📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Ottobre rosa, tutte le iniziative per la prevenzione del tumore al seno RaiNews
Da alcuni giorni siamo entrati nel mese internazionale della prevenzione del tumore al seno, conosciuto come Ottobre Rosa. Anche in Piemonte iniziative promosse da enti, Comuni e associazioni, con incontri informativi, attività di sensibilizzazione, appuntamenti dedicati alla prevenzione e iniziative simboliche per richiamare l'attenzione sull'importanza della diagnosi precoce. A queste si aggiungono le iniziative organizzate dalle Aziende Sanitarie.
Nell'azienda ospedaliera Santa Croce e Carle di Cuneo, il 13 e 15 ottobre, dalle 15.15 alle 17, al Centro Salute Donna dell'ospedale Santa Croce, proseguono le visite gratuite su ricostruzione mammaria, effettuate dalle équipe di Senologia chirurgica e chirurgia plastica e ricostruttiva. Le prenotazioni sono state raccolte l'1 e 2 ottobre.
All'Asl di Alessandria il 14 ottobre, dalle 16 alle 18, alla Radiologia dell'ospedale di Novi Ligure, è prevista un'apertura straordinaria dell'agenda dello screening mammografico di primo livello, con esami mammografici ed eventuali approfondimenti ecografici e visite senologiche. Posti limitati, con prenotazione obbligatoria allo 0131.30.64.06 e priorità alle donne tra i 45 e i 75 anni che effettuano la prima visita.
Per l'Asl di Asti il 24 ottobre, dalle 9 alle 12.30, all'ospedale Cardinal Massaia di Asti, sono previsti screening mammografici con ecografia nella Radiodiagnostica e visite senologiche e screening di primo e secondo livello per laprevenzione del tumore della cervice uterina a Ostetricia e Ginecologia. Le iniziative, rivolte a una popolazione selezionata, sono coordinate dalla struttura Promozione della Salute e Coordinamento Screening, con i servizi specialistici dell'Asl.
Per l'Asl di Biella il 22 ottobre, alle 18, all'Auditorium Lanificio Sella di Biella (via Corradino Sella 6), si svolgerà il Bra Day 2026 - Le donne di SuperiAmo si raccontano, in un evento dedicato alla prevenzione, alla cura e alla ricostruzionemammaria, con professionisti della Senologia dell'Asl Bi e delFondo Edo Tempia e testimonianze di ex pazienti oncologiche e volontarie.
Nell'Asl Città di Torino il 22 e 29 ottobre, dalle 15 alle 18, l'ospedale Martini offrirà visite senologiche gratuite e consulenze sulla prevenzione all'ambulatorio 9, al piano terra. Il 23 ottobre, dalle 15.30 alle 17.30, analoghe iniziative sisvolgeranno all'ospedale Maria Vittoria. L'accesso sarà libero.
Per l'Asl Cuneo 1 il 28 ottobre, alle 14, all'ingresso dell'ospedale di Savigliano, è in programma un incontro pubblico dedicato a Ottobre Rosa, organizzato col Comune, con la partecipazione della Direzione aziendale e di specialisti di oncologia, radiologia-senologia e chirurgia senologica.
Per l'Asl Cuneo 2 il 20 ottobre, alle 16.30, all'ospedale Michele e Pietro Ferrero di Verduno, sarà inaugurato un nuovo mammografo dotato di intelligenza artificiale, donato dalla Fondazione Ospedale Alba-Bra (partecipazione con prenotazione su www.fondazioneospedalealbabra.it). Il progetto itinerante Salute in Piazza, con attività di sensibilizzazione sullo screening Prevenzione Serena, farà inoltre tappa il 16 ottobre a Ricca di Diano d'Alba e il 22 ottobre ad Albaretto della Torre, dalle 9 alle 12.
Nell'Asl di Novara il 27 ottobre, all'ospedale di Borgomanero, l'équipe senologica offrirà visite ed ecografie mammarie gratis alle donne residenti nel Comune che non rientrano nelle fasce di età dello screening (prenotazioni:340.656.59.71, dal lunedì al venerdì, ore 9-12). Tra le iniziative promosse sul territorio con Lilt Novara figurano inoltre attività motorie gratuite il 10 e 11 ottobre, la WomenLilt Run del 18 ottobre, con partenza alle 10 da piazza Puccinia Novara, e visite senologiche gratis su prenotazione per le donne sotto i 45 anni durante il mese (334.293.17.11, dal lunedì al venerdì, ore 9-12).
Per l'Asl To4, l'11 ottobre, dalle 9 alle 12.30, la Breast Unit parteciperà al Campus senologico al Lago di Candia, con visite ed ecografie mammarie gratuite. Dal 22 ottobre al 10 dicembre, all'ospedale di Ivrea, si svolgeranno otto incontri gratuiti di psicoterapia di gruppo per donne in cura per tumoreal seno (informazioni: segreteria@adod-odv.it; 349.695.88.30). Il 30 ottobre, dalle 16.30 alle 18.30, sono previste visite senologiche ed ecografie gratis all'ambulatorio Lilt di Brandizzo, in via Salerno 9 (prenotazioni: 351.811.90.49).
All'Asl To5 il 10 ottobre, dalle 9, i Comuni di Trofarello, Santena e Cambiano promuovono Ottobre Rosa - Ogni passo conta, una camminata per la prevenzione del tumore al seno. Partenze da piazzale Europa a Trofarello e da piazza Tetti Giro per Santena e Cambiano, con arrivo alla Cascina Creativa, in borgata Riveraa Trofarello . Riflessione e consulenze gratuite del settore Prevenzione dell'Asl To5.
All'Asl di Vercelli tutto il mese sono previste ecografie mammarie gratuite a Vercelli e Borgosesia per donne dai 30 ai 45 anni, su prenotazione tramite Lilt (0161 255517;lilt.vercelli.prenotazioni@gmail.com). Il 20 ottobre, dalle 14 alle 16, visite senologiche a Vercelli (prenotazioni al numero 0161.59.31.25 il 12 e 13 ottobre, ore 8.30-12.30). A Borgosesia, il 22 ottobre, dalle 11 alle 16, ecografie e mammografie perdonne dai 45 anni che non abbiano effettuato analoghi accertamenti nell'ultimo anno (prenotazioni Igea:333.802.22.82); il 23 ottobre sono previste altre visitesenologiche, dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 17, prenotabili rispettivamente tramite Lilt e Igea.
All'Asl Vco per tutto ottobre, con Lilt Vco, sono previste138 visite senologiche gratuite distribuite su 21 giornate nellesedi di Omegna (ospedale Madonna del Popolo), Verbania (ospedale Castelli) e Domodossola (Ospedale San Biagio). Informazioni eprenotazioni alla segreteria Lilt Vco al numero 327.429.67.59, dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 11.
Tra gli altri appuntamenti sul territorio, il 10 ottobre alle15, alla Galleria San Federico di Torino, la Fondazione Ricerca Molinette promuove un evento dedicato a prevenzione, ricerca e sensibilizzazione nell'ambito di Ottobre Rosa, col patrocinio dell'Azienda ospedaliero universitaria Città della Salute edella scienza di Torino.
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Natalia Paragoni rompe il silenzio dopo la fine della chemioterapia: “Sto bene, non sono la malattia” Libero
Natalia Paragoni rompe il silenzio dopo la fine della chemioterapia: “Sto bene, non sono la malattia” Dopo settimane di silenzio, l’ex corteggiatrice di Uomini e Donne torna a parlare della sua salute e spiega perché ha scelto di non raccontare ogni dettaglio delle cure.
Riccardo Greco Web Editor Linkedin Si avvicina all'editoria studiando all'IED come Fashion Editor. Si specializza poi in Comunicazione digitale, Giornalismo e Nuovi media presso La Sapienza, collaborando con alcune testate ed uffici stampa.
IPA
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Natalia Paragoni torna a parlare della sua battaglia contro il linfoma di Hodgkin e lo fa con parole che chiariscono una volta per tutte il motivo della sua assenza dagli aggiornamenti sulla malattia. Dopo aver condiviso con i suoi follower alcuni momenti particolarmente difficili, l’influencer ha scelto di mantenere maggiore riservatezza sul percorso terapeutico, rassicurando comunque chi, nelle ultime settimane, si era preoccupato per il suo silenzio. Una decisione che non nasce dalla volontà di nascondere quanto vissuto, ma dal bisogno di preservare uno spazio personale e di non lasciare che una diagnosi definisca tutto ciò che è.
Il ritorno alla normalità dopo le cure per Natalia Paragoni
Attraverso un video pubblicato sui social, la compagna di Andrea Zelletta ha risposto alle numerose domande ricevute da chi desiderava sapere come stesse procedendo il percorso di cura. Natalia ha spiegato di aver cercato di riprendere le proprie abitudini, compatibilmente con le energie e le possibilità del momento, senza trasformare ogni aspetto della quotidianità in un racconto pubblico della malattia: "Mi chiedete sempre come sta andando il tutto. Ragazze, io non vi sto più aggiornando perché sono ritornata alla mia vita di prima e diciamo che ho cercato di non cambiarla molto anche quest’estate", ha raccontato, chiarendo così le ragioni della sua scelta. L’influencer ha aggiunto di aver continuato a fare tutto ciò che si sentiva di affrontare, senza però avvertire la necessità di condividere costantemente ogni passaggio delle terapie.
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Il punto, per lei, è proprio questo: non vuole che il pubblico finisca per identificare la sua persona esclusivamente con il tumore, dimenticando il resto della sua vita, i suoi progetti e la sua famiglia: "Non è che non ho voglia, ma non voglio ogni volta parlare delle stesse cose perché poi sembra anche un po’ riduttivo raccontare solo di questo", ha spiegato.
L’appello di Natalia Paragoni sulla malattia
Natalia ha poi approfondito il significato di questa decisione, sottolineando come raccontare la propria esperienza non debba necessariamente significare renderne pubblici tutti i particolari. Pur essendo abituata a condividere molti aspetti della sua quotidianità con chi la segue, sente che questa vicenda appartiene a una sfera privata: "Non l’ho mai fatto perché non voglio che la mia persona venga ricordata e legata a questo momento della mia vita. Perché è un momento e io non sono questo. Non sono la malattia, non mi voglio identificare in questo", ha dichiarato, ribadendo un concetto che rappresenta il cuore del suo messaggio.
L’influencer ha quindi rassicurato i follower sulle sue condizioni: "Io sono altro, sono sempre stata altro. Ho costruito altro nella mia vita e quindi se mi chiedete come sto, sto bene, tutto a posto". E ancora: "Non penso di nuocere a nessuno se non vi racconto i particolari. So che la mia vita è sempre esposta. Però, secondo me, questo tema è troppo personale. E parlare solo di questo o mostrare solo questo di me, anche no".
La diagnosi in gravidanza e l’ultimo ciclo di chemioterapia
La diagnosi di linfoma di Hodgkin è arrivata quando Natalia era all’ottavo mese della seconda gravidanza. Una notizia difficile da affrontare in una fase della vita che avrebbe dovuto essere dedicata soprattutto all’attesa della nascita della piccola Beatrice, venuta al mondo lo scorso maggio. Dopo il parto, l’influencer ha iniziato la chemioterapia, affrontando un percorso impegnativo con il sostegno del compagno, delle figlie e dei familiari.
Ad agosto aveva raccontato che il 7 settembre era previsto l’ultimo ciclo di chemioterapia, spiegando anche che il suo organismo stava reagendo positivamente alle cure. Successivamente, la scelta di non fornire ulteriori aggiornamenti aveva alimentato interrogativi e preoccupazioni tra i follower, desiderosi di sapere se ci fossero state complicazioni.
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Criteri Critici
Teprotumumab, in Sardegna parte la nuova terapia per l’orbitopatia Unica Radio
Al Policlinico Duilio Casula di Cagliari somministrata per la prima volta in Sardegna una terapia mirata contro la malattia oculare tiroidea. Il trattamento è destinato a pazienti selezionati.
Teprotumumab, la prima somministrazione in Sardegna
Una nuova possibilità terapeutica arriva in Sardegna per chi soffre di orbitopatia basedowiana, conosciuta anche come malattia oculare tiroidea. Al Policlinico Duilio Casula dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Cagliari è stato somministrato per la prima volta nell’Isola il teprotumumab, anticorpo monoclonale destinato al trattamento delle forme moderate o gravi della patologia. La prima paziente trattata presentava una malattia attiva e moderatamente grave che non aveva risposto in modo adeguato ai corticosteroidi. Secondo quanto comunicato dall’AOU di Cagliari e riportato da ANSA, la struttura sarda è il primo centro dell’Isola e il quarto in Italia a eseguire questo trattamento. L’avvio della terapia rappresenta un passaggio significativo soprattutto per i pazienti che, fino a oggi, disponevano di un numero limitato di alternative farmacologiche. L’obiettivo è intervenire sulla malattia nella sua fase attiva e ridurre, nei casi appropriati, la necessità di ricorrere successivamente a procedure chirurgiche.
Che cos’è la malattia oculare tiroidea
L’orbitopatia basedowiana è una patologia autoimmune spesso associata al morbo di Basedow. Il sistema immunitario provoca un’infiammazione dei tessuti che circondano l’occhio, compresi i muscoli extraoculari e il tessuto adiposo dell’orbita. I sintomi possono variare molto. Tra quelli più frequenti ci sono occhi sporgenti, gonfiore e arrossamento, irritazione, dolore, retrazione delle palpebre e visione doppia. Nelle forme più severe l’infiammazione può arrivare a comprimere il nervo ottico, con conseguenze anche importanti sulla vista. L’EMA descrive la malattia proprio come una condizione autoimmune che può interessare muscoli, grasso e altri tessuti situati dentro e intorno alle orbite. Non tutti i pazienti con malattia di Basedow sviluppano un interessamento oculare significativo. La gestione richiede quindi una valutazione individuale, nella quale endocrinologo e oftalmologo possono stabilire la fase e la gravità della malattia e scegliere il percorso più adatto.
Come funziona il nuovo farmaco
Il principio attivo è un anticorpo monoclonale che agisce sul recettore dell’IGF-1, una molecola coinvolta nei meccanismi biologici dell’orbitopatia. Il blocco di questo bersaglio punta a ridurre i processi che contribuiscono all’infiammazione e all’aumento dei tessuti all’interno dell’orbita. È questo uno degli aspetti più interessanti della terapia. A differenza dei trattamenti antinfiammatori tradizionali, il farmaco è stato sviluppato specificamente per intervenire su un meccanismo ritenuto centrale nella malattia oculare tiroidea. Il percorso terapeutico previsto nel caso comunicato dall’AOU di Cagliari comprende otto infusioni endovenose, somministrate a distanza di tre settimane. La scelta del trattamento, tuttavia, non riguarda indistintamente tutti i pazienti con orbitopatia: la terapia è riservata a casi selezionati e deve essere gestita da centri con esperienza specifica.
Cosa dicono gli studi sul teprotumumab
Le evidenze scientifiche disponibili hanno mostrato risultati significativi soprattutto nei pazienti con malattia attiva e moderata o grave. In uno studio clinico randomizzato pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2020, l’83% dei pazienti trattati ha ottenuto una riduzione della protrusione oculare di almeno 2 millimetri, rispetto al 10% del gruppo placebo. Anche gli altri principali indicatori valutati, compresa la visione doppia e la qualità di vita, hanno mostrato risultati migliori con il trattamento. Un precedente studio di fase 2 aveva già evidenziato un vantaggio del farmaco rispetto al placebo. A 24 settimane, una risposta combinata basata sulla riduzione dell’attività della malattia e della protrusione oculare era stata osservata nel 69% dei pazienti trattati contro il 20% di quelli che avevano ricevuto placebo. Questi dati non significano che il farmaco sia efficace per ogni persona o che possa eliminare definitivamente la malattia. Gli studi hanno riguardato popolazioni selezionate e la durata del beneficio, oltre alla gestione delle eventuali recidive, resta un elemento importante della ricerca clinica.
Teprotumumab, cosa cambia per i pazienti
L’arrivo del trattamento a Cagliari amplia le possibilità di cura disponibili sul territorio regionale. Il centro multidisciplinare dedicato al morbo di Basedow e all’orbitopatia basedowiana è attivo dal gennaio 2025 e, secondo i dati diffusi dall’AOU, ha già valutato oltre 300 pazienti provenienti da diverse zone della Sardegna. Il modello organizzativo punta sulla collaborazione tra più specialità. Endocrinologia e Oculistica lavorano insieme nella valutazione dei pazienti, con il coinvolgimento, quando necessario, anche di Chirurgia, Radiologia, Medicina Nucleare e Farmacia ospedaliera. Questo approccio è particolarmente importante perché la malattia non riguarda soltanto l’aspetto estetico degli occhi. Nei casi più complessi può compromettere la motilità oculare, provocare diplopia e, nelle situazioni più gravi, mettere a rischio la funzione visiva.
Il farmaco è autorizzato in Europa e in Italia
Il teprotumumab è commercializzato in Europa con il nome Tepezza. L’Agenzia europea per i medicinali ha autorizzato il medicinale nel giugno 2025 per il trattamento della malattia oculare tiroidea da moderata a grave negli adulti. Anche l’Agenzia italiana del farmaco ha inserito Tepezza nella classe Cnn, cioè tra i medicinali autorizzati ma non ancora valutati ai fini della rimborsabilità secondo il relativo provvedimento. AIFA indica il teprotumumab come un’opzione terapeutica per la malattia oculare di Graves. Per questo motivo è importante distinguere l’autorizzazione all’impiego dalla piena definizione delle condizioni di rimborsabilità. L’accesso concreto alla terapia dipende dal quadro clinico, dai criteri previsti e dall’organizzazione dei centri autorizzati.
Possibili effetti indesiderati e controlli
Come ogni trattamento farmacologico, anche il teprotumumab richiede un’attenta valutazione dei benefici e dei possibili rischi. Tra gli eventi avversi segnalati nelle sperimentazioni e nella documentazione regolatoria figurano iperglicemia, reazioni legate all’infusione, disturbi gastrointestinali, spasmi muscolari e problemi dell’udito. L’EMA mantiene inoltre il farmaco sotto monitoraggio aggiuntivo per raccogliere nuove informazioni sulla sicurezza. La possibilità di iperglicemia rende particolarmente importante la valutazione dei pazienti con diabete o alterazioni della glicemia. Anche la funzione uditiva rappresenta un aspetto da controllare. La documentazione europea prevede infatti specifiche attività di farmacovigilanza dedicate proprio ai disturbi dell’udito e ad altri potenziali rischi. La terapia non deve quindi essere considerata una soluzione da utilizzare autonomamente, ma un trattamento specialistico che richiede selezione dei pazienti, monitoraggio e collaborazione tra diverse figure mediche.
Un nuovo tassello nella cura dell’orbitopatia
L’esperienza avviata al Policlinico Duilio Casula inserisce la Sardegna in un percorso terapeutico più avanzato per una patologia che può incidere profondamente sulla vita quotidiana. La disponibilità del teprotumumab offre una nuova opzione soprattutto nei casi attivi e moderatamente gravi selezionati dagli specialisti. Il valore dell’innovazione, in questo caso, non riguarda soltanto l’introduzione di un nuovo farmaco. Conta anche la presenza di un’équipe multidisciplinare capace di seguire il paziente nelle diverse fasi della malattia, dalla diagnosi al trattamento fino al monitoraggio nel tempo. Per chi convive con il morbo di Basedow e sviluppa sintomi oculari, il messaggio resta quindi quello della valutazione precoce. Occhi sporgenti, visione doppia, dolore, arrossamento persistente o cambiamenti della vista non vanno ignorati. Una diagnosi tempestiva permette di stabilire rapidamente la fase della malattia e di individuare, insieme agli specialisti, il percorso terapeutico più appropriato.
Da Parma due studi aprono la strada a nuove cure per le leucemie acute: terapie a misura di paziente grazie a una ‘carta d’identità’ della malattia - Università degli studi di Parma
📰 Università degli studi di Parma📅 2026-10-10T09:36:22
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Criteri Critici
Da Parma due studi aprono la strada a nuove cure per le leucemie acute: terapie a misura di paziente grazie a una ‘carta d’identità’ della malattia Università degli studi di Parma
Parma, 10 ottobre 2026 - Realizzare una sorta di ‘carta d’identità’ della leucemia di cui soffre ciascun paziente. Capire non solo com’è fatta la malattia, ma anche come reagisce ai diversi farmaci in ogni singola persona. E, quindi, mettere a punto una terapia il più possibile mirata, personalizzata ed efficace.
É la nuova frontiera della medicina funzionale di precisione, un approccio innovativo che può contribuire ad ampliare le possibilità terapeutiche per le persone colpite da leucemie acute e a rendere le cure sempre più vincenti. Vanno in questa direzione due importanti studi del Laboratorio di Ematologia traslazionale e chemogenomica (THEC) dell’Università di Parma, diretto da Giovanni Roti, professore ordinario del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo e direttore dell’Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. I due lavori, dedicati alle leucemie linfoblastiche acute a cellule T (Lal-T), sono stati pubblicati su ‘Blood’, rivista dell’American Society of Hematology (Ash), e su “npj Precision Oncology”, del gruppo Nature.
Le due iniziative sono state finanziate dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e dalla Fondazione Gimema. Per testare queste nuove terapie, tuttavia, era necessario realizzare un laboratorio dal livello tecnologico molto avanzato: centrale è stato il contributo della Regione Emilia-Romagna che ha sostenuto il progetto con un finanziamento di 400mila euro, coinvolgendo tutte le strutture di ematologia regionali e consentendo ai pazienti con leucemia acuta di accedere a questa pratica innovativa.
L’obiettivo ora è un possibile sviluppo su scala nazionale, valorizzando l’infrastruttura dell’Ematologia di Parma come strumento per orientare cure sempre più mirate evitando trattamenti non necessari.
“I risultati di questi due studi sono importantissimi, ne può andare fiera l’intera Regione che li ha sostenuti e, più in generale, il Paese - spiegano il Presidente della Regione, Michele de Pascale, e l’Assessore alle Politiche per la salute, Massimo Fabi -. É la dimostrazione che sostenere la ricerca con risorse pubbliche porta a mettere a disposizione dei cittadini tecnologie innovative con un potenziale impatto concreto sulle cure. In particolare, la medicina funzionale di precisione ci dice che per affrontare malattie complesse come le leucemie acute non basta conoscerne le caratteristiche genetiche, ma è altrettanto importante capire, caso per caso, come le cellule leucemiche rispondono concretamente ai diversi farmaci”.
“È un cambio di prospettiva importante - aggiungono de Pascale e Fabi -, perché significa mettere sempre più la persona e le caratteristiche specifiche della sua malattia al centro delle scelte terapeutiche, con l’obiettivo di ampliare le possibilità di cura soprattutto nei casi più difficili e quando le terapie standard non sono sufficienti. Come Regione- concludono presidente e assessore- continueremo a investire nella ricerca, nell’innovazione e nelle competenze, perché rafforzare la ricerca significa rafforzare il nostro Servizio sanitario pubblico e, soprattutto, aumentare la possibilità di offrire alle persone cure sempre più personalizzate, appropriate ed efficaci”.
“Il laboratorio THEC è un’eccellenza di livello internazionale e un orgoglio per il nostro Ateneo. Il gruppo di ricerca coordinato dal professor Roti – osserva il Rettore dell’Università di Parma Paolo Martelli - lavora con risultati davvero incredibili per individuare nuove strategie di cura per le leucemie acute, contribuendo allo sviluppo di terapie più efficaci e personalizzate. È questo l’elemento da sottolineare: il valore della ricerca, la sua indispensabilità, per arrivare a ricadute nella pratica clinica”.
“Salutiamo con soddisfazione il lavoro del gruppo di ricerca dell’Ematologia del nostro Ospedale, guidato da Giovanni Roti. Investire nella ricerca significa creare le condizioni affinché l’innovazione nel campo delle malattie ematologiche si traduca in opportunità concrete di cura – afferma Anselmo Campagna, Direttore delle Aziende sanitarie di Parma - Questa è la direzione in cui vogliamo continuare a muoverci, una medicina di precisione capace di valorizzare i progressi scientifici e trasformarli in percorsi terapeutici che cambiano la vita delle persone”.
“Questi risultati testimoniano la dedizione messa in campo da questo gruppo di ricerca che negli ultimi anni ha pubblicato lavori su riviste di alto prestigio internazionale, confermando la vocazione del Centro di ematologia e del Centro trapianti di midollo osseo di Parma a sviluppare una ricerca vicina ai bisogni concreti dei cittadini - sottolinea il prof. Roti -. Le strategie adottate per l’identificazione di nuovi target nelle leucemie acute, insieme all’unica piattaforma italiana di drug response profiling (Drp) per le malattie ematologiche, rappresentano un motivo di grande orgoglio, perché si tratta di strumenti che hanno già raggiunto numerosi pazienti in tutta Italia, nati da un percorso pensato per essere accessibile: una proposta- conclude- scientificamente solida, allineata agli standard europei e sostenuta da finanziamenti pubblici e donazioni liberali”.
Una ricerca pubblica, sostenuta da investimenti e collaborazione
Il progetto è stato realizzato nell’ambito di un trial accademico nazionale no-profit, indipendente dall’industria farmaceutica. Per sviluppare questa capacità di ricerca sono stati fondamentali finanziamenti competitivi e donazioni, che hanno consentito di acquisire tecnologie in grado di effettuare le analisi in tempi compatibili con il percorso di cura.
Gli studi sono stati finanziati da Airc e Fondazione Gimema, mentre il contributo di Fondazione Cariparma e Ail Parma è stato determinante per l’acquisizione delle tecnologie necessarie. Un investimento che oggi mette a disposizione della ricerca e della cura una capacità tecnologica avanzata, indispensabile per sviluppare ulteriormente questo tipo di approccio.
Fondamentale anche il lavoro di una squadra composta da dottorande e dottorandi, studentesse e studenti, ricercatrici e ricercatori e personale tecnico: competenze diverse che hanno lavorato insieme quotidianamente, integrando ricerca di base, tecnologia e attività clinica.
I due studi raccontano così un unico percorso: capire meglio la leucemia per individuare nuovi bersagli terapeutici e trasformare queste conoscenze in strumenti capaci di orientare concretamente le scelte di cura. Un percorso che parte dalla ricerca e dai modelli sperimentali e arriva alla sperimentazione clinica, puntando a un obiettivo molto concreto: offrire, anche nelle forme più difficili della malattia, nuove possibilità terapeutiche sempre più personalizzate.
Dalla ricerca di nuovi bersagli alle possibili nuove terapie
Il primo studio, pubblicato su “Blood” che vede Anna Montanaro, ricercatrice del Dipartimento di Medicina e Chirurgia, prima autrice, ha individuato una nuova vulnerabilità delle cellule leucemiche. I ricercatori hanno studiato in particolare la proteina Wnk1, scoprendo che bloccarne l’attività può ostacolare la moltiplicazione delle cellule leucemiche. L'inibizione della proteina, ottenuta attraverso approcci genetici e mediante farmaci sperimentali, interferisce infatti con alcuni meccanismi fondamentali della divisione cellulare. Non si tratta ancora di una terapia disponibile per i pazienti, ma il risultato rappresenta l’identificazione di una nuova vulnerabilità biologica della malattia, che dovrà essere ulteriormente studiata e sviluppata prima di poter arrivare, eventualmente, a un utilizzo clinico.
La “carta di identità” della leucemia per orientare le cure
Il secondo studio, pubblicato su “npj Precision Oncology” del gruppo Nature con Luca Pagliaro, ricercatore del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma e medico dell’Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria, come primo autore, porta invece la ricerca verso la sperimentazione clinica. Il lavoro presenta i risultati del trial multicentrico nazionale Gimena All2720, realizzato dalla collaborazione tra il gruppo di Parma, la Fondazione Gimema e numerosi centri ematologici italiani.
L’obiettivo è verificare se sia possibile individuare opzioni terapeutiche personalizzate per le persone con leucemia linfoblastica acuta a cellule T, soprattutto nei casi recidivati o resistenti alle terapie, quando le possibilità di trattamento sono più limitate. Dai campioni dei pazienti vengono isolate le cellule leucemiche, che vengono poi esposte in laboratorio a centinaia di molecole farmacologiche. I ricercatori possono così misurare direttamente quali farmaci riescono maggiormente a contrastare le cellule tumorali. Queste informazioni vengono quindi incrociate con il profilo genetico e molecolare della leucemia e il risultato è un profilo individuale della malattia, una sorta di “carta di identità” che può aiutare a individuare le opzioni terapeutiche potenzialmente più adatte al singolo caso.
Si tratta del cuore della medicina funzionale di precisione: non fermarsi alla fotografia genetica della malattia, ma verificare anche direttamente come quelle cellule rispondono ai farmaci. Lo studio dimostra la possibilità di applicare questo modello su scala nazionale, affiancando alle informazioni genomiche una misurazione concreta della sensibilità delle cellule leucemiche ai farmaci. I risultati rappresentano una prima importante evidenza a sostegno dell’utilizzo della medicina funzionale di precisione per ampliare le possibilità terapeutiche, in particolare nei casi in cui non siano disponibili trattamenti standard efficaci.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
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Criteri Critici
Luo Jiaying, il "monaco Tang": nonostante la diagnosi di cancro, a 80 anni continua a guadagnare per pagarsi le cure. Vietnam.vn
Di recente, Law Ka-ying ha festeggiato il suo ottantesimo compleanno con la moglie, Wong Ming-chuen, e una grande riunione di familiari, amici e colleghi. Secondo HK01, Wong Ming-chuen ha condiviso una serie di foto della festa sulla sua pagina personale, accompagnate dagli auguri di buona salute, felicità e lunga vita al marito. Law Ka-ying e sua moglie festeggiano il suo ottantesimo compleanno (Foto: HK01). La festa si è tenuta in un ristorante e vi hanno partecipato molti artisti del mondo dello spettacolo di Hong Kong. Nelle foto pubblicate, Law Ka-ying indossava un abito scuro e una sciarpa rossa, apparendo in ottima forma e pieno di vitalità. Lui e la moglie si tenevano per mano mentre tagliavano la torta di compleanno e scattavano foto ricordo con gli ospiti. Alcuni artisti più giovani si sono persino inginocchiati per offrirgli tè e brindare alla sua longevità, dimostrando il loro rispetto per una figura di spicco del teatro cantonese. Anche a 80 anni, non oso ancora andare in pensione. In una precedente intervista con HK01, Law Ka-ying ha rivelato che, nonostante gli 80 anni, il suo programma di lavoro rimane piuttosto fitto. L'attore ha pochissimo tempo per riposare o viaggiare . "Sono molto impegnato. Inizialmente pensavo di non dovermi assumere così tanti impegni. Ma a volte, per rispetto dei rapporti interpersonali, è difficile rifiutare gli inviti, quindi finisco per accettarli", ha raccontato.
Secondo Law Ka-ying, il suo lavoro non si limita alle riunioni, ma comprende anche contratti pubblicitari. A volte, un invito apparentemente semplice può trasformarsi in una serie di impegni inaspettati, rendendogli difficile organizzare il proprio tempo come vorrebbe. Nonostante abbia rifiutato numerose offerte, l'attore non è ancora riuscito a smettere completamente di lavorare. Oltre alle spese di mantenimento per la moglie, gli elevati costi delle cure mediche sono un'ulteriore ragione per cui deve continuare a guadagnare. Law Ka-ying è famosa per il suo ruolo di Tang Sanzang in "A Chinese Odyssey" (Foto: Yahoo). La Gia Anh ha dichiarato di spendere oltre 10.000 dollari di Hong Kong (oltre 33 milioni di dong vietnamiti) al mese in spese mediche. Dopo anni di cure contro il cancro, desidera risparmiare di più per crearsi una riserva finanziaria per la vecchiaia. "In realtà, le visite mediche sono molto costose. Penso anche che più avanti, quando sarò più grande e avrò un po' più di soldi, avrò più persone che si prenderanno cura di me. Altrimenti, sarà molto difficile", ha confidato l'artista. Queste riflessioni hanno attirato l'attenzione per la sua prospettiva realistica sulla vecchiaia. Per Law Ka-ying, continuare a lavorare non solo aiuta a mantenere un reddito, ma prepara anche al futuro, quando la salute potrebbe peggiorare e le esigenze mediche aumentare.
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Ciononostante, ha affermato che il suo stato di salute attuale è relativamente stabile. In passato, l'artista soffriva spesso di mal di schiena e dolori muscolari, che richiedevano massaggi. Tuttavia, questi sintomi sono migliorati significativamente negli ultimi anni. Il percorso dal palcoscenico cantonese all'iconico ruolo del monaco Tang. Law Ka-ying è un rinomato attore teatrale (Foto: SCMP). Nato nel 1946 in una famiglia con una forte tradizione artistica, Law Ka-ying ha avuto un'influenza significativa sulla sua formazione e carriera grazie al padre, l'artista Law Ka-kuen. Fin da giovane, è stato esposto e formato nell'opera cantonese, una forma teatrale tradizionale che richiede una combinazione di recitazione, canto e tecniche espressive. Anni di dedizione al teatro hanno permesso a Law Ka-ying di costruire una solida base artistica, in particolare nel controllo della voce, nell'espressione facciale e nel ritmo. Questi sono anche i fattori che hanno contribuito al suo stile unico quando è passato al cinema. Un punto di svolta nella sua carriera si è verificato negli anni '90, quando ha partecipato alle opere di Stephen Chow, tra cui *From Beijing with Love* e *A Chinese Odyssey*.
In "A Chinese Odyssey" , Law Ka-ying interpreta Tang Sanzang, un personaggio ben diverso dall'immagine tradizionale del solenne monaco. Il suo personaggio ha un aspetto dignitoso, ma crea spesso situazioni comiche attraverso lunghi dialoghi, espressioni esagerate e comportamenti inaspettati. In particolare, la scena in cui Tang Sanzang canta la canzone inglese "Only You" è diventata uno dei momenti più celebri del film. Con il suo atteggiamento sicuro e la sua interpretazione umoristica, Law Ka-ying ha fatto ridere il pubblico, trasformando questo personaggio in un momento indimenticabile della sua carriera. Nonostante fosse ampiamente conosciuto per i suoi film comici, ha mantenuto un forte legame con le arti tradizionali. Nel 2018, Law Ka-ying è stato insignito di una medaglia speciale in riconoscimento del suo contributo alle arti. Molte battaglie contro il cancro A 80 anni, Law Ka-ying non ha figli e deve ancora lavorare per guadagnare i soldi necessari per le cure contro il cancro (Foto: HK01). Dietro la sua lunga carriera si celano importanti problemi di salute. A Law Ka-ying è stato diagnosticato un cancro al fegato nel 2004. Successivamente, nel 2019, ha dovuto affrontare un cancro alla prostata.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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51.5/100
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Criteri Critici
Natalia Paragoni: fine chemioterapia e ritorno alla vita Notizie.it
La vita di Natalia Paragoni, nota al grande pubblico per la sua partecipazione a Uomini e Donne ha avuto un brusco cambiamento a metà, quando le è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese della sua seconda gravidanza. Nonostante la gravità della notizia, la giovane ha deciso di portare a termine la gestazione, dando alla luce la seconda figlia, Beatrice, nel mese di maggio.
Subito dopo il parto ha iniziato un ciclo di chemioterapia seguito da vicino dal compagno Andrea Zelletta e dalla sua famiglia.
Il percorso terapeutico e l’ultimo ciclo
Il trattamento è proseguito con una serie di cicli mensili; in agosto la Paragoni aveva condiviso che il 7 settembre avrebbe affrontato l’ultimo ciclo previsto.
In quell’occasione aveva dichiarato che la terapia stava dando i risultati sperati e che il suo organismo rispondeva in modo positivo. Dopo aver terminato l’ultimo appuntamento, la star ha cessato di fornire aggiornamenti puntuali, alimentando in rete diverse ipotesi di complicanze. Tuttavia, nei giorni più recenti ha pubblicato un breve video in cui rassicura il pubblico: «tutto procede per il meglio, sto bene, tutto a posto».
Conclusione del trattamento
Nel messaggio, Natalia ha enfatizzato il fatto di aver concluso con successo la chemioterapia e di non aver riscontrato effetti collaterali gravi. Ha anche spiegato che, per ridurre il rischio di perdita di capelli tipico dei trattamenti oncologici, ha scelto di radersi la chioma; gesto che ha ispirato i genitori a rasarsi anch’essi i capelli in segno di solidarietà.
Il diritto a non essere definita dalla malattia
Al centro della recente comunicazione c’è una chiara volontà di distanziarsi dall’etichetta di “paziente”. Natalia ha sottolineato più volte che «non sono la malattia» e che non vuole che la sua immagine sia ridotta a questo episodio. In un video, ha dichiarato: «Sono tornata alla mia vita di prima» aggiungendo che vuole continuare a vivere come prima, senza dover parlare continuamente dello stesso tema. Secondo le sue parole, il racconto costante della sua esperienza oncologica sarebbe «troppo personale» e rischierebbe a farla diventare un simbolo unico di una sola fase della sua esistenza.
Supporto familiare e ritorno alla normalità
Il sostegno è arrivato soprattutto dal partner, Andrea Zelletta, e dalle due figlie, di cui la più piccola è Beatrice. I genitori di Natalia hanno dimostrato la loro vicinanza rasandosi i capelli, gesto simbolico che ha rafforzato il legame familiare durante il percorso di cura. Ora, la giovane ha dichiarato di aver ripreso le attività quotidiane, continuando a gestire i propri impegni professionali e personali. Nonostante la presenza costante dei media, ha scelto di raccontare solo ciò che ritiene opportuno, evitando di fornire dettagli clinici che considera riservati.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Criteri Critici
Tumore al polmone: gemelli digitali per diagnosi e cure su misura Dazebaonews
Il progetto europeo LUMINA punta a creare modelli virtuali dei polmoni per prevedere l’evoluzione della malattia e aiutare i medici a personalizzare le terapie. La ricerca riceve circa 4 milioni di euro: l’efficacia clinica dovrà essere dimostrata
Anticipare l’evoluzione di un tumore al polmone e capire come potrebbe rispondere ai trattamenti: è l’obiettivo di LUMINA, progetto internazionale che unisce intelligenza artificiale generativa e conoscenze mediche per sviluppare gemelli digitali dei polmoni specifici per ciascun paziente.
L’idea è trasformare esami e informazioni raccolti nel tempo in un modello capace di elaborare previsioni utili alle decisioni cliniche. Una prospettiva promettente, ancora in fase di ricerca, che punta a rendere più personalizzati la diagnosi, i controlli e la scelta delle cure.
Che cosa sono i gemelli digitali dei polmoni
Un gemello digitale è una rappresentazione informatica costruita a partire dai dati di una persona. In LUMINA, il modello metterà in relazione TAC, cartelle cliniche, risultati di laboratorio e storia dei trattamenti, seguendo i cambiamenti della malattia nel tempo.
Il suo valore dovrebbe consistere nella capacità di stimare possibili sviluppi futuri: come potrebbe crescere il tumore, quali caratteristiche potrebbero indicare un rischio maggiore e quale risposta potrebbe avere il paziente a una terapia.
Le previsioni sono pensate come supporto al lavoro dei medici. Il progetto prevede inoltre che i pazienti possano accedere al proprio gemello digitale, per rendere più comprensibile il percorso di cura.
Intelligenza artificiale per prevedere la risposta alle terapie
LUMINA affronta due difficoltà dell’oncologia polmonare: riconoscere precocemente la malattia nei casi meno evidenti e orientare i trattamenti quando la situazione individuale è complessa o poco rappresentata nelle linee guida.
L’intelligenza artificiale analizzerà insieme informazioni di natura diversa, cercando relazioni tra immagini, esami e andamento clinico. L’obiettivo è fornire indicazioni utili sia per programmare i controlli sia per valutare le opzioni terapeutiche.
Secondo la scheda della Commissione europea, il primo modello si concentrerà sul tumore polmonare non a piccole cellule e sulla previsione della risposta all’immunoterapia. La ricerca prevede poi di estendere l’approccio ad altri sottotipi e trattamenti.
Dati di 4.000 pazienti e campioni sintetici
Il progetto parte da informazioni relative a circa 4.000 pazienti, raccolte in ospedali di Danimarca, Italia, Polonia e Corea del Sud.
La base informativa sarà successivamente ampliata, anche attraverso dati sintetici: campioni generati artificialmente per affiancare quelli reali nello sviluppo dei modelli. Il consorzio punta a superare una dimensione equivalente a 10.000 pazienti; questa espansione non corrisponde quindi interamente al coinvolgimento di nuove persone.
Il ruolo del Politecnico di Milano
Coordinato dall’Università di Aalborg, LUMINA coinvolge, tra gli altri, Humanitas Research Hospital e Politecnico di Milano. Il finanziamento europeo è di circa 4 milioni di euro, nell’ambito del programma EIC Pathfinder Challenges, con attività previste tra il 2026 e il 2030.
Al Politecnico, Emanuele Lettieri e Maria Pinelli contribuiranno a valutare il valore delle tecnologie sviluppate attraverso l’Health Technology Assessment, cioè la valutazione delle tecnologie sanitarie.
L’analisi considererà benefici clinici, costi, organizzazione dei servizi e aspetti etici. Lettieri sottolinea la necessità di dimostrare l’utilità concreta per pazienti e professionisti; Pinelli richiama il coinvolgimento di medici, responsabili sanitari, autorità di controllo e rappresentanti dei pazienti per preparare un’adozione responsabile.
Quando potranno entrare nella pratica clinica
LUMINA non è oggi uno strumento disponibile per la cura del tumore al polmone. Il percorso prevede sviluppo e verifica di prototipi, prima delle successive fasi necessarie all’impiego nei servizi sanitari.
La coordinatrice Izabela Ewa Nielsen indica un possibile orizzonte di 10–15 anni per un’applicazione capace di migliorare i trattamenti, a condizione che la ricerca proceda con successo. È una prospettiva, non una scadenza garantita: la sfida sarà dimostrare che le previsioni dei gemelli digitali producono benefici misurabili nella cura delle persone.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Ottobre Rosa 2026, la Lilt Campobasso accanto alle donne: dalla prevenzione alla cura di sé isNews - Molise
CAMPOBASSO. La LILT – Associazione Provinciale di Campobasso ODV aderisce anche quest’anno alla campagna nazionaleLILT for Women – Nastro Rosacon un programma di iniziative gratuite dedicate alla prevenzione oncologica femminile, alla diagnosi precoce e al sostegno delle donne in terapia, realizzato con ASReM, il Responsible Research Hospital, istituzioni, professionisti e realtà del territorio. Il calendario si apre lunedì 12 ottobre presso il Day Hospital Oncologico dell’ospedale San Timoteo di Termoli, con un incontro sull’estetica oncologica, progetto che mette al centro il benessere e la qualità di vita delle pazienti durante le cure. Dal 12 al 17 ottobre sono previste le giornate di prevenzione senologica al Responsible Research Hospital di Campobasso, mentre le iniziative con ASReM negli ospedali di Campobasso, Termoli e Isernia offriranno visite ginecologiche e mammografie gratuite. Il programma raggiunge anche il territorio, con attività di informazione e prevenzione a Larino e Casacalenda, incontri per le lavoratrici dell’azienda Momentive, appuntamenti di estetica oncologica nelle farmacie di Termoli ed eventi dedicati alla solidarietà e alla sensibilizzazione. «Ottobre Rosa è un’occasione per ricordare che la prevenzione deve accompagnare le donne in ogni fase della vita. Ma il nostro impegno va oltre la diagnosi precoce: significa anche essere vicini a chi affronta la malattia, con attenzione alla persona e alla sua qualità di vita», sottolinea la dott.ssa Carmela Franchella, Presidente della LILT Campobasso. Sedi, orari e modalità di partecipazione sono riportati nella locandina ufficiale della campagna, e gli eventuali aggiornamenti saranno diffusi attraverso i canali della LILT Campobasso. Quindici giornate di eventi tra dicembre e gennaio. Pronto il calendario LARINO. Torna a illuminare… Sei giovani hanno rappresentato la regione in Puglia. Nessuna classifica finale: al centro il valore… I poliziotti della Squadra mobile e dello Sco la prossima settimana saranno all’Agrario e al… Giornata di grandi emozioni per i cittadini di Montenero presenti in piazza San Pietro MONTENERO… Il medico ha lanciato ufficialmente il suo movimento ‘Vento di cambiamento’ con la disponibilità a… Lo studio della Cgia di Mestre. I centri virtuosi sono Riccia, Mafalda e Jelsi CAMPOBASSO/ISERNIA.…
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Dieci anni di progressi con l'immunoterapia firmati professor Maio: Siena capitale mondiale della ricerca contro il cancro Corriere di Siena
Dieci anni di progressi nella lotta al cancro grazie all'immunoterapia. Siena torna al centro del dibattito internazionale sull’immunoncologia con la decima edizione del Think Tank della Fondazione NIBIT – Italian Network for Tumor Bio-Immunotherapy, in chiusura oggi all’Hotel Villa Ermellina di Siena. Un appuntamento che quest’anno assume un significato particolarmente importante: dieci edizioni rappresentano infatti dieci anni di ricerca, confronto e collaborazione scientifica che hanno accompagnato la straordinaria evoluzione dell’oncologia medica con l’avvento dei nuovi farmaci immunoterapici, contribuendo alla costruzione di una comunità scientifica sempre più ampia e interconnessa a livello internazionale.
Il Think Tank è organizzato dal professor Michele Maio, direttore dell'Immunoterapia Oncologica dell'Azienda ospedaliero-universitaria Senese, presidente della Fondazione Nibit e ordinario di oncologia medica dell'Università di Siena e dalla professoressa Anna Maria Di Giacomo, ordinario di oncologia medica dell'Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni Cliniche dell’Aou Senese, insieme al Parker Institute for Cancer Immunotherapy (PICI) di San Francisco e il World Immunotherapy Council (WIC), confermando la forte dimensione internazionale dell’appuntamento. Per l’Aou Senese ha portato i saluti in rappresentanza della direzione aziendale la direttrice sanitaria Maria De Marco.
Il meeting nasce con l’obiettivo di condividere con la comunità scientifica internazionale i risultati delle attività di ricerca e le nuove iniziative sviluppate dal network NIBIT, in un settore, quello dell’immunoterapia dei tumori, caratterizzato da una rapidissima evoluzione e da importanti innovazioni nella ricerca preclinica e clinica. Nel corso delle diverse edizioni, il Think Tank ha rappresentato un'importante occasione di aggiornamento professionale, confronto interdisciplinare e sviluppo di nuove collaborazioni, mettendo in dialogo alcuni tra i più autorevoli ricercatori internazionali nel campo dell'immunoterapia oncologica.
Anche questa decima edizione vede la partecipazione di scienziati di riconosciuto prestigio internazionale, chiamati a confrontarsi su alcuni temi scientifici, traslazionali e clinici selezionati tra quelli di maggiore interesse e attualità per il futuro dell’immunoncologia. Il format privilegia un confronto fortemente interattivo, con l'obiettivo di favorire non solo la condivisione delle conoscenze, ma anche la nascita di nuove idee e progettualità.
"Arrivare alla decima edizione del Think Tank NIBIT rappresenta per tutti noi un traguardo importante, ma soprattutto la conferma del valore di un percorso costruito negli anni attraverso la ricerca, il confronto e la collaborazione internazionale – sottolinea il professor Michele Maio –. In questi dieci anni l’immunoterapia ha trasformato profondamente il modo di affrontare numerosi tumori e ha aperto prospettive in oncologia medica che fino a poco tempo fa sembravano impensabili, come testimoniato da pazienti che parteciperanno attivamente al convegno. Il Think Tank è cresciuto insieme a questo settore, diventando un luogo nel quale ricercatori di diverse generazioni e provenienze possono confrontarsi sulle sfide ancora aperte e costruire nuove collaborazioni. È questo, probabilmente, uno dei risultati più importanti di questi dieci anni: aver creato una comunità scientifica capace di condividere conoscenze, idee e progettualità per accelerare il percorso dalla ricerca alla cura dei pazienti".
Tra gli obiettivi dell’edizione 2026 vi sono la condivisione delle più avanzate prospettive su temi selezionati dell’immuno-oncologia, la definizione di nuove collaborazioni di ricerca preclinica, clinica ed educativa e il coinvolgimento delle nuove generazioni di ricercatori. Una particolare attenzione è infatti dedicata ai giovani investigatori: alcuni ricercatori, selezionati anche attraverso il World Immunotherapy Council, presentano progetti e idee di ricerca sui temi individuati dal Think Tank, sottoposti al confronto con gli esperti e con la possibilità di trovare successivamente occasioni di sviluppo e collaborazione presso le istituzioni partecipanti. Il confronto scientifico è inoltre finalizzato alla produzione di un white paper, documento di sintesi destinato a raccogliere e valorizzare le principali riflessioni e prospettive emerse durante l’incontro.
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Siena: decimo Think Tank NIBIT sull’immunoterapia dei tumori Siena Free
Siena torna al centro del dibattito internazionale sull’immunoncologia con la decima edizione del Think Tank della Fondazione NIBIT – Italian Network for Tumor Bio-Immunotherapy, in programma dall’8 al 10 ottobre all’Hotel Villa Ermellina di Siena. Un appuntamento che quest’anno assume un significato particolarmente importante: dieci edizioni rappresentano infatti dieci anni di ricerca, confronto e collaborazione scientifica che hanno accompagnato la straordinaria evoluzione dell’oncologia medica con l’avvento dei nuovi farmaci immunoterapici, contribuendo alla costruzione di una comunità scientifica sempre più ampia e interconnessa a livello internazionale.
Il Think Tank è organizzato dal professor Michele Maio, direttore dell’Immunoterapia Oncologica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese, presidente della Fondazione Nibit e ordinario di oncologia medica dell’Università di Siena e dalla professoressa Anna Maria Di Giacomo, ordinario di oncologia medica dell’Università di Siena e responsabile del programma di sperimentazioni Cliniche dell’Aou Senese, insieme al Parker Institute for Cancer Immunotherapy (PICI) di San Francisco e il World Immunotherapy Council (WIC), confermando la forte dimensione internazionale dell’appuntamento. Per l’Aou Senese ha portato i saluti in rappresentanza della direzione aziendale la direttrice sanitaria Maria De Marco.
Il meeting nasce con l’obiettivo di condividere con la comunità scientifica internazionale i risultati delle attività di ricerca e le nuove iniziative sviluppate dal network NIBIT, in un settore, quello dell’immunoterapia dei tumori, caratterizzato da una rapidissima evoluzione e da importanti innovazioni nella ricerca preclinica e clinica. Nel corso delle diverse edizioni, il Think Tank ha rappresentato un’importante occasione di aggiornamento professionale, confronto interdisciplinare e sviluppo di nuove collaborazioni, mettendo in dialogo alcuni tra i più autorevoli ricercatori internazionali nel campo dell’immunoterapia oncologica.
Anche questa decima edizione vede la partecipazione di scienziati di riconosciuto prestigio internazionale, chiamati a confrontarsi su alcuni temi scientifici, traslazionali e clinici selezionati tra quelli di maggiore interesse e attualità per il futuro dell’immunoncologia. Il format privilegia un confronto fortemente interattivo, con l’obiettivo di favorire non solo la condivisione delle conoscenze, ma anche la nascita di nuove idee e progettualità.
«Arrivare alla decima edizione del Think Tank NIBIT rappresenta per tutti noi un traguardo importante, ma soprattutto la conferma del valore di un percorso costruito negli anni attraverso la ricerca, il confronto e la collaborazione internazionale – sottolinea il professor Michele Maio –. In questi dieci anni l’immunoterapia ha trasformato profondamente il modo di affrontare numerosi tumori e ha aperto prospettive in oncologia medica che fino a poco tempo fa sembravano impensabili, come testimoniato da pazienti che parteciperanno attivamente al convegno. Il Think Tank è cresciuto insieme a questo settore, diventando un luogo nel quale ricercatori di diverse generazioni e provenienze possono confrontarsi sulle sfide ancora aperte e costruire nuove collaborazioni. È questo, probabilmente, uno dei risultati più importanti di questi dieci anni: aver creato una comunità scientifica capace di condividere conoscenze, idee e progettualità per accelerare il percorso dalla ricerca alla cura dei pazienti».
Tra gli obiettivi dell’edizione 2026 vi sono la condivisione delle più avanzate prospettive su temi selezionati dell’immuno-oncologia, la definizione di nuove collaborazioni di ricerca preclinica, clinica ed educativa e il coinvolgimento delle nuove generazioni di ricercatori. Una particolare attenzione è infatti dedicata ai giovani investigatori: alcuni ricercatori, selezionati anche attraverso il World Immunotherapy Council, presentano progetti e idee di ricerca sui temi individuati dal Think Tank, sottoposti al confronto con gli esperti e con la possibilità di trovare successivamente occasioni di sviluppo e collaborazione presso le istituzioni partecipanti. Il confronto scientifico è inoltre finalizzato alla produzione di un white paper, documento di sintesi destinato a raccogliere e valorizzare le principali riflessioni e prospettive emerse durante l’incontro.
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Chirurgia robotica, primo intervento all’Ospedale di Sondrio con il sistema da Vinci valtellinanotizie.com
SONDRIO – La chirurgia robotica entra ufficialmente nell’attività dell’Asst Valtellina e Alto Lario. Nei giorni scorsi all’Ospedale di Sondrio è stato eseguito il primo intervento con il sistema da Vinci, una prostatectomia radicale per neoplasia prostatica portata a termine dall’équipe dell’Urologia diretta da Pierluigi Giumelli. Un passaggio che segna l’avvio di un nuovo percorso tecnologico e organizzativo per l’Azienda sanitaria e che, nelle intenzioni di Asst, non resterà circoscritto all’Urologia sondriese: la metodica sarà infatti progressivamente estesa anche ad altre unità operative, comprese quelle dell’Ospedale Morelli di Sondalo.
Il primo intervento è stato reso possibile anche grazie alla collaborazione con l’Ospedale Niguarda di Milano e, in particolare, con Antonio Galfano, direttore dell’Urologia. Galfano ha partecipato alla realizzazione del progetto e, al termine dell’operazione, ha espresso apprezzamento per l’organizzazione della sala operatoria e per il lavoro del personale coinvolto.
Prima di arrivare al debutto della chirurgia robotica a Sondrio, chirurghi, anestesisti e infermieri hanno seguito un percorso formativo dedicato proprio al Niguarda, acquisendo le competenze necessarie per lavorare con il nuovo sistema. “L’introduzione della chirurgia robotica nel blocco, oltre che una grande innovazione, ha rappresentato un percorso di crescita per tutta l’équipe – sottolinea la caposala del blocco operatorio Stefania Tognini -. Abbiamo avuto la possibilità di apprendere nuove procedure e di acquisire nuove competenze, mantenendo quella che è la nostra priorità, ovvero la tutela della salute del paziente”, aggiunge la prima strumentista Serena Ferrari.
A partecipare al primo intervento robotico, insieme al dottor Galfano, sono stati anche gli specialisti Alberto Abrate e Silvia Cavalli.
Soddisfazione è stata espressa dal direttore dell’Urologia, Pierluigi Giumelli, che è anche direttore del Dipartimento Area Chirurgica di Asst Valtellina e Alto Lario. “Come direttore della Struttura complessa di Urologia non posso che essere soddisfatto del traguardo raggiunto, peraltro inseguito da anni, che completa così il percorso del trattamento delle patologie urologiche, tumorali e non”, afferma.
Il valore del nuovo sistema, però, va oltre la sola Urologia. “Come direttore del Dipartimento Area Chirurgica dell’Asst Valtellina e Alto Lario mi sento oltremodo gratificato perché a usufruire di questa metodica saranno anche le altre Unità operative, la Chirurgia generale di Sondrio e di Sondalo, la Chirurgia toracica di Sondalo e la Ginecologia, che inizieranno a breve a operare con la tecnologia robotica”.
Giumelli ha quindi ringraziato la Direzione strategica e, in particolare, il direttore generale Ida Ramponi, “che ha creduto nel progetto sin dall’inizio del suo incarico e che ora ne vede la realizzazione”.
Il sistema da Vinci è una tecnologia chirurgica ad alta precisione controllata in tempo reale dal chirurgo, che ne guida ogni movimento. La piattaforma consente di operare con tecniche mini invasive attraverso strumenti articolati e una visione tridimensionale ad alta definizione, offrendo al chirurgo una maggiore precisione nei movimenti. Secondo Asst, l’impiego della chirurgia robotica può tradursi in diversi vantaggi rispetto agli approcci tradizionali, tra cui una riduzione delle complicanze post operatorie, una maggiore precisione chirurgica, degenze più brevi e migliori esiti in ambito oncologico.
Con il primo intervento eseguito a Sondrio, il progetto entra quindi nella sua fase operativa. Dopo l’Urologia, il passo successivo sarà l’estensione graduale della tecnologia alle altre specialità chirurgiche previste, comprese quelle attive al Morelli di Sondalo.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Farmaci per chemioterapia bloccati in autostrada, ci pensa la Polizia: storia a lieto fine SiracusaOggi.it
Ieri mattina, il blocco totale del traffico lungo l’autostrada Siracusa – Catania, causato da un serio sinistro stradale, ha fatto scattare l’allarme rosso per la gestione delle emergenze sanitarie locali. Tra i mezzi rimasti intrappolati nelle interminabili code chilometriche, infatti, vi era anche un automezzo sanitario adibito al trasporto urgente di delicatissimi farmaci chemioterapici. I medicinali erano attesi con estrema urgenza nel reparto oncologico dell’Ospedale Muscatello di Augusta dove diversi pazienti erano già pronti a ricevere le proprie terapie salvavita. Consapevole che ogni minuto di ritardo avrebbe potuto compromettere la catena dei soccorsi e l’efficacia dei trattamenti medici, il conducente del veicolo sanitario ha prontamente contattato le Forze dell’ordine. La macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente e i militari del Commissariato di Polizia di Augusta, a bordo di una volante, sono riusciti a raggiungere il mezzo bloccato districandosi tra le auto in coda. Grazie a una manovra rapida e coordinata, gli Agenti hanno aperto un varco sicuro tra la carreggiata congestionata, facendo da staffetta e scorta d’emergenza al furgone dei medicinali fino all’uscita autostradale. La corsa contro il tempo si è conclusa nel migliore dei modi. I farmaci oncologici sono stati consegnati in tempi celeri direttamente nelle mani del personale sanitario del nosocomio megarese. Una storia a lieto fine che ha permesso di assicurare la continuità delle cure e di non interrompere i protocolli terapeutici per i pazienti in attesa.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Criteri Critici
Tumori del sangue, quando le cellule del paziente diventano un farmaco Mondosanità
Prelevare cellule del paziente, modificarle perché riconoscano il tumore e restituirle con un’infusione. È il principio delle CAR-T, una dei grandi progressi nelle cure oncoematologiche ottenuti di recente. Il farmaco, in questo caso, è fatto di cellule vive. Ma avere un trattamento capace di colpire la malattia suscita subito una raffica di interrogativi: per chi funziona meglio? Quanto dura il beneficio? Quali rischi comporta?
È da queste domande che parte Paolo Corradini, direttore dell’Ematologia e Trapianto di midollo osseo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e presidente del Comitato scientifico AIL. La sua prospettiva tiene insieme due obiettivi: sviluppare nuove possibilità terapeutiche e imparare a scegliere con maggiore precisione quelle già disponibili. Un tema al centro del confronto scientifico che ha accompagnato, il 2 ottobre a Milano, le celebrazioni dei cinquant’anni di AIL Milano Monza Brianza.
Una risposta oggi, e tra qualche anno?
Leucemie, linfomi e mieloma sono spesso riuniti sotto l’espressione tumori del sangue. Ma questa definizione comprende malattie diverse, con caratteristiche biologiche, percorsi e trattamenti diversificati. Anche due persone con la stessa diagnosi possono rispondere in modo differente.
Per il professor Corradini, il prossimo passo richiede di capire meglio queste differenze. Nuove CAR-T, anticorpi bispecifici, terapie personalizzate e strategie senza chemioterapia nei contesti appropriati ampliano le scelte. Biomarcatori e strumenti predittivi devono aiutare a orientarle: individuare segnali che permettano di riconoscere chi ha maggiori probabilità di rispondere e quali pazienti richiedano un approccio diverso.
La ricerca deve poi seguire ciò che accade nel tempo. Una buona risposta iniziale è un risultato importante; sapere quanto dura permette di comprenderne davvero il valore. Efficacia, ricadute, effetti indesiderati e possibilità di ulteriori trattamenti fanno parte della stessa valutazione.
È questa la logica del progetto sostenuto da AIL, che seguirà per cinque anni persone con mieloma multiplo trattate con CAR-T. Raccogliere dati nella pratica clinica significa osservare come si comporta la terapia quando incontra pazienti con condizioni e storie differenti da quelle selezionate per una sperimentazione. Conoscere meglio efficacia, sopravvivenza e tossicità aiuta a migliorare le decisioni.
Il sistema immunitario entra nella cura
Nelle CAR-T, i linfociti T vengono modificati per riconoscere uno specifico bersaglio tumorale. Gli anticorpi bispecifici seguono un’altra strada: possono mettere in contatto una cellula immunitaria con una cellula del tumore, favorendone l’attacco. Sono modi diversi di coinvolgere le difese dell’organismo nel trattamento.
L’evoluzione delle terapie geniche e cellulari, al centro del lavoro di Fabio Ciceri, direttore dell’Ematologia e Trapianto di midollo del San Raffaele, cambia così le possibilità disponibili per alcune malattie, fra cui diversi linfomi. Cambia anche ciò che si chiede ai centri di cura: competenze specialistiche, organizzazione e capacità di riconoscere e gestire gli effetti avversi. L’innovazione comprende il trattamento e tutto ciò che serve per utilizzarlo bene.
Nel mieloma multiplo, intanto, gli anticorpi monoclonali hanno ampliato le opzioni terapeutiche. È uno degli ambiti approfonditi da Martina Pennisi, ematologa dell’Istituto Nazionale dei Tumori. Disporre di più farmaci rende ancora più importante il percorso: quali impiegare, in quali combinazioni, in quale fase della malattia. Il beneficio del singolo trattamento va letto dentro la storia clinica della persona.
Le domande cambiano ancora nelle neoplasie mieloproliferative, delle quali si occupa Barbara Mora, ematologa del Policlinico di Milano. Anche qui l’evoluzione terapeutica richiede di distinguere le caratteristiche delle diverse malattie, i sintomi e i rischi individuali. È il significato concreto della medicina di precisione: usare le conoscenze biologiche per costruire scelte cliniche più aderenti al problema che si deve affrontare.
Chi porta l’innovazione al letto del paziente
Una terapia nuova richiede persone capaci di studiarla, utilizzarla e migliorarla. Per questo il sostegno alla ricerca passa anche dalla formazione dei giovani ematologi: tempo per lavorare a un progetto, borse di studio, esperienze in altri centri.
Nel pensiero di Francesco Onida, direttore dell’Oncoematologia dell’ASST Fatebenefratelli Sacco, ricerca e assistenza si alimentano a vicenda. Dal lavoro con i pazienti nascono domande che meritano di essere studiate; i risultati devono poi tornare nella pratica clinica e aiutare a risolvere quei problemi. La preparazione dei giovani specialisti tiene aperto questo passaggio.
Il percorso di studi all’estero di Federico Stella, ematologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori sostenuto da AIL, dà un volto a questo investimento. Confrontarsi con altri gruppi permette di acquisire metodi, competenze e relazioni scientifiche. È uno dei modi attraverso i quali il sostegno dell’associazione può tradursi in un patrimonio utile alla comunità ematologica.
La vita vera entra nei risultati
Per chi si cura, il risultato non coincide soltanto con quello degli esami. Conta anche riuscire a dormire, camminare, mantenere relazioni, affrontare la giornata. Una leucemia, un linfoma o un mieloma possono cambiare profondamente la quotidianità; anche i trattamenti, necessari per controllare la malattia, possono pesare.
Le cure simultanee rispondono a questa esigenza. Il controllo dei sintomi, il sollievo dalla sofferenza e il sostegno alla qualità di vita possono accompagnare il trattamento ematologico. È il terreno sul quale si incontrano la prospettiva di Onida e quella di Camilla Luchesini, delle Cure palliative dell’ASST Nord Milano, ospedale Bassini. L’assistenza deve riconoscere questi bisogni quando compaiono e dare loro una risposta lungo il percorso.
Per capire se ci si sta riuscendo bisogna anche chiedere al paziente. I Patient Reported Outcomes raccolgono valutazioni riferite direttamente da chi si cura: sintomi, benessere, limitazioni nelle attività quotidiane. Sono informazioni che completano gli esami e aiutano a misurare quanto un trattamento cambi la vita reale.
C’è poi una parte dell’esperienza che si comprende soprattutto ascoltando. Le CAR-T possono concentrare speranze molto forti: si attende la terapia, si attende la risposta, si cerca di immaginare che cosa accadrà dopo. Nel frattempo anche i familiari devono orientarsi, organizzarsi e affrontare l’incertezza.
Le interviste qualitative condotte da Sara Alfieri, ricercatrice di Psicologia clinica all’Istituto Nazionale dei Tumori, con pazienti trattati con CAR-T e caregiver fanno emergere proprio questi bisogni. Il lavoro, sostenuto anche da AIL Milano Monza Brianza, mette in luce la richiesta di comunicazione e assistenza, il desiderio di sopravvivere e quello di ritrovare la quotidianità. Spiegare una terapia significa quindi parlare delle sue possibilità, preparare ai passaggi del percorso e lasciare spazio alle domande. Anche a quelle che una persona fatica a formulare.
Il mezzo secolo di AIL Milano Monza Brianza riporta infine al legame fra ricerca e vicinanza ai malati, che attraversa l’intera Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma. Per il presidente nazionale Giuseppe Toro, sostenere studi, borse di ricerca e formazione va insieme alla costruzione di alleanze scientifiche e istituzionali e al supporto durante tutte le fasi della malattia. Federica Fiorani, presidente della sezione milanese, parte dall’ascolto dei bisogni espressi e inespressi, dei timori e delle speranze, per dare risposte tempestive. Le terapie continuano a cambiare; chi deve affrontarle ha bisogno di competenze e di persone alle quali potersi affidare.
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Melanoma dell’occhio, una nuova molecola arriva ai pazienti: cosa rivela il primo studio Mondosanità
Una molecola somministrata per bocca ha superato il primo esame nell’uomo contro una forma di melanoma che non nasce sulla pelle, ma all’interno dell’occhio: si tratta di roginolisib, farmaco sperimentale studiato per intervenire anche sui freni che ostacolano la risposta immunitaria al tumore. La ricerca, pubblicata il 9 ottobre 2026 su Nature Communications, apre una possibilità per una malattia assai difficile da trattare quando si è diffusa ad altri organi. Ma precisiamo subito: non annuncia una nuova cura approvata.
Il bersaglio clinico è il melanoma uveale, così chiamato perché si sviluppa nelle cellule pigmentate dell’uvea, lo strato dell’occhio che comprende iride, corpo ciliare e coroide. È una malattia diversa dal melanoma cutaneo; quando produce metastasi, cioè tumori in sedi distanti da quella d’origine, colpisce soprattutto il fegato. È proprio in questa fase avanzata che occorrono nuove possibilità terapeutiche. E la strategia esaminata non consiste soltanto nell’attaccare le cellule malate.
Come funziona? Roginolisib blocca selettivamente PI3Kδ, una proteina coinvolta in alcuni processi di crescita cellulare e nella regolazione delle cellule immunitarie, mantenendola in una configurazione inattiva. Fra le cellule sulla cui attività interviene questa proteina vi sono i linfociti T regolatori: normalmente contribuiscono a impedire che le nostre difese reagiscano in modo eccessivo, ma nell’ambiente tumorale possono frenare anche la risposta contro il cancro. Una funzione protettiva, dunque, può diventare un ostacolo.
Per intenderci, immaginiamo un dispositivo che limita la forza di una macchina per evitarne gli eccessi: se resta inserito quando occorre tutta la potenza disponibile, finisce per impedire il lavoro necessario. Durante lo studio i ricercatori hanno osservato una diminuzione dei linfociti T regolatori e segnali di maggiore attività dei linfociti T CD8, le cellule capaci di riconoscere e distruggere cellule tumorali. È un indizio biologico di notevole interesse. Non è però la prova che, alleggerendo quel freno, si ottenga una sopravvivenza più lunga.
Il primo compito della sperimentazione era verificare sicurezza e tollerabilità. Sono state coinvolte 44 persone con tumori avanzati: 24 nella parte destinata a individuare la dose e altre 20 nell’ampliamento dedicato al melanoma uveale metastatico; contando entrambe le parti, i pazienti con questa malattia erano 29. Non sono emersi effetti tossici tali da limitare la dose. Gli eventi di grado almeno 3, ossia di gravità elevata, attribuiti al farmaco hanno interessato tre pazienti su 44; quelli della stessa gravità registrati indipendentemente dalla causa hanno interessato 14 pazienti. Una distinzione importante, quando si giudica la sicurezza di un trattamento.
Quanto all’attività contro il tumore, fra i 27 pazienti con melanoma uveale valutabili uno ha ottenuto una riduzione parziale e 13 presentavano una malattia stabile dopo 16 settimane. Nell’aggiornamento di febbraio 2026 la sopravvivenza mediana del gruppo con melanoma uveale era di 18,4 mesi. È la cifra che più facilmente richiama l’attenzione, ma non costituisce una previsione per il singolo malato. Né, da sola, dimostra un vantaggio del farmaco.
Il motivo è semplice: lo studio era piccolo, iniziale e senza un gruppo di controllo. Mancava, in altre parole, il confronto diretto con pazienti trattati diversamente; confrontare questi risultati con quelli di altre ricerche non risolve il problema, perché possono cambiare tanto le caratteristiche dei malati quanto le cure ricevute in precedenza. Per una parte dei pazienti con un determinato profilo immunogenetico — caratteristiche genetiche rilevanti per il funzionamento immunitario — è già disponibile tebentafusp, il cui beneficio sulla sopravvivenza è stato dimostrato in uno studio randomizzato, con assegnazione casuale ai gruppi di trattamento.
Da notare anche che la ricerca è stata finanziata da iOnctura, l’azienda che sviluppa roginolisib e ha partecipato alla gestione e all’analisi dello studio; diversi autori dichiarano legami economici. Ora la verifica passa a OCULE-01, sperimentazione di fase II che confronta la molecola con terapie scelte dai medici. Il primo esame clinico è stato superato. Resta da vedere se la promettente modifica delle difese immunitarie si tradurrà in un beneficio effettivo per i pazienti.
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Di Giacomo A.M. et al., “The conformation-selective PI3Kδ inhibitor roginolisib in patients with advanced or metastatic cancer, including metastatic uveal melanoma: first-in-human clinical trial”. Nature Communications, 9 ottobre 2026, volume 17, articolo 10219. DOI: 10.1038/s41467-026-77358-7.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
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Non sono solo i malati di cancro ad aver bisogno di cure palliative; chi altro ne ha bisogno? Vietnam.vn
Il dottor Mai Van Dien, direttore dell'ospedale generale An Sinh, ha condiviso le sue riflessioni durante il seminario. (Foto: THU HIEN) In occasione della Giornata Mondiale delle Cure Palliative (10 ottobre), il 9 ottobre l'Ospedale Generale An Sinh, in collaborazione con l'Associazione Vietnamita di Medicina Palliativa e 15 ospedali di tutto il paese, ha organizzato un seminario sul tema "Le cure palliative in ospedale". Anche se la malattia non guarisce, è necessario fornire assistenza fino alla fine. La dottoressa Mai Van Dien, direttrice dell'ospedale generale An Sinh, ha affermato che fornire cure palliative significa anche praticare l'etica medica nel lavoro quotidiano. Implica la responsabilità di alleviare la sofferenza, rispettare la dignità, ascoltare i desideri del paziente e sostenerlo durante tutto il suo percorso.
Quando le possibilità di guarigione sono limitate, la responsabilità dell'assistenza continua. I pazienti hanno ancora bisogno di sollievo dal dolore, spiegazioni, conforto e della rassicurazione di non essere abbandonati. Questo approccio etico si manifesta in azioni molto specifiche: riconoscere il dolore incontrollato; prendersi il tempo per fornire una spiegazione chiara; rispettare la privacy; impegnarsi in una comunicazione onesta e compassionevole; valutare i benefici e gli oneri di ogni intervento; e collaborare con il paziente per scegliere un piano di cura appropriato. Pertanto, è necessario sviluppare un programma di cure palliative a livello ospedaliero in cui l'integrazione di competenze mediche, assistenza sociale e cura del paziente sia essenziale. Ogni componente ha un ruolo specifico e complementare alle altre. L'équipe di professionisti valuta la situazione, tratta i sintomi e sviluppa piani di cura. Il dipartimento di assistenza sociale fornisce supporto ai pazienti che affrontano difficoltà legate a problemi psicologici, familiari, condizioni di vita, accesso alle risorse e diritti.
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Il reparto di assistenza clienti funge da punto di contatto centrale per raccogliere feedback, fornire indicazioni, aiutare ad accedere ai servizi e identificare eventuali problemi riscontrati durante il processo sanitario. Quando queste forze lavorano in sinergia, i pazienti e le loro famiglie evitano anche di dover ripetere lo stesso problema rivolgendosi a diversi reparti o di dover cercare aiuto da soli, sentendosi stanchi e ansiosi. In Vietnam, ogni anno 650.000 persone necessitano di cure palliative. La dottoressa Than Ha Ngoc The, presidente dell'Associazione vietnamita di medicina palliativa, ha affermato che molte persone pensano ancora che le cure palliative siano destinate solo ai malati di cancro. In realtà, il cancro rappresenta solo circa il 34% del fabbisogno. Anche i pazienti affetti da malattie cardiovascolari e altre patologie croniche necessitano di cure palliative, tra cui quelli con HIV, malattie polmonari, renali e cardiache. Secondo le statistiche del 2015, in Vietnam circa 650.000 persone necessitano di cure palliative ogni anno, e si stima che la domanda di cure palliative aumenterà dell'87% entro il 2060. I bisogni dei pazienti non derivano solo da loro stessi, ma coinvolgono anche le loro famiglie, gli operatori sanitari e i responsabili politici.
Nel frattempo, i servizi di cure palliative in Vietnam non sono ancora ampiamente disponibili. Secondo le statistiche del 2025 della Rete regionale per le cure palliative dell'Asia-Pacifico, i servizi in Vietnam sono concentrati in poche aree, principalmente nelle principali città del Nord, del Centro e del Sud. Questo divario ha diverse cause. Alcuni ritengono che le cure palliative siano sinonimo di resa, riservate esclusivamente ai malati terminali di cancro o a coloro che sono prossimi alla morte. Di conseguenza, i pazienti spesso accedono a questi servizi solo quando la malattia è già in fase avanzata. Le cure palliative dovrebbero essere avviate precocemente, in concomitanza con i trattamenti specifici, e non solo nelle fasi terminali della vita. L'assistenza dovrebbe inoltre essere completa, comprendendo sia il benessere fisico che quello psicologico. Ogni reparto dovrebbe disporre di competenze di base in cure palliative; un team di specialisti dovrebbe occuparsi dei casi complessi. Le politiche attuali relative alle cure palliative includono: il Ministero della Salute sta elaborando una circolare che disciplina i pagamenti dell'assicurazione sanitaria per esami e trattamenti di medicina generale, a domicilio e tramite telemedicina; la bozza propone la copertura assicurativa sanitaria per le visite a domicilio per sette gruppi di pazienti, tra cui "coloro che necessitano di cure palliative di fine vita" e pazienti affetti da malattie croniche con mobilità ridotta; Ho Chi Minh City ha sperimentato un modello di esami e trattamenti a domicilio nell'ambito dell'assicurazione sanitaria, collegato ai "Team di assistenza sanitaria continua nelle aree residenziali"... Le cure palliative devono essere strettamente legate all'etica medica. Il professor Pham Manh Hung, ex viceministro della Salute, ha sottolineato la necessità di collegare strettamente le cure palliative all'etica medica. La mancata implementazione delle cure palliative, infatti, denota una carenza nella pratica dell'etica medica. Le cure palliative comprendono aspetti psicologici, la vita sociale e il supporto al paziente. Anche l'individuazione e il trattamento del dolore e dei sintomi rientrano nell'ambito dell'assistenza professionale, strettamente legata all'etica medica. Le cure palliative sono necessarie per tutti i tipi di malattia e in tutte le fasi della patologia, non solo per i malati di cancro o per quelli in fase terminale, ma la priorità dovrebbe essere data ai pazienti gravemente malati e in condizioni critiche. Negli ospedali, anziché partire dalla creazione di un reparto dedicato, le cure palliative dovrebbero essere integrate nelle attività quotidiane.
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Criteri Critici
Leucemia mieloide acuta, ok dell’Aifa per una nuova terapia orale 01/04/2021 L'eco del sud
Astellas ha annunciato che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità e il prezzo per la terapia orale gilteritinib in unica dose giornaliera come monoterapia per la cura di pazienti adulti con leucemia mieloide acuta (LMA) recidivante (ovvero che si è ripresentata) o refrattaria (resistente al trattamento) con una mutazione FLT3 (FLT3mut+) rilevata da un test pienamente convalidato.2 Gilteritinib rappresenta uno dei pochi progressi ottenuti negli ultimi 40 anni per la cura della LMA in Italia e ha il potenziale per migliorare gli outcome di cura della LMA con due tipi di mutazione del gene FLT3 – duplicazione interna in tandem (internal tandem duplication, ITD) e dominio tirosin-chinasico (tyrosine kinase domain, TKD).
L’approvazione si basa sui risultati del trial di Fase 3 ADMIRAL, che ha studiato gilteritinib vs. chemioterapia di salvataggio in pazienti con LMA FLT3mut+ recidivante o refrattaria. I pazienti trattati con gilteritinib hanno dimostrato una sopravvivenza globale (overall survival, OS) superiore rispetto a quelli che hanno ricevuto la chemioterapia di salvataggio. La OS mediana dei pazienti che hanno ricevuto gilteritinib è stata di 9,3 mesi rispetto ai 5,6 mesi dei pazienti trattati con la chemioterapia di salvataggio (Hazard Ratio = 0,64 (IC 95% 0,49, 0,83), P<0.001). Le percentuali della sopravvivenza a un anno sono state del 37.1% per i pazienti che hanno ricevuto gilteritinib e del 16.7% per quelli che hanno ricevuto la chemioterapia di salvataggio.
«La leucemia mieloide acuta è un tumore del sangue dovuto alla proliferazione incontrollata di cellule midollari, dette blasti, che invadono il sangue e altri organi. È una malattia molto grave, uno dei tumori più difficili da trattare e ci sono stati pochi progressi negli ultimi decenni – dichiara Felicetto Ferrara, Direttore UOC di Ematologia Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale A. Cardarelli di Napoli – Gilteritinib è un importante punto di svolta nella cura dei pazienti LMA con mutazione FLT3 recidivante o refrattaria che hanno un maggiore rischio di recidiva e una sopravvivenza globale minore rispetto a quelli che non presentano questa mutazione».
«Gilteritinib agisce su entrambe le mutazioni del gene FLT3, spegnendo il recettore che altrimenti resta ‘acceso’ ed è causa della continua proliferazione delle cellule leucemiche – spiega Giovanni Martinelli, Direttore Scientifico dell’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (IRST) – IRCCS – Il farmaco presenta alcuni importanti vantaggi: ha un buon profilo di tollerabilità e sicurezza e viene somministrato per via orale, tre compresse da 40mg ciascuna, una sola volta al giorno. Gilteritinib può essere assunto nei pazienti con LMA FTL3 refrattari o recidivati come terapia di salvataggio, con lo scopo di ottenere la remissione ed effettuare un trapianto allogenico ove indicato».
«Circa un terzo delle persone con leucemia mieloide acuta presentano la mutazione FLT3 e la loro malattia è quindi più soggetta a ripresentarsi, ovvero a recidivare, dopo il trattamento – commenta Giuseppe Maduri, Amministratore Delegato di Astellas Pharma Italia – Grazie all’approvazione di gilteritinib per questo specifico gruppo di pazienti, possiamo offrire ai professionisti del settore sanitario una opzione di cura mirata che ha il potenziale per migliorare la sopravvivenza».
Lo status FLT3mut+ dei pazienti può modificarsi nel corso del trattamento della LMA, soprattutto dopo una recidiva.4 A causa degli outcomes poco confortanti associati alla mutazione FLT3-ITD, la mutazione driver più diffusa e associata a un maggiore carico leucemico, la conferma dello status della mutazione FLT3 dei pazienti al momento della recidiva può essere di aiuto nell’adozione di un approccio di trattamento appropriato e potenzialmente mirato.
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Tumore del colon, l’immunoterapia arriva dopo la chirurgia: la FDA approva una nuova cura per pazienti selezionati Mondosanità
Un paziente viene operato per un tumore del colon.
Il chirurgo asporta completamente la neoplasia.
Gli esami non mostrano metastasi a distanza.
Apparentemente, il tumore non c’è più.
Ma è proprio in questa situazione che l’oncologo deve prendere una delle decisioni più difficili.
Come evitare che una malattia che non vediamo più possa tornare?
L’8 ottobre la Food and Drug Administration americana ha approvato una nuova possibilità terapeutica per una parte di questi pazienti.
Il farmaco è atezolizumab, un’immunoterapia che agisce sul sistema PD-L1, uno dei meccanismi utilizzati dai tumori per sfuggire alla risposta immunitaria.
L’indicazione riguarda il carcinoma del colon in stadio III, dopo resezione completa, quando il tumore presenta un deficit del sistema di riparazione del DNA denominato dMMR.
Non è una caratteristica di tutti i carcinomi del colon.
È una firma molecolare specifica che identifica tumori incapaci di correggere correttamente alcuni errori che si verificano durante la duplicazione del materiale genetico.
Questo difetto favorisce l’accumulo di alterazioni genetiche e può rendere il tumore più riconoscibile dal sistema immunitario.
Da qui il razionale terapeutico.
Lo studio ATOMIC ha coinvolto 712 pazienti, confrontando sei mesi di chemioterapia FOLFOX con lo stesso trattamento associato ad atezolizumab, proseguito successivamente da solo per altri sei mesi.
A tre anni la sopravvivenza libera da malattia era dell’86,3% con la combinazione e del 76,2% con la sola chemioterapia.
Una differenza assoluta di 10,1 punti percentuali.
Il rischio relativo di recidiva o morte durante il periodo osservato risultava dimezzato.
È un risultato clinicamente importante.
Ma va spiegato correttamente.
Non significa che il farmaco garantisca la guarigione.
Non significa nemmeno che abbia già dimostrato di allungare la sopravvivenza globale.
Il risultato principale riguarda il tempo trascorso senza recidiva o morte, mentre i dati di sopravvivenza complessiva richiedono ancora maturazione.
C’è poi il prezzo biologico del trattamento.
Gli eventi avversi di grado 3-4 sono stati registrati nell’84,1% dei pazienti trattati con la combinazione contro il 71,9% di quelli sottoposti alla sola chemioterapia.
Queste percentuali comprendono le tossicità dell’intero schema terapeutico, non soltanto quelle provocate dall’immunoterapia.
Ma ricordano una cosa fondamentale.
Un trattamento che riduce il rischio di recidiva non è automaticamente un trattamento leggero.
L’immunoterapia può inoltre provocare reazioni immunitarie che coinvolgono tiroide, intestino, fegato, cute e altri organi, talvolta persistenti.
Ecco perché la novità non dovrebbe essere interpretata come un invito ad aggiungere immunoterapia a ogni paziente operato per tumore del colon.
Il vero passaggio è un altro.
Senza conoscere la biologia del tumore, rischiamo di non sapere a chi proporre la cura.
Il risultato dMMR dovrebbe quindi essere disponibile tempestivamente e utilizzato nella discussione multidisciplinare.
Anatomopatologo.
Chirurgo.
Oncologo.
Genetista quando necessario.
Non come un’informazione secondaria sepolta nel referto, ma come una caratteristica che può modificare la strategia terapeutica.
Per il SSN italiano questo è il punto organizzativo più importante.
La FDA ha approvato il trattamento negli Stati Uniti. Non significa che da oggi sia automaticamente autorizzato per questa indicazione dall’EMA o rimborsato dall’AIFA.
L’accesso italiano dipenderà dai percorsi regolatori europei e nazionali.
Ma il sistema può già prepararsi.
Garantendo test molecolari tempestivi.
Percorsi oncologici condivisi.
Valutazione dei benefici e delle tossicità.
E soprattutto un follow-up capace di monitorare non soltanto la ricomparsa del tumore, ma anche gli effetti persistenti della terapia.
Questa approvazione racconta bene dove sta andando l’oncologia.
Non basta più sapere dove si trovava il tumore.
Bisogna conoscere come funzionava.
Perché, anche quando il chirurgo lo ha completamente asportato, la sua biologia può continuare a decidere il futuro del paziente.
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