📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
46.7/100
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Criteri Critici
Dalla diagnosi alla terapia: all'ospedale di Lanusei apre il Cas, presa in carico più rapida per i malati oncologici Sardiniapost.it
Il nuovo servizio accompagnerà i pazienti dalla diagnosi alla terapia attraverso un’équipe multidisciplinare. Con l’attivazione del Centro la Asl Ogliastra entra nella Rete oncologica regionale.
I pazienti oncologici dell’Ogliastra avranno un nuovo punto di riferimento per l’accesso alle cure. All’ospedale Nostra Signora della Mercede di Lanusei è stato attivato il Centro accoglienza servizi (Cas), struttura che accompagnerà le persone con diagnosi sospetta o accertata di tumore lungo tutto il percorso assistenziale, dalla fase diagnostica fino all’eventuale trattamento. Con l’avvio del servizio, la Asl Ogliastra entra nella Rete oncologica regionale.
Il Cas sarà operativo tre giorni alla settimana e sarà gestito da un’équipe multidisciplinare composta da medici, infermieri, psicologa, assistente sociale e personale amministrativo. Il centro rappresenterà il punto di accesso ai percorsi oncologici: i pazienti potranno essere indirizzati dal medico di medicina generale, da uno specialista oppure accedere direttamente con impegnativa ed esenzione dedicata.
“L’obiettivo è prendere in carico il paziente fin dall’inizio del percorso”, spiega Paolo Piredda, responsabile dell’Oncologia del presidio di Lanusei. “La presa in carico dell’utente implica la programmazione di tutti gli accertamenti radiologici, chirurgici e anatomopatologici che permettono di definire il tipo di tumore e quindi il miglior modo per poter intervenire”.
Per la direzione della Asl Ogliastra, il nuovo servizio rappresenta un ulteriore passo nel rafforzamento dell’assistenza specialistica sul territorio. “Con l’avvio del Centro rafforziamo la nostra missione di servizio nei confronti della comunità”, afferma il direttore generale Andrea Fabbo, che sottolinea anche il percorso di collaborazione con l’Arnas Brotzu di Cagliari. Medici, infermieri e personale amministrativo della Asl hanno infatti svolto un periodo di formazione nel Cas dell’ospedale cagliaritano per acquisire procedure e modelli organizzativi già sperimentati.
L’équipe del Centro è composta dall’oncologo Paolo Piredda, dalle infermiere Irene Cabiddu, Evelina Muggironi e Carla Balloi, dalla psicologa Immacolata Corgiolu, dall’assistente sociale Maria Teresa Camboni e dall’assistente amministrativa Antonella Melis.
Secondo la direttrice dei servizi sociosanitari Lorena Paola Urrai, il nuovo servizio consentirà di garantire un accompagnamento più completo ai malati. “Questa iniziativa rappresenta un passo importante nel rafforzamento della rete di supporto ai pazienti oncologici. Ci impegniamo a investire in servizi che garantiscano equità di accesso alle cure, continuità assistenziale e un accompagnamento qualificato in ogni fase del percorso oncologico”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
La storia di Carlotta Bleggi: «Ho scoperto di avere il tumore donando il sangue. Una cura sperimentale mi ha salvata» Corriere della Sera
di Chiara Bidoli
Quando Carlotta ha ricevuto la diagnosi di leucemia acuta mieloide aveva solo 27 anni. La sua malattia aveva una mutazione a carico di un gene che si chiama NPM1. Ad agosto si sposerà con il fidanzato storico
Carlotta Bleggi
«Quando Carlotta è arrivata in Humanitas, a marzo 2024, aveva appena ricevuto una diagnosi di leucemia acuta mieloide. La sua malattia aveva una caratteristica: la mutazione a carico di un gene che si chiama NPM1». A parlare è Marta Ubezio, ematologa del Cancer Center di Humanitas di Rozzano (MI) che, data la gravità della patologia in una paziente di soli 27 anni, decide di inserirla in un protocollo clinico sperimentale che prevede l’associazione di due approcci terapeutici: la chemioterapia tradizionale e un farmaco innovativo che agisce in maniera specifica contro l’alterazione genetica che è caratteristica del suo tipo di leucemia.
Carlotta, le leucemie acute mieloidi sono più frequenti nei pazienti anziani, come ha scoperto di essere malata?
«Grazie alla donazione di sangue. Stavo benissimo, mi sentivo in forma, non avevo sintomi. Ero tornata in Trentino, dove sono nata e cresciuta, e lavoravo con entusiasmo come fisioterapista, mi ero da poco laureata all'Humanitas University, quando ho ricevuto la chiamata dall’ospedale. Mi si è gelato il sangue. Conoscevo la gravità della diagnosi e così, di punto in bianco, mi sono ritrovata a pormi un grandissimo punto di domanda sul futuro».
Qual è stato l’iter che l’ha portata a entrare nel protocollo sperimentale con la dottoressa Ubezio?
«Ho fatto i primi accertamenti vicino a casa, poi ho contattato il coordinatore del mio corso di laurea e sono tornata, questa volta da paziente, in Humanitas dove mi hanno illustrato quelle che sarebbero state le tappe del percorso di cura. Dopo lo shock iniziale, avere una diagnosi e un iter terapeutico definito mi ha dato coraggio».
Non ha avuto qualche titubanza a intraprendere un protocollo sperimentale?
«Da donna di scienza, avendo tra l’altro studiato in quell'università, non ho avuto dubbi o pensato agli eventuali effetti collaterali, ho anche evitato di fare ricerche sul web circa le percentuali di sopravvivenza. La fiducia cieca nella ricerca mi ha aiutato a rimanere concentrata e speranzosa».
Cos’è stato per lei aderire a un protocollo sperimentale?
«Avevo sempre la terapia principale, ovvero la chemioterapia, e poi un farmaco sperimentale. Mi sono rivolta in Humanitas perché lì mi sentivo a casa, avevo fatto i tirocini in quei corridoi, anche nel reparto di ematologia. In realtà i protocolli sperimentali vengono proposti nei centri altamente specializzati a chiunque, data una certa diagnosi, abbia alcune specifiche caratteristiche come, per esempio, età idonea e assenza di comorbidità».
Dopo il primo ciclo di terapia la malattia era in remissione e, così, dopo un mese di ricovero, è potuta tornare a casa per qualche giorno di riposo (prima della seconda chemio) con un risultato tangibile. Cosa l’ha aiutata in quei giorni in ospedale?
«È stato fondamentale pormi degli obiettivi, tra tutti quello di tornare a casa. Quando mi hanno ricoverato a marzo sapevo che, se tutto fosse andato bene, a luglio sarei potuta tornare tra le mie montagne, dai miei cari. Ed è stato così».
Quanto conta la testa quando si affronta una prova così difficile?
«Moltissimo. Ci sono cose che, purtroppo, non dipendono da noi, ma ho imparato che possiamo e dobbiamo lottare per tutto ciò che è modificabile, sempre con positività e obiettivi a breve termine».
Durante i 90 giorni in isolamento, a causa del sistema immunitario compromesso, come ha fatto a rimanere positiva?
«Quando la testa volava oltre l'ospedale e partivano i pensieri negativi, quello che cercavo di fare era rimanere concentrata all'interno della mia stanza. Mi focalizzavo sulla giornata, cercando di occupare il tempo in maniera produttiva, con tanti lavoretti manuali, infinite partite a carte con il mio fidanzato, lunghe videochiamate con la mia famiglia, i miei amici e le chiacchiere con il personale medico, un vero e proprio nutrimento emotivo».
Qual è la prima cosa che ha fatto quando è tornata a casa?
«Una passeggiata in montagna con i miei cari, nonostante facessi quasi fatica a camminare perché avevo l’emoglobina molto bassa. Ricordo quando sono arrivata al rifugio, quel pranzo ad alta quota è stato una gratificazione assoluta».
A due anni e mezzo dalla diagnosi, pensa che la malattia l’abbia cambiata?
«Sono più serena con me stessa, sono cresciuta tantissimo, mi sento più saggia ed è aumentata la mia autostima. Sono convinta che fare del bene “torni indietro”. Mi sono salvata grazie a una diagnosi precoce che è stata possibile grazie al mio desiderio di donare il sangue. Spero che in tanti, leggendo la mia storia, decidano di farlo».
Ha mai pensato “perché è successo proprio a me”, visto che tra l’altro è una patologia che raramente colpisce i giovani?
«All’inizio mi sono interrogata a lungo su quali potessero essere stati gli sbagli pregressi. Mi sono chiesta se avessi mangiato male, fatto abbastanza sport, cercavo una motivazione razionale che, in realtà, non c’era. Oltretutto sono sempre stata una persona in salute, una sportiva. Poi, però, la domanda è emersa in maniera prepotente nei mesi di rielaborazione del trauma, nel periodo di ritorno alla normalità. La risposta che mi sono data è che è meglio che sia successo a me che ai miei cari, perché ho dimostrato che avevo la forza per affrontarla. Questo pensiero mi mette un po’ in pace».
Progetti per il futuro?
«Il matrimonio ad agosto con il mio Marco, in un castello nelle valli Giudicarie, vicino a casa mia. Sarà principesco e verrà anche la dottoressa Ubezio con la sua famiglia. E poi la maratona a Firenze in autunno e tanti, tanti altri ancora. Ho solo trent’anni e una vita davanti».
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Immunoterapia oncologica: un modello di intelligenza artificiale m Pharmastar
Uno dei principali limiti dell'immunoterapia oncologica potrebbe presto essere superato grazie all'intelligenza artificiale. Un gruppo di ricercatori della Harvard Medical School ha sviluppato COMPASS, un innovativo modello di IA capace di prevedere con maggiore accuratezza quali pazienti hanno maggiori probabilità di rispondere agli inibitori dei checkpoint immunitari. I risultati, pubblicati su Nature Medicine, mostrano che il sistema supera le prestazioni dei biomarcatori oggi più utilizzati, come l'espressione di PD-L1 e il tumor mutational burden (TMB), aprendo nuove prospettive per una selezione più precisa dei pazienti candidati all'immunoterapia.
Un problema ancora irrisolto
Gli inibitori dei checkpoint immunitari hanno rivoluzionato il trattamento di numerose neoplasie, dal melanoma al tumore del polmone, dal carcinoma renale a quello uroteliale. Tuttavia, solo una parte dei pazienti trae un beneficio significativo da queste terapie: nella maggior parte delle indicazioni, infatti, le percentuali di risposta oscillano tra il 20% e il 40%, pur con importanti differenze in funzione del tipo di tumore e dei biomarcatori disponibili.
Ciò significa che molti pazienti vengono esposti a trattamenti costosi e non privi di tossicità senza ottenere un reale controllo della malattia, perdendo tempo prezioso prima di poter accedere ad altre opzioni terapeutiche.
«Grazie alle più avanzate tecnologie di intelligenza artificiale possiamo identificare chi ha maggiori probabilità di rispondere a uno specifico inibitore dei checkpoint prima ancora che il trattamento venga iniziato», spiega Marinka Zitnik, professore associato di Informatica Biomedica presso la Harvard Medical School e autore senior dello studio.
Un foundation model addestrato su oltre 10 mila tumori
COMPASS appartiene alla nuova generazione dei cosiddetti foundation model, sistemi di intelligenza artificiale addestrati su enormi quantità di dati biologici e successivamente adattabili a differenti applicazioni cliniche.
Nel caso specifico, il modello è stato sviluppato utilizzando i trascrittomi di 10.184 tumori appartenenti a 33 differenti tipi di cancro. Successivamente è stato validato su 1.133 pazienti provenienti da 16 coorti cliniche, comprendenti sette diversi tipi di tumore trattati con sei differenti inibitori dei checkpoint immunitari.
Questa impostazione consente a COMPASS di mantenere elevate prestazioni anche in tumori e regimi terapeutici che non erano stati inclusi nella fase di addestramento, una caratteristica particolarmente importante in un panorama terapeutico in continua evoluzione.
Più accurato dei biomarcatori tradizionali
Nei confronti diretti con 22 modelli predittivi già disponibili, COMPASS ha migliorato l'accuratezza della previsione della risposta all'immunoterapia dell'8,5%, aumentando contemporaneamente del 15,7% l'area sotto la curva precision-recall (AUPRC), uno degli indicatori più utilizzati per valutare le prestazioni dei sistemi di classificazione.
Uno dei risultati più interessanti è emerso in una coorte indipendente di pazienti con carcinoma uroteliale metastatico. In questo studio, i pazienti classificati da COMPASS come responder hanno mostrato una sopravvivenza significativamente più lunga rispetto ai non responder, con una capacità predittiva superiore sia all'espressione di PD-L1 sia al tumor mutational burden.
Oltre il singolo biomarcatore
A differenza degli approcci convenzionali, COMPASS non si basa su un singolo biomarcatore.
Il modello analizza l'intero profilo di espressione genica del tumore e lo sintetizza in 44 "concetti immunologici", cioè rappresentazioni dei principali processi biologici coinvolti nella risposta o nella resistenza all'immunoterapia.
Tra questi figurano l'attività dei linfociti T citotossici, la segnalazione mediata dall'interferone-γ, l'attivazione della via del TGF-β e numerosi altri meccanismi che regolano l'interazione tra tumore e sistema immunitario.
Questo rende COMPASS non soltanto uno strumento predittivo, ma anche un modello interpretabile dal punto di vista biologico, capace di evidenziare i meccanismi molecolari che favoriscono o ostacolano la risposta ai farmaci.
Possibili applicazioni
Secondo gli autori, il nuovo modello potrebbe trovare applicazione in diversi ambiti dell'oncologia di precisione.
La possibilità di identificare con maggiore accuratezza i pazienti responder potrebbe infatti:
• migliorare la selezione dei candidati all'immunoterapia;
• ridurre l'esposizione a trattamenti inefficaci;
• aumentare le probabilità di successo degli studi clinici attraverso un arruolamento più mirato;
• facilitare l'identificazione di nuove indicazioni terapeutiche;
• accelerare lo sviluppo di biomarcatori sempre più sofisticati.
«COMPASS può essere rapidamente adattato a differenti tumori e diversi regimi terapeutici senza perdere interpretabilità biologica», sottolineano gli autori.
Servono conferme prospettiche
Nonostante i risultati molto promettenti, i ricercatori invitano alla cautela. COMPASS rappresenta infatti uno strumento ancora sperimentale e dovrà essere validato in studi clinici prospettici prima di poter essere utilizzato nella pratica clinica quotidiana. Gli stessi autori precisano che il modello non dovrebbe, almeno per il momento, essere impiegato come unico criterio decisionale per scegliere il trattamento di un paziente.
Perché questo studio è importante
Lo studio rappresenta uno dei primi esempi concreti di applicazione dei foundation model all'oncologia di precisione. Più che sostituire i biomarcatori tradizionali, COMPASS propone un cambio di paradigma: invece di basarsi su uno o pochi marcatori molecolari, integra l'intero profilo trascrittomico del tumore per ricostruire la complessa interazione tra cellule neoplastiche e sistema immunitario. Se confermato negli studi prospettici, questo approccio potrebbe migliorare significativamente la selezione dei pazienti candidati all'immunoterapia, aumentando l'efficacia dei trattamenti, riducendo tossicità e costi ed evitando terapie inutili nei pazienti destinati a non rispondere.
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Criteri Critici
I pazienti giudicano la reputazione delle aziende oncologiche: sul podio Roche, AstraZeneca e Novartis Pharmastar
Roche si conferma l'azienda farmaceutica con la migliore reputazione tra le organizzazioni di pazienti oncologici, mentre AstraZeneca torna al secondo posto grazie ai risultati ottenuti soprattutto nel tumore della mammella e del polmone. Completa il podio Novartis.
È quanto emerge dall'edizione 2025-2026 della Cancer Edition dell'indagine internazionale di PatientView, che fotografa il punto di vista di 505 associazioni di pazienti oncologici di tutto il mondo. Il rapporto evidenzia tuttavia un messaggio meno rassicurante: nonostante i continui progressi terapeutici, la percezione complessiva dell'industria farmaceutica continua a mostrare segnali di deterioramento, soprattutto sul fronte dell'accesso ai farmaci, dei prezzi e dei servizi di supporto ai pazienti.
Leggi il Comunicato stampa
Realizzata tra dicembre 2025 e marzo 2026, l'indagine ha coinvolto 505 organizzazioni di pazienti affetti da tumori e ha valutato la reputazione di 31 aziende farmaceutiche e biotecnologiche attive in oncologia. Il sondaggio analizza diversi aspetti, tra cui qualità dell'innovazione, benefici clinici dei farmaci, trasparenza, collaborazione con le associazioni, accesso alle cure e politiche di prezzo.
Roche mantiene la leadership
Nella graduatoria delle aziende con cui le associazioni collaborano direttamente, Roche conquista ancora una volta il primo posto, davanti ad AstraZeneca e Novartis. Si tratta di una conferma significativa per il gruppo svizzero, da anni considerato uno dei principali riferimenti mondiali dell'oncologia grazie a un portafoglio che comprende terapie mirate, immunoterapie e diagnostica avanzata.
La vera novità dell'edizione 2025-2026 è rappresentata dalla risalita di AstraZeneca, che dopo essere uscita dal podio nell'edizione precedente torna al secondo posto nella classifica generale.
AstraZeneca trainata da mammella e polmone
Il recupero di AstraZeneca è stato favorito soprattutto dall'elevata reputazione costruita nelle aree del tumore della mammella e del polmone, dove le associazioni di pazienti la collocano al primo posto.
Non sorprende se si considera il peso che queste indicazioni rivestono nel portafoglio oncologico dell'azienda. Tra i farmaci di maggiore successo figurano infatti osimertinib, durvalumab, olaparib e trastuzumab deruxtecan, tutti protagonisti di importanti progressi terapeutici nelle neoplasie polmonari e mammarie.
Anche nel settore delle neoplasie ematologiche AstraZeneca ottiene un buon risultato, conquistando il terzo posto.
Novartis domina nei tumori del sangue
Se AstraZeneca eccelle nei tumori solidi, è Novartis a guidare la classifica nelle neoplasie ematologiche.
Tra le associazioni dei pazienti con tumori del sangue, l'azienda svizzera occupa infatti il primo posto, seguita da Johnson & Johnson e AstraZeneca. Un riconoscimento che riflette la consolidata presenza di Novartis nell'ematologia, dove dispone di numerose terapie innovative, dalle CAR-T agli inibitori tirosin-chinasici fino ai farmaci mirati per leucemie e linfomi.
L'innovazione convince, ma non basta
Il dato forse più interessante del rapporto riguarda il progressivo calo della reputazione complessiva dell'industria farmaceutica oncologica.
Solo il 62% delle associazioni giudica oggi "buona" o "eccellente" la reputazione del settore, una percentuale stabile rispetto allo scorso anno ma inferiore al 67% registrato negli anni immediatamente successivi alla pandemia. Le aziende specializzate in oncologia continuano comunque a godere di una reputazione migliore rispetto all'industria farmaceutica nel suo complesso, che raccoglie valutazioni positive dal 57% delle organizzazioni di pazienti.
Accesso ai farmaci e prezzi restano le criticità principali
Secondo PatientView, il calo della reputazione non dipende dalla qualità della ricerca o dalla capacità di sviluppare nuovi trattamenti, aspetti che continuano a essere valutati positivamente.
Le maggiori criticità riguardano invece la difficoltà di accesso ai farmaci innovativi, il loro costo e la disponibilità di servizi di supporto che vadano oltre la semplice fornitura della terapia ("beyond the pill"). Proprio questi tre ambiti sono quelli che mostrano il peggioramento più marcato rispetto alle precedenti edizioni della survey.
Il rapporto con le associazioni pesa sulla reputazione
Il rapporto PatientView evidenzia anche un elemento strategico per l'industria.
Le aziende che, negli ultimi anni, hanno mantenuto un dialogo costante con le associazioni di pazienti risultano generalmente premiate nelle classifiche reputazionali. Al contrario, quelle che hanno ridotto investimenti e attività di coinvolgimento dei pazienti, spesso in seguito a ristrutturazioni aziendali o pressioni economiche, hanno registrato un peggioramento dell'immagine.
Secondo gli autori dello studio, nei momenti di difficoltà finanziaria le attività rivolte ai pazienti sono spesso tra le prime a essere ridimensionate, ma questa scelta finisce per avere conseguenze negative sulla reputazione aziendale.
Una reputazione costruita oltre il farmaco
L'indagine conferma come la reputazione di un'azienda farmaceutica non dipenda più soltanto dall'efficacia delle proprie terapie.
Per le organizzazioni di pazienti assumono un peso crescente la trasparenza, la qualità della collaborazione, la capacità di favorire un accesso equo ai trattamenti e il supporto offerto lungo tutto il percorso di cura.
In un contesto caratterizzato da una continua innovazione in oncologia, il messaggio che emerge dalla survey è chiaro: sviluppare farmaci innovativi rimane fondamentale, ma non è più sufficiente. Per essere considerate realmente "patient-centric", le aziende devono dimostrare di saper accompagnare l'innovazione con politiche concrete che migliorino l'accesso alle cure e mantengano un dialogo continuo con la comunità dei pazienti.
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Criteri Critici
L'effetto Zalone nella cura del tumore maschile più diffuso today.it
Il più ampio studio in Europa sullo screening del tumore alla prostata ("Erspc"), che ha coinvolto circa 162.000 uomini di età compresa tra 55 e 69 anni in otto Paesi, tra cui l'Italia, risale al 1993. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: nel gruppo sottoposto a screening, gli uomini sono stati invitati a effettuare periodicamente il dosaggio del Psa, l'antigene prostatico specifico, un esame di laboratorio eseguito attraverso prelievo di sangue, secondo intervalli variabili. Nel gruppo di controllo, invece, ai partecipanti non è stato proposto alcun test di screening.
Negli anni il confronto tra i due gruppi ha rimarcato che i programmi di screening possono ridurre del 13 per cento la mortalità per tumore della prostata. Questa premessa è importante perché dimostra come la ricerca scientifica in oncologia continui a progredire; ciò detto, la diagnosi precoce rimane spesso lo strumento più efficace per consentire un intervento terapeutico tempestivo e aumentare le possibilità di successo delle cure. Il tumore prostatico, infatti, è il più frequente nella popolazione maschile in 112 Paesi e la sua incidenza è destinata ad aumentare significativamente, tanto che il numero dei casi è previsto raddoppiare entro il 2040.
A monte, quindi, c'è il tema della prevenzione urologica. In tal senso, un contributo inaspettato è arrivato anche da "Buen Camino", l'ultimo film di Checco Zalone (nel video sotto), che avrebbe contribuito a incrementare le richieste di visite e controlli specialistici, aiutando a portare il tema della prevenzione fuori dal cono d'ombra dell'imbarazzo.
"Se un linguaggio popolare e ironico aiuta a parlare di prostata senza imbarazzo, ciò può rappresentare un'opportunità positiva" spiega a Dossier Today.it Giuseppe Carrieri, presidente della Società italiana di urologia (Siu).
Un tema che resta serio
L'ironia può essere una porta d'ingresso, ma è fondamentale accompagnare i cittadini verso una corretta comprensione sia dei sintomi sia dei percorsi di cura. Il tumore prostatico, infatti, continua a essere la neoplasia più frequentemente diagnosticata negli uomini e la terza causa di morte per cancro nella popolazione maschile europea. Su una popolazione di 219 milioni di uomini, nel 2020 circa 341.000 persone hanno ricevuto una diagnosi di tumore della prostata, pari al 23 per cento di tutte le neoplasie diagnosticate nella popolazione maschile. Nello stesso anno, circa 71.000 uomini sono deceduti a causa di questa malattia, un dato che corrisponde al 10 per cento di tutti i decessi per tumore tra gli uomini.
In Italia il carcinoma prostatico è il tumore più diffuso nella popolazione maschile, con 31.200 casi stimati. Seguono il tumore del polmone, con circa 27.100 casi, e quelli della vescica e del colon-retto, con circa 23.000 casi ciascuno. Nel 2022, come emerge dal report "Profilo nazionale sul cancro 2025", curato dall'European cancer inequalities registry (Ecir), l'osservatorio e database digitale che monitora i progressi e le disuguaglianze nell'assistenza e nella prevenzione oncologica nei Paesi dell'Ue, i tumori della prostata, della mammella, del colon-retto e del polmone rappresentavano complessivamente quasi la metà di tutte le nuove diagnosi di cancro.
Anche un recente studio dell'Associazione italiana registri tumori (Airtum), pubblicato lo scorso febbraio sulla rivista scientifica Cancer Epidemiology, stima che nel nostro Paese, nel corso del 2025, si siano verificati 362.100 nuovi casi di cancro, escluse le neoplasie cutanee non melanoma, di cui 182.300 nella popolazione maschile. Si tratta di stime in linea con quelle riportate nel rapporto "I numeri del cancro in Italia 2025", pubblicazione curata dall'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom).
I segnali da non trascurare
Nel report dell'Aiom si legge che "nelle fasi iniziali il carcinoma della prostata non è generalmente accompagnato da sintomi. Con il progredire della malattia a livello loco-regionale, tuttavia, possono comparire una riduzione della forza del getto urinario, pollachiuria, ematuria, disuria e dolore perineale". Nelle fasi più avanzate, invece, "essendo lo scheletro la prima sede di metastatizzazione, è caratteristico lo sviluppo di dolore osseo". La prevenzione primaria passa quindi dall'adozione di uno stile di vita sano.
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La sedentarietà, ma anche il sovrappeso e il fumo, rappresentano infatti fattori di rischio modificabili. A tale proposito, come evidenzia la Fondazione Veronesi in un video dedicato, "più di un terzo di tutte le forme di cancro sono causate dal fumo". Dunque, non solo i tumori polmonari, considerando che 9 carcinomi polmonari su 10 sono connessi al fumo. A questi si aggiungono due elementi non modificabili, ma altrettanto rilevanti: l'età e la familiarità. Proprio perché nelle fasi iniziali la malattia è spesso asintomatica, la diagnosi precoce assume un ruolo fondamentale.
Lombardia e Basilicata in prima linea
In Italia non esiste un programma nazionale di screening organizzato e gratuito per il carcinoma della prostata, a differenza di quanto avviene per i tumori della mammella, della cervice uterina e del colon-retto, quest'ultimo responsabile della morte dell'ex calciatore Igor Protti. In mancanza di un percorso condiviso, Lombardia e Basilicata hanno attivato programmi regionali strutturati di prevenzione e diagnosi precoce.
Nella regione governata da Attilio Fontana, il programma è operativo da novembre 2024 ed è coordinato dalle Agenzie di tutela della salute (Ats) con il coinvolgimento delle Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst) e degli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs). Il percorso prevede la compilazione di un questionario tramite il Fascicolo sanitario elettronico, l'accesso al test del Psa attraverso voucher, la visita urologica nei casi a rischio e, se indicato, la risonanza magnetica e la biopsia.
A dicembre 2025 risultano circa 26.000 questionari compilati, 20.444 soggetti idonei al "buono" Psa, 6.996 Psa eseguiti, 1.122 visite urologiche e 98 risonanze proposte. La fascia di età target è stata progressivamente ampliata: dai 50-59 anni iniziali si passerà ai 69 anni entro la fine del 2026.
In Basilicata, il programma è attivo da giugno 2025 e si rivolge alla popolazione nella fascia di età 45-70 anni. A dicembre 2025 erano stati registrati 6.500 questionari compilati, 3.700 test del Psa eseguiti, 545 visite urologiche programmate, di cui 480 già effettuate. E ancora, 260 risonanze magnetiche prescritte (165 eseguite), 22 biopsie, 9 diagnosi positive e 3 prostatectomie radicali. Il modello prevede inoltre una piattaforma digitale dedicata, dove è possibile compilare un questionario, e l'estensione del percorso ai soggetti con rischio eredo-familiare.
"Le esperienze della Lombardia e della Basilicata dimostrano che uno screening digitale, gratuito e ben organizzato può muovere numeri importanti in pochi mesi e guidare il paziente attraverso un percorso semplice ma rigoroso, capace di individuare precocemente i tumori clinicamente significativi". Così Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione onda Ets che dal 2023 riunisce Regioni e stakeholder per definire un modello nazionale coordinato e sostenibile in materia di prevenzione e diagnosi precoce.
Il rischio di sovradiagnosi
Lo screening del tumore alla prostata non è però esente da criticità. "Motivo per cui è stato messo in discussione nel tempo". Così la dottoressa Cristina Marenghi, ricercatrice all'Istituto nazionale dei tumori di Milano nell'ambito del "Programma prostata", sul sito dell'Airc. "Il fatto è che il Psa è specifico della prostata, ma non è specifico del tumore alla prostata. Accade quindi che un innalzamento del suo livello può essere generato da condizioni benigne".
Per questa ragione, "quando viene utilizzato nella popolazione maschile generale, il test porta a fare biopsie a tanti uomini che in realtà non hanno il tumore e a fare diagnosi di tumori non clinicamente significativi, che non richiedono un trattamento. In questi casi si parla di sovradiagnosi e di sovratrattamento". A molti uomini, quindi, può essere diagnosticata e trattata una neoplasia che, durante la vita, non avrebbe mai provocato sintomi né compromesso la salute, esponendoli però agli effetti collaterali delle terapie.
Il caso del Regno Unito
Di fatto, diversi studi hanno rimarcato i limiti del dosaggio dell'antigene prostatico specifico come strumento di screening di popolazione per il tumore alla prostata. In particolare, con l'obiettivo di stimare l'entità delle sovradiagnosi, una ricerca condotta dal Wolfson institute of population health della Queen Mary university (Londra) ha valutato il numero aggiuntivo di neoplasie identificate mediante screening del PSA rispetto alla pratica clinica usuale, nell'arco di 15 anni. Per l'analisi sono stati impiegati i dati dello studio "Uk Cap", l'acronimo di "Cluster randomised trial of Psa testing for prostate cancer", che ha coinvolto oltre 400mila uomini.
I risultati hanno mostrato che circa l'11,7 per cento dei tumori della prostata individuati tramite screening nell'ambito dello studio non sarebbe stato diagnosticato entro 15 anni in assenza del test, suggerendo che la malattia non sarebbe divenuta sintomatica durante tale periodo. E che la probabilità di mancata manifestazione clinica aumenta progressivamente con l'età alla diagnosi: è pari al 16 per cento nei soggetti sottoposti a screening a 50 anni, al 20 per cento a 59 anni, al 24 per cento a 64 anni, al 32 per cento a 70 anni e raggiunge il 58 per cento a 80 anni.
Varie forme di cura
Si sta cercando una soluzione a questa situazione introducendo, parallelamente, due strategie: individuare soltanto le forme aggressive, ossia i tumori che mettono a rischio la vita, e sottoporre a sorveglianza attiva i "tumori clinicamente insignificanti", vale a dire quelle neoplasie a crescita molto lenta (indolenti) che non compromettono la sopravvivenza del paziente né provocano sintomi nel corso della vita, anziché trattarle inutilmente. Tale approccio permette altresì di scongiurare possibili effetti collaterali dei trattamenti che possono incidere sulla qualità della vita.
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La sorveglianza attiva, spiega l'urologo Francesco Montorsi in un video dell'Airc sul tumore della prostata, "prevede che, una volta all'anno, il paziente faccia degli esami, venga visitato, esegua tipicamente una risonanza magnetica multiparametica e l'anno successivo alla prima diagnosi deve ripetere delle biopsie". Il significato è semplice. "Se la malattia non si modifica e rimane poco aggressiva, il paziente può essere seguito anche per tanti anni. Quando, al contrario, la malattia dovesse dimostrare un'accelerazione delle sue caratteristiche, allora qualcosa va fatto".
Le opzioni terapeutiche principali sono generalmente due. "La chirurgia robotica piuttosto che la radioterapia". Anche la terapia focale può tuttavia avere un ruolo. "Questa è una cura che viene applicata a piccoli tumori che hanno però la loro aggressività, ma in quel caso c'è la necessità di colpire solo la zona che è ammalata", illustra ancora il professor Montorsi.
Il confronto rimane aperto
Va da sé che lo screening rimane oggetto di ampio dibattito, come spiega il dottor Massimo Lazzeri, coordinatore per lo sviluppo dei progetti di ricerca clinica e dell'unità operativa urologia dell'Humanitas research hospital di Milano, in una puntata del videopodcast "Epidemiologia, screening e diagnosi". Detto questo, alla fine del 2022 il Consiglio europeo ha pubblicato raccomandazioni finalizzate a migliorare la diagnosi precoce del cancro.
Di fatto, l'Europa si sta orientando sempre più verso modelli di screening personalizzati, basati sull'impiego di valori soglia del Psa differenziati in base all'età e sull'utilizzo della risonanza magnetica prima della biopsia, con l'obiettivo di individuare il più precocemente possibile le forme tumorali aggressive.
Un programma di screening oncologico di popolazione risulta efficace, quindi, se riesce a ridurre la mortalità per uno specifico tumore, grazie a una diagnosi e a un trattamento tempestivi che ne aumentano le probabilità di guarigione. Oppure, se può diminuirne l'incidenza, ossia il numero di nuovi casi, attraverso la rimozione di lesioni precancerose, come avviene per i tumori del colon-retto e della cervice uterina.
Avatar contro il cancro
Intanto la ricerca lavora per superare la resistenza alle terapie antitumorali. Mappare i meccanismi molecolari e metabolici che consentono alla neoplasia di "sfuggire" ai farmaci, sfruttare la farmacogenomica, ovvero la disciplina che studia come il patrimonio genetico individuale condizioni la risposta ai trattamenti, per individuare combinazioni terapeutiche capaci di colpire selettivamente le cellule tumorali risparmiando quelle sane, e validare entrambe le strategie attraverso modelli sperimentali altamente predittivi: sono gli obiettivi di "Metapro", progetto di ricerca che coinvolge l'Italia, la Germania, il Regno Unito e la Finlandia.
Il coordinamento della sfida scientifica è stato affidato all'Istituto di Candiolo "Irccs", alle porte di Torino, vincitore del bando "Ep PerMed joint transnational call 2025". A guidare il network internazionale è Sabrina Arena, responsabile del laboratorio di translational cancer genetics dell'Irccs. "Il progetto utilizzerà una delle tecnologie più avanzate a disposizione dell'Istituto: gli organoidi", afferma Anna Sapino, direttrice scientifica dell'Istituto di Candiolo e presidente dell'Italian Institute for Genomic Medicine (Iigm).
"Sono veri e propri "avatar" del paziente, mini-tumori coltivati in laboratorio che replicano fedelmente le caratteristiche del cancro originale, consentendo di testare le cure in un ambiente sicuro e altamente predittivo". A conferma del rilevante impatto sociale dell'iniziativa, Metapro prevede anche la partecipazione attiva di Europa Uomo, associazione fondata nel 2003 per tutelare il diritto degli uomini ad essere informati sul tumore della prostata e sulle strategie di prevenzione.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Oncologia, alleanza tra l’ospedale San Pio e l’istituto Pascale: «L’obiettivo è evitare lo spostamento dei pazienti dal Sannio» Il Mattino
Prosegue e si rafforza l’alleanza strategica per la salute tra l’azienda ospedaliera San Pio di Benevento e l’Istituto nazionale tumori Irccs Pascale di Napoli, con la sottoscrizione della convenzione interaziendale per il biennio compreso tra il 2026 e il 2028. Convenzione che consente l’erogazione di prestazioni ambulatoriali, chirurgiche e cliniche ai pazienti residenti nel Sannio usufruendo dei medici dell’ospedale partenopeo.
APPROFONDIMENTI La Velalonga per la Ricerca scientifica spegne 40 candeline Napoli, Velalonga per il Pascale: una regata per la ricerca Teatro San Carlo, presentata la stagione 2026/2027: ecco il programma completo Il San Carlo sia motore del rilancio della città La nuova stagione del teatro San Carlo. Meno star, più tradizione: si cambia
IL POLO
«La presenza di un polo oncologico di eccellenza nel Sannio al servizio dell’utenza e del territorio - spiega il direttore generale Maria Morgante - conferma la volontà di blindare e potenziare l’offerta assistenziale oncologica al Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di Sant’Agata de’ Goti.
L'accordo garantisce la piena continuità delle attività del Dipartimento cute, melanoma e immunoterapia oncologica del Pascale all’interno della struttura caudina, dove restano operativi l’intero secondo piano dedicato alla degenza e l'uso esclusivo della sala operatoria per la chirurgia programmata». Non si tratta di un documento mirato esclusivamente all’erogazione di prestazioni ma prevede altro.
«Saranno poste in essere – sottolinea la manager - forme di collaborazione e di integrazione tra i due enti, oggetto di specifici accordi, per singole branche, che dovranno prevedere anche un accesso condiviso dei pazienti alle cure, al fine di ridurre le liste di attesa. Quindi, il documento non va letto come un semplice atto amministrativo, ma come la conferma di un modello di sanità pubblica che funziona e che mette al centro il diritto alla cura del cittadino».
L’obiettivo primario rimane l’azzeramento della mobilità passiva. «Nessun paziente del Sannio – chiarisce Morgante - deve più affrontare i disagi e i costi di lunghi viaggi verso Napoli o fuori regione per ricevere cure oncologiche di primissimo livello o per accedere a protocolli sperimentali e immunoterapie avanzate. In questo modo, portiamo l’eccellenza direttamente a casa del malato, garantendo al contempo percorsi di diagnostica prioritaria e tempi di attesa azzerati, grazie alle nostre agende dedicate».
L’HUB
Questo è, peraltro, anche un modo «per valorizzare l’ospedale di Sant’Agata – conclude la dg - che si consolida come hub oncologico di riferimento per l'intera area interna della Campania. Sono grata alla direzione del Pascale e a tutto il personale medico e sanitario coinvolto nel progetto che spero continui a crescere per costruire una sanità di prossimità, sicura, efficiente e profondamente umana».
Con la sottoscrizione dell'atto, effettuata dai direttori generali del Pascale, Maurizio di Mauro e del Rummo, Maria Morgante, l’azienda ospedaliera si è impegnata a fornire al Pascale il servizio di diagnostica per immagini, che si trova al piano terra del Sant'Alfonso, per i pazienti presi in carico, mentre sono stabilite in progress, le modalità di utilizzo della sala di terapia intensiva, con quattro posti letto, di cui uno per l’isolamento. Invece, le risorse umane, da impiegare per le attività oncologiche, chirurgiche e cliniche, saranno invece completamente a carico del Pascale, fatta eccezione per il personale dedicato al servizio di diagnostica per immagini.
Per effetto della convenzione, l'azienda ospedaliera ha destinato l'interosecondo piano del Sant'Alfonso, con una dotazione complessivadi 24 posti letto all'ospedale partenopeo da adibire alle attività oncologiche, chirurgiche e cliniche, concedendogli l'usoesclusivo di una sala operatoria di Chirurgia generale, all'interno delcomplesso operatorio, costituito da tre sale operatorie al pianoterra del presidio ospedaliero, riservandosi l'uso esclusivo della seconda sala operatoria,e la terza alle urgenze chirurgiche delle due strutture. Si tratta di un in progress, riguardo all'approccio terapeutico nei confronti dei tumori, garantendo l'uso di nuove terapie e di diverse combinazioni di farmaci che, agendo sul sistema immunitario, funzionano in tumori diversi, garantendo un beneficio a lungo termine ai pazienti. Il vero scopo dell'oncologo medico è quello di far vivere di più i propri pazienti, assicurando a ognuno di loro un beneficio a lungo termine e la migliore qualità di vita possibile.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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La nutrizione clinica in oncologia non può più essere considerata un supporto accessorio. È una componente essenziale della presa in carico del paziente, con effetti documentati sugli esiti clinici, sulla...
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La nutrizione clinica in oncologia non può più essere considerata un supporto accessorio. È una componente essenziale della presa in carico del paziente, con effetti documentati sugli esiti clinici, sulla tolleranza ai trattamenti, sulla qualità di vita e sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. La malnutrizione correlata al cancro rappresenta infatti una condizione frequente, spesso presente già alla diagnosi, e ancora troppo poco valutata nei percorsi assistenziali.
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Un paziente su due è malnutrito già alla prima visita
Le evidenze scientifiche mostrano che oltre un paziente oncologico su due presenta alterazioni dello stato nutrizionale già alla prima visita oncologica. La perdita di peso involontaria, la riduzione degli apporti alimentari e la perdita di massa muscolare scheletrica non sono semplici conseguenze collaterali della malattia: sono predittori indipendenti di prognosi negativa. Possono ridurre la sopravvivenza, aumentare la tossicità dei trattamenti, favorire le complicanze, determinare interruzioni o modifiche delle terapie, accrescere il ricorso a ricoveri e riospedalizzazioni e compromettere in modo rilevante la qualità di vita.
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In questo quadro, gli alimenti a fini medici speciali (Afms), e in particolare i supplementi nutrizionali orali, rappresentano uno strumento fondamentale della nutrizione clinica. Non si tratta di prodotti generici, ma il loro utilizzo richiede la supervisione del medico e deve inserirsi in un percorso assistenziale che comprenda una prescrizione appropriata, il monitoraggio dell’aderenza terapeutica e la valutazione degli esiti clinici. Il loro obiettivo è aiutare il paziente a coprire i fabbisogni di energia e proteine quando la sola dieta non è sufficiente, come spesso accade a causa della perdita di appetito, degli effetti collaterali delle terapie, della difficoltà ad alimentarsi o delle alterazioni metaboliche indotte dalla malattia.
I supplementi nutrizionali orali in oncologia
L’uso appropriato dei supplementi nutrizionali orali in oncologia (ONS) è associato a un miglioramento degli indici di composizione corporea, al mantenimento del peso e a una migliore tolleranza ai trattamenti di chemio e radioterapia. Il punto decisivo è che la nutrizione clinica non va collocata ai margini del percorso oncologico, ma integrata precocemente, secondo una logica multidisciplinare, insieme alla valutazione clinica, oncologica e funzionale del paziente.
Il tema, tuttavia, non è solo clinico. La malnutrizione genera anche un impatto economico rilevante. In uno studio di farmacoeconomia di prossima pubblicazione, è stata stimata la dimensione economica della malnutrizione nei pazienti oncologici di nuova diagnosi in Italia e il potenziale valore dell’accesso tempestivo e continuativo ai supplementi nutrizionali orali. L’analisi ha considerato sei sedi tumorali particolarmente rilevanti: polmone, testa-collo, colon-retto, esofago, stomaco e pancreas. Su circa 129.500 nuovi casi annui riferibili a queste patologie, si è stimato che i pazienti malnutriti o a rischio di malnutrizione sono circa il 51%.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Criteri Critici
Una storia di innovazione che nasce dall’osservazione delle pazienti e promette di personalizzare la terapia e migliorare la prevenzione
Osservare, ipotizzare, dimostrare. Il metodo scientifico procede per passi successivi: a volte è una corsa altre una camminata lenta, ma se si procede con rigore i risultati arrivano. La storia della ricerca a cui ha partecipato Antonio Marra, medico presso l'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e ricercatore dell'Università degli Studi di Milano, lo dimostra. Tutto nasce da un’osservazione: perché in alcune pazienti con mutazione germinale del gene BRCA2 l’efficacia dei farmaci dura di meno? In altre parole, perché ci sono donne in cui la malattia progredisce prima? Da lì è iniziato un percorso di ricerca che ha condotto il team di ricercatori a scoprire la causa di questa scarsa risposta e a cercare di capire come poter curare, diversamente dallo standard, questo gruppo di pazienti. Una storia di ricerca che ha guadagnato le pagine di Nature. Non solo, da quel risultato è arrivata un’indicazione preziosa per individuare una cura su misura per queste pazienti, ipotesi che è oggi al centro di una sperimentazione internazionale.
Ma andiamo con ordine. Il primo passo è stato quello di dare concretezza all’osservazione empirica. “In ambulatorio vedevamo che per alcune pazienti la terapia standard non dava il beneficio che ci attendevamo e ci siamo chiesti perché. Come prima cosa abbiamo svolto un'analisi su un database di circa 6.000 pazienti che ci ha consentito di osservare come tale risposta ridotta non è un evento sporadico, ma una conseguenza biologica diretta di un’alterazione germinale del DNA a carico del gene BRCA2: parliamo del 5-10% dei casi”, ci spiega Marra. Insomma, per le donne con malattia ormonopositiva ed HER2-negativa con varianti germinali di BRCA2 la terapia standard a base di terapia endocrina ed inibitori di CDK4/6 non funziona come atteso. E anzi, la sua somministrazione non solo limita il controllo della malattia, ma espone le donne a percorsi terapeutici che non produrranno l’effetto sperato. Bisogna pensare ad altro.
Una cura su misura
Come dei sarti, Marra e i suoi colleghi hanno pensato a come cucire addosso a queste pazienti un vestito su misura. Il primo pensiero è andato a farmaci che si usano per i tumori che hanno questo tipo di mutazioni, chiamati inibitori di PARP. “Abbiamo infatti osservato che nei modelli sperimentali e nei dati clinici, gli inibitori di PARP sembrano funzionare meglio degli inibitori di CDK4/6 nelle pazienti con varianti patogenetiche di BRCA2. Si tratta di farmaci utilizzati ormai da alcuni anni con ottimi risultati contro il tumore al seno HER2-negativo con alterazioni di BRCA1/2, sia metastatico che iniziale. Tuttavia, si usano solo in seconda linea, cioè quando il primo farmaco ha smesso di essere efficace. I nostri nuovi dati indicano invece che dare priorità agli inibitori di PARP nelle pazienti portatrici di variante patogenetica di BRCA2 può ritardare la resistenza ai farmaci”, continua Marra.
Solo dopo aver dimostrato che la terapia standard non funziona, i ricercatori hanno potuto provare a dimostrare la necessità di anticipare il trattamento con i PARP inibitori. “Sulla scorta di tali evidenze, è in corso uno studio internazionale di fase 3 con un inibitore selettivo di PARP1, saruparib: si tratta di un farmacosignificativamente innovativo rispetto ai farmaci della stessa classe di precedente generazione. Essendo un inibitore selettivo, saruparib agisce con maggiore precisione contro le cellule tumorali caratterizzate da alterazioni di BRCA1 e BRCA2, al costo inoltre di una minore tossicità per le pazienti”, spiega ancora Marra. L’obiettivo è chiaro: prolungare molto più a lungo la malattia ed evitare che lo scadimento delle condizioni generali della paziente impedisca l’accesso a cure nelle fasi successive. Non resta che attendere i risultati dello studio.
Test germinale e implicazioni per la medicina preventiva
Le alterazioni di BRCA2 sono presenti nel tumore fin dall’inizio e quindi possono – anzi devono – essere identificate fin dalla diagnosi. Purtroppo, questo non accade ancora dappertutto. “Una ragione di più per considerare questo studio: se riusciremo a dimostrare che somministrare il PARP inibitore in prima linea in queste pazienti dà un beneficio sarà ancora più evidente che il test è necessario per decidere come curare la singola paziente”, sottolinea Marra. L'acquisizione precoce di queste informazioni non è più soltanto un'indagine conoscitiva, ma un atto clinico indispensabile per definire il percorso di cura ottimale. Inoltre, la conoscenza dello stato mutazionale apre una finestra sulla storia oncologica familiare, permettendo ai consanguinei di accedere a programmi di prevenzione personalizzati. Insomma, a partire da un’osservazione attenta di quello che succedeva in ambulatorio è scaturita una serie di ipotesi e dimostrazioni che rendono sempre più realtà la personalizzazione del trattamento e un miglioramento concreto di prognosi e qualità della vita delle pazienti.
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Linfoma mantellare, verso una terapia chemio-free: ridotto del 43% il rischio di progressione la Repubblica
Per chi riceve una diagnosi di linfoma mantellare, la chemioterapia rappresenta da anni il trattamento di riferimento. Oggi, però, si apre la prospettiva di un cambiamento importante. I risultati preliminari dello studio internazionale di fase 3 Mangrove indicano, infatti, che una terapia di prima linea senza chemioterapia, basata sull'associazione di zanubrutinib e rituximab, riduce del 43% il rischio di progressione della malattia o di morte rispetto alla chemio-immunoterapia standard. Un risultato che potrebbe modificare l'approccio terapeutico a questa rara neoplasia del sangue.
Un tumore raro ma molto aggressivo
Il linfoma mantellare è un tumore del sangue che origina dai linfociti B e può diffondersi ai linfonodi presenti in tutto l'organismo. Pur rappresentando circa il 6% dei linfomi non Hodgkin, è considerato una delle forme più aggressive, perché tende frequentemente a ripresentarsi dopo le cure. "Il linfoma mantellare è un tumore del sangue che origina dai linfociti B e può diffondere nei linfonodi, diffusi in tutto l'organismo - spiega Carlo Visco, professore associato di Ematologia e Coordinatore dell'Unità Linfomi all'Università di Verona. “Rappresenta il 6% dei linfomi non Hodgkin e si stimano in Italia, ogni anno, circa 800 nuovi casi. Lo standard di terapia in prima linea, storicamente, è costituito dalla chemio-immunoterapia. Purtroppo, la malattia è molto aggressiva e tende a ripresentarsi, cioè a recidivare. Resta, pertanto, uno dei linfomi più difficili da curare".
Lo studio apre la strada a una nuova strategia terapeutica
Lo studio Mangrove è il primo trial internazionale di fase 3 ad aver confrontato un trattamento iniziale privo di chemioterapia, basato su un inibitore della tirosin-chinasi di Bruton (BTK), con la chemio-immunoterapia oggi utilizzata come standard di cura. L'analisi ad interim ha raggiunto l'obiettivo primario dello studio, dimostrando un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza libera da progressione. I pazienti trattati con zanubrutinib in associazione a rituximab hanno registrato una riduzione del 43% del rischio di progressione della malattia o di morte rispetto all'associazione bendamustina-rituximab. Il profilo di sicurezza è risultato coerente con quello già noto dei due farmaci, senza nuovi segnali di tossicità. I dati sulla sopravvivenza globale sono ancora in fase di maturazione e saranno valutati nell'analisi finale dello studio.
Perché una terapia senza chemioterapia può fare la differenza
L'aspetto più rilevante non riguarda solo l'efficacia, ma anche la possibilità di ridurre il peso delle cure. Il linfoma mantellare colpisce, infatti, soprattutto persone anziane: l'età mediana alla diagnosi è di circa 70 anni e molti pazienti convivono con altre patologie croniche, che possono rendere più difficile affrontare la chemioterapia. "Con i risultati dello studio Mangrove si avvicina la prospettiva di un trattamento di prima linea libero da chemioterapia per questa neoplasia ematologica. Inoltre, va considerato che il linfoma mantellare interessa soprattutto pazienti anziani, perché l'età mediana alla diagnosi è di circa 70 anni. Sono persone colpite spesso anche da altre patologie. Da qui il valore per i pazienti di una terapia più tollerabile e gestibile, che richieda un numero limitato di infusioni e riduca quindi la necessità di accessi al centro ospedaliero", sottolinea Visco. L'obiettivo di un approccio senza chemioterapia è proprio quello di mantenere il controllo della malattia limitando gli effetti collaterali tipici della chemio-immunoterapia, come mielosoppressione, immunosoppressione prolungata, aumento del rischio di infezioni e tossicità cumulativa, particolarmente gravosi nelle persone più fragili.
Uno studio internazionale che coinvolge oltre 500 pazienti
Mangrove è uno studio globale, randomizzato e in aperto che ha coinvolto 510 pazienti arruolati in 176 centri nel mondo. Nel braccio sperimentale i partecipanti hanno ricevuto zanubrutinib per via orale in associazione a rituximab, seguito dalla sola terapia con zanubrutinib fino a progressione della malattia o intolleranza al trattamento. Il gruppo di controllo ha invece ricevuto la chemio-immunoterapia standard con bendamustina e rituximab per sei cicli. I risultati completi dello studio saranno presentati in un prossimo congresso scientifico, mentre la richiesta di autorizzazione alle autorità regolatorie è prevista nella seconda metà del 2026.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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63.3/100
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Linfoma mantellare, 'con trattamento chemio-free in prima linea -43% rischio di progressione o morte' Adnkronos
BeOne Medicines Ltd., azienda oncologica globale, ha annunciato oggi "i risultati preliminari positivi dello studio di fase 3 Mangrove, che ha valutato zanubrutinib, inibitore di Btk di riferimento, più rituximab rispetto a bendamustina più rituximab (Br) nei pazienti adulti con linfoma mantellare (Mcl) precedentemente non trattato". Mangrove, riferisce una nota dell'azienda, "è il primo studio globale, randomizzato, di fase 3 a valutare un regime senza chemioterapia basato su un inibitore di Btk rispetto alla chemio-immunoterapia, standard di cura in questo setting. Questo studio fondamentale di fase 3 si basa sulle consolidate evidenze cliniche di zanubrutinib nel linfoma mantellare".
"Il linfoma mantellare è un tumore del sangue che origina dai linfociti B e può diffondere nei linfonodi, diffusi in tutto l’organismo - spiega Carlo Visco, associato di Ematologia e coordinatore dell'Unità Linfomi all'università di Verona - Rappresenta il 6% dei linfomi non Hodgkin e si stimano in Italia, ogni anno, circa 800 nuovi casi. Lo standard di terapia in prima linea, storicamente, è costituito dalla chemio-immunoterapia. Purtroppo, la malattia è molto aggressiva e tende a ripresentarsi, cioè a recidivare. Resta, pertanto, uno dei linfomi più difficili da curare. Con i risultati dello studio Mangrove si avvicina la prospettiva di un trattamento di prima linea libero da chemioterapia per questa neoplasia ematologica. Zanubrutinib, in associazione a rituximab, ha dimostrato di ridurre del 43% il rischio di progressione della malattia o di morte rispetto alla associazione chemio-immunoterapica standard, ovvero Br. Inoltre, va considerato che il linfoma mantellare interessa soprattutto pazienti anziani, perché l’età mediana alla diagnosi è di circa 70 anni. Sono persone colpite spesso anche da altre patologie. Da qui il valore per i pazienti di una terapia più tollerabile e gestibile, che richieda un numero limitato di infusioni e riduca quindi la necessità di accessi al centro ospedaliero".
"Per i pazienti con linfoma mantellare di nuova diagnosi, la chemioterapia rappresenta attualmente il trattamento predefinito - afferma Amit Agarwal, Chief Medical Officer, Ematologia, BeOne Medicines - Mangrove dimostra per la prima volta che zanubrutinib più rituximab, un regime privo di chemioterapia, può offrire miglioramenti senza precedenti nella sopravvivenza libera da progressione, ridefinendo potenzialmente il paradigma terapeutico a livello globale. Riteniamo che per i pazienti sia estremamente significativo potersi liberare dall'onere delle infusioni frequenti. Questo è il significato della definizione di zanubrutinib come trattamento di riferimento: un altro studio in cui costituisce il pilastro della terapia di prima linea ed estende la sua leadership nelle neoplasie delle cellule B".
"In questa analisi ad interim predefinita - dettaglia la nota - Mangrove ha raggiunto l'endpoint primario di sopravvivenza libera da progressione (Pfs), dimostrando un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante con zanubrutinib più rituximab rispetto a Br, secondo la valutazione di un comitato indipendente di revisione (Irc). Si tratta del primo studio di fase 3 del suo genere a utilizzare un approccio di prima linea privo di chemioterapia e senza terapia di mantenimento con rituximab nel linfoma mantellare, risparmiando ai pazienti circa 2 anni di infusioni. Questo regime basato su zanubrutinib e privo di chemioterapia ha determinato una riduzione del 43% del rischio di progressione o di morte rispetto a Br. Il profilo di sicurezza di zanubrutinib più rituximab è risultato coerente con il profilo di sicurezza noto di entrambi i farmaci, senza nuovi segnali di sicurezza. La sopravvivenza globale (Os), endpoint secondario chiave, era ancora immatura al momento di questa analisi; tuttavia, è stata osservata una forte tendenza a favore zanubrutinib più rituximab. La sopravvivenza globale sarà valutata nell'analisi finale. I risultati completi di Mangrove saranno presentati in un prossimo congresso medico. L'azienda sta collaborando con le autorità regolatorie globali e prevede di presentare le richieste di autorizzazione nella seconda metà del 2026".
Il linfoma mantellare - ricorda BeOne - è un tipo raro e generalmente aggressivo (a rapida crescita) di linfoma non-Hodgkin a cellule B. Colpisce prevalentemente gli anziani, che spesso presentano comorbidità in grado di influenzare le decisioni terapeutiche e la tollerabilità dei trattamenti. "Il trattamento di prima linea - si legge nella nota - si è basato per lungo tempo sulla chemio-immunoterapia, come Br. La chemio-immunoterapia comporta effetti gravi ben documentati, tra cui mielosoppressione, immunosoppressione prolungata, aumento del rischio di infezioni e tossicità cumulativa, aspetti che possono risultare particolarmente difficili per i pazienti anziani. Gli sforzi per migliorare i risultati del trattamento di prima linea nel linfoma mantellare con gli inibitori di Btk si sono concentrati principalmente sull'aggiunta di questi farmaci alla chemioterapia, anziché sulla sua sostituzione. Mangrove adotta un approccio diverso, valutando se un regime senza chemioterapia costituito da zanubrutinib più rituximab possa garantire un controllo duraturo della malattia, evitando ai pazienti il peso della chemioterapia iniziale. Questo approccio mira a superare le storiche limitazioni in termini di efficacia e tollerabilità dei trattamenti di prima linea". Mangrove è uno studio globale, randomizzato, in aperto, di fase 3 per la valutazione di zanubrutinib più rituximab rispetto a bendamustina più rituximab nei pazienti adulti con linfoma mantellare precedentemente non trattato. Lo studio ha arruolato 510 pazienti in 176 centri in tutto il mondo.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumori: cancro ovarico, disponibile nuova terapia dopo 10 anni senza novità Il Sole 24 ORE
Tumori: cancro ovarico, disponibile nuova terapia dopo 10 anni senza novità 3 luglio 2026
Le pazienti con tumore ovarico non eleggibili alla chemioterapia a base di platino, potranno accedere, dopo circa un decennio senza novità, a una cura mirata. Si tratta dell’anticorpo farmaco coniugato mirvetuximab soravtansine, che ah ricevuto la rimborsabilità da Aifa- Agenzia italiana del farmaco per il carcinoma ovarico platino resistente positivo al recettore alfa dei folati (Frα). Secondo le evidenze degli studi clinici, il trattamento è in grado di aumentare la sopravvivenza delle pazienti e ha dimostrato una riduzione del 35% del rischio di progressione del tumore. Alla luce di risultati la molecola è stata inserita nel recente aggiornamento delle linee guida italiane (Aiom - Associazione italiana di oncologia medica) ed europee (Esmo).
Tumori. Ocse-Ue: “In Europa 2,7 milioni di nuove diagnosi. Cure ancora troppo diseguali, servono percorsi integrati e più attenzione ai pazienti” - Quotidiano Sanità
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Criteri Critici
Tumori. Ocse-Ue: “In Europa 2,7 milioni di nuove diagnosi. Cure ancora troppo diseguali, servono percorsi integrati e più attenzione ai pazienti” Quotidiano Sanità
Il cancro resta una delle principali sfide di sanità pubblica in Europa. Nel 2024 nei Paesi dell’Unione europea sono stati stimati 2,7 milioni di nuovi casi, pari a 5,1 nuove diagnosi al minuto. E il trend non accenna a fermarsi: dal 2000 il numero dei casi è cresciuto di oltre il 28% sia tra gli uomini sia tra le donne, mentre entro il 2040 si prevede che le diagnosi annuali possano raggiungere quota 3,2 milioni.
È il quadro delineato dal nuovo policy brief Ocse-Commissione europea sulle buone pratiche per garantire cure oncologiche ad alto valore nei Paesi Ue. Un documento che non si limita a fotografare l’aumento del carico epidemiologico, ma mette in evidenza come i sistemi oncologici europei fatichino ancora a garantire cure tempestive, appropriate, omogenee e realmente costruite intorno ai bisogni delle persone.
La spesa sanitaria per il cancro rappresenta già il 7% della spesa sanitaria complessiva dell’Unione europea. Ma, secondo Ocse e Commissione, esistono ampi margini per migliorare il valore delle cure, cioè il rapporto tra risultati ottenuti per i pazienti, qualità dei percorsi e risorse impiegate.
Diagnosi tardive e accesso diseguale agli screening
Uno dei primi nodi riguarda la prevenzione secondaria e l’accesso agli screening. I programmi organizzati di screening oncologico hanno dimostrato di essere costo-efficaci, migliorando la diagnosi precoce e la sopravvivenza. Tuttavia, la partecipazione resta molto disomogenea tra Paesi e gruppi sociali.
Nel 2023 i tassi di screening mammografico variavano di cinque volte tra gli Stati membri, passando dal 15% della Grecia all’83% di Danimarca e Svezia. Ancora più marcata la differenza per lo screening del colon-retto: dal 9% dell’Ungheria al 74% della Finlandia. Restano inoltre forti disuguaglianze socio-economiche: le persone con livelli di istruzione più elevati hanno una probabilità maggiore di sottoporsi a mammografia rispetto a chi ha livelli di istruzione più bassi, con un divario medio di 25 punti percentuali. Per lo screening colorettale il gap è di circa 8 punti.
Queste differenze si traducono in diagnosi più tardive e in minori opportunità di trattamento precoce. Tra il 15% e il 40% dei pazienti con tumore del colon-retto viene diagnosticato attraverso il pronto soccorso, un percorso associato a esiti peggiori. Anche nella popolazione di età compresa tra 50 e 69 anni, cioè quella eleggibile allo screening, la quota di diagnosi attraverso l’emergenza varia dall’8% del Lussemburgo al 29% del Belgio.
Il problema non riguarda solo la diagnosi, ma anche l’avvio tempestivo delle terapie. Per il tumore della mammella femminile, solo tre Paesi — Belgio, Danimarca e Norvegia — riportano che almeno il 60% dei casi inizi il trattamento entro 30 giorni dalla diagnosi. Un dato che, secondo il documento, segnala l’esistenza di percorsi più efficienti e meglio coordinati in alcuni sistemi rispetto ad altri.
Troppe differenze nelle pratiche cliniche
Il secondo grande tema è l’eterogeneità delle pratiche assistenziali. Secondo Ocse e Commissione, in Europa persistono variazioni non sempre giustificate nella qualità e nell’appropriatezza delle cure oncologiche.
Un esempio riguarda il tumore della mammella: la quota di mastectomie parziali, meno invasive e con benefici di sopravvivenza simili rispetto alla mastectomia totale in molti casi, varia dal 79% della Spagna a valori pari o inferiori al 50% in Romania e Polonia.
Anche per il tumore della prostata emergono differenze rilevanti. La quota di diagnosi in stadio precoce tra gli uomini con più di 75 anni varia dal 53% dei Paesi Bassi all’81% del Lussemburgo. Per Ocse e Commissione, queste differenze riflettono pratiche di screening non omogenee, con un doppio rischio: da un lato tumori individuati troppo tardi, dall’altro diagnosi e trattamenti non necessari per neoplasie a crescita lenta che non avrebbero inciso sull’aspettativa di vita.
Le differenze si vedono anche nei trattamenti. In Paesi come Italia, Austria, Germania e Spagna si registrano circa sei o più prostatectomie ogni dieci casi di tumore della prostata, mentre Irlanda, Norvegia, Danimarca e Finlandia ne effettuano meno di una ogni dieci casi. Una variabilità che pone interrogativi sul valore delle cure e sulla reale centralità delle preferenze dei pazienti, anche alla luce dei possibili effetti collaterali a lungo termine della chirurgia.
Per il tumore del colon-retto, i tassi di mortalità a 30 giorni dopo chirurgia variano da circa l’1,5% in Danimarca e Norvegia a oltre il 5% in Croazia. Ancora più netto il divario tra chirurgia programmata e chirurgia d’urgenza: la mortalità a 30 giorni dopo intervento d’emergenza al colon può essere fino a sette volte più alta rispetto alla chirurgia pianificata. Un dato che rafforza l’importanza della diagnosi precoce, non solo per intercettare la malattia in stadi meno aggressivi, ma anche per consentire una migliore programmazione chirurgica e preparazione del paziente.
La presa in carico non è ancora abbastanza centrata sulla persona
Il policy brief dedica ampio spazio anche alla qualità percepita delle cure e alla capacità dei sistemi sanitari di rispondere ai bisogni complessivi delle persone con tumore.
Secondo l’indagine Ocse PARIS, i pazienti oncologici seguiti nell’assistenza primaria riportano condizioni di salute fisica, benessere e funzionamento sociale peggiori rispetto agli altri utenti. Solo il 44% dei pazienti con diagnosi di cancro negli ultimi cinque anni valuta la propria salute come buona, molto buona o eccellente, contro il 66% degli altri utenti dell’assistenza primaria.
Meno di un terzo dei pazienti oncologici nei Paesi Ue inclusi nell’indagine riferisce livelli elevati di cure centrate sulla persona, con valori che vanno dal 42% del Belgio al 16% della Grecia. A pesare sono soprattutto la frammentazione dei dati, la scarsa integrazione tra servizi, la debolezza del coordinamento assistenziale e il limitato coinvolgimento dei pazienti nella costruzione del percorso di cura.
Quasi un terzo dei pazienti oncologici ha dichiarato di aver dovuto ripetere informazioni che avrebbero dovuto essere già presenti nella propria cartella clinica. La metà ha riferito di non avere un piano di cura e solo due su cinque si dichiarano fiduciosi nella capacità di gestire la propria salute. Numeri che indicano la necessità di rafforzare continuità assistenziale, comunicazione, supporto all’autogestione e coinvolgimento nelle decisioni.
Quattro priorità per migliorare il valore delle cure oncologiche
La prima è costruire percorsi oncologici integrati, capaci di collegare diagnosi, trattamento, follow-up e sopravvivenza. Gli esempi di Danimarca e Svezia mostrano che percorsi di invio definiti, tempi diagnostici vincolanti e team multidisciplinari possono ridurre le attese e migliorare l’equità di accesso. In Danimarca i “cancer packages” sono percorsi standardizzati e temporalmente definiti che coprono diagnosi, trattamento, follow-up e cure di supporto. In Svezia sono stati implementati 31 percorsi oncologici in 21 autorità sanitarie regionali, con criteri di invio, step diagnostici e tempi massimi dalla sospetta diagnosi all’avvio del trattamento.
La seconda priorità è ottimizzare l’uso delle risorse, senza rinunciare all’innovazione. Screening stratificati per rischio, maggiore ricorso alla day surgery, cure domiciliari, uso dei biosimilari, radioterapia più breve in casi selezionati, riduzione degli esami e dei trattamenti a basso valore sono indicati come leve per aumentare l’efficienza senza compromettere la qualità. Il documento ricorda che i biosimilari oncologici sono stati associati in media a una riduzione del 33% dei costi dei farmaci dopo la loro introduzione nei mercati europei. La Danimarca rappresenta un caso avanzato, con il 96% delle giornate di trattamento per medicinali oncologici pertinenti coperte da biosimilari nel 2023.
La terza priorità è rafforzare infrastrutture dati, standard di qualità, accreditamento e registri tumori. Diciannove Paesi Ue+2 dispongono di standard strutturali o requisiti minimi di volume per i provider oncologici. L’esperienza della Germania, con il sistema nazionale di certificazione dei centri oncologici attivo dal 2003, mostra come l’accreditamento possa contribuire al miglioramento degli esiti. Evidenze recenti indicano che l’accesso a centri certificati riduce il rischio di mortalità per tumore della mammella, del colon e della prostata e aumenta la sopravvivenza a cinque anni di 2-7 punti percentuali per cinque tipi di tumore. I Paesi Bassi, invece, offrono un esempio di monitoraggio clinico nazionale guidato dai professionisti, con audit su 20 aree oncologiche e dashboard periodiche sugli indicatori di processo ed esito.
La quarta priorità è rendere la centralità della persona un pilastro della performance dei sistemi oncologici. Questo significa piani di cura personalizzati, supporto alla navigazione, strumenti digitali per l’empowerment, integrazione precoce delle cure palliative, sostegno psicologico, tutela della fertilità, attenzione alla salute sessuale, programmi di survivorship e misure contro l’impatto economico e lavorativo della malattia.
Focus Italia. Registri ancora regionali e prostatectomie tra le più frequenti
Nel quadro europeo delineato da Ocse e Commissione europea, l’Italia emerge con alcune specificità. La prima riguarda il tumore della prostata: il policy brief segnala come il ricorso alla prostatectomia vari fortemente tra i Paesi europei e colloca l’Italia tra gli Stati — insieme ad Austria, Germania e Spagna — in cui si eseguono circa sei o più prostatectomie ogni dieci casi di tumore prostatico.
Si tratta di una differenza marcata rispetto a Paesi come Irlanda, Norvegia, Danimarca e Finlandia, dove gli interventi chirurgici sono meno di uno ogni dieci casi. Secondo il documento, questa variabilità solleva interrogativi sull’appropriatezza e sulla reale centralità delle preferenze del paziente, considerando che la prostatectomia può comportare effetti collaterali rilevanti nel lungo periodo e non sempre rappresenta l’opzione più centrata sulla persona, soprattutto nei casi di tumori a lenta evoluzione.
Un altro elemento riguarda i registri tumori. Oggi 26 Paesi su 29 dell’area Ue+2 dispongono di registri nazionali che coprono l’intera popolazione. L’Italia, insieme a Romania e Spagna, fa invece parte del gruppo di Paesi che hanno registri regionali. Per Ocse e Commissione, i registri sono una infrastruttura essenziale per monitorare incidenza, qualità delle cure, esiti e disuguaglianze, ma per sfruttarne pienamente il potenziale occorre migliorarne tempestività, qualità, standardizzazione e collegamento con altri flussi informativi sanitari e amministrativi.
Sul fronte della presa in carico globale, l’Italia viene indicata tra i Paesi più avanzati, insieme alla Norvegia, per le cure palliative, pur con criticità legate alle disparità di accesso. Il documento richiama inoltre la necessità di integrare precocemente le cure palliative nei percorsi oncologici, perché associate a un miglioramento della qualità della vita.
L’Italia rientra anche tra gli undici Paesi considerati dall’indagine Ocse PARIS sulla centralità della persona nelle cure primarie per i pazienti oncologici. Il dato specifico italiano non viene riportato nel brief, ma il quadro complessivo mostra come meno di un terzo dei pazienti oncologici nei Paesi analizzati riferisca alti livelli di cure centrate sulla persona.
Infine, il nostro Paese è citato tra quelli che garantiscono copertura assicurativa per la preservazione della fertilità, un tassello sempre più rilevante nella presa in carico delle persone con tumore, soprattutto in età giovane.
In sintesi, per l’Italia il documento conferma luci e ombre: da un lato esperienze avanzate su cure palliative e tutela della fertilità, dall’altro la necessità di rafforzare l’infrastruttura dei dati oncologici e di interrogarsi sulla variabilità delle pratiche cliniche, a partire dal trattamento chirurgico del tumore della prostata.
Registri tumori e dati: infrastruttura essenziale
Il policy brief sottolinea il ruolo cruciale dei registri tumori. Oggi 26 Paesi su 29 dell’area Ue+2 hanno registri nazionali che coprono l’intera popolazione; Italia, Romania e Spagna dispongono invece di registri regionali. Per Ocse e Commissione, finanziare i registri è un investimento altamente costo-efficace, ma per sfruttarne pienamente il potenziale occorre migliorare tempestività, qualità e standardizzazione dei dati.
La possibilità di collegare i registri con dati clinici, genetici, amministrativi e socio-economici può aiutare a valutare trattamenti, percorsi di invio, traiettorie dei pazienti e disuguaglianze tra popolazioni. In questa direzione si inserisce anche CancerWatch Joint Action, nuova iniziativa europea per migliorare qualità e tempestività dei dati dei registri oncologici.
Oltre la cura: lavoro, salute mentale e diritto all’oblio
Ocse e Commissione richiamano infine l’attenzione sugli effetti sociali ed economici del cancro. La malattia riduce in media del 14% la probabilità di occupazione, con un impatto maggiore tra le persone con livelli di istruzione più bassi. Per questo il documento invita a rafforzare politiche del lavoro, congedi retribuiti, sostegno al rientro al lavoro e misure contro la discriminazione.
Tra gli strumenti citati c’è anche l’estensione del “diritto all’oblio” oncologico, fondamentale per ridurre discriminazioni nell’accesso a servizi finanziari e assicurativi dopo la guarigione. Un approccio realmente centrato sulla persona, conclude il documento, deve quindi andare oltre il trattamento curativo e includere bisogni psicologici, sociali, sessuali, riproduttivi, lavorativi ed economici.
Il messaggio di Ocse e Commissione è chiaro: l’Europa dispone già di esperienze e buone pratiche capaci di migliorare la qualità e l’efficienza delle cure oncologiche. La sfida è trasformarle in standard diffusi, riducendo ritardi, disuguaglianze e sprechi, e mettendo finalmente il percorso di vita del paziente al centro dei sistemi di cura.
La militante BMA dice ai medici di famiglia di negare le cure ai pazienti affetti da cancro alla prostata e cardiaci fino a quando il servizio sanitario nazionale non cederà alle loro richieste di finanziamento - portadaestrela.com
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Criteri Critici
La militante BMA dice ai medici di famiglia di negare le cure ai pazienti affetti da cancro alla prostata e cardiaci fino a quando il servizio sanitario nazionale non cederà alle loro richieste di finanziamento portadaestrela.com
La British Medical Association ha detto ai medici di famiglia di negare le cure ad alcuni casi di prostata cancro e malati di cuore fino al Sistema sanitario nazionale cede alle loro richieste di maggiori finanziamenti.
Gli enti di beneficenza hanno chiesto un’azione urgente per garantire che “nessun paziente venga lasciato confuso, ritardato o preso nel mezzo” poiché hanno accusato il sindacato dei medici di mettere gli uomini a rischio di danni per riempire le tasche dei suoi membri.
La BMA è stata sollecitando i medici di famiglia a prendere parte a varie forme di azione collettiva di protesta contro il contratto del GP 2026/27.
Nell’ambito della prossima tornata, si vuole che gli ambulatori respingano le nuove richieste degli ospedali di cedere le responsabilità di prescrizione e monitoraggio per un paziente, a meno che non vi sia già un accordo in tal senso.
La BMA ha affermato che esempi di ciò possono includere la prescrizione di farmaci specialistici per il sistema immunitario, il cuore e i polmoni o per il trattamento del cancro alla prostata in corso o dell’osteoporosi.
Ma sostiene che questi accordi a volte possono essere “sottofinanziati” e “non sicuri” – e afferma che dovrebbero essere predisposti accordi per coprire i costi e il carico di lavoro.
David James, direttore dei progetti per i pazienti e influente presso l’organizzazione benefica Prostate Cancer Research, ha dichiarato: “Gli uomini con cancro alla prostata non devono essere messi a rischio a causa di controversie sui finanziamenti o sulle responsabilità del servizio sanitario nazionale.
“Riconosciamo l’enorme pressione a cui sono sottoposti i medici di base e gli accordi di assistenza condivisa devono essere sicuri, adeguatamente finanziati e clinicamente appropriati.
La dottoressa Katie Bramall (nella foto), presidente del comitato dei medici di base della BMA per l’Inghilterra.
David James (nella foto), direttore dei progetti per i pazienti e influente presso l’organizzazione benefica Prostate Cancer Research.
‘Ma i pazienti in cura per il cancro alla prostata hanno bisogno della certezza che la loro prescrizione, il monitoraggio e il follow-up non subiranno interruzioni.
“Il governo, l’NHS England, i commissari e la BMA devono lavorare insieme urgentemente per risolvere questo problema e assicurarsi che nessun paziente venga lasciato confuso, ritardato o preso nel mezzo.”
La dottoressa Katie Bramall, presidente del comitato dei medici di medicina generale della BMA per l’Inghilterra, ha dichiarato: “La prossima fase di azione collettiva riguarda i medici di base rifiutando il trasferimento di lavoro aggiuntivo dagli ospedali agli ambulatori – al di là degli accordi contrattuali esistenti con il servizio sanitario nazionale – che è troppo spesso pericoloso e non finanziato.
“Per il bene della sicurezza dell’assistenza ai pazienti e per mantenere aperti e praticabili gli ambulatori medici locali, gli studi medici rifiuteranno quindi qualsiasi nuova richiesta di assistenza condivisa, se queste dispongono di risorse inadeguate.”
L’iniziativa arriva dopo che il governo ha espresso le sue ambizioni di spostare l’assistenza sanitaria più vicino a casa come parte del suo piano sanitario decennale di punta per l’Inghilterra.
Uno dei pilastri principali del piano è lo spostamento delle cure dall’ospedale alla comunità.
Un portavoce del Dipartimento della sanità e dell’assistenza sociale ha dichiarato: “I medici di base svolgono un ruolo fondamentale nel servizio sanitario nazionale e rimaniamo impegnati a lavorare con la BMA per risolvere i problemi in sospeso ed evitare l’escalation.
Ci aspettiamo che tutti i fornitori di assistenza sanitaria pubblica agiscano nel migliore interesse dei pazienti, facciano un uso responsabile dei fondi pubblici e lavorino in linea con le linee guida cliniche stabilite e gli accordi di prescrizione locali.
“Non prevediamo un impatto significativo sui servizi ai pazienti e i pazienti dovrebbero continuare a contattare il proprio medico di famiglia come al solito.”
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Tumori solidi HER2-positivi: l'UE approva trastuzumab deruxtecan come prima terapia "tumor agnostic" Pharmastar
La Commissione Europea ha approvato trastuzumab deruxtecan di AstraZeneca e Daiichi Sankyo come monoterapia per il trattamento di pazienti adulti con tumori solidi HER2-positivi (IHC 3+) non resecabili o metastatici, già sottoposti ad almeno una linea di terapia e privi di valide alternative terapeutiche. Si tratta della prima approvazione nell'Unione Europea di una terapia anti-HER2 con indicazione "tumor agnostic", cioè indipendente dall'organo di origine del tumore, e del primo anticorpo-farmaco coniugato (ADC) autorizzato con questa indicazione.
L'approvazione rappresenta un passo importante nell'evoluzione della medicina di precisione in oncologia, perché sposta l'attenzione dalla sede anatomica del tumore alle sue caratteristiche molecolari. Da oggi, infatti, l'iperespressione della proteina HER2 potrà rappresentare un criterio terapeutico anche in diversi tumori solidi finora privi di trattamenti mirati dedicati.
La decisione basata su tre studi di fase II
L'autorizzazione della Commissione Europea segue il parere positivo del Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell'Agenzia europea dei medicinali (Ema) ed è supportata dai risultati degli studi di fase II DESTINY-PanTumor02, DESTINY-Lung01 e DESTINY-CRC02, che hanno valutato l'efficacia di trastuzumab deruxtecan in differenti tumori HER2-positivi.
Nel trial DESTINY-PanTumor02, che ha incluso pazienti con tumori delle vie biliari, della vescica, della cervice uterina, dell'endometrio, dell'ovaio, del pancreas e altre neoplasie solide, il trattamento ha ottenuto un tasso di risposta obiettiva del 52,3%, con una durata mediana della risposta di 21,1 mesi.
Risultati analoghi sono stati osservati anche negli altri studi. Nel DESTINY-Lung01, condotto nel carcinoma polmonare non a piccole cellule HER2-positivo, il tasso di risposta è stato del 52,9%, mentre nello studio DESTINY-CRC02, dedicato al tumore del colon-retto, è stata registrata una risposta obiettiva del 46,9%.
Un cambio di paradigma nella medicina di precisione
"L'iperespressione di HER2 è presente in numerosi tipi di tumore ed è generalmente associata a una malattia più aggressiva e a una prognosi peggiore", ha sottolineato Benedikt Westphalen, responsabile del Programma di Oncologia di Precisione del Comprehensive Cancer Center dell'Università di Monaco. "Finora le terapie anti-HER2 erano disponibili solo per alcune specifiche neoplasie. Questa approvazione apre invece una nuova possibilità terapeutica per i pazienti con tumori HER2-positivi, indipendentemente dalla sede di origine della malattia".
Secondo Dave Fredrickson, Executive Vice President della Business Unit Oncology Haematology di AstraZeneca, il provvedimento conferma come la medicina di precisione stia trasformando la pratica oncologica. "Enhertu è già approvato nei tumori della mammella, dello stomaco e del polmone. Questa nuova indicazione permette ai clinici di prendere in considerazione il farmaco anche in molti altri tumori HER2-positivi e sottolinea l'importanza di effettuare i test per l'identificazione del biomarcatore".
Il ruolo dei test molecolari
Uno degli aspetti più rilevanti della nuova indicazione riguarda proprio la diffusione della diagnostica molecolare. Sebbene l'iperespressione di HER2 sia documentata anche in tumori del polmone, della vescica, della cervice, del colon-retto, dell'endometrio, dell'ovaio, delle ghiandole salivari e del pancreas, il test per HER2 non viene ancora eseguito routinariamente in molte di queste neoplasie.
L'approvazione europea potrebbe quindi favorire una più ampia adozione dei test biomolecolari, consentendo di identificare un numero maggiore di pazienti candidabili a una terapia mirata.
Profilo di sicurezza confermato
L'analisi aggregata dei dati di sicurezza provenienti dagli studi DESTINY-PanTumor02, DESTINY-Lung01, DESTINY-CRC02 e DESTINY-Breast01 ha confermato un profilo di tollerabilità coerente con quello già noto del farmaco, senza l'emergere di nuovi segnali di sicurezza.
Sei indicazioni approvate nell'Unione Europea
Con questa decisione, Enhertu raggiunge sei indicazioni autorizzate nell'Unione Europea, consolidando il proprio ruolo tra gli anticorpi farmaco-coniugati di maggiore successo nello scenario oncologico. Per Daiichi Sankyo e AstraZeneca l'approvazione rappresenta anche un importante traguardo strategico, che rafforza il concetto di terapia guidata dal biomarcatore piuttosto che dall'organo di origine del tumore.
Parallelamente, sono già in corso presso l'EMA ulteriori procedure regolatorie per ampliare l'impiego di trastuzumab deruxtecan nel carcinoma mammario HER2-positivo, sia in prima linea in associazione con pertuzumab sia nel trattamento delle pazienti con malattia residua dopo terapia neoadiuvante.
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
63.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Immunoterapia, Alberto Mantovani: «Un sogno inseguito dalla medicina per oltre cent'anni» Corriere della Sera
di Livia Gamondi
Oggi è il trattamento utilizzato per molti tipi di neoplasie, anche le più aggressive. E la ricerca continua con nuovi anticorpi, terapie cellulari e vaccini. Un convegno per fare il punto sui progressi
(Getty Images)
Nel 2025, in Italia, sono state stimate circa 390.000 nuove diagnosi di cancro. Negli ultimi dieci anni le morti per cancro nel nostro Paese sono diminuite del 9%; dal 2007 al 2019 sono state evitate quasi 270.000 morti per tumore. Oggi, la metà delle persone che si ammalano è destinata a guarire e avrà la stessa aspettativa di vita di chi non ha sviluppato la malattia. Sono risultati importanti a cui ha contribuito l’immunorevolution contro il cancro, cioè la rivoluzione dell’immunologia che, dall’inizio degli anni Duemila, ha trasformato la storia naturale della malattia. Un cambiamento epocale, caratterizzato anche da fallimenti che però hanno contribuito a ottenere conquiste un tempo inimmaginabili in oncologia. Se ne è parlato recentemente a Milano, nel corso dell’evento Tumori, oltre il silenzio della malattia: il valore dell’immunoterapia oggi di AstraZeneca.
L’«orchestra» che protegge la vita «Il sistema immunitario può essere paragonato a un’orchestra straordinaria ed estremamente complessa, costituita da almeno 4.000 miliardi di diverse componenti – spiega Alberto Mantovani, presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca e Professore Emerito all’Humanitas University. Non conosciamo tutti gli orchestrali, gli strumenti e gli spartiti dell’orchestra immunologica, ma ogni passo avanti in questa comprensione si traduce in benefici per i pazienti. L’immunoterapia rappresenta la realizzazione di un sogno inseguito dalla medicina per oltre cento anni: usare le difese naturali dell’organismo per combattere il cancro. Oggi sappiamo che il tumore non è fatto solo di cellule tumorali, ma di un ambiente complesso in cui il sistema immunitario può fare la differenza. I risultati ottenuti dimostrano che questo approccio può portare a remissioni durature e, in alcuni casi, alla guarigione. La ricerca continua con nuovi anticorpi, terapie cellulari e vaccini terapeutici, perché la sfida è rendere questi benefici sempre più estesi ai pazienti».
La ricerca italiana L’Italia è leader a livello internazionale nelle ricerche sull’immunoterapia contro il cancro, che ha già migliorato il trattamento di molti tumori in fase avanzata. Grazie a questa terapia anche le prospettive negli stadi iniziali della malattia possono cambiare. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato la rimborsabilità dell’immunoterapia con durvalumab: somministrata prima e dopo la chirurgia, migliora infatti la sopravvivenza nel tumore del polmone non a piccole cellule in stadio precoce e nel carcinoma della vescica muscolo-invasivo operabile. E, per la prima volta in 40 anni, si registrano progressi nel tumore del polmone a piccole cellule in stadio limitato. Inoltre, l’aggiunta di durvalumab alla chemioterapia può rappresentare una nuova strategia di cura di prima linea in pazienti con carcinoma dell’endometrio avanzato o recidivante.
Tumore del polmone «L’immunoterapia sta cambiando radicalmente il paradigma di cura del tumore del polmone, a partire dall’approccio al paziente – spiega Silvia Novello, presidente WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), Ordinario di Oncologia Medica all’Università degli Studi di Torino e Responsabile di Oncologia Medica presso l’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano. Oggi parliamo di un percorso perioperatorio che prende in carico il malato fin dal momento della diagnosi, con trattamenti prima e dopo l’intervento chirurgico. Questo significa offrire una strategia terapeutica capace di modificare la storia naturale della malattia, soprattutto negli stadi precoci, quando l’obiettivo può essere la guarigione. Questo approccio consente di modificare il microambiente tumorale e di migliorare in modo significativo il tempo libero da malattia e la sopravvivenza complessiva. L’approvazione da parte di Aifa è estremamente importante perché impone una presa in carico multidisciplinare del paziente fin dall’inizio. I benefici non riguardano soltanto la risposta completa alla terapia, ma anche un concreto miglioramento dell’aspettativa di vita».
Nonostante i grandi progressi terapeutici, resta fondamentale la prevenzione. L’80–85% dei pazienti con tumore del polmone ha una storia di fumo e, nel caso del carcinoma polmonare a piccole cellule, il legame è ancora più evidente. Il modo più efficace per ridurre incidenza e mortalità rimane quello di non iniziare a fumare o di smettere il prima possibile.
«L’immunoterapia ha iniziato a dimostrare la propria efficacia nei pazienti con malattia avanzata e non operabile, consentendo un significativo aumento della sopravvivenza – spiega Cesare Gridelli, direttore della U.O.C. di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera “Moscati” di Avellino. Oggi la vera sfida è anticiparne l’impiego agli stadi precoci, perché in questo modo non ci limitiamo ad allungare la vita dei pazienti, ma aumentiamo concretamente il numero delle guarigioni. Lo studio ADRIATIC ha rappresentato una svolta nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule. Dopo il trattamento standard con chemioradioterapia, l’aggiunta di due anni di immunoterapia ha determinato una riduzione del rischio di morte del 27% e un incremento della sopravvivenza mediana di circa due anni. Si tratta di risultati che hanno modificato la pratica clinica».
Tumore della vescica Nel 2025 le diagnosi di tumore della vescica sono state 29.100. Per 20 anni il trattamento standard è stato l’intervento chirurgico con rimozione della vescica. Ora l’immunoterapia, prima e dopo la chirurgia, migliora la sopravvivenza nel tumore della vescica muscolo-invasivo. «Tuttavia, circa la metà dei pazienti va incontro a recidiva o progressione di malattia – afferma Lorenzo Antonuzzo, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Clinica all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica, Università di Firenze. L’aggiunta dell’immunoterapia con durvalumab, prima e dopo la chirurgia, rappresenta una strategia innovativa che cambia la pratica clinica. È il primo regime immunoterapico perioperatorio a dimostrare un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante della sopravvivenza globale in questa popolazione di pazienti. Nello studio NIAGARA, pubblicato sul New England Journal of Medicine, si è registrata una riduzione del 25% del rischio di morte: l’82,2% dei pazienti trattati con durvalumab era vivo a 2 anni, rispetto al 75,2% con la sola chemioterapia neoadiuvante. Inoltre, è stata evidenziata una riduzione del 32% del rischio di progressione di malattia, di recidiva, di non completare la chirurgia prevista o di morte».
«I sintomi principali del tumore della vescica sono sangue nelle urine (microematuria), urgenza minzionale e disuria – spiega Rodolfo Hurle, urologo IRCCS Istituto Clinico Humanitas. La forma muscolo-invasiva, anche se localizzata alla vescica, è più aggressiva rispetto a quella non infiltrante e può estendersi a livello muscolare, fino a interessare la parete vescicale a tutto spessore e arrivando al grasso peri vescicale. È necessaria una presa in carico multidisciplinare del paziente candidato alla cistectomia. Dopo la diagnosi istologica e la stadiazione radiologica, il trattamento deve essere discusso all’interno del gruppo multidisciplinare, costituito da urologo, oncologo, radioterapista, radiologo e anatomo-patologo. La cistectomia radicale è un intervento complesso, che può essere gravato da complicanze. È essenziale che sia eseguito in centri ad alto volume».
Tumore dell’endometrio Il tumore dell’endometrio è la neoplasia ginecologica più frequente: in Italia sono stimati 8.260 casi nel 2025. «Il carcinoma dell’endometrio negli anni è stato sottovalutato e oggi è l’unica tra le neoplasie ginecologiche con incidenza e mortalità in aumento; inoltre, il 45% delle pazienti svilupperà una recidiva – afferma Domenica Lorusso, responsabile del Centro di Ginecologia Oncologica di Humanitas San Pio X e Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia di Humanitas University. La prognosi nei casi di recidiva non è buona e la mortalità rimane alta: per questo servono terapie efficaci. Circa il 30% delle pazienti presenta la malattia con deficit del mismatch repair, cioè un malfunzionamento del meccanismo di riparazione del DNA. Nello studio DUO-E, nelle pazienti con questa caratteristica biologica, l’immunoterapia più chemioterapia seguita da immunoterapia in monoterapia ha dimostrato una riduzione del rischio di progressione di malattia o di morte del 58% rispetto alla sola chemioterapia. Grazie all’approvazione di AIFA, questa terapia costituisce una nuova strategia di prima linea in queste pazienti».
Obesità, ipertensione e diabete mellito, generalmente legati a stili di vita scorretti, sono i principali fattori di rischio per il tumore dell’endometrio, insieme alla predisposizione genetica e familiare. «La malattia tende a svilupparsi solitamente dopo i 50 anni, in seguito alla menopausa – spiega Nicoletta Colombo, direttore del Gynecologic Oncology Program dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Il primo sintomo da non sottovalutare è il sanguinamento anomalo, che dovrebbe mettere in allarme sia in pre- sia in postmenopausa. Le opzioni terapeutiche della maggior parte delle donne con tumore dell’endometrio avanzato, per molti anni, non sono cambiate e lo standard di cura è stato tradizionalmente limitato alla chemioterapia. L’ingresso dell’immunoterapia nella malattia avanzata oggi consente di ottenere risposte importanti e durature, in particolare nelle pazienti che presentano un deficit del mismatch repair. La classificazione molecolare della neoplasia è essenziale fin dal momento della diagnosi, per poter impostare il corretto percorso di cura, che sta diventando sempre più personalizzato».
L’obiettivo è la guarigione «Dal punto di vista medico, il nostro obiettivo resta quello di guarire le persone, coerentemente con il giuramento professionale che abbiamo assunto – afferma il professor Alberto Mantovani. La guarigione non è solo un’aspirazione teorica, ma una realtà già dimostrata: i dati indicano fino a circa un milione di persone guarite. Questo è un elemento fondamentale, perché testimonia la qualità del lavoro svolto. Naturalmente, in alcune situazioni può essere necessario convivere con la malattia nel lungo periodo, e in molti casi ciò è possibile con una buona qualità di vita. Si pensi, ad esempio, ad alcune patologie come quelle tiroidee, con cui si può vivere in modo sostanzialmente normale. – E conclude il professore - resta però fermo che la guarigione deve rimanere l’obiettivo principale e, su questo, possiamo avere fiducia: i progressi della medicina fanno sì che il numero delle persone guarite continui ad aumentare nel tempo».
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