Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Una nuova svolta nella cura del cancro al seno: niente chemioterapia grazie al test del DNA tumorale. Vietnam.vn
Sono stati compiuti progressi significativi nel trattamento del cancro al seno, ma una delle maggiori sfide rimane quella di determinare con precisione chi ha realmente bisogno della chemioterapia e chi può essere trattato in sicurezza senza di essa.
Oltre 4.400 pazienti di età pari o superiore a 40 anni, residenti nel Regno Unito, in Norvegia, Svezia, Australia, Nuova Zelanda e Thailandia, hanno partecipato allo studio. Questi individui sono stati divisi in due gruppi: un gruppo ha ricevuto il trattamento convenzionale, mentre l'altro ha utilizzato il test genetico Prosigna per determinare se fosse necessaria la chemioterapia. I ricercatori li hanno poi seguiti per diversi anni per valutare il rischio di recidiva e l'efficacia del trattamento.
Questo studio si basa sulla sperimentazione Optima, condotta da scienziati dell'University College di Londra (Regno Unito), con la partecipazione di numerosi ospedali e centri oncologici. La sperimentazione si concentra sul tipo più comune di tumore al seno in fase iniziale: quello che si sviluppa sotto l'influenza degli ormoni e non presenta la proteina HER2. In precedenza, le decisioni relative alla chemioterapia si basavano spesso su fattori quali le dimensioni del tumore o l'estensione della diffusione ai linfonodi.
Per il tumore al seno in fase iniziale, la ricerca dimostra che oltre due terzi delle donne, anche quelle tradizionalmente classificate ad alto rischio, possono evitare la chemioterapia in tutta sicurezza se i loro punteggi dei test genetici sono bassi. Questo può aiutare molte donne a evitare gli effetti collaterali della chemioterapia, come la perdita dei capelli, la nausea, l'affaticamento, le infezioni, la menopausa precoce, i problemi di fertilità e i problemi di salute a lungo termine, mentre ulteriori trattamenti potrebbero non offrire benefici significativi.
Xiaomi ha presentato in Vietnam il REDMI Watch 6, le cuffie REDMI Headphones Neo e gli auricolari REDMI Buds 8, offrendo una soluzione completa per la salute, l'intrattenimento e lo stile di vita, contribuendo a un'esperienza utente più completa all'interno dell'ecosistema AIoT.
Una donna che ha partecipato alla sperimentazione ha raccontato di essersi sentita felice e sollevata per aver potuto evitare la chemioterapia. Nove anni dopo la diagnosi, grazie ai test genetici e al non aver dovuto sottoporsi alla chemioterapia, gode di buona salute e conduce una vita attiva e appagante.
Una nuova ricerca basata sul test genetico Prosigna sta aprendo la strada a opzioni di trattamento più delicate per le donne affette da tumore al seno.
Lo studio ha rilevato una piccola differenza nei tassi di sopravvivenza tra il gruppo trattato con chemioterapia e quello non trattato. Dopo 5 anni, il tasso di sopravvivenza nel gruppo non sottoposto a chemioterapia era del 93,7%, circa un punto percentuale inferiore rispetto al gruppo trattato con chemioterapia (94,9%). Secondo i ricercatori, questa differenza è insignificante, il che suggerisce che i test genetici potrebbero aiutare a selezionare i pazienti idonei a evitare la chemioterapia, mantenendo al contempo l'efficacia del trattamento.
Sharon Stone: «Sapevo che i miei tumori al seno non erano maligni, ma i medici che mi hanno operata non mi credevano». L'oncologa: «Oggi una diagnosi sempre più precisa e personalizzata consente di evitare interventi inutilmente invasivi» - Vanity Fair Italia
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.8/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
Sharon Stone: «Sapevo che i miei tumori al seno non erano maligni, ma i medici che mi hanno operata non mi credevano». L'oncologa: «Oggi una diagnosi sempre più precisa e personalizzata consente di evitare interventi inutilmente invasivi» Vanity Fair Italia
Sesto senso, intuito, connessione fortissima con il proprio corpo? Qualunque sia la spiegazione,Sharon Stonesapeva che itumori al senoche le erano stati diagnosticati ainizio anni 2000dai medicinon erano maligni. Se lo sentiva. Lo ha raccontato la stessa attrice americana, oggi 68 anni. Ospite delpodcastThe Person Who Believed in Me,Sharon Stoneha ricordato quanto avvenuto in quella circostanza: «Uno di questi tumori era più grande dell’intero mio seno sinistro.Il medico venne direttamente a casa mia e mi disse: “Ascolti, pensiamo chedovrebbe sottoporsi a una mastectomia bilaterale. La situazione è molto seria. Quando le masse arrivano a estendersi fin quassù, di solitosappiamo già prima dell’intervento che si tratta di cancro maligno”. Io perògli dissi che non erano maligni, ribadii che mi sarei sottoposta all'intervento, ma cheero certache non fossero tumori maligni». «Continuavo a dire al medico:“Guardate che non ho il cancro”», ha raccontatoSharon Stonenel corso dell'intervista. «E lui mi rispondeva:“Non spetta a lei deciderlo”». Onde evitare rischi, la star del cinema ha quindi scelto di farsi operare, ma l'intervento si è “limitato” allo svuotamento del seno dalle forme tumorali, evitando la doppia mastectomia. Il motivo? Effettivamente la star del cinema aveva ragione enessuno dei due tumori al seno era di tipo maligno, da cui la scelta di non rimuovere il seno, come sembrava inizialmente fosse necessario. «Ricordo al risveglio dall'anestesia, un gruppo di 12 medici tuttiriuniti attorno a me, tanto da farmi chiedere: "Cos'è mai successo"?".Quindi il medico che mi aveva operato mi disse: “Lei non ha il cancro!”. E io risposi: “Certo che non ce l'ho, ve l'avevo detto”». Quindi Sharon Stone ha spiegato con amarezza di come in quel contesto abbia capito cheera finita con il marito Phil Bronstein, il qualecontestòfermamente la scelta dell'attrice difarsi operarein via preventiva, arrivando a definire questa decisione «ridicola». Come ricorda ladottoressa Elisa Puma, oncologa e specialista in tumore della mammella, «il racconto di Sharon Stone va letto nel contesto di unafase della medicina in cui la diagnostica era meno avanzata rispetto a oggi.La senologia moderna consente, nella maggior parte dei casi, didefinire la natura di una lesioneprima di ricorrere alla chirurgia. Ledimensioni di una massanon sono un indicatore affidabile di malignità o benignità.Oggi sappiamo che lesioni benigne possono essere anche voluminose, mentre tumori maligni possono essere molto piccoli. La valutazione si basa su un insieme integrato didati clinici, radiologici e istologici. Mammografia ed ecografia rappresentano il primo step diagnostico, coneventuale risonanzanei casi complessi. Le immagini identificano segni sospetti, ma non bastano per una diagnosi definitiva.Labiopsiaè l’esame chiaveche permette l’analisi microscopica del tessuto.L’istologiadefinisce natura della lesione e, nei tumori, anche aggressività e profilo biologico. Oggi l’obiettivo è unadiagnosi sempre più precisa e personalizzata, evitando interventi inutilmente invasivi», conferma l'esperta.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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65.2/100
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A
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Criteri Critici
Utilizzo della prima macchina al mondo per la protonterapia con postazione seduta. Vietnam.vn
Il primo apparecchio al mondo per la protonterapia da seduti di ultima generazione è stato installato presso lo Stanford Medicine Cancer Center (USA). Mevion (USA), la società proprietaria di questo sistema di protonterapia, ha inoltre annunciato che, in base al contratto firmato tra le due parti nel febbraio 2026, fornirà all'ospedale Tam Anh questa apparecchiatura per la radioterapia oncologica, del valore di oltre 2 trilioni di VND. Il dottor Pham Xuan Dung, direttore del Centro di Oncologia dell'Ospedale Generale Tam Anh di Ho Chi Minh City, ha dichiarato che il sistema Mevion S250-FIT verrà installato presso l'ospedale all'inizio del 2027, con l'avvio delle operazioni di prova e la messa in servizio ufficiale previsti per la metà del 2027, in concomitanza con l'inaugurazione dell'Ospedale Generale e Oncologico Tam Anh nel quartiere urbano di Phu My Hung, a Ho Chi Minh City. Una doppia innovazione che integra intelligenza artificiale e radioterapia da seduti.
Il dispositivo per radioterapia protonica Mevion S250-FIT integra l'intelligenza artificiale (IA) per individuare con precisione le singole lesioni, consentendo di colpire i tumori in modo più accurato e sicuro. E per la prima volta nella storia della cura del cancro, la macchina permette ai pazienti di ricevere la radioterapia in posizione seduta anziché sdraiata, come avveniva tradizionalmente, migliorando la precisione, l'efficacia e la sicurezza del trattamento. Il sistema di "seduta" aiuta a posizionare il paziente in una postura ottimale per massimizzare l'accesso del fascio di protoni alle aree del corpo colpite dal tumore, riducendo al minimo la dose agli organi sani, in particolare ai tumori situati in posizioni difficili, complesse o pericolose come testa, collo, cervello, tratto gastrointestinale, fegato e polmoni. Il dottor Nguyen The Hien, primario del reparto di radioterapia presso il Centro Oncologico dell'Ospedale Generale Tam Anh di Ho Chi Minh City, ha affermato che i pazienti ricevono le regolazioni più precise per quanto riguarda gli angoli e le distanze di approccio, e la tecnologia AI aiuta la macchina a personalizzare la posizione della lesione, regolare la dose di radiazioni, la posizione e la velocità del fascio per eliminare i tumori senza danneggiare i tessuti e gli organi davanti e dietro l'area di contatto del fascio di protoni. Nello specifico, l'intelligenza artificiale integrata nel macchinario automatizzato segmenta gli organi a rischio e i tumori, riducendo il tempo necessario per definire i confini dell'area interessata. L'algoritmo genera quindi migliaia di piani di protonterapia con intensità variabili, valutandoli automaticamente per bilanciare la distruzione del tumore con la preservazione del tessuto sano.
Potrebbe interessarti I giovani di tutte le forze armate sostengono lo spirito dei "6 principi fondamentali" nella Campagna estiva di volontariato giovanile del 2026. TPO - Nell'ambito della Campagna estiva di volontariato giovanile del 2026, i giovani dell'Esercito si impegnano a rispettare i "6 principi fondamentali" e il motto "fare le cose per bene, rispettare le scadenze e ottenere risultati concreti". Oltre alle attività di beneficenza e di ringraziamento, promuovono anche il "Movimento per l'alfabetizzazione digitale", incrementano l'applicazione dell'intelligenza artificiale nei progetti giovanili e partecipano alla ricerca, alla raccolta e all'identificazione dei resti dei soldati caduti.
Inoltre, poiché la forma del tumore e la struttura anatomica del paziente possono cambiare nel corso del trattamento, che può durare diverse settimane, l'intelligenza artificiale aggiornerà quotidianamente le immagini man mano che i tumori si deformano e regolerà automaticamente la dose di protoni in base alla nuova struttura anatomica. La poltrona per degenza in posizione seduta MEVION S250-FIT è stata acquistata dall'ospedale generale Tam Anh, consentendo ai pazienti oncologici di ricevere un trattamento altamente efficace, sicuro ed economicamente vantaggioso. Altamente efficace per molti tipi di cancro. I dati relativi all'implementazione della protonterapia di nuova generazione in posizione seduta presso lo Stanford Medicine, presentati al 27° Congresso annuale della Società Europea di Radioterapia Oncologica (ESTRO) 2026, dimostrano che il sistema di protonterapia Mevion S250-FIT è in grado di erogare radiazioni in grado di distruggere i tumori con una precisione millimetrica, e che la capacità di verificare la qualità e l'energia del fascio di protoni emesso raggiunge il 97-99,8%, aumentando il tasso di successo del trattamento. Confronto tra protonterapia in posizione seduta e terapia tradizionale con fotoni (raggi X). Il dottor Hien ha spiegato che, grazie alla posizione seduta durante la radioterapia, i medici possono spostare facilmente i pazienti durante il trattamento, consentendo alla sorgente di protoni di rimanere in posizione. Ruotare il paziente è molto più semplice che dover ruotare attorno a lui una grande macchina del peso di centinaia di tonnellate, offrendo numerosi vantaggi nel trattamento di diversi tipi di cancro. Ad esempio, nel caso di tumore al polmone, stare seduti in posizione eretta aiuta a posizionare meglio i polmoni per una radioterapia più sicura, con conseguente aumento del volume polmonare e maggiore distensione, riduzione dei movimenti respiratori rispetto alla posizione sdraiata e minori danni ai tessuti sani durante la radioterapia. Ad esempio, nel caso di un tumore al fegato, se il paziente si sdraia, il fegato può spostarsi e cambiare forma, influenzando la posizione del tumore e la precisione del trattamento. Stare seduti in posizione eretta riduce significativamente questo disallineamento. Nei tumori della testa e del collo, quando i pazienti sono sdraiati sulla schiena con il collo esteso, la difficoltà di deglutizione aumenta di sei volte rispetto alla posizione seduta. Il trattamento in posizione seduta consente ai pazienti un maggiore controllo delle secrezioni orali, riduce il rischio di aspirazione e minimizza l'ansia durante la terapia.
Potrebbe interessarti Promuovere modelli efficaci di produzione agricola biologica. Nel pomeriggio dell'8 giugno, il viceministro dell'Agricoltura e dell'Ambiente Vo Van Hung ha presieduto una riunione con l'Associazione vietnamita per l'agricoltura biologica (VOAA).
Stephen De La Torre, di sette anni, è il primo paziente a ricevere la terapia protonica di nuova generazione in posizione seduta per un tumore al cervello presso lo Stanford Medicine, Stanford Hospital (USA). La terapia protonica è attualmente il trattamento radioterapico più avanzato. I protoni sono particelle cariche positivamente situate al centro degli atomi. La loro carica e massa consentono ai medici di controllare con precisione l'intensità delle radiazioni e di interromperle al momento opportuno. La prima macchina al mondo per la radioterapia protonica di nuova generazione è stata imballata e spedita da Mevion al Cancer Center di Stanford Medicine.
HONG PHUONG
Fonte: https://tuoitre.vn/van-hanh-may-xa-tri-proton-tu-the-ngoi-dau-tien-the-gioi-20260605222715514.htm
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Criteri Critici
Tumore al seno, arriva la svolta con GammaPod: la nuova radioterapia in 5 sedute Pozzuoli News 24
Lotta al tumore al seno, arriva una nuova “arma” dall’Istituto Pascale di Napoli che promette di cambiare radicalmente l’esperienza terapeutica di molte pazienti. Si chiama GammaPod ed è una tecnologia di ultima generazione progettata esclusivamente per la radioterapia della mammella, capace di colpire il tumore con una precisione sub-millimetrica, riducendo drasticamente l’esposizione dei tessuti sani e accorciando sensibilmente i tempi di trattamento.
Il programma clinico è partito lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e rappresenta già un traguardo di rilievo per l’oncologia italiana. Grazie all’introduzione di questa innovativa piattaforma, il Pascale entra infatti a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete che riunisce alcuni dei più importanti centri di ricerca e cura impegnati nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per il tumore della mammella.
Cos’è GammaPod
Per il tumore al seno sempre più centrale diventa la qualità della vita delle pazienti, durante e dopo il percorso terapeutico. È proprio in questa direzione che si inserisce GammaPod. Attraverso un innovativo meccanismo di immobilizzazione non invasiva, la tecnologia consente di indirizzare migliaia di fasci radianti direttamente sul bersaglio tumorale, limitando al massimo l’irradiazione delle strutture circostanti.
Uno degli elementi più innovativi è rappresentato dalla posizione prona, con la paziente distesa a pancia in giù durante il trattamento. Una soluzione che permette di allontanare naturalmente cuore e polmoni dall’area irradiata, riducendo quasi completamente l’esposizione degli organi sani alle radiazioni e migliorando ulteriormente il profilo di sicurezza della terapia.
I benefici
Molti i benefici per le pazienti. Oltre alla maggiore precisione del trattamento, si registra una significativa riduzione del numero di sedute necessarie. L’attuale protocollo prevede infatti un ciclo di cinque frazioni, contro percorsi che in passato potevano richiedere diverse settimane di trattamento. Un vantaggio che si traduce in minori spostamenti, meno disagi organizzativi e un impatto ridotto sulla vita personale e lavorativa.
La soddisfazione
“L’introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità di vita, sia per l’esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità”, spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia oncologica del Pascale. “Inoltre, la riduzione del numero di sedute ci permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti”.
“La prospettiva è quella di sviluppare approcci sempre più efficaci e conservativi – sottolinea Sara Falivene, referente Breast in Radioterapia – stiamo lavorando all’attivazione di studi multicentrici internazionali che potrebbero contribuire a ridefinire gli standard terapeutici e aprire nuove opportunità per le pazienti”.
Consorzio internazionale GammaPod
L’ingresso nel Consorzio internazionale GammaPod consentirà inoltre all’istituto napoletano di partecipare attivamente allo sviluppo di studi clinici e alla raccolta di dati scientifici destinati a orientare le future linee guida nel trattamento del tumore mammario.
Per Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare del Pascale, l’arrivo di GammaPod rappresenta un ulteriore passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata e orientata alle esigenze delle singole pazienti. “GammaPod consente di esplorare strategie di radioterapia parziale ad altissima precisione, riducendo tempi di trattamento ed esposizione dei tessuti sani senza compromettere l’efficacia oncologica. È una tecnologia che amplia le nostre possibilità terapeutiche e apre prospettive molto interessanti sul piano clinico e scientifico”.
“L’attivazione di GammaPod rappresenta un momento importante per il nostro istituto e per la sanità pubblica del Mezzogiorno – dichiara il direttore generale Maurizio di Mauro – investire in tecnologie innovative significa offrire ai pazienti cure sempre più efficaci, sicure e personalizzate, ma anche creare le condizioni per attrarre ricerca, competenze e collaborazioni internazionali. Con GammaPod, Napoli si candida così a diventare uno dei poli europei più avanzati nel trattamento radioterapico del tumore al seno. Una sfida che guarda al futuro della medicina oncologica, dove la tecnologia non serve soltanto a curare meglio, ma anche a restituire tempo, serenità e qualità di vita alle pazienti”.
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Criteri Critici
Un cerotto intelligente per curare il glioblastoma RomaDailyNews
Sviluppare, nell’arco di cinque anni, un “cerotto” biodegradabile da applicare direttamente nel cervello dopo l’asportazione del tumore, è l’obiettivo del progetto italiano neuroMESH, finanziato dal Fondo Italiano per le Scienze Applicate (FISA) con 2,7 milioni di euro. Si tratta di un dispositivo progettato per aderire perfettamente alle superfici irregolari del cervello e rilasciare farmaci e immunoterapie in maniera controllata per settimane o addirittura mesi.
Il glioblastoma è tra i tumori più difficili da curare e nonostante i progressi fatti nel campo della neurochirurgia ed anche in quello delle terapie farmacologiche, non si è riusciti ad abbassare i tassi, ancora molto elevati, di recidiva.
Per affrontare questa difficile sfida un gruppo di ricercatori italiani ha unito, in un unico progetto, NeuroMESH, competenze diverse: la nanomedicina, la neurochirurgia, l’immunoterapia e la bioingegneria. Il progetto, al quale partecipano ricercatori dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Humanitas University e l’Istituto Italiano di Tecnologia, ha l’obiettivo di trasferire questa tecnologia, già sperimentata e validata in laboratorio, all’applicazione clinica.
Il glioblastoma è un tumore maligno primitivo, che ogni anno colpisce 3-4 persone su 100mila con un’incidenza che aumenta dopo i 65 anni. Una patologia difficile da curare a causa della barriera emato-encefalica, una struttura naturale che protegge il cervello, che impedisce o limita fortemente l’ingresso di farmaci. Questa particolare configurazione fa sì che nella stessa area del tumore originario, asportato chirurgicamente, si sviluppino circa l’80% delle recidive nonostante le terapie chemioterapiche e radiologiche somministrate, e che solo il 5% dei pazienti sopravviva cinque anni alla diagnosi.
Per contrastare il pericolo di recidiva, i ricercatori stanno lavorando alla realizzazione di una sottilissima struttura biodegradabile, una micro-MESH (µMESH), da applicare nella cavità lasciata dal tumore rimosso chirurgicamente. La µMESH non è rigida e non si comporta come un gel, ma grazie alla sua microscopica architettura è in grado di trasportare e distribuire nel tempo diverse molecole terapeutiche direttamente nell’area a più alto rischio di ricomparsa del tumore. Questa tecnologia, spiegano i ricercatori, consente di combinare, all’interno dello stesso dispositivo, più strategie terapeutiche veicolando chemioterapici, anticorpi monoclonali e farmaci per riattivare il sistema immunitario al fine di favorire l’eliminazione di cellule tumorali residue rimaste dopo l’intervento.
Quali sono i tempi e le fasi di sviluppo di questa tecnologia? Per prima cosa verrà testata in modelli avanzati di glioblastoma per verificarne la validità e la sicurezza; poi sarà selezionata la configurazione più efficace e prepararla alla produzione secondo gli standard richiesti dalle autorità regolatorie internazionali; ed infine, se tutto andrà secondo quanto previsto, produrre la documentazione necessaria per ottenere le autorizzazioni per avviare le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo.
Se i risultati ottenuti durante le varie fasi di sviluppo di µMESH saranno pienamente positivi, questa piattaforma potrà non solo migliorare la prognosi dei pazienti, ma potrebbe diventare una base tecnologica per il trattamento di altre forme di tumore e per applicazioni in ambiti diversi della medicina. (Rita Lena)
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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43.7/100
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Valutazione
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Criteri Critici
Uno studio italiano apre alla terapia genica per la Sindrome di Rett 2026 | GIUSTIZIA - IUSTITIA.BG 2025 iustitia.bg
Uno studio italiano apre alla terapia genica per la Sindrome di Rett 2026 IUSTITIA.BG – Investigations 2009-2026 2026-06-05 16:03:59 Ultime notizie Notizie dal mondo Notizie nazionali Notizie più importanti ultime notizie più importanti ultime del giorno Giudice Petar Nizamov Feathers Petar Nizamov- FeathersJusticebg iustitia.bg iustitia iusticia usticia inchiesta Burgas Bulgaria notizie notizie dell’ultima ora notizie del giorno notizie di oggi notizie dalla Bulgaria Le notizie dalla Bulgaria notizie blitz notizie principali più importanti più commentate ultime notizie Boyko Borisov notizie meteo notizie coronavirus notizie meteo facebook youtube facebook instagram notizie di oggi notizie degli ultimi minuti notizie di oggi notizie bg notizie principali notizie scottanti bg sito di notizie per notizie tutte le notizie notizie bg notizie dell’ultima ora ultime ultime notizie bg notizie di oggi notizie di oggi notizie dell’ultima ora ultime notizie di oggi notizie bg notizie notizie 24 ore vesti bg novini notizie mondo uccello bg bivol bg bivol trud bg novini ultime notizie di oggi novinite bg notizie ciao bulgaria partito politico stemma delyan peevski scandaloso Bulgarian National Television Free Europe Television scandalo esclusiva in diretta tv in diretta adesso tv tv online tv programma bg live ora tv notizie online tv online in diretta tribunale tribunale di Burgas tribunale distrettuale di Burgas tribunale di Burgas tribunale distrettuale di Burgas tribunale d’appello di Burgas procuratore di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas Procuratore generale Ivan Geshev Procuratore Geshev Tsatsarov Ministero degli affari interni Burgas ODMR Burgas ODPR Polizia di Burgas polizia distrettuale di Burgas procuratore di Burgas Tsatsarov casi SGS tribunale di Varna presidente del tribunale SGS decisioni del tribunale su casi civili decisioni su casi tribunale di Plovdiv decisione del tribunale decisioni casi tribunale di Varna casi penali distretto decisioni del tribunale distrettuale lavoro in tribunale SGS presidente del tribunale SGS giudici tribunale di Sofia posti giudici tribunale di Plovdiv giudici di Plovdiv Ispettorato della Corte suprema di Plovdiv Corte suprema Consiglio giudiziario supremo avvocato avvocato cause penali avvocato civile casi avvocato casi matrimoniali avvocato diritto penale amministrativo processo penale diritto civile processo civile diritto amministrativo diritto costituzionale ******************************************************************************* Noi di SITE BG possiamo creare per voi un sito monolingue omultilinguesito web aziendale,negozio online,blog personale di un influencer, sito web dialbergo, sito web perservizi,siti di notizieт, siti web-gallerie,sito di videoquesti,agenzia immobiliare, sito web pereventi o prenotazioni, oppuresito di annunci. A prescindere da come lo montiamo conRISULTATI ECCELLENTInella SERP diprima pagina su Google, il motore di ricerca americano Bing e quello russo Yandex. Il tuo nome | Il tuo nomeEmail | Posta elettronica /Email/Informazioni | InformazioniCosa ti interessa? | Di cosa ti interessi?Sviluppo di un nuovo sito webOttimizzazione SEOWeb DesignMarketing digitaleManutenzioneAltroIl tuo messaggio | Il tuo messaggio Date un'occhiata anche ai nostri siti web : ******************************************************************************* Seguicianche su Instagram Guarda i nostri video più interessanti suTikToke sul nostrocanale YouTube
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Natalia Paragoni racconta la diagnosi: cos'è il linfoma di Hodgkin iO Donna
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”. Con queste parole, pubblicate su Instagram, Natalia Paragoni ha raccontato di aver ricevuto una diagnosi di linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza. L’influencer ha spiegato di aver scoperto la malattia mentre attendeva la nascita della figlia Beatrice e di aver iniziato il percorso di chemioterapia dopo il parto. «In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire», ha scritto nel post che ha commosso migliaia di follower. La sua testimonianza ha riportato l’attenzione su una malattia relativamente rara ma che, grazie ai progressi della ricerca, oggi presenta elevate probabilità di guarigione. Ma cos’è il linfoma di Hodgkin, quali sono i sintomi e come si cura?
Che cos’è il linfoma di Hodgkin
La diagnosi raccontata da Natalia Paragoni riguarda un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, una particolare categoria di globuli bianchi coinvolta nelle difese immunitarie dell’organismo. Il sistema linfatico comprende una rete di vasi, linfonodi e organi come milza e midollo osseo, fondamentali per la risposta immunitaria. La malattia nasce generalmente all’interno dei linfonodi, ma può svilupparsi in qualsiasi sede in cui sia presente tessuto linfatico. Secondo Fondazione AIRC, ciò che distingue il linfoma di Hodgkin dagli altri linfomi è la presenza delle cosiddette cellule di Reed-Sternberg, considerate il segno distintivo della malattia.
Chi è più a rischio
Il linfoma di Hodgkin è una malattia relativamente rara, con circa quattro nuovi casi ogni 100 mila abitanti.
Ha però una caratteristica peculiare: presenta due picchi di incidenza. Il primo interessa i giovani adulti tra i 20 e i 30 anni, il secondo le persone oltre i 60 anni. Gli uomini risultano leggermente più colpiti rispetto alle donne. Le cause non sono ancora del tutto chiarite. Non si tratta di una malattia ereditaria e, secondo gli esperti, sembrano avere un peso maggiore fattori ambientali e immunologici rispetto a quelli genetici. I dati epidemiologici italiani sono riportati da Fondazione AIRC – I numeri del cancro.
Come si arriva alla diagnosi
L’esame fondamentale per arrivare alla diagnosi è la biopsia del linfonodo, che consiste nel prelievo di un campione di tessuto da analizzare al microscopio. Una volta confermata la presenza del tumore, è necessario stabilirne l’estensione attraverso la cosiddetta stadiazione, una fase essenziale che permette di individuare le aree coinvolte dalla malattia e di pianificare il trattamento più appropriato. Le linee generali del percorso diagnostico sono descritte anche da AIEOP – Linfoma di Hodgkin.
Come si cura il linfoma di Hodgkin
La buona notizia è che oggi il linfoma di Hodgkin è uno dei tumori ematologici con le migliori probabilità di guarigione. Le percentuali raggiungono circa l’87% nelle donne e l’85% negli uomini.
Il trattamento si basa principalmente sulla polichemioterapia. Tra gli schemi più utilizzati c’è l’ABVD, sviluppato dall’oncologo italiano Gianni Bonadonna, che ha contribuito a cambiare la storia di questa malattia. Negli stadi più avanzati possono essere utilizzati protocolli terapeutici più intensivi. Alla chemioterapia viene spesso associata la radioterapia, utilizzata come trattamento di consolidamento per eliminare eventuali cellule tumorali residue nelle aree maggiormente interessate.
Le nuove terapie mirate
Negli ultimi anni la ricerca ha aperto nuove prospettive terapeutiche. Tra i farmaci più innovativi c’è il brentuximab vedotin, un anticorpo monoclonale progettato per riconoscere una proteina presente sulle cellule tumorali e colpirle in modo selettivo.
A questa strategia si è aggiunta l’immunoterapia, con farmaci come nivolumab e pembrolizumab, che aiutano il sistema immunitario a riconoscere e combattere il tumore in maniera più efficace. Le più recenti evidenze cliniche e gli aggiornamenti terapeutici sono disponibili anche sul sito della American Cancer Society – Hodgkin Lymphoma.
Una malattia che oggi fa meno paura
Se fino a pochi decenni fa una diagnosi di linfoma rappresentava una sfida estremamente complessa, oggi il linfoma di Hodgkin è considerato uno dei tumori del sangue con le migliori prospettive di cura. L’introduzione di protocolli terapeutici sempre più efficaci e delle nuove immunoterapie ha cambiato radicalmente la prognosi della malattia, offrendo a molti pazienti concrete possibilità di guarigione e una qualità di vita sempre migliore dopo le cure.
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Una perdita d’aria in peggioramento nel segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale ha fatto scattare nelle ultime ore un protocollo di emergenza che ha portato gli astronauti a bordo a prepararsi a una possibile evacuazione. La Nasa ha infatti disp…
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Una perdita d’aria in peggioramento nel segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale ha fatto scattare nelle ultime ore un protocollo di emergenza che ha portato gli astronauti a bordo a prepararsi a una possibile evacuazione. La Nasa ha infatti disposto che i membri della missione Crew-12 e l’astronauta americano Chris Williams si mettessero in stato di massima sicurezza all’interno della navicella Crew Dragon, pronti a lasciare la Iss in caso di ulteriore deterioramento della situazione. Il problema riguarda il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, una sezione già da tempo sotto osservazione per la presenza di crepe e microperdite. Secondo quanto riferito dalla portavoce della Nasa Bethany Stevens, il compartimento presenta da tempo anomalie strutturali che l’agenzia spaziale russa Roscosmos ha cercato di contenere con interventi di sigillatura e riparazioni periodiche. Tuttavia, nuove fuoriuscite hanno spinto a programmare un intervento più esteso, inizialmente previsto per il 5 giugno.
La Nasa, in via precauzionale, ha ordinato all’intero equipaggio americano di indossare le tute spaziali e di trasferirsi nella Crew Dragon, configurando di fatto una condizione di “rifugio sicuro” in caso di evacuazione immediata. Una misura attivata secondo protocollo, mentre i controlli sul tasso di perdita di pressione venivano intensificati dai centri di controllo. L’allarme si inserisce in una vicenda che non è nuova per la Iss. Già nei mesi scorsi, e in particolare all’inizio dell’anno, la pressione nel modulo aveva mostrato segnali di relativa stabilizzazione dopo una serie di interventi tecnici. Tuttavia, un nuovo calo era stato rilevato nelle settimane precedenti, riaprendo una questione che NASA e Roscosmos stanno monitorando congiuntamente da tempo.
La situazione più critica si è registrata quando, a seguito dell’aggravarsi delle perdite, è stato disposto il trasferimento temporaneo dell’equipaggio nella navicella Crew Dragon. Quattro astronauti della missione Crew-12 e l’astronauta Chris Williams hanno quindi seguito le procedure di sicurezza, rimanendo pronti a un’eventuale evacuazione immediata dalla Stazione. Tra i membri dell’equipaggio coinvolti figurano gli astronauti americani Jessica Meir e Jack Hathaway, insieme all’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Sophie Adenot e al cosmonauta russo Andrey Fedyaev, tutti attualmente impegnati nella missione orbitale iniziata nei mesi scorsi.
Secondo le comunicazioni diffuse dalla Nasa, la misura è stata adottata esclusivamente in via cautelativa, in coordinamento con Roscosmos, mentre proseguivano le valutazioni tecniche sul comportamento del modulo Zvezda e sul tunnel PrK. Nelle ore successive, dopo nuove analisi dei dati e una sospensione temporanea delle operazioni di riparazione da parte russa, la situazione è stata rivalutata. La Nasa ha quindi comunicato agli astronauti di interrompere le procedure di “safe haven” e di tornare alle normali attività a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, segnalando un miglioramento delle condizioni operative.
L’episodio non si chiude però con una risoluzione definitiva. Le due agenzie spaziali continuano infatti a lavorare sull’origine delle microfessure e sulle modalità più efficaci per stabilizzare in modo permanente la pressione interna del modulo, in un contesto che resta sotto stretta sorveglianza.
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Uno studio italiano apre alla terapia genica per la Sindrome di Rett Radio Lombardia
ROMA (ITALPRESS) – Una scoperta tutta italiana chiarisce il ruolo del gene della sindrome di Rett, malattia del neurosviluppo che colpisce soprattutto le bambine causata dalla perdita di funzione del gene MeCP2. Per questa patologia, caratterizzata da regressione delle abilità motorie, del linguaggio e ridotta interazione sociale, ad oggi non esistono terapie in grado di arrestare o invertire la progressione dei sintomi. Un gruppo di ricerca dell’Istituto di neuroscienze e dell’Istituto di tecnologie bio mediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano, in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele di Milano, ha infatti identificato una funzione finora sconosciuta della proteina MeCP2, con rilevanti implicazioni terapeutiche.
sat/gtr/col
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Natalia Paragoni ha il linfoma di Hodgkin, "dopo il parto ho iniziato la chemioterapia": i sintomi e i rischi Virgilio
Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Approdato a QuiFinanza e Virgilio Notizie dopo varie esperienze giornalistiche fra Palermo e Milano. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.
Sono ore delicate, ma anche di speranza per Natalia Paragoni: l’influencer e personalità televisiva ha annunciato su Instagram di avere il linfoma di Hodgkin. La comunicazione della diagnosi è arrivata mentre è all’ottavo mese di gravidanza della figlia Beatrice. Dopo il parto, Paragoni ha iniziato la chemioterapia. “Ce la devo fare e ce la farò”, scrive. Quali sono i sintomi e i rischi della malattia.
Natalia Paragoni e il linfoma di Hodgkin
Nel suo messaggio social, Natalia Paragoni racconta di aver vissuto giorni difficili, ma di avere potuto contare sul sostegno costante della famiglia, del compagno Andrea Zelletta, degli amici e delle sue due figlie.
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”, ha scritto. “Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza”.
E ancora: “Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire”.
La diagnosi ha scosso Paragoni, ma non ha intaccato la sua determinazione: “Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me”. Il post in poche ore ha totalizzato oltre 400mila reazioni.
Andrea Zelletta accanto a Natalia Paragoni
Natalia Paragoni può contare sul sostegno e sull’amore del compagno Andrea Zelletta, modello, dj e personaggio tv. Così ha scritto Zelletta su Instagram: “In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme“.
“L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca”, ha aggiunto.
Poi la promessa: “Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro”.
Cos’è il linfoma di Hodgkin
Il linfoma di Hodgkin è un tumore maligno del sistema linfatico, causato da una moltiplicazione delle cellule incontrollata, come spiega il sito di Aimac, Associazione Italiana Malati di Cancro.
Nello specifico, nel linfoma di Hodgkin le cellule tumorali crescono dai linfonodi e tendono ad interessare i linfonodi del distretto più vicino, ma possono diffondersi attraverso il sistema linfatico o il sangue, raggiungendo così, nel primo caso, altri distretti linfonodali, nel secondo altri organi. I rischi, dunque, sono correlati al fatto che la malattia può svilupparsi in ogni parte del corpo.
I sintomi del linfoma di Hodgkin
Questi i sintomi del linfoma di Hodgkin più comuni, riportati dal sito della Fondazione Veronesi:
gonfiore dei linfonodi senza dolore (in particolare collo, ascelle o inguine);
febbre persistente;
sudorazioni notturne;
perdita di peso;
prurito diffuso;
stanchezza cronica e debolezza generale;
episodi rari di dolore ai linfonodi dopo l’assunzione di alcol.
I sintomi iniziali vengono spesso scambiati per infezioni comuni.
La terapia del linfoma di Hodgkin
La cura del linfoma di Hodgkin prevede chemioterapia, radioterapia, immunoterapia e trapianto di cellule staminali. Il tipo di trattamento dipende dallo stadio della malattia e dalle condizioni del paziente.
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Tumore al seno, al Pascale arriva la radioterapia di precisione Ottopagine
Tumore al seno, al Pascale arriva la radioterapia di precisione Tempi di trattamento accorciati di molto
Una nuova frontiera nella cura del tumore al seno prende forma all'Istituto Tumori Pascale di Napoli. Si chiama GammaPod ed è una tecnologia di ultima generazione progettata esclusivamente per la radioterapia della mammella, in grado di colpire il tumore con una precisione sub-millimetrica, riducendo sensibilmente l'esposizione dei tessuti sani e accorciando i tempi di trattamento.
Il programma clinico è stato avviato lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e rappresenta già un importante traguardo per l'oncologia italiana. Grazie all'introduzione della nuova piattaforma, il Pascale entra infatti a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete che riunisce alcuni dei più autorevoli centri di ricerca e cura impegnati nello sviluppo di strategie innovative contro il tumore della mammella.
Il carcinoma mammario continua a essere la neoplasia più diffusa tra le donne. Accanto all'efficacia delle cure, assume quindi un ruolo sempre più centrale la qualità della vita delle pazienti durante e dopo il percorso terapeutico. È proprio in quest'ottica che si inserisce GammaPod.
La tecnologia utilizza un innovativo sistema di immobilizzazione non invasiva che consente di indirizzare migliaia di fasci radianti direttamente sul bersaglio tumorale, limitando al massimo l'irradiazione delle strutture sane circostanti. Un approccio che punta a migliorare non solo gli esiti clinici, ma anche il benessere complessivo delle pazienti.
"L'introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità della vita, sia per l'esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità", spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia Oncologica del Pascale. "Inoltre, la riduzione del numero di sedute ci permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti".
Le prospettive future appaiono particolarmente promettenti. Gli specialisti dell'istituto stanno infatti lavorando a nuovi protocolli sperimentali che, in casi selezionati, potrebbero consentire di concentrare l'intero trattamento radioterapico in una sola seduta. Un obiettivo che, se confermato dagli studi clinici, potrebbe rappresentare una vera rivoluzione nella gestione del tumore al seno, con benefici significativi sia per le pazienti sia per il sistema sanitario.
Con l'arrivo di GammaPod, il Pascale conferma il proprio ruolo di centro d'eccellenza nella ricerca oncologica e nell'adozione di tecnologie avanzate, contribuendo a rendere sempre più personalizzate, efficaci e sostenibili le cure contro il cancro.
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La Procura di Dubai ha confermato l’arresto di Zeynab Javadli, ex moglie dello sceicco Saeed bin Maktoum bin Rashid Al Maktoum, nipote del sovrano di Dubai. Come riporta Bbc, la donna è stata fermata dopo una denuncia presentata dall’ex marito e padre dei suo…
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La Procura di Dubai ha confermato l’arresto di Zeynab Javadli, ex moglie dello sceicco Saeed bin Maktoum bin Rashid Al Maktoum, nipote del sovrano di Dubai. Come riporta Bbc, la donna è stata fermata dopo una denuncia presentata dall’ex marito e padre dei suoi tre figli. I familiari e gli amici della donna hanno perso i contatti con lei e con i figli il 2 giugno e hanno subito lanciato l’allarme. Per due giorni non si sono avute notizie su dove fossero. Saeed l’ha accusata di aver rapito i bambini durante un incontro di visita autorizzato dal tribunale.
La vicenda ha origine dal divorzio avvenuto nel 2019, dopo il quale si è aperto un contenzioso tra le due parti, soprattutto per l’affidamento dei figli. Nel corso degli anni, secondo quanto ricostruito dalla Bbc, entrambi gli ex coniugi si sarebbero accusati a vicenda di aver sottratto i bambini, con i minori più volte al centro di passaggi tra un genitore e l’altro in un clima altamente conflittuale. Per questo motivo, per mesi Javadli non è quasi mai uscita di casa, nella convinzione che gli agenti della sicurezza la stessero aspettando per portarle via i figli e arrestarla.
Entrambi sono stati due star del mondo dello sport. Javadli è un ex ginnasta di livello internazionale, mentre lo sceicco ha avuto una carriera nel tiro al volo, disciplina nella quale ha rappresentato gli Emirati Arabi Uniti in diverse competizioni internazionali e ai Giochi Olimpici. La donna ora rischia l’arresto anche per crimini informatici, perché lo scorso anno ha trasmesso in diretta streaming alcuni scontri per le strade della città. “Sapevo che era l’ultima occasione per stare con i miei figli, perché non mi avrebbero mai più permesso di vederli – ha spiegato all’avvocato britannico per i diritti umani David Haigh -. Credevo sinceramente che fosse la mia ultima possibilità, quindi ho semplicemente avviato una diretta streaming e ho chiesto aiuto”. Per questi motivi l’avvocato ne ha chiesto l’immediato rilascio e di consentirle di contattare il suo legale, il consolato e la famiglia.
Gli avvocati dello sceicco, durante le udienze in tribunale per la causa di affidamento dei figli, hanno accusato Javadli di essere una madre inadatta, che non mandava i figli a scuola e che il luogo in cui viveva con loro, un hotel, non fosse idoneo per dei minori. Alle accuse hanno aggiunto anche che l’ex ginnasta avrebbe messo a rischio la salute della figlia più piccola. Il 4 giugno, la Procura di Dubai ha reso noto che la questione rimane oggetto di indagine e di procedimenti legali in corso. “Continueremo ad adottare le misure legali necessarie in conformità con le leggi applicabili, tutelando al contempo il benessere e il superiore interesse dei minori“, ha concluso.
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Linfoma di Hodgkin, nuove speranze per i malati: terapia mirata efficace in 1 paziente su 2 con recidive. Italia protagonista Quotidiano Nazionale
Roma, 5 giugno 2026 – Natalia Paragoni, influencer ed ex volto di Uomini e Donne, ha riportato l’attenzione pubblica sul linfoma di Hodgkin raccontando una vicenda personale molto delicata: la diagnosi arrivata durante l’ottavo mese di gravidanza e l’inizio della chemioterapia dopo la nascita della figlia. Non è la prima volta che un volto noto contribuisce ad accendere i riflettori sui linfomi. Michael C. Hall, l’attore di “Dexter”, rese pubblica nel 2010 la diagnosi di linfoma di Hodgkin, poi entrato in remissione. Andy Whitfield, protagonista di “Spartacus”, morì invece nel 2011 per un linfoma non-Hodgkin: una malattia diversa, ma appartenente alla stessa grande famiglia dei tumori del sistema linfatico. Ma c'è un'altra notizia, altrettanto recente, e soprattutto incoraggiante, su questa patologia: lo studio internazionale di fase 1 PRIMAVERA (che para italiano) presentato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, ASCO, a Chicago: una sperimentazione su una nuova terapia mirata, AZD3470, nei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, cioè tornato dopo le cure o non più sensibile ai trattamenti disponibili. I primi dati indicano che il farmaco è risultato efficace in circa un paziente su due tra quelli coinvolti nello studio, persone già sottoposte in media a sei precedenti linee di terapia. Alle dosi più elevate, la risposta globale si è avvicinata al 60% e le risposte complete sono state pari al 35%. Si tratta, nel pratico, di una risposta terapeutica, laddove le altre opzioni hanno fallito. "Sono risultati straordinari", ha spiegato Enrico Derenzini - Direttore della Divisione di Oncoematologia all'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano - "se si considera che si tratta di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario".
Sommario
Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico. Origina dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e negli altri organi che compongono il tessuto linfatico. Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi. La malattia colpisce soprattutto i giovani, in particolare tra i 15 e i 35 anni, ma presenta anche un secondo picco di incidenza negli over 60. Il primo segnale può essere la comparsa di linfonodi aumentati di volume al collo, alle ascelle o all’inguine, spesso in assenza di infezioni. Altri sintomi possibili sono febbre persistente, sudorazioni notturne profuse, perdita di peso o prurito intenso. Sono manifestazioni che nella maggior parte dei casi possono dipendere anche da cause non oncologiche, ma che, se persistenti, meritano una valutazione medica. I progressi terapeutici hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la prognosi migliore. La sopravvivenza a 5 anni supera l’85%. Questo tumore del sangue rappresenta quindi uno dei maggiori successi dell’oncologia moderna. Resta però una quota di pazienti che va incontro a recidiva o che non risponde più alle terapie disponibili. È questa la popolazione studiata in PRIMAVERA: pazienti complessi, già sottoposti a numerosi trattamenti.
Lo studio internazionale PRIMAVERA è promosso da AstraZeneca ed è stato presentato all’ASCO da Derenzini. L’Italia ha avuto un ruolo centrale: i due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani, lo IEO di Milano e l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Sono stati coinvolti 68 pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Si trattava di persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Il farmaco sperimentale, AZD3470, è una terapia orale mirata. Non è una chemioterapia. È un inibitore selettivo di PRMT5 di seconda generazione, sviluppato per agire su una vulnerabilità biologica delle cellule tumorali. I dati confermano che la terapia è risultata efficace in circa il 50% dei pazienti trattati. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli di dose più elevati, la percentuale di risposta globale si è avvicinata al 60%, con risposte complete nel 35% dei casi. Per risposta completa si intende l’assenza di segni del tumore alle indagini radiologiche. Un altro elemento rilevante riguarda la tollerabilità. Secondo quanto riferito dai ricercatori, nello studio è stato osservato un profilo di sicurezza favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi.
Il razionale biologico dello studio è uno degli aspetti più importanti. AZD3470 agisce attraverso un meccanismo epigenetico: modula cioè l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. "In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP", ha spiegato Derenzini. Questa condizione determina l’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Proprio PRMT5 è il bersaglio del farmaco. "Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione". In pratica il farmaco non agisce in modo generico sulle cellule che si dividono rapidamente, come avviene con molte chemioterapie, ma prova a colpire un punto debole specifico delle cellule tumorali. Uno degli aspetti più significativi dello studio PRIMAVERA è che AZD3470 ha mostrato attività senza ricorrere alla chemioterapia. Questo è particolarmente importante nel linfoma di Hodgkin, che spesso riguarda pazienti giovani. Le cure attuali hanno migliorato in modo decisivo la prognosi, ma la chemioterapia può comportare effetti collaterali nel medio e lungo periodo. Per questo la ricerca punta a trattamenti capaci di mantenere l’efficacia riducendo, quando possibile, la tossicità. "Va considerato che si tratta molto spesso di persone giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine", hanno rammentato gli esperti.
PRIMAVERA resta uno studio di fase 1. Questo significa che si trova in una fase precoce della sperimentazione clinica. Lo scopo principale è valutare sicurezza, tollerabilità, dose e primi segnali di efficacia. Per questo non si può ancora parlare di farmaco disponibile nella pratica clinica. "Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica", ha sottolineato Derenzini. Ma gli studi di fase 1 sono anche il punto da cui partono molte terapie innovative. Come sottolinea Gennaro Daniele, segretario di Fondazione AIOM e direttore del programma e dell’UOC di fase I della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS. "Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1", ha spiegato Daniele. "Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura". Secondo Daniele, l’Italia ha competenze e centri di alto livello, ma sconta ancora tempi troppo lunghi nell’avvio degli studi clinici precoci. "Troppo spesso l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione", ha detto. "In Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni". Il tema è rilevante perché gli studi di fase 1, soprattutto in oncologia, possono rappresentare per alcuni pazienti l’accesso anticipato a farmaci innovativi quando le terapie standard non sono più efficaci. "Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori", ha aggiunto Daniele. "Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione".
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L’influencer Natalia Paragoni: «Ho un linfoma di Hodgkin», la diagnosi all’ottavo mese di gravidanza La Nuova Sardegna
Roma Ha scoperto di avere un linfoma di Hodgkin quando era all’ottavo mese di gravidanza. Natalia Paragoni, influencer seguita da 1,1 milioni di follower su Instagram, ha raccontato sui social la diagnosi arrivata poche settimane prima della nascita della sua seconda figlia.
Dopo il parto e l’arrivo della piccola Beatrice, Paragoni ha iniziato il percorso terapeutico indicato dai medici, che comprende la chemioterapia. Una fase delicatissima, in cui la gioia per la nascita della bambina si è intrecciata con la paura per la malattia e con l’incertezza per le cure da affrontare.
L’influencer ha spiegato di aver aspettato alcune settimane prima di rendere pubblica la sua condizione. Una scelta legata alla necessità di metabolizzare quanto accaduto e di affrontare i primi passaggi del percorso terapeutico lontano dall’esposizione dei social.
Nel lungo messaggio pubblicato su Instagram, Paragoni ha ripercorso le settimane successive alla diagnosi, descrivendo un periodo segnato da emozioni contrastanti, dubbi e preoccupazioni. Un racconto personale, condiviso con i follower dopo giorni vissuti tra visite, attese e decisioni mediche.
Accanto a lei, in questa fase, c’è il compagno Andrea Zelletta. Poco dopo la pubblicazione del messaggio di Natalia Paragoni, anche lui ha condiviso una foto scattata in ospedale, accompagnata da parole di affetto e incoraggiamento. Nel post, Paragoni ha ringraziato anche la famiglia e gli amici più vicini per il sostegno ricevuto. Una presenza che, insieme all’amore per le figlie, rappresenta per lei un punto di forza nell’affrontare i prossimi mesi.
L’influencer ha spiegato di non conoscere ancora tutte le tappe del percorso che l’attende, ma di volerlo affrontare con determinazione. La decisione di parlare pubblicamente della diagnosi è arrivata anche per condividere con chi la segue una parte importante della sua esperienza personale.
La testimonianza ha raccolto in poche ore numerosi messaggi di vicinanza da parte di follower, colleghi e volti del mondo dello spettacolo.
Il linfoma di Hodgkin è un tumore che interessa il sistema linfatico, parte essenziale del sistema immunitario. Tra i segnali più frequenti può esserci l’ingrossamento dei linfonodi, in particolare nella zona del collo, delle ascelle o dell’inguine. La chemioterapia è uno dei trattamenti utilizzati contro questa patologia.