📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Tumore al seno: l'educazione alla prevenzione conquista le donne della Polizia di Stato pharmastar.it
Ora anche le oltre 1.400 poliziotte coinvolte nel progetto "Care for Caring - Ambasciatrici della Prevenzione" del tumore al seno potranno aiutare altre donne a tutelare la propria salute. Un progetto di sensibilizzazione e di educazione alla Prevenzione i cui risultati sono stati presentati nel corso di una conferenza stampa promossa dall'On. Simona Loizzo, che si č svolta presso il Ministro della Salute.L'iniziativa č stata ideata e coordinata da Ladies First in collaborazione con la Polizia di Stato, e patrocinata dalla Fondazione dell'AIOM e dalla Regione Emilia-Romagna. Ne parlano la Dott.ssa Paola Bardasi, Direttore Generale Az. Osp/AUSL Piacenza e Fabrizio Ciprani, Direttore Centrale Sanitŕ Polizia di Stato. Tumore del polmone: dall’assenza di mutazioni driver alle resistenze, quali i principali unmet need?Professor Marcello Tiseo Psoriasi, nuove evidenze sugli anti-IL-23: verso un controllo dell'infiammazione sistemica e della progressione di malattiaProf.ssa Alessandra Narcisi Psoriasi, perché intervenire precocemente: ruolo dell'infiammazione sistemica e delle comorbiditŕProf.ssa Anna Campanati Studi clinici nelle malattie rare: rigore metodologico e nuove prospettiveCarlotta Galeone Malattie rare, le nuove sfide per valutare e garantire l'accesso alle terapieClaudio Jommi Vitiligine: una presa in carico piů vicina al paziente per migliorare qualitŕ di vita e accesso alle cureValeria Corazza Vitiligine, innovazione terapeutica e organizzativa: il valore della collaborazione tra tutti gli stakeholderNicola Bencini Farmacia dei servizi e teledermatologia: la sperimentazione lombarda rafforza la presa in carico della vitiligineAnna Rosa Racca Vitiligine, nuove terapie target e aderenza: le chiavi per migliorare i risultati cliniciAngelo Valerio Marzano Teledermatologia e farmacie dei servizi: la Lombardia sperimenta un nuovo modello di presa in carico della vitiligineEmanuele Monti TAVI nei casi complessi, esperienza e metodo per aumentare la sicurezzaDott. Arturo Giordano TAVI e Lifetime Management, progettare oggi il percorso futuro del pazienteDott. Francesco Bedogni InformativaUtilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nellacookie policy.Puoi acconsentire all'utilizzo di tali tecnologie utilizzando il pulsante "Accetta tutti". Fino a che non sceglierai una opzione utilizzeremo solo i cookie tecnici e necessari. Cookie tecniciCookie tecnici e necessari al corretto funzionamento del sito web. Non possono essere disabilitati [7]NomeFornitoreScopoDuratacovidLoginAntherica srlFunzionaleSessionelngAntherica srlFunzionalePersistentepharmaLogAntherica srlFunzionaleSessionesocialcounterAntherica srlFunzionale1 giornosys_langAntherica srlFunzionalePersistenteUserLogAntherica srlFunzionaleSessione_cookie_consentAntherica srlFunzionale1 anno Cookie di preferenzaI cookie di preferenza consentono al sito web di memorizzare informazioni che ne influenzano il comportamento, ad esempio la personalizzazione di un colore.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia Cookie statisticiI cookie statistici aiutano a capire come i visitatori interagiscono con il sito web raccogliendo e trasmettendo informazioni in forma anonima [7]NomeFornitoreScopoDurata_gaGoogle AnalyticsStatistiche1 anno_ga_J8H44EJNJ3Google AnalyticsStatistiche1 anno__utmaGoogle AnalyticsStatistiche2 anni__utmbGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmcGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmtGoogle AnalyticsStatisticheSessione__utmzGoogle AnalyticsStatistiche6 mesi Cookie di marketingI cookie di marketing vengono utilizzati per tracciare i visitatori sul sito web. La finalità è quella di presentare annunci pubblicitari che siano rilevanti e coinvolgenti per il singolo utente.Nessun cookie utilizzato per questa tipologia
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Tumore al pancreas: i risultati del farmaco daraxonrasib aprono a nuove prospettive terapeutiche OMaR – Osservatorio Malattie Rare
Tumore al pancreas
Tumore al pancreas: i risultati del farmaco daraxonrasib aprono a nuove prospettive terapeutiche
Presentati all’ultimo Congresso ASCO, i dati dello studio RASolute 302 attirano l’attenzione sulle potenzialità dell’approccio terapeutico basato sull’inibizione della proteina RAS
Ci sono momenti destinati a essere ricordati e l’ovazione con cui la folta platea di medici riuniti a Chicago, al Congresso 2026 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), ha accolto i risultati dello studio RASolute 302 sul tumore al pancreas è uno di questi: i dati del trial clinico, che ha valutato l’impiego del farmaco sperimentale daraxonrasib, rappresentano una potenziale svolta, in grado di influenzare anche la futura ricerca su questa insidiosa neoplasia solida. E non è un caso che il barometro per misurare il valore dell’innovazione oncologica mondiale sia il congresso dell’ASCO dove, quattro anni fa, furono trionfalmente accolti i dati dello studio Destiny-Breast04 sul tumore alla mammella metastatico HER2Low: fu un momento importante nel panorama terapeutico del carcinoma mammario, così come ci si augura che oggi possano esserlo, per il cancro del pancreas, i dati del trial RASolute 302.
TUMORE AL PANCREAS: SPESSO SILENTE E QUASI SEMPRE AGGRESSIVO
Il carcinoma del pancreas - abitualmente riferito come adenocarcinoma duttale, poiché oltre il 90% delle neoplasie di quest’organo origina dalle cellule dei dotti pancreatici - è uno dei più aggressivi: in Italia si stimano circa 14mila decessi all’anno, ma sono gli indici di mortalità a farne una delle principali cause di decesso oncologico, con una sopravvivenza a 5 anni che si attesta intorno al 4%. Purtroppo, le manifestazioni cliniche del tumore del pancreas (una delle più evidenti è il dimagrimento, seguito da dolore addominale) non sono specifiche, complicando l’opportunità di una diagnosi precoce; tale aspetto fa sì che solo il 15-20% dei tumori pancreatici diagnosticati possa essere asportato chirurgicamente.
Oggi, le possibilità terapeutiche per questa patologia comprendono la chirurgia, quando la lesione cancerosa è operabile, differenti combinazioni di chemioterapia e, in situazioni selezionate, la radioterapia o trattamenti mirati a specifiche alterazioni molecolari. Nella malattia metastatica la scelta delle terapie e della loro sequenza deve tenere conto anche della risposta ai trattamenti precedenti, degli effetti collaterali e della qualità di vita del paziente. In ogni caso, nel tumore al pancreas le scelte terapeutiche devono essere effettuate da un’equipe multidisciplinare sulla base dello stadio, della sede e delle caratteristiche biologiche e molecolari della malattia, nonché delle condizioni generali della persona.
Il quadro, quindi, è piuttosto complesso ma quest’anno, tra i padiglioni del McCormick Place di Chicago, si è respirata l’aria di un cambiamento strategico, con l’avvento di una medicina di precisione capace di colpire un bersaglio genetico specifico ottimizzando, al contempo, i carichi terapeutici. In Italia, l’entusiasmo per gli esiti del trial RASolute 302 ha raggiunto i maggiori oncologi, da Milano a Roma, a conferma che saper leggere la biologia di un tumore sta permettendo di abbattere barriere storicamente ritenute insormontabili.
LO STUDIO CLINICO RASOLUTE 302
I risultati del trial di Fase III RASolute 302 sono stati pubblicati sul numero di luglio del New England Journal of Medicine e hanno portato sotto la lente d’ingrandimento il potenziale di daraxonrasib, un inibitore orale, multiselettivo, della proteina RAS. Infatti, quasi il 90% degli adenocarcinomi duttali del pancreas esprime mutazioni patologiche nel gene RAS, che codifica per l’omonima proteina; tali mutazioni sono associate a una serie di eventi precoci che promuovono la crescita della lesione neoplastica. Ciò ha contribuito a fare dei geni di questa famiglia un bersaglio terapeutico alquanto interessante. Negli anni sono stati messi a punto dei farmaci efficaci su una singola mutazione del gene RAS ma che non riescono ad agire sulla forma attiva della proteina omonima. Al contrario, daraxonrasib appartiene a una classe innovativa di molecole capaci di legarsi proprio alla forma attiva di RAS: tale operazione è possibile poiché il farmaco si lega alla proteina ciclofillina A (CypA), diffusamente espressa nelle cellule, specialmente quelle tumorali. Così facendo si viene a formare un complesso che interrompe l’interazione di RAS con altre proteine lungo la cascata di segnale. Daraxonrasib agisce su un ampio spettro di varianti del gene RAS, incluse le molte diffuse G12D e G12V, coprendo fino al 90% di pazienti con tumore al pancreas precedentemente orfani di cure mirate.
I risultati presentati a Chicago parlano chiaro. Il trial RASolute 302 ha arruolato 500 pazienti con adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico e con malattia in progressione dopo una precedente linea di terapia: 248 sono stati inclusi nel braccio di trattamento con daraxonrasib, ottenendo una sopravvivenza globale mediana di 13,2 mesi rispetto ai 6,7 mesi del gruppo di controllo, sottoposto a chemioterapia. La sopravvivenza libera da progressione nei pazienti trattati con daraxonrasib è stata di 7,2 mesi, contro i 3,6 mesi del gruppo di controllo, e il tasso di risposta obiettiva è stato quasi il triplo di quello registrato nei pazienti di controllo (33,2% contro 11,8%).
Va però specificato che l’obiettivo principale dello studio RASolute 302 era di valutare l’efficacia e la sicurezza di daraxonrasib in una specifica categoria di pazienti, ossia quelli il cui tumore presentava un’alterazione del gene RAS chiamata G12, una delle più frequenti nell’adenocarcinoma del pancreas. I dati della sperimentazione si sono confermati positivi anche in questa popolazione, dove la sopravvivenza globale mediana è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib e di 6,6 mesi con la chemioterapia, mentre la sopravvivenza libera da progressione è risultata, rispettivamente, di 7,3 e 3,5 mesi. Dopo dodici mesi, era ancora vivo il 53,3% dei pazienti trattati con il nuovo farmaco, contro il 18,7% di quelli sottoposti a chemioterapia.
I dati pubblicati sottolineano anche il favorevole profilo di sicurezza di daraxonrasib: il farmaco è stato generalmente ben tollerato, ma dovrà comunque essere somministrato sotto l’occhio esperto dell’oncologo poiché sono emersi effetti collaterali - come diarrea e rash cutaneo - che sono apparsi gestibili attraverso una riduzione del dosaggio.
Tuttavia, è opportuno ribadire che questi risultati riguardano una precisa popolazione di pazienti, ossia quelli con malattia metastatica già sottoposti a una precedente terapia e portatori di una mutazione RAS G12. I dati non possono quindi essere estesi automaticamente a tutte le persone con tumore del pancreas.
UN RISULTATO IMPORTANTE MA LA CAUTELA È D’OBBLIGO
Come detto, le alterazioni dei geni della famiglia RAS sono molto frequenti nell’adenocarcinoma duttale del pancreas, ma per decenni questo bersaglio molecolare è stato considerato quasi impossibile da colpire farmacologicamente.
In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Med e firmato dalla dottoressa Giulia Orsi e dal professor Michele Reni, del Dipartimento di Oncologia Medica e del Pancreas Translational and Clinical Research Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, i due autori confermano il rilievo delle conclusioni dello studio RASolute 302, a dimostrazione di come l’inibizione di RAS possa diventare una strategia efficace contro il tumore del pancreas e aprire così la strada allo sviluppo di una nuova classe di trattamenti.
Al contempo, però, i due esperti invitano a valutare con cautela la reale entità del beneficio osservato, evidenziando alcuni limiti dello studio. Il confronto con la chemioterapia potrebbe aver infatti favorito daraxonrasib, perché nel gruppo di controllo i trattamenti scelti non erano sempre basati sull’evidenza scientifica attualmente disponibile e una quota di pazienti non aveva ricevuto alcuna terapia. Inoltre, parte del vantaggio di sopravvivenza mostrato dal nuovo farmaco può verosimilmente essere dovuto a trattamenti successivi somministrati dopo la progressione della malattia. Oltre a ciò, il periodo di osservazione è stato breve e i dati disponibili non permettono di capire con certezza quanto a lungo durerà il beneficio di daraxonrasib, e non è neppure ancora chiaro se il farmaco sia efficace nei tumori con mutazioni RAS diverse da G12. Restano infine da considerare alcuni effetti collaterali legati al trattamento, soprattutto a carico della pelle e della bocca.
“Lo studio è indubbiamente positivo e dimostra che RAS può finalmente diventare un bersaglio terapeutico anche nel tumore del pancreas”, spiega Michele Reni, professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. “Daraxonrasib è però in grado di ritardare la progressione della malattia e non di impedirla, e non deve essere interpretato come una cura definitiva. Il risultato rappresenta l’inizio di un possibile cambiamento di paradigma, che dovrà essere consolidato attraverso dati più maturi e nuovi studi”.
“Uno dei prossimi obiettivi della ricerca sarà comprendere i meccanismi attraverso i quali le cellule tumorali sviluppano resistenza al farmaco”, aggiunge la dottoressa Orsi. “Queste conoscenze potrebbero permettere di associare gli inibitori di RAS alla chemioterapia o ad altre molecole dirette contro i meccanismi di resistenza. Sarà inoltre importante studiare daraxonrasib in fasi più precoci del percorso terapeutico”.
OPPORTUNITÀ ATTUALI E PROSPETTIVE FUTURE
L’ASCO 2026 ha segnato un punto di svolta nel tumore al pancreas, con il consolidamento della genomica quale bussola terapeutica e l’ingresso in campo della terapia mirata anti-RAS: l’efficacia dimostrata da daraxonrasib punta, infatti, verso una personalizzazione del trattamento che va oltre le fasi avanzate di malattia, permettendo di ipotizzare future strategie terapeutiche più precoci.
Ciononostante, è importante ricordare che daraxonrasib è ancora un farmaco sperimentale e, al momento, non è autorizzato né disponibile per il trattamento dei pazienti nell’Unione Europea. Ad aprile, daraxonrasib ha ricevuto dall’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) la designazione di farmaco orfano per il tumore del pancreas, un riconoscimento che è pensato per incentivare lo sviluppo di nuove terapie per le malattie rare ma che non equivale alla loro approvazione.
Il Comitato per i Medicinali per Uso Umano dell’EMA ha avviato una revisione progressiva dei dati su daraxonrasib: questa procedura consente di valutare le evidenze sul farmaco man mano che diventano disponibili e può accelerare il percorso regolatorio, ma la molecola sperimentale dovrà comunque rispettare gli stessi requisiti di qualità, efficacia e sicurezza previsti per tutti gli altri medicinali prima di poter essere ufficialmente approvata in Europa e, al momento, non è possibile prevedere quando si concluderà la valutazione.
A prescindere da tutto ciò, la lezione di Chicago è netta: grazie alla medicina di precisione il cancro sta perdendo la sua aura di invincibilità per diventare una patologia che può essere potenzialmente sconfitta grazie a una terapia calibrata sull’identità molecolare delle cellule maligne e sulle condizioni del paziente.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Un vaccino a mRNA diverso per ogni paziente: cosa sappiamo della nuova terapia contro il melanoma greenMe
Si toglie il melanoma, se ne analizzano le mutazioni e da quel tumore viene costruito un trattamento diverso per ogni paziente. Fino a 34 bersagli molecolari, scelti sulla carta d’identità genetica della malattia e messi dentro una molecola di mRNA che deve insegnare al sistema immunitario cosa andare a cercare. Il cosiddetto vaccino a mRNA contro il melanoma è arrivato ora alla prova più pesante: il 19 agosto Moderna e Merck hanno annunciato che lo studio internazionale di fase 3 INTerpath-001 ha raggiunto sia l’obiettivo principale sulle recidive sia quello sulle metastasi a distanza.
È un passaggio importante anche perché parliamo del primo risultato positivo di fase 3 per una terapia oncologica personalizzata basata su neoantigeni e mRNA. C’è però un dettaglio piuttosto ingombrante da mettere subito sul tavolo: i risultati comunicati sono per ora topline. Sappiamo che la differenza rispetto alla sola immunoterapia è stata definita statisticamente significativa e clinicamente rilevante; non sappiamo ancora di quanto. I dati completi saranno presentati a un prossimo congresso medico e sottoposti alle autorità regolatorie.
Non è il vaccino che si fa per evitare il melanoma
La parola “vaccino” può far immaginare una puntura somministrata alle persone sane per impedire la comparsa del tumore. Qui succede qualcosa di molto diverso.
Intismeran autogene, conosciuto durante lo sviluppo anche come V940 o mRNA-4157, è una terapia oncologica individualizzata. Nello studio di fase 3 è stata utilizzata in persone che avevano già avuto un melanoma cutaneo ad alto rischio, negli stadi IIB, IIC, III o IV, e alle quali il tumore era stato completamente rimosso chirurgicamente. L’obiettivo è diminuire la probabilità che qualche cellula tumorale rimasta nell’organismo riesca a rimettere in moto la malattia.
Per costruire intismeran viene utilizzato un campione del tumore del singolo paziente. Le sue mutazioni vengono analizzate per individuare i cosiddetti neoantigeni, caratteristiche anomale delle cellule cancerose che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. Viene quindi sintetizzato un mRNA capace di codificarne fino a 34. Una volta somministrato, dovrebbe addestrare i linfociti T a riconoscere proprio quei bersagli.
Il trattamento viene associato a pembrolizumab, un farmaco immunoterapico anti-PD-1 già utilizzato contro diversi tumori. Se intismeran fornisce al sistema immunitario una specie di identikit delle cellule da cercare, pembrolizumab interviene su uno dei meccanismi con cui il tumore riesce a frenare la risposta immunitaria.
E no, non si tratta neppure di una singola iniezione confezionata e pronta per chiunque. Nel trial i pazienti assegnati alla combinazione hanno ricevuto intismeran per via intramuscolare ogni tre settimane, fino a nove dosi, insieme a pembrolizumab per circa un anno. Una medicina personalizzata sul serio significa anche questo: prima bisogna leggere il tumore, poi bisogna fabbricare il trattamento.
Cosa ha dimostrato davvero la fase 3
Lo studio INTerpath-001 è randomizzato e in doppio cieco. Secondo i dati appena comunicati dalle aziende ha coinvolto 1.137 pazienti, assegnati in rapporto due a uno alla combinazione intismeran-pembrolizumab oppure a placebo più pembrolizumab.
L’obiettivo principale era la sopravvivenza libera da recidiva: quanto tempo trascorre prima che il melanoma ricompaia, localmente o a distanza, oppure prima della morte. La combinazione ha prodotto un miglioramento statisticamente significativo e considerato clinicamente rilevante rispetto al solo pembrolizumab.
È stato raggiunto anche un secondo obiettivo importante, la sopravvivenza libera da metastasi a distanza. Significa che nel gruppo trattato con intismeran più immunoterapia è stato osservato un vantaggio anche nel tempo trascorso senza comparsa di metastasi lontane dalla sede originaria del melanoma.
Quanto grande sia questo vantaggio, ancora non possiamo scriverlo. Moderna e Merck non hanno diffuso hazard ratio, percentuali di pazienti liberi da malattia o numero degli eventi osservati nella fase 3. Hanno comunicato inoltre che non sono emersi nuovi segnali di sicurezza rispetto agli studi precedenti, ma anche in questo caso i dati dettagliati sugli effetti avversi non sono stati ancora resi pubblici.
Lo studio proseguirà soprattutto per chiarire un’altra questione assai meno accessoria: la sopravvivenza complessiva, cioè verificare se il trattamento riesca anche a far vivere più a lungo i pazienti.
Da dove arrivano allora quel 49% e quel 59%?
Qui conviene separare due notizie che rischiano di finire nello stesso frullatore.
Il 49% di riduzione del rischio di recidiva o morte e il 59% di riduzione del rischio di metastasi a distanza o morte arrivano dal precedente studio randomizzato di fase 2b KEYNOTE-942, pubblicato nel giugno 2026 sul Journal of Clinical Oncology. Quello studio comprendeva 157 pazienti con melanoma ad alto rischio già asportato: 107 ricevettero intismeran più pembrolizumab e 50 il solo pembrolizumab.
Dopo un follow-up mediano di circa cinque anni, era libero da recidiva il 68,8% dei pazienti trattati con la combinazione, contro il 49,1% del gruppo pembrolizumab. Il rischio di recidiva o morte risultava inferiore del 49%, quello di metastasi a distanza o morte del 59%. Ed è proprio la solidità di questi risultati ad aver portato alla sperimentazione molto più ampia appena arrivata al primo risultato positivo.
Nello stesso studio il 92,2% dei pazienti del gruppo intismeran risultava vivo a cinque anni, contro il 71,3% del gruppo di controllo. Un numero notevole, che a giugno ha prodotto parecchi titoli. La sopravvivenza complessiva era però un’analisi esplorativa, con appena 14 decessi complessivi e un intervallo di confidenza ampio. Gli stessi ricercatori parlano quindi di una tendenza favorevole, non della dimostrazione definitiva che il vaccino riduca la mortalità.
È precisamente uno dei motivi per cui la fase 3 continua.
La sperimentazione è passata anche dall’Italia
L’Italia è entrata nello studio internazionale. Il registro ClinicalTrials.gov riporta tra i centri coinvolti l’Istituto nazionale tumori Fondazione Pascale di Napoli, l’Istituto nazionale dei tumori e l’Istituto europeo di oncologia di Milano, l’Azienda ospedaliero-universitaria senese e l’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.
Intismeran, comunque, rimane un trattamento sperimentale. Il risultato di fase 3 non equivale a un’autorizzazione e oggi non esiste ancora una prescrizione ordinaria del “vaccino contro il melanoma”. Moderna e Merck hanno annunciato che presenteranno i risultati completi e discuteranno con le autorità regolatorie le domande di approvazione. In Europa, l’EMA aveva già ammesso V940 nel 2023 al programma PRIME, pensato per sostenere più da vicino lo sviluppo di medicinali promettenti destinati a bisogni clinici rilevanti. PRIME, anche qui, significa percorso accelerato di sviluppo e valutazione: non farmaco già autorizzato.
E intanto la stessa tecnologia viene studiata anche in altri tumori. Il programma INTerpath comprende sperimentazioni su carcinoma polmonare non a piccole cellule, tumori della vescica e del rene, oltre ad altri studi oncologici. È forse la parte più interessante di questa storia: il melanoma potrebbe diventare la prima dimostrazione su larga scala che un vaccino a mRNA costruito partendo dalle mutazioni del tumore di una singola persona può aggiungere qualcosa a un’immunoterapia già efficace.
Per sapere quanto aggiunga serviranno quei numeri che ancora mancano. Ma la fase 3 ha già tolto intismeran dal territorio delle sole promesse: oltre mille pazienti dopo, recidive e metastasi si sono mosse entrambe nella direzione prevista. Ora tocca ai dati completi.
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"Momento cruciale per la lotta contro il cancro": nuovo vaccino mRna in ultima fase di sperimentazione retenews24.net
È in sperimentazione avanzata un nuovo vaccino mRna, che rappresenta un passo cruciale per la lotta contro il cancro. Grande attesa da parte di “Moderna”.
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È in sperimentazione avanzata un nuovo vaccino mRna, che rappresenta un passo cruciale per la lotta contro il cancro. Si parla da anni di vaccini a mRNA (RNA messaggero) per combattere il cancro, in particolar modo il melanoma, un aggressivo tumore della pelle: ora siamo a un passo da una terapia rivoluzionaria contro questa malattia oncologica. Per la prima volta, infatti, uno studio di Fase 3 in doppio cieco, randomizzato e controllato con placebo – il gold standard della ricerca scientifica – ha dimostrato la notevole efficacia del trattamento Intismeran Autogene Plus KEYTRUDA®, messo a punto dalla società biotecnologica Moderna – divenuta molto famosa grazie al vaccino anti Covid “Spikevax” – e dal colosso farmaceutico tedesco Merck.
Moderna evidenzia che fino ad oggi lo sviluppo di un farmaco antitumorale basato sulla specifica firma genetica delle mutazioni del cancro del paziente sembrava fantascienza, ma grazie alla piattaforma a mRNA ciò è stato reso possibile. “Questi risultati di Fase 3 rappresentano un momento cruciale per la ricerca sul cancro. Per molti anni, l’idea di creare una terapia a mRNA progettata specificamente per il tumore di un singolo paziente è rimasta un’aspirazione. Ora stiamo contribuendo a trasformare questa visione in realtà”, ha affermato Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna. “Insieme a Merck, abbiamo iniziato a dimostrare il potenziale trasformativo di questa tecnologia per rispondere a esigenze critiche ancora insoddisfatte nel contesto adiuvante del melanoma. Siamo profondamente grati ai pazienti, ai ricercatori e ai team di studio il cui contributo rende possibile questo progresso”. Ha aggiunto il dirigente.
Fonte: Fanpage
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La prodigiosa alchimia del sangue al San Martino: cento esistenze rinate con la terapia Car-T ArtesTV | Giornale
Il Centro trapianti dell’IRCCS genovese taglia un traguardo clinico ed esistenziale di straordinaria portata. Cento individui, sull’orlo della resa dinanzi a neoplasie ematologiche apparentemente inespugnabili, riabbracciano la speranza grazie alla riprogrammazione cellulare. La frontiera scientifica si dilata ora verso nuove, ardite sperimentazioni contro le patologie autoimmuni e la sclerosi multipla.
Nel cuore pulsante del Policlinico San Martino di Genova, laddove la sofferenza umana incontra l’acume e il rigore della scienza ematologica più avanzata, si è compiuto un traguardo dal valore scientifico eccezionale, intriso d’un profondo e commovente significato umano. Il Centro trapianti dell’istituto ligure ha infatti tagliato il nastro del centesimo paziente curato con successo mediante l’impiego delle rivoluzionarie terapie Car-T. Cento storie, cento volti, altrettanti percorsi biografici che parevano destinati a un declino inesorabile di fronte a forme tumorali ostinate e refrattarie a ogni trattamento convenzionale, hanno trovato nell’ingegneria cellulare una seconda, imprevedibile opportunità di rinascita. Il principio cardine della terapia Car-T risiede in una sorta di prodigiosa alchimia immunologica: i linfociti T, guardiani del nostro organismo, vengono prelevati dal sangue del malato, isolati e successivamente sottoposti a una vera e propria riprogrammazione genetica in laboratorio. Equipaggiati di un recettore chimerico che li rende capaci di scovare e annientare con chirurgica spietatezza le cellule maligne, questi piccoli baluardi biologici vengono nuovamente reinfusi nel corpo del paziente. Da quel momento, le cellule potenziate ingaggiano un contrasto spietato contro il male, trasformando l’organismo stesso nel teatro d’una riscossa immunitaria tanto silenziosa quanto risolutiva. Tuttavia, dietro la rigidità asettica dei protocolli d’avanguardia e la formulazione dei dati statistici, palpita la dimensione emotiva di una comunità medica che non si arrende. Per ciascuno dei cento degenti, la somministrazione dell’infusione ha rappresentato il punto di svolta tra la disperazione d’una diagnosi nefasta e il riaffiorare graduale d’una prospettiva futura. Medici, infermieri e ricercatori hanno scortato passo dopo passo i malati e i loro familiari lungo questo sentiero impervio, condividendo ansie, febbrili attese e l’ineffabile sollievo nell’osservare i primi, inequivocabili segnali di remissione della patologia. L’orizzonte terapeutico del San Martino, tuttavia, non si attesta su questo glorioso traguardo, ma proietta la propria audacia speculativa ancora più in là. Sono infatti attualmente in corso presso la medesima struttura due pionieristiche sperimentazioni cliniche volte a estendere la tecnologia Car-T al di fuori del perimetro oncologico. La nuova sfida punta ad addestrare le cellule riprogrammate per arginare l’iperattività anomala del sistema immunitario nelle patologie autoimmuni e nel contrasto alla sclerosi multipla. Un’ipotesi scientifica di immensa portata che, se confermata dai riscontri di laboratorio, potrebbe riscrivere la storia clinica di centinaia di migliaia di persone, trasformando il terrore dell’incerto in una concreta e luminosa promessa di guarigione.
La regina Camilla, re Carlo e quei giorni in cui la diagnosi di cancro era ancora un segreto: «All’improvviso ero io la moglie che doveva prendersi cura di lui» - Vanity Fair Italia
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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La regina Camilla, re Carlo e quei giorni in cui la diagnosi di cancro era ancora un segreto: «All’improvviso ero io la moglie che doveva prendersi cura di lui» Vanity Fair Italia
Affrontare la malattia di re Carlo IIInon è stato semplice per laregina Camilla, che per la prima volta ha accennato all'argomento nel corso di una chiacchierata con Laura Lee, Direttrice dei centri Maggie's, che nelRegno Unitooffrono supporto psicologico ai malati di cancro e alle loro famiglie. In un video che celebra i 30 anni dell'Organizzazione, la sovrana ha ricordato ilpeso dei giorni in cui, pur conoscendo già la diagnosi, non poteva parlarneperché non c'era ancora stato un annuncio pubblico. La regina Camilla in visita al centro Maggie's Royal Free, il 31 gennaio 2024. Era il 31 gennaio 2024 e a Buckingham Palace già sapevano. La regina Camilla quel giorno aveva un impegno ufficiale, una visita al nuovo centro Maggie's del Royal Free Hospital di Londra, dove parlò con medici, pazienti e familiari, senza poter accennare alla vicinanza forte che sentiva con loro. «Ricordo di essere andata da Maggie's subito dopo la diagnosi del re.Nessuno poteva dire nulla in quel momento. È stato piuttosto difficile», ha rivelato la regina visibilmente commossa, ammettendo che avrebbe voluto parlarne. «Stavo quasi per dire qualcosa, ma, sai, ho sentito che non era il momento»,le sue parole,«Volevo solo sfogarmi, ma ovviamente non potevo».La regina Camilla, Presidente di Maggie's dal 2008, inaugurò il nuovo centro con un peso non indifferente sul cuore, per la prima volta dall'altra parte, quella di chi ha una persona cara malata. «All'improvviso tuo marito riceve una diagnosi e pensi: "Santo cielo, ho parlato con tutte queste persone eadesso sono io la parente che deveprendersi curadel suo povero marito e provare a capire tutto». E ancora: «Ho guardato tutte le persone che soffrivano e tutti i loro familiari, e credo che questo mi abbia fatto capire ancora di più quanto fossero importanti questi luoghi», ha aggiunto Camilla parlando dell'importanza di unsupporto psicologico per i pazienti e per i caregiver familiari,troppo spesso lasciati da soli a gestire le situazioni più disparate e difficili. Quella visita da Maggie's - ha rivelato la sovrana - fu diversa da tutte le altre: «Normalmente, quando entro parlo semplicemente con loro», ha dichiarato in riferimento ai pazienti, «Maquella volta è stato molto più profondo». Il sovrano, già tornato ai royal duty per non mancare la settimanale udienza a Buckingham Palace col primo ministro Rishi Sunak, ha rivelato che l'affetto da cui è stato inondato dai sudditi in questi giorni lo ha commosso fino alle lacrime L'annuncio pubblico del cancro dire CarloIII sarebbe arrivato il5 febbraio 2024. Nessuna indiscrezione ulteriore venne diffusa all'epoca, né oggi si conosce esattamente la natura della sua malattia, anche se alcuni indizi riconducono alla prostata perché il cancro è stato individuato dopo alcuni esami per un ingrossamento della stessa. Pur essendoancora sotto trattamento,il re è tornato da tempo ai suoi impegni pubblici e la situazione sarebbe migliorata, considerando il fatto che alla fine del 2025 Carlo aveva definito una«benedizione»il fatto che le cure fossero state ridotte. Il re, dal canto suo, non si è mai perso d'animo. «Guardate mio marito», ha detto la regina nel video di Maggie's, «Nulla lo ha fermato,ha semplicemente detto “Questo è il mio modo di fare, me la caverò”».Maniaco del lavoro, incapace di stare con le mani in mano,Carlo III ha rispettato la sua natura, a volte anche andando contro i medici che gli imponevano riposo assoluto. Al suo fianco, come sempre, la moglie, consapevole di quanto sia importante non lasciare soli i malati.
Lettere a Iacchite': "Cosenza, ospedale Mariano Santo: fuori uso da giorni il macchinario per la radioterapia. La protesta: dobbiamo morire tutti subito?" - iacchite
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Lettere a Iacchite': "Cosenza, ospedale Mariano Santo: fuori uso da giorni il macchinario per la radioterapia. La protesta: dobbiamo morire tutti subito?" iacchite
All’ospedale Mariano Santo di Cosenza il “macchinario” per la radioterapia per i malati oncologici e di tumore non funziona ormai da giorni. Scandaloso! Questo blocco, quasi inutile sottolinearlo, crea gravissimi disagi a centinaia di persone gravemente malate. L’interruzione forzata delle cure espone i pazienti a rischi clinici molto gravi e allunga le liste d’attesa in una situazione già molto critica per il sistema della sanità calabrese. Il reparto coinvolto è l’Unità Operativa Complessa di Radioterapia Oncologica del Mariano Santo. Non rispettare il ciclo di “bombardamento” del male significa farlo crescere, lo sanno tutti, purtroppo è così. Ci hanno mandato tutti a casa, non ci danno nessuna spiegazione e ci dicono che il macchinario è rotto “a tempo indeterminato” e quindi non sappiamo fino a quando. Dobbiamo morire tutti subito? (Lettera firmata)
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La scoperta di un nuovo organo nascosto all'interno del cranio apre nuove prospettive per il trattamento del tumore al cervello. Vietnam.vn
Gli scienziati hanno scoperto nuove strutture nel midollo osseo del cranio. Foto: Jang Hyun Park Dopo secoli di ricerca medica, gli scienziati potrebbero pensare che l'elenco degli organi del corpo umano sia relativamente completo. Tuttavia, recenti scoperte suggeriscono che il corpo possieda ancora molte strutture misteriose che potrebbero svolgere funzioni vitali. Una nuova ricerca condotta da biologi della Washington University School of Medicine di St. Louis (WashU), negli Stati Uniti, e pubblicata sulla rivista Nature , ha identificato un nuovo organo immunitario situato all'interno del cranio. Secondo i ricercatori, queste strutture sembrano agire come "stazioni di sicurezza" situate proprio accanto al cervello, aiutando il sistema immunitario a rilevare e combattere rapidamente le minacce, compreso il cancro al cervello. Ad oggi, queste nuove strutture sono state chiaramente identificate solo nei topi. Tuttavia, il team di ricerca afferma che ci sono indicazioni che anche gli esseri umani possiedano strutture simili. Questa scoperta potrebbe aprire una nuova strada per potenziare la risposta immunitaria contro malattie spesso difficili da trattare, come il tumore al cervello. "Stazione di sicurezza" proprio all'interno del cranio.
Jonathan Kipnis, neuroimmunologo presso la WashU e autore principale dello studio, afferma che i nuovi risultati cambiano significativamente il modo in cui consideriamo il midollo osseo cranico. "Questa ricerca dimostra che il midollo osseo del cranio non è semplicemente una struttura di supporto, ma contiene anche centri finora sconosciuti che svolgono un ruolo nelle risposte immunitarie specifiche del cervello", ha affermato. Secondo Kipnis, la scoperta di questo ambiente immunitario localizzato potrebbe cambiare il modo in cui gli scienziati comprendono l'interazione tra il sistema nervoso e il sistema immunitario, e aprire nuove prospettive di ricerca nel trattamento dei tumori cerebrali e di altre malattie neurologiche. Le immagini immunoistochimiche di diverse regioni del midollo osseo del cranio di un topo (a sinistra) mostrano chiaramente gruppi di cellule immunitarie con una concentrazione più elevata rispetto al midollo osseo dello sterno (a destra). Immagine: Hyun Park et al./Nature Il corpo umano possiede due sistemi immunitari relativamente distinti: uno collegato al sistema nervoso centrale, che comprende il cervello e il midollo spinale, e un altro che protegge il resto del corpo. Per lungo tempo, gli scienziati hanno creduto che questi due sistemi fossero quasi completamente separati. Tuttavia, un numero crescente di ricerche suggerisce che il confine tra i due sistemi non sia così netto come si pensava in precedenza. In uno studio precedente, il team di Kipnis aveva scoperto dei minuscoli canali che partivano dal tessuto cerebrale, attraversavano la dura madre – la membrana protettiva più esterna che circonda il cervello – e arrivavano fino al cranio. Questa scoperta aveva sollevato il dubbio se cellule e molecole coinvolte nel sistema immunitario potessero viaggiare direttamente tra il cervello e il midollo osseo cranico.
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In questo nuovo studio, gli scienziati hanno utilizzato proteine marcate con fluorofori per tracciare il movimento delle molecole lungo questi canali. Hanno ricostruito il loro percorso dalle cellule nervose al midollo osseo situato all'interno del cranio. In definitiva, il team di ricerca ha scoperto che le molecole si concentravano in strutture che assomigliavano molto ai "centri germinativi", strutture comunemente presenti nei linfonodi. I centri germinativi possono essere considerati come "campi di addestramento" per il sistema immunitario. Qui, i linfociti B immaturi vengono attivati, proliferano in gran numero e sviluppano la capacità di riconoscere specifici agenti patogeni prima di essere impiegati per combattere la malattia. Un diagramma del centro germinativo in un linfonodo mostra la proliferazione e lo sviluppo delle cellule B. Immagine: Billy10drs/Wikimedia Commons / CC BY SA 3.0 Secondo i ricercatori, il fatto che strutture simili si trovino proprio all'interno del midollo osseo del cranio, vicino al cervello, potrebbe fornire un vantaggio significativo al sistema immunitario. Anziché dover mobilitare cellule immunitarie da aree distanti del corpo, il cervello può essere protetto da una "forza di risposta rapida" schierata nelle sue immediate vicinanze. "Non avevamo mai visto strutture simili nel midollo osseo sano prima d'ora", ha affermato Jang Hyun Park, biologo cellulare presso la WashU e primo autore dello studio.
Secondo lui, questa scoperta suggerisce che un organo complesso come il cervello potrebbe aver bisogno di strutture immunitarie specializzate per proteggersi. Potrebbe contribuire a combattere il cancro al cervello. Per testare il ruolo di queste strutture, il team di ricerca ha condotto esperimenti su topi affetti da glioma, una forma pericolosa di tumore cerebrale. Gli scienziati modificano l'attività delle strutture immunitarie nel cranio iniettando idrogel contenenti composti immunostimolanti o immunosoppressori sotto il cuoio capelluto. Nei topi con strutture immunitarie alterate, i tumori si sono sviluppati più rapidamente e in modo più aggressivo, e il tasso di sopravvivenza è risultato inferiore rispetto al gruppo di controllo. Nel frattempo, i topi trattati con una miscela di tre proteine immunostimolanti hanno mostrato una risposta antitumorale più forte. I loro tumori erano meglio controllati e il loro tempo di sopravvivenza è aumentato significativamente. I risultati suggeriscono che le strutture immunitarie all'interno del cranio potrebbero svolgere un ruolo cruciale nella protezione del cervello dal cancro.
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Vaccino mRNA contro il melanoma, risultati positivi in fase 3: come funziona la terapia personalizzata di Moderna e Merck TGLA7
Ridotto il rischio di recidiva o morte in oltre mille pazienti. Ora si apre la strada all’iter per l’approvazione del trattamento
di Vittorio Russo
Un vaccino sperimentale a mRNA contro il melanoma ha raggiunto risultati positivi nel primo studio clinico di fase 3 condotto su questo tipo di terapia oncologica. A darne notizia sono state Moderna e Merck, che hanno annunciato gli esiti dello studio INTerpath-001, aprendo la strada a una possibile nuova strategia per ridurre il rischio che il tumore torni a manifestarsi o si diffonda dopo l'intervento chirurgico.
La terapia, denominata intismeran autogene, è stata sviluppata per essere personalizzata sulle caratteristiche genetiche del tumore di ciascun paziente e somministrata insieme a pembrolizumab, il principio attivo dell'immunoterapico Keytruda di Merck. Lo studio ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio, negli stadi IIB-IV, sottoposti a un intervento chirurgico che aveva consentito la completa rimozione della massa tumorale.
Il vaccino riduce il rischio di recidiva e diffusione del tumore
L'obiettivo della sperimentazione era verificare se l'aggiunta del vaccino personalizzato a Keytruda fosse in grado di ridurre il rischio di recidiva o di morte rispetto al trattamento con il solo pembrolizumab. Secondo quanto comunicato dalle due aziende, lo studio ha raggiunto i suoi obiettivi chiave, mostrando un beneficio della combinazione nel prevenire la ricomparsa della malattia e la sua diffusione in altre parti dell'organismo.
Il risultato è particolarmente rilevante perché riguarda pazienti nei quali il melanoma è stato rimosso chirurgicamente, ma presenta comunque un elevato rischio di tornare. In questo contesto, la terapia viene utilizzata come trattamento adiuvante, cioè dopo l’intervento, con lo scopo di eliminare eventuali cellule tumorali residue e aumentare la possibilità che la mattina non si ripresenti.
“Questi risultati rappresentano una pietra miliare per il trattamento del melanoma”, ha spiegato Georgina Long, direttrice medica del Melanoma Institute Australia e docente all'Università di Sydney, che ha guidato lo studio. Secondo Long, intismeran autogene, combinato con pembrolizumab, potrebbe contribuire a definire un nuovo paradigma terapeutico nel trattamento adiuvante del melanoma.
Un vaccino costruito sulla “firma” del tumore
La caratteristica più innovativa della terapia è la sua personalizzazione. Non si tratta, infatti, di un vaccino preventivo destinato a persone sane, ma di un trattamento costruito sulla base delle specifiche mutazioni presenti nel tumore del singolo paziente. L'mRNA contiene le istruzioni necessarie affinché le cellule producano determinati neoantigeni, cioè bersagli associati alle mutazioni caratteristiche delle cellule tumorali. Il sistema immunitario viene così addestrato a riconoscere e colpire le cellule che presentano quelle specifiche caratteristiche.
In sostanza, l'obiettivo è trasformare il sistema immunitario in una sorta di “cacciatore” su misura per il tumore di ciascun paziente. È proprio questa la differenza rispetto ai vaccini tradizionali: la terapia non mira a prevenire una malattia prima che si manifesti, ma a stimolare le difese dell'organismo contro un tumore già diagnosticato e rimosso chirurgicamente.
La stessa tecnologia dei vaccini anti-Covid
La tecnologia utilizzata è quella dell'RNA messaggero, diventata nota al grande pubblico durante la pandemia di Covid-19, grazie ai vaccini sviluppati da Moderna e Pfizer-BioNTech. Il principio di base è simile: l'mRNA porta nelle cellule istruzioni temporanee che consentono di produrre una determinata proteina o, in questo caso, specifici bersagli tumorali. Le cellule immunitarie possono quindi riconoscere quei bersagli e sviluppare una risposta contro le cellule che li presentano. Nel caso di intismeran autogene, però, il processo è molto più complesso perché le informazioni contenute nel trattamento vengono adattate al profilo molecolare del tumore di ogni singolo paziente.
“Per molti anni, l’idea di cercare un trattamento a mRNA progettato specificamente per il tumore di un singolo individuo era difficile da immaginare. Oggi, stiamo contribuendo a trasformare quella visione in realtà”, ha dichiarato Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna.
La prima terapia oncologica a mRNA a raggiungere risultati positivi in fase 3
Per Moderna e Merck, il risultato assume un significato particolare anche sul piano della ricerca. Le aziende hanno sottolineato che si tratta del primo annuncio di risultati positivi di fase 3 per una terapia oncologica basata sull'mRNA. Negli ultimi anni, la tecnologia è stata studiata per diverse forme di tumore, ma arrivare a una sperimentazione avanzata con esito positivo rappresenta un passaggio importante per l'intero settore delle terapie oncologiche personalizzate.
La combinazione sperimentata prevede intismeran autogene e pembrolizumab, insieme alla terapia standard. Il farmaco immunoterapico di Merck agisce riattivando la risposta del sistema immunitario contro il tumore, mentre il vaccino personalizzato mira a fornire alle difese dell'organismo bersagli specifici da riconoscere.
Oltre 1.100 pazienti coinvolti nello studio
Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma di stadio IIB-IV completamente resecato. Si tratta, quindi, di persone che, dopo l'intervento chirurgico, non presentavano più una massa tumorale rilevabile, ma che rimanevano esposte a un significativo rischio di recidiva. È in questa fase che la terapia potrebbe assumere un ruolo importante: intervenire precocemente, quando la malattia è stata rimossa, ma potrebbero essere ancora presenti nell'organismo cellule tumorali non individuabili con gli strumenti diagnostici.
“Intervenendo più precocemente nel decorso della malattia, quando molti tumori sono considerati più trattabili, l'obiettivo della terapia adiuvante somministrata dopo l'intervento chirurgico è aumentare le probabilità di guarigione per un maggior numero di pazienti”, ha spiegato Dean Y. Li, presidente dei Merck Research Laboratories. Secondo Li, i primi risultati di fase 3 confermano il potenziale di un approccio sempre più personalizzato alla cura del cancro, basato sulle caratteristiche molecolari della malattia del singolo paziente.
Moderna vola in Borsa dopo l'annuncio
L'annuncio ha avuto un effetto immediato anche sui mercati finanziari. Le azioni di Moderna hanno registrato un'impennata nelle contrattazioni a Wall Street, arrivando a guadagnare in alcuni momenti oltre il 100%, fino a superare il 130% e, nelle fasi più concitate, il 160%. Più contenuto, ma comunque significativo, il rialzo di Merck, che ha guadagnato circa l'11%.
Dal melanoma ad altri tumori
Il melanoma potrebbe essere soltanto il primo campo di applicazione di questa tecnologia. Moderna e Merck stanno, infatti, studiando intismeran autogene, in combinazione con pembrolizumab e altre terapie antitumorali, anche per tumore del polmone, della vescica e del rene, oltre che per differenti stadi del melanoma. L'idea alla base della ricerca è quella di sfruttare la capacità dell'mRNA di essere progettato rapidamente sulla base delle caratteristiche biologiche della malattia, arrivando a trattamenti sempre più mirati e personalizzati.
Il melanoma, d'altra parte, rappresenta un terreno particolarmente importante per questo tipo di approccio. È una delle forme più aggressive di tumore della pelle e, secondo i dati citati dalle aziende, nel mondo sono stati diagnosticati oltre 330mila nuovi casi nel 2022.
La presentazione dei dati e l'iter per l'approvazione
Il risultato dello studio non significa ancora che il trattamento sia disponibile per i pazienti. Moderna e Merck hanno annunciato che presenteranno i dati completi della sperimentazione a un prossimo congresso medico internazionale e che avvieranno quindi il percorso per sottoporre la terapia alle autorità regolatorie.
Saranno gli organismi competenti a dover valutare nel dettaglio efficacia, sicurezza e rapporto tra benefici e rischi prima di un'eventuale autorizzazione.
Il risultato di fase 3 rappresenta, però, un passaggio decisivo. Per la prima volta, una terapia oncologica basata sull'mRNA arriva a questo livello di sperimentazione mostrando un beneficio clinico nel trattamento del cancro.
Per il melanoma potrebbe, dunque, aprirsi una nuova stagione della medicina personalizzata: non più soltanto terapie scelte sulla base del tipo di tumore, ma trattamenti costruiti, almeno in parte, sulla “firma genetica” della malattia di ogni singolo paziente.
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L'intervento chirurgico ha affrontato contemporaneamente sia il tumore del retto che la patologia uterina. Vietnam.vn
Le immagini diagnostiche simultanee hanno rivelato un utero ingrossato di circa 10x8 cm, contenente numerosi fibromi, e cisti di Naboth nella cervice. Dopo un consulto multidisciplinare, l'équipe ha concordato all'unanimità di eseguire entrambi gli interventi chirurgici simultaneamente in un'unica operazione.
La signora V. è stata ricoverata in ospedale il 6 agosto dopo aver accusato per circa una settimana un dolore sordo al basso ventre e feci molli con sangue rosso scuro. In seguito a visita e endoscopia, i medici hanno diagnosticato un tumore del retto medio in stadio cT2N0M0.
Il 20 agosto, l'Ospedale Generale Provinciale di Quang Tri ha annunciato il completamento con successo di un intervento chirurgico laparoscopico di isterectomia totale e resezione rettale radicale con biopsia attraverso l'orifizio naturale (NOSES) sulla signora NTV (47 anni, residente nel distretto di Nam Dong Ha).
L'11 agosto è stato eseguito l'intervento chirurgico, durante il quale l'équipe ha effettuato un'isterectomia totale laparoscopica. A causa dell'utero ingrossato e dei numerosi fibromi, dopo un'attenta dissezione e un controllo sicuro, l'utero è stato rimosso per via vaginale.
La rimozione preventiva dell'utero non solo risolve la patologia concomitante, ma libera anche significativamente spazio operatorio nella ristretta cavità pelvica. Questo fa parte anche della tecnica NOSES, un metodo che prevede il prelievo di campioni attraverso gli orifizi naturali del corpo anziché praticare ulteriori incisioni nella parete addominale.
Dopo aver completato l'isterectomia, l'équipe ha proceduto con la resezione rettale laparoscopica. La porzione danneggiata del retto è stata rimossa secondo i principi della chirurgia oncologica. Il campione rettale contenente il tumore è stato quindi asportato per via vaginale mediante la procedura NOSES. Successivamente, è stata eseguita un'anastomosi colon-anale per via intraperitoneale.
Secondo il dottor Truong Vinh Quy, vicedirettore dell'ospedale generale di Quang Tri, si tratta di un intervento chirurgico estremamente complesso perché il retto si trova in profondità nella regione pelvica, lo spazio operatorio è ristretto e contiene numerose e importanti strutture anatomiche.
L'esecuzione combinata di isterectomia, resezione rettale radicale e biopsia attraverso un orifizio naturale in un unico intervento chirurgico richiede uno stretto coordinamento del team, un attento controllo dell'emorragia, la protezione degli organi adiacenti e il rispetto dei principi chirurgici per il trattamento del cancro, nonché di un'anestesia e una rianimazione sicure.
Dopo circa 2 ore e mezza di intervento, l'operazione si è conclusa senza problemi e il paziente ha continuato a essere sottoposto a stretto monitoraggio, cure post-operatorie e riabilitazione.
Secondo i dirigenti dell'ospedale, il successo dell'intervento è dovuto all'efficace combinazione della chirurgia laparoscopica e della tecnica NOSES, che consente di ottenere campioni attraverso orifizi naturali, permettendo il trattamento simultaneo della patologia uterina e del tumore del retto in un'unica operazione, riducendo al minimo le incisioni aggiuntive nella parete addominale e contribuendo a diminuire il dolore e a migliorare l'aspetto estetico.
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Nel 2025 ha fatto gli esami gratuiti meno della metà delle persone che ne avevano diritto, soprattutto al sud
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Nel 2025 il servizio sanitario nazionale ha invitato 17,7 milioni di persone a fare gratuitamente esami di prevenzione per individuare in anticipo un eventuale tumore, ma in ospedale o negli ambulatori se ne sono presentate soltanto 7,5 milioni, poco più di quattro persone su dieci. Negli ultimi anni l’adesione a questi esami è aumentata, un risultato che tutti gli esperti definiscono incoraggiante, ma dietro al dato nazionale ci sono differenze notevoli tra aree geografiche e regioni: soprattutto al sud c’è ancora molto da fare per raggiungere una copertura soddisfacente e una prevenzione davvero efficace.
Questi esami vengono chiamati comunemente screening oncologici e sono gestiti dalle regioni. Funzionano a inviti, mandati per lettera dai servizi sanitari regionali alle persone che per età e sesso rientrano nelle fasce della popolazione per cui è stato dimostrato che gli esami su larga scala riducono la mortalità. Gli screening rientrano nella cosiddetta prevenzione secondaria, mentre quella primaria si riferisce a evitare singolarmente i comportamenti dannosi e adottare abitudini sane.
Gli esami garantiti in tutta Italia sono tre e tutti rientrano nei livelli essenziali di assistenza (Lea), ovvero le prestazioni che il servizio sanitario nazionale deve assicurare gratuitamente a chiunque: le donne tra 50 e 69 anni vengono invitate a fare una mammografia per individuare eventuali tumori al seno, quelle tra 25 e 64 anni il test per il papilloma virus o il pap test per il tumore alla cervice dell’utero, mentre uomini e donne tra 50 e 69 anni dovrebbero fare il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci, che serve per la prevenzione del tumore del colon-retto.
I dati essenziali per capire come vanno le cose vengono pubblicati ogni anno dall’Osservatorio nazionale screening, che li raccoglie dalle regioni e li verifica.
L’Osservatorio controlla per prima cosa quanti inviti vengono fatti dai sistemi sanitari regionali. È un modo per valutare l’offerta, cioè la capacità di raggiungere tutte le persone che dovrebbero fare gli esami. In questo indicatore l’Italia è messa bene: nel 2025 gli inviti hanno raggiunto il 96,1% delle donne nella fascia della mammografia, il 98,2% delle persone nella fascia del test per il colon-retto e il 107% di quelle nella fascia dello screening cervicale. I valori sopra il 100% non sono un errore: dipendono dal fatto che alcune regioni stanno recuperando gli inviti arretrati, per esempio quelli saltati durante la pandemia.
Nel 2025 all’invito per una mammografia ha aderito il 58,4% delle donne invitate, in aumento di oltre quattro punti percentuali rispetto al 2024. Allo screening cervicale il 43,5%, in aumento di un punto e mezzo percentuale. Al test per il colon-retto il 35,8%, praticamente come l’anno prima.
Le medie nazionali però nascondono differenze molto grandi tra nord, centro e sud. Allo screening per il colon-retto ha risposto poco meno della metà degli invitati al nord, tre persone su dieci al centro e poco più di due persone su dieci al sud. Tra le regioni si va dal 65,3% del Veneto al 6,4% della Calabria. Sullo screening cervicale il divario è simile. Sulla mammografia si va dal 78,7% della provincia autonoma di Trento al 39,4% della Calabria, che oltretutto è anche la regione che manda meno inviti di tutte, appena a un terzo delle donne che ne avrebbero diritto.
Nonostante le percentuali ancora basse, al sud qualcosa si sta muovendo: nel 2025 l’adesione alla mammografia è cresciuta di oltre sette punti percentuali, arrivando al 47,9%, e l’estensione degli inviti per lo screening del colon-retto ha superato per la prima volta il 91%. Secondo l’Osservatorio l’aumento si spiega con un’offerta più capillare, favorita anche da un piano portato avanti negli ultimi anni con investimenti mirati proprio nelle regioni meridionali. «Nelle regioni del sud la crescita non è rapidissima o strabiliante, ma il cammino è graduale», dice Paola Mantellini, coordinatrice dell’Osservatorio. «Un avanzamento lento rimane comunque un risultato incoraggiante e non scontato».
I dati diffusi dall’Eurostat, l’istituto europeo di statistica, aiutano a capire invece come va nel resto d’Europa. Sono dati da prendere con cautela perché i programmi di screening hanno caratteristiche diverse da paese a paese: alcuni misurano solo chi partecipa ai programmi organizzati dallo Stato o dalle regioni, altri includono anche gli esami fatti privatamente o su iniziativa del medico di famiglia.
Nel confronto internazionale l’Italia sta nella metà bassa della classifica, lontana dall’80% della Danimarca, della Svezia e della Finlandia. Sul colon-retto le nazioni con l’adesione più alta sono la Finlandia, i Paesi Bassi e la Svezia. Sullo screening cervicale la Svezia è prima in classifica con l’82,9%, l’Irlanda raggiunge il 76,2% e la Cechia il 75,3%.
Questi dati sono il punto di partenza di molti studi fatti negli ultimi anni, in Italia e all’estero, per capire cosa spinga una persona a non rispondere a questi programmi di prevenzione, che oltre a essere gratuiti hanno dimostrato da tempo la loro efficacia. Le indagini fatte dall’Istituto superiore di sanità dicono che la maggior parte delle persone che non partecipano appartiene alle fasce che ne avrebbero più bisogno, ovvero chi dichiara difficoltà economiche, chi è in condizione socialmente svantaggiata, chi ha un titolo di studio basso, le persone straniere.
«Chi si trova in condizioni di vulnerabilità economica o sociale ha spesso altre priorità quotidiane e tende a non prendere in considerazione l’opportunità dello screening, nonostante l’esame sia completamente gratuito», dice Mantellini. «Inoltre, ostacoli pratici immediati come la non conoscenza della lingua rendono estremamente difficile l’accesso e l’orientamento all’interno dei servizi sanitari». Alcuni studi hanno dimostrato che per raggiungere le fasce di popolazione più difficili da coinvolgere, come le persone straniere, non è possibile applicare formule standardizzate: i problemi di accesso sono molto diversi a seconda del territorio e richiedono sforzi di studio, coinvolgimento e personalizzazione molto complessi, quindi lenti.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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48.9/100
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Valutazione
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Criteri Critici
Cellule Car-T contro i linfomi: oltre 100 pazienti trattati al San Martino RaiNews
Una terapia personalizzata per la cura dei tumori del sangue in pazienti per i quali le altre cure hanno fallito. In particolare le persone affette da linfomi di classe B. Sono più di 100 quelli trattati negli ultimi sei anni al Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari del San Martino di Genova con le cellule Car-T.
Si prelevano i linfociti T del paziente, li si manipolano in una cell factory per aumentare la loro capacità di attaccare i tumori. E poi li si reinfondono per il trattamento.
L'efficacia in questo tipo di pazienti gravi che sono reduci da terapie molto aggressive, è intorno al 50-60%. In questi casi si assiste a una guarigione duratura. Negli ultimi anni la ricerca farmacologica tendeva a cronicizzare le malattie mentre questa, spiega Emanuele Angelucci, direttore del Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari dell'Ospedale San Martino di Genova, è una terapia “one shot”, che cerca con una sola infuzione di risolvere la malattia, con importanti ricadute positive sulla qualità di vita della persona.
Il traguardo dei 100 pazienti è importante perché l'innovazione da sola non basta. La vera svolta è metterla a disposizione di tutti coloro che ne hanno bisogno, nonostante il costo sia ancora molto elevato: si parla di diverse centinaia di migliaia di euro a paziente.
Per gli anni a venire l'obiettivo è di applicare terapie di questo tipo anche a chi ha prognosi meno severe. Ed estenderlo ad altri tipi malattie come quelle autoimmuni, per i quali sono già in corso sperimentazioni. E in futuro sui tumori solidi.
Nel video l'intervista a Emanuele Angelucci Direttore Centro trapianti di cellule staminali e terapie cellulari Osp. San Martino.