📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al seno metastatico: 55mila pazienti, percorsi diversi The Wom Healthy
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La notizia in breve
Dal convegno per la terza edizione del progetto Officina #Metastabile, ospitato a Roma nella sede dell’Agenas, è emersa la richiesta di definire un percorso diagnostico terapeutico assistenziale nazionale uniforme, integrato e centrato sulla persona per le oltre 55mila pazienti che in Italia vivono con un tumore del seno metastatico, definita come la forma più grave di carcinoma mammario. L’urgenza è legata all’incremento generale dei casi e alla maggiore sopravvivenza consentita dall’evoluzione terapeutica.
“Officina #Metastabile traduce in pratica uno dei principi fondamentali del Manifesto di Fondazione IncontraDonna: partire dall’ascolto delle persone per trasformarne i bisogni in priorità condivise e, quindi, in azioni concrete”, ha affermato Anna Campana, presidente di Fondazione IncontraDonna.
Nel corso dell’incontro sono stati illustrati gli esiti di due focus group svolti tra clinici e pazienti. Andrea Botticelli, oncologo, membro del CdA di Fondazione IncontraDonna e responsabile scientifico dei focus group, ha spiegato: “La fiducia verso i medici risulta fondamentale, si basa anche sulla qualità della comunicazione ricevuta e sull’empatia che gli specialisti riescono ad assicurare”. Botticelli ha evidenziato come un Pdta dedicato faciliterebbe una partecipazione più uniforme ai trial clinici a fronte di un arruolamento attualmente disomogeneo sul territorio nazionale.
Sul fronte dell’alimentazione durante le terapie, l’oncologo ha dichiarato: “In questo ambito è emerso il bisogno di un riferimento professionale stabile, accessibile e integrato nella struttura di cura”, aggiungendo che “va garantito un monitoraggio costante sul peso, lo stato nutrizionale e la massa muscolare durante e dopo la somministrazione delle terapie”.
Che cosa si intende per malattia metastatica
Si parla di tumore del seno metastatico quando le cellule tumorali si sono diffuse oltre la mammella e i linfonodi vicini, raggiungendo organi a distanza come ossa, fegato, polmoni o cervello. Può presentarsi già alla prima diagnosi oppure comparire come ripresa di malattia, anche a distanza di anni da un tumore trattato in fase iniziale.
Con le terapie attuali questa condizione, nella grande maggioranza dei casi, non viene considerata guaribile. Può però essere controllata per periodi anche lunghi. L’obiettivo delle cure diventa quindi prolungare la sopravvivenza preservando la qualità della vita. Le scelte terapeutiche dipendono dalle caratteristiche biologiche del tumore, in particolare dalla presenza dei recettori ormonali e della proteina HER2, oltre che dalla sede delle metastasi e dalle condizioni generali della persona.
Una malattia che tende alla cronicità
Il progresso dei trattamenti ha trasformato per molte pazienti il percorso di malattia in una sequenza di terapie che si succedono nel tempo, con controlli frequenti e il coinvolgimento di più specialisti. Questo spiega perché il tema organizzativo acquisti peso clinico. Un percorso diagnostico terapeutico assistenziale non è un farmaco né un protocollo di cura: è uno strumento che definisce chi interviene, in quale momento e con quali modalità, così da ridurre le differenze di accesso tra territori.
Il consenso clinico considera la presa in carico multidisciplinare un elemento di qualità in oncologia. Misurare quanto un singolo percorso organizzativo incida sugli esiti di salute è invece più complesso, perché il risultato dipende molto da come viene applicato. Anche gli studi clinici rientrano in questo quadro: nella fase metastatica rappresentano spesso un’opzione terapeutica reale, ma la possibilità di parteciparvi è legata alla vicinanza a centri che li conducono.
Nutrizione e massa muscolare
Malattia e terapie possono modificare il peso in entrambe le direzioni. Possono comparire inappetenza, nausea, alterazioni del gusto, ma anche aumento di peso legato ad alcuni trattamenti. Un aspetto meno visibile è la sarcopenia, cioè la perdita di massa e forza muscolare. Può verificarsi anche in persone di peso normale o elevato ed è associata a maggiore stanchezza e a una minore tolleranza alle cure.
Per questo la valutazione nutrizionale non si limita alla bilancia ma guarda alla composizione corporea. Sono solide le basi per considerare un adeguato apporto proteico e un’attività fisica adattata alle condizioni individuali come fattori che aiutano a preservare il muscolo. I benefici su tolleranza alle terapie e qualità di vita sono più documentati rispetto all’effetto diretto sulla sopravvivenza, che resta meno definito. Diete restrittive o integratori non validati possono invece aggravare la malnutrizione o interferire con i trattamenti.
La comunicazione come parte della cura
In una malattia di lunga durata il rapporto tra paziente ed équipe incide su aspetti concreti. Tra questi, la comprensione delle opzioni disponibili, la condivisione delle decisioni e la continuità nell’assunzione delle terapie. Per questo la qualità della comunicazione è riconosciuta come una componente dell’assistenza oncologica e non come un elemento accessorio.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Virus respiratorio sinciziale: approvato clesrovimab e come cambia la prevenzione nei primi mesi di vita My-personaltrainer
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Nei primi mesi di vita le infezioni respiratorie possono diventare rapidamente impegnative e, tra i virus più temuti in età neonatale, il virus respiratorio sinciziale (Rsv) è tra i principali responsabili di bronchioliti e polmoniti. Per questo la prevenzione, quando possibile, rappresenta un tassello importante per ridurre il rischio di forme più severe e il ricorso alle cure ospedaliere. In questo contesto arriva in Italia una nuova opzione preventiva: dopo il via libera della Commissione Europea, l'Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato clesrovimab, un anticorpo monoclonale preventivo a lunga durata d'azione sviluppato da Msd, pensato per proteggere i neonati alla nascita e nella loro prima stagione epidemica.
Che cos'è clesrovimab e a chi è destinato Clesrovimab è un anticorpo monoclonale con finalità preventiva. Secondo quanto riportato, è pensato per proteggere i neonati alla nascita e nella loro prima stagione epidemica. Paolo Manzoni, direttore del dipartimento di Medicina Materno-Infantile della Asl di Biella e professore associato di Pediatria e Neonatologia dell'Università di Torino, ha commentato: "L'arrivo in Italia di clesrovimab rappresenta una nuova e importante opzione preventiva contro il virus respiratorio sinciziale, una delle principali cause di ospedalizzazione infantile che può provocare gravi bronchioliti e polmoniti sia nei neonati sani sia in quelli a rischio". In termini generali, gli anticorpi monoclonali sono proteine progettate per riconoscere in modo selettivo specifici bersagli: nel caso delle infezioni respiratorie in età pediatrica vengono impiegati con l'obiettivo di offrire una protezione passiva, soprattutto nelle fasi più delicate della vita.
Somministrazione: un'unica soluzione a dosaggio fisso Tra gli elementi distintivi evidenziati nella notizia, clesrovimab è la prima opzione preventiva contro l'Rsv nell'Ue che può essere somministrata in un'unica soluzione a dosaggio fisso, senza necessità di calcolare la dose in base al peso del bambino. Michele Conversano, consulente della Asl di Taranto, ha sottolineato: "La somministrazione con dosaggio fisso può garantire semplicità organizzativa per i nostri servizi di prevenzione sul territorio: siamo pronti a integrare questa nuova profilassi nel nostro portfolio strategico a tutela della salute dei più piccoli".
Dove si effettua la profilassi e quali sono i canali previsti La notizia specifica che la profilassi con anticorpi monoclonali è offerta direttamente in ospedale a tutti i neonati prima delle dimissioni. Per i bambini nati tra aprile e settembre, invece, la somministrazione avviene nei centri vaccinali o dai pediatri di libera scelta. Questa organizzazione mira a intercettare i diversi momenti di nascita e a favorire un accesso più agevole alla profilassi sul territorio, in base ai canali previsti.
Tempistiche: perché è indicato farla a ottobre e quando circola l'Rsv Antonio D'Avino, presidente Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (Fimp), ha precisato: "È importante che la somministrazione venga fatta a ottobre". Ha aggiunto: "Ciò consentirà al bambino di contrastare l'Rsv nella stagione invernale". Secondo quanto riportato, il virus circola per tutti i mesi invernali, con un picco tra dicembre e febbraio, ma non di rado le infezioni si prolungano nelle prime settimane di primavera. Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria, ha commentato: "Avere a disposizione un nuovo monoclonale ci dà l'opportunità di migliorare le strategie protezione nei confronti di una patologia infettiva tra le più insidiose nei primi mesi di vita".
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Messina. Al Palacultura sbarca ONCOstories: qualità della vita in chemioterapia 28/10/2015 L'eco del sud
Sarà Messina a ospitare la sesta tappa della campagna nazionale ONCOstories, con l'obiettivo di promuovere il valore curativo della comunicazione medico - paziente durante l'esperienza di malattia oncologica.
L'iniziativa, che prevede un talk show alternato a momenti di spettacolo, giovedì 29 con inizio alle ore 18 al Palacultura (ingresso gratuito), è promossa da Salute Donna onlus e Società Italiana di Psico-Oncologia (SIPO) col supporto di MSD Oncology e, per l'appuntamento cittadino, dell'Associazione Siciliana Sostegno Oncologico (ASSO), presieduta da Vincenzo Adamo, ordinario di Oncologia dell'ateneo messinese e direttore Oncologia Medica al Papardo-Piemonte.
La struttura rappresenta un punto di riferimento per i tumori in Italia e ospiterà un ciclo d'incontri dove specialisti e malati si confrontano sugli aspetti connessi al percorso di cura, inclusi i problemi legati agli effetti collaterali, che hanno un impatto drammatico sulla qualità della vita ma possono essere trattati efficaci terapie di supporto.
All'iniziativa prenderanno parte, oltre al presidente dell'Ordine dei Medici Giacomo Caudo; la psicologa e psicoterapeuta del "Progetto la Forza e il Sorriso" Francesca Ceravolo; il nutrizionista, psico-immunologo e docente dell'Accademia internazionale di nutrizione clinica Fausto Glorioso; le coordinatrici infermieristiche dell'Oncologia medica del Papardo Graziella Mondello e Vincenza Pecora.
L'evento sarà presentato dal giornalista Massimiliano Cavaleri e arricchito dalla presenza di alcuni pazienti trasformati in attori pronti a esibirsi in "sketch" per raccontare momenti di vita vissuta e da un breve defilè di moda. Testimonial della serata il cantante Tony Canto, il violinista Samuele Galeano e l'attore Gilberto Ideonea. Infine la consegna di una Targa in ricordo di Massimo Interdonato, alla presenza del figlio Nino, vicepresidente del Consiglio comunale di Messina.
Sergio Spadaro
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Tumore al seno, al Pascale cinque sedute di radioterapia in una: la tecnologia LaPresse
Una novità che consentirà ad alcune pazienti selezionate, affette da tumore al seno, di concentrare il trattamento in tempi più brevi Cinquesedutediradioterapiaconcentrate inuna sola giornata. Meno viaggi in ospedale, meno tempo sottratto alla vita quotidiana e un percorso di cura potenzialmente più leggero per le donne che affrontano untumorealseno. La novità arriva dalPascaledi Napoli, dove ilGammaPod, il sistema di radioterapia stereotassica dedicato alla mammella, apre la strada a trattamenti in singola seduta per pazienti selezionate. “Il principio è quello della massima precisione. GammaPod è progettato specificamenteper iltrattamento della mammellae utilizza un sistema di immobilizzazione dedicato e fasci di radiazioni altamente mirati. L’obiettivo è concentrare il trattamentoin tempi più brevi, limitando gli accessi ospedalieri. La singola seduta, tuttavia, non è indicata per tutte: la possibilità di utilizzarla dipende dalle caratteristiche della malattia e dalla valutazione degli specialisti”, spiegaVincenzoRavo, direttore della Struttura complessa di Radioterapia. A fare la differenza non è solo la tecnologia, ma il modo in cui puòcambiare l’esperienza dellacura. Per una donna che lavora, ha figli o vive lontano dall’ospedale,ridurre da cinque a unale sedute significa anche alleggerire il peso organizzativo della terapia. Un aspetto particolarmente importante in oncologia, dove il tempo trascorso tra visite, esami e trattamenti diventa spesso parte di una quotidianità già difficile. “Il GammaPod apre prospettive molto interessanti per il futuro della radioterapia del tumore della mammella, perché ci consente di esplorare modalità di trattamentosempre piùpreciseepersonalizzate, con un’attenzione concreta anche alla qualità di vita delle pazienti”, sottolinea Michelino De Laurentiis, direttore dell’Oncologia senologica del Pascale e protagonista di numerosi studi clinici italiani ed europei sulle terapie contro il tumore della mammella. “Il Pascale è oggi, insieme al centro di Udine,l’unica realtà in Italiaa disporre di questa tecnologia”, prosegue De Laurentiis. “Una posizione che ci attribuisce una responsabilità importante: svilupparne tutte le potenzialità attraverso la ricerca clinica, il confronto con i centri internazionali e un approccio multidisciplinare, affinché l’innovazione si traduca in benefici concreti per le pazienti”.
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Cancro seno metastatico, Campana (IncontraDonna): "Serve percorso di cura dedicato" Adnkronos
"Siamo sempre più impegnati a garantire supporto e accompagnamento nel percorso di cura alle donne con tumore al seno metastatico e anche agli uomini, seppure in una percentuale molto ridotta. Ci battiamo perché venga definito un percorso diagnostico-terapeutico-assistenziale (Pdta) specifico per le persone con malattia metastatica. Questi pazienti non devono trovarsi ad affrontare un percorso a ostacoli, ma devono essere ascoltati e ricevere risposte a tutte le loro esigenze. La qualità di vita è fondamentale e deve essere garantita". Così Antonella Campana, presidente della Fondazione IncontraDonna, intervenuta alla terza edizione di Officina #Metastabile, progetto promosso dalla Fondazione a Roma, nella sede dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas).
Campana ha poi sottolineato che il sostegno alle persone con tumore al seno metastatico non si limita alla giornata dedicata alla sensibilizzazione sulla malattia. "Oggi celebriamo la Giornata di sensibilizzazione sul tumore al seno metastatico, ma noi siamo vicini alle pazienti e ai pazienti tutto l'anno. Possiamo quindi dire che l'Officina #Metastabile è sempre aperta. Ci auspichiamo che l'accesso alle terapie innovative sia equo e garantito a tutti i pazienti", ha concluso.
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Oggi Papa Leone XIV si ricovera presso il Policlinico Gemelli, per entrare anche Lui in una nuova fase della vita, come possibile ammalato di cancro del polmone. Nella serenità della trasparente comunicazione a tutto il mondo, per me medico cattolico ed ammal…
Vivo e lavoro nella città, Napoli, che registra record nazionali di incidenza di cancro del polmone, Sono rari i casi in cui possiamo osservare noduli singoli e quindi operabili
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Oggi Papa Leone XIV si ricovera presso il Policlinico Gemelli, per entrare anche Lui in una nuova fase della vita, come possibile ammalato di cancro del polmone. Nella serenità della trasparente comunicazione a tutto il mondo, per me medico cattolico ed ammalato di cancro dal 2018, questo messaggio non mi obbliga soltanto a messaggi di solidarietà umana accompagnati dalla mia preghiera, ma ad un impegno ancora maggiore per combattere questa “malattia del secolo” che, decisamente, non stiamo per niente vincendo, tutt’altro, la stiamo pesantemente perdendo in tutto il mondo ma in Campania ed a Napoli ancor di più.
Io, medico a Napoli dal 1980, cioè da ben 46 anni tutti vissuti al lavoro soltanto nell’unico IRCCS oncologico della Regione Campania, la Fondazione Pascale, vivo e lavoro nella città metropolitana di Italia che denunzia, e da tempo, eccessi record nazionali di incidenza di cancro del polmone, e, al contrario di come vogliono farci credere, non certo solo per cattivi stile di vita individuali con eccesso di fumo di sigaretta, ma per evidenti e gravissimi fenomeni, negati oltre ogni limite di evidenza e di ragione, di inquinamento ambientale dell’aria.
I dati di incidenza al 2022 di cancro del polmone a Napoli risultano in eccesso nazionale e si accompagnano ad un 30% in più circa di mortalità evitabile e non evitata rispetto persino alla inquinatissima Milano e a dati, parimenti record di incidenza, di ictus, infarti, e patologie neurodegenerative gravi come Alzheimer, Parkinson ed autismo.
Il problema maggiore – che riscontro da epidemiologo – e che oggi proprio la storia clinica di Papa Leone ci ricorda, è che una diagnosi precoce e salvifica anche per il cancro del polmone è possibile ma richiede un check up specie in asintomatici (Prevenzione Secondaria!) che oggi sia per motivi economici che per eccesso di richiesta, in Campania e soprattutto a Napoli non risulta possibile per i cittadini normali. I dati epidemiologici di incidenza di cancro al polmone per quartiere resi noti da Asl Napoli 1 in data 9 luglio 2026 sono oggettivamente molto preoccupanti.
In occasione della drammatica notizia dell’intervento programmato per un nodulo al polmone del nostro carissimo Papa Leone XIV, sono costretto a fare rilevare come analoghi interventi di diagnosi precoce e con elevate probabilità di guarigione a Napoli sono molto rari. Sono rari i casi in cui possiamo osservare noduli singoli e quindi operabili con significative chance di guarigione rispetto alla grande maggioranza dei casi in cui il cancro del polmone in Terra dei Fuochi campana viene diagnosticato in fase già metastatica lasciando alla sola e costosissima terapia medica le possibilità non di guarigione ma solo di cronicizzazione della malattia.
I farmaci innovativi ci stanno offrendo anche nel caso del cancro del polmone significativi prolungamenti di sopravvivenza ma solo un intervento chirurgico in fase precoce può assicurare notevoli percentuali di guarigione.
Abbiamo appena visto nella puntata di PresaDiretta di domenica scorsa come ormai tutti i farmacologi come Garattini e gli economisti come anche il sottoscritto in maniera molto chiara attestano che soltanto la Prevenzione Primaria, tutelando innanzitutto l’Ambiente, assicura non solo una possibile diagnosi precoce salvifica tramite chirurgia ma soprattutto la sopravvivenza economica del nostro meraviglio Sistema Sanitario Pubblico, in grado di garantire anche ai cittadini normali ed ai nostri figli di riuscire a curarsi in tempo.
Oggi quindi prego con tutto il mio cuore non solo per la salute di Papa Leone XIV ma anche affinché Dio faccia comprendere ai miei governanti, senza renderli ciechi per avidità di profitto, che solo uno sviluppo armonico della mia meravigliosa città, prestando maggiore attenzione ad attività industriali fuori controllo come porto e aeroporto, può permettere di salvare la Salute e la vita anche dei napoletani dal temibile cancro del polmone.
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In Italia 55mila donne con cancro seno metastatico, Incontra Donna: "Crescono i bisogni di cura" Adnkronos
In Italia vivono più di 55mila donne con un tumore del seno metastatico. Un numero in crescita dovuto dall’incremento generale dei casi l’anno di carcinoma mammario ma anche ad una maggiore sopravvivenza. La cronicizzazione della neoplasia è ora possibile e anche sempre più frequente grazie ad armi terapeutiche più efficienti. Emergono così nuovi bisogni delle donne come, ad esempio, una migliore comunicazione verso le partecipanti agli studi clinici per trattamenti innovativi. Oppure bisogna garantire un’adeguata nutrizione durante le cure anti-cancro. È quanto è emerso oggi durante un convegno nazionale organizzato dalla Fondazione IncontraDonna e che si tiene nella sede dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). Rientra nel progetto Officina #Metastabile ed è organizzato in occasione della Giornata nazionale di sensibilizzazione per il tumore al seno metastatico.
“Officina #Metastabile - afferma Antonella Campana, presidente di Fondazione IncontraDonna - traduce in pratica uno dei principi fondamentali del Manifesto di Fondazione IncontraDonna: partire dall’ascolto delle persone per trasformarne i bisogni in priorità condivise e, quindi, in azioni concrete. Per le donne con tumore al seno metastatico è essenziale superare le differenze territoriali e arrivare a un Pdta nazionale uniforme, realmente applicato e capace di integrare tutte le dimensioni della cura. I focus group dedicati ai trial clinici e alla nutrizione clinica ci permettono di portare nei luoghi decisionali la voce diretta delle pazienti. La collaborazione tra associazioni, istituzioni e professionisti sanitari non è soltanto auspicabile: è la condizione necessaria per costruire percorsi di cura equi, multidisciplinari e autenticamente centrati sulla persona".
"I progressi della ricerca e dell'innovazione terapeutica nel trattamento del tumore al seno metastatico devono tradursi anche in una migliore organizzazione del percorso delle pazienti. L’obiettivo è garantire integrazione tra professionisti, continuità della presa in carico ed equità nell'accesso alle cure. Il ruolo di Agenas è accompagnare le Regioni nello sviluppo delle reti oncologiche e valutare gli esiti delle cure su tutto il territorio nazionale. La qualità di un sistema sanitario, infatti, si misura anche nella sua capacità di garantire a ogni persona, indipendentemente dal luogo in cui vive, le migliori condizioni possibili di assistenza sanitaria e di vita", dichiara Angelo Tanese, direttore generale Agenas.
"L’impegno del ministero della Salute nella lotta ai tumori è massimo e in tema di neoplasie al seno siamo intervenuti in modo importante. Su impulso del ministro Schillaci abbiamo esteso lo screening mammografico gratuito che ora è previsto per tutte le donne fra i 45 ai 74 anni, a fronte della fascia d’età precedente, che andava dai 50 e ai 69 anni. Con i nuovi Livelli Essenziali di Assistenza pubblicati pochi giorni fa sono state poi aggiornate le prestazioni garantite alla collettività dal sistema pubblico prevedendo, sempre su preciso mandato del Ministro, nuovi percorsi di sorveglianza e prevenzione per le donne che risultino a rischio per fattori ereditari. Sono stati introdotti anche nuovi test per le donne con un carcinoma mammario allo stadio iniziale, per individuare la terapia più adatta alla singola neoplasia, in base alla sua caratterizzazione genetica”, sottolinea Sergio Iavicoli, direttore generale della Prevenzione ministero della Salute.
All’Officina #Metastabile sono presentati i risultati di due focus group tra clinici e pazienti promossi da Fondazione IncontraDonna e condotti dalle dottoresse Anna Costantini e Silvia Migliaccio. "Nel primo abbiamo evidenziato l’assoluta necessità di un migliore dialogo durante i trial -. conclude Andrea Botticelli, oncologo, membro del CdA di Fondazione IncontraDonna e responsabile scientifico dei focus group -. Sempre più donne, infatti, partecipano a studi clinici sul carcinoma mammario metastatico e sono diversi i fattori che influenzano il loro coinvolgimento e la permanenza alle sperimentazioni. La fiducia versi i medici risulta fondamentale e si basa anche sulla qualità della comunicazione ricevuta e sull’empatia che gli specialisti riescono ad assicurare. Più di una donna ha sottolineato come potrebbe essere utile coinvolgere anche il personale infermieristico in questo percorso. In Italia l’arruolamento delle pazienti risulta quanto mai disomogeneo sul territorio e Pdta dedicato faciliterebbe una partecipazione più uniforme ai trial. Per quanto riguarda la nutrizione invece emerge il bisogno di un riferimento professionale stabile, accessibile e integrato nella struttura di cura. Al tempo stesso va garantito un monitoraggio costante sul peso, lo stato nutrizionale e la massa muscolare durante e dopo la somministrazione delle terapie. E’ quindi auspicabile integrare la nutrizione nei percorsi assistenziali oncologici e nei Pdta".
Il progetto Officina #Metastabile è realizzato con il con contributo non condizionante di Daiichi Sankyo, AstraZeneca, Guardant, Menarini Stemline e Pfizer.
RAI NEWS 24 * "BASTA LA SALUTE" - 14/10(13.40) : «NODULI POLMONARI E PREVENZIONE ONCOLOGICA, SICUREZZA IN AUTO PER I BAMBINI» (VEDI-SEGUI DIRETTA VIDEO - LINK / RIVEDI STREAMING) - www.agenziagiornalisticaopinione.it
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RAI NEWS 24 * "BASTA LA SALUTE" - 14/10(13.40) : «NODULI POLMONARI E PREVENZIONE ONCOLOGICA, SICUREZZA IN AUTO PER I BAMBINI» (VEDI-SEGUI DIRETTA VIDEO - LINK / RIVEDI STREAMING) www.agenziagiornalisticaopinione.it
11.09 - martedì 13 ottobre 2026
(Il testo seguente è tratto integralmente dalla nota stampa inviata all’Agenzia Opinione) –
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Mercoledì 14 ottobre alle 13.40 e alle 21.40 su RaiNews24 torna “Basta la Salute”, il settimanale di medicina e sanità a cura di Gerardo D’Amico.
In questa puntata: i noduli polmonari, diffusi in un terzo della popolazione. La quasi totalità è dovuta a calcificazioni, a infiammazioni o a malattie infettive come la tubercolosi: vengono scoperti casualmente, perché silenti e senza sintomatologia. Ma se superano i 6 millimetri, hanno bordi frastagliati, o se si verifica con la PET una loro attività, vanno investigati con ago aspirato e biopsia, o rimossi. Il direttore scientifico dell’IDI di Roma, Paolo Marchetti, spiegherà le tecniche di intervento e le cure.
A seguire, la prevenzione del tumore al seno e le indagini diagnostiche: ne parla il direttore di senologia del Policlinico Gemelli di Roma, Gianluca Franceschini.
Della “Carta delle Domande” parla Rolando Maria D’Angelillo, Direttore della Radioterapia oncologica del Policlinico Tor Vergata e Presidente della Siuro (Società Italiana di Uro-Oncologia). Un questionario con 30 quesiti per pazienti con tumore alla prostata che ribalta il rapporto medico-paziente con quest’ultimo che diventa protagonista delle scelte terapeutiche.
La pillola contro le fake news è dedicata alla sicurezza dei bambini in auto: vanno sempre sistemati nei seggiolini appositi, meglio quelli con allarme acustico per evitare di lasciare il piccolo in auto, spiega il direttore della Terapia intensiva neonatale del Bambino Gesù, Andrea Dotta.
Infine, per la salute degli animali, l’appello che arriva dal gattile di Ruvo di Puglia per l’adozione dei tanti ospiti in cerca di famiglia.
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Tumore al seno, AICPE: diagnosi precoce e controlli regolari anche con le protesi Sanità Informazione
In occasione dell’Ottobre Rosa, il mese internazionale dedicato alla prevenzione e alla sensibilizzazione sul tumore della mammella, l’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (AICPE) rinnova il proprio impegno a favore della salute delle donne, richiamando l’attenzione sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce. Secondo gli ultimi dati ufficiali dei Registri Tumori Italiani, il carcinoma della mammella è la neoplasia più frequentemente diagnosticata nella popolazione femminile in Italia, con circa 53.686 nuovi casi stimati. Tra i principali fattori di rischio figurano l’età, i fattori ormonali, l’aderenza a corretti stili di vita, la familiarità e l’ereditarietà, oltre a precedenti displasie o radioterapie toraciche.
La ricerca e la prevenzione offrono tuttavia prospettive favorevoli: quando il tumore viene trattato precocemente, la sopravvivenza a 10 anni dalla diagnosi supera oggi il 90%. Sul fronte degli screening, i dati più recenti dell’Osservatorio Nazionale Screening indicano un progressivo miglioramento della copertura, con un’adesione corretta pari al 58,4%. Un risultato che, secondo AICPE, non deve tradursi in un abbassamento dell’attenzione verso i controlli periodici.
Protesi mammarie, gli interventi estetici non escludono i controlli
Un aspetto su cui l’associazione richiama l’attenzione riguarda le donne che si sono sottoposte a interventi di chirurgia plastica estetica o ricostruttiva della mammella. La presenza di protesi mammarie, sottolinea AICPE, non riduce la capacità della normale diagnostica per immagini di individuare eventuali neoformazioni. Le donne con protesi devono quindi continuare a sottoporsi ai controlli di routine, seguendo gli stessi protocolli e le medesime tempistiche previsti per chi non ha effettuato interventi, attraverso esami come l’ecografia e la mammografia digitale.
“La prevenzione è fondamentale per tutti i tumori, ma per l’elevata incidenza del carcinoma mammario nella donna, la lotta contro il cancro della mammella è un obiettivo importantissimo per la sanità pubblica e per ognuno di noi, anche noi uomini, perché tutti abbiamo a cuore una donna”, dichiara il Dott. Egidio Riggio, Vicepresidente AICPE e chirurgo plastico presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori. L’autopalpazione, spiega, è utile per imparare a conoscere il proprio corpo e riconoscere eventuali alterazioni, ma non è sufficiente a garantire una diagnosi precoce.
“L’autopalpazione è senz’altro utile affinché ogni donna impari a conoscere il proprio corpo e a riconoscere eventuali alterazioni, ma non può bastare. In primo luogo perché la maggior parte dei noduli palpabili si rivela benigna; in secondo luogo perché, in caso di un tumore maligno, al momento della palpazione potrebbe trovarsi già in uno stadio avanzato. Cosa vuol dire allora prevenire e qual è il vero messaggio della campagna Ottobre Rosa? È quello di sensibilizzare ogni donna a effettuare un esame diagnostico annuale accompagnato da una visita senologica specialistica e il consiglio è identico per le donne che abbiano effettuato interventi di mastoplastica”, conclude Riggio.
Prevenzione senologica, gli esami raccomandati in base all’età
Sulla base delle raccomandazioni scientifiche del Ministero della Salute, dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e della Fondazione Umberto Veronesi, il percorso di prevenzione senologica prevede controlli differenziati in base all’età e alla presenza di eventuali fattori di rischio.
Tra i 20 e i 30 anni è consigliata l’autopalpazione mensile, per acquisire familiarità con il proprio corpo e individuare eventuali cambiamenti strutturali. In assenza di familiarità o sintomi, gli esami strumentali non sono previsti di routine. Tra i 30 e i 40 anni, all’autopalpazione si raccomanda di affiancare una visita senologica annuale integrata da un’ecografia mammaria. L’ecografia è indicata come esame d’elezione per le donne sotto i 40 anni, fascia in cui il tessuto mammario è generalmente più denso e quindi meno facilmente interpretabile attraverso la radiografia, mentre l’incidenza del tumore è inferiore.
Dai 40 anni in poi è raccomandata la mammografia a intervalli regolari, annuali o biennali, che rappresenta il pilastro dello screening mammografico. L’esame può essere integrato con un’ecografia mammaria in presenza di seni densi e con una visita senologica. Tra i 50 e i 69-74 anni, fase indicata come quella a massimo rischio, è fondamentale aderire ai programmi di screening mammografico gratuito offerti dal Servizio sanitario nazionale, generalmente con cadenza biennale.
In presenza di un’elevata familiarità o di mutazioni genetiche, come quelle dei geni BRCA1 e BRCA2, il protocollo di prevenzione deve invece essere personalizzato. I controlli possono essere avviati già a partire dai 25 anni oppure, in alternativa, dieci anni prima rispetto all’età in cui è insorto il tumore nel parente più giovane.
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L’esito arriverà il 25 febbraio: la camera di consiglio deciderà se accogliere o rigettare l’opposizione all’archiviazione richiesta dalla procura di Roma. In quei giorni sarà da poco trascorso il sesto anniversario del triplice omicidio nella Repubblica demo…
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L’esito arriverà il 25 febbraio: la camera di consiglio deciderà se accogliere o rigettare l’opposizione all’archiviazione richiesta dalla procura di Roma. In quei giorni sarà da poco trascorso il sesto anniversario del triplice omicidio nella Repubblica democratica del Congo che, il 22 febbraio 2021, costò la vita all’ambasciatore Luca Attanasio, al carabiniere scelto Vittorio Iacovacci e all’autista del WFP Mustapha Milambo. Nei giorni scorsi, l’avvocato dei genitori dell’ambasciatore, Rocco Curcio, ha depositato la domanda di opposizione all’archiviazione del procedimento per l’uccisione dei due italiani nei pressi di Goma. Archiviazione richiesta lo scorso settembre dal pm Sergio Colaiocco per il secondo filone d’inchiesta aperto contro ignoti per terrorismo. Un primo filone era stato già definitivamente archiviato per difetto di giurisdizione. In quel caso, i due indagati erano i due funzionari del World Food Programme (Pam) responsabili dell’organizzazione del viaggio, Rocco Leone e Mansour Rwagaza, accusati di omicidio colposo ma protetti da immunità funzionale e dunque non processabili.
L’avvocato Curcio ha depositato un corposo atto di opposizione con memoria allegata: 90 pagine in cui argomenta nel dettaglio le ragioni per cui non si dovrebbe archiviare il procedimento. “La nostra opposizione – dichiara a Ilfattoquotidiano.it – non nasce dalla volontà di contrapporre una nostra verità precostituita a quella prospettata dalla Procura di Roma. Nasce piuttosto dalla domanda se è possibile considerare completa un’indagine sull’uccisione del nostro ambasciatore senza avere approfondito se qualcuno potesse avere interesse a ucciderlo o intimidirlo proprio per la funzione che esercitava”. Si apprende così che la Procura di Roma “valorizza la ricostruzione di un agguato a scopo estorsivo e ritiene che le ipotesi alternative da noi prospettate non abbiano trovato riscontri sufficienti. Ma il problema che poniamo al giudice è a monte: sono state effettivamente svolte tutte le indagini pertinenti e rilevanti per verificare quelle ipotesi?”.
Una domanda che sottintende lacune e omissioni nelle indagini. Il primo punto evidenziato dall’avvocato Curcio riguarda il movente: Luca Attanasio rappresentava lo Stato italiano in una delle aree geopoliticamente più complesse del continente africano, attraversata da conflitti armati, interessi economici e competizioni strategiche. “Riteniamo che non sia stata adeguatamente approfondita la possibile relazione tra la sua attività diplomatica, gli interessi nazionali italiani nella Repubblica Democratica del Congo e l’eventuale esistenza di soggetti che potessero avere interesse a condizionare, ostacolare o interrompere la sua azione”, spiega. E prosegue: “Riteniamo che questo tema debba essere investigato attraverso l’acquisizione di documenti istituzionali, informazioni diplomatiche e riscontri oggettivi sulle attività e sulle interlocuzioni dell’Ambasciatore”. Cosa che dunque non sarebbe stata fatta in modo esaustivo.
Il secondo punto riguarda la dinamica dell’omicidio: “Nell’opposizione abbiamo richiamato una consulenza balistica dell’ingegner Cristian Bettin che solleva interrogativi rispetto alla ricostruzione del RIS, in particolare sulla posizione delle vittime al momento degli spari e sulla provenienza dei colpi. Secondo l’esperto, alcune risultanze sarebbero compatibili con l’ipotesi che Attanasio e Iacovacci fossero in piedi e visibili agli aggressori.” La perizia balistica metterebbe dunque in discussione la ricostruzione fin qui nota dei fatti.
Il terzo punto riguarda le fonti investigative. La difesa aveva indicato dichiarazioni e materiali provenienti in particolare da tre fonti a vario titolo a conoscenza diretta dei fatti che tuttavia non sono mai state sentite. “Abbiamo chiesto che le loro testimonianze fossero acquisite e verificate attraverso riscontri autonomi”. La difesa ha inoltre sollecitato l’acquisizione della documentazione a suo tempo redatta dal panel delle Nazioni Unite, comprese le audizioni e i materiali documentali richiamati, in maniera da poterne esaminare l’attendibilità in modo indipendente.
Il quarto punto riguarda la preparazione della missione e la circolazione delle informazioni: “Chi conosceva l’itinerario del convoglio? Chi era informato della presenza dell’Ambasciatore? Nel caso, si tratterebbe di attività di spionaggio esercitata ai danni del nostro Paese. E ancora, erano state effettuate valutazioni del rischio? Perché non furono adottate determinate misure di sicurezza? Sono interrogativi che impongono di ricostruire integralmente i flussi comunicativi tra le strutture italiane e quelle internazionali coinvolte nella missione”. E anche questo aspetto è lacunoso nelle indagini fin qui svolte, anche per la mancata collaborazione delle autorità italiane e onusiane.
Il quinto punto riguarda alcune lampanti anomalie documentali e digitali. “Abbiamo indicato la mancata acquisizione di un computer, questioni relative alla conservazione e all’esame di dispositivi elettronici e comunicazioni telefoniche che, a nostro giudizio, meritano ulteriori approfondimenti. Nessuno di questi elementi dimostra, isolatamente, l’esistenza di responsabilità occulte. Ma ciascuno pone questioni specifiche che devono essere verificate”.
In buona sostanza: al di là di considerazioni geopolitiche o ricostruzioni alternative, quello che la difesa di Salvatore e Alida Attanasio evidenzia è che il lavoro di indagine fin qui svolto è stato carente, mancano documenti da acquisire, persone da ascoltare, accertamenti tecnici da svolgere e circostanze da sottoporre a verifica. “Noi chiediamo soltanto – conclude l’avvocato Curcio – che, prima di archiviare definitivamente il procedimento, venga compiuto ogni accertamento concretamente utile a chiarire non soltanto come siano stati uccisi Luca Attanasio, Vittorio Iacovacci e Mustapha Milambo, ma anche perché siano stati uccisi e se l’ambasciatore italiano fosse un obiettivo in quanto tale. È un interrogativo al quale riteniamo che lo Stato italiano debba cercare di dare una risposta giudiziariamente fondata”.
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Cuveglio, una serata dedicata alla prevenzione e alla cura del tumore al seno Luino Notizie
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Una serata dedicata alla prevenzione e alla cura del tumore al seno, ma anche all’ascolto, alla vicinanza e al sostegno delle donne che affrontano ogni giorno la malattia. È questo l’obiettivo dell’incontro organizzato dal Comune di Cuveglio nell’ambito delle iniziative del Mese Rosa, in programma venerdì 16 ottobre, alle ore 18.30, presso la Sala Polivalente di piazza del Municipio.
L’appuntamento, dal titolo «Prevenzione e cura del cancro al seno», vuole offrire alla cittadinanza un’occasione di approfondimento medico-scientifico, coinvolgendo professionisti della sanità, ricercatori, psicologi e rappresentanti delle associazioni impegnate quotidianamente nell’assistenza alle pazienti oncologiche.
Al centro dell’iniziativa ci saranno soprattutto le donne che stanno affrontando o hanno affrontato un tumore al seno, con l’intenzione di promuovere una maggiore conoscenza della malattia e delle possibilità di prevenzione, cura e accompagnamento durante il percorso terapeutico.
Ad approfondire questi temi sarà un gruppo di cinque specialisti. Interverrà la professoressa Francesca Rovera, presidente della Scuola di Medicina dell’Università degli Studi dell’Insubria e direttore della Breast Unit di ASST Sette Laghi, insieme alla professoressa Eugenia Trotti, docente di Psicologia Clinica dell’Università dell’Insubria e coordinatrice del direttivo della Società Italiana di Psico-Oncologia per Lombardia e Friuli Venezia Giulia.
Tra i relatori anche la dottoressa Anna Maria Grande, fisiatra della Breast Unit di ASST Sette Laghi e responsabile della UOS RRF di Varese, e la professoressa Christel Galvani, responsabile del Laboratorio di Scienze dell’Esercizio Fisico e dello Sport e del progetto di ricerca ERICE dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Completerà il gruppo degli interventi il dottor Paolo Cardoso, psicologo e psicoterapeuta.
La serata permetterà quindi di affrontare il tema del tumore al seno attraverso diverse competenze professionali, dalla medicina alla riabilitazione, dall’attività fisica al sostegno psicologico, offrendo una visione articolata dei bisogni delle pazienti e dell’importanza di un percorso di cura multidisciplinare.
Un ruolo significativo sarà affidato anche alle otto associazioni che operano a sostegno delle donne e dei pazienti oncologici. Parteciperanno Varese per l’Oncologia ODV, presieduta da Nicoletta Caverzasio Ferloni, LILT Varese, guidata da Ivanoe Pellerin, e LILT – Delegazione Valcuvia, con la presidente Maria Luisa Bragutti.
Saranno inoltre presenti A.M.O.R., presieduta da Sabrina Consiglio, ANDOS Varese, con la presidente Paola Molinari, ANDOS Ispra, rappresentata da Davide Pellerin e Alessandra Bondafini, C.A.O.S. – Centro Ascolto Operate al Seno, presieduto da Adele Patrini, e A.V.O. – Associazione Volontari Ospedalieri, guidata da Cristina Birago.
All’incontro prenderà parte anche un gruppo delle Pink Ambassador della Fondazione Umberto e Paolo Veronesi, a testimonianza dell’importanza della sensibilizzazione e della condivisione delle esperienze legate alla malattia.
Per l’occasione sono stati invitati anche i medici di medicina generale, le associazioni del territorio e il personale sanitario e infermieristico degli ospedali di Varese, Luino, Angera, Tradate e Cittiglio, con l’obiettivo di coinvolgere le diverse figure professionali che quotidianamente assistono i pazienti oncologici.
L’iniziativa è promossa dall’Amministrazione comunale di Cuveglio con il patrocinio della Comunità Montana Valli del Verbano, della Provincia di Varese, di ASST Sette Laghi e di ATS Insubria. La partecipazione è aperta non soltanto alle donne, ma a tutta la cittadinanza, per favorire una maggiore consapevolezza sull’importanza della prevenzione e del sostegno alle persone colpite dalla malattia.
L’ingresso è libero e, al termine dell’incontro, sarà offerto un piccolo rinfresco a tutti i partecipanti. Per ulteriori informazioni è possibile rivolgersi al Comune di Cuveglio.
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Tumore al seno, all'Istituto Pascale la radioterapia si fa in un giorno ANSA
Redazione AnsaNAPOLI - Ottobre 13,2026 - News (ANSA) - NAPOLI, 13 OTT - Cinque sedute di radioterapia concentrate in una sola giornata. Meno viaggi in ospedale, meno tempo sottratto alla vita quotidiana e un percorso di cura potenzialmente più leggero per le donne che affrontano un tumore al seno.È questa la novità che arriva dal Pascale di Napoli, dove il GammaPod, il sistema di radioterapia stereotassica dedicato alla mammella, apre la strada a trattamenti in singola seduta per pazienti selezionate. L'Istituto dei tumori napoletano, si legge in una nota, è l'unico centro in Italia, insieme con il presidio ospedaliero universitario di Udine, dotato di questa tecnologia attualmente operativa.L'arrivo del macchinario era già stato annunciato quattro mesi fa. Ora, però, il focus si sposta: non più soltanto una tecnologia all'avanguardia, ma la possibilità di ridurre drasticamente i tempi del trattamento. Un cambiamento che potrebbe incidere sulla vita concreta delle pazienti, evitando la necessità di tornare in ospedale per più appuntamenti e rendendo il percorso terapeutico meno impegnativo. "Il principio - spiega Vincenzo Ravo, direttore della Struttura Complessa di Radioterapia - è quello della massima precisione. GammaPod è progettato specificamente per il trattamento della mammella e utilizza un sistema di immobilizzazione dedicato e fasci di radiazioni altamente mirati. L'obiettivo è concentrare il trattamento in tempi più brevi, limitando gli accessi ospedalieri. La singola seduta, tuttavia, non è indicata per tutte: la possibilità di utilizzarla dipende dalle caratteristiche della malattia e dalla valutazione degli specialisti"."Il GammaPod - dice Michelino De Laurentiis, direttore dell'Oncologia senologica dell'Istituto e protagonista di numerosi studi clinici italiani ed europei sulle terapie contro il tumore della mammella - apre prospettive molto interessanti per il futuro della radioterapia del tumore della mammella, perché ci consente di esplorare modalità di trattamento sempre più precise e personalizzate, con un'attenzione concreta anche alla qualità di vita delle pazienti". (ANSA).
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Ricostruzione mammaria dopo un tumore, oggi si può recuperare anche la sensibilità. Le nuove frontiere della chirurgia insalutenews.it
Il 21 ottobre, in occasione della giornata per la consapevolezza della ricostruzione mammaria, la Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva-rigenerativa ed Estetica (SICPRE) e l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) uniscono le forze in un evento informativo gratuito rivolto alle donne. Il messaggio è sintetizzato nel titolo: dopo un tumore, il recupero dell’integrità corporea, del benessere e della normalità può essere un obiettivo molto vicino
Milano, 13 ottobre 2026 – Ricevere una diagnosi di tumore della mammella non significa necessariamente dover affrontare, oltre alla malattia, anche un lungo percorso chirurgico per ritrovare l’integrità corporea. Se la malattia e le condizioni cliniche della donna lo consentono, infatti, la ricostruzione mammaria avviene contestualmente all’intervento oncologico. La paziente entra in sala operatoria con un tumore ed esce con il seno già ricostruito, senza vivere il trauma della mutilazione e il disagio di un secondo intervento.
È questo il significato di “Ritornare prima come prima”, tema scelto per l’edizione 2026 del Breast Reconstruction Awareness Day, BRA Day, la giornata internazionale per la consapevolezza della ricostruzione mammaria. Quest’anno l’appuntamento accende i riflettori non solo sulle possibilità di ricostruzione, ma anche sull’evoluzione delle tecniche chirurgiche e sulla qualità di vita delle donne dopo il tumore.
Il BRA Day infatti non è solo una ricorrenza: è un evento informativo aperto a tutte le donne, promosso quest’anno da SICPRE Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva-rigenerativa ed Estetica e IEO Istituto Europeo di Oncologia IRCCS
L’appuntamento è per il 21 ottobre alle ore 17.00 a Milano – dove l’incontro sarà ospitato da KPMG presso la sua sede Via G. Battista Pirelli 38 – o in diretta streaming sulla pagina Facebook ufficiale dell’Istituto Europeo di Oncologia. Durante l’incontro sarà possibile ascoltare e commentare le parole di medici specialisti, associazioni e pazienti.
Più sensibilità e meno rischi di sviluppare il linfedema, le ultime novità della ricostruzione mammaria
Prof. Paolo Veronesi
La ricostruzione immediata oggi è parte integrante del percorso di cura del tumore al seno ed è sempre più frequente grazie alle campagne di screening, alla consapevolezza delle donne e a strumenti diagnostici che permettono di rilevare precocemente il tumore alla mammella, quando è “piccolo”, e a procedure ricostruttive sempre più sofisticate.
“Con la microchirurgia – spiega Francesca De Lorenzi, coordinatrice del BRA Day SICPRE e direttore Unità di Innovazione Sviluppo e Organizzazione dello IEO – è possibile ripristinare non solo il volume e la forma del seno, ma anche preservarne la sensibilità. Grazie alle tecniche di neurotizzazione, infatti, si suturano anche i nervi periferici, permettendo alla donna di sentire il proprio corpo come prima dell’intervento”.
L’approccio sempre più conservativo alla chirurgia oncologica ha anche reso meno frequente la biopsia del linfonodo sentinella e la dissezione ascellare. Di conseguenza è meno probabile la possibilità di sviluppare il linfedema, cioè il ristagno di linfa che aumenta il volume del braccio e dell’avambraccio, limitando i movimenti e causando disagi, fragilità cutanea e spesso infezioni.
“Ritornare prima come prima – dice ancora De Lorenzi – permette alla donna di essere presente in famiglia, sul lavoro, nella vita. E soprattutto le fa vivere una minore sofferenza. È questo il vantaggio più grande”.
“Ripristinare l’integrità corporea dopo un intervento al seno non è una questione puramente estetica, ma un passo importante nel processo di guarigione per la maggior parte delle pazienti. Non dimentichiamo che la mammella è un organo speciale perché è simbolo di sensualità e maternità e dunque dell’identità della donna. Riappropriarsi della propria femminilità e piacere a sé stesse dopo la sala operatoria è una grande opportunità che oggi offre la chirurgia ricostruttiva per superare la malattia” aggiunge Paolo Veronesi, Direttore del Programma Senologia IEO.
L’obiettivo della ricostruzione immediata è quindi sempre più ampio: non soltanto ricostruire l’integrità corporea, ma contribuire a restituire alla donna identità e benessere a 360 gradi.
Proprio in questo senso si sviluppa il ruolo delle Breast Unit, i centri multidisciplinari istituiti dalla Conferenza Stato-Regioni oltre 10 anni fa, per garantire alle donne con tumore del seno – il più diffuso nella popolazione femminile, con 53.686 nuovi casi nel 2024 (dati AIOM 2025) – la possibilità di affrontare in un unico luogo tutto il percorso di cura, grazie alla presenza di oncologi, radioterapisti, chirurghi plastici, psicologi, fisioterapisti e altre figure professionali.
Dal 1° agosto 2023 al 31 dicembre 2025, 27.230 interventi ricostruttivi post-oncologici con protesi mammarie
Il Registro Nazionale degli Impianti Protesici Mammari del Ministero della Sanità fornisce i numeri precisi degli interventi chirurgici che prevedono l’impianto di una protesi mammaria. Tra il 1° agosto 2023 e il 31 dicembre 2025 in Italia sono stati effettuati 68.776 interventi con protesi mammarie. Il 55,7%, pari a circa 38.300 interventi, ha avuto finalità ricostruttive, categoria che comprende le procedure dopo tumore, ma anche la correzione di gravi anomalie della mammella e del torace.
In base ai dati raccolti dal Registro, nel periodo indicato il 71,1% degli interventi ricostruttivi con protesi è stato effettuato in seguito a tumore del seno, per un totale di circa 27.230 operazioni, avvenute prevalentemente dopo mastectomia con risparmio di cute e capezzolo. In presenza di un tumore del seno, nel 92% dei casi la protesi è stata impiantata simultaneamente all’ intervento demolitivo: un dato che riflette l’efficacia degli screening e l’aumento di diagnosi precoci che favoriscono interventi conservativi e una ricostruzione mammaria in un unico tempo.
La corretta informazione è la prima “cura”
“Il primo scopo del BRA Day – dice Pietro Berrino, presidente della SICPRE – è quello di informare e rassicurare le donne: la ricostruzione mammaria comprende diverse tecniche, completamente personalizzate caso per caso. Protesi, espansori, trapianto di grasso e lembi di cute e muscolo prelevati dalla paziente stessa possono dare oggi risultati estremamente positivi, anche sovrapponibili a quelli della chirurgia estetica”. Nel nostro Paese, l’intervento di ricostruzione mammaria è a carico del Servizio Sanitario Nazionale.
“IEO aderisce al BRA Day sin dalla prima edizione ed è ogni anno un appuntamento molto partecipato perché la ricostruzione del seno è un tema cruciale per la quasi totalità delle pazienti con tumore al seno. Per questo ci impegniamo a trasmettere il messaggio che si può guarire senza mutilazioni e si può tornare alla vita di prima stando bene con sé stesse e il proprio corpo. Devono sapere che oggi disponiamo di tecniche ricostruttive sempre meno invasive e che siamo costantemente alla ricerca di nuove metodiche e nuovi materiali per personalizzare gli interventi donna per donna” dichiara Mario Rietjens, Direttore della Chirurgia Plastica IEO.
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Criteri Critici
La terapia mirata offre una nuova speranza alle persone affette da asma grave. Vietnam.vn
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L'asma è una malattia respiratoria cronica che può influenzare significativamente la vita quotidiana, il lavoro e la qualità della vita. Per chi soffre di asma grave, il controllo della malattia diventa ancora più difficile, poiché i sintomi persistono, le riacutizzazioni possono verificarsi inaspettatamente e i pazienti possono persino necessitare di ricoveri ospedalieri multipli. Secondo il professor Ngo Quy Chau, presidente della Società Vietnamita di Pneumologia, si stima che circa il 3,23% della popolazione vietnamita soffra di asma, di cui il 7-11% affetto da asma grave. Sebbene questo gruppo di pazienti non rappresenti una percentuale elevata, ne subisce numerose conseguenze per la salute e costituisce un onere significativo per le loro famiglie e per il sistema sanitario . Il professor Ngo Quy Chau, presidente della Società vietnamita di pneumologia, ha condiviso le sue riflessioni sullo stato attuale dell'asma.
In particolare, si stima che l'asma grave rappresenti oltre il 70% dei costi totali per il trattamento dell'asma. Questo costo riflette le difficoltà nel controllare la malattia, soprattutto nei casi con frequenti riacutizzazioni o che richiedono un trattamento intensivo. Secondo gli esperti, sensibilizzare l'opinione pubblica, identificare precocemente le caratteristiche della malattia e scegliere metodi di trattamento appropriati sono fattori cruciali per migliorare l'efficacia della gestione dell'asma grave. Per aggiornare i partecipanti sui progressi scientifici nel campo della medicina respiratoria, GSK Vietnam, in collaborazione con la Società Respiratoria Vietnamita, ha organizzato un seminario scientifico sul tema "Targeting dell'IL-5: tendenze nel trattamento dell'asma grave". Il programma ha visto la partecipazione di esperti in pneumologia, allergologia e immunologia, con particolare attenzione alla patogenesi, al ruolo dell'infiammazione di tipo 2 e ai nuovi approcci alla gestione della malattia.
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La professoressa associata Phan Thu Phuong, direttrice dell'Istituto di Medicina Respiratoria (Ospedale Bach Mai), ha affermato che nell'ultimo decennio molti paesi hanno accumulato esperienza nell'applicazione di terapie mirate per i pazienti affetti da asma grave. I medici dell'ospedale Bach Mai curano i pazienti presso il Centro Clinico di Allergologia e Immunologia. Con il progresso della medicina, la comprensione dei meccanismi biologici dell'asma si è ampliata. In particolare, l'infiammazione di tipo 2 e l'interleuchina-5 (IL-5) sono aree di notevole interesse per la comunità scientifica, soprattutto in relazione all'infiammazione eosinofila in alcuni gruppi di pazienti.
Questa comprensione fornisce ai medici una base migliore per determinare il fenotipo della malattia, valutare le caratteristiche infiammatorie e considerare i metodi di trattamento più appropriati per ogni singolo paziente. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla gestione dei sintomi, un approccio basato sulla patogenesi mira a un controllo della malattia più completo e a lungo termine. La terapia mirata ha l'obiettivo di raggiungere traguardi a lungo termine. Secondo il professor associato Le Thuong Vu, primario del reparto di pneumologia presso il Centro medico universitario di Ho Chi Minh City, una comprensione più approfondita della patogenesi sta guidando la tendenza verso un trattamento individualizzato dell'asma.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Epatocarcinoma avanzato, con l'immunoterapia STRIDE il 17% dei pazienti è vivo a 6 anni Associazione EpaC
Epatocarcinoma avanzato, con l'immunoterapia STRIDE il 17% dei pazienti è vivo a 6 anni
Il tumore del fegato è una delle neoplasie più difficili da trattare. È “silenzioso” e manifesta sintomi quando è già in fase avanzata. La maggior parte dei tumori del fegato è costituita dall’epatocarcinoma (HCC), che ha origine dagli epatociti. E nel 90% dei pazienti la malattia si sviluppa in un fegato cirrotico. La gestione di due gravi patologie concomitanti richiede terapie efficaci e tollerabili, che non peggiorino la funzionalità epatica residua.
Un regime immunoterapico, STRIDE, costituito da una singola dose di tremelimumab con durvalumab seguita da durvalumab in monoterapia, è in grado di offrire una “spinta” alla risposta immunitaria. Questo innovativo approccio di “priming immunitario” ha evidenziato risultati a lungo termine nel trattamento di prima linea di pazienti con epatocarcinoma avanzato non resecabile, stabilendo nuovi parametri di riferimento: un paziente su 6 è vivo a sei anni. E, per la prima volta dopo due decenni, può cambiare il paradigma di cura anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio.
STRIDE, in combinazione con lenvatinib e chemioembolizzazione transarteriosa (TACE), ha infatti ridotto del 30% il rischio di progressione di malattia. Le nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato sono approfondite in un media tutorial oggi a Milano, promosso da AstraZeneca.
“Nello studio HIMALAYA, che ha coinvolto quasi 1.200 pazienti con epatocarcinoma avanzato o non resecabile, il regime STRIDE ha consentito di ottenere una sopravvivenza a 5 anni del 19,6%, come pubblicato su ‘Journal of Hepatology’. La sopravvivenza a 6 anni ha raggiunto il 17,1%, un dato mai riportato prima in uno studio di fase 3 in questo stadio di malattia – spiega Lorenza Rimassa, Professore Associato di Oncologia Medica all’Humanitas University e Responsabile dell’UO di Oncologia Epatobiliopancreatica all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, Milano -. Si tratta di una percentuale doppia rispetto a sorafenib, standard di cura al momento dell’avvio dello studio. La qualità di vita è stata salvaguardata, con un buon profilo di tollerabilità, molto importante per pazienti fragili, perché molto spesso sono colpiti anche da cirrosi e richiedono terapie a lungo termine”.
AIFA, a febbraio 2024, ha approvato la rimborsabilità del regime STRIDE in prima linea nell’epatocarcinoma avanzato o non resecabile. “Lo studio internazionale DT-Real – continua la Prof.ssa Rimassa – ha convalidato la solida efficacia di STRIDE nella pratica clinica quotidiana, con una sopravvivenza globale mediana di 23 mesi. Anche il profilo di sicurezza era paragonabile. Un’ulteriore conferma della riproducibilità della robusta efficacia di STRIDE nel ‘mondo reale’ viene dallo studio LOR-HCC, un’analisi retrospettiva di dati da 12 centri in Lombardia”.
“Inoltre, i dati dello studio SIERRA – spiega la Prof.ssa Rimassa - supportano la fattibilità e gestibilità del regime STRIDE anche in pazienti con epatocarcinoma e caratteristiche prognostiche sfavorevoli, una popolazione generalmente sottorappresentata negli studi registrativi e con un rilevante bisogno clinico insoddisfatto. Il profilo di sicurezza complessivo è stato considerato gestibile, nonostante la complessità clinica della popolazione arruolata”.
Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 12.600 nuovi casi di tumore del fegato. “È un organo che si ammala in modo ‘silenzioso’ – afferma Fabio Piscaglia, Professore Ordinario di Medicina Interna all’Università di Bologna e Direttore della Medicina Interna, Malattie epatobiliari e Immunoallergologiche dell’IRCCS-AOU di Bologna -. L’infiammazione protratta nel tempo determina un danno che si manifesta solo dopo decenni ma, quando appare, di solito è irreversibile. Per questo è fondamentale identificare subito la causa dell’infiammazione, prima che vi sia una compromissione della funzione epatica.
I principali fattori di rischio dell’epatocarcinoma sono costituiti dalle infezioni da virus dell’epatite B e C, sindrome metabolica, abuso di alcol, malattie genetiche e autoimmuni”. “L’epatocarcinoma presenta elementi peculiari che lo distinguono dalla maggior parte dei tumori solidi, pertanto la sua gestione è estremamente complessa – continua il Prof. Piscaglia -. Innanzitutto, la prognosi dipende non solo dallo stadio del tumore, ma anche dalla funzione epatica residua.
La presenza e la severità della cirrosi condizionano la scelta terapeutica. Inoltre, i trattamenti per la cirrosi epatica sottostante giocano un ruolo non secondario nella prognosi. Infine, la disponibilità di numerose terapie, che trovano indicazione in differenti momenti evolutivi della neoplasia e che sono di competenza di specialisti diversi, rende indispensabile la discussione in ambito multidisciplinare, che comprenda competenze epatologiche, chirurgiche, oncologiche, radiologiche, ma anche diabetologiche e trapiantologiche”.
“Circa il 30% dei pazienti con epatocarcinoma è eleggibile per l’embolizzazione transarteriosa – sottolinea Irene Bargellini, Professore Associato di Radiodiagnostica, Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Università di Torino -. La chemioembolizzazione transarteriosa è una procedura di radiologia interventistica utilizzata nel trattamento dell’epatocarcinoma, in particolare nei pazienti non candidabili a chirurgia o ablazione percutanea e in stadio intermedio.
L’efficacia locale del trattamento è elevata, con percentuali di controllo di malattia che possono superare l’80%, dopo uno o due cicli. Tuttavia si assiste frequentemente a una ripresa locale di malattia, pari a circa il 50% in un anno, o alla comparsa di nuove lesioni. Inoltre, le procedure TACE ripetute rischiano di compromettere la funzionalità epatica. Pertanto, la ricerca si sta concentrando sulla possibilità di potenziare l’efficacia della TACE attraverso la combinazione con altri trattamenti, tra cui la duplice immunoterapia”.
“Il regime STRIDE – spiega Sherrie Bhoori, epatologa, Unità di Chirurgia Oncologica (epato-gastro-pancreatica) e Trapianto di Fegato diretta dal Prof. Vincenzo Mazzaferro alla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano - ha dimostrato risultati significativi anche nei pazienti con epatocarcinoma in stadio intermedio, cioè con malattia limitata al fegato, non resecabile e candidata a chemioembolizzazione, che rappresenta da più di 20 anni lo standard di terapia per questi pazienti. Nello studio EMERALD-3, la combinazione di STRIDE, lenvatinib e TACE ha determinato una riduzione del 30% del rischio di progressione di malattia.
Risultati che indicano le potenzialità per diventare il nuovo standard di cura, soprattutto nei pazienti con potenziali prospettive curative come chirurgia o trapianto”. “Grazie a questo approccio innovativo – continua la dott.ssa Bhoori -, si possono riaprire opzioni terapeutiche inizialmente escluse, rendendo disponibili trattamenti curativi, come la resezione e il trapianto di fegato. La chirurgia del fegato deve essere eseguita in centri di riferimento, dove ogni caso viene discusso in maniera collegiale da un team multidisciplinare. L’epatocarcinoma rappresenta oggi in Italia una delle prevalenti indicazioni al trapianto di fegato ed è ipotizzabile che il numero possa aumentare in relazione alle prospettive offerte dalla nuova combinazione nello stadio intermedio”.
“Il paziente colpito da patologie croniche, come le epatopatie, segue un percorso che parte dalla medicina generale, transita dagli specialisti, per poi tornare al territorio – afferma Ignazio Grattagliano, Vice Presidente SIMG (Società Italiana di Medicina Generale) -. I percorsi clinico-assistenziali regionali prevedono un coinvolgimento attivo del medico di famiglia sin dalle fasi iniziali della diagnosi di epatocarcinoma e lungo tutto il percorso terapeutico. Solo l’identificazione precoce delle persone a rischio, cioè con epatopatia cronica avanzata, e la loro attenta sorveglianza con ecografia semestrale consentono una diagnosi tempestiva della neoplasia, cioè in una fase iniziale suscettibile di terapie radicali, come la resezione epatica e il trapianto di fegato.
La comunicazione tra ospedale e territorio, talvolta, è insufficiente. Strumenti tecnologici e piattaforme digitali sempre più integrate possono facilitare lo scambio di informazioni, migliorando il coordinamento tra i diversi attori coinvolti. Allo stesso tempo il confronto tra medico di famiglia e specialista in programmi formativi comuni e la comunicazione efficace basata su messaggi chiari e specifici possono essere la chiave di volta per superare criticità organizzative e gestionali”.
“Il fattore di rischio destinato a diventare preponderante per l’epatocarcinoma nei Paesi occidentali è la MASLD, condizione epatosteatosica correlata alla sindrome metabolica, problema in rapida crescita, in genere legata a sovrappeso, obesità e diabete - conclude Paola Pantanetti, Responsabile Diabetologia AST Fermo -. Le ricerche condotte negli ultimi anni hanno evidenziato il ruolo della resistenza all’azione dell’insulina indotta dal sovrappeso e dall’obesità quale fattore rilevante di aumentato rischio oncologico. La presenza di diabete di tipo 2 può triplicare la probabilità di sviluppare l’epatocarcinoma.
È importante curare non solo il fegato, ma anche le comorbidità presenti, come diabete e dislipidemia. Il primo step del percorso di cura, quindi, è controllare i fattori dismetabolici. Per questo, va ampliato l’accesso nei centri diabetologici al fibroscan, l’esame che consente di valutare la presenza e il grado di fibrosi epatica. In questo modo è possibile effettuare una stratificazione del rischio, prima dell’invio allo specialista epatologo”.
Fonte: pharmastar.it
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Radioterapia e nuovi farmaci, a Firenze la Consensus internazionale per guidare l'integrazione Doctor33
Una linea guida ufficiale che consenta a qualsiasi medico di unire in sicurezza il trattamento farmacologico alla radioterapia. Con questa la finalità si è aperta a Firenze la seconda Consensus internazionale multidisciplinare sull'integrazione dei trattamenti. La due giorni, promossa e coordinata da un team di radio-oncologi dell’Azienda ospedaliero universitaria (Aou) Careggi e dai membri della Fondazione radioterapia oncologica (Fro), raccoglierà una serie di risultati che verranno pubblicati in un documento ufficiale e successivo. Diverse le questioni poste sui tavoli, divisi in base alla localizzazione del tumore (mammella, prostata e rene, testa-collo): si va dalla sicurezza delle terapie farmacologiche alle interazioni fino agli effettivi benefici. “Attraverso un'analisi così dettagliata sarà possibile definire con precisione i relativi livelli di evidenza: quanto più solida e certa risulterà l'evidenza scientifica, tanto più facilmente queste combinazioni terapeutiche potranno essere integrate nella pratica clinica quotidiana di tutti i medici”, spiega Lorenzo Livi, direttore SOD Radioterapia Oncologica dell’Aou Careggi e professore ordinario di Radioterapia Oncologica all'Università degli Studi di Firenze.
Uniformare l’approccio
Il confronto fra gli esperti italiani e stranieri, ma anche con le associazioni, quali Europa donna e Breast cancer now, giunge dopo un anno di lavoro preparatorio. “In uno scenario in cui i pazienti oncologici hanno oggi a disposizione una pluralità di opzioni farmacologiche e importanti innovazioni nei trattamenti locali e radioterapici, il confronto multidisciplinare diventa fondamentale per ottimizzare e uniformare le scelte terapeutiche”, afferma Massimo Di Maio, presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). “Uniformare l'approccio significa anche confrontarsi su temi che difficilmente costituiscono il quesito specifico di uno studio clinico, come l'integrazione di più modalità di trattamento, che risultano cruciali nella gestione quotidiana. La conferenza quindi affronta quelle decisioni cliniche e quelle problematiche legate all'integrazione dei trattamenti che altrimenti rischierebbero di non essere discusse in modo sistematico”.
La corretta combinazione
Negli ultimi vent'anni il numero di farmaci disponibili è aumentato. “Il ritmo rapido con cui queste terapie vengono introdotte sul mercato però non concede agli scienziati il tempo necessario per valutarne la sicurezza, quando somministrate in combinazione con la radioterapia”, osserva Icro Meattini, direttore breast unit dell’Aou Careggi, coordinatore del tavolo dedicato al tumore alla mammella. Anche la radioterapia si è evoluta, grazie a nuove tecniche più precise ed efficaci che permettono sia di ridurre la tossicità sia di potenziare l'efficacia del trattamento. I vantaggi derivanti da un'integrazione sicura ed efficace tra radioterapia e terapia farmacologica sono molteplici: “oggi – continua Meattini – accade talvolta che un trattamento radioterapico venga omesso per il timore di un aumento degli effetti collaterali legati all'uso contemporaneo di un farmaco. Avere la certezza della sicurezza di questa associazione consente invece allo specialista di prescrivere la terapia in modo appropriato e di affiancarvi un trattamento ad intento curativo come la radioterapia moderna”.
Migliorare la qualità di vita delle pazienti
Oggi la sopravvivenza a cinque anni per le pazienti con diagnosi di tumore al seno supera abbondantemente l'80%. Non si tratta solo di sopravvivenza, ma anche di qualità della vita. “La chirurgia mantiene un ruolo fondamentale, ma è molto meno invasiva e si limita all'asportazione del tumore e alla stadiazione circoscritta dei linfonodi ascellari. Il secondo ambito che ha visto progressi straordinari è la radioterapia”, Philip Poortmans, Radiation Oncology department of Radiation Oncology, Iridium Netwerk ZAS Hospitals di Wilrijk-Antwerp (Belgio). “Ricordo i primi tempi, quando quasi tutte le pazienti soffrivano di effetti collaterali, come reazioni cutanee, problemi di deglutizione, difficoltà ad alimentarsi e, a distanza di tempo, fibrosi dei tessuti e alterazioni della pelle. Oggi la situazione è profondamente diversa: la grande maggioranza delle pazienti, al termine del percorso, riferisce di aver affrontato il trattamento senza particolari problemi, al più con il solo disagio di doversi recare in ospedale per le sedute. Inoltre, il ciclo di cura si è ridotto dalle 25-33 sedute di un tempo alle 5-15 attuali, alleggerendo notevolmente l'impatto complessivo e riducendo in modo significativo gli effetti collaterali, sia precoci sia tardivi”.
Nuovo ruolo per la radioterapia
Per quanto riguarda il rene, solo qualche decennio fa, si riteneva che la radioterapia non fosse efficace: non esistevano farmaci specifici e la sopravvivenza per i pazienti con malattia metastatica era inferiore a un anno. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato. “La svolta è arrivata dalla comprensione dei meccanismi biologici alla base della neoplasia, che non risponde alla classica chemioterapia. Di conseguenza, l'approccio terapeutico moderno esclude la chemioterapia per concentrarsi sull'immunoterapia e su farmaci mirati ad azione anti-angiogenica, capaci cioè di bloccare la formazione dei vasi sanguigni che nutrono il tumore. Anche le nuove tecnologie hanno trasformato il ruolo della radioterapia, rendendo possibile l'erogazione di dosi elevate di radiazioni su volumi estremamente circoscritti”, spiega Giulio Francolini, oncologo radioterapista del Sod radioterapia oncologica dell’Aou Careggi, coordinatore del tavolo dedicato al tumore del rene e della prostata. La sfida attuale risiede nell'integrazione sinergica tra i due trattamenti. “Poiché le opzioni farmacologiche per il tumore renale sono quantitativamente inferiori rispetto ad altre patologie come il tumore della mammella o della prostata, la combinazione con la radioterapia offre vantaggi strategici concreti. Ad esempio, nei casi in cui si verifica una minima progressione della malattia limitata a sole una o due sedi, la radioterapia consente di trattare miratamente tali lesioni, ritardando la necessità di sostituire il farmaco in uso e prolungandone l'efficacia”. Sul carcinoma renale, Francolini ha aggiunto che è appena partito uno studio dell’Airc, in cui sono coinvolti 30 centri italiani e arruolato pazienti con tumore renale primario. Il suo obiettivo è valutare se questi pazienti debbano essere sottoposti a intervento chirurgico o se la radioterapia possa essere un'alternativa valida, oppure se non sia necessario alcun intervento.
Buone prospettive nel carcinoma prostatico
Se diagnosticato in fase precoce, il tumore alla prostata è altamente curabile. Per questo motivo è fondamentale che ogni uomo sia consapevole del proprio livello di rischio. “Quando l'individuazione avviene tempestivamente, è spesso sufficiente un singolo trattamento per raggiungere la guarigione completa”, commenta Alison Tree, oncologa radioterapista del Royal Marsden Hospital di Londra.
La neoplasia però non viene sempre identificata nelle prime fasi. “In contesti più avanzati – precisa Tree – i risultati migliori si ottengono combinando la terapia locale, solitamente la radioterapia, con trattamenti farmacologici integrati. Negli ultimi anni si sono registrati straordinari progressi grazie all'introduzione di nuovi farmaci mirati contro il tumore prostatico, che agiscono in forte sinergia con la radioterapia. Queste nuove opzioni farmacologiche sono molto ben tollerate e consentono di mantenere la malattia sotto controllo per periodi di tempo significativamente più lunghi, spesso per molti anni”.
Aspettative dai nuovi farmaci
I tumori del distretto testa-collo, oggi al settimo posto tra le neoplasie più frequenti in Europa, colpiscono sedi anatomiche coinvolte nella fonazione e nella deglutizione e per questo incidono pesantemente sulla quotidianità e sui rapporti interpersonali. Nelle fasi precoci, la radioterapia viene usata come cura primaria alternativa alla chirurgia nel 35% mentre negli stadi localmente avanzati (circa il 60% delle diagnosi) viene invece somministrata da sola, affiancata alla chemioterapia per salvare l'organo o dopo la chirurgia a completamento del trattamento. Migliorare l'integrazione tra le tecniche radianti e le nuove terapie sistemiche è quindi un obiettivo strategico per tutti i medici oncologi. “L'opportunità davvero entusiasmante riguarda oggi ciò che la radioterapia compie sul tumore in modo che sia più visibile al sistema immunitario, potenziando la risposta tramite i trattamenti successivi”, osserva Kevin Harrington, honorary consultant clinical oncologist del Royal Marsden Nhs Foundation Trust e St. George’s Hospital di Londra. Nello specifico del cancro del testa-collo, sono stati introdotti farmaci che mirano alla malattia HPV-negativa. “Ci sono anche studi interessanti sui vaccini e su altri modi per ricondizionare essenzialmente, o come mi piace pensare, ‘scolpire’ il tumore per modificarne la forma, così che quando viene introdotta l'immunoterapia si ottengano i massimi benefici. Stiamo iniziando a vedere i primi risultati per questo tipo di approcci proprio ora, e credo che sia lì che avverranno i grandi progressi: farmaci che mirano al recettore del fattore di crescita epidermico (EGFR), anticorpi bispecifici e anticorpi farmaco-coniugati (ADC)”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumori: oncologa Rimassa, ‘risultati mai visti prima in epatocarcinoma con regime Stride’ Touchpoint News
“Lo studio di fase 3 (Himalaya) ha testato” il regime Stride, cioè “ la combinazione di immunoterapia con una singola dose priming di tremelimumab associata a durvalumab (un anti-Pd-L1), rispetto a sorafenib, che rappresentava lo standard di cura. Lo studio è risultato positivo: il regime Stride è oggi un’opzione standard di terapia di prima linea per i pazienti con epatocarcinoma avanzato non resecabile. I risultati di sopravvivenza a 5 anni”, con il 20% dei pazienti ancora vivo, “rappresentano un elemento del tutto nuovo e mai osservato prima nell’epatocarcinoma avanzato”. Così Lorenza Rimassa, professoressa di Oncologia medica, Humanitas University e responsabile Uo di Oncologia epatobiliopancreatica, Irccs Istituto clinico Humanitas, Rozzano (Mi), intervenendo al media tutorial sulle nuove frontiere del trattamento del tumore del fegato, organizzato a Milano da AstraZeneca.
NUOVE FRONTIERE PER LA CURA DEI TUMORI CEREBRALI: I VINCITORI DEI PREMI “GIOVANNI CELEGHIN” RACCONTANO I PROGRESSI DELLA RICERCA - Associazione Alumni Unipd
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NUOVE FRONTIERE PER LA CURA DEI TUMORI CEREBRALI: I VINCITORI DEI PREMI “GIOVANNI CELEGHIN” RACCONTANO I PROGRESSI DELLA RICERCA Associazione Alumni Unipd
13 Ottobre 2026 Associazione Alumni_admin
Antonio Rosa e Marta Maccari sono i vincitori dei Premi “Giovanni Celeghin”, riconoscimento dedicato alla ricerca sui tumori cerebrali.
Dallo studio della diffusione dei gliomi alle nuove strategie di immunoterapia per il glioblastoma, le loro tesi affrontano due frontiere della ricerca oncologica, con l’obiettivo di contribuire allo sviluppo di terapie sempre più efficaci e personalizzate.
In questa intervista raccontano le loro ricerche, le esperienze che hanno orientato il loro percorso e il ruolo dell’Università di Padova nella loro formazione, guardando anche alle prospettive future tra ricerca e attività clinica.
Qual è la domanda di ricerca da cui è nata la vostra tesi e perché avete scelto di approfondire proprio questo tema?
Antonio: La mia tesi nasce da una domanda fondamentale: è possibile prevedere le modalità di diffusione dei gliomi cerebrali? Ho scelto questo tema perché affascinato dalla complessità dei tratti di sostanza bianca. Studiare l’interazione tra le cellule tumorali e questi ‘binari’ di connessione neurale apre una prospettiva straordinaria: anticipare l’evoluzione del tumore per intervenire sulle recidive ancor prima che si manifestino clinicamente.
Marta: Come medico oncologo, mi occupo di tumori cerebrali con soluzioni terapeutiche ancora limitate, in particolare nel glioblastoma. L’immunoterapia rappresenta una delle sfide più affascinanti in questo ambito e il suo potenziale è ancora in gran parte da comprendere. Per questo per la mia tesi ho condotto una ricerca in immunologia dei tumori cerebrali presso il German Cancer Research Center (DKFZ) di Heidelberg.
In che modo credete che i risultati del vostro lavoro possano contribuire all’avanzamento della ricerca o della pratica clinica nel vostro ambito?
Antonio: Come accennavo, identificare le regioni a maggior rischio di recidiva permette di ipotizzare terapie personalizzate, con interventi chirurgici o radioterapici mirati. Trattandosi di uno studio preliminare su un singolo meccanismo fisiopatologico, i risultati non costituiscono una validazione clinica; tuttavia, il lavoro si inserisce nel filone di questo approccio personalizzato, offrendo un ulteriore tassello per ridurre l’insorgenza delle recidive.
Marta: La mia tesi ha contribuito allo sviluppo della strategia di immuno-monitoraggio del primo trial clinico di fase I al mondo che valuterà una terapia cellulare con TCR-T nel glioblastoma. Abbiamo sviluppato e validato un saggio di citofluorimetria multiparametrica in grado di identificare e caratterizzare le cellule T ingegnerizzate dopo l’infusione. Questo permetterà non solo di monitorarne la persistenza nel tempo, ma anche di comprenderne lo stato funzionale e i meccanismi biologici associati alla risposta alla terapia.
Guardando al percorso che vi ha portato a questo traguardo, quali esperienze e incontri sono stati determinanti per voi?
Antonio: Una facoltà impegnativa come medicina non si può affrontare in solitudine: c’è un profondo bisogno di un gruppo di amici solido attorno a sé. Sono stato fortunato a trovare, fin dal principio, persone splendide che mi sono state vicine lungo tutto il percorso, condividendo fatiche e soddisfazioni. Il loro supporto costante, nei momenti difficili come in quelli belli, è stato determinante per arrivare fin qui.
Marta: Il mio percorso è stato segnato da alcuni incontri fondamentali. Durante gli anni di Università a Siena ho avuto la fortuna di frequentare L’UOC di Immunoterapia Oncologia guidata dal Prof. Michele Maio e la Prof.ssa Di Giacomo, dove ho scoperto l’immunoterapia oncologica e, soprattutto, il valore della ricerca traslazionale: vedere il laboratorio lavorare con l’obiettivo di sviluppare nuove terapie per i pazienti ha orientato definitivamente i miei interessi. Durante la scuola di specializzazione in Oncologia Medica dell’università di Padova presso l’Istituto Oncologico Veneto IOV-IRCCS, il Dott. Giuseppe Lombardi e tutto il gruppo di Neuro-Oncologia mi hanno trasmesso l’importanza di una ricerca sempre guidata dai bisogni clinici dei pazienti e mi hanno orientata alla neuro oncologia. Parallelamente, l’esperienza nei laboratori dell’UOC Immunologia e Diagnostica Molecolare Oncologica dello IOV guidati dalla Prof.ssa Susanna Mandruzzato mi sta permettendo di approfondire gli aspetti immunologici e sperimentali, completando la mia formazione. Infine, il periodo trascorso al DKFZ di Heidelberg nel gruppo del Prof. Michael Platten è stato determinante. Lì ho imparato un modello di lavoro in cui clinica e ricerca preclinica non sono due realtà separate, ma si alimentano continuamente a vicenda: le domande nascono dal letto del paziente e ritornano al paziente attraverso nuove strategie terapeutiche.
In che modo l’Università di Padova ha contribuito alla vostra crescita, sia dal punto di vista accademico sia personale, durante questo percorso?
Antonio: L’Università di Padova mi ha permesso di collaborare con ricercatori di alto livello, come il mio relatore Prof. Salvalaggio e il correlatore Dott. Sansone, mostrandomi da vicino cosa significhi realmente fare ricerca scientifica di qualità. L’ampia e rilevante casistica clinica offerta dall’Ospedale di Padova è stata inoltre fondamentale, arricchendo il mio percorso accademico e la qualità complessiva dello studio.
Marta: L’Università di Padova ha avuto un ruolo centrale nel mio percorso di crescita. La Scuola di Specializzazione in Oncologia, svolta presso lo IOV-IRCCS, mi ha permesso di confrontarmi quotidianamente con la complessità della cura dei pazienti oncologici. In continuità, il Dottorato di Ricerca in Oncologia e Immunologia Sperimentale mi sta permettendo di approfondire proprio l’ambito che più mi appassiona: l’immunologia dei tumori e le nuove strategie immunoterapiche.
Come immaginate possa essere il vostro futuro professionale e di ricerca?
Antonio: Ad oggi sento di avere davanti a me molte possibilità diverse. Dopo un periodo di incertezza, ho deciso di intraprendere la specializzazione in neurologia; per il dopo è ancora presto per fare piani. C’è però la chiara volontà di proseguire la ricerca in questo campo, contribuendo allo sviluppo delle terapie personalizzate ipotizzate nel mio studio.
Marta: Mi piacerebbe continuare a costruire un percorso in cui attività clinica e ricerca traslazionale siano strettamente integrate. Credo che un medico possa contribuire in modo unico alla ricerca, perché le domande più rilevanti nascono spesso dall’esperienza con i pazienti, mentre il laboratorio offre gli strumenti per comprenderne i meccanismi. Vorrei continuare a lavorare nell’ambito dell’immunologia dei tumori cerebrali, contribuendo allo sviluppo di nuove immunoterapie e all’identificazione di biomarcatori che aiutino a capire quali pazienti possano trarne il maggior beneficio.
I premi “Giovanni Celeghin”