📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
46.3/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Malato e operato per un tumore, lancia l’appello ad Asl e Regione: «Voglio combattere, non abbandonatemi il Centro
TERAMO. «Chiedo dignità, sono vivo e voglio combattere, ma oggi ho paura di un'altra forma di morte, quella più subdola, lenta e silenziosa: l'abbandono». È uno dei passaggi più toccanti della lettera aperta inviata da Lorenzo Sichetti, 47enne di Roseto degli Abruzzi, affetto da glioblastoma e sottoposto a complessi interventi neurochirurgici presso l’ospedale di Teramo. Una missiva indirizzata ad Asl e Regione per chiedere il diritto a una riabilitazione intensiva, perché Lorenzo crede fermamente, dopo quattro operazioni, di potersi riappropriare per quanto consentito della sua vita ma «ho bisogno che anche il sistema sanitario creda nelle mie possibilità». L'ultimo intervento lo ha subito il 21 maggio scorso «per l'asportazione totale del tumore e mi ha purtroppo lasciato una paresi della parte sinistra del corpo. Ogni giorno cerco di trovare la forza e i primi segnali di recupero della gamba sinistra rappresentano per me una speranza concreta».
Da fine luglio il 47enne si trova in un centro di riabilitazione al di fuori della provincia teramana: «Nelle ore in cui non sono impegnato con la fisioterapia, potrei usufruire della riabilitazione passiva per potenziare la muscolatura», prosegue Lorenzo nella lettera inviata anche alla stampa, «durante il sabato e la domenica, tuttavia, il reparto è presidiato soltanto da un Oss e da un infermiere, senza la presenza di un medico. Se esiste una possibilità di recupero, anche piccola, io voglio poterla inseguire, non voglio che sia la carenza di strumenti a decidere quanto posso recuperare. Una sola ora di trattamento estensivo al giorno non può essere considerata automaticamente sufficiente senza tenere conto delle mie condizioni».
Al 47enne era stata in un primo momento negata la possibilità di accedere alla riabilitazione, diritto riconosciuto grazie all'intervento del tribunale per i diritti del malato. Secondo il suo parere, però, «occorre valutare un percorso riabilitativo più intensivo».
Da qui la richiesta di una presa in carico multidisciplinare: «Io non chiedo che qualcuno mi risparmi questa battaglia, ma chiedo di non essere costretto ad affrontarla da solo», ringraziando insieme alla sua famiglia «il direttore della Neurochirurgia del Mazzini e tutta la sua equipe: la loro competenza, professionalità e umanità mi hanno permesso di essere ancora qui», ha rimarcato.
Al grido d'aiuto di Lorenzo, che sottolinea di non volere privilegi, ha risposto ieri il direttore generale della Asl di Teramo, Maurizio Di Giosia: «Per il paziente è stato disposto ed eseguito un percorso riabilitativo di tipo estensivo, valutazione accettata e condivisa dal paziente stesso», ha sottolineato, «alla luce della sua richiesta, la Asl è disponibile a valutare nuovamente il percorso riabilitativo più idoneo e ad accoglierlo nell’ospedale di comunità di Atri per una nuova valutazione multidisciplinare, al fine di verificare se, alla luce di eventuali cambiamenti clinici o progressi, sia possibile modificare l'indicazione riabilitativa e individuare il percorso più adatto», ha concluso il manager dell’azienda sanitaria.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
A Genova record di trapianti. Policlinico San Martino: raggiunti i 100 pazienti trattati con terapia CAR-T (Roberto Bobbio) FarodiRoma
Un traguardo che racconta la crescita della medicina di precisione e, insieme, la capacità del sistema sanitario ligure di confrontarsi con alcune delle sfide più avanzate dell’oncologia contemporanea. Il Centro Trapianti di cellule staminali e terapie cellulari dell’AOM IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova ha raggiunto quota 100 pazienti trattati con terapia CAR-T, una delle strategie terapeutiche più innovative oggi disponibili per alcune neoplasie ematologiche.
Il risultato assume un significato ancora maggiore considerando che il programma CAR-T del Policlinico è stato avviato in un periodo particolarmente difficile, segnato dall’emergenza pandemica, e che negli anni è stato consolidato attraverso un percorso di crescita organizzativa, tecnologica e professionale. Un percorso che ha consentito a un numero sempre maggiore di pazienti di accedere a una terapia altamente specialistica, destinata soprattutto a chi non ha ottenuto benefici sufficienti dalle terapie convenzionali.
Le CAR-T, acronimo di Chimeric Antigen Receptor T-cell, rappresentano una forma avanzata di terapia cellulare personalizzata. Il trattamento parte dai linfociti T del paziente, cellule del sistema immunitario che vengono prelevate e successivamente modificate in laboratorio attraverso sofisticate tecniche di ingegneria genetica. L’obiettivo è renderle capaci di riconoscere specifici bersagli presenti sulle cellule tumorali. Una volta reinfuse nell’organismo, le cellule CAR-T possono quindi individuare e attaccare le cellule malate in maniera mirata.
In Italia questa terapia viene attualmente utilizzata per diverse neoplasie ematologiche a cellule B, comprese alcune forme di leucemia e differenti tipi di linfoma recidivati o refrattari alle terapie convenzionali. Le indicazioni terapeutiche si sono progressivamente ampliate e comprendono oggi anche il mieloma multiplo.
Si tratta, in particolare, di una possibilità terapeutica rivolta a pazienti che hanno già affrontato trattamenti come la chemioterapia e il trapianto di cellule staminali emopoietiche senza ottenere una risposta adeguata o che hanno sviluppato una recidiva. In questi casi la terapia CAR-T può offrire una concreta possibilità di controllo della malattia e, per una parte significativa dei pazienti, anche prospettive di remissione duratura.
La complessità di questo tipo di trattamento richiede però una struttura organizzativa altrettanto sofisticata. Al Policlinico San Martino il programma è affidato a un CAR-T Team multidisciplinare, nel quale operano ematologi con esperienza nel trapianto di cellule staminali, neurologi, cardiologi, infettivologi, anestesisti, specialisti della medicina trasfusionale e farmacisti ospedalieri. A questi professionisti si affiancano due équipe infermieristiche dedicate: una specializzata nelle procedure di aferesi, necessarie per la raccolta delle cellule, e una impegnata nella presa in carico e nel monitoraggio dei pazienti sottoposti alla terapia.
Una squadra costruita per affrontare anche le possibili complicanze e tossicità associate alle CAR-T, che richiedono un controllo clinico particolarmente attento e una stretta collaborazione tra discipline differenti.
“Il traguardo dei 100 pazienti trattati con terapia CAR-T al Policlinico San Martino rappresenta un risultato di grande importanza per tutta la Liguria”, sottolinea l’assessore regionale alla Sanità Massimo Nicolò. “Parliamo di una terapia altamente innovativa e complessa, che offre nuove possibilità di cura a pazienti affetti da patologie ematologiche particolarmente difficili da trattare”.
Nicolò ha rivolto un ringraziamento al direttore del Centro, Emanuele Angelucci, ai professionisti del CAR-T Team e a tutti gli operatori sanitari impegnati quotidianamente nell’assistenza ai pazienti, ricordando anche il ruolo delle associazioni che accompagnano le persone malate e le loro famiglie.
Per l’assessore, il risultato raggiunto deve essere considerato non come un punto di arrivo, ma come una tappa di un percorso più ampio. “Il nostro obiettivo deve essere continuare a investire nella ricerca, nelle terapie avanzate e nelle professionalità, perché ogni innovazione che diventa cura accessibile rappresenta un passo avanti per la qualità e l’efficacia del nostro sistema sanitario”, afferma Nicolò.
Sulla stessa linea Monica Calamai, direttore generale di AOM Liguria, che definisce il traguardo dei 100 pazienti il risultato di un lavoro costruito nel tempo. “È un importante risultato costruito nel tempo, grazie alla competenza di un team multidisciplinare altamente specializzato e alla collaborazione tra diverse professionalità”, osserva Calamai. In un settore terapeutico in continua evoluzione, aggiunge, consolidare un programma CAR-T significa offrire ai pazienti affetti da patologie ematologiche complesse “una possibilità terapeutica avanzata e, in molti casi, una nuova prospettiva di vita”.
Ma il percorso del San Martino non si ferma alle applicazioni già consolidate in campo ematologico. Sono infatti attive anche due importanti sperimentazioni che guardano a possibili nuovi impieghi delle terapie cellulari. Una riguarda le patologie autoimmuni ed è condotta in collaborazione con l’équipe del professor De Palma; l’altra è dedicata alla sclerosi multipla, in collaborazione con la Neurologia diretta dal professor Schenone e dalla professoressa Inglese.
È proprio l’estensione della ricerca a nuove patologie a rendere particolarmente significativo il risultato raggiunto a Genova. La CAR-T, nata come strumento di frontiera per affrontare alcune forme di tumore del sangue resistenti alle terapie convenzionali, sta progressivamente ampliando il proprio campo di applicazione e alimentando nuove prospettive nella medicina personalizzata.
Dietro il numero cento, dunque, non c’è soltanto una cifra simbolica. Ci sono cento percorsi clinici, cento pazienti e altrettante storie personali affrontate attraverso una terapia che richiede competenze altamente specialistiche, tecnologie avanzate e una presa in carico multidisciplinare. Il traguardo del Policlinico San Martino conferma così il ruolo della struttura genovese nella rete italiana delle terapie cellulari e indica una direzione precisa: fare in modo che la ricerca più avanzata possa trasformarsi, sempre più rapidamente, in possibilità concrete di cura.
Roberto Bobbio
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Moderna vola in Borsa dopo risultati positivi sperimentazione contro melanoma Teleborsa
Moderna vola in Borsa dopo risultati positivi sperimentazione contro melanoma
(Teleborsa) - Le azioni Moderna balzano di circa il 150% dopo l'annuncio che un vaccino sperimentale personalizzato contro il cancro, sviluppato insieme a Merck , ha mostrato risultati iniziali positivi nella sua prima sperimentazione di fase avanzata.
La terapia combinata ha raggiunto l'obiettivo principale dello studio, ovvero prolungare significativamente il tempo di sopravvivenza dei pazienti senza recidiva del melanoma, rispetto al trattamento con Keytruda in monoterapia, e ha anche ridotto il rischio di metastasi in altre parti del corpo.
I dati iniziali suggeriscono che la combinazione potrebbe rappresentare una nuova opzione terapeutica per la forma più letale di cancro della pelle e convalidare un nuovo approccio di trattamento personalizzato.
Condividi
```
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Vola il titolo di Moderna a Wall Street dopo i risultati positivi del test condotto insieme a Merk sul nuovo vaccino sperimentale contro il melanoma. Il farmaco sarebbe riuscito a...
Ascolta la versione audio dell'articolo
2' di lettura English Version Translated by AI.
For feedback, please contact
english@ilsole24ore.com
Vola il titolo di Moderna a Wall Street dopo i risultati positivi del test condotto insieme a Merk sul nuovo vaccino sperimentale contro il melanoma. Il farmaco sarebbe riuscito a prevenire la recidiva e la sua diffusione in uno studio condotto su pazienti affetti dalla forma di patologia più complessa: si apre così la strada a un trattamento potenzialmente innovativo in grado di prolungare la vita delle migliaia di persone a cui ogni anno viene diagnosticato questo tumore della pelle potenzialmente letale. Le azioni del colosso farmaceutico americano sono subito balzate fino a +160 per cento. Decisamente più contenuto ma comunque significativo il rialzo di Merck che sale dell'11 per cento.
Il vaccino a mRna, somministrato in combinazione con l'immunoterapico Keytruda di Merck, ha raggiunto - fanno sapere e due aziende farmaceutiche - gli obiettivi chiave dello studio di fase 3 condotto su oltre 1.100 pazienti affetti da melanoma ad alto rischio o in stadio avanzato, i quali erano stati sottoposti a intervento chirurgico per la rimozione completa della massa tumorale. La terapia ha inoltre ridotto il rischio di diffusione del tumore in altre parti del corpo. Questi risultati confermano e integrano i dati positivi emersi dallo studio di fase 2 condotto sullo stesso regime terapeutico all'inizio dell'anno.
Loading...
Per l'azienda americana Moderna tra le pioniere della tecnologia innovativa a base di mRna impiegata per prima nello sviluppo di uno dei vaccini contro il Covid - insieme all'altro vaccino realizzato da Pfizer-BioNTech - è un passo molto importante per la sua pipeline di prodotti. Così come è importante per questa frontiera della ricerca che sta scommettendo, subito dopo la pandemia, sullo sviluppo dei primi vaccini a mRna anti-tumore. In pista ci sono infatti diverse sperimentazioni in corso per Moderna così come per altre Big Pharma per impiegare questa tecnologia contro altre neoplasie come quelle che aggrediscono il polmone, il rene o il pancreas. Questi vaccini personalizzati - va sottolineato - non sono preventivi ma terapeutici.
«Si tratta del primo annuncio di risultati positivi di fase 3 per una terapia oncologica basata su mRna», hanno dichiarato Merck e Moderna in un comunicato congiunto. «Per molti anni, l'idea di creare un trattamento a mRna progettato specificamente per il tumore di un singolo individuo era difficile da immaginare. Oggi stiamo contribuendo a trasformare quella visione in realtà», ha affermato Stéphane Bancel, Ceo di Moderna. Merck e Moderna intendono ora presentare i dati a un prossimo convegno scientifico e avviare l'iter per ottenere l'approvazione normativa del trattamento. «Siamo all'inizio di una grande svolta nel campo dell'oncologia: nella terapia adiuvante l'immunoterapia aveva raggiunto già certi risultati, ora con questo vaccino terapeutico personalizzato a mRna aumentano i benefici e diminuiscono le ricadute dei pazienti già operati», avverte Paolo Ascierto, oncologo e direttore dell'Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell'Istituto Pascale di Napoli, tra i maggiori esperti di melanoma. Che aggiunge: “Ora aspettiamo i dati che saranno presentati, ma questo è solo l'inizio per i vaccini mRna anti-tumore».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.0/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
C' è un farmaco per l' asma che è anche un antitumorale Zazoom Social News
È stato scoperto che un farmaco usato per l'asma ha anche proprietà antitumorali. La ricerca ha evidenziato che questo medicinale, originariamente destinato alla cura dell'asma, può essere utile anche nel trattamento di alcune forme di cancro. La scoperta arriva da studi che hanno analizzato le proprietà di farmaci esistenti, senza sviluppare nuovi composti. Attualmente, sono in corso ulteriori approfondimenti per verificare l’efficacia e la sicurezza di questa applicazione. La ricerca lavora costantemente per trovare nuove soluzioni per sconfiggere il cancro e migliorare la vita dei pazienti che convivono con la malattia. Talvolta nuove soluzioni arrivano in modo inaspettato coinvolgendo anche farmaci che vengono usati per il trattamento di altre problematiche. Un recente studio ha scoperto come un medicinale usato per il trattamento dell'asma sembrerebbe avere un impatto contro i tumori aggressivi. Il team di ricercatori guidati da Bin Zhang dell'università Northwestern, ha pubblicato sulla rivista Nature Cancer i risultati di uno studio che ha coinvolto il montelukast, chiamato anche Singulair, un medicinale usato contro l'asma e che sembrerebbe aiutare anche nell'affrontare diverse tipologie di tumori.🔗 Leggi su Gazzetta.it I bambini con l'asma possono avere un gatto? Lo studio che "assolve" i feliniUno studio pubblicato su Frontiers in Allergy ha analizzato l'effetto della presenza di gatti in casa su bambini con asma. Antinfiammatori intelligenti: arriva il farmaco che si accende con la luceUn nuovo farmaco antinfiammatorio si accende con la luce, offrendo una possibile innovazione nel trattamento del dolore. Temi più discussi:Le tre peggiori città per gli asmatici; Farmaci: Usa, 125'000 morti anno tra malati che non li prendono; Etna, cenere vulcanica: cosa respiriamo davvero? La parola alla pneumologa; Fumo degli incendi in Friuli: dove si sente, qualità dell'aria e cosa fare in casa. C'è un farmaco per l'asma che è anche un antitumoraleUn farmaco per l'asma sembra essere utile anche contro i tumori i risultati di un recente e promettente studio.gazzetta.it Asma e carenza di salbutamolo: serve un piano nazionale per garantire un farmaco essenzialeIl salbutamolo, farmaco broncodilatatore di prima scelta nelle crisi d’asma, è sempre più difficile da trovare nelle farmacie italiane. La sua carenza, segnalata ormai da mesi, mette a rischio ...iodonna.it Cerca News e Video
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.8/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Una sola terapia genica riesce a invertire una cardiomiopatia: cosa è successo nei mini-cuori umani Mondosanità
Le recenti ricerche sulle cardiomiopatie ereditarie indicano una strada di grande interesse: intervenire non soltanto sulle conseguenze della malattia, ma sulla sua causa molecolare, restituendo alle cellule cardiache una funzione genetica compromessa. È una prospettiva importante, che tuttavia deve essere interpretata correttamente. Non siamo ancora di fronte a una terapia disponibile per i pazienti, bensì a una dimostrazione sperimentale, ottenuta nei topi e in tessuti cardiaci costruiti in laboratorio, secondo cui una cardiomiopatia già sviluppata può almeno in questi modelli regredire.
Il lavoro, condotto dal Murdoch Children’s Research Institute di Melbourne e pubblicato su Nature Cardiovascular Research, riguarda ALPK3, un gene le cui varianti possono causare forme anche molto severe di cardiomiopatia. In queste malattie l’alterazione genetica compromette proteine necessarie al muscolo cardiaco, per cui il cuore può progressivamente ingrossarsi, perdere capacità contrattile e sviluppare anomalie del ritmo. I ricercatori hanno utilizzato un vettore virale adeno-associato, cioè un sistema capace di trasportare materiale genetico nelle cellule, per introdurre nel cuore una copia completa e funzionante di ALPK3.
La distinzione essenziale è questa: non si tratta di compensare un danno già prodotto attraverso una terapia rivolta ai soli sintomi, ma di tentare di ripristinare il meccanismo cellulare dal quale il danno ha avuto origine. Il principio appare lineare: se la cellula non dispone correttamente di ALPK3, le si fornisce nuovamente la possibilità di produrre la proteina necessaria. Ma dalla semplicità del principio non deve derivare l’illusione di una facile applicazione clinica. La terapia genica richiede infatti che il gene raggiunga le cellule appropriate, che sia espresso in misura adeguata e che l’effetto risulti sufficientemente sicuro e duraturo.
Lo studio si è sviluppato lungo tre direttrici. Innanzitutto, nei topi geneticamente modificati per manifestare una cardiomiopatia simile a quella umana, la somministrazione subito dopo la nascita ha impedito la comparsa delle principali alterazioni cardiache. In secondo luogo, e questo è il dato più significativo, il trattamento è stato impiegato in animali adulti nei quali la malattia era già presente: il cuore ha recuperato struttura e capacità di contrazione. Infine, l’analisi delle cellule ha mostrato la normalizzazione di oltre il 95% della firma molecolare associata alla patologia, vale a dire dell’insieme delle alterazioni biologiche che ne caratterizzavano il tessuto cardiaco.
Perché il ripristino di un solo gene produce un effetto così esteso? ALPK3 sembra partecipare all’organizzazione del sarcomero, la struttura microscopica attraverso la quale il muscolo cardiaco si contrae, e ai sistemi incaricati di controllare e smaltire le proteine danneggiate. Reintrodurlo, pertanto, non equivale semplicemente ad aggiungere un componente assente: può consentire alla cellula di ristabilire l’ordine di una parte più ampia della propria macchina contrattile e dei propri meccanismi di manutenzione.
Una seconda conferma è arrivata dagli organoidi cardiaci, i cosiddetti “mini-cuori”, ottenuti da cellule staminali derivate da pazienti. Si tratta di piccoli tessuti tridimensionali che riproducono alcune proprietà funzionali del cuore umano, pur senza coincidere con la complessità di un organo completo. Nei modelli portatori di varianti di ALPK3 la contrazione risultava debole e irregolare; dopo l’introduzione della copia sana del gene, la forza e la regolarità contrattile si sono avvicinate ai valori normali. È un risultato coerente con quanto osservato negli animali e rafforza l’ipotesi biologica, ma non costituisce ancora una prova di efficacia nell’uomo.
Lo studio apre inoltre una possibilità più ampia. Attraverso Geneformer, un modello di intelligenza artificiale impiegato per analizzare le relazioni tra geni, i ricercatori hanno individuato un legame particolarmente forte fra ALPK3 e TTN, il gene che contiene le istruzioni per la titina. Le varianti troncanti di TTN, che determinano la produzione incompleta della proteina, sono fra le principali cause genetiche di cardiomiopatia dilatativa. Poiché TTN è estremamente grande, inserirlo negli attuali vettori di terapia genica è particolarmente difficile. Eppure, nei tessuti cardiaci ottenuti da portatori di queste varianti, l’aumento di ALPK3 ha migliorato la capacità di contrazione nonostante il difetto genetico riguardasse TTN.
Questo non significa che sia stata trovata una cura comune per tutte le cardiomiopatie genetiche. Significa, più precisamente, che intervenire su un nodo condiviso dell’organizzazione contrattile e del controllo delle proteine potrebbe produrre benefici anche quando il difetto originario riguarda un gene diverso. È probabilmente l’ipotesi più promettente del lavoro, perché consentirebbe di superare almeno in alcuni casi il modello di una terapia costruita per una sola mutazione. Ed è, nello stesso tempo, l’ipotesi che richiede le verifiche più rigorose.
I limiti sono chiari. Nessun paziente è stato ancora trattato; gli organoidi rimangono modelli di laboratorio e il topo, per quanto accuratamente progettato, non permette di stabilire con certezza quale sarà nell’uomo l’efficacia, quale dose risulterà adeguata, quanto durerà il beneficio e quali rischi potranno emergere. Gli stessi ricercatori ritengono necessari ulteriori studi di sicurezza e stanno cercando partner per accompagnare il programma verso la sperimentazione clinica. La distanza dal laboratorio al letto del malato resta dunque considerevole.
Ciò non toglie che sia stato spostato un confine scientifico rilevante. Per molto tempo, di fronte a una malattia genetica del cuore, l’obiettivo realistico è stato soprattutto controllarne le conseguenze. Oggi questo studio suggerisce che si possa cominciare a pensare anche alla regressione del danno attraverso la correzione del meccanismo molecolare che lo produce. La speranza è legittima soltanto quando procede insieme al metodo, alla prudenza e alla verifica. Ma è proprio questa speranza razionale — non il miracolismo, bensì il cammino paziente della ricerca — che può trasformare una scoperta biologica in una futura possibilità di cura.
⸻
McNamara JW, Keen EB, Sutton R, et al. “Alpha Protein Kinase 3 Gene Therapy Restores Heart Function in Mouse and Human Models of Cardiomyopathy”. Nature Cardiovascular Research, 19 agosto 2026. DOI: 10.1038/s44161-026-00843-1.
Link alla pubblicazione
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
46.3/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Ampliamento della fascia d'età per lo screening del tumore al seno Portugal Resident
La Lega portoghese contro il cancro appoggia la decisione del governo di estendere la fascia d'età a coloro che hanno un'età compresa tra i 45 e i 69 anni.
La Lega portoghese contro il cancro (LPCC) ha accolto con favore la decisione del governo di estendere la fascia d'età per lo screening del tumore al seno dai 45 ai 69 anni, in linea con le più recenti raccomandazioni europee. Fino ad ora, la fascia d'età coperta dal programma nazionale di screening del tumore al seno era compresa tra i 50 e i 69 anni.
Il presidente dell'LPCC, Vitor Veloso, si è detto entusiasta di questo passo avanti nella lotta contro il cancro. "Siamo lieti che il Portogallo dia priorità alla prevenzione e alla diagnosi precoce, allineando le sue politiche alle migliori pratiche europee".
Nel 2022, il Consiglio dell'Unione europea ha raccomandato agli Stati membri di estendere la fascia d'età coperta dallo screening di popolazione per il tumore al seno, includendo le fasce d'età 45-49 e 70-74 anni.
Vitor Veloso aggiunge: “È evidente che l’inclusione di queste fasce d’età rafforza la salute pubblica. L’ampliamento consentirà un maggior numero di diagnosi precoci e, di conseguenza, trattamenti meno invasivi e più efficaci, contribuendo a una significativa riduzione dell’incidenza dei tumori invasivi e della mortalità specifica dovuta al tumore al seno”.
Secondo i dati più recenti sul cancro al seno in Portogallo, pubblicati dall'Osservatorio globale sul cancro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2022, si stima che circa 9,000 donne abbiano ricevuto una diagnosi di cancro al seno e che oltre 2,000 siano decedute a causa della malattia.
Con una percentuale di guarigione superiore al 90% se diagnosticato e trattato precocemente, il cancro al seno, sebbene più comune nelle donne, colpisce anche gli uomini (1 caso su 100).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
C'è un farmaco per l'asma che è anche un antitumorale La Gazzetta dello Sport
Un recente studio ha mostrato come il montelukast, chiamato anche Singulair, potrebbe aiutare contro il cancro
Riccardo Cristilli
La ricerca lavora costantemente per trovare nuove soluzioni per sconfiggere il cancro e migliorare la vita dei pazienti che convivono con la malattia. Talvolta nuove soluzioni arrivano in modo inaspettato coinvolgendo anche farmaci che vengono usati per il trattamento di altre problematiche. Un recente studio ha scoperto come un medicinale usato per il trattamento dell'asma sembrerebbe avere un impatto contro i tumori aggressivi.
farmaco contro tumori — Il team di ricercatori guidati da Bin Zhang dell'università Northwestern, ha pubblicato sulla rivista Nature Cancer i risultati di uno studio che ha coinvolto il montelukast, chiamato anche Singulair, un medicinale usato contro l'asma e che sembrerebbe aiutare anche nell'affrontare diverse tipologie di tumori. In particolare i ricercatori si sono concentrati sul modo in cui i tumori dirottino i globuli bianchi per eludere l'immunoterapia, usando un modello murino e dei tessuti umani per effettuare gli esperimenti. L'obiettivo era quindi trovare dei modi alternativi per trattare quelle tipologie di cancro che hanno una maggiore resistenza all'immunoterapia, tra cui il carcinoma mammario triplo negativo.
la ricerca — I ricercatori hanno evidenziato come la molecola CysLTR1 che ha un ruolo nell'asma e nell'infiammazione, viene contrastata da farmaci come montelukast. Attraverso i loro esperimenti gli studiosi della Nortwhestern hanno scoperto che molti tumori sfruttano quel gene CysLTR1 per resistere alle terapie, ingannando il sistema immunitario spingendolo a favorire la crescita di un gruppo di globuli bianchi chiamati neutrofili che favoriscono lo sviluppo del tumore. Quella molecola avrebbe il ruolo di interruttore di questo processo e i ricercatori hanno notato che bloccandola, attraverso l'uso di farmaci come il Singulair, il sistema immunitario tornava ad avere le capacità per bloccare la crescita delle neoplasie. Questo approccio non lavora sulla rimozione dei globuli bianchi dannosi ma sulla loro trasformazione, rieducando le cellule a combattere il tumore. In diversi animali questa operazione ne migliorava la sopravvivenza ripristinando la risposta immunitaria. I ricercatori hanno utilizzato ampi set di dati di pazienti oncologici, ma anche campioni di tumori umani, cellule immunitarie umane e modelli murini per svolgere le loro analisi.
Il team di ricerca spera di poter passare presto a una fase di sperimentazione clinica, considerando anche che questi farmaci che bloccano il CysLTR1 sono già approvati, visto che attraverso i dati dei pazienti oncologici hanno potuto dimostrare che la maggiore attività di quella molecola era collegata a un tasso di sopravvivenza più basso e a una scarsa risposto all'immunoterapia.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.2/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
La Regina Camilla parla della malattia di Re Carlo: "Ecco come abbiamo gestito la diagnosi di cancro" Adnkronos
"Non è stato facile mantenere quel segreto, ma ora guardate mio marito: niente lo ha fermato". A parlare è la Regina consorte Camilla che per la prima volta ha raccontato in pubblico il diffiicile momento vissuto qualche anno fa - esattamente a febbraio del 2024 -, quando al marito, Re Carlo III, è stato diagnosticato un tumore.
Lo ha fatto in un nuovo video diffuso da Buckingham Palace, in cui ha parlato apertamente del cancro del consorte, di cui non si sono mai conosciuti i dettagli, intervistata da Laura Lee, CEO dell'organizzazione benefica di supporto ai malati di cancro Maggie's Centres.
"A quel tempo, nessuno poteva dire nulla. È stato piuttosto difficile. Stavo per dire qualcosa, ma ho sentito che non era il momento giusto", ha detto Camilla, che il prossimo anno compirà 80 anni. Momenti difficili, che però hanno reso la coppia reale ancora più unita: "Niente lo ha fermato. Ha semplicemente detto: 'Sconfiggerò anche questo'", ha aggiunto la regina, che ha anche spiegato come l'annuncio della malattia del marito le abbia anche permesso di comprendere meglio la situazione di tante altre famiglie. "All'improvviso, è tuo marito a ricevere una diagnosi, e devi aiutarlo e cercare di capire tutto", ha concluso. A distanza di oltre due anni, Re Carlo III è ancora in cura per il cancro. Buckingham Palace ha però ribadito che le sue condizioni di salute continuano a migliorare.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Donare i capelli per le parrucche oncologiche: guida e associazioni a Milano Milano Weekend
Con il caldo di questi giorni, tra un ventilatore acceso e l’ennesima serata all’aperto, sono tante le milanesi (e i milanesi) che decidono di darci un taglio drastico: corti, leggeri, via il peso sul collo. Se anche tu stai pensando di accorciare parecchio la chioma prima della fine dell’estate, c’è un modo per trasformare quel taglio in qualcosa di utile: donare i capelli alle associazioni che li trasformano in parrucche per le pazienti oncologiche.
Un gesto semplice, gratuito, che in città si può fare in diversi punti — e che a livello nazionale coinvolge ormai una rete consolidata di associazioni ed enti no profit.
Perché donare i capelli fa la differenza
La caduta dei capelli resta uno degli effetti più temuti della chemioterapia, non solo per motivi estetici: numerosi studi citati da Fondazione Umberto Veronesi raccontano di come la perdita della chioma incida sull’immagine di sé e sulla capacità di affrontare le cure con serenità.
Le parrucche in capelli veri, però, hanno un costo che spesso resta a carico della paziente, e non tutte le regioni prevedono un contributo economico per l’acquisto. Ecco perché la donazione di ciocche di capelli sani è così importante: riduce drasticamente i costi di produzione e permette alle associazioni di realizzare più parrucche da distribuire gratuitamente o in comodato d’uso.
Va ricordato, tra l’altro, che la spesa sostenuta per l’acquisto di una parrucca da parte di chi è in cura oncologica rientra tra le spese sanitarie detraibili in dichiarazione dei redditi.
Dove donare i capelli a Milano
In città le opportunità non mancano, e in alcuni casi il servizio è completamente gratuito.
Policlinico di Milano – progetto Onco Hair 2.0 : è possibile donare i capelli direttamente al CRLab di piazza Sant’Erasmo 7, prenotando un appuntamento al numero 02.83419989. Il progetto, nato in collaborazione con l’Associazione per il Policlinico, permette alle pazienti in chemioterapia di ricevere protesi capillari realizzate anche con le ciocche donate in loco.
: è possibile donare i capelli direttamente al CRLab di piazza Sant’Erasmo 7, prenotando un appuntamento al numero 02.83419989. Il progetto, nato in collaborazione con l’Associazione per il Policlinico, permette alle pazienti in chemioterapia di ricevere protesi capillari realizzate anche con le ciocche donate in loco. Lilt Milano Monza Brianza : la sezione milanese della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori sostiene iniziative di raccolta capelli, tra cui il progetto #ShareYourHair lanciato su Rete del Dono. Poiché la Lilt gestisce questi programmi a livello provinciale (e le modalità possono variare nel tempo), il consiglio è contattare direttamente la sede di Milano tramite il sito legatumori.mi.it per sapere quali saloni aderiscono in questo momento e come procedere.
: la sezione milanese della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori sostiene iniziative di raccolta capelli, tra cui il progetto #ShareYourHair lanciato su Rete del Dono. Poiché la Lilt gestisce questi programmi a livello provinciale (e le modalità possono variare nel tempo), il consiglio è contattare direttamente la sede di Milano tramite il sito legatumori.mi.it per sapere quali saloni aderiscono in questo momento e come procedere. Una Stanza per un Sorriso Odv: l’associazione, con sede ad Altamura, ha una referente per Milano e l’hinterland: il salone La Fata Spettinata, in viale Toscana 24 a Cologno Monzese, dove è possibile far tagliare e raccogliere i capelli secondo il protocollo dell’associazione.
Le principali associazioni a livello regionale e nazionale
Se preferisci rivolgerti a un’associazione diversa, o vuoi spedire la tua donazione anche fuori Milano, queste sono tra le realtà più conosciute e attive in Italia:
Banca dei Capelli , con sede ad Acquaviva delle Fonti (Bari): raccoglie ciocche da tutta Italia per realizzare parrucche inorganiche destinate gratuitamente a pazienti oncologici in difficoltà economica, con un elenco di parrucchieri aderenti anche fuori regione.
, con sede ad Acquaviva delle Fonti (Bari): raccoglie ciocche da tutta Italia per realizzare parrucche inorganiche destinate gratuitamente a pazienti oncologici in difficoltà economica, con un elenco di parrucchieri aderenti anche fuori regione. Tricostarc ETS , a Roma: promuove sia il Progetto Hair Smile, dedicato alla donazione dei capelli, sia la Banca della Parrucca, nata con Fondazione Prometeus, che rimette in circolo parrucche usate igienizzate per pazienti oncologiche e dermatologiche.
, a Roma: promuove sia il Progetto Hair Smile, dedicato alla donazione dei capelli, sia la Banca della Parrucca, nata con Fondazione Prometeus, che rimette in circolo parrucche usate igienizzate per pazienti oncologiche e dermatologiche. Un Angelo per Capello , a Santeramo in Colle (Bari): raccoglie ciocche per realizzare parrucche inorganiche da donare gratuitamente, accettando anche spedizioni postali da tutta Italia.
, a Santeramo in Colle (Bari): raccoglie ciocche per realizzare parrucche inorganiche da donare gratuitamente, accettando anche spedizioni postali da tutta Italia. Una Stanza per un Sorriso Odv : oltre al punto di raccolta milanese, ha referenti attivi in diverse regioni italiane, elencati sul sito con indicazioni specifiche per ciascuna zona, Lombardia compresa.
: oltre al punto di raccolta milanese, ha referenti attivi in diverse regioni italiane, elencati sul sito con indicazioni specifiche per ciascuna zona, Lombardia compresa. Lilt : non esiste un programma di raccolta nazionale unico, perché ogni sezione provinciale organizza in autonomia le proprie iniziative (è il caso, tra le altre, delle sedi di Torino, Genova, Novara, Biella e Bolzano). Per questo conviene sempre verificare sul sito o telefonicamente con la sezione più vicina.
: non esiste un programma di raccolta nazionale unico, perché ogni sezione provinciale organizza in autonomia le proprie iniziative (è il caso, tra le altre, delle sedi di Torino, Genova, Novara, Biella e Bolzano). Per questo conviene sempre verificare sul sito o telefonicamente con la sezione più vicina. Fondazione Umberto Veronesi: non gestisce direttamente una raccolta di capelli, ma è un punto di riferimento informativo prezioso su parrucche oncologiche, diritti dei pazienti e agevolazioni fiscali.
Come donare i capelli in modo corretto: cosa fare e cosa dire al parrucchiere
Ogni associazione ha criteri leggermente diversi, quindi il primo passo è sempre controllare il sito di quella a cui vuoi rivolgerti prima di prenotare l’appuntamento: la lunghezza minima richiesta, per esempio, varia in genere tra 20 e 30 centimetri a seconda dell’ente (28 cm per la Banca dei Capelli, 25 cm per Una Stanza per un Sorriso, requisiti simili anche per le sezioni Lilt). Fatta questa verifica, ecco come procedere:
Evita trattamenti chimici recenti. Decolorazioni, meches, colpi di sole o permanenti riducono o escludono la possibilità di donare: la maggior parte delle associazioni accetta capelli tinti solo se di un unico colore uniforme. Dillo al parrucchiere prima di sederti in poltrona. Basta una frase semplice: “Voglio donare i capelli per le parrucche delle pazienti oncologiche, puoi raccoglierli in una o più code e tagliare sopra l’elastico?”. È l’indicazione chiave: se il parrucchiere non lo sa, rischia di procedere con il taglio abituale, disperdendo la ciocca invece di conservarla intera. Fai raccogliere i capelli in trecce o code ben legate con elastici, dividendo la chioma in più sezioni se è molto spessa, e chiedi che il taglio avvenga sempre appena sopra l’elastico, così da mantenere le lunghezze allineate. Confeziona ogni ciocca singolarmente in un sacchetto di plastica o carta puliti, senza mescolarla con capelli di altre persone, e conservala ben distesa per evitare che si aggrovigli. Consegna o spedisci la donazione seguendo le indicazioni dell’associazione scelta: alcune (come il Policlinico) accettano il taglio direttamente in loco, altre richiedono l’invio per posta o corriere all’indirizzo indicato sul sito, generalmente con raccomandata per avere garanzia di consegna.
Un’ultima cosa, utile da ricordare quando prenoti: molti saloni che partecipano a queste iniziative regalano il servizio di taglio e piega a chi decide di donare, quindi non dà nulla per scontato e chiedi informazioni anche su questo aspetto quando telefoni per fissare l’appuntamento.
Un taglio corto per superare l’estate, insomma, può diventare molto più di una scelta di stile: con qualche accortezza in più, quelle ciocche possono restituire fiducia a chi, in questo momento, sta affrontando la parte più difficile della malattia.
Vaccino per il melanoma a mRNA, positivi i risultati. E Merck e Moderna volano in borsa
📰 La Repubblica📅 2026-08-19T14:23:57Z✍️ salute@gedi.it (Redazione di Salute)
terapia oncologica
Meno recidive e meno metastasi nei pazienti già operati rispetto alla sola immunoterapia. Intervista all’oncologo Paolo Ascierto del Pascale di Napoli, che lo ha sperimentato: “Un modello replicabile con altri tumori, parliamo di un modo diverso di fare oncol…
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Successo della terapia genica anche per il cuore: riparate certe cardiomiopatie “scritte” nel DNA la Repubblica
Partiamo dall’inizio.La proteina Alfa-chinasi 3 o ALPK3 è fondamentale per la corretta formazione delle cellule cardiache. Se viene prodotta in modo anomalo per difetti genetici può portare a dilatazione del cuore, a volte già presente ed importante al momento della nascita quando il quadro si manifesta nei bimbi. In questi casi, l’evoluzione verso lo scompenso può essere tanto rapida da portare al trapianto, oltre che al controllo di eventuali aritmie. Nelle forme meno gravi, poi, il quadro può anche comparire nell’adulto: conduce progressivamente ad insufficienza cardiaca. In futuro, grazie ad una sola iniezione di terapia genica, questa malattia rara potrebbe fare meno paura perché il cuore potrebbe riaccendersi, superando il difetto genetico. Ad accendere la speranza (siamo solo a livello di laboratorio) è una ricerca pubblicata su Nature Cardiovascular Research condotta dagli esperti del Murdoch Children's Research Institute (MCRI) di Melbourne. Lo studio (primo nome James W. McNamara) dimostra infatti che la somministrazione del gene ALPK3 con una singola iniezione ha invertito la malattia del muscolo cardiaco in tessuti cardiaci di pazienti coltivati in laboratorio e in modelli murini. In pratica, con il trattamento si sono annullati gli effetti delle varianti del gene alterato, responsabili della cardiomiopatia. Non solo: grazie all’Intelligenza Artificiale, si sono testati questi approcci in altre forme di cardiomiopatia dilatativa su base genetica più comuni, aprendo l’orizzonte a nuove prospettive.
Cuore e aritmie fatali nei giovani, verso la cura su misura per il disturbo del ritmo di 26 Maggio 2026 di Federico Mereta
Mini-cuori che tornano normali
Gli studiosi australiani hanno creato un modello animale di cardiomiopatia da ALPK3: i topolini neonati portatori di una versione difettosa di ALPK3 sviluppano cuori ingrossati e una ridotta funzionalità cardiaca, riproducendo fedelmente la gravità a esordio precoce osservata nei bambini affetti. Gli esperti hanno quindi reintrodotto la versione “normale” di ALPK3 grazie alla terapia genica che hanno messo a punto, arrivando a riparare l'impalcatura strutturale delle cellule cardiache malate e restituendo, in ultima analisi, la capacità di pompa al cuore malato. “In modo sorprendente, abbiamo anche dimostrato che la terapia non solo preveniva la cardiomiopatia nei topi neonati, ma invertiva completamente la malattia nei topi adulti – commenta McNamara in una nota dell’Istituto di Melbourne -. Questo è stato un risultato di enorme importanza, che ci ha suggerito che il cuore dipende fortemente da ALPK3”. Proprio in seguito a questa osservazione si è voluto ripetere il trattamento in in tessuti cardiaci coltivati a partire da cellule staminali create da pazienti con la stessa variante genetica di ALPK3 utilizzata nei topi. In pratica questi “avatar” dei cuori in coltura presentavano lo stesso tipo di cardiomiopatia dei pazienti con varianti del gene ALPK3. Anche in questo caso la terapia ha funzionato: “abbiamo sostituito le copie difettose di ALPK3 con la versione sana e abbiamo ripristinato completamente la normale forza e il ritmo del battito nei mini cuori – segnala McNamara -”.
Infarto, ictus e aritmie: organoidi, terapia genica e AI. Come la ricerca salverà il cuore di 16 Giugno 2025 di Federico Mereta
Verso la correzione di altri difetti
Dopo queste osservazioni, ovviamente, è apparso importante provare ad allargare il raggio d’azione di questa terapia genica. Così è entrata in gioco un sistema di Intelligenza Artificiale sviluppato da Christina Theodoris, presso i Gladstone Institutes in California, per verificare se ipotetiche varianti patogene in altri geni potessero essere corrette ripristinando la proteina ALPK3. E si è visto che la terapia genica potrebbe contribuire a correggere altre malattie cardiache genetiche, non solo quelle causate dalle varianti di ALPK3, come le varianti troncanti di TTN, la causa genetica più comune di cardiomiopatia dilatativa. Il gene TTN regola la produzione della titina, una grande proteina che favorisce la forza e la contrazione delle cellule del miocardio e più in generale dei muscoli. La mutazione a carico di questo gene, spesso in forma “troncante” rappresenta la causa genetica più comune di cardiomiopatia dilatativa e spiegano almeno un quinto dei casi di natura familiare. Non si può parlare oggi di terapia genica mirata a correggere direttamente questo difetto genetico, e quindi si è puntato proprio su ALPK3, un vero e proprio “interruttore di controllo qualità” per molte importanti proteine cardiache. Come rileva Mc Namara si è scoperto che “l'aggiunta di ALPK3 sano migliora la contrazione muscolare nei tessuti cardiaci creati da persone portatrici di una forma troncata di titina -”. Insomma: seppur in fase iniziale, questi risultati rappresentano un passo importante verso la cura delle malattie cardiache genetiche. La speranza è di poter evitare ai bambini malati trapianti di cuore, procedure chirurgiche o con catetere, terapie farmacologiche a lungo termine e dispositivi impiantabili come defibrillatori.
Dopo l’infarto, la terapia genica proteggerà così il cuore dalle aritmie letali di 31 Luglio 2025 di Federico Mereta
Cosa potrebbe cambiare
“Si tratta di un’innovazione sperimentale di grande interesse perché, nei modelli animali, una sola somministrazione della terapia genica non ha soltanto prevenuto la cardiomiopatia da deficit di ALPK3, ma ha migliorato la contrattilità anche dopo la comparsa della disfunzione ventricolare, facendo risalire la frazione di eiezione da circa il 31 al 50% - fa sapere Ciro Indolfi, Presidente della Fondazione Italiana Cuore e Circolazione – SIC -. Tuttavia, non possiamo ancora parlare di una cura per i pazienti: i risultati derivano da topi e da tessuti cardiaci coltivati, mentre nelle forme legate al gene TTN l’efficacia è stata osservata solo in laboratorio. Occorrerà verificare sicurezza, dosaggio, durata dell’effetto e possibili reazioni immunitarie, soprattutto nei cuori con fibrosi avanzata. Se tutte le successive fasi di sperimentazione avranno esito favorevole, l’arrivo nella pratica clinica richiederà realisticamente almeno 5-10 anni”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
69.3/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Alzheimer, dopo l’amiloide arriva tau: la terapia che prova a silenziare la proteina Mondosanità
Dopo anni dominati dalla beta-amiloide, la ricerca sull’Alzheimer prova a colpire direttamente l’altro grande protagonista della malattia: tau. Diranersen, un oligonucleotide antisenso somministrato per via intratecale, riduce alla fonte la produzione della proteina. Nello studio di fase 2 CELIA ha abbassato del 50-65% la tau nel liquido cerebrospinale e ridotto la patologia osservabile alla PET. Sul piano clinico il quadro è più complesso: lo studio non ha raggiunto l’endpoint primario, ma alla dose più bassa il declino sulla scala CDR-SB è risultato rallentato del 26%. È abbastanza per parlare di una nuova cura? No. Ma potrebbe essere una delle prime prove nell’uomo che modificare direttamente tau può incidere anche sulla traiettoria clinica dell’Alzheimer.
Per capire perché il risultato sia importante bisogna cambiare prospettiva. Per trent’anni buona parte della ricerca sull’Alzheimer ha guardato soprattutto alle placche di beta-amiloide. L’ipotesi era intuitiva: se nel cervello dei malati si accumula una proteina anomala, eliminandola si dovrebbe rallentare la malattia. Da questa strategia sono nati gli anticorpi monoclonali anti-amiloide e farmaci come lecanemab e donanemab. Ma l’Alzheimer ha continuato a mostrare una caratteristica che ne rende difficile il trattamento: non sembra dipendere da un’unica alterazione biologica. La review di Kim e colleghi pubblicata su Frontiers in Pharmacology aveva già messo in discussione l’idea degli anticorpi anti-amiloide come possibile “magic bullet”, sottolineando la necessità di esplorare contemporaneamente tau, neuroinfiammazione, metabolismo e altri bersagli. Ora tau sta passando dal ruolo di biomarcatore e bersaglio sperimentale a protagonista di uno dei risultati clinici più interessanti del 2026.
Tau è una proteina normalmente presente nei neuroni e contribuisce alla stabilizzazione dei microtubuli, strutture fondamentali per il trasporto interno della cellula nervosa. Nell’Alzheimer subisce alterazioni, tende ad aggregarsi e forma i caratteristici grovigli neurofibrillari. La differenza rispetto all’amiloide è importante: le placche di beta-amiloide possono comparire molti anni prima dei sintomi, mentre la diffusione cerebrale di tau presenta una relazione più stretta con neurodegenerazione e declino cognitivo. Semplificando, se l’amiloide può rappresentare una delle scintille iniziali della malattia, tau sembra trovarsi più vicino ai meccanismi attraverso i quali il neurone perde progressivamente la propria funzione.
Ed è qui che entra in scena diranersen, precedentemente indicato come BIIB080. La tecnologia è molto diversa da quella degli anticorpi monoclonali. Diranersen è un oligonucleotide antisenso, o ASO, progettato per riconoscere l’RNA messaggero del gene MAPT, che contiene le istruzioni utilizzate dalla cellula per produrre tau. L’obiettivo non è quindi eliminare soltanto la proteina patologica già formata, ma intervenire a monte riducendone la produzione. In termini semplici, invece di continuare a rimuovere il prodotto finale si prova a chiudere parzialmente il rubinetto alla sorgente.
I primi segnali erano arrivati da uno studio di fase 1b pubblicato su JAMA Neurology nel 2023. In 46 persone con Alzheimer lieve e patologia amiloide confermata, BIIB080 aveva determinato una riduzione dose-dipendente della tau totale e della p-tau181 nel liquido cerebrospinale. Alle dosi più elevate la riduzione della tau totale aveva raggiunto circa il 56% e la PET aveva mostrato una diminuzione degli aggregati neurofibrillari in diverse regioni cerebrali. Era la dimostrazione che nell’uomo è possibile modificare biologicamente tau intervenendo sul suo RNA messaggero. Restava però la domanda decisiva: ridurre tau significa anche rallentare la malattia?
Per rispondere è stato progettato CELIA, studio globale di fase 2, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, durato 18 mesi e condotto su 416 persone con decadimento cognitivo lieve dovuto ad Alzheimer o demenza lieve. Sono stati sperimentati diversi regimi di trattamento e proprio qui è arrivata la sorpresa. Dal punto di vista biologico l’effetto è stato netto: dopo 18 mesi la concentrazione della tau totale nel liquido cerebrospinale era diminuita mediamente del 50-65%. Nel sottostudio PET su 131 partecipanti sono state inoltre osservate riduzioni della patologia tau nelle regioni cerebrali valutate. Non è quindi cambiato soltanto un numero nel liquor: anche l’imaging ha indicato una modificazione del bersaglio patologico.
Il dato che ha acceso maggiormente l’interesse riguarda però il regime da 60 milligrammi ogni sei mesi. Nei 60 partecipanti che lo hanno ricevuto, confrontati con 115 pazienti trattati con placebo, a 18 mesi il peggioramento sulla Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (CDR-SB) è risultato inferiore di 0,54 punti, corrispondenti a un rallentamento relativo del 26%. Segnali ancora maggiori sono comparsi su altre scale: 42% sulla ADAS-Cog13 e 50% sul Mini-Mental State Examination, mentre il beneficio relativo è stato del 30% sulla modified iADRS e del 23% sulla ADCOMS. Sono risultati che fanno intravedere una possibile prova di principio: ridurre direttamente tau potrebbe incidere non soltanto sui biomarcatori ma anche sulla progressione clinica.
C’è però un “ma” fondamentale. CELIA era stato progettato per verificare se aumentando la dose aumentasse anche il beneficio clinico, ma questa relazione dose-risposta non è stata osservata. Anzi, sulla CDR-SB il risultato migliore è comparso proprio con il dosaggio inferiore: con 115 mg ogni sei mesi il rallentamento è stato del 14% e con 115 mg ogni tre mesi del 9%. Lo studio non ha quindi raggiunto formalmente il proprio endpoint primario. Non possiamo ancora affermare che diranersen funzioni né, tanto meno, che sia vicino a diventare una terapia disponibile. Il segnale è promettente, ma dovrà essere confermato su numeri molto maggiori.
Resta inoltre da capire perché la dose inferiore abbia apparentemente funzionato meglio. Tau non è semplicemente una proteina tossica da eliminare: svolge anche funzioni fisiologiche necessarie ai neuroni. Si può ipotizzare che esista un intervallo ottimale nel quale ridurre sufficientemente la tau patologica senza interferire eccessivamente con quella fisiologica, ma è soltanto un’ipotesi. La mancata relazione dose-risposta potrebbe dipendere anche dalle dimensioni dei gruppi, dalla variabilità dei pazienti o da altri fattori statistici e biologici. Sarà la fase 3 a doverlo chiarire.
C’è poi un altro elemento che invita alla prudenza. Dopo 18 mesi non è stata osservata una separazione dal placebo sulla ADCS-ADL-MCI, scala utilizzata per valutare le attività della vita quotidiana, mentre altri domini funzionali della CDR-SB hanno favorito diranersen. Ed è questo il punto decisivo per pazienti e famiglie: non basta ridurre una proteina o rallentare il peggioramento in un test. Bisogna dimostrare che la persona riesca a mantenere più a lungo autonomia, memoria, capacità di conversare, organizzare la giornata e gestire la propria vita. Per stabilirlo serviranno studi più lunghi.
Anche la modalità di somministrazione avrà un peso. Diranersen non è una compressa né un’infusione endovenosa: viene somministrato per via intratecale attraverso una puntura lombare. Con il regime che ha prodotto il segnale clinico migliore la procedura veniva effettuata ogni sei mesi. Gli eventi avversi più frequenti sono stati dolore correlato alla procedura, sindrome post-puntura lombare e stati confusionali, generalmente comparsi nei giorni successivi alla somministrazione e risolti entro una settimana.
Il futuro, tuttavia, potrebbe non essere una competizione tra farmaci anti-amiloide e farmaci anti-tau. Potrebbero essere utilizzati insieme o in momenti differenti della malattia. L’amiloide tende ad accumularsi molto precocemente e potrebbe contribuire ad avviare la cascata patologica; tau appare invece più strettamente associata alla neurodegenerazione e alla progressione clinica. Intervenire su entrambe potrebbe quindi significare colpire due passaggi differenti dello stesso processo. È la stessa prospettiva indicata dalla review di Frontiers in Pharmacology: l’Alzheimer potrebbe richiedere non una “pallottola magica”, ma una medicina di precisione capace di combinare terapie anti-amiloide, anti-tau, interventi sulla neuroinfiammazione e controllo dei fattori vascolari e metabolici.
Diranersen è particolarmente interessante anche perché molti precedenti tentativi contro tau, compresi diversi anticorpi rivolti soprattutto alle sue forme extracellulari, non hanno dato i risultati sperati. L’oligonucleotide antisenso agisce invece più a monte, riducendo l’RNA messaggero di MAPT e quindi la sintesi della proteina. CELIA aggiunge ora qualcosa che mancava: accanto alla riduzione del 50-65% della tau liquorale e alla diminuzione della patologia alla PET, compare un possibile segnale di rallentamento cognitivo.
La fase 3 sarà dunque la vera prova. Dovrà stabilire se il beneficio osservato con 60 mg ogni sei mesi sia riproducibile, definire il dosaggio ottimale, verificare la durata dell’effetto, misurare meglio l’impatto sull’autonomia e raccogliere dati di safety su molti più pazienti. Fino ad allora diranersen resta un farmaco sperimentale. Ma CELIA suggerisce che, dopo l’amiloide, potrebbe essersi aperta una seconda porta. Se il risultato sarà confermato, il futuro dell’Alzheimer potrebbe non consistere nello scegliere tra amiloide e tau, ma nel capire quando colpire l’una, quando l’altra e quando entrambe.