Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.0/100
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C
Valutazione
✅
Criteri Critici
Ospedale di Montebelluna: la labrador Joy entra in Oncologia per la chemioterapia di Barbara OggiTreviso
MONTEBELLUNA – Uno sguardo speciale, una zampa vicina al letto di degenza e tanta serenità per affrontare un momento estremamente delicato. Nella giornata di mercoledì 10 giugno, il Day Hospital Oncologico dell'ospedale di Montebelluna ha ospitato la prima applicazione di una procedura sperimentale unica nel suo genere: la paziente Barbara Guerra ha potuto svolgere la sua seduta di chemioterapia avendo al proprio fianco la sua inseparabile labrador Joy. Si tratta del debutto ufficiale in una struttura pubblica del Veneto della "Pet infusion", un percorso regolamentato che consente l'ingresso controllato degli animali d'affezione nei luoghi di cura.
Per Barbara si tratta della continuazione di un legame che l'ospedale aveva già tutelato: durante il precedente ricovero al Ca' Foncello di Treviso per l'operazione chirurgica, la donna aveva infatti ottenuto il permesso di incontrare Joy ogni giorno in reparto. Ora, la cagnolina l'ha scortata anche nella fase attiva del trattamento oncologico, un ambito assistenziale complesso vista la fragilità degli altri degenti immunocompromessi. “Per me essere qui con lei è una gioia, in tutti i sensi – racconta Barbara – Vado a scaricare la tensione e lo stress della terapia, anche se qui si sta bene. Mi ritengo molto fortunata, perché in tutto il decorso della malattia sono stata assistita al meglio. Mancava Joy, ma ora è qui con me. Ha vissuto la mia malattia, e poterla avere qui oggi mi è di grande sollievo”.
La concretizzazione del progetto è il frutto di un lavoro multidisciplinare che ha unito le necessità emotive della paziente alla massima sicurezza sanitaria. L'iniziativa ha visto collaborare l'Oncologia montebellunese con la Direzione Medica, il Risk Management, il Servizio per la Prevenzione del Rischio Infettivo e l'Igiene Urbana Veterinaria. Insieme hanno redatto un protocollo rigido che organizza gli accessi al di fuori dei normali orari assistenziali, salvaguardando gli spazi comuni e gli altri pazienti. Il programma è sostenuto da una raccolta fondi dedicata promossa dall'Ulss 2, utile a stabilizzare l'attività e a raccogliere risorse per esportarla in altri presidi.
Il direttore generale dell'Ulss 2, Giancarlo Bizzarri, ha espresso grande soddisfazione: “La presenza di Joy accanto a Barbara durante la chemioterapia rappresenta un momento importante per la nostra Azienda e per il percorso di umanizzazione delle cure che stiamo portando avanti. Questa esperienza nasce dall'ascolto di un bisogno concreto espresso da una paziente e dalla capacità dei nostri professionisti di trasformarlo in un progetto organizzativo sicuro e sostenibile”.
I benefici dell'iniziativa sul piano terapeutico sono stati ribaditi anche dal dottor Ottaviano Tomassi, il dirigente medico dell'Oncologia di Montebelluna che segue Barbara: “Ogni giorno noi medici oncologi e tutto il personale infermieristico cerchiamo di rendere l’ambiente accogliente per soddisfare i bisogni non solo fisici del paziente, ma anche emotivi. Aver avuto l’opportunità di mettere in atto questo progetto ci fa pensare che per il futuro si possa migliorare ulteriormente questa forma di assistenza, vista l’importanza che l’affettività riveste nel percorso di cura dei pazienti oncologici”. Una volta concluso il periodo di prova, l'Azienda sanitaria analizzerà i parametri clinici, organizzativi e di sicurezza per decidere se estendere in via definitiva il progetto a tutta la rete ospedaliera dell'Ulss 2.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.2/100
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Criteri Critici
Prima seduta di chemioterapia con il cane a fianco per una paziente dell'azienda Ulss 2 di Treviso, ieri, a Montebelluna (Treviso), grazie alla procedura sperimentale in Day hospital attivata qualche settimana fa. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.4/100
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Criteri Critici
Montebelluna. La prima chemioterapia di Barbara accanto alla sua Joy: "Che bello averla qui" Qdpnews
C’è una zampa appoggiata accanto a un letto preparato per la chemioterapia. E c’è uno sguardo familiare che accompagna un percorso di cura fatto di terapie, attese e speranza: ieri mercoledì, nel Day Hospital oncologico dell’Ospedale “San Valentino” di Montebelluna, la signora Barbara Guerra ha potuto affrontare la propria seduta di chemioterapia con accanto Joy, la sua inseparabile labrador, protagonista della prima applicazione della procedura sperimentale sviluppata dall’Ulss 2 per consentire, in condizioni controllate e autorizzate, la presenza del proprio animale d’affezione durante la terapia.
L’iniziativa rappresenta un ulteriore passo avanti in un percorso già avviato nei mesi scorsi. Durante il ricovero all’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso per l’intervento chirurgico correlato alla malattia, Barbara aveva infatti ottenuto l’autorizzazione a incontrare quotidianamente Joy in reparto. Ieri, per la prima volta, la cagnolina ha potuto accompagnarla anche durante una fase attiva del trattamento oncologico, in un contesto assistenziale particolarmente delicato, caratterizzato dalla presenza di pazienti fragili e immunocompromessi.
“Per me essere qui con lei è una gioia, in tutti i sensi – racconta Barbara -. Vado a scaricare la tensione e lo stress della terapia, anche se qui si sta bene. Mi ritengo molto fortunata, perché in tutto il decorso della malattia sono stata assistita al meglio. Mancava Joy, ma ora è qui con me. Ha vissuto la mia malattia, e poterla avere qui oggi mi è di grande sollievo”.
La possibilità di avere Joy accanto durante la terapia è il risultato di un percorso condiviso tra la paziente, i familiari e l’Azienda sanitaria, che ha portato all’apertura di un confronto multidisciplinare finalizzato a coniugare umanizzazione delle cure e sicurezza assistenziale.
La sperimentazione, prima di questo tipo in Veneto in un ospedale pubblico, è stata resa possibile grazie alla stretta collaborazione con l’Oncologia dell’Ospedale di Montebelluna e ha coinvolto la Direzione medica, il Day Hospital oncologico, il Risk management, il Servizio aziendale per la Prevenzione del rischio infettivo, il Servizio di Igiene urbana veterinaria e tutti i professionisti dedicati all’assistenza. Il lavoro svolto ha consentito di definire una procedura aziendale che disciplina l’accesso dell’animale in condizioni rigorosamente controllate e previamente autorizzate.
“La presenza di Joy accanto a Barbara durante la chemioterapia rappresenta un momento importante per la nostra Azienda e per il percorso di umanizzazione delle cure che stiamo portando avanti – dichiara il direttore generale dell’Ulss 2, Giancarlo Bizzarri –. Questa esperienza nasce dall’ascolto di un bisogno concreto espresso da una paziente e dalla capacità dei nostri professionisti di trasformarlo in un progetto organizzativo sicuro e sostenibile. Ringrazio l’équipe dell’Oncologia di Montebelluna, la Direzione medica, il Servizio veterinario, tutti gli altri servizi coinvolti per il lavoro svolto. Un ringraziamento particolare anche a tutte le associazioni che nel territorio si occupano di questo ambito”.
Per rendere possibile l’iniziativa è stata predisposta un’organizzazione dedicata, al di fuori dell’ordinaria attività assistenziale del Day Hospital, in modo da garantire il rispetto delle esigenze degli altri pazienti e la corretta gestione degli spazi e dei percorsi di cura.
Il progetto rientra in un più ampio percorso di umanizzazione delle cure ed è stato sostenuto attraverso una raccolta fondi dedicata promossa dall’Ulss 2. Le risorse raccolte consentono di sviluppare e consolidare le attività necessarie per rendere possibile la presenza degli animali d’affezione nei percorsi assistenziali. La raccolta fondi prosegue con l’obiettivo di sostenere l’evoluzione del progetto e favorirne, in futuro, l’estensione ad altre strutture aziendali.
“Ogni giorno noi medici oncologi e tutto il personale infermieristico cerchiamo di rendere l’ambiente accogliente per soddisfare i bisogni non solo fisici del paziente, ma anche emotivi – commenta il dottor Ottaviano Tomassi, dirigente medico del reparto di Oncologia a Montebelluna che ha in cura Barbara -. Aver avuto l’opportunità di mettere in atto questo progetto ci fa pensare che per il futuro si possa migliorare ulteriormente questa forma di assistenza, vista l’importanza che l’affettività riveste nel percorso di cura dei pazienti oncologici”.
Al termine del periodo previsto di sperimentazione, verrà effettuata una valutazione finale degli aspetti clinici, organizzativi e di sicurezza, sulla base della quale sarà valutata la possibilità di estendere il progetto all’intera Azienda.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
(Foto: Ulss 2 Marca trevigiana)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
73.0/100
Punteggio Totale
A
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Criteri Critici
Malattie rare del sangue, al Cervello arriva la terapia genica: "Prima struttura del Sud Italia" CLICCA PER IL VIDEO Sicilia Medica
Villa Sofia-Cervello entra nella rete delle terapie avanzate per le malattie rare del sangue. L’AOOR ha presentato oggi, 11 giugno 2026, nell’Aula Magna “Maurizio Vignola” del presidio Cervello, il programma di terapia genica per pazienti affetti da beta-talassemia trasfusione-dipendente e anemia falciforme severa.
L’attivazione del percorso porta in Sicilia una delle frontiere più avanzate della medicina personalizzata e rafforza il ruolo dell’ospedale palermitano nella presa in carico delle emoglobinopatie ereditarie. Per i pazienti siciliani eleggibili significa poter accedere a un trattamento innovativo all’interno della regione, con una presa in carico costruita tra valutazione ematologica, percorso trapiantologico, sicurezza clinica e monitoraggio di lungo periodo.
Alla conferenza stampa ha partecipato la direzione strategica aziendale, composta dal direttore generale Alessandro Mazzara, dal direttore sanitario Maria Lucia Furnari, il direttore amministrativo Luigi Guadagnino e il direttore del Coordinamento delle strutture di Staff aziendale, Tommaso Mannone.
Presenti anche l’assessore regionale alla Salute Marcello Caruso, il rettore dell’Università degli Studi di Palermo Massimiliano Midiri e il sindaco di Palermo Roberto Lagalla. All’incontro sono intervenuti inoltre i vertici del DASOE e del dipartimento Pianificazione Strategica dell’assessorato regionale della Salute, la Fondazione Franco e Piera Cutino, le associazioni dei pazienti talassemici e i rappresentanti delle aziende sanitarie e ospedaliere cittadine.
“Oggi è una giornata importante per l’intero sistema sanitario regionale. L’accreditamento di Villa Sofia-Cervello come centro di riferimento per la terapia genetica della beta-talassemia è un risultato che accredita la Sicilia anche a livello nazionale. È il segnale che la nostra sanità ha grandi capacità. Quando le istituzioni lavorano in sinergia, possono dare servizi di qualità a pazienti che convivono con malattie ereditarie complesse. Per questo voglio ringraziare la direzione strategica, i professionisti e le unità operative coinvolte. Ringrazio anche la Fondazione Franco e Piera Cutino, le associazioni dei pazienti e tutti coloro che hanno contribuito a raggiungere questo traguardo. A questo si aggiunge un’altra notizia importante. La Medicina trasfusionale ha ottenuto l’accreditamento per due anni, un passaggio decisivo per garantire continuità e sicurezza al percorso”, ha detto Mazzara.
Pazienti selezionati
Il programma riguarda pazienti con beta-talassemia trasfusione-dipendente e anemia falciforme severa, valutati secondo criteri clinici precisi. Il percorso è destinato a soggetti in una fascia di età definita, candidabili al trapianto di cellule staminali ematopoietiche e privi di un donatore familiare Human Leukocyte Antigen (HLA) compatibile.
Per chi convive con queste patologie, il peso della malattia entra nella quotidianità. La beta-talassemia trasfusione-dipendente può significare trasfusioni periodiche, terapie di supporto, controlli continui e monitoraggio delle complicanze. L’anemia falciforme severa può provocare crisi dolorose ricorrenti, accessi in ospedale e danni d’organo. La terapia genica offre ai pazienti eleggibili una prospettiva nuova, perché agisce sul meccanismo biologico della malattia e può ridurre in modo significativo la dipendenza dai trattamenti tradizionali.
Ematologia e UTMO
Il percorso coinvolge la Unità Operativa Complessa (U.O.C.) Ematologia e Malattie Rare e la Unità Operativa Semplice Dipartimentale (U.O.S.D.) Unità Trapianto Midollo Osseo (UTMO), con competenze integrate. L’Ematologia cura l’inquadramento specialistico, la valutazione dell’eleggibilità legata alla patologia, la definizione del percorso pre-terapia e il follow-up a lungo termine. L’UTMO segue la valutazione trapiantologica, il condizionamento, l’infusione del prodotto e la gestione del ricovero.
La presa in carico richiede il coordinamento tra più strutture aziendali. Accanto a Ematologia e UTMO intervengono Medicina Trasfusionale, laboratori dedicati, Farmacia, Centro di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), Biobanca di Genetica e Preservazione della Fertilità, Direzione sanitaria, Direzione amministrativa e gruppo multidisciplinare.
Dalla presa in carico al follow-up
Il direttore sanitario Maria Lucia Furnari ha spiegato che il trattamento prevede il prelievo delle cellule del paziente, il successivo trattamento in laboratorio e il rientro in struttura per l’infusione. Il primo paziente è atteso il 20 luglio. La degenza potrà durare tra 40 e 60 giorni, in un ambiente dedicato e con un monitoraggio costante.
L’ingresso nel programma comincia con una valutazione multidisciplinare. Il gruppo di specialisti ricostruisce la storia clinica del paziente, verifica i criteri di accesso alla terapia e valuta la compatibilità con un trattamento complesso, che richiede condizioni cliniche adeguate e una presa in carico prolungata. Accanto agli esami ematologici vengono considerati la tipizzazione HLA, la caratterizzazione molecolare, la funzionalità cardiaca, epatica e renale, il profilo infettivologico, gli aspetti ginecologici o andrologici e la valutazione psicologica.
Una parte decisiva riguarda l’informazione al paziente. Prima di avviare il percorso, vengono illustrati benefici attesi, rischi, alternative terapeutiche, possibili complicanze, raccolta delle cellule, chemioterapia di condizionamento, manipolazione cellulare, trattamento dei dati genetici e controlli nel tempo. Nei pazienti minorenni il consenso coinvolge i genitori o i tutori e prevede anche l’ascolto del minore, secondo la sua capacità di comprendere il percorso.
Prima del trattamento viene affrontato anche il tema della fertilità, perché il condizionamento necessario all’infusione può incidere sulla capacità riproduttiva. Per questo il programma prevede il coinvolgimento del Centro di Procreazione Medicalmente Assistita e della Biobanca di Genetica e Preservazione della Fertilità.
Dopo la fase di valutazione, il paziente viene avviato alla raccolta delle cellule staminali emopoietiche mediante aferesi. Il materiale cellulare viene poi gestito, preparato e tracciato in ogni passaggio, fino alla reinfusione. La sicurezza del percorso dipende anche da questo controllo continuo, che consente di seguire il materiale biologico dal prelievo alla somministrazione.
La fase terapeutica si svolge in ricovero, in ambiente dedicato. Prima dell’infusione il paziente riceve la chemioterapia di condizionamento, necessaria a preparare l’organismo. Dopo la somministrazione, l’équipe segue la fase di aplasia e di attecchimento, con supporto trasfusionale, monitoraggio infettivologico, controllo delle tossicità e protocolli per la gestione delle complicanze.
Il percorso continua anche dopo la dimissione. Il follow-up previsto dura almeno 15 anni e serve a monitorare efficacia, sicurezza, possibili eventi tardivi e stabilità del risultato clinico. La continuità assistenziale coinvolge Ematologia e Malattie Rare, UTMO, Farmacia, Biobanca e le strutture dedicate al monitoraggio.
“Per i pazienti eleggibili questa terapia può cambiare il rapporto quotidiano con la malattia. Perché consente di intervenire sulla parte genetica difettosa e può ridurre in modo importante la dipendenza dalle trasfusioni e dai trattamenti periodici. Siamo la prima struttura che si occupa di questo settore in tutto il Sud Italia”, ha sottolineato il direttore sanitario.
La rete siciliana
L’attivazione della terapia genica al Cervello ha una ricaduta diretta sulla sanità regionale. In Sicilia le emoglobinopatie rappresentano una realtà sanitaria rilevante. Secondo i dati del Registro siciliano talassemia ed emoglobinopatie, nell’Isola si contano oltre 2.600 persone affette da queste patologie, di cui 1.803 con beta-talassemia. I portatori sani rappresentano circa il 7-8% della popolazione siciliana.
Numeri che spiegano perché l’arrivo di un trattamento ad alta complessità non riguardi soltanto il singolo centro specialistico, ma la programmazione dell’intera rete regionale. Il Cervello, già centro hub per la talassemia e punto di riferimento per le emoglobinopatie, consolida così un ruolo strategico nella presa in carico dei pazienti e nell’organizzazione delle terapie avanzate in Sicilia.
Per i pazienti eleggibili significa poter accedere a un percorso avanzato all’interno dell’isola, riducendo la necessità di rivolgersi a centri fuori regione e mantenendo più vicino il rapporto con l’ospedale, i professionisti e la rete di assistenza.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.9/100
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C
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❌
Criteri Critici
Alzheimer precoce, trattate le prime due pazienti con il farmaco anti-amiloide insalutenews.it
Al Policlinico San Donato di Milano, nell’ambito di un uso compassionevole, due pazienti di 63 e 67 anni hanno ricevuto il Donanemab: il primo anticorpo monoclonale in grado di agire direttamente sulle placche di beta-amiloide, causa biologica della malattia
Milano, 11 giugno 2026 – All’IRCCS Policlinico San Donato di Milano (Gruppo San Donato) è stato avviato il nuovo trattamento con Donanemab, un anticorpo monoclonale anti-amiloide impiegato per contrastare la malattia di Alzheimer nelle fasi iniziali. Presso l’Unità Operativa di Neurologia, diretta dalla prof.ssa Maria Salsone, associata alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele (UniSR) di Milano, sono state trattate le prime due pazienti, di 63 e 67 anni.
Il risultato, ottenuto in ambito di uso compassionevole del farmaco, si inserisce nel programma clinico-scientifico interdisciplinare del Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD), volto a integrare ricerca, diagnosi precoce e accesso alle terapie innovative.
Gli anticorpi monoclonali anti-amiloide, approvati dalle principali autorità regolatorie internazionali, tra cui la Food and Drug Administration (FDA) negli Stati Uniti e l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) in Europa, rappresentano oggi la prima classe di farmaci in grado di agire direttamente su uno dei meccanismi biologici alla base della malattia di Alzheimer.
Secondo l’ipotesi patogenetica più accreditata, infatti, la patologia è associata all’accumulo di placche di proteina beta-amiloide nel cervello. Gli studi clinici hanno dimostrato che la loro rimozione può contribuire a rallentare la progressione del declino cognitivo.
“Per la prima volta possiamo intervenire direttamente su uno dei meccanismi biologici alla base della malattia. Le evidenze disponibili sono promettenti e pongono le basi per una vera e propria svolta nella cura dell’Alzheimer”, ha dichiarato il dott. Salvatore Mazzeo, responsabile del CDCD e ricercatore presso UniSR.
Le due pazienti trattate sono state sottoposte a un’approfondita valutazione multidimensionale per verificarne l’idoneità alla terapia. Attualmente, infatti, possono accedere al trattamento soltanto pazienti con diagnosi di disturbo cognitivo lieve o demenza lieve che soddisfino specifici criteri clinici di inclusione ed esclusione.
“La selezione – spiega il dottor Mazzeo – avviene attraverso un percorso rigoroso che comprende la raccolta della storia clinica, esami di laboratorio, analisi genetiche e tecniche avanzate di neuroimaging, oltre a un costante monitoraggio specialistico dell’Alzheimer”.
“Siamo entusiasti di poter offrire alle due pazienti più giovani seguite presso il nostro Centro una nuova opportunità terapeutica, potenzialmente in grado di rallentare la progressione della malattia. L’esperienza maturata in questa fase è particolarmente preziosa perché ci consente di acquisire competenze cliniche e organizzative fondamentali per affrontare una delle sfide più importanti della neurologia contemporanea: rendere sempre più concreta la possibilità di intervenire precocemente sulla malattia di Alzheimer”, conclude la prof.ssa Maria Salsone.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Prima sperimentazione della terapia genica per ringiovanire le cellule ANSA
La terapia tende a riprogrammare le cellule invecchiate solo parzialmente , in modo da ripristinare le caratteristiche delle cellule giovani senza però perdere completamente la loro identità e la loro funzione. Per fare ciò, i ricercatori useranno solo tre dei quattro geni che possono essere manipolati per far regredire le cellule adulte ad uno stato simile a quello delle staminali. Per trasportare i geni all'interno delle cellule viene utilizzato come vettore un virus comunemente usato nel campo della terapia genica . Come ulteriore misura di sicurezza, il sistema è stato progettato in modo che i geni si attivino solo quando la persona trattata assume un antibiotico chiamato doxiciclina: se l'antibiotico viene interrotto, i geni si disattivano.
La terapia tende a riprogrammare le cellule invecchiate solo parzialmente , in modo da ripristinare le caratteristiche delle cellule giovani senza però perdere completamente la loro identità e la loro funzione. Per fare ciò, i ricercatori useranno solo tre dei quattro geni che possono essere manipolati per far regredire le cellule adulte ad uno stato simile a quello delle staminali. Per trasportare i geni all'interno delle cellule viene utilizzato come vettore un virus comunemente usato nel campo della terapia genica . Come ulteriore misura di sicurezza, il sistema è stato progettato in modo che i geni si attivino solo quando la persona trattata assume un antibiotico chiamato doxiciclina: se l'antibiotico viene interrotto, i geni si disattivano.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
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Criteri Critici
Tumore alla prostata, svolta nella diagnosi: un nuovo protocollo può evitare migliaia di biopsie inutili Giornale La Voce
Una semplice analisi del sangue che evidenzia valori elevati del PSA spesso rappresenta l'inizio di un percorso diagnostico complesso e, per molti uomini, fonte di forte preoccupazione. Per anni il passaggio successivo è stato quasi obbligato: la biopsia prostatica, un esame invasivo necessario per accertare l'eventuale presenza di un tumore. Oggi, però, la ricerca piemontese apre uno scenario completamente nuovo.
Uno studio pilota coordinato dall'Istituto di Candiolo Irccs, dal Centro di Riferimento per l'Epidemiologia e la Prevenzione Oncologica (CPO Piemonte) e dall'AOU San Luigi Gonzaga, in collaborazione con l'Asl TO5, ha dimostrato che una parte significativa delle biopsie potrebbe essere evitata senza compromettere la capacità di individuare i tumori realmente pericolosi.
I risultati preliminari del progetto PROscreenMRI mostrano infatti come l'utilizzo combinato della risonanza magnetica multiparametrica e di sofisticati algoritmi di valutazione del rischio consenta di selezionare con maggiore precisione i pazienti che necessitano davvero di approfondimenti invasivi. Il dato che emerge è particolarmente significativo: tra i 146 partecipanti che hanno completato l'intero percorso diagnostico, il 63% è stato indirizzato a un semplice programma di monitoraggio, evitando così la biopsia.
Una percentuale che potrebbe tradursi, su larga scala, in migliaia di esami invasivi risparmiati ogni anno. Il tumore della prostata rappresenta oggi la neoplasia più frequente nella popolazione maschile italiana. Secondo le stime più recenti, ogni anno vengono diagnosticati circa 41 mila nuovi casi.
Nonostante questi numeri, l'Italia non dispone ancora di un programma nazionale di screening organizzato paragonabile a quelli esistenti per il tumore della mammella, del colon-retto o della cervice uterina. La ragione principale è legata proprio alle caratteristiche del test più utilizzato, il PSA, l'antigene prostatico specifico.
Un valore elevato non significa necessariamente tumore. Il PSA può infatti aumentare anche in presenza di infiammazioni, infezioni o semplici ingrossamenti benigni della prostata. Questo comporta un numero elevato di falsi positivi e il rischio di sottoporre molti uomini a esami invasivi che alla fine si rivelano inutili. È qui che entra in gioco il nuovo modello sperimentato dai ricercatori piemontesi.
Anziché procedere direttamente con la biopsia in presenza di un PSA alterato, i partecipanti allo studio sono stati sottoposti a una risonanza magnetica prostatica e successivamente valutati attraverso strumenti statistici capaci di stimare il rischio reale di sviluppare una forma tumorale clinicamente significativa.
L'obiettivo non è soltanto ridurre il numero delle biopsie, ma soprattutto migliorare la qualità della diagnosi. Uno dei limiti storici dello screening prostatico è infatti la difficoltà nel distinguere i tumori aggressivi da quelli a crescita lenta, che spesso non mettono a rischio la vita del paziente e possono essere semplicemente monitorati nel tempo.
La possibilità di identificare con maggiore precisione i casi realmente pericolosi rappresenta uno dei traguardi più importanti della ricerca internazionale in questo settore. Secondo Vittoria Grammatico, responsabile dell'Unità Valutazione e Organizzazione Screening dell'Asl TO5, i risultati ottenuti rappresentano un passaggio fondamentale verso la costruzione di un vero programma di screening organizzato.
«Questo studio rappresenta un passaggio fondamentale verso la costruzione di un programma di screening organizzato per il tumore della prostata», ha spiegato. Anche Daniele Regge, radiologo e principal investigator dello studio presso l'Istituto di Candiolo, sottolinea il valore dei dati raccolti.
«I risultati preliminari confermano che possiamo migliorare l'identificazione dei tumori clinicamente significativi, evitando allo stesso tempo indagini inutili».
Dietro questi numeri c'è anche una questione di qualità della vita. La biopsia prostatica, pur essendo una procedura consolidata e generalmente sicura, resta un esame invasivo che può comportare dolore, disagio psicologico, sanguinamenti, infezioni e complicanze, seppur rare.
Ridurne l'utilizzo ai soli casi realmente necessari significa diminuire l'impatto fisico ed emotivo sui pazienti, oltre a ottimizzare le risorse del sistema sanitario. Lo studio si inserisce inoltre in una tendenza sempre più evidente nella medicina moderna: la personalizzazione delle cure.
L'idea non è più quella di applicare lo stesso percorso diagnostico a tutti, ma di costruire strategie basate sul profilo di rischio individuale, utilizzando tecnologie avanzate e strumenti di intelligenza statistica per prendere decisioni più precise. Se i risultati saranno confermati da studi più ampi, il modello sviluppato in Piemonte potrebbe diventare un riferimento nazionale e contribuire finalmente alla definizione di uno screening organizzato per il tumore della prostata.
Per migliaia di uomini significherebbe affrontare il percorso diagnostico con meno esami invasivi, meno ansia e maggiori probabilità di individuare precocemente le forme più aggressive della malattia. Una prospettiva che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui viene affrontato il tumore più diffuso tra gli uomini italiani.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Per alcune persone ricevere un trapianto è quasi impossibile: il loro sistema immunitario, fortemente sensibilizzato, produce anticorpi che rigettano l’organo donato. Due… Leggi
Per alcune persone ricevere un trapianto è quasi impossibile: il loro sistema immunitario, fortemente sensibilizzato, produce anticorpi che rigettano l’organo donato. Due studi pubblicati sulNew England Journal of Medicinemostrano che l’infusione di cellule car-T, linfociti T modificati per colpire le cellule produttrici degli anticorpi responsabili del rigetto, ha permesso il trapianto di rene in tre persone con insufficienza renale grave. Più di un anno dopo tutti e tre i pazienti stanno bene. Il risultato apre nuove prospettive per chi ha poche possibilità di trovare un donatore compatibile, ma serviranno ulteriori studi su un numero maggiore di pazienti. Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a:posta@internazionale.it Questo articolo è uscito sulnumero 1669di Internazionale, a pagina 102.Compra questo numero|Abbonati
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Un profondo cambiamento è in atto nell'approccio terapeutico delle malattie rare: il percorso clinico si orienta in modo sempre più deciso e concreto verso una medicina e una terapia di precisione. (ANSA)
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A esortarlo a racconatare la malattia è stata la moglie: ecco come sta e l’appello social per la prevenzione
Sebbene la percentuale sia bassissima, anche negli uomini possono svilupparsi tumori al seno. L’attore canadese ed ex wrestler professionista di 59 anni, Tyler Mane, ha confessato sui social di avere una forma rara di questa malattia e che, inizialmente, era intenzionato a non parlarne.
L’appello di Mane
“Sì. Ho un tumore al seno. E sì, è rarissimo. Solo l'1% dei casi di tumore al seno si verifica negli uomini. A dire il vero, la mia prima reazione è stata quella di tenerlo segreto. Voglio dire, è un po' imbarazzante”, fa sapere Mane con un video sui social per sensibilizzare anche su questo argomento e soprattutto fare prevenzione.
“Ma poi ho scoperto che gli uomini hanno maggiori probabilità di ricevere una diagnosi in fase avanzata. Proprio perché non se ne parla e non si cerca il tumore. Infatti, tutti i miei medici lo avevano sottovalutato ed è stato solo perché mia moglie mi ha spinto a farmi rimuovere il nodulo che sono riuscito a ottenere una diagnosi precoce. Quindi, iniziamo a parlarne!”
“Diffondiamo la notizia”
Mane, nella conclusione del video dove svela la sua malattia, afferma che “un uomo su 755 riceverà una diagnosi di tumore al seno nel corso della sua vita e, se scoperto in fase iniziale, è molto curabile. È ora di rispondere alla chiamata alle armi! Metti mi piace, salva, condividi, commenta, diffondiamo la notizia”, conclude.
Un tumore raro
Secondo i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) americano , circa un caso su 100 di tumore al seno diagnosticato negli Stati Uniti riguarda gli uomini. La situazione è simile a livello globale, con l'Organizzazione Mondiale della Sanità che stima che tra lo 0,5 e l'1% dei tumori al seno si verifichi negli uomini. Essendo comunque una patologia rara, la condizione può spesso passare inosservata o essere diagnosticata erroneamente, il che significa che in molti casi viene scoperta solo in fase avanzata.
Secondo il Cdc, diversi fattori possono influenzare la probabilità che un uomo sviluppi questa malattia potenzialmente mortale, tra cui l'età, una storia familiare di cancro al seno e il sovrappeso.
La carriera di Mane
L'ex wrestler professionista di 59 anni, che ha ripreso il ruolo di Sabretooth in "X-Man" nel 2024, è apparso anche nel ruolo del cattivo Michael Myers nel film horror "Halloween" del 2007 e nel sequel del 2009,
"Halloween II". La carriera come attore di Mane comprende anche il film “Il Re Scorpione” e il film “The Devil's Rejects”. Ha recitato anche in “Joe Dirt”, “Playing with Fire”, “Doom Patrol”. È sposato con Renae Geerlings.
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Sviluppata da Life Biosciences sulla base delle teorie del genetista David Sinclair, sarà testata inizialmente in pazienti con gravi malattie dell'occhio
Riportare indietro le lancette del tempo. Il sogno alla base della medicina della longevità oggi si fa un po’ più realtà. Per adesso si tratta di intervenire su malattie dell’occhio, ma chissà che un giorno questa stessa tecnica di modulazione genetica non possa essere usata per ringiovanire prima ancora di dover curare. D’altronde l’azienda che ha annunciato l'avvio del primo trial clinico di fase I per testare una terapia genica che punta a riprogrammare il profilo epigenetico delle cellule dell'occhio - Life Biosciences - è capeggiata da David Sinclair, genetista della Harvard Medical School, autore del best seller “Longevità”.
La teoria dell’invecchiamento di Sinclair
Sinclair è una delle figure più note nella biologia della longevità, soprattutto per aver formulato la "Teoria dell'informazione dell'invecchiamento". Secondo questa tesi, l'invecchiamento biologico non è principalmente dettato dall'accumulo di mutazioni irreversibili nel codice genetico, bensì dalla progressiva perdita di informazioni a livello epigenetico, cioè dei segnali che permettono alle cellule di usare correttamente le istruzioni genetiche. Non è quindi tanto l’hardware a deteriorarsi, ma il software. Ecco perché agendo su questi segnali sarebbe possibile riprogrammare almeno parzialmente le cellule, e recuperare parte della funzionalità perduta con l'età.
La terapia
Nel 2020, il gruppo di ricerca di Sinclair ha pubblicato uno studio su Nature dimostrando che l'attivazione di tre specifici geni in topi anziani o con lesioni oculari è in grado di promuovere la rigenerazione neuronale e di ripristinare parzialmente la vista. Oggi quella sperimentazione arriva per la prima volta su pazienti umani. La terapia, denominata ER-100, interviene somministrando tramite un vettore virale tre dei quattro "fattori di Yamanaka", le proteine scoperte nel 2006 dal premio Nobel Shinya Yamanaka, capaci di "resettare" il destino di una cellula adulta specializzata. Il trattamento consiste in una riprogrammazione parziale in cui i geni - Oct4, Sox2 e Klf4 - vengono attivati per il tempo necessario a indurre le cellule a recuperare il profilo epigenetico tipico dell'età giovanile. Attraverso questa attivazione temporanea, le cellule non vengono spinte fino allo stadio di staminali pluripotenti, preservando così la loro specializzazione ed evitando che perdano la propria identità. Un modo per ottenere il risultato senza rischiare che le cellule proliferino eccessivamente dando vita a tumori, uno dei rischi che finora ha frenato lo sviluppo di queste tecniche.
L’occhio è il banco di prova
Lo studio clinico è rivolto a pazienti affetti dalla forma più comune di glaucoma, quella detta ad angolo aperto, e da neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica (Naion), due patologie che danneggiano il nervo ottico e possono causare una perdita permanente della vista. L'occhio è stato scelto come primo banco di prova della terapia perché consente di monitorare con precisione eventuali effetti terapeutici e limita il rischio di conseguenze sistemiche. Infatti, più che l’efficacia questo prima sperimentazione vuole valutare la sicurezza della tecnologia.
Oltre l’occhio
Le neuropatie ottiche sono però soltanto una delle aree di interesse di Life Biosciences. L'azienda sta sviluppando la propria piattaforma di rigenerazione epigenetica anche per altre malattie legate all'età. Tra i programmi più avanti nello sviluppo quello dedicato alla Mash (metabolic dysfunction-associated steatohepatitis), la forma più grave di steatosi epatica associata a disfunzione metabolica. Secondo i dati diffusi dall'azienda, nei modelli preclinici di obesità e Mash la terapia ha mostrato miglioramenti sia dei biomarcatori metabolici sia delle alterazioni nel tessuto del fegato. Ma se questa prima sperimentazione si dimostrerà sicura, la strada verso la riprogrammazione cellulare direttamente all’interno del corpo umano sarà ufficialmente aperta.
“Ho un tumore al seno. Capita ad un uomo su 750 e sono uno di loro. Inizialmente volevo tenere tutto segreto perché è imbarazzante”: parla l’attore Tyler Mane
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Tyler Mane, che ha interpretato Sabretooth in X-Men, ha annunciato di essere affetto da una “forma rarissima” di cancro. Il 59enne ha reso nota la diagnosi dal proprio profilo Instagram: “Ho un tumore al seno. Capita ad un uomo su 750 e io sono uno di loro”. …
Tyler Mane, che ha interpretato Sabretooth in X-Men, ha annunciato di essere affetto da una “forma rarissima” di cancro. Il 59enne ha reso nota la diagnosi dal proprio profilo Instagram: “Ho un tumore al seno. Capita ad un uomo su 750 e io sono uno di loro”.
“Ho brutte notizie, ho iniziato la chemioterapia oggi. Il tumore al seno viene diagnosticato ad un uomo su 750 nel corso della vita, io sono uno di questi. È una malattia rarissima e non se ne parla”, dice l’attore. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), su 100 casi di tumore al seno 1 riguarda un uomo.
“Ho scoperto che le diagnosi per gli uomini arrivano quando la malattia ha già raggiunto uno stadio avanzato perché non è una patologia che viene seguita. I miei dottori non l’avevano presa in considerazione, mia moglie mi ha spinto a rimuovere un nodulo e così l’abbiamo presa in tempo”.
Poi l’ammissione: “Sarò sincero, inizialmente volevo tenere tutto segreto perché è imbarazzante. Poi, quando mi sono informato sulla malattia, mi sono convinto: è il caso di parlarne”.
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AIOM: “Gli screening salvano vite ma adesione ancora troppo bassa” 5€ contro il fumo
11 Giugno 2026
11 giugno 2026 – In oncologia “gli screening rappresentano uno strumento prezioso perché, per diverse patologie, hanno dimostrato di ridurre la mortalità. Il motivo è semplice: consentono di individuare il tumore in una fase più precoce e quindi più facilmente curabile. In Italia, sulla base delle evidenze scientifiche disponibili, il Servizio sanitario nazionale offre già programmi di screening per alcuni dei tumori più diffusi, come quelli della mammella, della cervice uterina e del colon-retto. Ora chiediamo che questa offerta possa essere estesa anche ad altre patologie, a partire dal tumore del polmone. È dimostrato che la Tac spirale nei forti fumatori riduce la mortalità per questa malattia, ma al momento non rientra ancora nei programmi di screening pubblici”. E’ quanto ha affermato Massimo Di Maio (Presidente Nazionale AIOM-Associazione Italiana Oncologia Medica) ieri durante un convegno alla Camera dei Deputati.
Secondo Di Maio, è necessario migliorare sia l’offerta da parte delle Regioni sia l’adesione dei cittadini. “Anche dove i programmi sono disponibili, la partecipazione resta inferiore a quanto auspicabile. È un peccato, perché aderire agli screening significa investire concretamente nella propria salute”. Sul tema della partecipazione, il presidente degli oncologi osserva che in Italia “gli screening rivolti alle donne sono più numerosi, grazie ai programmi per il tumore della mammella e della cervice uterina. Per il tumore del colon-retto, che riguarda uomini e donne, la partecipazione al test per la ricerca del sangue occulto nelle feci rimane purtroppo subottimale in entrambi i sessi. Dobbiamo rafforzare la cultura della prevenzione – ha rimarcato Di Maio – e far comprendere che questi test possono letteralmente salvare la vita”.