📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
51.1/100
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Criteri Critici
Da Trapani a Chicago, oncologa trapanese presenta i risultati di uno studio clinico internazionale www.primapaginatrapani.it
È intervenuta a Chicago, nel cuore della comunità scientifica oncologica mondiale, la professoressa Lorena Incorvaia, oncologa originaria di Trapani, attualmente Associata di Oncologia Medica all’Università di Palermo: ha presentato “i risultati di un importante studio clinico internazionale al congresso ASCO 2026, considerato il massimo riferimento internazionale per l’oncologia”. L’annuale meeting dell’American Society of Clinical Oncology riunisce la comunità scientifica internazionale e i principali esperti del settore per discutere le più rilevanti innovazioni nella ricerca e nella cura dei tumori. All’edizione 2026 hanno partecipato oltre 45 mila professionisti provenienti da tutto il mondo. In questo contesto di altissimo profilo, lo studio presentato dalla professoressa Incorvaia “è stato selezionato per comunicazione orale tra gli oltre 8.500 abstract sottoposti alla valutazione del comitato scientifico. – sottolinea – Un risultato di particolare prestigio: essere selezionati per parlare all’ASCO significa portare la propria ricerca davanti ai massimi esperti mondiali dell’oncologia e contribuire al confronto internazionale sulle nuove prospettive di cura”. Il traguardo assume un significato particolare anche per il territorio trapanese, perché corona un percorso che unisce radici siciliane, attività clinica e ricerca internazionale. “La presentazione ha riguardato il ruolo delle alterazioni del gene BRCA2 nel carcinoma prostatico metastatico, una forma avanzata di tumore della prostata. – spiega Lorena Incorvaia – La ricerca ha coinvolto 34 centri oncologici nazionali e internazionali e una casistica complessiva di oltre 2.000 pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come alcune alterazioni genetiche possano influenzare la prognosi e contribuire, in futuro, a trattamenti sempre più personalizzati”. “Essere selezionata per una presentazione orale all’ASCO Annual Meeting è un grande onore e rappresenta un riconoscimento di grande rilievo per il lavoro svolto dal nostro gruppo e dalla rete di collaborazioni nazionali e internazionali che ha reso possibile questo studio. – afferma – I risultati presentati a Chicago rafforzano l’idea che, nell’oncologia di precisione, non sia sufficiente sapere se un gene è alterato, ma sia sempre più importante comprenderne il significato biologico e clinico, per arrivare, in futuro, a cure sempre più personalizzate per i pazienti con carcinoma prostatico”. Non perderti le notizie più importanti. Ricevi una mail alle 19.00 con tutte le notizie del giornoiscrivendoti alla nostra rassegna via email.
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Criteri Critici
Da Trapani a Chicago: Incorvaia tra i big mondiali della ricerca oncologica TP24.it
05/06/2026 15:55:00
Da Trapani a Chicago, nel cuore della comunità scientifica oncologica mondiale. La Prof.ssa Lorena Incorvaia, oncologa originaria di Trapani, attualmente Professoressa Associata di Oncologia Medica presso l’Università di Palermo, ha presentato i risultati di un importante studio clinico internazionale al congresso ASCO 2026 di Chicago, considerato il massimo riferimento internazionale per l’oncologia.
L’Annual Meeting dell’American Society of Clinical Oncology riunisce ogni anno la comunità scientifica internazionale e i principali esperti del settore per discutere le più rilevanti innovazioni nella ricerca e nella cura dei tumori. L’edizione 2026 ha visto la partecipazione di oltre 45.000 professionisti provenienti da tutto il mondo.
In questo contesto di altissimo profilo, lo studio presentato dalla Prof.ssa Incorvaia è stato selezionato per comunicazione orale tra gli oltre 8.500 abstract sottoposti alla valutazione del comitato scientifico. Un risultato di particolare prestigio: essere selezionati per parlare all’ASCO significa portare la propria ricerca davanti ai massimi esperti mondiali dell’oncologia e contribuire al confronto internazionale sulle nuove prospettive di cura.
Il traguardo assume un significato particolare anche per il territorio trapanese. Un percorso che unisce radici siciliane, attività clinica e ricerca internazionale, confermando come anche dal territorio possano nascere competenze capaci di raggiungere i più alti livelli della comunità scientifica.
La presentazione ha riguardato il ruolo delle alterazioni del gene BRCA2 nel carcinoma prostatico metastatico, una forma avanzata di tumore della prostata. La ricerca ha coinvolto 34 centri oncologici nazionali e internazionali e una casistica complessiva di oltre 2.000 pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come alcune alterazioni genetiche possano influenzare la prognosi e contribuire, in futuro, a trattamenti sempre più personalizzati.
«Essere selezionata per una presentazione orale all’ASCO Annual Meeting è un grande onore e rappresenta un riconoscimento di grande rilievo per il lavoro svolto dal nostro gruppo e dalla rete di collaborazioni nazionali e internazionali che ha reso possibile questo studio – afferma la Prof.ssa Lorena Incorvaia –. I risultati presentati a Chicago rafforzano l’idea che, nell’oncologia di precisione, non sia sufficiente sapere se un gene è alterato, ma sia sempre più importante comprenderne il significato biologico e clinico, per arrivare, in futuro, a cure sempre più personalizzate per i pazienti con carcinoma prostatico».
La partecipazione della Prof.ssa Incorvaia all’ASCO Annual Meeting 2026 rappresenta dunque non solo un prestigioso riconoscimento professionale, ma anche motivo di orgoglio per Trapani e per la Sicilia, contribuendo a valorizzare la ricerca oncologica italiana nello scenario internazionale.
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Criteri Critici
IL SOLE 24 ORE * SALUTE: «TUMORE PROSTATA: BENE LE NUOVE STRATEGIE, MA SENZA DIMENTICARE RUOLO RADIOTERAPIA agenziagiornalisticaopinione.it
In collaborazione con Il Sole 24 ore riceviamo e pubblichiamo il link della seguente news.Opinione ringrazia l’editore per la partnership multimediale./// Ho letto con grande interesse il Vostro articolo dedicato allostudio PROTEUS, recentemente presentato all’Asco, il Congresso americano di oncologia clinica, e pubblicato sulNew England Journal of… Link alla notizia
Madre e figlia avvelenate – Dal ritrovamento della pianta di ricino in un campo ai 160 verbali raccolti: gli investigatori tornano nella casa di Pietracatella
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Criteri Critici
A oltre cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso proseguono con un lavoro investigativo estremamente articolato, che punta a chiar…
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A oltre cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso proseguono con un lavoro investigativo estremamente articolato, che punta a chiarire come la tossina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025 dopo per avvelenamento da ricina. Negli ultimi giorni l’attenzione si è concentrata anche sulla scoperta documentata dalla trasmissione televisiva “Dentro la Notizia”, che ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri da Pietracatella. La presenza della pianta rappresenta un elemento di particolare interesse perché il ricino costituisce la materia prima dalla quale può essere estratta la ricina, una delle tossine vegetali più potenti conosciute. Tra le ipotesi c’è anche quella che il veleno sia stato “prodotto” artigianalmente.
Il racconto del contadino
L’agricoltore proprietario del terreno ha spiegato che la pianta era stata coltivata anni fa seguendo una tradizione contadina ancora diffusa in alcune aree rurali. Secondo il suo racconto, il ricino sarebbe utilizzato come deterrente naturale contro le talpe che danneggiano orti e coltivazioni. Una pratica che sarebbe stata confermata anche da altri residenti della zona, secondo i quali la pianta veniva spesso collocata ai margini dei campi proprio per tenere lontani gli animali scavatori. Dal punto di vista investigativo, il ritrovamento non dimostra alcun collegamento diretto con il duplice decesso, ma conferma un elemento di una delle ipotesi prese in considerazione: ovvero che la materia prima è reperibile anche localmente.
Naturalmente questo non significa che la ricina possa essere ottenuta facilmente. Gli esperti ricordano infatti che l’estrazione della tossina dai semi della pianta richiede conoscenze specifiche, attrezzature adeguate e procedure complesse. Tuttavia il ritrovamento amplia il quadro delle possibili fonti di approvvigionamento e costituisce un elemento che gli investigatori stanno valutando attentamente.
Circa 160 verbali
Parallelamente continua l’imponente attività di raccolta delle testimonianze. Secondo quanto emerge dagli ambienti investigativi, dall’inizio dell’inchiesta sono state raccolte circa 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti. L’obiettivo degli investigatori è ricostruire nel dettaglio il contesto relazionale, familiare e personale all’interno del quale vivevano le due vittime. Un lavoro lungo e minuzioso che coinvolge parenti, amici, conoscenti, colleghi e persone che hanno avuto rapporti diretti o indiretti con la famiglia.
Tra i soggetti che potrebbero essere nuovamente sentiti figura anche Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. La donna aveva ospitato per circa tre mesi Gianni Di Vita e la figlia Alice dopo il sequestro dell’abitazione di Pietracatella disposto nell’ambito delle indagini. Secondo quanto si apprende, per lei potrebbe trattarsi del quarto colloquio con gli investigatori, segno della volontà degli inquirenti di approfondire ogni elemento utile alla ricostruzione dei fatti. Nel frattempo la Squadra Mobile ha ascoltato nei giorni scorsi anche il sindaco di Pietracatella, Antonio Tomassone, recentemente rieletto alla guida del Comune. La sua convocazione è legata ai rapporti personali e istituzionali intrattenuti nel corso degli anni con Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime.
Di Vita è stato infatti sindaco del paese e successivamente consigliere comunale di maggioranza durante il primo mandato amministrativo dello stesso Tomassone. Gli investigatori hanno ritenuto utile acquisire informazioni sul contesto politico e amministrativo nel quale i due hanno collaborato, nonché sugli aspetti relazionali che potrebbero contribuire alla comprensione complessiva della vicenda. All’uscita dalla Questura, il primo cittadino ha confermato di essere stato ascoltato come testimone. Ha spiegato di aver risposto alle domande degli investigatori e di nutrire piena fiducia nel loro lavoro, sottolineando come l’inchiesta richieda tempo a causa della sua complessità. Tomassone ha inoltre evidenziato il desiderio della comunità di Pietracatella di tornare gradualmente alla normalità pur continuando a rimanere vicina ai familiari delle vittime. Le dichiarazioni del sindaco restituiscono anche il clima che si respira nel piccolo centro molisano, ancora profondamente segnato da una vicenda che ha attirato l’attenzione dei media nazionali e che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni.
Nuovo sopralluogo
Un altro passaggio cruciale dell’inchiesta è rappresentato dal nuovo sopralluogo programmato nell’abitazione di via Risorgimento, a Pietracatella. Gli investigatori, affiancati dagli specialisti della Polizia Scientifica, torneranno all’interno della casa già sottoposta a sequestro nei mesi scorsi. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’ambiente domestico.
L’abitazione era già stata oggetto di approfonditi accertamenti. Al suo interno erano stati sequestrati telefoni cellulari, computer, modem e altri dispositivi elettronici successivamente sottoposti ad acquisizione forense. Le analisi informatiche proseguono tuttora e rappresentano uno dei filoni investigativi più delicati dell’intera inchiesta.
Gli esami tossicologici
Parallelamente continuano gli accertamenti affidati al tossicologo Carlo Alessandro Locatelli e al chimico forense Daniele Merli, chiamati a fornire supporto scientifico per comprendere la dinamica dell’avvelenamento e le caratteristiche della sostanza rinvenuta. Rimane inoltre aperto il fascicolo per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni precedenti alla loro morte. Su questo versante la Procura sta valutando se l’avvelenamento da ricina fosse riconoscibile sulla base del quadro clinico presentato dalle pazienti e se le procedure mediche adottate siano state corrette.
A oggi, tuttavia, il cuore dell’inchiesta resta il fascicolo contro ignoti per omicidio aggravato. La scoperta della pianta di ricino, l’enorme mole di testimonianze raccolte, il nuovo accesso nell’abitazione e il continuo approfondimento dei rapporti personali e familiari dimostrano che gli investigatori stanno percorrendo contemporaneamente tutte le piste disponibili. L’obiettivo è arrivare a una risposta definitiva alla domanda che da mesi accompagna questa vicenda: capire come la ricina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e stabilire chi è l’autore o l’autrice di un duplice omicidio pianificato.
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Criteri Critici
Fumo e cancro, l’allarme degli oncologi: perché nessun organo è davvero al riparo Dailybest.it
Le sostanze del tabacco entrano nel sangue, arrivano in tutto il corpo e, come ha ricordato l’oncologo Jacek Jassem in un’intervista a Medonet, non c’è un organo davvero protetto. Il rischio, spesso, cresce in silenzio e riguarda anche chi non fuma ma respira ogni giorno il fumo passivo.
Fumo e tumori, numeri che pesano: dal polmone alla vescica
I numeri che gli oncologi ripetono da anni restano durissimi: tra il 25 e il 30 per cento dei decessi per cancro è legato al fumo di sigaretta. Il legame più noto è quello con il tumore al polmone, e qui i dati parlano chiaro: fino al 90 per cento dei casi è collegato al tabacco. Secondo le stime richiamate dall’esperto, un fumatore può avere un rischio di ammalarsi di tumore polmonare da 15 a 30 volte più alto rispetto a chi non ha mai fumato. E non è tutto, perché anche il fumo passivo alza il pericolo: nelle persone esposte in modo costante, l’aumento del rischio può arrivare intorno al 30 per cento.
Ma l’elenco dei tumori legati al tabacco è molto più lungo di quanto si creda: bocca, laringe, gola, esofago, pancreas, stomaco, rene, vescica, cervice uterina, oltre ad alcune malattie del sangue come certe leucemie. Dire semplicemente che “fa male” quasi non basta. Il fumo agisce su più organi e, insieme al rischio oncologico, aumenta anche quello di infarto, ictus, broncopneumopatia cronica ostruttiva, problemi di fertilità e disfunzione erettile. Nella vita di tutti i giorni, questo significa anche meno fiato, più infiammazione, recuperi più lenti, pelle che invecchia prima e un peggioramento di denti e capelli, molto prima di una possibile diagnosi di tumore.
Così il fumo colpisce il DNA e manda in crisi le difese del corpo
Il meccanismo, per quanto scomodo da accettare, è noto da tempo. Il fumo di tabacco è una miscela tossica di migliaia di sostanze e decine di queste sono cancerogene. Tra i composti presenti ci sono formaldeide, arsenico e polonio radioattivo. Il punto è questo: queste sostanze danneggiano il DNA delle cellule. All’inizio il corpo prova a riparare i danni, come fa continuamente anche in altre situazioni. Ma se l’esposizione continua ogni giorno, quei meccanismi non bastano più.
È a quel punto che alcune cellule possono iniziare a moltiplicarsi in modo anomalo. Ed è lì che si apre la strada al tumore. Non conta solo quante sigarette si fumano oggi: pesa anche da quanto tempo si fuma e a che età si è cominciato. Per questo i medici usano il parametro dei “pacchetti-anno”, che serve a misurare l’esposizione accumulata nel tempo. Resta però un messaggio che gli oncologi continuano a ripetere senza giri di parole: non esiste una quantità sicura di sigarette. Anche poche al giorno spostano il rischio, e spesso più di quanto molti fumatori vogliano riconoscere.
I segnali da non sottovalutare e il nodo screening
L’aspetto più insidioso è che il tumore al polmone può restare silenzioso a lungo. Quando i segnali compaiono, spesso vengono confusi con altro, soprattutto da chi convive da anni con tosse e catarro. I campanelli d’allarme sono una tosse che non passa o che cambia, la mancanza di fiato, il sangue nell’espettorato, la raucedine che dura settimane, il dolore al petto, la difficoltà a deglutire, le infezioni respiratorie che tornano spesso. Ma anche calo di peso non voluto, stanchezza persistente e febbricola.
Qui entra in gioco lo screening con TAC a basso dosaggio: nelle persone ad alto rischio può individuare la malattia prima, quando intervenire è più possibile. In Polonia, secondo quanto riportato nell’articolo di partenza, l’avvio dei programmi è atteso proprio quest’anno. Sullo sfondo resta poi il capitolo delle sigarette elettroniche, spesso raccontate come un’alternativa meno dannosa. Per ora il quadro è meno chiaro rispetto alle sigarette tradizionali, ma le ricerche già indicano la presenza di sostanze tossiche e di processi biologici che possono favorire infiammazione e danni al DNA. Anche per questo, su questo terreno, la prudenza viene prima di qualunque rassicurazione facile.
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Natalia Paragoni, la diagnosi di linfoma di Hodgkin: “Ho paura, ma non sono mai stata sola” DiLei
IPA Natalia Paragoni, la diagnosi di linfoma di Hodgkin
Natalia Paragoni ha deciso di condividere un capitolo molto doloroso, rivelando di aver scoperto di essere affetta da un linfoma di Hodgkin mentre era all’ottavo mese di gravidanza, incinta della sua seconda figlia Beatrice. Una verità taciuta per settimane dietro un silenzio social che oggi trova finalmente una spiegazione.
Il messaggio su Instagram
L’influencer ed ex volto di Uomini e Donne ha spiegato per la prima volta, con grande sincerità, il motivo del suo inusuale silenzio sui social. “Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita – racconta Natalia Paragoni su Instagram -. Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza”.
“Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire. Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili. Per fortuna, però, non sono mai stata sola. Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno, e vi assicuro che non è una cosa scontata. E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa”.
Il percorso di cure e la nascita di Beatrice
Il percorso dell’influencer è iniziato a metà aprile 2026, quando ha notato un rigonfiamento anomalo sul collo di circa quattro centimetri. Preoccupata per lo stato di gravidanza avanzato, Natalia Paragoni il 16 aprile si è sottoposta a una biopsia linfonodale in anestesia locale, affrontando momenti di forte ansia per la salute della bambina che portava in grembo.
La conferma della diagnosi è arrivata telefonicamente il 27 aprile, come lei stessa ha spiegato, spingendo l’équipe medica a programmare con cura il parto prima di poter avviare le terapie oncologiche sistemiche. Il 5 maggio è nata la piccola Beatrice tramite taglio cesareo e, subito dopo, l’influencer ha iniziato i cicli di chemioterapia. Nonostante la durezza delle cure, la prognosi del linfoma di Hodgkin è generalmente favorevole grazie all’efficacia dei moderni protocolli terapeutici, anche se l’impatto fisico e psicologico resta una sfida enorme per una neo-mamma.
La dedica del compagno Andrea Zelletta
Ad affrontare questa battaglia insieme a lei c’è l’intera famiglia e, in prima linea, il compagno Andrea Zelletta, che ha conosciuto proprio all’interno del dating show di Maria De Filippi e le ha dedicato un messaggio colmo d’amore: “Ci sono momenti in cui la vita cambia all’improvviso. E tu puoi solo fermarti, respirare e trovare la forza di restare in piedi anche quando dentro ti senti crollare. In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca”.
“Ogni giorno mi insegna cosa significa davvero avere coraggio – aggiunge -. Anche nei momenti più duri. Anche quando tutto sembra più grande di noi. E se c’è una cosa che voglio dirti oggi è questa: non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro”
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Criteri Critici
Anatomia patologica, dietro ogni diagnosi, un lavoro invisibile per dare un nome alla malattia La Provincia di Cremona
CREMONA - C’è un momento del percorso di cura che quasi nessuno vede. È il tempo dell’attesa di un esame istologico: giorni sospesi, in cui una persona aspetta di conoscere il nome della propria malattia e capire quale terapia potrà affrontare.
Dietro ogni diagnosi oncologica, chirurgica o di screening c’è il lavoro dell’Anatomia Patologica: una disciplina silenziosa, spesso invisibile ai pazienti, ma fondamentale per tutta la medicina moderna.
Dal 1 aprile 2026 a guidare l’Anatomia Patologica dell’ASST di Cremona è il dottor Massimo Milione, anatomo patologo con una lunga esperienza nell’ambito dell’oncologia e della ricerca traslazionale, maturata tra Università La Sapienza di Roma, Università di Parma e Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Esperto di tumori neuroendocrini gastrointestinali e polmonari, ha partecipato a congressi internazionali, collaborato alle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e contribuito allo sviluppo della digital pathology in Lombardia.
OGNI VETRINO È UNA PERSONA
«Dietro ogni vetrino c’è un paziente che aspetta una risposta», racconta Milione. «Il nostro lavoro richiede accuratezza, confronto continuo e tempi compatibili con la complessità degli esami. L’anatomia patologica è sempre più centrale nella medicina di precisione, perché aiuta a definire diagnosi e terapie in modo personalizzato».
L’anatomo patologo, infatti, non si limita più a osservare un tessuto al microscopio. È il professionista che aiuta i clinici a scegliere la terapia più efficace, studiando le caratteristiche biologiche e molecolari della malattia.
«Una volta fornivamo soprattutto una descrizione morfologica del tumore. Oggi, possiamo invece individuarne anche i punti di debolezza», spiega Milione. «La biologia molecolare consente di identificare mutazioni specifiche che possono essere colpite da terapie mirate. Non si cura più soltanto un tumore, ma il meccanismo che lo ha generato».
IMMAGINI DIGITALI DA CONDIVIDERE FRA SPECIALISTI
Una rivoluzione che passa anche dalla tecnologia. L’ASST di Cremona ha avviato un percorso di innovazione con l’introduzione della digital pathology, sistema che trasforma i tradizionali vetrini istologici in immagini digitali ad alta definizione consultabili al computer e condivisibili in tempo reale con specialisti di altri ospedali e Paesi.
«Il microscopio resta fondamentale, ma possiamo fare molto di più», racconta il direttore. «Possiamo confrontarci a distanza con specialisti internazionali come se fossimo davanti allo stesso vetrino». Un sistema che consentirà di migliorare ulteriormente il confronto multidisciplinare e ottimizzare alcune procedure diagnostiche.
50 GENI ANALIZZATI IN UN SOLO ESAME
A Cremona è inoltre entrata in funzione una nuova piattaforma di biologia molecolare in grado di analizzare contemporaneamente fino a 50 geni tumorali, ampliando le possibilità terapeutiche per i pazienti oncologici. Per spiegare la portata del cambiamento, Milione usa una metafora semplice: «È come entrare in un negozio pensando di scegliere una sola camicia e trovarne cinquanta diverse. Più opzioni abbiamo, più possiamo individuare quella giusta per quella specifica persona».
IN TUTTI I PERCORSI DI DIAGNOSI
Coinvolta in molti momenti decisivi del percorso di cura, dagli screening oncologici — come Pap test e HPV test — fino agli esami intraoperatori durante gli interventi chirurgici complessi, la struttura garantisce attività diagnostica in tutti gli ambiti ospedalieri, dalla senologia alla gastroenterologia, dalla neurochirurgia agli screening oncologici, grazie al lavoro di un’équipe composta da medici patologi e tecnici altamente specializzati.
Una presenza fondamentale, anche se spesso invisibile ai pazienti. «Noi quasi mai incontriamo direttamente le persone, ma attraverso quei vetrini entriamo nelle loro storie», racconta Milione. «Per questo è importante ricordare che dietro una diagnosi non c’è solo un dato scientifico: c’è sempre qualcuno che sta aspettando una risposta».
OGNI ESAME RICHIEDE TEMPI DIVERSI
Negli ultimi mesi la struttura ha lavorato anche sul miglioramento dei tempi di refertazione. Nel 2025 il tempo medio di risposta si è quasi dimezzato rispetto all’anno precedente (passando in media da 22 a 11 giorni lavorativi). Tempi che possono variare in base alla complessità degli approfondimenti diagnostici necessari, soprattutto nei casi che richiedono indagini molecolari avanzate.«La tecnologia è importante», conclude Milione, «ma la vera sfida resta riuscire a parlare alle persone in modo semplice e chiaro. Perché la medicina migliore è quella che sa essere precisa senza diventare distante».
ÉQUIPE MULTIDISCIPLINARE
Massimo Milione, dirigente responsabile facente funzione della Struttura Complessa di Anatomia Patologica dell’ASST di Cremona, guida un’équipe composta dai medici Vittorio Agosti, Giuseppina Ferrero, Marino Daniel Gusolfino, Melissa Anna Teresa Monica, Giulia Tanzi, Monica Trombatore ed Elena Varotti. L’attività della struttura si avvale inoltre del contributo di una biologa, dieci tecnici sanitari di laboratorio biomedico, un infermiere, due operatori socio-sanitari e tre assistenti amministrative, coordinati da Michela Bresciani.
WORKSHOP PER I SANITARI
Venerdì 12 giugno 2026, alle ore 10, nell’Aula Magna “Magda Carutti” dell’Ospedale di Cremona, si terrà il workshop di Anatomia Patologica dal titolo “La predittività clinica della surgical pathology”.
L’iniziativa, accreditata ECM, rappresenta un momento di approfondimento e confronto tra professionisti sul ruolo sempre più centrale dell’Anatomia Patologica nel supportare le decisioni cliniche e i percorsi di cura attraverso l’analisi dei tessuti e delle caratteristiche biologiche delle malattie.
L’evento è rivolto agli operatori sanitari interessati ad approfondire le più recenti evoluzioni della disciplina e le applicazioni nella pratica clinica.
PER ISCRIZIONI https://doconline.idea-z.it/Login.asp?IDcommessa=I26017&Lang=IT
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Sanità, il ringraziamento di un paziente oncologico: "In ospedale mi è stata restituita fiducia e dignità" RavennaToday
Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione di un nostro lettore: “Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine al reparto di Oncologia dell’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, diretto dal dottor Stefano Tamberi, e in particolare alla dottoressa Chiara Bennati, che mi segue nel mio percorso di cura. Sono un paziente affetto da un tumore polmonare Alk+ e da una seconda neoplasia primaria. Dopo aver vissuto esperienze molto difficili e spesso impersonali in altri contesti sanitari, ero arrivato a pensare che i pazienti venissero considerati soltanto una ‘cartella clinica’ e non persone con una vita, dei progetti e un futuro davanti a sé. L'incontro con la dottoressa Bennati e con tutto il team del reparto ha completamente cambiato questa percezione. Ho trovato professionisti di altissimo livello, competenti e aggiornati, ma soprattutto persone capaci di ascoltare, spiegare, accompagnare e sostenere il paziente anche dal punto di vista umano. L'attenzione ai dettagli, la disponibilità, la sensibilità e la capacità di vedere la persona oltre la malattia sono qualità che fanno davvero la differenza. Grazie alle cure ricevute, inclusa l'immunoterapia intrapresa in questo centro, ho ottenuto risultati che, considerando la situazione di partenza, ritengo straordinari. Vorrei quindi ringraziare di cuore la dottoressa Chiara Bennati, il dottore Stefano Tamberi e tutto il personale del reparto. In un momento della vita in cui è facile sentirsi smarriti, mi hanno restituito fiducia, dignità e la sensazione di essere seguito da una squadra che combatte al mio fianco. Grazie per tutto quello che fate ogni giorno”.Emmanuel Riceviamo e pubblichiamo la segnalazione di un nostro lettore: “Desidero esprimere la mia più sincera gratitudine al reparto di Oncologia dell’Ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna, diretto dal dottor Stefano Tamberi, e in particolare alla dottoressa Chiara Bennati, che mi segue nel mio percorso di cura. Sono un paziente affetto da un tumore polmonare Alk+ e da una seconda neoplasia primaria. Dopo aver vissuto esperienze molto difficili e spesso impersonali in altri contesti sanitari, ero arrivato a pensare che i pazienti venissero considerati soltanto una ‘cartella clinica’ e non persone con una vita, dei progetti e un futuro davanti a sé. L'incontro con la dottoressa Bennati e con tutto il team del reparto ha completamente cambiato questa percezione. Ho trovato professionisti di altissimo livello, competenti e aggiornati, ma soprattutto persone capaci di ascoltare, spiegare, accompagnare e sostenere il paziente anche dal punto di vista umano. L'attenzione ai dettagli, la disponibilità, la sensibilità e la capacità di vedere la persona oltre la malattia sono qualità che fanno davvero la differenza. Grazie alle cure ricevute, inclusa l'immunoterapia intrapresa in questo centro, ho ottenuto risultati che, considerando la situazione di partenza, ritengo straordinari. Vorrei quindi ringraziare di cuore la dottoressa Chiara Bennati, il dottore Stefano Tamberi e tutto il personale del reparto. In un momento della vita in cui è facile sentirsi smarriti, mi hanno restituito fiducia, dignità e la sensazione di essere seguito da una squadra che combatte al mio fianco. Grazie per tutto quello che fate ogni giorno”. Emmanuel
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Tumore al seno, al Pascale la radioterapia è sempre meno invasiva lapresse.it
Home > Salute > Sanità > Tumore al seno, al Pascale la radioterapia è sempre meno invasiva
Al Pascale di Napoli arriva la tecnologia per trattare il tumore al seno, per una radioterapia di precisione e sempre più sicura
Una radioterapia più precisa, meno invasiva e capace di ridurre drasticamente i tempi di cura per il tumore al seno. È la promessa di GammaPod, la nuova tecnologia entrata in funzione all’Istituto Pascale di Napoli, tra i primi centri europei ad adottarla.
La tecnologia per il tumore al seno
Il programma clinico è partito lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e segna un ulteriore passo avanti nella personalizzazione delle cure oncologiche. Grazie all’introduzione della piattaforma il Pascale è entrato a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete di centri impegnati nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per il tumore della mammella.
La tecnologia è stata progettata per concentrare le radiazioni sul bersaglio tumorale con una precisione sub-millimetrica. Attraverso un sistema di immobilizzazione non invasivo, migliaia di fasci radianti vengono indirizzati direttamente sulla lesione, limitando al massimo l’esposizione dei tessuti sani circostanti.
Ridurre i rischi delle radiazioni
Tra gli aspetti più innovativi vi è la posizione prona adottata durante il trattamento: la paziente viene infatti posizionata a pancia in giù, una soluzione che consente di allontanare naturalmente cuore e polmoni dall’area irradiata, riducendo sensibilmente il rischio di esposizione degli organi sani alle radiazioni.
Migliorare la qualità della vita
L’obiettivo non è soltanto migliorare l’efficacia delle cure, ma anche la qualità della vita delle pazienti. Uno dei principali vantaggi riguarda infatti la durata del percorso terapeutico. L’attuale protocollo prevede cinque sedute, contro trattamenti che fino a pochi anni fa richiedevano diverse settimane.
“L’introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità di vita, sia per l’esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità”, spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia oncologica del Pascale. La riduzione del numero di sedute, inoltre, “permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti”.
L’ipotesi di una sola seduta di radioterapia
Ma le prospettive potrebbero essere ancora più ambiziose. Gli specialisti dell’istituto stanno infatti lavorando a protocolli sperimentali che, in casi selezionati, potrebbero consentire di concentrare l’intero trattamento radioterapico in una sola seduta.
“La prospettiva è quella di sviluppare approcci sempre più efficaci e conservativi”, sottolinea Sara Falivene, referente Breast in Radioterapia. “Stiamo lavorando all’attivazione di studi multicentrici internazionali che potrebbero contribuire a ridefinire gli standard terapeutici e aprire nuove opportunità per le pazienti”.
L’ingresso nel Consorzio internazionale consentirà inoltre al Pascale di partecipare allo sviluppo di studi clinici e alla raccolta di dati destinati a orientare le future linee guida per il trattamento del tumore mammario.
Per Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia senologica e toraco-polmonare dell’Istituto, GammaPod rappresenta “un ulteriore passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata”. La tecnologia, conclude De Laurentiis, “consente di esplorare strategie di radioterapia parziale ad altissima precisione, riducendo tempi di trattamento ed esposizione dei tessuti sani senza compromettere l’efficacia oncologica”.
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Tumore prostata: bene le nuove strategie, ma senza dimenticare ruolo radioterapia Il Sole 24 ORE
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Ho letto con grande interesse il Vostro articolo dedicato allo studio PROTEUS, recentemente presentato all'Asco, il Congresso americano di oncologia clinica, e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Ritengo tuttavia necessario proporre alcune riflessioni critiche: l'auspicio è che l'informazione fornita – in particolare su un tema così rilevante e complesso come il trattamento del carcinoma prostatico ad alto rischio – sia il più possibile completa, equilibrata e contestualizzata.
In primo luogo, l'articolo sembra suggerire, seppur implicitamente, che i risultati dello studio possano “cambiare il paradigma” terapeutico per le persone con carcinoma prostatico ad alto rischio. Questa affermazione appare prematura. Lo studio PROTEUS, infatti, confronta una strategia di intensificazione ormonale sistemica (apalutamide + ADT) in setting perioperatorio con la sola terapia di deprivazione androgenica, ma non include un braccio con radioterapia, che rappresenta oggi – insieme alla chirurgia – uno dei pilastri del trattamento curativo nei tumori prostatici localmente avanzati o ad alto rischio. Questa assenza non è un dettaglio metodologico secondario, ma un limite sostanziale: oggi, una quota significativa di pazienti viene trattata con radioterapia associata a terapia ormonale, approccio sostenuto da robuste evidenze di lungo periodo in termini di controllo biochimico, sopravvivenza libera da metastasi e sopravvivenza globale. Pertanto, non è possibile, sulla base dei dati presentati, stabilire una reale superiorità o anche solo un vantaggio comparativo rispetto alle strategie radioterapiche attualmente consolidate. Semplificando, è come se si annunciasse una grande rivoluzione nella mobilità urbana, sulla base di uno studio che confrontasse un modernissimo drone con gli elicotteri sinora conosciuti, ma trascurando che in concreto, nelle nostre città, le persone si spostano in bici, in auto o con lo scooter.
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In secondo luogo, l'enfasi sui risultati – pur interessanti – merita una lettura più cauta. Un tasso di risposta patologica completa o quasi completa inferiore al 10%, pur superiore al controllo, deve essere interpretato con prudenza, soprattutto considerando che il vero endpoint clinico rilevante resta la sopravvivenza globale a lungo termine, sulla quale, dallo studio, non emerge alcun impatto. Analogamente, il beneficio in sopravvivenza libera da eventi e da metastasi, sebbene statisticamente significativo, non è ancora maturo al punto da ridefinire standard consolidati. Il vantaggio offerto da questa strategia terapeutica deve essere inoltre valutato alla luce degli eventi avversi riportati nello studio – tutt'altro che trascurabili – per un corretto bilanciamento fra rischi e benefici.
Un ulteriore aspetto completamente assente nell'articolo riguarda la sostenibilità economica. In presenza di alternative terapeutiche già efficaci e consolidate, e non confrontate con l'approccio testato nell'ambito dello studio PROTEUS, l'introduzione di farmaci di nuova generazione come l'apalutamide in fase perioperatoria comporta inevitabilmente un incremento significativo dei costi del trattamento. In sistemi sanitari pubblici come il nostro, è imprescindibile che ogni innovazione terapeutica venga valutata non solo in termini di efficacia, ma anche di costo-efficacia. Senza un'analisi farmacoeconomica rigorosa, il rischio è quello di proporre modelli terapeutici difficilmente trasferibili nella pratica reale, perché non sostenibili su larga scala.
Infine, appare necessario sottolineare che il carcinoma prostatico ad alto rischio è una malattia intrinsecamente multidisciplinare. Ridurre la narrazione a un confronto centrato esclusivamente sulla chirurgia – per quanto tecnologicamente avanzata, anche in ambito robotico – rischia di offrire una visione parziale. Va infatti sottolineato come gli stessi risultati del trial evidenzino che una significativa percentuale di pazienti, per la natura intrinseca di malattia ad alto rischio, ha necessitato di ulteriori trattamenti postoperatori, tra i quali la radioterapia. La vera sfida contemporanea è l'integrazione ottimale tra chirurgia, radioterapia oncologica e trattamenti sistemici, selezionando il percorso più appropriato per ciascun paziente.
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Sanita': Alzheimer, da neurologi ospedalieri focus su nuovi farmaci e rete di cura Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 5 giu - I nuovi anticorpi monoclonali anti-amiloide segnano una fase nuova nella storia della malattia di Alzheimer, ma il loro ingresso nella pratica clinica non potra' essere ridotto alla semplice disponibilita' di un farmaco. Serviranno diagnosi piu' precoci, biomarcatori, neuroimaging, criteri condivisi di eleggibilita', monitoraggio degli effetti collaterali e una rete clinica capace di garantire equita', appropriatezza e sostenibilita'. E' uno dei messaggi emersi a Reggio Calabria durante il 65mo Congresso nazionale SNO-Scienze Neurologiche Ospedaliere, principale appuntamento annuale della societa' scientifica che riunisce neurologi, neurochirurghi e neuroradiologi ospedalieri italiani. Il tema Alzheimer e' stato affrontato in particolare nella II sessione plenaria - dedicata a 'La rete clinica per l'Alzheimer nel 2026: la prevenzione ed i modelli organizzativi per garantire equita' e appropriatezza nel trattamento con anticorpi monoclonali' - che ha posto al centro il problema dei percorsi necessari per accompagnare il paziente dal sospetto clinico alla diagnosi, fino alla terapia e al follow-up.
com-bag.
Gli ultimi video Radiocor
(RADIOCOR) 05-06-26 13:19:28 (0331)SAN 5 NNNN
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Natalia Paragoni: "Ho il linfoma di Hodgkin, ho iniziato la chemioterapia" ComingSoon.it
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L rivelazione di Natalia Paragoni: "Ero incinta all’ottavo mese quando l’ho scoperto"
Natalia Paragoni ha deciso di condividere con i suoi follower un momento estremamente difficile della sua vita. L’ex corteggiatrice di Uomini e Donne ha rivelato di aver scoperto di essere affetta da linfoma di Hodgkin, una forma tumorale del sistema linfatico.
Natalia Paragoni e la diagnosi di linfoma di Hodgkin: cosa ha raccontato
La notizia è arrivata dopo un periodo di silenzio, che oggi l’influencer ha spiegato pubblicamente con grande sincerità. Nel suo racconto Natalia ha spiegato come tutto sia iniziato nel pieno di una delle fasi più importanti della sua vita, la gravidanza della piccola Beatrice:
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita. Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza. Oggi vi racconto il motivo dei miei silenzi di quest’ultimo mese.”
L’ex corteggiatrice ha poi raccontato nel dettaglio il percorso affrontato dopo la nascita della figlia:
“Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire. Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili. Per fortuna, però, non sono mai stata sola.”
Natalia ha sottolineato il sostegno ricevuto dalla sua famiglia e dalle persone più vicine:
“Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno. E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa.”
Nel suo messaggio, Natalia ha anche condiviso il suo stato d’animo attuale e la volontà di affrontare il percorso terapeutico con determinazione:
“Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me. Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta.”
Tantissimi i messaggi di conforto all'ex corteggiatrice di Uomini e Donne. "Ciao Naty, ricordati che non sei sola, non siete soli. Forza ragazzi, vi abbraccio forte e spero di vedervi al più presto" ha scritto Francesco Oppini al quale hanno fatto seguito tantissimi volti noti, Chiara Ferragni, Clizia Incorvaia, Martina Luchena, Valeria Bigella, Claudia Dionigi, Valeria Bigella, Sonia Lorenzini, Giulia Salemi, Ida Platano, Andrea Zenga, Nilufar Addati, Teresa Langella.
Il messaggio di Andrea Zelletta
Accanto a lei, il compagno Andrea Zelletta ha voluto dedicarle parole di sostegno e vicinanza:
“Ci sono momenti in cui la vita cambia all’improvviso. E tu puoi solo fermarti, respirare e trovare la forza di restare in piedi anche quando dentro ti senti crollare. In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca.”
E ancora:
“Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro.”
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In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlam…
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In totale disprezzo dei due referendum contro il nucleare votati dagli italiani, la Camera ha approvato il nucleare civile nella forma dei così detti “mini-reattori di ultima generazione”. Ciò che è accaduto, in sostanza è questo: un piccolo plotone di parlamentari del centrodestra , che – da quanto si è ampiamente visto – nulla sanno di energia, ha deciso che in Italia deve tornare il nucleare. Tutto questo senza avere quasi alcuna contezza di quello che ciò significhi in termini di costi, di scorie, di compatibilità con l’attuale sistema energetico e soprattutto di tempi.
L’operazione, particolarmente avallata anche da giornali progressisti come la Stampa con un apposito sondaggio in cui gli italiani sarebbero favorevoli, pubblicato qualche giorno fa, è stata resa possibile probabilmente dal nome di questo nucleare. Già, perché “mini-reattori di ultima generazione” fa pensare a qualcosa di innocuo, piccolo, trasportabile. Secondo me i deputati se lo immaginano come una sorta di nucleare pret-à-porter, da borsetta insomma, che si attiva magicamente quando vogliamo e produce l’energia necessaria. Gli stessi giornali riportano notizie confuse sulla dimensione, se è vero che il Messaggero scrive oggi venerdì che le dimensioni sarebbero quelle di un tir (l’altra voce che circola è anche quella di un nucleare “galleggiante”), quando lo stesso Pichetto Fratin, nelle tante interviste gongolanti appena rilasciate ammette che, quanto a dimensioni, si parla di almeno tre campi da calcio.
Il problema è che, ripeto, chi ha votato questo nucleare di energia sa poco o nulla. Si vota per il nucleare in nome di una visione “anti-ideologica”, come se le energie rinnovabili fossero qualcosa di ideologico, e non quanto di più concreto esista. Si vota per il nucleare immaginando che già domani entri in funzione, probabilmente quasi nessun deputato sa che non si avrà energia prima di anni, almeno dieci. Di che stiamo parlando? In dieci anni tutto può succedere, soprattutto noi abbiamo bisogno di ridurre le emissioni e decarbonizzare ora, visto che non lo abbiamo fatto abbastanza con il PNRR e ora ci troviamo ad elemosinare soldi alla UE che, speriamo, vengano rigorosamente usati per questo scopo e non per inutili sconti all’energia che non danno nessun beneficio a chi li riceve (figuriamoci a chi non li riceve). Si vota per il nucleare senza sapere dove finiranno le scorie, se i territori accetteranno di averlo, quali saranno i costi. In pratica, è una cambiale in bianco che di fatto, come già avvenuto in passato, servirà solo ad una cosa: rallentare ulteriormente lo sviluppo delle rinnovabili, mettere soldi in progetti che non servono (e che probabilmente non si faranno), dare agli italiani l’illusione di una energia facile e pronta che non esiste, e così confonderli. Insomma, una mezza truffa.
A ciò occorre aggiungere che la fantomatica credenza per cui il nucleare possa servire a compensare le intermittenze delle rinnovabili è falsa per il semplice fatto che il nucleare non lo puoi accendere o spegnere a piacimento, è un’energia continua, appunto, dunque in che senso sarebbe “complementare alle rinnovabili?”. Ma è inutile chiederlo perché questo, con tutta probabilità, i deputati che hanno votato a favore non lo sanno, come il resto.
Resta dunque una operazione questa sì ideologica, sbagliata, preoccupante e anche antidemocratica, visto il “no” degli italiani al nucleare. E i mini-reattori di ultima generazione sono sempre nucleare, punto e basta. Ciò che davvero allarma, su questo fronte come su altri tipi di scelte energetiche, come la dipendenza dal gas, è che a scegliere su questioni molto tecniche e scientifiche sia una politica che non sa nulla né di tecnica né di scienza e che spesso e volentieri è legata mani e piedi alle lobby dell’energia. Assurdo che manchi, come spesso richiesto dai veri esperti, ad esempio Antonello Pasini del Cnr, un comitato di scienziati che dia indicazioni alla politica su questioni che riguardano l’ambiente e il clima, e dunque anche le scelte energetiche. Si tratta davvero di questioni di vita e di morte, perché con l’energia facciamo tutto quello che serve, non potremmo vivere un’ora senza, e al tempo stesso l’energia è anche la causa del collasso del pianeta, perché quella non rinnovabile produce, appunto, emissioni climalteranti che hanno raggiunti livelli insostenibili. Ingannare così gli italiani, facendogli credere magari che le bollette caleranno col nucleare, è una vera impostura.
Sarebbe ora di ribellarsi a tutto questo, a questa ignoranza scientifica, a questa arroganza che addita le rinnovabili come ideologia, a un parlamento che vota un provvedimento che gli italiani non vogliono e che non porterà beneficio all’Italia, né ridurrà la povertà energetica. Perché se mai ci sarà energia nucleare, ripeto, sarà tra tantissimo tempo e certo non a costo zero. Il motivo per cui dobbiamo subire questo non è chiaro. Invece è chiaro perché i giovani se ne vadano all’estero: che un paese con una politica così medioevale, e dove l’antiscienza regna sovrana, è davvero un posto quasi intollerabile in cui vivere.
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Linfoma di Hodgkin: cos'è, sintomi, possibile cura e tasso di sopravvivenza Sky TG24
Come riporta la Fondazione AIRC, il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico che nasce dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e in numerosi altri organi che compongono il tessuto linfatico. Scopriamo come si cura, quali sono i sintomi e quali soggetti sono maggiormente a rischio. La malattia nasce solitamente all’interno dei linfonodi, ovvero i piccoli organi disposti soprattutto nella parte superiore del corpo, che svolgono un ruolo cruciale nella difesa immunitaria. Infatti, in condizioni fisiologiche, in presenza di una infiammazione o infezione si ingrossano e inducono la proliferazione di linfociti B e altre cellule immunitarie che raggiungeranno il sito del danno cellulare. Questo tipo di tumore può insorgere in ogni parte del corpo ove siano presenti linfonodi o altri componenti del tessuto linfatico. Lo spiega la Fondazione AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro).Leggi anche:Melanoma, a 5 anni vivo il 92% trattato con vaccino personalizzato La malattia nasce solitamente all’interno dei linfonodi, ovvero i piccoli organi disposti soprattutto nella parte superiore del corpo, che svolgono un ruolo cruciale nella difesa immunitaria. Infatti, in condizioni fisiologiche, in presenza di una infiammazione o infezione si ingrossano e inducono la proliferazione di linfociti B e altre cellule immunitarie che raggiungeranno il sito del danno cellulare. Questo tipo di tumore può insorgere in ogni parte del corpo ove siano presenti linfonodi o altri componenti del tessuto linfatico. Lo spiega la Fondazione AIRC (Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro). Leggi anche:Melanoma, a 5 anni vivo il 92% trattato con vaccino personalizzato Il tumore prende il nome da Thomas Hodgkin, il medico inglese che per primo descrisse la patologia nel 1832. Ciò che differenzia il linfoma di Hodgkin dagli altri linfomi, chiamati linfomi non Hodgkin (LNH), è la presenza di cellule giganti, dette cellule di Reed-Sternberg e cellule di Hodgkin. In ambito medico, il linfoma di Hodgkin viene suddiviso in due tipi principali: quello classico, che interessa il 95 per cento dei casi e viene a sua volta classificato in quattro sottotipi; e quello a predominanza linfocitaria.Leggi anche:Ebola, investimenti su 3 vaccini sperimentali contro virus Bundibugyo: cosa sapere Il tumore prende il nome da Thomas Hodgkin, il medico inglese che per primo descrisse la patologia nel 1832. Ciò che differenzia il linfoma di Hodgkin dagli altri linfomi, chiamati linfomi non Hodgkin (LNH), è la presenza di cellule giganti, dette cellule di Reed-Sternberg e cellule di Hodgkin. In ambito medico, il linfoma di Hodgkin viene suddiviso in due tipi principali: quello classico, che interessa il 95 per cento dei casi e viene a sua volta classificato in quattro sottotipi; e quello a predominanza linfocitaria. Leggi anche:Ebola, investimenti su 3 vaccini sperimentali contro virus Bundibugyo: cosa sapere Il primo sintomo del linfoma di Hodgkin, di solito, è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione cervicale. Ma avere un ingrossamento dei linfonodi non significa per forza avere un linfoma. Infatti, questo fenomeno è causato da un tumore solo nel 15 per cento dei casi, mentre per oltre l’80 per cento è ricollegabile a malattie benigne. Altri sintomi più generici comprendono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne, perdita di peso involontaria e prurito. Meno specifici, ma comunque non trascurabili, sono la stanchezza e la mancanza di appetito. Nel caso in cui la malattia riguardi i linfonodi presenti nel torace, e non nella regione cervicale, si possono manifestare anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie.Leggi anche:Tumore al pancreas, un nuovo farmaco sperimentale aumenta la sopravvivenza. Lo studio Il primo sintomo del linfoma di Hodgkin, di solito, è un ingrossamento dei linfonodi, soprattutto nella regione cervicale. Ma avere un ingrossamento dei linfonodi non significa per forza avere un linfoma. Infatti, questo fenomeno è causato da un tumore solo nel 15 per cento dei casi, mentre per oltre l’80 per cento è ricollegabile a malattie benigne. Altri sintomi più generici comprendono febbre pomeridiana, sudorazioni notturne, perdita di peso involontaria e prurito. Meno specifici, ma comunque non trascurabili, sono la stanchezza e la mancanza di appetito. Nel caso in cui la malattia riguardi i linfonodi presenti nel torace, e non nella regione cervicale, si possono manifestare anche tosse, dolore al petto e difficoltà respiratorie. Leggi anche:Tumore al pancreas, un nuovo farmaco sperimentale aumenta la sopravvivenza. Lo studio Si tratta di un tumore relativamente raro, che colpisce circa 4 persone ogni 100mila abitanti. La fascia di età più a rischio è quella tra i 20 e i 30 anni e oltre i 60. In generale, gli uomini rischiano di ammalarsi di più delle donne. In Italia, per esempio, di 2.150 nuove diagnosi nel 2020, in 1.220 casi erano uomini e in 930 donne. Nel calcolo del rischio sono poi rilevanti i fattori ambientali, più di quelli genetici. Non si tratta infatti di una malattia ereditaria, ma è più comune tra le persone con un elevato tenore di vita. Il linfoma è inoltre più diffuso nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada che nei Paesi asiatici.Leggi anche:Giornata Mondiale della sclerosi multipla, in Italia 150mila pazienti: i dati Si tratta di un tumore relativamente raro, che colpisce circa 4 persone ogni 100mila abitanti. La fascia di età più a rischio è quella tra i 20 e i 30 anni e oltre i 60. In generale, gli uomini rischiano di ammalarsi di più delle donne. In Italia, per esempio, di 2.150 nuove diagnosi nel 2020, in 1.220 casi erano uomini e in 930 donne. Nel calcolo del rischio sono poi rilevanti i fattori ambientali, più di quelli genetici. Non si tratta infatti di una malattia ereditaria, ma è più comune tra le persone con un elevato tenore di vita. Il linfoma è inoltre più diffuso nel Nord Europa, negli Stati Uniti e in Canada che nei Paesi asiatici. Leggi anche:Giornata Mondiale della sclerosi multipla, in Italia 150mila pazienti: i dati La possibilità di guarigione dal linfoma di Hodgkin è oggi piuttosto elevata, specialmente in giovane età, con una percentuale dell’87 per cento nelle pazienti e dell’85 per cento nei pazienti. Il trattamento si basa sulla polichemioterapia e sulla radioterapia. Nel primo caso, lo schema maggiormente utilizzato si chiama ABVD ed è stato sviluppato da un ricercatore italiano, Gianni Bonadonna. Ma negli stadi più avanzati della malattia si utilizzano schemi di terapia più aggressivi. La radioterapia è utilizzata invece come cura di consolidamento per sterilizzare le sedi di malattia voluminosa.Leggi anche:Parkinson, il caschetto a ultrasuoni contro i tremori: 10 pazienti curati a Napoli La possibilità di guarigione dal linfoma di Hodgkin è oggi piuttosto elevata, specialmente in giovane età, con una percentuale dell’87 per cento nelle pazienti e dell’85 per cento nei pazienti. Il trattamento si basa sulla polichemioterapia e sulla radioterapia. Nel primo caso, lo schema maggiormente utilizzato si chiama ABVD ed è stato sviluppato da un ricercatore italiano, Gianni Bonadonna. Ma negli stadi più avanzati della malattia si utilizzano schemi di terapia più aggressivi. La radioterapia è utilizzata invece come cura di consolidamento per sterilizzare le sedi di malattia voluminosa. Leggi anche:Parkinson, il caschetto a ultrasuoni contro i tremori: 10 pazienti curati a Napoli Esistono farmaci mirati contro il linfoma di Hodgkin come il brentuximab-vedotin, un anticorpo monoclonale che riconosce l’antigene CD30 sulle cellule malate e che veicola una tossina in grado di distruggere tali cellule in maniera selettiva. Un altro esempio sono i checkpoint inhibitors, come il nivolumab e pembrolizumab, che tolgono i freni alle risposte antitumorali dei linfociti T.Leggi anche:Health, Alzheimer: una sfida sanitaria e sociale sempre più urgente Esistono farmaci mirati contro il linfoma di Hodgkin come il brentuximab-vedotin, un anticorpo monoclonale che riconosce l’antigene CD30 sulle cellule malate e che veicola una tossina in grado di distruggere tali cellule in maniera selettiva. Un altro esempio sono i checkpoint inhibitors, come il nivolumab e pembrolizumab, che tolgono i freni alle risposte antitumorali dei linfociti T. Leggi anche:Health, Alzheimer: una sfida sanitaria e sociale sempre più urgente La malattia non è prevenibile perchè ancora non si conoscono fattori di rischio specifici. Tuttavia, alla presenza di sintomi che possono far pensare a un linfoma di Hodgkin, è importante rivolgersi al medico per ulteriori esami di approfondimento. L'esame fondamentale per arrivare a una diagnosi si chiama biopsia dei linfonodi, ovvero il prelievo di tessuto dai linfonodi da analizzare al microscopio. Una volta ottenuta la diagnosi istologica, occorre effettuare la stadiazione della malattia, cioè valutarne l’estensione. Gli esami di stadiazione sono altrettanto essenziali perchè consentono di definire lo stadio del linfoma, al quale viene associato il suffisso A o B a seconda dell’assenza o presenza di determinati sintomi.Leggi anche:Colesterolo, le fluttuazioni dei valori aumentano i rischi. Lo studio La malattia non è prevenibile perchè ancora non si conoscono fattori di rischio specifici. Tuttavia, alla presenza di sintomi che possono far pensare a un linfoma di Hodgkin, è importante rivolgersi al medico per ulteriori esami di approfondimento. L'esame fondamentale per arrivare a una diagnosi si chiama biopsia dei linfonodi, ovvero il prelievo di tessuto dai linfonodi da analizzare al microscopio. Una volta ottenuta la diagnosi istologica, occorre effettuare la stadiazione della malattia, cioè valutarne l’estensione. Gli esami di stadiazione sono altrettanto essenziali perchè consentono di definire lo stadio del linfoma, al quale viene associato il suffisso A o B a seconda dell’assenza o presenza di determinati sintomi. Leggi anche:Colesterolo, le fluttuazioni dei valori aumentano i rischi. Lo studio
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Una storia che ricorda quella di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara. Ma che, fortunatamente, porta a un epilogo diverso, perché la vittima è riuscita a confidarsi con i carabinieri per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al procuratore. …
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Una storia che ricorda quella di Saman Abbas, uccisa nel 2021 a Novellara. Ma che, fortunatamente, porta a un epilogo diverso, perché la vittima è riuscita a confidarsi con i carabinieri per poi aprirsi al magistrato titolare dell’inchiesta e al procuratore. Anche in questo caso viene dalla Bassa reggiana: una ragazza pachistana di 22 anni è stata sottoposta ad anni di vessazioni, percosse e aborto indotto dai genitori, perché considerata colpevole per una relazione sentimentale che non approvavano. Prima è stata privata del cellulare, poi isolata e costretta ad andare in Pakistan contro la sua volontà, minacciata di non farla tornare se non avesse accettato il fidanzamento e poi un matrimonio con un cugino. Il padre e la madre, 54 e 51 anni, sono stati condannati a due anni e 15 giorni per maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato. Il processo in primo grado conclude una complessa indagine dei carabinieri di Boretto, con i carabinieri di Guastalla, coordinati dalla Procura reggiana diretta da Calogero Gaetano Paci.
Le vessazioni sono iniziate nel 2017 e si sono protratte fino al 2023. La ragazza è stata picchiata e chiusa a chiave in cantina, di notte. A dicembre 2022, scoperta la gravidanza, la giovane è stata presa a pugni all’addome e alla schiena, costretta poi ad abortire. Dopo le sue dichiarazioni ai carabinieri era arrivato un divieto di avvicinamento, dove il giudice aveva sottolineato come le condotte fossero espressione di una visione “maschilista e dispotica”, incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento italiano. Tra gli episodi più gravi contestati ci sono schiaffi in volto, inginocchiarsi e il padre la percuoteva con pugni alla schiena facendole sbattere il viso contro il pavimento e la madre la chiudeva a chiave in cantina costringendola a trascorrervi la notte. Nel dicembre 2022, scoperta la gravidanza la giovane veniva colpita con pugni all’addome e in precedenza anche alla schiena, costretta poi ad abortire sotto minaccia di farle praticare l’aborto in Pakistan e di non essere più accolta in casa nell’ipotesi di portare a termine la gravidanza. Oltre alle violenze fisiche, i genitori avrebbero tentato ripetutamente di imporle matrimoni combinati con uomini scelti da loro, sottraendole il cellulare per isolarla dai contatti esterni.
Tra gennaio e febbraio 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, la avrebbero indotta a scegliere un ragazzo tra quelli che le venivano proposti e facevano a quest’ultimo una concreta proposta di matrimonio ma non riuscivano nell’intento per il rifiuto del ragazzo. Nell’aprile 2023 le comunicavano che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo connazionale organizzando un incontro tra lo stesso e la figlia contro la volontà di quest’ultima. Nonostante la paura, la giovane vittima è riuscita a parlare con gli inquirenti.
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Natalia Paragoni, diagnosi di linfoma di Hodgkin durante la gravidanza: il post su Instagram Sky TG24
L'influencer ha parlato sui social di essere in cura per un linfoma di Hodgkin diagnosticato quando era all'ottavo mese di gravidanza. Dopo la nascita della figlia Beatrice ha iniziato la chemioterapia. Nel messaggio pubblicato su Instagram ha ripercorso le settimane segnate dalla paura e dall'incertezza, ringraziando il compagno Andrea Zelletta, la famiglia e gli amici per il sostegno ricevuto Natalia Paragoni ha scelto di condividere con i suoi follower uno dei momenti più difficili della sua vita. Attraverso un lungo messaggio pubblicato su Instagram, l'influencer ha rivelato di essere in cura per un linfoma di Hodgkin, una diagnosi arrivata mentre era all'ottavo mese di gravidanza della sua seconda figlia. La notizia, come ha raccontato lei stessa, ha cambiato improvvisamente un periodo che avrebbe dovuto essere dedicato esclusivamente all'attesa della nascita della bambina. Dopo il parto, Natalia Paragoni ha iniziato il percorso terapeutico indicato dai medici, che comprende la chemioterapia. Nel post pubblicato online, Paragoni ha spiegato di aver atteso alcune settimane prima di parlare pubblicamente della malattia. Una scelta dettata dalla necessità di elaborare quanto accaduto e di affrontare i primi passaggi delle cure lontano dai riflettori. L'influencer ha descritto un periodo segnato da emozioni contrastanti, tra la gioia per l'arrivo della figlia Beatrice e le preoccupazioni legate alla diagnosi. Nel suo racconto emergono la paura, i dubbi e la difficoltà di affrontare una situazione inattesa in un momento particolarmente delicato della vita. Accanto a lei, in queste settimane, c'è stato il compagno Andrea Zelletta. Poco dopo la pubblicazione del messaggio di Natalia, anche l'ex volto televisivo ha condiviso una foto scattata in ospedale, accompagnandola con parole di affetto e incoraggiamento. Paragoni ha inoltre ringraziato la propria famiglia e gli amici più vicini, sottolineando quanto la loro presenza sia stata fondamentale durante l'inizio del percorso di cura. Un sostegno che, insieme all'amore delle sue figlie, rappresenta una delle principali motivazioni con cui affrontare i prossimi mesi. Nel suo messaggio, l'influencer ha spiegato di non sapere ancora quali saranno tutte le tappe del cammino che l'attende, ma di voler affrontare la malattia con determinazione. La scelta di rendere pubblica la diagnosi è arrivata anche con l'intenzione di condividere una parte importante della propria esperienza personale con chi la segue quotidianamente sui social. La sua testimonianza ha raccolto in poche ore numerosi messaggi di vicinanza e sostegno da parte di follower, colleghi e personaggi del mondo dello spettacolo. Il linfoma di Hodgkin è un tumore che colpisce il sistema linfatico, una componente fondamentale del sistema immunitario. Tra i segnali più frequenti vi è l'ingrossamento dei linfonodi, spesso localizzato nella zona del collo, delle ascelle o dell'inguine. Grazie ai progressi della ricerca e alle terapie oggi disponibili, questa patologia presenta elevate possibilità di trattamento. La chemioterapia rappresenta uno degli strumenti terapeutici più utilizzati e consente, in molti casi, di ottenere risultati positivi e prospettive favorevoli nel lungo periodo.
"Una telefonata mi ha cambiato la vita, ho scoperto di avere un linfoma di Hodgkin all'ottavo mese di gravidanza. Dopo il parto ho iniziato la chemioterapia, ce la devo fare per le bimbe": così Natalia Paragoni - Il Fatto Quotidiano
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"Una telefonata mi ha cambiato la vita, ho scoperto di avere un linfoma di Hodgkin all'ottavo mese di gravidanza. Dopo il parto ho iniziato la chemioterapia, ce la devo fare per le bimbe": così Natalia Paragoni Il Fatto Quotidiano
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”. Con queste parole l’influencer Natalia Paragoni rivela di aver ricevuto la diagnosi di un linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza. Attraverso un post pubblicato su Instagram, accompagnato da un’immagine scattata in un letto d’ospedale, Paragoni rompe il silenzio delle ultime settimane e ufficializza l’inizio del trattamento chemioterapico intrapreso dopo la nascita della figlia Beatrice.
La diagnosi durante la maternità
Nel suo messaggio, Paragoni ripercorre il momento della comunicazione medica e l’impatto sulla gravidanza in corso: “Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza”. La necessità di elaborare la diagnosi ha portato all’allontanamento dai social, una circostanza che lei stessa motiva nel testo: “Oggi vi racconto il motivo dei miei silenzi di quest’ultimo mese. Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia“. Un arco temporale segnato dal contrasto tra l’arrivo della figlia e la patologia: “In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire”.
La rete familiare e il post di Andrea Zelletta
Paragoni sottolinea il ruolo del supporto ricevuto nell’affrontare la situazione clinica: “Mi sono fatta mille domande e ci sono stati momenti davvero difficili. Per fortuna, però, non sono mai stata sola”. Il riferimento è ai legami più stretti: “Ho avuto accanto tutta la mia famiglia, nessuno escluso: Andrea, i miei genitori e gli amici più cari mi hanno dato forza, amore e sostegno ogni giorno, e vi assicuro che non è una cosa scontata”. A questo si somma l’attaccamento alle figlie: “E poi ci sono le mie bambine che, con il loro amore e i loro sorrisi, riescono a darmi una forza immensa”. A pochi minuti di distanza dal post, anche il compagno Andrea Zelletta ha condiviso una fotografia scattata all’interno della struttura ospedaliera, commentando il quadro clinico: “In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme. L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca”. Il messaggio si conclude confermando l’impegno ad affiancarla: “Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro”.
Le prospettive cliniche
La dichiarazione di Paragoni termina affrontando il percorso terapeutico appena iniziato: “Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me”. La decisione di rendere pubblica la malattia è maturata al termine di un iter privato e personale: “Avevo bisogno di tempo prima di raccontarlo, ma oggi sento di volerlo condividere con voi con sincerità. Un passo alla volta”.
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Prevenzione del melanoma: Pierre Fabre porta l’informazione sulle spiagge di Jesolo La Piazza Web
Con l’arrivo dell’estate torna l’attenzione sulla prevenzione del melanoma cutaneo, una delle forme più aggressive di tumore della pelle, con quasi 2.000 nuovi casi diagnosticati ogni anno solo in Veneto. Per promuovere comportamenti responsabili al sole e favorire la diagnosi precoce, Laboratoires Pierre Fabre, con il patrocinio dell’associazione MelanomaDay, lancia «La tua estate sulla pelle», iniziativa di sensibilizzazione che si svolgerà il 27 e 28 giugno 2026 sulle spiagge di Jesolo.
Durante le due giornate saranno distribuiti materiali informativi e consigli pratici per un’esposizione solare sicura, indirizzata in particolare a chi presenta fattori di rischio come fototipo chiaro, numerosi nei o familiarità per melanoma. «Non possiamo limitare la prevenzione al solo mese di maggio – spiega Giuseppe Di Majo, General Manager di Pierre Fabre Pharma Italia –. L’obiettivo è portare l’informazione direttamente nei luoghi dove le persone vivono l’estate, incoraggiando controlli dermatologici regolari e una maggiore consapevolezza dei rischi legati ai raggi UV».
Il melanoma, che origina dai melanociti responsabili della produzione di melanina, rappresenta il tumore cutaneo più aggressivo. In Italia si contano circa 13.000 nuovi casi l’anno, con una sopravvivenza a cinque anni dell’88% negli uomini e del 91% nelle donne, grazie ai progressi delle terapie. In Veneto, la malattia è il tumore più frequente tra gli uomini sotto i 50 anni e colpisce un uomo su 29 e una donna su 43 nel corso della vita.
Il dott. Jacopo Pigozzo, responsabile dell’UOS Oncologia del Melanoma dell’Istituto Oncologico Veneto, ricorda l’importanza di proteggersi dai raggi UV evitando lampade abbronzanti e adottando misure di prevenzione primaria, come creme solari e indumenti protettivi, integrate da controlli regolari dei nei. «Ogni azione di prevenzione, dal monitoraggio dei nei a una corretta esposizione al sole, può fare la differenza», sottolinea Gianluca Pistore, presidente di MelanomaDay.
In vista della stagione estiva, gli esperti raccomandano di applicare la protezione solare fin dal mattino, riapplicarla frequentemente, evitare le ore centrali della giornata (11-16) e proteggere occhi e testa con cappello e occhiali da sole.
L’iniziativa «La tua estate sulla pelle» si inserisce nel percorso di sensibilizzazione di Laboratoires Pierre Fabre, gruppo farmaceutico e dermocosmetico internazionale, impegnato da oltre quarant’anni in oncologia, dermatologia e prevenzione, con un’attenzione costante alla salute della comunità e alla sostenibilità.