioterapia le metastasi che resistono a un farmaco, mentre quel trattamento continua a controllare il resto della malattia. Oppure scegliere la sequenza più efficace tra irradiazione, immunoterapia e cure ormonali, adattandola alle caratteristiche del tumore. È su decisioni come queste che si gioca una parte importante dei successi in oncologia: integrare al meglio, insieme, tutti gli strumenti che abbiamo.
La prospettiva interessa il cancro della mammella, il tumore della prostata, il carcinoma del rene e i tumori del distretto testa-collo. Patologie diverse, accomunate da una domanda concreta: quali trattamenti associare, in quale momento e per quali pazienti, per aumentare i benefici e contenere gli effetti indesiderati?
A questo obiettivo è dedicata la seconda Consensus internazionale multidisciplinare sull’integrazione della radioterapia con i nuovi trattamenti sistemici, in programma a Firenze il 9 e 10 ottobre. Dopo un anno di preparazione, specialisti di levatura internazionale si confrontano per costruire raccomandazioni pratiche e indicare le domande alle quali dovranno rispondere i prossimi studi. La guida è il risultato atteso del lavoro, non un insieme di nuove regole già definitivamente pubblicate.
La scelta decisiva: come far lavorare insieme le terapie
La radioterapia agisce su una sede precisa, danneggiando le cellule tumorali mediante radiazioni. Le terapie sistemiche raggiungono invece, attraverso la circolazione, anche sedi distanti: comprendono la chemioterapia, l’immunoterapia, i farmaci a bersaglio molecolare e i trattamenti ormonali.
Ognuna interviene in modo diverso. L’immunoterapia aiuta le difese a riconoscere e contrastare il tumore; i farmaci mirati interferiscono con specifici meccanismi che ne sostengono la crescita; le terapie ormonali riducono o bloccano segnali dai quali alcune neoplasie dipendono. Integrarle con l’irradiazione richiede di considerare tanto l’effetto sulla malattia quanto quello sui tessuti sani.
«Le terapie non si sommano semplicemente, si integrano», sottolinea Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione Sviluppo di nuovi farmaci dell’Istituto Europeo di Oncologia e professore ordinario di Oncologia medica all’Università degli Studi di Milano. Il suo ragionamento porta l’attenzione su un passaggio essenziale: conoscere l’efficacia di un farmaco è il punto di partenza; bisogna anche stabilire quando e come associarlo agli altri trattamenti.
Somministrare due terapie contemporaneamente, farne precedere una all’altra o prevedere un intervallo può modificare il rapporto tra benefici e tossicità. Molti studi registrativi dei farmaci, però, non sono progettati per rispondere a tutte queste domande. Per diverse associazioni con le molecole più recenti mancano ancora dati prospettici sufficienti, soprattutto sulle conseguenze a lungo termine.
«I nuovi farmaci entrano nella pratica in tempi rapidi, mentre le evidenze scientifiche su come associarli alla radioterapia restano limitate», osserva Lorenzo Livi, direttore della Radioterapia oncologica dell’AOU Careggi e professore ordinario all’Università di Firenze. Da qui la scelta di riunire competenze diverse e trasformarle in indicazioni utilizzabili dai clinici.
Promossa dalla Fondazione Radioterapia Oncologica, con il patrocinio di ESTRO, AIOM e AIRO, la Consensus coinvolge anche ricerca traslazionale e rappresentanti dei pazienti. I gruppi sono coordinati da Icro Meattini per la mammella, Giulio Francolini per prostata e rene, Pierluigi Bonomo per il distretto testa-collo, tutti radio-oncologi di Careggi e dell’Università di Firenze.
Mammella: personalizzare significa anche ridurre il peso delle cure
Nel tumore al seno l’integrazione accompagna un cambiamento già riconoscibile: trattamenti sempre più commisurati al rischio e alle caratteristiche della singola paziente.
Philip Poortmans, dell’Iridium Netwerk–ZAS Hospitals e dell’Università di Anversa, richiama il principio «meno è meglio»: quando appropriato, chirurgia conservativa, procedure meno estese sull’ascella e irradiazione concentrata sui volumi necessari possono alleggerire il percorso.
Anche il numero delle sedute si è ridotto in molti schemi radioterapici. Meno sedute, tuttavia, non equivale semplicemente a meno dose: cambia il modo in cui viene distribuita, con una quantità per singola frazione che può essere maggiore. La scelta dipende dal quadro clinico e dalle evidenze disponibili.
Il passo successivo è coordinare questa precisione con i farmaci impiegati prima, durante o dopo il trattamento locale. La sicurezza delle nuove associazioni deve essere seguita nel tempo, e il radio-oncologo va coinvolto fin dalla progettazione degli studi sulle molecole innovative.
Per la paziente, personalizzazione significa anche capire perché venga proposta una certa sequenza, quale beneficio ci si attenda e quali effetti possano comparire. Il confronto multidisciplinare acquista valore quando queste informazioni diventano parte della decisione condivisa.
Prostata: radioterapia e blocco ormonale nella stessa strategia
Nel carcinoma prostatico una delle integrazioni più importanti riguarda la radioterapia e le terapie che contrastano gli androgeni, gli ormoni capaci di sostenere la crescita della malattia.
La deprivazione androgenica, o ADT, riduce la disponibilità di questi ormoni. Gli ARPI, inibitori della via del recettore degli androgeni, intervengono ulteriormente su tale segnale, attraverso meccanismi che variano secondo il farmaco.
Alison Tree, del Royal Marsden Hospital di Londra, sottolinea il ruolo della radioterapia nei percorsi con intento curativo e le opportunità offerte dall’integrazione con le cure sistemiche. Nelle situazioni in cui è indicata, l’associazione rafforza il trattamento; l’impiego dei farmaci ormonali più recenti permette ulteriori progressi in gruppi selezionati.
Occorre distinguere gli scenari: malattia localizzata ad alto rischio, coinvolgimento dei linfonodi e tumore metastatico non comportano le stesse scelte. L’intensificazione non è una prescrizione uguale per tutti: beneficio atteso, condizioni generali ed effetti indesiderati orientano la decisione.
Nella malattia avanzata la radioterapia assume inoltre compiti differenti, dal controllo di sedi specifiche al sollievo dei sintomi, fino all’integrazione in strategie volte a prolungare il controllo oncologico.
Testa-collo: scegliere le combinazioni che proteggono anche le funzioni
I tumori testa-collo possono originare nella bocca, nella faringe, nella laringe, nei seni paranasali, nelle ghiandole salivari e, più raramente, nell’orecchio. Sono malattie differenti, che interessano strutture essenziali per parlare, deglutire e alimentarsi.
La radioterapia può avere intento curativo nelle forme iniziali appropriate, essere associata alla chemioterapia nelle forme localmente avanzate oppure completare la chirurgia. La scelta dipende dalla sede, dallo stadio e dalle caratteristiche della neoplasia. Preservare un organo e le sue funzioni è uno degli obiettivi del percorso.
L’arrivo dell’immunoterapia apre ulteriori possibilità, ma rende ancora più importante individuare quale combinazione, per quale malattia e in quale fase.
Kevin Harrington, professore di terapie oncologiche biologiche all’Institute of Cancer Research e oncologo al Royal Marsden di Londra, ricorda che diversi studi sull’aggiunta non selezionata dell’immunoterapia alla radioterapia o alla chemio-radioterapia non hanno prodotto i benefici sperati. Questi risultati aiutano a indirizzare la ricerca verso associazioni e sequenze meglio motivate dalla biologia del tumore.
Tra le prospettive indicate da Harrington ci sono trattamenti prima della chirurgia o dell’irradiazione e strategie successive alla radioterapia o alla chemio-radioterapia per persone ad alto rischio. In questo ambito si studia anche il contributo del DNA tumorale circolante, frammenti di materiale genetico rilasciati dal tumore nel sangue, insieme agli esami di imaging, per riconoscere chi possa avere maggiore bisogno di ulteriori cure. Sono percorsi di ricerca, con livelli di maturità diversi.
Quando poche metastasi resistono, si può colpire proprio lì
La seconda frontiera riguarda una situazione particolare: il farmaco continua a controllare gran parte della malattia, ma alcune lesioni ricominciano a crescere.
Si parla di oligoprogressione, cioè progressione limitata a poche sedi. È diversa dalla condizione oligometastatica, nella quale è limitato il numero complessivo delle metastasi: una persona può avere più localizzazioni, ma soltanto alcune in progressione.
La domanda cambia: bisogna sostituire subito tutta la terapia sistemica, oppure si può intervenire sulle sedi resistenti e mantenere il trattamento che sta ancora funzionando altrove?
La radioterapia stereotassica può offrire questa possibilità in pazienti selezionati. Con una pianificazione accurata, concentra dosi elevate su bersagli circoscritti, cercando di limitare l’esposizione dei tessuti circostanti. Non è adatta indistintamente a qualsiasi lesione: dimensioni, posizione e vicinanza a organi delicati contano quanto il numero delle metastasi.
Il vantaggio cercato è concreto: controllare i focolai che progrediscono e rinviare il passaggio a un’altra linea farmacologica, quando continuare quella in corso resta clinicamente appropriato. Non significa rendere di nuovo sensibili al farmaco tutte le cellule resistenti; significa trattare localmente le sedi che stanno sfuggendo al suo controllo.
Prostata e rene: conservare una terapia ancora utile
Nella prostata questa strategia è stata studiata, fra l’altro, nel programma TRAP, dedicato a uomini con malattia resistente alla castrazione e poche sedi in progressione durante una terapia diretta contro la via degli androgeni. Il lavoro sostiene la possibilità di ottenere ulteriore controllo della malattia intervenendo sui focolai selezionati. Per stabilire quanto il vantaggio dipenda dall’irradiazione rispetto alle alternative servono confronti adeguati: un risultato favorevole in uno studio a braccio singolo non risolve ogni scelta.
Nel carcinoma renale, le terapie sistemiche comprendono immunoterapia e farmaci mirati, fra cui gli inibitori delle tirosin-chinasi, che ostacolano segnali coinvolti nella crescita tumorale e nella formazione dei vasi che la alimentano.
Anche qui alcune metastasi possono progredire mentre altre restano controllate. Studi prospettici di fase II hanno esplorato l’irradiazione stereotassica delle sedi resistenti mantenendo il trattamento farmacologico. Un lavoro multicentrico pubblicato su European Urology ha rilevato un tempo mediano superiore a un anno prima del cambio di terapia sistemica.
È un segnale utile, da leggere nel contesto di pazienti selezionati e di uno studio senza confronto randomizzato. Rinviare un cambio di trattamento e dimostrare un aumento della sopravvivenza sono risultati diversi. Inoltre, i dati ottenuti con una classe di farmaci non si trasferiscono automaticamente a tutte le combinazioni con l’immunoterapia.
La decisione richiede quindi oncologo medico e radio-oncologo allo stesso tavolo: quali lesioni stanno crescendo, quanto rapidamente, quali sedi restano controllate e quale alternativa farmacologica sarebbe disponibile?
È qui che il progetto trova la sua applicazione più concreta. Le raccomandazioni dovranno aiutare a distinguere le associazioni sostenute da prove solide da quelle ancora da studiare, indicando anche come gestire tempi e sicurezza. Per il paziente, la domanda da portare nel confronto con gli specialisti diventa precisa: se la malattia cambia soltanto in alcune sedi, possiamo trattare quelle e conservare una cura che altrove funziona ancora?
Fonti consultate:
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
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Criteri Critici
Al Salesi il K-Laser per i bambini oncologici: la raccolta da 8mila euro delle Nonne Laboriose Sbircia la Notizia Magazine
La donazione e l’uso clinico del K-Laser
Giovedì 8 ottobre 2026, nell’aula didattica di Villa Maria, alla presentazione erano presenti quattro componenti delle Nonne Laboriose. Con loro c’erano la direttrice della Fondazione Salesi Laura Mazzanti, la responsabile del reparto Paola Coccia, la coordinatrice infermieristica Sabrina Pesaresi e l’infermiera Katia Oro. La cerimonia ha mostrato il tratto finale di una raccolta cresciuta durante gli incontri del gruppo.
Ambito sanitario: il K-Laser è impiegato come terapia di supporto per la mucosite orale. Il trattamento antitumorale segue il piano stabilito dall’équipe.
Sommario dei contenuti
Ottomila euro raccolti tra Ancona e Falconara
Le Nonne Laboriose sono circa quindici. Il gruppo è nato dall’iniziativa di due amiche e si è allargato attraverso il passaparola. Le partecipanti hanno raccolto fondi con lavori di cucito, creazioni all’uncinetto, piccoli manufatti artigianali, gite in pullman e tombolate; attività nate per stare insieme hanno così assunto una destinazione sanitaria definita.
La somma consegnata alla Fondazione è pari a 8.000 euro. Il contributo aggiunto dalla Fondazione Ospedale Salesi ETS ha completato l’acquisto del dispositivo. Prezzo totale e ripartizione non compaiono nei testi pubblicati.
Le cronache pubblicate da ANSA, Il Resto del Carlino, Cronache Ancona e Picchio News coincidono su importo, denominazione del dispositivo, reparto destinatario e numero approssimativo delle partecipanti.
Due raccolte del 2026 già arrivate al Salesi
Tra aprile e maggio Sbircia la Notizia Magazine ha seguito altre due iniziative destinate alla Fondazione. Il motoraduno 2 Wheels 4 Benefit ha consegnato 20.000 euro. La Conero Running di Numana ne ha raccolti 2.148 attraverso una somma legata al numero degli iscritti.
Qui il denaro si segue fino alla corsia: il reparto, la complicanza da trattare, il nome del dispositivo e il suo impiego già avviato sono dichiarati.
La mucosite rende doloroso anche bere
La mucosa della bocca si rinnova rapidamente. Alcuni farmaci chemioterapici e le radiazioni che raggiungono i tessuti orali possono danneggiare le cellule coinvolte in questo ricambio, avviando un’infiammazione che nei casi più severi produce ulcerazioni estese. Per un bambino il problema entra subito nella giornata: un sorso d’acqua o il contatto con lo spazzolino possono provocare dolore.
Le lesioni possono ostacolare nutrizione e idratazione. La barriera mucosa compromessa aumenta anche l’esposizione alle infezioni, soprattutto quando le difese immunitarie sono basse. Il National Cancer Institute descrive la mucosite orale come un’infiammazione delle membrane della bocca e separa questo termine dalla stomatite, che comprende un insieme più vasto di infiammazioni dei tessuti orali.
Nei quadri più gravi l’équipe deve affiancare alla gestione delle lesioni una terapia analgesica adeguata. Il ricorso agli oppioidi, citato dalla responsabile dell’Oncoematologia Pediatrica, riguarda proprio le situazioni in cui mangiare o bere diventa troppo doloroso.
La gravità si vede anche a tavola
La capacità di alimentarsi entra nella valutazione clinica della mucosite. Nella scala dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, riportata da NCBI Bookshelf, il grado zero corrisponde all’assenza di lesioni e il grado uno ad arrossamento e dolore. Il grado due indica ulcere con cibi solidi ancora tollerati; il grado tre limita l’alimentazione ai liquidi e il grado quattro rende impossibile assumere cibo per bocca.
Questa classificazione registra insieme l’aspetto della mucosa e l’effetto sulla vita quotidiana. Il dolore viene collegato alla possibilità di bere e nutrirsi durante le cure.
Il K-Laser nel cavo orale
Nel trattamento della mucosite il laser viene usato per la fotobiomodulazione, una procedura non ablativa che applica energia ottica a dosi controllate sui tessuti. Le sperimentazioni associano questa tecnica a una minore incidenza delle forme severe, a lesioni meno estese, a tempi di guarigione più brevi e a una riduzione del dolore.
La destinazione del dispositivo riguarda gli effetti collaterali delle terapie oncologiche. Il programma antitumorale prosegue secondo le decisioni dell’équipe e la fotobiomodulazione interviene sull’infiammazione del cavo orale e sulla riparazione della mucosa.
Nel materiale diffuso insieme alla notizia non compaiono lunghezza d’onda, dose energetica, durata delle sedute o sedi trattate. Sono quattro variabili cliniche che influenzano la risposta e impediscono di dedurre il protocollo dal solo nome K-Laser Cube 4.
Le prove pediatriche disponibili
Le linee guida MASCC/ISOO raccomandano la fotobiomodulazione per prevenire la mucosite in situazioni oncologiche definite, tra cui il trapianto di cellule staminali emopoietiche e la radioterapia del distretto testa-collo, con protocolli riproducibili. L’applicazione nei bambini richiede impostazioni scelte dall’équipe in rapporto al trattamento prescritto e alle condizioni della bocca.
Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata nel 2025 sul Journal of Dentistry ha riunito cinque sperimentazioni randomizzate e 177 pazienti tra quattro mesi e ventidue anni. La metanalisi ha rilevato un vantaggio preventivo con p = 0,04; gli autori hanno chiesto sperimentazioni più grandi e regole condivise per dosi e tempi.
Una seconda revisione, uscita nel 2024 su Lasers in Medical Science, ha esaminato venti lavori pediatrici. Nessun lavoro incluso ha segnalato eventi avversi legati alla fotobiomodulazione e diciannove hanno riportato almeno un beneficio; la variabilità dei protocolli limita però la possibilità di stabilire una sola modalità valida per ogni paziente.
Il reparto del Salesi nella rete AIEOP
La scheda istituzionale dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche indica che l’Oncoematologia Pediatrica opera come unità dipartimentale autonoma dal 2016 e che Paola Coccia ne è responsabile dal 2020. Il reparto assiste bambini con patologie oncologiche e con malattie ematologiche non tumorali che richiedono competenze specialistiche.
L’elenco aggiornato al 30 luglio 2026 dell’Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica include il presidio Salesi tra i centri della rete nazionale. Il K-Laser arriva in un’unità collegata alla rete specialistica nazionale, dove il trattamento della mucosite si affianca alla terapia oncologica e al sostegno nutrizionale.
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Criteri Critici
Cure oncologiche, farmaci e radioterapia integrati: per quali pazienti possono risultare più efficaci? Corriere della Sera
di Redazione Salute
Il loro utilizzo associato è sempre più rilevante per curare i tumori di mammella, prostata, rene e testa-collo. I massimi esperti internazionali riuniti a Firenze per capire come, quando e quali associazioni sono le migliori, più efficaci e più sicure
(Getty Images)
Una guida per i clinici su come associare nella pratica quotidiana radioterapia e nuovi farmaci nella cura dei tumori e una mappa delle priorità di ricerca, cioè delle domande a cui i prossimi studi dovranno rispondere: è il risultato atteso della 2a Consensus internazionale multidisciplinare sull'integrazione della radioterapia con i nuovi trattamenti sistemici, in corso a Firenze, promossa e coordinata da un team di radio-oncologi dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria Careggi e membri della Fondazione Radioterapia Oncologica (FRO).
Negli ultimi anni l'oncologia ha cambiato volto grazie a una nuova generazione di terapie sistemiche, sempre più mirate e innovative, dall'immunoterapia ai farmaci a bersaglio molecolare, fino ai nuovi trattamenti ormonali. Con il loro ingresso nella pratica quotidiana, queste terapie vengono sempre più spesso abbinate alla radioterapia, il cui ruolo si ridefinisce all'interno di percorsi di cura sempre più integrati.
Eppure, su come integrare al meglio farmaci e radioterapia, le indicazioni sono ancora poche. Restano aperte domande cruciali: in che ordine e con quali tempi somministrare le due terapie, quanto siano sicure, quali effetti collaterali comportino, come interagiscano sul piano biologico e quali pazienti ne traggano davvero un vantaggio.
È su queste domande che si concentra la Consensus che si svolge con il patrocinio della European Society for Radiotherapy and Oncology (ESTRO), dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica (AIRO).
Dopo un anno di lavoro preparatorio, esperti italiani e internazionali di radioterapia oncologica, oncologia medica, ricerca traslazionale e associazioni pazienti, si riuniscono per definire raccomandazioni pratiche sull'uso combinato di radioterapia e farmaci nel trattamento dei principali tumori solidi ad alta incidenza. La Consensus è stata articolata in tre gruppi di lavoro, ciascuno guidato da un coordinatore scientifico: il professor Icro Meattini per il tumore della mammella, il dottor Giulio Francolini per i tumori della prostata e del rene ed il dottor Pierluigi Bonomo per i tumori del distretto testa-collo, radio-oncologi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e dell’Università degli Studi di Firenze.
Gli studi che portano allo sviluppo di un nuovo farmaco sono costruiti per dimostrare l'efficacia della molecola, non per chiarire come integrarla con la radioterapia: su sequenza, tempi, vantaggi e tossicità delle combinazioni i dati prospettici sono ancora scarsi. Così, su molte scelte quotidiane, il medico non dispone di un riferimento solido a cui appoggiarsi.
In questo scenario, la Consensus propone un percorso strutturato e multidisciplinare in cui radio-oncologi e oncologi medici analizzano insieme, patologia per patologia, le singole combinazioni e le traducono in indicazioni pratiche.
«Radioterapia e farmaci sono ormai alleati nella cura di molti tumori ma i nuovi farmaci entrano nella pratica in tempi rapidi, mentre le evidenze scientifiche su come associarli alla radioterapia restano limitate - esordisce Lorenzo Livi, Direttore SOD Radioterapia Oncologica, AOU Careggi di Firenze, e Professore Ordinario di Radioterapia Oncologica all'Università degli Studi di Firenze -. Per questo mettiamo a fattor comune l'esperienza dei massimi esperti, per dare ai colleghi indicazioni chiare su come far lavorare insieme due approcci terapeutici fondamentali. Dopo la prima edizione dedicata al tumore alla mammella, abbiamo allargato lo sguardo ad altre patologie oncologiche, perché il bisogno è lo stesso: ogni paziente deve poter contare su una radioterapia ben integrata nel suo percorso di cura».
«L'oncologia di precisione ci mette a disposizione strumenti sempre più potenti e sta cambiando il modo di concepire la cura: le terapie non si sommano semplicemente, si integrano - sottolinea Giuseppe Curigliano, Direttore Divisione Sviluppo di nuovi farmaci, Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Professore Ordinario di Oncologia Medica all'Università degli Studi di Milano e Presidente eletto ESMO -. Condividere tra oncologi medici e radio-oncologi un linguaggio comune, con raccomandazioni pratiche, significa sapere come usare le combinazioni nella pratica di ogni giorno. È il modo più responsabile per portare l'innovazione ai pazienti: non basta che una terapia funzioni, bisogna anche sapere quando e come associarla alle altre per ottenere il massimo beneficio, senza trascurare la sicurezza dei trattamenti».
Tumore alla mammella Nel trattamento del tumore al seno i progressi degli ultimi anni vanno nella direzione di una sempre maggiore personalizzazione.
«Oggi ogni donna riceve un trattamento costruito su misura, in base alle proprie caratteristiche, a quelle del tumore e alle altre terapie che eventualmente segue - spiega Philip Poortmans, Radiation Oncology, Department of Radiation Oncology, Iridium Netwerk, ZAS Hospitals, Wilrijk-Antwerp (Belgio), e Professor of Radiation Oncology, Faculty of Medicine and Health Sciences, University of Antwerp -. Spesso, "meno è meglio": mastectomie meno radicali, preferenza per i trattamenti conservativi della mammella, stadiazione ascellare meno estesa. Anche la radioterapia è personalizzata caso per caso: i volumi da irradiare sono sempre più precisi e, nella maggior parte dei casi, più piccoli, le dosi più basse e le frazioni meno numerose. Il risultato è un netto miglioramento della tollerabilità, sia degli effetti acuti sia di quelli tardivi. Infine, siamo passati da una collaborazione poco coordinata tra i diversi specialisti a un'équipe multidisciplinare pienamente integrata».
Tra i messaggi chiave emersi dalla Consensus: la necessità di raccogliere dati di sicurezza a lungo termine sull’associazione tra radioterapia e nuovi farmaci, attraverso studi prospettici dedicati; l’importanza di coinvolgere il radio-oncologo fin dalle fasi iniziali della progettazione dei trial, anche quando l’obiettivo è valutare un nuovo farmaco; e il diritto della paziente a ricevere informazioni chiare sui benefici e sui possibili effetti collaterali, partecipando attivamente alle decisioni sul proprio percorso di cura.
Tumore di prostata e rene Nel tumore della prostata l'integrazione tra radioterapia e terapie sistemiche sta cambiando le possibilità di cura e con esse il ruolo del radio-oncologo. Le nuove terapie ormonali (ARPI, inibitori della via del recettore degli androgeni), associate alla terapia di deprivazione androgenica (ADT), si affiancano alla radioterapia con risultati sempre più importanti.
«La radioterapia è una componente fondamentale del trattamento con intento curativo e garantisce eccellenti risultati funzionali. Quando serve, la combinazione con la terapia sistemica rafforza ulteriormente la nostra capacità di ottenere la guarigione - Alison Tree, Radiation Oncologist, Royal Marsden Hospital di Londra -. Con la recente introduzione degli ARPI in associazione alla ADT, oggi possiamo guarire con una frequenza molto maggiore rispetto al passato, migliorando la sopravvivenza e la qualità di vita di molti uomini. È inoltre sempre più rilevante il ruolo della radioterapia nella malattia avanzata e metastatica, con l'obiettivo di prolungare la sopravvivenza e migliorare la qualità di vita». È proprio sulla malattia metastatica che si concentra uno dei principali ambiti di approfondimento della Consensus, con particolare riferimento ai tumori della prostata e del rene. Secondo gli esperti, la radioterapia stereotassica – una tecnica moderna ad altissima precisione, capace di somministrare dosi elevate direttamente su lesioni tumorali di piccole dimensioni – può trovare un impiego più ampio. Nei pazienti selezionati con un numero limitato di metastasi, infatti, non si limita a garantire il controllo locale della malattia, ma può integrarsi con le moderne terapie farmacologiche all’interno di una strategia di cura più articolata.
In determinate situazioni, il trattamento delle metastasi può contribuire a rendere più efficace il percorso terapeutico già intrapreso. Quando la malattia progredisce soltanto in poche sedi, la radioterapia stereotassica può consentire di intervenire in modo mirato sulle lesioni che non rispondono al trattamento, e, nei contesti appropriati, di evitare o posticipare il passaggio immediato a una nuova terapia sistemica.
Non esiste, tuttavia, una strategia valida per tutti i pazienti: il livello di evidenza varia sensibilmente in funzione del tipo di tumore e dei farmaci associati. La Consensus distingue i casi in cui i dati sostengono con maggiore solidità l’integrazione della radioterapia stereotassica da quelli in cui le evidenze sono ancora limitate e il trattamento deve essere valutato caso per caso o ulteriormente studiato.
Tumori testa-collo Per «tumori del distretto testa-collo» si intendono le neoplasie che originano in cavo orale, faringe, laringe, seni paranasali, ghiandole salivari e orecchio: nel loro insieme rappresentano il settimo tumore più frequente in Europa. Colpiscono sedi coinvolte in gesti quotidiani come mangiare e parlare e possono incidere in modo significativo sulla vita dei pazienti e sulle loro relazioni sociali e familiari.
La radioterapia è un trattamento chiave per questa tipologia di tumori: nel 35% dei casi, diagnosticati in stadio iniziale, può essere utilizzata come terapia curativa autonoma, in alternativa alla chirurgia (ad esempio per tumori delle corde vocali o della tonsilla); in circa 6 casi su 10, in stadio localmente avanzato, viene impiegata da sola o in associazione alla chemioterapia per preservare l’organo, oppure come trattamento complementare dopo l’intervento chirurgico.
Migliorare l'integrazione tra radioterapia e nuove terapie sistemiche è quindi una priorità per radio-oncologi e oncologi medici.
«Da numerosi studi clinici abbiamo appreso che combinare l’immunoterapia con la radioterapia, o con la chemio-radioterapia, in modo non selezionato, non porta benefici: servono combinazioni molto più mirate e con un razionale biologico favorevole - conclude Kevin Harrington, Honorary Consultant Clinical Oncologist, The Royal Marsden NHS Foundation Trust, e Professor in Biological Cancer Therapies, Institute of Cancer Research (UK) -. Gli approcci che prevedono l’utilizzo dell’immunoterapia, associata a farmaci a bersaglio molecolare o alla chemioterapia, prima di un intervento chirurgico o della radioterapia sono molto interessanti in prospettiva futura. Un’altra strategia molto promettente è il trattamento adiuvante somministrato dopo la radioterapia o la chemio-radioterapia, in particolare nei pazienti a rischio molto alto, individuati mediante DNA tumorale circolante o imaging».
Dai lavori della Consensus emerge un messaggio chiave: la ricerca clinica resta la strada principale per comprendere come integrare al meglio le terapie e adattarle al singolo paziente, sia quando la malattia è curabile sia quando il trattamento ha finalità palliative. Il futuro è incoraggiante, grazie a una radioterapia sempre più ottimizzata e precisa come terapia locoregionale, alla sua combinazione con farmaci a bersaglio molecolare sempre più efficaci e a una conoscenza biologica della malattia in costante miglioramento.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al seno, oltre il 70% delle pazienti soffre di vampate: nuove terapie per migliorare la qualità di vita insalutenews.it
Prof. Giuseppe Curigliano
Roma, 9 ottobre 2026 – Oltre il 70% delle donne che vivono con un tumore al seno soffre anche di vampate di calore. Rappresentano uno degli effetti collaterali più comuni e peggiorano la qualità di vita. Inoltre, insieme ai disturbi del ritmo del sonno, sono tra i principali responsabili della ridotta aderenza alla terapia ormonale. Infatti, solo il 60% delle pazienti assume regolarmente cure per evitare una recidiva di neoplasia.
Appena il 21% delle donne parla con il proprio oncologo di questo problema mentre una su dieci non lo affronta in nessun modo. Eppure sono ora disponibili trattamenti specifici per contrastarle efficacemente. È quanto emerso oggi durante un media tutorial on line in cui sono stati coinvolti clinici e pazienti.
“Le vampate di calore sono molto frequenti e influiscono negativamente sul benessere fisico-psicologico delle nostre pazienti – sottolinea il prof. Giuseppe Curigliano, Direttore della Divisione Sviluppo di Nuovi Farmaci all’IEO e Docente di Oncologia Medica presso il DIPO dell’Università Statale di Milano – Sono molto simili a quelle che devono affrontare le donne in menopausa e vengono provocate dall’abbassamento dei livelli ormonali. Le cause possono essere il cancro stesso ma anche infezioni, il ricorso alla terapia ormonale o l’uso di alcuni farmaci come gli steroidi. Risultano di solito più gravi ed invalidanti come tra l’altro tutti i sintomi vasomotori associati alla terapia endocrina”.
Da alcuni anni è stato studiato un trattamento orale non ormonale in grado di ridurre le conseguenze negative delle vampate. Elinzanetant è una doppia terapia mirata a base di neurochinina (antagonista dei recettori NK-1 e NK-3). Migliora significativamente i sintomi vasomotori e la qualità di vita. Al momento è l’unica approvata non solo per le vampate (da moderate a severe) nelle donne in menopausa ma anche per le vampate (da moderate e severe) provocate dalla terapia endocrina per il carcinoma mammario.
“Per la prima volta c’è una cura specifica che può limitare gli effetti collaterali indotti da uno dei trattamenti anti-cancro più diffusi – aggiunge il prof. Curigliano – Diversi studi hanno evidenziato come agisca positivamente in donne trattate con le principali terapie endocrine come tamoxifene, inibitore dell’aromatasi o soppressore della funzione ovarica. Le pazienti con carcinoma mammario con recettori ormonali positivi (HR+) hanno riscontrato risultati nettamente superiori rispetto a quelle trattate solo con un placebo. Inoltre, sono stati registrati effetti sui disturbi del sonno che sono una delle conseguenze più diffuse e temute delle vampate diurne e notturne”.
“Compromettono la qualità di vita ad oltre l’80% delle donne con carcinoma mammario – aggiunge Flori Degrassi, Presidente Nazionale ANDOS-Associazione Nazionale Donne Operate al Seno – Devono essere affrontate con trattamenti specifici e sempre e solo dietro la supervisione di uno specialista. Invece riscontriamo la tendenza a non parlare di questo aspetto della malattia con il proprio oncologo oppure a ricorre a metodi fai-da-te spesso non sufficienti o proprio dannosi perché interferenti con le terapie oncologiche. È evidente come vada migliorato il dialogo medico-paziente. In Italia vivono più di 900mila donne con una diagnosi di tumore del seno. I tassi di sopravvivenza e guarigione sono in costante aumento grazie all’aumento delle diagnosi precoci e a strumenti terapeutici più efficaci. La gestione di disturbi, solo apparentemente poco importanti, sta assumendo un peso sempre maggiore nel percorso assistenziale e curativo. Il contrasto alle vampate è un ottimo esempio di quanto sia importante garantire a 360 gradi il benessere femminile”.
“Al momento sono principalmente trattate con la somministrazione di generici farmaci antidepressivi o attraverso l’agopuntura – afferma Curigliano – Ad oggi elinzanetant non è ancora rimborsato in Italia per l’indicazione delle pazienti oncologiche. Avere questa rimborsabilità rappresenterebbe un’importante opportunità per ampliare gli strumenti a disposizione dei clinici. Si potrebbe così rispondere a bisogni ancora rilevanti delle donne che affrontano questo tipo di percorso. In particolare, la terapia può essere d’aiuto per le più giovani che, quasi sempre, devono assumere farmaci analoghi del GnRH per bloccare la produzione degli ormoni sessuali. Un trattamento ormonale può essere somministrato anche per 5 o addirittura 10 anni consecutivi. La qualità di vita va garantita per questi lunghi periodi di tempo anche per favorire una corretta e costante assunzione delle terapie salvavita”.
“Infine, raccomandiamo alle pazienti di prendere alcuni piccoli accorgimenti per contrastare le vampate – conclude Degrassi – È opportuno praticare costantemente attività fisica e di rilassamento come la meditazione o lo yoga. Evitare il fumo e limitare, il più possibile, il consumo di caffeina e di alcool. Infine, può essere utile arieggiare adeguatamente gli ambienti sia di giorno sia di notte, e utilizzare abiti e lenzuola di cotone”.
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Criteri Critici
Radioterapia, il Tar: "Il budget di Fico ai privati resta sospeso” la Repubblica
I centri privati di radioterapia si aggiudicano il secondo round davanti al Tar: resta sospesa la delibera con cui la Regione aveva assegnato i nuovi tetti di spesa per le prestazioni salva vita destinate ai malati oncologico.
Dopo il primo stop del 14 settembre, il tribunale amministrativo si è pronunciato oggi 9 ottobre con le ordinanze collegiali: entro dieci giorni Regione e privati dovranno fornire documenti al Tar per capire se davvero è a rischio l'assistenza.
Le strutture convenzione con la Regione, difese dagli avvocati Luca Rubinacci e Antonella Villani, lamentano un budget insufficiente sancito ad agosto dalla nuova giunta di Roberto Fico. E rivendicano l' aumento delle tariffe stabilito a livello nazionale da più di un anno. Il Tar ha chiarito che l'aumento non è un obbligo per la Regione.
Ma scrivono i giudici amministrativi che "qualora il budget invariato rendesse di fatto impossibile garantire il fabbisogno assistenziale programmato, il provvedimento regionale può essere sindacato sotto il profilo dell'illogicità, dell'istruttoria carente o della violazione degli obblighi di garanzia dell'assistenza sanitaria. Per questo il tribunale amministrativo " ritiene opportuno acquisire, sia presso la parte ricorrente sia presso le Amministrazioni resistenti, documentati chiarimenti circa la possibile compromissione dei livelli essenziali di assistenza per i pazienti che necessitano della radioterapia".
Ora la decisione è rinviata all’udienza pubblica del 17 novembre.
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Criteri Critici
Radioterapia e nuovi farmaci antitumorali, una Consensus internazionale per guidare le nuove strategie terapeutiche insalutenews.it
Firenze, 9 ottobre 2026 – Una guida per i clinici su come associare nella pratica quotidiana radioterapia e nuovi farmaci nella cura dei tumori e una mappa delle priorità di ricerca, cioè delle domande a cui i prossimi studi dovranno rispondere: è il risultato atteso della 2a Consensus internazionale multidisciplinare sull’integrazione della radioterapia con i nuovi trattamenti sistemici, in corso a Firenze, promossa e coordinata da un team di radio-oncologi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi e membri della Fondazione Radioterapia Oncologica (FRO).
Negli ultimi anni l’oncologia ha cambiato volto grazie a una nuova generazione di terapie sistemiche, sempre più mirate e innovative, dall’immunoterapia ai farmaci a bersaglio molecolare, fino ai nuovi trattamenti ormonali. Con il loro ingresso nella pratica quotidiana, queste terapie vengono sempre più spesso abbinate alla radioterapia, il cui ruolo si ridefinisce all’interno di percorsi di cura sempre più integrati.
Eppure, su come integrare al meglio farmaci e radioterapia, le indicazioni sono ancora poche. Restano aperte domande cruciali: in che ordine e con quali tempi somministrare le due terapie, quanto siano sicure, quali effetti collaterali comportino, come interagiscano sul piano biologico e quali pazienti ne traggano davvero un vantaggio.
È su queste domande che si concentra la Consensus che si svolge con il patrocinio della European Society for Radiotherapy and Oncology (ESTRO), dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dell’Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica (AIRO).
Dopo un anno di lavoro preparatorio, esperti italiani e internazionali di radioterapia oncologica, oncologia medica, ricerca traslazionale e associazioni pazienti, si riuniscono per definire raccomandazioni pratiche sull’uso combinato di radioterapia e farmaci nel trattamento dei principali tumori solidi ad alta incidenza. La Consensus è stata articolata in tre gruppi di lavoro, ciascuno guidato da un coordinatore scientifico: il prof. Icro Meattini per il tumore della mammella, il dott. Giulio Francolini per i tumori della prostata e del rene e il dott. Pierluigi Bonomo per i tumori del distretto testa-collo, radio-oncologi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e dell’Università degli Studi di Firenze.
Gli studi che portano allo sviluppo di un nuovo farmaco sono costruiti per dimostrare l’efficacia della molecola, non per chiarire come integrarla con la radioterapia: su sequenza, tempi, vantaggi e tossicità delle combinazioni i dati prospettici sono ancora scarsi. Così, su molte scelte quotidiane, il medico non dispone di un riferimento solido a cui appoggiarsi.
In questo scenario, la Consensus propone un percorso strutturato e multidisciplinare in cui radio-oncologi e oncologi medici analizzano insieme, patologia per patologia, le singole combinazioni e le traducono in indicazioni pratiche.
“Radioterapia e farmaci sono ormai alleati nella cura di molti tumori ma i nuovi farmaci entrano nella pratica in tempi rapidi, mentre le evidenze scientifiche su come associarli alla radioterapia restano limitate – esordisce Lorenzo Livi, Direttore SOD Radioterapia Oncologica, AOU Careggi di Firenze e Professore Ordinario di Radioterapia Oncologica all’Università degli Studi di Firenze – Per questo mettiamo a fattor comune l’esperienza dei massimi esperti, per dare ai colleghi indicazioni chiare su come far lavorare insieme due approcci terapeutici fondamentali. Dopo la prima edizione dedicata al tumore alla mammella, abbiamo allargato lo sguardo ad altre patologie oncologiche, perché il bisogno è lo stesso: ogni paziente deve poter contare su una radioterapia ben integrata nel suo percorso di cura”.
“L’oncologia di precisione ci mette a disposizione strumenti sempre più potenti e sta cambiando il modo di concepire la cura: le terapie non si sommano semplicemente, si integrano – sottolinea Giuseppe Curigliano, Direttore Divisione Sviluppo di nuovi farmaci, Istituto Europeo di Oncologia di Milano, Professore Ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Milano e Presidente eletto ESMO – Condividere tra oncologi medici e radio-oncologi un linguaggio comune, con raccomandazioni pratiche, significa sapere come usare le combinazioni nella pratica di ogni giorno. È il modo più responsabile per portare l’innovazione ai pazienti: non basta che una terapia funzioni, bisogna anche sapere quando e come associarla alle altre per ottenere il massimo beneficio, senza trascurare la sicurezza dei trattamenti”.
“I risultati di questa Consensus sono di grande utilità per la pratica clinica oncologica: offrono ai colleghi italiani e internazionali, che ogni giorno si confrontano tra specialisti diversi per definire le strategie terapeutiche ottimali, un punto di riferimento su come integrare al meglio opzioni farmacologiche, radioterapia e trattamenti locali, in uno scenario in continua evoluzione per molti tipi di tumore. Il confronto su efficacia e sicurezza, e quindi su ciò che possiamo raccomandare in questo setting, rappresenta un servizio prezioso che si affianca alle linee guida e contribuisce a rendere le scelte cliniche più uniformi e consapevoli, a beneficio dei pazienti oncologici”, aggiunge Massimo Di Maio, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso il Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino, Direttore dell’Oncologia Medica 1U dell’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e Presidente AIOM.
Tumore alla mammella
Nel trattamento del tumore al seno i progressi degli ultimi anni vanno nella direzione di una sempre maggiore personalizzazione.
“Oggi ogni donna riceve un trattamento costruito su misura, in base alle proprie caratteristiche, a quelle del tumore e alle altre terapie che eventualmente segue – spiega Philip Poortmans, Radiation Oncology, Department of Radiation Oncology, Iridium Netwerk, ZAS Hospitals, Wilrijk-Antwerp (Belgio) e Professor of Radiation Oncology, Faculty of Medicine and Health Sciences, University of Antwerp – Spesso, ‘meno è meglio’: mastectomie meno radicali, preferenza per i trattamenti conservativi della mammella, stadiazione ascellare meno estesa. Anche la radioterapia è personalizzata caso per caso: i volumi da irradiare sono sempre più precisi e, nella maggior parte dei casi, più piccoli, le dosi più basse e le frazioni meno numerose. Il risultato è un netto miglioramento della tollerabilità, sia degli effetti acuti sia di quelli tardivi. Infine, siamo passati da una collaborazione poco coordinata tra i diversi specialisti a un’équipe multidisciplinare pienamente integrata”.
Tra i messaggi chiave emersi dalla Consensus: la necessità di raccogliere dati di sicurezza a lungo termine sull’associazione tra radioterapia e nuovi farmaci, attraverso studi prospettici dedicati; l’importanza di coinvolgere il radio-oncologo fin dalle fasi iniziali della progettazione dei trial, anche quando l’obiettivo è valutare un nuovo farmaco; il diritto della paziente a ricevere informazioni chiare sui benefici e sui possibili effetti collaterali, partecipando attivamente alle decisioni sul proprio percorso di cura.
Tumore di prostata e rene
Nel tumore della prostata l’integrazione tra radioterapia e terapie sistemiche sta cambiando le possibilità di cura e con esse il ruolo del radio-oncologo. Le nuove terapie ormonali (ARPI, inibitori della via del recettore degli androgeni), associate alla terapia di deprivazione androgenica (ADT), si affiancano alla radioterapia con risultati sempre più importanti.
“La radioterapia è una componente fondamentale del trattamento con intento curativo e garantisce eccellenti risultati funzionali. Quando serve, la combinazione con la terapia sistemica rafforza ulteriormente la nostra capacità di ottenere la guarigione – afferma Alison Tree, Radiation Oncologist, Royal Marsden Hospital di Londra – Con la recente introduzione degli ARPI in associazione alla ADT, oggi possiamo guarire con una frequenza molto maggiore rispetto al passato, migliorando la sopravvivenza e la qualità di vita di molti uomini. È inoltre sempre più rilevante il ruolo della radioterapia nella malattia avanzata e metastatica, con l’obiettivo di prolungare la sopravvivenza e migliorare la qualità di vita”.
È proprio sulla malattia metastatica che si concentra uno dei principali ambiti di approfondimento della Consensus, con particolare riferimento ai tumori della prostata e del rene. Secondo gli esperti, la radioterapia stereotassica – una tecnica moderna ad altissima precisione, capace di somministrare dosi elevate direttamente su lesioni tumorali di piccole dimensioni – può trovare un impiego più ampio. Nei pazienti selezionati con un numero limitato di metastasi, infatti, non si limita a garantire il controllo locale della malattia, ma può integrarsi con le moderne terapie farmacologiche all’interno di una strategia di cura più articolata.
In determinate situazioni, il trattamento delle metastasi può contribuire a rendere più efficace il percorso terapeutico già intrapreso. Quando la malattia progredisce soltanto in poche sedi, la radioterapia stereotassica può consentire di intervenire in modo mirato sulle lesioni che non rispondono al trattamento, e, nei contesti appropriati, di evitare o posticipare il passaggio immediato a una nuova terapia sistemica.
Non esiste, tuttavia, una strategia valida per tutti i pazienti: il livello di evidenza varia sensibilmente in funzione del tipo di tumore e dei farmaci associati. La Consensus distingue i casi in cui i dati sostengono con maggiore solidità l’integrazione della radioterapia stereotassica da quelli in cui le evidenze sono ancora limitate e il trattamento deve essere valutato caso per caso o ulteriormente studiato.
Tumori testa-collo
Per “tumori del distretto testa-collo” si intendono le neoplasie che originano in cavo orale, faringe, laringe, seni paranasali, ghiandole salivari e orecchio: nel loro insieme rappresentano il settimo tumore più frequente in Europa. Colpiscono sedi coinvolte in gesti quotidiani come mangiare e parlare e possono incidere in modo significativo sulla vita dei pazienti e sulle loro relazioni sociali e familiari.
La radioterapia è un trattamento chiave per questa tipologia di tumori: nel 35% dei casi, diagnosticati in stadio iniziale, può essere utilizzata come terapia curativa autonoma, in alternativa alla chirurgia (ad esempio per tumori delle corde vocali o della tonsilla); in circa 6 casi su 10, in stadio localmente avanzato, viene impiegata da sola o in associazione alla chemioterapia per preservare l’organo, oppure come trattamento complementare dopo l’intervento chirurgico.
Migliorare l’integrazione tra radioterapia e nuove terapie sistemiche è quindi una priorità per radio-oncologi e oncologi medici.
“Da numerosi studi clinici abbiamo appreso che combinare l’immunoterapia con la radioterapia, o con la chemio-radioterapia, in modo non selezionato, non porta benefici: servono combinazioni molto più mirate e con un razionale biologico favorevole – conclude Kevin Harrington, Honorary Consultant Clinical Oncologist, The Royal Marsden NHS Foundation Trust e St. George’s Hospital, London e Professor in Biological Cancer Therapies, Institute of Cancer Research (UK) – Gli approcci che prevedono l’utilizzo dell’immunoterapia, associata a farmaci a bersaglio molecolare o alla chemioterapia, prima di un intervento chirurgico o della radioterapia sono molto interessanti in prospettiva futura. Un’altra strategia molto promettente è il trattamento adiuvante somministrato dopo la radioterapia o la chemio-radioterapia, in particolare nei pazienti a rischio molto alto, individuati mediante DNA tumorale circolante o imaging”.
Dai lavori della Consensus emerge un messaggio chiave: la ricerca clinica resta la strada principale per comprendere come integrare al meglio le terapie e adattarle al singolo paziente, sia quando la malattia è curabile sia quando il trattamento ha finalità palliative. Il futuro è incoraggiante, grazie a una radioterapia sempre più ottimizzata e precisa come terapia locoregionale, alla sua combinazione con farmaci a bersaglio molecolare sempre più efficaci e a una conoscenza biologica della malattia in costante miglioramento.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Tumore alla prostata, dalla diagnosi alla chirurgia robotica: cosa cambia nelle cure Diario FVG
TOLMEZZO – Prevenzione, diagnosi precoce, chirurgia robotica e terapie personalizzate. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro dedicato al tumore alla prostata, ospitato nella sala del Consiglio comunale di Tolmezzo, alla presenza dell’assessore Mariantonio Zamolo. L’appuntamento ha riunito medici, associazioni e cittadini per approfondire le nuove possibilità di cura e l’importanza di una rete di assistenza capace di accompagnare i pazienti durante tutte le fasi della malattia.
Prevenzione e diagnosi: l’importanza di una corretta informazione
Ad aprire l’incontro è stato Carlo Del Vecchio, presidente della sezione provinciale di Udine dell’Unci, che ha evidenziato il valore del confronto diretto tra cittadini e professionisti sanitari. A coordinare gli interventi è stato il dottor Marco Signor, che ha illustrato gli aspetti epidemiologici della patologia e l’importanza di un approccio multidisciplinare.
Particolare attenzione è stata dedicata alla prevenzione e all’utilizzo appropriato del test Psa, uno degli strumenti impiegati nella valutazione della salute prostatica. L’obiettivo è favorire una maggiore consapevolezza sui controlli e sui successivi approfondimenti diagnostici, evitando inutili allarmismi.
Chirurgia robotica e radioterapia: le nuove possibilità di cura
Il dottor Gianluca Giannarini ha approfondito le opportunità offerte dall’evoluzione delle tecniche chirurgiche, soffermandosi in particolare sulla chirurgia robotica e sulle possibilità oggi disponibili nella gestione del tumore alla prostata.
La dottoressa Francesca Titone ha invece illustrato i progressi della radioterapia oncologica, evidenziando l’importanza di integrare le diverse opzioni terapeutiche. Al centro del percorso resta la personalizzazione dei trattamenti, tenendo conto delle caratteristiche della malattia e delle esigenze del singolo paziente.
Assistenza domiciliare e farmacie: la cura continua sul territorio
Non soltanto ospedali e trattamenti specialistici. Durante l’incontro si è parlato anche di farmacoterapia, gestione domiciliare e Farmacia dei Servizi, argomenti approfonditi dal dottor Pier Luigi Guida.
È emersa l’importanza della continuità assistenziale anche dopo le principali fasi del trattamento, attraverso il coinvolgimento dei professionisti sanitari presenti sul territorio.
Un ruolo significativo è stato riconosciuto anche alle associazioni del terzo settore, che possono sostenere pazienti e familiari, facilitare l’accesso alle informazioni e contribuire alla costruzione di una rete di supporto.
Le domande dei cittadini e gli opuscoli informativi
A concludere l’appuntamento è stato il confronto diretto con il pubblico, attraverso domande e testimonianze che hanno permesso di approfondire dubbi e aspetti pratici legati alla prevenzione e alle cure.
Ai partecipanti sono stati inoltre distribuiti gratuitamente opuscoli informativi realizzati dall’associazione con il contributo dei medici dell’Asufc, strumenti pensati per aiutare i cittadini a orientarsi anche dopo l’incontro.
Il messaggio emerso dalla giornata è chiaro: affrontare il tumore alla prostata significa non soltanto disporre di tecnologie e trattamenti sempre più evoluti, ma anche mettere il paziente al centro di un percorso condiviso tra medici, territorio e associazioni.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Screening del colon-retto: le prove ci sono, mancano le persone Senti Chi Parla
Lo screening del tumore del colon-retto è uno dei programmi di prevenzione oncologica più consolidati. Eppure l’adesione è molto bassa, con differenze tra Nord e Sud che in alcune Regioni diventano abissali [1]. Chi non riceve alcun invito o consiglio da un operatore sanitario, di fatto, non si sottopone allo screening [2]. Il dibattito scientifico continua, tra nuovi dati sull’efficacia della colonscopia e l’arrivo dei test ematici. Ma la domanda più urgente per il Servizio sanitario nazionale è un’altra: perché uno strumento di prevenzione così solido fatica ancora a funzionare?
Cosa dicono le prove
Il tumore del colon-retto ha caratteristiche che lo rendono un candidato ideale per la prevenzione. Tra la comparsa di un adenoma e la sua eventuale trasformazione maligna passano in genere dieci-quindici anni. I test sono semplici e ripetibili. L’endoscopia permette di rimuovere le lesioni prima che diventino pericolose. Per questo – osserva Renato Luigi Rossi in Guida critica alla prevenzione, appena uscito per il Pensiero Scientifico Editore – lo screening colorettale non è solo diagnosi precoce: è prevenzione primaria vera e propria [3].
Gli studi randomizzati sulla sigmoidoscopia flessibile mostrano una riduzione dell’incidenza tra il 18 e il 33% e della mortalità tra il 26 e il 50%. Per la colonscopia, fino al 2022 esistevano solo studi osservazionali, che suggerivano riduzioni della mortalità fino al 70%. Poi è arrivato NordICC, lo studio randomizzato condotto su quasi 85.000 persone in Norvegia, Svezia e Polonia [4]. Il risultato ha fatto discutere: chi era stato invitato a fare la colonscopia aveva un rischio di ammalarsi ridotto del 18%, ma la riduzione della mortalità specifica si fermava al 10%, un dato non significativo dal punto di vista statistico. Il punto debole, secondo Rossi, era ancora una volta l’adesione: solo il 42% degli invitati aveva eseguito l’esame. Considerando solo chi lo aveva fatto davvero, la mortalità scendeva della metà.
A maggio 2026 il follow-up a tredici anni ha aggiunto un nuovo elemento [5]. La colonscopia continua a ridurre l’incidenza, ma non la mortalità, nemmeno tra chi l’ha eseguita. Gli autori ipotizzano che le cure siano migliorate anche per chi non si è sottoposto allo screening. Rossi invita comunque a leggere questi dati con equilibrio: evitare un tumore significa anche evitare una malattia lunga e gravosa, negli anni in cui si è ancora attivi.
Beneficio individuale, beneficio collettivo
Un passaggio centrale del ragionamento riguarda la differenza tra la singola persona e l’intera popolazione. Per il singolo individuo a rischio medio il vantaggio è modesto, perché il rischio di partenza è basso. Su milioni di persone, però, anche una piccola riduzione relativa si traduce in molte vite salvate. Rossi parla quindi di una raccomandazione di sanità pubblica, non di un obbligo individuale. Le stime indicano che si evita una morte per tumore ogni 400-500 persone sottoposte a screening in dieci anni. Le complicanze gravi della colonscopia si verificano in 2-5 casi ogni mille esami.
Nel 2019 un gruppo internazionale di esperti aveva proposto sul BMJ di superare lo screening universale [6]. L’idea era riservarlo a chi supera una soglia di rischio individuale, calcolata con uno strumento online. Per Rossi la proposta è corretta in teoria, ma difficile da applicare in Italia, anche perché lo strumento non è stato validato sulla popolazione italiana. Un messaggio più complesso rischierebbe di allontanare proprio chi già aderisce meno. E il test fecale oggi in uso è poco invasivo ed efficiente. Quanto alla sovradiagnosi, le stime la collocano tra il 2 e il 10% dei tumori individuati: un problema reale, ma più contenuto che in altri screening oncologici.
Le nuove linee guida ACS
Negli Stati Uniti, le nuove linee guida dell’American Cancer Society (ACS), uscite durante l’estate, confermano l’avvio dello screening a 45 anni per le persone a rischio medio [7]. Il documento è coordinato da Andrew Wolf della University of Virginia e pubblicato su CA: A Cancer Journal for Clinicians. Restano opzioni preferenziali i test fecali ad alta sensibilità, il test multitarget sul Dna fecale e gli esami strutturali, dalla colonscopia alla colonografia TC. Per la prima volta entrano anche i test su sangue, ma con una raccomandazione separata: sono indicati solo per chi rifiuta o non completa uno degli esami preferenziali.
La ragione è nelle prestazioni. Secondo i dati riportati da JAMA, i due test autorizzati dalla Fda potrebbero non individuare quasi nove lesioni precancerose avanzate su dieci [8]. La quota di falsi negativi per il tumore si colloca tra il 17 e il 21%. Questi test sono quindi meno efficaci proprio nella funzione che rende prezioso lo screening colorettale: intercettare le lesioni prima che diventino tumore. Wolf ha spiegato di aver lavorato a lungo sulla formulazione della raccomandazione, per evitare che il test ematico venisse percepito come un sostituto. Alcuni media, secondo gli osservatori citati da JAMA, hanno comunque presentato la novità come un’alternativa equivalente. E un test positivo non chiude il percorso: serve comunque una colonscopia.
L’Italia: un paese, diverse velocità
In Italia il programma organizzato invita ogni due anni le persone tra 50 e 69 anni (in alcune Regioni fino a 74) a eseguire gratuitamente il test del sangue occulto fecale. In caso di positività segue la colonscopia. Nel 2024 i programmi hanno invitato quasi 8 milioni di persone, un volume in linea con il 2023 e superiore ai livelli pre-pandemici [1]. L’adesione, al 35,8%, resta però bassa. Il dato medio nasconde differenze enormi: 46,8% al Nord, 32,7% al Centro e 21,1% al Sud e nelle Isole. La Calabria è ferma al 5,2%.
La sorveglianza Passi dell’Istituto superiore di sanità misura anche gli esami eseguiti fuori dai programmi, e la percentuale di adesione sale leggermente [2]. Nel biennio 2023-2024 il 47% delle persone tra 50 e 69 anni riferisce di essere in regola con lo screening: il 62% al Nord, il 55% al Centro, appena il 30% al Sud. La quota spontanea, fuori dai programmi delle Asl, è marginale (circa 8%). Il test viene eseguito più spesso da chi è più istruito, da chi non ha difficoltà economiche e dai cittadini italiani rispetto agli stranieri. La promozione attiva fa la differenza. Il 67% della popolazione target riferisce di aver ricevuto almeno un intervento, come una lettera della Asl o il consiglio di un operatore sanitario. L’adesione cresce con il numero di sollecitazioni ricevute, mentre tra chi non è stato raggiunto da alcun intervento si ferma al 5%.
Rossi segnala anche un altro fenomeno: la diffusione di colonscopie ‘opportunistiche’, eseguite senza passare dal test di primo livello [3]. È un uso poco efficiente di una risorsa, l’endoscopia, già scarsa proprio dove servirebbe di più: negli approfondimenti dei test positivi.
Una questione di organizzazione
Il messaggio che emerge è coerente. Il limite principale dello screening colorettale non è scientifico, ma organizzativo. Lo stesso NordICC lo dimostra: un intervento efficace perde gran parte del suo valore se la metà delle persone non lo esegue.
Per i decisori italiani, le implicazioni sono concrete. Estendere i programmi a nuove fasce d’età o introdurre nuovi test ha senso solo se prima funzionano le basi: inviti puntuali, solleciti, coinvolgimento dei medici di medicina generale, capacità endoscopica sufficiente per gli approfondimenti. I test ematici potrebbero in futuro raggiungere una parte di chi oggi resta fuori. Il rischio, però, è che diventino una scorciatoia rispetto al lavoro più difficile: costruire fiducia e prossimità, soprattutto nelle Regioni del Sud e tra le persone più svantaggiate. La domanda, allora, non è quale test scegliere, ma come fare in modo che l’offerta arrivi davvero a tutti.
Bibliografia
[1] Osservatorio nazionale screening. Lo screening colorettale: dati di attività dal 2020 al 2024. Rapporto Ons 2024. Disponibile su: https://www.osservatorionazionalescreening.it/content/lo-screening-colorettale
[2] Istituto superiore di sanità. Sorveglianza Passi. Screening colorettale, dati 2023-2024. Disponibile su: https://www.epicentro.iss.it/passi/dati/ScreeningColorettale
[3] Rossi RL. Guida critica alla prevenzione. Come distinguere screening, farmaci e stili di vita che proteggono davvero. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore, 2026 (cap. 10, “Lo screening del cancro del colon-retto”, pp. 181-205).
[4] Bretthauer M, Løberg M, Wieszczy P et al. Effect of colonoscopy screening on risks of colorectal cancer and related death. N Engl J Med 2022;387:1547-56.
[5] Kaminski MF, Kalager M, Løberg M et al. NordICC Study Group. Long-term effects of colonoscopy screening on colorectal cancer incidence and mortality: a multicountry, population-based randomised controlled trial. Lancet 2026;407:1787-95.
[6] Helsingen LM, Vandvik PO, Jodal HC et al. Colorectal cancer screening with faecal immunochemical testing, sigmoidoscopy or colonoscopy: a clinical practice guideline. BMJ 2019;367:l5515.
[7] Wolf AMD, Hoffman RM, Walter LC et al. Colorectal cancer screening: an update to the American Cancer Society guideline, 2026. CA Cancer J Clin 2026;e70083.
[8] Rubin R. Blood tests for colorectal cancer screening – what the updated ACS guideline says. JAMA, 14 agosto 2026.
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Sei pazienti ciechi su nove recuperano parzialmente la vista grazie a una nuova terapia genica upday News
Condividi articolo Un nuovo studio clinico pubblicato sul The New England Journal of Medicine dimostra che la terapia genica optogenetica può ripristinare parzialmente una visione rudimentale in persone rese cieche dalla retinite pigmentosa avanzata. Lo studio di Fase 1, condotto da ricercatori dell'Institute of Molecular and Clinical Ophthalmology Basel e dell'Università di Pittsburgh, ha dimostrato che il trattamento innovativo è sicuro e consente ai pazienti di percepire la luce e orientarsi nell'ambiente circostante. La retinite pigmentosa è una malattia degenerativa ereditaria che distrugge le cellule fotorecettrici della retina deputate alla rilevazione della luce, colpendo circa 1,5 milioni di persone in tutto il mondo. A differenza delle terapie geniche esistenti che prendono di mira specifiche mutazioni genetiche nelle fasi iniziali della malattia, l'approccio optogenetico funziona indipendentemente dalla mutazione sottostante, riconvertendo le cellule gangliari retiniche sopravvissute. Durante lo studio, dieci partecipanti di età compresa tra 40 e 73 anni hanno ricevuto una singola iniezione nell'occhio con visione peggiore. L'iniezione ha veicolato istruzioni genetiche per una proteina fotosensibile chiamata ChrimsonR nelle cellule gangliari retiniche. I partecipanti hanno poi indossato occhiali specializzati dotati di una telecamera che catturava l'ambiente visivo circostante e lo convertiva in impulsi di luce arancione-rossa, che a loro volta stimolavano le cellule appena sensibilizzate. L'obiettivo primario dello studio era la sicurezza. I ricercatori hanno registrato 34 eventi avversi oculari, di cui solo uno è stato classificato come grave: un'occlusione temporanea dell'arteria retinica risoltasi nel giro di pochi minuti dopo il trattamento. Nel complesso, il team di ricerca internazionale ha classificato la procedura come sicura e ben tollerata. Nel corso di un periodo di follow-up da due a cinque anni, sette pazienti su nove monitorati hanno sperimentato un aumento della sensibilità alla luce. Sei partecipanti hanno mostrato miglioramenti clinicamente significativi nella visione funzionale, che hanno permesso loro di localizzare oggetti, identificare porte o seguire linee sul pavimento. Tuttavia, la tecnologia presenta attualmente evidenti limitazioni. I ricercatori hanno sottolineato che i partecipanti non sono ancora in grado di leggere o riconoscere i volti. Lo studio segue la recente assegnazione del Premio Nobel per la Medicina ai pionieri scientifici dell'optogenetica. Il coautore Stefan Futterknecht dell'Institute of Molecular and Clinical Ophthalmology Basel ha descritto lo studio come una pietra miliare importante per il ripristino della visione optogenetica, osservando che dimostra come le osservazioni precedenti su un singolo paziente possano essere riprodotte in un gruppo più ampio. Anche esperti esterni considerano i risultati un passo avanti promettente. Stylianos Michalakis, responsabile del gruppo di ricerca sulla terapia genica delle malattie oculari presso l'Università Ludwig Maximilian di Monaco, ha osservato che il concetto fornisce una visione artificiale per i pazienti con retinite pigmentosa in fase avanzata che in precedenza non avevano opzioni terapeutiche. Michalakis ha aggiunto che l'approccio potrebbe eventualmente avere un potenziale per altre condizioni che comportano la perdita di fotorecettori, come la degenerazione maculare senile in fase avanzata. Sono previsti ulteriori studi clinici per migliorare la risoluzione visiva. Nota: Questo articolo è stato creato con l'Intelligenza Artificiale (AI).
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«La vera arma resta la prevenzione»: tumori, diagnosi precoce e nuove terapie nell’oncologia di oggi www.lacapitale.it
Negli ultimi vent’anni l’oncologia ha attraversato una trasformazione profonda. Le nuove conoscenze sulla biologia dei tumori, l’immunoterapia e i farmaci a bersaglio molecolare hanno ampliato le possibilità di trattamento e, in molte patologie, aumentato significativamente la sopravvivenza. Ma una parte decisiva della lotta contro il cancro continua a giocarsi prima della diagnosi: negli stili di vita, nell’adesione agli screening e nella capacità di riconoscere tempestivamente i segnali che richiedono un approfondimento.
Ne parliamo con Gaetano Lanzetta, direttore del Dipartimento di Oncologia e Cure Palliative dell’INI di Grottaferrata, dove lavora dal 1999. Nel corso degli anni il Gruppo INI ha sviluppato una rete dedicata all’oncologia che comprende reparto, hospice e radioterapia in diverse strutture. Dal 2010 l’Oncologia dell’INI di Grottaferrata è inoltre riconosciuta come centro ESMO per l’integrazione tra oncologia e cure palliative.
Lanzetta affianca all’attività clinica quella scientifica e partecipa a gruppi di lavoro e linee guida nazionali, con particolare attenzione alle metastasi ossee, alle terapie di supporto e alle cure palliative.
Dall’ambulatorio Open al primo orientamento del paziente
Tra i servizi sviluppati dal Gruppo INI c’è l’ambulatorio Open. Come nasce e a chi si rivolge?
«L’idea nasce dall’esperienza della rete oncologica regionale e dalla necessità di offrire un punto di accesso semplice ai pazienti. Abbiamo pensato a un ambulatorio al quale ci si possa rivolgere dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 15, anche per un primo orientamento».
«Può arrivare una persona inviata dal medico di famiglia, ma anche qualcuno che ha un sintomo persistente, un esame che ha destato preoccupazione oppure semplicemente bisogno di capire quale percorso seguire. Noi facciamo una prima valutazione e cerchiamo di stabilire se servano ulteriori approfondimenti».
Quindi non necessariamente chi arriva ha già una diagnosi oncologica?
«Assolutamente no. A volte il nostro compito è semplicemente tranquillizzare il paziente. In altri casi dagli esami o dalla visita emerge invece la necessità di approfondire, in regime ambulatoriale o attraverso un ricovero. Se poi la persona ha bisogno di una competenza che non abbiamo direttamente, la indirizziamo verso lo specialista più appropriato».
«Uno degli obiettivi è anche evitare, quando possibile, accessi impropri al pronto soccorso e offrire alla popolazione del territorio un primo punto di riferimento».
I numeri dell’oncologia e la prevenzione
Le patologie oncologiche rappresentano ancora una delle grandi sfide per il sistema sanitario. Qual è il quadro che vede oggi nella pratica clinica?
«In oncologia i numeri sono fondamentali. Dobbiamo considerare non soltanto i nuovi casi e la mortalità, ma anche la prevalenza, cioè quante persone vivono dopo una diagnosi di tumore».
«Oggi in Italia sono milioni le persone che convivono con una diagnosi oncologica. Molte sono in trattamento o devono essere seguite per anni. Questa è una delle grandi sfide per il sistema sanitario: garantire continuità della presa in carico, organizzazione e accesso alle cure».
«Tra i tumori più frequenti troviamo quello della prostata nell’uomo e quello della mammella nella donna, mentre colon e polmone interessano entrambi i sessi. Alcune patologie oggi hanno percorsi molto più lunghi rispetto al passato e questo significa seguire i pazienti per cinque, sette o anche dieci anni».
Quanto incidono gli stili di vita sul rischio oncologico?
«Il messaggio più importante è che una quota rilevante dei tumori può essere prevenuta intervenendo sugli stili di vita. Significa prima di tutto non fumare, seguire un’alimentazione equilibrata, mantenere un peso adeguato, fare attività fisica e limitare il consumo di alcol».
«Il fumo resta uno dei principali fattori di rischio e contiene numerose sostanze cancerogene. Sul piano alimentare il modello che continuiamo a considerare più favorevole è quello della dieta mediterranea: frutta, verdura, legumi, pesce e olio d’oliva, limitando invece carni processate e un’alimentazione eccessivamente ricca di prodotti conservati».
«Anche la sedentarietà e l’obesità hanno un peso importante. L’attività fisica non significa necessariamente praticare sport ad alta intensità: anche camminare regolarmente e ridurre il tempo trascorso seduti può fare la differenza».
Screening e segnali da non ignorare
Quando un sintomo dovrebbe spingere a rivolgersi al medico?
«Bisogna distinguere un disturbo occasionale da un sintomo persistente. Ognuno può avere tosse o stanchezza per qualche giorno. Se però il sintomo continua, peggiora o non trova una spiegazione, allora deve essere valutato».
«Tra i segnali che possono richiedere un approfondimento ci sono una perdita di peso importante e non voluta, una tosse persistente, la presenza di sangue nelle urine o nelle feci, cambiamenti prolungati dell’attività intestinale, una stanchezza particolarmente marcata oppure un dolore che non passa».
«Il primo riferimento resta il medico di medicina generale. Da lì, se necessario, si può arrivare alla visita specialistica e agli esami più appropriati».
Quanto conta aderire agli screening?
«È fondamentale. Se non riusciamo a evitare che un tumore si sviluppi, possiamo almeno cercare di scoprirlo in una fase molto precoce».
«Gli screening permettono di individuare lesioni quando sono ancora piccole o addirittura prima che evolvano in una malattia più avanzata. Pensiamo alla mammografia per il tumore della mammella, alla ricerca del sangue occulto e agli approfondimenti per il colon-retto oppure ai programmi di prevenzione del tumore della cervice uterina».
«Il problema è che l’adesione non è ancora quella che vorremmo. Arrivare prima può significare un intervento meno invasivo, meno terapie e soprattutto maggiori possibilità di guarigione».
Dalla sede del tumore alle mutazioni
Negli ultimi anni immunoterapia e medicina personalizzata hanno cambiato molto l’oncologia. Che cosa è successo?
«È stato un cambiamento epocale. In passato il trattamento veniva deciso soprattutto in base alla sede del tumore e all’esame istologico. Oggi continuiamo naturalmente a considerare questi elementi, ma abbiamo molte più informazioni sulla biologia molecolare della malattia».
«Sappiamo che i tumori possono presentare determinate alterazioni genetiche e mutazioni che diventano bersagli terapeutici. Questo significa che, in alcuni casi, prima di scegliere una terapia dobbiamo necessariamente conoscere il profilo molecolare del tumore».
Che cosa cambia concretamente per il paziente?
«Cambia moltissimo. Nel tumore del polmone, per esempio, la presenza di specifiche alterazioni può consentire di utilizzare farmaci mirati. Abbiamo terapie capaci di controllare la malattia anche in situazioni che in passato avevano pochissime possibilità terapeutiche».
«Lo stesso vale per l’immunoterapia. Il tumore può riuscire, semplificando, a frenare la capacità del sistema immunitario di riconoscere e attaccare le cellule malate. Alcuni farmaci permettono di rimuovere questo “freno” e riattivare la risposta immunitaria».
«Questo ha modificato la prognosi di tumori come melanoma, polmone e rene e sta progressivamente ampliando le possibilità terapeutiche anche in altre patologie».
«Curare non è sempre la stessa cosa che guarire»
Se dovesse lasciare un messaggio ai lettori, quale sarebbe?
«L’oncologia ha fatto passi da gigante e oggi abbiamo molte più armi rispetto al passato. Ma la vera arma continua a essere volersi bene attraverso la prevenzione primaria e secondaria».
«Prevenzione primaria significa intervenire sugli stili di vita: non fumare, alimentarsi bene, mantenersi attivi e controllare il peso. Prevenzione secondaria significa invece aderire agli screening e non trascurare i controlli».
«Le terapie moderne ci consentono di curare molte malattie metastatiche molto più a lungo rispetto al passato, ma dobbiamo distinguere tra curare e guarire. Quando riusciamo a individuare un tumore molto precocemente, le possibilità di guarigione possono essere estremamente elevate. Per questo il messaggio resta uno: non arrivare tardi».
______________
Il dott. Gaetano Lanzetta è direttore del Dipartimento di Oncologia e Cure Palliative dell’INI di Grottaferrata, struttura nella quale lavora dal 1999. Nel corso della sua attività ha accompagnato lo sviluppo dei servizi oncologici del Gruppo INI, che comprendono attività di oncologia, cure palliative, hospice e radioterapia in diverse strutture del gruppo. Lanzetta svolge inoltre attività scientifica e di ricerca, con circa 90 pubblicazioni internazionali indicate nel corso dell’intervista, e partecipa alla redazione di linee guida nazionali in ambito oncologico, con particolare attenzione alle metastasi ossee, ai lungosopravviventi, alle cure palliative e alle terapie di supporto.
La dottoressa Nadia Pasinetti, dalla Radioterapia alla candidatura a presidente del comitato Andos Vallecamonica Sebino: “Non dimentico mai che dall’altra parte non ho un tumore al seno, ma un essere umano e la cura deve sempre passare da lì” - Araberara
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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La dottoressa Nadia Pasinetti, dalla Radioterapia alla candidatura a presidente del comitato Andos Vallecamonica Sebino: “Non dimentico mai che dall’altra parte non ho un tumore al seno, ma un essere umano e la cura deve sempre passare da lì” Araberara
Sabrina Pedersoli Ottobre è il mese in rosa e come ogni anno torniamo a parlare di tumore al seno e di prevenzione. Stavolta lo facciamo con una figura nuova, che conosce la realtà del comitato A.N.D.O.S di Vallecamonica Sebino da vicino ed è stata proposta dall’attuale presidenteFulvia Glisenticome suo successore alle prossime elezioni di gennaio. Lei èNadia Pasinetti, direttore della Struttura complessa di Radioterapia oncologica dell’Ospedale di Esine e referente Breast Unit Valcamonica.“In Asst Vallecamonica– racconta –sono arrivata a giugno del 2018, prima lavoravo agli Spedali Civili e dalla radioterapia a Brescia mi sono spostata a Esine dove ho assunto il ruolo diresponsabile di quello che ai tempi era un servizio visto che non esisteva un reparto vero e proprio. Da lì c’è stato tutto un percorso che ha portato a definire in maniera più strutturata le responsabilità e i ruoli e tutti quei meccanismi che servono a far nascere e crescere un reparto. Nel 2023 è stata creata la struttura complessa di radioterapia e dal settembre del 2023, dopo il concorso, ne sono diventata direttore”.Sei è camuna, quindi questo per te è un ritorno: “Sono nata a Edolo, cresciuta a Fresine di Cevo, dove sono rimasta fino al termine delle superiori e poi mi sono trasferita a Brescia per frequentare l’università. Qui ho fatto anche la scuola di specialità e ho intersecato anche un dottorato in radiobiologia che mi ha portato tra l’Italia e la Francia e ho vissuto a Parigi per due anni. Mi sono dottorata nel 2012 e ho iniziato a lavorare agli Spedali Civili stabilmente fino al mio trasferimento”.Come è stato rientrare dopo anni in città? “Inizialmente è stato difficile, perché venivo da una struttura estremamente competitiva, molto moderna anche in termini di macchinari, si faceva ricerca ed era un ambiente molto dinamico e io stessa, essendo stata per anni all’estero avevo un background di quel tipo, ed essere calata qui all’inizio è stato come essere chiusa in una gabbia. E’stata una scelta sofferta, però mi sono resa conto che questo non significava retrocedere, non ero in un luogo in cui potevo fare e dare meno, ma anzi il mio essere qui doveva creare il presupposto per far crescere questo posto essendo sempre più propositiva e attiva”.ARTICOLO COMPLETO SUL NUMERO IN EDICOLA DAL 9 OTTOBRE
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Ottobre Rosa, la prevenzione del tumore al seno passa anche dalla Farmacia Comunale di Latina Comune di Latina
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al pancreas: la nuova immunoterapia a mRNA mostra risultati record nei test Italian Medical News
Tempo di lettura: 2 minuti
Uno studio pubblicato su Nature Communications apre nuove prospettive nella lotta contro l’adenocarcinoma duttale pancreatico.
L’adenocarcinoma duttale pancreatico (PDAC) è storicamente considerato uno dei tumori più aggressivi e resistenti ai tradizionali trattamenti immunoterapici, protetto da un microambiente stromale fitto che ostacola l’azione del sistema immunitario. Una speranza concreta arriva però da una recente ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications (Parikh et al., 2026).
Un team di scienziati, tra cui i ricercatori della UMass Chan Medical School, ha sviluppato una nuova immunoterapia basata sulla somministrazione combinata di mRNA. Il trattamento sfrutta un unico cocktail iniettabile che racchiude molecole di mRNA codificanti per specifiche citochine immunomodulatrici e antigeni associati al tumore, trasformando i cosiddetti tumori “freddi” in bersagli visibili per le difese dell’organismo.
I risultati dello studio e la memoria immunitaria
I dati emersi dai test condotti sui modelli murini hanno superato le aspettative della vigilia. Circa il 50% dei topi trattati ha registrato la regressione completa dei tumori, che sono letteralmente scomparsi.
Il dato di maggiore rilievo clinico riguarda la durata della risposta: gli animali che hanno risposto positivamente alla terapia sono rimasti liberi dalla malattia per un periodo fino a un anno dal termine del trattamento. Questo importante traguardo suggerisce che il sistema immunitario abbia sviluppato una vera e propria “memoria” contro il cancro, capace di riconoscere e contrastare eventuali recidive nel lungo termine.
Dalla ricerca preclinica alle future sfide cliniche
Nonostante l’entusiasmo della comunità scientifica internazionale, i ricercatori invitano alla prudenza. La tecnologia mRNA, già validata su larga scala grazie all’efficacia e alla scalabilità dimostrata con i vaccini anti-COVID, deve ora compire il grande salto verso la sperimentazione umana.
Il team di ricerca sta attualmente lavorando per sviluppare un prodotto standardizzato e pronto per i futuri studi clinici (IND-ready). Se la sicurezza e l’efficacia verranno confermate anche sull’uomo, questa piattaforma terapeutica potrebbe rappresentare una pietra miliare non solo per il tumore al pancreas, ma anche per altre neoplasie solide difficilmente trattabili.
Per approfondire clicca qui.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
I medici sottolineano l'importanza della diagnosi precoce dei noduli polmonari per prevenire il rischio di cancro ai polmoni. Vietnam.vn
Il 9 e 10 ottobre, in occasione del Workshop di Chirurgia Toracica Avanzata: Dalla Conoscenza alla Pratica, il Dott. Ngo Gia Khanh, Primario del Dipartimento di Chirurgia Toracica (Ospedale Bach Mai), ha affermato che, grazie ai controlli medici regolari e alle tecniche di diagnostica per immagini, molti piccoli noduli polmonari vengono individuati anche in pazienti asintomatici. Tra questi, alcune lesioni presentano un potenziale di malignità e richiedono una valutazione da parte dei medici per determinare il monitoraggio o il trattamento più appropriati.
Le donne asiatiche di età superiore ai 40 anni possono anche prendere in considerazione una TAC polmonare a basso dosaggio. Se i risultati iniziali sono normali, si può valutare un esame di controllo dopo circa 5 anni. Tuttavia, la tempistica e la frequenza dello screening devono essere basate sui fattori di rischio, sui risultati degli esami e sul parere del medico.
Secondo la dottoressa Ngo Gia Khanh, le tomografie computerizzate (TC) a basso dosaggio sono più efficaci delle radiografie del torace nell'individuare piccoli noduli polmonari, contribuendo così alla diagnosi precoce di lesioni che potrebbero evolvere in tumore al polmone. Le persone che fumano, che sono frequentemente esposte a fumo, polvere, sostanze chimiche o che lavorano in ambienti inquinati dovrebbero discutere con il proprio medico la possibilità di sottoporsi a uno screening per il tumore al polmone.
"Quando il danno viene individuato precocemente e si rende necessario un intervento chirurgico, la lobectomia aiuta a rimuovere la porzione danneggiata del polmone preservando quanto più tessuto polmonare sano possibile", ha affermato il medico.
Secondo il dottor Ngo Gia Khanh, questo è anche uno dei contenuti chiave del programma di formazione e aggiornamento in chirurgia toracica ATA Outreach – Bach Mai 2026, organizzato presso l'ospedale Bach Mai. Il programma coinvolge circa 60 chirurghi nazionali insieme a esperti internazionali provenienti da Stati Uniti, Francia, Corea del Sud, India, Filippine e molti altri paesi. Le attività includono lezioni professionali, esercitazioni pratiche e dimostrazioni chirurgiche, aiutando i medici a scambiarsi esperienze e a migliorare le proprie competenze nella gestione delle lesioni polmonari minori.
Nell'ambito del programma, i medici hanno eseguito due interventi chirurgici dimostrativi. Un caso riguardava un paziente di 56 anni, a cui era stata riscontrata un'opacità a vetro smerigliato nel polmone sinistro durante un controllo di routine; l'altro caso riguardava una paziente di 46 anni con una lesione molto piccola, a cui è stato diagnosticato un tumore. Esperti internazionali hanno fornito supporto diretto e condiviso competenze tecniche con l'équipe vietnamita.
I medici eseguono un intervento di chirurgia toracica su un paziente presso l'ospedale Bach Mai. Foto: THU HA.
Secondo la dottoressa Ngo Gia Khanh, nei casi appropriati, la lobectomia può essere un trattamento efficace che preserva la funzionalità polmonare. Alcuni pazienti non necessitano di un trattamento adiuvante post-operatorio se la valutazione specialistica non lo indica, ma devono comunque sottoporsi a regolari esami di controllo.
Attualmente, l'ospedale Bach Mai sta implementando la chirurgia laparoscopica con una singola incisione di 3 cm per il trattamento di alcune patologie polmonari. Questa tecnica riduce l'invasività, minimizza il dolore post-operatorio e abbrevia la degenza ospedaliera. I pazienti possono solitamente essere dimessi dopo circa 3-5 giorni, a seconda delle loro condizioni di salute e del decorso post-operatorio. I costi del trattamento sono coperti dall'assicurazione sanitaria secondo le normative vigenti e il livello di copertura di ciascun paziente.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Le nuove terapie radioterapiche si dimostrano promettenti per il trattamento del cancro alla prostata. Vietnam.vn
Uno studio pubblicato su Tempo il 9 ottobre ha indicato che la radioterapia stereotassica corporea (SBRT) ha mostrato risultati promettenti nel controllo del cancro alla prostata localizzato dopo un follow-up a lungo termine, riducendo al contempo alcuni effetti collaterali rispetto alla chirurgia. Secondo un rapporto presentato al congresso dell'American Society for Radiation Oncology (ASTRO), lo studio ha coinvolto 123 pazienti, per lo più affetti da tumore alla prostata a basso o intermedio rischio. Dopo un periodo di follow-up mediano di 8 anni, il tasso di sopravvivenza libera da recidiva tra i due gruppi non ha mostrato differenze statisticamente significative. Nello specifico, il 91% dei pazienti trattati con SBRT in 5 sedute entro 2 settimane è sopravvissuto senza recidiva del tumore, rispetto all'84% del gruppo sottoposto a intervento chirurgico. La SBRT utilizza fasci di radiazioni focalizzati che colpiscono la ghiandola prostatica, minimizzando così l'impatto sui tessuti sani circostanti. Un'altra analisi presentata alla conferenza ASTRO ha mostrato che la funzione sessuale autovalutata è diminuita in entrambi i gruppi, ma si è mantenuta significativamente meglio nel gruppo sottoposto a radioterapia. Dopo 5 anni, il punteggio mediano della funzione erettile su una scala di 25 punti era di 19 nel gruppo SBRT, rispetto a 5 nel gruppo chirurgico. Inoltre, a questo punto, l'8,3% dei pazienti trattati con radioterapia necessitava dell'uso di assorbenti per l'incontinenza urinaria, mentre la percentuale nel gruppo chirurgico era del 48%. Il dottor Nicholas van As del Royal NationalHealthService (NHS) e ricercatore principale ha affermato che i dati di follow-up a lungo termine hanno mostrato risultati promettenti nel controllo del cancro con un regime di radioterapia di cinque sedute. I ricercatori sottolineano che questi risultati forniscono ulteriori dati da considerare in merito alle opzioni di trattamento per il cancro alla prostata localizzato, ma la scelta del metodo appropriato dovrebbe basarsi sulle condizioni del paziente e sulla valutazione specialistica.
#PASSAPAROLA. [14–16.10] Ottobre Rosa: prevenzione, estetica, terapia della risata, yoga nidra e kirtan kriva al Policlinico di Milano | News - Policlinico di Milano
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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#PASSAPAROLA. [14–16.10] Ottobre Rosa: prevenzione, estetica, terapia della risata, yoga nidra e kirtan kriva al Policlinico di Milano | News Policlinico di Milano
— di Redazione
Nel mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, proseguono nella Breast Unit del Policlinico di Milano gli incontri e le attività pensati in primo luogo per le pazienti in cura e aperti anche alle donne che stanno affrontando o hanno affrontato un percorso di cura per un tumore al seno.
DOVE
Clinica Mangiagalli Policlinico di Milano
Radiologia Senologica, piano -1
via della Commenda, 12
Si comincia mercoledì 14 ottobre dalle 14.30 alle 16.30 con “Prevenzione: lo sapevi che?”, un incontro dedicato alla prevenzione a 360°. Vaccinazioni, corretta esposizione al sole, screening e movimento saranno alcuni dei temi affrontati da Andrea Marrari, medico specialista dell'Oncologia Medica del Policlinico di Milano.
Dal 14 al 16 ottobre, spazio anche al benessere e alla cura di sé, con tre iniziative realizzate con il supporto di ANDOS Comitato di Milano ODV.
Estetica oncologica - Oncology Training International (O.T.I.)
Prendersi cura di sé anche durante le terapie. L'appuntamento dedicato all'estetica oncologica, realizzato con la partecipazione di ANDOS Comitato di Milano ODV, offre alle partecipanti uno spazio dedicato al benessere e alla cura di sé.
Sono previsti trattamenti al viso e cura delle mani con Angela Noviello, specialista in Scienze e Tecniche Applicate di Estetica e Cosmetologia e le sue estetiste. Il trattamento al viso avrà una durata di circa 45 minuti.
QUANDO
Mercoledì 14 ottobre,
dalle ore 15.00 alle 18.00
Terapia della risata
Due momenti dedicati alla condivisione, alla leggerezza e al benessere attraverso la pratica della risata consapevole, realizzati con la partecipazione di ANDOS Comitato di Milano ODV.
A condurre gli incontri sarà Antonella Manna, fisioterapista e Laughter Yoga Teacher, che accompagnerà le partecipanti in un'esperienza di gruppo pensata per favorire il rilassamento e offrire uno spazio piacevole di incontro durante il percorso di cura.
QUANDO
Giovedì 15 ottobre
ore 16.00-17.00
ore 17.15-18.15
Yoga Nidra e Kirtan Kriya
Quattro appuntamenti di meditazione accompagnati dalla musica e dedicati al rilassamento e al benessere psicofisico, realizzati con la partecipazione di ANDOS Comitato di Milano ODV.
Lo Yoga Nidra, conosciuto anche come “sonno yogico”, è una pratica finalizzata a raggiungere uno stato di rilassamento profondo e consapevole, in una condizione intermedia tra veglia e sonno. Il Kirtan Kriya, appartenente alla tradizione del Kundalini yoga, è invece una pratica meditativa che combina canto, concentrazione e movimento.
Gli incontri, della durata di circa 30 minuti ciascuno, saranno condotti da Sara Damascelli, insegnante di Yoga.
QUANDO
Venerdì 16 ottobre
ore 15.30 – Yoga Nidra
ore 16.15 – Kirtan Kriya
ore 17.00 – Yoga Nidra
ore 17.45 – Kirtan Kriya
Tre giornate per informarsi, incontrarsi e prendersi cura di sé, anche attraverso momenti di condivisione e benessere