Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Un gruppo di ricercatori sostenuti dal National Cancer Institute statunitense ha sviluppato un innovativo test del sangue in grado di migliorare l’individuazione dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, una delle forme tumorali più aggressive e con prognosi s…
Un gruppo di ricercatori sostenuti dal National Cancer Institute statunitense ha sviluppato un innovativo test del sangue in grado di migliorare l’individuazione dell’adenocarcinoma duttale pancreatico, una delle forme tumorali più aggressive e con prognosi sfavorevole. I risultati dello studio – come riporta il Corriere della Sera -sono stati pubblicati sulla rivista Clinical Cancer Research. Il tumore al pancreas resta infatti tra i più difficili da diagnosticare in tempo utile: nella maggior parte dei casi viene individuato quando è già in fase avanzata, riducendo drasticamente l’efficacia delle terapie. Attualmente, solo circa il 10% dei pazienti supera i cinque anni dalla diagnosi. Tuttavia, la comunità scientifica concorda sul fatto che una diagnosi precoce potrebbe cambiare significativamente queste prospettive, anche se al momento mancano strumenti di screening affidabili.
Per affrontare questo limite, i ricercatori della Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania e della Mayo Clinic hanno adottato un approccio progressivo, analizzando campioni di sangue di pazienti affetti da tumore pancreatico e confrontandoli con quelli di individui sani o con patologie simili ma non tumorali. Lo studio ha preso in considerazione due biomarcatori già noti: il CA19-9, comunemente utilizzato per monitorare la risposta alle terapie, e la trombospondina 2 (THBS2). Tuttavia, entrambi presentano limiti significativi: il CA19-9 può risultare elevato anche in condizioni benigne, come pancreatiti o ostruzioni biliari, mentre alcuni individui non lo producono affatto per ragioni genetiche.
Analizzando campioni conservati, il team ha individuato due nuove proteine associate alla presenza di tumore pancreatico in fase precoce: l’aminopeptidasi N (ANPEP) e il recettore delle immunoglobuline polimeriche (PIGR). L’integrazione di questi nuovi marcatori con quelli già esistenti ha portato allo sviluppo di un pannello combinato a quattro biomarcatori. I risultati sono promettenti: il test combinato è stato in grado di distinguere i pazienti con tumore dai soggetti senza malattia nel 91,9% dei casi complessivi, mantenendo un tasso di falsi positivi del 5%. Per quanto riguarda gli stadi iniziali (I e II), il sistema ha identificato correttamente l’87,5% dei casi.
Un altro aspetto rilevante è la capacità del test di differenziare i pazienti oncologici non solo da individui sani, ma anche da persone affette da patologie pancreatiche non tumorali, come la pancreatite, riducendo il rischio di diagnosi errate. Secondo i ricercatori, questi risultati rappresentano un passo avanti significativo, ma necessitano di ulteriori conferme. Studi futuri dovranno coinvolgere popolazioni più ampie e includere soggetti prima della comparsa dei sintomi, per valutare il potenziale utilizzo del test come strumento di screening, soprattutto per le persone a rischio elevato a causa di familiarità, predisposizione genetica o precedenti condizioni pancreatiche. Se validato su larga scala, questo approccio potrebbe segnare una svolta nella lotta contro uno dei tumori più difficili da intercettare in tempo.
Lo studio
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Non è solo una questione di tecnica, ma di tempo e qualità della vita. La sfida vinta dall’Unità di Chirurgia Plastica del Policlinico Tor Vergata di Roma segna un punto di svolta per le donne che hanno subito una mastectomia (asportazione del seno) a causa d…
Non è solo una questione di tecnica, ma di tempo e qualità della vita. La sfida vinta dall’Unità di Chirurgia Plastica del Policlinico Tor Vergata di Roma segna un punto di svolta per le donne che hanno subito una mastectomia (asportazione del seno) a causa di un tumore: la ricostruzione mammaria autologa, ovvero con i tessuti prelevati dalla stessa paziente invece che con le protesi di silicone, è a tutti gli effetti una procedura rapida e sicura. Ma anche molto complicata e non alla portata di tutti i bisturi. Grazie a uno studio pubblicato sul Journal of Plastic, Reconstructive & Aesthetic Surgery (JPRAS) su 143 casi, l’ospedale romano si attesta tra i primi cinque a livello globale per velocità di recupero e dimissione. Il segreto? Un’organizzazione perfetta tra chirurghi e anestesisti che permette di dimezzare i tempi chirurgici e di dimettere la paziente entro 24 ore, garantendo un risultato naturale, senza protesi e destinato a durare per sempre. A spiegare precisamente i vantaggi della nuova procedura è Benedetto Longo, direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica dell’Università di Roma Tor Vergata, nonché autore dello studio.
Professore, in cosa consiste la ricostruzione mammaria autologa?
“Si chiama tecnicamente ricostruzione mammaria autologa microchirurgica con lembo DIEP (Deep Inferior Epigastric Perforator). In parole semplici, preleviamo una porzione di tessuto addominale (pelle e grasso) situata tra l’ombelico e il pube, insieme a un’arteria e a una o due vene. Questo tessuto viene poi trasferito sul torace per ricostruire la mammella asportata a causa del tumore. La grande differenza rispetto ai trapianti d’organo è che il donatore e il ricevente sono la stessa persona: non c’è rischio di rigetto”.
Come avviene questo “trasferimento” di tessuto?
“Per far sopravvivere il tessuto prelevato dall’addome, dobbiamo ricollegare i vasi addominali a quelli della regione ascellare o mammaria interna. È un tipo di intervento tra i più complessi in chirurgia plastica: richiede un training del chirurgo di almeno 10-15 anni. Non tutte le Breast Unit possono quindi offrirlo, perché serve un team affiatato e un volume di interventi elevato, circa 60-70 all’anno, per mantenere l’expertise necessaria”.
Tra i vantaggi della procedura ci sono i tempi di dimissione, meno di 24 ore. Come ci siete riusciti?
“Grazie all’ottimizzazione di ogni fase. Un intervento che normalmente dura 6-8 ore, noi lo eseguiamo in 3-4 ore. Usiamo protocolli ERAS (Enhanced Recovery After Surgery), che ottimizzano l’intero percorso perioperatorio e che prevedono una gestione del dolore multimodale e mirata. Questo permette alla paziente di alzarsi dal letto già 12 ore dopo l’intervento. Se non c’è dolore e la mobilità è buona, la paziente può tornare a casa il giorno successivo in totale sicurezza. Questo abbatte l’impatto psicologico dell’ospedalizzazione e rende i costi sovrapponibili a quelli di una normale ricostruzione con protesi”.
A proposito di protesi: quali sono i vantaggi del tessuto autologo rispetto al silicone?
“Il vantaggio è definitivo. Una protesi ha una durata media di 7-8 anni e spesso va sostituita o dà problemi di contrattura. Il tessuto autologo, invece, è per sempre. È un seno ‘vivo’: è morbido, segue i cambiamenti di peso della donna, ingrassa e dimagrisce con lei, e invecchia in modo naturale insieme al corpo. Esteticamente, il risultato è incomparabile”.
Molte donne temono il trauma dell’amputazione. Questo intervento si può fare contestualmente alla rimozione del tumore?
“Assolutamente sì. La nostra casistica include molte ricostruzioni immediate. Le due équipe — i senologi che asportano il tumore e noi chirurghi plastici — lavorano contemporaneamente per ottimizzare i tempi. È fondamentale per la paziente svegliarsi già ‘ricostruita’: aiuta a chiudere psicologicamente il capitolo della malattia senza subire il trauma dello specchio”.
Parliamo di cicatrici: se prendete tessuto dall’addome, ne resterà un segno evidente?
“Sì, c’è una cicatrice addominale, ma viene posizionata in basso, dove resterebbe nascosta dagli slip. In pratica, l’effetto è quello di un’addominoplastica estetica: molte pazienti sono quasi contente di ritrovarsi con un addome più piatto. Sul seno, invece, cerchiamo di usare le stesse incisioni dei senologi, rendendole il più possibile simili a quelle di un intervento estetico, come una mastoplastica riduttiva”.
Un’ultima curiosità: questa tecnica si può usare anche per scopi puramente estetici, per chi vuole aumentare il seno senza protesi?
“In teoria sì, ma è un intervento estremamente impegnativo che il Servizio Sanitario offre solo per necessità oncologiche. Per fini puramente estetici, sono rarissime le donne che scelgono un intervento così complesso perché è difficile trovare centri e chirurghi che possano eseguirlo nel privato. Noi offriamo entrambe le possibilità poiché la nostra missione principale resta restituire integrità e dignità a tutte le donne e soprattutto a chi ha affrontato la battaglia contro il cancro, cercando di avvicinarci il più possibile allo status quo precedente alla malattia”.
Valentina Arcovio
Taranto, 50enne ha un malore durante l'infusione e muore in ospedale: disposta l'autopsia. L'Asl: «Complicanza della terapia» - La Gazzetta del Mezzogiorno
📰 La Gazzetta del Mezzogiorno📅 2026-04-17T10:10:48
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Taranto, 50enne ha un malore durante l'infusione e muore in ospedale: disposta l'autopsia. L'Asl: «Complicanza della terapia» La Gazzetta del Mezzogiorno