📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
47.8/100
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Criteri Critici
Natalia Paragoni rompe il silenzio dopo la chemioterapia: come sta oggi bigodino.it
Natalia Paragoni è tornata a parlare del suo stato di salute dopo settimane senza aggiornamenti. La chemioterapia per il linfoma di Hodgkin, tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, è ormai alle spalle e l’ex corteggiatrice di Uomini e Donne ha spiegato che oggi sta bene. Attraverso un video sui social, ha chiarito anche perché ha scelto di non condividere pubblicamente ogni dettaglio delle cure e del percorso affrontato.
Le parole di Natalia Paragoni sul ritorno alla normalità
La compagna di Andrea Zelletta ha raccontato di essere tornata alla sua vita di prima, cercando di non stravolgere troppo la quotidianità nemmeno durante l’estate. Ha sottolineato di aver continuato a fare ciò che riusciva e si sentiva di portare avanti, senza però voler trasformare la propria esperienza in un racconto continuo e ripetitivo. Per questo ha preferito non legare la sua immagine soltanto alla malattia.
“Mi chiedete sempre come sta andando il tutto. Ragazze, io non vi sto più aggiornando perché sono ritornata alla mia vita di prima e diciamo che ho cercato di non cambiarla molto anche quest’estate”, ha riferito la compagna di Andrea Zelletta. “Ho sempre svolto quello che potevo e che mi sentivo di portare avanti – ha aggiunto – Non è che non ho voglia, ma non voglio ogni volta parlare delle stesse cose perché poi sembra anche un po’ riduttivo raccontare solo di questo. Non l’ho mai fatto perché non voglio che la mia persona venga ricordata e legata a questo momento della mia vita. Perché è un momento e io non sono questo. Non sono la malattia, non mi voglio identificare in questo”.
Ha poi aggiunto: “Io sono altro – ha proseguito la 28enne – sono sempre stata altro. Ho costruito altro nella mia vita e quindi se mi chiedete come sto, sto bene, tutto a posto. Vi posso dire questo: tutto ok. Non penso di nuocere a nessuno se non vi racconto i particolari. So che la mia vita è sempre esposta. Però, secondo me, questo tema è troppo personale. E parlare solo di questo o mostrare solo questo di me, anche no”.
La fine della chemioterapia e il percorso affrontato
Il linfoma di Hodgkin le è stato diagnosticato durante l’ottavo mese della seconda gravidanza. Nonostante la malattia, Natalia Paragoni ha portato avanti la gestazione fino alla nascita di Beatrice, avvenuta lo scorso maggio. Dopo il parto ha iniziato la chemioterapia e, ad agosto, aveva annunciato che il 7 settembre sarebbe stato il giorno dell’ultimo ciclo. In quell’occasione aveva anche spiegato che la terapia stava funzionando e che il suo corpo stava rispondendo bene.
Da quel momento, però, aveva smesso di fornire aggiornamenti, lasciando spazio a ipotesi su possibili complicazioni. Nelle scorse ore, invece, ha rassicurato tutti sul suo quadro clinico, confermando che tutto procede per il meglio. Il percorso si è quindi concluso con esiti positivi e con un ritorno progressivo alla routine di sempre.
La vicinanza della famiglia durante le cure
In questi mesi Natalia ha potuto contare sulla presenza costante di Andrea Zelletta, delle due figlie e della famiglia d’origine. Anche i suoi genitori hanno voluto manifestarle il proprio sostegno in modo concreto, rasandosi entrambi a zero i capelli. La stessa Paragoni aveva scelto di rasarsi prima della caduta della chioma, una decisione presa per anticipare l’effetto tipico della chemioterapia.
Il quadro descritto dall’influencer conferma dunque la fine del trattamento e un ritorno graduale alla normalità, con la volontà di mantenere privata una parte molto personale della sua esperienza.
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29.6/100
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Criteri Critici
Chirurgia robotica a Sondrio: asportato un tumore alla prostata Radio TSN
Servizi
A Morbegno oltre 6,6 milioni per l'efficientamento di scuole e del PalaMattei: fondi GSE e stanziamento comunale per sport e cultura. #Morbegno #scuole #energia #PalaMattei
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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42.6/100
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Criteri Critici
Natalia Paragoni rompe il silenzio dopo la chemioterapia, come sono andate le cure e come sta oggi Gossip e TV
Natalia Paragoni, dopo settimane in cui non ha fornito aggiornamenti sul suo stato di salute, è tornata a parlare della sua lotta contro il linfoma di Hodgkin, tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B (un tipo di globuli bianchi). L’ex corteggiatrice di Uomini e Donne, attraverso un video pubblicato sui social, ha rivelato di stare bene e il motivo che l’ha spinta a non divulgare pubblicamente i dettagli sulle cure che ha affrontato e sulle sue condizioni. Tra l’altro ha anche riferito che proseguirà su questa linea, in quanto non vuole che la sua immagine venga per forza associata alla malattia. Non perché si vergogni della battaglia che sta combattendo, ma per il fatto che non desidera essere etichettata soltanto come colei che ha avuto un tumore.
Natalia Paragoni e la lotta contro il linfoma di Hodgkin: “Sono tornata alla mia vita di prima”
“Mi chiedete sempre come sta andando il tutto. Ragazze, io non vi sto più aggiornando perché sono ritornata alla mia vita di prima e diciamo che ho cercato di non cambiarla molto anche quest’estate”, ha riferito la compagna di Andrea Zelletta. “Ho sempre svolto quello che potevo e che mi sentivo di portare avanti – ha aggiunto – Non è che non ho voglia, ma non voglio ogni volta parlare delle stesse cose perché poi sembra anche un po’ riduttivo raccontare solo di questo. Non l’ho mai fatto perché non voglio che la mia persona venga ricordata e legata a questo momento della mia vita. Perché è un momento e io non sono questo. Non sono la malattia, non mi voglio identificare in questo”.
“Io sono altro – ha proseguito la 28enne – sono sempre stata altro. Ho costruito altro nella mia vita e quindi se mi chiedete come sto, sto bene, tutto a posto. Vi posso dire questo: tutto ok. Non penso di nuocere a nessuno se non vi racconto i particolari. So che la mia vita è sempre esposta. Però, secondo me, questo tema è troppo personale. E parlare solo di questo o mostrare solo questo di me, anche no”.
L’annuncio della fine della chemioterapia
A Natalia Paragoni è stato diagnosticato il linfoma di Hodgkin nel corso dell’ottavo mese della sua seconda gravidanza. Nonostante il manifestarsi della malattia, ha portato a termine la dolce attesa, partorendo Beatrice lo scorso maggio. Dopo aver dato alla luce la piccola, ha iniziato la chemioterapia. Ad agosto, aveva riferito che il 7 settembre si sarebbe sottoposta all’ultimo ciclo della cura. Aveva inoltre spiegato che la terapia stava dando i risultati sperati e che il suo corpo stava reagendo positivamente. Da allora ha smesso di aggiornare i fan sulle sue condizioni. Alla luce di questo silenzio, c’è chi ha pensato a una complicazione nel percorso di cure. Nelle scorse ore l’influencer ha rassicurato tutti sul suo quadro clinico. Tutto procede per il meglio.
In questi mesi Natalia ha potuto contare sulla presenza costante al suo fianco del compagno Zelletta, delle due figlie e della famiglia d’origine. Suo padre e sua madre, come gesto di solidarietà, si sono entrambi rasati a zero i capelli, dopo che la stessa Paragoni ha optato per rasarsi per prevenire la caduta della chioma tipica di chi si sottopone alla chemioterapia.
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Criteri Critici
Valtellina: primo intervento di chirurgia robotica per tumore alla prostata all'Ospedale di Sondrio www.montagneepaesi.com
L’ASST Valtellina e Alto Lario ha compiuto un significativo passo avanti nell’offerta sanitaria locale, introducendo la chirurgia robotica. Il primo intervento, una prostatectomia radicale per neoplasia prostatica, è stato eseguito nei giorni scorsi all’Ospedale di Sondrio dall’équipe dell’Urologia, segnando un traguardo tecnologico e un miglioramento per i pazienti della Valtellina.
L’operazione, effettuata con il robot da Vinci, è stata guidata dall’équipe del dottor Pierluigi Giumelli, direttore dell’Urologia di Sondrio, in collaborazione con l’Ospedale Niguarda di Milano. In particolare, il dottor Antonio Galfano, direttore dell’Urologia di Niguarda, ha partecipato attivamente al progetto, elogiando l’organizzazione della sala operatoria e l’efficienza del personale.
Un percorso formativo dedicato presso l’Ospedale Niguarda ha preparato chirurghi, anestesisti e infermieri dell’ASST Valtellina e Alto Lario a gestire questa complessa tecnologia. I medici specialisti Alberto Abrate e Silvia Cavalli sono stati tra gli artefici del primo intervento insieme al dottor Galfano.
«L’introduzione della chirurgia robotica nel blocco operatorio, oltre che una grande innovazione, ha rappresentato un percorso di crescita per tutta l’équipe», ha affermato Stefania Tognini, caposala del blocco operatorio. Serena Ferrari, prima strumentista, ha aggiunto: «Abbiamo avuto la possibilità di apprendere nuove procedure e di acquisire nuove competenze, mantenendo quella che è la nostra priorità, ovvero la tutela della salute del paziente».
Il dottor Giumelli, anche direttore del Dipartimento Area Chirurgica dell’ASST Valtellina e Alto Lario, ha espresso grande soddisfazione: «Questo traguardo, inseguito da anni, completa il percorso del trattamento delle patologie urologiche, tumorali e non». Ha inoltre ringraziato la Direzione strategica, e in particolare il direttore generale Ida Ramponi, per aver creduto nel progetto.
La nuova metodica robotica non si limiterà all’Urologia. A breve, sarà applicata anche dalla Chirurgia generale di Sondrio e di Sondalo, dalla Chirurgia toracica di Sondalo e dalla Ginecologia, estendendo i benefici a diverse aree della sanità locale.
Il robot da Vinci è un sistema ad alta precisione che consente al chirurgo di controllare ogni movimento con visione 3D ad alta definizione e strumenti articolati. Questa evoluzione tecnologica garantisce notevoli vantaggi rispetto alle tecniche tradizionali: una significativa riduzione delle complicanze post operatorie, una maggiore precisione chirurgica, tempi di degenza ospedaliera ridotti e un miglioramento complessivo degli esiti oncologici per i pazienti.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
‘Ottobre rosa’, incontri di estetica oncologica isNews - Molise
TERMOLI. In tutto il mondo Ottobre si tinge di rosa per sensibilizzare le donne sull’importanza della prevenzione oncologica. Anche la Lilt Campobasso mette in campo diverse attività per ricordare che la prevenzione è fondamentale per la salute femminile e non può essere rimandata. Ma la Lilt Campobasso fa ancora di più ed è al fianco delle pazienti oncologiche, di tutte quelle donne che stanno attraversando il difficile percorso della malattia. Perché la prevenzione è volersi bene e prendersi cura di sé sempre. Grazie al progetto di estetica oncologica ‘…Comunque Bella’ attivato presso la sede di Termoli, la Lilt Campobasso si pone come obiettivo quello di migliorare la qualità di vita delle pazienti in terapia oncologica, alleviando gli effetti dolorosi e invalidanti delle terapie ma anche contrastando gli inestetismi che hanno una ricaduta sia sulla sfera sociale che psicologica della paziente. E nel mese del Nastro Rosa ci saranno 4 diversi appuntamenti con l’estetica oncologica:Lunedì 12 ottobre, ore 10 al Day Hospital Oncologia dell’ospedale ‘San Timoteo’Lunedì 26 ottobre, ore 9-12 Farmacia ‘Centrale’ corso Fratelli Brigida a TermoliLunedì 9 novembre, ore 9-12 Farmacia ‘Le Diomedee’ via del Pero a TermoliLunedì 16 novembre, ore 9-12 Farmacia ‘Marino’ corso Nazionale a Termoli Questo progetto è reso possibile grazie alla professionalità e disponibilità di Nicole Figliola, estetista termolese specializzata in estetica oncologica Oti, che farà scoprire la possibilità di sentirsi belle pur essendo in terapia oncologica. Ognuno di questi appuntamenti sarà un momento dedicato alle donne che stanno affrontando il percorso oncologico, un momento in cui possono prendersi cura di sé e dedicare del tempo alla propria bellezza con l’obiettivo di rivalorizzarsi e riconoscersi allo specchio. “I trattamenti estetici adeguati – afferma Nicole Figliola – permettono di ridurre lo stress emotivo di una persona sottoposta a terapie oncologiche. In genere, una delle prime cose di cui una donna sottoposta a chemioterapia si preoccupa è la perdita dei capelli e il diradamento delle sopracciglia. Ma ci sono anche problemi di detersione ed idratazione della pelle sottoposta ai trattamenti. C’è la paura dei cambiamenti fisici e di non riconoscersi, di vedersi e farsi vedere diversa. A tutte queste ‘paure’ ci sono risposte estetiche che portano ad un miglioramento progressivo della qualità della vita e che possono permettere di guardarsi allo specchio e di non vedere solo una paziente oncologica ma guardarsi come donna con le proprie bellezze e le proprie caratteristiche”. Indagano i carabinieri per fare luce sull’aggressione subita da un uomo di origine romena. L’episodio… Una nuova iniziativa giornalistica firmata dal cronista molisano, che prosegue con costanza nel promuovere le… Il progetto europeo di Romni Aps con l'associazione Rom In Progress punta su partecipazione civica,… Sabato 17 ottobre il convegno organizzato dalla Fondazione Il Giglio-ETS, dall’Accademia Napoletana di Studi Storici… Palazzo San Giorgio contesta il provvedimento, che collega ai fatti della gara con la Torres,… Nel cast Antonio Albanese e Virginia Raffaele. Tra corsie, zampogne e pallotte cacio e ova,…
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Criteri Critici
Radioterapia in Campania, il Tar conferma lo stop ai tetti di spesa In Prima News
Il Tar conferma lo stop ai tetti di spesa sulla radioterapia: i pazienti oncologici rischiano liste d’attesa e cure interrotte
Per un paziente oncologico ogni seduta di radioterapia conta. Saltarla o rimandarla può compromettere un percorso di cura già difficile. Per questo la vicenda dei tetti di spesa per la radioterapia 2026 in Campania riguarda soprattutto chi ha una diagnosi di tumore e non può permettersi attese o interruzioni.
La Nona Sezione del Tar Campania, sede di Napoli, con una nuova ordinanza cautelare ha confermato gli effetti della sospensione della delibera della Giunta regionale n. 461/2026, che fissa i limiti di spesa per le prestazioni radioterapiche di quest’anno. Il Tribunale ha inoltre disposto un approfondimento istruttorio per verificare quali conseguenze l’applicazione di quei limiti possa avere sulla continuità dei trattamenti oncologici e sulla garanzia dei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea).
Il rischio per i pazienti
La radioterapia è una componente essenziale della cura di molte patologie tumorali. Può essere usata con finalità curative, in associazione ad altri trattamenti oppure palliative, e in molti percorsi il rispetto dei tempi e della programmazione delle sedute è determinante.
La preoccupazione delle strutture è che i budget assegnati risultino insufficienti rispetto al fabbisogno reale. Se i tetti si esaurissero prima della fine dell’anno, a farne le spese sarebbero i pazienti già in terapia e quelli che devono iniziare i trattamenti nei tempi stabiliti dai medici, con ritardi, disagi e la necessità di cercare percorsi alternativi.
Il braccio di ferro con la Regione
Prima del ricorso c’è stato un lungo confronto con gli uffici regionali, senza che si raggiungesse un’intesa soddisfacente. La quasi totalità dei centri di radioterapia della Campania, assistiti dagli avvocati Luca Rubinacci e Antonella Villani, ha quindi chiesto al giudice amministrativo di verificare la legittimità della programmazione regionale.
Il nodo, denunciano gli operatori, è che una scelta dettata dall’esigenza di contenere la spesa rischia di ricadere sul diritto alla cura. Le strutture riferiscono di aver continuato a garantire le terapie anche durante la fase di incertezza, per non scaricare sui malati le conseguenze della disputa sui budget.
Cosa ha deciso il Tar
L’ordinanza non annulla la delibera: il giudizio resta aperto e il merito sarà esaminato alla luce degli elementi che emergeranno. Il Tribunale ha però ritenuto necessario capire se la programmazione regionale sia compatibile con le esigenze assistenziali dei pazienti oncologici e con l’obbligo di assicurare i Lea, definiti dal Dpcm 12 gennaio 2017. Fino alla prossima udienza gli effetti della sospensione restano confermati.
Salute e conti pubblici
Il quadro costituzionale è chiaro. L’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, mentre l’articolo 117, secondo comma, lettera m, affida allo Stato la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale. Programmare la spesa è un compito legittimo e necessario per le Regioni, ma deve fare i conti con l’obbligo di assicurare le prestazioni essenziali e la continuità dei percorsi di cura. È su questo equilibrio che il Tar è chiamato a pronunciarsi.
La posizione della Regione dovrà essere ascoltata nel contraddittorio processuale, e l’esito della prossima fase cautelare non può essere anticipato. Il 17 novembre 2026 sarà una data decisiva per capire quali garanzie potranno essere assicurate ai malati oncologici campani. Nel frattempo resta un principio: i conti vanno tenuti in ordine, ma non a scapito di chi ha bisogno di cure salvavita.
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
LA CHIRURGIA ROBOTICA IN VALTELLINA: ESEGUITO IL PRIMO INTERVENTO PER L'ASPORTAZIONE DI UN TUMORE ALLA PROSTATA AltaReziaNews
La nuova metodica verrà applicata anche dalla Chirurgia generale di Sondrio e di Sondalo, dalla Chirurgia toracica di Sondalo e dalla Ginecologia
Un deciso passo avanti dal punto di vista tecnologico e un miglioramento dell'offerta sanitaria per la popolazione: obiettivi importanti per l'Asst Valtellina e Alto Lario che ha avviato il percorso della chirurgia robotica con il primo intervento urologico di prostatectomia radicale per neoplasia prostatica che è stato eseguito nei giorni scorsi all'Ospedale di Sondrio dall'équipe dell'Urologia diretta da Pierluigi Giumelli. Un traguardo raggiunto grazie alla collaborazione con l'Ospedale Niguarda, in particolare con il direttore dell'Urologia Antonio Galfano, che con entusiasmo si è prestato alla realizzazione del progetto e che, al termine dell'intervento, ha elogiato l'organizzazione della sala operatoria e l'efficienza del personale coinvolto. Chirurghi, anestesisti e infermieri hanno completato un percorso formativo dedicato presso l'Ospedale Niguarda per prepararsi a eseguire questo tipo di interventi con competenza e professionalità. «L'introduzione della chirurgia robotica nel blocco, oltre che una grande innovazione, ha rappresentato un percorso di crescita per tutta l'équipe», afferma la caposala del blocco operatorio Stefania Tognini. «Abbiamo avuto la possibilità di apprendere nuove procedure e di acquisire nuove competenze, mantenendo quella che è la nostra priorità, ovvero la tutela della salute del paziente», aggiunge Serena Ferrari, prima strumentista. Entusiasti anche i medici specialisti Alberto Abrate e Silvia Cavalli, artefici del primo intervento robotico con il dottor Galfano.
«Come direttore della Struttura complessa di Urologia non posso che essere soddisfatto del traguardo raggiunto, peraltro inseguito da anni, che completa così il percorso del trattamento delle patologie urologiche, tumorali e non - dichiara il dottor Giumelli -. Come direttore del Dipartimento Area Chirurgica dell'Asst Valtellina e Alto Lario mi sento oltremodo gratificato perché a usufruire di questa metodica saranno anche le altre Unità operative, la Chirurgia generale di Sondrio e di Sondalo, la Chirurgia toracica di Sondalo e la Ginecologia, che inizieranno a breve a operare con la tecnologia robotica. Un ringraziamento va alla Direzione strategica, e in particolare al direttore generale Ida Ramponi, che ha creduto nel progetto sin dall'inizio del suo incarico e che ora ne vede la realizzazione».
Il robot da Vinci, con il quale è stato eseguito l'intervento per l'asportazione del tumore alla prostata all'Ospedale di Sondrio, è un sistema ad alta precisione guidato in tempo reale dal chirurgo, che ne controlla ogni movimento. La chirurgia robotica, una delle più importanti evoluzioni tecnologiche degli ultimi decenni in ambito medico-chirurgico, ha aperto nuovi orizzonti nella gestione dei pazienti, grazie a tecniche mini invasive sempre più sofisticate. La sua applicazione ha evidenziato vantaggi significativi rispetto alle tecniche tradizionali sia laparoscopiche che a cielo aperto, garantendo una riduzione delle complicanze post operatorie, una migliore precisione chirurgica, grazie a strumenti articolati e alla visione in 3D ad alta definizione, la riduzione della degenza ospedaliera e un miglioramento degli esiti oncologici.
Emanuela Zecca
Ufficio Stampa ASST Valtellina e Alto Lario
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Criteri Critici
Ottobre Rosa 2026 dell'Asp di Trapani: come funzionano gli screening gratuiti e perché possono salvarti la vita Sicilia Medica
Quattro weekend di aperture straordinarie e un intero mese dedicato alla prevenzione. È il programma dell’Ottobre Rosa 2026 dell’Asp di Trapani, che per tutto il mese propone gratuitamente attività di screening oncologico e iniziative di prevenzione rivolte alla popolazione, con particolare attenzione alle fasce di età interessate dai programmi organizzati.
Dal 3 al 25 ottobre, nei quattro fine settimana previsti dalla campagna, le strutture aderenti garantiranno accessi straordinari per la mammografia, il Pap test e l’HPV test, oltre alle attività di counseling sui corretti stili di vita. Per tutto il mese sarà inoltre possibile aderire allo screening del tumore del colon-retto attraverso il ritiro gratuito del kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci. L’iniziativa comprende anche aperture straordinarie per la vaccinazione anti-HPV e una formula pet friendly che prevede voucher gratuiti per visite veterinarie agli animali da compagnia delle donne che partecipano alle attività di prevenzione.
Ma cosa sono esattamente questi screening? E perché un esame effettuato quando non si hanno sintomi può essere così importante? La risposta parte da un concetto fondamentale ovvero che screening e diagnosi non sono la stessa cosa. Il termine screening indica un insieme di esami rivolti a persone che non presentano necessariamente sintomi, con l’obiettivo di individuare precocemente una malattia oppure alterazioni che possono richiedere ulteriori controlli.
È un principio diverso da quello della diagnosi. Quando una persona presenta un sintomo, il medico cerca di comprenderne la causa e stabilisce quali esami siano necessari. Lo screening, invece, parte da una popolazione che non presenta necessariamente segnali della malattia e cerca di individuare, all’interno di questa popolazione, le persone che potrebbero avere bisogno di un approfondimento.
Per questo un risultato positivo a uno screening non equivale automaticamente a una diagnosi di tumore. L’obiettivo è intervenire il più precocemente possibile. Per alcune neoplasie, infatti, individuare la malattia quando è ancora in una fase iniziale può permettere di intervenire tempestivamente e aumentare le possibilità di cura. Nel caso del tumore del colon-retto, lo screening può avere inoltre un ruolo preventivo, perché il percorso può portare all’individuazione e alla rimozione di alcune lesioni precancerose prima che possano evolvere.
Mammografia, individuare precocemente le alterazioni della mammella
La mammografia è un esame radiologico che utilizza raggi X a bassa dose per ottenere immagini del tessuto mammario. Durante l’esame la mammella viene compressa per alcuni secondi tra due piastre, così da ottenere immagini che permettano al radiologo di analizzare la struttura del tessuto.
Nello screening mammografico l’obiettivo è individuare alterazioni che possono essere compatibili con un tumore della mammella anche prima della comparsa di sintomi evidenti. Tra gli elementi che possono essere osservati ci sono noduli, microcalcificazioni e modificazioni della struttura del tessuto mammario. Questo aspetto è importante perché un tumore della mammella nelle fasi iniziali può non provocare dolore o altri disturbi facilmente riconoscibili. Lo screening permette quindi di non affidare l’individuazione della malattia esclusivamente alla comparsa di un sintomo o alla capacità della donna di percepire un cambiamento.
Nei programmi di screening organizzato, la fascia di età tradizionalmente interessata dalla mammografia è quella compresa tra 50 e 69 anni, con intervallo generalmente biennale, anche se l’offerta può variare a livello regionale. È la fascia prevista anche dall’Ottobre Rosa dell’ASP di Trapani, che nell’edizione 2026 propone l’accesso alle donne tra 50 e 69 anni che non abbiano effettuato una mammografia di screening negli ultimi due anni. Una mammografia con un risultato sospetto non significa automaticamente avere un tumore. Un’immagine che presenta caratteristiche che meritano attenzione può richiedere ulteriore esami di approfondimento, necessari per stabilire quale sia effettivamente la natura dell’alterazione osservata.
Perché la diagnosi precoce è così importante
Il valore dello screening mammografico sta soprattutto nella possibilità di individuare la malattia in una fase iniziale. La diagnosi precoce non significa impedire in assoluto che un tumore si sviluppi, ma aumentare la possibilità di riconoscerlo quando è ancora in una fase nella quale può essere trattato tempestivamente. Secondo AIRC, la partecipazione allo screening mammografico nella fascia di età indicata e con la periodicità prevista può ridurre di circa il 40 per cento il rischio di morte per tumore della mammella nella popolazione sottoposta allo screening. Si tratta di una stima riferita alla popolazione e non di una garanzia individuale. Lo screening riduce il rischio, ma non può escludere completamente la possibilità che una persona sviluppi un tumore.
Proprio per questo la partecipazione regolare è importante. Un singolo esame negativo non significa che non sarà mai necessario effettuare altri controlli. Gli screening funzionano attraverso controlli ripetuti nel tempo, secondo gli intervalli stabiliti dai programmi sanitari.
Pap test e HPV test, prevenire il tumore della cervice uterina
Tra gli screening oncologici rivolti alle donne c’è anche quello della cervice uterina. In questo caso il percorso di screening utilizza, a seconda dell’età, il Pap test oppure il test per la ricerca del papillomavirus umano (HPV). Il Pap test consiste nel prelievo di cellule dalla cervice uterina che vengono successivamente analizzate per individuare eventuali alterazioni cellulari. L’obiettivo non è soltanto cercare un tumore già presente, ma anche individuare modificazioni cellulari che possono richiedere controlli e approfondimenti.
L’HPV test, invece, ricerca la presenza di tipi di papillomavirus umano considerati ad alto rischio oncogeno. L’infezione da HPV è molto comune e nella maggior parte dei casi viene eliminata spontaneamente dall’organismo. La persistenza di alcuni tipi di HPV ad alto rischio, tuttavia, può favorire nel tempo la comparsa di alterazioni della cervice uterina. Anche in questo caso è importante distinguere tra un risultato positivo e una diagnosi di tumore. La positività all’HPV indica la presenza del virus ricercato, ma non significa avere un cancro. Il percorso di screening stabilisce, in base al risultato, quali eventuali controlli debbano essere effettuati successivamente.
Nei programmi organizzati, il Pap test viene generalmente utilizzato nella fascia tra 25 e 29 anni con intervallo triennale, mentre tra 30 e 64 anni viene utilizzato l’HPV test con intervallo quinquennale. Sono gli intervalli previsti anche dall’iniziativa Ottobre Rosa dell’ASP di Trapani.
Il SOF Test e lo screening del tumore del colon-retto
Un meccanismo differente è alla base dello screening del tumore del colon-retto. In questo caso uno degli strumenti utilizzati è il SOF Test, cioè la ricerca del sangue occulto nelle feci. La parola “occulto“ indica qualcosa che non è visibile a occhio nudo. Il test cerca infatti piccole quantità di sangue presenti nelle feci che possono sfuggire alla normale osservazione. I test immunochimici fecali utilizzati nei programmi di screening ricercano in particolare l’emoglobina umana, una proteina presente nei globuli rossi.
Perché cercare sangue nelle feci può essere utile per individuare un tumore? Alcuni polipi e altre lesioni del colon-retto possono sanguinare, anche in quantità talmente piccole da non essere percepibili. Il test permette quindi di individuare un possibile segnale che, da solo, non consente di stabilire quale sia la causa del sanguinamento, ma può indicare la necessità di procedere con ulteriori accertamenti.
Il tumore del colon-retto può svilupparsi a partire da polipi adenomatosi, lesioni inizialmente benigne che possono trasformarsi nel tempo. AIRC indica un intervallo medio di circa 7-15 anni per la trasformazione di alcuni di questi polipi in forme tumorali. Questo lungo intervallo rappresenta una delle ragioni per cui lo screening del colon-retto può avere anche una funzione preventiva.
Il SOF Test può individuare il sanguinamento associato a un polipo o a un’altra lesione. Se il risultato è positivo, però, non significa che la persona abbia necessariamente un tumore. Il sangue può avere diverse origini, comprese condizioni non tumorali. Per questo un risultato positivo deve essere seguito dagli accertamenti previsti dal percorso di screening, generalmente una colonscopia. La colonscopia permette di osservare direttamente la superficie interna del colon e del retto e, quando vengono individuati polipi, consente in determinate circostanze di rimuoverli durante l’esame. L’asportazione di una lesione precancerosa può interrompere il percorso che, nel tempo, potrebbe portare allo sviluppo di un tumore. In questo senso, quindi, lo screening del colon-retto ha una duplice funzione ovvero quella di individuare precocemente un eventuale tumore e, in alcuni casi, intervenire su una lesione prima che possa trasformarsi in una neoplasia.
Perché farlo anche senza sintomi
Il fatto di sentirsi bene non è una ragione per rinunciare allo screening. Al contrario, è proprio perché i programmi sono rivolti anche a persone senza sintomi che possono essere utilizzati come strumenti di diagnosi precoce. Nel tumore del colon-retto, per esempio, alcune lesioni possono non provocare alcun disturbo. Anche la presenza di piccole quantità di sangue nelle feci può passare completamente inosservata. Il SOF Test cerca proprio ciò che l’occhio non può vedere.
In Sicilia, il programma di screening del colon-retto è rivolto a uomini e donne tra i 50 e i 69 anni e prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci con intervallo biennale. È la stessa fascia di età prevista dall’Ottobre Rosa dell’ASP di Trapani, che durante tutto il mese di ottobre 2026 permette alle persone appartenenti al target che non abbiano effettuato il test negli ultimi due anni di ritirare gratuitamente il kit nelle strutture indicate dall’azienda sanitaria.
CLICCA QUI per il programma completo.
Di Riccardo Vaccaro
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
COLPITA DA TUMORE AL PANCREAS, DA VIESTE, APPELLO PER CRISTINA: «AIUTATECI PER UNA POSSIBILITÀ DI CURA Rete Gargano
La famiglia ha avviato su GoFundMe la raccolta “Aiutiamo Cristina a curarsi”, chiedendo un sostegno economico.
«Abbiamo due splendide figlie di 14 e 15 anni che la amano immensamente e che hanno un disperato bisogno della loro mamma». È da queste parole che nasce l’appello di Pasquale Spina per sua moglie Cristina Trimigno, alla quale, nel luglio 2025, è stato diagnosticato un adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico.
La famiglia ha avviato su GoFundMe la raccolta “Aiutiamo Cristina a curarsi”, chiedendo un sostegno economico per affrontare il costo di una nuova possibilità terapeutica. A rilanciare la storia, con un messaggio pubblicato da Vieste l’8 ottobre, è stata anche Francesca Toto, amica di Cristina: «Chi può aiuti, il mare è fatto di gocce».
Nel testo della raccolta, Pasquale ripercorre i mesi che hanno cambiato la vita della moglie e delle loro figlie, Luisa e Lucia. Secondo quanto riferisce, una TAC eseguita nel marzo 2025 per altri motivi descriveva il pancreas come «regolare». La famiglia sostiene che una successiva rivalutazione abbia individuato nelle immagini la presenza del tumore già in quella fase.
È un passaggio doloroso della testimonianza del marito, che riferisce di una possibile occasione di diagnosi anticipata. Si tratta del racconto della famiglia: il materiale disponibile non consente di accertare responsabilità sanitarie né di stabilire quale sarebbe stato l’esito di una diagnosi precedente.
Dopo un’iniziale regressione con la chemioterapia, spiega Pasquale, la malattia ha ripreso a progredire. Da qui la ricerca di un’altra opportunità di trattamento.
La famiglia ripone le proprie speranze nel daraxonrasib, un farmaco sviluppato da Revolution Medicines. Il medicinale ha ottenuto l’approvazione della FDA statunitense il 26 agosto 2026 per specifici pazienti adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico; l’azienda ha inoltre comunicato l’avvio di una valutazione progressiva da parte dell’autorità europea EMA. Questi passaggi non equivalgono a una garanzia di guarigione né permettono di indicare una data certa di disponibilità in Italia.
Nell’appello, Pasquale indica un costo di 39.800 dollari al mese, una cifra che la famiglia non può sostenere da sola. Il messaggio condiviso da Francesca Toto riporta un obiettivo complessivo di 250 mila euro, destinati a coprire più mesi di terapia.
La richiesta di aiuto nasce dunque dall’urgenza di raccogliere le risorse necessarie per il percorso di cura prospettato dalla famiglia.
«Anche condividere può aiutarci»
Pasquale racconta di aver preso ispirazione dalla raccolta fondi di Angelica Pasculli, un’altra mamma con la stessa diagnosi, la cui storia aveva ricevuto visibilità attraverso un servizio televisivo. Anche la famiglia di Cristina, riferisce il marito, ha contattato una redazione, senza ottenere risposta.
Ora l’appello è affidato alle persone che potranno leggerlo e diffonderlo. La raccolta, precisa Pasquale, è gestita direttamente dalla famiglia.
«Se non avete la possibilità di aiutarci economicamente, vi saremmo comunque grati se condivideste questa nostra triste storia», scrive. Una richiesta rivolta anche a chi non può donare, ma può contribuire a far conoscere la vicenda.
Al centro ci sono Cristina, suo marito e due ragazze che stanno affrontando la malattia della loro mamma. La loro richiesta è concreta: trovare il sostegno necessario per darle una nuova possibilità di cura.
Per leggere l’appello della famiglia e contribuire alla raccolta: Aiutiamo Cristina a curarsi su GoFundMe.
https://gofund.me/e10fcb833
statoquotidiano
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Associazione Onconauti ‘con terapie integrate in 96% pazienti migliore qualità di vita’ La Gazzetta del Mezzogiorno
Roma, 9 ott. (Adnkronos Salute) - “Fino al 96% dei pazienti oncologici riferisce un miglioramento della qualità della vita dopo tre mesi di terapie integrate, con una drastica riduzione di affaticamento, ansia e dolore”. È il dato principale registrato dall’Associazione Onconauti, fondata a Bologna nel 2011 per offrire ai pazienti con tumore un approccio scientifico basato sull'oncologia integrata - dall'esercizio fisico adattato alla nutrizione clinica, fino alle pratiche mente-corpo e al supporto psicologico - affiancato alle terapie oncologiche tradizionali. I risultati di questo innovativo modello di presa in carico territoriale - informa una nota - sono stati presentati a Detroit (Usa) in occasione del Congresso annuale della Society for Integrative Oncology (Sio), il più importante appuntamento internazionale del settore. Agli esperti provenienti da tutto il mondo, l’Associazione Onconauti ha presentato il primo centro di Terapie integrate di Bologna, sviluppato in stretta sinergia con la Rete oncologica metropolitana e l'Ausl di Bologna.
“Portare il nostro modello al Congresso Sio di Detroit rappresenta un riconoscimento fondamentale del lavoro svolto in questi anni nell'area metropolitana di Bologna – afferma Stefano Giordani, Past Oncologia Territoriale Ausl Bologna e direttore scientifico Associazione Onconauti – È stata un’importante occasione di confronto e di visibilità internazionale per l'eccellenza bolognese, che ci ha permesso di mostrare alla comunità scientifica come tecnologia e medicina possano diventare strumenti concreti contro gli effetti collaterali a lungo termine delle cure antitumorali. L'oncologia non può limitarsi alla sola eliminazione della malattia: deve farsi carico della persona nella sua interezza, e i dati presentati dimostrano che integrare l'esercizio fisico adattato e le pratiche mente-corpo all'interno dei percorsi clinici standard permette di ridurre drasticamente la fatigue e il distress psicologico. I tassi di adesione a tre mesi da parte dei pazienti superiori al 75% e il netto miglioramento della qualità della vita percepita dimostrano che le terapie integrate non sono accessorie, ma una componente essenziale della cura”.
“Il centro di Terapie integrate di Bologna e Bentivoglio accoglie ogni anno oltre 500 persone: più di 300 sono donne con tumore al seno – sottolinea Antonio Maestri, direttore del dipartimento Oncologico Ausl Bologna – Il percorso prevede una valutazione basata su questionari validati (Proms) e la definizione del piano assistenziale basato sulle linee guida internazionali Sio-Asco. Sono anche effettuati interventi di Interventi assistiti con animali (Pet Therapy) all’interno del Day Hospital Oncologico dell’ospedale Bellaria. Oggi è importante attivarsi per sconfiggere la tossicità sociale e finanziaria causata dalla malattia che spesso travolge i pazienti e le famiglie. Nel nostro Centro di Bologna abbiamo voluto creare un hub multifunzionale in cui la tecnologia più avanzata, come la palestra digitale Onconauti-Matrix che eroga programmi di allenamento adattivi guidati da avatar, si fonde con la dimensione relazionale tra persone che stanno vivendo lo stesso percorso. Riscontrare l’adesione degli oncologi della rete metropolitana, che prescrivono regolarmente questi percorsi integrati - conclude - conferma l’efficacia di un progetto che unisce ricerca, riabilitazione, supporto al ritorno al lavoro e umanizzazione delle cure”. Per ulteriori informazioni riguardo i progetti dell'Associazione Onconauti Aps è possibile visitare il sito onconauti.it.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Tumori, quando curare significa anche restituire qualità alla vita la Repubblica
Non basta vivere più a lungo. Per chi affronta un tumore conta anche come si vive durante e dopo le cure: quanta stanchezza resta, quanto dolore si porta dietro, quanto spazio rimane per il lavoro, la famiglia, il sonno, l’attività fisica e le relazioni. È su questo terreno che si muove l’oncologia integrata, che affianca alle terapie antitumorali interventi come esercizio fisico adattato, nutrizione clinica, pratiche mente-corpo e supporto psicologico. Un modello sviluppato a Bologna dall’Associazione Onconauti e presentato al Congresso annuale della Society for Integrative Oncology di Detroit. Secondo i dati riportati dall’associazione, fino al 96% dei pazienti coinvolti riferisce un miglioramento della qualità di vita dopo tre mesi, con una riduzione di affaticamento, ansia e dolore.
Un modello che affianca le cure oncologiche
L’Associazione Onconauti, nata a Bologna nel 2011, ha sviluppato un percorso di presa in carico territoriale che integra esercizio fisico adattato, nutrizione clinica, pratiche mente-corpo e supporto psicologico alle terapie oncologiche standard. Il modello fa riferimento al Primo Centro di Terapie Integrate di Bologna, nato in collaborazione con la Rete Oncologica Metropolitana e l’Azienda USL di Bologna. "Portare il nostro modello al Congresso SIO di Detroit rappresenta un riconoscimento fondamentale del lavoro svolto in questi anni nell'area metropolitana di Bologna", spiega Stefano Giordani, Past Oncologia Territoriale AUSL Bologna e direttore scientifico dell’Associazione Onconauti. "È stata un’importante occasione di confronto e di visibilità internazionale per l'eccellenza bolognese, che ci ha permesso di mostrare alla comunità scientifica come tecnologia e medicina possano diventare strumenti concreti contro gli effetti collaterali a lungo termine delle cure antitumorali".
Fatigue e distress psicologico, due problemi da non sottovalutare
Uno dei punti centrali riguarda il peso degli effetti collaterali che possono persistere anche a distanza dalle terapie. "L'oncologia non può limitarsi alla sola eliminazione della malattia: deve farsi carico della persona nella sua interezza, e i dati presentati dimostrano che integrare l'esercizio fisico adattato e le pratiche mente-corpo all'interno dei percorsi clinici standard permette di ridurre drasticamente la fatigue e il distress psicologico", sottolinea Giordani. Secondo i dati presentati dall’associazione, dopo tre mesi i tassi di adesione ai percorsi superano il 75% e si osserva un miglioramento della qualità di vita percepita. "Le terapie integrate non sono accessorie, ma una componente essenziale della cura", aggiunge Giordani.
Ogni anno oltre 500 persone nei centri di Bologna e Bentivoglio
"Il Centro di Terapie Integrate di Bologna e Bentivoglio accoglie ogni anno oltre 500 persone: tra queste, più di 300 sono donne con tumore al seno", spiega Antonio Maestri, direttore del Dipartimento Oncologico Ausl Bologna. Il percorso parte da una valutazione attraverso questionari validati, i PROMs, cioè strumenti che raccolgono direttamente dal paziente informazioni su sintomi, qualità di vita e benessere percepito. Sulla base di queste valutazioni viene definito un piano assistenziale che fa riferimento alle linee guida internazionali SIO-ASCO. Nel Day Hospital Oncologico dell’Ospedale Bellaria vengono inoltre realizzati interventi assistiti con animali, la cosiddetta pet therapy.
Contrastare anche la "tossicità sociale" del tumore
Il peso della malattia, però, non riguarda soltanto sintomi e terapie. Può coinvolgere il lavoro, il reddito, l’organizzazione familiare e le relazioni. "Oggi è importante attivarsi per sconfiggere la tossicità sociale e finanziaria causata dalla malattia che spesso travolge i pazienti e le famiglie", sottolinea Maestri. Nel centro bolognese l’obiettivo è proprio costruire una presa in carico che tenga insieme riabilitazione, supporto psicologico e sociale, ritorno al lavoro e umanizzazione delle cure. "Nel nostro Centro di Bologna abbiamo voluto creare un hub multifunzionale in cui la tecnologia più avanzata, come la palestra digitale Onconauti-Matrix che eroga programmi di allenamento adattivi guidati da avatar, si fonde con la dimensione relazionale tra persone che stanno vivendo lo stesso percorso", racconta Maestri.
Tecnologia e relazione nello stesso percorso
La palestra digitale rappresenta uno degli strumenti utilizzati per adattare l’attività fisica alle condizioni della persona, ma l’elemento tecnologico viene inserito in un percorso più ampio. "Riscontrare l’adesione degli oncologi della rete metropolitana, che prescrivono regolarmente questi percorsi integrati, conferma l’efficacia di un progetto che unisce ricerca, riabilitazione, supporto al ritorno al lavoro e umanizzazione delle cure", conclude Maestri. Il messaggio è che la qualità delle cure oncologiche non si misura soltanto nella capacità di controllare la malattia, ma anche in quella di ridurne il peso complessivo sulla vita. Se la sopravvivenza aumenta, diventa sempre più importante occuparsi anche di ciò che viene dopo e di tutto ciò che accompagna le terapie: stanchezza, ansia, dolore, perdita di autonomia e difficoltà nel tornare alla propria quotidianità.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
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Svolta nella lotta al tumore al seno: la nuova immunoterapia che supera la barriera cerebrale per colpire le metastasi My-personaltrainer
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Il trattamento del tumore al seno ha compiuto progressi straordinari negli ultimi decenni, garantendo tassi di sopravvivenza sempre più elevati e protocolli di cura maggiormente tollerati. Tuttavia, quando la malattia raggiunge uno stadio avanzato, la gestione clinica delle metastasi al sistema nervoso centrale resta una delle sfide mediche più complesse in assoluto. Raggiungere le lesioni cerebrali con i farmaci sistemici ha costituito, fino ad oggi, un ostacolo biologico quasi insormontabile. Ora, però, un'innovativa scoperta proveniente dalla ricerca scientifica australiana promette di riscrivere le regole della medicina di precisione, combinando la potenza dell'immunoterapia con la raffinatezza delle nanotecnologie per colpire la patologia direttamente nel suo "santuario" protetto.
La barriera emato-encefalica: un ostacolo nella lotta alle metastasi cerebrali Per comprendere l'effettiva portata di questa innovazione biomedica, risulta opportuno analizzare l'ostacolo principale all'azione dei farmaci: la barriera emato-encefalica. Si tratta di una sofisticata e complessa rete di vasi sanguigni, formata da cellule endoteliali strettamente connesse tra loro e supportate dal lavoro degli astrociti. La sua funzione fisiologica è di fondamentale importanza: agisce come un vero e proprio scudo per proteggere il cervello e il midollo spinale da tossine, agenti patogeni e alterazioni chimiche presenti nel flusso sanguigno. Funzionando come un filtro biologico altamente selettivo, garantisce un ambiente costante e sicuro per il corretto funzionamento dell'intero sistema nervoso. In ambito oncologico, però, questo straordinario sistema di difesa naturale si trasforma in un'arma a doppio taglio. Quando le cellule del tumore al seno – specialmente nei sottotipi molecolari più aggressivi e soggetti a recidive, come il carcinoma triplo negativo o l'HER2-positivo – riescono a infiltrarsi nell'encefalo, la barriera finisce per isolare e proteggere le neoformazioni metastatiche. I farmaci chemioterapici tradizionali e i moderni anticorpi monoclonali, infatti, possiedono dimensioni e pesi molecolari troppo elevati per attraversare le strette maglie di questa rete protettiva, rendendo il tessuto cerebrale una roccaforte impermeabile alle terapie sistemiche. Tutto ciò spiega perché superare il limite anatomico imposto dalla barriera ematoencefalica è diventata una priorità per la ricerca scientifica, che oggi guarda sempre più a strategie ingegneristiche avanzate per eludere il blocco e offrire nuove, concrete prospettive di cura.
Nanoparticelle e immunoterapia: come funziona la nuova scoperta La vera svolta tecnologica per oltrepassare questa difesa arriva dai laboratori di ricerca australiani, grazie al proficuo lavoro sinergico condotto dagli scienziati dell'Australian Institute for Bioengineering and Nanotechnology (AIBN) dell'Università del Queensland e dal QIMR Berghofer Medical Research Institute. I ricercatori hanno ideato una strategia terapeutica pionieristica ricorrendo all'impiego di "nanoparticelle intelligenti". Si tratta di vettori tridimensionali microscopici, con dimensioni decine di migliaia di volte inferiori rispetto allo spessore di un capello umano, concepiti su misura per incapsulare e trasportare il principio attivo del farmaco eludendo i blocchi dell'organismo. L'intuizione fondamentale che ha guidato la ricerca risiede nell'aver ingegnerizzato la superficie esterna di queste nanoparticelle con specifici nanocorpi (frammenti anticorpali estremamente ridotti e agili). Questa architettura molecolare agisce come un sofisticato "Cavallo di Troia" biologico: inganna con successo i recettori della barriera emato-encefalica mimando l'aspetto di nutrienti essenziali o molecole che il cervello accetta e assorbe abitualmente. Sfruttando questo naturale meccanismo di trasporto cellulare, i nanocorpi si rendono invisibili al filtro sanguigno e lo attraversano indenni, fungendo da navette per recapitare il farmaco immunoterapico in modo altamente selettivo all'interno del tessuto cerebrale colonizzato dalle cellule tumorali.
Come la nanomedicina riattiva le difese contro le metastasi Una volta penetrate in profondità nel tessuto cerebrale, le nanoparticelle avviano il loro preciso meccanismo d'azione. Il loro scopo è rilasciare un carico terapeutico molto specifico: gli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci di ultima generazione che hanno già rivoluzionato l'oncologia, ma che finora non riuscivano a raggiungere il sistema nervoso in quantità adeguate. Per comprendere l'importanza di questo rilascio farmacologico, però, occorre fare un passo indietro e guardare alle dinamiche del microambiente tumorale cerebrale. Le metastasi riescono a proliferare perché "spengono" letteralmente le difese naturali circostanti, attivando dei freni molecolari che rendono le cellule immunitarie dell'ospite (come i linfociti T e la microglia) del tutto inerti e incapaci di riconoscere il pericolo. La nuova terapia entra in gioco proprio qui: gli inibitori rilasciati dalle nanoparticelle hanno l'obiettivo mirato di sbloccare e rimuovere proprio questi freni. Eliminando l'ostacolo, il sistema immunitario locale viene tempestivamente riattivato e reso nuovamente in grado di intercettare, attaccare e distruggere le cellule maligne. In aggiunta a ciò, c'è poi un altro vantaggio significativo: il rilascio del farmaco immunoterapico esclusivamente nel sito della lesione tumorale previene la dispersione massiccia del principio attivo nel resto del corpo. Tale livello di precisione comporta una drastica riduzione degli effetti collaterali sistemici e delle tossicità che spesso debilitano gravemente i pazienti durante i cicli di terapia tradizionale.
Dalla ricerca australiana alla clinica: i tempi e le prossime fasi Per valutare oggettivamente e con rigore l'impatto clinico della scoperta, occorre tracciare un quadro trasparente dell'attuale stato della ricerca, evitando prematuri trionfalismi, pur riconoscendo il notevole valore scientifico del traguardo raggiunto. I risultati incoraggianti di questa complessa architettura terapeutica sono stati ampiamente documentati attraverso recenti pubblicazioni su riviste di settore molto prestigiose, tra cui Molecular Cancer Therapeutics. Parallelamente, l'ottimizzazione dei nanovettori prosegue attraverso ampi programmi di studio congiunti guidati da eccellenze istituzionali, come il Walter and Eliza Hall Institute of Medical Research (WEHI) e The Brain Cancer Centre. Allo stato attuale, le evidenze poggiano su una robusta fase di sperimentazione preclinica condotta in vitro e su modelli animali complessi, ambiti nei quali si è registrata una significativa riduzione del volume delle lesioni cerebrali. Il passaggio successivo, obbligato e cruciale per garantire la massima sicurezza in ambito medico, è la transizione verso i test clinici sull'essere umano. Sarà necessario superare progressivamente le rigorose Fasi 1, 2 e 3 della sperimentazione per determinare con esattezza il profilo di tollerabilità della cura, i dosaggi terapeutici ottimali e la reale efficacia a lungo termine nel contrasto alla malattia. Si raccomanda pertanto cautela nella valutazione dei tempi di disponibilità: potrebbero trascorrere alcuni anni di intenso lavoro clinico prima che questo trattamento diventi un protocollo standard accessibile nei presidi ospedalieri. Tuttavia, la via scientifica per aggredire farmacologicamente le metastasi cerebrali è stata tracciata con successo.
Cosa cambia per le pazienti: l'impatto sulle terapie future L'innovativa integrazione tra nanomedicina e immunoterapia non rappresenta soltanto un traguardo di eccezionale abilità biotecnologica, ma inaugura di fatto una nuova era per la medicina di precisione in campo oncologico. Per le pazienti colpite da tumore al seno metastatico, il progressivo affinamento di questa tecnica si traduce nella concreta speranza di un profondo miglioramento della qualità di vita e in un significativo ampliamento degli orizzonti di sopravvivenza globale. Fino a ieri, il coinvolgimento del sistema nervoso determinava fin troppo spesso un brusco e ineluttabile arresto delle opzioni curative di tipo farmacologico sistemico, costringendo il personale medico a limitare l'intervento clinico alla radioterapia focale o alla sola palliazione dei sintomi. L'introduzione di nanovettori ingegnerizzati promette invece di trasformare patologie un tempo giudicate del tutto inaccessibili ai farmaci in condizioni mediche miratamente trattabili e, nel tempo, progressivamente cronicizzabili. Concepire il cervello non più come un limite fisiologico invalicabile, bensì come un organo bersaglio raggiungibile e trattabile da terapie intelligenti capaci di rieducare il sistema immunitario, significa aprire orizzonti curativi precedentemente impensabili, compiendo un passo storico per la medicina e per la tutela della salute.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
Chirurgia robotica: primo intervento in Valtellina per l'asportazione di un tumore alla prostata SondrioToday
Un deciso passo avanti dal punto di vista tecnologico e un miglioramento dell'offerta sanitaria per la popolazione: obiettivi importanti per l'Asst Valtellina e Alto Lario che ha avviato il percorso della chirurgia robotica con il primo intervento urologico di prostatectomia radicale per neoplasia prostatica che è stato eseguito nei giorni scorsi all'Ospedale di Sondrio dall'équipe dell'Urologia diretta da Pierluigi Giumelli.
Un traguardo raggiunto grazie alla collaborazione con l'Ospedale Niguarda, in particolare con il direttore dell'Urologia Antonio Galfano, che con entusiasmo si è prestato alla realizzazione del progetto e che, al termine dell'intervento, ha elogiato l'organizzazione della sala operatoria e l'efficienza del personale coinvolto. Chirurghi, anestesisti e infermieri hanno completato un percorso formativo dedicato presso l'Ospedale Niguarda per prepararsi a eseguire questo tipo di interventi con competenza e professionalità. “L'introduzione della chirurgia robotica nel blocco, oltre che una grande innovazione, ha rappresentato un percorso di crescita per tutta l'équipe”. - afferma la caposala del blocco operatorio Stefania Tognini. "Abbiamo avuto la possibilità di apprendere nuove procedure e di acquisire nuove competenze, mantenendo quella che è la nostra priorità, ovvero la tutela della salute del paziente -, aggiunge Serena Ferrari, prima strumentista. Entusiasti anche i medici specialisti Alberto Abrate e Silvia Cavalli, artefici del primo intervento robotico con il dottor Galfano.
“Come direttore della Struttura complessa di Urologia non posso che essere soddisfatto del traguardo raggiunto, peraltro inseguito da anni, che completa così il percorso del trattamento delle patologie urologiche, tumorali e non - dichiara il dottor Giumelli -. Come direttore del Dipartimento Area Chirurgica dell'Asst Valtellina e Alto Lario mi sento oltremodo gratificato perché a usufruire di questa metodica saranno anche le altre Unità operative, la Chirurgia generale di Sondrio e di Sondalo, la Chirurgia toracica di Sondalo e la Ginecologia, che inizieranno a breve a operare con la tecnologia robotica. Un ringraziamento va alla Direzione strategica, e in particolare al direttore generale Ida Ramponi, che ha creduto nel progetto sin dall'inizio del suo incarico e che ora ne vede la realizzazione”.
Il robot
Il robot da Vinci, con il quale è stato eseguito l'intervento per l'asportazione del tumore alla prostata all'ospedale di Sondrio, è un sistema ad alta precisione guidato in tempo reale dal chirurgo, che ne controlla ogni movimento. La chirurgia robotica, una delle più importanti evoluzioni tecnologiche degli ultimi decenni in ambito medico-chirurgico, ha aperto nuovi orizzonti nella gestione dei pazienti, grazie a tecniche mini invasive sempre più sofisticate. La sua applicazione ha evidenziato vantaggi significativi rispetto alle tecniche tradizionali sia laparoscopiche che a cielo aperto, garantendo una riduzione delle complicanze post operatorie, una migliore precisione chirurgica, grazie a strumenti articolati e alla visione in 3D ad alta definizione, la riduzione della degenza ospedaliera e un miglioramento degli esiti oncologici.
Vieste, un farmaco da 39.800 dollari al mese per curare il tumore al pancreas. In un giorno 2.700 donazioni online per Cristina - La Gazzetta di San Severo
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Vieste, un farmaco da 39.800 dollari al mese per curare il tumore al pancreas. In un giorno 2.700 donazioni online per Cristina La Gazzetta di San Severo
“L’unica speranza per questa madre – si legge – è un farmaco, non ancora approvato in Europa, da 39.800 dollari al mese”.
Cristina ha scoperto il tumore a luglio 2025. “Quattro mesi prima della diagnosi – racconta Pasquale – una TAC eseguita per altri motivi è stata erroneamente refertata in quanto il pancreas viene descritto come regolare”.
“Solo a malattia avanzata – scrive – ci è stato purtroppo confermato che il tumore era già visibile in quel referto, quando era ancora localizzato e curabile”.
“Dopo una regressione iniziale con la chemioterapia – continua – la malattia ha ripreso a progredire. Le cure attuali riescono solo a rallentarla, ma non a fermarla”.
“L’unica speranza – prosegue Pasquale – si chiama Daraxonrasib, un nuovo farmaco mirato che sarà approvato in Europa solo a metà 2027, tempo che Cristina, purtroppo, non ha. L’unico modo per averlo subito è acquistarlo direttamente dalla casa farmaceutica statunitense Revolution Medicines, al costo proibitivo di 39.800 dollari al mese”.
“Ogni donazione può fare la differenza tra la vita e la morte per la mamma delle mie figlie. Vi preghiamo di aiutarci – aggiunge Pasquale – a darle questa possibilità”.
La comunità ha dato una risposta travolgente, con 2.700 donazioni in meno di un giorno. Si può contribuire al link https://www.gofundme.com/f/aiutiamo-cristina-a-curarsi
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Salute, la svolta nella cura dei tumori: crioablazione guidata dalla risonanza magnetica TRT Italiano
Spieghiamo passo dopo passo come funziona questa tecnologia mininvasiva, che distrugge i tumori congelandoli a temperature fino a -140 gradi, anziché asportarli chirurgicamente o bruciarli. Esaminiamo inoltre il primo sistema al mondo di crioablazione guidata dalla risonanza magnetica, entrato in funzione al Liverpool Hospital di Sydney. Approfondiamo i risultati ottenuti con questa tecnica nel trattamento dei tumori del rene, della mammella, delle ossa e del fegato, il suo iter di approvazione a livello internazionale e le sue applicazioni in Türkiye. Per i pazienti, questa metodica rappresenta una soluzione mininvasiva, con un recupero rapido e il potenziale di salvare vite.
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Tumore, all’Ospedale di Cremona riparte la psicoterapia di gruppo La Provincia di Cremona
CREMONA - Durante un percorso oncologico, prendersi cura della dimensione psicologica è parte integrante della cura. Emozioni, paure, pensieri e cambiamenti possono accompagnare le diverse fasi del trattamento e poterne parlare con persone che stanno vivendo un’esperienza simile può rappresentare un sostegno importante.
Prosegue all’Ospedale di Cremona l’esperienza della psicoterapia di gruppo in ambito oncologico, con l’avvio di un nuovo percorso rivolto alle pazienti dell’Unità Operativa di Oncologia multidisciplinare per le patologie mammarie, ginecologiche e testa-collo, diretta dal professor Daniele Generali.
Il nuovo gruppo è dedicato in particolare alle donne con tumore della mammella o ginecologico in trattamento attivo, adiuvante o neoadiuvante, con chemioterapia o immunoterapia.
CONDIVIDERE L’ESPERIENZA DELLA MALATTIA
Il gruppo offre uno spazio protetto di ascolto e confronto, nel quale poter parlare di ciò che si sta vivendo e delle emozioni che accompagnano il percorso di cura. Incontrare altre persone che stanno attraversando un’esperienza simile permette di condividere vissuti diversi, riconoscersi nelle esperienze degli altri e trovare nuove modalità per affrontare questo momento.
Il modello utilizzato è di tipo supportivo-espressivo, a orientamento psicodinamico: la relazione e il confronto tra le partecipanti rappresentano una parte centrale del percorso.
Il gruppo sarà composto da otto-dieci pazienti e sarà condotto dalle psiconcologhe Arianna Lima e Jessica Saleri.
DODICI INCONTRI, UNA VOLTA ALLA SETTIMANA
Prima dell’ingresso nel gruppo è previsto un colloquio individuale di valutazione psicologica con una psiconcologa. Il colloquio sarà l’occasione per conoscere la storia oncologica della persona, approfondire le ricadute psicologiche della malattia, valutare il livello di distress e comprendere motivazione e interesse verso il percorso di gruppo.
Il ciclo comprende dodici incontri settimanali, in programma il venerdì dalle 15 alle 16.30, nella Sala riunioni Franco Menta del Day Hospital Oncologico dell’Ospedale di Cremona.
Gli incontri prenderanno il via tra la metà di ottobre e l’inizio di novembre 2026, non appena sarà raggiunto il numero necessario di partecipanti.
Una volta formato, il gruppo resterà chiuso per tutta la durata del percorso: eventuali partecipanti che dovessero interrompere l’esperienza non saranno sostituiti.
"A luglio mi hanno detto che avevo due mesi di viva, che il cancro non era controllabile. Sono andato negli Usa a provare un nuovo farmaco, il mio fegato ha ripreso a funzionare": la storia di Max Parisi - Il Fatto Quotidiano
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"A luglio mi hanno detto che avevo due mesi di viva, che il cancro non era controllabile. Sono andato negli Usa a provare un nuovo farmaco, il mio fegato ha ripreso a funzionare": la storia di Max Parisi Il Fatto Quotidiano
L’11 maggio 2025 Max Parisi, storica voce di Radio Monte Carlo, ha condiviso per la prima volta sui propri social la notizia della sua malattia, legata un tumore al pancreas diagnosticato esattamente un anno prima. Alla fine dello scorso agosto, sempre con un post pubblicato su Instagram, il conduttore radiofonico aveva dovuto annunciare che a settembre non sarebbe tornato alla conduzione nella fascia oraria da lui presidiata.
“Non è stata una decisione facile, ma purtroppo necessaria. Chi mi segue sa che da due anni sono impegnato in una corsa contro un tumore che lascia poco scampo” aveva infatti spiegato.
Soli pochi giorni dopo Parisi decideva di raccontare la scelta che aveva fatto: partire per gli Stati Uniti per provare un nuovo farmaco, da poco validato dalla Food and Drug Administration, che serve per allungare la sopravvivenza per persone giunte ormai agli stadi terminali della malattia.
“Signor Parisi, il tumore ha raggiunto un livello di espansione che è ormai incontrollabile. Lei ha circa due mesi di vita” sono le parole che i medici hanno detto al conduttore radiofonico lo scorso 29 luglio. Le condizioni Di Parisi si sono aggravate nel mese di agosto. “Alla fine di agosto ho dovuto ricorrere a due dosi quotidiane di morfina: ero morto”, ha spiegato Parisi ai microfoni di “Le Iene”.
“A luglio mi hanno detto che avevo due mesi di vita, che il cancro non era controllabile. Sono andato negli Usa a provare un nuovo farmaco, il mio fegato ha ripreso a funzionare”: la storia di Max Parisi - Il Fatto Quotidiano
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“A luglio mi hanno detto che avevo due mesi di vita, che il cancro non era controllabile. Sono andato negli Usa a provare un nuovo farmaco, il mio fegato ha ripreso a funzionare”: la storia di Max Parisi Il Fatto Quotidiano
Il 26 agosto il Daraxonrasib diventa ufficialmente un farmaco riconosciuto negli Stati Uniti. “A quel punto mia moglie cerca un posto che fosse immediatamente disponibile: a me mancava un mese prima di arrivare alla fine della mia vita” ha raccontato Parisi.
Il costo per questa terapia che il conduttore radiofonico sta sostenendo è di 36/37 mila euro, con la fornitura del farmaco per un solo mese. “Ero talmente avanti in questa fase che anche l’idea di spendere dei soldi per me mi faceva stare male. ‘Teneteli per voi, perché per me a questo punto può essere veramente buttarli dalla finestra‘”, ha spiegato Parisi. “Non ti preoccupare. Tu non devi pensare ai soldi, tu devi pensare a vivere”, gli ha risposto invece la moglie.
Ad aiutare il conduttore di Radio Monte Carlo a sostenere le spese per affrontare le cure è stata una raccolta fondi, con la quale sono stati raccolti 110 mila dollari. Quando però è arrivato negli Stati Uniti per iniziare il trattamento, per Parisi poteva essere ormai troppo tardi.
“C’è stato un momento in cui la morte e la vita si sono accavallate. Il farmaco è arrivato con tre, quattro giorni di ritardo e il mio fegato era arrivato al punto di non ritorno. Io il 16 settembre quando c’è stato consegnato il farmaco ho iniziato ad avere una crisi epatica“, ha raccontato Parisi.
La cura antitumorale, però, è iniziata subito: “Le prime due pillole le ho prese subito. Nel giro di ventiquattro ore ho sentito il dolore calare e cambiare forma. Ho smesso di avere le caviglie gonfie, c’è stata una risalita dell’appettito, ho sentito che il fegato stava ricominciando a funzionare”.
I medici al momento sono molto entusiati dei progressi che ha fatto: “Molti degli elementi che stanno riscontrando i medici sono di regressione molto più evidente di quello che si pensava all’inizio. Il mio fegato ha ripreso completamente a funzionare“.
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Tumore al seno: terapia orale offre sollievo a molte donne con vampate. V-news.it
Le vampate di calore colpiscono oltre il 70% delle donne con tumore al seno, compromettendo la qualità di vita e riducendo l'aderenza alla terapia ormonale. È fondamentale migliorare il dialogo tra pazienti e oncologi, poiché esistono trattamenti specifici come elinzanetant, che possono alleviare questi sintomi e migliorare il benessere delle pazienti.
Tumore al seno: vampate per 70% donne
Vampate di calore e qualità di vita
(Adnkronos) – “Le vampate di calore colpiscono oltre 7 donne su 10 che vivono con un tumore al seno, rappresentando uno degli effetti collaterali più comuni e compromettendo la qualità di vita. Inoltre, insieme ai disturbi del sonno, sono tra i principali fattori che riducono l’aderenza alla terapia ormonale. Solo il 60% delle pazienti segue regolarmente le cure per prevenire una recidiva. Solo il 21% delle donne discute di questo problema con il proprio oncologo, mentre una su 10 non lo affronta affatto. Sono disponibili trattamenti specifici per contrastarle efficacemente”. Questo è quanto emerso durante un media tutorial online che ha coinvolto clinici e pazienti, realizzato con il contributo non condizionante di Bayer.
Esperti: cause delle vampate
“Le vampate di calore sono molto comuni e influiscono negativamente sul benessere fisico e psicologico delle pazienti”, afferma Giuseppe Curigliano, direttore della Divisione sviluppo di nuovi farmaci all’Ieo-Istituto europeo di oncologia e professore di Oncologia Medica presso l’Università Statale di Milano. “Sono simili a quelle che affrontano le donne in menopausa e sono causate dalla diminuzione dei livelli ormonali. Le cause possono includere il cancro stesso, infezioni, terapia ormonale o l’uso di alcuni farmaci come gli steroidi. Di solito, questi sintomi risultano più gravi e invalidanti, come tutti i sintomi vasomotori associati alla terapia endocrina”. Una nota informa che è stato studiato un trattamento orale non ormonale in grado di ridurre le conseguenze negative delle vampate: elinzanetant, una terapia mirata a base di neurochinina (antagonista dei recettori Nk-1 e Nk-3). “Migliora significativamente i sintomi vasomotori e la qualità di vita. Attualmente è l’unica terapia approvata per le vampate (da moderate a severe) nelle donne in menopausa e per quelle provocate dalla terapia endocrina per il carcinoma mammario”.
Nuove terapie e risultati positivi
“Per la prima volta c’è una cura specifica che può limitare gli effetti collaterali indotti da uno dei trattamenti anti-cancro più comuni – afferma Curigliano – Diversi studi hanno dimostrato effetti positivi in donne trattate con le principali terapie endocrine come tamoxifene, inibitori dell’aromatasi o soppressori della funzione ovarica. Le pazienti con carcinoma mammario con recettori ormonali positivi (Hr+) hanno mostrato risultati nettamente superiori rispetto a quelle trattate solo con un placebo. Inoltre, sono stati registrati effetti sui disturbi del sonno, una delle conseguenze più diffuse delle vampate diurne e notturne”.
Importanza del dialogo medico-paziente
“Le vampate compromettono la qualità di vita di oltre l’80% delle donne con carcinoma mammario – chiarisce Flori Degrassi, presidente nazionale Andos-Associazione nazionale donne operate al seno – Devono essere affrontate con trattamenti specifici e sempre sotto la supervisione di uno specialista. Tuttavia, si riscontra la tendenza a non parlarne con l’oncologo o a ricorrere a metodi fai-da-te, spesso insufficienti o dannosi perché interferenti con le terapie oncologiche. È evidente la necessità di migliorare il dialogo medico-paziente. In Italia ci sono oltre 900mila donne con diagnosi di tumore al seno – sottolinea – I tassi di sopravvivenza e guarigione sono in costante aumento grazie a diagnosi precoci e a trattamenti più efficaci. La gestione di disturbi apparentemente poco importanti sta assumendo un peso sempre maggiore nel percorso assistenziale e curativo. Il contrasto alle vampate è un esempio di quanto sia importante garantire il benessere femminile a 360 gradi”.
“Attualmente, le vampate vengono trattate principalmente con generici antidepressivi o agopuntura – precisa Curigliano – A oggi, elinzanetant non è ancora rimborsato in Italia per le pazienti oncologiche. La rimborsabilità rappresenterebbe un’importante opportunità per ampliare gli strumenti a disposizione dei clinici, rispondendo a bisogni ancora rilevanti delle donne in questo percorso. In particolare, la terapia potrebbe essere d’aiuto per le più giovani, che spesso devono assumere farmaci analoghi del GnRh per bloccare la produzione di ormoni sessuali. Un trattamento ormonale può durare anche 5 o 10 anni consecutivi, e garantire la qualità di vita in questo lungo periodo è fondamentale per favorire una corretta assunzione delle terapie salvavita”.
Infine, Degrassi conclude, “raccomandiamo alle pazienti di adottare alcuni accorgimenti per contrastare le vampate. È utile praticare attività fisica e rilassamento come meditazione o yoga, evitare il fumo e limitare il consumo di caffeina e alcol. È anche consigliabile arieggiare adeguatamente gli ambienti e utilizzare abiti e lenzuola di cotone”. Da alcune settimane è attivo il portale vampatetumoreseno.it, dove le pazienti oncologiche possono trovare consigli utili e certificati su questa comune controindicazione.