Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Oncologia e innovazione: il dialogo tra istituzioni, medici e pazienti guida il futuro delle cure pharmastar.it
All'Oncology Summit 2026 di Roma, l'onorevole Ugo Cappellacci ha evidenziato il valore della collaborazione tra istituzioni, societŕ scientifiche e associazioni dei pazienti per promuovere innovazione, prevenzione e accesso alle cure oncologiche. Tra i temi centrali dell'evento, l'importanza degli screening, della legge sull'oblio oncologico e dell'adozione dei test molecolari insieme alle terapie a bersaglio molecolare. Secondo Cappellacci, investire nell'innovazione significa migliorare la qualitŕ di vita dei pazienti e rendere il sistema sanitario piů sostenibile nel lungo periodo, superando la logica dei costi immediati per valorizzare i benefici futuri. Dalla diagnosi alla terapia: la gestione moderna della trombocitopenia indotta da eparinaRossella Marcucci HIT: riconoscere precocemente una complicanza rara ma ad alto rischio tromboticoMaria Amitrano TEV: il paziente fragile al centro: personalizzare la profilassi tra complessitŕ clinica e sicurezzaRossella Marcucci Tromboprofilassi nel paziente internistico: superare le criticitŕ per una prevenzione piů efficaceMaria Amitrano Dalla profilassi all’innovazione: il futuro della prevenzione tromboembolica tra evidenze e intelligenza artificialeProf. Davide Imberti Tumore del polmone: screening con TAC a basso dosaggio e prevenzione al centro delle strategie sanitarieFrancesco Zaffini Prevenzione oncologica: fino al 40% dei tumori puň essere evitato agendo sugli stili di vitaFrancesco Perrone Melanoma e tumori cutanei: la prevenzione dermatologica resta l’arma piů efficaceMonica Forchetta Oncologia: innovazione, diagnosi molecolare e accesso rapido alle cure per i pazientiprofessor Massimo Di Maio Oncologia e innovazione: il dialogo tra istituzioni, medici e pazienti guida il futuro delle cureUgo Cappellacci Screening oncologici del futuro: personalizzazione del rischio e intelligenza artificialeHarry J. de Koning Prevenzione del tumore al seno: genetica, rischio individuale e stili di vitaEugenio Paci InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?2
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
37.8/100
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C
Valutazione
❌
Criteri Critici
VICENZA | RADIOTERAPIA: ARRIVA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NUOVI APPARATI DI SICUREZZA RETE VENETA
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
59.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore dell’endometrio e immunoterapia Univrmagazine
Una nuova fase si è aperta nella cura del tumore dell’endometrio. L’arrivo dell’immunoterapia ha modificato profondamente lo scenario terapeutico, offrendo nuove prospettive soprattutto alle pazienti con malattia avanzata o recidivata. Una trasformazione che nasce dall’incontro tra ricerca scientifica, innovazione terapeutica e medicina personalizzata.
Abbiamo fatto il punto sulle principali novità con Stefano Uccella, direttore della sezione di Ginecologia dell’Università di Verona e direttore della Ginecologia e ostetricia dell’Azienda ospedaliera .
Professore, l’immunoterapia ha cambiato il modo di affrontare il tumore dell’endometrio. Che cosa significa oggi questa innovazione per le pazienti?
L’introduzione dell’immunoterapia in prima linea ha modificato in modo sostanziale il percorso terapeutico del tumore dell’endometrio, soprattutto nei casi avanzati e metastatici, offrendo nuove possibilità a pazienti che in passato avevano prospettive più limitate. È un cambiamento importante perché permette di ottenere risposte più durature nel tempo.
Dal punto di vista del ginecologo oncologo, però, è fondamentale sottolineare che la chirurgia mantiene un ruolo centrale. L’intervento permette di rimuovere la malattia, definire con precisione le caratteristiche del tumore e individuare le categorie molecolari che possono rispondere meglio ai trattamenti innovativi. L’immunoterapia non sostituisce quindi la chirurgia, ma si integra in un percorso sempre più personalizzato».
Lo studio RUBY ha rappresentato un passaggio importante. Quali risultati ha prodotto nella pratica clinica?
Lo studio RUBY ha dimostrato per la prima volta che l’aggiunta dell’immunoterapia alla chemioterapia in prima linea non porta soltanto a un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione, ma anche a un beneficio significativo sulla sopravvivenza globale, in particolare nelle pazienti con specifiche caratteristiche molecolari del tumore.
Fino a pochi anni fa, nelle forme avanzate o recidivate, le opzioni erano più limitate e la prognosi restava spesso difficile. Oggi stiamo assistendo a un cambio di prospettiva: in una parte crescente delle pazienti possiamo ottenere un controllo più lungo della malattia, con un impatto concreto sulla qualità della vita e sulla possibilità di mantenere attività personali, familiari e lavorative.
La crescente complessità delle terapie rende sempre più importante il ruolo dei centri specializzati?
Sì, oggi la gestione del tumore dell’endometrio richiede competenze diverse: dalla profilazione molecolare alla valutazione dei biomarcatori, dalla chirurgia alla radioterapia fino ai nuovi trattamenti sistemici. Nessuna di queste componenti può essere considerata isolatamente.
Nei centri ad alto volume è possibile offrire una vera presa in carico multidisciplinare, con decisioni terapeutiche più appropriate e costruite sulle caratteristiche della singola paziente. Questo modello migliora la qualità delle cure e permette di integrare assistenza e ricerca clinica.
Quale sarà il futuro della ricerca in questo campo?
Nei prossimi anni assisteremo probabilmente a un ulteriore ampliamento del ruolo dell’immunoterapia, con l’obiettivo di utilizzarla in fasi sempre più precoci della malattia e in combinazione con altre strategie terapeutiche.
La sfida sarà capire come estendere i benefici anche alle pazienti con malattia iniziale ma ad alto rischio di recidiva, integrando immunoterapia, terapie target e nuove conoscenze sulla biologia del tumore.
C’è anche un tema particolarmente importante per le pazienti più giovani: la fertilità.
È un ambito di grande interesse. In casi selezionati, l’evoluzione delle terapie potrebbe consentire di ridurre il ricorso a interventi demoliti e preservare maggiormente la possibilità di una gravidanza. Questo richiede un approccio estremamente personalizzato, in cui chirurgia, diagnostica molecolare e terapie sistemiche lavorano insieme.
La medicina del futuro sarà sempre più costruita sulla biologia della malattia e non soltanto sulla sua estensione anatomica: cure più precise, più efficaci e sempre più vicine alle esigenze delle persone.
Elisa Innocenti
All’ospedale San Bortolo di Vicenza la radioterapia diventa più precisa e veloce grazie a nuovi sistemi digitali e all’intelligenza artificiale - La Piazza Web
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.2/100
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Criteri Critici
All’ospedale San Bortolo di Vicenza la radioterapia diventa più precisa e veloce grazie a nuovi sistemi digitali e all’intelligenza artificiale La Piazza Web
Alla Radioterapia dell’Ospedale San Bortolo arriva un importante aggiornamento tecnologico che punta a rendere le cure più precise, rapide e meno invasive per i pazienti oncologici. Si tratta di due nuovi sistemi digitali introdotti grazie a una doppia donazione della Fondazione San Bortolo, per un valore complessivo di circa 200 mila euro.
Le nuove dotazioni riguardano da un lato il controllo tridimensionale del posizionamento dei pazienti durante la radioterapia, dall’altro un software basato su intelligenza artificiale che aiuta i medici a individuare con maggiore rapidità le aree da trattare e gli organi da proteggere.
Secondo i dati forniti dalla struttura, che rappresenta un punto di riferimento per i pazienti oncologici della provincia di Vicenza con circa 1.500 nuovi pazienti e 2.500 trattamenti ogni anno, l’obiettivo è innalzare ulteriormente il livello di sicurezza ed efficacia delle cure.
Il primo sistema introdotto è un insieme di tecnologie che utilizzano telecamere tridimensionali ad alta definizione per controllare la posizione del paziente mentre riceve il trattamento. Il sistema verifica che il corpo sia correttamente allineato rispetto alla zona da trattare e monitora ogni movimento durante la seduta.
Se viene rilevato uno spostamento imprevisto, il trattamento si interrompe automaticamente. In questo modo le radiazioni restano concentrate esclusivamente sull’area bersaglio, riducendo il rischio di coinvolgere tessuti sani.
Tra gli effetti pratici della nuova tecnologia c’è anche la possibilità, in molti casi, di evitare i piccoli tatuaggi sulla pelle che vengono tradizionalmente utilizzati come riferimento per l’allineamento. Un cambiamento che, oltre all’aspetto tecnico, ha anche un impatto sul benessere psicologico dei pazienti, che non si ritrovano più con segni permanenti legati alla cura.
Il sistema, inoltre, semplifica le operazioni preparatorie e riduce i tempi necessari prima di ogni seduta, velocizzando l’avvio dei trattamenti.
Il secondo strumento introdotto è un software di intelligenza artificiale che aiuta gli specialisti nella fase di preparazione della terapia. In passato, i medici dovevano disegnare manualmente sulle immagini della TAC le aree da trattare e quelle da evitare.
Ora il sistema elabora le immagini in pochi minuti, individuando automaticamente le zone interessate. Un lavoro che prima richiedeva dalle tre alle quattro ore viene ora completato in circa tre minuti, con una precisione molto elevata.
Il programma è particolarmente utile nei casi più complessi e permette anche di combinare diverse tipologie di esami diagnostici, come TAC, risonanza magnetica e PET, per ottenere una visione più completa.
«L’intelligenza artificiale – spiega la dott.ssa Cristina Baiocchi, direttrice della Radioterapia dell’Ospedale San Bortolo – garantisce la massima precisione e standard qualitativi uniformemente elevati per tutti i pazienti, riducendo il rischio di errore e innalzando i livelli di sicurezza delle cure. In pochi minuti riusciamo a definire il piano terapeutico, il che significa per il medico avere più tempo da dedicare ai pazienti. Il medico mantiene comunque il controllo della procedura, verificando i contorni proposti dal sistema».
Soddisfazione anche da parte del direttore generale dell’ULSS 8 Berica, Peter Assembergs, che sottolinea come l’obiettivo resti sempre il paziente: «I benefici sono molteplici: più sicurezza, maggiore efficacia delle terapie e la possibilità di ridurre anche i segni fisici del percorso di cura. Inoltre, i medici possono dedicare più tempo al dialogo e all’ascolto».
Il presidente della Fondazione San Bortolo, Franco Scanagatta, ha infine spiegato che il sostegno nasce dalla volontà di migliorare concretamente il lavoro dei reparti e la qualità dell’assistenza ai malati, oltre che supportare medici e infermieri impegnati nella Radioterapia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
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B
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✅
Criteri Critici
Alzheimer, 2 pazienti in terapia a Milano con nuovo anticorpo: ecco come sta andando lapresse.it
A Milano due pazienti, di 63 e 67 anni, stanno ricevendo il nuovo anticorpo monoclonale ‘studiato’ per contrastare l’Alzheimer in fase iniziale. “E sta andando abbastanza bene: siamo molto soddisfatti”. A dirlo a LaSalute di LaPresse è la professoressa Maria Salsone, associata alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR) di Milano, responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia dell’Irccs Policlinico San Donato di Milano, che ha in cura le pazienti.
“Siamo vicini alla seconda infusione, all’interno di un piano piuttosto rigido in base alla scheda del farmaco. Per adesso andiamo avanti in grande tranquillità e non ci sono effetti collaterali. Abbiamo fatto una prima valutazione radiologica e, per fortuna, non sono emersi effetti avversi né clinici, né di imaging”, afferma la specialista.
Il farmaco anti-Alzheimer e l’uso compassionevole
Al centro del programma c’è donanemab, un anticorpo monoclonale anti-amiloide autorizzato in Usa e in Europa per contrastare la malattia di Alzheimer nelle fasi iniziali, ma non ancora rimborsato in Italia. Un percorso che appare in salita, nonostante le pressioni delle associazioni di pazienti.
Eppure gli anticorpi monoclonali anti-amiloide rappresentano oggi la prima classe di farmaci in grado di agire direttamente su uno dei meccanismi biologici alla base della malattia di Alzheimer. Secondo l’ipotesi più accreditata, infatti, questa malattia è associata all’accumulo di placche di proteina beta-amiloide nel cervello. Gli studi clinici hanno dimostrato che la loro rimozione può contribuire a rallentare la corsa del ‘ladro dei ricordi’.
A Milano “donanemab viene somministrato in ambito di uso compassionevole”, precisa Salsone. Una strategia adottata “in attesa che il Servizio sanitario possa rimborsare il farmaco”. In questo caso si tratta di “un uso compassionevole differente rispetto a quanto accade per le terapie oncologiche: si dà accesso a un medicinale che non è ancora rimborsabile, ma che può essere somministrato quando non ci sono alternative terapeutiche. Un’opportunità che ci dà la possibilità di analizzare l’efficacia dell’anticorpo anti-Alzheimer al di fuori dei trial autorizzativi”, aggiunge l’esperta. Nella vita reale, dunque. Valutandone al meglio sicurezza ed efficacia.
Il Centro
Questo progetto si inserisce nel programma clinico-scientifico interdisciplinare del Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, volto a integrare ricerca, diagnosi precoce e accesso alle terapie innovative. Si tratta di un momento particolare per l’Alzheimer, sottolinea la specialista.
Verso una svolta contro l’Alzheimer
“Per la prima volta possiamo intervenire direttamente su uno dei meccanismi biologici alla base della malattia. Per noi l’arrivo di donanemab – e dell’altro anticorpo, lecanemab – rappresenta una svolta nella cura dell’Alzheimer dopo 120 anni. Finora non c’erano medicinali in grado di intervenire sulla causa della malattia”, ricorda Salsone.
“Prima avevamo solo farmaci sintomatici e poco efficaci. Ora siamo qui in maniera scientifica per verificare in scienza e coscienza l’efficacia riportata in letteratura nel rallentare la progressione della malattia. Un effetto che in pratica rappresenta più vita per i pazienti”, continua Maria Salsone.
Cosa è emerso finora e le prospettive
Le due pazienti trattate sono state sottoposte a un’approfondita valutazione multidimensionale per verificarne l’idoneità alla terapia. Attualmente, infatti, possono accedere al trattamento soltanto pazienti con diagnosi di disturbo cognitivo lieve o demenza lieve, che soddisfino specifici criteri clinici di inclusione ed esclusione.
“Crediamo che questo possa essere l’inizio di una nuova era contro questa malattia. Vorrei poi segnalare un altro aspetto: il dato sugli effetti collaterali dei trial clinici appare leggermente ridotto, perché riusciamo ad attuare una miglior selezione dei pazienti. Siamo più precisi nell’arruolamento e questo fa la differenza”, chiarisce la specialista.
“Oggi trattiamo con questi farmaci un declino cognitivo lieve e siamo felici di poterlo offrire alle due pazienti più giovani seguite presso il nostro Centro. La svolta radicale sarà poter applicare questi medicinali e i loro ‘cugini stretti’ alle forme precocissime di Alzheimer”, conclude Salsone.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Eccellenze in sanità, primo caso di profilazione genetica estesa: al via l'oncologia di precisione PerugiaToday
Un passo avanti significativo per la cura dei tumori in Umbria. Oggi, presso l'Azienda Ospedaliera di Perugia, il Molecular Tumour Board della Regione Umbria (MTB-U) ha discusso il primo caso clinico di un paziente il cui tumore è stato profilato attraverso un pannello genetico esteso di 517 geni.
Un traguardo che segna l'ingresso operativo dell'Umbria nella medicina oncologica di precisione, reso possibile dal lavoro di rete tra ospedale, università e istituzioni regionali.
Il MTB-U, insediatosi ufficialmente il 26 gennaio 2026, è uno strumento innovativo che riunisce un team multidisciplinare composto da oncologi, anatomopatologi, genetisti, biologi molecolari, farmacologi e altri specialisti. Il suo obiettivo è analizzare in modo approfondito le caratteristiche genetiche dei tumori per identificare eventuali alterazioni molecolari che possano indirizzare i pazienti verso percorsi di terapia personalizzata.
I pazienti candidati alla valutazione vengono selezionati nell'ambito dei Gruppi Oncologici Multidisciplinari (GOM) regionali e hanno già ricevuto tutte le terapie standard disponibili. La profilazione genomica avanzata consente di valutare l'eventuale accesso a trattamenti innovativi o sperimentali, basati sulle specifiche caratteristiche biologiche della malattia.
La valutazione molecolare del primo caso è stata eseguita presso il laboratorio di Diagnostica Molecolare Predittiva e Genetica Oncologica della Oncologia dell'Azienda Ospedaliera di Perugia. Il pannello genetico esteso utilizzato permette di studiare fino a 520 geni potenzialmente targettabili, offrendo ai pazienti nuove prospettive terapeutiche.
Un'analisi che richiede competenze specialistiche e tecnologie all'avanguardia, oggi disponibili in Umbria grazie a un investimento strategico nella diagnostica molecolare.
"Quello di oggi è un passaggio concreto e significativo per la sanità umbra", sottolinea il professor Mario Mandalà, direttore della struttura complessa di Oncologia dell'Azienda Ospedaliera di Perugia e della Scuola di Specializzazione in oncologia medica dell'Università degli Studi di Perugia. "La medicina oncologica di precisione non è più una prospettiva futura, ma una realtà che stiamo costruendo attraverso il lavoro di rete, l'innovazione tecnologica e la collaborazione multidisciplinare. Il nostro obiettivo è offrire ai pazienti nuove opportunità terapeutiche quando le opzioni standard sono state esaurite."
Il Molecular Tumour Board Umbria è stato fortemente voluto dalla Regione Umbria, che con questa iniziativa si colloca tra le realtà più avanzate nel campo della terapia oncologica di precisione.
"Con questa iniziativa, la Regione Umbria si colloca tra le realtà più avanzate nel campo della terapia oncologica di precisione – afferma la Presidente della Regione, Stefania Proietti – rafforzando il proprio impegno nell'offrire ai cittadini percorsi di cura innovativi, personalizzati e orientati al futuro".
Il MTB-U rappresenta una sintesi virtuosa di innovazione e speranza. Da un lato mette a disposizione dei pazienti le più moderne conoscenze della genomica oncologica; dall'altro mantiene al centro la persona, con un approccio umano, empatico e multidisciplinare che caratterizza da sempre la presa in carico oncologica in Umbria.
Con il primo caso discusso oggi, si apre una nuova fase per l'assistenza oncologica regionale, che punta a garantire a ogni paziente il trattamento più adatto alle caratteristiche biologiche della propria malattia, nel momento in cui le opzioni standard non sono più sufficienti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
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Criteri Critici
Overtreatment in fase terminale: ottimizzare l’assistenza del paziente alla fine della vita Italian Medical News
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Uno studio pubblicato su J Ckin Oncology: il SACT associato ad alta tossicità e ridotta qualità di vita – Overtreatment in fase terminale: ottimizzare l’assistenza del paziente alla fine della vita
Molti pazienti affetti da cancro in fase terminale continuano a ricevere trattamenti che difficilmente apportano benefici clinici significativi, causando potenzialmente più danni che benefici. Questo fenomeno è chiamato overtreatment in fase terminale.
L’argomento è dibattuto da molto tempo ma ancora oggi troppi pazienti vengono trattati con farmaci antitumorali nell’ultimo mese di vita. Il lavoro di Canavan e al1. “Association Between Systemic Anticancer Therapy Administration Near the End of Life With Health Care and Hospice Utilization in Older Adults: A SEER Medicare Analysis of End-of-Life Care Quality pubblicato su J Clin Oncology nel novembre 2025 sottolinea come il trattamento antitumorale sistemico (SACT) per pazienti affetti da tumore in stadio avanzato con prognosi limitata prima del decesso è associato ad alta tossicità e ridotta qualità della vita. Le linee guida scoraggiano questo approccio in quanto cura di scarso valore. Tuttavia, un numero significativo di pazienti, variabile secondo le casistiche dal 10 al 50%, continua a ricevere SACT negli ultimi 30 giorni di vita.
Il lavoro analizza l’associazione tra l’uso di terapie anticancro sistemiche alla fine della vita e l’utilizzo dei servizi sanitari e dell’hospice negli adulti anziani ed evidenzia come l’uso della terapia antitumorale sistemica (SACT) alla fine della vita è associato a un aumento dell’utilizzo delle cure sanitarie e a una minore adesione all’hospice.
Gli autori hanno preso in considerazione 315.089 pazienti all’interno del programma SEER-Medicare di età pari o superiore a 66 anni e affetti da tumore alla mammella, al colon-retto, al polmone, alla prostata, alla vescica, alla cervice uterina, al rene, al fegato, alle ovaie, al pancreas, melanoma o tumore uterino. I pazienti erano stati diagnosticati tra il 2005 e il 2019 e sono deceduti tra il 2015 e il 2020. Sono state analizzate le associazioni tra l’uso della terapia antitumorale sistemica (SACT) alla fine della vita, l’utilizzo dell’assistenza sanitaria negli ultimi 30 giorni di vita (pronto soccorso , ricovero ospedaliero, terapia intensiva e decesso in ospedale e hospice.
23.970 (7,6%) hanno ricevuto la SACT nei 30 giorni precedenti il decesso. La ripartizione per tipo era: terapia citotossica 50,6%, immunoterapia 20,8%, terapia mirata 18% e terapie combinate 10,6%. Dopo l’aggiustamento per le covariate, qualsiasi uso di SACT alla fine della vita era associato a un maggiore ricorso al PS (odds ratio [OR], 3,05 [IC al 95%, da 2,95 a 3,15]), ricoveri ospedalieri (OR, 2,64 [IC al 95%, da 2,56 a 2,72]), ricoveri in terapia intensiva (OR, 1,78 [IC al 95%, da 1,72 a 1,83]), morte in ospedale (OR, 2,02 [95% CI, da 1,96 a 2,08]) e un minor ricorso all’hospice (OR, 0,51 [95% CI, da 0,50 a 0,53]) rispetto all’assenza di SACT. Tutti i sottotipi di SACT erano associati individualmente a un maggiore ricorso all’assistenza sanitaria e a un minor ricorso all’hospice (P < 0,001).
Inoltre l’uso di SACT alla fine della vita era correlato ad una qualità delle cure inferiore ed a un aumento della medicalizzazione della morte. Tutti i sottotipi di SACT sono stati associati a un aumento dell’utilizzo delle cure sanitarie e a una minore adesione all’hospice. I pazienti che ricevono SACT hanno una qualità della vita peggiore e costi sanitari più elevati. Oltre i dati del lavoro di Canavan e al. vale la pena di analizzare, per quanto possibile, le cause che stanno alla base del fenomeno dell’overtreatment. Riportiamo in modo sintetico le indicazioni riportate recentemente da Cherny2 e al. su ESMO Open e che abbiamo sintetizzato nella tabella.
Le evidenze suggeriscono la necessità di rivedere le pratiche cliniche riguardanti la SACT alla fine della vita. È fondamentale migliorare la comunicazione e la pianificazione delle cure avanzate con i pazienti. È importante che gli oncologi discutano con i pazienti riguardo ai rischi associati alla continuazione della terapia e alla transizione verso le cure palliative. Le conversazioni sui valori e sugli obiettivi dei pazienti possono ridurre l’uso della SACT e dovrebbero essere integrate nella pratica clinica per migliorare l’allineamento delle cure con le preferenze dei pazienti. Si devono quindi discutere approcci e strategie per mitigare le influenze culturali e professionali che determinano il trattamento eccessivo, ridurre il fascino delle nuove tecnologie, migliorare la comunicazione medico-paziente riguardo alle opzioni terapeutiche per i pazienti che si avvicinano alla fine della vita e affrontare i pregiudizi cognitivi che possono contribuire al trattamento eccessivo alla fine della vita.
Cruciale resta l’implementazione di strumenti clinici per identificare i pazienti con aspettativa di vita limitata può aiutare a ridurre l’uso della SACT.
Un dato che gli AA stressano è che la continuazione della SACT nei pazienti con cancro avanzato prima del decesso è associato ad alta tossicità e ridotta qualità della vita e porta ad un aumento dell’uso di servizi sanitari.
L’overtreatment danneggia i pazienti causando effetti collaterali, aumentando i costi sanitari, ritardando importanti discussioni e preparativi relativi alle cure terminali e, occasionalmente, accelerando la morte. Il trattamento eccessivo può anche mettere a dura prova le risorse sanitarie, riducendo quelle disponibili per i servizi di cure palliative e causando disagio morale ai medici e alle équipe di cura.
Le conclusioni che si evincono dal lavoro sono che le tempistiche della SACT in prossimità della fine della vita sono influenzate in modo significativo da diversi fattori, tra cui il tipo di SACT, il rinvio ai servizi di cure palliative, il ricovero in un’unità di cure palliative e lo stato di performance ECOG. Questi risultati sottolineano la complessità delle decisioni terapeutiche nella cura del cancro avanzato ed evidenziano la necessità di approcci personalizzati e incentrati sul paziente che tengano conto sia dei fattori clinici che di quelli relativi al paziente per ottimizzare l’assistenza alla fine della vita.
Fattori principali che contribuiscono all’overtreatment relativi all’oncologo al paziente ed ai familiari
Fattori psicologici
Paura e “determinazione controfobica a trattare”
Preservazione della speranza
Negazione e rabbia
Desiderio di controllo
Affaticamento decisionale
Relazione oncologo-paziente
Fattori sociali e culturali
Norme e aspettative sociali
Credenze culturali e religiose
Pressione emotiva da parte della famiglia
Cultura medica
Norme professionali nell’ambito dell’oncologia
Cultura istituzionale e dipartimentale
Considerazioni finanziarie e legali
Carico di lavoro dell’oncologo e vincoli di tempo
Pregiudizi cognitivi
Pregiudizio dell’ottimismo
Pregiudizio di conferma
Pregiudizio della novità (il fascino di nuove tecnologie)
Pregiudizio della disponibilità (ricordo)
Pregiudizio dell’eccessiva sicurezza
Pregiudizio dell’avversione alla perdita
ßPregiudizio di ancoraggio
Modificata da N. I. Cherny et al 2025
Canavan M.E., Cheng L., Jenny Jing Xiang J.J. et al. Association Between Systemic Anticancer Therapy Administration Near the End of Life With Health Care and Hospice Utilization in Older Adults: A SEER Medicare Analysis of End-of-Life Care Quality. J Clin Oncol . 2025 Nov;43(31):3391-3402. Cherny N.I., Nortjé N., Kelly R. et al. A taxonomy of the factors contributing to the overtreatment of cancer patients at the end of life. What is the problem? Why does it happen? How can it be addressed? ESMO Open. 2025 Jan;10(1):104099. doi: 10.1016/j.esmoop.2024.104099.
A cura di Sandro Barni, Primario Emerito dell’Unità Operativa di Oncologia Medica dell’Ospedale di Treviglio-Caravaggio
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Bambini e adolescenti con tumore: l'attività fisica controllata non è solo sicura ma anche benefica Corriere della Sera
di Angela Cotticelli
Un programma di ricerca europeo, che coinvolge anche due ospedali pediatrici italiani, introduce lo sport entro otto settimane dalla diagnosi con un approccio su misura in base al tipo di malattia, alla fase e all'età dei pazienti
(progetto Fortee; Get strong to fight childhood cancer)
L'esercizio fisico può e deve entrare a pieno titolo nel percorso di cura dei pazienti pediatrici oncologici. È quanto sta emergendo dal progetto europeo FORTEe – Get strong to fight childhood cancer, il più ampio studio clinico multicentrico internazionale sull’esercizio fisico adattato nei bambini e adolescenti con tumore. Ma in cosa consiste e quali sono i benefici per il paziente?
Il progetto FORTEe coinvolge ospedali pediatrici in Danimarca, Francia, Germania, Inghilterra, Slovenia, Spagna e Italia con il Centro Maria Letizia Verga di Monza e l’Istituto Nazionale Tumori di Milano. I protocolli di valutazione e di esercizio adottati in FORTEe sono stati ideati e testati proprio in Italia, presso il Centro Maria Letizia Verga, grazie all’esperienza di un progetto indipendente già in corso dal 2017 e sostenuto dall’omonima Fondazione. Tali protocolli sono poi confluiti nel consorzio di ricerca europeo, ottenendo il riconoscimento scientifico internazionale della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) e della European Federation of Sports Medicine Associations (EFSMA). Sono stati adottati in dieci centri oncologici pediatrici europei, tra cui Monza stessa, distribuiti in 8 nazioni, e nelle città di Milano, Madrid, Lione, Lubiana, Essen, Mainz, Heidelberg, Oxford e Copenhagen, coinvolgendo complessivamente più di 450 bambini e adolescenti. Una volta pubblicati, saranno liberamente accessibili a tutti i centri nel mondo che si prendono cura di bambini con tumore. Elemento distintivo del progetto è l’approccio multidisciplinare integrato: ogni giorno emato-oncologi, medici dello sport, scienziati motori, terapisti della neuropsicomotricità, pedagogisti e osteopati ricalibrano i programmi in base all’andamento clinico. Psicologi e dietisti completano la valutazione del profilo individuale. Il team è inoltre composto da 8 tecnici sportivi e una pedagogista della disabilità.
Un approccio su misura «L’esercizio fisico nei pazienti oncologici si riferisce a un’attività adattata alle condizioni della persona malata, distinta dallo sport vero e proprio che rappresenta un livello successivo – spiega Francesca Lanfranconi, medico dello sport e ricercatrice in fisiologia umana presso il Centro Maria Letizia Verga, responsabile del progetto Sport Therapy -. Questo tipo di esercizio comprende componenti aerobiche per il sistema cardiorespiratorio, lavoro di forza, esercizi per l’equilibrio e la flessibilità, sempre calibrati in base al tipo di tumore e alla fase della malattia. Ogni tumore infatti presenta caratteristiche diverse, sia per la malattia di per sé che per la risposta individuale ai trattamenti oncologici, come le chemioterapie composte da miscele di farmaci salvavita ma spesso gravate da effetti collaterali importanti sull’organismo».
I benefici «Da anni si ipotizzava che l’attività fisica potesse avere un impatto diretto anche sulle cellule tumorali e sulla vascolarizzazione, ma inizialmente le evidenze erano limitate a studi su animali e su colture cellulari – continua Lanfranconi -. Fino a poco tempo fa mancavano evidenze scientifiche sull’uomo, in particolare riguardo agli effetti sulle curve di sopravvivenza, che rappresentano un indicatore fondamentale per capire se un intervento possa influenzare la prognosi della malattia, al pari di un farmaco. Tradizionalmente, infatti, l’esercizio veniva considerato utile soprattutto per migliorare la qualità della vita, mentre il suo impatto sulla sopravvivenza libera da recidiva non era dimostrato. Una svolta importante è arrivata con uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, che ha coinvolto pazienti che avevano terminato le cure per tumore del colon. In questo studio un gruppo ha seguito un programma di allenamento standardizzato tre volte a settimana, mentre l’altro ha ricevuto solo indicazioni generiche sul movimento. A distanza di otto anni dalla diagnosi si è osservato una riduzione significativa del 28% del rischio di recidiva di malattia o di nuovo tumore o di morte nel gruppo attivo. Le curve di sopravvivenza complessiva mostrano una differenza assoluta nei 2 gruppi dell’8%, l’entità del beneficio è comparabile a quello ottenuto con alcune nuove terapie, come l’immunoterapia. Per la prima volta, quindi, l’esercizio fisico è stato considerato alla stregua di un vero e proprio trattamento».
La presa in carico Una delle conclusioni più rilevanti di questo lavoro riguarda il momento in cui iniziare l’attività fisica. «Non è detto che il massimo beneficio si ottenga solo dopo la fine delle cure: potrebbe esserci un potenziale ancora maggiore introducendo l’esercizio già al momento della diagnosi – evidenzia Lanfranconi -. Il protocollo di esercizio europeo FORTEe prevede l’avvio dell’attività fisica entro otto settimane dalla diagnosi, cioè in una fase di estrema fragilità per il bambino e per la sua famiglia. Il protocollo coinvolge pazienti pediatrici con leucemie e linfomi a Monza e di bambini con tumori solidi a Milano. L’obiettivo è verificare se questo approccio sia sicuro, efficace e applicabile su larga scala, così da poter definire linee guida e favorire l’integrazione nel Servizio sanitario nazionale. Su 466 partecipanti, seguiti per un anno dopo la diagnosi e con dati raccolti fino a febbraio 2026, si sono verificati solo due eventi avversi, una caduta e uno svenimento, in oltre due anni e mezzo di progetto. Si tratta di un’incidenza inferiore rispetto ad attività quotidiane come la frequenza scolastica, a dimostrazione che l’esercizio, se supervisionato e adattato, non rappresenta un rischio».
Verso una nuova visione del paziente Questo dato contrasta con una convinzione ancora diffusa, secondo cui il paziente oncologico dovrebbe rimanere a riposo per evitare complicazioni. «In realtà, l’attività fisica controllata può essere non solo sicura ma anche benefica. Nei protocolli è spesso previsto allenamento all’aperto, perché il metabolismo osseo richiede stimoli come l’esposizione al sole e l’impatto con il terreno. Questo approccio vuole sconfessare alcuni tabù diffusi, soprattutto in Italia, sull’allenamento all’esterno e sull’uso della mascherina. Nei pazienti immunodepressi si adottano precauzioni diverse a seconda del contesto: al chiuso e in piccoli gruppi si utilizza la mascherina, mentre all’aperto si privilegia un ambiente più naturale e meno restrittivo. Nel caso pediatrico la ricerca è più complessa rispetto agli adulti, perché le differenze fisiologiche tra le varie fasce d’età sono molto marcate. I bambini tra 0 e 6 anni, quelli tra 6 e 11 e gli adolescenti tra 12 e 18 presentano caratteristiche diverse e l’impatto dell’esercizio su un organismo in crescita è più difficile da studiare. Proprio per questo, i dati raccolti finora sono particolarmente rilevanti e rappresentano un passo importante verso una maggiore integrazione dell’attività fisica nei percorsi di cura oncologici. Da questi protocolli ci aspettiamo di poter creare una linea guida internazionale, in collaborazione con tutti i ricercatori e le associazioni nel mondo che si occupano di questa tematica», conclude Lanfranconi.
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Se oggi Brescia può essere considerata una delle capitali europee della broncoscopia robotica, non è per caso. È il risultato di un percorso iniziato diversi anni fa, quando il nostro...
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Se oggi Brescia può essere considerata una delle capitali europee della broncoscopia robotica, non è per caso. È il risultato di un percorso iniziato diversi anni fa, quando il nostro gruppo è stato tra i primi in Europa a credere nelle potenzialità di questa tecnologia, visitando i centri pionieri statunitensi, studiandone le applicazioni e contribuendo alla diffusione della broncoscopia robotica nel nostro continente.
Chiedilo al Sole Le domande sono suggerite automaticamente da 24Ore AI
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Questa leadership scientifica non rappresenta soltanto un motivo di prestigio internazionale per la città e per gli Spedali Civili di Brescia, che hanno recentemente ottenuto il riconoscimento di Comprehensive Cancer Center da parte dell’Organisation of European Cancer Institutes (OECI), ma ha ricadute concrete sulla qualità delle cure offerte ai pazienti.
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Lung Unit multidisciplinare
Siamo infatti tra i primi in Europa ad aver inserito a maggio all’interno della nostra Lung Unit multidisciplinare, la prima operazione che consente di effettuare, in un’unica anestesia, la diagnosi di un nodulo polmonare sospetto mediante broncoscopia robotica e, in caso di conferma immediata della malignità, il trattamento chirurgico radicale nella stessa seduta operatoria.
A rendere questa esperienza ancora più significativa è l’utilizzo di un unico tubo per intubazione orotracheale dotato di una microcamera integrata che permette la visualizzazione continua delle vie aeree durante tutta la procedura. Questa soluzione consente di mantenere lo stesso presidio anestesiologico durante la fase diagnostica e quella chirurgica, evitando la sostituzione del tubo tra i due momenti dell’intervento e aumentando ulteriormente la sicurezza del paziente.
Il valore più importante di questa esperienza è che non rappresenta un episodio isolato, ma è già parte integrante dell’attività clinica di un grande ospedale pubblico ed è accessibile ai cittadini attraverso il Servizio sanitario nazionale.
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Sabato e domenica prossimi il Golfo di Napoli ospita la regata speciale per sostenere la ricerca oncologica dell'IRCCS Pascale. Velalonga per il Pascale. (ANSA)
“A 100 anni mangio la spigola e bevo molta acqua, la disidratazione alla mia età è una nemica. Mi bastavano 2 ore di sonno per studiare”: lo rivela il professor Leonardo Santi
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Leonardo Santi è uno dei più importanti ricercatori italiani nel campo della lotta ai tumori. Ha pubblicato più di 300 lavori scientifici su argomenti di oncologia sperimentale, patologia oncologica, specialmente per quanto concerne il tumore del polmone, i t…
Leonardo Santi è uno dei più importanti ricercatori italiani nel campo della lotta ai tumori. Ha pubblicato più di 300 lavori scientifici su argomenti di oncologia sperimentale, patologia oncologica, specialmente per quanto concerne il tumore del polmone, i tumori professionali e i Biological Response Modifiers. Il 3 aprile scorso il professore ha tagliato il traguardo dei 100 anni. “Non ho voluto festeggiare”, ha confessato a Il Corriere della Sera.
Il segreto per una vita così lunga? “Mangio pesce, prediligo la spigola. Bevo molta acqua perché la disidratazione alla mia età è una nemica. La casa è disseminata di bottigliette, come vede, sistemate nei posti strategici da mia moglie Lia Eva, il mio traino”.
E ancora: “Da ragazzo non mi sono fatto mancare niente. Sci, barca, lunghe nuotate all’isola d’Elba. Però il tipo di alimentazione lasciava molto a desiderare. Mangiavo come capitava. Dolce e salato insieme, tanto poi nello stomaco si mescola tutto, mi giustificavo con i collaboratori che mi osservavano allibiti. Da vecchi invece bisogna stare attenti”.
“Da giovani non si pensa alla vecchiaia, tantomeno quando eravamo giovani noi. – ha aggiunto il professore – Nessuno ci parlava di prevenzione e mangiar sano. Per mia scelta non ho mai fumato né bevuto alcol. I collaboratori si stupivano del mio scarso bisogno di sonno, mi bastavano due ore e passare la notte in bianco spesso era una scelta. Utilizzavo quel tempo per prendere appunti, studiare, organizzare. E la mattina arrivavo in ospedale con tanti fogli scritti a mano”.
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L’oncologia di precisione fa un ulteriore passo avanti: primo caso di tumore profilato con pannello g... Tuttoggi.info
Un importante passo avanti per l’oncologia di precisione in Umbria. Oggi il Molecular Tumour Board della Regione Umbria (MTB-U), coordinato dal professor Mario Mandalà, ha discusso il primo caso di un paziente il cui tumore è stato profilato attraverso un pannello genetico esteso di 517 geni.
La valutazione molecolare è stata eseguita presso il laboratorio di Diagnostica Molecolare Predittiva e Genetica Oncologica della Oncologia dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, confermando il ruolo centrale della rete oncologica regionale nell’implementazione delle più avanzate tecnologie diagnostiche. Il Molecular Tumour Board regionale rappresenta uno strumento innovativo che consente di analizzare in modo approfondito, esteso e moderno le caratteristiche genetiche dei tumori, con l’obiettivo di identificare eventuali alterazioni molecolari che possano indirizzare i pazienti verso percorsi di terapia personalizzata e di precisione.
I pazienti candidati alla valutazione del MTB-U sono selezionati nell’ambito dei Gruppi Oncologici Multidisciplinari (GOM) regionali e hanno già ricevuto tutte le terapie standard disponibili. Grazie alla profilazione genomica avanzata, sarà possibile valutare l’eventuale accesso a trattamenti innovativi o sperimentali basati sulle specifiche caratteristiche biologiche della malattia.
Il Molecular Tumour Board della Regione Umbria si è ufficialmente insediato il 26 gennaio 2026, segnando l’avvio di una nuova fase per l’assistenza oncologica regionale. Un team multidisciplinare composto da oncologi, anatomopatologi, genetisti, biologi molecolari, farmacologi e altri specialisti ha elaborato una procedura diagnostico-terapeutica condivisa che regolamenta il percorso dei pazienti candidati all’accesso al Board.
Il MTB-U valuta l’opportunità di eseguire test genetici estesi che consentono di studiare fino a 520 geni potenzialmente targettabili, offrendo ai pazienti nuove prospettive terapeutiche e contribuendo allo sviluppo di una medicina sempre più personalizzata. “Quello di oggi è un passaggio concreto e significativo per la sanità umbra”, sottolinea il professor Mario Mandalà. direttore della struttura complessa di Oncologia dell’Azienda Ospedaliera di Perugia e della Scuola di Specializzazione in oncologia medica dell’Università degli Studi di Perugia “La medicina oncologica di precisione non è più una prospettiva futura, ma una realtà che stiamo costruendo attraverso il lavoro di rete, l’innovazione tecnologica e la collaborazione multidisciplinare. Il nostro obiettivo è offrire ai pazienti nuove opportunità terapeutiche quando le opzioni standard sono state esaurite.”
Il Molecular Tumour Board Umbria, voluto fortemente dalla Regione Umbria, rappresenta una sintesi virtuosa di innovazione e speranza. Da un lato mette a disposizione dei pazienti le più moderne conoscenze della genomica oncologica; dall’altro mantiene al centro la persona, con un approccio umano, empatico e multidisciplinare che caratterizza da sempre la presa in carico oncologica.
“Con questa iniziativa, la Regione Umbria si colloca tra le realtà più avanzate nel campo della terapia oncologica di precisione, – afferma la Presidente della Regione, Stefania Proietti – rafforzando il proprio impegno nell’offrire ai cittadini percorsi di cura innovativi, personalizzati e orientati al futuro”
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Angioedema ereditario ‘corretto’ da forbici del Dna, verso terapia one shot lapresse.it
Il ‘taglia e cuci’ del Dna efficace contro l’angioedema ereditario, lo studio e le prospettive
Una ricerca innovativa apre la strada alla terapia genica contro una malattia rara: l’angioedema ereditario. Sono davvero promettenti i risultati dell’utilizzo delle ‘forbici molecolari’ Crispr ottenuti dai ricercatori dell’Amsterdam UMC. Il team, in collaborazione con diversi altri ospedali, ha completato con successo il primo studio di Fase 3 al mondo su una terapia Crispr in vivo per questa malattia rara.
In questo studio, condotto in doppio cieco, 80 pazienti affetti da angioedema ereditario sono stati randomizzati per ricevere la terapia o un placebo. Ebbene, “il lavoro dimostra che la terapia è realmente efficace e sicura”, afferma con entusiasmo Danny Cohn, responsabile della ricerca. Alimentando concrete speranze per chi soffee di questa malattia ereditaria, caratterizzata dalla comparsa di gonfiori (edemi) della cute, delle mucose e degli organi interni.
Che cosa sono le ‘forbici molecolari’
Nota anche come ‘taglia e cuci’ del Dna, la terapia Crispr è una tecnica da Nobel che permette ai medici di modificare con precisione gli errori genetici per trattare così in modo ‘ultrapreciso’ specifiche malattie ereditarie.
I risultati ottenuti da questo studio sono “esattamente ciò di cui le autorità regolatorie hanno bisogno per approvare il primo trattamento di editing genetico Crispr in vivo” e consentirne “la commercializzazione”, aggiunge Danny Cohn. Presentato al congresso annuale dell’Accademia Europea di Allergologia e Immunologia Clinica a Istanbul e contemporaneamente pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’, lo studio è davvero “importante per la medicina”, assicura a LaSalute di LaPresse il genetista dell’Università di Roma Tor Vergata Giuseppe Novelli.
I risultati dello studio e le prospettive per l’angioedema ereditario
Ma di che si tratta? “Si tratta del completamento del primo studio di Fase 3 al mondo su una terapia Crispr in vivo. I dati sull’angioedema ereditario mostrano una riduzione degli attacchi dell’87% (con il 62% dei pazienti è completamente libero da attacchi). L’entusiasmo è comprensibile, dato che l’alternativa attuale richiede infusioni ogni due settimane”, aggiunge il genetista italiano, da anni impegnato per risolvere il puzzle delle malattie rare.
Per i pazienti con questa patologia “una cura ‘one-shot’ rappresenterebbe una rivoluzione assoluta – ragiona Novelli – Oltretutto non è stato segnalato alcun evento grave o pericoloso per la vita. Sebbene il paper della Fase 3 non riporti sequenziamenti genomici, l’azienda ha dichiarato che i pazienti trattati 4 anni fa mantengono l’efficacia senza effetti tardivi, suggerendo l’assenza di tossicità genomica clinicamente manifesta. Questo però è un limite, in quanto non sono stati riportati dati genomici per escludere, in teoria, target tagliati fuori”, precisa.
Efficacia e sicurezza
Dati alla mano, comunque, “si può affermare con sicurezza che il paper dimostra efficacia straordinaria e sicurezza clinica immediata (nessun evento grave). Ma è corretto sottolineare che i dati definitivi sull’assenza di mutazioni off-target nel lungo termine richiederanno un monitoraggio post-marketing o analisi genomiche dedicate, non ancora pubblicate in questo trial di Fase 3”, continua lo specialista italiano.
Una strategia affascinante per bersagliare la malattia
Per Novelli l’aspetto più affascinante della storia è che “la modifica genetica non ha riguardato il gene mutato (Serpin 1) che causa l’angioedema ereditario, ma il gene KLKB1 che produce la callicreina, responsabile della produzione di bradichinina che si attiva quando serpin 1 non funziona e che è responsabile del gonfiore tipico della malattia”.
“Poiché il difetto originale è geneticamente complesso (esistono oltre 600 varianti diverse ), correggerlo sarebbe stato difficilissimo. Così si è aggirato il problema: invece di riparare il gene ‘rotto’, si disattiva il gene a valle (KLKB1). È come se, invece di riparare un rubinetto che perde, avessimo tagliato il tubo dell’acqua che conduce al punto in cui si è verificata l’inondazione”, spiega Novelli.
Tra evidenze e speranze, il futuro dell’angioedema ereditario
Ma quanto è efficace l’approccio? Lo studio ha misurato la callicreina plasmatica, dimostrando una riduzione media dell’89% a 24 mesi. L’attività residua “non è un’insufficienza della terapia, ma il risultato atteso: modelli predittivi indicano che una riduzione dell’85% è sufficiente per normalizzare la bradichinina. E i dati clinici lo confermano, con attacchi ridotti del 96%”, rileva ancora Novelli.
Dal canto suo, Danny Cohn guarda al futuro: “I pazienti potrebbero non aver più bisogno di una terapia preventiva continua, risparmiandosi così i relativi effetti collaterali. Questo può alleggerire il carico terapeutico, ridurre la dipendenza da farmaci, diminuire l’ansia legata a futuri attacchi e, in definitiva, migliorare la qualità della vita”. Finalmente.
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Smettere di fumare come parte della cura del cancro: dalle evidenze all’integrazione nei percorsi oncologici Italian Medical News
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Lo studio di Tohmasi et al. su 13.282 pazienti: fumare dopo la diagnosi raddoppia il rischio di morte – Smettere di fumare come parte della cura del cancro: dalle evidenze all’integrazione nei percorsi oncologici
Il fumo di tabacco rimane uno dei principali fattori di rischio oncologico modificabile. In Italia, i dati AIOM/AIRTUM indicano che circa il 24% degli adulti fuma e quasi 105.000 nuove diagnosi oncologiche all’anno sono riconducibili al tabagismo, il 27% del totale.1 Negli Stati Uniti il fumo è responsabile di quasi 500 decessi per cancro al giorno, con l’85% dei decessi per neoplasie polmonari direttamente attribuibili al fumo attivo.2 A fronte di questi dati, il supporto alla cessazione rimane sistematicamente sottovalutato nelle nostre oncologie, spesso considerato non prioritario in un setting già gravato da complessità terapeutica e di risorse.
Lo studio di Tohmasi et al.3, riporta dati di real-world che ne confermano la rilevanza. Gli Autori hanno valutato in maniera prospettica un’ampia coorte (13.282) di pazienti oncologici, indipendentemente dal tipo di tumore, dallo stadio e dal tempo dalla diagnosi. I principali endpoint dello studio sono stati il tasso di sopravvivenza a due anni, valutato sia in funzione dello stato tabagico al momento della visita indice (1725 fumatori, 4989 ex fumatori, 6568 non fumatori), sia in funzione della cessazione del fumo entro i 6 mesi successivi nei soli pazienti fumatori attivi al momento della visita indice (1.725), con analisi per sottogruppi stratificate per stadio di malattia. Rispetto ai pazienti che non avevano mai fumato, coloro che continuavano a fumare al momento della visita indice avevano un rischio di morte aumentato del 35% (aHR 1,35; IC 95%: 1,20–1,53), con una sopravvivenza a 2 anni del 76,4% rispetto all’81,4%. Il dato più significativo emerge dall’analisi secondaria: tra i 1.725 pazienti che fumavano alla visita indice, solo il 22,1% aveva smesso nei 6 mesi successivi. Chi ha proseguito a fumare ha presentato un rischio di morte superiore del 97% rispetto a chi aveva interrotto (aHR 1,97; IC 95%: 1,53–2,55), con una sopravvivenza a 2 anni del 74,7% nei fumatori persistenti rispetto all’85,1% tra chi aveva smesso. Ancora più rilevante per la pratica clinica è il dato sugli stadi avanzati: la cessazione del fumo è risultata associata a una riduzione significativa del rischio di morte (aHR 2,11; IC 95%: 1,60–2,79). Questo dato ha sfatato l’assunto secondo il quale “smettere di fumare sia inutile quando la prognosi è già compromessa”.
Risultati analoghi sono stati riportati in studi europei. I dati di una metanalisi condotta su oltre 10.000 pazienti con tumore del polmone, ha riportato una riduzione del 29% della mortalità nei pazienti che avevano cessato di fumare al momento della diagnosi, sia nel NSCLC che nello SCLC.4 Un secondo lavoro dello stesso gruppo ha documentato, in oltre 2300 pazienti con tumore del distretto testa-collo, una riduzione del 20% della mortalità associato alla interruzione dell’abitudine tabagica.5
Questi dati sono stati confermati dallo studio prospettico multicentrico LungCAST (UK), condotto su 2.751 pazienti con NSCLC di nuova diagnosi e con verifica biochimica dello stato tabagico tramite misurazione del CO esalato. I pazienti che avevano smesso di fumare entro tre mesi dalla diagnosi presentavano una differenza in termini di sopravvivenza mediana di 10.4 mesi, indipendentemente dallo stadio (HR 0.75, IC 95%: 0,58–0,98).6
Una umbrella review ha recentemente riportato, in una coorte complessiva di oltre 1.6 milioni di pazienti oncologici, che la cessazione del fumo comporta una riduzione della mortalità del 15-29% nel tumore del polmone, del 20% nei tumori testa-collo e del 24% nel cancro del colonretto, con dati interessanti riguardanti anche il carcinoma uroteliale e il carcinoma mammario.7
I meccanismi biologici responsabili di tale correlazione includono la riduzione della resistenza ai chemioterapici, il miglioramento dell’ossigenazione tumorale, la diminuzione delle complicanze chirurgiche e la riduzione del rischio di seconde neoplasie.
Queste evidenze rappresentano il presupposto per considerare la cessazione del fumo come il “quarto pilastro” dell’oncologia, accanto a chirurgia, radioterapia e chemio-immunoterapia.8
Un elemento di interesse pratico nello studio di Tohmasi et al. è rappresentato dall’utilizzo di uno strumento integrato nella cartella elettronica (ELEVATE) mirato alla raccolta semplice e strutturata dei dati sullo status tabagico e sulle eventuali terapie farmacologiche specifiche. Questa strategia ha consentito di snellire le procedure ambulatoriali e, in modo potenzialmente replicabile nelle varie strutture territoriali, di integrare il trattamento del tabagismo all’interno della pratica clinica. Secondo i Numeri del Cancro 2025, solo la metà dei fumatori adulti riferisce di aver ricevuto dal proprio medico il consiglio di smettere: un dato che riflette una lacuna sistematica e non individuale.
E’ opportuno evidenziare come questo studio presenti alcuni bias che meritano attenzione: l’assenza di conferma biochimica dell’astensione, la mancanza di dati sui trattamenti oncologici specifici e il possibile “healthy quitter bias”, ovvero la tendenza dei pazienti con prognosi migliore a cessare con maggiore facilità. Tuttavia, queste limitazioni non alterano la solidità dei risultati, coerente con la letteratura internazionale.
In conclusione, la domanda non è più se la cessazione del fumo rivesta un ruolo rilevante nel percorso terapeutico dei pazienti oncologici. La domanda urgente è perché solo un paziente su cinque riesca a smettere dopo la diagnosi e perché il supporto strutturato sia ancora assente in tante oncologie italiane. Ogni visita in cui non si affronta il tabagismo è un’opportunità terapeutica persa. Strumenti e volontà esistono. Quello che manca è una scelta organizzativa precisa: integrare la cessazione del fumo come componente standard e non negoziabile della cura oncologica.
In questo contesto si inserisce la campagna “5 euro contro il fumo”, promossa a gennaio 2026 da AIOM, Fondazione AIRC, Fondazione Umberto Veronesi e Fondazione AIOM. L’iniziativa ha l’obiettivo di raccogliere 50.000 firme per una proposta di legge d’iniziativa popolare che aumenti di 5 euro il prezzo di tutti i prodotti da fumo, compresi i dispositivi di nuova generazione. A un mese dal lancio, 25.000 cittadini hanno già firmato, con l’adesione di 42 Società Scientifiche e 22 associazioni di pazienti. Le proiezioni indicano che tale incremento potrebbe ridurre il consumo complessivo del 37%, con ricadute significative sull’incidenza oncologica e sulla sostenibilità del SSN.9
Bibliografia
AIOM/AIRTUM. I Numeri del Cancro in Italia 2025. Milano: AIOM; 2025. Siegel, R. L., Kratzer, T. B., Giaquinto, A. N., Sung, H., & Jemal, A. (2025). Cancer statistics, 2025. CA: a cancer journal for clinicians, 75(1), 10–45. https://doi.org/10.3322/caac.21871 Tohmasi S, et al. Smoking cessation and survival outcomes in cancer patients: a real-world cohort analysis. J Natl Compr Canc Netw. 2025;23(10):e257059. Caini S, Del Riccio M, Vettori V, et al. Quitting smoking at or around diagnosis improves the overall survival of lung cancer patients: a systematic review and meta-analysis. J Thorac Oncol. 2022;17(5):623–636. Caini S, Del Riccio M, Vettori V, et al. Post-diagnosis smoking cessation and survival of patients with head and neck cancer: a systematic review and meta-analysis. Br J Cancer. 2022;127:1907–1915. Gemine RE, Davies GR, Lanyon K, et al. Quitting smoking improves two-year survival after a diagnosis of non-small cell lung cancer (LungCAST study). Lung Cancer. 2023;186:107388. Petrelli F, Ghidini A, Rossitto M, et al. An umbrella review of meta-analyses on smoking cessation and cancer survival: a brief report. Lung Cancer. 2025;208:108753. Fiore MC, et al. Treating tobacco use as the “fourth pillar” of cancer treatment. JAMA Netw Open. 2019. https://www.aiom.it/al-via-la-campagna-per-aumentare-di-5-euro-il-prezzo-delle-sigarette-obiettivo-raccogliere-50mila-firme-per-la-proposta-di-legge/
A cura di Nicola Silvestris (Dipartimento di Area Medica e UO Oncologia Medica – IRCCS Istituto Tumori “Giovanni Paolo II”, Bari) ed Elena Sapuppo (Dipartimento di Area Medica e UO Oncologia Medica – IRCCS Istituto Tumori “Giovanni Paolo II”, Bari)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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Steatosi epatica metabolica: dal trapianto di microbiota nuovi segnali di efficacia mirata al fegato Associazione EpaC
Steatosi epatica metabolica: dal trapianto di microbiota nuovi segnali di efficacia mirata al fegato
Il trapianto di microbiota fecale riduce l’infiammazione epatica e la steatosi nella MASLD con effetti locali sul fegato piuttosto che avere un impatto metabolico sistemico, suggerendo il suo utilizzo come terapia aggiuntiva mirata per la MASLD.
È quanto conclude la metanalisi condotta da Chunyan He e colleghi della Wuhan University (Cina), pubblicata su Medicine.
La steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD) è una delle malattie croniche del fegato più comuni a livello globale. Con una prevalenza superiore al 25%, rappresenta un costo sempre più alto per la salute pubblica. Lo spettro patologico della MASLD spazia dalla semplice steatosi epatica alla steatoepatite associata a disfunzione metabolica (MASH), alla fibrosi epatica, cirrosi e, talvolta, carcinoma epatocellulare. Ad oggi, l’intervento sullo stile di vita rimane la strategia di prima linea per la gestione della MASLD, ma la sua aderenza a lungo termine è scarsa e la sua efficacia è limitata. Sebbene i farmaci mirati alle complicanze metaboliche abbiano mostrato potenziali benefici, nessuno di questi è stato ufficialmente approvato per il trattamento della MASH, rendendo fondamentale la ricerca di nuove strategie terapeutiche sicure ed efficaci.
Negli ultimi anni, il ruolo dello squilibrio del microbiota intestinale nello sviluppo della MASLD è diventato sempre più riconosciuto. I pazienti con MASLD presentano cambiamenti significativi nella composizione del microbiota intestinale, caratterizzati da una ridotta diversità, una diminuzione dei batteri produttori di acidi grassi a catena corta, un aumento di quelli pro-infiammatori e un’alterata funzione della barriera intestinale. Questa disbiosi può mediare vari processi patofisiologici attraverso l’asse intestino-fegato, come l’aumento della traslocazione di endotossine nel fegato, l’attivazione dei recettori immunitari naturali e la promozione della sintesi epatica dei grassi e della resistenza all’insulina. Il trapianto di microbiota fecale (FMT) può migliorare la MASLD ripristinando la diversità del microbiota intestinale, migliorando la funzione della barriera dell’intestino, riducendo il rilascio di tossine in circolo, regolando il metabolismo degli acidi biliari e migliorando la sensibilità all’insulina.
I ricercatori hanno quindi voluto riassumere le evidenze disponibili basandosi su quattro parametri chiave per determinare lo stato di MASLD: alanina aminotransferasi (ALT), aspartato aminotransferasi (AST), frazione adiposa e indice di massa corporea (BMI). Un totale di 1.690 record rilevanti sono stati identificati attraverso la ricerca iniziale e, dopo aver rimosso i duplicati ed eseguito un ulteriore screening basato su titoli, abstract e testi completi, 8 studi sono stati inclusi nella metanalisi.
Confrontando i valori dei marcatori di infiammazione epatica dei i pazienti con il FMT vs terapia standard si è visto come:
il FMT ha ridotto significativamente i livelli di ALT rispetto alla terapia standard
L’analisi dei sottogruppi ha rivelato un maggiore miglioramento dei livelli di ALT nei pazienti di età inferiore a 50 anni, mentre non è stata osservata alcuna differenza statisticamente significativa nei pazienti di età pari o superiore a 50 anni. Ciò può essere spiegato con il fatto che i soggetti più giovani hanno generalmente una maggiore plasticità del microbiota intestinale che consente una colonizzazione più efficiente oltre che una disfunzione metabolica più breve e leggera, rendendo i percorsi infiammatori epatici più reversibili.
Il FMT ha ridotto significativamente anche i livelli di AST rispetto alla terapia standard.
L’analisi dei sottogruppi ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo dell’AST in entrambi i gruppi – meno o più di 50 anni – suggerendo come il meccanismo di riparazione mitocondriale indotto da FMT non sia dipendente dall’età.
A questi si aggiunge la determinazione del contenuto di grasso epatico e composizione corporea.
La misura della frazione di grasso basata sulla densità protonica (PDFF), che quantifica direttamente il contenuto di grasso epatico, è diminuita notevolmente con il trattamento FMT. Questo risultato conferma che il FMT può mitigare efficacemente la steatosi epatica e ripristinare l’omeostasi del metabolismo lipidico.
L’indice di massa corporea (BMI) non ha tuttavia mostrato variazioni significative con FMT suggerisce come l’azione sia principalmente a livello epatico e non sistemico.
Analizzando poi i quattro parametri insieme:
ALT/AST, indicatore infiammatorio dinamico, può riflettere in modo sensibile l’effetto antinfiammatorio a breve termine del FMT.
Il PDFF conferma un miglioramento sostanziale nella degenerazione adiposa da una prospettiva strutturale, quantificando il grado di steatosi epatica.
La mancanza di miglioramento significativo del BMI evidenzia la caratteristica del FMT che si concentra maggiormente sulla regolazione epatica locale piuttosto che sulla regolazione metabolica sistemica. Questa differenza suggerisce che il FMT potrebbe avere un valore terapeutico unico per i pazienti MASLD magri con BMI normale, mentre i pazienti obesi trarrebbero beneficio da interventi combinati sullo stile di vita per una gestione metabolica completa.
Limiti dello studio
Nonostante ALT e AST siano marcatori ampiamente utilizzati, mancano di specificità e non sono in grado di distinguere la fonte dell’infiammazione. Il PDFF quantifica il contenuto di grassi, ma non valuta l’attività infiammatoria o la fibrosi, fattori chiave determinanti per la prognosi della MASLD. Inoltre, i regimi di FMT tra gli studi inclusi sono eterogenei, comprese differenze nelle vie di somministrazione (capsule orali, colonscopia o infusione nasoduodenale), nella frequenza di somministrazione e nella selezione dei donatori, e tutto ciò potrebbe aver influenzato i risultati aggregati. La maggior parte degli studi aveva anche una durata di follow up relativamente breve, impedendo la valutazione dell’efficacia e della sicurezza a lungo termine del FMT nella MASLD.
Conclusioni
Il FMT migliora efficacemente l’infiammazione e la steatosi epatica nella MASLD, con l’età che modula la risposta dell’ALT. La mancanza di miglioramento dell’indice di massa corporea suggerisce effetti epatici localizzati piuttosto che un impatto metabolico sistemico, supportando l’impiego di FMT come terapia aggiuntiva mirata. Ulteriori ricerche dovrebbero concentrarsi su studi clinici randomizzati, standardizzati e su larga scala per confermare questi risultati. Inoltre, i ricercatori raccomandano lo sviluppo di una formula standardizzata per il microbiota FMT mirato alla MASLD, la combinazione di più tecniche omiche per chiarirne il meccanismo d’azione, l’esplorazione degli effetti combinati dell’FMT con farmaci metabolici e l’estensione del tempo di follow up per valutare l’efficacia e la sicurezza a lungo termine del trapianto di microbiota fecale.
Fonte: microbioma.it