Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Una storia di innovazione che nasce dall’osservazione delle pazienti e promette di personalizzare la terapia e migliorare la prevenzione
Osservare, ipotizzare, dimostrare. Il metodo scientifico procede per passi successivi: a volte è una corsa altre una camminata lenta, ma se si procede con rigore i risultati arrivano. La storia della ricerca a cui ha partecipato Antonio Marra, medico presso l'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e ricercatore dell'Università degli Studi di Milano, lo dimostra. Tutto nasce da un’osservazione: perché in alcune pazienti con mutazione germinale del gene BRCA2 l’efficacia dei farmaci dura di meno? In altre parole, perché ci sono donne in cui la malattia progredisce prima? Da lì è iniziato un percorso di ricerca che ha condotto il team di ricercatori a scoprire la causa di questa scarsa risposta e a cercare di capire come poter curare, diversamente dallo standard, questo gruppo di pazienti. Una storia di ricerca che ha guadagnato le pagine di Nature. Non solo, da quel risultato è arrivata un’indicazione preziosa per individuare una cura su misura per queste pazienti, ipotesi che è oggi al centro di una sperimentazione internazionale.
Ma andiamo con ordine. Il primo passo è stato quello di dare concretezza all’osservazione empirica. “In ambulatorio vedevamo che per alcune pazienti la terapia standard non dava il beneficio che ci attendevamo e ci siamo chiesti perché. Come prima cosa abbiamo svolto un'analisi su un database di circa 6.000 pazienti che ci ha consentito di osservare come tale risposta ridotta non è un evento sporadico, ma una conseguenza biologica diretta di un’alterazione germinale del DNA a carico del gene BRCA2: parliamo del 5-10% dei casi”, ci spiega Marra. Insomma, per le donne con malattia ormonopositiva ed HER2-negativa con varianti germinali di BRCA2 la terapia standard a base di terapia endocrina ed inibitori di CDK4/6 non funziona come atteso. E anzi, la sua somministrazione non solo limita il controllo della malattia, ma espone le donne a percorsi terapeutici che non produrranno l’effetto sperato. Bisogna pensare ad altro.
Una cura su misura
Come dei sarti, Marra e i suoi colleghi hanno pensato a come cucire addosso a queste pazienti un vestito su misura. Il primo pensiero è andato a farmaci che si usano per i tumori che hanno questo tipo di mutazioni, chiamati inibitori di PARP. “Abbiamo infatti osservato che nei modelli sperimentali e nei dati clinici, gli inibitori di PARP sembrano funzionare meglio degli inibitori di CDK4/6 nelle pazienti con varianti patogenetiche di BRCA2. Si tratta di farmaci utilizzati ormai da alcuni anni con ottimi risultati contro il tumore al seno HER2-negativo con alterazioni di BRCA1/2, sia metastatico che iniziale. Tuttavia, si usano solo in seconda linea, cioè quando il primo farmaco ha smesso di essere efficace. I nostri nuovi dati indicano invece che dare priorità agli inibitori di PARP nelle pazienti portatrici di variante patogenetica di BRCA2 può ritardare la resistenza ai farmaci”, continua Marra.
Solo dopo aver dimostrato che la terapia standard non funziona, i ricercatori hanno potuto provare a dimostrare la necessità di anticipare il trattamento con i PARP inibitori. “Sulla scorta di tali evidenze, è in corso uno studio internazionale di fase 3 con un inibitore selettivo di PARP1, saruparib: si tratta di un farmacosignificativamente innovativo rispetto ai farmaci della stessa classe di precedente generazione. Essendo un inibitore selettivo, saruparib agisce con maggiore precisione contro le cellule tumorali caratterizzate da alterazioni di BRCA1 e BRCA2, al costo inoltre di una minore tossicità per le pazienti”, spiega ancora Marra. L’obiettivo è chiaro: prolungare molto più a lungo la malattia ed evitare che lo scadimento delle condizioni generali della paziente impedisca l’accesso a cure nelle fasi successive. Non resta che attendere i risultati dello studio.
Test germinale e implicazioni per la medicina preventiva
Le alterazioni di BRCA2 sono presenti nel tumore fin dall’inizio e quindi possono – anzi devono – essere identificate fin dalla diagnosi. Purtroppo, questo non accade ancora dappertutto. “Una ragione di più per considerare questo studio: se riusciremo a dimostrare che somministrare il PARP inibitore in prima linea in queste pazienti dà un beneficio sarà ancora più evidente che il test è necessario per decidere come curare la singola paziente”, sottolinea Marra. L'acquisizione precoce di queste informazioni non è più soltanto un'indagine conoscitiva, ma un atto clinico indispensabile per definire il percorso di cura ottimale. Inoltre, la conoscenza dello stato mutazionale apre una finestra sulla storia oncologica familiare, permettendo ai consanguinei di accedere a programmi di prevenzione personalizzati. Insomma, a partire da un’osservazione attenta di quello che succedeva in ambulatorio è scaturita una serie di ipotesi e dimostrazioni che rendono sempre più realtà la personalizzazione del trattamento e un miglioramento concreto di prognosi e qualità della vita delle pazienti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Linfoma mantellare, verso una terapia chemio-free: ridotto del 43% il rischio di progressione la Repubblica
Per chi riceve una diagnosi di linfoma mantellare, la chemioterapia rappresenta da anni il trattamento di riferimento. Oggi, però, si apre la prospettiva di un cambiamento importante. I risultati preliminari dello studio internazionale di fase 3 Mangrove indicano, infatti, che una terapia di prima linea senza chemioterapia, basata sull'associazione di zanubrutinib e rituximab, riduce del 43% il rischio di progressione della malattia o di morte rispetto alla chemio-immunoterapia standard. Un risultato che potrebbe modificare l'approccio terapeutico a questa rara neoplasia del sangue.
Un tumore raro ma molto aggressivo
Il linfoma mantellare è un tumore del sangue che origina dai linfociti B e può diffondersi ai linfonodi presenti in tutto l'organismo. Pur rappresentando circa il 6% dei linfomi non Hodgkin, è considerato una delle forme più aggressive, perché tende frequentemente a ripresentarsi dopo le cure. "Il linfoma mantellare è un tumore del sangue che origina dai linfociti B e può diffondere nei linfonodi, diffusi in tutto l'organismo - spiega Carlo Visco, professore associato di Ematologia e Coordinatore dell'Unità Linfomi all'Università di Verona. “Rappresenta il 6% dei linfomi non Hodgkin e si stimano in Italia, ogni anno, circa 800 nuovi casi. Lo standard di terapia in prima linea, storicamente, è costituito dalla chemio-immunoterapia. Purtroppo, la malattia è molto aggressiva e tende a ripresentarsi, cioè a recidivare. Resta, pertanto, uno dei linfomi più difficili da curare".
Lo studio apre la strada a una nuova strategia terapeutica
Lo studio Mangrove è il primo trial internazionale di fase 3 ad aver confrontato un trattamento iniziale privo di chemioterapia, basato su un inibitore della tirosin-chinasi di Bruton (BTK), con la chemio-immunoterapia oggi utilizzata come standard di cura. L'analisi ad interim ha raggiunto l'obiettivo primario dello studio, dimostrando un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione. I pazienti trattati con zanubrutinib in associazione a rituximab hanno registrato una riduzione del 43% del rischio di progressione della malattia o di morte rispetto all'associazione bendamustina-rituximab. Il profilo di sicurezza è risultato coerente con quello già noto dei due farmaci, senza nuovi segnali di tossicità. I dati sulla sopravvivenza globale sono ancora in fase di maturazione e saranno valutati nell'analisi finale dello studio.
Perché una terapia senza chemioterapia può fare la differenza
L'aspetto più rilevante non riguarda solo l'efficacia, ma anche la possibilità di ridurre il peso delle cure. Il linfoma mantellare colpisce, infatti, soprattutto persone anziane: l'età mediana alla diagnosi è di circa 70 anni e molti pazienti convivono con altre patologie croniche, che possono rendere più difficile affrontare la chemioterapia. "Con i risultati dello studio Mangrove si avvicina la prospettiva di un trattamento di prima linea libero da chemioterapia per questa neoplasia ematologica. Inoltre, va considerato che il linfoma mantellare interessa soprattutto pazienti anziani, perché l'età mediana alla diagnosi è di circa 70 anni. Sono persone colpite spesso anche da altre patologie. Da qui il valore per i pazienti di una terapia più tollerabile e gestibile, che richieda un numero limitato di infusioni e riduca quindi la necessità di accessi al centro ospedaliero", sottolinea Visco. L'obiettivo di un approccio senza chemioterapia è proprio quello di mantenere il controllo della malattia limitando gli effetti collaterali tipici della chemio-immunoterapia, come mielosoppressione, immunosoppressione prolungata, aumento del rischio di infezioni e tossicità cumulativa, particolarmente gravosi nelle persone più fragili.
Uno studio internazionale che coinvolge oltre 500 pazienti
Mangrove è uno studio globale, randomizzato e in aperto che ha coinvolto 510 pazienti arruolati in 176 centri nel mondo. Nel braccio sperimentale i partecipanti hanno ricevuto zanubrutinib per via orale in associazione a rituximab, seguito dalla sola terapia con zanubrutinib fino a progressione della malattia o intolleranza al trattamento. Il gruppo di controllo ha invece ricevuto la chemio-immunoterapia standard con bendamustina e rituximab per sei cicli. I risultati completi dello studio saranno presentati in un prossimo congresso scientifico, mentre la richiesta di autorizzazione alle autorità regolatorie è prevista nella seconda metà del 2026.
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Criteri Critici
Linfoma mantellare, 'con trattamento chemio-free in prima linea -43% rischio di progressione o morte' Adnkronos
BeOne Medicines Ltd., azienda oncologica globale, ha annunciato oggi "i risultati preliminari positivi dello studio di fase 3 Mangrove, che ha valutato zanubrutinib, inibitore di Btk di riferimento, più rituximab rispetto a bendamustina più rituximab (Br) nei pazienti adulti con linfoma mantellare (Mcl) precedentemente non trattato". Mangrove, riferisce una nota dell'azienda, "è il primo studio globale, randomizzato, di fase 3 a valutare un regime senza chemioterapia basato su un inibitore di Btk rispetto alla chemio-immunoterapia, standard di cura in questo setting. Questo studio fondamentale di fase 3 si basa sulle consolidate evidenze cliniche di zanubrutinib nel linfoma mantellare".
"Il linfoma mantellare è un tumore del sangue che origina dai linfociti B e può diffondere nei linfonodi, diffusi in tutto l’organismo - spiega Carlo Visco, associato di Ematologia e coordinatore dell'Unità Linfomi all'università di Verona - Rappresenta il 6% dei linfomi non Hodgkin e si stimano in Italia, ogni anno, circa 800 nuovi casi. Lo standard di terapia in prima linea, storicamente, è costituito dalla chemio-immunoterapia. Purtroppo, la malattia è molto aggressiva e tende a ripresentarsi, cioè a recidivare. Resta, pertanto, uno dei linfomi più difficili da curare. Con i risultati dello studio Mangrove si avvicina la prospettiva di un trattamento di prima linea libero da chemioterapia per questa neoplasia ematologica. Zanubrutinib, in associazione a rituximab, ha dimostrato di ridurre del 43% il rischio di progressione della malattia o di morte rispetto alla associazione chemio-immunoterapica standard, ovvero Br. Inoltre, va considerato che il linfoma mantellare interessa soprattutto pazienti anziani, perché l’età mediana alla diagnosi è di circa 70 anni. Sono persone colpite spesso anche da altre patologie. Da qui il valore per i pazienti di una terapia più tollerabile e gestibile, che richieda un numero limitato di infusioni e riduca quindi la necessità di accessi al centro ospedaliero".
"Per i pazienti con linfoma mantellare di nuova diagnosi, la chemioterapia rappresenta attualmente il trattamento predefinito - afferma Amit Agarwal, Chief Medical Officer, Ematologia, BeOne Medicines - Mangrove dimostra per la prima volta che zanubrutinib più rituximab, un regime privo di chemioterapia, può offrire miglioramenti senza precedenti nella sopravvivenza libera da progressione, ridefinendo potenzialmente il paradigma terapeutico a livello globale. Riteniamo che per i pazienti sia estremamente significativo potersi liberare dall'onere delle infusioni frequenti. Questo è il significato della definizione di zanubrutinib come trattamento di riferimento: un altro studio in cui costituisce il pilastro della terapia di prima linea ed estende la sua leadership nelle neoplasie delle cellule B".
"In questa analisi ad interim predefinita - dettaglia la nota - Mangrove ha raggiunto l'endpoint primario di sopravvivenza libera da progressione (Pfs), dimostrando un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante con zanubrutinib più rituximab rispetto a Br, secondo la valutazione di un comitato indipendente di revisione (Irc). Si tratta del primo studio di fase 3 del suo genere a utilizzare un approccio di prima linea privo di chemioterapia e senza terapia di mantenimento con rituximab nel linfoma mantellare, risparmiando ai pazienti circa 2 anni di infusioni. Questo regime basato su zanubrutinib e privo di chemioterapia ha determinato una riduzione del 43% del rischio di progressione o di morte rispetto a Br. Il profilo di sicurezza di zanubrutinib più rituximab è risultato coerente con il profilo di sicurezza noto di entrambi i farmaci, senza nuovi segnali di sicurezza. La sopravvivenza globale (Os), endpoint secondario chiave, era ancora immatura al momento di questa analisi; tuttavia, è stata osservata una forte tendenza a favore zanubrutinib più rituximab. La sopravvivenza globale sarà valutata nell'analisi finale. I risultati completi di Mangrove saranno presentati in un prossimo congresso medico. L'azienda sta collaborando con le autorità regolatorie globali e prevede di presentare le richieste di autorizzazione nella seconda metà del 2026".
Il linfoma mantellare - ricorda BeOne - è un tipo raro e generalmente aggressivo (a rapida crescita) di linfoma non-Hodgkin a cellule B. Colpisce prevalentemente gli anziani, che spesso presentano comorbidità in grado di influenzare le decisioni terapeutiche e la tollerabilità dei trattamenti. "Il trattamento di prima linea - si legge nella nota - si è basato per lungo tempo sulla chemio-immunoterapia, come Br. La chemio-immunoterapia comporta effetti gravi ben documentati, tra cui mielosoppressione, immunosoppressione prolungata, aumento del rischio di infezioni e tossicità cumulativa, aspetti che possono risultare particolarmente difficili per i pazienti anziani. Gli sforzi per migliorare i risultati del trattamento di prima linea nel linfoma mantellare con gli inibitori di Btk si sono concentrati principalmente sull'aggiunta di questi farmaci alla chemioterapia, anziché sulla sua sostituzione. Mangrove adotta un approccio diverso, valutando se un regime senza chemioterapia costituito da zanubrutinib più rituximab possa garantire un controllo duraturo della malattia, evitando ai pazienti il peso della chemioterapia iniziale. Questo approccio mira a superare le storiche limitazioni in termini di efficacia e tollerabilità dei trattamenti di prima linea". Mangrove è uno studio globale, randomizzato, in aperto, di fase 3 per la valutazione di zanubrutinib più rituximab rispetto a bendamustina più rituximab nei pazienti adulti con linfoma mantellare precedentemente non trattato. Lo studio ha arruolato 510 pazienti in 176 centri in tutto il mondo.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Tumori: cancro ovarico, disponibile nuova terapia dopo 10 anni senza novità Il Sole 24 ORE
Tumori: cancro ovarico, disponibile nuova terapia dopo 10 anni senza novità 3 luglio 2026
Le pazienti con tumore ovarico non eleggibili alla chemioterapia a base di platino, potranno accedere, dopo circa un decennio senza novità, a una cura mirata. Si tratta dell’anticorpo farmaco coniugato mirvetuximab soravtansine, che ah ricevuto la rimborsabilità da Aifa- Agenzia italiana del farmaco per il carcinoma ovarico platino resistente positivo al recettore alfa dei folati (Frα). Secondo le evidenze degli studi clinici, il trattamento è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Alla luce di risultati la molecola è stata inserita nel recente aggiornamento delle linee guida italiane (Aiom - Associazione italiana di oncologia medica) ed europee (Esmo).
Tumori. Ocse-Ue: “In Europa 2,7 milioni di nuove diagnosi. Cure ancora troppo diseguali, servono percorsi integrati e più attenzione ai pazienti” - Quotidiano Sanità
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumori. Ocse-Ue: “In Europa 2,7 milioni di nuove diagnosi. Cure ancora troppo diseguali, servono percorsi integrati e più attenzione ai pazienti” Quotidiano Sanità
Il cancro resta una delle principali sfide di sanità pubblica in Europa. Nel 2024 nei Paesi dell’Unione europea sono stati stimati 2,7 milioni di nuovi casi, pari a 5,1 nuove diagnosi al minuto. E il trend non accenna a fermarsi: dal 2000 il numero dei casi è cresciuto di oltre il 28% sia tra gli uomini sia tra le donne, mentre entro il 2040 si prevede che le diagnosi annuali possano raggiungere quota 3,2 milioni.
È il quadro delineato dal nuovo policy brief Ocse-Commissione europea sulle buone pratiche per garantire cure oncologiche ad alto valore nei Paesi Ue. Un documento che non si limita a fotografare l’aumento del carico epidemiologico, ma mette in evidenza come i sistemi oncologici europei fatichino ancora a garantire cure tempestive, appropriate, omogenee e realmente costruite intorno ai bisogni delle persone.
La spesa sanitaria per il cancro rappresenta già il 7% della spesa sanitaria complessiva dell’Unione europea. Ma, secondo Ocse e Commissione, esistono ampi margini per migliorare il valore delle cure, cioè il rapporto tra risultati ottenuti per i pazienti, qualità dei percorsi e risorse impiegate.
Diagnosi tardive e accesso diseguale agli screening
Uno dei primi nodi riguarda la prevenzione secondaria e l’accesso agli screening. I programmi organizzati di screening oncologico hanno dimostrato di essere costo-efficaci, migliorando la diagnosi precoce e la sopravvivenza. Tuttavia, la partecipazione resta molto disomogenea tra Paesi e gruppi sociali.
Nel 2023 i tassi di screening mammografico variavano di cinque volte tra gli Stati membri, passando dal 15% della Grecia all’83% di Danimarca e Svezia. Ancora più marcata la differenza per lo screening del colon-retto: dal 9% dell’Ungheria al 74% della Finlandia. Restano inoltre forti disuguaglianze socio-economiche: le persone con livelli di istruzione più elevati hanno una probabilità maggiore di sottoporsi a mammografia rispetto a chi ha livelli di istruzione più bassi, con un divario medio di 25 punti percentuali. Per lo screening colorettale il gap è di circa 8 punti.
Queste differenze si traducono in diagnosi più tardive e in minori opportunità di trattamento precoce. Tra il 15% e il 40% dei pazienti con tumore del colon-retto viene diagnosticato attraverso il pronto soccorso, un percorso associato a esiti peggiori. Anche nella popolazione di età compresa tra 50 e 69 anni, cioè quella eleggibile allo screening, la quota di diagnosi attraverso l’emergenza varia dall’8% del Lussemburgo al 29% del Belgio.
Il problema non riguarda solo la diagnosi, ma anche l’avvio tempestivo delle terapie. Per il tumore della mammella femminile, solo tre Paesi — Belgio, Danimarca e Norvegia — riportano che almeno il 60% dei casi inizi il trattamento entro 30 giorni dalla diagnosi. Un dato che, secondo il documento, segnala l’esistenza di percorsi più efficienti e meglio coordinati in alcuni sistemi rispetto ad altri.
Troppe differenze nelle pratiche cliniche
Il secondo grande tema è l’eterogeneità delle pratiche assistenziali. Secondo Ocse e Commissione, in Europa persistono variazioni non sempre giustificate nella qualità e nell’appropriatezza delle cure oncologiche.
Un esempio riguarda il tumore della mammella: la quota di mastectomie parziali, meno invasive e con benefici di sopravvivenza simili rispetto alla mastectomia totale in molti casi, varia dal 79% della Spagna a valori pari o inferiori al 50% in Romania e Polonia.
Anche per il tumore della prostata emergono differenze rilevanti. La quota di diagnosi in stadio precoce tra gli uomini con più di 75 anni varia dal 53% dei Paesi Bassi all’81% del Lussemburgo. Per Ocse e Commissione, queste differenze riflettono pratiche di screening non omogenee, con un doppio rischio: da un lato tumori individuati troppo tardi, dall’altro diagnosi e trattamenti non necessari per neoplasie a crescita lenta che non avrebbero inciso sull’aspettativa di vita.
Le differenze si vedono anche nei trattamenti. In Paesi come Italia, Austria, Germania e Spagna si registrano circa sei o più prostatectomie ogni dieci casi di tumore della prostata, mentre Irlanda, Norvegia, Danimarca e Finlandia ne effettuano meno di una ogni dieci casi. Una variabilità che pone interrogativi sul valore delle cure e sulla reale centralità delle preferenze dei pazienti, anche alla luce dei possibili effetti collaterali a lungo termine della chirurgia.
Per il tumore del colon-retto, i tassi di mortalità a 30 giorni dopo chirurgia variano da circa l’1,5% in Danimarca e Norvegia a oltre il 5% in Croazia. Ancora più netto il divario tra chirurgia programmata e chirurgia d’urgenza: la mortalità a 30 giorni dopo intervento d’emergenza al colon può essere fino a sette volte più alta rispetto alla chirurgia pianificata. Un dato che rafforza l’importanza della diagnosi precoce, non solo per intercettare la malattia in stadi meno aggressivi, ma anche per consentire una migliore programmazione chirurgica e preparazione del paziente.
La presa in carico non è ancora abbastanza centrata sulla persona
Il policy brief dedica ampio spazio anche alla qualità percepita delle cure e alla capacità dei sistemi sanitari di rispondere ai bisogni complessivi delle persone con tumore.
Secondo l’indagine Ocse PARIS, i pazienti oncologici seguiti nell’assistenza primaria riportano condizioni di salute fisica, benessere e funzionamento sociale peggiori rispetto agli altri utenti. Solo il 44% dei pazienti con diagnosi di cancro negli ultimi cinque anni valuta la propria salute come buona, molto buona o eccellente, contro il 66% degli altri utenti dell’assistenza primaria.
Meno di un terzo dei pazienti oncologici nei Paesi Ue inclusi nell’indagine riferisce livelli elevati di cure centrate sulla persona, con valori che vanno dal 42% del Belgio al 16% della Grecia. A pesare sono soprattutto la frammentazione dei dati, la scarsa integrazione tra servizi, la debolezza del coordinamento assistenziale e il limitato coinvolgimento dei pazienti nella costruzione del percorso di cura.
Quasi un terzo dei pazienti oncologici ha dichiarato di aver dovuto ripetere informazioni che avrebbero dovuto essere già presenti nella propria cartella clinica. La metà ha riferito di non avere un piano di cura e solo due su cinque si dichiarano fiduciosi nella capacità di gestire la propria salute. Numeri che indicano la necessità di rafforzare continuità assistenziale, comunicazione, supporto all’autogestione e coinvolgimento nelle decisioni.
Quattro priorità per migliorare il valore delle cure oncologiche
La prima è costruire percorsi oncologici integrati, capaci di collegare diagnosi, trattamento, follow-up e sopravvivenza. Gli esempi di Danimarca e Svezia mostrano che percorsi di invio definiti, tempi diagnostici vincolanti e team multidisciplinari possono ridurre le attese e migliorare l’equità di accesso. In Danimarca i “cancer packages” sono percorsi standardizzati e temporalmente definiti che coprono diagnosi, trattamento, follow-up e cure di supporto. In Svezia sono stati implementati 31 percorsi oncologici in 21 autorità sanitarie regionali, con criteri di invio, step diagnostici e tempi massimi dalla sospetta diagnosi all’avvio del trattamento.
La seconda priorità è ottimizzare l’uso delle risorse, senza rinunciare all’innovazione. Screening stratificati per rischio, maggiore ricorso alla day surgery, cure domiciliari, uso dei biosimilari, radioterapia più breve in casi selezionati, riduzione degli esami e dei trattamenti a basso valore sono indicati come leve per aumentare l’efficienza senza compromettere la qualità. Il documento ricorda che i biosimilari oncologici sono stati associati in media a una riduzione del 33% dei costi dei farmaci dopo la loro introduzione nei mercati europei. La Danimarca rappresenta un caso avanzato, con il 96% delle giornate di trattamento per medicinali oncologici pertinenti coperte da biosimilari nel 2023.
La terza priorità è rafforzare infrastrutture dati, standard di qualità, accreditamento e registri tumori. Diciannove Paesi Ue+2 dispongono di standard strutturali o requisiti minimi di volume per i provider oncologici. L’esperienza della Germania, con il sistema nazionale di certificazione dei centri oncologici attivo dal 2003, mostra come l’accreditamento possa contribuire al miglioramento degli esiti. Evidenze recenti indicano che l’accesso a centri certificati riduce il rischio di mortalità per tumore della mammella, del colon e della prostata e aumenta la sopravvivenza a cinque anni di 2-7 punti percentuali per cinque tipi di tumore. I Paesi Bassi, invece, offrono un esempio di monitoraggio clinico nazionale guidato dai professionisti, con audit su 20 aree oncologiche e dashboard periodiche sugli indicatori di processo ed esito.
La quarta priorità è rendere la centralità della persona un pilastro della performance dei sistemi oncologici. Questo significa piani di cura personalizzati, supporto alla navigazione, strumenti digitali per l’empowerment, integrazione precoce delle cure palliative, sostegno psicologico, tutela della fertilità, attenzione alla salute sessuale, programmi di survivorship e misure contro l’impatto economico e lavorativo della malattia.
Focus Italia. Registri ancora regionali e prostatectomie tra le più frequenti
Nel quadro europeo delineato da Ocse e Commissione europea, l’Italia emerge con alcune specificità. La prima riguarda il tumore della prostata: il policy brief segnala come il ricorso alla prostatectomia vari fortemente tra i Paesi europei e colloca l’Italia tra gli Stati — insieme ad Austria, Germania e Spagna — in cui si eseguono circa sei o più prostatectomie ogni dieci casi di tumore prostatico.
Si tratta di una differenza marcata rispetto a Paesi come Irlanda, Norvegia, Danimarca e Finlandia, dove gli interventi chirurgici sono meno di uno ogni dieci casi. Secondo il documento, questa variabilità solleva interrogativi sull’appropriatezza e sulla reale centralità delle preferenze del paziente, considerando che la prostatectomia può comportare effetti collaterali rilevanti nel lungo periodo e non sempre rappresenta l’opzione più centrata sulla persona, soprattutto nei casi di tumori a lenta evoluzione.
Un altro elemento riguarda i registri tumori. Oggi 26 Paesi su 29 dell’area Ue+2 dispongono di registri nazionali che coprono l’intera popolazione. L’Italia, insieme a Romania e Spagna, fa invece parte del gruppo di Paesi che hanno registri regionali. Per Ocse e Commissione, i registri sono una infrastruttura essenziale per monitorare incidenza, qualità delle cure, esiti e disuguaglianze, ma per sfruttarne pienamente il potenziale occorre migliorarne tempestività, qualità, standardizzazione e collegamento con altri flussi informativi sanitari e amministrativi.
Sul fronte della presa in carico globale, l’Italia viene indicata tra i Paesi più avanzati, insieme alla Norvegia, per le cure palliative, pur con criticità legate alle disparità di accesso. Il documento richiama inoltre la necessità di integrare precocemente le cure palliative nei percorsi oncologici, perché associate a un miglioramento della qualità della vita.
L’Italia rientra anche tra gli undici Paesi considerati dall’indagine Ocse PARIS sulla centralità della persona nelle cure primarie per i pazienti oncologici. Il dato specifico italiano non viene riportato nel brief, ma il quadro complessivo mostra come meno di un terzo dei pazienti oncologici nei Paesi analizzati riferisca alti livelli di cure centrate sulla persona.
Infine, il nostro Paese è citato tra quelli che garantiscono copertura assicurativa per la preservazione della fertilità, un tassello sempre più rilevante nella presa in carico delle persone con tumore, soprattutto in età giovane.
In sintesi, per l’Italia il documento conferma luci e ombre: da un lato esperienze avanzate su cure palliative e tutela della fertilità, dall’altro la necessità di rafforzare l’infrastruttura dei dati oncologici e di interrogarsi sulla variabilità delle pratiche cliniche, a partire dal trattamento chirurgico del tumore della prostata.
Registri tumori e dati: infrastruttura essenziale
Il policy brief sottolinea il ruolo cruciale dei registri tumori. Oggi 26 Paesi su 29 dell’area Ue+2 hanno registri nazionali che coprono l’intera popolazione; Italia, Romania e Spagna dispongono invece di registri regionali. Per Ocse e Commissione, finanziare i registri è un investimento altamente costo-efficace, ma per sfruttarne pienamente il potenziale occorre migliorare tempestività, qualità e standardizzazione dei dati.
La possibilità di collegare i registri con dati clinici, genetici, amministrativi e socio-economici può aiutare a valutare trattamenti, percorsi di invio, traiettorie dei pazienti e disuguaglianze tra popolazioni. In questa direzione si inserisce anche CancerWatch Joint Action, nuova iniziativa europea per migliorare qualità e tempestività dei dati dei registri oncologici.
Oltre la cura: lavoro, salute mentale e diritto all’oblio
Ocse e Commissione richiamano infine l’attenzione sugli effetti sociali ed economici del cancro. La malattia riduce in media del 14% la probabilità di occupazione, con un impatto maggiore tra le persone con livelli di istruzione più bassi. Per questo il documento invita a rafforzare politiche del lavoro, congedi retribuiti, sostegno al rientro al lavoro e misure contro la discriminazione.
Tra gli strumenti citati c’è anche l’estensione del “diritto all’oblio” oncologico, fondamentale per ridurre discriminazioni nell’accesso a servizi finanziari e assicurativi dopo la guarigione. Un approccio realmente centrato sulla persona, conclude il documento, deve quindi andare oltre il trattamento curativo e includere bisogni psicologici, sociali, sessuali, riproduttivi, lavorativi ed economici.
Il messaggio di Ocse e Commissione è chiaro: l’Europa dispone già di esperienze e buone pratiche capaci di migliorare la qualità e l’efficienza delle cure oncologiche. La sfida è trasformarle in standard diffusi, riducendo ritardi, disuguaglianze e sprechi, e mettendo finalmente il percorso di vita del paziente al centro dei sistemi di cura.
La militante BMA dice ai medici di famiglia di negare le cure ai pazienti affetti da cancro alla prostata e cardiaci fino a quando il servizio sanitario nazionale non cederà alle loro richieste di finanziamento - portadaestrela.com
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La militante BMA dice ai medici di famiglia di negare le cure ai pazienti affetti da cancro alla prostata e cardiaci fino a quando il servizio sanitario nazionale non cederà alle loro richieste di finanziamento portadaestrela.com
La British Medical Association ha detto ai medici di famiglia di negare le cure ad alcuni casi di prostata cancro e malati di cuore fino al Sistema sanitario nazionale cede alle loro richieste di maggiori finanziamenti.
Gli enti di beneficenza hanno chiesto un’azione urgente per garantire che “nessun paziente venga lasciato confuso, ritardato o preso nel mezzo” poiché hanno accusato il sindacato dei medici di mettere gli uomini a rischio di danni per riempire le tasche dei suoi membri.
La BMA è stata sollecitando i medici di famiglia a prendere parte a varie forme di azione collettiva di protesta contro il contratto del GP 2026/27.
Nell’ambito della prossima tornata, si vuole che gli ambulatori respingano le nuove richieste degli ospedali di cedere le responsabilità di prescrizione e monitoraggio per un paziente, a meno che non vi sia già un accordo in tal senso.
La BMA ha affermato che esempi di ciò possono includere la prescrizione di farmaci specialistici per il sistema immunitario, il cuore e i polmoni o per il trattamento del cancro alla prostata in corso o dell’osteoporosi.
Ma sostiene che questi accordi a volte possono essere “sottofinanziati” e “non sicuri” – e afferma che dovrebbero essere predisposti accordi per coprire i costi e il carico di lavoro.
David James, direttore dei progetti per i pazienti e influente presso l’organizzazione benefica Prostate Cancer Research, ha dichiarato: “Gli uomini con cancro alla prostata non devono essere messi a rischio a causa di controversie sui finanziamenti o sulle responsabilità del servizio sanitario nazionale.
“Riconosciamo l’enorme pressione a cui sono sottoposti i medici di base e gli accordi di assistenza condivisa devono essere sicuri, adeguatamente finanziati e clinicamente appropriati.
La dottoressa Katie Bramall (nella foto), presidente del comitato dei medici di base della BMA per l’Inghilterra.
David James (nella foto), direttore dei progetti per i pazienti e influente presso l’organizzazione benefica Prostate Cancer Research.
‘Ma i pazienti in cura per il cancro alla prostata hanno bisogno della certezza che la loro prescrizione, il monitoraggio e il follow-up non subiranno interruzioni.
“Il governo, l’NHS England, i commissari e la BMA devono lavorare insieme urgentemente per risolvere questo problema e assicurarsi che nessun paziente venga lasciato confuso, ritardato o preso nel mezzo.”
La dottoressa Katie Bramall, presidente del comitato dei medici di medicina generale della BMA per l’Inghilterra, ha dichiarato: “La prossima fase di azione collettiva riguarda i medici di base rifiutando il trasferimento di lavoro aggiuntivo dagli ospedali agli ambulatori – al di là degli accordi contrattuali esistenti con il servizio sanitario nazionale – che è troppo spesso pericoloso e non finanziato.
“Per il bene della sicurezza dell’assistenza ai pazienti e per mantenere aperti e praticabili gli ambulatori medici locali, gli studi medici rifiuteranno quindi qualsiasi nuova richiesta di assistenza condivisa, se queste dispongono di risorse inadeguate.”
L’iniziativa arriva dopo che il governo ha espresso le sue ambizioni di spostare l’assistenza sanitaria più vicino a casa come parte del suo piano sanitario decennale di punta per l’Inghilterra.
Uno dei pilastri principali del piano è lo spostamento delle cure dall’ospedale alla comunità.
Un portavoce del Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale ha dichiarato: “I medici di base svolgono un ruolo fondamentale nel servizio sanitario nazionale e rimaniamo impegnati a lavorare con la BMA per risolvere i problemi in sospeso ed evitare l’escalation.
Ci aspettiamo che tutti i fornitori di assistenza sanitaria pubblica agiscano nel migliore interesse dei pazienti, facciano un uso responsabile dei fondi pubblici e lavorino in linea con le linee guida cliniche stabilite e gli accordi di prescrizione locali.
“Non prevediamo un impatto significativo sui servizi ai pazienti e i pazienti dovrebbero continuare a contattare il proprio medico di famiglia come al solito.”
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Tumori solidi HER2-positivi: l'UE approva trastuzumab deruxtecan come prima terapia "tumor agnostic" Pharmastar
La Commissione Europea ha approvato trastuzumab deruxtecan di AstraZeneca e Daiichi Sankyo come monoterapia per il trattamento di pazienti adulti con tumori solidi HER2-positivi (IHC 3+) non resecabili o metastatici, già sottoposti ad almeno una linea di terapia e privi di valide alternative terapeutiche. Si tratta della prima approvazione nell'Unione Europea di una terapia anti-HER2 con indicazione "tumor agnostic", cioè indipendente dall'organo di origine del tumore, e del primo anticorpo-farmaco coniugato (ADC) autorizzato con questa indicazione.
L'approvazione rappresenta un passo importante nell'evoluzione della medicina di precisione in oncologia, perché sposta l'attenzione dalla sede anatomica del tumore alle sue caratteristiche molecolari. Da oggi, infatti, l'iperespressione della proteina HER2 potrà rappresentare un criterio terapeutico anche in diversi tumori solidi finora privi di trattamenti mirati dedicati.
La decisione basata su tre studi di fase II
L'autorizzazione della Commissione Europea segue il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea dei medicinali (Ema) ed è supportata dai risultati degli studi di fase II DESTINY-PanTumor02, DESTINY-Lung01 e DESTINY-CRC02, che hanno valutato l'efficacia di trastuzumab deruxtecan in differenti tumori HER2-positivi.
Nel trial DESTINY-PanTumor02, che ha incluso pazienti con tumori delle vie biliari, della vescica, della cervice uterina, dell'endometrio, dell'ovaio, del pancreas e altre neoplasie solide, il trattamento ha ottenuto un tasso di risposta obiettiva del 52,3%, con una durata mediana della risposta di 21,1 mesi.
Risultati analoghi sono stati osservati anche negli altri studi. Nel DESTINY-Lung01, condotto nel carcinoma polmonare non a piccole cellule HER2-positivo, il tasso di risposta è stato del 52,9%, mentre nello studio DESTINY-CRC02, dedicato al tumore del colon-retto, è stata registrata una risposta obiettiva del 46,9%.
Un cambio di paradigma nella medicina di precisione
"L'iperespressione di HER2 è presente in numerosi tipi di tumore ed è generalmente associata a una malattia più aggressiva e a una prognosi peggiore", ha sottolineato Benedikt Westphalen, responsabile del Programma di Oncologia di Precisione del Comprehensive Cancer Center dell'Università di Monaco. "Finora le terapie anti-HER2 erano disponibili solo per alcune specifiche neoplasie. Questa approvazione apre invece una nuova possibilità terapeutica per i pazienti con tumori HER2-positivi, indipendentemente dalla sede di origine della malattia".
Secondo Dave Fredrickson, Executive Vice President della Business Unit Oncology Haematology di AstraZeneca, il provvedimento conferma come la medicina di precisione stia trasformando la pratica oncologica. "Enhertu è già approvato nei tumori della mammella, dello stomaco e del polmone. Questa nuova indicazione permette ai clinici di prendere in considerazione il farmaco anche in molti altri tumori HER2-positivi e sottolinea l'importanza di effettuare i test per l'identificazione del biomarcatore".
Il ruolo dei test molecolari
Uno degli aspetti più rilevanti della nuova indicazione riguarda proprio la diffusione della diagnostica molecolare. Sebbene l'iperespressione di HER2 sia documentata anche in tumori del polmone, della vescica, della cervice, del colon-retto, dell'endometrio, dell'ovaio, delle ghiandole salivari e del pancreas, il test per HER2 non viene ancora eseguito routinariamente in molte di queste neoplasie.
L'approvazione europea potrebbe quindi favorire una più ampia adozione dei test biomolecolari, consentendo di identificare un numero maggiore di pazienti candidabili a una terapia mirata.
Profilo di sicurezza confermato
L'analisi aggregata dei dati di sicurezza provenienti dagli studi DESTINY-PanTumor02, DESTINY-Lung01, DESTINY-CRC02 e DESTINY-Breast01 ha confermato un profilo di tollerabilità coerente con quello già noto del farmaco, senza l'emergere di nuovi segnali di sicurezza.
Sei indicazioni approvate nell'Unione Europea
Con questa decisione, Enhertu raggiunge sei indicazioni autorizzate nell'Unione Europea, consolidando il proprio ruolo tra gli anticorpi farmaco-coniugati di maggiore successo nello scenario oncologico. Per Daiichi Sankyo e AstraZeneca l'approvazione rappresenta anche un importante traguardo strategico, che rafforza il concetto di terapia guidata dal biomarcatore piuttosto che dall'organo di origine del tumore.
Parallelamente, sono già in corso presso l'EMA ulteriori procedure regolatorie per ampliare l'impiego di trastuzumab deruxtecan nel carcinoma mammario HER2-positivo, sia in prima linea in associazione con pertuzumab sia nel trattamento delle pazienti con malattia residua dopo terapia neoadiuvante.
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Immunoterapia, Alberto Mantovani: «Un sogno inseguito dalla medicina per oltre cent'anni» Corriere della Sera
di Livia Gamondi
Oggi è il trattamento utilizzato per molti tipi di neoplasie, anche le più aggressive. E la ricerca continua con nuovi anticorpi, terapie cellulari e vaccini. Un convegno per fare il punto sui progressi
(Getty Images)
Nel 2025, in Italia, sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di cancro. Negli ultimi dieci anni le morti per cancro nel nostro Paese sono diminuite del 9%; dal 2007 al 2019 sono state evitate quasi 270.000 morti per tumore. Oggi, la metà delle persone che si ammalano è destinata a guarire e avrà la stessa aspettativa di vita di chi non ha sviluppato la malattia. Sono risultati importanti a cui ha contribuito l’immunorevolution contro il cancro, cioè la rivoluzione dell’immunologia che, dall’inizio degli anni Duemila, ha trasformato la storia naturale della malattia. Un cambiamento epocale, caratterizzato anche da fallimenti che però hanno contribuito a ottenere conquiste un tempo inimmaginabili in oncologia. Se ne è parlato recentemente a Milano, nel corso dell’evento Tumori, oltre il silenzio della malattia: il valore dell’immunoterapia oggi di AstraZeneca.
L’«orchestra» che protegge la vita «Il sistema immunitario può essere paragonato a un’orchestra straordinaria ed estremamente complessa, costituita da almeno 4.000 miliardi di diverse componenti – spiega Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca e Professore Emerito all’Humanitas University. Non conosciamo tutti gli orchestrali, gli strumenti e gli spartiti dell’orchestra immunologica, ma ogni passo avanti in questa comprensione si traduce in benefici per i pazienti. L’immunoterapia rappresenta la realizzazione di un sogno inseguito dalla medicina per oltre cento anni: usare le difese naturali dell’organismo per combattere il cancro. Oggi sappiamo che il tumore non è fatto solo di cellule tumorali, ma di un ambiente complesso in cui il sistema immunitario può fare la differenza. I risultati ottenuti dimostrano che questo approccio può portare a remissioni durature e, in alcuni casi, alla guarigione. La ricerca continua con nuovi anticorpi, terapie cellulari e vaccini terapeutici, perché la sfida è rendere questi benefici sempre più estesi ai pazienti».
La ricerca italiana L’Italia è leader a livello internazionale nelle ricerche sull’immunoterapia contro il cancro, che ha già migliorato il trattamento di molti tumori in fase avanzata. Grazie a questa terapia anche le prospettive negli stadi iniziali della malattia possono cambiare. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato la rimborsabilità dell’immunoterapia con durvalumab: somministrata prima e dopo la chirurgia, migliora infatti la sopravvivenza nel tumore del polmone non a piccole cellule in stadio precoce e nel carcinoma della vescica muscolo-invasivo operabile. E, per la prima volta in 40 anni, si registrano progressi nel tumore del polmone a piccole cellule in stadio limitato. Inoltre, l’aggiunta di durvalumab alla chemioterapia può rappresentare una nuova strategia di cura di prima linea in pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante.
Tumore del polmone «L’immunoterapia sta cambiando radicalmente il paradigma di cura del tumore del polmone, a partire dall’approccio al paziente – spiega Silvia Novello, presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e Responsabile di Oncologia Medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano. Oggi parliamo di un percorso perioperatorio che prende in carico il malato fin dal momento della diagnosi, con trattamenti prima e dopo l’intervento chirurgico. Questo significa offrire una strategia terapeutica capace di modificare la storia naturale della malattia, soprattutto negli stadi precoci, quando l’obiettivo può essere la guarigione. Questo approccio consente di modificare il microambiente tumorale e di migliorare in modo significativo il tempo libero da malattia e la sopravvivenza complessiva. L’approvazione da parte di Aifa è estremamente importante perché impone una presa in carico multidisciplinare del paziente fin dall’inizio. I benefici non riguardano soltanto la risposta completa alla terapia, ma anche un concreto miglioramento dell’aspettativa di vita».
Nonostante i grandi progressi terapeutici, resta fondamentale la prevenzione. L’80–85% dei pazienti con tumore del polmone ha una storia di fumo e, nel caso del carcinoma polmonare a piccole cellule, il legame è ancora più evidente. Il modo più efficace per ridurre incidenza e mortalità rimane quello di non iniziare a fumare o di smettere il prima possibile.
«L’immunoterapia ha iniziato a dimostrare la propria efficacia nei pazienti con malattia avanzata e non operabile, consentendo un significativo aumento della sopravvivenza – spiega Cesare Gridelli, direttore della U.O.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera “Moscati” di Avellino. Oggi la vera sfida è anticiparne l’impiego agli stadi precoci, perché in questo modo non ci limitiamo ad allungare la vita dei pazienti, ma aumentiamo concretamente il numero delle guarigioni. Lo studio ADRIATIC ha rappresentato una svolta nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule. Dopo il trattamento standard con chemioradioterapia, l’aggiunta di due anni di immunoterapia ha determinato una riduzione del rischio di morte del 27% e un incremento della sopravvivenza mediana di circa due anni. Si tratta di risultati che hanno modificato la pratica clinica».
Tumore della vescica Nel 2025 le diagnosi di tumore della vescica sono state 29.100. Per 20 anni il trattamento standard è stato l’intervento chirurgico con rimozione della vescica. Ora l’immunoterapia, prima e dopo la chirurgia, migliora la sopravvivenza nel tumore della vescica muscolo-invasivo. «Tuttavia, circa la metà dei pazienti va incontro a recidiva o progressione di malattia – afferma Lorenzo Antonuzzo, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Università di Firenze. L’aggiunta dell’immunoterapia con durvalumab, prima e dopo la chirurgia, rappresenta una strategia innovativa che cambia la pratica clinica. È il primo regime immunoterapico perioperatorio a dimostrare un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza globale in questa popolazione di pazienti. Nello studio NIAGARA, pubblicato sul New England Journal of Medicine, si è registrata una riduzione del 25% del rischio di morte: l’82,2% dei pazienti trattati con durvalumab era vivo a 2 anni, rispetto al 75,2% con la sola chemioterapia neoadiuvante. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione del 32% del rischio di progressione di malattia, di recidiva, di non completare la chirurgia prevista o di morte».
«I sintomi principali del tumore della vescica sono sangue nelle urine (microematuria), urgenza minzionale e disuria – spiega Rodolfo Hurle, urologo IRCCS Istituto Clinico Humanitas. La forma muscolo-invasiva, anche se localizzata alla vescica, è più aggressiva rispetto a quella non infiltrante e può estendersi a livello muscolare, fino a interessare la parete vescicale a tutto spessore e arrivando al grasso peri vescicale. È necessaria una presa in carico multidisciplinare del paziente candidato alla cistectomia. Dopo la diagnosi istologica e la stadiazione radiologica, il trattamento deve essere discusso all’interno del gruppo multidisciplinare, costituito da urologo, oncologo, radioterapista, radiologo e anatomo-patologo. La cistectomia radicale è un intervento complesso, che può essere gravato da complicanze. È essenziale che sia eseguito in centri ad alto volume».
Tumore dell’endometrio Il tumore dell’endometrio è la neoplasia ginecologica più frequente: in Italia sono stimati 8.260 casi nel 2025. «Il carcinoma dell’endometrio negli anni è stato sottovalutato e oggi è l’unica tra le neoplasie ginecologiche con incidenza e mortalità in aumento; inoltre, il 45% delle pazienti svilupperà una recidiva – afferma Domenica Lorusso, responsabile del Centro di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X e Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas University. La prognosi nei casi di recidiva non è buona e la mortalità rimane alta: per questo servono terapie efficaci. Circa il 30% delle pazienti presenta la malattia con deficit del mismatch repair, cioè un malfunzionamento del meccanismo di riparazione del DNA. Nello studio DUO-E, nelle pazienti con questa caratteristica biologica, l’immunoterapia più chemioterapia seguita da immunoterapia in monoterapia ha dimostrato una riduzione del rischio di progressione di malattia o di morte del 58% rispetto alla sola chemioterapia. Grazie all’approvazione di AIFA, questa terapia costituisce una nuova strategia di prima linea in queste pazienti».
Obesità, ipertensione e diabete mellito, generalmente legati a stili di vita scorretti, sono i principali fattori di rischio per il tumore dell’endometrio, insieme alla predisposizione genetica e familiare. «La malattia tende a svilupparsi solitamente dopo i 50 anni, in seguito alla menopausa – spiega Nicoletta Colombo, direttore del Gynecologic Oncology Program dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Il primo sintomo da non sottovalutare è il sanguinamento anomalo, che dovrebbe mettere in allarme sia in pre- sia in postmenopausa. Le opzioni terapeutiche della maggior parte delle donne con tumore dell’endometrio avanzato, per molti anni, non sono cambiate e lo standard di cura è stato tradizionalmente limitato alla chemioterapia. L’ingresso dell’immunoterapia nella malattia avanzata oggi consente di ottenere risposte importanti e durature, in particolare nelle pazienti che presentano un deficit del mismatch repair. La classificazione molecolare della neoplasia è essenziale fin dal momento della diagnosi, per poter impostare il corretto percorso di cura, che sta diventando sempre più personalizzato».
L’obiettivo è la guarigione «Dal punto di vista medico, il nostro obiettivo resta quello di guarire le persone, coerentemente con il giuramento professionale che abbiamo assunto – afferma il professor Alberto Mantovani. La guarigione non è solo un’aspirazione teorica, ma una realtà già dimostrata: i dati indicano fino a circa un milione di persone guarite. Questo è un elemento fondamentale, perché testimonia la qualità del lavoro svolto. Naturalmente, in alcune situazioni può essere necessario convivere con la malattia nel lungo periodo, e in molti casi ciò è possibile con una buona qualità di vita. Si pensi, ad esempio, ad alcune patologie come quelle tiroidee, con cui si può vivere in modo sostanzialmente normale. – E conclude il professore - resta però fermo che la guarigione deve rimanere l’obiettivo principale e, su questo, possiamo avere fiducia: i progressi della medicina fanno sì che il numero delle persone guarite continui ad aumentare nel tempo».
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Bellet (Acto Italia): "Diagnosi tardive a cancro ovarico accesso difficile a terapie" Adnkronos
“Noi pazienti abbiamo diverse difficoltà già a partire dalla diagnosi, che spesso arriva in modo tardivo, ma anche durante tutto il percorso di cura, perché sono diversi gli attori a cui bisogna rivolgersi ed è difficile riuscire a trovarli. Nel tumore ovarico cominciano ad esserci ora nuove terapie e una delle problematiche è proprio potervi accedere”. Lo ha detto Ilaria Bellet, presidente di Acto Italia (Alleanza contro il tumore ovarico Ets), oggi a Roma, in occasione dell’incontro 'Tumore ovarico: le nuove frontiere dell’innovazione terapeutica.
“Sicuramente è un percorso molto difficile - spiega Bellet - e uno degli elementi su cui Acto Italia " e le altre associazioni "stanno cercando di lavorare, è definire, con le reti oncologiche, centri di riferimento per la gestione e la cura" dedicati. È molto importante avere un accesso tempestivo alle terapie perché il tempo, nel tumore ovarico, sia a livello chirurgico, sia di terapie è fondamentale - rimarca - In questo momento" ci sono diverse cure "disponibili, che sono state approvate, ma è necessario poter accedere a dei test specifici per poterle avere”.
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Prevenzione, sintomi e scelte consapevoli. Tutto sull'urologia
Capire quando rivolgersi all’urologo non è sempre immediato. Spesso si tende a rimandare la visita fino alla comparsa di disturbi importanti, mentre alcune patologie dell’apparato urinario e genitale possono svilupparsi senza sintomi evidenti. Per questo motivo è fondamentale conoscere i segnali da non sottovalutare e l’importanza della prevenzione. Presso l’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Villa Aprica, struttura di Gruppo San Donato, è possibile effettuare visite urologiche specialistiche e percorsi diagnostici dedicati per uomini e donne. Ne parliamo con il Dott. Antonello Paulesu, Responsabile dell’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Villa Aprica.
I sintomi che richiedono una visita urologica
Tra i disturbi più frequenti che portano il paziente dall’urologo vi sono quelli legati alla minzione. In particolare, meritano attenzione:
difficoltà a urinare;
getto urinario debole o intermittente;
sensazione di non svuotare completamente la vescica.
A questi possono associarsi sintomi irritativi come:
l’aumento della frequenza delle minzioni;
l’urgenza urinaria;
necessità di correre in bagno appena compare lo stimolo.
“Dietro questi disturbi possono esserci condizioni diverse, dall’iperplasia prostatica benigna fino a patologie più importanti”, spiega il dott. Paulesu.
Anche dolori persistenti nella zona pelvica, lombare o testicolare, soprattutto se non riconducibili ad altre cause, dovrebbero essere approfonditi con una valutazione specialistica.
Sangue nelle urine: un segnale da non ignorare
Tra i campanelli d’allarme più importanti vi è la presenza di sangue nelle urine.
“Il sangue nelle urine, soprattutto se compare in assenza di altri sintomi, è quello che deve destare maggiore attenzione. Può essere il segnale di una neoplasia della vescica o delle vie urinarie e va sempre indagato”.
Quando invece si associa a bruciore urinario e ai sintomi tipici della cistite, può essere legato a un’infiammazione, ma richiede comunque una valutazione medica.
Prevenzione del tumore della prostata
Uno degli aspetti più importanti dell’urologia riguarda la prevenzione del tumore della prostata. Nelle fasi iniziali, questa patologia è generalmente asintomatica, motivo per cui non bisogna attendere la comparsa dei sintomi per sottoporsi ai controlli.
In assenza di familiarità, gli uomini dovrebbero iniziare i controlli intorno ai 50 anni. In presenza di parenti affetti da tumore della prostata è invece consigliabile anticipare la valutazione tra i 40 e i 45 anni.
“Lo screening comprende la visita urologica associata al PSA, l’esame delle urine e la valutazione della funzionalità renale. Questi elementi permettono già un primo inquadramento e consentono di stabilire se siano necessari ulteriori approfondimenti”, specifica il medico.
Come si svolge la visita urologica
Una delle domande più frequenti riguarda cosa aspettarsi durante una visita urologica. La valutazione inizia sempre con un’accurata raccolta della storia clinica del paziente.
“L’anamnesi è fondamentale per comprendere i sintomi e orientare correttamente il percorso diagnostico”, chiarisce l’urologo. Nel paziente uomo può essere eseguita l’esplorazione prostatica digitale, un esame semplice che consente di valutare dimensioni, consistenza e profilo della ghiandola prostatica.
Spesso la visita viene completata da un’ecografia dell’apparato urinario per valutare prostata e vescica ed evidenziare eventuali segni di ostruzione. Se necessario possono essere prescritti ulteriori accertamenti, come l’uroflussometria, la misurazione del residuo post-minzionale e altri esami di laboratorio.
L’urologo non è solo per gli uomini
L’urologia non riguarda esclusivamente la popolazione maschile. Anche le donne possono beneficiare di una valutazione specialistica, soprattutto in presenza di infezioni urinarie ricorrenti, sintomi persistenti che non si risolvono con le terapie abituali o problemi di incontinenza urinaria.
“Molte patologie urinarie femminili si collocano al confine tra ginecologia e urologia. Quando i disturbi persistono, l’approfondimento urologico può essere determinante per individuare la causa del problema”, spiega lo specialista.
Anche nei giovani una visita può essere utile per individuare condizioni che potrebbero influire sulla fertilità futura, come il varicocele, o per valutare eventuali anomalie anatomiche dell’apparato genitale.
L’importanza della prevenzione urologica
È consigliabile rivolgersi all’urologo quando compaiono disturbi urinari persistenti, sangue nelle urine, infezioni ricorrenti o dolori pelvici e testicolari non spiegati. Inoltre, tutti gli uomini dovrebbero programmare controlli periodici una volta raggiunta l’età indicata per la prevenzione prostatica.
“La prevenzione è lo strumento più efficace che abbiamo. Molte patologie urologiche possono essere diagnosticate e trattate precocemente, con importanti benefici per la salute e la qualità di vita dei pazienti”, conclude il dott. Paulesu.
Per effettuare una visita urologica specialistica o ricevere maggiori informazioni sui percorsi diagnostici e terapeutici
disponibili, è possibile rivolgersi all’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Villa Aprica di Como, che offre un percorso completo di prevenzione, diagnosi e trattamento delle principali patologie urologiche.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Tumori, Lorusso (Humanitas San Pio X): "Diagnosi tardiva in 80% casi cancro ovarico" SUD e FUTURI
(Adnkronos) – "Il tumore dell'ovaio è una patologia che in Italia colpisce circa 5.200 donne ogni anno e, purtroppo, la metà di loro ci lascia entro 5 anni dalla diagnosi. Il problema di questa elevata mortalità è legato all'assenza di screening efficaci e al fatto che il tumore ha dei sintomi aspecifici – come dolori addominali, difficoltà digestive, qualche volta perdite ematiche o difficoltà a urinare – che spesso vengono scambiati per altre patologie intestinali, come gastriti o diverticoliti. Ciò porta a un ritardo nella diagnosi. Infatti, quando arriviamo a diagnosticare la malattia, nell'80% dei casi il tumore è già in forma metastatica e questo impatta sulle nostre possibilità di guarigione". Così Domenica Lorusso, responsabile Centro di Ginecologia oncologica Humanitas San Pio X Milano e professore di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas University, intervenendo oggi a Roma all'incontro 'Tumore ovarico: le nuove frontiere dell'innovazione terapeutica'. "Le linee guida Aiom-Associazione italiana di oncologia, che abbiamo recentemente licenziato nell'ultima edizione – spiega Lorusso – sono uno strumento utile per tutti i nostri colleghi. Sono state create con un rigore metodologico importante: da qualche anno, infatti, in Italia hanno una valenza medico legale e oggi passano anche al vaglio dell'Istituto superiore di sanità. Nelle linee guida Aiom vengono riportate tutte le raccomandazioni per i farmaci già a disposizione in pratica clinica, con i livelli di evidenza che vengono da un'analisi rigorosa della letteratura medica", conclude.
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Criteri Critici
Cancro ovarico, Aifa approva rimborso per nuovo anticorpo farmaco coniugato Periodico Daily
(Adnkronos) – L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato la rimborsabilità di mirvetuximab soravtansine per il trattamento del cancro epiteliale dell'ovaio sieroso ad alto grado, cancro della tuba di Falloppio o cancro peritoneale primitivo. È il primo e unico anticorpo farmaco coniugato approvato e rimborsato in Italia contro questi tumori ginecologici positivi al recettore alfa dei folati (Frα) non più elegibili a chemioterapia a base di platino. Se ne parla oggi a Roma – dopo la pubblicazione, lo scorso 25 giugno in Gazzetta Ufficiale, della determina dell’ente regolatorio – in un incontro su 'Tumore ovarico: le nuove frontiere dell'innovazione terapeutica' a cui partecipano rappresentanti dei clinici, dei pazienti e delle istituzioni. Si tratta – riferisce una nota – della prima innovazione, nell'arco di un decennio, nel trattamento del carcinoma ovarico resistente al platino. "Il tumore ovarico risulta in crescita in Italia e fa registrare ogni anno più di 5.400 nuovi casi – afferma Sandro Pignata, direttore Oc Uro-ginecologia Int-Irccs Fondazione Pascale di Napoli e coordinatore Rete oncologica Campana – È una neoplasia abbastanza rara, ma al tempo stesso è la più grave tra quelle ginecologiche, nonché uno dei 'big killers' in oncologia. L'elevata mortalità si spiega con la totale assenza di valide strategie di screening e con i sintomi aspecifici che la malattia presenta. Le diagnosi precoci sono perciò molto difficili, gli interventi terapeutici poco tempestivi e la sopravvivenza a 5 anni si attesta solo al 43%. Vi è poi il grave problema dell'alto tasso di recidiva della patologia che è causato soprattutto dalla resistenza alle terapie ordinarie. Si calcola che fino all'80% dei casi di carcinoma avanzato va incontro a recidiva dopo un primo trattamento farmacologico con lo standard di cura costituito da chemioterapia a base di platino". L'innovazione terapeutica "sta cambiando la storia naturale del tumore ovarico e migliorando le aspettative di vita delle pazienti – sottolinea Domenica Lorusso, professore ordinario di Ginecologia e ostetricia presso Humanitas University e direttore dell'Uo di Ginecologia oncologica di Humanitas San Pio X, Milano – L'arrivo, anche nel nostro Paese, di mirvetuximab soravtansine è una buona notizia che può rispondere ai bisogni insoddisfatti delle donne colpite da una neoplasia insidiosa. Mirvetuximab soravtansine è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Questi dati positivi di sopravvivenza hanno consentito di poter includere questa molecola nel recente aggiornamento delle linee guida italiane ed europee (Aiom ed Esmo), punto di riferimento scientifico per la comunità oncologica. Questa nuova soluzione terapeutica – precisa – consiste in un anticorpo monoclonale che presenta un meccanismo d'azione molto innovativo. Si lega a una specifica proteina, chiamata recettore alfa dei folati Frα, che è espressa dalle cellule tumorali. Il farmaco, una volta internalizzato, rilascia al loro interno una molecola citotossica, il Dm4, che inibisce la divisione cellulare. Rispetto alle precedenti terapie risulta più efficace e con minori tossicità". La medicina di precisione "è una realtà anche nel trattamento delle neoplasie ginecologiche – Illustra Giusy Scandurra, direttore Uoc Oncologia medica ospedale Cannizzaro di Catania e docente presso la Facoltà di Medicina dell'università Kore di Enna – L'oncologia è in profonda trasformazione e stiamo passando da un approccio standardizzato ad un modello centrato sul singolo individuo. Il 36% delle pazienti con carcinoma ovarico platino resistente ha un'alta espressione della proteina specifica Frα. Questa rappresenta il bersaglio terapeutico dell'anticorpo farmaco coniugato mirvetuximab soravtansine. Nella pratica clinica – aggiunge – è fondamentale riuscire sempre ad ottenere una precisa caratterizzazione biologica della paziente a diagnosi. Oggi ciò è possibile grazie al lavoro dell’anatomo-patologo e all'utilizzo di test genomici e di nuovi biomarcatori immunoistochimici". "La rimborsabilità di questa terapia è un passo importante, perché avvicina l'innovazione alle donne che ne hanno bisogno – osserva Ilaria Bellet, presidente di Acto, Alleanza contro il tumore ovarico Italia – Perché diventi davvero cura per tutte, accanto alla terapia va garantito anche il test Frα che ne consente l'accesso, in modo uniforme e gratuito su tutto il territorio: così a contare è il bisogno clinico e non il luogo di cura. Continueremo a lavorare perché l'innovazione non resti una possibilità per alcune, ma diventi un diritto uguale per tutte". "Accogliamo con soddisfazione la decisione adottata nelle scorse settimane dall'Agenzia italiana del farmaco – conclude Fabrizio Greco, amministratore delegato AbbVie Italia – Il nostro impegno in oncologia prosegue da molti anni ed è guidato dalla convinzione che l'innovazione, la medicina di precisione e l'impiego delle più avanzate tecnologie di ricerca siano fondamentali per sviluppare terapie in grado di rispondere a bisogni ancora insoddisfatti dei pazienti. L'approccio sempre più mirato rappresenta un elemento centrale nella lotta contro diverse forme di tumore, in particolare laddove i trattamenti chemioterapici non risultano efficaci. Oggi pazienti e clinici possono disporre di una nuova opzione terapeutica contro quella che, al momento, è la neoplasia ginecologica più letale".—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Un farmaco per combattere il tumore potrebbe risanare la fertilità femminile Demografica
Un farmaco originariamente nato per combattere il tumore potrebbe essere la chiave per ripristinare la fertilità femminile. Questo è quanto scoperto dai ricercatori del Karolinska Institutet in Svezia, nell’ambito di uno studio pilota che apre una strada del tutto inedita per le donne colpite da menopausa precoce. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nejm Evidence, suggerisce che l’immunoterapia possa “risvegliare” le ovaie che hanno smesso di funzionare prematuramente, offrendo una speranza concreta laddove finora l’unica opzione era la donazione di ovociti.
Una condizione che colpisce il 3% delle donne
La condizione al centro dello studio è l’insufficienza ovarica prematura (Poi), un disturbo che colpisce poco più del 3% delle donne in tutto il mondo. In questi casi, le ovaie cessano di funzionare prima dei 40 anni, portando non solo all’infertilità ma anche a gravi rischi per la salute a lungo termine dovuti alla carenza di estrogeni, come l’osteoporosi, malattie cardiovascolari e declino cognitivo. Spesso, la causa è di natura autoimmune: il sistema immunitario, per errore, attacca e distrugge i follicoli ovarici che contengono gli ovuli.
Dalla lotta ai linfomi alla medicina della riproduzione
Il farmaco protagonista di questa svolta è il rituximab. Approvato per la prima volta nel 1997 per il trattamento dei tumori del sangue (come i linfomi), viene oggi utilizzato anche per diverse malattie autoimmuni, tra cui l’artrite reumatoide. L’idea dei ricercatori è stata semplice quanto rivoluzionaria: se la menopausa precoce è causata da un attacco autoimmune, l’utilizzo di un’immunoterapia come il rituximab potrebbe bloccare questo processo e permettere alle ovaie di rispondere nuovamente agli stimoli ormonali.
I risultati dello studio: la nascita di tre bambini
Lo studio ha coinvolto dodici donne tra i 18 e i 35 anni con diagnosi di Poi autoimmune. I risultati sono stati sorprendenti: prima del trattamento, nessuna delle partecipanti rispondeva alla stimolazione ormonale standard. Dopo il rituximab, in sei donne su dieci è stata osservata la maturazione di follicoli ovarici, rendendo possibile il prelievo degli ovociti.
Il successo finale? Cinque donne hanno potuto congelare o fecondare i propri ovociti. Successivamente, tre di loro si sono sottoposte al trasferimento dell’embrione e tutte hanno dato alla luce bambini sani.
Il legame con il morbo di Addison
Un dettaglio fondamentale emerso dalla ricerca riguarda il profilo delle pazienti: tutte le donne che hanno risposto positivamente al trattamento soffrivano anche del morbo di Addison, una patologia autoimmune che colpisce le ghiandole surrenali. Questo dato suggerisce che l’efficacia del farmaco possa essere strettamente legata a specifici meccanismi autoimmuni complessi.
Un primo passo verso il futuro
Nonostante il successo, la comunità scientifica predica cautela. La professoressa Angelica Lindén Hirschberg, guida dello studio, ha definito questi risultati come una “proof-of-concept”, ovvero una prova che l’idea funziona, ma che necessita di ulteriori conferme. Essendo un test condotto su un numero limitato di pazienti e senza un gruppo di controllo, sono ora necessari studi clinici randomizzati più ampi per garantire che il metodo sia pienamente sicuro ed efficace su larga scala.
Tuttavia, la scoperta dimostra che in alcune donne esiste ancora una riserva ovarica “nascosta” che può essere riattivata una volta rimosso l’ostacolo rappresentato dall’attacco autoimmune. Un nuovo studio più vasto è già stato avviato dal team di ricerca per trasformare questa speranza in una realtà accessibile a un numero sempre maggiore di donne.
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Moda per la vita: il marchio Dress Me and You dona 10 mila euro di parrucche per donne che affrontano la terapia oncologica Diari Toscani
Nel panorama della moda maschile ungherese è raro incontrare un marchio capace di coniugare con tanta naturalezza l’eccellenza professionale e l’impegno sociale. Dress Me and You ha dimostrato ancora una volta che la moda non riguarda soltanto l’eleganza, lo stile e la raffinatezza dell’aspetto esteriore, ma anche l’umanità, l’attenzione verso gli altri e la responsabilità nei confronti della comunità. In occasione della 110ª edizione di Pitti Uomo a Firenze, la sartoria ungherese ha nuovamente confermato il proprio impegno a favore delle cause benefiche. Durante uno degli eventi più importanti della moda maschile internazionale, Dress Me and You ha sostenuto per l’ennesima volta le donne affette da patologie oncologiche, donando parrucche per un valore di quasi 10 mila euro a coloro che stanno affrontando uno dei periodi più difficili della loro vita. Anche quest’anno la donazione è stata consegnata all’associazione AVO Firenze, che da molti anni svolge un lavoro straordinario nel supporto ai pazienti e nel miglioramento della loro qualità di vita.
La perdita dei capelli rappresenta una delle conseguenze psicologicamente più gravose dei trattamenti oncologici. Una parrucca di qualità, tuttavia, non restituisce soltanto un’immagine esteriore, ma anche fiducia in sé stessi, dignità e speranza. Consapevole di questo, Dress Me and You sostiene con costanza da anni le donne che ogni giorno devono lottare non solo per la propria guarigione, ma anche per preservare la propria identità.
È particolarmente significativo che questa iniziativa provenga da una sartoria maschile ungherese. Anche a livello europeo, nel settore della moda maschile sono poche le realtà imprenditoriali che si impegnano con tale continuità e intensità nel sostegno di cause sociali. Grazie a questo approccio, Dress Me and You è diventato non solo uno dei protagonisti della moda ungherese, ma anche il portavoce di un sistema di valori che va ben oltre il successo commerciale.
Molti conoscono il marchio per l’attenzione ai dettagli sartoriali, le combinazioni cromatiche originali, la selezione raffinata dei tessuti e uno stile distintivo ma al tempo stesso intramontabile. Nei suoi abiti convivono l’eleganza italiana, la creatività ungherese e la precisione dell’artigianato. Per i visitatori di Pitti Uomo, scoprire ogni anno le collezioni di Dress Me and You rappresenta un’esperienza speciale, poiché il marchio riesce sempre ad arricchire il mondo dell’abbigliamento maschile classico con nuovi colori, forme e dettagli.
Il fatto che, accanto ai riconoscimenti professionali, l’impegno sociale occupi un ruolo centrale nella vita dell’azienda rende il loro lavoro ancora più prezioso. La consegna della donazione a Firenze non è stata soltanto un gesto di beneficenza, ma anche un messaggio importante: il vero valore del successo si misura da quanto siamo in grado di restituire alla comunità.
L’esempio di Dress Me and You dimostra che la moda può costruire ponti tra persone, comunità e nazioni. Mentre il marchio porta il prestigio della sartoria ungherese su uno dei palcoscenici più importanti della moda mondiale, contribuisce anche a rendere più serena la vita di persone per le quali questo sostegno significa molto più di una semplice donazione. Significa speranza, forza e fiducia nel percorso verso la guarigione.
Per questo motivo, la donazione di parrucche del valore di quasi 10.000 euro consegnata in occasione di Pitti Uomo 110 non è stata soltanto un’iniziativa benefica, ma un gesto profondamente umano che rappresenta degnamente l’Ungheria sulla scena internazionale della moda. Dress Me and You ha dimostrato ancora una volta che la vera eleganza non si esprime soltanto nel taglio impeccabile di un abito, ma anche nelle azioni e nell’attenzione dedicata alle persone.
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Tumore ovarico, via libera da AIFA a nuovo anticorpo farmaco coniugato insalutenews.it
Roma, 2 luglio 2026 – L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di mirvetuximab soravtansine per il trattamento del cancro epiteliale dell’ovaio sieroso ad alto grado, cancro della tuba di Falloppio o cancro peritoneale primitivo. È il primo e unico anticorpo farmaco coniugato approvato e rimborsato in Italia contro questi tumori ginecologici positivi al recettore alfa dei folati FRα non più elegibili a chemioterapia a base di platino.
Si tratta della prima innovazione, nell’arco di un decennio, nel trattamento del carcinoma ovarico resistente al platino. Lo scorso 25 giugno c’è stata la pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale, della determina dell’ente regolatorio. La notizia viene data oggi nell’ambito della conferenza stampa “Tumore Ovarico: le Nuove Frontiere dell’innovazione Terapeutica” che si svolge a Roma. Partecipano all’evento rappresentanti dei clinici, dei pazienti e delle Istituzioni.
“Il tumore ovarico risulta in crescita in Italia e fa registrare ogni anno più di 5.400 nuovi casi – afferma Sandro Pignata, Direttore OC Uro-ginecologia INT-IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e Coordinatore della Rete Oncologica Campana – È una neoplasia abbastanza rara ma al tempo stesso è la più grave tra quelle ginecologiche, nonché uno dei “big killers” in oncologia. L’elevata mortalità si spiega con la totale assenza di valide strategie di screening e con i sintomi aspecifici che la malattia presenta. Le diagnosi precoci sono perciò molto difficili, gli interventi terapeutici poco tempestivi e la sopravvivenza a 5 anni si attesta solo al 43%. Vi è poi il grave problema dell’alto tasso di recidiva della patologia che è causato soprattutto dalla resistenza alle terapie ordinarie. Si calcola che fino all’80% dei casi di carcinoma avanzato va incontro a recidiva dopo un primo trattamento farmacologico con lo standard di cura costituito da chemioterapia a base di platino”.
“L’innovazione terapeutica sta cambiando la storia naturale del tumore ovarico e migliorando le aspettative di vita delle pazienti – sottolinea Domenica Lorusso, Ordinario di Ginecologia e Ostetricia presso Humanitas University e Direttore dell’UO di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X – L’arrivo, anche nel nostro Paese, di mirvetuximab soravtansine è una buona notizia che può rispondere ai bisogni insoddisfatti delle donne colpite da una neoplasia insidiosa. Mirvetuximab soravtansine è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Questi dati positivi di sopravvivenza hanno consentito di poter includere questa molecola nel recente aggiornamento delle linee guida italiane ed europee (AIOM ed ESMO), punto di riferimento scientifico per la comunità oncologica. Questa nuova soluzione terapeutica consiste in un anticorpo monoclonale che presenta un meccanismo d’azione molto innovativo. Si lega ad una specifica proteina, chiamata recettore alfa dei folati FRα, che è espressa dalle cellule tumorali. Il farmaco, una volta internalizzato, rilascia al loro interno una molecola citotossica, il DM4, che inibisce la divisione cellulare. Rispetto alle precedenti terapie risulta più efficace e con minori tossicità”.
“La medicina di precisione è una realtà anche nel trattamento delle neoplasie ginecologiche – sostiene Giusy Scandurra, Direttore UOC Oncologia Medica Ospedale Cannizzaro di Catania e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università Kore di Enna – L’oncologia è in profonda trasformazione e stiamo passando da un approccio standardizzato ad un modello centrato sul singolo individuo. Il 36% delle pazienti con carcinoma ovarico platino resistente ha un’alta espressione della proteina specifica FRα. Questa rappresenta il bersaglio terapeutico dell’anticorpo farmaco coniugato mirvetuximab soravtansine. Nella pratica clinica è fondamentale riuscire sempre ad ottenere una precisa caratterizzazione biologica della paziente a diagnosi. Oggi ciò è possibile grazie al lavoro dell’anatomo-patologo e all’utilizzo di test genomici e di nuovi biomarcatori immunoistochimici”.
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Carcinoma dell’endometrio: l’immunoterapia rimborsata apre una nuova fase nelle cure Salute Buongiorno
L’immunoterapia continua a cambiare il panorama delle cure oncologiche e arriva un’importante novità anche per il carcinoma dell’endometrio, il tumore ginecologico più frequente. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha infatti approvato la rimborsabilità di durvalumab in associazione alla chemioterapia come trattamento di prima linea, seguito da una fase di mantenimento con il farmaco in monoterapia, per le pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante caratterizzato da deficit del mismatch repair (dMMR).
Si tratta di un passo significativo per una patologia che, secondo le stime, interesserà 8.260 nuove donne in Italia nel 2025 e che rappresenta l’unico tumore ginecologico con incidenza e mortalità ancora in crescita.
Una nuova strategia terapeutica
La nuova indicazione riguarda le pazienti con carcinoma dell’endometrio primario avanzato o recidivante candidate alla terapia sistemica e portatrici del deficit del mismatch repair, un’alterazione dei meccanismi cellulari deputati alla riparazione del DNA.
L’approvazione si basa sui risultati dello studio clinico DUO-E, che ha evidenziato come l’associazione di durvalumab con la chemioterapia (carboplatino e paclitaxel), seguita dal mantenimento con il solo immunoterapico, sia in grado di ridurre del 58% il rischio di progressione della malattia o di morte rispetto alla sola chemioterapia.
I dati sono stati presentati nel corso di un incontro con la stampa organizzato a Milano da AstraZeneca, dedicato agli sviluppi dell’immunoncologia nel trattamento dei tumori ginecologici.
Un tumore ancora troppo sottovalutato
“Il carcinoma dell’endometrio è stato a lungo sottovalutato e oggi rappresenta l’unica neoplasia ginecologica con un aumento sia dell’incidenza sia della mortalità”, ha spiegato la professoressa Domenica Lorusso, responsabile del Centro di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X e docente ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso Humanitas University.
Secondo l’esperta, la prognosi nelle forme recidivanti resta spesso sfavorevole, rendendo indispensabile l’introduzione di trattamenti più efficaci. Circa tre pazienti su dieci presentano infatti il deficit del mismatch repair, una caratteristica biologica che rende particolarmente efficace l’impiego dell’immunoterapia.
Per questo motivo, la disponibilità del nuovo trattamento rimborsato rappresenta un cambiamento concreto nella gestione della malattia, offrendo una nuova opzione terapeutica fin dalla prima linea.
I fattori di rischio da conoscere
Il carcinoma dell’endometrio colpisce prevalentemente le donne dopo la menopausa, generalmente oltre i 50 anni, ma alcuni fattori possono aumentarne sensibilmente il rischio.
Tra i principali figurano:
obesità;
ipertensione arteriosa;
diabete mellito;
predisposizione genetica e familiarità.
A ricordarlo è la professoressa Nicoletta Colombo, direttrice del Gynecologic Oncology Program dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, che sottolinea anche il ruolo determinante degli stili di vita.
Il sintomo che non va ignorato
Uno dei segnali più importanti è il sanguinamento uterino anomalo, che non deve mai essere sottovalutato, sia prima sia dopo la menopausa.
Una valutazione ginecologica tempestiva permette infatti di arrivare a una diagnosi precoce, elemento strettamente collegato a migliori probabilità di guarigione.
Medicina sempre più personalizzata
Negli ultimi anni la cura del carcinoma dell’endometrio avanzato è rimasta sostanzialmente legata alla sola chemioterapia. L’introduzione dell’immunoterapia modifica questo scenario, soprattutto nelle pazienti con alterazioni molecolari specifiche.
Per questo motivo gli specialisti sottolineano l’importanza della classificazione molecolare del tumore già al momento della diagnosi, così da identificare precocemente le pazienti che possono beneficiare delle terapie più innovative.
L’obiettivo è una medicina sempre più personalizzata, capace di adattare il trattamento alle caratteristiche biologiche della neoplasia.
Più informazione e accesso uniforme alle cure
Secondo Manuela Bignami, direttrice di Loto ODV, il carcinoma dell’endometrio continua a ricevere un’attenzione inferiore rispetto alla sua reale diffusione.
Per migliorare la presa in carico delle pazienti è necessario garantire percorsi diagnostico-terapeutici omogenei su tutto il territorio nazionale, riducendo le differenze tra le Regioni e assicurando un accesso equo alle cure innovative.
Altrettanto importante è aumentare la consapevolezza tra le donne, affinché imparino a riconoscere precocemente i sintomi e si rivolgano tempestivamente al ginecologo. In questo contesto, l’arrivo dell’immunoterapia rappresenta non solo un progresso terapeutico, ma anche un’opportunità per riportare l’attenzione su una patologia ancora troppo poco conosciuta, nonostante il suo crescente impatto sulla salute femminile.