Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Anche se Elena e Romano non erano ancora “attaccati” a macchinari, i medici avevano già previsto trattamenti necessari per tenerli in vita: un nuovo ciclo di chemioterapia e l’alimentazione artificiale con Peg per Romano. Un vero e proprio “accanimento terape…
Anche se Elena e Romano non erano ancora “attaccati” a macchinari, i medici avevano già previsto trattamenti necessari per tenerli in vita: un nuovo ciclo di chemioterapia e l’alimentazione artificiale con Peg per Romano. Un vero e proprio “accanimento terapeutico”. Ed è in questa interpretazione, sostenuta con forza dalla procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano (da qualche mese in pensione, ndr), che trova posto la decisione della giudice per le indagini preliminari di Milano, Sara Cipolla, che ha disposto l’archiviazione delle inchieste per aiuto al suicidio nei confronti di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. Il provvedimento scaturisce dalla sentenza della Corte costituzionale del maggio del 20 maggio del 2025. Cappato si era autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato per il suicidio assistito due persone gravemente malate.
Chi erano Elena e Romano
Uno era un giornalista “che non si arrendeva all’idea di non essere libero” e il Parkinson a 82 anni lo aveva relegato a letto, l’altra era una donna, malata terminale di cancro, che avrebbe “preferito morire” e con la famiglia accanto. Dopo aver accompagnato Romano ed Elena in Svizzera Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e all’epoca candidato alle suppletive per il Senato a Monza, come aveva fatto in passato, si era autodenunciato. Era quindi scattata l’inchiesta, l’iscrizione nel registro degli indagati e la successiva richiesta di archiviazione per Cappato. Come già avvenuto per il caso di Dj Fabo che però aveva portato l’attivista a essere assolto dalla Corte d’assise dopo la storica sentenza del 2019. La battaglia civile era proseguita con la prospettiva di andare oltre un muro; eliminando il paletto della definizione di sostegno vitale, individuato fino a poco tempo in macchinari salvavita, ma non in terapie oncologiche estreme o alimentazione artificiale. Nel 2024 la Consulta aveva esteso la nozione di sostegno vitale.
La motivazione
Nei due casi, scrive la gip, “il requisito del trattamento di sostegno vitale, nella portata precisata dalla Corte Costituzionale, deve dirsi sussistente in quanto medicalmente previsto e prospettato” – ossia “un nuovo ciclo di chemioterapia” per Elena e il “posizionamento Peg” per l’alimentazione artificiale per Romano – e “da entrambi rifiutato in quanto inutile, espressivo di un accanimento terapeutico secondo la scienza medica e da entrambi ritenuto non dignitoso secondo la propria sensibilità e percezione”.
Mentre manca ancora una legge sul fine vita, l’aggiunta Siciliano e il pm Luca Gaglio, il 18 settembre 2023, con una “interpretazione” più estensiva della storica sentenza della Consulta del 2019 sul caso dj Fabo, avevano chiesto di allargare ancora di più la possibilità del suicidio assistito: il malato terminale può scegliere di essere aiutato a morire anche se non è attaccato a macchine che lo tengono in vita, se questo tipo di trattamento rappresenterebbe solo “accanimento terapeutico”. E chi gli dà supporto, secondo i pm, non è punibile. Tesi accolta dalla gip che prima, però, aveva sollevato la questione davanti alla Consulta.
Era stato già Cappato, portando Fabiano Antoniani nella struttura svizzera, il motore del procedimento che, passando per un’imputazione coatta e un processo storico e commovente a Milano. Un verdetto che ha aperto la strada al suicidio assistito ponendo quattro criteri, una sorta di perimetro giuridico ed etico: il malato che ne fa richiesta deve essere affetto da patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e tenuto in vita artificialmente da trattamenti di sostegno vitale.
Proprio quest’ultima condizione mancava nei casi di Romano ed Elena. I pm avevano ritenuto di dare una “lettura costituzionalmente orientata” del reato di aiuto al suicidio, alla luce “degli articoli 2 e 32” della Costituzione, ossia quelli sui diritti inviolabili dell’uomo e sul diritto alla salute, della “sentenza” della Consulta del 2019 e della legge 219 del 2017 sul consenso informato. E sui casi in cui il paziente “rifiuti trattamenti” che “sì rallenterebbero il processo patologico e ritarderebbero la morte senza poterla impedire, ma sarebbero futili o espressivi di accanimento terapeutico”.
La vicenda di Elena
Il 2 agosto 2022, Cappato aveva annunciato su Twitter: “Elena ha appena confermato la sua volontà: è morta, nel modo che ha scelto, nel Paese che glielo ha permesso”. La donna, 69enne veneta malata terminale di cancro ai polmoni con metastasi, aveva contattato Cappato tramite l’Associazione Luca Coscioni per ricevere aiuto nel recarsi in Svizzera e accedere legalmente al suicidio assistito. Conosciuta fino a quel momento con il nome di fantasia “Adelina” per motivi di privacy, Elena aveva ricevuto la diagnosi di microcitoma polmonare a inizio luglio 2021. I medici le avevano chiarito fin da subito che le possibilità di sopravvivenza erano limitate e, nonostante i tentativi terapeutici, la malattia era rapidamente progredita, lasciandole pochi mesi di vita. Elena aveva affidato a un video le sue ultime parole: “Sono sempre stata convinta che ogni persona debba decidere sulla propria vita e sulla propria fine, liberamente e senza imposizioni. Avrei preferito morire nella mia casa, con le mani di mia figlia e di mio marito. Purtroppo non è stato possibile, quindi ho dovuto venire qui da sola.”
Il caso di Romano
Romano era un un giornalista “che non si arrendeva all’idea di non essere libero” e il Parkinson a 82 anni lo aveva relegato a letto. Il suo ultimo messaggio era stato diffuso dall’Associazione Coscioni: “… Ho iniziato ad informarmi sulle possibilità di organizzare il mio fine vita nel modo più dignitoso possibile, ma presto mi è stato chiaro che la situazione italiana è più complicata di come potessi pensare. L’opzione di recarmi in Svizzera in clandestinità mi spaventa perché non voglio assolutamente mettere i miei familiari nella condizione di rischiare di affrontare vicissitudini giudiziarie. Trovo però che sottrarre la libertà di scelta in questi casi sia anacronistico e crudele, e non mi arrendo all’idea di non essere libero”.
Il ragionamento di Romano proseguiva sulla perdita di autonomia e in un certo senso di dignità: “Ho sempre detto che alla fine, se ce ne fosse stato bisogno, avrei deciso io cosa fare. Attualmente vivo in casa circondato dall’affetto dei miei cari. Ma non posso più svolgere da solo le azioni più semplici e questo è molto doloroso. La maggior parte del mio tempo trascorre in camera, a letto; la televisione sopperisce ai miei amati libri, ma non posso più leggere o scrivere, che erano le attività principali della mia vita. Ho seri dolori muscolari che a volte mi tolgono il fiato e a volte sono più leggeri ma costanti. Il mio corpo è quasi completamente irrigidito. Non ho nessuna autonomia, non posso alzarmi se non con molto aiuto, non posso mangiare da solo o bere da solo, ho bisogno di assistenza per l’igiene personale…”.
Una millimetrica, dolorosa descrizione dello stato di impotenza e sofferenza insopportabili in cui alcuni malati sono costretti da malattie da cui non possono guarire: “Sono completamente dipendente dall’aiuto di familiari e personale specializzato. Comunico a fatica anche i bisogni più essenziali… Inoltre, sono consapevole che la mia malattia, il Parkinson, può portare ad avere bisogno di ulteriori ausili; potrei essere attaccato ad una macchina per poter mangiare, o forse anche per respirare, e potrei non comunicare più con le parole. Sono anche consapevole che la capacità di discernimento è fondamentale ai fini dell’accesso al fine vita secondo le normative, e anche questa capacità, purtroppo potrebbe un giorno venir meno, togliendomi la possibilità di scegliere se essere oggetto di cure o no”.
La cura contro il cancro è stata nascosta dalla CIA? Un vecchio documento del 1951 ritorna virale sui social: l’esperto spiega cosa c’è di vero (e falso)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.6/100
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B
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Criteri Critici
A rilanciare la storia è stato il Daily Mail: un vecchio documento della CIA del 1951, declassificato nel 2014 ma tornato improvvisamente virale sui social, che secondo alcune interpretazioni indicherebbe una possibile pista per curare il cancro scoperta dece…
A rilanciare la storia è stato il Daily Mail: un vecchio documento della CIA del 1951, declassificato nel 2014 ma tornato improvvisamente virale sui social, che secondo alcune interpretazioni indicherebbe una possibile pista per curare il cancro scoperta decenni fa e poi dimenticata. Il report dell’intelligence americana riassumeva uno studio sovietico del 1950 che metteva in relazione il metabolismo delle cellule tumorali con quello dei parassiti, ipotizzando che alcune sostanze usate contro infezioni parassitarie potessero colpire anche i tumori. Tra i composti citati compariva il Myracyl D, un farmaco all’epoca utilizzato contro la bilharziosi. Da qui, nelle ricostruzioni circolate online, il sospetto: possibile che una potenziale terapia anticancro sia rimasta sepolta negli archivi per decenni? In realtà il documento non è una ricerca medica ma un riassunto di intelligence di uno studio sovietico, e la sua recente circolazione ha soprattutto alimentato interpretazioni complottistiche sui social.
Ma cosa c’è davvero di scientificamente fondato in queste ipotesi nate oltre settant’anni fa? E quanto è plausibile l’idea che una terapia efficace contro il cancro possa essere stata nascosta? Lo abbiamo chiesto al professor Massimo Di Maio, Presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Dipartimento di Oncologia, Università di Torino, Ospedale Molinette.
“Un’ipotesi che non ha trovato conferma”
La teoria citata nel documento si basava sull’idea che tumori e parassiti condividessero alcune caratteristiche metaboliche. Da questa analogia sarebbe nata l’ipotesi di utilizzare farmaci antiparassitari per colpire anche le cellule tumorali. “La notizia fa riferimento a uno studio sovietico del 1950 che metteva in relazione il metabolismo dei tumori con quello dei parassiti” – spiega Di Maio -. Da lì si ipotizzava che alcune sostanze usate contro infezioni parassitarie potessero avere un effetto anche contro il cancro”. Il punto, però, è che questa ipotesi non ha mai trovato conferma nella pratica clinica. “Purtroppo non c’è stata nessuna evidenza concreta di beneficio. Tant’è vero che questi farmaci non sono mai diventati uno standard in nessuna applicazione oncologica”.
Come accade spesso nella ricerca biomedica, risultati promettenti osservati in laboratorio non si traducono automaticamente in terapie efficaci per i pazienti. “Le evidenze in vitro possono sembrare incoraggianti, ma a volte non portano a risultati concreti nella pratica clinica”. Anche le eventuali osservazioni sperimentali non hanno mai trovato riscontro negli studi sull’uomo. “Nella migliore delle ipotesi si trattava di modelli di laboratorio che potevano rappresentare un razionale per ulteriori studi”, chiarisce Di Maio. “Ma questi studi sono stati deludenti e poi messi da parte, perché di fatto non è emersa alcuna evidenza di beneficio nei pazienti”.
L’interesse è sempre di sviluppare una nuova terapia
La classificazione e successiva declassificazione del documento della CIA ha però alimentato un’altra narrativa: quella secondo cui esisterebbe una cura del cancro nascosta o deliberatamente insabbiata. Un’idea che per l’oncologo non ha basi realistiche. “Io dico sempre che se qualcuno avesse davvero trovato una cura efficace per il cancro avrebbe tutto l’interesse a diffonderla, non a nasconderla”, osserva. “Anche dal punto di vista economico i ritorni sarebbero enormi. Basta questa semplice considerazione per capire che l’idea di una cura segreta non ha senso”. Secondo il presidente dell’Aiom, queste narrazioni nascono spesso da una lettura superficiale del funzionamento reale della ricerca scientifica. “La spiegazione più semplice è anche la più corretta: quei farmaci non funzionano. Se avessero funzionato, sarebbero stati sviluppati e utilizzati”.
Cos’è più realistico
Questo non significa però che l’idea di utilizzare farmaci nati per altre malattie contro il cancro sia priva di basi scientifiche. In oncologia esiste infatti un filone di ricerca ben noto chiamato “drug repurposing”, cioè il riutilizzo di farmaci già esistenti per nuove indicazioni terapeutiche. “È un concetto molto studiato – spiega Di Maio -. Farmaci sviluppati per altre patologie possono trovare applicazioni diverse, a volte anche in modo inatteso”. Un esempio spesso citato è la metformina, un farmaco usato da decenni per il diabete. “Negli ultimi anni si è parlato molto del possibile effetto antitumorale della metformina – ricorda l’oncologo -. “Proprio per il legame tra metabolismo e crescita tumorale è stata studiata in numerosi trial clinici”. I risultati, però, non sono stati univoci. “Alcuni dati sono stati interessanti, ma molti studi hanno dato risultati negativi”.
Più concreto l’eccessivo entusiasmo
Un discorso simile vale per le statine, i farmaci utilizzati per ridurre il colesterolo. “Ci sono stati molti studi che hanno provato a testare un loro possibile effetto antitumorale, sulla base di un razionale biologico plausibile – spiega Di Maio -. Ma anche in questo caso i risultati sono stati spesso deludenti”. Il riutilizzo di farmaci già esistenti resta comunque un approccio scientificamente legittimo e talvolta promettente. “Molti di questi farmaci sono ormai generici e quindi dal punto di vista economico sarebbe molto interessante poterli usare anche per altre indicazioni – osserva l’oncologo -. Ma devono comunque passare attraverso tutte le fasi della sperimentazione clinica per dimostrare efficacia e sicurezza”. Ed è proprio qui che molte ipotesi terapeutiche si fermano. “Alla prova dei fatti molte di queste strategie non si dimostrano efficaci – conclude Di Maio -. Se invece emergono risultati solidi, c’è tutto l’interesse a svilupparli e renderli disponibili. Il rischio reale, semmai, è l’opposto: che risultati modesti vengano presentati in modo troppo entusiastico. È molto più concreto questo rischio rispetto all’idea che una cura efficace venga nascosta”.