📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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La Regione dà il via allo screening neonatale per la leucodistrofia metacromatica ModenaToday
L'Emilia-Romagna lancia lunedì 12 ottobre il progetto pilota per lo screening neonatale della leucodistrofia metacromatica (Mld), una rara malattia genetica neurodegenerativa. Un semplice esame su poche gocce di sangue prelevate dal tallone del neonato potrà individuare la malattia nelle primissime settimane di vita, prima che compaiano i sintomi, aprendo così la strada a un trattamento tempestivo. Si tratta di uno dei primi progetti del genere in Italia, finanziato con circa 500mila euro di fondi regionali.
"Manteniamo l'impegno che avevamo preso fin dall'inizio di questo lungo percorso - hanno dichiarato il presidente della regione, Michele de Pascale, e l'assessore alle politiche per la salute, Massimo Fabi -. Abbiamo lavorato perché una possibilità offerta dalla ricerca e dall'innovazione potesse diventare una concreta opportunità di salute: individuare la malattia prima che compaiano i sintomi significa poter intervenire tempestivamente, e cambiare radicalmente la prospettiva di vita di un bambino. Grazie al Centro regionale per lo screening neonatale per l'impegno che hanno messo in questo progetto e grazie all'associazione Voa Voa e alle famiglie per aver mantenuto alta l'attenzione su questo tema e per lo stimolo a portare a termine questo fondamentale passo in avanti".
I dettagli sono stati illustrati in una conferenza stampa a Bologna, alla quale hanno partecipato anche Guido De Barros, presidente di Voa Voa! Amici di Sofia Aps, Giulia Ferrari, mamma di Gioia, una bimba di Formigine affetta da Mld, e Nek.
Il ruolo di Voa Voa e del Sant'Orsola
Il progetto nasce da un lungo confronto tra la regione e l'associazione Voa Voa! Amici di Sofia Aps, avviato all'inizio del 2025 nell'ambito della campagna nazionale "Stop Mld Italia", che punta a estendere lo screening neonatale della Mld a tutto il Paese. L'associazione contribuirà all'avvio del progetto con circa 28mila euro provenienti dalle donazioni del 5 per mille.
Il policlinico Sant'Orsola di Bologna, già sede del Centro regionale per lo screening neonatale, sarà il punto di riferimento sia per le attività di laboratorio sia per la presa in carico dei neonati risultati positivi. In una prima fase, i campioni saranno inviati per analisi e refertazione all'ospedale Meyer di Firenze, con cui è stato siglato un accordo. I bimbi positivi saranno seguiti dall'unità operativa di neuropsichiatria infantile del Sant'Orsola, mentre per la terapia genica saranno indirizzati all'ospedale San Raffaele di Milano, l'unico centro clinico in Italia autorizzato a somministrarla.
"Con la campagna nazionale Stop Mld Italia, Voa Voa promuove l'accesso allo screening neonatale della Mld in tutto il Paese. L'avvio del progetto in Emilia-Romagna è un risultato del percorso di sensibilizzazione e confronto istituzionale che abbiamo sostenuto - ha dichiarato De Barros -. Un grazie di cuore anche a Giulia Ferrari e Nek, Filippo Neviani, nostri soci e compagni di viaggio, per il coraggio e la generosità con cui hanno partecipato: Giulia ha dato un volto alle conseguenze della diagnosi tardiva attraverso la storia di sua figlia Gioia, bimba di Formigine, e Nek ha contribuito ad amplificare quella richiesta facendola arrivare a un pubblico più ampio. Alla mobilitazione abbiamo affiancato un confronto continuo con la regione e la disponibilità a sostenere economicamente l'avvio del progetto. Destinare a questo percorso le risorse del 5 per mille significa dare seguito alla fiducia dei cittadini che hanno scelto di sostenere Voa Voa - ha proseguito De Barros -. Ringraziamo l'assessore Fabi per aver accolto la proposta e i professionisti del Sant'Orsola e del Meyer per aver lavorato alla sua attuazione. Ora l'obiettivo è consolidare questa possibilità per tutti i nuovi nati dell'Emilia-Romagna e continuare a lavorare perché l'accesso alla diagnosi precoce sia garantito in tutto il Paese".
Come funziona lo screening
Il test si effettua sulle gocce di sangue prelevate dal tallone del neonato tra le 48 e le 72 ore di vita, alla ricerca di specifici marcatori della malattia chiamati sulfatidi. Se questi superano le soglie previste, sullo stesso campione viene valutata anche l'attività dell'enzima Arsa, che nei bambini affetti da Mld risulta fortemente ridotta o assente.
Un risultato positivo non è però sufficiente alla diagnosi: il test viene ripetuto su un nuovo campione e, in caso di conferma, il neonato è preso in carico dal centro specializzato per ulteriori accertamenti, comprese le analisi genetiche.
La malattia e la terapia genica
La Mld è causata da mutazioni del gene Arsa, che provoca l'accumulo di sostanze tossiche nelle cellule del sistema nervoso centrale e periferico, danneggiando progressivamente la guaina mielinica che protegge le fibre nervose. Ne consegue una perdita progressiva delle capacità motorie e cognitive, fino alla morte nei casi a insorgenza precoce.
Le prospettive di cura sono cambiate profondamente con la disponibilità di una terapia genica, approvata in Europa nel 2020 e disponibile in Italia dal 2022. La terapia utilizza cellule staminali ematopoietiche del bambino stesso, modificate in laboratorio per introdurre una copia funzionante del gene Arsa e poi reinfuse nell'organismo. L'intervento è tanto più efficace quanto più precoce: nelle forme per cui è indicata, può preservare le funzioni motorie e cognitive se somministrata prima della comparsa dei sintomi.
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
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Epatocarcinoma avanzato: immunoterapia Stride migliora la sopravvivenza a sei anni V-news.it
L'epatocarcinoma, tumore del fegato difficile da trattare, ha mostrato risultati promettenti con l'immunoterapia "Stride", che ha portato a una sopravvivenza del 17% a 6 anni nei pazienti con malattia avanzata. L'Aifa ha approvato la rimborsabilità di questo regime, che potrebbe cambiare il paradigma di cura, specialmente per pazienti con cirrosi e altre comorbidità.
Epatocarcinoma avanzato, esperti: “Con immunoterapia Stride 17% pazienti vivo a 6 anni”
Epatocarcinoma, un tumore difficile da trattare
(Adnkronos) – L’epatocarcinoma (Hcc), il tumore del fegato più comune, è una delle neoplasie più difficili da trattare. I sintomi si manifestano in fase avanzata e, nel 90% dei casi, si sviluppa da un fegato cirrotico. La gestione di due gravi patologie concomitanti richiede terapie efficaci e tollerabili che non compromettano la funzionalità epatica residua. “Un regime immunoterapico, ‘Stride’, composto da una singola dose di tremelimumab con durvalumab seguita da durvalumab in monoterapia, può offrire una ‘spinta’ alla risposta immunitaria. Questo approccio innovativo ha mostrato risultati a lungo termine nel trattamento di prima linea di pazienti con epatocarcinoma avanzato non resecabile, stabilendo nuovi parametri di riferimento: un paziente su 6 è vivo a 6 anni. Inoltre, per la prima volta dopo 20 anni, potrebbe cambiare il paradigma di cura anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio. ‘Stride’, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (Tace), ha ridotto del 30% il rischio di progressione della malattia.”
Risultati dello studio Himalaya
“Nello studio Himalaya, che ha coinvolto quasi 1.200 pazienti con epatocarcinoma avanzato o non resecabile, il regime Stride ha consentito di ottenere una sopravvivenza a 5 anni del 19,6%, come pubblicato su ‘Journal of Hepatology’. La sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia”, spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all’Humanitas University. “Si tratta di una percentuale doppia rispetto a sorafenib, standard di cura al momento dell’avvio dello studio. La qualità di vita è stata preservata, con un buon profilo di tollerabilità, molto importante per pazienti fragili, spesso colpiti anche da cirrosi e che richiedono terapie a lungo termine.”
Approvazione della rimborsabilità in Italia
L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, a febbraio 2024 ha approvato la rimborsabilità del regime Stride in prima linea nell’epatocarcinoma avanzato o non resecabile. “Lo studio internazionale Di-Real ha convalidato l’efficacia di Stride nella pratica clinica quotidiana, con una sopravvivenza globale mediana di 23 mesi”, illustra Rimassa. Ulteriori conferme sugli effetti positivi del regime Stride provengono da studi retrospettivi e dalla sua applicabilità anche a pazienti con caratteristiche prognostiche sfavorevoli, spesso sottorappresentati negli studi registrativi. La gestione della sicurezza è risultata gestibile, nonostante la complessità clinica della popolazione arruolata.
Fattori di rischio e prevenzione
Ogni anno, in Italia, si stimano circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. “È fondamentale identificare subito la causa dell’infiammazione, prima che vi sia una compromissione della funzione epatica”, afferma Fabio Piscaglia, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Bologna. I principali fattori di rischio includono infezioni da virus dell’epatite B e C, sindrome metabolica, abuso di alcol e malattie genetiche. Ignazio Grattagliano, vicepresidente Simg, sottolinea l’importanza della diagnosi precoce e del coinvolgimento attivo del medico di famiglia, nonché la necessità di migliorare la comunicazione tra ospedale e territorio. Concludendo, Paola Pantanetti avverte che la sindrome metabolica rappresenta un fattore di rischio crescente per l’epatocarcinoma nei Paesi occidentali, rendendo cruciale il controllo delle comorbidità.
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Nodulo al polmone: che cos’è, quando preoccupa e come si cura SISMED - Società Italiana Scienze Mediche
Domenica 11 ottobre, al termine dell’Angelus in piazza San Pietro, papa Leone XIV ha raccontato ai fedeli che nel corso di controlli recenti i medici gli hanno trovato «un nodulo circoscritto al polmone», individuato «in una fase molto iniziale» e «ben localizzato», e che, seguendo il loro consiglio, ha deciso di farsi operare per toglierlo. Il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha aggiunto che l’intervento si svolgerà al Policlinico Gemelli nei primi giorni di questa settimana e che la degenza dovrebbe durare circa sette giorni. Altri dettagli clinici non sono stati resi noti, e a chi si occupa di informazione medica non compete riempire quei vuoti con supposizioni. La vicenda offre però un’occasione utile per spiegare che cosa sia un nodulo polmonare, un reperto assai più comune di quanto si immagini e che, nella grande maggioranza dei casi, si rivela innocuo.
Che cos’è un nodulo polmonare
Con questo termine i radiologi indicano una piccola area tondeggiante, di diametro inferiore ai 3 centimetri, circondata da tessuto polmonare normale; quando la lesione supera quella soglia si preferisce parlare di massa. La parola, in sé, descrive l’aspetto che una zona del polmone assume in una radiografia o in una tomografia computerizzata (TC, o TAC), senza dire nulla sulla sua natura, che va stabilita caso per caso.
Le cause possibili sono numerose. Fra le più frequenti ci sono i granulomi, piccole cicatrici lasciate da infezioni ormai guarite (tubercolosi o micosi passate talvolta del tutto inosservate), gli esiti di vecchie polmoniti e gli amartomi, tumori benigni formati da tessuti normali disposti in modo disordinato, come cartilagine e grasso. Più raramente il nodulo corrisponde a un tumore polmonare primitivo oppure alla metastasi di un tumore nato altrove, per esempio nella mammella, nel colon o nel rene.
Un reperto molto comune
Secondo il Manuale MSD, un nodulo compare in circa il 30% delle TC del torace, spesso eseguite per tutt’altro motivo: un controllo dopo un’infezione respiratoria, uno studio delle coronarie, un trauma. Il fatto che oggi si facciano molte più TC rispetto al passato porta alla luce un numero crescente di queste piccole lesioni, la cui scoperta, per chi legge il referto, è quasi sempre fonte di ansia.
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I dati dei programmi di screening aiutano a ridimensionare la paura. Nello studio olandese-belga NELSON, che ha sottoposto a TC periodiche oltre 13.000 uomini fumatori ed ex fumatori fra i 50 e i 74 anni, una popolazione quindi ad alto rischio, i noduli giudicati abbastanza sospetti da richiedere ulteriori accertamenti hanno riguardato appena il 2,1% dei partecipanti.
Quando un nodulo preoccupa
Per stimare la probabilità che un nodulo sia maligno i medici incrociano le caratteristiche della lesione con quelle della persona. Contano, anzitutto, le dimensioni, perché il rischio cresce man mano che il diametro aumenta. Pesano poi i contorni: margini lisci e regolari orientano verso una lesione benigna, mentre profili frastagliati o «spiculati», con sottili prolungamenti a raggiera, destano maggiore sospetto. Alcuni tipi di calcificazione, come quella centrale o quella a «popcorn» tipica dell’amartoma, sono invece segni rassicuranti.
C’è poi il fattore tempo, forse il più eloquente di tutti: un nodulo solido rimasto identico per almeno due anni è con ogni probabilità benigno, mentre uno che cresce fra un controllo e l’altro va indagato a fondo. Sul versante della persona, il rischio aumenta con l’età, con l’abitudine al fumo, attuale o passata, con una storia di tumori e con l’esposizione professionale ad amianto o radon.
Che cosa succede dopo la scoperta
Le indicazioni più seguite nel mondo per i noduli scoperti per caso sono quelle della Fleischner Society, aggiornate nel 2017 e pensate per gli adulti che non hanno un tumore noto né difese immunitarie compromesse. Per un nodulo solido singolo inferiore ai 6 millimetri, in una persona a basso rischio, non serve di regola alcun controllo; fra 6 e 8 millimetri si ripete la TC a distanza di 6-12 mesi; sopra gli 8 millimetri si valuta una TC a tre mesi, una PET-TC oppure un prelievo di tessuto.
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La PET (tomografia a emissione di positroni) misura l’attività metabolica delle cellule, che nei tumori tende a essere elevata. Ha una sensibilità superiore al 90%, ma può sbagliare nei due sensi: non vede bene le lesioni sotto gli 8 millimetri e può «accendersi» anche in presenza di un’infiammazione o di un’infezione. Quando occorre una certezza si ricorre alla biopsia, eseguita con un ago sottile introdotto attraverso la parete del torace sotto guida TC, nel caso di noduli periferici, oppure con la broncoscopia, se la lesione è più vicina ai bronchi principali.
Ci sono situazioni in cui la strada più sensata è la chirurgia, che diventa al tempo stesso diagnosi e cura: accade quando il sospetto è alto, la lesione è asportabile e la persona è in condizioni di affrontare l’intervento. Durante l’operazione il tessuto rimosso può essere analizzato subito dal patologo (esame istologico estemporaneo), così da decidere in sala quanto estesa debba essere la resezione.
Come si opera oggi
Rispetto a qualche decennio fa la chirurgia toracica è cambiata in profondità. Nella maggior parte dei centri si interviene con tecniche mininvasive, la videotoracoscopia (VATS, dall’inglese video-assisted thoracoscopic surgery) o la chirurgia robotica, che lavorano attraverso piccole incisioni fra le costole e riducono dolore, perdite di sangue e tempi di recupero. La toracotomia, con un’apertura più ampia del torace, resta riservata ai casi in cui l’accesso mininvasivo non è praticabile.
È cambiata anche la quantità di polmone che si asporta. Per decenni lo standard, in caso di tumore, è stato la lobectomia, cioè la rimozione dell’intero lobo; oggi, per tumori piccoli e periferici, si ricorre sempre più spesso alla segmentectomia, che toglie solo il segmento coinvolto, o alla resezione a cuneo. Due grandi studi randomizzati hanno sostenuto questo passaggio. Il giapponese JCOG0802, su 1.106 pazienti con tumori non superiori ai 2 centimetri, ha registrato a cinque anni una sopravvivenza del 94,3% dopo segmentectomia e del 91,1% dopo lobectomia. Lo statunitense CALGB 140503, su 697 pazienti, ha mostrato che la resezione limitata non era inferiore alla lobectomia per sopravvivenza libera da malattia, con una sopravvivenza globale a cinque anni dell’80,3% contro il 78,9%. Risparmiare tessuto sano significa conservare più capacità respiratoria, un vantaggio concreto soprattutto per le persone anziane o con altre malattie.
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La durata del ricovero varia con l’età, con il tipo di resezione e con la tecnica impiegata, e va da pochi giorni a circa una settimana nella maggior parte dei casi.
Lo screening per chi fuma o ha fumato
Scoprire un tumore del polmone quando è ancora un piccolo nodulo cambia radicalmente la prognosi. Secondo il rapporto «I numeri del cancro in Italia 2025», a cinque anni dalla diagnosi è vivo appena il 15,9% delle persone colpite, una cifra che risente del fatto che la malattia viene ancora individuata, per lo più, in fase avanzata. Lo stesso studio NELSON ha dimostrato che la TC periodica a basso dosaggio riduce del 24% la mortalità per tumore del polmone negli uomini ad alto rischio, a dieci anni di distanza.
In Italia lo screening non è ancora un programma nazionale organizzato come quelli per mammella, collo dell’utero e colon, ma esiste una Rete italiana screening polmonare (RISP), coordinata dall’Istituto nazionale dei tumori di Milano, che offre la TC a basso dosaggio a fumatori ed ex fumatori forti in centri distribuiti sul territorio e che per il biennio 2026-2027 ha ricevuto un nuovo finanziamento statale. Chi ha fumato a lungo può chiedere al proprio medico di famiglia se rientra nei criteri di accesso.
Se il referto parla di un nodulo
Leggere la parola «nodulo» in un referto spaventa, ed è comprensibile. Il primo passo è portare l’esame al medico curante o allo specialista pneumologo, che lo interpreterà alla luce della storia personale. Conviene recuperare e conservare le TC eseguite in passato, perché il confronto fra immagini di anni diversi è spesso lo strumento che chiarisce più rapidamente la situazione. Va rispettato il calendario dei controlli indicato, anche quando ci si sente bene, dato che i noduli quasi mai danno sintomi. E per chi fuma, smettere resta la decisione più efficace per proteggere i polmoni, qualunque cosa riveli quel piccolo segno sulla TC.
Per approfondire il funzionamento dell’apparato respiratorio e i rischi che lo minacciano, puoi leggere anche Il funzionamento dei polmoni e le minacce alla salute respiratoria e Dipendenza da nicotina.
Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce il parere del medico.
Fonti: [1] Vatican News, 11/10/2026 · [2] Manuale MSD, Nodulo polmonare solitario · [3] MacMahon H et al., Radiology 2017 · [4] de Koning HJ et al., N Engl J Med 2020 · [5] Saji H et al., Lancet 2022 · [6] Altorki N et al., N Engl J Med 2023 · [7] AIOM-AIRTUM, I numeri del cancro in Italia 2025 · [8] Quotidiano Sanità, 04/08/2026
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Epatocarcinoma avanzato, esperti: "Con immunoterapia Stride 17% pazienti vivo a 6 anni" Adnkronos
Il tumore del fegato più comune, l’epatocarcinoma (Hcc), è una delle neoplasie più difficili da trattare. I sintomi si manifestano quando è già in fase avanzata e, nel 90% dei casi, si sviluppa da un fegato cirrotico. La gestione di 2 gravi patologie concomitanti richiede terapie efficaci e tollerabili che non peggiorino la funzionalità epatica residua. “Un regime immunoterapico, ‘Stride’, costituito da una singola dose di tremelimumab con durvalumab seguita da durvalumab in monoterapia, è in grado di offrire una ‘spinta’ alla risposta immunitaria. Questo innovativo approccio di ‘priming immunitario’ ha evidenziato risultati a lungo termine nel trattamento di prima linea di pazienti con epatocarcinoma avanzato non resecabile, stabilendo nuovi parametri di riferimento: un paziente su 6 è vivo a 6 anni. E, per la prima volta dopo 2 decenni, può cambiare il paradigma di cura anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio. ‘Stride’, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (Tace), ha infatti ridotto del 30% il rischio di progressione di malattia”. Sono i contenuti di un media tutorial sulle nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato - informa una nota - promosso oggi a Milano da AstraZeneca.
“Nello studio Himalaya, che ha coinvolto quasi 1.200 pazienti con epatocarcinoma avanzato o non resecabile, il regime Stride ha consentito di ottenere una sopravvivenza a 5 anni del 19,6%, come pubblicato su ‘Journal of Hepatology’. La sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia”, spiega Lorenza Rimassa, professore associato di Oncologia medica all’Humanitas University e responsabile dell’Uo di Oncologia epatobiliopancreatica all’Irccs Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano. “Si tratta di una percentuale doppia rispetto a sorafenib, standard di cura al momento dell’avvio dello studio - continua - La qualità di vita è stata salvaguardata, con un buon profilo di tollerabilità, molto importante per pazienti fragili, perché molto spesso sono colpiti anche da cirrosi e richiedono terapie a lungo termine”.
L’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, a febbraio 2024 ha approvato la rimborsabilità del regime Stride in prima linea nell’epatocarcinoma avanzato o non resecabile. “Lo studio internazionale Di-Real – illustra Rimassa – ha convalidato la solida efficacia di Stride nella pratica clinica quotidiana, con una sopravvivenza globale mediana di 23 mesi. Anche il profilo di sicurezza era paragonabile. Un’ulteriore conferma della riproducibilità della robusta efficacia di Stride nel ‘mondo reale’ viene dallo studio Lor-Hcc, un’analisi retrospettiva di dati da 12 centri in Lombardia. Inoltre, i dati dello studio Sierra - precisa - supportano la fattibilità e gestibilità del regime Stride anche in pazienti con epatocarcinoma e caratteristiche prognostiche sfavorevoli, una popolazione generalmente sottorappresentata negli studi registrativi e con un rilevante bisogno clinico insoddisfatto. Il profilo di sicurezza complessivo è stato considerato gestibile, nonostante la complessità clinica della popolazione arruolata”.
Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. “È un organo che si ammala in modo ‘silenzioso’ – afferma Fabio Piscaglia, professore ordinario di Medicina interna all’Università di Bologna e Direttore della Medicina Interna, Malattie epatobiliari e Immunoallergologiche dell’Irccs-Aou di Bologna - L’infiammazione protratta nel tempo determina un danno che si manifesta solo dopo decenni ma, quando appare, di solito è irreversibile. Per questo è fondamentale identificare subito la causa dell’infiammazione, prima che vi sia una compromissione della funzione epatica. I principali fattori di rischio dell’epatocarcinoma - avverte - sono le infezioni da virus dell’epatite B e C, sindrome metabolica, abuso di alcol, malattie genetiche e autoimmuni. L’epatocarcinoma presenta elementi peculiari che lo distinguono dalla maggior parte dei tumori solidi, pertanto la sua gestione è estremamente complessa. Innanzitutto, la prognosi dipende non solo dallo stadio del tumore, ma anche dalla funzione epatica residua. La presenza e la severità della cirrosi condizionano la scelta terapeutica. Inoltre, i trattamenti per la cirrosi epatica sottostante giocano un ruolo non secondario nella prognosi. Infine - osserva l’esperto - la disponibilità di numerose terapie, che trovano indicazione in differenti momenti evolutivi della neoplasia e che sono di competenza di specialisti diversi, rende indispensabile la discussione in ambito multidisciplinare, che comprenda competenze epatologiche, chirurgiche, oncologiche, radiologiche, ma anche diabetologiche e trapiantologiche”.
“Circa il 30% dei pazienti con epatocarcinoma è eleggibile per l’embolizzazione transarteriosa – sottolinea Irene Bargellini, professore associato di Radiodiagnostica, dipartimento di Scienze chirurgiche, Università di Torino - La chemioembolizzazione transarteriosa è una procedura di radiologia interventistica utilizzata nel trattamento dell’epatocarcinoma, in particolare nei pazienti non candidabili a chirurgia o ablazione percutanea e in stadio intermedio. L’efficacia locale del trattamento è elevata, con percentuali di controllo di malattia che possono superare l’80%, dopo uno o due cicli. Tuttavia si assiste frequentemente a una ripresa locale di malattia, pari a circa il 50% in un anno, o alla comparsa di nuove lesioni. Inoltre, le procedure Tace ripetute rischiano di compromettere la funzionalità epatica. Pertanto, la ricerca si sta concentrando sulla possibilità di potenziare l’efficacia della Tace attraverso la combinazione con altri trattamenti, tra cui la duplice immunoterapia”.
“Il regime Stride ha dimostrato risultati significativi anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio, cioè con malattia limitata al fegato, non resecabile e candidata a chemioembolizzazione, che rappresenta da più di 20 anni lo standard di terapia per questi pazienti”, evidenzia Sherrie Bhoori, epatologa, Unità di Chirurgia oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di fegato diretta da Vincenzo Mazzaferro alla Fondazione Irccs Istituto nazionale dei tumori di Milano.
“Nello studio Emerald-3, la combinazione di Stride, lenvatinib e Tace ha determinato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia. Risultati che indicano le potenzialità per diventare il nuovo standard di cura, soprattutto nei pazienti con potenziali prospettive curative come chirurgia o trapianto. Grazie a questo approccio innovativo – prosegue Bhoori - si possono riaprire opzioni terapeutiche inizialmente escluse, rendendo disponibili trattamenti curativi, come la resezione e il trapianto di fegato. La chirurgia del fegato deve essere eseguita in centri di riferimento, dove ogni caso viene discusso in maniera collegiale da un team multidisciplinare. L’epatocarcinoma rappresenta oggi in Italia una delle prevalenti indicazioni al trapianto di fegato ed è ipotizzabile che il numero possa aumentare in relazione alle prospettive offerte dalla nuova combinazione nello stadio intermedio”.
“Il paziente colpito da patologie croniche, come le epatopatie, segue un percorso che parte dalla medicina generale, transita dagli specialisti, per poi tornare al territorio – osserva Ignazio Grattagliano, vicepresidente Simg, Società italiana di medicina generale - I percorsi clinico-assistenziali regionali prevedono un coinvolgimento attivo del medico di famiglia sin dalle fasi iniziali della diagnosi di epatocarcinoma e lungo tutto il percorso terapeutico. Solo l’identificazione precoce delle persone a rischio, cioè con epatopatia cronica avanzata, e la loro attenta sorveglianza con ecografia semestrale consentono una diagnosi tempestiva della neoplasia, cioè in una fase iniziale suscettibile di terapie radicali, come la resezione epatica e il trapianto di fegato. La comunicazione tra ospedale e territorio, talvolta, è insufficiente - puntualizza - Strumenti tecnologici e piattaforme digitali sempre più integrate possono facilitare lo scambio di informazioni, migliorando il coordinamento tra i diversi attori coinvolti. Allo stesso tempo il confronto tra medico di famiglia e specialista in programmi formativi comuni e la comunicazione efficace basata su messaggi chiari e specifici possono essere la chiave di volta per superare criticità organizzative e gestionali”.
Il fattore di rischio “destinato a diventare preponderante per l’epatocarcinoma nei Paesi occidentali è la Masld, condizione epatosteatosica correlata alla sindrome metabolica, problema in rapida crescita, in genere legata a sovrappeso, obesità e diabete - conclude Paola Pantanetti, responsabile Diabetologia Ast Fermo - Le ricerche condotte negli ultimi anni hanno evidenziato il ruolo della resistenza all’azione dell’insulina indotta dal sovrappeso e dall’obesità quale fattore rilevante di aumentato rischio oncologico. La presenza di diabete di tipo 2 può triplicare la probabilità di sviluppare l’epatocarcinoma. È importante curare non solo il fegato, ma anche le comorbidità presenti, come diabete e dislipidemia. Il primo step del percorso di cura, quindi, è controllare i fattori dismetabolici. Per questo, va ampliato l’accesso nei centri diabetologici al fibroscan, l’esame che consente di valutare la presenza e il grado di fibrosi epatica. In questo modo è possibile effettuare una stratificazione del rischio, prima dell’invio allo specialista epatologo”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al colon, a Bari il primo trapianto di fegato in Puglia: nuova speranza per i pazienti Pugliapress
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Un uomo di 61 anni della provincia di Lecce è stato operato il 29 luglio. Dimesso dopo sette giorni, alla Tac di controllo non sono emersi segni di ripresa della malattia. La procedura è riservata a pazienti selezionati.
BARI, 12 ottobre 2026 – Il Policlinico di Bari ha eseguito il primo trapianto di fegato in Puglia per metastasi da tumore del colon-retto. L’intervento ha interessato un uomo di 61 anni, originario della provincia di Lecce, che presentava metastasi localizzate esclusivamente al fegato.
L’équipe guidata dal professor Francesco Tandoi ha effettuato l’operazione il 29 luglio. Il paziente ha lasciato l’ospedale dopo sette giorni.
A due mesi dal trapianto, la Tac di controllo non ha evidenziato segni di ripresa della malattia. Il risultato è incoraggiante, ma saranno necessari ulteriori controlli per valutare l’evoluzione delle condizioni cliniche.
Trapianto di fegato a Bari: perché i medici hanno scelto questa soluzione
Le metastasi del paziente erano localizzate esclusivamente al fegato. I medici, tuttavia, non potevano rimuoverle attraverso un intervento chirurgico con intento curativo.
In questa situazione, il trapianto ha rappresentato una possibile alternativa terapeutica.
Non tutti i pazienti con metastasi epatiche possono però accedere a questa procedura. La selezione richiede valutazioni oncologiche e trapiantologiche approfondite.
Una nuova possibilità per i pazienti oncologici pugliesi
Il primo trapianto di questo tipo in Puglia rappresenta un risultato significativo per la sanità regionale.
L’intervento dimostra la capacità del Policlinico di Bari di affrontare un percorso chirurgico complesso, che coinvolge competenze oncologiche e trapiantologiche.
Il professor Francesco Tandoi ha sottolineato l’importanza del risultato per la rete sanitaria regionale.
Ha però precisato che i medici possono prendere in considerazione il trapianto soltanto in casi selezionati.
Chi potrà accedere al trapianto di fegato?
Il risultato apre una questione importante per i pazienti pugliesi e le loro famiglie: quali condizioni permettono di accedere a questa terapia?
Occorrerà chiarire i criteri utilizzati dal Policlinico di Bari per individuare i candidati.
Un altro aspetto riguarda il percorso che gli oncologi degli ospedali pugliesi possono seguire per richiedere una valutazione specialistica.
Per comprendere la portata della novità sarà inoltre utile sapere se il centro prevede altri interventi di questo tipo.
Tac negativa dopo due mesi: perché servono altri controlli
La Tac eseguita due mesi dopo il trapianto non ha mostrato segni di ripresa della malattia.
Si tratta di un primo risultato positivo, che non equivale a una guarigione definitiva.
Il paziente dovrà proseguire il percorso di monitoraggio clinico previsto dai medici.
Il trapianto effettuato al Policlinico di Bari segna un passo importante per la sanità pugliese. La sfida adesso sarà comprendere quali altri pazienti potranno beneficiare di questa possibilità terapeutica
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Immunoterapia nel tumore polmonare SCLC esteso: cosa dice Cochrane SISMED - Società Italiana Scienze Mediche
Nuove evidenze Cochrane sugli inibitori dei checkpoint immunitari
Una revisione sistematica con network meta-analisi pubblicata da Cochrane e aggiornata a dicembre 2025 fornisce nuove risposte su uno dei quesiti più urgenti in oncologia toracica: l’aggiunta di inibitori dei checkpoint immunitari alla chemioterapia standard migliora la sopravvivenza nei pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso (extensive-stage SCLC)?
La risposta, almeno per alcune combinazioni, è sì, ma con importanti distinzioni che riguardano sia l’efficacia sia la sicurezza dei singoli regimi terapeutici.
Una malattia aggressiva e una chemioterapia che non basta
L’SCLC è una forma di tumore polmonare a crescita rapida. Nella variante in stadio esteso, la malattia si è già diffusa ampiamente nei polmoni o in altri organi. Il trattamento standard prevede da anni una combinazione di farmaci chemioterapici a base di platino ed etoposide (la cosiddetta chemioterapia PE) ma la recidiva è frequente e precoce.
Gli inibitori dei checkpoint immunitari rappresentano una classe di farmaci oncologici che agiscono in modo diverso dalla chemioterapia: invece di colpire direttamente le cellule tumorali, potenziano la capacità del sistema immunitario di riconoscerle e distruggerle. Negli ultimi anni sono diventati fondamentali nel trattamento di diversi tumori. La domanda era se potessero fare la differenza anche nell’SCLC esteso, una neoplasia storicamente difficile da trattare.
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La metodologia: 14 studi e 7.541 pazienti
I ricercatori hanno identificato 14 studi clinici di alta qualità, con 7.541 pazienti che hanno contribuito con dati sulla sopravvivenza globale, l’esito principale della revisione. La maggior parte degli studi ha valutato l’aggiunta di inibitori dei checkpoint immunitari alla chemioterapia con platino ed etoposide.
Per confrontare tra loro trattamenti che non erano mai stati messi direttamente a confronto negli stessi trial, i ricercatori hanno utilizzato la network meta-analisi (NMA): un metodo statistico che consente di collegare i risultati di studi diversi e costruire una classifica comparativa di efficacia e sicurezza tra più regimi terapeutici contemporaneamente.
I risultati: non tutte le combinazioni sono uguali
L’analisi ha evidenziato differenze sostanziali tra i vari regimi immunoterapici. Il rischio di morte più basso è stato stimato per la chemioterapia PE combinata con benmelstobart più anlotinib oppure con serplulimab. Miglioramenti significativi della sopravvivenza globale sono stati osservati anche con l’aggiunta di durvalumab o adebrelimab.
Al contrario, alcune combinazioni, tra cui quelle che includono ipilimumab, probabilmente non migliorano la sopravvivenza e potrebbero aumentare gli effetti collaterali. Anche serplulimab e alcune combinazioni di immunoterapici multipli sono stati associati a un maggior numero di eventi avversi rispetto alla sola chemioterapia standard.
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Sul fronte della sopravvivenza libera da progressione (cioè il tempo che intercorre prima che la malattia peggiori) alcuni trattamenti hanno ritardato la progressione tumorale, ma questi effetti non sempre si sono tradotti in un miglioramento della sopravvivenza globale. Analogamente, solo alcune combinazioni hanno migliorato il tasso di risposta (riduzione o eliminazione del tumore), e anche questo dato non ha sempre coinciso con i benefici sulla sopravvivenza.
Un dato critico riguarda la qualità di vita: le informazioni disponibili si sono rivelate insufficienti per trarre conclusioni utili a pazienti e clinici. Questo rappresenta una lacuna importante, poiché in una malattia con prognosi severa come l’SCLC esteso, l’impatto del trattamento sulla vita quotidiana è un elemento centrale nelle decisioni terapeutiche.
Limiti dell’analisi e prospettive future
I ricercatori sottolineano alcune limitazioni rilevanti. Alcuni studi includevano un numero ridotto di pazienti o erano stati condotti in aree geografiche limitate, il che potrebbe ridurre la generalizzabilità dei risultati. Non tutti gli studi hanno riportato i dati con le stesse modalità, rendendo più difficile il confronto diretto. Pochi studi hanno raccolto informazioni sull’esperienza dei pazienti o sugli effetti a lungo termine.
La revisione evidenzia inoltre la necessità di nuovi trial clinici randomizzati che confrontino direttamente tra loro i regimi immunoterapici più utilizzati in prima linea (i cosiddetti studi “head-to-head”) con una raccolta sistematica degli eventi avversi e degli esiti riferiti dai pazienti, inclusa la qualità di vita.
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Practical impact for the physician and patient
Per i clinici, questa revisione Cochrane consolida l’evidenza che alcune combinazioni di inibitori dei checkpoint immunitari con la chemioterapia PE rappresentano oggi opzioni di prima linea importanti nel trattamento dell’SCLC esteso. Allo stesso tempo, ricorda che non tutti i regimi immunoterapici sono equivalenti: la scelta del trattamento deve tenere conto del profilo di efficacia e sicurezza specifico di ciascuna combinazione.
Per i pazienti e i loro familiari, il messaggio principale è che esistono opzioni terapeutiche che possono prolungare la sopravvivenza rispetto alla sola chemioterapia, ma che la discussione con il proprio team medico rimane essenziale per valutare benefici attesi, effetti collaterali e impatto sulla qualità di vita nella propria situazione specifica.
This article is for informational purposes only and does not replace the advice of a physician.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Radioterapia e nuove frontiere nella cura oncologica Il Sole 24 ORE
Radioterapia e nuove frontiere nella cura oncologica 12 ottobre 2026
Firenze, 12 ott. (askanews) - Come integrare al meglio la radioterapia con i nuovi farmaci nella cura dei tumori? E quali sono i tempi di somministrazione, i benefici e i possibili effetti collaterali delle terapie combinate? Sono solo alcune delle domande sorte durante la seconda Consensus internazionale multidisciplinare, a Firenze, promossa da un gruppo di radio-oncologi dell'Azienda ospedaliero-universitaria Careggi e membri della Fondazione Radioterapia Oncologica. L'obiettivo dell'incontro è mettere a confronto esperti italiani e internazionali di radioterapia oncologica, oncologia medica e ricerca traslazionale, per elaborare raccomandazioni concrete a supporto dei medici e individuare le priorità per gli studi futuri. Le parole di Prof. Icro Meattini, Direttore Breast Unit, AOU Careggi, Professore Associato di Radioterapia Oncologica, Università di Firenze: "Ci siamo ritrovati a Firenze, dopo circa due anni di lavoro, insieme ai massimi esperti di radioterapia oncologica, oncologia medica, preclinica e associazione dei pazienti per cercare di definire come le moderne tecniche di radioterapia possano essere associate con sicurezza ai nuovi farmaci nella cura dei più importanti tumori. Quest'anno parliamo di tumori della mammella, della testa e del collo e di tumori urologici, in particolare del rene e della prostata". L'intervista al Dott. Giulio Francolini, Oncologo radioterapista, AOU Careggi, Firenze: "Il focus principale di questa Consensus è garantire uno sforzo coordinato da parte di esperti mondiali di differenti patologie per quanto riguarda la prostata e il tumore del rene, nel garantire in differenti scenari clinici e in differenti condizioni di malattia il massimo beneficio con il minimo rischio. L'obiettivo è trovare la combinazione efficace tra i due trattamenti che possa offrire il massimo risultato per i pazienti. I lavori si concentrano in particolare sui tumori della mammella, della prostata, del rene e del distretto testa-collo. Al centro, la necessità di chiarire quali siano le combinazioni più efficaci e sicure, quali pazienti possano trarne maggior beneficio e come ottimizzare la sequenza e i tempi dei trattamenti. Il commento di Dott. Pierluigi Bonomo, Dirigente medico, Radioterapia Oncologica, AOU Careggi, Firenze - Presidente eletto AIRO: "La radioterapia rappresenta una terapia fondamentale nella cura dei malati affetti da tumori del distretto testa-collo, un insieme di malattie che sono accomunate dalla loro collocazione anatomica, ma che si presentano complesse proprio perché originarie da punti differenti del medesimo ambito anatomico". Un confronto multidisciplinare che punta a colmare le lacune delle evidenze scientifiche e a rendere le strategie terapeutiche sempre più integrate e personalizzate.
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Criteri Critici
Papa Leone XIV, così ha scoperto il nodulo al polmone: cosa dice l'oncologo Adnkronos
Per Papa Leone XIV l’attività della giornata prosegue oggi regolarmente. Lo fa sapere la Sala stampa del Vaticano, la quale spiega che il nodulo al polmone è emerso “da controlli di routine”. L'annuncio del Pontefice è arrivato domenica, alla fine dell'Angelus.
"Di recente, durante alcuni controlli, i medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone. E' stato individuato in una fase molto iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora, seguendo i loro consigli, ho deciso di operarmi per toglierlo. L'intervento è già programmato nei prossimi giorni", ha fatto sapere ieri. Subito dopo il portavoce Vaticano, Matteo Bruni, ha spiegato che l’intervento si svolgerà “nei primi giorni della prossima settimana” e che “il tempo previsto per il ricovero post operatorio è di circa una settimana”. A quanto si è appreso da fonti vaticane, l’intervento avverrà al Gemelli, il Policlinico definito da Giovanni Paolo II 'il terzo Vaticano' che ha ospitato diversi Pontefici nella sua storia.
L'oncologo Tiseo: "Nodulo polmonare non significa tumore, alte chance guarigione se precoce"
Il numero di persone che presentano noduli polmonari in Italia "non è attualmente definibile con precisione. Per avere una stima attendibile sarebbe necessario un programma nazionale di screening sistematico per il tumore al polmone, che al momento in Italia non c'è, a differenza di quanto avviene per altri tumori, come quelli della mammella, del collo dell’utero e del colon-retto", ha spiegato all’Adnkronos Salute è Marcello Tiseo, direttore dell'Unità operativa complessa di Oncologia medica dell'Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e ordinario di Oncologia medica presso l'Università degli Studi di Parma e membro del direttivo nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dopo l’annuncio di Papa Leone XIV. "Un eventuale programma di screening per il tumore al polmone sarebbe rivolto soprattutto alle persone considerate a rischio, in particolare agli ex forti fumatori e ai forti fumatori ancora in attività, generalmente a partire dai 55 anni", ha spiegato Tiseo.
L’oncologo invita però a non creare allarmismi: "La presenza di un nodulo polmonare non significa necessariamente avere un tumore. Se sottoponessimo a screening gli ex forti fumatori e i forti fumatori attuali, potremmo individuare un nodulo polmonare in circa il 20-25% delle persone esaminate. Nella grande maggioranza dei casi, tuttavia, si tratta di noduli benigni: circa il 95% non è di natura tumorale", precisa. Quando è necessario un intervento chirurgico? "Quando un nodulo presenta caratteristiche sospette, vengono effettuati tutti gli accertamenti necessari per capire di cosa si tratta e stabilire se sia opportuno intervenire chirurgicamente", spiega Tiseo. Senza entrare nel merito delle condizioni cliniche specifiche del Pontefice, che dichiara di non conoscere, l’oncologo sottolinea che "il decorso post-operatorio può richiedere circa 5-7 giorni, grazie all’impiego di tecniche chirurgiche mininvasive e, in alcuni casi, della chirurgia robotica", afferma.
Tiseo apprezza anche la scelta del Papa di condividere pubblicamente la notizia delle proprie condizioni di salute. "Ha lanciato un messaggio importante e potente: oggi non è più opportuno nascondere la malattia. La malattia non è uno stigma - osserva -. Il messaggio di Leone XIV è chiaro: 'mi hanno trovato un nodulo polmonare circoscritto, dovrò operarmi'. Potrebbe trattarsi di qualcosa di serio oppure no, ma ha scelto di comunicarlo apertamente. È stato giusto condividere questa informazione con tutto il mondo", aggiunge. Infine, l’oncologo sottolinea che, qualora si trattasse di un tumore individuato in fase iniziale, le prospettive potrebbero essere molto favorevoli. "Se il nodulo fosse di natura tumorale, ma la malattia fosse in fase iniziale, la probabilità di guarigione sarebbe molto elevata. Successivamente, il paziente potrebbe dover effettuare soltanto controlli periodici", conclude.
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Criteri Critici
PresaDiretta 2026/27 - Tumore pancreas, la cura che in Italia non c'è - 11/10/2026 - Video RaiPlay
PresaDiretta Tumore pancreas, la cura che in Italia non c'è - 11/10/2026
St 2026/27 6 min
Dopo oltre quarant'anni di tentativi falliti, esiste un farmaco mirato contro la mutazione RAS, presente in oltre il 90% dei tumori del pancreas, il daraxonrasib: non guarisce, ma allunga la sopravvivenza ed è ben tollerato. Negli Stati Uniti è già in commercio, a circa 40mila dollari al mese, mentre in Italia e in Europa non è ancora disponibile e l'azienda non ha nemmeno presentato domanda all'Ema. Ogni anno in Italia circa 14mila persone ricevono questa diagnosi, spesso in fase avanzata, e il tempo non è dalla loro parte. È il paradosso della politica farmaceutica di Trump: per non abbassare i prezzi in America, le aziende potrebbero ritardare il lancio nel resto del mondo.
Tumore del pancreas: Emanuela, cha ha lanciato una petizione per portare in Italia il farmaco daraxonrasib: «Mia madre è malata, non chiedo un privilegio. Chiedo che curarsi non dipenda da quanto puoi spendere o da dove puoi andare» - Vanity Fair Italia
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Criteri Critici
Tumore del pancreas: Emanuela, cha ha lanciato una petizione per portare in Italia il farmaco daraxonrasib: «Mia madre è malata, non chiedo un privilegio. Chiedo che curarsi non dipenda da quanto puoi spendere o da dove puoi andare» Vanity Fair Italia
Ildaraxonrasib, ilnuovo farmaco contro il tumore al pancreasapprovato negli Stati Uniti, accende la speranza di migliaia di famiglie. Ma in Italia resta irraggiungibile per chi non può permettersi di comprarlo all’estero. Lo ricordaEmanuela Leonardi, marchigiana, la cui madre ha un adenocarcinoma pancreatico, chesu Change.org ha lanciato la petizione. «Mia madre ha un tumore al pancreas. Il farmaco esiste, ma non in Italia»: in poche settimane ha raccolto quasi 35.000 firme. La madre di Emanuela ha concluso sei cicli di chemioterapia di prima linea, che hanno smesso di funzionare.Il daraxonrasib è stato approvato dalla FDA americana il 26 agosto 2026proprio per pazienti che hanno già ricevuto almeno una terapia. Nello studio clinico RASolute 302, a cui hanno partecipato anche centri italiani, ha raddoppiato la sopravvivenza: 13,2 mesi contro circa 6,7 con la chemioterapia tradizionale. L’appello arriva mentre fa notiziala storia diMax Parisi, conduttore di Radio Monte Carlo, che non trovando il farmaco in Italia è volato in California per acquistarlo, sostenendo i costi grazie a una raccolta fondi tra amici e ascoltatori. Ogni mese di terapia costa circa 39.000 dollari (circa 35mila euro), ma soltanto per pazienti in seconda linea. L'acquisto non è comunque disponibile né per pazienti di prima linea, né per pazienti di terza linea che magari sono già stati sottoposti a vari trattamenti. «La storia di Max Parisi mi dà speranza, perché dimostra che questo farmaco può fare la differenza», dichiara Emanuela. «Ma non tutti possono volare in America o trovare 39.000 dollari al mese. Mia madre, e migliaia di pazienti come lei, devono poterlo ricevere qui, in Italia. E non possono aspettare» In Europa il farmaco non è autorizzato e resta ancora in attesa di approvazione da parte dell'Agenzia Europea per i Medicinali.Attualmente, il daraxonrasib risulta disponibile soltanto all'interno delle sperimentazioni cliniche -da poco avviate al Policlinico Gemelli di Romae in altri centri ospedalieri italiani - o con l’uso compassionevole. Secondo l’Associazione Italiana di Oncologia Medica(AIOM), l’azienda produttrice, Revolution Medicines, non ha ancora presentato la domanda all’Agenzia europea del farmaco(EMA). Oggi un paziente italiano può quindi riceverlo solo se possiede i requisiti per entrare in uno studio clinico, oppure facendolo importare a proprie spese. Un meccanismo che Chiara Cremolini, del Direttivo nazionale AIOM, ha definito «eticamente inaccettabile», perché «crea forti disequità a danno dei malati». L’11 settembre l’AIOM ha chiesto di avviare subito un programma di uso compassionevole, e il 16 settembre il Ministero della Salute ha annunciato che l’Agenzia Italiana del Farmaco ha aperto un confronto con l’azienda. Un primo passo, che per le famiglie non basta: secondo AIOM,nel 2024 in Italia sono state stimate circa 13.600 nuove diagnosi di tumore al pancreas. Con la petizione, Emanuela chiede: «Non chiedo un privilegio per mia madre», conclude Emanuela. «Chiedo che curarsi non dipenda da quanto puoi spendere o da dove puoi andare».
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Criteri Critici
Angelica Pasculli andrà in Usa per la terapia anticancro sperimentale. “Grazie all’aiuto di tanti” la Repubblica
Se il farmaco non arriva ad Angelica Pasculli, è lei ad andare a prenderlo. La storia della 40enne di Bitonto affetta da tumore al pancreas metastatico aveva colpito fortemente la sua comunità e l’Italia intera: la sua era una richiesta di aiuto per guadagnare l’impensabile, il tempo. Pasculli, infatti, ha bisogno di un farmaco sperimentale - il daraxonrasib - non disponibile in Italia e dal costo di 39mila dollari al mese. Per lei era partita una raccolta fondi che nel giro di pochissimi giorni aveva messo insieme donazioni provenienti da ogni dove.
A far sapere ai suoi amici virtuali gli sviluppi è stata lei stessa, che attraverso un video social ha informato tutti del fatto che il farmaco non arriverebbe in Italia prima di sei mesi. “E io tutto questo tempo non ce l’ho. Per questo l’unica strada, adesso, è curarmi negli Stati Uniti. Anche solo ottenere un appuntamento è un percorso lungo e complicato. Lì dovrò restare all’inizio almeno un paio di mesi, insieme a mio marito. Oltre al farmaco, che costa 39mila dollari al mese, dovremo pagare ogni visita, gli esami come la Tac e un alloggio, anche il più piccolo. La vita lì non sarà facile. È grazie a voi se oggi posso almeno provare a curarmi. Vi ringrazia anche Andrea: gli state dando la possibilità di stare un po’ di più con la sua mamma”.
Ma la catena di solidarietà è tutt’altro che ferma: su GoFundMe la raccolta fondi continua e la cifra raccolta supera ormai i 300mila euro. Anche l’ex sindaco di Bitonto e consigliere regionale Michele Abbaticchio si sta battendo per la sua concittadina: il loro legame è iniziato quando indossava ancora la fascia da primo cittadino. “Non è stata solo una componente del mio staff - aveva raccontato - ma il punto di riferimento per tutti coloro che non riuscivano a parlarmi come avrebbero voluto. Così come da donna diventata moglie e madre, non si è fermata di fronte a nulla. Quando le hanno diagnosticato la malattia chiedendole di interrompere la gravidanza per iniziare le cure avrà pensato che il mondo è impazzito. Ho celebrato il suo matrimonio e tutti sapevamo quello che aveva fatto quel giorno. Con un coraggio che si può raccontare, ma non si potrà mai degnamente descrivere”.
Anche lui ha voluto rimarcare l’importanza della solidarietà che già c’è stata e che, proprio ora, non può e non deve fermarsi: “In Italia il farmaco che può aiutare Angelica non arriverà immediatamente ma grazie all'aiuto che spontaneamente è arrivato da tutti noi, dalla sua comunità, Angelica potrà partire nel luogo dove la fase innovativa è già iniziata. In America. I costi sono altissimi ma il coraggio della nostra guerriera è ancora più grande. Non c'è tempo da perdere perché la lotta contro il tumore non conosce tregua. In Puglia Angelica si è preparata ad affrontare il viaggio e questo nuovo strumento di cura. Continuiamo ad aiutarla in questo faticoso viaggio verso il diritto di vivere”.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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I noduli polmonari: cosa sono e come si curano Avvenire
Non tutti sono dei tumori e non tutti i tumori sono maligni. Ecco come si diagnosticano e si trattano: robot e immunoterapia rivoluzionano le terapie
La scoperta di un nodulo polmonare, di cui ha parlato ieri papa Leone XIV, fa quasi automaticamente pensare ad un tumore. In realtà esso può originare anche da altre cause, spesso legate a fattori infiammatori, infettivi o a pregresse malattie. E anche quando vi è effettivamente la presenza di un tumore, gli esami possono svelare una neoformazione benigna. In queste circostanze, quasi sempre, non sono necessari dei trattamenti.
Come si identifica
In molti casi la scoperta di un nodulo polmonare può avvenire in modo casuale, con il paziente sottoposto a test per altri sospetti patologici, oppure in caso di screening preventivi, quando non ci sono sintomi. Una radiografia toracica può identificare simili formazioni ma una Tac offrirà ai medici un quadro molto più dettagliato evidenziando grandezza, forma e struttura del nodulo. Quando il nodulo si avvicina al centimetro o lo supera, può essere richiesta anche una biopsia perché, in caso di malignità, occorre analizzate le caratteristiche genetiche e molecolari della neoplasia e la sua stadiazione. Una Pet invece identifica la presenza della malattia in altre parti del corpo (metastasi).
Le cure
Se, come ha riferito il Papa, che sarà operato al Policlinico universitario Gemelli di Roma, il nodulo è «allo stato iniziale e ben localizzato», allora anche in presenza di un tumore maligno ma primitivo, e cioè non derivante da tumori presenti in altri organi o tessuti, la chirurgia può essere risolutiva, il paziente si riprenderà in pochi giorni e non sarà necessario ricorrere a terapie farmacologiche. Anche perché questi interventi sono spesso effettuati con l’ausilio di robot che consentono procedure mininvasive, ottimizzano precisione ed esiti dell’operazione e dimezzano ospedalizzazioni e tempi di ripresa. Nei casi di malattia più estesa, invece, il team medico multidisciplinare studierà per ogni paziente il ricorso a terapie farmacologiche, alla radioterapia e, ove possibile, anche alla innovativa immunoterapia che sta rivoluzionando molti percorsi di cura.
Un precedente noto è quello di re Juan Carlos di Spagna, che nel 2019, all'età di 72 anni, si è sottoposto a un intervento al polmone per un nodulo che risultò benigno. Naturalmente, ogni situazione clinica è diversa. Quel che è certo, è che negli ultimi anni le terapie polmonari sono sempre più personalizzate ed efficaci.
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Ottobre rosa/ Incontri di estetica oncologica con il progetto "Comunque bella" Informamolise
In tutto il mondo Ottobre si tinge di rosa per sensibilizzare le donne sull’importanza della prevenzione oncologica. Anche la LILT Campobasso mette in campo diverse attività per ricordare che la prevenzione è fondamentale per la salute femminile e non può essererimandata.Ma la LILT Campobasso fa ancora di più ed è al fianco delle pazienti oncologiche, di tutte quelle donne che stanno attraversando il difficile percorso della malattia. Perché la prevenzione è volersi bene e prendersi cura di sé sempre. Grazie al progetto di estetica oncologica “...Comunque Bella” attivato presso la sede di Termoli, la LILT Campobasso si pone come obiettivo quello di migliorare la qualità di vita delle pazienti in terapia oncologica, alleviando gli effetti dolorosi e invalidanti delle terapie ma anche contrastando gli inestetismi che hanno una ricaduta sia sulla sfera sociale che psicologica della paziente. E nel mese del Nastro Rosa ci saranno 4 diversi appuntamenti con l’estetica oncologica: - LUNEDI’ 12 OTTOBRE ORE 10 al Day Hospital Oncologia dell’ospedale San Timoteo - LUNEDI’ 26 OTTOBRE ORE 9-12 Farmacia Centrale c.so Fratelli Brigida a Termoli - LUNEDI’ 9 NOVEMBRE ORE 9-12 Farmacia Le Diomedee via del Pero a Termoli - LUNEDI’ 16 NOVEMBRE ORE 9-12 Farmacia Marino c.so Nazionale a Termoli Questo progetto è reso possibile grazie alla professionalità e disponibilità di Nicole Figliola, estetista termolese specializzata in estetica oncologica OTI, che farà scoprire la possibilità di sentirsi belle pur essendo in terapia oncologica. Ognuno di questi appuntamenti sarà un momento dedicato alle donne che stanno affrontando il percorso oncologico, un momento in cui possono prendersi cura di sé e dedicare del tempo alla propria bellezza con l’obiettivo di rivalorizzarsi e riconoscersi allo specchio. “I trattamenti estetici adeguati – afferma Nicole Figliola – permettono di ridurre lo stress emotivo di una persona sottoposta a terapie oncologiche. In genere, una delle prime cose di cui una donna sottoposta a chemioterapia si preoccupa è la perdita dei capelli e il diradamento delle sopracciglia. Ma ci sono anche problemi di detersione ed idratazione della pelle sottoposta ai trattamenti. C'è la paura dei cambiamenti fisici e di non riconoscersi, di vedersi e farsi vedere diversa. A tutte queste ‘paure’ ci sono risposte estetiche che portano ad un miglioramento progressivo della qualità della vita e che possono permettere di guardarsi allo specchio e di non vedere solo una paziente oncologica ma guardarsi come donna con le proprie bellezze e le proprie caratteristiche”.
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"Novembre azzurro" dedicato agli uomini: a Borgomanero prevenzione sul carcinoma alle vie urinarie NovaraToday
Torna il "Novembre azzurro", la campagna globale dedicata alla sensibilizzazione e alla diagnosi precoce dei tumori urologici. Per l'occasione il Gruppo interdisciplinare cure (Gic) urologico, supportato dall’associazione Mimosa – amici del Dh oncologico di Borgomanero Odv, organizza l'evento "Serata informativa sul carcinoma delle vie urinarie", per rompere i tabù e sensibilizzare la cittadinanza sulle neoplasie urologiche.
L'incontro
L’incontro si svolgerà venerdì 6 novembre a Borgomanero nell’aula magna del presidio. L'ingresso all'evento è libero fino a esaurimento posti.
L'iniziativa nasce con l'obiettivo di superare le resistenze culturali che spesso tengono gli uomini lontani dai controlli medici e di fare informazione chiara e accessibile sui tumori che colpiscono l'apparato urinario e genitale maschile – tra cui il tumore alla prostata (la neoplasia più frequente nel sesso maschile), della vescica, del rene e del testicolo.
L'incontro vede la partecipazione di specialisti ed esperti del settore e si articola:
20.30: Saluti istituzionali e introduzione a cura di Alessandro Delsignore, direttore dell’Urologia Asl Novara e responsabile del Gic urologico Asl Novara;
20.45: prima sessione con gli interventi a cura di Francesco Fontana, S.C Urologia Asl Novara e Andrea Ritorna, S.C. Oncologia Asl Novara, sul tema "Diagnosi precoce e fattori di rischio".
21.15: seconda sessione, interventi a cura di Fontana e Alessandro Delsignore, S.C. Urologia Asl Novara, che affronteranno l’argomento "Il trattamento della malattia non muscolo invasiva".
21.30: terza sessione, interventi a cura di Fontana e Ritorna sul tema "La neoplasia muscolo invasiva e avanzata".
21.45 sessione di domande e risposte aperta al pubblico.
22.00 chiusura lavori.
"Molte patologie urologiche maschili si manifestano in modo palese solo quando si trovano già in uno stadio avanzato, - dichiara Delsignore - sottoporsi periodicamente a controlli e adottare stili di vita corretti sono gli unici strumenti in grado di fare davvero la differenza. Questo evento vuole essere un invito a tutti gli uomini, in particolare agli over 40/50, a prendersi cura di sé senza timori o imbarazzi".
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Tumore del pancreas, negli USA una terapia raddoppia la sopravvivenza. L’Italia non può aspettare: il nodo Trump arriva a Palazzo Chigi Mondosanità
Se un paziente americano con tumore del pancreas metastatico esaurisce le prime possibilità terapeutiche, oggi può ricevere un farmaco che ha quasi raddoppiato la sopravvivenza mediana rispetto alla chemioterapia. Un paziente italiano, nelle stesse condizioni, non può ancora contare su un accesso ordinario attraverso il Servizio sanitario nazionale.
Il farmaco si chiama daraxonrasib. La FDA lo ha approvato il 26 agosto 2026. In Europa, invece, l’EMA sta ancora valutando il dossier attraverso una procedura accelerata.
È una differenza che pone una questione clinica, ma soprattutto politica: quanto tempo può permettersi di aspettare un malato oncologico quando esiste già una terapia che ha dimostrato un vantaggio significativo sulla sopravvivenza?
Lo studio internazionale RASolute 302, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha coinvolto 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattato.
La sopravvivenza mediana è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib contro 6,7 mesi con la chemioterapia. A dodici mesi era vivo il 53,2% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco, rispetto al 17,3% del gruppo di controllo.
Sono risultati di fase III, ottenuti in uno studio randomizzato: evidenze decisamente più solide di quelle che accompagnano molti annunci oncologici.
Non significano guarigione. Il tumore del pancreas metastatico rimane una malattia gravissima. E daraxonrasib, un inibitore orale della proteina RAS attiva, può provocare effetti avversi anche seri, fra cui tossicità cutanee, diarrea, stomatite e complicanze polmonari o gastrointestinali.
Ma il beneficio clinico è sufficientemente importante da rendere urgente una risposta europea.
L’EMA ha riconosciuto questa necessità, inserendo il farmaco fra le priorità del programma Cancer Medicines Pathfinder e avviando una revisione progressiva dei dati.
La procedura, però, non equivale a un’autorizzazione. Al 12 ottobre non risulta un’approvazione europea che ne consenta la normale commercializzazione nei Paesi dell’Unione.
Neppure Francia e Germania dispongono quindi di un’autorizzazione nazionale ordinaria alternativa a quella europea. Restano possibili, secondo le rispettive regole, percorsi eccezionali di accesso anticipato.
In Francia il problema è già arrivato in Parlamento. Una domanda pubblicata al Senato l’8 ottobre chiede al Governo se siano state presentate o autorizzate richieste di accesso compassionevole per daraxonrasib e quali iniziative siano state assunte con l’azienda produttrice. La risposta ministeriale è ancora attesa.
È un precedente politico significativo: non prova che il farmaco sia già disponibile in Francia, ma dimostra che il problema dell’accesso è stato portato formalmente all’attenzione del Governo.
Nel frattempo, una nuova variabile rischia di complicare l’arrivo dei farmaci innovativi in Europa: il cosiddetto Most Favored Nation, MFN, promosso dall’amministrazione Trump.
Il principio è semplice: gli Stati Uniti vogliono avvicinare i prezzi dei medicinali a quelli più bassi praticati in altri Paesi sviluppati.
L’obiettivo dichiarato è ridurre la spesa farmaceutica americana. Ma esiste un possibile effetto collaterale internazionale.
Se il prezzo negoziato in Italia contribuisce a determinare quello americano, un’azienda potrebbe avere interesse a rinviare il lancio nei Paesi dove prevede di ottenere prezzi inferiori.
È il rischio che molti osservatori avevano previsto.
Un’indagine commissionata dall’associazione europea EUCOPE indica che il 64% delle aziende intervistate considera probabile ritardare o rinunciare a lanci in alcuni Paesi europei nel breve periodo. La percentuale sale all’82% nell’orizzonte più lungo.
Il campione, tuttavia, comprende soltanto undici rispondenti: è un segnale sulle intenzioni industriali, non la prova di ritardi già causati dal MFN.
Per daraxonrasib, in particolare, non esistono elementi pubblici sufficienti per attribuire all’MFN il mancato accesso italiano. Oggi pesa anzitutto l’assenza dell’autorizzazione europea.
Ma aspettare che il rischio diventi un danno misurabile sarebbe un errore.
L’Italia dispone già di strumenti di accesso anticipato, fra cui l’uso compassionevole disciplinato dal decreto del 7 settembre 2017. Richiede una valutazione clinica, il parere del Comitato etico e la disponibilità dell’azienda a fornire gratuitamente il medicinale. Non costituisce un diritto automatico alla terapia.
È qui che dovrebbe intervenire la Presidenza del Consiglio.
Non per sostituirsi all’EMA o imporre ad AIFA una decisione scientifica, ma per promuovere un’intesa urgente fra Ministero della Salute, AIFA, Regioni, società scientifiche e produttore.
L’obiettivo dovrebbe essere un percorso nazionale trasparente per i pazienti eleggibili, con criteri clinici condivisi, tempi definiti, disponibilità del farmaco e monitoraggio degli esiti.
Parallelamente, il Governo dovrebbe affrontare in sede europea il problema dei possibili effetti del MFN sui tempi di lancio e sulla sostenibilità delle negoziazioni nazionali.
La Francia ha già portato la questione di daraxonrasib al livello parlamentare. L’Italia può fare un passo ulteriore: trasformarla in un’iniziativa di Governo.
La domanda non è se dobbiamo pagare qualsiasi prezzo pur di ottenere un farmaco innovativo. È come impedire che la politica internazionale dei prezzi decida, indirettamente, quali pazienti europei possano ricevere prima una terapia.
Quando la sopravvivenza mediana di una malattia si misura in mesi, anche il tempo necessario per organizzare l’accesso diventa una responsabilità politica.
References:
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EMILIA-ROMAGNA: Screening tumore colon retto, "aderire è fatto di furbizia" Teleromagna
EMILIA-ROMAGNA: Screening tumore colon retto, "aderire è fatto di furbizia" | VIDEO
ll tumore del colon-retto è tra le patologie oncologiche più diffuse e rappresenta una delle principali cause di morte per cancro. In Emilia-Romagna il programma di screening è attivo dal 2005 ed è rivolto alle persone tra i 50 e i 74 anni, dopo l’estensione della fascia d’età avvenuta nel 2025. I benefici della partecipazione sono rilevanti. Secondo i dati regionali, chi aderisce allo screening riduce il rischio di ammalarsi del 33% negli uomini e del 21% nelle donne. Ancora più significativi i risultati sul rischio di sviluppare metastasi, che diminuisce del 72% negli uomini e del 65% nelle donne. A sottolineare il valore della diagnosi precoce è Carlo Fabbri, direttore dell’Unità operativa complessa di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva di Forlì-Cesena, intervenuto a TR24 Podcast.
È proprio sul potenziale della prevenzione che si concentra la riflessione di Fabbri. Il gastroenterologo sottolinea come i risultati ottenuti siano già straordinari, soprattutto considerando che allo screening partecipa poco più della metà delle persone invitate. Secondo Fabbri, è necessario chiedersi quali risultati si potrebbero raggiungere se l’adesione arrivasse al 100%. Una partecipazione più ampia permetterebbe infatti di offrire a un numero maggiore di persone la possibilità di individuare precocemente eventuali lesioni e intervenire prima che la malattia si sviluppi o progredisca. Il punto centrale è il modo in cui si forma il tumore del colon-retto. In molti casi, la malattia origina da un adenoma o da un polipo, lesioni che possono rimanere completamente asintomatiche anche per molto tempo. Fabbri evidenzia come una persona possa avere un polipo senza rendersene conto e senza avvertire alcun disturbo. Spesso ci si accorge di un problema soltanto quando compaiono segnali come sangue nelle feci, anemia, dimagrimento o dolore. A quel punto, però, potrebbe essere già necessario affrontare un percorso diagnostico e terapeutico più complesso. Lo screening consente invece di cercare eventuali anomalie quando si sta bene, senza aspettare la comparsa dei sintomi. È questa la sua forza, intervenire prima che una lesione precancerosa possa evolvere in un tumore. Nel suo intervento, Fabbri propone una riflessione molto concreta sull’opportunità di aderire allo screening. Se è possibile controllarsi gratuitamente mentre si sta bene, individuare eventuali lesioni e rimuoverle quando indicato, partecipare al programma di prevenzione diventa una scelta intelligente. È proprio questo il senso del suo richiamo alla furbizia, sfruttare un’opportunità offerta dal servizio sanitario per proteggere la propria salute, anziché aspettare che sia la comparsa dei sintomi a costringere a intervenire.
Partecipare allo screening è semplice. Le persone tra i 50 e i 74 anni ricevono una lettera d’invito per eseguire il test del sangue occulto nelle feci, un esame che permette di individuare eventuali tracce di sangue non visibili a occhio nudo. In caso di risultato positivo, la persona viene contattata entro 30 giorni per effettuare una colonscopia di approfondimento. L’esame è gratuito e viene eseguito nelle strutture ospedaliere regionali, con sedazione adeguata, strumenti diagnostici avanzati e personale specializzato. Un risultato positivo al test non significa necessariamente avere un tumore. Indica, però, la necessità di approfondire la situazione attraverso la colonscopia, che permette di individuare la causa del sanguinamento e, quando necessario, identificare e rimuovere eventuali polipi. Il percorso è organizzato per garantire al paziente una presa in carico completa, dall’esame iniziale agli eventuali accertamenti successivi. L’obiettivo è individuare le lesioni il prima possibile e intervenire tempestivamente, riducendo il rischio che la malattia venga scoperta in una fase avanzata.
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Una terapia genica contro le metastasi epatiche 17/11/2023 L'eco del sud
Un gruppo di ricercatori dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica ha dimostrato, in uno studio sperimentale, l’efficacia di una nuova piattaforma di terapia genica per ingegnerizzare le cellule immunitarie del fegato contro le metastasi epatiche. Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Cancer Cell, è stato coordinato dal professor Luigi Naldini, direttore del San Raffaele Telethon Institute for Gene Therapy e da Mario Leonardo Squadrito, project leader dell’Unità Targeted Cancer Gene Therapy. I risultati della ricerca gettano le basi per un futuro sviluppo clinico di una nuova strategia genica per i pazienti affetti da metastasi al fegato, come illustra Mario Leonardo Squadrito.
sat/mrv
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Screening del tumore al colon-retto: a Rimini adesioni al minimo in Regione GiornaleSM
La prevenzione oncologica in Romagna viaggia a velocità differenti, mettendo in luce un forte ritardo nel territorio riminese. Rimini si aggiudica infatti la maglia nera in Emilia-Romagna per la partecipazione allo screening del tumore al colon-retto: solo il 48% dei cittadini invitati sceglie di sottoporsi all’esame, una percentuale ben al di sotto rispetto al 58,3% registrato a Ravenna.
L’adesione limitata riguarda un programma di prevenzione totalmente gratuito e dal forte impatto clinico. Nel corso del 2026, l’Ausl Romagna ha indirizzato l’invito a ben 342.123 persone. La letteratura medica e le rilevazioni epidemiologiche evidenziano come la diagnosi precoce garantita da questo test sia in grado di abbattere il rischio di sviluppare la malattia fino al 33% per la popolazione maschile e al 21% per quella femminile.
L’efficacia degli interventi diagnostici trova conferma nei dati operativi del comprensorio cesenate. Nel solo anno 2025, l’esecuzione di 1.067 colonscopie di approfondimento prescritte a seguito di un test iniziale positivo ha consentito di individuare e trattare tempestivamente 13 tumori e 309 adenomi, lesioni precancerose che, se rimosse per tempo, evitano la degenerazione neoplastica.