📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
Natalia Paragoni: “Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin, dopo il parto ho iniziato la chemioterapia” Mediaset Infinity
"Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita": inizia così il lungo post con cui Natalia Paragoni, 28 anni, annuncia di avere un tumore. "Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza", aggiunge l'influencer, diventata mamma per la seconda volta lo scorso 5 maggio.
Natalia Paragoni spiega: "Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire. Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili".
Sempre accanto a lei il compagno Andrea Zelletta, 32 anni: "Per fortuna, però, non sono mai stata sola. Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno, e vi assicuro che non è una cosa scontata. E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa".
"Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me. Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta", conclude l'influencer, mamma anche di Ginevra, venuta al mondo a luglio del 2023.
Lo scorso aprile, Natalia Paragoni aveva parlato sui social di un problema di salute riscontrato in gravidanza: "Da circa un mesetto, è uscito questo bozzo, questa palla, che dall'ecografia fatta la settimana scorsa, è un linfonodo grosso. Mi sono preoccupata, mi hanno detto di fare la biopsia. Mi hanno prelevato il tessuto dal linfonodo ingrossato di quattro centimetri. Tra dieci giorni capiamo cos'è". Dopo la nascita della seconda figlia, l'influencer, parlando del parto, aveva detto: "Ho dovuto fare il cesareo per motivi che poi vi spiegherò".
Nel video sotto, l'ultima intervista di Natalia Paragoni e Andrea Zelletta a Verissimo.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, daraxonrasib raddoppia la sopravvivenza dei pazienti TecnoAndroid
Per il Tumore al pancreas c’è una nuova speranza concreta: un farmaco sperimentale chiamato daraxonrasib ha quasi raddoppiato il tempo di sopravvivenza dei pazienti rispetto alla chemioterapia tradizionale, stando ai risultati di uno studio definito “cruciale” dagli stessi ricercatori. Numeri che pesano, soprattutto considerando quanto questo tipo di tumore sia notoriamente difficile da trattare.
Cosa cambia con daraxonrasib
Parliamo di una delle forme di cancro più temute in assoluto, e non a caso. La diagnosi arriva spesso tardi, le opzioni terapeutiche sono limitate e la prognosi tende a restare cupa. È proprio in questo scenario che daraxonrasib si è ritagliato un ruolo da protagonista. Nel corso della sperimentazione, il farmaco ha mostrato di poter allungare in modo significativo l’aspettativa di vita dei pazienti, quasi raddoppiandola se messa a confronto con i risultati ottenuti dalla chemioterapia standard.
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Un dato che, nel campo dell’oncologia pancreatica, ha tutto il sapore di una svolta. Per anni i progressi sono stati lenti, fatti di piccoli passi avanti più che di salti veri e propri. Qui invece il margine di miglioramento appare netto, tanto da spingere chi ha condotto lo studio a parlare apertamente di un possibile nuovo standard di riferimento per le cure.
Verso un nuovo standard terapeutico
L’idea di fondo è semplice da capire anche per chi non mastica medicina tutti i giorni: se un farmaco riesce a far vivere più a lungo le persone colpite da una malattia così aggressiva, allora merita di entrare a pieno titolo nelle terapie di prima linea. E i risultati emersi dal trial vanno proprio in questa direzione, suggerendo che daraxonrasib possa diventare il trattamento di riferimento per chi convive con il cancro al pancreas.
Il confronto diretto con la chemioterapia, ancora oggi pilastro delle cure oncologiche, rende l’esito ancora più significativo. Non si tratta di un’alternativa qualsiasi, ma di un’opzione che, sulla carta, supera quella attualmente più diffusa in termini di efficacia sulla sopravvivenza dei pazienti.
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Criteri Critici
Tumore colon-retto, scoperto meccanismo per indurre all’autodistruzione le cellule farmaco-resistenti Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 5 giugno 2026 (Agenbio) – Uno studio condotto dall’Istituto di Candiolo, e pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine, rivela come colpire la proteina WEE1 permetta di “togliere il freno” alle cellule tumorali resistenti nel carcinoma del colon-retto, costringendole all’autodistruzione. I ricercatori hanno scoperto che le cellule tumorali resistenti, pur sembrando più forti, nascondono una fragilità: sono cariche di danni al DNA e soffrono di un elevato stress replicativo. Per sopravvivere nonostante questi danni, il tumore si affida a una proteina chiamata WEE1, che funge da “freno di sicurezza”. WEE1 ferma momentaneamente il ciclo cellulare, permettendo alla cellula malata di riparare il proprio DNA e continuare a dividersi. Inibendo WEE1, la cellula tumorale è costretta a correre e dividersi senza controllo, portando con sé tutti i suoi errori genetici e metabolici fino a “schiantarsi” e andare incontro a morte cellulare.
Lo studio si è avvalso di una piattaforma d’avanguardia basata su diversi modelli di laboratorio, tra cui cellule, xenotrapianti e organoidi che replicano fedelmente la resistenza umana. È in questo modo che i ricercatori hanno identificato nella proteina H2AX un indicatore utile per capire quali tumori sono più “danneggiati” e quindi più sensibili al trattamento. La ricerca dimostra che l’inibitore di WEE1 è estremamente efficace se combinato con la chemioterapia tradizionale. In questa combinazione, la chemio agisce come un “carburante tossico” che esaspera i danni, mentre il blocco di WEE1 impedisce ogni riparazione. (Agenbio) Etr 13:00
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Criteri Critici
Un raro tumore dell’appendice è in aumento tra i giovani: gli esperti non sanno ancora perché Pazienti.it
Il tumore dell’appendice resta una malattia rara, ma i dati più recenti stanno attirando l’attenzione degli specialisti. Negli Stati Uniti, le persone appartenenti alla Generazione X e ai Millennials avrebbero una probabilità da tre a quattro volte più alta di ricevere una diagnosi rispetto alle generazioni più anziane. Il dato sorprende perché, storicamente, questo tipo di cancro colpiva soprattutto persone in età più avanzata.
Oggi, invece, circa un paziente su tre con tumore appendicolare viene diagnosticato prima dei 50 anni. Per gli esperti si tratta di un cambiamento che merita attenzione, anche perché le cause non sono ancora chiare.
Perché è così difficile da riconoscere
L’appendice è un piccolo organo collegato all’intestino, spesso considerato poco importante fino a quando non si infiamma. L’appendicite resta infatti il problema più comune associato a questa struttura. In alcuni casi molto rari, però, durante o dopo la rimozione dell’appendice viene scoperto un tumore.
Il problema è che il cancro dell’appendice può crescere in modo silenzioso. I sintomi iniziali, come dolore addominale, gonfiore o dolore pelvico, possono essere facilmente confusi con disturbi digestivi, ernie, fibromi, cisti o lesioni endometriali. Anche per questo motivo la diagnosi può arrivare tardi o essere mancata nelle fasi iniziali.
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Negli Stati Uniti si contano circa 3.000 casi all’anno di tumore dell’appendice, un numero molto più basso rispetto al tumore del colon-retto, che interessa circa 150.000 persone ogni anno. Proprio la rarità della malattia contribuisce a ridurre attenzione, ricerca e consapevolezza.
I dati che preoccupano i ricercatori
L’epidemiologa e biologa molecolare Andreana Holowatyj, della Vanderbilt University, studia da anni l’aumento dei tumori appendicolari nelle generazioni più giovani. In un’analisi nazionale pubblicata nel 2020, il suo gruppo aveva osservato che l’incidenza del tumore maligno dell’appendice negli Stati Uniti era aumentata del 232% tra il 2000 e il 2016.
Le ricerche più recenti indicano un ulteriore divario generazionale. I casi sarebbero triplicati tra gli americani nati tra il 1976 e il 1984, rispetto a quelli nati tra il 1941 e il 1949. Tra le persone nate tra il 1981 e il 1989, invece, il rischio risulterebbe quadruplicato.
Le possibili cause, ancora da chiarire
Gli scienziati non hanno ancora una spiegazione definitiva. Tra le ipotesi in studio ci sono cambiamenti nello stile di vita, dieta, riduzione dell’attività fisica, fattori genetici ereditari ed esposizioni ambientali. Alcuni ricercatori guardano anche alla possibile influenza dell’inquinamento chimico, delle plastiche, delle microplastiche e della qualità dell’acqua.
Il sospetto nasce anche dal fatto che negli ultimi anni sono aumentati diversi tumori gastrointestinali tra gli under 50, compresi quelli del colon-retto, del pancreas, delle vie biliari e dell’appendice. Secondo gli esperti, alcuni fattori comuni potrebbero contribuire a questa crescita, ma serviranno studi più ampi per capirlo.
Diagnosi e trattamenti restano limitati
A oggi non esistono linee guida standardizzate per lo screening del tumore dell’appendice. Le opzioni terapeutiche sono ancora limitate e la malattia può essere facilmente confusa con altre condizioni più frequenti. Inoltre, secondo gli studiosi, i tumori appendicolari hanno caratteristiche molecolari diverse rispetto ai tumori del colon-retto, si presentano e si diffondono in modo differente e spesso non rispondono agli stessi trattamenti chemioterapici.
Per questo motivo Holowatyj e il suo gruppo stanno cercando di capire chi sia più a rischio e quali fattori possano favorire la comparsa della malattia. L’obiettivo è migliorare diagnosi, consapevolezza e strategie terapeutiche per un tumore raro, ma sempre meno trascurabile nelle nuove generazioni.
Fonti:
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Gli esperti SIDeMaST: “La protezione più efficace deriva dall’associazione tra corretto utilizzo dei prodotti fotoprotettivi, comportamenti responsabili e consulenza specialistica quando si rende necessaria”
Con l’arrivo dell’estate torna l’attenzione sui rischi legati all’esposizione al sole e sull’importanza di una corretta fotoprotezione. Ma se per anni la prevenzione si è concentrata soprattutto sul Fattore di Protezione Solare (SPF) e sui raggi ultravioletti, oggi la dermatologia guarda a una prospettiva più ampia che comprende l’intero “esposoma solare”, ovvero l’insieme dei fattori ambientali che influenzano la salute della pelle.
“L’esposizione solare rappresenta un fattore biologico fondamentale per la salute umana. Da un lato favorisce la sintesi della vitamina D e contribuisce al benessere psicofisico, dall’altro, quando è eccessiva o cumulativa, può provocare danni importanti alla pelle, accelerare i processi di invecchiamento cutaneo e aumentare il rischio di tumori cutanei”, spiega il professor Pietro Quaglino, Direttore della Clinica Dermatologica della Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Professore di Dermatologia dell’Università degli Studi di Torino e Membro del Consiglio Direttivo SIDeMaST – Società Italiana di Dermatologia”.
Non esistono solo i raggi UV
I danni da esposizione ai raggi UV sono conosciuti. Gli UVA, che costituiscono circa il 95% delle radiazioni ultraviolette che raggiungono la superficie terrestre, penetrano più profondamente nel derma e favoriscono la formazione di specie reattive dell’ossigeno responsabili dello stress ossidativo e del fotoinvecchiamento. Gli UVB, invece, sono i principali responsabili dell’eritema solare e dei danni diretti al DNA che possono favorire lo sviluppo di neoplasie cutanee, tra cui carcinoma basocellulare, carcinoma squamocellulare e melanoma.
“Oggi però sappiamo che il danno cutaneo non dipende esclusivamente da UVA e UVB – sottolinea Quaglino – anche la luce visibile, in particolare la componente blu-violetta, e la luce blu ad alta energia possono svolgere un ruolo rilevante nei fenomeni di iperpigmentazione, nel melasma e nei processi di fotoinvecchiamento. Per questo la protezione richiesta non è più soltanto anti-UV ma deve diventare multispettrale”.
Negli ultimi anni le evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato l’importanza di proteggere la pelle anche da altre componenti della radiazione solare. Ad esempio, i filtri colorati cosiddetti “tinted sunscreens” contenenti ossidi di ferro garantiscono una protezione superiore dalla luce visibile rispetto ai prodotti non colorati in condizioni come melasma e iperpigmentazione post-infiammatoria.
Primo sole, anche indumenti anti-Uv per proteggere la pelle dai tumori
I nuovi parametri
La comunità scientifica internazionale sta lavorando alla definizione di nuovi parametri per misurare la protezione dalla luce visibile: “Il Fattore di Protezione Solare infatti, seppur fondamentale, misura solo l’esposizione UVB e non fornisce una misurazione della fotoprotezione cumulativa UVA indotta né per la luce visibile”. Dall’SPF all’esposoma: una nuova visione della fotoprotezione Ma il cambiamento più significativo riguarda proprio il concetto di esposoma solare.
“Quando parliamo di esposoma non ci riferiamo soltanto ai raggi UV – spiega il Prof. Quaglino – la pelle è costantemente esposta all’azione combinata di luce visibile, luce blu ad alta energia, infrarossi, calore, inquinamento atmosferico, fumo e fattori climatici. Tutti questi elementi possono interagire tra loro amplificando il danno biologico e accelerando i processi di invecchiamento cutaneo”. Si parla sempre più infatti di “environmental aging”, un concetto che comprende ma supera il tradizionale photoaging. L’obiettivo non è più soltanto evitare le scottature, ma ridurre il danno cumulativo che si accumula nel corso degli anni, limitare l’invecchiamento della pelle, le alterazioni pigmentarie e il rischio di dermatosi fotoindotte. “Il concetto innovativo è che il danno cutaneo può derivare dall’interazione di molteplici fattori ambientali che agiscono contemporaneamente o in momenti diversi dell’anno – aggiunge Quaglino – per questo motivo la moderna dermatologia punta sempre più a prevenire e modulare il danno solare cumulativo, piuttosto che limitarsi a trattare le sue conseguenze”.
Fotoprotezione personalizzata
In questo scenario diventa centrale il concetto di fotoprotezione personalizzata, che prevede strategie differenti in base alle caratteristiche individuali della persona, all’età, al fototipo, all’esposizione professionale e alla presenza di specifiche patologie dermatologiche. “Non esiste una protezione uguale per tutti – evidenziaQuaglino – le esigenze di un bambino, di una persona con melasma, di un paziente immunodepresso o di chi svolge attività lavorative all’aperto sono profondamente diverse. Il dermatologo può individuare il percorso più appropriato in funzione delle caratteristiche della pelle e del tipo di esposizione ambientale cui ciascun individuo è sottoposto”. Tra le nuove frontiere della ricerca dermatologica emerge inoltre la cosiddetta fotoprotezione biologica, che punta a sostenere e rafforzare i sistemi di difesa naturali della pelle contro lo stress ossidativo, l’infiammazione e i danni al DNA indotti dai fattori ambientali. “La fotoprotezione biologica rappresenta un approccio complementare rispetto ai tradizionali filtri solari – conclude Quaglino – l’obiettivo è intervenire sui meccanismi cellulari e molecolari coinvolti nel danno cutaneo. Le evidenze disponibili sono ancora in evoluzione e saranno necessari ulteriori studi, ma si tratta certamente di uno dei filoni più promettenti della dermatologia contemporanea”.
Dieci regole per proteggere la pelle durante l’estate
Per affrontare in sicurezza la stagione estiva, SIDeMaST ricorda che la protezione più efficace deriva dall’associazione tra corretto utilizzo dei prodotti fotoprotettivi, comportamenti responsabili e consulenza specialistica quando necessaria.
Il decalogo SIDeMaST per una corretta esposizione al sole
1. Scegliere un fattore di protezione adeguato al proprio fototipo, all’intensità dell’esposizione e alle condizioni ambientali, privilegiando SPF 30 o superiore.
2. Applicare la protezione almeno 20-30 minuti prima dell’esposizione al sole per consentire ai filtri chimici di attivare la reazione che porta allo sviluppo della protezione solare. 3. Utilizzare una quantità adeguata di prodotto: una dose troppo elevata è inutile, una dose ridotta diminuisce significativamente il livello di protezione indicato.
4. Distribuire la protezione uniformemente su tutte le aree esposte, senza dimenticare orecchie, collo, mani, piedi e labbra (opportuno applicare la crema di protezione a casa e non in spiaggia).
5. Applicare la protezione anche nelle giornate nuvolose.
6. Riapplicarla dopo bagno, attività sportiva o sudorazione intensa, anche se il prodotto è resistente all'acqua.
7. Evitare l’esposizione diretta nelle ore centrali della giornata, generalmente tra le 11 e le 15.
8. Proteggersi anche in montagna, in barca e durante le attività all’aperto, dove acqua, sabbia e neve aumentano la riflessione delle radiazioni.
9. Prestare particolare attenzione alla protezione dei bambini, utilizzando prodotti specifici e misure di schermatura fisica.
10. Ricordare che la crema solare non elimina completamente i rischi dell’esposizione e non consente di esporsi al sole senza limiti di tempo: deve essere associata a cappelli, occhiali da sole, indumenti adeguati e comportamenti responsabili.
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Criteri Critici
Un semplice esame del sangue potrebbe prevedere se un tumore risponderà alle cure Pazienti.it
Contrariamente a quello che si può pensare, i tumori non sono composti soltanto da cellule cancerose. Attorno a esse esiste un ambiente complesso formato da cellule immunitarie, tessuti di supporto e numerosi altri elementi biologici che possono influenzare sia la crescita della malattia sia l’efficacia delle terapie. Comprendere questa rete di interazioni è uno degli obiettivi principali della ricerca oncologica moderna, ma analizzarla in modo preciso è spesso difficile.
Un gruppo di ricercatori finanziato dal National Institutes of Health (NIH), guidato da Aadel Chaudhuri della Mayo Clinic e Aaron Newman della Stanford University, ha sviluppato un sistema basato sull’intelligenza artificiale in grado di identificare e classificare questi microambienti tumorali. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, suggerisce che tali informazioni potrebbero essere ottenute anche attraverso un semplice esame del sangue.
L’intelligenza artificiale individua nove “ecotipi” tumorali
Per realizzare il lavoro, gli scienziati hanno analizzato dati provenienti da oltre 100 tumori umani di differenti tipologie e da più di 10 milioni di cellule singole. Utilizzando tecniche avanzate di analisi genetica e apprendimento automatico, il sistema ha identificato specifici modelli di attività genetica condivisi da diversi tumori.
I ricercatori hanno così individuato nove distinti “ecotipi spaziali”, ovvero particolari configurazioni cellulari che tendono a comparire in specifiche aree del tumore. Alcuni risultavano più frequenti nelle zone periferiche della massa tumorale, mentre altri erano localizzati soprattutto nelle regioni centrali.
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L’aspetto più interessante è che la presenza di determinati ecotipi sembrava collegata alla prognosi dei pazienti e alla risposta ai trattamenti. In particolare, due ecotipi identificati come SE7 e SE8 sono stati associati a una migliore risposta alle immunoterapie basate sull’inibizione dei checkpoint immunitari. Al contrario, l’ecotipo SE4 è risultato collegato a una maggiore resistenza terapeutica.
Dal tumore al sangue
Successivamente il team ha verificato se questi segnali biologici potessero essere rilevati senza ricorrere a biopsie invasive. I ricercatori si sono concentrati sul DNA rilasciato dai tumori nel sangue e sulle sue caratteristiche chimiche, in particolare sui processi di metilazione che influenzano l’attività dei geni.
Attraverso un secondo sistema di intelligenza artificiale, gli studiosi sono riusciti a collegare specifici schemi di metilazione ai diversi ecotipi tumorali. Questo ha permesso di stimare la presenza degli ecotipi semplicemente analizzando un campione di sangue.
Per testare il metodo, il gruppo ha studiato campioni provenienti da 78 pazienti affetti da melanoma sottoposti a immunoterapia. Anche in questo caso i risultati hanno confermato che livelli elevati degli ecotipi SE7 e SE8 erano associati a migliori benefici clinici e a una sopravvivenza più lunga, mentre livelli più alti di SE4 risultavano correlati a una risposta peggiore alle cure.
Verso terapie sempre più personalizzate
Secondo gli autori, questi risultati potrebbero aprire la strada a strumenti diagnostici meno invasivi e più rapidi per monitorare l’evoluzione dei tumori e prevedere l’efficacia delle terapie prima ancora che vengano somministrate.
L’obiettivo finale è permettere ai medici di individuare fin dall’inizio il trattamento più adatto per ogni paziente, evitando di perdere tempo prezioso con strategie terapeutiche poco efficaci. Come ha spiegato Chaudhuri, se un paziente non è destinato a rispondere a una determinata terapia, sapere questa informazione in anticipo potrebbe consentire di passare subito a un’alternativa più promettente, migliorando concretamente le possibilità di successo delle cure.
Fonti:
NIH - Blood test predicts tumor response to treatment
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Impedì alla figlia 16enne di curarsi, la mamma Rita Benini seguace di Hamer muore per un tumore dopo il rifiuto delle terapie Corriere del Veneto
di Luca Mastrantonio e Andrea Priante
Fu condannata per omicidio colposo per la morte della figlia Eleonora Bottaro. Il marito: «Ha detto no al veleno»
Quante volte si può morire in una vita soltanto? A Rita Benini è successo tre volte. L’ultima, a inizio di questo giugno. Una malattia, si parla di tumore, se l’è portata via. Prima, nel 2013, aveva perso il figlio Luca, colto da malore in montagna. I funerali si svolsero nella chiesa di Bagnoli di Sopra, nel Padovano, vicino al paesino dove i genitori avevano uno studio fotografico. «Voglio saper dire le parole giuste al momento giusto e nulla di più», disse all’epoca la mamma del ragazzo. Tre anni dopo, nel 2016, Rita e il marito, Lino Bottaro, persero anche la figlia, Eleonora, morta a 18 anni per una forma di leucemia linfoblastica acuta. Curabile, nell’80-85 per cento dei casi, secondo i medici. Curabile, secondo i genitori, ma senza chemio, solo vitamina C.
Il delitto all'isola di Cavallo Loro, ed Eleonora di riflesso, erano seguaci di Ryke Geerd Hamer, l’ex dottore tedesco che negli anni 80 ha ideato una suggestiva quanto pericolosa teoria, ispirata dal tumore che lui stesso sviluppò dopo la morte del figlio Dirk (a sparare nella notte del delitto all’isola di Cavallo del 1978 fu Vittorio Emanuele di Savoia, assolto a Parigi nel 1991). Tuttora spacciata per cura da migliaia di terapisti sparsi in tutto il mondo, la teoria invita a risolvere — con atti psichici e simili — i conflitti biologici innescati dal trauma all’origine della malattia. Attenzione: per Hamer la malattia è un buon segno, è il segno della risoluzione del conflitto, non va «disturbata».
Lino Bottaro, che su internet e nei convegni è stato attivo diffusore di Hamer, parlava di «benattìa» in contrapposizione a «malattia». Quando alla figlia fu diagnosticata la leucemia, alla luce del Nuovo testamento per la medicina germanica di Hamer, ai genitori apparve come il sintomo della risoluzione del conflitto innescato da un trauma legato a un calo dell’autostima. Dovuto a cosa? Alla morte del fratello maggiore. Superato quel trauma, risolto il conflitto, Eleonora sarebbe guarita.
Il rifiuto di Rita Il padre arrivò a dire che «la leucemia è rigenerazione». Giovedì ha commentato così, chiamando «principessa» la moglie che ha perso: «Dopo la morte di Eleonora abbiamo dovuto sopportare di tutto, la mia principessa era tormentata. In Oncologia i medici hanno consigliato un protocollo che prevedeva dei cicli di radio e chemioterapia, ma neppure loro sapevano che esito avrebbe avuto. Rita ha detto subito di no: una principessa non si fa iniettare del veleno. Ma lo sapete che la chemioterapia è fatta di polvere da sparo, pirite e veleni come il topicida? Quella di mia moglie, come prima quella di Eleonora, è stata una libera scelta».
La condanna Una scelta fatale, non curarsi. Cioè curarsi con Hamer. Che cosa dice sul tumore alla lingua la sua teoria? «Il conflitto è l’essere senza parole», riportano i siti hameriani: «Ad esempio un paziente è rimasto senza parole dopo che il suo capo lo ha aggredito». L’impotenza a parlare crea un aumento cellulare dell’organo. E alla bocca? «Qualcosa che non va giù, che è andato di traverso». Nel 2023, quando la Cassazione aveva confermato la condanna a due anni per omicidio colposo della figlia, sottratta dai genitori alle cure che l’ospedale di Padova voleva somministrarle per una possibile guarigione, Rita Benini aveva commentato: «Rifarei tutto». A 10 anni dalla morte della figlia, ha deciso di non curarsi. Quel «rifarei tutto», andava preso alla lettera.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al seno, a volte si può ridurre il trattamento. Senza diminuire l’efficacia della cura la Repubblica
Per stare meglio bisogna per forza curarsi di più? Assumere più farmaci? Non sempre. Anzi. La ricerca scientifica fa passi avanti anche in tema della cosiddetta “de-escalation” delle terapie, dimostrando che in qualche caso eliminare dei farmaci non solo non produce un danno alla salute ma, anzi, la migliora. In questa direzione sono andati i risultati più importanti nell’ambito del tumore al seno presentati al Congresso americano di oncologia (Asco), che si è chiuso a Chicago il 2 giugno scorso.
Perché ridurre è importante
Diminuire il carico farmacologico - a parità di risultati in termini di sopravvivenza, è evidente - risponde a esigenze importanti: la sostenibilità del sistema, l'accessibilità alle cure e, soprattutto, la qualità della vita del paziente. Uno degli strumenti con cui è possibile attuare questa strategia sono i test genomici, alla base della personalizzazione della terapia: l’idea cioè di capire cosa è meglio, quando e per chi.
Tumore al seno: con i test genomici fino al 40% delle donne può evitare la chemioterapia
Meno chemio
Un esempio importante discusso a Chicago riguarda il carcinoma mammario precoce con recettori ormonali positivi ed Her2 negativo (HR+/HER2-). Lo studio Optima ha dimostrato che, usando il test genomico Prosigna, è possibile risparmiare la chemioterapia a una buona fetta di pazienti senza per questo aumentare il rischio che la malattia si ripresenti. “E’ un concetto che abbiamo imparato a conoscere grazie a un altro test, Oncotype DX, che ci ha permesso di ridurre l'uso della chemioterapia di oltre il 30%. Ma questo test non riusciva a dare dei risultati per un gruppo di pazienti, dove invece Prosigna dimostra la sua efficacia: donne giovani, in pre-menopausa, con un coinvolgimento linfonodale compreso tra 1-3 linfonodi positivi”, spiega Lucia Del Mastro, Direttore UO Clinica Oncologia Medica presso Irccs San Martino, Genova.
Non fare la chemioterapia per queste pazienti vuol dire non andare in menopausa precoce e poter preservare la propria fertilità. In futuro, quindi, affiancando i due test sarà possibile evitare la chemio a molte donne, senza temere di aumentare il loro rischio di ammalarsi di nuovo. Come nel caso di Oncotype DX, i risultati di Prosigna sono stati ottenuti in studi randomizzati e sono quindi solidi dal punto di vista scientifico. Prima che questa innovazione diventi però una pratica bisognerà attendere del tempo. E “combattere” affinché l’opportunità venga garantita a tutte coloro che ne hanno diritto.
Chirurgia solo se serve
Non solo terapia farmacologica, si può ridurre anche l’impatto della chirurgia. Lo studio Senomac, presentato al congresso, ha dimostrato che, anche in presenza di uno o due linfonodi sentinella macrometastatici, la dissezione ascellare completa non apporta benefici clinici incrementali rispetto alla sola biopsia del linfonodo sentinella. “La rilevanza dello studio risiede nell'aver incluso categorie di pazienti precedentemente escluse per via dogmatica, come le pazienti sottoposte a mastectomia e quelle con tumori di grandi dimensioni. Mentre la pratica standard limitava la de-escalation ai casi di chirurgia conservativa con successiva radioterapia, Senomac valida la sicurezza di questo approccio anche in assenza di irradiazione post-operatoria, modificando potenzialmente la chirurgia quotidiana per una platea di pazienti molto più ampia”, conclude Del Mastro. Insomma, l’idea è di risparmiare a gran parte delle donne – e non solo a quelle che hanno avuto una chirurgia conservativa – la rimozione chirurgica di tutti i linfonodi dell’ascella, un’operazione che ha diversi effetti collaterali, come l’accumulo di linfa, gonfiore cronico del braccio, formicolii e rigidità della spalla.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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46.7/100
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Criteri Critici
Kate Middleton abbraccia una madre che suona la campana per la fine della chemioterapia: «Il cancro cambia la vita, non solo nel fisico» Leggo.it
Kate Middletontrasforma una visita al The Christie Hospital, uno dei principali centri oncologici d'Europa, in un momento di grande impatto emotivo. La Principessa del Galles, che ha combattuto a sua volta con un tumore, durante l'incontro si è ritrovata faccia a faccia con una giovane madre al termine del suo percorso di chemioterapia. Kate ha abbracciato e si è congratulata con Claire Lorente, una giovane madre che ha suonato la tradizionale campana della fine della cura dopo aver completato il ciclo di chemioterapia. Il gesto, molto simbolico, segna la conclusione del percorso terapeutico oncologico, alla presenza di familiari e operatori sanitari. Un post condiviso da The Prince and Princess of Wales (@princeandprincessofwales) Secondo quanto scrive la BBC, Kate ha rivolto parole di incoraggiamento a Claire: «Bravissima, che percorso! È stato difficile, vero? Hai fatto un lavoro straordinario».Inoltre, ha sottolineato quanto la malattia coinvolga emotivamente anche i familiari. Rivolgendosi al figlio della donna, la principessa ha aggiunto: «La mamma non è coraggiosa?» e l'ha incitata a suonare la campana dicendo: «Puoi farcela». Il centro cura ogni anno oltre 60.000 pazienti e serve una popolazione di circa 3,2 milioni di persone tra Manchester e le aree vicine. Tra i servizi offerti gratuitamente a pazienti e caregiver ci sono corsi d’arte, un giardino del benessere e il supporto spirituale. Durante la giornata, Kate ha partecipato a una sessione di attività artistica con alcuni pazienti oncologici. Una delle artiste residenti ha spiegato come queste attività aiutino contro l’isolamento e permettano di vivere momenti di normalità durante le cure. La principessa, riporta il media britannico, ha poi riflettuto sull’impatto profondo della malattia: «Il cancro cambia la vita nel profondo, non solo sul piano fisico, ma anche emotivo e psicologico. Esprimere i propri sentimenti, in questi casi, non è sempre facile». Per questo, ha sottolineato l’importanza di spazi pensati per accogliere anche le emozioni dei pazienti. Tra loro una donna ha raccontato come il centro rappresenti per lei un punto di riferimento fondamentale, lodando la comunità solidale che si crea tra pazienti e personale sanitario. La visita si è conclusa nel reparto dedicato ad adolescenti e giovani adulti: qui, ragazzi e ragazze possono usufruire di sala musica, palestra e aree ricreative per socializzare.
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Criteri Critici
Napoli: radioterapia di precisione GammaPod per il tumore al seno in 5 sedute Blasting News
L'Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione Pascale di Napoli ha introdotto un innovativo trattamento di radioterapia di precisione per il tumore al seno, somministrato in sole cinque sedute. Questa innovazione è un importante progresso nella cura dei tumori mammari localizzati, offrendo alle pazienti una significativa riduzione dei tempi di trattamento rispetto ai protocolli tradizionali.
La nuova tecnologia, denominata GammaPod, è progettata per concentrare la dose di radiazioni con estrema precisione sulla lesione, minimizzando l'esposizione dei tessuti sani circostanti.
Indicato per pazienti con tumore al seno in fase iniziale, il trattamento mira a migliorare la qualità della vita delle donne, riducendo sia la durata complessiva della terapia sia gli effetti collaterali della radioterapia convenzionale.
Radioterapia in cinque sedute: dettagli e benefici
Il protocollo prevede cinque sedute di radioterapia, ciascuna di circa venti minuti. La tecnologia GammaPod impiega un sistema di immobilizzazione che garantisce massima precisione nell'erogazione delle radiazioni. Questa modalità focalizza la dose sulla zona interessata, riducendo il rischio di danni ai tessuti sani e migliorando la tollerabilità della terapia. Giuseppe Di Lella, direttore della Radioterapia del Pascale, ha dichiarato: "Questa innovazione rappresenta un'opportunità importante per le nostre pazienti, che potranno beneficiare di un percorso terapeutico più rapido e meno invasivo".
Questa radioterapia di precisione è rivolta principalmente a donne con tumori localizzati e di piccole dimensioni, per le quali la chirurgia conservativa è un'opzione di trattamento. L'introduzione di tale tecnologia a Napoli conferma l'Istituto Pascale centro di riferimento nazionale, costantemente impegnato nell'aggiornamento delle strategie terapeutiche oncologiche.
GammaPod: innovazione e ricerca clinica
Il sistema GammaPod è stato oggetto di studi clinici internazionali, come il trial NCT04234386, che ne ha valutato la sicurezza e l'efficacia nel trattamento del carcinoma mammario in fase iniziale. Specificamente progettato per la radioterapia del seno, questo dispositivo utilizza un fascio di radiazioni focalizzato, con la possibilità di modulare la dose in base alle caratteristiche della lesione.
I risultati preliminari indicano che la tecnologia permette un controllo locale della malattia con un profilo di tollerabilità favorevole.
L'adozione della GammaPod all'Istituto Pascale segna un ulteriore passo verso la personalizzazione delle terapie oncologiche, con l'obiettivo di offrire alle pazienti trattamenti sempre più mirati e meno gravosi. L'iniziativa si inserisce nelle attività di ricerca clinica e innovazione tecnologica promosse dall'istituto partenopeo.
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Criteri Critici
A Napoli la nuova radioterapia che sconfigge i tumori in 5 sedute: è tra le prime in Europa Vesuvio Live
Inaugurata all’ospedale Pascale di Napoli l’innovativa GammaPod, la radioterapia ad alta tecnologia dedicata al trattamento del tumore al seno, capace di apportare notevoli miglioramenti in sole cinque sedute.
Tumore al seno, la nuova radioterapia al Pascale di Napoli
Napoli ancora una volta protagonista della lotta contro il tumore al seno con la nuova tecnologia di ultima generazione, progettata esclusivamente per la radioterapia della mammella, che promette di cambiare radicalmente l’esperienza terapeutica di molte pazienti.
Si chiama GammaPod il macchinario all’avanguardia capace di colpire il tumore con una precisione sub-millimetrica, riducendo drasticamente l’esposizione dei tessuti sani e accorciando sensibilmente i tempi di trattamento.
Il programma clinico è partito lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e rappresenta già un traguardo di rilievo per l’oncologia italiana. Grazie all’introduzione di questa innovativa piattaforma, il Pascale entra infatti a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete che riunisce alcuni dei più importanti centri di ricerca e cura impegnati nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per il tumore della mammella.
Si tratta di un risultato che consolida il ruolo dell’istituto napoletano nel panorama internazionale della ricerca oncologica e conferma la sua vocazione all’innovazione tecnologica applicata alla medicina personalizzata. Napoli è, infatti, tra le prime città d’Europa a dotarsi di questa nuova tecnologia.
Il tumore al seno rappresenta oggi la neoplasia più frequente nella popolazione femminile. Grazie ai progressi della diagnosi precoce e delle terapie, i tassi di guarigione sono in costante crescita, ma la sfida della medicina moderna non riguarda soltanto l’efficacia delle cure. Sempre più centrale diventa la qualità della vita delle pazienti, durante e dopo il percorso terapeutico. È proprio in questa direzione che si inserisce GammaPod. Attraverso un innovativo meccanismo di immobilizzazione non invasiva, la tecnologia consente di indirizzare migliaia di fasci radianti direttamente sul bersaglio tumorale, limitando al massimo l’irradiazione delle strutture circostanti.
Uno degli elementi più innovativi è rappresentato dalla posizione prona, con la paziente distesa a pancia in giù durante il trattamento. Una soluzione che permette di allontanare naturalmente cuore e polmoni dall’area irradiata, riducendo quasi completamente l’esposizione degli organi sani alle radiazioni e migliorando ulteriormente il profilo di sicurezza della terapia.
I benefici per le pazienti sono molteplici. Oltre alla maggiore precisione del trattamento, si registra una significativa riduzione del numero di sedute necessarie. L’attuale protocollo prevede infatti un ciclo di cinque frazioni, contro percorsi che in passato potevano richiedere diverse settimane di trattamento. Un vantaggio che si traduce in minori spostamenti, meno disagi organizzativi e un impatto ridotto sulla vita personale e lavorativa.
“L’introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità di vita, sia per l’esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità – spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia oncologica del Pascale – Inoltre, la riduzione del numero di sedute ci permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti”.
Ma il potenziale della nuova tecnologia non si ferma ai risultati già raggiunti. Gli specialisti del Pascale stanno infatti lavorando a nuovi protocolli sperimentali che potrebbero consentire, in casi selezionati, di concentrare l’intero trattamento radioterapico in un’unica seduta.
“La prospettiva è quella di sviluppare approcci sempre più efficaci e conservativi – sottolinea Sara Falivene, referente Breast in Radioterapia – Stiamo lavorando all’attivazione di studi multicentrici internazionali che potrebbero contribuire a ridefinire gli standard terapeutici e aprire nuove opportunità per le pazienti”.
L’ingresso nel Consorzio internazionale GammaPod consentirà inoltre all’istituto napoletano di partecipare attivamente allo sviluppo di studi clinici e alla raccolta di dati scientifici destinati a orientare le future linee guida nel trattamento del tumore mammario.
“GammaPod consente di esplorare strategie di radioterapia parziale ad altissima precisione, riducendo tempi di trattamento ed esposizione dei tessuti sani senza compromettere l’efficacia oncologica. È una tecnologia che amplia le nostre possibilità terapeutiche e apre prospettive molto interessanti sul piano clinico e scientifico” – ha sottolineato Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare.
L’investimento compiuto dall’Istituto Pascale conferma una strategia che negli ultimi anni ha puntato con decisione sull’innovazione tecnologica come leva fondamentale per migliorare la qualità dell’assistenza e rafforzare la competitività della ricerca oncologica italiana a livello internazionale.
<L’attivazione di GammaPod rappresenta un momento importante per il nostro istituto e per la sanità pubblica del Mezzogiorno – dichiara il direttore generale Maurizio di Mauro – Investire in tecnologie innovative significa offrire ai pazienti cure sempre più efficaci, sicure e personalizzate, ma anche creare le condizioni per attrarre ricerca, competenze e collaborazioni internazionali. Con GammaPod, Napoli si candida così a diventare uno dei poli europei più avanzati nel trattamento radioterapico del tumore al seno. Una sfida che guarda al futuro della medicina oncologica, dove la tecnologia non serve soltanto a curare meglio, ma anche a restituire tempo, serenità e qualità di vita alle pazienti>.
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Criteri Critici
Svolta contro il tumore del pancreas: il farmaco che supera la chemioterapia e spegne le RAS Infermieristicamente
Svolta contro il tumore del pancreas: il farmaco che supera la chemioterapia e spegne le RAS
di
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 05/06/2026 Professione e lavoroStudi e analisi
Studio internazionale di fase 3 apre una nuova prospettiva terapeutica per una delle neoplasie più aggressive
Per decenni è stato considerato uno dei bersagli più difficili da colpire dell'oncologia moderna. Oggi, però, un nuovo farmaco sperimentale potrebbe cambiare il corso della lotta contro il tumore del pancreas metastatico, una malattia che continua a essere associata a una delle prognosi più severe tra tutti i tumori solidi.
I risultati dello studio internazionale di fase 3 RASolute 302 mostrano infatti che daraxonrasib, una terapia orale di nuova generazione, è riuscito a quasi raddoppiare la sopravvivenza dei pazienti con adenocarcinoma duttale pancreatico metastatico già sottoposti a precedenti trattamenti, rispetto alla chemioterapia standard.
Un risultato che gli specialisti definiscono potenzialmente storico, perché ottenuto in una fase della malattia nella quale le opzioni terapeutiche sono limitate e i benefici clinici finora raggiunti sono stati modesti.
Una malattia ancora difficile da trattare
In Italia il tumore del pancreas interessa ogni anno circa 15 mila persone. La forma più frequente è l'adenocarcinoma duttale pancreatico, responsabile della grande maggioranza dei casi.
Si tratta di una neoplasia particolarmente insidiosa. I sintomi compaiono spesso tardivamente, la diagnosi avviene frequentemente quando la malattia è già avanzata e il tumore possiede una notevole capacità di sviluppare resistenza ai trattamenti.
Solo una minoranza dei pazienti riceve una diagnosi in una fase ancora operabile. Nelle forme metastatiche, invece, la chemioterapia rappresenta oggi il principale trattamento disponibile, ma dopo il fallimento delle prime linee terapeutiche le prospettive rimangono generalmente sfavorevoli.
È proprio in questo scenario che si inseriscono i risultati ottenuti da daraxonrasib.
Il "motore" genetico del tumore del pancreas
Alla base della ricerca vi è una delle più importanti scoperte biologiche degli ultimi decenni: il ruolo centrale delle proteine RAS nello sviluppo del carcinoma pancreatico.
RAS può essere immaginato come un interruttore molecolare. Quando funziona correttamente, si accende e si spegne per controllare la crescita delle cellule. Quando invece il gene che lo produce subisce una mutazione, l'interruttore rimane bloccato sulla posizione "acceso". La cellula continua così a ricevere segnali di proliferazione senza alcun controllo.
È proprio questo meccanismo che alimenta una parte enorme dei tumori umani, ma nel pancreas assume un'importanza ancora maggiore: oltre il 90% degli adenocarcinomi pancreatici presenta infatti alterazioni della famiglia RAS, in particolare del gene KRAS.
Nonostante la sua rilevanza biologica, per molti anni RAS è stato considerato un bersaglio praticamente impossibile da colpire con farmaci specifici. Da qui nasce l'interesse scientifico attorno a daraxonrasib.
Come funziona il nuovo farmaco
Daraxonrasib, noto anche con la sigla RMC-6236, appartiene alla nuova classe degli inibitori RAS(ON) multi-selettivi.
A differenza della chemioterapia tradizionale, che agisce in modo più generalizzato sulle cellule in rapida proliferazione, il farmaco è progettato per bloccare direttamente le proteine RAS nella loro forma attiva, interrompendo i segnali che consentono alle cellule tumorali di crescere, sopravvivere e diffondersi.
L'obiettivo è quindi colpire il meccanismo molecolare che alimenta la malattia, aprendo la strada a un approccio di medicina di precisione in un tumore che finora ha beneficiato meno di altri dei progressi delle terapie mirate.
Lo studio RASolute 302
La sperimentazione clinica ha coinvolto 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già trattato con precedenti linee terapeutiche.
I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a ricevere:
daraxonrasib 300 mg per via orale una volta al giorno;
oppure una chemioterapia standard scelta dagli oncologi sperimentatori.
La maggior parte dei pazienti, pari al 91,8%, presentava una mutazione RAS G12, una delle alterazioni genetiche più comuni nel tumore del pancreas.
Lo studio aveva come obiettivi principali la valutazione della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione della malattia.
Sopravvivenza quasi raddoppiata
I risultati hanno evidenziato un vantaggio clinico significativo.
Nei pazienti portatori di mutazioni RAS G12, la sopravvivenza globale mediana ha raggiunto 13,2 mesi con daraxonrasib contro 6,6 mesi con la chemioterapia.
In termini statistici, ciò si traduce in una riduzione del rischio di morte di circa il 60%.
Il beneficio è risultato evidente anche considerando l'intera popolazione dello studio:
Parametro Daraxonrasib Chemioterapia Sopravvivenza globale mediana 13,2 mesi 6,7 mesi Sopravvivenza a 12 mesi 53,2% 17,3% Sopravvivenza libera da progressione 7,2 mesi 3,6 mesi Riduzione del rischio di morte circa 60% —
Anche il controllo della malattia è apparso nettamente migliore.
Nei pazienti con mutazione RAS G12, la sopravvivenza libera da progressione ha raggiunto 7,3 mesi rispetto ai 3,5 mesi osservati con la chemioterapia.
Tutte le differenze registrate sono risultate statisticamente significative.
Sicurezza e tollerabilità
Oltre all'efficacia, lo studio ha valutato il profilo di sicurezza del trattamento.
Come avviene frequentemente nelle terapie oncologiche avanzate, eventi avversi sono stati osservati nella quasi totalità dei pazienti. Tuttavia, gli effetti collaterali più severi sono risultati leggermente meno frequenti con daraxonrasib rispetto alla chemioterapia.
Gli eventi avversi più comuni hanno incluso:
rash cutaneo;
stomatite e mucosite;
nausea;
diarrea.
Particolarmente rilevante il dato relativo all'interruzione definitiva del trattamento: solo l'1,2% dei pazienti trattati con daraxonrasib ha dovuto sospendere la terapia per tossicità correlata al farmaco, contro l'11,2% dei pazienti sottoposti a chemioterapia.
Un elemento importante in una malattia avanzata, nella quale mantenere il controllo dei sintomi e preservare la qualità di vita rappresentano obiettivi fondamentali.
Quando sarà disponibile
Nonostante i risultati incoraggianti, daraxonrasib rimane al momento un farmaco sperimentale e non è ancora autorizzato né negli Stati Uniti né in Europa.
Negli USA la Food and Drug Administration ha però concesso diversi riconoscimenti regolatori, tra cui la Breakthrough Therapy Designation e la Orphan Drug Designation, strumenti pensati per accelerare lo sviluppo di terapie innovative destinate a patologie con elevato bisogno clinico.
La FDA ha inoltre autorizzato un programma di Expanded Access che consente l'utilizzo del farmaco in pazienti selezionati mentre prosegue il percorso di valutazione.
Anche l'Agenzia europea per i medicinali ha espresso parere favorevole alla designazione di farmaco orfano.
Se l'iter regolatorio procederà positivamente, la disponibilità clinica in Europa potrebbe arrivare nei prossimi anni.
Anche l'Italia nella ricerca
Lo studio RASolute 302 ha visto la partecipazione di importanti centri oncologici italiani, tra cui:
Istituto Europeo di Oncologia di Milano;
Istituto Nazionale dei Tumori di Milano;
Istituto Oncologico Veneto di Padova;
Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.
L'eventuale introduzione del farmaco nel Servizio sanitario nazionale richiederà successivamente la valutazione dell'Agenzia Italiana del Farmaco per definire indicazioni, prezzo e rimborsabilità.
Un possibile cambio di paradigma
Daraxonrasib non rappresenta ancora una cura definitiva per il tumore del pancreas metastatico. Tuttavia, i risultati ottenuti segnano uno dei progressi più rilevanti degli ultimi anni in una patologia che ha beneficiato meno di altre dell'avvento delle terapie mirate.
Per la prima volta, un farmaco diretto contro la via di segnalazione RAS ha dimostrato in uno studio registrativo di fase 3 un vantaggio così marcato in termini di sopravvivenza per pazienti con carcinoma pancreatico metastatico già trattato.
La sfida futura sarà comprendere se questa strategia possa essere utilizzata in fasi più precoci della malattia o in combinazione con altre terapie per amplificarne ulteriormente l'efficacia.
Dopo anni in cui il "motore genetico" del tumore del pancreas sembrava irraggiungibile, la ricerca potrebbe aver finalmente trovato il modo di spegnerlo.
da: https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa2605555
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Criteri Critici
umore del pancreas, il farmaco orale che apre una nuova speranza iO Donna
"Il tumore del pancreas è una delle diagnosi più difficili da ricevere. Non solo per la complessità della malattia in sé, ma perché le opzioni di cura – soprattutto nelle fasi avanzate – sono sempre state poche e con risultati limitati. Quando la prima terapia smette di funzionare, il passo successivo è spesso la chemioterapia standard, che riesce a tenere in vita meno di un paziente su cinque a distanza di un anno. Un dato che, fino a oggi, sembrava impossibile da migliorare.
Ad ASCO arriva la svolta
Tutto cambia con i risultati presentati all’ASCO, il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology, il più importante appuntamento mondiale in campo oncologico. Al centro della scena c’è daraxonrasib, un farmaco orale che agisce in modo completamente diverso dalla chemioterapia: non attacca le cellule in modo indiscriminato, ma prende di mira uno specifico difetto biologico presente nella stragrande maggioranza dei tumori del pancreas.
I numeri dello studio sono stati accolti con grande attenzione dalla comunità scientifica internazionale. A un anno dall’inizio della terapia, il 53% dei pazienti trattati con daraxonrasib era ancora in vita, contro il 17% di chi aveva ricevuto la chemioterapia standard. Tradotto: più di uno su due, contro meno di uno su cinque. Anche il tempo in cui la malattia è rimasta sotto controllo si è quasi raddoppiato.
Perché questo farmaco è diverso
Per capire la portata di questo risultato, bisogna fare un passo indietro. Il tumore del pancreas è guidato, nella quasi totalità dei casi, da una mutazione di una proteina chiamata RAS – e in particolare della sua variante KRAS. Questa proteina funziona come un interruttore che, quando si rompe, resta bloccato in posizione “acceso”, spingendo le cellule tumorali a crescere senza controllo.
Per decenni, i ricercatori hanno cercato di sviluppare farmaci capaci di spegnere questo interruttore, senza riuscirci. La struttura di RAS sembrava non offrire punti di aggancio utili per un farmaco. Daraxonrasib è il frutto di anni di ricerca che hanno finalmente trovato il modo di farlo.
Cosa cambia i pazienti oggi
È importante essere chiari: daraxonrasib non è ancora disponibile in Italia, né nel resto d’Europa. Il farmaco ha ottenuto dall’Agenzia europea dei medicinali il cosiddetto status di farmaco orfano – un riconoscimento riservato alle terapie per malattie con forte bisogno clinico – ma il percorso verso l’approvazione vera e propria richiederà ancora tempo. L’ipotesi più ottimistica parla di un possibile via libera europeo nel 2027.
Negli Stati Uniti, invece, il percorso è già più avanzato: l’azienda produttrice ha avviato una procedura di valutazione accelerata e ha aperto un programma di accesso allargato per alcuni pazienti selezionati.
L’inizio di una nuova stagione
Il risultato di daraxonrasib non è solo un dato in più in una tabella clinica. È la dimostrazione che un bersaglio considerato per decenni “impossibile” può essere colpito. E questo apre la strada a una nuova generazione di farmaci – da soli o in combinazione con altre terapie – che potrebbero cambiare progressivamente il modo in cui questa malattia viene trattata.
Non è la fine del percorso. Ma, forse, è finalmente l’inizio di uno diverso.
Vuoi capire nel dettaglio come funziona daraxonrasib, cosa sono le mutazioni RAS e quali centri italiani hanno partecipato allo studio? Leggi qui l’approfondimento completo sul magazine della Fondazione Umberto Veronesi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Manchester, Kate Middleton incontra una paziente che ha finito le cure contro il cancro la Repubblica
La principessa del Galles Kate Middleton ha visitato il centro oncologico The Christie di Manchester, uno dei principali ospedali europei specializzati nella cura del cancro, dove ha incontrato pazienti, familiari e operatori sanitari. Particolarmente toccante il momento in cui ha abbracciato Claire Lorente, 30 anni, che ha concluso il proprio ciclo di chemioterapia suonando la tradizionale "campana di fine trattamento" davanti ai familiari e al personale medico. La stessa Kate aveva annunciato nel 2025 di aver affrontato le cure per un tumore. La visita era dedicata ai servizi di supporto psicologico e sociale offerti gratuitamente dall’ospedale. Nel post dell’account Instagram è scritto: "Conversazioni che contano. Al Christie, ascoltare i pazienti e le famiglie riguardo alla potenza della creatività, della cura spirituale e della connessione umana insieme al trattamento del cancro".
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Farmaco contro il tumore del pancreas metastatico, che cosa c'è da sapere Focus.it
Un farmaco sperimentale che disattiva un bersaglio proteico particolarmente ostico da attaccareha raddoppiato, in uno studio clinico controllato,la sopravvivenza di pazienti affetti da tumore del pancreas metastatico, portandola da 6,7 mesi a 13,2 mesi. Del trattamento - ildaraxonrasib, una pillola per la quale si sta cercando l'approvazione - si parla da mesi, ma i risultati del trial sono statipresentati ufficialmente il 31 maggioal Congresso Annuale dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO), evento di riferimento per la società oncologica mondiale, dove sono stati accolti con una standing ovation e commozione generale. Nello stesso momento, sono stati pubblicati su una delle più prestigiose riviste mediche, ilNew England Journal of Medicine. La ricerca ha coinvolto 500 pazienti conadenocarcinoma duttale pancreatico(iltumore del pancreasa più alta incidenza) metastatico, che avevano smesso di rispondere allachemioterapia. Si tratta di una forma di cancro molto aggressiva, ad alto tasso di mortalità e spesso scoperta già in fase avanzata. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a ricevere daraxonrasib (248 pazienti) o chemioterapia (252 pazienti). In media, il gruppo che aveva assunto daraxonrasib ha avutouna sopravvivenza di altri 13,2 mesi, contro i 6,7 mesi del gruppo di controllo. Il trattamento, è bene precisarlo,non è una cura: con il tempo smette di fare effetto, alcuni pazienti non rispondono e non è esente da effetti collaterali (eruzioni cutanee, nausea, screpolature sulla punta delle dita, affaticamento). Ma quei mesi di vita guadagnati fanno la differenza: non solo per i pazienti e per le loro famiglie, a cui rimane più tempo da trascorrere insieme, ma perché èla prima volta da decenniche un farmaco riesce a prolungare la sopravvivenza di chi è affetto da tumore del pancreas avanzato. Quanto agli effetti avversi, soltanto l'1% dei partecipanti allo studio clinico ha sospeso il trattamento con daraxonrasib, contro l'11% dei pazienti sottoposti a chemio. Oltre a risultare più sopportabile rispetto alla chemio, il medicinale orale ha una più facile somministrazione: lo si può assumere a casa e senza ricoveri ospedalieri. Più del 90% dei casi di adenocarcinoma duttale pancreatico sono causati damutazioni della famiglia di geni RAS, e in special modo dalla formaKRAS, che ne guida insorgenza e progressione. Il gene KRAS spinge le cellule a produrre proteine che si attivano quando una cellula ha bisogno di replicarsi. Di solito, le proteine KRAS sono "spente", ma le mutazioni che causano il cancrole bloccano in uno stato "acceso", facilitando la proliferazione incontrollata di cellule tumorali. Negli ultimi anni è stato tentato lo sviluppo di molti farmaci mirati contro queste proteine mutate, ma il tumore del pancreas sviluppa rapidamente resistenza contro questi medicinali inibitori. La superficie della proteina KRAS è infattinotoriamente liscia e priva di cavitànelle quali i farmaci antitumorali che dovrebbero disattivarla si possano incastrare. Ecco perché l'idea di colpirla ha sempre rappresentato la sfida per eccellenza nella ricerca di farmaci efficaci contro il tumore del pancreas. Il daraxonrasib è un nuovo tipo di inibitore di Ras, chiamatoinibitore multiselettivo: è cioè in grado di affrontare uno spettro molto ampio e diversificato di proteine Ras mutate, e di farlo, come spiegato sulNew York Times, «quando queste si trovavano nello stato "attivo",sia nelle cellule sane che in quelle cancerose, commutando lo stato "attivo" in "inattivo"». «Il farmaco agiscecome una sorta di collante molecolare: si lega a una proteina presente nelle cellule formando un complesso che si aggancia alla proteina Ras quando questa è nel suo stato attivo, bloccandola. Quando questa proteina ha un'attività elevata manda infatti segnali che fanno proliferare il tumore»ha spiegatoChiara Cremolini, oncologa responsabile del programma sperimentazioni all'azienda ospedaliera universitaria di Pisa, uno dei 4 centri italiani che hanno preso parte allo studio internazionale. «È in questa fase che va bloccata e sapevamo che riuscirci su uno spettro ampio di casi sarebbe stato molto rilevante dal punto di vista clinico. Con questa sperimentazione, finalmente siamo sulla buona strada». Mentre il farmaco è in attesa dell'approvazione da parte della FDA statunitense e dell'EMA, l'Agenzia europea per i medicinali che ha dato al daraxonrasib la designazione di "farmaco orfano" (vedi), per accelerare i tempi di valutazione del dossier, alcuni degli autori dello studio hanno chiesto all'azienda produttrice del farmaco, la Biotech statunitense Revolution Medicine, che il farmacopossa essere dato in uso compassionevolea pazienti con tumore al pancreas in centri specializzati anche in Europa. «Il passo successivo al quale ora puntiamo è quello dipoter anticipare l'uso del farmaco anche ai pazienti in fase più iniziale di malattia e non metastatici, con l'obiettivo futuro di poter arrivare anche alla guarigione» ha spiegato all'ANSACremolini. Dunque, poter somministrare il medicinale a pazienti in una fase più precoce della malattia, operati ma senza metastasi: la sperimentazione partirà la prossima estate. Futuri test riguarderanno inoltre la combinazione del daraxonrasib con altri farmaci, per capire se si possano ottenere effetti più duraturi. Inoltre, poiché mutazioni dei geni Rassono coinvolte anche in altri tipi di cancro, come quellodei polmoniodel colon-retto, i risultati potrebbero aprire a scoperte anche per queste malattie. Secondo ilGuardian, farmaci simili sarebbero in sperimentazione per il cancro ai polmoni e al colon.
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Kate Middleton abbraccia una madre che suona la campana per la fine della chemioterapia Il Messaggero
venerdì 5 giugno 2026, 09:59
Un momento di forte impatto umano è stato raccontato dalla BBC durante la visita della Principessa del Galles Kate Middleton alla The Christie Hospital, uno dei principali centri oncologici d'Europa.
L'abbraccio di Kate alla paziente
Kate ha abbracciato e si è congratulata con Claire Lorente, una giovane madre che ha suonato la tradizionale campana della fine della cura dopo aver completato il ciclo di chemioterapia. Il gesto, molto simbolico, segna la conclusione del percorso terapeutico oncologico, alla presenza di familiari e operatori sanitari.
La principessa, lo scorso anno protagonista di una propria battaglia contro il cancro, ha preso parte alla cerimonia nell'ambito di una visita dedicata all'esplorazione dei servizi assistenziali offerti dalla struttura.
Un messaggio di forza e vicinanza
Secondo quanto scrive la BBC, Kate ha rivolto parole di incoraggiamento a Claire: «Bravissima, che percorso! È stato difficile, vero? Hai fatto un lavoro straordinario». Inoltre, ha sottolineato quanto la malattia coinvolga emotivamente anche i familiari. Rivolgendosi al figlio della donna, la principessa ha aggiunto: «La mamma non è coraggiosa?» e l'ha incitata a suonare la campana dicendo: «Puoi farcela».
Il centro cura ogni anno oltre 60.000 pazienti e serve una popolazione di circa 3,2 milioni di persone tra Manchester e le aree vicine. Tra i servizi offerti gratuitamente a pazienti e caregiver ci sono corsi d’arte, un giardino del benessere e il supporto spirituale.
L’importanza della terapia integrata e del supporto
Durante la giornata, Kate ha partecipato a una sessione di attività artistica con alcuni pazienti oncologici. Una delle artiste residenti ha spiegato come queste attività aiutino contro l’isolamento e permettano di vivere momenti di normalità durante le cure.
La principessa, riporta il media britannico, ha poi riflettuto sull’impatto profondo della malattia: «Il cancro cambia la vita nel profondo, non solo sul piano fisico, ma anche emotivo e psicologico. Esprimere i propri sentimenti, in questi casi, non è sempre facile». Per questo, ha sottolineato l’importanza di spazi pensati per accogliere anche le emozioni dei pazienti. Tra loro una donna ha raccontato come il centro rappresenti per lei un punto di riferimento fondamentale, lodando la comunità solidale che si crea tra pazienti e personale sanitario. La visita si è conclusa nel reparto dedicato ad adolescenti e giovani adulti: qui, ragazzi e ragazze possono usufruire di sala musica, palestra e aree ricreative per socializzare.
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Tumore allo stomaco e all’esofago: nuovi dati per l’utilizzo dell’immunoterapia la Repubblica
Il trattamento dei pazienti con adenocarcinoma gastroesofageo (Gea) - in cui si comprendono i tumori dello stomaco, della giunzione gastroesofagea e dell’esofago - è difficile. La mortalità elevata e i bassi tassi di sopravvivenza per alcune forme della malattia - a cinque anni è vivo circa il 30% dei pazienti con tumore gastrico e circa il 13% degli uomini e 22% delle donne per il tumore all’esofago (I numeri del cancro 2025, Aiom) - rendono quanto mai urgente lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici. Tra i risultati presentati all’ultimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology (Asco), da poco terminato a Chicago, ci sono anche quelli di un nuovo possibile schema terapeutico per questi pazienti. Arrivano dallo studio HERIZON-GEA-01, pubblicati anche sul New England Journal of Medicine.
Tumori, una nuova immunoterapia disponibile per tre neoplasie di 12 Maggio 2026 di Letizia Gabaglio
Lo studio HERIZON-GEA-01
La sperimentazione HERIZON-GEA-01 è uno studio globale di fase 3 (condotto anche in Italia), randomizzato e in aperto, che ha coinvolto più di 900 pazienti. Lo scopo era valutare e confrontare efficacia e sicurezza di zanidatamam - un anticorpo bispecifico contro recettore HER2 - più chemioterapia, con e senza tislelizumab (un immunoterapico che agisce legandosi al recettore PD-1, di cui da poco è stata approvata la rimborsabilità), rispetto allo standard di cura (trastuzumab, che blocca HER2, più chemioterapia, braccio di controllo) come trattamento di prima linea per pazienti adulti con adenocarcinoma gastroesofageo HER2+ avanzato/metastatico. Sono HER2-positivi circa il 20% dei casi di adenocarcinoma gastroesofageo.
Lo studio, come ricordato ad Asco, ha già mostrato l’efficacia della combinazione di zanidatamam con chemioterapia con o senza tislelizumab sulla sopravvivenza libera da progressione (mediana di 12,4 mesi) e sulla sopravvivenza globale per la combinazione zanidatamam chemioterapia e tislelizumab (con una sopravvivenza globale mediana di 26,4 mesi; rispetto a 24,4 mesi per zanidatamab più chemioterapia e di 19,2 mesi nel braccio di controllo). Le ultime novità presentate riguardano le analisi compiute in relazione all’espressione del biomarcatore PD-L1 (un ligando espresso dalle cellule tumorali che interagisce col recettore PD-1).
Tumore gastrico: senza diagnosi precoce non si sopravvive. In Italia manca ancora un PDTA nazionale di 14 Novembre 2025 di Irma D'Aria
Lo schema terapeutico efficace a prescindere dall’espressione di PD-L1
Nel dettaglio il regime costituito da tislelizumab in aggiunta a zanidatamab più chemioterapia, ha commentato Filippo Pietrantonio, responsabile dell’Oncologia medica gastroenterologica alla Fondazione Irccs dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano), producono benefici a prescindere dallo status PD-L1. “I risultati di questo studio destinato a cambiare la pratica clinica, mostrano che questo regime ha determinato un beneficio in sopravvivenza anche nei pazienti indipendentemente dal PD-L1 <1%.”
I dati si riferiscono ad un follow up di 26 mesi, e mostrano infatti che guadagni in termini di sopravvivenza libera da progressione e sopravvivenza globale si hanno sia per pazienti che esprimono PD-L1 che non. Nello specifico nei pazienti PD-L1 negativi la sopravvivenza globale mediana con zanidatamab più tislelizumab e chemioterapia è risultata di 29,7 mesi rispetto a 15,8 mesi nel braccio di controllo e in quelli PD-L1 positivi è stata di 26,4 mesi rispetto a 21,2 mesi nel braccio di controllo. La sopravvivenza libera da progressione mediana per pazienti PD-L1 negativi con zanidatamab più tislelizumab e chemioterapia è stata di 18,5 mesi rispetto a 7,9 mesi nel braccio di controllo, mentre nei pazienti i PD-L1 positivi è risultata di 11,3 mesi contro gli 8,3 mesi nel braccio di controllo.
Sul fronte degli effetti collaterali, riportano gli esperti, la diarrea è stato l’evento avverso grave più comune, ma solo in pochi casi questo ha portato all’interruzione del farmaco. Nel complesso i risultati di sicurezza per il braccio zanidatamab più tislelizumab e chemioterapia sono risultati coerenti con gli effetti noti della terapia anti-HER2 e dell’immunoterapia e non sono stati identificati nuovi segnali di sicurezza.
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Rivoluzione nella cura del tumore al pancreas: il nuovo farmaco daraxonrasib raddoppia la sopravvivenza dei pazienti MeteoWeb
Per decenni, la diagnosi di tumore al pancreas metastatico è stata considerata una delle più drammatiche e prive di speranza nel panorama della medicina moderna. Questa neoplasia si è sempre distinta per la sua aggressività estrema, capace di portare al decesso il 97% dei pazienti colpiti da malattia avanzata entro cinque anni dalla scoperta. Fino ad oggi, l’unico strumento terapeutico standard a disposizione degli oncologi è stato la chemioterapia tradizionale, un approccio terapeutico massiccio e non selettivo, gravato da pesanti effetti collaterali e spesso incapace di frenare a lungo la progressione del male. Lo scenario attuale è tuttavia destinato a cambiare radicalmente grazie a una scoperta scientifica senza precedenti che promette di riscrivere le linee guida del trattamento oncologico. Un innovico farmaco sperimentale somministrato per via orale sta infatti scardinando i limiti terapeutici che hanno bloccato la ricerca per oltre quarant’anni.
Abbattere il muro dell’incurabile: come funziona la mutazione KRAS
L’origine biologica di oltre il 90% dei casi di carcinoma pancreatico è riconducibile a specifiche alterazioni genetiche, in particolare alla mutazione KRAS. La proteina prodotta da questo gene alterato invia un segnale continuo e incontrollato di proliferazione alle cellule, ordinando loro di crescere e replicarsi all’infinito. Per intere generazioni di scienziati, la proteina KRAS è stata etichettata come una molecola non trattabile con i farmaci a causa della sua conformazione strutturale. La sua superficie molecolare è infatti talmente liscia e priva di scanalature profonde da impedire a qualsiasi principio attivo tradizionale di agganciarsi e bloccarne l’attività.
La svolta scientifica è arrivata con lo sviluppo di daraxonrasib, una piccola molecola che aggira il problema biologico attraverso una strategia indiretta di straordinaria ingegnosità. Invece di tentare un legame diretto con la sfuggente proteina tumorale, questo farmaco si unisce a una molecola assistente naturalmente presente all’interno della cellula, nota come ciclofilina A. Il legame tra il farmaco e questa proteina helper crea un complesso molecolare del tutto nuovo, il quale possiede la forma geometrica perfetta per agganciarsi alla proteina KRAS attiva e bloccarla fisicamente. Questa azione congiunta spegne definitivamente il segnale di crescita incontrollata direttamente alla sua fonte primaria. La vera innovazione di questo meccanismo risiede nella sua versatilità, poiché il trattamento è in grado di colpire contemporaneamente molteplici forme mutate di RAS, rendendo estremamente difficile per il tumore sviluppare i classici meccanismi di farmaco-resistenza che rendono inefficaci le terapie nel tempo.
I dati straordinari dello studio clinico di Fase 3
I risultati clinici derivanti dall’impiego di questa nuova molecola sono stati recentemente presentati da Revolution Medicines e hanno trovato spazio sulle prestigiose pagine della rivista scientifica New England Journal of Medicine. Lo studio internazionale di Fase 3 ha coinvolto un campione di 500 pazienti affetti da adenocarcinoma pancreatico in stadio metastatico, i quali avevano già affrontato infruttuosamente precedenti cicli di trattamenti chemioterapici standard.
I dati epidemiologici emersi dalla sperimentazione evidenziano un beneficio terapeutico senza precedenti storici per questa patologia. I pazienti trattati con la pillola giornaliera di daraxonrasib hanno fatto registrare una sopravvivenza mediana di ben 13,2 mesi, a fronte dei soli 6,7 mesi riscontrati nel gruppo di controllo sottoposto alla chemioterapia convenzionale. Questo significa che il nuovo approccio terapeutico ha quasi raddoppiato il tempo di vita dei pazienti in una fase cruciale della malattia. Inoltre, l’analisi statistica ha confermato una riduzione del rischio di morte del 60%, un valore numerico che rappresenta il più significativo passo avanti nella cura del tumore pancreatico registrato nell’ultimo quarto di secolo.
Qualità della vita e gestione degli effetti collaterali
Come accade per ogni terapia oncologica ad alta efficacia, anche questo nuovo trattamento comporta l’insorgenza di reazioni avverse dovute all’attività della molecola nell’organismo. Le evidenze cliniche riportate dalle testate specializzate, tra cui ScienceDaily, indicano che l’ottantasei per cento dei soggetti trattati ha manifestato un’eruzione cutanea piuttosto evidente, accompagnata in vari casi da stomatite, diarrea e senso di nausea. Nonostante questo quadro clinico, l’impatto complessivo sulla quotidianità dei pazienti si è rivelato decisamente più favorevole rispetto al passato.
La natura stessa della terapia, basata sull’assunzione di una singola pillola giornaliera a domicilio, elimina la necessità di sottoporsi a estenuanti infusioni endovenose e frequenti ricoveri ospedalieri. Il tasso di interruzione definitiva del trattamento a causa degli effetti collaterali è risultato significativamente inferiore rispetto a quello registrato tra i pazienti in chemioterapia. Come dettagliato in un approfondimento clinico pubblicato su The Conversation, le persone trattate con la nuova molecola hanno riferito un controllo del dolore decisamente migliore e un incremento globale della qualità della vita, tollerando il farmaco molto più a lungo rispetto ai trattamenti citotossici tradizionali.
Il futuro della ricerca oncologica e i tumori RAS-dipendenti
La portata di questa scoperta scientifica si estende ben oltre i confini del trattamento del cancro al pancreas. Il successo di questo studio clinico convalida ufficialmente una piattaforma tecnologica rivoluzionaria che potrebbe scardinare i paradigmi di cura di numerose altre patologie oncologiche letali. L’idea di sfruttare e dirottare una molecola interna come la ciclofilina A per colpire bersagli biologici ritenuti inaccessibili apre infatti le porte allo sviluppo di una nuova classe di terapie oncologiche avanzate.
Come sottolineato dal dottor Christopher Lieu, docente di oncologia medica presso l’Università del Colorado, l’idea che fosse impossibile colpire il meccanismo centrale alla base della stragrande maggioranza dei carcinomi pancreatici è stata definitivamente smentita dai fatti. Se il farmaco otterrà la successiva approvazione da parte delle autorità regolatorie preposte, non solo si disporrà della più importante arma terapeutica generazionale contro il cancro al pancreas, ma si potrà applicare la medesima strategia molecolare per aggredire altre forme tumorali guidate dalle mutazioni del gene RAS, come molte varianti del tumore al polmone e del cancro del colon-retto, ampliando in modo straordinario le speranze di guarigione e di sopravvivenza dei pazienti di tutto il mondo.