📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.2/100
Punteggio Totale
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Criteri Critici
Bellet (Acto Italia): "Diagnosi tardive a cancro ovarico accesso difficile a terapie" Adnkronos
“Noi pazienti abbiamo diverse difficoltà già a partire dalla diagnosi, che spesso arriva in modo tardivo, ma anche durante tutto il percorso di cura, perché sono diversi gli attori a cui bisogna rivolgersi ed è difficile riuscire a trovarli. Nel tumore ovarico cominciano ad esserci ora nuove terapie e una delle problematiche è proprio potervi accedere”. Lo ha detto Ilaria Bellet, presidente di Acto Italia (Alleanza contro il tumore ovarico Ets), oggi a Roma, in occasione dell’incontro 'Tumore ovarico: le nuove frontiere dell’innovazione terapeutica.
“Sicuramente è un percorso molto difficile - spiega Bellet - e uno degli elementi su cui Acto Italia " e le altre associazioni "stanno cercando di lavorare, è definire, con le reti oncologiche, centri di riferimento per la gestione e la cura" dedicati. È molto importante avere un accesso tempestivo alle terapie perché il tempo, nel tumore ovarico, sia a livello chirurgico, sia di terapie è fondamentale - rimarca - In questo momento" ci sono diverse cure "disponibili, che sono state approvate, ma è necessario poter accedere a dei test specifici per poterle avere”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.5/100
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C
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❌
Criteri Critici
Prevenzione, sintomi e scelte consapevoli. Tutto sull'urologia
Capire quando rivolgersi all’urologo non è sempre immediato. Spesso si tende a rimandare la visita fino alla comparsa di disturbi importanti, mentre alcune patologie dell’apparato urinario e genitale possono svilupparsi senza sintomi evidenti. Per questo motivo è fondamentale conoscere i segnali da non sottovalutare e l’importanza della prevenzione. Presso l’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Villa Aprica, struttura di Gruppo San Donato, è possibile effettuare visite urologiche specialistiche e percorsi diagnostici dedicati per uomini e donne. Ne parliamo con il Dott. Antonello Paulesu, Responsabile dell’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Villa Aprica.
I sintomi che richiedono una visita urologica
Tra i disturbi più frequenti che portano il paziente dall’urologo vi sono quelli legati alla minzione. In particolare, meritano attenzione:
difficoltà a urinare;
getto urinario debole o intermittente;
sensazione di non svuotare completamente la vescica.
A questi possono associarsi sintomi irritativi come:
l’aumento della frequenza delle minzioni;
l’urgenza urinaria;
necessità di correre in bagno appena compare lo stimolo.
“Dietro questi disturbi possono esserci condizioni diverse, dall’iperplasia prostatica benigna fino a patologie più importanti”, spiega il dott. Paulesu.
Anche dolori persistenti nella zona pelvica, lombare o testicolare, soprattutto se non riconducibili ad altre cause, dovrebbero essere approfonditi con una valutazione specialistica.
Sangue nelle urine: un segnale da non ignorare
Tra i campanelli d’allarme più importanti vi è la presenza di sangue nelle urine.
“Il sangue nelle urine, soprattutto se compare in assenza di altri sintomi, è quello che deve destare maggiore attenzione. Può essere il segnale di una neoplasia della vescica o delle vie urinarie e va sempre indagato”.
Quando invece si associa a bruciore urinario e ai sintomi tipici della cistite, può essere legato a un’infiammazione, ma richiede comunque una valutazione medica.
Prevenzione del tumore della prostata
Uno degli aspetti più importanti dell’urologia riguarda la prevenzione del tumore della prostata. Nelle fasi iniziali, questa patologia è generalmente asintomatica, motivo per cui non bisogna attendere la comparsa dei sintomi per sottoporsi ai controlli.
In assenza di familiarità, gli uomini dovrebbero iniziare i controlli intorno ai 50 anni. In presenza di parenti affetti da tumore della prostata è invece consigliabile anticipare la valutazione tra i 40 e i 45 anni.
“Lo screening comprende la visita urologica associata al PSA, l’esame delle urine e la valutazione della funzionalità renale. Questi elementi permettono già un primo inquadramento e consentono di stabilire se siano necessari ulteriori approfondimenti”, specifica il medico.
Come si svolge la visita urologica
Una delle domande più frequenti riguarda cosa aspettarsi durante una visita urologica. La valutazione inizia sempre con un’accurata raccolta della storia clinica del paziente.
“L’anamnesi è fondamentale per comprendere i sintomi e orientare correttamente il percorso diagnostico”, chiarisce l’urologo. Nel paziente uomo può essere eseguita l’esplorazione prostatica digitale, un esame semplice che consente di valutare dimensioni, consistenza e profilo della ghiandola prostatica.
Spesso la visita viene completata da un’ecografia dell’apparato urinario per valutare prostata e vescica ed evidenziare eventuali segni di ostruzione. Se necessario possono essere prescritti ulteriori accertamenti, come l’uroflussometria, la misurazione del residuo post-minzionale e altri esami di laboratorio.
L’urologo non è solo per gli uomini
L’urologia non riguarda esclusivamente la popolazione maschile. Anche le donne possono beneficiare di una valutazione specialistica, soprattutto in presenza di infezioni urinarie ricorrenti, sintomi persistenti che non si risolvono con le terapie abituali o problemi di incontinenza urinaria.
“Molte patologie urinarie femminili si collocano al confine tra ginecologia e urologia. Quando i disturbi persistono, l’approfondimento urologico può essere determinante per individuare la causa del problema”, spiega lo specialista.
Anche nei giovani una visita può essere utile per individuare condizioni che potrebbero influire sulla fertilità futura, come il varicocele, o per valutare eventuali anomalie anatomiche dell’apparato genitale.
L’importanza della prevenzione urologica
È consigliabile rivolgersi all’urologo quando compaiono disturbi urinari persistenti, sangue nelle urine, infezioni ricorrenti o dolori pelvici e testicolari non spiegati. Inoltre, tutti gli uomini dovrebbero programmare controlli periodici una volta raggiunta l’età indicata per la prevenzione prostatica.
“La prevenzione è lo strumento più efficace che abbiamo. Molte patologie urologiche possono essere diagnosticate e trattate precocemente, con importanti benefici per la salute e la qualità di vita dei pazienti”, conclude il dott. Paulesu.
Per effettuare una visita urologica specialistica o ricevere maggiori informazioni sui percorsi diagnostici e terapeutici
disponibili, è possibile rivolgersi all’Unità Operativa di Urologia dell’Istituto Clinico Villa Aprica di Como, che offre un percorso completo di prevenzione, diagnosi e trattamento delle principali patologie urologiche.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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44.8/100
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Criteri Critici
Tumori, Lorusso (Humanitas San Pio X): "Diagnosi tardiva in 80% casi cancro ovarico" SUD e FUTURI
(Adnkronos) – "Il tumore dell'ovaio è una patologia che in Italia colpisce circa 5.200 donne ogni anno e, purtroppo, la metà di loro ci lascia entro 5 anni dalla diagnosi. Il problema di questa elevata mortalità è legato all'assenza di screening efficaci e al fatto che il tumore ha dei sintomi aspecifici – come dolori addominali, difficoltà digestive, qualche volta perdite ematiche o difficoltà a urinare – che spesso vengono scambiati per altre patologie intestinali, come gastriti o diverticoliti. Ciò porta a un ritardo nella diagnosi. Infatti, quando arriviamo a diagnosticare la malattia, nell'80% dei casi il tumore è già in forma metastatica e questo impatta sulle nostre possibilità di guarigione". Così Domenica Lorusso, responsabile Centro di Ginecologia oncologica Humanitas San Pio X Milano e professore di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas University, intervenendo oggi a Roma all'incontro 'Tumore ovarico: le nuove frontiere dell'innovazione terapeutica'. "Le linee guida Aiom-Associazione italiana di oncologia, che abbiamo recentemente licenziato nell'ultima edizione – spiega Lorusso – sono uno strumento utile per tutti i nostri colleghi. Sono state create con un rigore metodologico importante: da qualche anno, infatti, in Italia hanno una valenza medico legale e oggi passano anche al vaglio dell'Istituto superiore di sanità. Nelle linee guida Aiom vengono riportate tutte le raccomandazioni per i farmaci già a disposizione in pratica clinica, con i livelli di evidenza che vengono da un'analisi rigorosa della letteratura medica", conclude.
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Cancro ovarico, Aifa approva rimborso per nuovo anticorpo farmaco coniugato Periodico Daily
(Adnkronos) – L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha approvato la rimborsabilità di mirvetuximab soravtansine per il trattamento del cancro epiteliale dell'ovaio sieroso ad alto grado, cancro della tuba di Falloppio o cancro peritoneale primitivo. È il primo e unico anticorpo farmaco coniugato approvato e rimborsato in Italia contro questi tumori ginecologici positivi al recettore alfa dei folati (Frα) non più elegibili a chemioterapia a base di platino. Se ne parla oggi a Roma – dopo la pubblicazione, lo scorso 25 giugno in Gazzetta Ufficiale, della determina dell’ente regolatorio – in un incontro su 'Tumore ovarico: le nuove frontiere dell'innovazione terapeutica' a cui partecipano rappresentanti dei clinici, dei pazienti e delle istituzioni. Si tratta – riferisce una nota – della prima innovazione, nell'arco di un decennio, nel trattamento del carcinoma ovarico resistente al platino. "Il tumore ovarico risulta in crescita in Italia e fa registrare ogni anno più di 5.400 nuovi casi – afferma Sandro Pignata, direttore Oc Uro-ginecologia Int-Irccs Fondazione Pascale di Napoli e coordinatore Rete oncologica Campana – È una neoplasia abbastanza rara, ma al tempo stesso è la più grave tra quelle ginecologiche, nonché uno dei 'big killers' in oncologia. L'elevata mortalità si spiega con la totale assenza di valide strategie di screening e con i sintomi aspecifici che la malattia presenta. Le diagnosi precoci sono perciò molto difficili, gli interventi terapeutici poco tempestivi e la sopravvivenza a 5 anni si attesta solo al 43%. Vi è poi il grave problema dell'alto tasso di recidiva della patologia che è causato soprattutto dalla resistenza alle terapie ordinarie. Si calcola che fino all'80% dei casi di carcinoma avanzato va incontro a recidiva dopo un primo trattamento farmacologico con lo standard di cura costituito da chemioterapia a base di platino". L'innovazione terapeutica "sta cambiando la storia naturale del tumore ovarico e migliorando le aspettative di vita delle pazienti – sottolinea Domenica Lorusso, professore ordinario di Ginecologia e ostetricia presso Humanitas University e direttore dell'Uo di Ginecologia oncologica di Humanitas San Pio X, Milano – L'arrivo, anche nel nostro Paese, di mirvetuximab soravtansine è una buona notizia che può rispondere ai bisogni insoddisfatti delle donne colpite da una neoplasia insidiosa. Mirvetuximab soravtansine è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Questi dati positivi di sopravvivenza hanno consentito di poter includere questa molecola nel recente aggiornamento delle linee guida italiane ed europee (Aiom ed Esmo), punto di riferimento scientifico per la comunità oncologica. Questa nuova soluzione terapeutica – precisa – consiste in un anticorpo monoclonale che presenta un meccanismo d'azione molto innovativo. Si lega a una specifica proteina, chiamata recettore alfa dei folati Frα, che è espressa dalle cellule tumorali. Il farmaco, una volta internalizzato, rilascia al loro interno una molecola citotossica, il Dm4, che inibisce la divisione cellulare. Rispetto alle precedenti terapie risulta più efficace e con minori tossicità". La medicina di precisione "è una realtà anche nel trattamento delle neoplasie ginecologiche – Illustra Giusy Scandurra, direttore Uoc Oncologia medica ospedale Cannizzaro di Catania e docente presso la Facoltà di Medicina dell'università Kore di Enna – L'oncologia è in profonda trasformazione e stiamo passando da un approccio standardizzato ad un modello centrato sul singolo individuo. Il 36% delle pazienti con carcinoma ovarico platino resistente ha un'alta espressione della proteina specifica Frα. Questa rappresenta il bersaglio terapeutico dell'anticorpo farmaco coniugato mirvetuximab soravtansine. Nella pratica clinica – aggiunge – è fondamentale riuscire sempre ad ottenere una precisa caratterizzazione biologica della paziente a diagnosi. Oggi ciò è possibile grazie al lavoro dell’anatomo-patologo e all'utilizzo di test genomici e di nuovi biomarcatori immunoistochimici". "La rimborsabilità di questa terapia è un passo importante, perché avvicina l'innovazione alle donne che ne hanno bisogno – osserva Ilaria Bellet, presidente di Acto, Alleanza contro il tumore ovarico Italia – Perché diventi davvero cura per tutte, accanto alla terapia va garantito anche il test Frα che ne consente l'accesso, in modo uniforme e gratuito su tutto il territorio: così a contare è il bisogno clinico e non il luogo di cura. Continueremo a lavorare perché l'innovazione non resti una possibilità per alcune, ma diventi un diritto uguale per tutte". "Accogliamo con soddisfazione la decisione adottata nelle scorse settimane dall'Agenzia italiana del farmaco – conclude Fabrizio Greco, amministratore delegato AbbVie Italia – Il nostro impegno in oncologia prosegue da molti anni ed è guidato dalla convinzione che l'innovazione, la medicina di precisione e l'impiego delle più avanzate tecnologie di ricerca siano fondamentali per sviluppare terapie in grado di rispondere a bisogni ancora insoddisfatti dei pazienti. L'approccio sempre più mirato rappresenta un elemento centrale nella lotta contro diverse forme di tumore, in particolare laddove i trattamenti chemioterapici non risultano efficaci. Oggi pazienti e clinici possono disporre di una nuova opzione terapeutica contro quella che, al momento, è la neoplasia ginecologica più letale".—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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51.9/100
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Criteri Critici
Un farmaco per combattere il tumore potrebbe risanare la fertilità femminile Demografica
Un farmaco originariamente nato per combattere il tumore potrebbe essere la chiave per ripristinare la fertilità femminile. Questo è quanto scoperto dai ricercatori del Karolinska Institutet in Svezia, nell’ambito di uno studio pilota che apre una strada del tutto inedita per le donne colpite da menopausa precoce. La ricerca, pubblicata sulla rivista Nejm Evidence, suggerisce che l’immunoterapia possa “risvegliare” le ovaie che hanno smesso di funzionare prematuramente, offrendo una speranza concreta laddove finora l’unica opzione era la donazione di ovociti.
Una condizione che colpisce il 3% delle donne
La condizione al centro dello studio è l’insufficienza ovarica prematura (Poi), un disturbo che colpisce poco più del 3% delle donne in tutto il mondo. In questi casi, le ovaie cessano di funzionare prima dei 40 anni, portando non solo all’infertilità ma anche a gravi rischi per la salute a lungo termine dovuti alla carenza di estrogeni, come l’osteoporosi, malattie cardiovascolari e declino cognitivo. Spesso, la causa è di natura autoimmune: il sistema immunitario, per errore, attacca e distrugge i follicoli ovarici che contengono gli ovuli.
Dalla lotta ai linfomi alla medicina della riproduzione
Il farmaco protagonista di questa svolta è il rituximab. Approvato per la prima volta nel 1997 per il trattamento dei tumori del sangue (come i linfomi), viene oggi utilizzato anche per diverse malattie autoimmuni, tra cui l’artrite reumatoide. L’idea dei ricercatori è stata semplice quanto rivoluzionaria: se la menopausa precoce è causata da un attacco autoimmune, l’utilizzo di un’immunoterapia come il rituximab potrebbe bloccare questo processo e permettere alle ovaie di rispondere nuovamente agli stimoli ormonali.
I risultati dello studio: la nascita di tre bambini
Lo studio ha coinvolto dodici donne tra i 18 e i 35 anni con diagnosi di Poi autoimmune. I risultati sono stati sorprendenti: prima del trattamento, nessuna delle partecipanti rispondeva alla stimolazione ormonale standard. Dopo il rituximab, in sei donne su dieci è stata osservata la maturazione di follicoli ovarici, rendendo possibile il prelievo degli ovociti.
Il successo finale? Cinque donne hanno potuto congelare o fecondare i propri ovociti. Successivamente, tre di loro si sono sottoposte al trasferimento dell’embrione e tutte hanno dato alla luce bambini sani.
Il legame con il morbo di Addison
Un dettaglio fondamentale emerso dalla ricerca riguarda il profilo delle pazienti: tutte le donne che hanno risposto positivamente al trattamento soffrivano anche del morbo di Addison, una patologia autoimmune che colpisce le ghiandole surrenali. Questo dato suggerisce che l’efficacia del farmaco possa essere strettamente legata a specifici meccanismi autoimmuni complessi.
Un primo passo verso il futuro
Nonostante il successo, la comunità scientifica predica cautela. La professoressa Angelica Lindén Hirschberg, guida dello studio, ha definito questi risultati come una “proof-of-concept”, ovvero una prova che l’idea funziona, ma che necessita di ulteriori conferme. Essendo un test condotto su un numero limitato di pazienti e senza un gruppo di controllo, sono ora necessari studi clinici randomizzati più ampi per garantire che il metodo sia pienamente sicuro ed efficace su larga scala.
Tuttavia, la scoperta dimostra che in alcune donne esiste ancora una riserva ovarica “nascosta” che può essere riattivata una volta rimosso l’ostacolo rappresentato dall’attacco autoimmune. Un nuovo studio più vasto è già stato avviato dal team di ricerca per trasformare questa speranza in una realtà accessibile a un numero sempre maggiore di donne.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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45.9/100
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Criteri Critici
Moda per la vita: il marchio Dress Me and You dona 10 mila euro di parrucche per donne che affrontano la terapia oncologica Diari Toscani
Nel panorama della moda maschile ungherese è raro incontrare un marchio capace di coniugare con tanta naturalezza l’eccellenza professionale e l’impegno sociale. Dress Me and You ha dimostrato ancora una volta che la moda non riguarda soltanto l’eleganza, lo stile e la raffinatezza dell’aspetto esteriore, ma anche l’umanità, l’attenzione verso gli altri e la responsabilità nei confronti della comunità. In occasione della 110ª edizione di Pitti Uomo a Firenze, la sartoria ungherese ha nuovamente confermato il proprio impegno a favore delle cause benefiche. Durante uno degli eventi più importanti della moda maschile internazionale, Dress Me and You ha sostenuto per l’ennesima volta le donne affette da patologie oncologiche, donando parrucche per un valore di quasi 10 mila euro a coloro che stanno affrontando uno dei periodi più difficili della loro vita. Anche quest’anno la donazione è stata consegnata all’associazione AVO Firenze, che da molti anni svolge un lavoro straordinario nel supporto ai pazienti e nel miglioramento della loro qualità di vita.
La perdita dei capelli rappresenta una delle conseguenze psicologicamente più gravose dei trattamenti oncologici. Una parrucca di qualità, tuttavia, non restituisce soltanto un’immagine esteriore, ma anche fiducia in sé stessi, dignità e speranza. Consapevole di questo, Dress Me and You sostiene con costanza da anni le donne che ogni giorno devono lottare non solo per la propria guarigione, ma anche per preservare la propria identità.
È particolarmente significativo che questa iniziativa provenga da una sartoria maschile ungherese. Anche a livello europeo, nel settore della moda maschile sono poche le realtà imprenditoriali che si impegnano con tale continuità e intensità nel sostegno di cause sociali. Grazie a questo approccio, Dress Me and You è diventato non solo uno dei protagonisti della moda ungherese, ma anche il portavoce di un sistema di valori che va ben oltre il successo commerciale.
Molti conoscono il marchio per l’attenzione ai dettagli sartoriali, le combinazioni cromatiche originali, la selezione raffinata dei tessuti e uno stile distintivo ma al tempo stesso intramontabile. Nei suoi abiti convivono l’eleganza italiana, la creatività ungherese e la precisione dell’artigianato. Per i visitatori di Pitti Uomo, scoprire ogni anno le collezioni di Dress Me and You rappresenta un’esperienza speciale, poiché il marchio riesce sempre ad arricchire il mondo dell’abbigliamento maschile classico con nuovi colori, forme e dettagli.
Il fatto che, accanto ai riconoscimenti professionali, l’impegno sociale occupi un ruolo centrale nella vita dell’azienda rende il loro lavoro ancora più prezioso. La consegna della donazione a Firenze non è stata soltanto un gesto di beneficenza, ma anche un messaggio importante: il vero valore del successo si misura da quanto siamo in grado di restituire alla comunità.
L’esempio di Dress Me and You dimostra che la moda può costruire ponti tra persone, comunità e nazioni. Mentre il marchio porta il prestigio della sartoria ungherese su uno dei palcoscenici più importanti della moda mondiale, contribuisce anche a rendere più serena la vita di persone per le quali questo sostegno significa molto più di una semplice donazione. Significa speranza, forza e fiducia nel percorso verso la guarigione.
Per questo motivo, la donazione di parrucche del valore di quasi 10.000 euro consegnata in occasione di Pitti Uomo 110 non è stata soltanto un’iniziativa benefica, ma un gesto profondamente umano che rappresenta degnamente l’Ungheria sulla scena internazionale della moda. Dress Me and You ha dimostrato ancora una volta che la vera eleganza non si esprime soltanto nel taglio impeccabile di un abito, ma anche nelle azioni e nell’attenzione dedicata alle persone.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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65.2/100
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Criteri Critici
Tumore ovarico, via libera da AIFA a nuovo anticorpo farmaco coniugato insalutenews.it
Roma, 2 luglio 2026 – L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la rimborsabilità di mirvetuximab soravtansine per il trattamento del cancro epiteliale dell’ovaio sieroso ad alto grado, cancro della tuba di Falloppio o cancro peritoneale primitivo. È il primo e unico anticorpo farmaco coniugato approvato e rimborsato in Italia contro questi tumori ginecologici positivi al recettore alfa dei folati FRα non più elegibili a chemioterapia a base di platino.
Si tratta della prima innovazione, nell’arco di un decennio, nel trattamento del carcinoma ovarico resistente al platino. Lo scorso 25 giugno c’è stata la pubblicazione, sulla Gazzetta Ufficiale, della determina dell’ente regolatorio. La notizia viene data oggi nell’ambito della conferenza stampa “Tumore Ovarico: le Nuove Frontiere dell’innovazione Terapeutica” che si svolge a Roma. Partecipano all’evento rappresentanti dei clinici, dei pazienti e delle Istituzioni.
“Il tumore ovarico risulta in crescita in Italia e fa registrare ogni anno più di 5.400 nuovi casi – afferma Sandro Pignata, Direttore OC Uro-ginecologia INT-IRCCS Fondazione Pascale di Napoli e Coordinatore della Rete Oncologica Campana – È una neoplasia abbastanza rara ma al tempo stesso è la più grave tra quelle ginecologiche, nonché uno dei “big killers” in oncologia. L’elevata mortalità si spiega con la totale assenza di valide strategie di screening e con i sintomi aspecifici che la malattia presenta. Le diagnosi precoci sono perciò molto difficili, gli interventi terapeutici poco tempestivi e la sopravvivenza a 5 anni si attesta solo al 43%. Vi è poi il grave problema dell’alto tasso di recidiva della patologia che è causato soprattutto dalla resistenza alle terapie ordinarie. Si calcola che fino all’80% dei casi di carcinoma avanzato va incontro a recidiva dopo un primo trattamento farmacologico con lo standard di cura costituito da chemioterapia a base di platino”.
“L’innovazione terapeutica sta cambiando la storia naturale del tumore ovarico e migliorando le aspettative di vita delle pazienti – sottolinea Domenica Lorusso, Ordinario di Ginecologia e Ostetricia presso Humanitas University e Direttore dell’UO di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X – L’arrivo, anche nel nostro Paese, di mirvetuximab soravtansine è una buona notizia che può rispondere ai bisogni insoddisfatti delle donne colpite da una neoplasia insidiosa. Mirvetuximab soravtansine è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Questi dati positivi di sopravvivenza hanno consentito di poter includere questa molecola nel recente aggiornamento delle linee guida italiane ed europee (AIOM ed ESMO), punto di riferimento scientifico per la comunità oncologica. Questa nuova soluzione terapeutica consiste in un anticorpo monoclonale che presenta un meccanismo d’azione molto innovativo. Si lega ad una specifica proteina, chiamata recettore alfa dei folati FRα, che è espressa dalle cellule tumorali. Il farmaco, una volta internalizzato, rilascia al loro interno una molecola citotossica, il DM4, che inibisce la divisione cellulare. Rispetto alle precedenti terapie risulta più efficace e con minori tossicità”.
“La medicina di precisione è una realtà anche nel trattamento delle neoplasie ginecologiche – sostiene Giusy Scandurra, Direttore UOC Oncologia Medica Ospedale Cannizzaro di Catania e docente presso la Facoltà di Medicina dell’Università Kore di Enna – L’oncologia è in profonda trasformazione e stiamo passando da un approccio standardizzato ad un modello centrato sul singolo individuo. Il 36% delle pazienti con carcinoma ovarico platino resistente ha un’alta espressione della proteina specifica FRα. Questa rappresenta il bersaglio terapeutico dell’anticorpo farmaco coniugato mirvetuximab soravtansine. Nella pratica clinica è fondamentale riuscire sempre ad ottenere una precisa caratterizzazione biologica della paziente a diagnosi. Oggi ciò è possibile grazie al lavoro dell’anatomo-patologo e all’utilizzo di test genomici e di nuovi biomarcatori immunoistochimici”.
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Carcinoma dell’endometrio: l’immunoterapia rimborsata apre una nuova fase nelle cure Salute Buongiorno
L’immunoterapia continua a cambiare il panorama delle cure oncologiche e arriva un’importante novità anche per il carcinoma dell’endometrio, il tumore ginecologico più frequente. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha infatti approvato la rimborsabilità di durvalumab in associazione alla chemioterapia come trattamento di prima linea, seguito da una fase di mantenimento con il farmaco in monoterapia, per le pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante caratterizzato da deficit del mismatch repair (dMMR).
Si tratta di un passo significativo per una patologia che, secondo le stime, interesserà 8.260 nuove donne in Italia nel 2025 e che rappresenta l’unico tumore ginecologico con incidenza e mortalità ancora in crescita.
Una nuova strategia terapeutica
La nuova indicazione riguarda le pazienti con carcinoma dell’endometrio primario avanzato o recidivante candidate alla terapia sistemica e portatrici del deficit del mismatch repair, un’alterazione dei meccanismi cellulari deputati alla riparazione del DNA.
L’approvazione si basa sui risultati dello studio clinico DUO-E, che ha evidenziato come l’associazione di durvalumab con la chemioterapia (carboplatino e paclitaxel), seguita dal mantenimento con il solo immunoterapico, sia in grado di ridurre del 58% il rischio di progressione della malattia o di morte rispetto alla sola chemioterapia.
I dati sono stati presentati nel corso di un incontro con la stampa organizzato a Milano da AstraZeneca, dedicato agli sviluppi dell’immunoncologia nel trattamento dei tumori ginecologici.
Un tumore ancora troppo sottovalutato
“Il carcinoma dell’endometrio è stato a lungo sottovalutato e oggi rappresenta l’unica neoplasia ginecologica con un aumento sia dell’incidenza sia della mortalità”, ha spiegato la professoressa Domenica Lorusso, responsabile del Centro di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X e docente ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso Humanitas University.
Secondo l’esperta, la prognosi nelle forme recidivanti resta spesso sfavorevole, rendendo indispensabile l’introduzione di trattamenti più efficaci. Circa tre pazienti su dieci presentano infatti il deficit del mismatch repair, una caratteristica biologica che rende particolarmente efficace l’impiego dell’immunoterapia.
Per questo motivo, la disponibilità del nuovo trattamento rimborsato rappresenta un cambiamento concreto nella gestione della malattia, offrendo una nuova opzione terapeutica fin dalla prima linea.
I fattori di rischio da conoscere
Il carcinoma dell’endometrio colpisce prevalentemente le donne dopo la menopausa, generalmente oltre i 50 anni, ma alcuni fattori possono aumentarne sensibilmente il rischio.
Tra i principali figurano:
obesità;
ipertensione arteriosa;
diabete mellito;
predisposizione genetica e familiarità.
A ricordarlo è la professoressa Nicoletta Colombo, direttrice del Gynecologic Oncology Program dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, che sottolinea anche il ruolo determinante degli stili di vita.
Il sintomo che non va ignorato
Uno dei segnali più importanti è il sanguinamento uterino anomalo, che non deve mai essere sottovalutato, sia prima sia dopo la menopausa.
Una valutazione ginecologica tempestiva permette infatti di arrivare a una diagnosi precoce, elemento strettamente collegato a migliori probabilità di guarigione.
Medicina sempre più personalizzata
Negli ultimi anni la cura del carcinoma dell’endometrio avanzato è rimasta sostanzialmente legata alla sola chemioterapia. L’introduzione dell’immunoterapia modifica questo scenario, soprattutto nelle pazienti con alterazioni molecolari specifiche.
Per questo motivo gli specialisti sottolineano l’importanza della classificazione molecolare del tumore già al momento della diagnosi, così da identificare precocemente le pazienti che possono beneficiare delle terapie più innovative.
L’obiettivo è una medicina sempre più personalizzata, capace di adattare il trattamento alle caratteristiche biologiche della neoplasia.
Più informazione e accesso uniforme alle cure
Secondo Manuela Bignami, direttrice di Loto ODV, il carcinoma dell’endometrio continua a ricevere un’attenzione inferiore rispetto alla sua reale diffusione.
Per migliorare la presa in carico delle pazienti è necessario garantire percorsi diagnostico-terapeutici omogenei su tutto il territorio nazionale, riducendo le differenze tra le Regioni e assicurando un accesso equo alle cure innovative.
Altrettanto importante è aumentare la consapevolezza tra le donne, affinché imparino a riconoscere precocemente i sintomi e si rivolgano tempestivamente al ginecologo. In questo contesto, l’arrivo dell’immunoterapia rappresenta non solo un progresso terapeutico, ma anche un’opportunità per riportare l’attenzione su una patologia ancora troppo poco conosciuta, nonostante il suo crescente impatto sulla salute femminile.
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Due nuove poltrone omologate per la somministrazione della chemioterapia sono state donate al reparto di Oncologia dell'ospedale Santa Maria di Terni dall'associazione "Un'idea per la vita" onlus. (ANSA)
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Scienziati statunitensi moltiplicano cellule progenitrici che attaccano i tumori; test promettenti sui topi, ma la sperimentazione umana resta lontana.«Infinite» è una parola che, in medicina, conviene maneggiare con le pinze. Eppure dietro l'annuncio degli s…
«Infinite» è una parola che, in medicina, conviene maneggiare con le pinze. Eppure dietro l'annuncio degli scienziati della University of Southern California c'è un risultato genuino e curioso, pubblicato su Cell.
Il gruppo è riuscito a moltiplicare quasi senza limiti i progenitori granulocito-monocitari, o GMP: cellule immature che danno origine ai macrofagi, gli spazzini del sistema immunitario. E le ha equipaggiate per dare la caccia ai tumori.
Autorinnovamento e scoperta scientifica
La sorpresa vera riguarda l'autorinnovamento, la capacità di una cellula di dividersi all'infinito conservando la propria identità. Quella facoltà, si riteneva, apparteneva quasi solo alle cellule staminali. Il team di Qi-Long Ying ha mostrato che, nelle giuste condizioni chimiche, anche i GMP la possiedono: si moltiplicano a lungo e restano sé stessi. Un laboratorio di Stanford ha riprodotto il risultato in modo indipendente, segno che il fenomeno è solido. Da qui l'idea di una scorta «pronta all'uso», generabile in anticipo da donatori e impiegabile su molti pazienti.
Perché i macrofagi possono aiutare contro i tumori
Perché puntare proprio sui macrofagi? Perché penetrano naturalmente nei tumori e li divorano, là dove le celebri terapie CAR-T, dal 2017 in poi, hanno trionfato contro i tumori del sangue e arrancato contro quelli solidi. I tumori solidi sono circa il 90% dei casi. Nei topi, i GMP modificati si sono annidati nel midollo e hanno fornito senza sosta macrofagi ingegnerizzati, rallentando la malattia. Va ricordato, però, che si tratta per ora di esperimenti sugli animali: la strada dal topo al paziente è lunga e lastricata di cure oncologiche.
La lezione oltre la singola terapia
La lezione che resta va oltre la singola terapia. Per anni l'immunoterapia ha inseguito recettori sempre più ingegnosi da innestare sulle cellule. Questo studio suggerisce che conti anche un altro fattore: lo stadio di sviluppo in cui la cellula viene presa. Scegliere il momento giusto della sua maturazione, prima che si specializzi, può valere quanto progettarne le armi. La parola «infinite», semmai, andrà verificata in clinica; l'idea che la cura possa nascondersi nel tempo di una cellula, quella sì, è già feconda.
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Vengono posizionati dal 2008 i teli geotessili, in genere tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. Così anche quest’anno gli operai si sono dati da fare con gatti delle nevi e altri mezzi meccanizzati per ricoprire ciò che resta del ghiacciaio del Presena, tra i 2.700 metri e i 3.000 metri del massiccio della Presanella. La superficie coperta è di circa 110mila metri quadrati.
L’operazione viene portata avanti dal Consorzio Ponte di Legno-Tonale unicamente per il turismo invernale, cioè per poter garantire l’apertura della stagione sciistica anzitempo. Come si vede nel video, a causa delle alte temperature, la neve fonde a velocità anomala. I teli, che permettono di preservare circa il 70% di neve in più, rischiano di provocare problemi ambientali per via delle microplastiche e, come denunciato da decine di scienziati che si occupano di glaciologia e cambiamenti climatici, di inquinare le acque.
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I ricercatori della della Northwestern Medicine hanno messo a confronto due tipi di biopsia liquida. Ecco cosa hanno scoperto
Sviluppare un test del sangue che consente di rilevare le tracce del tumore al pancreas che non vengono individuate dai metodi diagnostici tradizionali. A questo obiettivo è stato orientato uno studio, pubblicato sulla rivista Clinical Cancer Research, condotto dagli scienziati della Northwestern Medicine. Il team, guidato da Akhil Chawla, ha seguito 106 pazienti con tumore pancreatico localizzato dall'inizio del trattamento fino alla chirurgia.
Due tipi di biopsia liquida a confronto
I ricercatori hanno confrontato due tecniche di biopsia liquida: la ddPCR (reazione a catena della polimerasi digitale in microgocce) e l'NGS (sequenziamento di nuova generazione). Focalizzandosi sulla mutazione del gene KRAS, presente in oltre il 90 per cento di questi tumori, la ddPCR ha mostrato una sensibilità di gran lunga superiore. Alla diagnosi, ha rilevato il Dna tumorale nel 65 per cento dei pazienti rispetto al 17 per cento associato all'NGS. Dopo la chirurgia, la ddPCR ha continuato a rilevare la malattia residua nel 56 per cento dei casi (contro il 9 per cento dell'altro approccio). Tale precisione, osservano gli esperti, permette di prevedere meglio la sopravvivenza. I pazienti con malattia invisibile all'NGS ma rilevata dalla ddPCR hanno registrato una sopravvivenza media di 27 mesi, contro i 41 mesi dei negativi a entrambi i test.
Tumori, la biopsia liquida strumento efficace per personalizzare le terapie
Il rischio di recidiva
Questo esame, commentano gli studiosi, rileva la malattia residua minima post-trattamento, identificando i pazienti ad alto rischio di recidiva anche quando gli esami radiologici risultano rassicuranti. "I medici potrebbero non rilevare la malattia residua nella maggior parte dei pazienti con gli approcci di test oggi disponibili - afferma Chawla - mentre entriamo nell'era delle terapie mirate a KRAS, disporre di uno strumento che traccia la stessa mutazione diventa cruciale. Questa combinazione potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui identifichiamo i pazienti ad alto rischio e intervenire prima che la recidiva diventi visibile". Prima che la ddPCR possa essere impiegata di routine nella cura del cancro pancreatico, concludono gli autori, questi risultati promettenti dovranno essere convalidati attraverso studi multicentrici su più ampia scala.
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Indicazioni positive per i pazienti affetti da colite ulcerosa refrattaria. La domanda di autorizzazione all'immissione in commercio dovrebbe essere presentata nel quarto trimestre
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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Abivax decolla alla Borsa di Parigi, grazie ai dati rassicuranti sulla sicurezza dell’Obefazimod, un farmaco contro la colite ulcerosa. Il titolo dell’azienda biofarmaceutica francese è arrivata a guadagnare il 34% sopra 111 euro, di gran lunga il maggiore dell’indice Sbf 120 e dello Stoxx Europe 600. Abivax ha diffuso i risultati della Parte 2 di uno studio di Fase III, ovvero la fase finale delle sperimentazioni cliniche prima di una potenziale richiesta di autorizzazione all'immissione in commercio.
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La prima parte, pubblicata all'inizio di giugno, aveva sollevato grandi preoccupazioni sulla sicurezza del farmaco e causato un crollo del titolo del 43,6%, in quanto era stato segnalato che alla dose più alta di 50 milligrammi del farmaco si erano verificati alcuni casi di tumore. Nella nuova pubblicazione Abivax ha presentato dati decisamente positivi per i pazienti affetti da colite ulcerosa (CU) refrattaria curati con il farmaco.
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L'Obefazimod ha fornito “un significativo beneficio clinico” in una popolazione di pazienti con CU altamente refrattaria, con il 37,2% dei pazienti che non avevano risposto alla terapia di induzione che ha raggiunto la remissione clinica e il 34,5% che ha raggiunto la remissione endoscopica alla settimana 44 dopo il trattamento continuato con Obefazimod 50 mg. Inoltre l''aumento del dosaggio di Obefazimod da 25 a 50 mg ha ripristinato la remissione clinica nel 45,5% dei pazienti che avevano avuto una ricaduta durante la prima parte della fase di mantenimento dello studio, "supportando una strategia pratica di aumento del dosaggio per recuperare e mantenere il controllo della malattia nel tempo".
Abivax ha anche evidenziato che i dati aggiuntivi sulla sicurezza nell'ambito di questa Parte 2 ampliano il database di sicurezza e “forniscono un contesto importante per l'interpretazione dei dati sulla sicurezza oncologica riportati dall'analisi della Parte 1 dello studio di mantenimento”. Come si legge nel comunicato, “nell'ambito del programma integrato di Fase 2 e Fase 3 per la colite ulcerosa (1.704 anni-paziente di esposizione), i tassi di incidenza aggiustati per l'esposizione per le neoplasie, escluso il carcinoma cutaneo non melanoma (Nmsc), sono stati pari a 0,35 e 0,64 eventi per 100 anni-paziente ("PY"), mentre per il Nms sono stati pari a 0,59 e 0,64 eventi per 100 PY rispettivamente nelle coorti con tutti i farmaci attivi combinati (50 mg + 25 mg) e 50 mg, tutti coerenti con i tassi di base attesi per la colite ulcerosa”.
Gli analisti di Stifel commentano che i dati forniti sulla sicurezza sono “rassicuranti” con un'incidenza di tumori maligni entro i limiti previsti e sottolineano inoltre il potenziale di ulteriore efficacia nei pazienti con colite ulcerosa refrattaria al trattamento. I dati pubblicati forniscono quindi un'importante validazione clinica dell'efficacia di Obefazimod in una popolazione con colite ulcerosa altamente refrattaria, in particolare nei pazienti che non hanno ottenuto una risposta clinica dopo il periodo di induzione iniziale di 8 settimane.
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L'ok alla combinazione terapeutica per la cura di questa neoplasia apre nuove prospettive per i pazienti
Un passo in avanti per una delle forme di tumore polmonare più aggressive e difficili da trattare dell'oncologia moderna. Con l'approvazione della Commissione Europea della combinazione di lurbinectedina e l'immunoterapia atezolizumab come terapia di mantenimento di prima linea per il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso, appena ottenuta dall'azienda biofarmaceutica PharmaMar, si amplia il panorama delle opzioni disponibili per i pazienti. Il valore di questo traguardo emerge con chiarezza dai risultati clinici che ne hanno sostenuto l'approvazione.
La combinazione terapeutica ha dimostrato di ridurre del 46% il rischio di progressione della malattia o di morte e del 27% il rischio di morte rispetto alla sola immunoterapia con atezolizumab. Risultati che evidenziano un beneficio clinico importante in una patologia caratterizzata da elevata aggressività e che, tradotti nella vita reale, significano più tempo e maggiori possibilità di controllo della malattia per pazienti che fino a oggi hanno avuto a disposizione strumenti terapeutici limitati. "L'approvazione europea della combinazione di lurbinectedina e atezolizumab rappresenta un importante passo avanti per i pazienti con microcitoma polmonare in stadio esteso" conferma il professor Marcello Tiseo, direttore dell'Oncologia Medica dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, che vede in questo risultato la possibilità di ridefinire gli standard terapeutici di una forma neoplasica rimasta a lungo priva di innovazioni significative. Dello stesso avviso Luis Mora, Managing director di PharmaMar: "È una grande notizia che pazienti e medici europei abbiano ora accesso a un nuovo trattamento per questo tipo di tumore. Riteniamo che lurbinectedina in associazione con l'immunoterapia abbia il potenziale di cambiare il paradigma terapeutico di questa malattia". Il carcinoma polmonare a piccole cellule rappresenta circa il 15% di tutti i tumori del polmone ed è caratterizzato da una crescita rapida e da una precoce capacità di diffusione nell'organismo. Ogni anno in Europa vengono diagnosticati circa 62mila nuovi casi e, nella maggior parte delle situazioni, la malattia viene scoperta quando è già in fase avanzata. Una condizione che rende il percorso terapeutico particolarmente complesso e che spiega perché ogni progresso in questo ambito assume particolare rilevanza clinica. L'approvazione si basa sui dati dello studio di fase 3 IMforte che ha valutato l'associazione tra lurbinectedina e atezolizumab come terapia di mantenimento dopo il trattamento iniziale standard.
Risultati che hanno ottenuto l'approvazione prima del Comitato per i Medicinali per Uso Umano (CHMP) dell'Agenzia Europea per i Medicinali e poi della Commissione Europea.
L'autorizzazione introduce una nuova opzione terapeutica per i pazienti con carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso e rappresenta un ulteriore passo avanti nel percorso di sviluppo di strategie terapeutiche innovative per una patologia che continua a presentare importanti bisogni clinici insoddisfatti.