📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.7/100
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C
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Criteri Critici
Tumori: fonte di cellule rinnovabili per l’immunoterapia Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 6 luglio 2026 (Agenbio) – I ricercatori della University of Southern California hanno sviluppato un metodo per far crescere e ingegnerizzare geneticamente le cellule note come progenitori granulocitari-monocitari (GMP) che danno origine ai macrofagi, con l’obiettivo di colpire specifici marcatori tumorali e stimolare risposte immunitarie più ampie.
Lo studio, pubblicato su Cell, definisce una piattaforma GMP scalabile e ingegnerizzabile per l’immunoterapia cellulare e introduce concetti che, secondo gli autori, possono avere ampie implicazioni sia per l’immunoterapia del cancro sia per la biologia delle cellule staminali.
Gli scienziati sono riusciti a coltivare ed espandere le GMP a lungo termine in laboratorio utilizzando un cocktail chimico specifico che ha impedito loro di differenziarsi in tipi di cellule immunitarie più mature. Anche dopo una crescita prolungata in laboratorio, le cellule GMP hanno mantenuto la loro identità cellulare e molecolare, nonché la capacità di generare macrofagi funzionali e altri tipi di cellule immunitarie. (Agenbio) Etr 12:00
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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55.9/100
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Criteri Critici
Tra i giovani "Incel" è caccia al farmaco allunga-ossa: "Rischio ma cresco 5 cm" Il Tempo
L'ultima follia nei gruppi della frustrazione maschile è assumere «Erda». Un antitumorale che stimola la crescita ma i possibili danni sono enormi
Davide Di Santo 06 luglio 2026 a
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Sono disposti a tutto per migliorare il proprio corpo e avere qualche chance in più di conquistare una ragazza. Anche ad assumere un farmaco antitumorale nella speranza di diventare più alti di qualche centimetro. Neppure i possibili danni alla salute dissuadono i crociati della Manosfera (da «man», uomo in inglese), la nicchia sul web dei giovani maschi arrabbiati e frustrati. Una parte di questa galassia è formata dagli Incel, i «celibi involontari» fatti conoscere al grande pubblico da serie tv come «Adolescence».
Sono convinti che l’80 per cento delle donne è attratto dal 20 per cento dei maschi «dominanti». Chi non ha i mezzi fisici e sociali per svettare è condannato a un destino di solitudine. In questo magma fatto di odio e senso di inadeguatezza vale tutto: dalle pillole per dimagrire alla chirurgia. L’ultima inquietante e pericolosa tendenza è quella di assumere dei particolari farmaci contro il cancro che sono stati associati alla crescita ossea. Il tutto al di fuori di ogni supervisione medica e in un periodo delicatissimo dello sviluppo corporeo, quello della pubertà.
Il fenomeno nasce da uno studio pubblicato due anni fa dalla rivista «Hormone Research in Pediatrics». L’articolo scientifico a firma di Gabriele Hartmann e altri ricercatori certifica la «crescita lineare accelerata durante il trattamento con erdafitinib» di pazienti prepuberali. È un’analisi dei dati di pazienti con tumori del sistema nervoso centrale ed evidenzia «un’improvvisa e inattesa crescita all’inizio della terapia».
Ora armatevi di pazienza perché il linguaggio della Manosfera è fatto di neologismi, abbreviazioni e anglicismi. Il documento passa presto dalle piattaforme accademiche ai forum di «biohacking», ossia le pratiche per il miglioramento delle prestazioni del corpo, fino alle nicchie legate alla galassia Incel. Parliamo per esempio dei forum di «looksmaxxing» (da «looks», aspetto, e «maxxing», massimizzare) su piattaforme come Reddit.
In queste nicchie scatta la ricerca spasmodica di erdafitinib e di farmaci più o meno analoghi. Qualche mese e si attiva la Manosfera italiana.
«Ragazzi ho 17 anni e due mesi sono 172 ho fatto una risonanza magnetica al ginocchio poco fa e le cartilagini nel ginocchio mi sono sembrate praticamente chiuse», confida un utente qualche giorno fa in una delle comunità italiane più attive su Telegram. Afferma di aver fatto degli esami per stabilire l’età ossea e capire se ha margini di crescita. «Vuol dire che rimarrò 172 a vita o c è ancora speranza magari cominciando un ciclo di hgh o erda?», chiede agli altri. Hgh è la sigla usata per l’ormone della crescita, la somatotropina, il cui abuso al di fuori delle prescrizioni mediche è noto da tempo.
L’ultimo termine è quello chiave: Erda. È il modo in cui viene chiamato in questi forum l’erdafitinib, il cui nome commerciale è Balversa. Si tratta di un farmaco in compresse utilizzato per il trattamento di una forma particolare di tumore alla vescica, il carcinoma uroteliale, in stato avanzato o metastatico. Viene prescritto in pazienti che presentano specifiche alterazioni del gene FGFR3 (altra sigla usata per cercare farmaci «allunga-ossa»). Tra gli effetti collaterali indicati ci sono stomatite, diarrea, alterazioni di unghie e pelle, bassi livelli di sodio nel sangue, alti livelli di fosforo e via dicendo. Ma per alcuni i potenziali centimetri in più valgono i rischi. Nel caso di prima, altri utenti provano a dissuadere il 17enne: «Se non ti segue un endocrinologo rischi danni permanenti per niente». In altri siti dedicati al miglioramento fisico a tutti i costi certi timori sono superati. Uno su Reddit mostra con fierezza il flacone di BGJ398, un inibitore FGFR considerato analogo all’infigratinib. Si acquista su siti esteri senza particolari ostacoli se non il costo. Una confezione da 5mg basta per un paio di dosi e viene 144 euro. Aumentando la quantità si abbassa il prezzo: 265 euro per 25 mg, 560 per 100mg, 953 per un grammo.
I vecchi post di Sempio sul forum di seduzione: "Ossessionato da una ragazza"
«Prendo una dose bassa. 2,5mg. Così gli effetti collaterali hanno meno probabilità di manifestarsi e saranno meno gravi», spiega un utente esperto. «Se hai livelli elevati di fosfato, usa un legante del fosfato. Se noti cambiamenti nella vista, fermati. Se la tua vista torna alla normalità, forse puoi pensare di continuare», afferma, «se possibile, fai controlli frequenti, specialmente controlli oculari. Se no, dovresti stare bene con una dose bassa».
Non è dato sapere quanti tra ragazzi e ragazzini sono stati persuasi da queste parole, né quanti assumano un farmaco che non serve e che potrebbe provocare gravi effetti collaterali. Il tutto nella speranza di crescere in altezza e risultare più attraente. Non manca chi evangelizza gli altri, fornendo consigli e trucchi per spendere meno. C’è chi suggerisce il dabogratinib, altro farmaco per il trattamento di tumori avanzati.
Uno promuove il vosorotide, sviluppato per aumentare la crescita nei bambini con acondroplasia: «Ho assunto 5mg di erda e 12Ui di High (ormone della crescita, ndr) al giorno per 3 mesi e ho guadagnato 5cm, ma ho avuto molti effetti collaterali, ora sono solo 2 settimane che prendo il vosorotide». Basta digitare queste denominazioni sui motori di ricerca per trovare fornitori esteri che promettono prodotti senza bisogno di prescrizioni. Ovviamente dentro il flacone potrebbe esserci di tutto.
"Ossessione" di Sempio per una ragazza. L'avvocato: "So chi è, non parla di Chiara"
Nello stesso forum un altro utente prova a metterlo in guardia: «Il profilo degli effetti collaterali è la parte che dovrebbe farti riflettere seriamente». Di risposta altri ragazzi chiedono solo un link buono per acquistare pillole «sicure» a un buon prezzo: «Si, ma se questi effetti collaterali non scomparissero dopo circa 4 mesi di assunzione del farmaco, direi che 5 cm di altezza sono un buon compromesso». Quello che conta per loro è il risultato, anche a scapito della salute. Per la speranza di passare dalla massa dei «perdenti» all’élite dei desiderabili.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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52.2/100
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Criteri Critici
Gli interruttori molecolari basati sulla luce aprono nuove prospettive per il trattamento del cancro. Vietnam.vn
Questo rende inefficaci molti trattamenti. Gli scienziati stanno cercando di disattivare questi recettori con l'obiettivo di risvegliare le cellule tumorali dal loro stato dormiente, rendendole più vulnerabili agli attacchi.
In alcune malattie, come certe forme di cancro ai polmoni, questo stato è innescato dagli ormoni dello stress presenti nell'organismo. All'interno delle cellule tumorali, i recettori dei glucocorticoidi riconoscono questi ormoni e le cellule reagiscono entrando in uno stato di quasi totale inattività.
Le cellule tumorali possono entrare in uno stato di quiescenza e quindi sfuggire agli effetti distruttivi dei farmaci antitumorali.
Eliminare tutti questi recettori dall'organismo causerebbe effetti collaterali dannosi, pertanto è necessario un metodo altamente specifico che distrugga solo i recettori dei glucocorticoidi delle cellule tumorali.
Il problema è che ogni cellula del nostro corpo possiede recettori per i glucocorticoidi, che svolgono funzioni vitali, tra cui la riduzione dell'infiammazione e il supporto del sistema immunitario.
Senza rigide strutture metalliche o complesse articolazioni rotanti, i robot morbidi stanno imparando a muoversi con la stessa grazia di polpi, bruchi e stelle marine.
Il Ministro della Scienza e della Tecnologia Vu Hai Quan ha proposto che il Forum Economico Mondiale crei una rete di esperti per supportare il Vietnam nello sviluppo del suo ecosistema di intelligenza artificiale, nel potenziamento delle capacità di trasformazione digitale delle piccole e medie imprese e nell'accompagnamento del Vietnam nell'Anno APEC 2027.
L'8 luglio, presso il Centro statunitense di Hanoi, si è aperto il NASA Open Data Camp 2026, che ha offerto a 80 studenti di età compresa tra i 14 e i 17 anni l'opportunità di accedere ai dati aperti della NASA (National Aeronautics and Space Administration) e di sviluppare il pensiero scientifico e le capacità di risoluzione dei problemi basate sui dati.
I ricercatori dell'ETH di Zurigo hanno trovato una soluzione sviluppando un sistema che provoca la distruzione di questi recettori. La luce può essere utilizzata per disattivare selettivamente gli effetti del sistema nei tessuti sani circostanti, limitando così l'impatto sul tumore.
I ricercatori hanno utilizzato un sistema per rilevare le proteine difettose e contrassegnarle per la rimozione. Le proteine contrassegnate in questo modo vengono poi degradate. Ora i ricercatori hanno adattato questo processo specificamente per rimuovere i recettori dei glucocorticoidi dalle cellule tumorali.
Per raggiungere questo obiettivo, hanno costruito un interruttore in tre parti: una subunità che si lega al recettore, un collegamento flessibile e un'altra subunità che si lega all'enzima responsabile dell'etichettatura dei rifiuti.
La chiave sta nella progettazione chimica della giunzione: in condizioni di illuminazione normali, essa è distesa in modo che l'enzima si posizioni alla distanza precisa dal recettore per la marcatura. Pertanto, la cellula riceve il segnale per degradare ed eliminare il recettore. Quando esposta a luce di una specifica lunghezza d'onda, la giunzione si ripiega. Di conseguenza, l'enzima e il recettore non si trovano più nella posizione relativa precisa per la marcatura dei prodotti di scarto.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
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65.2/100
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Criteri Critici
Dolore osseo da tumore al seno: cannabinoidi nuova speranza di cura corrierenazionale.it
Meno oppioidi grazie ai cannabinoidi: una nuova speranza contro il dolore osseo da tumore al seno metastatico
Ridurre il ricorso agli oppioidi senza compromettere il controllo del dolore rappresenta una delle principali sfide dell’oncologia moderna. Un nuovo studio pilota suggerisce che il dronabinol, un agonista dei recettori dei cannabinoidi CB1 e CB2, potrebbe contribuire a diminuire il fabbisogno di analgesici oppioidi nelle pazienti con carcinoma mammario metastatico e dolore osseo. I risultati mostrano miglioramenti anche nella qualità della vita, nell’intensità del dolore e nei disturbi del sonno, aprendo la strada a ricerche più ampie e controllate.
Il peso del dolore osseo e i limiti della terapia con oppioidi
Il dolore osseo indotto dal cancro (Cancer-Induced Bone Pain, CIBP) rappresenta una delle complicanze più invalidanti del carcinoma mammario metastatico. Quando le cellule tumorali colonizzano il tessuto osseo, provocano alterazioni profonde del metabolismo dello scheletro e una stimolazione continua delle terminazioni nervose, generando un dolore spesso intenso, persistente e difficile da controllare.
Per molti anni gli oppioidi hanno costituito il cardine del trattamento analgesico in questi pazienti. Morfina, ossicodone, fentanyl e altri farmaci della stessa classe permettono infatti di contenere il dolore anche nelle forme più severe. Tuttavia il loro utilizzo cronico comporta effetti indesiderati che possono incidere pesantemente sulla quotidianità: sonnolenza, stipsi, nausea, alterazioni cognitive, vertigini e, in alcuni casi, sviluppo di tolleranza con necessità di aumentare progressivamente le dosi.
Questa situazione ha spinto i ricercatori a cercare strategie complementari capaci di ridurre il consumo di oppioidi mantenendo un adeguato controllo della sintomatologia dolorosa. Tra le ipotesi più interessanti emerge il coinvolgimento del sistema endocannabinoide, un complesso network biologico che partecipa alla modulazione del dolore, dell’infiammazione, dell’appetito e del sonno.
In questo contesto si inserisce uno studio pilota pubblicato sulla rivista The Oncologist, nel quale è stato valutato il possibile ruolo del dronabinol, un agonista dei recettori cannabinoidi CB1 e CB2, come terapia aggiuntiva nelle pazienti con metastasi ossee da tumore della mammella.
Lo studio: meno oppioidi e migliori risultati riferiti dalle pazienti
La ricerca ha coinvolto 14 donne affette da carcinoma mammario metastatico con dolore osseo in trattamento con analgesici oppioidi. Si trattava di uno studio a braccio singolo, progettato per verificare se l’introduzione del dronabinol potesse consentire una riduzione significativa del fabbisogno di questi farmaci.
L’obiettivo principale era particolarmente chiaro: valutare quante pazienti riuscissero a diminuire di almeno il 20% il consumo di oppioidi entro otto settimane dall’inizio della terapia. Gli autori avevano ipotizzato che solo una minima percentuale avrebbe raggiunto questo traguardo in assenza di un reale effetto del trattamento.
Prima dell’avvio dello studio, tutte le partecipanti hanno compilato questionari validati per misurare intensità del dolore e qualità della vita, tra cui il Brief Pain Inventory (BPI) e il questionario EORTC QLQ-C30 sviluppato dall’Organizzazione Europea per la Ricerca e il Trattamento del Cancro. Contestualmente sono stati raccolti campioni di sangue e urine per valutare biomarcatori del rimodellamento osseo, come CTX e NTX.
Le pazienti hanno quindi assunto dronabinol alla dose di 10 mg due volte al giorno per un periodo di otto settimane, al termine del quale sono stati ripetuti tutti gli esami e le valutazioni cliniche.
I risultati, pur ottenuti su un campione numericamente limitato, sono apparsi incoraggianti. Quattro delle quattordici partecipanti hanno ridotto il consumo di oppioidi di almeno il 20%, raggiungendo così l’endpoint primario dello studio. Ancora più interessante è il fatto che queste pazienti abbiano riferito contemporaneamente un miglioramento della qualità della vita e una diminuzione dei punteggi relativi al dolore.
Le misure riportate direttamente dalle partecipanti hanno evidenziato benefici anche sotto altri aspetti importanti, come la riduzione dell’insonnia, della severità del dolore e dell’interferenza che quest’ultimo esercita sulle normali attività quotidiane. Complessivamente nove donne su quattordici hanno espresso il desiderio di continuare il trattamento con dronabinol anche dopo la conclusione della sperimentazione.
Effetti collaterali, limiti della ricerca e prospettive future
Come accade per qualsiasi trattamento farmacologico, anche il dronabinol non è risultato privo di effetti indesiderati. I più frequentemente osservati sono stati vertigini e lievi disturbi cognitivi, classificati prevalentemente come eventi avversi di grado 1 o 2 e quindi di entità modesta.
Non tutte le pazienti hanno però beneficiato del trattamento. In tre casi il fabbisogno di oppioidi è addirittura aumentato durante il periodo di osservazione. Gli stessi ricercatori sottolineano come queste partecipanti abbiano manifestato una progressione della malattia oncologica mentre erano arruolate nello studio, un elemento che potrebbe spiegare il peggioramento del dolore e la conseguente necessità di incrementare la terapia analgesica. Due di loro hanno infatti riportato anche un aumento della gravità del dolore misurata attraverso il Brief Pain Inventory.
Gli autori riconoscono apertamente diversi limiti metodologici. Innanzitutto la ridotta numerosità del campione non consente di trarre conclusioni definitive né di estendere automaticamente i risultati all’intera popolazione di pazienti con metastasi ossee. Inoltre, alcune partecipanti hanno assunto una formulazione liquida di dronabinol, caratterizzata da una biodisponibilità leggermente superiore rispetto alla formulazione in capsule, introducendo un’ulteriore possibile variabile.
Un altro elemento da considerare riguarda l’assenza di un gruppo placebo. In studi focalizzati sul dolore, infatti, la componente soggettiva può influenzare significativamente la percezione dei benefici terapeutici. Per questo motivo i ricercatori suggeriscono la realizzazione di sperimentazioni randomizzate e controllate con placebo, possibilmente della durata di almeno sei mesi.
Secondo gli autori, un follow-up più lungo permetterebbe anche di chiarire l’impatto di molteplici fattori confondenti, come la progressione della malattia, i cambiamenti nei trattamenti oncologici, gli effetti collaterali della chemioterapia, le interazioni farmacologiche e le differenze di assorbimento tra le varie formulazioni del farmaco. Studi di maggiori dimensioni offrirebbero inoltre una migliore potenza statistica per valutare l’eventuale influenza del dronabinol sui biomarcatori del metabolismo osseo.
La ricerca si inserisce in un filone sempre più attivo dedicato all’impiego medico dei cannabinoidi in oncologia. Pur senza sostituire gli oppioidi, queste molecole potrebbero in futuro diventare un prezioso complemento terapeutico per ridurne le dosi necessarie, limitandone gli effetti indesiderati e migliorando la qualità della vita dei pazienti.
Risultati promettenti, ma servono conferme
Il piccolo studio pubblicato su The Oncologist offre segnali incoraggianti sull’utilizzo del dronabinol nelle pazienti con tumore al seno metastatico e dolore osseo. Una quota significativa delle partecipanti ha infatti ridotto il ricorso agli oppioidi, accompagnando questo risultato con un miglior controllo del dolore, un miglioramento della qualità della vita e una riduzione dei disturbi del sonno.
È importante tuttavia interpretare questi dati con prudenza. Le dimensioni limitate dello studio, l’assenza di un gruppo di controllo e la possibile influenza della progressione della malattia impediscono di considerare il dronabinol una soluzione definitiva o uno standard terapeutico consolidato. Saranno necessari studi randomizzati, controllati e di più lunga durata per stabilire con precisione quali pazienti possano trarne il massimo beneficio, quale sia il dosaggio ottimale e quale ruolo possa assumere nella pratica clinica.
Se confermati, questi risultati potrebbero contribuire a ridefinire l’approccio al dolore oncologico, offrendo una strategia complementare capace di ridurre la dipendenza dagli oppioidi e di migliorare l’esperienza terapeutica delle persone affette da tumore avanzato.
Jennifer Segar et al., Evaluation of Dronabinol to Decrease Opioid Use for Cancer-Induced Bone Pain Oncologist. 2026 Apr 28:oyag163.
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Criteri Critici
Tumore allo stomaco l'immunoterapia riduce del 29% il rischio di recidiva e progressione Dedalomultimedia
Tumore allo stomaco l'immunoterapia riduce del 29% il rischio di recidiva e progressione
Lo studio internazionale Matterhorn, pubblicato sul New England Journal of Medicine, apre la strada a un possibile nuovo standard di cura per i pazienti operabili
Ogni anno in Italia oltre 14 mila persone ricevono una diagnosi di tumore allo stomaco, ma meno di un paziente su cinque scopre la malattia in fase iniziale. Una diagnosi tardiva che rende questa neoplasia tra le più aggressive, con un elevato rischio di recidiva anche dopo un intervento chirurgico radicale.
Una nuova prospettiva terapeutica arriva dai risultati dello studio clinico internazionale di fase III Matterhorn, pubblicati sul New England Journal of Medicine. La ricerca dimostra che l'aggiunta dell'immunoterapia con durvalumab alla chemioterapia perioperatoria standard FLOT, prima e dopo l'intervento chirurgico, è in grado di ridurre del 29% il rischio di progressione della malattia, recidiva o morte.
Lo studio ha coinvolto pazienti con carcinoma gastrico o della giunzione gastroesofagea resecabile in stadio II, III e IVA. Il protocollo terapeutico prevedeva la somministrazione di durvalumab in associazione alla chemioterapia neoadiuvante, seguita dall'intervento chirurgico, da ulteriore chemioterapia adiuvante e dal trattamento di mantenimento con il solo immunoterapico.
I risultati evidenziano un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da eventi e mostrano un trend favorevole anche nella sopravvivenza globale, senza aumentare i rischi legati all'intervento chirurgico né compromettere la sicurezza del percorso terapeutico.
"L'integrazione dell'immunoterapia con durvalumab ha aumentato significativamente il tasso di risposta patologica completa, configurandosi come un potenziale nuovo standard di cura per questi pazienti", spiega Lorenzo Fornaro, oncologo dell'AOU Pisana.
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal trial riguarda la capacità del trattamento di ridurre le recidive post-operatorie, che rappresentano ancora oggi una delle principali criticità nella gestione del tumore gastrico. Il farmaco ha inoltre mostrato un profilo di tollerabilità favorevole, consentendo ai pazienti di affrontare l'intervento nei tempi previsti, senza ritardi o complicazioni significative.
Per Carmine Pinto, direttore dell'Oncologia dell'Ausl-Irccs di Reggio Emilia, i risultati confermano il valore dell'impiego precoce delle terapie innovative. "L'approccio multidisciplinare, dalla diagnosi alla stadiazione, dall'imaging all'ecoendoscopia, fino al supporto nutrizionale e dietetico, rappresenta un elemento fondamentale per migliorare gli esiti clinici e aumentare le possibilità di guarigione".
Sulla stessa linea anche Yelena Janjigian, responsabile dell'Oncologia Gastrointestinale del Memorial Sloan Kettering Cancer Center e coordinatrice del trial internazionale: "L'aggiunta dell'immunoterapia alla chemioterapia prima e dopo l'intervento aumenta significativamente le probabilità che il tumore non si ripresenti. Si tratta di una svolta terapeutica destinata ad avere un impatto su scala globale".
Se i dati saranno confermati nella pratica clinica e recepiti dalle autorità regolatorie, il protocollo basato sull'associazione tra immunoterapia e chemioterapia potrebbe diventare il nuovo riferimento terapeutico per i pazienti con tumore gastrico resecabile, offrendo nuove possibilità di ridurre il rischio di recidiva e migliorare la sopravvivenza.
Fonte msn.com
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Dalla diagnosi alla terapia: all'ospedale di Lanusei apre il Cas, presa in carico più rapida per i malati oncologici Sardiniapost.it
Il nuovo servizio accompagnerà i pazienti dalla diagnosi alla terapia attraverso un’équipe multidisciplinare. Con l’attivazione del Centro la Asl Ogliastra entra nella Rete oncologica regionale.
I pazienti oncologici dell’Ogliastra avranno un nuovo punto di riferimento per l’accesso alle cure. All’ospedale Nostra Signora della Mercede di Lanusei è stato attivato il Centro accoglienza servizi (Cas), struttura che accompagnerà le persone con diagnosi sospetta o accertata di tumore lungo tutto il percorso assistenziale, dalla fase diagnostica fino all’eventuale trattamento. Con l’avvio del servizio, la Asl Ogliastra entra nella Rete oncologica regionale.
Il Cas sarà operativo tre giorni alla settimana e sarà gestito da un’équipe multidisciplinare composta da medici, infermieri, psicologa, assistente sociale e personale amministrativo. Il centro rappresenterà il punto di accesso ai percorsi oncologici: i pazienti potranno essere indirizzati dal medico di medicina generale, da uno specialista oppure accedere direttamente con impegnativa ed esenzione dedicata.
“L’obiettivo è prendere in carico il paziente fin dall’inizio del percorso”, spiega Paolo Piredda, responsabile dell’Oncologia del presidio di Lanusei. “La presa in carico dell’utente implica la programmazione di tutti gli accertamenti radiologici, chirurgici e anatomopatologici che permettono di definire il tipo di tumore e quindi il miglior modo per poter intervenire”.
Per la direzione della Asl Ogliastra, il nuovo servizio rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento dell’assistenza specialistica sul territorio. “Con l’avvio del Centro rafforziamo la nostra missione di servizio nei confronti della comunità”, afferma il direttore generale Andrea Fabbo, che sottolinea anche il percorso di collaborazione con l’Arnas Brotzu di Cagliari. Medici, infermieri e personale amministrativo della Asl hanno infatti svolto un periodo di formazione nel Cas dell’ospedale cagliaritano per acquisire procedure e modelli organizzativi già sperimentati.
L’équipe del Centro è composta dall’oncologo Paolo Piredda, dalle infermiere Irene Cabiddu, Evelina Muggironi e Carla Balloi, dalla psicologa Immacolata Corgiolu, dall’assistente sociale Maria Teresa Camboni e dall’assistente amministrativa Antonella Melis.
Secondo la direttrice dei servizi sociosanitari Lorena Paola Urrai, il nuovo servizio consentirà di garantire un accompagnamento più completo ai malati. “Questa iniziativa rappresenta un passo importante nel rafforzamento della rete di supporto ai pazienti oncologici. Ci impegniamo a investire in servizi che garantiscano equità di accesso alle cure, continuità assistenziale e un accompagnamento qualificato in ogni fase del percorso oncologico”.
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
La storia di Carlotta Bleggi: «Ho scoperto di avere il tumore donando il sangue. Una cura sperimentale mi ha salvata» Corriere della Sera
di Chiara Bidoli
Quando Carlotta ha ricevuto la diagnosi di leucemia acuta mieloide aveva solo 27 anni. La sua malattia aveva una mutazione a carico di un gene che si chiama NPM1. Ad agosto si sposerà con il fidanzato storico
Carlotta Bleggi
«Quando Carlotta è arrivata in Humanitas, a marzo 2024, aveva appena ricevuto una diagnosi di leucemia acuta mieloide. La sua malattia aveva una caratteristica: la mutazione a carico di un gene che si chiama NPM1». A parlare è Marta Ubezio, ematologa del Cancer Center di Humanitas di Rozzano (MI) che, data la gravità della patologia in una paziente di soli 27 anni, decide di inserirla in un protocollo clinico sperimentale che prevede l’associazione di due approcci terapeutici: la chemioterapia tradizionale e un farmaco innovativo che agisce in maniera specifica contro l’alterazione genetica che è caratteristica del suo tipo di leucemia.
Carlotta, le leucemie acute mieloidi sono più frequenti nei pazienti anziani, come ha scoperto di essere malata?
«Grazie alla donazione di sangue. Stavo benissimo, mi sentivo in forma, non avevo sintomi. Ero tornata in Trentino, dove sono nata e cresciuta, e lavoravo con entusiasmo come fisioterapista, mi ero da poco laureata all'Humanitas University, quando ho ricevuto la chiamata dall’ospedale. Mi si è gelato il sangue. Conoscevo la gravità della diagnosi e così, di punto in bianco, mi sono ritrovata a pormi un grandissimo punto di domanda sul futuro».
Qual è stato l’iter che l’ha portata a entrare nel protocollo sperimentale con la dottoressa Ubezio?
«Ho fatto i primi accertamenti vicino a casa, poi ho contattato il coordinatore del mio corso di laurea e sono tornata, questa volta da paziente, in Humanitas dove mi hanno illustrato quelle che sarebbero state le tappe del percorso di cura. Dopo lo shock iniziale, avere una diagnosi e un iter terapeutico definito mi ha dato coraggio».
Non ha avuto qualche titubanza a intraprendere un protocollo sperimentale?
«Da donna di scienza, avendo tra l’altro studiato in quell'università, non ho avuto dubbi o pensato agli eventuali effetti collaterali, ho anche evitato di fare ricerche sul web circa le percentuali di sopravvivenza. La fiducia cieca nella ricerca mi ha aiutato a rimanere concentrata e speranzosa».
Cos’è stato per lei aderire a un protocollo sperimentale?
«Avevo sempre la terapia principale, ovvero la chemioterapia, e poi un farmaco sperimentale. Mi sono rivolta in Humanitas perché lì mi sentivo a casa, avevo fatto i tirocini in quei corridoi, anche nel reparto di ematologia. In realtà i protocolli sperimentali vengono proposti nei centri altamente specializzati a chiunque, data una certa diagnosi, abbia alcune specifiche caratteristiche come, per esempio, età idonea e assenza di comorbidità».
Dopo il primo ciclo di terapia la malattia era in remissione e, così, dopo un mese di ricovero, è potuta tornare a casa per qualche giorno di riposo (prima della seconda chemio) con un risultato tangibile. Cosa l’ha aiutata in quei giorni in ospedale?
«È stato fondamentale pormi degli obiettivi, tra tutti quello di tornare a casa. Quando mi hanno ricoverato a marzo sapevo che, se tutto fosse andato bene, a luglio sarei potuta tornare tra le mie montagne, dai miei cari. Ed è stato così».
Quanto conta la testa quando si affronta una prova così difficile?
«Moltissimo. Ci sono cose che, purtroppo, non dipendono da noi, ma ho imparato che possiamo e dobbiamo lottare per tutto ciò che è modificabile, sempre con positività e obiettivi a breve termine».
Durante i 90 giorni in isolamento, a causa del sistema immunitario compromesso, come ha fatto a rimanere positiva?
«Quando la testa volava oltre l'ospedale e partivano i pensieri negativi, quello che cercavo di fare era rimanere concentrata all'interno della mia stanza. Mi focalizzavo sulla giornata, cercando di occupare il tempo in maniera produttiva, con tanti lavoretti manuali, infinite partite a carte con il mio fidanzato, lunghe videochiamate con la mia famiglia, i miei amici e le chiacchiere con il personale medico, un vero e proprio nutrimento emotivo».
Qual è la prima cosa che ha fatto quando è tornata a casa?
«Una passeggiata in montagna con i miei cari, nonostante facessi quasi fatica a camminare perché avevo l’emoglobina molto bassa. Ricordo quando sono arrivata al rifugio, quel pranzo ad alta quota è stato una gratificazione assoluta».
A due anni e mezzo dalla diagnosi, pensa che la malattia l’abbia cambiata?
«Sono più serena con me stessa, sono cresciuta tantissimo, mi sento più saggia ed è aumentata la mia autostima. Sono convinta che fare del bene “torni indietro”. Mi sono salvata grazie a una diagnosi precoce che è stata possibile grazie al mio desiderio di donare il sangue. Spero che in tanti, leggendo la mia storia, decidano di farlo».
Ha mai pensato “perché è successo proprio a me”, visto che tra l’altro è una patologia che raramente colpisce i giovani?
«All’inizio mi sono interrogata a lungo su quali potessero essere stati gli sbagli pregressi. Mi sono chiesta se avessi mangiato male, fatto abbastanza sport, cercavo una motivazione razionale che, in realtà, non c’era. Oltretutto sono sempre stata una persona in salute, una sportiva. Poi, però, la domanda è emersa in maniera prepotente nei mesi di rielaborazione del trauma, nel periodo di ritorno alla normalità. La risposta che mi sono data è che è meglio che sia successo a me che ai miei cari, perché ho dimostrato che avevo la forza per affrontarla. Questo pensiero mi mette un po’ in pace».
Progetti per il futuro?
«Il matrimonio ad agosto con il mio Marco, in un castello nelle valli Giudicarie, vicino a casa mia. Sarà principesco e verrà anche la dottoressa Ubezio con la sua famiglia. E poi la maratona a Firenze in autunno e tanti, tanti altri ancora. Ho solo trent’anni e una vita davanti».
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Immunoterapia oncologica: un modello di intelligenza artificiale m Pharmastar
Uno dei principali limiti dell'immunoterapia oncologica potrebbe presto essere superato grazie all'intelligenza artificiale. Un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School ha sviluppato COMPASS, un innovativo modello di IA capace di prevedere con maggiore accuratezza quali pazienti hanno maggiori probabilità di rispondere agli inibitori dei checkpoint immunitari. I risultati, pubblicati su Nature Medicine, mostrano che il sistema supera le prestazioni dei biomarcatori oggi più utilizzati, come l'espressione di PD-L1 e il tumor mutational burden (TMB), aprendo nuove prospettive per una selezione più precisa dei pazienti candidati all'immunoterapia.
Un problema ancora irrisolto
Gli inibitori dei checkpoint immunitari hanno rivoluzionato il trattamento di numerose neoplasie, dal melanoma al tumore del polmone, dal carcinoma renale a quello uroteliale. Tuttavia, solo una parte dei pazienti trae un beneficio significativo da queste terapie: nella maggior parte delle indicazioni, infatti, le percentuali di risposta oscillano tra il 20% e il 40%, pur con importanti differenze in funzione del tipo di tumore e dei biomarcatori disponibili.
Ciò significa che molti pazienti vengono esposti a trattamenti costosi e non privi di tossicità senza ottenere un reale controllo della malattia, perdendo tempo prezioso prima di poter accedere ad altre opzioni terapeutiche.
«Grazie alle più avanzate tecnologie di intelligenza artificiale possiamo identificare chi ha maggiori probabilità di rispondere a uno specifico inibitore dei checkpoint prima ancora che il trattamento venga iniziato», spiega Marinka Zitnik, professore associato di Informatica Biomedica presso la Harvard Medical School e autore senior dello studio.
Un foundation model addestrato su oltre 10 mila tumori
COMPASS appartiene alla nuova generazione dei cosiddetti foundation model, sistemi di intelligenza artificiale addestrati su enormi quantità di dati biologici e successivamente adattabili a differenti applicazioni cliniche.
Nel caso specifico, il modello è stato sviluppato utilizzando i trascrittomi di 10.184 tumori appartenenti a 33 differenti tipi di cancro. Successivamente è stato validato su 1.133 pazienti provenienti da 16 coorti cliniche, comprendenti sette diversi tipi di tumore trattati con sei differenti inibitori dei checkpoint immunitari.
Questa impostazione consente a COMPASS di mantenere elevate prestazioni anche in tumori e regimi terapeutici che non erano stati inclusi nella fase di addestramento, una caratteristica particolarmente importante in un panorama terapeutico in continua evoluzione.
Più accurato dei biomarcatori tradizionali
Nei confronti diretti con 22 modelli predittivi già disponibili, COMPASS ha migliorato l'accuratezza della previsione della risposta all'immunoterapia dell'8,5%, aumentando contemporaneamente del 15,7% l'area sotto la curva precision-recall (AUPRC), uno degli indicatori più utilizzati per valutare le prestazioni dei sistemi di classificazione.
Uno dei risultati più interessanti è emerso in una coorte indipendente di pazienti con carcinoma uroteliale metastatico. In questo studio, i pazienti classificati da COMPASS come responder hanno mostrato una sopravvivenza significativamente più lunga rispetto ai non responder, con una capacità predittiva superiore sia all'espressione di PD-L1 sia al tumor mutational burden.
Oltre il singolo biomarcatore
A differenza degli approcci convenzionali, COMPASS non si basa su un singolo biomarcatore.
Il modello analizza l'intero profilo di espressione genica del tumore e lo sintetizza in 44 "concetti immunologici", cioè rappresentazioni dei principali processi biologici coinvolti nella risposta o nella resistenza all'immunoterapia.
Tra questi figurano l'attività dei linfociti T citotossici, la segnalazione mediata dall'interferone-γ, l'attivazione della via del TGF-β e numerosi altri meccanismi che regolano l'interazione tra tumore e sistema immunitario.
Questo rende COMPASS non soltanto uno strumento predittivo, ma anche un modello interpretabile dal punto di vista biologico, capace di evidenziare i meccanismi molecolari che favoriscono o ostacolano la risposta ai farmaci.
Possibili applicazioni
Secondo gli autori, il nuovo modello potrebbe trovare applicazione in diversi ambiti dell'oncologia di precisione.
La possibilità di identificare con maggiore accuratezza i pazienti responder potrebbe infatti:
• migliorare la selezione dei candidati all'immunoterapia;
• ridurre l'esposizione a trattamenti inefficaci;
• aumentare le probabilità di successo degli studi clinici attraverso un arruolamento più mirato;
• facilitare l'identificazione di nuove indicazioni terapeutiche;
• accelerare lo sviluppo di biomarcatori sempre più sofisticati.
«COMPASS può essere rapidamente adattato a differenti tumori e diversi regimi terapeutici senza perdere interpretabilità biologica», sottolineano gli autori.
Servono conferme prospettiche
Nonostante i risultati molto promettenti, i ricercatori invitano alla cautela. COMPASS rappresenta infatti uno strumento ancora sperimentale e dovrà essere validato in studi clinici prospettici prima di poter essere utilizzato nella pratica clinica quotidiana. Gli stessi autori precisano che il modello non dovrebbe, almeno per il momento, essere impiegato come unico criterio decisionale per scegliere il trattamento di un paziente.
Perché questo studio è importante
Lo studio rappresenta uno dei primi esempi concreti di applicazione dei foundation model all'oncologia di precisione. Più che sostituire i biomarcatori tradizionali, COMPASS propone un cambio di paradigma: invece di basarsi su uno o pochi marcatori molecolari, integra l'intero profilo trascrittomico del tumore per ricostruire la complessa interazione tra cellule neoplastiche e sistema immunitario. Se confermato negli studi prospettici, questo approccio potrebbe migliorare significativamente la selezione dei pazienti candidati all'immunoterapia, aumentando l'efficacia dei trattamenti, riducendo tossicità e costi ed evitando terapie inutili nei pazienti destinati a non rispondere.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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I pazienti giudicano la reputazione delle aziende oncologiche: sul podio Roche, AstraZeneca e Novartis Pharmastar
Roche si conferma l'azienda farmaceutica con la migliore reputazione tra le organizzazioni di pazienti oncologici, mentre AstraZeneca torna al secondo posto grazie ai risultati ottenuti soprattutto nel tumore della mammella e del polmone. Completa il podio Novartis.
È quanto emerge dall'edizione 2025-2026 della Cancer Edition dell'indagine internazionale di PatientView, che fotografa il punto di vista di 505 associazioni di pazienti oncologici di tutto il mondo. Il rapporto evidenzia tuttavia un messaggio meno rassicurante: nonostante i continui progressi terapeutici, la percezione complessiva dell'industria farmaceutica continua a mostrare segnali di deterioramento, soprattutto sul fronte dell'accesso ai farmaci, dei prezzi e dei servizi di supporto ai pazienti.
Leggi il Comunicato stampa
Realizzata tra dicembre 2025 e marzo 2026, l'indagine ha coinvolto 505 organizzazioni di pazienti affetti da tumori e ha valutato la reputazione di 31 aziende farmaceutiche e biotecnologiche attive in oncologia. Il sondaggio analizza diversi aspetti, tra cui qualità dell'innovazione, benefici clinici dei farmaci, trasparenza, collaborazione con le associazioni, accesso alle cure e politiche di prezzo.
Roche mantiene la leadership
Nella graduatoria delle aziende con cui le associazioni collaborano direttamente, Roche conquista ancora una volta il primo posto, davanti ad AstraZeneca e Novartis. Si tratta di una conferma significativa per il gruppo svizzero, da anni considerato uno dei principali riferimenti mondiali dell'oncologia grazie a un portafoglio che comprende terapie mirate, immunoterapie e diagnostica avanzata.
La vera novità dell'edizione 2025-2026 è rappresentata dalla risalita di AstraZeneca, che dopo essere uscita dal podio nell'edizione precedente torna al secondo posto nella classifica generale.
AstraZeneca trainata da mammella e polmone
Il recupero di AstraZeneca è stato favorito soprattutto dall'elevata reputazione costruita nelle aree del tumore della mammella e del polmone, dove le associazioni di pazienti la collocano al primo posto.
Non sorprende se si considera il peso che queste indicazioni rivestono nel portafoglio oncologico dell'azienda. Tra i farmaci di maggiore successo figurano infatti osimertinib, durvalumab, olaparib e trastuzumab deruxtecan, tutti protagonisti di importanti progressi terapeutici nelle neoplasie polmonari e mammarie.
Anche nel settore delle neoplasie ematologiche AstraZeneca ottiene un buon risultato, conquistando il terzo posto.
Novartis domina nei tumori del sangue
Se AstraZeneca eccelle nei tumori solidi, è Novartis a guidare la classifica nelle neoplasie ematologiche.
Tra le associazioni dei pazienti con tumori del sangue, l'azienda svizzera occupa infatti il primo posto, seguita da Johnson & Johnson e AstraZeneca. Un riconoscimento che riflette la consolidata presenza di Novartis nell'ematologia, dove dispone di numerose terapie innovative, dalle CAR-T agli inibitori tirosin-chinasici fino ai farmaci mirati per leucemie e linfomi.
L'innovazione convince, ma non basta
Il dato forse più interessante del rapporto riguarda il progressivo calo della reputazione complessiva dell'industria farmaceutica oncologica.
Solo il 62% delle associazioni giudica oggi "buona" o "eccellente" la reputazione del settore, una percentuale stabile rispetto allo scorso anno ma inferiore al 67% registrato negli anni immediatamente successivi alla pandemia. Le aziende specializzate in oncologia continuano comunque a godere di una reputazione migliore rispetto all'industria farmaceutica nel suo complesso, che raccoglie valutazioni positive dal 57% delle organizzazioni di pazienti.
Accesso ai farmaci e prezzi restano le criticità principali
Secondo PatientView, il calo della reputazione non dipende dalla qualità della ricerca o dalla capacità di sviluppare nuovi trattamenti, aspetti che continuano a essere valutati positivamente.
Le maggiori criticità riguardano invece la difficoltà di accesso ai farmaci innovativi, il loro costo e la disponibilità di servizi di supporto che vadano oltre la semplice fornitura della terapia ("beyond the pill"). Proprio questi tre ambiti sono quelli che mostrano il peggioramento più marcato rispetto alle precedenti edizioni della survey.
Il rapporto con le associazioni pesa sulla reputazione
Il rapporto PatientView evidenzia anche un elemento strategico per l'industria.
Le aziende che, negli ultimi anni, hanno mantenuto un dialogo costante con le associazioni di pazienti risultano generalmente premiate nelle classifiche reputazionali. Al contrario, quelle che hanno ridotto investimenti e attività di coinvolgimento dei pazienti, spesso in seguito a ristrutturazioni aziendali o pressioni economiche, hanno registrato un peggioramento dell'immagine.
Secondo gli autori dello studio, nei momenti di difficoltà finanziaria le attività rivolte ai pazienti sono spesso tra le prime a essere ridimensionate, ma questa scelta finisce per avere conseguenze negative sulla reputazione aziendale.
Una reputazione costruita oltre il farmaco
L'indagine conferma come la reputazione di un'azienda farmaceutica non dipenda più soltanto dall'efficacia delle proprie terapie.
Per le organizzazioni di pazienti assumono un peso crescente la trasparenza, la qualità della collaborazione, la capacità di favorire un accesso equo ai trattamenti e il supporto offerto lungo tutto il percorso di cura.
In un contesto caratterizzato da una continua innovazione in oncologia, il messaggio che emerge dalla survey è chiaro: sviluppare farmaci innovativi rimane fondamentale, ma non è più sufficiente. Per essere considerate realmente "patient-centric", le aziende devono dimostrare di saper accompagnare l'innovazione con politiche concrete che migliorino l'accesso alle cure e mantengano un dialogo continuo con la comunità dei pazienti.
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L'effetto Zalone nella cura del tumore maschile più diffuso today.it
Il più ampio studio in Europa sullo screening del tumore alla prostata ("Erspc"), che ha coinvolto circa 162.000 uomini di età compresa tra 55 e 69 anni in otto Paesi, tra cui l'Italia, risale al 1993. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: nel gruppo sottoposto a screening, gli uomini sono stati invitati a effettuare periodicamente il dosaggio del Psa, l'antigene prostatico specifico, un esame di laboratorio eseguito attraverso prelievo di sangue, secondo intervalli variabili. Nel gruppo di controllo, invece, ai partecipanti non è stato proposto alcun test di screening.
Negli anni il confronto tra i due gruppi ha rimarcato che i programmi di screening possono ridurre del 13 per cento la mortalità per tumore della prostata. Questa premessa è importante perché dimostra come la ricerca scientifica in oncologia continui a progredire; ciò detto, la diagnosi precoce rimane spesso lo strumento più efficace per consentire un intervento terapeutico tempestivo e aumentare le possibilità di successo delle cure. Il tumore prostatico, infatti, è il più frequente nella popolazione maschile in 112 Paesi e la sua incidenza è destinata ad aumentare significativamente, tanto che il numero dei casi è previsto raddoppiare entro il 2040.
A monte, quindi, c'è il tema della prevenzione urologica. In tal senso, un contributo inaspettato è arrivato anche da "Buen Camino", l'ultimo film di Checco Zalone (nel video sotto), che avrebbe contribuito a incrementare le richieste di visite e controlli specialistici, aiutando a portare il tema della prevenzione fuori dal cono d'ombra dell'imbarazzo.
"Se un linguaggio popolare e ironico aiuta a parlare di prostata senza imbarazzo, ciò può rappresentare un'opportunità positiva" spiega a Dossier Today.it Giuseppe Carrieri, presidente della Società italiana di urologia (Siu).
Un tema che resta serio
L'ironia può essere una porta d'ingresso, ma è fondamentale accompagnare i cittadini verso una corretta comprensione sia dei sintomi sia dei percorsi di cura. Il tumore prostatico, infatti, continua a essere la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini e la terza causa di morte per cancro nella popolazione maschile europea. Su una popolazione di 219 milioni di uomini, nel 2020 circa 341.000 persone hanno ricevuto una diagnosi di tumore della prostata, pari al 23 per cento di tutte le neoplasie diagnosticate nella popolazione maschile. Nello stesso anno, circa 71.000 uomini sono deceduti a causa di questa malattia, un dato che corrisponde al 10 per cento di tutti i decessi per tumore tra gli uomini.
In Italia il carcinoma prostatico è il tumore più diffuso nella popolazione maschile, con 31.200 casi stimati. Seguono il tumore del polmone, con circa 27.100 casi, e quelli della vescica e del colon-retto, con circa 23.000 casi ciascuno. Nel 2022, come emerge dal report "Profilo nazionale sul cancro 2025", curato dall'European cancer inequalities registry (Ecir), l'osservatorio e database digitale che monitora i progressi e le disuguaglianze nell'assistenza e nella prevenzione oncologica nei Paesi dell'Ue, i tumori della prostata, della mammella, del colon-retto e del polmone rappresentavano complessivamente quasi la metà di tutte le nuove diagnosi di cancro.
Anche un recente studio dell'Associazione italiana registri tumori (Airtum), pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista scientifica Cancer Epidemiology, stima che nel nostro Paese, nel corso del 2025, si siano verificati 362.100 nuovi casi di cancro, escluse le neoplasie cutanee non melanoma, di cui 182.300 nella popolazione maschile. Si tratta di stime in linea con quelle riportate nel rapporto "I numeri del cancro in Italia 2025", pubblicazione curata dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom).
I segnali da non trascurare
Nel report dell'Aiom si legge che "nelle fasi iniziali il carcinoma della prostata non è generalmente accompagnato da sintomi. Con il progredire della malattia a livello loco-regionale, tuttavia, possono comparire una riduzione della forza del getto urinario, pollachiuria, ematuria, disuria e dolore perineale". Nelle fasi più avanzate, invece, "essendo lo scheletro la prima sede di metastatizzazione, è caratteristico lo sviluppo di dolore osseo". La prevenzione primaria passa quindi dall'adozione di uno stile di vita sano.
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La sedentarietà, ma anche il sovrappeso e il fumo, rappresentano infatti fattori di rischio modificabili. A tale proposito, come evidenzia la Fondazione Veronesi in un video dedicato, "più di un terzo di tutte le forme di cancro sono causate dal fumo". Dunque, non solo i tumori polmonari, considerando che 9 carcinomi polmonari su 10 sono connessi al fumo. A questi si aggiungono due elementi non modificabili, ma altrettanto rilevanti: l'età e la familiarità. Proprio perché nelle fasi iniziali la malattia è spesso asintomatica, la diagnosi precoce assume un ruolo fondamentale.
Lombardia e Basilicata in prima linea
In Italia non esiste un programma nazionale di screening organizzato e gratuito per il carcinoma della prostata, a differenza di quanto avviene per i tumori della mammella, della cervice uterina e del colon-retto, quest'ultimo responsabile della morte dell'ex calciatore Igor Protti. In mancanza di un percorso condiviso, Lombardia e Basilicata hanno attivato programmi regionali strutturati di prevenzione e diagnosi precoce.
Nella regione governata da Attilio Fontana, il programma è operativo da novembre 2024 ed è coordinato dalle Agenzie di tutela della salute (Ats) con il coinvolgimento delle Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) e degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs). Il percorso prevede la compilazione di un questionario tramite il Fascicolo sanitario elettronico, l'accesso al test del Psa attraverso voucher, la visita urologica nei casi a rischio e, se indicato, la risonanza magnetica e la biopsia.
A dicembre 2025 risultano circa 26.000 questionari compilati, 20.444 soggetti idonei al "buono" Psa, 6.996 Psa eseguiti, 1.122 visite urologiche e 98 risonanze proposte. La fascia di età target è stata progressivamente ampliata: dai 50-59 anni iniziali si passerà ai 69 anni entro la fine del 2026.
In Basilicata, il programma è attivo da giugno 2025 e si rivolge alla popolazione nella fascia di età 45-70 anni. A dicembre 2025 erano stati registrati 6.500 questionari compilati, 3.700 test del Psa eseguiti, 545 visite urologiche programmate, di cui 480 già effettuate. E ancora, 260 risonanze magnetiche prescritte (165 eseguite), 22 biopsie, 9 diagnosi positive e 3 prostatectomie radicali. Il modello prevede inoltre una piattaforma digitale dedicata, dove è possibile compilare un questionario, e l'estensione del percorso ai soggetti con rischio eredo-familiare.
"Le esperienze della Lombardia e della Basilicata dimostrano che uno screening digitale, gratuito e ben organizzato può muovere numeri importanti in pochi mesi e guidare il paziente attraverso un percorso semplice ma rigoroso, capace di individuare precocemente i tumori clinicamente significativi". Così Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione onda Ets che dal 2023 riunisce Regioni e stakeholder per definire un modello nazionale coordinato e sostenibile in materia di prevenzione e diagnosi precoce.
Il rischio di sovradiagnosi
Lo screening del tumore alla prostata non è però esente da criticità. "Motivo per cui è stato messo in discussione nel tempo". Così la dottoressa Cristina Marenghi, ricercatrice all'Istituto nazionale dei tumori di Milano nell'ambito del "Programma prostata", sul sito dell'Airc. "Il fatto è che il Psa è specifico della prostata, ma non è specifico del tumore alla prostata. Accade quindi che un innalzamento del suo livello può essere generato da condizioni benigne".
Per questa ragione, "quando viene utilizzato nella popolazione maschile generale, il test porta a fare biopsie a tanti uomini che in realtà non hanno il tumore e a fare diagnosi di tumori non clinicamente significativi, che non richiedono un trattamento. In questi casi si parla di sovradiagnosi e di sovratrattamento". A molti uomini, quindi, può essere diagnosticata e trattata una neoplasia che, durante la vita, non avrebbe mai provocato sintomi né compromesso la salute, esponendoli però agli effetti collaterali delle terapie.
Il caso del Regno Unito
Di fatto, diversi studi hanno rimarcato i limiti del dosaggio dell'antigene prostatico specifico come strumento di screening di popolazione per il tumore alla prostata. In particolare, con l'obiettivo di stimare l'entità delle sovradiagnosi, una ricerca condotta dal Wolfson institute of population health della Queen Mary university (Londra) ha valutato il numero aggiuntivo di neoplasie identificate mediante screening del PSA rispetto alla pratica clinica usuale, nell'arco di 15 anni. Per l'analisi sono stati impiegati i dati dello studio "Uk Cap", l'acronimo di "Cluster randomised trial of Psa testing for prostate cancer", che ha coinvolto oltre 400mila uomini.
I risultati hanno mostrato che circa l'11,7 per cento dei tumori della prostata individuati tramite screening nell'ambito dello studio non sarebbe stato diagnosticato entro 15 anni in assenza del test, suggerendo che la malattia non sarebbe divenuta sintomatica durante tale periodo. E che la probabilità di mancata manifestazione clinica aumenta progressivamente con l'età alla diagnosi: è pari al 16 per cento nei soggetti sottoposti a screening a 50 anni, al 20 per cento a 59 anni, al 24 per cento a 64 anni, al 32 per cento a 70 anni e raggiunge il 58 per cento a 80 anni.
Varie forme di cura
Si sta cercando una soluzione a questa situazione introducendo, parallelamente, due strategie: individuare soltanto le forme aggressive, ossia i tumori che mettono a rischio la vita, e sottoporre a sorveglianza attiva i "tumori clinicamente insignificanti", vale a dire quelle neoplasie a crescita molto lenta (indolenti) che non compromettono la sopravvivenza del paziente né provocano sintomi nel corso della vita, anziché trattarle inutilmente. Tale approccio permette altresì di scongiurare possibili effetti collaterali dei trattamenti che possono incidere sulla qualità della vita.
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La sorveglianza attiva, spiega l'urologo Francesco Montorsi in un video dell'Airc sul tumore della prostata, "prevede che, una volta all'anno, il paziente faccia degli esami, venga visitato, esegua tipicamente una risonanza magnetica multiparametica e l'anno successivo alla prima diagnosi deve ripetere delle biopsie". Il significato è semplice. "Se la malattia non si modifica e rimane poco aggressiva, il paziente può essere seguito anche per tanti anni. Quando, al contrario, la malattia dovesse dimostrare un'accelerazione delle sue caratteristiche, allora qualcosa va fatto".
Le opzioni terapeutiche principali sono generalmente due. "La chirurgia robotica piuttosto che la radioterapia". Anche la terapia focale può tuttavia avere un ruolo. "Questa è una cura che viene applicata a piccoli tumori che hanno però la loro aggressività, ma in quel caso c'è la necessità di colpire solo la zona che è ammalata", illustra ancora il professor Montorsi.
Il confronto rimane aperto
Va da sé che lo screening rimane oggetto di ampio dibattito, come spiega il dottor Massimo Lazzeri, coordinatore per lo sviluppo dei progetti di ricerca clinica e dell'unità operativa urologia dell'Humanitas research hospital di Milano, in una puntata del videopodcast "Epidemiologia, screening e diagnosi". Detto questo, alla fine del 2022 il Consiglio europeo ha pubblicato raccomandazioni finalizzate a migliorare la diagnosi precoce del cancro.
Di fatto, l'Europa si sta orientando sempre più verso modelli di screening personalizzati, basati sull'impiego di valori soglia del Psa differenziati in base all'età e sull'utilizzo della risonanza magnetica prima della biopsia, con l'obiettivo di individuare il più precocemente possibile le forme tumorali aggressive.
Un programma di screening oncologico di popolazione risulta efficace, quindi, se riesce a ridurre la mortalità per uno specifico tumore, grazie a una diagnosi e a un trattamento tempestivi che ne aumentano le probabilità di guarigione. Oppure, se può diminuirne l'incidenza, ossia il numero di nuovi casi, attraverso la rimozione di lesioni precancerose, come avviene per i tumori del colon-retto e della cervice uterina.
Avatar contro il cancro
Intanto la ricerca lavora per superare la resistenza alle terapie antitumorali. Mappare i meccanismi molecolari e metabolici che consentono alla neoplasia di "sfuggire" ai farmaci, sfruttare la farmacogenomica, ovvero la disciplina che studia come il patrimonio genetico individuale condizioni la risposta ai trattamenti, per individuare combinazioni terapeutiche capaci di colpire selettivamente le cellule tumorali risparmiando quelle sane, e validare entrambe le strategie attraverso modelli sperimentali altamente predittivi: sono gli obiettivi di "Metapro", progetto di ricerca che coinvolge l'Italia, la Germania, il Regno Unito e la Finlandia.
Il coordinamento della sfida scientifica è stato affidato all'Istituto di Candiolo "Irccs", alle porte di Torino, vincitore del bando "Ep PerMed joint transnational call 2025". A guidare il network internazionale è Sabrina Arena, responsabile del laboratorio di translational cancer genetics dell'Irccs. "Il progetto utilizzerà una delle tecnologie più avanzate a disposizione dell'Istituto: gli organoidi", afferma Anna Sapino, direttrice scientifica dell'Istituto di Candiolo e presidente dell'Italian Institute for Genomic Medicine (Iigm).
"Sono veri e propri "avatar" del paziente, mini-tumori coltivati in laboratorio che replicano fedelmente le caratteristiche del cancro originale, consentendo di testare le cure in un ambiente sicuro e altamente predittivo". A conferma del rilevante impatto sociale dell'iniziativa, Metapro prevede anche la partecipazione attiva di Europa Uomo, associazione fondata nel 2003 per tutelare il diritto degli uomini ad essere informati sul tumore della prostata e sulle strategie di prevenzione.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Oncologia, alleanza tra l’ospedale San Pio e l’istituto Pascale: «L’obiettivo è evitare lo spostamento dei pazienti dal Sannio» Il Mattino
Prosegue e si rafforza l’alleanza strategica per la salute tra l’azienda ospedaliera San Pio di Benevento e l’Istituto nazionale tumori Irccs Pascale di Napoli, con la sottoscrizione della convenzione interaziendale per il biennio compreso tra il 2026 e il 2028. Convenzione che consente l’erogazione di prestazioni ambulatoriali, chirurgiche e cliniche ai pazienti residenti nel Sannio usufruendo dei medici dell’ospedale partenopeo.
APPROFONDIMENTI La Velalonga per la Ricerca scientifica spegne 40 candeline Napoli, Velalonga per il Pascale: una regata per la ricerca Teatro San Carlo, presentata la stagione 2026/2027: ecco il programma completo Il San Carlo sia motore del rilancio della città La nuova stagione del teatro San Carlo. Meno star, più tradizione: si cambia
IL POLO
«La presenza di un polo oncologico di eccellenza nel Sannio al servizio dell’utenza e del territorio - spiega il direttore generale Maria Morgante - conferma la volontà di blindare e potenziare l’offerta assistenziale oncologica al Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di Sant’Agata de’ Goti.
L'accordo garantisce la piena continuità delle attività del Dipartimento cute, melanoma e immunoterapia oncologica del Pascale all’interno della struttura caudina, dove restano operativi l’intero secondo piano dedicato alla degenza e l'uso esclusivo della sala operatoria per la chirurgia programmata». Non si tratta di un documento mirato esclusivamente all’erogazione di prestazioni ma prevede altro.
«Saranno poste in essere – sottolinea la manager - forme di collaborazione e di integrazione tra i due enti, oggetto di specifici accordi, per singole branche, che dovranno prevedere anche un accesso condiviso dei pazienti alle cure, al fine di ridurre le liste di attesa. Quindi, il documento non va letto come un semplice atto amministrativo, ma come la conferma di un modello di sanità pubblica che funziona e che mette al centro il diritto alla cura del cittadino».
L’obiettivo primario rimane l’azzeramento della mobilità passiva. «Nessun paziente del Sannio – chiarisce Morgante - deve più affrontare i disagi e i costi di lunghi viaggi verso Napoli o fuori regione per ricevere cure oncologiche di primissimo livello o per accedere a protocolli sperimentali e immunoterapie avanzate. In questo modo, portiamo l’eccellenza direttamente a casa del malato, garantendo al contempo percorsi di diagnostica prioritaria e tempi di attesa azzerati, grazie alle nostre agende dedicate».
L’HUB
Questo è, peraltro, anche un modo «per valorizzare l’ospedale di Sant’Agata – conclude la dg - che si consolida come hub oncologico di riferimento per l'intera area interna della Campania. Sono grata alla direzione del Pascale e a tutto il personale medico e sanitario coinvolto nel progetto che spero continui a crescere per costruire una sanità di prossimità, sicura, efficiente e profondamente umana».
Con la sottoscrizione dell'atto, effettuata dai direttori generali del Pascale, Maurizio di Mauro e del Rummo, Maria Morgante, l’azienda ospedaliera si è impegnata a fornire al Pascale il servizio di diagnostica per immagini, che si trova al piano terra del Sant'Alfonso, per i pazienti presi in carico, mentre sono stabilite in progress, le modalità di utilizzo della sala di terapia intensiva, con quattro posti letto, di cui uno per l’isolamento. Invece, le risorse umane, da impiegare per le attività oncologiche, chirurgiche e cliniche, saranno invece completamente a carico del Pascale, fatta eccezione per il personale dedicato al servizio di diagnostica per immagini.
Per effetto della convenzione, l'azienda ospedaliera ha destinato l'interosecondo piano del Sant'Alfonso, con una dotazione complessivadi 24 posti letto all'ospedale partenopeo da adibire alle attività oncologiche, chirurgiche e cliniche, concedendogli l'usoesclusivo di una sala operatoria di Chirurgia generale, all'interno delcomplesso operatorio, costituito da tre sale operatorie al pianoterra del presidio ospedaliero, riservandosi l'uso esclusivo della seconda sala operatoria,e la terza alle urgenze chirurgiche delle due strutture. Si tratta di un in progress, riguardo all'approccio terapeutico nei confronti dei tumori, garantendo l'uso di nuove terapie e di diverse combinazioni di farmaci che, agendo sul sistema immunitario, funzionano in tumori diversi, garantendo un beneficio a lungo termine ai pazienti. Il vero scopo dell'oncologo medico è quello di far vivere di più i propri pazienti, assicurando a ognuno di loro un beneficio a lungo termine e la migliore qualità di vita possibile.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
64.4/100
Punteggio Totale
B
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✅
Criteri Critici
La nutrizione clinica in oncologia non può più essere considerata un supporto accessorio. È una componente essenziale della presa in carico del paziente, con effetti documentati sugli esiti clinici, sulla...
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La nutrizione clinica in oncologia non può più essere considerata un supporto accessorio. È una componente essenziale della presa in carico del paziente, con effetti documentati sugli esiti clinici, sulla tolleranza ai trattamenti, sulla qualità di vita e sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. La malnutrizione correlata al cancro rappresenta infatti una condizione frequente, spesso presente già alla diagnosi, e ancora troppo poco valutata nei percorsi assistenziali.
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Un paziente su due è malnutrito già alla prima visita
Le evidenze scientifiche mostrano che oltre un paziente oncologico su due presenta alterazioni dello stato nutrizionale già alla prima visita oncologica. La perdita di peso involontaria, la riduzione degli apporti alimentari e la perdita di massa muscolare scheletrica non sono semplici conseguenze collaterali della malattia: sono predittori indipendenti di prognosi negativa. Possono ridurre la sopravvivenza, aumentare la tossicità dei trattamenti, favorire le complicanze, determinare interruzioni o modifiche delle terapie, accrescere il ricorso a ricoveri e riospedalizzazioni e compromettere in modo rilevante la qualità di vita.
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In questo quadro, gli alimenti a fini medici speciali (Afms), e in particolare i supplementi nutrizionali orali, rappresentano uno strumento fondamentale della nutrizione clinica. Non si tratta di prodotti generici, ma il loro utilizzo richiede la supervisione del medico e deve inserirsi in un percorso assistenziale che comprenda una prescrizione appropriata, il monitoraggio dell’aderenza terapeutica e la valutazione degli esiti clinici. Il loro obiettivo è aiutare il paziente a coprire i fabbisogni di energia e proteine quando la sola dieta non è sufficiente, come spesso accade a causa della perdita di appetito, degli effetti collaterali delle terapie, della difficoltà ad alimentarsi o delle alterazioni metaboliche indotte dalla malattia.
I supplementi nutrizionali orali in oncologia
L’uso appropriato dei supplementi nutrizionali orali in oncologia (ONS) è associato a un miglioramento degli indici di composizione corporea, al mantenimento del peso e a una migliore tolleranza ai trattamenti di chemio e radioterapia. Il punto decisivo è che la nutrizione clinica non va collocata ai margini del percorso oncologico, ma integrata precocemente, secondo una logica multidisciplinare, insieme alla valutazione clinica, oncologica e funzionale del paziente.
Il tema, tuttavia, non è solo clinico. La malnutrizione genera anche un impatto economico rilevante. In uno studio di farmacoeconomia di prossima pubblicazione, è stata stimata la dimensione economica della malnutrizione nei pazienti oncologici di nuova diagnosi in Italia e il potenziale valore dell’accesso tempestivo e continuativo ai supplementi nutrizionali orali. L’analisi ha considerato sei sedi tumorali particolarmente rilevanti: polmone, testa-collo, colon-retto, esofago, stomaco e pancreas. Su circa 129.500 nuovi casi annui riferibili a queste patologie, si è stimato che i pazienti malnutriti o a rischio di malnutrizione sono circa il 51%.