📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.5/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Beta-talassemia e anemia falciforme: Editing genomico CRISPR-Cas9 efficace nella fascia 5-11 anni: i dati Doctor33
La terapia genica con tecnologia CRISPR-Cas9 è efficace e sicura per il trattamento di beta-talassemia e anemia falciformanche nei bambini di età compresa tra 5 e 11 anni. È quanto dimostrano dai risultati di due studi internazionali di fase 3 — CLIMB THAL-141 e CLIMB SCD-151 — pubblicati sul New England Journal of Medicine, che vedono l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù tra i principali centri coinvolti.
Il dato clinicamente rilevante è duplice: nei pazienti con beta-talassemia trasfusione-dipendente, tutti hanno raggiunto l'indipendenza trasfusionale per almeno 12 mesi consecutivi e nei pazienti con anemia falciforme, tutti i ragazzi sono risultati liberi da crisi vaso-occlusive per lo stesso periodo, senza ricoveri correlati alla malattia.
Beta-talassemia e anemia falciforme sono le due emoglobinopatie ereditarie più diffuse al mondo, entrambe causate da mutazioni dei geni coinvolti nella sintesi dell'emoglobina. Nelle forme gravi di beta-talassemia, la ridotta o assente produzione delle catene beta rende necessarie trasfusioni periodiche per tutta la vita, con conseguente sovraccarico di ferro che richiede terapia chelante. Nell'anemia falciforme, l'alterazione strutturale dell'emoglobina genera globuli rossi a morfologia falciforme che occludono il microcircolo, determinando crisi vaso-occlusive dolorose e danno d'organo progressivo e cumulativo. In Italia si stimano circa 6.000 pazienti con talassemia e circa 2.000 con anemia falciforme.
La tecnologia CRISPR-Cas9 agisce come una "forbice molecolare" sulle cellule staminali emopoietiche autologhe del paziente, modificando in modo mirato il gene BCL11A, responsabile della soppressione post-natale della produzione di emoglobina fetale. La sua inattivazione riattiva la sintesi di emoglobina fetale, una forma in grado di compensare il difetto molecolare alla base di entrambe le patologie. Le cellule modificate vengono reinfuse dopo un condizionamento mieloablativo con busulfano, necessario a creare spazio nel midollo osseo per l'attecchimento. Gli studi sono stati promossi da Vertex Pharmaceuticals.
La terapia è attualmente approvata in Italia per i pazienti fino a 35 anni di età con età minima di 12 anni; i dati pubblicati costituiscono la base per una potenziale estensione dell'indicazione alla fascia 5-11 anni. Il profilo di sicurezza nei bambini di 5-11 anni è risultato coerente con quello osservato negli studi precedenti su fasce d'età superiori e con quanto atteso per il condizionamento mieloablativo. Gli eventi avversi più rilevanti sono stati correlati principalmente al busulfano utilizzato nella fase preparatoria.
Il razionale dell'estensione alla fascia pediatrica più giovane è esplicitato dal prof. Franco Locatelli e dal dott. Mattia Algeri, che hanno seguito i pazienti al Bambino Gesù: «Questi risultati dimostrano che l'editing del genoma può essere utilizzato con successo anche nei bambini sotto i 12 anni di età, offrendo la possibilità di intervenire prima che la malattia determini danni d'organo irreversibili. Si tratta di un passo importante verso l'estensione di terapie potenzialmente curative a una fascia di pazienti che fino a oggi aveva opzioni terapeutiche limitate».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
I pazienti oncologici possono migliorare la propria condizione fisica durante la chemioterapia senza ricorrere a esercizi faticosi. Vietnam.vn
Mantenere una routine di esercizio fisico durante il trattamento oncologico aiuta i pazienti a migliorare la propria condizione fisica e ad avere un atteggiamento più positivo nei confronti della propria salute. (Immagine illustrativa realizzata con intelligenza artificiale) La chemioterapia è uno dei trattamenti più importanti per prolungare la vita dei pazienti oncologici. Tuttavia, questo processo spesso comporta numerosi effetti collaterali, come debolezza fisica, affaticamento prolungato, riduzione della forza fisica e stress psicologico. Per molti anni, il riposo è stato considerato la soluzione principale per i pazienti in convalescenza dopo la chemioterapia. Tuttavia, sempre più ricerche dimostrano che mantenere un livello adeguato di attività fisica può offrire benefici significativi. Uno studio di 12 settimane condotto su 159 donne affette da tumore al seno sottoposte a chemioterapia ha dimostrato che coloro che hanno partecipato a un programma di camminata veloce a casa hanno sperimentato livelli di affaticamento significativamente inferiori rispetto al gruppo che ha ricevuto solo le cure standard. Sebbene la sensazione di affaticamento sia aumentata nel tempo in entrambi i gruppi, coloro che hanno mantenuto una routine di esercizio fisico hanno riferito di essere in migliori condizioni fisiche e di avere una percezione più positiva della propria salute. In particolare, l'efficacia del programma di formazione si è mantenuta anche dopo la conclusione dello studio. Un altro studio, pubblicato sulla rivistaSupportive Care in Cancer,si è concentrato su pazienti affetti da tumori gastrointestinali, come quelli dello stomaco, dell'esofago e dell'intestino, sottoposti a chemioterapia. Ai partecipanti è stato consigliato di camminare a casa a un'intensità moderata per un totale di circa 150 minuti a settimana. I risultati hanno dimostrato che il mantenimento dell'attività fisica migliora la mobilità, l'equilibrio e contribuisce a preservare la massa corporea. I pazienti attivi tendono inoltre ad essere più indipendenti nelle attività quotidiane e ad adattarsi meglio al trattamento. Secondo gli esperti, i pazienti sottoposti a chemioterapia non hanno bisogno di praticare esercizi ad alta intensità per trarre beneficio dall'attività fisica. Al contrario, attività semplici come passeggiare nel quartiere, fare stretching, praticare yoga leggero o semplici esercizi di potenziamento muscolare a casa possono essere efficaci. Queste forme di esercizio fisico aiutano a mantenere la funzionalità muscolare, a migliorare la circolazione sanguigna, a sostenere la salute cardiovascolare e a ridurre la sensazione di spossatezza, uno dei sintomi più comuni nei pazienti oncologici. Oltre al suo impatto positivo sulla salute fisica, l'esercizio fisico contribuisce anche a migliorare la salute mentale. Le terapie oncologiche spesso sottopongono i pazienti a un notevole stress psicologico, che va dall'ansia e dalla tensione a sentimenti di tristezza e demotivazione. Gli studi dimostrano che i pazienti che praticano regolarmente attività fisica godono di una migliore qualità del sonno, di un umore più positivo e si sentono più sicuri del proprio stato di salute. Alcune evidenze suggeriscono inoltre che camminare possa contribuire a limitare il declino della concentrazione, della memoria e delle capacità cognitive, un fenomeno spesso definito "nebbia mentale" durante la chemioterapia. I ricercatori suggeriscono che attività semplici come camminare o fare esercizi leggeri a casa possono diventare una parte importante della cura dei pazienti oncologici. Mantenere un livello adeguato di attività fisica non solo aiuta a ridurre la stanchezza, ma migliora anche la funzionalità fisica, supporta la salute mentale e migliora la qualità della vita. Per molti pazienti, una breve passeggiata quotidiana può rappresentare un semplice primo passo, ma offre benefici a lungo termine nel percorso di cura del cancro. Fonte: https://baoquocte.vn/khong-can-tap-nang-benh-nhan-ung-thu-van-co-the-cai-thien-the-trang-khi-hoa-tri-406657.html
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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50.0/100
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B
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Criteri Critici
Emicrania questa (s)conosciuta: open day in Lombardia con screening e visite neurologiche gratuite ilgiorno.it
Milano, 15 giugno 2026 – È una delle patologie più diffuse al mondo e, al contempo, fra le più “misteriose”. L’emicrania, nelle sue diverse forme e con differenti intensità, colpisce il 12% della popolazione adulta, con una prevalenza tre volte maggiore nelle donne. Questo divario è dovuto, in gran parte, al ruolo giocato dagli ormoni.
Il 17 giugno, mercoledì, torna anche in Lombardia l’iniziativa (H) Open Day Emicrania, promosso da Fondazione Onda Ets e dagli ospedali aderenti alla rete del Bollino Rosa. Nei presidi della regione sono in programma una serie di iniziative di prevenzione e approfondimento.
La malattia
L'emicrania continua a essere una patol ogia neurologica croni ca troppo spesso sottostimata, sotto-diagnosticata e banalizzata con l'etichetta di "semplice mal di testa". Chi ne soffre conosce bene il calvario: un dolore intenso, di tipo pulsante, che solitamente si localizza su un solo lato della testa e peggiora con lo svolgimento delle normali attività fisiche.
Gli attacchi, che possono durare dalle 4 alle 72 ore, si accompagnano spesso a sintomi invalidanti come nausea, vomito e un'estrema ipersensibilità a luci (fotofobia), suoni (fonofobia) e odori (osmofobia).
In circa un terzo dei casi, la crisi dolorosa è preceduta dalla cosiddetta “aura”, un campanello d'allarme caratterizzato da sintomi neurologici transitori come disturbi visivi (il classico scotoma scintillante), formicolii o difficoltà di linguaggio.
L’open day
Numerose Aziende Socio Sanitarie Territoriali (Asst) della Lombardia hanno aderito all’(H) Open Day con un ricco calendario di servizi gratuiti, tra cui visite neurologiche, colloqui, info-point e conferenze. Ecco le principali iniziative lombarde con orari e modalità di partecipazione:
Milano e hinterland
ASST Grande ospedale metropolitano Niguarda: dalle 15:00 alle 17:00, presso l'aula magna del presidio territoriale Ippocrate (via Ippocrate 45), si terrà l'incontro aperto al pubblico “Cefalea: stile di vita e terapie non farmacologiche”. L'accesso è libero e non richiede prenotazione.
ASST Santi Paolo e Carlo: presso l'ospedale San Paolo (Atrio Centrale) sarà allestito un info point divulgativo dalle 09:00 alle 12:00 e dalle 14:00 alle 16:00. Inoltre, dalle 16:00 alle 18:00, presso la Casa di comunità Stromboli (via Stromboli 19, sala conferenze) i cittadini potranno incontrare senza prenotazione gli specialisti del Centro Cefalee per orientarsi sui percorsi di diagnosi e cura.
ASST Nord Milano (Cinisello Balsamo): i neurologi dell'ospedale Bassini offriranno visite gratuite dalle 15:00 alle 18:00 (Poliambulatorio medico, piano terra). I posti sono limitati ed è richiesta la prenotazione telefonando al numero 02 5799.9047.
Una visita per le cefalea (foto di repertorio)
Varese e provincia
ASST Valle Olona: all'ospedale di Saronno, la dottoressa Elisa Capiluppi effettuerà visite neurologiche gratuite dalle 08:30 alle 11:30 e dalle 14:00 alle 15:00 (prenotabili scrivendo a neuro.saronno@asst-valleolona.it). A Gallarate, presso la Casa di comunità in via Leonardo Da Vinci, sarà attivo un info-point dalle 14:00 alle 16:30 (prenotazione al PUA, tel. 0331 7147711).
Brescia e provincia
ASST Franciacorta: il dottor Ubaldo Balducci, direttore della Neurologia, terrà colloqui gratuiti presso la Casa di comunità di Chiari (dalle 09:00 alle 12:00) e all'ospedale di Iseo (dalle 14:30 alle 16:30). È necessaria la prenotazione telefonica allo 030 7102631 o via email a chiari@asst-franciacorta.it.
Lodi
ASST di Lodi: la Sala granata della Biblioteca laudense ospiterà un incontro divulgativo serale, dalle 20:30 alle 22:00, intitolato “Emicrania: come riconoscerla e trattarla”, con gli interventi della neurologa Simona Iurlaro e del ricercatore Paolo Mainardi.
Mantova
ASST Mantova: per i cittadini mantovani, il medico terapista del dolore Marco Giannelli sarà a disposizione per colloqui telefonici dalle 15:00 alle 17:00 per fornire supporto e informazioni su come combattere l'emicrania.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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33.3/100
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Criteri Critici
Gli rubano il marsupio con il farmaco salvavita per la figlia piccola: recuperato dalla polizia la Repubblica
All’interno c’erano anche il cellulare e 1000 euro destinati all’acquisto di un costoso medicinale oncologico. Gli agenti del commissariato Spinaceto hanno rintracciato il telefono con la geolocalizzazione: il denaro era sparito, ma la terapia è stata ritrovata
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51.9/100
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Criteri Critici
Scoperta rivoluzionaria in Israele: la prima terapia genica al mondo direttamente nel cervello di un neonato mosaico-cem.it
di Nina Deutsch
Svolta nella medicina genetica personalizzata: un intervento sperimentale guarisce un bambino di otto mesi, aprendo nuove prospettive nel trattamento delle malattie neurologiche rare, tra cui gravi forme di epilessia. Il trattamento è stato realizzato da un team internazionale composto da un medico israeliano di origine ebraica, uno scienziato arabo e l’amministratore delegato di una biotech israelo-americana. La terapia è stata somministrata allo Schneider Children’s Medical Center di Petah Tikva, in Israele.
In un momento storico particolarmente complesso, in cui Israele si trova al centro di forti tensioni politiche e la sua immagine internazionale è spesso associata quasi esclusivamente ai conflitti che attraversano il Medio Oriente, esiste un altro volto del Paese che raramente trova spazio nel dibattito pubblico globale: quello della ricerca scientifica e dell’innovazione medica.
Da decenni Israele rappresenta uno dei principali poli mondiali per lo sviluppo di nuove tecnologie, biotecnologie e terapie avanzate. Università, ospedali, startup e centri di ricerca collaborano quotidianamente per sviluppare soluzioni che non conoscono confini geografici o politici e che finiscono per migliorare la vita di milioni di persone in ogni continente. Molte delle innovazioni nate nei laboratori israeliani vengono oggi utilizzate negli ospedali di tutto il mondo, contribuendo a rivoluzionare diagnosi, cure e prevenzione.
L’ultima straordinaria dimostrazione di questa capacità arriva dal campo della medicina genetica e riguarda un intervento che potrebbe aprire una nuova era nel trattamento delle malattie neurologiche rare.
Un bambino israeliano di appena otto mesi – del quale la famiglia ha scelto di non diffondere fotografie né rendere pubblici il nome, il sesso o altri dettagli identificativi – è diventato il primo essere umano al mondo a ricevere una terapia genica sperimentale iniettata direttamente nei neuroni del cervello.
L’intervento, eseguito presso il Centro Medico Pediatrico Clalit-Schneider di Petah Tikva, aveva un obiettivo tanto semplice nella sua formulazione quanto rivoluzionario nelle sue implicazioni: sostituire un gene mancante responsabile di una rarissima e gravissima forma di epilessia. La patologia genetica di cui soffre il piccolo provoca crisi epilettiche difficilmente controllabili, severi ritardi nello sviluppo neurologico e un elevato rischio di morte precoce. Fino a oggi, per i bambini colpiti da questa rara malattia, le prospettive terapeutiche erano estremamente limitate.
La storia assume anche un forte valore simbolico. A rendere possibile il trattamento hanno contribuito professionisti provenienti da percorsi diversi ma accomunati dallo stesso obiettivo: salvare una vita. Una genetista israeliana, uno scienziato arabo dell’Università Ebraica di Gerusalemme e il responsabile di una biotech americana guidata da un manager di origine israeliana hanno lavorato fianco a fianco per trasformare una scoperta di laboratorio in una terapia mai somministrata prima a un essere umano. Il risultato è una delle più promettenti frontiere della medicina genetica contemporanea.
La dottoressa Naama Ornstein, responsabile dell’unità di genetica dell’ospedale Schneider, aveva già incontrato anni prima un altro bambino affetto dalla stessa patologia. All’epoca la terapia non era ancora disponibile e il piccolo non sopravvisse. Quando il nuovo paziente arrivò in ospedale con convulsioni e gravi segnali di ritardo nello sviluppo, la specialista riconobbe immediatamente la malattia e decise di tentare tutto il possibile.
Insieme al dottor Dror Kraus, direttore del reparto di neurologia pediatrica e specialista nell’epilessia infantile, venne avviata una corsa contro il tempo. Ornstein contattò il professor Rami I. Aqeilan dell’Università Ebraica di Gerusalemme, il ricercatore che anni prima aveva contribuito allo sviluppo della terapia. Nel frattempo la scoperta scientifica era stata trasformata in un potenziale trattamento clinico da una società biotecnologica statunitense guidata da professionisti di origine israeliana.
Da quel momento prese forma una collaborazione internazionale che coinvolse scienziati, medici, aziende biotech e autorità regolatorie. Il problema principale era che il trattamento non era mai stato somministrato a un essere umano. Fu quindi necessario ottenere autorizzazioni straordinarie e superare numerosi ostacoli burocratici per consentire un utilizzo d’emergenza.
Una volta ottenuti tutti i permessi, il neurochirurgo Ido Ben Zvi ha eseguito l’intervento più delicato: iniettare direttamente nel cervello del neonato una copia funzionante del gene assente.
Anche gli aspetti tecnici hanno rappresentato una sfida senza precedenti. Il dosaggio della terapia doveva essere calcolato con estrema precisione e adattato alle dimensioni del cervello di un bambino di pochi mesi. Ogni passaggio è stato pianificato nei minimi dettagli per ridurre al massimo i rischi.
«È stato molto più di un semplice intervento medico – ha spiegato la dottoressa Ornstein – È stata una lotta per dare a un bambino la possibilità di sorridere, crescere e vivere».
La genetista ha sottolineato come spesso i genitori pongano una domanda apparentemente semplice: se manca un gene funzionante, perché non possiamo semplicemente sostituirlo? Fino a oggi la risposta era quasi sempre negativa. Questa volta, però, la medicina è riuscita a fare esattamente questo.
Il bambino è stato dimesso dall’ospedale e continua a essere monitorato attentamente dagli specialisti. È ancora presto per conoscere tutti gli effetti a lungo termine della terapia, ma il caso viene già considerato una pietra miliare nella storia della medicina genetica personalizzata.
Al di là del risultato clinico, la vicenda rappresenta anche un potente esempio di come ricerca scientifica, cooperazione internazionale e innovazione possano convergere verso un unico obiettivo: salvare una vita.
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49.3/100
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Criteri Critici
Melanoma, lo IOR torna sulle spiagge della Riviera con "Good Sun Good Skin": prevenzione e informazione sotto l’ombrellone Ravenna Notizie
R. R. Torna sulle spiagge dellaRiviera Romagnolalacampagna di sensibilizzazione “Good Sun Good Skin”, promossa dall’Istituto Oncologico Romagnolo (IOR)per informare cittadini e turisti sull’importanza della corretta esposizione al sole e sulla prevenzione dei tumori della pelle.L’iniziativa sarà presentata ufficialmente lunedì 29 giugno alle ore 11.30 alla “Spiaggia dei Valori” di Punta Marina Terme, lo stabilimento balneare gestito dall’associazione Insieme a Te, realtà che collabora da anni con lo IOR sia nelle attività di sensibilizzazione sia nell’accoglienza di pazienti oncologici in condizioni di fragilità. L’obiettivo della campagna è richiamare l’attenzione sui rischi legati a una scorretta esposizione ai raggi solari, in un contesto in cui il melanoma continua a registrare numeri in crescita. Secondo i dati illustrati dagli organizzatori, negli ultimi dieci anni l’incidenza della malattia in Italia è aumentata del 17%, un dato influenzato anche dal miglioramento delle tecnologie diagnostiche che consentono di individuare le lesioni cutanee in fase sempre più precoce.Nel corso della conferenza stampa sarà presentato il kit informativo che verrà distribuito gratuitamente durante le prime due settimane di luglio negli stabilimenti balneari aderenti delle province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. All’incontro interverranno Luca Panzavolta, amministratore delegato di CIA-Conad, Fabrizio Miserocchi, direttore generale dell’Istituto Oncologico Romagnolo, Ignazio Stanganelli, responsabile della Skin Cancer Unit dell’IRST “Dino Amadori” IRCCS, e Roberta Mazzoni, responsabile dell’Assessorato Politiche per la Salute, Politiche Sociali, Associazionismo, Volontariato, Terzo Settore e Politiche per le Famiglie del Comune di Ravenna.L’iniziativa è organizzata con la partecipazione di Conad Essentiae e con la collaborazione scientifica dell’IRST “Dino Amadori” IRCCS. Ha inoltre ottenuto il patrocinio di Visit Romagna, dell’Ausl Romagna e di tutti i Comuni coinvolti attraverso gli stabilimenti balneari aderenti. Numerose anche le realtà del territorio che hanno contribuito alla realizzazione del progetto, tra cui Confcommercio Ascom Cervia, Cooperativa Bagnini Cervia, Cooperativa Stabilimenti Balneari Cesenatico, Cooperativa Bagnini Riccione, CNA Balneari Ravenna, Confartigianato Ravenna, Cooperativa Operatori di Spiaggia di Rimini e Piacere Spiaggia Rimini.Attraverso la diffusione di materiali informativi e il coinvolgimento diretto degli operatori balneari, la campagna punta a promuovere una maggiore consapevolezza sui comportamenti corretti da adottare durante l’estate, favorendo la prevenzione e la diagnosi precoce di una patologia che continua a rappresentare una delle neoplasie più frequentemente diagnosticate sul territorio romagnolo.
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Seed4Innovation, Liverdeg: una nuova strategia per colpire il motore molecolare del tumore al fegato INNLIFES
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Trasformare una scoperta in un’impresa. INNLIFES racconta la storia dei progetti vincitori della quinta edizione di Seed4Innovation, il programma di scouting dell’Università degli Studi di Milano che sostiene il trasferimento tecnologico dalla ricerca accademica allo sviluppo di soluzioni innovative. Un percorso che accompagna le migliori idee nate in laboratorio verso applicazioni che possano avere un impatto reale sulla società.
Oggi conosciamo Liverdeg, una soluzione che nasce dall’integrazione tra biologia e chimica computazionale per colpire il “motore” molecolare del tumore al fegato. Ne abbiamo parlato con il responsabile del progetto, Carlo Matera, professore di Chimica Farmaceutica al Dipartimento di Scienze Farmaceutiche dell’Università di Milano.
Professore, come nasce Liverdeg?
«Il progetto nasce nel 2021 dall’incontro tra la mia attività di chimico farmaceutico e l’expertise di Stefano Biffo, professore di Biologia cellulare del mio stesso ateneo e massimo esperto della proteina target del nostro progetto, che ha storicamente contribuito a scoprire e caratterizzare. A noi si è unito il collega Giovanni Grazioso, chimico computazionale che si occupa della progettazione delle molecole.
Siamo partiti dallo studio del ruolo del target scelto, che regola il funzionamento del fegato e l’accumulo di grasso corporeo. Le ricerche del professor Biffo hanno dimostrato che questa proteina ha un ruolo primario nella trasformazione della malattia epatica metabolica in epatocarcinoma».
Qual è il problema clinico su cui intervenite e quale soluzione proponete?
«Affrontiamo la malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica (MASLD), una patologia spesso silenziosa nelle fasi iniziali, che interessa circa un terzo della popolazione adulta mondiale. La sua diffusione è favorita dall’aumento di obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2 e sedentarietà, e si prevede che il carico globale di malattia crescerà ulteriormente nei prossimi anni.
Nel 20% dei casi, la malattia evolve in una forma infiammatoria severa (MASH), che rappresenta oggi la causa di epatocarcinoma con il ritmo di crescita più alto. Parliamo di un tumore che causa circa un milione di nuovi casi all’anno e ha un impatto sociale ed economico di 4 miliardi di euro solo in Europa. La nostra soluzione consiste nello sviluppo di un nuovo trattamento farmacologico basato su small molecules dirette al nostro target».
Dal punto di vista pratico, che tipo di farmaco o prodotto immaginate?
«Immaginiamo una terapia basata su piccole molecole in grado di colpire selettivamente la proteina bersaglio, centrale nei meccanismi di sintesi proteica. Inibendone la funzione, o favorendone la degradazione, potremmo impedire l’attivazione di programmi cellulari dannosi e intervenire precocemente sui processi che portano allo sviluppo della patologia.
Abbiamo già progettato diverse molecole attive in vitro. In parallelo, i dati ottenuti con approcci genetici in modelli animali dal gruppo del professor Biffo sono stati molto incoraggianti: si è osservato un miglioramento del quadro metabolico, una riduzione della massa grassa e dell’infiammazione, senza segnali evidenti di tossicità».
Qual è l’elemento di vera innovazione rispetto ai farmaci già esistenti?
«La differenza fondamentale risiede nel target e nel meccanismo biochimico che vogliamo andare a colpire. Esistono già farmaci per queste patologie, ma agiscono esclusivamente sugli aspetti metabolici e sugli eventi fibrotici. Liverdeg, invece, ha come obiettivo intervenire direttamente sui meccanismi oncogenici, ovvero sulla trasformazione dell’epatocita malato in cellula tumorale.
Colpendo la proteina target, blocchiamo il processo che porta dal “fegato grasso” al carcinoma, un approccio che ci distingue nettamente da tutti i potenziali competitor».
Qual è stato il momento di svolta che vi ha spinto a lavorare anche al fine di tradurre i risultati della vostra ricerca in un prodotto da far arrivare auspicabilmente in clinica?
«È stata una maturazione guidata dal desiderio di dare alla ricerca un impatto concreto, anche oltre i confini del laboratorio. Per me e per il professor Biffo, che studia questo bersaglio biologico da oltre trent’anni, sarebbe particolarmente significativo riuscire a identificare una strategia realmente efficace.
Il nostro obiettivo è fare in modo che una scoperta scientifica non si esaurisca nella pubblicazione di un risultato, ma possa intraprendere un percorso di sviluppo e trasferimento. È questo passaggio che permette alla ricerca di avvicinarsi davvero alle esigenze dei pazienti».
Che ruolo ha avuto Seed4Innovation nello sviluppo del progetto?
«S4I è stata un’esperienza estremamente preziosa, perché ci ha portato a un vero cambio di prospettiva. Ci ha insegnato a guardare la ricerca in chiave traslazionale, valutandone fin dall’inizio l’impatto sociale, scientifico ed economico.
Ci ha dato strumenti concreti per orientare il nostro lavoro verso bisogni reali e per capire come una scoperta possa trasformarsi in una soluzione sviluppabile. La valorizzazione commerciale, in questo senso, non è il fine ultimo, ma uno dei passaggi che può rendere possibile un impatto concreto sui pazienti».
Guardando ai prossimi uno-due anni, dove vorreste essere?
«L’obiettivo primario è arrivare a ottenere il brevetto entro la fine di quest’anno. Entro il prossimo anno, vorremmo aver attirato l’interesse di investitori o partner industriali per finanziare lo sviluppo preclinico regolatorio e i test su modelli di patologia più complessi. Abbiamo bisogno di risorse ingenti per proseguire lungo questa strada e l’ambizione è accompagnare questa tecnologia il più lontano possibile, fino alla clinica».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Nuovi Farmaci per la Cura del Tumore al Pancreas: la Medicina di Precisione Accende Nuove Speranze Dedalomultimedia
Nuovi Farmaci per la Cura del Tumore al Pancreas: la Medicina di Precisione Accende Nuove Speranze
Dalle terapie mirate agli inibitori genetici, la ricerca sta cambiando il futuro di una delle neoplasie più aggressive e difficili da trattare
Il tumore al pancreas continua a rappresentare una delle sfide più complesse dell'oncologia moderna. L'adenocarcinoma duttale pancreatico, la forma più diffusa, è caratterizzato da una crescita particolarmente aggressiva e da una diagnosi che, nella maggior parte dei casi, avviene quando la malattia è già in fase avanzata.
Negli ultimi anni, tuttavia, la ricerca scientifica ha accelerato significativamente lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche. L'approccio tradizionale basato esclusivamente sulla chemioterapia sta progressivamente lasciando spazio alla medicina di precisione, che punta a colpire specifiche alterazioni genetiche responsabili della crescita tumorale.
L'obiettivo non è soltanto prolungare la sopravvivenza, ma anche migliorare la qualità della vita dei pazienti attraverso trattamenti sempre più personalizzati.
Perché il tumore al pancreas richiede terapie innovative
Il carcinoma pancreatico è spesso definito un "killer silenzioso" perché nelle fasi iniziali provoca sintomi poco specifici o addirittura assenti.
Tra i principali fattori di rischio figurano:
il fumo di sigaretta;
l'obesità;
il diabete;
la pancreatite cronica;
la predisposizione genetica familiare;
alcune mutazioni ereditarie.
Le terapie convenzionali, come la chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia, continuano a rappresentare pilastri fondamentali del trattamento, ma non sempre riescono a controllare efficacemente la progressione della malattia.
Per questo motivo, i nuovi farmaci stanno aprendo scenari fino a pochi anni fa impensabili.
Olaparib: la terapia mirata per i pazienti con mutazioni BRCA
Uno dei progressi più significativi riguarda l'utilizzo di Olaparib, un farmaco appartenente alla categoria degli inibitori di PARP.
Questa terapia è destinata ai pazienti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico portatori di mutazioni ereditarie dei geni BRCA1 e BRCA2, che interessano una piccola ma importante percentuale di malati.
Il meccanismo d'azione consiste nel bloccare la capacità delle cellule tumorali di riparare i danni al proprio DNA, favorendone così la distruzione selettiva.
I risultati dello studio internazionale POLO hanno evidenziato un significativo miglioramento della sopravvivenza libera da progressione della malattia nei pazienti trattati dopo una prima fase di chemioterapia a base di platino.
L'identificazione della mutazione BRCA attraverso test genetici specifici è diventata quindi un passaggio fondamentale per individuare i candidati ideali a questa terapia.
Irinotecano liposomiale: la nanotecnologia al servizio dell'oncologia
Un'altra importante innovazione è rappresentata dall'irinotecano liposomiale, conosciuto anche come Nal-IRI.
Questa formulazione utilizza nanoparticelle lipidiche che consentono di trasportare il farmaco direttamente verso il tumore, aumentando l'efficacia e riducendo gli effetti collaterali sistemici.
La terapia viene generalmente impiegata in seconda linea nei pazienti già sottoposti a precedenti trattamenti.
Gli studi clinici hanno dimostrato un miglioramento della sopravvivenza e della qualità della vita rispetto alle terapie tradizionali.
L'approccio liposomiale rappresenta uno dei migliori esempi di come la tecnologia possa rendere più efficaci farmaci già conosciuti.
Gli inibitori KRAS: una delle rivoluzioni più attese
Una delle più grandi sfide della ricerca oncologica è sempre stata quella di colpire la proteina KRAS, alterata in circa il 90% dei tumori pancreatici.
Per decenni questa mutazione è stata considerata praticamente impossibile da trattare.
Oggi, invece, diversi farmaci sperimentali stanno cambiando radicalmente lo scenario terapeutico.
Tra i candidati più promettenti troviamo nuove molecole in grado di bloccare l'attivazione delle proteine RAS, interrompendo i segnali che alimentano la crescita incontrollata delle cellule tumorali.
Parallelamente, altri farmaci sperimentali specifici per determinate mutazioni di KRAS sono attualmente oggetto di numerosi studi clinici internazionali.
Si tratta di una delle aree di ricerca più seguite e potenzialmente rivoluzionarie dell'intera oncologia moderna.
La medicina di precisione cambia il paradigma terapeutico
L'era della medicina personalizzata sta trasformando profondamente il trattamento del tumore al pancreas.
Oggi il paziente non viene più considerato esclusivamente in base alla localizzazione della neoplasia, ma anche alle sue caratteristiche molecolari e genetiche.
Tra i principali bersagli terapeutici oggetto di studio figurano:
le mutazioni BRCA;
le alterazioni del gene KRAS;
i difetti dei meccanismi di riparazione del DNA;
i biomarcatori immunologici;
le vie metaboliche che sostengono il tumore.
Questo approccio consente di sviluppare terapie sempre più efficaci e meno tossiche.
L'importanza della profilazione genetica
La profilazione molecolare del tumore sta diventando una componente essenziale del percorso terapeutico.
Attraverso esami genetici specifici è possibile individuare le alterazioni responsabili della crescita tumorale e scegliere il trattamento più appropriato.
Questa strategia permette di evitare terapie inutilmente aggressive e di aumentare le probabilità di risposta ai farmaci innovativi.
Sempre più centri oncologici italiani stanno integrando la diagnostica molecolare nei protocolli standard di cura.
Le nuove combinazioni terapeutiche
La ricerca sta inoltre esplorando numerose combinazioni tra diversi trattamenti.
Tra le strategie più promettenti emergono:
l'associazione tra chemioterapia e immunoterapia;
l'integrazione con farmaci mirati;
l'impiego di campi elettrici terapeutici;
lo sviluppo di vaccini personalizzati contro il tumore;
le terapie che agiscono sul microambiente tumorale.
L'obiettivo è superare una delle principali difese del carcinoma pancreatico: il cosiddetto stroma desmoplastico, una sorta di barriera protettiva che ostacola la penetrazione dei farmaci.
Un futuro che offre nuove prospettive
Sebbene il tumore al pancreas resti una delle neoplasie più difficili da affrontare, i progressi degli ultimi anni stanno alimentando un cauto ottimismo.
La combinazione tra ricerca genetica, intelligenza artificiale, medicina personalizzata e farmaci di nuova generazione sta aprendo prospettive concrete che fino a poco tempo fa sembravano irraggiungibili.
La sfida futura sarà rendere queste innovazioni sempre più accessibili, migliorando contemporaneamente la diagnosi precoce e l'individuazione dei soggetti maggiormente a rischio.
La lotta contro il tumore al pancreas è ancora lunga, ma la scienza sta finalmente iniziando a cambiare il corso della malattia.
Fonte:Microbiologia Italia di Laura Vergna
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Cancro del pancreas metastatico: nuovo farmaco a confronto con la chemioterapia Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 15 giugno 2026 (Agenbio) – Un nuovo farmaco sperimentale potrebbe aprire nuove prospettive nel trattamento del tumore del pancreas metastatico, una delle neoplasie più aggressive e difficili da trattare. In uno studio internazionale di fase 3, il medicinale daraxonrasib ha mostrato risultati superiori rispetto alla chemioterapia tradizionale nei pazienti già sottoposti a precedenti trattamenti.
Il tumore del pancreas metastatico è spesso caratterizzato da alterazioni del gene RAS, coinvolto nella crescita e proliferazione delle cellule tumorali. Oltre il 90% dei pazienti presenta infatti mutazioni della proteina RAS, considerate tra i principali motori biologici della malattia. Daraxonrasib è un farmaco orale progettato proprio per bloccare la forma attiva di questa proteina. Lo studio, pubblicato su The New Journal of England, ha coinvolto 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico. Nei soggetti con mutazioni RAS G12, la sopravvivenza media è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib contro i 6,6 mesi con la chemioterapia. Anche la sopravvivenza libera da progressione della malattia è risultata significativamente più lunga: 7,3 mesi contro 3,5 mesi. I risultati hanno mostrato benefici simili anche nella popolazione complessiva dello studio. Inoltre, gli effetti collaterali gravi sono risultati leggermente inferiori rispetto alla chemioterapia standard e le interruzioni del trattamento per tossicità sono state meno frequenti. Gli autori sottolineano che il dato più rilevante riguarda proprio il bersaglio terapeutico: colpire direttamente il pathway di RAS, finora considerato estremamente difficile da trattare farmacologicamente. Per questo motivo il risultato viene considerato particolarmente significativo nella ricerca oncologica sul tumore pancreatico, dove le opzioni terapeutiche restano ancora limitate. (Agenbio) Emanuela Birra 9:00
Sacituzumab govitecan nel trattamento delle pazienti con fenotipo biologico iniziale non triplo negativo e importanza della ricaratterizzazione di malattia - Recenti Progressi in Medicina
📰 Recenti Progressi in Medicina📅 2026-06-15T06:38:45
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
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Sacituzumab govitecan nel trattamento delle pazienti con fenotipo biologico iniziale non triplo negativo e importanza della ricaratterizzazione di malattia Recenti Progressi in Medicina
Password dimenticata? 2026, Vol. 0,N. 6 Caputo R. Sacituzumab govitecan nel trattamento delle pazienti con fenotipo biologico iniziale non triplo negativo e importanza della ricaratterizzazione di malattia. .
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Terapia genica anti-età, al via negli Usa il primo test sull’uomo per rigenerare le cellule del nervo ottico Qui Salute Magazine
Una terapia genica pensata per “ringiovanire” le cellule e favorire la rigenerazione dei tessuti danneggiati. È questo l’obiettivo del primo trial clinico sull’uomo avviato negli Stati Uniti dalla società biotech Life Biosciences di Boston, che ha trattato il primo paziente affetto da glaucoma.
Terapia genica anti-età, la sperimentazione pubblicata sulla rivista Nature
La sperimentazione, riportata dalla rivista Nature, punta a contrastare i danni provocati dalla malattia attraverso l’attivazione di tre geni capaci di stimolare la rigenerazione dei neuroni del nervo ottico, la struttura che collega l’occhio al cervello e che viene progressivamente compromessa nei pazienti colpiti da glaucoma.
Si tratta del primo dei dodici interventi previsti nello studio clinico. In una fase successiva, l’azienda intende estendere la ricerca anche ai pazienti affetti da neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (Naion), una patologia che può causare una grave perdita della vista a causa del danneggiamento del nervo ottico.
L’obiettivo è far recuperare alle cellule alcune caratteristiche giovanili
Alla base del progetto c’è il concetto di “riprogrammazione cellulare parziale”. L’obiettivo non è riportare le cellule a uno stato completamente embrionale, ma far recuperare loro alcune caratteristiche tipiche delle cellule giovani, mantenendo però identità e funzioni originarie. Per questo motivo i ricercatori utilizzano tre dei quattro geni normalmente impiegati nei processi di riprogrammazione cellulare.
I geni vengono trasferiti all’interno delle cellule grazie a un vettore virale già ampiamente utilizzato nelle terapie geniche. Il sistema è stato inoltre dotato di un importante meccanismo di sicurezza: l’attivazione dei geni dipende dall’assunzione di doxiciclina, un antibiotico che funge da interruttore biologico. In caso di sospensione del farmaco, i geni vengono automaticamente disattivati.
“Questa strategia ci garantisce un elevato livello di controllo, consentendoci di accendere e spegnere i geni quando necessario e di evitare che restino attivi più a lungo del dovuto”, ha spiegato Sharon Rosenzweig-Lipson, responsabile scientifica di Life Biosciences.
La ricerca è ancora nelle fasi iniziali
L’azienda sottolinea comunque che la ricerca è ancora nelle fasi iniziali e procede con estrema cautela. “Stiamo affrontando una malattia legata all’invecchiamento alla volta. Al momento non stiamo lavorando a un ringiovanimento dell’intero organismo. È un traguardo che speriamo di raggiungere in futuro, ma non siamo ancora a quel punto”, ha aggiunto Rosenzweig-Lipson.
Il trial rappresenta comunque un passaggio significativo nel campo della medicina rigenerativa e della terapia genica, settori che negli ultimi anni stanno aprendo nuove prospettive per il trattamento delle patologie associate all’invecchiamento.
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Tumore al seno iniziale: terapia post intervento più efficace e meno tossica con tamoxifene a basse dosi Corriere della Sera
di V. Mart.
Cambia la cura standard per le donne con carcinoma duttale in situ e lesioni ad alto rischio di recidiva: il farmaco a dosaggio ridotto funziona per la prevenzione di una ricaduta e di un secondo tumore
Uno studio pubblicato sul prestigioso Journal of Clinical Oncology sancisce definitivamente l’ingresso nella pratica clinica del tamoxifene a basse dosi come terapia post-intervento per la prevenzione dei carcinomi mammari duttali in situ, la forma iniziale non invasiva che rappresenta circa il 25% di tutti i tumori alla mammella diagnosticati attraverso lo screening mammografico. Il beneficio del tamoxifene ad alte dosi (ovvero 20 milligrammi al giorno) per cinque anni è noto da decenni, ma il suo impiego clinico è stato limitato dalla tossicità, che include un aumento del rischio di tumore dell’endometrio, tromboembolia venosa, vampate, sintomi ginecologici e disturbi sessuali. Mentre non c'erano finora studi dirimenti sull'efficacia di una dose ridotta per prevenire un'eventuale ricaduta.
Screening con mammografia La mammografia viene offerta ogni due anni a tutte le donne di età compresa tra i 50 ed i 69 anni (molte regioni hanno ampliato l'invito a donne più giovani, a partire dai 45 anni, e più anziane, fino ai 75), ma ancora troppe italiane rifiutano. La media nazionale di adesione allo screening mammografico, infatti, è del 49,3%, ma le differenze tra Regioni sono marcate: si passa dall’82,5% della Provincia autonoma di Trento all’8,1% della Calabria. Tutte le Regioni del Sud hanno livelli di adesione inferiori alla media nazionale. Fare regolarmente la mammografia riduce il rischio di morire per tumore al seno del 40%: in caso di esito positivo, viene avviato un percorso di approfondimento diagnostico con altri test di imaging (ecografia, TAC, risonanza magnetica), esame citologico o biopsia. Con una diagnosi precoce, infatti, la malattia viene scoperta ai primi stadi, di piccole dimensioni, quando le possibilità di guarire sono maggiori e può bastare un intervento chirurgico poco invasivo.
Prevenire le ricadute Sono circa 55mila i nuovi casi di cancro al seno diagnosticati ogni anno in Italia e una quota importante (tra gli 8mila e gli 11mila) di questi sono carcinomi mammari duttali in situ: tumori spesso scoperti tramite mammografia in stadio precoce quando le cellule cancerose si trovano all'interno dei dotti galattofori, ma non hanno invaso il tessuto mammario circostante né possono metastatizzare, e che (tempestivamente trattati)
hanno un tasso di sopravvivenza a 10 anni prossimo al 100%. «Oggi, nella maggior parte dei casi, le pazienti con questa diagnosi non ricevono alcuna terapia dopo la chirurgia (che asporta l'intera lesione) e la radioterapia - spiega la prima autrice dello studio, Sara Gandini, epidemiologa e biostatistica, direttore dell’Unità di Epidemiologia farmacologica e molecolare all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano -. Molte donne, però, hanno lesioni ad alto rischio di una ricaduta e ora sappiamo che possono trarre beneficio dalla terapia con tamoxifene a basse dosi. Evitando i possibili effetti collaterali della dose "piena" di 20 milligrammi al giorno».
Ricerca su oltre 1.500 pazienti Il nuovo studio, che ha come ultimo autore Andrea DeCensi, oncologo della Fondazione Champalimaud di Lisbona, combina i dati individuali di tre studi clinici. «Si tratta della casistica più ampia mai studiata fino ad oggi: 1.545 pazienti seguite per oltre nove anni i cui dati sono stati raccolti dalla Divisione di Prevenzione e Genetica Oncologica Ieo, di cui sono responsabili Bernardo Bonanni e Aliana Guerrieri Gonzaga, in collaborazione con l’Ospedale Galliera di Genova e la Fondazione Champalimaud - si legge nella nota dell'ospedale -. Per l’importanza dei risultati e l’impatto immediato sulla pratica clinica, lo studio è stato selezionato tra i lavori destinati a cambiare l'attuale pratica standard e presentato nella sessione "Best of ASCO" del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (Asco) 2026, il più importante appuntamento mondiale dell’oncologia medica».
I risultati del nuovo studio I risultati indicano che il tamoxifene a basse dosi ha dimezzato significativamente gli eventi oncologici mammari, con un beneficio particolarmente evidente nelle donne in post-menopausa, nelle quali si è osservata una riduzione del 59% del rischio di recidiva o nuovo tumore mammario rispetto alle donne senza terapia. Nelle donne in pre-menopausa, invece, il beneficio maggiore è stato osservato nella riduzione del 55% dei tumori insorti nella mammella opposta a quella già operata. «Questi esiti dimostrano in modo definitivo che, nei carcinomi duttali in situ e nelle lesioni mammarie ad alto rischio, la diminuzione della dose della terapia anti-ormonale con tamoxifene permette di mantenere l’efficacia preventiva della dose standard, riducendo però in modo sostanziale gli effetti collaterali - dice Andrea DeCensi -. Il tamoxifene a 5 milligrammi al giorno, o a 10 milligrammi a giorni alterni, può oggi essere considerato uno standard di cura preventivo dopo l’intervento chirurgico». Dai dati emerge anche che l’effetto protettivo del tamoxifene a basse dosi persiste per molti anni dopo la fine della terapia, senza incremento significativo degli eventi avversi gravi. «Questa ricerca risponde finalmente a interrogativi rimasti aperti, grazie a un’analisi combinata con il follow-up più lungo disponibile - commenta Gandini -. E cambia realmente la pratica clinica perché elimina le principali incertezze sull’impiego del tamoxifene a basse dosi. Oggi sappiamo con maggiore precisione quali pazienti ne traggono il massimo beneficio e possiamo offrire una terapia preventiva più tollerabile e sostenibile nel lungo periodo».
I prossimi passi nelle donne con alto rischio genetico Secondo i ricercatori, questi risultati aprono inoltre nuove prospettive per la prevenzione primaria nelle donne sane ma ad alto rischio di sviluppare un tumore mammario, ad esempio per familiarità o presenza di lesioni precancerose. «Il prossimo passo sarà valutare strategie di prevenzione sempre più personalizzate nelle donne ad alto rischio, soprattutto nelle pazienti più giovani, che spesso rifiutano il trattamento standard a causa degli effetti collaterali - racconta Bernardo Bonanni -. Una terapia efficace e meglio tollerata potrebbe aumentare significativamente l’adesione alla prevenzione farmacologica. Allo Ieo stiamo estendendo gli studi multicentrici con tamoxifene a basse dosi alle donne sane ad alto rischio familiare/germinale». Il nuovo obiettivo è dunque verificare l'utilità di tamoxifene a basse dosi anche per prevenire un tumore in donne sane con un alto rischio genetico (ad esempio per la per la presenza di mutazione nel gene Brca2). «Questa ricerca dimostra come la collaborazione tra epidemiologia, biostatistica, oncologia e biologia traslazionale possa generare risultati concreti per migliorare la qualità di vita delle pazienti e l’efficacia delle cure preventive» conclude Aliana Guerrieri Gonzaga. Alla Fondazione Champalimaud è prevista l’attivazione di un programma personalizzato di diagnosi precoce e determinazione del rischio con intelligenza artificiale per offrire una terapia preventiva efficace e sicura alle donne con rischio aumentato di sviluppare il cancro alla mammella.
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L’importanza di ottimizzare il dosaggio dei farmaci RSI Radiotelevisione svizzera
Uno studio delCentro di ricerca sui tumori dell’Ospedale cantonale di Coira, presentato al maggiore congresso oncologico mondiale, l’ASCO di Chicago, ha messo in evidenza come sia possibile ridurre in tutta sicurezza la somministrazione di un farmaco contro le metastasi ossee in pazienti con cancro al seno o alla prostata, senza diminuire l’efficacia. Presentato uno studio innovativo sul trattamento delle metastasi ossee da parte del Centro di ricerca sui tumori dell’Ospedale cantonale grigionese https://rsi.cue.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Terapie-contro-il-cancro-una-svolta-arriva-da-Coira--3794566.html Il professor Roger von Moos, che ha diretto lo studio, sottolinea diversi effetti positivi, ma soprattutto il fatto che i pazienti subiscono così meno effetti collaterali. Una posizione condivisa dall’oncologo canadese Ian Tannock, impegnato negli Stati Uniti e in Canada con laOptimal Cancer Care Alliancecontro il sovradosaggio di farmaci nella terapia oncologica: “Più si somministra un medicamento, maggiore è la probabilità che funzioni, ma anche la tossicità”. Un problema, secondo Tannock, insito nel sistema: “Praticamente tutti gli studi clinici vengono condotti da aziende farmaceutiche e queste ovviamente vogliono guadagnare”. Una volta che un farmaco è sul mercato, il produttore non ha interesse finanziario a modificare la dose raccomandata. “Le autorità e gli organi di vigilanza dovrebbero esaminare criticamente i dati anche dopo l’autorizzazione di un farmaco” sostiene l’oncologo. Il professore ritiene che una possibile soluzione sia ilProject Optimus, dell’autorità statunitense di vigilanza su farmaci e prodotti sanitari (FDA), che mira a obbligare i produttori a condurre studi di ottimizzazione del dosaggio già prima dell’immissione sul mercato di un nuovo farmaco. Anche von Moos ritiene necessari questi studi e un intervento dello Stato: “Servono una base legale e finanziamenti pubblici per sostenere questo tipo di studi, perché siamo di fronte a un fallimento del mercato”. Un’esigenza confermata da Kerstin Noëlle Vokinger, professoressa di diritto e medicina al Politecnico federale e all’Università di Zurigo: “In medicina, più non significa sempre meglio e questi studi permettono ai pazienti di ricevere una dose ottimale, cioè la massima efficacia con la minore tossicità possibile”. La professoressa suggerisce che il prezzo di un farmaco potrebbe essere legato al fatto che il dosaggio sia ottimizzato o meno. In ogni caso sarebbero necessari degli adeguamenti a livello di leggi o ordinanze. Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti https://whatsapp.com/channel/0029Vat6p4zL2ATyO8IRFJ2C
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Criteri Critici
Tumore al colon, la tecnica dei magneti per operare i pazienti: «Così il recupero è più veloce Corriere Bergamo
di Tiziano Manzoni
I primi interventi eseguiti a Zingonia dal professor Stefano Olmi, un innovatore: la sua prima idea nata dalla passione per la pesca
Il chirurgo Stefano Olmi, 58 anni, in sala operatoria
Quando entra in sala operatoria, il professor Stefano Olmi porta con sé molto più di bisturi e tecnologia: porta una storia fatta di radici solide, intuizioni e una curiosità mai ferma. Nato a Milano il 9 settembre 1967 da padre bergamasco e madre bresciana di Chiari, è cresciuto a Pontoglio e oggi è professore associato all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e direttore della Chirurgia generale, oncologica e robotica del Policlinico San Marco di Zingonia, oltre che uno dei nomi più rispettati della laparoscopia internazionale. Gira l’Italia per visite dedicate a casi oncologici e bariatrici complessi, che poi opera a Zingonia.
Dal gennaio 2010, dopo le esperienze al Fatebenefratelli di Milano e al San Gerardo di Monza — dove per oltre dieci anni affina la tecnica sotto la guida del professor Enrico Croce, figura di riferimento della chirurgia italiana —, Olmi ha trasformato l’Unità da lui diretta in un centro di eccellenza per la chirurgia dello stomaco, del colon-retto e dell’obesità. «Da Croce ho imparato l’importanza di guardare sempre avanti», dice.
Proprio da quella scuola nasce la sua vena innovativa. Da giovane, mentre assisteva agli interventi tenendo la telecamera, osservava i limiti degli strumenti. E da appassionato di pesca, mentre montava una lenza, ideò uno strumento per eseguire nodi extracorporei in laparoscopia. Pensò a una forbice con un piccolo foro: un nodo scorsoio esterno viene spinto in profondità e il filo tagliato con la stessa forbice. Successivamente ideò pinze da presa e porta-aghi (Croce-Olmi). Le sue pinze atraumatiche da 5 mm, progettate per afferrare i tessuti delicati senza traumi, sono usate ovunque.
Dalla grande esperienza nel reflusso gastroesofageo e nella Chirurgia bariatrica ha inoltre inventato una nuova tecnica che associa la sleeve gastrectomy a una plastica antireflusso a 360°, risolvendo contemporaneamente peso e reflusso. Accanto a Olmi operano collaboratori come Giovanni Cesana, Francesca Ciccarese e Matteo Uccelli: «Hanno umanità e amore per il lavoro. Sono una grande squadra», dice fiero.
Oggi il chirurgo è al centro di un’altra piccola rivoluzione: è stato scelto dal professor Michel Gagner (inventore della sleeve gastrectomy) tra i principali ricercatori di uno studio internazionale su un innovativo sistema di anastomosi magnetica. Una tecnica nata per la chirurgia bariatrica, ma che Olmi ha proposto di estendere al colon-retto: «Dissi a Gagner che sarebbe stato interessante avere i magneti per il colon, modificandoli per consentire il transito intestinale».
L’idea è stata sviluppata e a febbraio il Policlinico San Marco ha realizzato i primi interventi al mondo di resezione laparoscopica del colon con anastomosi magnetica lineare. Al posto delle graffette in titanio delle suturatrici meccaniche, due magneti comprimono i tessuti favorendo una cicatrizzazione naturale. «Il vantaggio — spiega Olmi — è che il magnete azzera teoricamente i rischi di sanguinamento e fistole, garantendo un recupero più rapido».
Il beneficio è cruciale in oncologia: «Il tumore del colon-retto è curabile se diagnosticato precocemente. Se si interviene allo stadio iniziale il paziente è guarito, ma spesso si arriva tardi. È fondamentale rafforzare lo screening e sensibilizzare medici di base e pazienti».
La scelta del team di Zingonia per questo studio non è casuale: il centro si occupa sia di chirurgia bariatrica sia di oncologica, con una reputazione consolidata. Lo stesso Gagner ha invitato i colleghi stranieri a Zingonia per apprendere la tecnica e ha chiamato l’équipe a operare in diretta al convegno che si terrà al Policlinico il prossimo 25 giugno.
Guardando al futuro, Olmi è convinto che l’intelligenza artificiale e la robotica non sostituiranno il chirurgo: «Serviranno sempre l’intuito e l’esperienza — sostiene il medico —. Solo unendo la tecnologia alla sapienza manuale faremo la differenza».
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Il sistema si presenta estremamente minimalista e comodo per il paziente ed è suddiviso in due sole componenti.Un cerotto adesivo sul torace che regola il battito cardiaco senza elettrodi né chirurgia: è quello che ha progettato un team del MIT.
I dettagli so…
Un cerotto adesivo sul torace che regola il battito cardiaco senza elettrodi né chirurgia: è quello che ha progettato un team del MIT. I dettagli sono stati pubblicati su Nature Biomedical Engineering, e il meccanismo è del tutto diverso da quello dei pacemaker convenzionali.
Il dispositivo si compone di due parti: un idrogel ultrasottile con microscopici trasduttori acustici integrati e un'unità di controllo portatile che alimenta il cerotto.
Prima di applicarlo, al paziente viene somministrata un'unica iniezione di terapia genica, che introduce nel tessuto cardiaco speciali proteine capaci di aprirsi come canali ionici sulla membrana cellulare quando colpite dagli ultrasuoni emessi dal cerotto stesso.
Va ricordato che la terapia genica permette cose che mai avremmo pensato, come ad esempio far tornare funzionante un senso ormai perduto.
Come funziona la sonogenetica
La tecnica si chiama sonogenetica, una branca della bioingegneria che modifica geneticamente le cellule per renderle sensibili agli stimoli sonori, sul modello dell'optogenetica, che usa invece la luce e di cui abbiamo parlato poco tempo fa in riferimento al dormire ad occhi aperti.
Quando le onde acustiche raggiungono le cellule modificate, i canali si aprono e permettono l'ingresso di ioni calcio, l'elemento chimico che ordina al muscolo cardiaco di contrarsi. Il sistema consuma molta meno energia dei pacemaker tradizionali, che regolano il battito scaricando elettricità direttamente nel cuore, e interagisce con le cellule in modo più vicino al funzionamento naturale.
I test del team del MIT
Il gruppo di ricerca guidato da Chen Gong ha testato il cerotto su ratti affetti da aritmia e su cellule umane in vitro: il battito irregolare è stato corretto quasi immediatamente, sincronizzandosi al millesimo di secondo con il ritmo dettato dagli ultrasuoni in modo sicuro.
Stato della ricerca e prossimi passi
Il dispositivo è ancora in fase preclinica: prima di arrivare ai pazienti umani, i ricercatori devono verificare la stabilità e la sicurezza della terapia genica nel lungo periodo attraverso test clinici rigorosi. L'efficacia dimostrata finora riguarda i modelli animali e le colture cellulari.
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ASL Roma 6 insieme alla Regione Lazio per gli screening gratuiti per la prevenzione del tumore del colon-retto agli over 50 - Il Giornale dei Castelli Romani
📰 Il Giornale dei Castelli Romani📅 2026-06-14T18:54:14
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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ASL Roma 6 insieme alla Regione Lazio per gli screening gratuiti per la prevenzione del tumore del colon-retto agli over 50 Il Giornale dei Castelli Romani
Castelli Romani – Se hai tra i 50 e i 74 anni, l’ASL Roma 6 insieme alla Regione Lazio è al tuo fianco con lo screening gratuito per la prevenzione del tumore del colon-retto.
Come partecipare?
Anche senza invito: Non serve aspettare la lettera a casa! Se rientri nella fascia d’età, puoi muoverti in totale autonomia.
In farmacia: Puoi ritirare e consegnare il kit gratuito direttamente nelle farmacie aderenti del nostro territorio.
Online: Puoi prenotare il tuo appuntamento o chiedere informazioni in pochi click.
Un minuto oggi significa un respiro di sollievo e tanta serenità in più domani. Non rimandare.
Trova la farmacia più vicina e scopri come fare sul sito: www.aslroma6.it
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A Candiolo l’Istituto oncologico del futuro, Allegra Agnelli: "Dobbiamo andare avanti, finché il cancro non sarà vinto" TorinoToday
Due novità arrivano da Candiolo dove la Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro cambia nome e diventa Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro – Candiolo mentre l’Istituto di Candiolo – IRCCS sarà ampliato entro il 2035. Il nuovo sogno, vale a dire il piano di sviluppo, punta a raddoppiare, entro 9 anni, la capacità di ricerca e l’impatto clinico dell’Istituto per fare di Candiolo uno dei centri di ricerca oncologica più avanzati a livello internazionale. Allegra Agnelli, Presidente Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro: “Quarant’anni fa, quando ho immaginato per la prima volta quello che sarebbe diventato l’Istituto di Candiolo, molti mi dissero che era una follia. Costruire dal nulla un centro oncologico all’avanguardia in Piemonte, finanziato interamente dalla generosità di privati cittadini, sembrava un’impresa impossibile. Eppure, mattone dopo mattone, donazione dopo donazione, anno dopo anno, è diventata oggi una realtà di eccellenza riconosciuta. In questi quattro decenni l’oncologia ha compiuto passi straordinari: diagnosi sempre più precoci, terapie sempre più mirate, pazienti che guariscono dove un tempo non esisteva speranza. Candiolo ha accompagnato questi progressi e oggi guardiamo al futuro con la stessa determinazione di allora. Vedere il mio nome legato alla Fondazione mi commuove e mi onora. È una responsabilità che sento come qualcosa di concreto, da tenere con cura, affinché Candiolo in futuro continui a essere all’altezza della sua stessa eredità, fatta di scienza e di speranza. Il futuro che immagino per questa Fondazione è più grande di quanto abbiamo già realizzato. Dobbiamo andare avanti, finché il cancro non sarà vinto”.
Il nuovo piano di sviluppo 2026–2035
Il nuovo piano di sviluppo 2026–2035 prevede infatti un investimento complessivo di oltre 200 milioni di euro per ampliare e riqualificare l’Istituto di Candiolo - IRCCS. Entro il 2035, la superficie passerà da 60.000 a oltre 95.000 metri quadrati con nuovi spazi per la ricerca e la degenza oncologica: edifici integrati, connessi da gallerie luminose e luoghi di incontro pensati per favorire il dialogo continuo tra scienza e assistenza clinica. Il verde diventerà parte integrante dell’esperienza di cura, con parchi, giardini e percorsi nella natura. Particolarmente significativo sarà il nuovo Hospice, concepito come uno spazio raccolto e domestico in cui la presenza dei familiari possa accompagnare i pazienti con serenità, rispetto e dignità. A rendere possibile questo nuovo sogno sono quarant’anni di storia, basati sulla generosità di centinaia di migliaia di donatori.
Nata nel 1986 dall’intuizione della sua Presidente Allegra Agnelli, la Fondazione ha costruito un luogo in cui cura e ricerca si incontrano ogni giorno con un unico obiettivo: portare a tutti i pazienti le terapie più efficaci nel minor tempo possibile. Da quella che in molti ritenevano un’impresa impossibile ha preso forma Candiolo: la dimostrazione concreta di cosa significhi restare fedeli ai valori originari – umanità, impegno, responsabilità – senza smettere di crescere, innovare e guardare avanti.
“Crescere per ampliare la capacità di dare risposte”
Anna Sapino, Direttore Scientifico Istituto di Candiolo - IRCCS: “La scienza avanza per accumulo: ogni scoperta si appoggia su quelle che l’hanno preceduta. Quarant’anni di impegno della Fondazione e trent’anni dell’Istituto hanno prodotto conoscenza, ma soprattutto hanno costruito una cultura scientifica rigorosa e orientata al paziente. Il nuovo piano ci consente di fare un salto di scala: più laboratori, più collaborazioni internazionali, più trial clinici significano più opportunità concrete di trasformare una scoperta in una terapia. È questo il senso del raddoppio: crescere per ampliare la capacità di dare risposte”.
Cos’è oggi Candiolo (dati del 2025)
Oggi Candiolo è un Istituto oncologico di eccellenza, con oltre 60.000 metri quadrati dedicati alla cura e alla ricerca, 800 professionisti tra medici, ricercatori e tecnici, 41 laboratori e unità di ricerca e più di un milione e mezzo di prestazioni ambulatoriali erogate ogni anno. Un risultato straordinario, reso possibile esclusivamente grazie alla generosità e al sostegno di migliaia di donatori. Il sogno oggi continua a crescere con il nuovo Piano di Sviluppo 2026-2035: un investimento da 200 milioni di euro che consentirà di ampliare l’Istituto di circa 35.000 metri quadrati, creando nuovi spazi dedicati alla ricerca sul cancro, alla cura e all’accoglienza dei pazienti. Un luogo in cui innovazione, ricerca, assistenza e umanità convivono e si rafforzano ogni giorno. Perché il futuro dell’oncologia si costruisce oggi, mettendo sempre al centro la persona. Alcuni dati: 314 ricercatori, 646 operatori coinvolti nelle attività di assistenza, 41 laboratori e unità di ricerca, 17.106 Citazioni delle pubblicazioni dell’Istituto.
“La generosità è il motore di Candiolo”
Gianmarco Sala, Direttore Generale Fondazione Allegra Agnelli per la Ricerca sul Cancro: “La generosità è il motore di Candiolo. In questi quarant’anni ogni singolo risultato della Fondazione porta la firma di chi ha scelto di sostenerci: privati cittadini, istituzioni, imprese, attraverso donazioni, lasciti, 5X1000, iniziative. Senza questa generosità diffusa Candiolo non esisterebbe, né come luogo fisico né come comunità di persone – ricercatori, medici, infermieri, pazienti – che ogni giorno lo tengono vivo. Oggi lanciamo un nuovo sogno per Candiolo: nuovi edifici, nuovi reparti, tecnologie sempre più avanzate. Crescere, per continuare a mantenere la parola data a chi ha bisogno di cure e a chi ci sostiene”.