📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Due nuove poltrone omologate per la somministrazione della chemioterapia sono state donate al reparto di Oncologia dell'ospedale Santa Maria di Terni dall'associazione "Un'idea per la vita" onlus. (ANSA)
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Criteri Critici
Scienziati statunitensi moltiplicano cellule progenitrici che attaccano i tumori; test promettenti sui topi, ma la sperimentazione umana resta lontana.«Infinite» è una parola che, in medicina, conviene maneggiare con le pinze. Eppure dietro l'annuncio degli s…
«Infinite» è una parola che, in medicina, conviene maneggiare con le pinze. Eppure dietro l'annuncio degli scienziati della University of Southern California c'è un risultato genuino e curioso, pubblicato su Cell.
Il gruppo è riuscito a moltiplicare quasi senza limiti i progenitori granulocito-monocitari, o GMP: cellule immature che danno origine ai macrofagi, gli spazzini del sistema immunitario. E le ha equipaggiate per dare la caccia ai tumori.
Autorinnovamento e scoperta scientifica
La sorpresa vera riguarda l'autorinnovamento, la capacità di una cellula di dividersi all'infinito conservando la propria identità. Quella facoltà, si riteneva, apparteneva quasi solo alle cellule staminali. Il team di Qi-Long Ying ha mostrato che, nelle giuste condizioni chimiche, anche i GMP la possiedono: si moltiplicano a lungo e restano sé stessi. Un laboratorio di Stanford ha riprodotto il risultato in modo indipendente, segno che il fenomeno è solido. Da qui l'idea di una scorta «pronta all'uso», generabile in anticipo da donatori e impiegabile su molti pazienti.
Perché i macrofagi possono aiutare contro i tumori
Perché puntare proprio sui macrofagi? Perché penetrano naturalmente nei tumori e li divorano, là dove le celebri terapie CAR-T, dal 2017 in poi, hanno trionfato contro i tumori del sangue e arrancato contro quelli solidi. I tumori solidi sono circa il 90% dei casi. Nei topi, i GMP modificati si sono annidati nel midollo e hanno fornito senza sosta macrofagi ingegnerizzati, rallentando la malattia. Va ricordato, però, che si tratta per ora di esperimenti sugli animali: la strada dal topo al paziente è lunga e lastricata di cure oncologiche.
La lezione oltre la singola terapia
La lezione che resta va oltre la singola terapia. Per anni l'immunoterapia ha inseguito recettori sempre più ingegnosi da innestare sulle cellule. Questo studio suggerisce che conti anche un altro fattore: lo stadio di sviluppo in cui la cellula viene presa. Scegliere il momento giusto della sua maturazione, prima che si specializzi, può valere quanto progettarne le armi. La parola «infinite», semmai, andrà verificata in clinica; l'idea che la cura possa nascondersi nel tempo di una cellula, quella sì, è già feconda.
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Vengono posizionati dal 2008 i teli geotessili, in genere tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Così anche quest’anno gli operai si sono dati da fare con gatti delle nevi e altri mezzi meccanizzati per ricoprire ciò che resta del ghiacciaio del Presena,…
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Vengono posizionati dal 2008 i teli geotessili, in genere tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Così anche quest’anno gli operai si sono dati da fare con gatti delle nevi e altri mezzi meccanizzati per ricoprire ciò che resta del ghiacciaio del Presena, tra i 2.700 metri e i 3.000 metri del massiccio della Presanella. La superficie coperta è di circa 110mila metri quadrati.
L’operazione viene portata avanti dal Consorzio Ponte di Legno-Tonale unicamente per il turismo invernale, cioè per poter garantire l’apertura della stagione sciistica anzitempo. Come si vede nel video, a causa delle alte temperature, la neve fonde a velocità anomala. I teli, che permettono di preservare circa il 70% di neve in più, rischiano di provocare problemi ambientali per via delle microplastiche e, come denunciato da decine di scienziati che si occupano di glaciologia e cambiamenti climatici, di inquinare le acque.
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Criteri Critici
I ricercatori della della Northwestern Medicine hanno messo a confronto due tipi di biopsia liquida. Ecco cosa hanno scoperto
Sviluppare un test del sangue che consente di rilevare le tracce del tumore al pancreas che non vengono individuate dai metodi diagnostici tradizionali. A questo obiettivo è stato orientato uno studio, pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research, condotto dagli scienziati della Northwestern Medicine. Il team, guidato da Akhil Chawla, ha seguito 106 pazienti con tumore pancreatico localizzato dall'inizio del trattamento fino alla chirurgia.
Due tipi di biopsia liquida a confronto
I ricercatori hanno confrontato due tecniche di biopsia liquida: la ddPCR (reazione a catena della polimerasi digitale in microgocce) e l'NGS (sequenziamento di nuova generazione). Focalizzandosi sulla mutazione del gene KRAS, presente in oltre il 90 per cento di questi tumori, la ddPCR ha mostrato una sensibilità di gran lunga superiore. Alla diagnosi, ha rilevato il Dna tumorale nel 65 per cento dei pazienti rispetto al 17 per cento associato all'NGS. Dopo la chirurgia, la ddPCR ha continuato a rilevare la malattia residua nel 56 per cento dei casi (contro il 9 per cento dell'altro approccio). Tale precisione, osservano gli esperti, permette di prevedere meglio la sopravvivenza. I pazienti con malattia invisibile all'NGS ma rilevata dalla ddPCR hanno registrato una sopravvivenza media di 27 mesi, contro i 41 mesi dei negativi a entrambi i test.
Tumori, la biopsia liquida strumento efficace per personalizzare le terapie
Il rischio di recidiva
Questo esame, commentano gli studiosi, rileva la malattia residua minima post-trattamento, identificando i pazienti ad alto rischio di recidiva anche quando gli esami radiologici risultano rassicuranti. "I medici potrebbero non rilevare la malattia residua nella maggior parte dei pazienti con gli approcci di test oggi disponibili - afferma Chawla - mentre entriamo nell'era delle terapie mirate a KRAS, disporre di uno strumento che traccia la stessa mutazione diventa cruciale. Questa combinazione potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui identifichiamo i pazienti ad alto rischio e intervenire prima che la recidiva diventi visibile". Prima che la ddPCR possa essere impiegata di routine nella cura del cancro pancreatico, concludono gli autori, questi risultati promettenti dovranno essere convalidati attraverso studi multicentrici su più ampia scala.
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Criteri Critici
Indicazioni positive per i pazienti affetti da colite ulcerosa refrattaria. La domanda di autorizzazione all'immissione in commercio dovrebbe essere presentata nel quarto trimestre
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Abivax decolla alla Borsa di Parigi, grazie ai dati rassicuranti sulla sicurezza dell’Obefazimod, un farmaco contro la colite ulcerosa. Il titolo dell’azienda biofarmaceutica francese è arrivata a guadagnare il 34% sopra 111 euro, di gran lunga il maggiore dell’indice Sbf 120 e dello Stoxx Europe 600. Abivax ha diffuso i risultati della Parte 2 di uno studio di Fase III, ovvero la fase finale delle sperimentazioni cliniche prima di una potenziale richiesta di autorizzazione all'immissione in commercio.
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La prima parte, pubblicata all'inizio di giugno, aveva sollevato grandi preoccupazioni sulla sicurezza del farmaco e causato un crollo del titolo del 43,6%, in quanto era stato segnalato che alla dose più alta di 50 milligrammi del farmaco si erano verificati alcuni casi di tumore. Nella nuova pubblicazione Abivax ha presentato dati decisamente positivi per i pazienti affetti da colite ulcerosa (CU) refrattaria curati con il farmaco.
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L'Obefazimod ha fornito “un significativo beneficio clinico” in una popolazione di pazienti con CU altamente refrattaria, con il 37,2% dei pazienti che non avevano risposto alla terapia di induzione che ha raggiunto la remissione clinica e il 34,5% che ha raggiunto la remissione endoscopica alla settimana 44 dopo il trattamento continuato con Obefazimod 50 mg. Inoltre l''aumento del dosaggio di Obefazimod da 25 a 50 mg ha ripristinato la remissione clinica nel 45,5% dei pazienti che avevano avuto una ricaduta durante la prima parte della fase di mantenimento dello studio, "supportando una strategia pratica di aumento del dosaggio per recuperare e mantenere il controllo della malattia nel tempo".
Abivax ha anche evidenziato che i dati aggiuntivi sulla sicurezza nell'ambito di questa Parte 2 ampliano il database di sicurezza e “forniscono un contesto importante per l'interpretazione dei dati sulla sicurezza oncologica riportati dall'analisi della Parte 1 dello studio di mantenimento”. Come si legge nel comunicato, “nell'ambito del programma integrato di Fase 2 e Fase 3 per la colite ulcerosa (1.704 anni-paziente di esposizione), i tassi di incidenza aggiustati per l'esposizione per le neoplasie, escluso il carcinoma cutaneo non melanoma (Nmsc), sono stati pari a 0,35 e 0,64 eventi per 100 anni-paziente ("PY"), mentre per il Nms sono stati pari a 0,59 e 0,64 eventi per 100 PY rispettivamente nelle coorti con tutti i farmaci attivi combinati (50 mg + 25 mg) e 50 mg, tutti coerenti con i tassi di base attesi per la colite ulcerosa”.
Gli analisti di Stifel commentano che i dati forniti sulla sicurezza sono “rassicuranti” con un'incidenza di tumori maligni entro i limiti previsti e sottolineano inoltre il potenziale di ulteriore efficacia nei pazienti con colite ulcerosa refrattaria al trattamento. I dati pubblicati forniscono quindi un'importante validazione clinica dell'efficacia di Obefazimod in una popolazione con colite ulcerosa altamente refrattaria, in particolare nei pazienti che non hanno ottenuto una risposta clinica dopo il periodo di induzione iniziale di 8 settimane.
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Criteri Critici
L'ok alla combinazione terapeutica per la cura di questa neoplasia apre nuove prospettive per i pazienti
Un passo in avanti per una delle forme di tumore polmonare più aggressive e difficili da trattare dell'oncologia moderna. Con l'approvazione della Commissione Europea della combinazione di lurbinectedina e l'immunoterapia atezolizumab come terapia di mantenimento di prima linea per il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, appena ottenuta dall'azienda biofarmaceutica PharmaMar, si amplia il panorama delle opzioni disponibili per i pazienti. Il valore di questo traguardo emerge con chiarezza dai risultati clinici che ne hanno sostenuto l'approvazione.
La combinazione terapeutica ha dimostrato di ridurre del 46% il rischio di progressione della malattia o di morte e del 27% il rischio di morte rispetto alla sola immunoterapia con atezolizumab. Risultati che evidenziano un beneficio clinico importante in una patologia caratterizzata da elevata aggressività e che, tradotti nella vita reale, significano più tempo e maggiori possibilità di controllo della malattia per pazienti che fino a oggi hanno avuto a disposizione strumenti terapeutici limitati. "L'approvazione europea della combinazione di lurbinectedina e atezolizumab rappresenta un importante passo avanti per i pazienti con microcitoma polmonare in stadio esteso" conferma il professor Marcello Tiseo, direttore dell'Oncologia Medica dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, che vede in questo risultato la possibilità di ridefinire gli standard terapeutici di una forma neoplasica rimasta a lungo priva di innovazioni significative. Dello stesso avviso Luis Mora, Managing director di PharmaMar: "È una grande notizia che pazienti e medici europei abbiano ora accesso a un nuovo trattamento per questo tipo di tumore. Riteniamo che lurbinectedina in associazione con l'immunoterapia abbia il potenziale di cambiare il paradigma terapeutico di questa malattia". Il carcinoma polmonare a piccole cellule rappresenta circa il 15% di tutti i tumori del polmone ed è caratterizzato da una crescita rapida e da una precoce capacità di diffusione nell'organismo. Ogni anno in Europa vengono diagnosticati circa 62mila nuovi casi e, nella maggior parte delle situazioni, la malattia viene scoperta quando è già in fase avanzata. Una condizione che rende il percorso terapeutico particolarmente complesso e che spiega perché ogni progresso in questo ambito assume particolare rilevanza clinica. L'approvazione si basa sui dati dello studio di fase 3 IMforte che ha valutato l'associazione tra lurbinectedina e atezolizumab come terapia di mantenimento dopo il trattamento iniziale standard.
Risultati che hanno ottenuto l'approvazione prima del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell'Agenzia Europea per i Medicinali e poi della Commissione Europea.
L'autorizzazione introduce una nuova opzione terapeutica per i pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso e rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di sviluppo di strategie terapeutiche innovative per una patologia che continua a presentare importanti bisogni clinici insoddisfatti.
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Criteri Critici
Un nuovo gel riutilizzabile potrebbe essere un promettente strumento per rimuovere le sostanze chimiche eterne difficili da eliminare dall'acqua
Cattura i Pfas dall'acqua in modo più efficiente rispetto a molti altri sistemi di filtraggio oggi disponibili. Si tratta di un nuovo materiale a base di gel appena messo a punto dai ricercatori dell'Università della Florida che potrebbe rendere l'acqua potabile più sicura. La nuova tecnologia, soprannominata dagli ideatori stessi come “velcro molecolare”, riesce infatti a filtrare le sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche (Pfas), note anche come sostanze chimiche eterne che rappresentano una delle principali sfide ambientali dei nostri tempi. I dettagli sono stati pubblicati in uno studio su Energy & Environmental Materials.
La contaminazione da Pfas
I Pfas sono sostanze chimiche usate da decenni in diversi prodotti, come per esempio i rivestimenti antiaderenti, i tessuti impermeabili e gli imballaggi alimentari. Queste sostanze, tuttavia, sono anche note per essere “eterne”, ossia sono persistenti e si degradano molto lentamente, accumulandosi così nell'ambiente e negli organismi viventi. L'esposizione a queste sostanze, inoltre, è stata associata a diversi effetti sulla nostra salute, tra cui alterazioni del sistema immunitario, problemi dello sviluppo, e un maggior rischio di alcuni tipi di cancro. "Una delle maggiori difficoltà risiede nel fatto che queste sostanze chimiche sono presenti a concentrazioni così basse da risultare molto difficili da rilevare e separare, pur potendo comunque avere un impatto sulla salute umana", ha commentato l'autore del nuovo studio Joshua Moon. "È come mettere una goccia di colorante alimentare in una piscina olimpionica e poi cercare di recuperarla completamente. Non è facile."
Il "velcro molecolare"
Con lo scopo di perfezionare i metodi di filtraggio dei Pfas, i ricercatori del nuovo studio hanno creato un materiale a base di gel che si serve delle cariche elettriche per intrappolare il Pfoa, una delle forme più abbondanti di Pfas nell'ambiente. In particolare, il gel permette alle molecole di Pfoa di legarsi in tutto il materiale e non solamente sulla sua superficie, migliorandone la capacità di filtrazione e permettendo al materiale di essere riutilizzato più volte. “Le reti di poli(etilenglicole) diacrilato contenenti sia gruppi alifatici sia basi forti, come piperazina e piperidina, mostrano una rapida rimozione di oltre il 98% dell'acido perfluorottanoico (Pfoa) da soluzioni diluite e possono essere rigenerate utilizzando alcoli leggeri”, si legge nello studio. Il dato più interessante, sottolineano i ricercatori, è che il nuovo materiale riesce a filtrare i Pfas senza contenere i composti fluorurati, che, degradandosi, possono potenzialmente esseri rilasciati nell'ambiente. "Molti dei materiali attualmente disponibili non funzionano bene o si basano sull'uso di sostanze fluorurate per legare i Pfas. Siamo riusciti a sviluppare questi adsorbenti in gel che funzionano bene senza contenere sostanze simili ai Pfas", ha precisato Moon.
L'acqua più pulita
Sebbene gli effetti della contaminazione da Pfas sulla salute siano ancora oggetto di studio, il nuovo materiale potrebbe rendere l'acqua potabile più sicura. Se, infatti, i risultati saranno confermati da ulteriori studi, il velcro molecolare potrebbe contribuire a rendere più efficienti gli impianti di trattamento e filtraggio delle acque, riducendo così la diffusione di queste sostanze chimiche eterne e anche di quei composti che sono più difficili da rimuovere dall'acqua rispetto al Pfoa. "Forse possiamo creare nuovi principi di progettazione o una migliore comprensione dei materiali esistenti per superare alcune delle grandi sfide che i processi di trattamento commerciali non sono in grado di affrontare", ha concluso Moon.
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Un uomo e una donna sono morti per l’ondata di calore a Genova, città nella quale si sono registrati anche altri dieci accessi in diversi pronto soccorso. Al Policlinico San Martino sono deceduti un paziente di 86 anni, ricoverato da due giorni, e una donna d…
Al Policlinico San Martino sono deceduti un paziente di 86 anni, ricoverato da due giorni, e una donna del 1947 arrivata in ospedale già in arresto cardiaco
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Un uomo e una donna sono morti per l’ondata di calore a Genova, città nella quale si sono registrati anche altri dieci accessi in diversi pronto soccorso. Al Policlinico San Martino sono deceduti un paziente di 86 anni, ricoverato da due giorni, e una donna del 1947 arrivata in ospedale già in arresto cardiaco. Entrambi i decessi sono ritenuti correlabili alle elevate temperature.
Gli effetti dell’ondata di caldo sta interessando quasi tutti i nosocomi del capoluogo ligure, dove è stata prorogata l’allerta massima fino a mercoledì. Per quanto riguarda gli accessi, il San Martino ha registrato quattro casi: due disidratazioni e due sincopi, per pazienti tra i 16 e gli 87 anni. Al Galliera altri quattro casi: una lipotimia, una disidratazione, una sincope e una sindrome presincopale, i pazienti in questo caso hanno tra i 29 e gli 83 anni.
Al Villa Scassi due casi, uno di sincope con disidratazione e uno di astenia, vertigini e ustione solare che hanno colpito un giovane di 19 anni e un uomo di 46. Nessun accesso correlabile al caldo è stato registrato all’ospedale di Voltri.
Nel primo pomeriggio di oggi, inoltre, una pattuglia della Polizia locale ha soccorso un uomo colto da arresto cardiaco in via XV Aprile. Gli agenti hanno iniziato le manovre di rianimazione prima dell’arrivo del 118, che con il defibrillatore è riuscito a ripristinare l’attività cardiaca. L’uomo è stato trasportato in codice rosso al San Martino.
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Sono 4 le nuove indicazioni di durvalumab approvate dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), in tre diverse neoplasie. L’immunoterapia con durvalumab, prima e dopo la chirurgia (regime perioperatorio), cambia infatti lo...
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Sono 4 le nuove indicazioni di durvalumab approvate dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), in tre diverse neoplasie. L’immunoterapia con durvalumab, prima e dopo la chirurgia (regime perioperatorio), cambia infatti lo standard di cura nel tumore del polmone non a piccole cellule in stadio precoce (IIA-IIIB) e nel carcinoma della vescica muscolo-invasivo resecabile. Il nuovo approccio determina un significativo miglioramento della sopravvivenza, con una consistente riduzione del rischio di recidiva. E, per la prima volta dopo oltre 40 anni, grazie a durvalumab si registrano progressi nella terapia sistemica del tumore del polmone a piccole cellule (microcitoma) in stadio limitato, con un miglioramento della sopravvivenza globale di quasi due anni. Passi avanti anche nella più frequente delle neoplasie ginecologiche. Nel carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante, nelle pazienti che presentano una particolare caratteristica biologica (deficit nel mismatch repair, dMMR), durvalumab in associazione a chemioterapia, seguito dal trattamento di mantenimento con durvalumab in monoterapia, ha ridotto del 58% il rischio di progressione o morte dovuto alla malattia. I benefici dell’immunoncologia nella cura del cancro sono approfonditi oggi a Milano, in un evento stampa promosso da AstraZeneca.
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Mantovani (Humanitas): investire in ricerca e innovazione
Nel 2025, in Italia, sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di cancro. “Il sistema immunitario può essere paragonato a un’orchestra straordinaria ed estremamente complicata, costituita da almeno 4.000 miliardi di diverse componenti – spiega Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la ricerca e professore emerito all’Humanitas University -. Non conosciamo tutti gli orchestrali, gli strumenti e gli spartiti dell’orchestra immunologica. Ma ogni passo avanti in questa comprensione si traduce in benefici per i pazienti. Per questo è fondamentale continuare a investire nella ricerca e nell’innovazione. All’inizio del nuovo Millennio, abbiamo assistito a un cambio di paradigma, che ha portato a una nuova visione del cancro, non più come malattia centrata solo sulla cellula tumorale, ma caratterizzata anche dal microambiente, cioè dalla nicchia ecologica in cui si sviluppa la neoplasia e di cui fanno parte alcune cellule del sistema immunitario, come i macrofagi e le cellule T regolatorie. La nuova visione è stata accompagnata dalla scoperta dei freni del sistema immunitario, i cosiddetti checkpoint, e dal conseguente sviluppo di farmaci in grado di sbloccare questi freni, per liberare la risposta immunitaria. Il cancro ha la capacità di ingannare e disorientare le cellule del sistema immunitario, sviluppando strategie di evasione ed innescando risposte infiammatorie inappropriate. Ecco perché la ricerca contro i tumori è una strada in salita. La migliore comprensione dei meccanismi di evasione e resistenza consentirà di salvare più vite”.
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Ogni anno più di 40mila diagnosi di tumore al polmone
Nel 2025, in Italia, sono stati stimati 43.500 nuovi casi di tumore del polmone, la seconda neoplasia più frequente dopo quella della mammella. AIFA ha approvato la rimborsabilità di durvalumab in associazione a chemioterapia a base di platino come trattamento neoadiuvante (prima della chirurgia) seguito da durvalumab in monoterapia come trattamento adiuvante (dopo la chirurgia), in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule resecabile ad alto rischio di recidiva e in assenza di mutazioni di EGFR o riarrangiamenti di ALK. “Nello studio AEGEAN, pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’ – afferma Cesare Gridelli, direttore della U.O.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera ‘Moscati’ di Avellino -, il regime con durvalumab prima e dopo la chirurgia ha mostrato una riduzione del 32% del rischio di recidiva, progressione o morte rispetto alla sola chemioterapia neoadiuvante. All’analisi a 12 mesi, la sopravvivenza libera da eventi è stata osservata nel 73,4% dei pazienti che hanno ricevuto durvalumab rispetto al 64,5%. Inoltre, il quadruplo dei pazienti trattati con durvalumab più chemioterapia prima della chirurgia, il 17,2% contro il 4,3%, ha raggiunto la risposta patologica completa, che indica l’assenza di malattia residua, rispetto alla sola chemioterapia neoadiuvante. Anche la qualità di vita, valutata nello studio, è stata preservata”.
“L’aggiunta di durvalumab, prima e dopo la chirurgia, rappresenta una strategia fondamentale che modifica il paradigma terapeutico del carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio precoce, aumentando significativamente le possibilità di cura - sottolinea Silvia Novello, presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), ordinario di Oncologia medica all’Università di Torino e responsabile Oncologia medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano –. È fondamentale il lavoro del team multidisciplinare, per un adeguato inquadramento diagnostico-stadiativo e per una corretta selezione dei pazienti, a cui offrire la migliore opzione terapeutica”.
I benefici per il tumore alla vescica
Un’altra neoplasia molto frequente in cui il regime perioperatorio con durvalumab ha evidenziato benefici è quella della vescica, che ha fatto stimare 29.100 nuove diagnosi in Italia nel 2025. AIFA ha approvato la rimborsabilità di durvalumab in associazione a chemioterapia (gemcitabina e cisplatino) come trattamento neoadiuvante, cioè prima della cistectomia radicale (rimozione chirurgica completa della vescica), seguito da durvalumab come monoterapia adiuvante in pazienti con carcinoma della vescica muscolo-invasivo resecabile.
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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All'ospedale di Perugia è stata somministrata per la prima volta la terapia genica per il trattamento della beta-talassemia a un ragazzo di 14 anni. (ANSA)
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Criteri Critici
La scienza della longevità è spesso sopravvalutata. Ma ora un nuovo filone di ricerca potrebbe aprire alla cura di centinaia di malattie e rallentare l’invecchiamento Leggi
Perché i bambini nascono giovani? Il fenomeno più naturale del mondo in realtà è difficile da spiegare, almeno a livello cellulare. Consideriamo questo problema: gli elementi del concepimento sono vecchi. Quando una donna rimane incinta, ha portato con sé i suoi ovociti fin dalla nascita. Lo spermatozoo che si unisce all’ovulo per formare uno zigote può essersi sviluppato pochi mesi prima, ma eredita marcatori dell’età dall’uomo che lo ha prodotto. Ne consegue che anche lo zigote dovrebbe mostrare i segni dell’età – e all’inizio è così.
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Ma poi comincia una misteriosa metamorfosi: le cellule dello zigote invertono quei danni, sbarazzandosi della polvere metaforica accumulata dai genitori sul loro dna. Dopo due settimane, le cellule dell’embrione tornano a una sorta di grado zero della giovinezza. Solo allora sono giovani come non lo saranno mai più. Capire questo processo, scoperto solo di recente e noto come “ringiovanimento naturale”, significa confrontarsi con una verità vertiginosa: non nasciamo giovani, lo diventiamo.
Molti scienziati oggi pensano che padroneggiare il ringiovanimento cellulare potrebbe essere la chiave per trasformare la durata e la qualità della vita umana. Alcuni sperano di riuscire, un giorno, a controllare questo processo per curare centinaia di malattie, prolungare la vita di decenni e perfino eliminare del tutto l’invecchiamento.
Negli ultimi vent’anni i ricercatori hanno imparato a innescare il ringiovanimento in laboratorio, ottenendo una serie di progressi che fanno apparire quel futuro straordinariamente vicino. Hanno preso cellule cutanee di novantenni e le hanno riportate allo stato giovanile in una piastra Petri. Hanno ringiovanito topi malati, facendo tornare neri i loro peli grigi e rafforzando i loro muscoli. Hanno prelevato dai ratti reni malfunzionanti, ringiovanendoli in laboratorio e reimpiantandoli con successo; ora stanno passando ai maiali. A marzo sono cominciate le prime sperimentazioni sugli esseri umani per testare la sicurezza di una terapia che punta a far regredire alcune malattie oculari e curare il glaucoma.
Dal piombo all’oro
Il ringiovanimento è uno degli sviluppi più recenti e promettenti degli studi sulla longevità, un campo che ha cominciato a svilupparsi seriamente nel 1993, quando una scienziata dell’università della California a San Francisco dimostrò di poter raddoppiare la durata della vita di un nematode intervenendo su un unico gene. Da allora la ricerca sui meccanismi dell’invecchiamento è decollata, sviluppandosi parallelamente a una fiorente industria guidata da imprenditori e perfino scienziati che promuovono peptidi, integratori, terapie laser, tute elettriche, polveri di collagene, crioterapie e infusioni di sangue privi di solide basi scientifiche. Oggi prodotti e trattamenti anti-età che sostengono di prolungare la giovinezza fanno parte di un settore globale del benessere dal valore stimato intorno ai duemila miliardi di dollari.
Ad alimentare questa industria ci sono alcuni degli uomini più ricchi del mondo, che cercano di comprarsi una vita più lunga sperimentando sul loro corpo o finanziando la ricerca. Figure di primo piano della Silicon valley, come Peter Thiel, Larry Ellison e Sam Altman, hanno investito complessivamente miliardi di dollari in aziende biotech e centri di ricerca dedicati a rallentare il processo d’invecchiamento.
Un intervento di Izpisua Belmonte a una conferenza ha attratto così tanti scienziati che è stato necessario chiamare la polizia
Il ringiovanimento sembra fantascienza come molte delle idee emerse dal campo della longevità, eppure tra gli scienziati c’è un ampio consenso sullo straordinario potenziale di questo settore. I contrasti più accesi non riguardano tanto la possibilità di invertire l’invecchiamento cellulare, quanto fino a che punto i ricercatori possano spingersi. Funzionerà sugli esseri umani? Sarà usato solo per interventi mirati contro specifiche malattie? O potrà diventare abbastanza sicuro da consentire un ringiovanimento dell’intero organismo – aiutando le persone a sembrare e a sentirsi più giovani, o addirittura a non invecchiare affatto?
Alcune risposte potrebbero arrivare dalla Altos Labs, una misteriosa azienda biotecnologica che sarebbe sostenuta da Jeff Bezos e dall’investitore Yuri Milner. È stata fondata nel 2022 con un contributo di tre miliardi di dollari, che si pensa sia il più ricco lancio di sempre nel settore. Una sorta di progetto Manhattan per la scienza della longevità, l’azienda è responsabile di una delle più forti migrazioni dall’università all’industria degli ultimi anni, riuscendo ad attirare i nomi più prestigiosi con stipendi milionari e la promessa di risorse pressoché illimitate. Tra i concorrenti, Altos è considerata una scatola nera. “Non condividono quello che fanno”, mi ha detto un ricercatore. I suoi scienziati hanno pubblicato raramente articoli e non hanno parlato con i giornalisti del loro lavoro – almeno fino allo scorso marzo, quando mi hanno invitata nei loro laboratori.
Il campus principale di Altos si trova a Redwood City, in California, ma gran parte della ricerca sul ringiovanimento viene condotta a San Diego sotto la direzione di Juan Carlos Izpisua Belmonte. È uno scienziato che suscita grande interesse nel suo campo, e nel 2019 ha scatenato un dibattito etico collaborando con ricercatori cinesi alla creazione di quella che è nota come una chimera: in questo caso, embrioni in parte di scimmia e in parte umani (tutti quelli sopravvissuti dopo venti giorni furono distrutti). Nel 2025, a una conferenza a Boston, il suo intervento ha attratto così tanti scienziati che è stato necessario chiamare la polizia per gestire la folla.
Cresciuto in una famiglia povera in Spagna, dove per un breve periodo giocò come calciatore professionista, a 65 anni Izpisua Belmonte ha ancora una presenza imponente: alto, con una testa completamente calva e la tendenza a parlare a bassa voce. Mi ha guidato attraverso i luminosi laboratori di San Diego con aria rilassata, ma i giovani ricercatori con cui ci fermavamo a parlare trasmettevano un’energia nervosa, come se il preside della loro scuola, che per caso era Albert Einstein, fosse passato ad ascoltare la presentazione del loro progetto. In una postazione ho visto muoversi in una piastra Petri diversi organoidi: minuscoli modelli biologici grandi quanto un chicco di riso che riproducono, per esempio, gli elementi fondamentali di un cuore umano, che batte davvero. Altos sta anche usando l’intelligenza artificiale per creare una “cellula virtuale”, che consentirebbe un numero di esperimenti enormemente superiore a quello possibile in laboratorio.
Géza Bölcskey e Ferenc Németh in una casa di riposo a Páty, in Ungheria, 26 febbraio 2025 ( János Bődey )
Izpisua Belmonte ha pubblicato il suo lavoro più importante nel 2016, quando ha sbalordito i suoi colleghi trovando un modo per ringiovanire topi affetti da malattie genetiche, prolungando la loro vita del 30 per cento. Se vi stupisce che uno scienziato di cui non avete mai sentito parlare abbia trovato il modo d’invertire l’invecchiamento nei topi, forse vi chiederete perché la notizia non ha avuto maggiore risonanza. Io sospetto che dipenda dal nome impenetrabile della procedura: riprogrammazione epigenetica parziale. Sembra qualcosa che richiede una telefonata all’assistenza tecnica o la capacità di usare un nuovo telecomando. Ma descrive un processo affascinante così facile da comprendere che i suoi colleghi alla fine si sono chiesti perché non ci avevano pensato prima.
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Izpisua Belmonte ha capito come manipolare con precisione l’epigenetica dei topi, il processo con cui minuscoli gruppi di molecole si depositano sul dna e gli impartiscono istruzioni su quali geni attivare o disattivare. Sono queste molecole a dire alle cellule come specializzarsi – a decidere se devono diventare cellule cardiache, polmonari o cutanee – e come svolgere al meglio il loro compito. Anche se il nostro dna rimane stabile, le molecole epigenetiche cambiano in risposta all’esposizione al mondo esterno: sole, cibo, stress e perfino solitudine. Con il tempo alcune cominciano a legarsi nei posti sbagliati, mentre altre perdono il loro ancoraggio al dna, rendendo più difficile per le cellule leggere le istruzioni. E quando questo succede, secondo una teoria, comincia l’invecchiamento e la salute peggiora.
Lo studio di Izpisua Belmonte sui topi si basava su ricerche precedenti che avevano trovato un modo per azzerare quei marcatori epigenetici. Nel 2006 uno scienziato giapponese, Shinya Yamanaka, aveva individuato quattro geni insoliti che sono attivi nelle prime fasi dello sviluppo embrionale. Li aveva introdotti nelle cellule cutanee di topi anziani in una piastra Petri e aveva aspettato. Nel giro di due settimane le cellule si trasformarono, diventando qualcosa di molto simile a cellule staminali embrionali – come se stessero tornando indietro nel tempo verso la loro infanzia. “È un po’ come imparare a trasformare il piombo in oro”, disse uno scienziato rivale all’Associated Press.
Cellule adolescenti
La scoperta del potere di questi quattro geni, oggi noti come “fattori di Yamanaka”, fu premiata con il Nobel nel 2012, ma all’epoca non era chiaro che avrebbero svolto un ruolo cruciale negli studi sulla longevità. Per quanto importante fosse quella ricerca, gli scienziati erano consapevoli che applicare quei fattori agli esseri umani poteva essere rischioso. “Nessuno vuole trasformarsi in un ammasso di cellule staminali”, dice Eric Verdin, direttore del Buck institute for research on aging.
Il primo tentativo di trattare dei topi con i fattori di Yamanaka si concluse con un disastro biologico. In un esperimento del 2012 condotto in un centro di ricerca oncologica in Spagna, gli organi degli animali collassarono mentre le loro cellule cominciavano a dividersi senza controllo formando teratomi – tumori composti da frammenti di tessuti come capelli, denti e pelle. “Per me non è realistico pensare di usare i fattori di Yamanaka in un contesto clinico”, dichiarò nel 2021 alla Mit Technology Review uno dei principali autori dello studio: i rischi di cancro erano troppo elevati.
Margit Solymosi in una casa di riposo a Páty, in Ungheria, 26 febbraio 2025 ( János Bődey )
Izpisua Belmonte non era d’accordo. Aveva lavorato per trent’anni al Salk institute for biological studies, un prestigioso centro di ricerca non profit di San Diego, studiando la formazione di tessuti e organi durante lo sviluppo embrionale. A quel punto si chiese se la sua équipe poteva trovare un modo per regolare con precisione il processo di ringiovanimento: riavvolgere solo in parte l’epigenetica, in modo che le cellule potessero recuperare la resilienza della giovinezza senza perdere la loro identità e la capacità di funzionare. Invece di riportare la cellula all’infanzia, figurativamente parlando, forse avrebbe potuto farla tornare all’adolescenza.
Proprio come i trattamenti oncologici concedono ai pazienti il tempo di riprendersi dalla tossicità della chemioterapia, il metodo di Izpisua Belmonte prevedeva di esporre i topi ai fattori di Yamanaka in cicli di due giorni seguiti da cinque di pausa. Alla fine della terapia, i topi erano talmente cambiati che alcuni tecnici di laboratorio pensarono che fossero stati sostituiti. Da deboli e apatici erano diventati energici; il pelo era più folto e scuro, il cuore più forte. “Il nostro studio dimostra che l’invecchiamento non deve necessariamente procedere in una sola direzione”, disse Izpisua Belmonte ai giornalisti dopo la pubblicazione del suo lavoro su Cell nel 2016. “Se modulato con attenzione, potrebbe essere reversibile”.
Quell’articolo, oggi considerato uno dei più importanti del decennio, in un primo momento fu respinto da diverse riviste scientifiche. “L’obiezione non era: ‘È sbagliato’, ma: ‘Non può essere vero’”, ha raccontato Izpisua Belmonte. Capiva quelle resistenze: anche lui era stato incredulo quando aveva capito che i topi avevano perso l’equivalente umano di vent’anni d’invecchiamento. Dice di essersi sentito come gli ingegneri della Nasa dopo il lancio del primo razzo nello spazio. “Spesso è così che la scienza avanza”, ha detto. “Quello che in un primo momento sembra incredibile, in seguito con prove sufficienti può apparire quasi ovvio”.
Le implicazioni per la medicina umana furono immediatamente elettrizzanti. Sulla scia dell’articolo pubblicato da Cell nel 2016 nacquero diverse aziende biotecnologiche intenzionate a sfruttare il ringiovanimento cellulare. Ma nessuna era più grande o meglio finanziata della Altos Labs, che in seguito è riuscita ad assumere Izpisua Belmonte e buona parte della sua équipe di ricerca al Salk institute for biological studies. Manuel Serrano, l’autore principale dello studio sui teratomi, ha raccontato alla Mit Technology Review che la Altos lo pagava da cinque a dieci volte più del centro di ricerca spagnolo dove lavorava prima.
Secondo Sinclair “i nostri corpi somigliano a computer che si possono riprogrammare per tornare giovani”
Nel laboratorio di San Diego, Izpisua Belmonte mi ha portato davanti a un microscopio dove una giovane bioingegnera, Zeinab Chahine, mi ha mostrato due vetrini che, come poi ho capito, rappresentano il cuore del lavoro svolto alla Altos Labs. Il primo conteneva una cellula cutanea non trattata prelevata da una persona di 96 anni. Sembrava un motivo tessile dell’era atomica, con trattini rosa acceso, inclinati e distanziati tra loro, su uno sfondo rosa pallido. “Queste cellule sono piuttosto invecchiate”, ha detto Chahine. “E hanno perso la capacità di funzionare come dovrebbero”.
Le cellule giovani che funzionano bene riescono a passare facilmente dallo svolgimento dei loro compiti nell’organismo alla riparazione dei danni che si verificano naturalmente con il tempo. Quando entrano in modalità riparazione, rinforzano la propria struttura, come se aggiungessero strati di cemento a un muro. Le ricerche di Izpisua Belmonte indicano che invecchiando le cellule faticano a leggere le istruzioni epigenetiche e restano bloccate in modalità riparazione, incapaci di tornare alle funzioni normali. Continuano ad aggiungere strati su strati diventando fibrose e rigide, il che innesca ulteriori e dannosi tentativi di riparazione. Secondo Izpisua Belmonte è questo processo che ci porta a invecchiare e morire. Quando è riuscito a invertirlo in laboratorio, facendo ringiovanire le cellule bloccate in modalità riparazione, anche molti altri segni distintivi dell’invecchiamento cellulare sono scomparsi.
Il secondo vetrino mostrava invece una cellula della pelle ringiovanita dalla Altos Labs. Perfino io riuscivo a vedere che le linee erano più sottili, parallele e ravvicinate – un risultato ottenuto, mi hanno detto, con una nuova formula, diversa dai fattori di Yamanaka, oggi considerati solo uno dei molti sistemi possibili per attivare il ringiovanimento cellulare. Altos e una manciata di altre startup sono in competizione per trovare la versione più sicura. L’azienda sta conducendo ricerche sul ringiovanimento di reni, cuore e fegato, che spesso sono i primi organi a deteriorarsi con l’età. La speranza è che riparando l’organo che invecchia per primo gli scienziati possano offrire una vita più lunga e più sana, con tutto il corpo che rallenta più o meno contemporaneamente, riducendo il declino a una breve fase finale.
Hal Barron, amministratore delegato della Altos Labs, mi ha detto che anche il cervello è un campo di ricerca cruciale per il laboratorio. Nessuno vuole prolungare la vita delle persone per poi costringerle a soffrire di demenza per anni. “Credo che tutti siano d’accordo che vivere abbastanza a lungo solo per sviluppare l’alzheimer…”. Scuote la testa. “Quella è solo un’altra sfida.”
Anche se riuscissimo a curare tutti i tumori, ha detto Barron, la speranza di vita media negli Stati Uniti aumenterebbe solo di due o tre anni
Previsioni sbagliate
Malgrado le enormi risorse della Altos, il laboratorio che finora ha portato più avanti gli studi sul ringiovanimento ha sede all’università di Harvard ed è guidato da David Sinclair, la figura più controversa nel campo della longevità. Professore di genetica, Sinclair ha pubblicato decine di articoli innovativi, ma si è anche guadagnato la fama di enfatizzare eccessivamente i progressi della scienza della longevità. Nel 2019 ha pubblicato il bestseller Longevità: perché invecchiamo e perché non dobbiamo farlo (Verduci 2020), e ha sostenuto che la prima persona destinata a vivere fino a 150 anni è già nata. “L’invecchiamento non è qualcosa che dobbiamo accettare per forza”, ha detto al World government summit, il vertice mondiale dei governi che si è tenuto quest’anno negli Emirati Arabi Uniti. “Sta diventando sempre più trattabile. I nostri corpi somigliano di più a computer che si possono programmare, riprogrammare e riavviare per tornare giovani”.
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Altre previsioni formulate da Sinclair in passato non si sono realizzate. All’inizio degli anni duemila fondò una startup basata sui risultati di una sua ricerca secondo cui il resveratrolo, un composto presente nel vino rosso, poteva essere usato per rallentare l’invecchiamento. Nel 2008 l’azienda fu venduta al colosso farmaceutico GlaxoSmithKline per 720 milioni di dollari. L’operazione dette il via a un boom degli investimenti nella longevità, ma oggi viene citata anche come una storia esemplare dei rischi del settore: gli scienziati della Pfizer, che conducevano ricerche autonome, stabilirono che il composto non era promettente e ipotizzarono che i risultati di Sinclair fossero dovuti a un errore ricorrente di laboratorio. Nel 2010 la Gsk ridusse drasticamente le ricerche sul resveratrolo, adducendo problemi di sicurezza. Sinclair ha dichiarato che studi successivi confermano le sue tesi.
In seguito Sinclair ha fondato altre aziende, tra cui una società nel settore del benessere che gestisce insieme alla compagna, la chef e guaritrice energetica Serena Poon, oltre a una startup per la longevità degli animali domestici. Nella primavera del 2024 ha diffuso sui social un comunicato stampa secondo cui era “provato” che uno degli integratori dell’azienda poteva invertire l’invecchiamento nei cani, citando studi che molti scienziati hanno giudicato estremamente dubbi.
Matt Kaeberlein, un ricercatore che aveva lavorato con Sinclair in un laboratorio del Massachusetts institute of technology e oggi contribuisce a dirigere un progetto sulla longevità dei cani, lo ha accusato su Twitter di essere un ciarlatano. L’ex preside della Harvard medical school ha lasciato intendere che le dichiarazioni di Sinclair stavano danneggiando la reputazione dell’università. Sinclair alla fine è stato costretto a rinunciare alla presidenza della Academy of health and lifespan sciences, un gruppo di importanti studiosi della longevità che lui stesso ha contribuito a fondare. Ha dichiarato che le sue parole erano state riportate in modo scorretto nel comunicato.
Malgrado le polemiche, molti membri di quell’accademia mi hanno detto di credere che Sinclair abbia svolto e continuerà a svolgere un lavoro importante. Sinclair è stato uno dei principali sostenitori dell’idea che l’invecchiamento comincia quando l’epigenetica va alla deriva, rendendo difficile per le cellule accedere alle informazioni di cui hanno bisogno – quella che chiama “teoria dell’informazione dell’invecchiamento”. Questa teoria è diventata molto influente, anche se parecchi colleghi ritengono che sia solo uno dei vari fattori del declino. Tutti hanno seguito con attenzione i passi avanti della Life Biosciences, la startup di Sinclair, verso le sperimentazioni umane sul ringiovanimento, dopo un’importante scoperta ottenuta nel suo laboratorio ad Harvard nel 2018.
Quell’anno Yuancheng Ryan Lu, uno dei suoi dottorandi, aveva deciso di tentare – dopo molti fallimenti – un nuovo metodo di ringiovanimento cellulare che lui e Sinclair stavano già sperimentando in laboratorio: eliminare dai quattro fattori di Yamanaka quello più associato al cancro. L’idea di Lu era applicare gli altri tre fattori alle cellule del nervo ottico di topi resi ciechi. Con sua sorpresa, il trattamento funzionò: i topi recuperarono la vista.
Lu e Sinclair pubblicarono i risultati su Nature nel 2020 e la Life Biosciences cominciò a lavorare per ottenere l’approvazione della Food and drug administration alle sperimentazioni cliniche sugli umani, conducendo ulteriori studi sui topi e passando poi ai primati. In un laboratorio sull’isola caraibica di Saint Kitts, i ricercatori incaricati dalla Life Biosciences danneggiarono con un laser i nervi ottici di alcune scimmie e poi iniettarono nei loro occhi gli stessi tre fattori di Yamanaka, che ripristinarono il codice epigenetico e recuperarono la funzionalità visiva.
Lo studio era molto piccolo e i risultati non sono ancora stati pubblicati. Ma Michael Ringel, che ha un dottorato di ricerca in biologia, è rimasto tanto colpito da lasciare il ruolo di direttore generale alla Boston Consulting Group per entrare alla Life Biosciences come direttore operativo. Sapeva di andare a lavorare con uno scienziato che, ha ammesso, era “allo stesso tempo celebre e controverso”. Ma continua a sostenere che Sinclair ha contribuito come pochi altri al progresso del settore. In ogni caso, ha detto, i dati presentati da Sinclair gli sembravano persuasivi. “È stato questo a convincermi”. A marzo, la Life Biosciences ha avviato le prime sperimentazioni per trattare il glaucoma su un primo gruppo di massimo diciotto persone.
Daniel Ives, amministratore delegato della Shift Biosciences, un’altra azienda che si occupa di ringiovanimento cellulare, ritiene che l’Fda abbia adottato misure di sicurezza adeguate prima di autorizzare la sperimentazione, ma continua a temere lo scenario peggiore. “È un intervento che comporta un rischio di cancro, e c’è la possibilità che finisca male”, dice. Se qualcosa andasse storto, getterebbe un’ombra sull’intero settore, e anche per questo gran parte della comunità scientifica spera in un successo. “Forse la persona che lo guida non piace a tutti, ma se sta facendo avanzare la medicina va benissimo. Vediamo se può funzionare”, dice Ives. “Se riuscissimo a ringiovanire a comando una persona o anche solo una parte del corpo, potrebbe essere straordinariamente utile. È questo l’aspetto entusiasmante”.
Rózsa Seres e György Matel in una casa di riposo a Budapest, 23 febbraio 2025 ( János Bődey )
Sinclair, evidentemente consapevole delle accuse di eccessivo entusiasmo che gli sono state rivolte in passato, sembra aver voluto mostrarsi equilibrato nell’unica dichiarazione rilasciata per questo articolo: “Il progresso scientifico ha sempre comportato iterazioni, correzioni di rotta, competizione e critiche”, ha scritto in un’email. “Il mio gruppo e io puntiamo a portare avanti questo lavoro con cautela e responsabilità mentre ci avviciniamo alle sperimentazioni sugli umani”. Perfino uno dei suoi detrattori più accesi, Matt Kaeberlein, gli ha riconosciuto il merito di essere il primo scienziato a testare il ringiovanimento sugli esseri umani. “È un po’ paradossale che, dopo le tante cose che lui ha enfatizzato, deludendo poi le aspettative, questa possa essere quella che segna davvero una svolta”, ha detto.
Abbassare l’asticella
All’inizio del 2026 ho partecipato a una conferenza sulla scienza della longevità organizzata a Miami dall’Academy of health and lifespan science. Quel weekend circa 65 scienziati di tutto il mondo si sono scambiati informazioni, hanno fatto la fila per il caffè e si sono lamentati del tempo della città, colpita da un’ondata di freddo anomala. Le iguane, stordite dalle temperature sotto zero, cadevano dai rami e ingombravano i marciapiedi. Scienziati con anelli Oura e Apple Watch al polso aggiravano i rettili cercando di raggiungere i diecimila passi quotidiani o di massimizzare il loro allenamento a intervalli ad alta intensità. Altri scattavano foto da mandare ad amici zoologi: le iguane erano spacciate oppure potevano ancora riprendersi?
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Entrare a far parte dell’accademia è un riconoscimento prestigioso per gli scienziati della longevità, e proteggere la reputazione dell’organizzazione era uno dei temi previsti del primo giorno di discussione. I suoi principali esponenti avevano cominciato a pensare di avere un problema d’immagine: nella percezione pubblica, ricerche rivoluzionarie come il ringiovanimento cellulare vengono spesso associate ad aziende che vendono integratori privi di basi scientifiche e miliardari come Bryan Johnson, famoso per essersi sottoposto a trasfusioni di sangue del figlio. “Ci sono troppi termini, poca chiarezza, messaggi contraddittori, confusione e via dicendo”, ha detto alla platea Nir Barzilai, professore dell’Albert Einstein college of medicine e presidente dell’accademia.
Barzilai, noto per le sue ricerche sui geni della longevità nei centenari, ha poi presentato un consulente d’immagine appena assunto che ha segnalato ai presenti un disallineamento tra il loro lavoro e “gli approcci anti-età più marginali”, “le ciarlatanerie” che danneggiano il settore. Dopo qualche discussione, il gruppo ha votato per cambiare nome in Academy of geroscience, la denominazione suggerita dal consulente (la geroscienza è la scienza dell’invecchiamento). Ringel, il dirigente della Life Biosciences, non sembrava convinto dal nuovo nome: non era sicuro che comunicasse l’enorme potenziale del settore, che può veramente trasformare il corso della vita umana.
La conferenza ha messo in luce il dibattito in corso tra i ricercatori della longevità – o geroscienziati – su come gestire le aspettative dell’opinione pubblica. Prima di entrare alla Altos Labs, Izpisua Belmonte, come Sinclair, era noto per le sue grandiose dichiarazioni su quanto potevamo aspettarci di prolungare la vita umana e tra quanto tempo. Nel 2019 dichiarò alla Mit Technology Review che probabilmente era già nato qualcuno destinato a vivere fino a 130 anni; gli esseri umani, disse, un giorno potrebbero superare di 50 anni l’attuale speranza di vita.
Hal Barron, amministratore delegato di Altos Labs, evita accuratamente questo tipo di previsioni. Teme che qualcuno stia talmente alzando le aspettative da impedire all’opinione pubblica di riconoscere un progresso miracoloso quando si verificherà. Anche se domani riuscissimo a curare tutti i tumori, ha detto Barron, la speranza di vita media negli Stati Uniti con ogni probabilità aumenterebbe solo di due o tre anni. “Quindi, se allungassimo la durata della vita in buona salute di tre anni, avremmo ottenuto l’equivalente di qualcosa che non succederà presto, cioè curare il cancro”, ha detto. Se la Altos riuscisse ad aggiungere cinque anni all’aspettativa di vita – un risultato perfino superiore alle sue speranze – Barron teme che le persone rimarrebbero comunque deluse. “Anche solo ritardare di tre anni l’invecchiamento ovarico o l’alzheimer sarebbe una svolta”, ha detto.
Speranze disuguali Speranza di vita alla nascita, anni ( World population prospects )
Minuti preziosi
Gli scienziati non sono d’accordo nemmeno sul linguaggio da usare per descrivere quello che fanno. Sinclair parla spesso del suo lavoro come ricerche sull’“inversione dell’età”. In un recente scambio su X con Elon Musk, ha promesso che “l’inversione dell’età sta arrivando”. La Altos, al contrario, dichiara sul suo sito che la missione dell’azienda è usare il ringiovanimento per invertire “malattie, lesioni e disabilità in cui si incorre nel corso della vita”. Suona come medicina, piuttosto che come una curvatura del continuum spaziotemporale della nostra biologia.
Eric Verdin, del Buck institute for research on aging, presente anche lui alla conferenza, è infastidito dalle dichiarazioni pubbliche che lasciano intravedere un imminente ringiovanimento di tutto il corpo e suggeriscono che questa ricerca potrebbe tradursi in una pillola o un’iniezione capaci di cancellare le rughe e rivitalizzare le cellule in modo da farci guarire in fretta come bambini o correre veloci come un tempo. “Far regredire una malattia localizzata e invertire l’invecchiamento sono due cose molto diverse”, ha detto. Anche se lo studio sull’occhio di Sinclair dovesse avere successo, quello che funziona nell’occhio – un sistema relativamente circoscritto – potrebbe non dimostrarsi sicuro in organi molto più interconnessi con il resto del corpo.
L’ultima sera della conferenza Nir Barzilai ha detto ai partecipanti che il mattino dopo voleva vedere più gente in palestra. Era un modo per ricordare a tutti che, malgrado gli sforzi e i miliardi profusi in esperimenti di ringiovanimento altamente tecnologici, c’è un solo metodo scientificamente accertato per allungare la vita umana: un’attività fisica intensa accompagnata da una dieta sana e possibilmente povera di calorie.
Sinclair è tra gli scienziati che hanno condotto e divulgato ricerche per spiegare perché il corpo invecchia più lentamente quando il cibo scarseggia. La restrizione calorica induce l’organismo a entrare in modalità riparazione cellulare, per riuscire a vivere abbastanza a lungo da riprodursi in tempi migliori. Secondo alcune ricerche, lo stesso fenomeno si verificherebbe anche in altre condizioni difficili, come il caldo o il freddo intensi.
Con il freddo che faceva, la grande piscina all’aperto dell’hotel di Miami dove si svolgeva la conferenza è rimasta quasi sempre deserta. Anche all’interno, il sistema di riscaldamento non era attrezzato per affrontare le basse temperature. Alcuni di noi hanno cominciato a portare scialli e maglioni alle presentazioni, molte delle quali promettevano che eravamo vicini – molto vicini – a una svolta destinata a cambiare per sempre il paradigma dell’invecchiamento.
Mentre passavamo il weekend a rabbrividire in attesa del futuro, potevamo almeno consolarci pensando che forse stavamo aggiungendo qualche minuto prezioso alla nostra vita. ◆ gc
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Un uomo di 59 anni affetto da un tumore della giunzione tra esofago e stomaco è stato operato con successo al Policlinico di Bari. Il paziente aveva iniziato ad avere sempre maggiori difficoltà ad alimentarsi e in pochi mesi aveva perso circa dieci chili. (AN…
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Un complesso intervento chirurgico è stato portato a termine con successo all'Ospedale Ca' Foncello di Treviso, dove è stato operato un paziente di 82 anni con una rara forma di tumore maligno che aveva raggiunto i 20 chili. (ANSA)
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Trent’anni fa nasceva l’Istituto di Candiolo, un sogno della comunità per la comunità. Oggi, quel sogno compie un salto quantico e si proietta nel futuro con una nuova identità: nasce...
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Trent’anni fa nasceva l’Istituto di Candiolo, un sogno della comunità per la comunità. Oggi, quel sogno compie un salto quantico e si proietta nel futuro con una nuova identità: nasce l’INOC – Istituto Nazionale Oncologico Candiolo. Non si tratta semplicemente di un cambio di nome, ma dell’inizio di una nuova era per la ricerca oncologica di precisione. La sfida più grande dell’oncologia moderna è sconfiggere il cancro curando la malattia non in astratto, ma in base al profilo biologico e genetico del singolo tumore e del paziente. Con la nascita di INOC, questa sfida diventa realtà grazie al progetto Biolife, una piattaforma strutturale e tecnologica che ridefinirà i confini della biomedicina.
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Una nuova Biobanca oncologica
Il cuore pulsante di Biolife sarà la nuova Biobanca oncologica: con i suoi 3.000 metri quadrati diventerà l’archivio “vivente” più grande d’Italia. Non parleremo più solo di conservazione passiva, ma di una vera e propria fabbrica di modelli biologici. Raccoglieremo e preserveremo ogni componente biologica offerta dal paziente — dai tessuti al plasma, dal DNA alle feci — perché nulla vada perduto.
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La conservazione di campioni “vitali” è il tassello cruciale per il funzionamento del nostro Centro Organoidi. Qui, attraverso tecnologie avanzate, saremo in grado di replicare in vitro non solo mini-modelli in 3D del singolo tumore, ma anche il microambiente in cui esso cresce, inclusi vasi sanguigni e cellule del sistema immunitario. Ricreando il tumore esattamente come si presenta nell’organismo, potremo testare nuovi farmaci su ampia scala, offrendo terapie su misura non solo ai nostri pazienti, ma a tutti coloro che nel mondo presentano le medesime caratteristiche molecolari.
Cure personalizzate
La personalizzazione delle cure all’INOC compie un ulteriore passo avanti attraverso lo studio del DNA del paziente con il passaporto farmacogenomico. Questa vera e propria carta d’identità genetica ci rivelerà come l’organismo di ogni singolo individuo metabolizza i farmaci. Nella pratica clinica quotidiana, questo approccio si tradurrà in prescrizioni e dosaggi scientificamente calibrati, riducendo drasticamente il rischio di trattamenti inefficaci o dannosi, non solo per le terapie antitumorali ma anche per i farmaci di supporto (come antibiotici o antiacidi). È la direzione strategica già indicata da AIFA per il sistema sanitario nazionale, e INOC si candida a realizzarla per la prima volta su larga scala, partendo dai pazienti più fragili. Grazie al Centro di Omiche Avanzate, integreremo i dati genomici con la proteomica e la metabolomica, ottenendo una visione finalmente olistica della malattia. La medicina di precisione non cura la malattia in astratto, ma guarisce la persona nella sua unicità biologica.
Più spazio per le infrastrutture
L’evoluzione scientifica non può però prescindere da quella strutturale e umana. Il piano di sviluppo decennale sostenuto dalla Fondazione Allegra Agnelli, con un investimento di 250 milioni di euro, porterà l’istituto a superare i 95mila metri quadrati entro il 2035. In questo nuovo ecosistema, la ricerca dialogherà costantemente con la clinica. Spazi come la “Nuvola dei Saperi” nascono proprio per favorire l’incontro quotidiano e il cervello a cervello tra ricercatori e medici, accelerando il trasferimento delle scoperte dal bancone del laboratorio al letto del malato. Il tutto in una cornice One Health, dove un parco di 20.000 metri quadrati e strutture a impatto green ricorderanno che la salute dell’uomo è indissolubilmente legata a quella dell’ambiente.
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Nel poliambulatorio chirurgico del Policlinico di Bari è stata inaugurata la 'stanza rosa' dedicata alle pazienti seguite dalla chirurgia plastica. (ANSA)
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Depressione, insonnia, paura costante della recidiva. La ricerca nelle cure oncologiche ha migliorato la prognosi del tumore alla mammella, ma gli effetti della malattia vanno ben oltre la dimensione strettamente clinica. Una donna su tre, dopo la diagnosi, p…
L'indagine di Andos e Crea approfondisce l'esperienza delle donne, analizzando l'impatto psicologico della diagnosi e delle terapie, le difficoltà di accesso ai servizi, le relazioni familiari e sociali e le conseguenze sulla qualità della vita
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Depressione, insonnia, paura costante della recidiva. La ricerca nelle cure oncologiche ha migliorato la prognosi del tumore alla mammella, ma gli effetti della malattia vanno ben oltre la dimensione strettamente clinica. Una donna su tre, dopo la diagnosi, presenta sintomi depressivi rilevanti che finiscono per coinvolgere tutti gli aspetti della vita. Problemi di coppia, ripercussioni sulla carriera o sul percorso di studio, influenza sulla decisione di avere dei figli. È il costo meno visibile di una malattia che colpisce ogni anno oltre 53mila persone. Un disagio che non sempre entra nelle cartelle cliniche e che il Servizio sanitario continua a intercettare a singhiozzo. L’ansia è ancora la dimensione psicologica più diffusa: oltre il 21% delle pazienti riporta livelli moderati, l’11% livelli severi e quasi la metà, il 48%, sintomi lievi. Disturbi che hanno conseguenze pratiche. Il 10% delle donne con tumore al seno interrompe totalmente il lavoro, ma sono il doppio quelle che si trovano a dover ridurre le ore. E poi c’è la sfera privata: due donne su tre segnalano problemi di intimità sessuale dopo la diagnosi e, tra le under 40, il 58% dichiara di aver rinunciato ad avere figli.
Sono i dati esposti il 10 giugno a Roma, a Palazzo Baldassini, in occasione della pubblicazione del report “Effetti collaterali del cancro alla mammella: qualità di vita”, realizzato dall’Associazione nazionale donne operate al seno (Andos) e dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea). L’indagine approfondisce l’esperienza delle donne oltre la dimensione clinica della malattia, analizzando l’impatto psicologico della diagnosi e delle terapie, le difficoltà di accesso ai servizi, le relazioni familiari e sociali e le conseguenze che questi fattori possono avere sulla qualità della vita e sull’aderenza ai percorsi di cura.
Il rapporto si inserisce in un quadro già fragile. In Italia, infatti, la psiconcologia è ancora una risposta diseguale e spesso accessoria. Solo una minoranza delle strutture dispone di personale formato, concentrato soprattutto nei grandi centri specialistici. Le Regioni si muovono in ordine sparso, nonostante la domanda di salute sia in crescita. Rispetto al passato, infatti, il supporto psicologico non riguarda più soltanto la fase terminale della malattia, come accadeva anni fa. La psiconcologia oggi può accompagnare le persone durante l’intero percorso: diagnosi, terapie, interventi, cronicizzazione, paura della recidiva e ritorno alla vita quotidiana. E non è un sostegno solo per i pazienti, ma anche per i loro cari e per gli operatori sanitari che li hanno in cura. Senza un supporto adeguato, il rischio è quello di restare intrappolati in una condizione di allarme permanente, anche quando potenzialmente si hanno davanti ancora molti anni di vita.
“I progressi della ricerca e delle terapie hanno migliorato in modo significativo la sopravvivenza nel tumore della mammella, ma oggi sappiamo che non basta salvare la vita, dobbiamo restituirla”, commenta Flori Degrassi, presidente nazionale Andos. Per questo, sostiene, “il supporto psiconcologico e sociale non può più essere considerato un elemento accessorio, ma deve diventare parte integrante del percorso di cura”. Non si tratta soltanto di accompagnare la paziente durante la fase più dura delle terapie. Le conseguenze della diagnosi possono restare a lungo, anche quando l’urgenza clinica sembra superata. Affaticamento, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, isolamento percepito e perdita di autostima restano elementi diffusi e persistenti nel tempo.
Il carcinoma mammario può stravolgere l’equilibrio di una coppia o compromettere la possibilità di rientrare al lavoro senza alcuna penalizzazione. Può avere un impatto negativo sulle relazioni familiari e sul rapporto con il proprio corpo. In questo senso, il benessere psicologico non può essere visto come un servizio facoltativo, da attivare solo quando il disagio è già esploso, ma come una parte integrante del percorso oncologico. Per il sistema sanitario questo significa investire in modelli di presa in carico più strutturati, nella continuità assistenziale e in strumenti di accompagnamento psicologico, sociale e lavorativo.
Il report segnala che quasi una donna su due prova vergogna per i cambiamenti che la malattia e i trattamenti causano al suo corpo. Due su tre riportano problemi di intimità sessuale e tra le under 40 più della metà dichiara di aver rinunciato ad avere figli. A questo si aggiunge il carico familiare: le apprensioni per il futuro dei propri cari e lo stress genitoriale sono tra le preoccupazioni più rilevanti. Infine, dal report emerge come la malattia costringa molte donne a ridisegnare la propria routine professionale. Le ragioni sono molto concrete e non dipendono soltanto dalle assenze per le visite o le sedute di terapia. Oltre alla fatica fisica e alla difficoltà di gestire gli effetti collaterali delle cure sul posto di lavoro, le pazienti dichiarano di soffrire di problemi di concentrazione e di non essere in grado di fronteggiare gli orari professionali. Condizioni che, denuncia il report, portano le donne a rinunciare con elevata frequenza alla dimensione lavorativa della loro vita.