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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Che cos'è l'adenocarcinoma al polmone che ha colpito il Papa: sintomi, diagnosi e come si cura Gente IT
Papa Leone XIV è stato sottoposto, come programmato, a un intervento di chirurgia toracica con tecnica videoassistita al Policlinico Gemelli di Roma, durante il quale gli è stato asportato il lobo inferiore del polmone destro per garantire la buona e definitiva riuscita dell'operazione. L'esame istologico estemporaneo effettuato nel corso dell'intervento ha confermato la diagnosi di adenocarcinoma polmonare, già sospettata dagli esami pre-operatori.
Intervento lampo
Anadolu // Getty Images
Secondo quanto diffuso nel bollettino medico della Sala Stampa vaticana, il Pontefice è rimasto in sala operatoria per circa tre ore, mentre l'intervento chirurgico vero e proprio ha avuto una durata di circa 90 minuti. L'operazione sarebbe perfettamente riuscita e si sarebbe svolta senza alcuna complicazione. Al termine dell'intervento il Papa si è risvegliato regolarmente e, dopo un breve periodo di osservazione, ha fatto rientro nella sua stanza al decimo piano del Gemelli.
Anadolu // Getty Images Papa Leone con il medico Andrea Cambieri
L'équipe chirurgica che ha eseguito l'operazione è stata guidata dal professor Stefano Margaritora, coadiuvato dalla professoressa Elisa Meacci, dalla dottoressa Maria Teresa Congedo e dal dottor Leonardo Petracca Caravella. L'équipe anestesiologica era invece composta dal professor Massimo Antonelli, dal dottor Giovanni Punzo e dal dottor Giuseppe Bello.
Ansa Il professor Margaritora, a capo dello staff che ha eseguito l’intervento
Che cos'è l’adenocarcinoma al polmone
L'adenocarcinoma è la tipologia più comune di tumore del polmone ed è classificato tra i tumori "non a piccole cellule". Nasce dalle cellule delle ghiandole che secernono muco nelle porzioni più esterne dei polmoni. A differenza di altre forme tumorali polmonari, colpisce con frequenza sia i fumatori sia i non fumatori.
La battaglia del cavolo Cena del Cavolo solidarietà e cucina per i bambini
Come accorgersi che c'è un problema
Nelle fasi iniziali l'adenocarcinoma è spesso asintomatico (non dà segnali evidenti), motivo per cui viene talvolta scoperto per caso durante esami di controllo effettuati per altri motivi. Quando i sintomi si manifestano, i più comuni sono: tosse persistente che non passa o che cambia timbro/intensità nel tempo, presenza di sangue nel catarro, mancanza di fiato anche per sforzi lievi. Poi, dolore al torace, che può accentuarsi con un respiro profondo o la tosse e un calo di peso involontario.
Controlli e diagnosi
Nuove frontiere IA e tumori: la nuova frontiera delle cure
I principali esami attraverso cui i medici individuano un adenocarcinoma polmonare sono solitamente la TAC mirata a ricerca di noduli o masse polmonari anche di piccole dimensioni, la broncoscopia seguita dal prelievo di un piccolo campione di tessuto per analizzarlo in laboratorio (esame istologico) e determinare la natura esatta del tumore.
Incidenza in Italia
Forza Fabio Fabio Concato spiegato ai ventenni
L'adenocarcinoma rappresenta circa il 40-50% di tutti i tumori polmonari. In Italia, il tumore del polmone nel suo complesso registra circa 40.000-42.000 nuove diagnosi ogni anno, figurando come una delle neoplasie più frequenti sia negli uomini sia nelle donne.
Pericolosità
Il tumore del polmone rimane una delle principali cause di mortalità oncologica a livello globale. Tuttavia, la letalità varia enormemente in base al momento della diagnosi. Se individuato in fase precoce, come pare sia nel caso del Santo Padre, ed è quindi possibile intervenire chirurgicamente per asportare la porzione colpita, le probabilità di guarigione o di sopravvivenza a lungo termine aumentano notevolmente. Nelle fasi avanzate o metastatiche, la prognosi diventa più complessa, anche se le nuove terapie farmacologiche stanno migliorando significativamente l'aspettativa e la qualità di vita dei pazienti.
Cause
Sebbene il fumo di sigaretta rimanga il principale fattore di rischio (responsabile di circa l'80% di tutti i tumori polmonari), l'adenocarcinoma si distingue poiché è la forma tumorale più frequente anche tra chi non ha mai fumato. La ricerca scientifica ha fatto enormi progressi nell'individuare le cause e le caratteristiche di questa malattia: tra le cause note figurano il fumo passivo, l'esposizione al radon (un gas naturale presente nel suolo), l'inquinamento atmosferico e l'esposizione professionale ad amianto o sostanze chimiche.
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Le speranze della ricerca
La ricerca ha dimostrato che molti adenocarcinomi presentano specifiche mutazioni genetiche (come quelle dei geni EGFR, ALK, ROS1, KRAS). Oggi è possibile analizzare il profilo genetico del tumore per somministrare farmaci a bersaglio molecolare "intelligenti", che colpiscono selettivamente le cellule tumorali riducendo gli effetti collaterali rispetto alla chemioterapia tradizionale. Un altro grande traguardo della ricerca moderna consiste nello stimolare il sistema immunitario del paziente affinché riconosca e distrugga autonomamente le cellule tumorali.
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Carrara: «Tumore al pancreas, la diagnosi precoce sarà sempre più personalizzata» TrendSanità
Una sfida ancora aperta, una ricerca che prosegue anche per intercettare sempre più precocemente l’insorgere della patologia. Il tumore al pancreas registra ogni anno circa 14mila nuove diagnosi in Italia, e circa la metà dei pazienti presenta già metastasi quando compaiono i primi sintomi. Per capire a che punto è la ricerca TrendSanità ha intervistato Silvia Carrara, Ricercatore presso Humanitas University, Caposezione dell’Ecoendoscopia Diagnostica e Terapeutica, Dipartimento di Gastroenterologia, IRCCS Humanitas Research Hospital, Past President dell’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP).
Professoressa Carrara, quali sono oggi le possibilità di prevenzione del tumore al pancreas e su quali fattori è possibile intervenire per ridurne il rischio?
«Dobbiamo anzitutto distinguere tra prevenzione primaria e secondaria. La prevenzione primaria significa ridurre, per quanto possibile, i fattori che aumentano il rischio di sviluppare un tumore del pancreas (qui parliamo nello specifico di adenocarcinoma del pancreas): soprattutto non fumare, mantenere un peso adeguato, seguire uno stile di vita sano che preveda una alimentazione corretta e regolare attività fisica, e limitare il consumo eccessivo di alcol. Ricordiamoci che il fumo e l’obesità sono i principali fattori di rischio modificabili.
Nella prevenzione secondaria si identificano le persone con un rischio più elevato
La prevenzione secondaria, invece, ha l’obiettivo di identificare la malattia o i suoi precursori (cioè lesioni che danno poi origine al cancro), prima che compaiano i sintomi. Oggi non esiste uno screening raccomandato per la popolazione di massa, perché il tumore del pancreas è relativamente poco frequente e non disponiamo ancora di un test semplice, economico e sufficientemente accurato per tale scopo. L’attenzione si concentra quindi nell’identificare gruppi di persone che presentano un rischio significativamente più elevato, per esempio per familiarità o per la presenza di specifiche mutazioni genetiche. In questi soggetti, programmi di sorveglianza con risonanza magnetica e/o ecoendoscopia possono consentire di individuare lesioni precancerose o tumori in fase molto precoce, quando le possibilità di cura sono maggiori».
Una diagnosi il più possibile precoce è ancora difficile: si è parlato di recente di “biopsia liquida” sensibile a rilevare gli stadi 1 e 2 del tumore al pancreas. A che punto siamo?
«Sì, la ricerca oggi punta soprattutto a rendere questa sorveglianza sempre più personalizzata e a ottimizzare le modalità di diagnosi precoce del tumore del pancreas. Diversi gruppi di ricerca stanno studiando biomarcatori nel sangue, la cosiddetta “biopsia liquida”: si tratta di alterazioni molecolari (DNA tumorale circolante, alterazioni della metilazione, microRNA..) e genetiche.
Sono in corso studi sulla biopsia liquida
Uno studio internazionale prospettico pubblicato recentemente su «Nature Medicine» ha valutato un test di biopsia liquida che combina microRNA circolanti e CA 19-9. Nella coorte di validazione ha raggiunto una sensibilità dell’86,8% per i tumori pancreatici in stadio I-II. I risultati sono molto promettenti, ma il test non è ancora pronto per lo screening clinico. Servono ulteriori validazioni, soprattutto nei soggetti asintomatici e ad alto rischio, per ridurre il problema dei falsi positivi».
Per una diagnosi precoce del tumore al pancreas ci sono allo studio altre soluzioni?
«Sì, un settore molto interessante è l’intelligenza artificiale, che può analizzare immagini di TC, risonanza magnetica o ecoendoscopia, individuando caratteristiche molto sottili, talvolta non immediatamente riconoscibili dall’occhio umano. La direzione più promettente sembra essere l’integrazione di più informazioni, dati clinici, genetici, multi-omici, biomarcatori circolanti, radiomica e intelligenza artificiale. L’obiettivo futuro è quindi un approccio multimodale e personalizzato, capace di combinare rischio individuale, biomarcatori e imaging per selezionare le persone nelle quali approfondire la diagnosi.
L’AI può essere utile nell’analisi di immagini ma rimane fondamentale l’integrazione di informazioni da più fonti di dati
Sono prospettive molto promettenti, ma devono ancora essere validate su grandi popolazioni prima di diventare strumenti di screening routinario. Ricordo qui l’importanza di affidarsi a centri che abbiano una dimostrata esperienza nella diagnosi e nella cura delle malattie del pancreas, dove l’approccio multidisciplinare fa la differenza sia in termini di diagnosi precoce che di terapia».
Predisposizione genetica: cosa si sa per questo tipo di tumore? È possibile richiedere qualche test?
«Una quota degli adenocarcinomi del pancreas, circa il 10%, è associata a una predisposizione genetica o familiare. Tra i geni più coinvolti vi sono BRCA2, ATM, PALB2, CDKN2A, STK11, TP53 e i geni del mismatch repair. In Italia AISP studia da anni queste persone attraverso il Registro Italiano delle Famiglie a Rischio di Tumore Pancreatico, sviluppando programmi di sorveglianza con risonanza magnetica.
In Italia sono stati sviluppati programmi di sorveglianza per persone con familiarità
Esiste anche il cosiddetto “tumore pancreatico familiare”, o FPC: famiglie nelle quali il tumore del pancreas compare in più consanguinei, anche in assenza di una mutazione genetica nota. Per questo la storia familiare è importante quanto il test genetico: questi soggetti possono comunque avere un rischio aumentato e, quando rispettano determinati criteri, essere candidati a programmi di sorveglianza dedicati. I dati prospettici hanno dimostrato la possibilità di identificare tumori in fase precoce, con tassi di resecabilità al momento della diagnosi attorno al 60%. Inoltre, uno studio genetico promosso da AISP, su 500 soggetti con familiarità (i cosiddetti FPC) ha identificato varianti germinali patogenetiche in circa il 9% dei casi che sino a quel momento non avevano ricevuto alcuna analisi o consulenza genetica. Il più recente position paper AISP, pubblicato nel 2026 su “Digestive and Liver Disease”, propone criteri aggiornati per l’accesso alla sorveglianza».
Quali consigli può dare a chi ha avuto casi familiari di tumore al pancreas?
«Un messaggio importante è raccogliere con attenzione la propria storia familiare oncologica, considerando non solo i tumori del pancreas, ma anche quelli insorti in altri organi, perché alcune sindromi genetiche predispongono a tumori differenti nella stessa famiglia. In presenza di una familiarità significativa è opportuno parlarne con il proprio medico o rivolgersi ai centri che partecipano al Registro AISP, dove è possibile ricevere indicazioni sull’eventuale consulenza genetica, sull’opportunità di eseguire un test e, quando indicato, sull’inserimento in un programma di sorveglianza».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Stati Uniti: autorizzata terapia per trattamento del melanoma avanzato Italia Informa
- di: Redazione
14/10/2026
La FDA, l'agenzia del farmaco statunitense, ha concesso oggi l'approvazione accelerata a Tudriqev, una terapia virale oncolitica geneticamente modificata per il trattamento del melanoma avanzato refrattario.
Stati Uniti: autorizzata terapia per trattamento del melanoma avanzato
Tudriqev è indicato in combinazione con nivolumab per il trattamento di pazienti adulti con melanoma cutaneo avanzato non resecabile che hanno manifestato progressione della malattia con una terapia a base di anticorpi bloccanti il recettore PD-1 (programmed death receptor-1).
L'approvazione è supportata dai dati di uno studio clinico che ha dimostrato che un paziente su quattro ha risposto al trattamento, con riscontri della durata mediana di quasi 14 mesi, offrendo ai medici un nuovo strumento significativo per questa popolazione di pazienti.
Nel prendere questa decisione, la FDA ha anche tenuto conto del parere di esperti clinici e associazioni di pazienti, i quali hanno sottolineato l'urgente necessità di opzioni terapeutiche efficaci per questa popolazione refrattaria.
Per i pazienti affetti da melanoma avanzato che non rispondono più alla terapia con bloccanti del PD-1, la prognosi è spesso devastante e le opzioni terapeutiche sono state finora limitate. La nuova terapia offre, quindi, agli oncologi un nuovo strumento prezioso e una maggiore possibilità di guarigione per un numero maggiore di pazienti.
Il melanoma refrattario agli anti-PD-1 è un tumore cutaneo in stadio avanzato che non risponde più a una classe di farmaci immunoterapici ampiamente utilizzati. Nonostante il trattamento, il tumore può continuare a crescere a causa dei meccanismi sviluppati per eludere la capacità del sistema immunitario di rilevarlo e distruggerlo.
Tudriqev è una terapia virale oncolitica basata su un virus herpes simplex di tipo 1 (HSV-1) modificato, ingegnerizzato per colpire e distruggere selettivamente le cellule tumorali. Una volta all'interno del tumore, il virus si replica e disgrega le cellule cancerose, attivando contemporaneamente il sistema immunitario dell'organismo affinché riconosca e attacchi il tumore.
Se utilizzato in combinazione con nivolumab, un'immunoterapia anti-PD-1, Tudriqev può contribuire a ripristinare una risposta immunitaria antitumorale nei pazienti il cui tumore aveva precedentemente smesso di rispondere all'immunoterapia.
Tudriqev viene iniettato direttamente nei tumori ogni due settimane per otto dosi consecutive, il cui dosaggio è determinato dalle dimensioni del tumore. Per la prima dose si utilizza una concentrazione inferiore, seguita da una concentrazione maggiore per tutte le dosi successive. Un secondo farmaco, nivolumab, viene somministrato per via endovenosa a partire dalla terza settimana di trattamento.
La sicurezza e l'efficacia di Tudriqev, ha precisato la FDA, sono state valutate in uno studio multicentrico, multiregionale e a braccio singolo, condotto su 140 pazienti adulti affetti da melanoma avanzato non resecabile in stadio IIIB, IIIC o IV, che avevano manifestato progressione della malattia dopo almeno otto settimane consecutive di precedente terapia a base di anti-PD-1.
Nello studio, sono stati valutati 91 pazienti e il 24% di essi ha ottenuto una risposta obiettiva. La durata mediana delle risposte è stata di 14,1 mesi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Criteri Critici
Terapia genica per la GNAO1: primi segnali incoraggianti dai modelli animali OMaR – Osservatorio Malattie Rare
Malattia Correlata a GNAO1
Terapia genica per la GNAO1: primi segnali incoraggianti dai modelli animali
Uno studio internazionale mostra che veicolare la versione sana del gene GNAO1 nel cervello di topi neonati corregge alcuni difetti neuronali legati alla forma più lieve della malattia
La malattia correlata a GNAO1 è una patologia rara del neurosviluppo causata da mutazioni in un gene che serve al cervello per funzionare correttamente, il gene GNAO1 che produce una proteina chiamata G-alfa-o, fondamentale per la comunicazione tra i neuroni. A seconda della mutazione, la malattia può manifestarsi in forme molto diverse tra loro. Si va da encefalopatie epilettiche gravissime, che compaiono già nei primi mesi di vita, a quadri caratterizzati soprattutto da disturbi del movimento (distonia, tremori, movimenti involontari) con un'intelligenza spesso preservata.
Nel mondo si stimano circa 400 persone con questa diagnosi, anche se finora ne sono state descritte in letteratura scientifica circa 250, un segno di quanto la malattia sia probabilmente ancora sotto-diagnosticata. Oggi non esiste ancora una cura. Alcuni farmaci sono allo studio per attenuare i movimenti involontari più gravi e nei casi più severi si ricorre alla stimolazione cerebrale profonda, un intervento chirurgico invasivo che però non risolve il problema alla radice.
Ne abbiamo parlato con la Dott.ssa Germana Cocozza, ricercatrice del dipartimento di fisiologia e farmacologia dell'Università Sapienza di Roma, e con Massimiliano Tomassi, presidente dell’Associazione Famiglie GNAO1 APS.
LO STUDIO
È proprio su questo fronte che si muove il nuovo studio, pubblicato su Acta Neuropathologica Communications da un team di ricercatori italiani, francesi e svizzeri (tra cui Sapienza Università di Roma, IRCCS Neuromed e Istituto Superiore di Sanità), realizzato anche grazie al sostegno dell’Associazione Famiglie GNAO1 APS. L'idea alla base è semplice da spiegare, per quanto complessa da realizzare: se la malattia nasce da una copia difettosa del gene, perché non affiancarle una copia sana?
I ricercatori hanno lavorato su topi geneticamente modificati per portare la variante C215Y, una mutazione del gene GNAO1 associata a una forma lieve della malattia, caratterizzata da un esordio più tardivo (tra i 3 e i 12 anni) e assenza di epilessia e distonia generalizzata. Nei primi giorni di vita, agli animali è stata iniettata direttamente nel cervello una versione sana del gene umano GNAO1, veicolata da un virus innocuo (AAV9) usato comunemente in terapia genica. A distanza di mesi, i topi trattati mostravano livelli più alti della proteina G-alfa-o nel cervello e un miglioramento di alcuni parametri: meno segnali di ansia nei test comportamentali e un parziale recupero di alcune anomalie elettriche osservate nei neuroni della corteccia, come la corrente Ih (legata ai canali HCN, importanti per l'eccitabilità neuronale). Non tutti i deficit sono stati corretti allo stesso modo e la risposta ai recettori GABA-B, un altro segnale chimico importante per il funzionamento dei neuroni, non è migliorata con il trattamento.
“Si tratta di studi preclinici, però gli effetti che abbiamo osservato sono stati significativi, perché il trattamento ha migliorato sia il funzionamento delle cellule nervose sia alcuni aspetti del comportamento nei modelli sperimentali”, spiega Cocozza. In particolare, è stata quasi completamente recuperata una delle principali alterazioni del funzionamento elettrico delle cellule nervose osservate in presenza della mutazione. È un dato importante perché indica che fornire una copia sana di GNAO1 può contribuire a riportare le cellule nervose verso un funzionamento più normale. Rafforza quindi il razionale del cosiddetto “gene augmentation”, una strategia che punta a compensare il difetto genetico aumentando la disponibilità della proteina prodotta dalla copia sana del gene”.
IL TEST SU PIÙ VARIANTI GENETICHE
Lo stesso approccio è stato testato anche nel verme C. elegans, un modello molto usato in laboratorio, su diverse varianti di GNAO1 associate a forme più o meno gravi della malattia nell'uomo. Anche qui, aggiungere una copia sana del gene ha migliorato in gran parte i comportamenti alterati legati alla mutazione, come movimento, sensibilità a certi stimoli chimici, anche se in alcuni tipi di neuroni l'effetto è stato solo parziale. Un segnale che la strategia funziona meglio in certi contesti cellulari che in altri e che la risposta può dipendere sia dalla mutazione specifica sia dal tipo di neurone coinvolto.
“Un elemento importante dello studio è che non ci siamo limitati a valutare gli effetti della terapia a livello comportamentale, ma abbiamo studiato direttamente le alterazioni neurobiologiche associate alla mutazione, attraverso la caratterizzazione elettrofisiologica delle disfunzioni dei circuiti neuronali e del loro recupero in seguito alla terapia”, aggiunge la ricercatrice. “Un altro aspetto rilevante è stato poter valutare, grazie al modello di C. elegans, l'effetto della terapia su diverse varianti patogenetiche di GNAO1. Questo ci ha permesso di confrontare la risposta alla terapia in presenza di mutazioni differenti e in diversi circuiti neuronali, e ci ha dato informazioni importanti sulla possibilità di estendere questa strategia a forme diverse di encefalopatia da GNAO1”.
Una prudenza condivisa anche dalle famiglie. “Siamo consapevoli che arrivare al paziente sarà molto lungo, complesso e anche costoso”, osserva Tomassi. “Però siamo contenti che sia stato posto un primo mattoncino, anche grazie al sostegno dell’associazione. Quando abbiamo costituito l’associazione, in Italia la ricerca scientifica sulla GNAO1 era ancora molto limitata, ed è stato anche questo a spingerci, come famiglie, a riunirci e a cercare di fare qualcosa di concreto. Eravamo famiglie che avevano ricevuto la diagnosi da relativamente poco tempo, di fronte a una malattia scoperta solo pochi anni prima e ancora poco studiata. Negli Stati Uniti, però, la Bow Foundation aveva già iniziato a sostenere alcuni progetti sulla GNAO1. Questo ci ha fatto capire che anche le famiglie potevano avere un ruolo attivo nel promuovere e sostenere la ricerca. Pochi mesi dopo la costituzione dell’associazione abbiamo organizzato a Roma la prima conferenza europea sulla GNAO1, che ci ha permesso di entrare in contatto con ricercatori che già studiavano la malattia e con altri che hanno iniziato a interessarsene proprio in quel periodo. Da quegli incontri sono nate le prime collaborazioni e sono arrivati i primi progetti di ricerca, che abbiamo valutato con il supporto del comitato scientifico che nel frattempo avevamo costituito”.
LA DISTANZA DALLA SPERIMENTAZIONE SULL'UOMO
Si tratta comunque di risultati preclinici, ottenuti su modelli animali e la strada verso una eventuale applicazione nei pazienti è ancora lunga. Lo studio, nondimeno, offre una prova importante e cioè che intervenire precocemente, subito dopo la nascita, aumentando la quantità di proteina sana, può correggere, almeno in parte, gli effetti della mutazione, aprendo una prospettiva concreta di terapia genica per questa malattia rara.
“Per quanto riguarda la distanza dalla sperimentazione sull'uomo, bisogna essere prudenti. Si tratta comunque di uno studio preclinico e saranno necessari ulteriori studi. Però il risultato è sicuramente una prova di principio molto interessante, che ci incoraggia a proseguire nello sviluppo di strategie di terapia genica destinate a queste rare encefalopatie. Al momento è difficile dire se potrà avere un impatto su una possibile terapia, perché siamo veramente all'inizio degli studi ed è difficile fare previsioni in questo senso. Il dato è incoraggiante ma è troppo presto per parlare di una sperimentazione”, afferma Cocozza.
“Ci siamo orientati su diverse direttrici di ricerca”, aggiunge Tomassi. “Ci sono progetti che studiano i meccanismi della malattia, altri che fanno drug screening per capire se farmaci già approvati possano migliorare i sintomi. Poi è arrivato questo progetto sulla terapia genica. Ci ha interessato da subito perché è uno degli approcci che prova a intervenire sulla causa della malattia. Sappiamo che è ancora un campo in evoluzione e che c’è molta strada da fare, ma sicuramente è una prospettiva che abbiamo voluto prendere in considerazione fin dall'inizio”.
LE PROSPETTIVE DELLA RICERCA
In un'ottica traslazionale, questi dati rafforzano il potenziale della terapia genica per il trattamento della malattia correlata a GNAO1. “Allo stesso tempo sottolineano la necessità di studiare ulteriori varianti del gene GNAO1, sottotipi neuronali ed endpoint clinicamente rilevanti, per capire in quali casi questa strategia possa essere sufficiente e quando possano essere necessari anche approcci complementari, come il silenziamento allele-specifico o altre strategie combinate. Saranno necessari altri studi a chiarire quali sono i meccanismi alla base di questi effetti, se questa strategia possa essere estesa anche ad altre varianti patogenetiche di GNAO1 e se un trattamento somministrato più tardivamente possa determinare un miglioramento del fenotipo associato alla malattia”, conclude Cocozza.
QUANDO A FINANZIARE LA RICERCA SONO LE FAMIGLIE
Per una patologia ultra-rara uno degli ostacoli resta la disponibilità di risorse sufficienti per far crescere la ricerca. L'Associazione Famiglie GNAO1 ha progressivamente strutturato il proprio sostegno attraverso un bando annuale che mette a disposizione circa 80-100mila euro. “Non sono pochi per un'associazione delle nostre dimensioni, ma naturalmente non sono cifre enormi per la ricerca scientifica”, spiega Tomassi. “Alla call partecipano i ricercatori della comunità scientifica che nel tempo si è creata intorno alla GNAO1, che fortunatamente è in continua espansione. I finanziamenti non sono limitati all'Italia, l'associazione sostiene anche progetti condotti in altri Paesi europei. Le risorse provengono soprattutto dal 5 per mille, dalle campagne solidali, dalle donazioni e dagli eventi di raccolta fondi. Trattandosi di una malattia ultra-rara, è ancora difficile avere dati precisi sul numero dei pazienti. In Italia, come associazione, siamo direttamente in contatto con circa 25 famiglie e siamo a conoscenza di qualche altro caso con cui non siamo ancora entrati in contatto. A livello internazionale i numeri sono ancora più difficili da definire, anche perché abbiamo poche informazioni su alcune aree del mondo. Per questo è importante riuscire a costruire un registro dei pazienti il più completo e accurato possibile: conoscere meglio la popolazione GNAO1 e la sua evoluzione nel tempo è fondamentale anche per sostenere lo sviluppo della ricerca e prepararsi a future sperimentazioni cliniche. Speriamo che una sempre maggiore collaborazione internazionale possa aiutarci ad andare in questa direzione”.
Da Parma due studi aprono la strada a nuove cure per le leucemie acute, terapie a misura di paziente grazie a una ‘carta d’identità’ della malattia - Regione Emilia-Romagna
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Da Parma due studi aprono la strada a nuove cure per le leucemie acute, terapie a misura di paziente grazie a una ‘carta d’identità’ della malattia Regione Emilia-Romagna
Il presidente de Pascale e l’assessore Fabi: “Risultati di cui andare orgogliosi, investiamo fondi pubblici per mettere a punto soluzioni sempre più innovative ed efficaci”
A curarli il Laboratorio di Ematologia traslazionale e chemogenomica dell’Università, diretto dal professor Giovanni Roti. I due lavori pubblicati sulle riviste internazionali ‘Blood’ e ‘Nature npj Precision Oncology’
10 ottobre 2026 - Realizzare una sorta di ‘carta d’identità’ della leucemia di cui soffre ciascun paziente. Capire non solo com’è fatta la malattia, ma anche come reagisce ai diversi farmaci in ogni singola persona. E, quindi, mettere a punto una terapia il più possibile mirata, personalizzata ed efficace.
É la nuova frontiera della medicina funzionale di precisione, un approccio innovativo che può contribuire ad ampliare le possibilità terapeutiche per le persone colpite da leucemie acute e a rendere le cure sempre più vincenti. Vanno in questa direzione due importanti studi del Laboratorio di Ematologia traslazionale e chemogenomica (Thec) dell’Università di Parma, diretto da Giovanni Roti, professore ordinario del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo e direttore dell’Ematologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma. I due lavori, dedicati alle leucemie linfoblastiche acute a cellule T (Lal-T), sono stati pubblicati su ‘Blood’, rivista dell’American Society of Hematology (Ash), e su “npj Precision Oncology”, del gruppo Nature.
Le due iniziative sono state finanziate dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc) e dalla Fondazione Gimema. Per testare queste nuove terapie, tuttavia, era necessario realizzare un laboratorio dal livello tecnologico molto avanzato: centrale è stato il contributo della Regione Emilia-Romagna che ha sostenuto il progetto con un finanziamento di 400mila euro, coinvolgendo tutte le strutture di ematologia regionali e consentendo ai pazienti con leucemia acuta di accedere a questa pratica innovativa.
L’obiettivo ora è un possibile sviluppo su scala nazionale, valorizzando l’infrastruttura dell’Ematologia di Parma come strumento per orientare cure sempre più mirate evitando trattamenti non necessari.
“I risultati di questi due studi sono importantissimi, ne può andare fiera l’intera Regione che li ha sostenuti e, più in generale, il Paese- spiegano il presidente della Regione, Michele de Pascale, e l’assessore alle Politiche per la salute, Massimo Fabi -. É la dimostrazione che sostenere la ricerca con risorse pubbliche porta a mettere a disposizione dei cittadini tecnologie innovative con un potenziale impatto concreto sulle cure. In particolare, la medicina funzionale di precisione ci dice che per affrontare malattie complesse come le leucemie acute non basta conoscerne le caratteristiche genetiche, ma è altrettanto importante capire, caso per caso, come le cellule leucemiche rispondono concretamente ai diversi farmaci”.
“È un cambio di prospettiva importante- aggiungono de Pascale e Fabi-, perché significa mettere sempre più la persona e le caratteristiche specifiche della sua malattia al centro delle scelte terapeutiche, con l’obiettivo di ampliare le possibilità di cura soprattutto nei casi più difficili e quando le terapie standard non sono sufficienti. Come Regione- concludono presidente e assessore- continueremo a investire nella ricerca, nell’innovazione e nelle competenze, perché rafforzare la ricerca significa rafforzare il nostro Servizio sanitario pubblico e, soprattutto, aumentare la possibilità di offrire alle persone cure sempre più personalizzate, appropriate ed efficaci”.
“Il laboratorio THEC è un’eccellenza di livello internazionale e un orgoglio per il nostro Ateneo. Il gruppo di ricerca coordinato dal professor Roti– osserva il Rettore dell’Università di Parma, Paolo Martelli- lavora con risultati davvero incredibili per individuare nuove strategie di cura per le leucemie acute, contribuendo allo sviluppo di terapie più efficaci e personalizzate. È questo l’elemento da sottolineare: il valore della ricerca, la sua indispensabilità, per arrivare a ricadute nella pratica clinica”.
“Salutiamo con soddisfazione il lavoro del gruppo di ricerca dell’Ematologia del nostro Ospedale, guidato da Giovanni Roti. Investire nella ricerca significa creare le condizioni affinché l’innovazione nel campo delle malattie ematologiche si traduca in opportunità concrete di cura- afferma Anselmo Campagna, direttore delle Aziende sanitarie di Parma-. Questa è la direzione in cui vogliamo continuare a muoverci, una medicina di precisione capace di valorizzare i progressi scientifici e trasformarli in percorsi terapeutici che cambiano la vita delle persone”.
“Questi risultati testimoniano la dedizione messa in campo da questo gruppo di ricerca che negli ultimi anni ha pubblicato lavori su riviste di alto prestigio internazionale, confermando la vocazione del Centro di ematologia e del Centro trapianti di midollo osseo di Parma a sviluppare una ricerca vicina ai bisogni concreti dei cittadini- sottolinea il professor Roti-. Le strategie adottate per l’identificazione di nuovi target nelle leucemie acute, insieme all’unica piattaforma italiana di drug response profiling (Drp) per le malattie ematologiche, rappresentano un motivo di grande orgoglio, perché si tratta di strumenti che hanno già raggiunto numerosi pazienti in tutta Italia, nati da un percorso pensato per essere accessibile: una proposta- conclude- scientificamente solida, allineata agli standard europei e sostenuta da finanziamenti pubblici e donazioni liberali”.
Una ricerca pubblica, sostenuta da investimenti e collaborazione
Il progetto è stato realizzato nell’ambito di un trial accademico nazionale no-profit, indipendente dall’industria farmaceutica. Per sviluppare questa capacità di ricerca sono stati fondamentali finanziamenti competitivi e donazioni, che hanno consentito di acquisire tecnologie in grado di effettuare le analisi in tempi compatibili con il percorso di cura.
Gli studi sono stati finanziati da Airc e Fondazione Gimema, mentre il contributo di Fondazione Cariparma e Ail Parma è stato determinante per l’acquisizione delle tecnologie necessarie. Un investimento che oggi mette a disposizione della ricerca e della cura una capacità tecnologica avanzata, indispensabile per sviluppare ulteriormente questo tipo di approccio.
Fondamentale anche il lavoro di una squadra composta da dottorande e dottorandi, studentesse e studenti, ricercatrici e ricercatori e personale tecnico: competenze diverse che hanno lavorato insieme quotidianamente, integrando ricerca di base, tecnologia e attività clinica.
I due studi raccontano così un unico percorso: capire meglio la leucemia per individuare nuovi bersagli terapeutici e trasformare queste conoscenze in strumenti capaci di orientare concretamente le scelte di cura. Un percorso che parte dalla ricerca e dai modelli sperimentali e arriva alla sperimentazione clinica, puntando a un obiettivo molto concreto: offrire, anche nelle forme più difficili della malattia, nuove possibilità terapeutiche sempre più personalizzate.
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
38.5/100
Punteggio Totale
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Criteri Critici
Messina Denaro, la Clinica dove era ricoverato “In terapia sotto falso nome” 16/01/2023 L'eco del sud
PALERMO (ITALPRESS) – I vertici della clinica La Maddalena di Palermo intervengono con una nota “in ordine all’arresto di Matteo Messina Denaro, eseguito oggi in un’area limitrofa all’ospedale” precisando che il ricercato “era in terapia oncologica sotto falso nome presso la Casa di Cura”. “Sono state date immediate disposizioni all’Amministrazione, alla Direzione Sanitaria, ai Medici del reparto e al personale parasanitario di fornire alle forze dell’ordine, che si ringraziano, tutta la documentazione clinica del paziente e puntuali risposte alle informazioni richieste”, prosegue la nota. “Si informa inoltre che nessun dipendente o collaboratore è autorizzato a rilasciare interviste e fornire alla stampa notizie coperte da segreto istruttorio”, conclude la nota.
foto Italpress
(ITALPRESS).
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Criteri Critici
"L'esame istologico estemporaneo ha confermato la diagnosi di un adenocarcinoma polmonare, come sospettato dagli esami pre-operatori. Il Papa è stato in sala operatoria per circa 3 ore, la durata dell'intervento è stata di circa 90 minuti. VIDEO (ANSA)
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32.6/100
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Criteri Critici
Adenocarcinoma polmonare, il tumore maligno al polmone più comune nell'uomo: cos'è, cause, sintomi, diagnosi e trattamento Il Messaggero
L'adenocarcinoma polmonare che ha colpito Papa Leone XIV è la forma più comune di tumore maligno al polmone. Dopo l'intervento di asportazione del tumore al Policlinico Gemelli, «le prossime 24-48 ore saranno ora le più delicate per stabilire il decorso, ma i primi elementi del bollettino diffuso dopo l'operazione indicano che l'intervento chirurgico è andato bene e si può ipotizzare una rapida ripresa». Ma cos'è un adenocarcinoma polmonare?
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Criteri Critici
Mercy Medical Center amplia le opzioni di trattamento del tumore alla prostata con la tecnologia TrueBeam di Varian MarketScreener Italia
Pubblicato il 13/10/2026 alle 20:00 Contattaci per qualunque richiesta di correzione Mercy Medical Center stava ampliando le opzioni di trattamento avanzato per gli uomini affetti da tumore alla prostata grazie alle funzionalità potenziate del sistema di radioterapia TrueBeam di Varian, offrendo ai pazienti idonei l'accesso a una radioterapia stereotassica corporea (SBRT) di alta precisione, completabile in appena cinque sedute. La tecnologia avanzata, disponibile presso il reparto di Oncologia radioterapica di Mercy, combina la guida mediante immagini con un'erogazione altamente mirata delle radiazioni, progettata per colpire la prostata riducendo al minimo l'esposizione dei tessuti sani circostanti. Il sistema TrueBeam di Mercy è configurato per erogare la radioterapia guidata dalle immagini (IGRT), la radioterapia stereotassica corporea (SBRT), la radioterapia ad arco modulata volumetricamente (VMAT) e altre tecniche di trattamento avanzate. TrueBeam integra sistemi di imaging a bordo macchina che consentono all'équipe di trattamento di localizzare il sito da trattare e apportare regolazioni precise. Durante il trattamento, il sistema utilizza immagini tridimensionali per aiutare i medici a colpire i tumori con accuratezza, riducendo al contempo l'esposizione non necessaria dei tessuti circostanti alle radiazioni. TrueBeam offre inoltre un metodo altamente efficiente per erogare la SBRT attraverso la VMAT, in cui l'acceleratore lineare ruota intorno al paziente modulando il fascio di radiazioni. In questo modo, le radiazioni possono essere erogate da molteplici angolazioni e modellate intorno all'area da trattare. Per i pazienti idonei, uno dei principali vantaggi pratici della SBRT per il tumore alla prostata è la possibilità di completare il trattamento radioterapico in cinque sedute nell'arco di circa due settimane, anziché sottoporsi a trattamenti quotidiani per molte settimane.
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Criteri Critici
Papa Leone XIV, dopo l'operazione al polmone quali cure? Le nuove frontiere dell'oncologia toracica Mondosanità
L'intervento chirurgico al polmone di Papa Leone XIV si è concluso positivamente. È quanto riferisce il bollettino diffuso dal Policlinico Gemelli di Roma, dove il Pontefice è stato ricoverato oggi, 13 ottobre, per l'asportazione di un nodulo polmonare individuato durante controlli medici.
Il Papa è rientrato nella sua stanza dopo l'operazione, eseguita dall'équipe di chirurgia toracica guidata dal professor Stefano Margaritora.
La comunicazione è estremamente sintetica e non fornisce, per il momento, indicazioni sulla tecnica chirurgica utilizzata, sull'estensione dell'intervento o sulla natura della lesione asportata.
Sarà l'esame istologico a chiarire se il nodulo fosse benigno o maligno e, in quest'ultimo caso, a fornire le prime informazioni necessarie per valutare eventuali ulteriori trattamenti.
Ma quali possibilità offre oggi la medicina dopo un intervento chirurgico al polmone?
Negli ultimi anni l'oncologia toracica ha compiuto progressi straordinari. Nei pazienti con determinate forme di carcinoma polmonare, l'asportazione completa del tumore non rappresenta più necessariamente l'ultima tappa delle cure.
Nuovi farmaci a bersaglio molecolare e immunoterapie possono infatti ridurre il rischio di recidiva e, in specifiche popolazioni di pazienti, migliorare la sopravvivenza.
È una rivoluzione che ha cambiato profondamente il trattamento dei tumori polmonari operabili.
Fino a pochi anni fa, dopo la chirurgia le possibilità di ridurre ulteriormente il rischio di recidiva erano relativamente limitate. Oggi la situazione è profondamente cambiata.
L'oncologia toracica dispone di nuove terapie capaci di colpire specifiche alterazioni genetiche delle cellule tumorali e di farmaci che aiutano il sistema immunitario a riconoscerle ed eliminarle.
Alcuni di questi trattamenti vengono somministrati proprio quando il tumore è stato completamente asportato e non esiste più una malattia visibile.
L'obiettivo è impedire che eventuali cellule tumorali residue possano provocare una recidiva.
La prima rivoluzione: curare il tumore anche quando non si vede più
Il trattamento che segue l'intervento viene definito terapia adiuvante.
Non significa che la chirurgia sia fallita. Significa che, in determinate condizioni, il rischio di una ricomparsa della malattia può giustificare ulteriori cure.
Per molti anni la principale possibilità è stata la chemioterapia, soprattutto nei pazienti con tumori di determinate dimensioni o con interessamento linfonodale.
Oggi, accanto alla chemioterapia, sono disponibili strategie terapeutiche personalizzate che hanno cambiato profondamente il trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule, la forma più frequente di tumore del polmone.
Osimertinib: dieci punti percentuali in più di sopravvivenza a cinque anni
Uno dei risultati più importanti arriva dallo studio internazionale ADAURA, pubblicato sul New England Journal of Medicine.
Nei pazienti con carcinoma polmonare operato e con specifiche mutazioni del gene EGFR, il trattamento adiuvante con osimertinib ha migliorato significativamente la sopravvivenza.
A cinque anni era vivo l'88% dei pazienti trattati con il farmaco, rispetto al 78% di quelli che avevano ricevuto placebo.
Dieci punti percentuali di differenza nella sopravvivenza globale.
Il risultato riguarda una popolazione selezionata di pazienti con tumore EGFR-mutato in stadio IB–IIIA, secondo la classificazione utilizzata nello studio. Non può essere esteso indistintamente a tutti i tumori polmonari.
Alectinib: un'altra possibilità per i tumori ALK-positivi
Un secondo progresso riguarda i tumori caratterizzati da un riarrangiamento del gene ALK.
Nello studio ALINA, il trattamento adiuvante con alectinib ha dimostrato un beneficio importante rispetto alla chemioterapia.
Nei pazienti con malattia in stadio II–IIIA, la sopravvivenza libera da malattia a due anni è stata del 93,8% con alectinib, rispetto al 63% con chemioterapia.
È essenziale distinguere questo risultato dalla sopravvivenza globale: lo studio ha documentato soprattutto una significativa riduzione del rischio di recidiva o morte durante il periodo osservato.
L'immunoterapia entra nel percorso chirurgico
Un'altra grande innovazione è rappresentata dagli inibitori dei checkpoint immunitari.
Farmaci come pembrolizumab e atezolizumab possono essere utilizzati dopo l'intervento in specifiche categorie di pazienti, secondo indicazioni che dipendono dallo stadio, dai trattamenti precedenti e dalle caratteristiche biologiche del tumore.
Altri trattamenti, come nivolumab e durvalumab, sono impiegati in strategie perioperatorie che comprendono una fase di terapia prima dell'intervento.
L'immunoterapia non è quindi una cura uguale per tutti. Richiede un'attenta selezione dei pazienti e la valutazione delle possibili tossicità.
L'esame istologico non basta più: servono anche i biomarcatori
Dopo l'asportazione di un tumore polmonare, l'anatomopatologo deve stabilire la diagnosi, il tipo istologico, le caratteristiche della neoplasia e l'eventuale interessamento dei linfonodi.
Ma oggi, quando indicato, occorre andare oltre.
L'analisi molecolare permette di ricercare alterazioni come EGFR e ALK, mentre la valutazione di PD-L1 contribuisce a orientare alcune scelte immunoterapeutiche.
Sono informazioni decisive perché due tumori apparentemente simili possono richiedere trattamenti completamente diversi.
La scelta terapeutica viene quindi discussa da un gruppo multidisciplinare che comprende chirurgo toracico, oncologo, anatomopatologo, radiologo e altri specialisti.
CONCLUSIONE
La chirurgia rimane uno dei pilastri fondamentali del trattamento dei tumori polmonari diagnosticati in fase operabile.
Ma oggi l'asportazione completa della neoplasia non rappresenta necessariamente la conclusione delle cure.
L'identificazione delle caratteristiche molecolari del tumore e l'arrivo di nuove terapie hanno aperto possibilità che fino a pochi anni fa non esistevano.
La vera rivoluzione è questa: non ci limitiamo più a domandarci se un tumore del polmone può essere operato. Possiamo anche chiederci quali trattamenti offrano al paziente le migliori possibilità di non vederlo tornare.
Fonti scientifiche principali
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Novembre, mese della prevenzione oncologica maschile ASST Papa Giovanni XXIII
Novembre è il mese della prevenzione oncologica maschile. In questa occasione l'ASST Papa Giovanni XXIII ricorda per la popolazione maschile sono attivi i programmi di screening del tumore del colon-retto e della prostata.
Il primo è rivolto a residenti in Regione Lombardia di età compresa tra i 50 e i 74 anni, che sono anche destinatari di una lettera di invito per l’esecuzione del test del sangue occulto fecale. Il test è molto sensibile ed è in grado di trovare tracce di sangue nelle feci non visibili a occhio nudo, che possono precedere, anche di anni, la comparsa dei sintomi del tumore. Se non hai ricevuto la lettere o l'hai smarrita contatta gli operatori del Centro Screening di ATS Bergamo.
Lo screening del tumore della prostata è rivolto agli uomini assistiti in Lombardia nati dal 1962 in poi, a partire dal giorno in cui compiono 50 anni. Per accedere al programma è necessario compilare il questionario presente sul proprio Fascicolo Sanitario Elettronico. In caso si riscontrino difficoltà ad accedere al proprio fascicolo, è possibile chiedere assistenza per la compilazione del questionartio rivolgendosi ai Punti Unici di Accesso delle delle nostre Case di Comunità.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Tumori freddi, la forbice molecolare che cancella le tracce non è più un segreto Mondosanità
Per sfuggire a chi lo cerca, un ladro non deve necessariamente diventare invisibile. Può bastargli cancellare le impronte, eliminare gli indizi, fare in modo che nessuno riesca a identificarlo.
Qualcosa di sorprendentemente simile accade in alcuni tumori freddi. Le cellule cancerose possono contenere mutazioni che permetterebbero al sistema immunitario di riconoscerle. Eppure quei segnali non arrivano sulla loro superficie. La prova esiste, ma le difese dell'organismo non riescono a vederla.
Ora un gruppo di ricercatori dell' Harvard Medical School e del Dana-Farber Cancer Institute di Boston ha scoperto uno dei meccanismi che fanno sparire queste tracce. Soprattutto, è riuscito a bloccare il processo che le distrugge, permettendo ai linfociti T di riconoscere nuovamente le cellule tumorali.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Immunity, indica una prospettiva interessante per potenziare l'immunoterapia: anziché rendere soltanto più efficaci le difese, intervenire sul tumore affinché mostri ciò che cerca di nascondere.
Il cancro nasconde la carta d'identità
I linfociti T sono fra i protagonisti della sorveglianza immunitaria. Ma non possono leggere direttamente il DNA di ogni cellula per scoprire se contiene una mutazione cancerosa.
Esaminano invece minuscoli frammenti di proteine, chiamati peptidi, esposti sulla superficie cellulare attraverso molecole denominate HLA.
Sono una sorta di carta d'identità biologica. Se un frammento presenta caratteristiche riconoscibili come anomale, un linfocita T dotato del recettore appropriato può individuare il bersaglio.
Ma che cosa accade quando quel frammento non viene prodotto, scompare troppo rapidamente oppure manca la molecola necessaria a mostrarlo?
Il tumore può continuare a crescere senza esporre il segnale che lo renderebbe vulnerabile.
Ellis Reinherz, professore di Medicina ad Harvard e ricercatore del Dana-Farber, invita a cambiare domanda. Finora una parte importante degli sforzi si è concentrata su come rendere il sistema immunitario più aggressivo. Il suo gruppo propone di interrogarsi anche su un altro problema: come fare in modo che sia il tumore a rivelare di più?
Centosettantacinque indizi. Ne vediamo soltanto cinque
Per affrontare il problema gli scienziati hanno scelto p53, una proteina fondamentale nel controllo della proliferazione cellulare.
Il gene che la produce, TP53, risulta mutato in circa la metà dei tumori umani. Molte alterazioni si verificano precocemente e possono essere condivise dalle cellule che discendono da quella originaria.
Sembrerebbero quindi bersagli particolarmente interessanti: una mutazione presente diffusamente nel tumore potrebbe permettere di riconoscerne numerose cellule.
E qui arriva la prima sorpresa.
I ricercatori, guidati nel lavoro sperimentale da Koji Haratani, hanno utilizzato una piattaforma di spettrometria di massa ultrasensibile per verificare quali frammenti della proteina p53 normale fossero realmente esposti dalle cellule.
Dei 175 peptidi candidati individuati dai modelli informatici, soltanto cinque erano rilevabili nelle condizioni esaminate.
È una differenza enorme fra ciò che dovrebbe teoricamente essere riconoscibile e ciò che viene effettivamente mostrato.
Analizzando poi le mutazioni cancerose, il gruppo ha osservato che molte interessavano regioni della proteina difficili da trasformare in frammenti presentabili ai linfociti.
In altri campioni tumorali mancava addirittura la specifica molecola HLA necessaria a esporre un possibile bersaglio.
La forbice molecolare che cancella le tracce
È qui che la ricerca compie il salto decisivo.
Gli scienziati hanno individuato un enzima, chiamato ERAP1, che normalmente contribuisce a preparare i frammenti proteici destinati alla superficie delle cellule.
Funziona come una minuscola forbice molecolare. Rifinisce i peptidi, accorciandoli affinché possano essere presentati attraverso le molecole HLA.
Ma nel caso di una particolare mutazione di p53, denominata I195F, qualcosa cambia.
Un'attività elevata di ERAP1 finisce per tagliare eccessivamente il frammento, distruggendo proprio il segnale che avrebbe permesso ai linfociti di riconoscere la cellula cancerosa.
La mutazione rimane nel tumore, ma la sua traccia immunitaria viene cancellata prima di arrivare in superficie.
A questo punto il gruppo di Harvard ha tentato la contromossa: eliminare l'attività dell'enzima oppure impedirgli di funzionare attraverso una sostanza inibitrice.
Il risultato è il cuore della scoperta.
Bloccando ERAP1, i ricercatori hanno ripristinato l'esposizione del bersaglio e il riconoscimento delle cellule tumorali da parte dei linfociti T specifici.
Non si sono limitati a descrivere un meccanismo di evasione immunitaria. Hanno dimostrato sperimentalmente che uno dei processi responsabili può essere contrastato.
Quando neppure un linfocita molto potente riesce a colpire
La ricerca ha individuato anche un'altra via di fuga, legata a una diversa mutazione di p53, chiamata R175H.
In questo caso il frammento mutato poteva essere esposto, ma il suo legame con la molecola HLA risultava troppo debole. Il bersaglio rimaneva disponibile per un tempo insufficiente.
Anche linfociti dotati di recettori particolarmente efficaci incontravano quindi difficoltà nel riconoscerlo.
David Barbie, professore di Medicina ad Harvard e oncologo del Dana-Farber, sottolinea proprio questo paradosso: un tumore può possedere una mutazione ideale da colpire, ma se non riesce a esporla stabilmente, rendere più potente il linfocita potrebbe non bastare.
È una distinzione che cambia la prospettiva: non conta soltanto quanto siano forti le difese, ma anche quanto sia riconoscibile il loro bersaglio.
Le tracce dei tumori freddi
La scoperta interessa un problema dell'oncologia contemporanea: i cosiddetti tumori freddi, nei quali i linfociti T possono essere poco presenti, esclusi o ostacolati nell'attività.
Fra le neoplasie che possono presentare queste caratteristiche figurano tumori del pancreas, della prostata, dell'ovaio, diverse forme di carcinoma mammario e il glioblastoma.
In queste condizioni alcune immunoterapie, come gli inibitori dei checkpoint immunitari, incontrano maggiori difficoltà rispetto a tumori con una risposta immunitaria già attiva.
La strada indicata dai ricercatori viene chiamata immunopeptidome shift: modificare l'insieme dei frammenti proteici esposti dalle cellule tumorali per renderle più facilmente riconoscibili.
Oltre agli inibitori di ERAP1, si studiano molecole capaci di modificare il legame fra peptidi e HLA e farmaci che intervengono sui processi di produzione delle proteine.
L'idea è affiancare queste strategie ai trattamenti che potenziano i linfociti, ai vaccini terapeutici o alle terapie cellulari ingegnerizzate.
Non soltanto aumentare la capacità di attacco, dunque, ma moltiplicare le possibilità di identificare il tumore.
Le prospettive dell'immunoterapia
Lo studio ha identificato diversi meccanismi di evasione immunitaria. Il ripristino del riconoscimento attraverso il blocco di ERAP1 è stato dimostrato in esperimenti cellulari, non ancora come beneficio terapeutico nei pazienti.
Restano da stabilire l'efficacia e la sicurezza di questo approccio nell'organismo, quali tumori possano beneficiarne e se la comparsa di nuovi bersagli possa tradursi in risposte cliniche migliori.
Il risultato segna comunque un avanzamento preciso: un segnale immunitario che il tumore non mostrava è stato recuperato intervenendo sul meccanismo che lo distruggeva.
Per anni una delle grandi domande dell'immunoterapia è stata come rendere le difese più forti. La ricerca aggiunge una possibilità altrettanto affascinante: impedire alle cellule cancerose di cancellare le tracce che permetterebbero di riconoscerle.
Fonti consultate:
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La Procura di Monza ha chiesto una condanna a tre anni e mezzo per Giovanna Rigato, ex concorrente del Grande Fratello, imputata per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Era stata denunciata dall’ex premier, caso unico nella storia delle cene ele…
La donna è accusata di aver chiesto fino a un milione di euro all’ex presidente del Consiglio. Il legale Stefano Gerunda contesta la ricostruzione della Procura: "Non è emersa la prova di quale male ingiusto avrebbe prospettato". La sentenza è attesa il 18 novembre, quando sono previste le repliche
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La Procura di Monza ha chiesto una condanna a tre anni e mezzo per Giovanna Rigato, ex concorrente del Grande Fratello, imputata per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi. Era stata denunciata dall’ex premier, caso unico nella storia delle cene eleganti. Secondo l’accusa, la donna avrebbe chiesto fino a un milione di euro all’ex presidente del Consiglio, ritenendo di aver subito danni psicologici e d’immagine in seguito al coinvolgimento nelle inchieste giudiziarie del caso Ruby.
La difesa contesta questa ricostruzione e chiede l’assoluzione perché il fatto non costituisce reato. In subordine, l’avvocato Stefano Gerunda sollecita una diversa qualificazione giuridica della condotta, inquadrandola nell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, con conseguente dichiarazione di prescrizione del reato. Nel corso dell’udienza a Monza, il legale ha sostenuto che nelle intenzioni della sua assistita non vi sarebbe stata alcuna minaccia estorsiva. Rigato, secondo la versione difensiva, si sarebbe sentita danneggiata dall’esposizione mediatica legata alle vicende di Arcore e ingiustamente accostata alle cosiddette “olgettine”. Per questo avrebbe presentato diverse denunce per diffamazione, poi archiviate, maturando la convinzione di non aver ricevuto adeguata tutela. A questa situazione, ha ricostruito Gerunda, si sarebbero aggiunte le conseguenze sulla carriera televisiva della donna, il cui contratto con Mediaset non venne rinnovato. La difesa ha inoltre richiamato le difficoltà personali ed economiche affrontate da Rigato, rimasta sola con un figlio a carico, e la perdita di credibilità professionale che, secondo il legale, sarebbe derivata dalla vicenda. “Ci aspettavamo una richiesta di condanna più bassa, dato il contesto che abbiamo tratteggiato”, ha dichiarato Gerunda, sottolineando che la sua assistita avrebbe subito “un’ondata mediatica prima come testimone, poi come indagata”.
Il nodo centrale, per la difesa, riguarda l’assenza di una minaccia concreta riconducibile al reato contestato. “Non è emersa la prova di quale male ingiusto Rigato avrebbe prospettato, ma solo la prova di una ‘volontà’ di andare ai giornali e ai magistrati, ma non è stata una minaccia”, ha affermato l’avvocato. Secondo Gerunda, la donna si sarebbe sentita presa in giro da Berlusconi rispetto al sostegno che le sarebbe stato promesso e avrebbe agito nella convinzione di poter ottenere un ristoro economico per i danni subiti, non con l’intenzione di commettere un illecito. “Direi che è stato più un tentativo goffo di ottenere una cosa che riteneva di poter chiedere, dati i rapporti che c’erano con il presidente Berlusconi”, ha aggiunto il legale, sostenendo che Rigato non si sarebbe rivolta alla stampa per trarre un vantaggio dalla vicenda. La parola passa ora al tribunale. Il procedimento tornerà in aula il 18 novembre per le repliche, mentre la sentenza è attesa nella stessa data. Intanto lo scorso giugno è stato riaperto il processo Ruby Ter – dopo l’annullamento delle assoluzioni da parte della Cassazione – e sono stato ammessi 39 testimoni.
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Questo gatto si toglie sempre il collare elisabettiano: la sua famiglia trova la soluzione più originale per curarlo wamiz.it
Il micio Sir Purr era stato trovato randagio e ferito per le strade di New York. Era stato affidato inizialmente a un rifugio comunale, prima di essere preso in carico dai soccorritori dell'associazione Whiskers-A-GoGo.
All'inizio, i soccorritori pensavano che, grazie alle cure e alle bende applicate, la ferita al collo sarebbe guarita senza problemi. Ma le settimane sono passate senza che le sue condizioni migliorassero.
Un gatto testardo?
Alla fine, i soccorritori hanno capito il motivo: Sir Purr si toglieva sistematicamente qualsiasi garza o protezione gli venisse messa addosso. Questo complicava non poco il lavoro dei veterinari.
A causa della posizione della ferita, infatti, le bende non restavano al loro posto e il collare elisabettiano non era adatto alla situazione. Dato che Sir Purr continuava a grattarsi e a riaprirsi la ferita, doveva tornare regolarmente dal veterinario. Un vero e proprio circolo vizioso!
Un look originale per risolvere il problema
La clinica Neighborhood Vet, situata a Bushwick, nel quartiere di Brooklyn a New York (USA), ha infine trovato la soluzione giusta. Dopo diverse visite, esami e pareri di specialisti in dermatologia, i veterinari hanno scoperto che la ferita di Sir Purr era causata da un'irritazione cutanea legata ad allergie.
Grazie a una terapia mirata, le condizioni del gatto hanno cominciato a migliorare. Parallelamente alle cure, la famiglia affidataria ha avuto un'idea originale: gli ha messo addosso un minuscolo dolcevita color turchese. Si è rivelata la soluzione perfetta: il collo alto copre le spalle dell'animale e impedisce alle sue zampe di raggiungere la pelle sensibile. Bisogna ammetterlo: Sir Purr ha un look pazzesco con questo bel dolcevita. E tu, cosa ne pensi?
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Humanizing Health Awards: cani in corsia e barca a vela, per rendere «umana» la cura Corriere della Sera
Dalle acque adriatiche alle postazioni di trucco correttivo per le donne in terapia oncologica presso il Reparto di Radioterapia dell’Aou Careggi, Firenze. Qui la Fondazione Radioterapia Oncologica Ets ha messo in campo Bellezza che cura che risponde a una domanda: può l’aspetto estetico essere una priorità in un percorso impegnativo come quello oncologico? «La risposta è sì, e ce la danno quotidianamente i nostri dottori - sottolinea la presidente Berardi - che vedono risplendere un sorriso e realizzarsi la propria dignità anche nell'aspetto estetico . Perché la bellezza non è solo estetica. È identità». Così, grazie all’attività della fondazione, 71 pazienti hanno beneficiato di supporto socio-estetico, protesi capillari e dispositivi personalizzati a integrazione delle cure.
Tra giardini benefici e spazi ludici post terapia
Per la categoria Salute mentale e malattie neurodegenerative a ricevere il premio è stata poi Fondazione Don Carlo Gnocchi, che ha realizzato presso il Centro Girola di Milano un giardino terapeutico destinato al benessere di 126 ospiti del nucleo Alzheimer e della Rsa. «Il giardino è studiato per dare stimoli diversi, olfattivi, tattili, uditivi e visivi e quello che noi vogliamo fare è cercare di reimmergerli in una passeggiata in montagna o in una strada in mezzo al campo - racconta Beatrice Merlo, referente del progetto Riappropriarsi degli spazi all’aperto - Il giardino come cura.
Dai più anziani ai bambini, Aseop Odv – Associazione Sostegno Ematologia Oncologia Pediatrica di Modena è stata selezionata e premiata per il progetto Sogni in Movimento. Nata nel 1988 dalle esigenze di genitori di piccoli pazienti con diagnosi di tumore, l’associazione vuol fornire loro uno spazio di svago, gioco e riabilitazione sia fisica che psicologica post cure. «La terapia oncologica per un bambino prevede due anni di ospedalizzazione. E un bambino - spiega Rita Malavolta, responsabile Area progettazione del percorso - per due anni vede medici e cure spesso molto invasive e debilitanti che a volte portano anche a problematiche dal punto di vista motorio». Proprio lì l’associazione interviene cercando di
«normalizzare» la vita del paziente guarito e dei suoi genitori.
Infine, a ricevere l’Humanizing Health Award è stata Fondazione Serena Ets, attiva presso il Centro Clinico NeMO di Brescia, specializzato in cura delle malattie neuromuscolari e neurodegenerative. Qui, il progetto Una zampa per NeMO grazie alle Attività Assistite con gli Animali ha portato in struttura due cani come motivatori e mediatori relazionali sotto il controllo di un’équipe multidisciplinare. «Dare una carezza, donare un bocconcino, riempire la ciotola d’acqua, sono tutte cose che fanno muovere le mani, fanno socializzare tra di loro e creano legami tra i pazienti e le persone che lavorano - spiega Chiara Colombi, responsabile del progetto premiato. Uno dei tanti modi per umanizzare le cure mettendo al centro emozioni, abilità e necessità quotidiane. E per una volta la malattia resta in secondo piano.
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Prevenzione infezione Rsv, in Italia monoclonale per neonati nella prima stagione Adnkronos
Dopo l’approvazione di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, arriva in Italia clesrovimab per la prevenzione della malattia del tratto respiratorio inferiore da virus respiratorio sinciziale (Rsv) in neonati alla nascita o durante la loro prima stagione Rsv. “Il farmaco - informa Msd in una nota - è controindicato nei neonati con ipersensibilità al principio attivo o a uno qualsiasi dei suoi eccipienti. Clesrovimab è un anticorpo monoclonale (mAb) preventivo a lunga durata d’azione, progettato per offrire una protezione diretta, rapida e duratura per l’intera durata di una tipica stagione Rsv, attraverso un singolo dosaggio fisso, non basato sul peso”. L’approvazione della Commissione europea (Ce) ne autorizza la commercializzazione in tutti i 27 Stati membri dell’Unione europea (Ue), nonché in Islanda, Liechtenstein e Norvegia.
“L'arrivo in Italia di clesrovimab rappresenta una nuova e importante opzione preventiva contro il virus respiratorio sinciziale, una delle principali cause di ospedalizzazione infantile che può provocare gravi bronchioliti e polmoniti sia nei neonati sani sia in quelli a rischio”, commenta Paolo Manzoni, direttore del dipartimento di Medicina materno-infantile della Aslbi, professore associato di Pediatria e neonatologia della università di Torino e Principal investigator dello studio clinico Smart. “Grazie alla sua efficacia e al dosaggio fisso indipendente dal peso del neonato, questa innovativa risorsa è in grado di alleviare il peso dell’infezione sui neonati, sulle famiglie e sui reparti ospedalieri”.
Come spiega Nicoletta Luppi, presidente e amministratrice delegata di Msd Italia, “l’arrivo in Italia di clesrovimab rende finalmente disponibile anche nel nostro Paese la nuova opzione preventiva per le infezioni da virus respiratorio sinciziale nei neonati e nei lattanti. Lavoreremo fin da subito al fianco delle autorità competenti a tutti i livelli, nazionale e regionale, per garantire nel più breve tempo possibile l’accesso a questa innovazione a tutela dei più piccoli. Ancora una volta - aggiunge - siamo orgogliosi di supportare il Servizio sanitario nazionale nel ridurre l'impatto clinico e organizzativo di una patologia insidiosa come la bronchiolite, proteggendo la salute dei neonati e offrendo serenità alle loro famiglie. La nostra missione rimane da sempre quella di innovare, in particolare nel campo della prevenzione e assicurare più vita e più vita di qualità a tutti, dal primo respiro”.
Il concetto di prevenzione integrata trova piena convergenza con le esigenze e le strategie dei dipartimenti di prevenzione locali. “Il virus respiratorio sinciziale - sottolinea Michele Conversano, consulente della Asl di Taranto - rappresenta una delle infezioni stagionali più diffuse e una delle principali cause di ospedalizzazione infantile in Italia, con un impatto gravoso sulle famiglie e sull'intero Servizio sanitario nazionale. L'approvazione da parte di Aifa di clesrovimab mette finalmente a disposizione della sanità pubblica un'ulteriore arma efficace. La somministrazione con dosaggio fisso può garantire, inoltre, semplicità organizzativa per i nostri servizi di prevenzione sul territorio: siamo pronti a integrare questa nuova profilassi nel nostro portfolio strategico a tutela della salute dei più piccoli”.
L’Rsv è un virus contagioso che causa infezioni stagionali diffuse e può portare a gravi condizioni respiratorie come bronchiolite e polmonite. È una delle principali cause di ospedalizzazione tra i neonati a livello globale - si legge nella nota - per questo c’è un bisogno insoddisfatto di opzioni preventive sia per i neonati sani sia per quelli ad alto rischio durante la loro prima stagione di Rsv che, solitamente, coincide con il periodo che va dall'autunno alla primavera dell'anno successivo. La tempistica e la gravità in una determinata comunità o regione possono variare di anno in anno.
Complessivamente, la mortalità pediatrica correlata a Rsv è stimata in circa 101.400 decessi ogni anno nel mondo. A livello italiano, uno studio multicentrico prospettico che ha valutato la presentazione clinica e il rischio di ospedalizzazione da Rsv nei bambini di età inferiore ai 5 anni in diverse regioni italiane nel corso di quattro stagioni epidemiologiche (dal 2019 al 2024) ha stimato che Rsv risultava nel 40,2% dei casi di infezione respiratoria acuta. La frequenza di ospedalizzazione è stata del 4,4% nei soggetti Rsv-positivi e la degenza mediana di 5 giorni. Inoltre, la durata media della malattia ha superato le 2 settimane, con il 40,9% dei bambini ancora sintomatico dopo 14 giorni e il 15,4% dopo un mese. Queste evidenze sono coerenti con i dati di sorveglianza virologica italiana della stagione 2024–2025, e confermano la rilevanza epidemiologica dell’Rsv nel contesto delle infezioni respiratorie pediatriche. Secondo la rete RespiVirNet, su 59.674 campioni analizzati, l’Rsv rappresenta nei bambini di età inferiore ai 2 anni il principale patogeno riscontrato nei tamponi analizzati.
“Gli anticorpi monoclonali per la prevenzione del virus respiratorio sinciziale rappresentano uno dei traguardi più straordinari della medicina pediatrica negli ultimi decenni, offrendo uno scudo formidabile per azzerare o minimizzare l'impatto della bronchiolite nei neonati e nei lattanti - evidenzia Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di pediatria (Sip) - Questa innovazione permette di abbattere drasticamente i costi sanitari, sia nell'immediato – riducendo decessi, ricoveri ordinari e in terapia intensiva – sia nel lungo termine, prevenendo complicanze croniche in età adulta e garantendo la sostenibilità del nostro Servizio sanitario nazionale. Per questo motivo, accogliamo con favore l'approvazione di clesrovimab, nuovo efficace strumento di prevenzione a disposizione dei pediatri italiani nella strategia di immunizzazione universale contro Rsv”.
La protezione dei neonati dal virus respiratorio sinciziale “non può e non deve essere limitata ai soli mesi invernali - osserva Antonio D’Avino, presidente nazionale Fimp, Federazione italiana medici pediatri - Per garantire un'equità di protezione e una vera prevenzione di prossimità, è fondamentale immunizzare anche i bambini nati fuori dalla stagione epidemica tipica di Rsv. Anticorpi monoclonali a lunga durata d'azione come clesrovimab offrono ai pediatri di famiglia uno strumento straordinariamente flessibile, ed efficace. Grazie al dosaggio fisso indipendente dal peso del bambino, possiamo proteggere facilmente ogni neonato direttamente sul territorio sin dai suoi primi giorni di vita, riducendo le ospedalizzazioni per bronchiolite e sollevando le famiglie da una pericolosa minaccia”.
La precedente approvazione della Ce - conclude la nota - è stata supportata dai risultati dello studio registrativo di Fase 2b/3 Clever, nel quale sono state valutate la sicurezza e l’efficacia di una singola dose di clesrovimab somministrata a neonati pretermine e a termine (dalla nascita a 1 anno di età), nonché dai dati ad interim della prima stagione Rsv dello studio di Fase 3 Smart, nel quale sono state valutate la sicurezza, l’efficacia e la farmacocinetica di clesrovimab rispetto a palivizumab nei neonati ad aumentato rischio di malattia grave da Rsv. I dati clinici degli studi Clever e Smart sono stati pubblicati sul ‘New England Journal of Medicine’ nel settembre 2025.
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De Bella (Agenas): "Più cure vicino a casa per pazienti con cancro seno metastatico" Adnkronos
Le nuove terapie permettono a molte pazienti di convivere più a lungo con un tumore al seno metastatico. "Per questo è necessario rafforzare la rete oncologica e garantire assistenza anche sul territorio", senza costringere le pazienti a recarsi sempre in ospedale. "Officina #Metastabile nasce per promuovere percorsi di cura dedicati alle pazienti con tumore al seno metastatico. Oggi, come non mai, le nuove cure garantiscono una strada di cronicità per le pazienti ed ecco che l'organizzazione regionale delle reti oncologiche regionali deve adattarsi a questa nuova necessità, implementando i percorsi anche di prossimità". Lo ha detto Manuela Tamburo De Bella, dirigente dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, intervenuta al convegno nazionale promosso oggi a Roma da IncontraDonna nella sede di Agenas. L'iniziativa rientra nel progetto Officina #Metastabile, in occasione della Giornata nazionale di sensibilizzazione sul tumore al seno metastatico.
Grazie ai progressi della medicina e alle nuove terapie, oggi molte pazienti possono convivere più a lungo con la malattia, che in alcuni casi può essere gestita nel tempo come una condizione cronica. Per rispondere a questa nuova realtà, secondo De Bella, "è necessario riorganizzare i servizi sanitari e rafforzare le reti oncologiche regionali", così da offrire cure e assistenza anche vicino al luogo in cui le pazienti vivono.
Secondo De Bella un ruolo importante è svolto dalle Case della Comunità e dai servizi sanitari territoriali, previsti dal decreto ministeriale 77 del 2022, che possono diventare punti di riferimento all’interno della rete oncologica. "Oggi con il Dm 77, il territorio e le Case della Comunità diventano un nodo della rete che va alimentato con percorsi di cura e con Pdta specifici per le pazienti metastatiche". Una rete dove la presenza di professionisti diventa fondamentale perché "in questo modo le pazienti non devono per forza necessitare dell'accesso ospedaliero" ha poi concluso.
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Kate Middleton: "Completata chemioterapia, mesi incredibilmente duri" 09/09/2024 L'eco del sud
LONDRA (ITALPRESS) - "Ora che l'estate volge al termine, non posso dirvi quanto sia un sollievo aver finalmente completato il mio ciclo di chemioterapia". Lo dice, in un videomessaggio sui social, la principessa del Galles Kate Middleton. "Gli ultimi nove mesi - aggiunge - sono stati incredibilmente duri per noi come famiglia. La vita come la conosci può cambiare in un istante e abbiamo dovuto trovare un modo per navigare in acque tempestose e strade sconosciute".
mgg/gtr
(Fonte video: profilo ufficiale YouTube The Prince and Princess of Wales)
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Ci sono danni che guariscono in poco tempo e altri che possono diventare un pericolo: spesso sopravvalutiamo i primi e sottostimiamo i secondi
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L’organo più esteso del nostro corpo è per molte persone il più trascurato. La pelle ricopre in media un’area di due metri quadrati ed è essenziale per la nostra sopravvivenza, eppure ce ne occupiamo solo quando inizia a prudere e ci dà fastidio, o quando cambia aspetto e vogliamo migliorarlo. Possiamo dedicarle molto tempo e denaro per ragioni estetiche, lasciando da parte o ignorando gli accorgimenti davvero utili per proteggerla e prevenire problemi di salute in alcuni casi molto gravi.
La pelle cambia continuamente, ma la sua capacità di rinnovarsi non la rende invulnerabile. Danni evidenti come un graffio, un brufolo o una puntura di insetto guariscono di solito in poco tempo, mentre altri meno visibili possono accumularsi e diventare un pericolo per la salute. Spesso però sopravvalutiamo i primi e sottostimiamo i secondi.
Una semplice screpolatura della pelle, dovuta al freddo secco che ha alterato lo strato più esterno fatto di cellule morte, è un fastidio a cui molti preferiscono provare a porre rimedio da subito con creme idratanti, anche se nei casi meno gravi il problema si risolve da sé. Con la comunicazione, chi produce e vende quei rimedi può contribuire a suscitare un senso di urgenza, che viene placato dal pensiero di avere fatto qualcosa per la propria salute spalmandosi un po’ di crema. Su piani diversi, lo stesso vale per le rughe, le smagliature, la cellulite e quelli che vengono generalmente chiamati “inestetismi della pelle”.
Il fatto è che una pelle che appare sana non è necessariamente sana, così come un cambiamento nel suo aspetto non è per forza un segnale di un problema. La spesa per i cosmetici, che intervengono sullo strato “morto” della pelle per correggere o mascherare difetti spesso innocui, è significativa se confrontata con quella per proteggere davvero la pelle attraverso la prevenzione.
Per capire perché questa distinzione conta, bisogna partire da com’è fatta la pelle. L’epidermide è lo strato più esterno: le sue cellule producono cheratina e, man mano che risalgono verso la superficie, muoiono e formano lo strato corneo, una barriera protettiva sottilissima. Sotto c’è il derma, che dà struttura alla pelle e ospita vasi sanguigni, nervi, ghiandole e follicoli piliferi. Più in profondità, il tessuto sottocutaneo collega la pelle ai muscoli e alle ossa.
L’agente esterno più pericoloso per la pelle non è il freddo o il vento, ma il Sole. Una scottatura è l’effetto più visibile e che spinge a cercare qualche rimedio, per ridurre il fastidio, ma i raggi solari agiscono quasi sempre in modi meno evidenti. Siamo esposti per tutta la vita a quelli ultravioletti, che possono danneggiare il DNA delle cellule e contribuire allo sviluppo di tumori, oltre ad accelerare l’invecchiamento della pelle stessa. Una parte di questi danni si accumula nel corso degli anni, anche senza scottature e senza cambiamenti visibili, aumentando il rischio di tumori della pelle.
Ridurre i rischi che il Sole comporta per la nostra pelle non deve però equivalere a rinunciare a esporsi alla luce solare, che ha effetti positivi sull’umore, sulla produzione di vitamina D e sulla regolazione del ritmo sonno-veglia. Bastano pochi minuti al giorno di esposizione per ottenere questi benefici. L’obiettivo è trovare un equilibrio, usando la crema solare e proteggendosi dai raggi, senza trasformare il Sole in qualcosa da cui difendersi a ogni costo.
Oltre alle rughe, la manifestazione più evidente degli effetti del Sole sulla pelle sono i nei. Si formano quando i melanociti, cioè le cellule che producono la melanina grazie alla quale ci si abbronza, si raggruppano invece di distribuirsi uniformemente nella pelle. C’è una predisposizione genetica che determina la tendenza a produrre pochi o tanti di questi accumuli, ma con la crescita possono intervenire anche i fattori ambientali. Un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti senza le opportune protezioni può influire sulla formazione di nuovi nei.
Quelli che molte persone hanno sulla schiena, per esempio, derivano spesso dal mancato uso della crema solare da bambini, o da un’applicazione scorretta. Magari venivano lasciati al Sole con una canottiera o una maglietta di cotone, con la convinzione che fosse sufficiente a schermare i raggi. Ma la maggior parte dei tessuti può veramente poco contro i raggi solari, e l’effetto è una maggiore probabilità di avere qualche neo in più, specialmente tra chi ha la pelle chiara.
La maggior parte dei nei è innocua, ma averne molti è uno dei fattori che i dermatologi considerano per valutare il rischio di melanoma, un tumore maligno che si sviluppa dai melanociti. Contano anche la presenza di nei atipici, la pelle chiara, le scottature solari avute nel corso della vita e la familiarità per il melanoma. Il controllo dei nei da parte di un dermatologo si basa in buona parte sull’osservazione di come appaiono rispetto agli altri e di come cambiano tra una visita e l’altra.
A chi ha molti nei, la pelle chiara o una storia familiare di melanoma, viene di solito consigliato un controllo periodico dal dermatologo che può valutare con più competenza la situazione e il modo in cui cambia nel tempo. Tuttavia, senza farne un’ossessione, è utile imparare a riconoscere i cambiamenti che potrebbero meritare attenzione, come un neo che cresce, ha bordi irregolari oppure è comparso da poco ed è diverso da quelli che ci sono già.
Controllare la pelle ogni tanto, magari con l’aiuto delle persone con cui si vive, può aiutare ad accorgersi di cambiamenti che altrimenti sfuggirebbero, soprattutto nelle zone difficili da vedere come la schiena. Alcuni studi condotti su persone che avevano già avuto un melanoma hanno mostrato che imparare a controllare la pelle insieme a un partner può aiutare a individuare nuovi melanomi. Non è però dimostrato che la convivenza riduca il rischio di accorgersi tardi di un tumore cutaneo. Lo stesso vale per lo screening in generale: per le persone senza sintomi e senza particolari fattori di rischio, le prove disponibili non sono sufficienti per stabilire se controlli periodici della pelle producano più benefici che danni.
Osservarsi ogni tanto può essere utile per la propria salute in generale perché la pelle è molto sensibile e reattiva e può diventare un buon messaggero di qualcosa che non va. Un arrossamento o un gonfiore può dipendere da un’allergia, oppure da un’infezione virale o batterica che provoca eruzioni cutanee. La comparsa di macchie può essere dovuta a delle micosi, cioè infezioni causate da funghi che approfittano del microclima ideale della pelle per crescere e prosperare, di solito senza fare danni. Alcune malattie autoimmuni e infiammatorie portano a una maggiore sensibilità della pelle al Sole, mentre problemi al fegato possono diventare evidenti con un colorito giallastro.
In molti casi, invece, i segnali sono aspecifici, cioè privi di una causa chiara e identificabile. La pelle secca o il prurito si risolvono spontaneamente proprio come si sono presentati e senza lasciare conseguenze. In due metri quadrati può davvero succedere di tutto.