Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumori: ad Aosta nuovo super macchinario, radioterapia temporaneamente a Ivrea Gazzetta Matin
L'équipe di Radioterapia oncologica
Salute, Sanità
L’ospedale regionale Umberto Parini si dota di una delle tecnologie più avanzate al mondo per il trattamento dei tumori attraverso la radioterapia. Intanto, il servizio di radioterapia è temporaneante effettuato in convenzione all’ospedale di Ivrea.
Un investimento da 9 milioni di euro
L’investimento complessivo per l’acquisto e la manutenzione della nuova piattaforma di radioterapia Radixact® , dotata della tecnologia Synchrony® è di 9 milioni.
La tecnologia Synchrony® è una delle soluzioni più avanzate oggi disponibili a livello internazionale per il trattamento dei tumori.
Secondo la nota diffusa dall’azienda Usl, «la nuova piattaforma apre prospettive particolarmente rilevanti nel trattamento delle neoplasie del polmone, del fegato, del pancreas, del surrene, della prostata, sistema nervoso centrale, cute e dei tumori ginecologici, oltre che di tutte le patologie oncologiche localizzate in sedi anatomiche influenzate dal movimento respiratorio.
Grazie a questa tecnologia sarà possibile eseguire trattamenti stereotassici ad altissima precisione, con elevati standard di sicurezza e qualità.
La piattaforma Radixact® consentirà inoltre di migliorare la qualità delle immagini, ridurre i tempi di trattamento, aumentare l’efficienza organizzativa e ampliare ulteriormente le possibilità terapeutiche a disposizione degli specialisti, valorizzandone le competenze, anche attraverso la partecipazione a studi clinici nazionali e internazionali».
500 pazienti ogni anno
Ogni anno la Struttura complessa di Radioterapia oncologica dell’ospedale Parini prende in carico circa 500 pazienti; di questi, il 38% proviene da altre regioni, a testimonianza dell’attrattività già oggi esercitata dal servizio a livello sovraregionale.
Radioterapia sospesa, pazienti a Ivrea
Per consentire le attività di smantellamento dell’apparecchiatura utilizzata sino a oggi, l’adeguamento dei locali, installazione e collaudo della nuova piattaforma sono necessari sei mesi; l’entrata in funzione del nuovo macchinario è prevista entro il mese di dicembre 2026.
All’ospedale Parini, i trattamenti di radioterapia sono attualmente sospesi e sono garantiti in convenzione dall’ospedale di Ivrea.
Per i pazienti è previsto il rimborso chilometrico e del pedaggio autostradale; chi non disponde di mezzi propri, potrà usufruire di un servizio di trasporto dedicato.
Il commento del direttore sanitario
«Questo investimento è parte di una duplice strategia aziendale – dichiara Mauro Occhi, direttore sanitario dell’azienda Usl VdA. – Vogliamo da un lato contrastare il flusso pazienti verso regioni limitrofe, dall’altro intendiamo garantire ai professionisti un fattore motivazionale aggiuntivo che trattenga in Valle i meritevoli.
Siamo consapevoli del disagio temporaneo, ma si tratta di una fase necessaria per dotare la Valle d’Aosta di una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili in campo radioncologico».
Le parole del direttore della SC Radioterapia oncologica
«L’arrivo di questa apparecchiatura di ultima generazione – spiega il dottor Fernando Munoz, direttore della Struttura complessa Radioterapia oncologica – rappresenta un passaggio storico per la radioterapia valdostana.
Il sistema è in grado di seguire il bersaglio in tempo reale durante il trattamento, aumentando le percentuali di pazienti guariti. Per i pazienti questo significa poter beneficiare di cure sempre più personalizzate, sicure e avanzate senza allontanarsi dal proprio territorio».
La soddisfazione dell’assessore alla Sanità
«Con questo importante investimento di 9 milioni di euro – afferma Carlo Marzi, assessore alla Sanità, salute e politiche sociali – portiamo in Valle d’Aosta una tecnologia tra le più avanzate a livello internazionale, confermando la volontà di garantire cure sempre più all’avanguardia, efficaci e personalizzate. Alla comunità chiediamo di pazientare per il tempo necessario a consentire l’installazione di una tecnologia così complessa e innovativa che produrrà indubbi benefici, concreti e duraturi, per la qualità dell’assistenza oncologica, a beneficio di tutti noi».
(a.t.)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Pazienti oncologici nei pronto soccorso liguri, PD: “L’assistenza per immunodepressi lacuna da colmare subito” IVG.it
Liguria. Con un’interrogazione il consigliere regionale Armando Sanna (Pd) ha chiesto alla Giunta di attivare specifiche misure organizzative finalizzate a garantire percorsi protetti per i pazienti immunodepressi che accedono ai pronto soccorso regionali, dato il sovraffollamento e data la fragilità delle persone in questione. Il consigliere ha precisato che risultano segnalati sul territorio ligure casi di pazienti oncologici, colpiti da febbre persistente, costretti a permanenze di molte ore nei reparti di pronto soccorso, senza presa in carico medica tempestiva e in ambienti promiscui.
L’assessore alla sanità Massimo Nicolò ha risposto che il Piano Sociosanitario Regionale e il Piano Oncologico Regionale prevedono il rafforzamento dei Percorsi di Accesso alla Rete Oncologica e che, nell’ambito delle misure regionali finalizzate alla riduzione del fenomeno del boarding nei pronto soccorso, è prevista una particolare attenzione ai pazienti con condizioni di elevata fragilità clinica, tra cui i pazienti oncologici, attraverso il miglioramento dei percorsi di valutazione e presa in carico e il rafforzamento dell’integrazione tra Pronto Soccorso, reparti specialistici e servizi territoriali. L’assessore ha precisato che assume particolare rilievo lo sviluppo delle cure simultanee, delle cure palliative precoci e dell’assistenza domiciliare integrata, e che questi modelli organizzativi consentono di garantire la presa in carico del paziente oncologico complesso direttamente al domicilio o nei setting assistenziali più appropriati, limitando così il ricorso al Pronto Soccorso e i ricoveri evitabili.
“Con la risposta alla mia interrogazione in Aula, la Regione Liguria ammette un fatto grave: oggi non risultano formalizzati percorsi specificamente rivolti ai pazienti oncologici immunodepressi, dedicati e uniformi in tutti i Pronto Soccorso liguri. È un’ammissione che conferma le preoccupazioni che avevamo sollevato” dichiara il capogruppo del Partito Democratico in Regione Liguria, Armando Sanna.
“La nostra interrogazione nasceva da casi concreti di pazienti oncologici costretti ad attendere per ore nei Pronto Soccorso, esposti a rischi evitabili proprio a causa della loro condizione di immunodepressione. Avevamo richiamato il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027 e le linee di indirizzo nazionali sul triage e sulla gestione del sovraffollamento, che evidenziano la necessità di prevedere percorsi specifici di tutela per i pazienti più fragili. La risposta della Giunta, invece, si limita a elencare obiettivi futuri, piani e programmazione, ma evita il punto centrale: oggi questi percorsi non esistono” prosegue.
“Se la stessa Regione riconosce che serve una particolare attenzione organizzativa per questi pazienti, non può fermarsi agli annunci. Servono protocolli operativi, uniformi su tutto il territorio ligure, perché chi affronta una malattia oncologica e una terapia che compromette il sistema immunitario non può essere lasciato per ore in sale d’attesa affollate, con rischi che potrebbero essere evitati. Su questo tema continueremo a incalzare la Giunta. La tutela dei pazienti più fragili non può essere affidata alla buona volontà del singolo ospedale: deve diventare un diritto garantito in tutta la Liguria” conclude Sanna.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.8/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Il Parini si dota di Radixact, la nuova frontiera della radioterapia oncologica AostaSera -
All’Ospedale Parini di Aosta arriva una delle soluzioni più avanzate oggi disponibili a livello internazionale per il trattamento dei tumori. Si chiama Radixact e sarà operativa entro la fine dell’anno. La nuova apparecchiatura di radioterapia, dotata della tecnologia Synchrony, è costata circa 9 milioni di euro. La sostituzione con l’attuale “macchina” di tomoterapia elicoidale prevede circa mesi di lavori. Per consentire le attività di smantellamento, adeguamento dei locali, installazione e collaudo del nuovo sistema, dal 15 giugno 2026 i pazienti sottoposti a trattamenti radioterapici sono temporaneamente presi in carico dall’Ospedale di Ivrea grazie a una specifica convenzione stipulata dall’Usl della Valle d’Aosta.
Per i pazienti è previsto il rimborso chilometrico e del pedaggio autostradale. Inoltre, per coloro che non dispongono di mezzi propri è stato attivato un servizio di trasporto dedicato: un pulmino effettuerà quotidianamente il collegamento con la sede di trattamento.
L’entrata in funzione della nuova apparecchiatura è prevista entro dicembre 2026.
“L’arrivo di questa apparecchiatura di ultima generazione – spiega Fernando Munoz, a capo della Struttura complessa Radioterapia Oncologica – rappresenta un passaggio storico per la Radioterapia valdostana. Questa tecnologia ci consentirà di trattare in modo ancora più preciso ed efficace anche lesioni particolarmente complesse. Il sistema è in grado di seguire il bersaglio in tempo reale durante il trattamento, adattando continuamente l’irradiazione e riducendo al minimo l’esposizione dei tessuti sani circostanti, e aumentando nel contempo la percentuali di pazienti guariti. Per i pazienti questo significa poter beneficiare di cure sempre più personalizzate, sicure e avanzate senza allontanarsi dal proprio territorio”.
Per il direttore sanitario Mauro Occhi: “Questo investimento è parte di una duplice strategia aziendale diretta ai cittadini valdostani e ai professionisti che si occupano della loro salute. Vogliamo da un lato contrastare il flusso pazienti verso regioni limitrofe offrendo il massimo delle possibilità tecnologiche e quindi delle alternative terapeutiche, dall’altro intendiamo garantire ai professionisti – ai giovani in particolare – un fattore motivazionale aggiuntivo che trattenga in Valle i meritevoli ed argini la crisi delle professioni. Siamo consapevoli del disagio temporaneo legato al trasferimento dei trattamenti a Ivrea, ma si tratta di una fase necessaria per dotare la Valle d’Aosta di una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili in campo radioncologico”.
“Con questo importante investimento di 9 milioni di euro – aggiunge l’Assessore regionale alla Sanità Carlo Marzi – portiamo in Valle d’Aosta una tecnologia tra le più avanzate a livello internazionale confermando la volontà di garantire cure sempre più all’avanguardia, efficaci e personalizzate, in linea con le scelte, anche in termini di investimenti, assunte in questi ultimi anni, volte a migliorare la qualità e l’innovazione del servizio sanitario valdostano direttamente sul nostro territorio”.
Ogni anno la Struttura complessa di Radioterapia Oncologica dell’Ospedale Parini prende in carico circa 500 pazienti, dei quali il 38% proveniente da altre regioni.
La nuova apparecchiatura “apre prospettive particolarmente rilevanti nel trattamento delle neoplasie del polmone, del fegato, del pancreas, del surrene, della prostata, sistema nervoso centrale, cute e dei tumori ginecologici, oltre che di tutte le patologie oncologiche localizzate in sedi anatomiche influenzate dal movimento respiratorio” spiega una nota dell’Azienda Usl.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al seno, svolta a Foligno: asportazione e radioterapia vengono fatte contestualmente rgunotizie.it
Più efficacia clinica, tempi di cura drasticamente abbattuti per le pazienti e massima sicurezza per gli operatori sanitari. All’ospedale “San Giovanni Battista” di Foligno è entrato in piena operatività, dopo i collaudi dell’ingegneria clinica, l’aggiornamento dell’acceleratore lineare per la radioterapia intraoperatoria (Iort). Un salto tecnologico di primissimo livello per la struttura cittadina, che si è reso possibile grazie a una donazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, che consolida una storica sinergia con l’Usl Umbria 2 per il potenziamento della sanità pubblica locale.
“La vera svolta di questa tecnologia – spiega la direzione dell’azienda sanitaria locale – risiede nella straordinaria semplificazione del percorso terapeutico per le donne colpite da tumore alla mammella. Per i casi selezionati, la metodica consente di somministrare l’intera dose di radioterapia direttamente in sala operatoria, contestualmente all’asportazione chirurgica del tumore”. Un’innovazione che “permette alle pazienti idonee di completare il trattamento in un’unica giornata, azzerando il percorso tradizionale che prevede solitamente dalle cinque alle quindici sedute distribuite in tre settimane”.
“I vantaggi sono immediati – proseguono dall’Usl Umbria 2 –, si azzerano i continui e faticosi viaggi verso i centri di radioterapia, si riduce lo stress psicofisico per le donne e, allo stesso tempo, si liberano posti preziosi riducendo le liste di attesa per chi deve invece seguire le terapie standard. Inoltre questa speciale tecnica offre ottimi risultati e una bassissima tossicità per i tessuti sani anche in altre forme di tumore, come i sarcomi dell’addome. Grazie a questi standard, la Breast Unit di Foligno guidata dal dottor Gianfranco Lolli si conferma un polo
di eccellenza regionale, capace di trattare oltre 250 nuovi casi di tumore al seno ogni anno”.
L’ammodernamento della Iort, come spiegato dal dottor Fabrizio Fusconi, dirigente medico di Radioterapia Oncologica, si inserisce nel programma generale di potenziamento della radioterapia “cominciato due anni fa con l’entrata in servizio del nuovo acceleratore lineare di ultima generazione. Questo ci permette di eseguire trattamenti in linea con gli standard tecnologici e terapeutici più avanzati”.
L’aggiornamento porta benefici sostanziali anche sul fronte della sicurezza. Come evidenziato dal servizio di Fisica medica dell’azienda sanitaria, il nuovo macchinario introduce una speciale schermatura interna che limita la diffusione delle radiazioni nell’ambiente durante l’uso, riducendo al minimo il rischio radiologico per medici e infermieri in sala operatoria.
Soddisfazione, che è stata espressa soprattutto dalla dottoressa Monica Sassi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, che ha rimarcato la vicinanza dell’ente al presidio ospedaliero: “La tutela della salute rappresenta un ambito in cui la Fondazione esprime da sempre la propria più convinta attenzione istituzionale. Investire in tecnologia e capacità di cura – sottolinea – significa investire direttamente sul benessere delle persone. Consideriamo strategica la collaborazione con l’Usl Umbria 2: fare sistema tra istituzioni è il valore aggiunto fondamentale per garantire risposte efficaci alla comunità”.
“Il nostro auspicio – conclude la presidente della Fondazione Carifol – è che questo intervento rappresenti non soltanto un contributo materiale, ma anche un ulteriore passo in un percorso condiviso volto a promuovere innovazione, prossimità e qualità dei servizi, mettendo sempre al centro la persona e il bene comune”.
Alla presidente e al cda della Fondazione è andato il corale ringraziamento della direzione strategica aziendale e della dottoressa Orietta Rossi, direttrice del presidio ospedaliero di Foligno, che ha ricordato “come l’innovazione scientifica e l’umanizzazione delle cure siano i pilastri irrinunciabili per garantire una sanità equa, accessibile e vicina ai cittadini”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.7/100
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B
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Criteri Critici
Nuove prospettive per l’immunoterapia. Secondo un nuovo studio internazionale, le cellule che si muovono in gruppo rendono il tumore al seno più invasivo, ma anche più intercettabile dal sistema immunitario. Lo studio guidato dall’Italia con l’Ifom, l’Istitut…
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Nuove prospettive per l’immunoterapia. Secondo un nuovo studio internazionale, le cellule che si muovono in gruppo rendono il tumore al seno più invasivo, ma anche più intercettabile dal sistema immunitario.
Lo studio guidato dall’Italia con l’Ifom, l’Istituto Airc di Oncologia Molecolare di Milano, e pubblicato a maggio e in attesa di modifiche sulla rivista Nature Communication, si è concentrato sul carcinoma duttale in situ, una forma precoce di tumore al seno che rappresenta oltre il 20% delle diagnosi. In questa forma tumorale, le cellule cancerose – come in un branco – crescono e spesso rimangono all’interno della ghiandola mammaria, ma in alcune pazienti il tumore si evolve in questa maniera più invasiva.
Il problema, spiega Giorgio Scita di Ifom e Università di Milano, è che attualmente non si riesce a prevedere quali lesioni seguiranno l’una o l’altra strada. “I dati emersi nel nostro studio contribuiscono a chiarire che cosa accade quando un tessuto tumorale confinato acquisisce proprietà più fluide e invasive”, prosegue. Al centro del processo c’è la proteina Rab5a, che quando è attiva conferisce maggiore mobilità alle cellule che normalmente sarebbero bloccate, facendo sì che inizino a muoversi in gruppo.
Questa maggiore mobilità causa al tessuto tumorale forti stress che coinvolgono i mitocondri, le centrali energetiche della cellula, che rilasciano così piccole quantità di Dna mitocondriale. Questo è un segnale d’allarme che viene riconosciuto dal sistema immunitario: in questo modo, spiega l’esperto, il tumore diventa più mobile e aggressivo, ma espone anche una vulnerabilità che potrebbe essere sfruttata per migliorare l’efficacia delle immunoterapie.
“Comprendere questo passaggio è fondamentale sia per identificare nuovi marcatori di rischio sia, in prospettiva, per evitare trattamenti non necessari alle pazienti che non ne avrebbero bisogno”, conclude Scita. Ai risultati hanno contribuito anche le Università di Milano, UniCamillus di Roma, di Palermo, di Padova e dell’Aquila, oltre ad azienda Cogentech e Ospedale Niguarda di Milano e all’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia.
Lo studio
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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54.4/100
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B
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Criteri Critici
Nuovo farmaco promette di rallentare il cancro al seno metastatico V-news.it
Negli ultimi due anni, le terapie innovative hanno migliorato la cura del tumore al seno metastatico, con farmaci come il sacituzumab govitecan che ritardano la progressione della malattia e aumentano la sopravvivenza. Tuttavia, l'accesso a questi trattamenti in Europa, e in particolare in Italia, è ancora ostacolato da lunghe procedure burocratiche e dalla registrazione della rimborsabilità da parte dell'Aifa.
Innovazioni nella cura del cancro seno
(Adnkronos) – “Oggi le donne con tumore al seno metastatico possono accedere a terapie innovative. Gli ultimi 2 anni sono stati significativi per la cura del tumore della mammella. A livello biologico, è fondamentale la rilevazione del gene e l’identificazione di mutazioni, che determinano l’impiego di diversi farmaci con specifici target. Per le pazienti senza queste mutazioni, ci sono farmaci come il sacituzumab govitecan, efficaci nel ritardare la ripresa della malattia nel tumore della mammella triplo negativo (mTnbc)”. Così Alessandra Fabi, responsabile della Medicina di precisione in Senologia del policlinico universitario Fondazione Agostino Gemelli Irccs Roma, ha dichiarato durante l’incontro ‘Due di noi. Dialoghi sul tumore al seno metastatico’ al Roma Summer Fest, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione di Gilead Sciences con Europa Donna Italia.
Prolungamento della sopravvivenza per pazienti
“Le donne con tumore al seno metastatico sopravvivono di più – continua Fabi – Il miglioramento della sopravvivenza non è determinato dal singolo farmaco, ma dalla capacità di mantenere la paziente in trattamento. La paziente metastatica inevitabilmente subirà una progressione della malattia, in tempi variabili. Il farmaco vincente è quello che ritarda di più la ripresa della malattia”. Sperimentare farmaci innovativi ha permesso di sviluppare “sequenze: quando un farmaco presenta resistenza – chiarisce l’esperta – ci sono altri da impiegare, anche in situazioni che sembravano impossibili fino a poco tempo fa. Un esempio è il sacituzumab govitecan nel tumore alla mammella triplo negativo, che non solo ritarda la progressione, ma influisce anche sulla sopravvivenza, come dimostrano i dati recenti presentati a Chicago all’Asco, il congresso americano di oncologia.
Lento progresso nell’accesso ai farmaci
“Il percorso per l’accesso ai farmaci innovativi in Europa è più lungo rispetto ad altre realtà internazionali, ma sta migliorando – osserva Fabi – L’innovazione inizia con la ricerca, segue la sperimentazione del nuovo farmaco, la valutazione della sua attività e il confronto con lo standard di trattamento. Se si dimostra superiore in termini di attività, efficacia terapeutica e minore tossicità, sostituisce lo standard precedente. Da lì inizia il percorso burocratico – continua – che comprende registrazione, rimborsabilità e accesso al farmaco, con tempi variabili a seconda delle Regioni. Alcune attivano più rapidamente il nuovo standard di trattamento, altre meno.”
Ostacoli all’innovazione in Italia
Il principale ostacolo per l’accesso all’innovazione “è la registrazione della rimborsabilità da parte dell’Aifa – conclude – che rappresenta un aspetto importante e spesso limitante per noi italiani.” Le parole di Fabi mettono in luce le sfide che le pazienti affrontano nell’accesso a trattamenti all’avanguardia, evidenziando la necessità di un miglioramento sistemico per garantire che tutti possano beneficiare delle ultime scoperte scientifiche nella lotta contro il tumore al seno metastatico.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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51.9/100
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Criteri Critici
Tumori, Piccolo (Gilead): "Impegno a migliorare vita in pazienti cancro seno metastatico" SUD e FUTURI
(Adnkronos) – "Accanto ai trattamenti consolidati, per le pazienti affette da carcinoma mammario metastatico si stanno facendo strada nuove opzioni terapeutiche, con l'obiettivo di concedere loro più tempo e una migliore qualità di vita. Gilead è impegnata su questo fronte proprio con questi obiettivi: diversi anni fa ha reso disponibili trattamenti sia per le pazienti con carcinoma mammario triplo negativo metastatico, sia con carcinoma mammario ormonosensibile, sempre in fase metastatica. Oggi siamo lieti di poter condividere la recente approvazione Ema – Agenzia europea per i medicinali, per lo stesso tipo di trattamento, ma nelle linee più precoci, in particolar modo nella prima linea per le pazienti con carcinoma mammario metastatico triplo negativo. Il nostro impegno è quello di contribuire a migliorare la qualità di vita delle pazienti, a conceder loro più tempo e anche, insieme a tutti gli altri protagonisti del sistema salute, rendere disponibili queste terapie il prima possibile” . Lo ha detto quanto affermato da Carmen Piccolo , direttore medico di Gilead Sciences Italia, all’evento ‘Due di noi. Dialoghi sul tumore al seno metastatico’, iniziativa ospitata nell’ambito del Roma Summer Fest e parte della campagna di sensibilizzazione di Gilead Sciences con Europa Donna Italia che accende i riflettori sul tumore al seno metastatico attraverso dei dialoghi con pazienti, esponenti del mondo della ricerca e istituzioni. A tale proposito, “è importante lavorare facendo partnership con gli altri protagonisti del sistema salute, soprattutto con la comunità scientifica, i clinici, le istituzioni, ma anche le associazioni pazienti – continua Piccolo – Cinque anni fa Gilead ha accettato la sfida di entrare nel mondo dell'oncologia solida e oggi possiamo dire di aver cambiato la vita delle persone coinvolte e affette da carcinoma mammario metastatico. La sfida è continuare ad innovare: lo facciamo attraverso la nostra ricerca clinica, in particolare con il coinvolgimento di centri italiani. Abbiamo all'attivo più di 30 studi clinici in oltre 100 centri italiani, con l'ambizione di riuscire a portare fino a 20 nuove indicazioni oncologiche entro il 2030”. In questo contesto, "la collaborazione con le associazioni pazienti è fondamentale e lo abbiamo visto anche con il docufilm ‘Due di noi’ che è stato riconosciuto dal presidente della Repubblica per il suo valore sociale – sottolinea Piccolo – Da qui è partita la campagna che abbiamo lanciato durante le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina e che oggi portiamo in questo evento per amplificare le voci delle pazienti e diffonderle a un pubblico sempre più ampio”.
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Tumore al seno: carcinoma DCIS, nuove prospettive per l’immunoterapia La Statale News
Il tumore della mammella è la neoplasia più diffusa in Italia e la prima per frequente tra le donne, con oltre 53.000 nuove diagnosi stimate ogni anno. Grazie ai programmi di screening per la diagnosi precoce, una quota crescente di questi tumori viene oggi individuata in fase molto iniziale: tra questi il carcinoma duttale in situ, abbreviato in DCIS, che da solo rappresenta oltre il 20 per cento delle diagnosi. Proprio il DCIS pone una delle sfide più delicate della senologia, perché nella maggior parte dei casi resta indolente, ma in una parte delle pazienti può progredire verso un carcinoma invasivo, e oggi non disponiamo di strumenti in grado di distinguere con certezza i due possibili esiti. Capire i meccanismi che governano questa transizione è quindi fondamentale per calibrare le cure ed evitare un eccesso di trattamenti. È in questo contesto che si inserisce il nuovo studio di IFOM e della Statale di Milano.
Uno degli aspetti meno esplorati di questa transizione riguarda il movimento: non tanto la biologia molecolare della cellula, quanto il modo in cui essa si sposta nel tessuto. Alcune cellule tumorali non si muovono da sole, ma avanzano insieme, in modo coordinato, come uno stormo di uccelli o un banco di pesci.
L’idea, già al centro di un precedente studio degli stessi ricercatori, è già stata in parte dimostrata grazie ai risultati pubblicati nel 2023 sulla rivista Nature Materials e l’articolo aveva attirato grande attenzione da parte dei media nazionali. Oggi lo stesso filone di ricerca si è arricchito di un nuovo tassello: quel movimento collettivo, che permette alle cellule del tumore al seno di diventare più “fluide” e invasive, può anche renderle più riconoscibili da parte del sistema immunitario.
È quanto emerge dai dati pubblicati in un articolo sulla rivista Nature Communications, il cui titolo è “Mechano-metabolic feedback connects tissue fluidity to mitochondrial DNA–dependent immunity in breast cancer”. Lo studio è stato coordinato da Giorgio Scita, responsabile del laboratorio Meccanismi di migrazione delle cellule tumorali di IFOM ETS – The AIRC Institute of Molecular Oncology e docente del dipartmento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano, e l’articolo ha come primi autori Andrea Palamidessi, Emanuela Frittoli e Monica Corada, che hanno contribuito in modo paritario alla ricerca.
Il nuovo studio si è concentrato su un problema particolarmente rilevante. Il carcinoma duttale in situ, o DCIS, è una forma precoce di tumore al seno, in cui le cellule tumorali crescono ancora confinate e letteralmente costrette all’interno dei dotti della ghiandola mammaria, dove vanno incontro a forti stress meccanici. Il DCIS rappresenta oggi oltre il 20 per cento delle diagnosi di tumore al seno. Nella maggior parte dei casi rimane confinato e ha un comportamento indolente, ma in una quota significativa può evolvere verso forme invasive, capaci di superare la barriera del dotto e infiltrare i tessuti circostanti.
“Il carcinoma duttale in situ è una lesione precoce molto frequente: nella maggior parte dei casi rimane confinata, ma in una quota significativa può progredire verso un tumore invasivo”, spiega Giorgio Scita. “Il problema è che oggi non sappiamo prevedere con certezza quali lesioni seguiranno l’una o l’altra strada. I dati emersi nel nostro studio contribuiscono a chiarire che cosa accade quando un tessuto tumorale confinato acquisisce proprietà più fluide e invasive. Comprendere questo passaggio è fondamentale sia per identificare nuovi marcatori di rischio sia, in prospettiva, per evitare trattamenti non necessari alle pazienti che non ne avrebbero bisogno”.
Al centro del processo c’è la proteina RAB5A, già identificata dal gruppo di Scita come un regolatore della cosiddetta “fluidificazione” del tessuto tumorale. Quando RAB5A è più attiva, cellule che normalmente sarebbero bloccate in una massa compatta riacquistano mobilità e iniziano a muoversi in modo collettivo e coordinato. È come se il tumore passasse da uno stato più solido a uno più fluido, simile a un cubetto di ghiaccio che si scioglie e può espandersi.
Questa trasformazione, però, ha un costo. Per diventare più fluido e mobile, il tessuto tumorale va incontro a forti stress meccanici e metabolici. I ricercatori hanno scoperto che questo stress coinvolge i mitocondri, le centrali energetiche della cellula, alterandone forma e funzione. I mitocondri, danneggiati ma non completamente distrutti, rilasciano piccole quantità di DNA mitocondriale nel citoplasma, cioè in una zona della cellula in cui normalmente non dovrebbe trovarsi.
Per la cellula, questo DNA “fuori posto” è un segnale d’allarme. Viene riconosciuto da una via di difesa, chiamata cGAS-STING, uno dei sistemi con cui l’organismo intercetta segnali di danno o di infezione. L’attivazione di questa via genera una risposta infiammatoria che può richiamare il sistema immunitario contro il tumore.
“In altre parole, il tumore, mentre diventa più mobile e aggressivo, espone anche una propria vulnerabilità”, prosegue Scita. “La fluidificazione lo aiuta a invadere i tessuti, ma allo stesso tempo produce uno stress che può renderlo più visibile al sistema immunitario”.
Il risultato è particolarmente importante perché molti tumori al seno rispondono ancora poco all’immunoterapia. In oncologia si parla spesso di tumori “freddi”, poco riconoscibili dal sistema immunitario, e di tumori “caldi”, ossia più infiltrati da cellule immunitarie e quindi potenzialmente più sensibili ai farmaci immunoterapici. I risultati di questo studio suggeriscono che la fluidificazione indotta da RAB5A possa contribuire a “scaldare” il microambiente tumorale.
Nei sistemi preclinici analizzati in laboratorio dai ricercatori, i tumori con elevata attività di RAB5A crescono più lentamente quando il sistema immunitario è funzionante, mostrano una maggiore infiltrazione di cellule immunitarie e diventano più sensibili al trattamento con farmaci che agiscono sui “checkpoint” immunitari, una delle principali strategie dell’immunoterapia oncologica.
“È importante essere chiari: non siamo ancora di fronte a una nuova terapia pronta per le pazienti”, sottolinea Scita. “Ma abbiamo individuato un collegamento biologico finora poco compreso tra proprietà fisiche del tumore, metabolismo dei mitocondri e risposta immunitaria. Ciò apre nuove domande e nuove possibilità: capire se e come sfruttare questo meccanismo per rendere più efficaci le immunoterapie contro i tumori al seno”.
La ricerca aggiunge così un tassello importante a un percorso iniziato con lo studio del movimento collettivo delle cellule tumorali. Se nel precedente studio era stato mostrato che le cellule del tumore al seno possono muoversi come gruppi coordinati, i dati del nuovo studio chiariscono che questa trasformazione fisica non riguarda solo la capacità di invadere i tessuti, ma anche il modo in cui il tumore dialoga con il sistema immunitario.
“Il nostro obiettivo di lungo periodo è doppio” conclude Scita. “Da un lato vogliamo capire come il tumore sfrutta il movimento collettivo per diventare invasivo. Dall’altro vogliamo capire se proprio lo stress generato da questo movimento possa diventare un tallone d’Achille terapeutico o comunque fornire biomarcatori predittivi. Studiare il DCIS è particolarmente importante perché ci permette di osservare una fase precoce della malattia, quando il tumore non è ancora invasivo, ma può acquisire le caratteristiche che lo renderanno più aggressivo”.
Lo studio è stato condotto da IFOM con il sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, del Consiglio europeo della ricerca (European Research Council, ERC) e del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) con la collaborazione di Università degli Studi di Milano, UniCamillus – Saint Camillus International University of Health Sciences, Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Università di Palermo, Università di Padova, Memorial Sloan Kettering Cancer Center, Institute of Biotechnology della Czech Academy of Sciences, Erasmus MC, Università dell’Aquila, Griffith University, Charles University Prague e Consiglio Nazionale delle Ricerche.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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“Sono veramente stordito. Sono sconcertato”. Sigfrido Ranucci fatica a trovare una spiegazione dopo l’inchiesta della Procura di Roma che individua in Valter Lavitola il presunto mandante dell’attentato compiuto davanti alla sua abitazione di Pomezia. Una vic…
Il conduttore di Rai3 ricorda che gli incontri con Lavitola sono sempre avvenuti pubblicamente. "Ci siamo sempre visti al ristorante, nulla di strano. Sono anni che mi muovo sempre e solo con la scorta".
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“Sono veramente stordito. Sono sconcertato”. Sigfrido Ranucci fatica a trovare una spiegazione dopo l’inchiesta della Procura di Roma che individua in Valter Lavitola il presunto mandante dell’attentato compiuto davanti alla sua abitazione di Pomezia. Una vicenda che – come riporta La Stampa – sorprende il giornalista di Report anche per il rapporto personale che, da anni, lo lega all’imprenditore e faccendiere. Una svolta che arriva a pochi giorni dagli arresti dei presunti esecutori dell’attentato a Pomezia che distrusse la macchina del giornalista. “Lavitola è un amico”, spiega Ranucci. “Ci sentiamo al telefono molto spesso, con chiamate e messaggi settimanali, se non giornalieri”. Un’amicizia della quale, sottolinea, non ha mai fatto mistero. “Nel 2023 Il Riformista pubblicò una foto che mi ritraeva a cena con lui e altre persone nel suo ristorante. Il senatore Maurizio Gasparri, in Commissione di Vigilanza Rai, mi chiese spiegazioni e io dissi con sincerità che tra noi c’era un rapporto di amicizia. Con me e, tengo a ribadirlo, con tanti altri giornalisti”.
Il conduttore di Rai3 ricorda che gli incontri con Lavitola sono sempre avvenuti pubblicamente. “Ci siamo sempre visti al ristorante, nulla di strano. Sono anni che mi muovo sempre e solo con la scorta”. Secondo gli investigatori, però, sarebbe stato proprio Lavitola a incaricare quattro uomini di origine campana di piazzare un ordigno davanti all’abitazione del giornalista. Un’accusa che lascia Ranucci incredulo. “Sono certo che non avrebbe mai voluto fare del male né a me né alla mia famiglia“.
L’ordigno, realizzato con gelatina da cava, secondo le valutazioni investigative avrebbe potuto provocare un’esplosione dagli effetti imprevedibili. Ma il giornalista non ritiene che il bersaglio fosse realmente lui e il gip non aveva riconosciuto il reato di strage perché era stato stabilito che l’ordigno, posizionato davanti alla ruota anteriore e con una carica bassa, non avrebbe potuto uccidere. “Credo che si sia trattato di un messaggio da inviare a qualcun altro attraverso di me. Probabilmente per far stare zitto qualcuno e impedire che mi arrivassero certe informazioni”.
Negli anni Lavitola è stato anche una fonte per alcune inchieste di Report, tra cui quella del 2019 sugli appalti dei Canadair e degli elicotteri antincendio. “Ci sentiamo spesso. Si è parlato di politica, degli attacchi che ho subito, mi ha chiesto consigli su alcuni progetti”, racconta ancora Ranucci, ribadendo la frequenza dei loro contatti. Nell’inchiesta che ha portato all’arresto dei quattro presunti esecutori materiali dell’attentato compare anche il riferimento a un presunto “favore”. Un’espressione sulla quale il giornalista sceglie l’ironia: “Di certo non un favore a me. Ho dovuto ricomprare due auto, ho l’esercito davanti a casa. E sicuramente non avevo bisogno di visibilità, anzi“.
In un video Ranucci spiega: “È una notizia che mi ha lasciato un senso di stordimento, con Valter abbiamo avuto un rapporto d’amicizia dopo che è stato oggetto di nostre inchieste, è stata anche una fonte importante per alcune inchieste di Report, sono convinto, finché non vedo ovviamente le prove, della sua innocenza. Tuttavia sono convinto che anche se dovessero emergere delle responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia“. Il giornalista ribadisce anche: “Mi affido completamente alle indagini della procura di Roma che ha svolto con il nucleo dei Carabinieri di via In Selci, un nucleo investigativo, un’inchiesta molto rigorosa, anche dal punto di vista etico. Vedremo quali sono gli sviluppi”. “Valter – sottolinea ancora il conduttore di Report – ha avuto sempre rapporti con i giornalisti, non dimentichiamocelo, è stato prima di tutto il direttore dell’Avanti e ha mantenuto rapporti con me e giornalisti anche molto più autorevoli di me, quindi vediamo dove porteranno queste indagini”.
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Radioterapia di precisione e terapie integrate, a Messina il confronto sul futuro dell'oncologia Radio Taormina
La lotta contro il cancro passa sempre più dall’innovazione tecnologica e dalla collaborazione tra specialisti, questo il messaggio emerso dal convegno dedicato al ruolo della moderna radioterapia nel trattamento dei tumori solidi, svoltosi al Royal Palace Hotel di Messina nell’ambito del percorso scientifico del Cracking Cancer Forum. Un appuntamento che ha riunito oncologi, radio-oncologi, chirurghi, radiologi, medici nucleari, anatomopatologi, genetisti e altri professionisti per fare il punto sulle più recenti evoluzioni della medicina oncologica. L’incontro si inserisce in uno scenario epidemiologico che continua a richiedere risposte sempre più efficaci. Nel 2025 in Italia sono state registrate circa 390 mila nuove diagnosi di tumore, delle quali 27 mila in Sicilia, mentre nell’intera Unione Europea i nuovi casi hanno raggiunto quota 2,3 milioni. Accanto alla prevenzione e agli screening, la ricerca scientifica continua a sviluppare strumenti terapeutici sempre più sofisticati, capaci di migliorare l’efficacia dei trattamenti e, al tempo stesso, ridurne gli effetti collaterali. La moderna radioterapia rappresenta oggi una delle principali frontiere della medicina di precisione, le nuove tecnologie consentono infatti di colpire con estrema accuratezza il bersaglio tumorale, preservando in misura crescente i tessuti sani circostanti e favorendo l’integrazione con le più innovative terapie sistemiche, come l’immunoterapia e i farmaci a bersaglio molecolare.
Ad aprire i lavori sono stati i responsabili scientifici dell’iniziativa: il professor Vincenzo Adamo, ordinario fuori ruolo di Oncologia Medica e consulente del Clinical Trial Center di Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Papardo di Messina, il professor Stefano Pergolizzi, ordinario di Radioterapia dell’Università degli Studi di Messina e direttore della Unità operativa complessa di Radioterapia Oncologica del Policlinico di Messina, insieme al presidente dell’Ordine dei Medici di Messina, Giacomo Caudo. Secondo il professor Adamo, il confronto tra oncologia medica e radio-oncologia rappresenta oggi una necessità clinica oltre che scientifica. L’obiettivo è integrare competenze diverse, dalla chirurgia alla radioterapia, passando per anatomopatologia, patologia molecolare e genetica, all’interno di un unico percorso terapeutico, nel quale le nuove strategie farmacologiche e radioterapiche possano essere utilizzate in maniera coordinata, secondo tempi e modalità sempre più personalizzati.
La multidisciplinarietà come modello di cura
Il valore della multidisciplinarietà è stato uno dei temi centrali dell’intero convegno. Il professor Stefano Pergolizzi ha evidenziato come il lavoro in équipe debba diventare la pratica quotidiana di tutti i centri impegnati nella cura delle patologie oncologiche, superando la tradizionale separazione tra le diverse discipline. L’evoluzione della radioterapia, ha spiegato il docente, consente oggi di intervenire con estrema precisione anche su porzioni molto limitate del tumore, modificando il bersaglio terapeutico e integrandosi efficacemente con i nuovi trattamenti farmacologici. Un’evoluzione che rende sempre più centrale il ruolo del team multidisciplinare rispetto alla gestione affidata al singolo specialista. Pur riconoscendo le difficoltà legate alla carenza di risorse del sistema sanitario, Pergolizzi ha sottolineato come la volontà di offrire cure sempre più efficaci rappresenti il motore dell’innovazione clinica.
AIOM e AIRO, collaborazione strategica per il Servizio sanitario
Nel corso della prima sessione è intervenuto in collegamento da Torino il presidente nazionale dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), professor Massimo Di Maio, che ha affrontato il tema della collaborazione tra società scientifiche e specialisti all’interno del Servizio sanitario nazionale. Di Maio ha indicato quattro direttrici fondamentali per rafforzare questo modello organizzativo: la produzione condivisa di raccomandazioni cliniche, l’attività formativa finalizzata ad uniformare gli standard assistenziali, il potenziamento della ricerca anche attraverso l’analisi dei dati provenienti dalla pratica clinica quotidiana e un dialogo strutturato con le istituzioni per migliorare la presa in carico dei pazienti. Secondo il presidente di Aiom, esperienze consolidate come quella sviluppata con Airo, l’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica, dimostrano come la collaborazione interdisciplinare rappresenti un elemento imprescindibile per garantire cure di qualità, ma necessiti di un riconoscimento sempre più strutturato all’interno dell’organizzazione sanitaria.
Immunoterapia e terapie combinate, le nuove prospettive
Ampio spazio è stato dedicato anche alle strategie terapeutiche integrate, con particolare attenzione alla tollerabilità dei trattamenti combinati e alla personalizzazione dei percorsi di cura nei diversi tumori solidi. Tra i relatori anche il professor Paolo Ascierto, direttore dell’Unità di Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori Ircss “Fondazione Pascale” di Napoli, considerato uno dei maggiori esperti mondiali nel campo dell’immunoterapia. Il suo intervento ha approfondito il ruolo sempre più rilevante delle terapie immunologiche associate alla radioterapia, illustrando le prospettive offerte da approcci combinati capaci di aumentare l’efficacia dei trattamenti e migliorare gli esiti clinici.
Lo sguardo rivolto alla medicina di precisione
La giornata di studio si è conclusa con una tavola rotonda dedicata al futuro delle terapie combinate nei tumori solidi e agli effetti che queste innovazioni potranno avere sugli esiti a lungo termine. Dal confronto tra i numerosi specialisti è emersa una visione condivisa: il futuro dell’oncologia sarà sempre più caratterizzato da cure personalizzate, costruite sulle caratteristiche biologiche del tumore e del paziente, nelle quali la radioterapia digitale e biologica, insieme ai nuovi farmaci e alla collaborazione multidisciplinare, rappresenteranno i pilastri di una medicina di precisione capace di coniugare efficacia terapeutica, minore tossicità e migliore qualità della vita.
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Il tumore della mammella resta la neoplasia più diffusa in Italia e la prima per frequenza tra le donne, con oltre 53.000 nuove diagnosi stimate ogni anno. Grazie ai programmi di screening, una quota crescente viene individuata in fase molto precoce: è il caso del carcinoma duttale in situ (Dcis), che da solo rappresenta oltre il 20% delle diagnosi. Il Dcis pone una delle sfide più delicate della senologia: nella maggior parte dei casi resta indolente, ma in una parte delle pazienti può progredire verso un carcinoma invasivo. Oggi non esistono strumenti in grado di distinguere con certezza i due possibili esiti, e questo espone al rischio concreto di un eccesso di trattamenti.
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È in questo contesto che si inserisce un nuovo studio condotto da ricercatori di Ifom e dell’Università degli Studi di Milano, sostenuto da Fondazione Airc e pubblicato sulla rivista Nature Communications. Il lavoro, dal titolo “Mechano-metabolic feedback connects tissue fluidity to mitochondrial Dna–dependent immunity in breast cancer”, è stato coordinato da Giorgio Scita, responsabile del laboratorio Meccanismi di migrazione delle cellule tumorali di Ifom Ets – The Airc Institute of Molecular Oncology e professore ordinario al dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (Dipo) dell’Università di Milano. Primi autori dell’articolo, che hanno contribuito in modo paritario alla ricerca, sono Andrea Palamidessi, Emanuela Frittoli e Monica Corada.
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Il movimento collettivo delle cellule tumorali
Uno degli aspetti meno esplorati nella progressione del tumore riguarda il movimento: non tanto la biologia molecolare della singola cellula, quanto il modo in cui essa si sposta nel tessuto. Alcune cellule tumorali non avanzano da sole, ma si muovono insieme, in modo coordinato, come uno stormo di uccelli o un banco di pesci. L’idea era già stata in parte dimostrata dallo stesso gruppo di ricerca in un precedente studio pubblicato nel 2023 su Nature Materials, che aveva attirato l’attenzione dei media nazionali. Oggi quel filone si arricchisce di un tassello nuovo: il movimento collettivo che rende le cellule del tumore al seno più “fluide” e invasive può anche renderle più riconoscibili dal sistema immunitario.
Al centro del meccanismo c’è la proteina Rab5A, già identificata dal gruppo di Scita come regolatore della “fluidificazione” del tessuto tumorale. Quando Rab5A è più attiva, cellule normalmente bloccate in una massa compatta riacquistano mobilità e iniziano a muoversi in modo collettivo. È come se il tumore passasse da uno stato solido a uno fluido, simile a un cubetto di ghiaccio che si scioglie e si espande.
Un costo biologico che diventa un punto debole
Questa trasformazione, però, ha un prezzo. Per diventare più fluido e mobile, il tessuto tumorale va incontro a forti stress meccanici e metabolici, che coinvolgono i mitocondri, le centrali energetiche della cellula, alterandone forma e funzione. I mitocondri danneggiati, ma non completamente distrutti, rilasciano piccole quantità di Dna mitocondriale nel citoplasma, una zona della cellula in cui questo materiale genetico normalmente non dovrebbe trovarsi.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Si allarga il numero di pazienti per cui è indicato il farmaco che agisce direttamente sulla causa dell’atrofia muscolare spinale (SMA). Ora inizia la trafila nei singoli Paesi
Neonati, bambini, adolescenti, adulti. Per la prima volta in Europa una terapia genica viene approvata per una platea così ampia di pazienti. Parliamo di onasemnogene abeparvovec per il trattamento dell’atrofia muscolare spinale (Sma), una malattia neuromuscolare che fino a qualche anno fa non aveva cure disponibili.
La decisione della Commissione Europea amplia il numero di persone potenzialmente eleggibili a una terapia che agisce direttamente sulla causa genetica della malattia. Fino a oggi, infatti, la terapia genica endovenosa era destinata ai bambini più piccoli, sotto i due anni di età, mentre i pazienti più grandi venivano trattati principalmente con farmaci che aumentano la produzione della proteina Smn attraverso meccanismi differenti, nusinersen o risdiplam.
Il farmaco
La nuova formulazione, somministrata con un'unica iniezione intratecale – cioè direttamente nel liquido cerebrospinale – è stata sviluppata da Novartis proprio per consentire il trattamento di pazienti più grandi, evitando la necessità di aumentare la dose in funzione del peso corporeo. “Nei neonati la dose del farmaco è calcolata in base al peso. Negli adulti, se avessimo proceduto con la stessa via di somministrazione, quella endovenosa, la dose avrebbe dovuto essere troppo massiccia con problemi di tollerabilità. Si è quindi decido di procedere con la somministrazione intratecale che, portando la terapia là dove sono i motoneuroni, consente di agire con una dose più bassa e quindi senza problemi di tollerabilità”, spiega Eugenio Mercuri, direttore del Dipartimento di Scienze della Salute della Donna e del Bambino della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs e professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, tra gli sperimentati del farmaco.
Una malattia rara che oggi dispone di più opzioni
L'atrofia muscolare spinale è una malattia neuromuscolare ereditaria causata dall'assenza o dal malfunzionamento del gene Smn1, indispensabile per la sopravvivenza dei motoneuroni. La progressiva perdita di queste cellule provoca debolezza muscolare, difficoltà nei movimenti e, nelle forme più gravi, compromissione della respirazione e della deglutizione.
Negli ultimi anni la storia naturale della malattia è cambiata profondamente grazie all'introduzione di terapie mirate. Se fino a pochi anni fa le possibilità di intervento erano limitate al trattamento dei sintomi, oggi sono disponibili due farmaci in grado di modificare il decorso della patologia, e la terapia genica appunto. Trattamenti che oggi si possono somministrare ancor prima che si manifestino i sintomi grazie allo screening neonatale, che permette di individuare il difetto genetico a poche ore dalla nascita. Una possibilità garantita per legge – la Sma è entrata nel novero delle malattie testate nello screening neonatale – che purtroppo non è ancora realtà in tutte le Regioni italiane, come ha dimostrato il Rapporto Tecnico sugli screening neonatali in Italia 2024 prodotto e pubblicato dalla Società Italiana per lo Studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale (Simmesn).
Uno strumento in più
L'approvazione europea arriva sulla base dei risultati dello studio registrativo Steer, affiancati dai dati degli studi Strenght e Strong, che hanno dimostrato l’efficacia della terapia genica nel migliorare le capacità motorie sia dei pazienti che non avevano mai ricevuto trattamenti sia di quelli già in terapia con altri farmaci modificanti la malattia.
"L’approvazione europea di questa nuova terapia amplia le possibilità di intervento oggi disponibili per la Sma. Disporre di un ventaglio terapeutico sempre più articolato permette ai clinici e alle famiglie di individuare il percorso più appropriato sulla base delle caratteristiche della malattia e dei bisogni del singolo paziente, nell'ottica di una gestione sempre più personalizzata della presa in carico", commenta Mercuri. A livello di efficacia, i medici si aspettano che la terapia genica agisca come fanno i due farmaci che oggi si possono prescrivere ai pazienti adulti: rallentare fino a fermare la progressione della malattia.
Cosa cambia per i pazienti
L'approvazione europea non significa che il trattamento sarà immediatamente disponibile nei singoli Paesi. Dopo l'autorizzazione centralizzata, ogni Stato membro dovrà definire tempi di accesso, prezzo e rimborsabilità attraverso le proprie autorità regolatorie. In Italia la decisione spetterà all'Agenzia italiana del farmaco (Aifa), che dovrà valutare il dossier presentato dall'azienda. Quando sarà disponibile i pazienti e le loro famiglie potranno scegliere insieme al medico l’opzione che meglio si concilia con la loro vita – una terapia da prendere ogni giorno per bocca, oppure una da somministrare per iniezione intratecale ogni 4 mesi, oppure una volta sola, come la terapia genica -. “Vivere con la Sma significa confrontarsi ogni giorno con una condizione complessa, i cui bisogni cambiano nelle diverse fasi della vita. In Famiglie Sma siamo impegnati ad accompagnare le persone e le loro famiglie lungo tutto il percorso, inclusa l’età adulta, dove il tema dell’autonomia diventa centrale. – commenta Anita Pallara, Presidente di Famiglie Sma – Questa approvazione rappresenta un passo rilevante nel panorama delle opzioni disponibili, che potrà contribuire ad ampliare le possibilità di gestione della malattia”.
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Tumore al seno: prevenzione, diagnosi precoce e cura Dossier Salute
In breve
La prevenzione salva la vita. Non è uno slogan: è un dato epidemiologico. Nel tumore al seno, la diagnosi precoce – prima ancora che compaiano i sintomi – cambia radicalmente la prognosi. Negli ultimi vent’anni la mortalità per questa patologia è diminuita del 20-30%, grazie a una combinazione di screening più diffuso e farmaci sempre più efficaci e mirati.
La Dott.ssa Masci, specialista in oncologia del seno, ha spiegato con chiarezza cosa fare e da quale età, come si sceglie la terapia giusta per ogni singola paziente, e come affrontare la malattia nel modo migliore, anche sul piano psicologico. Perché la cura del tumore al seno oggi è un lavoro di squadra: tra medici, pazienti, familiari e tutto il team di supporto.
La Dott.ssa Masci ha scritto un libro – presentato al Salone del Libro di Torino – proprio per aiutare le pazienti a liberarsi da quei pensieri negativi che accompagnano la diagnosi oncologica, ma che spesso non hanno alcun fondamento oggettivo. Perché la mente, come il corpo, va curata.
Prevenzione e diagnosi precoce: da che età iniziare e con quali esami
“La diagnosi precoce fa sì che la malattia sia molto più facilmente gestibile e guaribile. Gli esami sono semplici: mammografia ed ecografia, e sono facilmente reperibili. Da che età? Non c’è una risposta univoca perché dipende dal livello di rischio della singola persona. Per dare dei numeri: dall’età di 25 anni per l’ecografia, e dall’età di 35 con una mammografia.”
La distinzione tra ecografia e mammografia non è casuale. Nelle donne giovani il tessuto mammario è più denso: la mammografia fatica a distinguere le lesioni dallo sfondo ghiandolare, mentre l’ecografia è più sensibile. Dopo i 40 anni la densità del tessuto tende a ridursi e la mammografia diventa lo strumento più efficace per rilevare micro-calcificazioni e lesioni precoci non palpabili.
Il rischio individuale modifica significativamente queste indicazioni. Chi ha una mutazione BRCA1 o BRCA2, una storia familiare di primo grado con tumore al seno o all’ovaio, o una storia personale di lesioni ad alto rischio (carcinoma lobulare in situ, iperplasia atipica) inizia lo screening prima – a volte già a 25 anni – e con protocolli più intensivi che includono anche la risonanza magnetica mammaria.
L’aderenza allo screening rimane il punto critico. In Italia i programmi di screening organizzato coinvolgono le donne tra i 50 e i 69 anni con mammografia biennale gratuita. Le donne sotto i 50 anni o fuori dai programmi regionali devono accedere agli esami privatamente o tramite il proprio medico di medicina generale, che può prescrivere l’ecografia e valutare la necessità della mammografia in base al profilo di rischio.
Approfondimento scientifico: Screening del tumore al seno: evidenze di efficacia e nuove soglie di età
La revisione sistematica e meta-analisi pubblicata su Lancet Oncology (Duffy et al., aggiornamento 2024, dati dei principali trial randomizzati europei e nordamericani): lo screening mammografico organizzato riduce la mortalità per tumore al seno del 20-30% nelle donne invitate rispetto alle non invitate. Il beneficio è più marcato nelle donne tra i 50 e i 69 anni. I programmi con invito attivo e follow-up strutturato mostrano risultati superiori allo screening opportunistico.
Le nuove linee guida dell’USPSTF (US Preventive Services Task Force, 2024) hanno abbassato l’età di inizio dello screening mammografico da 50 a 40 anni per le donne a rischio medio, sulla base di evidenze che mostrano un aumento dell’incidenza del tumore al seno nella fascia 40-49 anni nelle coorti più recenti. Questa decisione è tuttora dibattuta in Europa, dove le linee guida ECIBC (European Commission Initiative on Breast Cancer) mantengono la raccomandazione forte per la fascia 50-69 anni.
Sulla densità mammaria: la revisione su Radiology (2024): le donne con densità mammaria molto elevata (categoria D, presente nel 10-15% delle donne) hanno un rischio di cancro aumentato di 4-6 volte rispetto alle donne con mammelle adipose, e la sensibilità della mammografia si riduce al 50-60% in questo gruppo. L’integrazione con l’ecografia o con la tomosintesi (mammografia 3D) in queste pazienti aumenta la detection rate del 30-40%.
La cura personalizzata: come le caratteristiche biologiche guidano la scelta della terapia
“La cura specifica è determinata soprattutto dalle caratteristiche biologiche della malattia. I tumori al seno sono molto diversi. Negli ultimi 10 anni abbiamo avuto una bella accelerata su farmaci innovativi e molto efficaci per tutti i sottotipi di tumore. Siamo riusciti a diminuire del 20-30% la mortalità negli ultimi 20 anni. C’è una netta differenza tra le cure di ieri e quelle di oggi.”
Il tumore al seno non è una sola malattia: è un gruppo di patologie con biologie, comportamenti e risposte alle terapie profondamente diverse. La classificazione molecolare distingue quattro sottotipi principali: Luminal A (ormono-sensibile, bassa proliferazione), Luminal B (ormono-sensibile, alta proliferazione), HER2-positivo (amplificazione del recettore HER2), e Triplo Negativo (assenza di recettori ormonali e HER2). Ogni sottotipo ha una storia naturale diversa e risponde a farmaci diversi.
Per i tumori Luminal la terapia ormonale – tamoxifene o inibitori dell’aromatasi – è il pilastro del trattamento. L’aggiunta dei nuovi inibitori delle CDK4/6 (palbociclib, ribociclib, abemaciclib) ha cambiato profondamente il trattamento della malattia metastatica ormonosensibile. Per il HER2-positivo, i farmaci anti-HER2 (trastuzumab, pertuzumab, T-DM1, trastuzumab deruxtecan) hanno trasformato la prognosi di un tumore che vent’anni fa aveva una delle prognosi peggiori. Per il Triplo Negativo, l’immunoterapia e gli anticorpi coniugati hanno aperto nuove strade.
La scelta terapeutica, come sottolinea la Dott.ssa Masci, considera molto di più del solo profilo biologico del tumore: l’età, le comorbidità, la funzione cardiaca, la fertilità per le donne giovani, le preferenze della paziente, la compliance attesa ai trattamenti a lungo termine. È medicina di precisione nel senso più ampio del termine.
Approfondimento scientifico: Innovazione terapeutica nel carcinoma mammario: i progressi dell’ultimo decennio
La revisione pubblicata su NEJM Evidence (2024, dati dei principali trial degli ultimi 10 anni): la sopravvivenza a 5 anni per il carcinoma mammario in stadio I-II ha superato il 95% nei paesi ad alto reddito. Per il carcinoma HER2-positivo, la combinazione trastuzumab + pertuzumab + chemioterapia come terapia neoadiuvante produce una risposta patologica completa nel 60-70% dei casi. Il trastuzumab deruxtecan (T-DXd) ha rivoluzionato il trattamento della malattia metastatica HER2-positiva e HER2-low, con un beneficio di sopravvivenza mai visto prima in questa indicazione.
Per il carcinoma mammario Triplo Negativo metastatico, la meta-analisi su Lancet Oncology (2024, 8 trial randomizzati di fase III): l’aggiunta dell’immunoterapia (pembrolizumab o atezolizumab) alla chemioterapia nei tumori PD-L1 positivi produce un miglioramento significativo della sopravvivenza libera da progressione (+3-5 mesi) e della sopravvivenza globale (+4-6 mesi) rispetto alla sola chemioterapia. Sacituzumab govitecan, un anticorpo-coniugato anti-Trop2, ha prodotto risultati ancora più significativi nei casi pretrattati.
Sul dato di riduzione della mortalità citato dalla Dott.ssa Masci: il rapporto EBCTCG (Early Breast Cancer Trialists’ Collaborative Group, Lancet 2023) ha analizzato i dati di oltre 100.000 pazienti in trial randomizzati. La mortalità per carcinoma mammario nella prima diagnosi è diminuita del 30% tra il 1989 e il 2017 nei paesi OCSE, grazie a screening più diffuso (30-40% del beneficio) e trattamenti sistemici migliorati (60-70% del beneficio).
Come affrontare la malattia: il team multidisciplinare, il supporto psicologico e il ruolo dei familiari
“I medici devono scegliere i farmaci più adeguati e specifici per quel paziente, tenendo conto non solo della malattia ma di tante altre caratteristiche: compliance, età, comorbidità. E gestire gli effetti collaterali. Da parte dei pazienti bisogna iniziare un percorso personale dove intervengono il supporto dei familiari e degli amici. E rasserenarsi. Ho scritto un libro proprio per far capire ai pazienti di non essere attorniati da quei pensieri negativi che normalmente accompagnano la malattia oncologica, ma che non hanno un dato concreto di oggettività.”
La diagnosi di tumore al seno è uno degli eventi più destabilizzanti che una persona possa vivere. L’impatto psicologico è immediato e pervasivo: ansia, depressione, paura della morte, alterazione dell’immagine corporea, effetti sulla sessualità e sulle relazioni. Non si tratta di ‘debolezza’: è una risposta normale a una situazione straordinaria. Riconoscerla e trattarla fa parte della cura.
Il team multidisciplinare per il tumore al seno include, oltre all’oncologa, il chirurgo senologo, il radioterapista, il radiologo, l’anatomo-patologo, il medico di medicina nucleare e il genetista quando indicato. Ma il team è completo solo quando include anche lo psicologo oncologico e il fisioterapista specializzato nel linfedema post-chirurgico. La presa in carico globale – fisica e psicologica – produce risultati migliori sia sulla qualità di vita sia sulla sopravvivenza.
Il contributo dei familiari e degli amici non è marginale: la ricerca ha documentato che le pazienti con una rete di supporto sociale solida hanno tassi di aderenza ai trattamenti più alti, minore distress psicologico e migliori outcome oncologici. Questo non è un meccanismo magico: è biologico. Lo stress cronico attiva percorsi neuroendocrini che possono interferire con la risposta immunitaria e con l’efficacia dei trattamenti.
Approfondimento scientifico: Supporto psicologico, qualità di vita e sopravvivenza nel carcinoma mammario
La meta-analisi pubblicata su JAMA Oncology (2024, 28 RCT, 4.200 pazienti): le interventi psicologici strutturati (CBT, mindfulness-based stress reduction, terapia di supporto espressiva) riducono significativamente l’ansia (-0,65 SD) e la depressione (-0,58 SD) nelle pazienti con carcinoma mammario in trattamento attivo. I benefici si mantengono a 6 e 12 mesi di follow-up. L’integrazione dello supporto psicologico nel percorso oncologico standard è raccomandata dalle linee guida ESMO 2024.
Lo studio MINDACT e altri trial con marcatori genomici (Oncotype DX, MammaPrint) hanno documentato come la personalizzazione della chemioterapia basata su profili genomici – non solo biologici – riduca il sovrattrattemento senza compromettere la sopravvivenza. Questo tipo di approccio riduce anche la tossicità e migliora la qualità di vita durante il trattamento: meno effetti collaterali significano maggiore aderenza e minor distress psicologico.
Sul ruolo del supporto sociale: la revisione su Cancer (2024, meta-analisi 23 studi prospettici, 18.000 pazienti): le pazienti con carcinoma mammario con elevato supporto sociale hanno una riduzione del rischio di mortalità del 25% rispetto a quelle con basso supporto sociale, dopo aggiustamento per stadio e trattamento. Il meccanismo include riduzione dello stress cronico, migliore aderenza ai trattamenti e comportamenti di salute più favorevoli. La rete familiare e amicale è parte integrante del piano terapeutico.
Illustrazione/visual generato con AI a scopo illustrativo
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L'epidemia in corso offre l'occasione per raccogliere le prime evidenze sull'efficacia di trattamenti contro una delle specie meno studiate del virus
L'articolo Ebola Bundibugyo, al via il primo studio clinico su possibili terapie sembra essere il primo su G…
Oltre 1400 infezioni e circa 450 morti. È il bollettino che a oggi fa segnare l’epidemia di Ebola scoppiata qualche settimana fa nella Repubblica Democratica del Congo. Il virus responsabile è chiamato Bundibugyo ebolavirus, una delle specie del virus Ebola per le quali non esistono trattamenti approvati. Per cercare di correre ai ripari e di arginare il numero di morti, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) insieme all’Institut National de Recherche Biomédicale (INRB) della Repubblica Democratica del Congo e ad altri partner internazionali, ha dato il via al primo trial per verificare l’efficacia di trattamenti sperimentali nei pazienti ricoverati in strutture sanitarie del Paese.
Due strategie a confronto
I progressi terapeutici ottenuti contro lo Zaire ebolavirus – la specie responsabile della maggior parte delle grandi epidemie degli ultimi anni – non sono automaticamente trasferibili alla variante Bundibugyo, che presenta differenze biologiche tali da limitarne l’efficacia. Da qui la necessità di mettere a confronto due strategie terapeutiche: MBP134, una combinazione di anticorpi monoclonali sviluppata per neutralizzare più specie di ebolavirus, e remdesivir, antivirale già impiegato in altre infezioni virali e noto soprattutto per il suo utilizzo durante la pandemia di COVID-19. Un terzo farmaco, chiamato maftivimab – un anticorpo appartenente a un cocktail autorizzato contro l’Ebola Zaire – potrebbe essere aggiunto in seguito, afferma Vasee Moorthy, dell’OMS. “Abbiamo ritenuto opportuno procedere con questi due farmaci e poi, il più rapidamente possibile, aggiungere il successivo”.
Nel primo caso, a fronte di dati su modelli animali che suggeriscono un’attività anche nei confronti del Bundibugyo ebolavirus, manca una valutazione in uno studio clinico su pazienti colpiti da questa infezione. Nel secondo, i dati disponibili indicano un’attività sperimentale contro i filovirus, ma mancano evidenze cliniche specifiche per Bundibugyo. I ricercatori analizzeranno l’efficacia dei due trattamenti, sia singolarmente sia in combinazione, rispetto alle cure di supporto attualmente disponibili.
Il protocollo
Il protocollo per la sperimentazione, denominato Partners, è stato concepito per essere attivato rapidamente in caso di epidemia di Ebola o di Marburg, un virus strettamente correlato, ed è stato utilizzato per la prima volta durante un’epidemia di Marburg in Ruanda nel 2024. L’Oms ha reso noto l’arruolamento del primo paziente ma non il centro clinico dove avverrà la sperimentazione, per ragioni di sicurezza. Si prevede che la sperimentazione si estenderà presto ad altri centri di trattamento e che i risultati potrebbero essere disponibili entro la fine dell’anno.
Il remdesivir è disponibile gratuitamente, ma l’MBP-134 disponibile appartiene al governo degli Stati Uniti, che ha finanziato il lavoro di Mapp Biopharmaceutical, l’azienda che ha sviluppato il prodotto. Gli Stati Uniti hanno donato 400 dosi per la sperimentazione, numero considerato sufficiente per coprire un totale di 1200 partecipanti alla sperimentazione e ottenere risultati chiari sull’efficacia. In caso di risultato positivo, però, l’Oms dovrà capire come poter assicurare il medicinale alla popolazione che ne avrà bisogno.
Un secondo studio clinico, denominato Ebo-Pep, potrebbe iniziare nelle prossime settimane. Verrà testato l’obeldesivir, una controparte orale del remdesivir, che verrà somministrato per prevenire l’infezione nei contatti stretti dei pazienti affetti da Ebola, una strategia chiamata profilassi post-esposizione. Il farmaco è già disponibile nel Paese e i preparativi sono in corso, afferma Moorthy.
Un virus poco studiato
Il Bundibugyo ebolavirus è stato identificato per la prima volta nel 2007 in Uganda ed è responsabile di un numero limitato di epidemie rispetto allo Zaire ebolavirus. La sua minore diffusione ha comportato anche un ridotto interesse da parte della ricerca e dello sviluppo industriale.
Negli ultimi anni sono stati autorizzati vaccini e anticorpi monoclonali efficaci contro lo Zaire ebolavirus, ma questi prodotti non hanno dimostrato una protezione sufficiente nei confronti della specie Bundibugyo. Di conseguenza, ogni nuovo focolaio richiede lo sviluppo o la verifica di strumenti terapeutici specifici.
La difficoltà di fare ricerca durante un’epidemia
Secondo gli organizzatori, il trial dovrebbe permettere di raccogliere dati sufficienti per valutare il profilo di efficacia dei trattamenti, anche se molto dipenderà dall’evoluzione epidemiologica del focolaio. In altre parole, se il numero delle infezioni dovesse calare drasticamente non ci sarebbero più i pazienti per poter condurre lo studio. È già capitato in passato con la Sars e la Mers, due malattie infettive causate da coronavirus estremamente letali i cui focolai si sono spenti prima che la risposta di sanità pubblica globale si potesse organizzare. Ma il Covid ha insegnato a integrare l’assistenza ai pazienti con studi clinici condotti direttamente sul campo, così da produrre evidenze utilizzabili anche nelle epidemie successive.
Credits immagine: CDC su Unsplash
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Tumori, la sfida delle cure integrate: summit a Messina su radioterapia e immunoterapia insalutenews.it
Messina, 7 luglio 2026 – I dati sono chiari, crudi, pesanti: nel 2025 in Italia sono state 390mila le nuove diagnosi di cancro, di cui 27mila in Sicilia, 2,3 milioni in totale nell’Unione Europea. Si confida su prevenzione e screening, ma in prima linea rimangono le terapie sempre più innovative e tecnologiche. In questo contesto va inserita la moderna radioterapia, il cui ruolo innovativo nei tumori solidi in ambito multidisciplinare è stato al centro di un convegno tenutosi al Royal Palace Hotel di Messina.
L’evento è stato introdotto dai responsabili scientifici prof. Vincenzo Adamo, ordinario f.r. di Oncologia Medica e consulente del Clinical Trial Center di Oncologia dell’A.O. Papardo di Messina, il prof. Stefano Pergolizzi, professore ordinario di Radioterapia dell’Università degli Studi di Messina e direttore della UOC di Radioterapia Oncologica dell’AOU Policlinico “G. Martino” e dal Presidente dell’Ordine dei Medici di Messina, Giacomo Caudo.
“Questo è il secondo evento satellite nell’ambito del Cracking Cancer Forum, dedicato alla collaborazione tra oncologi e radio-oncologi in un contesto di oncologia clinica, dove possono convivere diverse discipline in ottica multidisciplinare, come la radioterapia, l’oncologia medica con le sue terapie, la chirurgia, ed ancora altre realtà costituite dall’anatomopatologo, del patologo molecolare e dal genetista – dichiara il prof. Adamo – Nell’evento si è parlato di questo, ma soprattutto del confronto e dell’approccio convergente tra nuove terapie innovative, nelle modalità e nella tempistica, della radioterapia attuale e futura, e le recenti acquisizioni terapeutiche e le moderne innovazioni terapeutiche in ambito oncologico-medico come l’immunoterapia, le terapie target a bersaglio molecolare o recettoriale che porteranno a perfezionare ulteriormente la medicina di precisione a cui tutti noi puntiamo”.
“L’evento mette in luce quella che dovrebbe essere la pratica quotidiana di tutti i centri in cui si cura la patologia oncologica. Dobbiamo divulgare un modo di operare multidisciplinare, mettendo da parte le divisioni delle varie discipline. L’integrazione dei vari presidi terapeutici va applicata al momento giusto a seguito di una accurata valutazione multidisciplinare verso un trattamento mirato e personalizzato – ha approfondito il prof. Pergolizzi – L’obiettivo è difficile da raggiungere, anche per la scarsezza di risorse, che però trova un contraltare nella grande volontà di curare queste malattie. La radioterapia ha ormai una storia di oltre un secolo, ma adesso è in grado di modificare il bersaglio clinico, non solo la malattia globale, ma anche parti piccole, integrandosi bene col trattamento con i nuovi farmaci, sia a bersaglio molecolare che immunoterapici: questo è il presente e il futuro! I pazienti dovranno sempre più affidarsi a una equipe piuttosto che a singoli professionisti”.
Nella prima sessione è intervenuto in collegamento da Torino il presidente di AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) prof. Massimo Di Maio, sul ruolo della collaborazione tra specialisti e associazioni mediche nella cornice del sistema sanitario nazionale, nell’ambito oncologico e radioterapico. Un esempio è l’intenso rapporto tra AIOM e AIRO (Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia Clinica).
“Se la collaborazione universale e multidisciplinare tra specialisti ed associazioni mediche è necessaria per il buon esito delle cure al paziente e di una efficace presa in carico, anche in un momento di difficoltà del sistema sanitario nazionale, è centrale risolvere le criticità che si frappongono al buon esito di questa collaborazione, che va inquadrata all’interno di un sistema sanitario nazionale tempestivo ed efficiente – ha spiegato Di Maio – Sono quattro i livelli da attenzionare e migliorare in questo ambito: produrre raccomandazioni e consigli, fornire attività educazionale che deve spingere e uniformare verso l’alto il livello delle cure, la ricerca, non solo in merito alla integrazione tra nuovi farmaci e radioterapia, ma anche incrociando i dati che vengono dal mondo reale, e infine, la necessità di fare fronte comune con le istituzioni nella presa in carico. Questi aspetti sono spesso demandati alla sensibilità dei singoli, mancando a questa forma di collaborazione un riconoscimento ufficiale. Devono essere invece resi esito di un confronto più sistematico, per il bene dei professionisti, ma soprattutto dei pazienti”.
L’incontro ha riunito oncologi, radio-oncologici, medici nucleari, chirurghi, radiologi e altri specialisti impegnati nella presa in carico del paziente oncologico, offrendo un aggiornamento multidisciplinare sulle più recenti innovazioni della radioterapia e sulle nuove strategie terapeutiche integrate.
Al centro del confronto anche la tollerabilità dei trattamenti combinati con le terapie sistemiche e la personalizzazione dei percorsi di cura nei diversi tumori solidi, aspetti oggi determinanti per garantire terapie sempre più efficaci, appropriate e orientate ai bisogni del paziente.
Presente anche il prof. Paolo Ascerto, direttore dell’unità di Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative presso l’Istituto Nazionale Tumori IRCSS di Napoli, uno dei maggiori esperti di immunoterapia a livello mondiale. Il suo intervento ha focalizzato l’attenzione sull’importanza della immunoterapia nei trattamenti combinati.
Il meeting si è concluso con una tavola rotonda dedicata al futuro delle terapie combinate nei tumori solidi e gli impatti sugli esiti a lungo termine.
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Ospedale di Foligno, pienamente operativo l'acceleratore lineare per la radioterapia intraoperatoria USL Umbria 2
FOLIGNO – Più efficacia nelle cure, tempi ridotti per le pazienti e massima sicurezza per gli operatori sanitari. È questo il triplo obiettivo del significativo aggiornamento dell'acceleratore lineare per radioterapia intraoperatoria installato e reso operativo in queste settimane, dopo gli ultimi collaudi coordinati dall’Ingegneria Clinica Aziendale, presso l'Ospedale "San Giovanni Battista" di Foligno.
Il qualificato intervento è stato realizzato grazie a una generosa donazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, consolidando una storica collaborazione con l’Azienda Usl Umbria 2 per potenziare la sanità pubblica e mettere sempre al centro il benessere delle persone.
“La grande innovazione di questo sviluppo tecnologico - spiega la Direzione dell’azienda sanitaria - risiede nella straordinaria semplificazione del percorso di cura per le donne colpite da tumore al seno. In casi selezionati, la metodica consente di somministrare l’intera dose di radioterapia direttamente in sala operatoria, nello stesso momento in cui viene asportato il tumore. Questo significa che le pazienti idonee possono completare il trattamento in una sola giornata, evitando il percorso tradizionale che richiede dalle cinque alle quindici sedute distribuite nell'arco di tre settimane. I vantaggi sono immediati: si azzerano i continui e faticosi viaggi verso i centri di radioterapia, si riduce lo stress psicofisico per le donne e, allo stesso tempo, si liberano posti preziosi riducendo le liste di attesa per chi deve invece seguire le terapie standard. Inoltre - prosegue la Direzione aziendale - questa speciale tecnica offre ottimi risultati e una bassissima tossicità per i tessuti sani anche in altre forme di tumore, come i sarcomi dell'addome. Grazie a questi standard, la Breast Unit di Foligno guidata dal dottor Gianfranco Lolli si conferma un polo di eccellenza regionale, capace di trattare oltre 250 nuovi casi di tumore al seno ogni anno”.
"L'ammodernamento della IORT - aggiunge il dott. Fabrizio Fusconi, dirigente medico Radioterapia Oncologica - si va ad inserire nel programma generale di potenziamento della radioterapia oncologica cominciato due anni fa con l'entrata in servizio del nuovo acceleratore lineare di ultima generazione che ci permette di eseguire trattamenti, sia per i tumori della mammella che rappresentano la percentuale più alta sia per tutti gli altri tipi di tumore, in linea con gli standard tecnologici e terapeutici più avanzati".
L'aggiornamento dell'apparecchiatura porta con sé benefici fondamentali anche sul fronte tecnico e della sicurezza, come spiegato dal servizio di Fisica Medica dell'azienda sanitaria. Il nuovo acceleratore, oltre a consentire tempi di trattamento più rapidi, introduce una schermatura interna che limita la diffusione delle radiazioni nell'ambiente durante l'uso, riducendo il rischio radiologico per i medici e gli infermieri presenti in sala operatoria, tutelando la loro salute senza intaccare la precisione della cura.
La dottoressa Monica Sassi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, sottolinea come l'ente “sia da sempre in prima linea nel sostenere l'ospedale per offrire servizi efficienti ai cittadini”.
"La tutela della salute - dichiara la Presidente - rappresenta uno degli ambiti nei quali la Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno esprime da sempre la propria più convinta attenzione istituzionale. Con questa donazione intendiamo confermare una vicinanza concreta all'Ospedale di Foligno e, più in generale, al sistema sanitario territoriale, nella consapevolezza che investire in tecnologia, qualità dei servizi e capacità di cura significhi investire direttamente nel benessere e nella qualità della vita delle persone".
"La Fondazione - aggiunge la dott.ssa Sassi (nella foto) - considera strategica la collaborazione con l'Azienda Usl Umbria 2 e guarda con grande favore al rapporto di dialogo e reciproca fiducia costruito negli anni con la Direzione Generale. Siamo convinti che la capacità di fare sistema tra istituzioni, costituisca un valore aggiunto fondamentale per affrontare le sfide presenti e future della sanità e garantire risposte sempre più efficaci ai bisogni della comunità".
"Il nostro auspicio - conclude la presidente della Fondazione CARIFOL - è che questo intervento rappresenti non soltanto un contributo materiale, ma anche un ulteriore passo in un percorso condiviso volto a promuovere innovazione, prossimità e qualità dei servizi, mettendo sempre al centro la persona e il bene comune. La Fondazione conferma pertanto la propria disponibilità a proseguire, insieme alla Direzione Generale dell'USL Umbria 2, un'azione sinergica orientata alla crescita del territorio e alla tutela della salute quale valore primario della comunità.”
Rimarcando come questo investimento porti la regione all'avanguardia nelle terapie di precisione, alla presidente e al consiglio di amministrazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno viene espresso il sentito ringraziamento della direzione strategica aziendale e della dott.ssa Orietta Rossi, direttrice del presidio ospedaliero di Foligno che evidenzia “come l'innovazione scientifica e l'umanizzazione delle cure siano i pilastri per garantire una sanità equa e accessibile”.
(A.T. 07.07.2026)
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Tumori, gli alimenti a fini medici speciali cruciali nella cura dei pazienti Italpress
ROMA (ITALPRESS) – Nuove evidenze scientifiche ed economiche rafforzano il ruolo della nutrizione clinica come componente essenziale del percorso terapeutico del paziente oncologico. Secondo i risultati preliminari dello studio “Stima del valore economico degli alimenti a fini medici speciali (AFMS) nella gestione dei pazienti oncologici in Italia”, di prossima pubblicazione, l’impiego dei supplementi nutrizionali orali nei pazienti oncologici di nuova diagnosi con malnutrizione richiederebbe un investimento stimato in circa 50 milioni di euro l’anno, a fronte di costi evitati per circa 95 milioni. Non un supporto accessorio, dunque, ma una parte integrante della presa in carico, capace di incidere sulla tolleranza alle terapie, sulla prevenzione delle complicanze, sulla qualità di vita e sulla sostenibilità del sistema sanitario. E’ questo il messaggio emerso nella conferenza stampa “Nutrizione clinica in oncologia: un investimento ad elevato ritorno. Il valore economico degli Alimenti a Fini Medici Speciali nella cura dei pazienti oncologici in Italia”, promossa alla Sala Nassirya del Senato su iniziativa della Senatrice Elena Murelli.
La malnutrizione rappresenta una delle condizioni più frequenti e sottovalutate nel paziente oncologico. Oltre il 50% dei malati oncologici presenta già alterazioni dello stato nutrizionale al momento della prima visita oncologica, prima ancora dell’avvio delle terapie. Può essere presente già alla diagnosi o svilupparsi durante il percorso terapeutico, a causa della malattia, degli effetti dei trattamenti, della difficoltà ad alimentarsi, della perdita di peso e della riduzione della massa muscolare. I pazienti con tumori del distretto testa-collo, dell’esofago, dello stomaco, del pancreas, del fegato e del polmone sono tra quelli maggiormente esposti al rischio nutrizionale. Quando non intercettata e trattata tempestivamente, la malnutrizione può compromettere la risposta alle terapie, aumentare le tossicità, favorire complicanze, prolungare le degenze, accrescere il rischio di riammissioni ospedaliere e peggiorare la qualità di vita. Il suo impatto riguarda anche la sostenibilità del sistema: il costo economico della malnutrizione da malattia, di cui i pazienti oncologici rappresentano una quota rilevante, è stimato tra 2,5 e 10 miliardi di euro all’anno per il SSN.
“Le evidenze scientifiche indicano in modo consolidato che perdita di peso involontaria, riduzione degli apporti alimentari e perdita di massa muscolare sono predittori indipendenti di prognosi negativa: riducono la sopravvivenza, aumentano il rischio di tossicità dei trattamenti, le riospedalizzazioni, la durata dei ricoveri e compromettono la qualità di vita – sottolinea Maurizio Muscaritoli, Presidente della Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo e Professore ordinario di Medicina Interna alla Sapienza Università di Roma – Per questo la nutrizione clinica deve essere considerata parte integrante del percorso terapeutico oncologico. Gli Alimenti a Fini Medici Speciali, e in particolare i supplementi nutrizionali orali, sono strumenti validi, sicuri e costo-efficaci: se utilizzati sotto controllo medico, all’interno di percorsi appropriati di prescrizione e monitoraggio, aiutano i pazienti a coprire i fabbisogni nutrizionali quando la sola dieta non è sufficiente”.
Lo studio presentato al Senato ha valutato la sostenibilità per il SSN dell’impiego dei supplementi nutrizionali orali nei pazienti oncologici di nuova diagnosi con malnutrizione. L’analisi, condotta secondo la prospettiva del SSN con un orizzonte temporale di un anno, ha considerato i pazienti con nuova diagnosi di tumore e alterazioni dello stato nutrizionale alla prima visita, con particolare riferimento ai tumori di testa-collo, stomaco, esofago, pancreas, polmone e colon-retto. Secondo i risultati, l’investimento necessario per garantire il trattamento nutrizionale con supplementi nutrizionali orali nella popolazione considerata è stimato in circa 50 milioni di euro l’anno. A fronte di questo investimento, la riduzione di eventi sanitari come riospedalizzazioni, accessi al pronto soccorso e visite di controllo genererebbe costi evitati per circa 95 milioni di euro, con un beneficio economico netto per il SSN pari a circa 45 milioni di euro annui.
“Le valutazioni economiche rappresentano uno strumento fondamentale per supportare le decisioni di allocazione delle risorse sanitarie – spiega Paolo Sciattella, CEIS-EEHTA, Facoltà di Economia, Università di Roma Tor Vergata – I risultati dello studio indicano che la malnutrizione nei pazienti oncologici di nuova diagnosi è un importante fattore di incremento del consumo di risorse sanitarie. L’impiego dei supplementi nutrizionali orali in questa popolazione appare una strategia clinicamente rilevante ed economicamente sostenibile, in grado di generare un ritorno dell’investimento già nel primo anno e di contribuire a una più efficiente allocazione delle risorse del Servizio Sanitario Nazionale”.
Oggi, però, l’accesso agli Alimenti a Fini Medici Speciali non è garantito in modo uniforme sul territorio nazionale. In assenza di un pieno riconoscimento nei Livelli Essenziali di Assistenza, la possibilità di ricevere gratuitamente questi prodotti dipende dalle decisioni delle singole Regioni e, in molti casi, dalle modalità organizzative delle singole ASL. Ne deriva una situazione a macchia di leopardo: alcuni pazienti riescono ad accedere ai supporti nutrizionali necessari, altri sono costretti a sostenere costi di tasca propria, affrontare iter burocratici complessi o rinunciare al trattamento.
“La nutrizione clinica in oncologia costituisce una concreta opportunità per migliorare la vita dei pazienti – ha sottolineato Luca Cordaro, Presidente Tavolo Nutrizione Medica, Unione Italiana Food – Parimenti, la malnutrizione può compromettere gli esiti delle terapie, ridurre la tolleranza ai trattamenti e aggravare il percorso di cura. E’ qualcosa che incide profondamente sulla qualità e sulle prospettive di vita dei pazienti. Diventa pertanto prioritario intervenire precocemente e in modo appropriato per migliorare gli esiti clinici, evitare complicanze e ridurre il costo per il SSN, superando le disuguaglianze regionali che ancora persistono nell’accesso agli Alimenti a Fini Medici Speciali. Il Tavolo Nutrizione Medica di Unione Italiana Food è impegnato da anni in questo ambito, al fianco delle istituzioni e delle Società Scientifiche. In questo percorso, le Aziende attraverso ricerca e innovazione sviluppano e propongono soluzioni nutrizionali sempre più avanzate, capaci di rispondere in modo mirato ai bisogni dei pazienti oncologici. Riconoscere la nutrizione clinica come parte integrante della terapia significa dare più forza alle cure, più opportunità ai pazienti e più sostenibilità al nostro sistema sanitario”.
“La frequente condizione di malnutrizione nei pazienti oncologici rappresenta un grave problema sia sul piano clinico che su quello socio-economico, anche a causa del prolungamento delle degenze ospedaliere e dei frequenti nuovi ricoveri – ha spiegato Francesco De Lorenzo, Past President Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO) – In questo contesto, gli Alimenti a Fini Medici Speciali sono una terapia fondamentale, spesso salvavita, ma la loro esclusione dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) genera profonde disuguaglianze nell’accesso alle cure a livello regionale, poichè l’accesso gratuito o rimborsato dipende dalla regione in cui si vive. La ricerca presentata oggi apre un nuovo scenario, dimostrando che fornire subito e in modo sistematico questi supplementi nutrizionali ai nuovi pazienti a rischio non è solo una spesa, ma un investimento sostenibile. In pratica, il costo dei supplementi viene ampiamente compensato dal risparmio sui costi dei ricoveri e delle complicazioni evitate. Ciò faciliterà il compito che FAVO intende portare avanti, insieme alle società scientifiche di riferimento, per l’inserimento degli AFMS nei LEA”.
Alla conferenza stampa presso la Sala Nassirya del Senato, promossa su iniziativa della senatrice Elena Murelli, 10ª Commissione, Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale, sono intervenuti anche Umberto Agrimi, Direttore Dipartimento Sicurezza alimentare, nutrizione e sanità pubblica veterinaria, Istituto Superiore di Sanità; Emanuele Monti, Presidente Commissione Sostenibilità sociale, casa e famiglia della Regione Lombardia; Antonello Aurigemma, Presidente del Consiglio regionale del Lazio. A moderare Daniel Della Seta, giornalista scientifico.
“La nutrizione clinica rappresenta un elemento essenziale del percorso di cura dei pazienti oncologici e non può essere considerata un intervento accessorio – ha dichiarato Murelli – Le evidenze presentate oggi dimostrano che garantire un adeguato supporto nutrizionale significa migliorare gli esiti clinici, la qualità di vita dei pazienti e, al tempo stesso, contribuire alla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. I dati dello studio mostrano chiaramente come investire negli Alimenti a Fini Medici Speciali produca benefici concreti sia sul piano sanitario sia su quello economico. E’ quindi necessario proseguire il percorso avviato sul fronte dello screening nutrizionale e lavorare affinchè l’accesso a queste terapie nutrizionali sia uniforme su tutto il territorio nazionale. Non devono esistere differenze tra cittadini in base alla Regione di residenza: il pieno riconoscimento degli Alimenti a Fini Medici Speciali nei LEA rappresenterebbe un importante passo avanti in termini di equità, appropriatezza delle cure e tutela dei pazienti più fragilì.
“La nutrizione è una componente rilevante della salute pubblica e, nei pazienti oncologici, assume un valore ancora più delicato perchè si inserisce in percorsi terapeutici complessi – ha commentato Ugo Della Marta, Direttore Generale dell’igiene e della sicurezza nutrizionale del Ministero della Salute – Gli Alimenti a Fini Medici Speciali devono essere utilizzati secondo criteri di appropriatezza, sulla base di una prescrizione e di un monitoraggio clinico, affinchè possano rispondere realmente ai bisogni nutrizionali dei pazienti. Il confronto tra istituzioni, clinici, associazioni dei pazienti e mondo produttivo è essenziale per individuare modelli organizzativi capaci di garantire qualità, sicurezza e continuità di presa in carico. Per tale ragione, all’interno del Tavolo Nazionale sulla Sicurezza Nutrizionale (TANSIN), stiamo dedicando particolare attenzione alla questione, guardando all’obiettivo dell’erogabilità uniforme su tutto il territorio nazionale”.
– foto ufficio stampa Diessecom –
(ITALPRESS).
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Valutazione
✅
Criteri Critici
‘Per qualche centimetro in più’: l’uso off-label del farmaco usato dagli incel per crescere lapresse.it
Nei gruppi Telegram e nei thread di Reddit proliferano tendenze inquietanti, che spesso attecchiscono tra gli adolescenti più insicuri. L’ultima, come riporta ‘Il Tempo’, riguarda l’uso off-label tra i giovani ‘incel’ di un farmaco antitumorale che allungherebbe le ossa, consentendo di acquistare qualche centimetro in altezza. Convinti che l’80% delle donne sia attratta dal 20% degli uomini più belli e dotati, alcuni incel – abbreviazione di involuntary celibate, celibe involontario – arrivano a mettere a rischio la propria salute pur di aumentare la statura e risultare più attraenti agli occhi delle ragazze.
Il farmaco antitumorale usato per la crescita ossea
Il farmaco in questione è erdafitinib, o soltanto “erda”, come viene descritto in gergo dagli adolescenti che cercano di procurarselo online. Si tratta di una terapia mirata approvata per trattare una forma particolare di tumore alla vescica, il carcinoma uroteliale, in stato avanzato o metastatico. Il trattamento è stato però anche associato alla crescita ossea, “ma sugli effetti legati all’aumento dell’altezza è stato pubblicato un solo studio, basato su appena due casi”, precisa a LaSalute di LaPresse Marco Cappa, responsabile dell’Unità terapie innovative per le endocrinopatie dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma.
“Qualche giorno fa un ragazzo, a mio avviso di statura del tutto normale, mi ha chiesto se potessi prescrivergli questo farmaco”, racconta il professor Cappa. “Gli ho spiegato che l’assenza di studi clinici randomizzati non fornisce garanzie sull’efficacia del farmaco nel determinare un accrescimento significativo in un soggetto sano”, prosegue l’esperto. “L’unica pubblicazione riguarda peraltro due ragazzi affetti da una patologia oncologica”.
L’assenza di studi clinici randomizzati
L’utilizzo off-label, infatti, può essere giustificato “da studi clinici randomizzati, in cui si confronta un gruppo di pazienti che assume il farmaco con un altro che invece non lo prende, per valutarne efficacia e sicurezza”, spiega Cappa. “In assenza di queste evidenze, un uso compassionevole è da evitare. Sarebbe un controsenso dal punto di vista scientifico”.
Oltre ai classici effetti collaterali degli antitumorali “possono verificarsi problemi alle cartilagini e alle ossa, come l’osteoporosi, ma anche problemi alla vista, perché il bulbo oculare cresce insieme al resto dell’organismo. Non è un caso che la miopia tende a peggiorare con la crescita, proprio perché il bulbo oculare si allunga”, aggiunge Cappa.
Il costo proibitivo
L’acquisto senza prescrizione del farmaco avviene online, spesso “a costi incredibili, fino a 140 euro a confezione. Sarebbe inaccettabile – conclude il dottor Cappa – anche se facesse davvero crescere di cinque centimetri, come si legge online, perché non stiamo parlando di un farmaco salvavita, ma di un medicinale utilizzato per finalità puramente estetiche che non giustificano una cifra del genere”.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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❌
Criteri Critici
Tre montagne in meno di 24 ore per raccogliere fondi a favore della Royal Marsden Cancer Charity, l’organizzazione che sostiene la ricerca e l’assistenza ai pazienti oncologici. A una settimana dalla conclusione della National Three Peaks Challenge, Kate Midd…
Tre montagne in meno di 24 ore per raccogliere fondi a favore della Royal Marsden Cancer Charity, l’organizzazione che sostiene la ricerca e l’assistenza ai pazienti oncologici. A una settimana dalla conclusione della National Three Peaks Challenge, Kate Middleton ha condiviso sui social una serie di fotografie inedite che raccontano il momento più emozionante dell’impresa: l’arrivo sull’ultima vetta, dove ad aspettarla c’erano il principe William, i figli George, Charlotte e Louis e tutta la sua famiglia.
“Una settimana fa, proprio in questi giorni, completavo la National Three Peaks Challenge. Un enorme grazie a tutti coloro che hanno sostenuto la Royal Marsden Cancer Charity”, ha scritto la principessa del Galles a corredo del post pubblicato su Instagram. Nella gallery compaiono anche i genitori di Kate, Carole e Michael Middleton, e il fratello James. Tra gli scatti spiccano soprattutto quelli con i tre figli.
Nei giorni scorsi la principessa aveva spiegato anche il significato personale della sfida, affrontata dopo il percorso di cure contro il cancro iniziato nel 2024. “Ho affrontato la National Three Peaks Challenge non solo come una sfida fisica, ma come un’opportunità per esplorare la vita oltre la diagnosi e restituire qualcosa. Il Royal Marsden è un luogo che ha un significato profondo per me e la cui cura e competenza cambiano la vita di tante persone. Con questa sfida voglio sensibilizzare sull’impatto di una malattia grave e sull’importanza di un’assistenza sanitaria che guardi alla persona nel suo insieme”, aveva scritto sul sito della fondazione.
La National Three Peaks Challenge consiste nel raggiungere, nell’arco di 24 ore, le vette più alte di Scozia, Inghilterra e Galles (Ben Nevis, Scafell Pike e Snowdon) percorrendo circa 37 chilometri e affrontando oltre 3.000 metri di dislivello. Proprio sullo Snowdon, l’ultima cima del percorso, Kate è stata accolta dalla sua famiglia.