📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.2/100
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Criteri Critici
Lucia Battistella stroncata dal tumore a 46 anni: «Un anno e mezzo fa la diagnosi». L'ultimo gesto per aiutare le altre donne Il Gazzettino
CITTADELLA - Anche nelle sue ultime ore nell'hospice Casa del Carmine di Cittadella, si è assicurata che i figli avessero fatto i compiti e che si fossero preparati per le lezioni del giorno successivo. Attenta e premurosa come sempre nella sua vita che si è fermata a 46 anni. Un altro segno concreto dell'infinito amore verso Alice ed Alessandro, di 15 e 11 anni, e il marito Andrea De Mari sposato 20 anni fa. Sempre accanto a lei, come del resto familiari, parenti ed i numerosissimi amici. Lucia Battistella è mancata martedì scorso alle 10,30 dopo aver affrontato per un anno e mezzo un melanoma che ha purtroppo avuto il sopravvento.
IL DOLORE
Risiedeva a Carmignano di Brenta e da 20 anni lavorava come addetta al taglio in uno studio specializzato nella realizzazione di cartamodelli e servizi per la moda a Quinto Vicentino. Lascia anche la mamma Silvana, il papà Luigi, il fratello Roberto con Daniela ed i suoceri Angelo e Franca. «Un anno e mezzo fa la diagnosi del melanoma - ripercorre questi particolari mesi il marito Andrea - Aveva affrontato un intervento chirurgico nell'ospedale di Cittadella. Era riuscito. Lo scorso dicembre la visita di controllo aveva dato esito negativo, tutto era in ordine ed a posto. Poi nel giugno scorso la recidiva e non c'è stato nulla da fare. Lucia ha affrontato la malattia combattendo. Non sono mancati i momenti di sconforto, ma ci siamo sempre fatti forza l'un l'altro e poi sono sempre stati vicini tutti i nostri parenti ed i tanti amici che ringrazio dal profondo del cuore. Non ci siamo mai sentiti abbandonati. Lucia era una persona molto schematica, precisa ed organizzata, anche con i figli. Non aveva passioni particolari, durante la Sagra di Spessa, quartiere dove abitiamo, essendo membro del direttivo dell'associazione organizzatrice Sant'Anna, lei faceva servizio volontario nel bancone gastronomico. Durante il periodo delle terapie aveva usufruito di alcuni servizi dell'associazione Insieme per Mano».
IL RICORDO
Proprio a questa, la famiglia, ricordando l'altruismo e lo spirito solidaristico di Lucia, invita quanti lo vorranno, a destinare quanto per gli omaggi floreali, ad Insieme per Mano, causale: "in memoria di Lucia" (Iban IT85N0103062522000001199011), affinché altre donne possano essere sostenute nel percorso di cura affinché possano raggiungere la guarigione. Purtroppo per Lucia non si è avverato, ma la sua assenza fisica diventerà ancor più presenza e forza nei cuori di tutti coloro che l'hanno conosciuta. Oggi, al termine della celebrazione delle 19 nella parrocchiale, ci sarà la preghiera in suffragio mentre le esequie di Lucia saranno celebrate domani alle 16 con il corteo funebre che partirà dalla chiesetta del cimitero. Al termine della messa il feretro proseguirà per la cremazione.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
64.1/100
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Criteri Critici
Nuova speranza per il tumore al pancreas metastatico: via libera al farmaco che raddoppia il tasso di sopravvivenza greenMe
Da 6,7 a 12,4 mesi. È il salto nella sopravvivenza mediana osservato con daraxonrasib nei pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già trattato, rispetto alla chemioterapia scelta dal medico. Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha raccomandato l’autorizzazione di Rasonque, il nome commerciale del farmaco.
È un passaggio importante, con una precisazione che nei titoli rischia facilmente di perdersi: il farmaco non è ancora autorizzato nell’Unione europea. Il parere positivo del CHMP sarà trasmesso alla Commissione europea, che dovrà adottare la decisione sull’autorizzazione all’immissione in commercio. Solo dopo entreranno in gioco, nei singoli Paesi, prezzo e rimborsabilità.
E anche quel “raddoppia la sopravvivenza” merita un righello. Da 6,7 a 12,4 mesi significa un aumento di 5,7 mesi, circa l’85% della sopravvivenza mediana: molto vicino al doppio, senza esserlo. Soprattutto, una mediana non predice quanto vivrà il singolo paziente. Indica il tempo entro il quale, nel gruppo studiato, si è verificata metà dei decessi.
Cosa ha mostrato lo studio su 500 pazienti
Daraxonrasib è stato studiato nel trial internazionale di fase 3 RASolute 302, randomizzato e in aperto, che ha coinvolto 500 adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico progredito dopo una precedente terapia sistemica. In 248 hanno ricevuto daraxonrasib, gli altri 252 una chemioterapia scelta dallo sperimentatore. Circa il 92% presentava una mutazione RAS G12. Il trial è stato finanziato dall’azienda che sviluppa il farmaco, Revolution Medicines.
Nell’analisi utilizzata dall’EMA, la sopravvivenza mediana è stata di 12,4 mesi con daraxonrasib e 6,7 mesi con la chemioterapia. Anche il tempo trascorso senza progressione della malattia è aumentato: 7,2 mesi contro 3,6.
Qui compare un piccolo dettaglio utile per orientarsi tra numeri apparentemente diversi. Lo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riportava inizialmente una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi contro 6,7, sulla base dei dati disponibili al 10 febbraio 2026. L’EMA ha utilizzato per la sopravvivenza complessiva dati aggiornati fino al 15 giugno e indica 12,4 mesi. Si tratta dello stesso studio osservato in momenti diversi: con l’allungarsi del periodo di osservazione, le stime di sopravvivenza possono cambiare.
Nel lavoro pubblicato sul NEJM il rischio di morte durante il periodo osservato risultava inoltre ridotto del 60% rispetto alla chemioterapia, con un hazard ratio di 0,40. Anche questo numero va letto per quello che misura: una riduzione del rischio relativo nel corso dello studio, non la promessa che ogni paziente vivrà il 60% più a lungo.
Come funziona daraxonrasib
Il bersaglio è RAS, una famiglia di proteine che controlla crescita e sopravvivenza delle cellule. Nell’adenocarcinoma pancreatico le alterazioni di questa via sono frequentissime: mutazioni oncogeniche di RAS sono presenti in oltre il 90% dei casi e possono lasciare il segnale di crescita praticamente incastrato sulla posizione “acceso”.
Daraxonrasib è un farmaco orale che si lega alla ciclofilina A. Insieme formano un complesso capace di agganciarsi alle proteine RAS attive e ostacolarne la segnalazione, rallentando la crescita delle cellule tumorali e favorendone la morte.
La raccomandazione europea riguarda gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che abbiano ricevuto almeno una precedente terapia sistemica e, nell’indicazione proposta dal CHMP, non è richiesta una specifica mutazione RAS.
Negli Stati Uniti il passaggio regolatorio è già avvenuto: la Food and Drug Administration ha approvato daraxonrasib nell’agosto 2026. L’indicazione americana comprende gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattato oppure non candidabili a una terapia sistemica con più farmaci. Le informazioni sulle autorizzazioni statunitensi sono consultabili attraverso la banca dati ufficiale della FDA.
Gli effetti collaterali restano importanti
La compressa non rende la terapia leggera per definizione. Tra gli effetti indesiderati più comuni vengono segnalati diarrea, eruzioni cutanee, stomatite, nausea e vomito.
Nello studio, eventi avversi di grado 3 o superiore sono stati registrati nel 61,8% dei pazienti trattati con daraxonrasib e nel 69,6% di quelli sottoposti a chemioterapia. Le interruzioni dovute a effetti considerati correlati al trattamento sono state invece l’1,2% contro l’11,2%.
È un risultato che pesa ancora di più considerando la malattia su cui arriva. Secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2024, nel nostro Paese erano stimate circa 13.585 nuove diagnosi di tumore del pancreas in un anno. La sopravvivenza netta a cinque anni, considerando complessivamente le diagnosi e quindi non soltanto la malattia metastatica, era dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne.
Daraxonrasib arriva quindi su uno dei terreni più difficili dell’oncologia e con un risultato di fase 3 consistente, già passato attraverso pubblicazione scientifica e valutazione regolatoria. Per i pazienti europei manca però ancora un pezzo molto concreto: la decisione della Commissione europea e, subito dopo, il percorso nazionale per rendere il farmaco effettivamente accessibile.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Melanoma in aumento, ma gli esperti rassicurano: “Ecco cosa fare per prevenire il tumore della pelle” Quotidiano Nazionale
Bologna, 16 ottobre 2026 – Ogni anno, in Italia, più di 12.900 persone si ammalano di melanoma e oltre 221mila pazienti vivono con questa diagnosi. La sopravvivenza a 5 anni supera il 90%, ma si registrano ancora circa 2.500 decessi l'anno.
Da qui l'esigenza di incentivare la prevenzione con percorsi personalizzati in base al rischio individuale, garantendo controlli mirati alle persone più vulnerabili. Anche l'intelligenza artificiale può contribuire a vincere questa sfida purché sia utilizzata come supporto e non come sostituto del clinico. Lo sostengono gli specialisti dell'Intergruppo melanoma italiano (Imi) che apre oggi a Bologna il congresso annuale.
"Il melanoma risulta in crescita in quasi tutti i Paesi occidentali, ma si può sconfiggerlo anche grazie ad un approccio multidisciplinare”, dice Daniela Massi, professoressa e presidente Imi. “È possibile ottenere una maggiore personalizzazione dei trattamenti. Oltre al genere, sono diversi gli aspetti di cui dobbiamo tenere conto – continua – perché è un tumore molto eterogeno. Nel percorso diagnostico e terapeutico, la precisione dell'anatomia patologica è fondamentale per guidare le scelte cliniche”.
Dall’IA un supporto per la diagnosi
“Oggi la biologia molecolare, la digital pathology e l'intelligenza artificiale offrono davvero opportunità senza precedenti. In particolare, l'IA può agire come un 'copilota specializzato' al fianco dell'anatomopatologo – sottolinea l’esperta – e offrire un supporto di valore inestimabile, soprattutto nella diagnosi. Inoltre, la digitalizzazione non è solo un processo tecnologico ma anche culturale e organizzativo. Servono regole, standard ed ecosistemi digitali accessibili per garantire diagnosi sempre più accurate e trattamenti davvero su misura del singolo paziente”.
“Fotoprotezione ogni giorno, non solo in vacanza”
“Il melanoma costituisce un problema sanitario crescente – prosegue Vincenzo De Giorgi, segretario Imi –. La prima sfida riguarda la riduzione dei comportamenti a rischio ed è quindi fondamentale promuovere una corretta fotoprotezione: non può essere limitata solo alle vacanze estive, ma va estesa alla vita quotidiana con particolare attenzione alle donne e ai più giovani”.
Le nuove tecniche: “Scopriamo melanomi sempre più piccoli e sottili”
Poi è necessario diagnosticare il cancro precocemente e meglio. “Le moderne tecniche non invasive, come la dermoscopia o l'imaging avanzato, permettono di identificare melanomi sempre più piccoli e sottili. L'aumento della sensibilità diagnostica – continua – deve però accompagnarsi a una maggiore specificità, per evitare un numero eccessivo di asportazioni di lesioni benigne, con conseguenze per i pazienti e per il sistema sanitario. È su questo equilibrio tra efficacia, appropriatezza e sostenibilità che dovrà concentrarsi la prevenzione dermatologica dei prossimi anni”.
Come gestire la malattia con le nuove cure
Ogni anno nel mondo si registrano circa 100mila nuovi casi di melanoma e la sua incidenza è raddoppiata negli ultimi 10 anni. '"È una crescita che è andata di pari passo all'incremento ed evoluzione delle terapie – sottolinea Roberto Patuzzo, consigliere Imi –. L'approccio chirurgico è profondamente cambiato e, in contesti selezionati, vi è stata una riduzione dell'invasività degli interventi. È un fatto importante dal momento che la prospettiva di una lunga sopravvivenza è sempre più frequente e quindi sono più rilevanti le conseguenze degli interventi: cicatrici, dolore persistente, linfedema e limitazioni funzionali possono accompagnare il paziente per diversi anni”.
“Preservare tessuti e funzioni, garantire la riabilitazione e la gestione degli esiti – continua Patuzzo – sono ormai parti essenziali della cura. Il percorso deve assicurare continuità assistenziale, controlli personalizzati e attenzione alle priorità della persona. L'obiettivo finale è integrare il controllo della malattia con la tutela della qualità di vita, lungo tutto il percorso del paziente''.
La diagnosi precoce
Per Mario Mandalà, past president Imi, “anche i trattamenti medici sono cambiati negli ultimi decenni e i più utilizzati sono adesso le terapie target e l'immunoterapia”.
“L'implementazione di queste cure – sottolinea Mandalà – ha portato benefici ai pazienti ma anche all'inevitabile necessità di gestire le tossicità. I clinici devono assicurare sempre una corretta informazione a malati e caregiver: migliora la consapevolezza dei pazienti, perfeziona il rapporto medico-malato e può contribuire ad instaurare una relazione di fiducia”.
“Le diagnosi precoci del tumore cutaneo e la gestione multidisciplinare garantiscono poi una migliore risoluzione anche degli eventi avversi. Di solito, sono l'oncologo e lo specialista d'organo che devono farsi carico della riduzione dell'impatto delle tossicità croniche a lungo termine'', conclude il past president Imi.
Promuovere la ricerca scientifica indipendente
Al congresso di Bologna ampio spazio viene dedicato anche alla ricerca sul melanoma. "Promuovere studi indipendenti è uno dei principali obiettivi della nostra Associazione – sottolinea Anna Maria Di Giacomo, consigliera Imi –. Purtroppo la ricerca no profit in Italia attraversa una fase critica e negli ultimi 15 anni le sperimentazioni non finanziate dall'industria farmaceutica sono calate del 57%. In questo contesto difficile gruppi cooperativi, come Imi, possono davvero avere un ruolo importante, per esempio, promuovendo trial su farmaci innovativi, ma in setting o in popolazioni di pazienti spesso esclusi dagli studi registrativi. Altro ambito rilevante è il disegno di studi che prevedano una forte componente traslazionale, finalizzata anche all'identificazione di biomarcatori predittivi di risposta e tossicità ai trattamenti”.
"L'evoluzione delle terapie e della ricerca ha portato a risultati davvero rilevanti nel contrasto a una neoplasia insidiosa come il melanoma – evidenzia Massi –. Lo stesso vale per le nuove tecnologie che dovrebbero sempre essere garantite a pazienti e clinici. I test di ‘Next Generation Sequencing’ (Ngs) permettono di identificare alterazioni genetiche cruciali per accedere a farmaci mirati. Tuttavia, non esiste ancora un pannello diagnostico o prognostico dedicato e rimborsato nel tariffario. La criticità è elevata nei tumori melanocitari atipici o a incerta definizione, dove la diagnosi è molto complessa e così come il rischio di sotto-trattamento o sovra-trattamento”.
La richiesta al Ministero della Salute
“Come Imi, abbiamo chiesto al Ministero della Salute di inserire nel nomenclatore tariffario la prestazione: 'Test Ngs per tumori melanocitari atipici ad incerto potenziale maligno/melanocitoma'. Auspichiamo, inoltre, un investimento mirato per individuare i centri di riferimento regionali connessi in rete per l'esecuzione degli esami innovativi”, conclude.
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Criteri Critici
La FDA approva l’immunoterapia della Mayo Clinic per il tumore al colon di stadio 3 Eventi e News
La Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il farmaco immunoterapico atezolizumab in combinazione con la chemioterapia per alcuni pazienti con cancro al colon di stadio 3 dopo un intervento chirurgico. Il trattamento è destinato ai pazienti i cui tumori presentano un deficit del mismatch repairdel DNA, o dMMR.
La Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il farmaco immunoterapico atezolizumab in combinazione con la chemioterapia per alcuni pazienti con cancro al colon di stadio 3 dopo un intervento chirurgico.
Il trattamento è destinato ai pazienti i cui tumori presentano un deficit del mismatch repairdel DNA, o dMMR.
L’approvazione si basa sui risultati dello studio clinico ATOMIC guidato dalla Mayo Clinic. Lo studio ha rilevato che aggiungere atezolizumab alla chemioterapia standard ha ridotto il rischio di recidiva o morte del cancro del 50% rispetto alla sola chemioterapia.
L’approvazione FDA stabilisce inoltre l’integrazione dell’immunoterapia alla chemioterapia come opzione terapeutica standard nel contesto curativo e aiuta a renderla più facilmente accessibile ai pazienti che potrebbero beneficiarne.
“Questa approvazione rappresenta un grande progresso per i pazienti con un sottoinsieme di cancro al colon in stadio 3”, afferma Frank Sinicrope, oncologo della Mayo Clinic e leader dello studio ATATOMIC.
“ATOMIC è il primo studio a dimostrare i benefici dell’immunoterapia dopo la resezione chirurgica in pazienti con cancro al colon localmente avanzato con dMMR. L’obiettivo dopo l’intervento è eliminare le cellule tumorali microscopiche rimanenti responsabili della recidiva e così aumentare il numero di pazienti guariti dalla loro malattia.”
Lo studio ATOMIC di fase 3 ha arruolato 712 pazienti con tumore al colon dMMR in stadio 3 che era stato rimosso chirurgicamente e si era diffuso ai linfonodi regionali.
I pazienti sono stati assegnati casualmente a ricevere la chemioterapia standard sola o la chemioterapia combinata con atezolizumab, un inibitore dei checkpoint immunitari, seguita da ulteriori atezolizumab.
A tre anni, l’86,3% dei pazienti che hanno ricevuto immunoterapia più chemioterapia era vivo e privo di malattia, rispetto al 76,2% dei pazienti che hanno ricevuto solo la chemioterapia. I risultati sono stati pubblicati quest’anno sul New England Journal of Medicine.
Spostare l’immunoterapia più precocemente nel trattamento
Gli inibitori dei checkpoint immunitari hanno trasformato il trattamento per diversi tumori avanzati. Nel cancro al colon, sono stati particolarmente efficaci contro i tumori con dMMR.
Questi tumori presentano un difetto nella loro capacità di riparare correttamente gli errori nel DNA durante la divisione cellulare, portando all’accumulo di molteplici mutazioni che possono rendere le cellule più riconoscibili al sistema immunitario.
Prima dello studio ATOMIC, l’immunoterapia veniva utilizzata principalmente per il dMMR avanzato o metastatico per il cancro colorettale.
ATOMIC ha esaminato se attivare il sistema immunitario dopo un intervento chirurgico destinato a curare il paziente potesse prevenire il ritorno del cancro.
“Invece di aspettare che il tumore al colon di un paziente sia tornato o si sia diffuso, ora possiamo usare l’immunoterapia prima quando i pazienti hanno subito un intervento chirurgico e sono in grado di prevenire o ridurre notevolmente il rischio di recidiva”, afferma il dottor Sinicrope.
Circa il 15% dei tumori al colon presenta dMMR. Testare il tumore di un paziente può identificare la dMMR e aiutare a determinare il trattamento ottimale.
Un importante progresso per i pazienti più giovani
L’approvazione arriva anche mentre i tassi di cancro del colonettale tra i giovani adulti continuano a crescere. Più di un quarto dei pazienti arruolati in ATOMIC aveva meno di 50 anni.
Lo studio includeva pazienti con sindrome di Lynch, la causa ereditaria più comune di cancro colorettale e la sindrome ereditaria più comune.
Le persone con sindrome di Lynch hanno un rischio aumentato di sviluppare diversi tumori, in particolare il cancro colorettale, e spesso sviluppano tumori in età più giovane. I tumori al colon associati alla sindrome di Lynch generalmente presentano dMMR.
“Per i pazienti che sviluppano il cancro al colon in giovane età, prevenire la recidiva può tradursi in decenni di vita acquisita”, afferma il dottor Sinicrope.
“Poter offrire un trattamento efficace come l’immunoterapia per migliorare la sopravvivenza di questi pazienti è particolarmente significativo per loro e le loro famiglie.”
Dall’intuizione scientifica a un nuovo trattamento
ATOMIC è nato da anni di ricerche sulla biologia del cancro al colon dMMR. Il dottor Sinicrope e colleghi avevano precedentemente osservato che questi tumori contengono un gran numero di cellule infiammatorie e immunitarie, comprese quelle prese di mira da inibitori dei checkpoint immunitari.
Questi risultati hanno fornito la giustificazione scientifica per testare se l’immunoterapia potesse rafforzare la risposta immunitaria del corpo contro le cellule tumorali che possono rimanere dopo l’intervento.
Il dottor Sinicrope ha sviluppato lo studio, condotto tramite l’Alliance for Clinical Trials in Oncology, parte della National Clinical Trials Network supportata dal National Cancer Institute. Hanno partecipato pazienti provenienti dagli Stati Uniti e dalla Germania.
“I pazienti che hanno partecipato a ATOMIC hanno reso possibile questo progresso, e il loro contributo cambierà il modo in cui trattiamo i pazienti con tumore al colon dMMR qui e nel mondo”, afferma il dottor Sinicrope.
La National Comprehensive Cancer Network ha precedentemente aggiornato le sue linee guida includendo atezolizumab più chemioterapia come opzione terapeutica basata sui risultati di ATOMIC.
L’approvazione della FDA stabilisce il regime come trattamento approvato per i pazienti idonei negli Stati Uniti.
Il National Cancer Institute dei National Institutes of Health e Genentech ha finanziato lo studio ATOMIC.
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Papa Leone e il tumore al polmone: tre messaggi per prendersi cura della propria salute LILT Milano Monza Brianza
L’intervento che ha subìto Papa Leone porta in primo piano il tumore al polmone. Ma non solo. Grazie alla sua condivisione della malattia e alle sue dichiarazioni nel corso dell’ultimo Angelus, sono entrati nelle case concetti fondamentali sull’importanza di prevenire le patologie oncologiche. L’adenocarcinoma polmonare, la forma diagnosticata a Sua Santità, è il più comune tra i diversi tipi di tumore del polmone e si riscontra spesso anche nei non-fumatori.Quando la malattia è diagnosticata negli stadi iniziali, la percentuale di guarigione supera l’80%. “Papa Leone ha trasmesso tre messaggi importanti e molto efficaci a favore della prevenzione”, commentaMarco Alloisio, presidente di LILT Milano e chirurgo toracico. “Ha sottolineato più volte di averescoperto il nodulo grazie a esami di controllo. E questo, porta in primo piano un concetto di primaria importanza: la prevenzione non è un concetto astratto, è la nostra prevenzione. Già, perchéciascuno di noi con l’aiuto del medico, può “ritagliarsi” controlli ad hocsulla base dell’età, dei fattori di rischio, della presenza in famiglia di eventuali casi oncologici. Anche per quanto riguarda la prevenzione secondaria del tumore al polmone”. E poi c’è il secondo elemento, l’importanza di arrivare prima, di arrivare presto. “Il Papa ha condiviso la sua diagnosi: si tratta di un nodulo localizzato. Anche questo è un aspetto da sottolineare. Grazie agli esami di controllo, è più alta la probabilità di identificare noduli di dimensioni contenute e circoscritti.A favore di un intervento poco invasivo e di un guadagno in termini di qualità di vita”. E infine, la fiducia nella medicina: “Papa Leone ha concluso dicendo, “mi affido ai medici”.Il rapporto medico-paziente rappresenta un pilastro della cura, quando è basato su una comunicazione empatica e sulla fiducia. Solo così si possono ottenere quei benefici sottolineati da numerose ricerche. I principali? Una migliore adesione ai trattamenti, una maggiore soddisfazione e, spesso, risultati clinici superiori”. Come ci ricorda l’esperienza di Papa Leone, la diagnosi precoce è l’arma più efficace per intervenire tempestivamente e con le migliori prospettive di cura. Nei nostri ambulatori offriamo prestazioni di diagnosi precoce oncologica, garantendo professionisti di alto profilo e tecnologie di ultima generazione. Giornalista scientifica dal 1992, specializzata in comunicazione della salute con particolare attenzione all'oncologia. Esperienza pluriennale in campagne informative e divulgazione scientifica. Vincitrice del premio Giovanni Maria Pace nel 2019 per il giornalismo in ambito oncologico.
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Criteri Critici
Melanoma in Italia: oltre 12.900 casi annuali, serve prevenzione personalizzata V-news.it
In Italia, oltre 12.900 nuovi casi di melanoma vengono diagnosticati ogni anno, con una sopravvivenza a 5 anni superiore al 90%, ma con circa 2.500 decessi annuali. Gli esperti dell'Intergruppo melanoma italiano (IMI) sottolineano l'importanza di personalizzare la prevenzione e le cure, utilizzando l'intelligenza artificiale come supporto nella diagnosi e promuovendo la ricerca indipendente per affrontare questa crescente sfida sanitaria.
Melanoma, in Italia oltre 12.900 casi l’anno, Imi: “Personalizzare prevenzione e cure”
Situazione attuale del melanoma in Italia
(Adnkronos) – Ogni anno in Italia, oltre 12.900 persone vengono diagnosticate con melanoma e più di 221.000 pazienti convivono con questa condizione. La sopravvivenza a 5 anni supera il 90%, ma si registrano circa 2.500 decessi annuali. È quindi fondamentale incentivare la prevenzione tramite percorsi personalizzati in base al rischio individuale, assicurando controlli mirati per le persone più vulnerabili. L’intelligenza artificiale (AI) può giocare un ruolo importante in questa sfida, purché sia utilizzata come supporto e non come sostituto del clinico. Questo è quanto affermano gli specialisti dell’Intergruppo melanoma italiano (IMI), che oggi apre a Bologna il suo congresso annuale. Per tre giorni, dermatologi, oncologi, chirurghi, anatomopatologi e altri professionisti sanitari si riuniranno per discutere le ultime novità scientifiche sulla neoplasia.
Prevenzione e diagnosi personalizzata
“Il melanoma è in crescita in quasi tutti i Paesi occidentali, ma può essere affrontato con un approccio multidisciplinare – afferma Daniela Massi, professoressa e presidente IMI – Questo consente anche una maggiore personalizzazione dei trattamenti. Oltre al genere, ci sono diversi aspetti da considerare, poiché è un tumore molto eterogeneo. La precisione dell’anatomia patologica è fondamentale nel percorso diagnostico e terapeutico per guidare le scelte cliniche. Oggi, la biologia molecolare, la digital pathology e l’intelligenza artificiale offrono opportunità senza precedenti. In particolare, l’AI può fungere da ‘copilota specializzato’ per l’anatomopatologo, fornendo un supporto prezioso, soprattutto nella diagnosi.
Rischi e sfide nella cura
“Il melanoma rappresenta un problema sanitario crescente – continua Vincenzo De Giorgi, segretario IMI – La prima sfida è ridurre i comportamenti a rischio e promuovere una corretta fotoprotezione, che deve essere estesa alla vita quotidiana, con particolare attenzione a donne e giovani. È fondamentale diagnosticare il cancro precocemente e in modo più efficace. Tecniche moderne non invasive, come la dermoscopia o l’imaging avanzato, consentono di identificare melanomi sempre più piccoli e sottili. Tuttavia, l’aumento della sensibilità diagnostica deve andare di pari passo con una maggiore specificità, per evitare un numero eccessivo di asportazioni di lesioni benigne, con conseguenze per i pazienti e il sistema sanitario.
Innovazione e ricerca nel melanoma
Al congresso di Bologna, ampio spazio è dedicato anche alla ricerca sul melanoma. “Promuovere studi indipendenti è uno dei principali obiettivi della nostra Associazione – sottolinea Anna Maria Di Giacomo, consigliere IMI – Purtroppo, la ricerca no profit in Italia sta attraversando una fase critica, con una diminuzione del 57% delle sperimentazioni non finanziate dall’industria farmaceutica negli ultimi 15 anni. In questo contesto difficile, gruppi cooperativi come IMI possono svolgere un ruolo importante, promuovendo trial su farmaci innovativi in setting o popolazioni di pazienti spesso esclusi dagli studi registrativi.
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Tumore al pancreas, svolta nella ricerca: l'Ema dà il primo via libera a un farmaco in compresse alanews
Il farmaco antitumorale Rasonque, già approvato negli Stati Uniti, ha ottenuto il parere positivo del comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea del farmaco, dopo una revisione avviata all’inizio di luglio 2026. La raccomandazione riguarda l’autorizzazione all’immissione in commercio nell’Unione europea, ma non equivale ancora all’autorizzazione definitiva: la decisione spetta alla Commissione europea, sulla base della valutazione scientifica dell’Ema.
Il principio attivo è il daraxonrasib, somministrato per bocca sotto forma di compressa. È destinato agli adulti affetti da adenocarcinoma pancreatico metastatico che hanno già ricevuto almeno un trattamento. Non rappresenta una cura definitiva e non sostituisce automaticamente le terapie disponibili in ogni fase della malattia.
Come agisce il daraxonrasib sulle proteine RAS
Il medicinale interviene sulle proteine RAS, coinvolte nella crescita e nella sopravvivenza delle cellule. Nel tumore al pancreas, alcune mutazioni possono mantenerle costantemente attive, favorendo la moltiplicazione incontrollata delle cellule tumorali.
Il daraxonrasib si lega a una proteina chiamata ciclofilina A. Si forma così un complesso che blocca l’attività delle RAS, contribuendo a uccidere le cellule tumorali e a rallentare la crescita della malattia. L’obiettivo è colpire in modo mirato uno dei meccanismi biologici alla base del tumore, anziché agire indiscriminatamente sulle cellule che si dividono rapidamente, come avviene con la chemioterapia tradizionale.
I risultati dello studio su 500 pazienti
La raccomandazione dell’Ema si basa su uno studio clinico internazionale di fase 3 che ha coinvolto 500 pazienti con tumore al pancreas. La malattia era peggiorata dopo un precedente trattamento sistemico.
Secondo i dati riportati dall’Agenzia europea, i pazienti trattati con Rasonque sono sopravvissuti in media 12,4 mesi, contro i 6,7 mesi di quelli sottoposti a chemioterapia. Anche il tempo medio trascorso senza un peggioramento della malattia è stato superiore: 7,2 mesi con il nuovo farmaco, rispetto a 3,6 mesi con la chemioterapia.
L’Ema ha richiamato la necessità di individuare opzioni terapeutiche migliori, considerando la gravità del tumore al pancreas, la limitata efficacia e la notevole tossicità della chemioterapia standard. Il daraxonrasib è stato individuato come un farmaco ad alta priorità, in grado di rispondere a un bisogno medico insoddisfatto.
La valutazione accelerata e i passaggi per l’Italia
La revisione a fasi ha consentito al comitato di iniziare l’esame diversi mesi prima della prevista presentazione della domanda completa. I dati qualitativi, non clinici e clinici sono stati valutati progressivamente, man mano che l’azienda li presentava. Questo approccio ha ridotto i tempi della valutazione a meno di 150 giorni, mantenendo gli standard di qualità, sicurezza ed efficacia.
Il parere sarà ora trasmesso alla Commissione europea, che accelererà la decisione sull’autorizzazione valida in tutta l’Unione. Per l’arrivo in Italia non sono ancora chiare le tempistiche: dopo la decisione europea dovranno essere definiti gli aspetti relativi all’accesso al trattamento nei singoli Paesi. I risultati offrono una nuova prospettiva per una categoria di pazienti con un elevato bisogno di ulteriori opzioni terapeutiche.
Una volta concessa l’autorizzazione, ciascuno Stato membro prenderà le decisioni su prezzo e rimborso, tenendo conto del potenziale ruolo o utilizzo del medicinale nel proprio sistema sanitario nazionale.
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Il nuovo meccanismo offre speranza per il trattamento del cancro e dei danni al miocardio. Vietnam.vn
I ricercatori dell'Università Ben-Gurion nel Negev (Israele) hanno identificato due proteine che svolgono un ruolo nella protezione delle cellule tumorali dagli effetti della chemioterapia. Questa scoperta apre nuove prospettive di ricerca volte a superare la resistenza ai farmaci nei tumori maligni e potrebbe avere applicazioni anche nel trattamento del danno miocardico. Secondo una ricerca pubblicata il 12 ottobre sulla rivista scientificaRedox Biology, un team di ricerca guidato dal dottor Aeid Igbaria del Dipartimento di Scienze della Vita dell'Università Ben-Gurion del Negev ha identificato due proteine denominate DNAJB12 e DNAJB14. Queste proteine agiscono come "protettori", aiutando le cellule tumorali a mantenere la loro vitalità anche quando vengono attaccate dalla chemioterapia. Secondo Igbaria, la ricerca ha fatto luce sui meccanismi molecolari che determinano se le cellule tumorali continuano a sopravvivere o si autodistruggono sotto l'influenza di fattori di stress. I risultati forniscono una base scientifica per lo sviluppo di nuove terapie, soprattutto per i tumori maligni resistenti alla chemioterapia. Queste due proteine si trovano sulla membrana del reticolo endoplasmatico, una struttura intracellulare responsabile della produzione, dell'elaborazione e del ripiegamento delle proteine. In condizioni normali, il reticolo endoplasmatico contribuisce al corretto funzionamento delle proteine, garantendo che i processi cellulari essenziali si svolgano senza intoppi. Tuttavia, quando la chemioterapia sottopone le cellule a stress, DNAJB12 e DNAJB14 possono innescare un meccanismo di risposta che permette ad alcune proteine protettive di fuoriuscire dal reticolo endoplasmatico ed entrare nel citoplasma, il fluido all'interno della cellula. In questo contesto, queste proteine assumono un nuovo ruolo difensivo, bloccando l'attività degli enzimi che promuovono l'autodistruzione e contribuendo così alla sopravvivenza delle cellule tumorali nonostante gli effetti dei farmaci. Il team di ricerca ha scoperto che se i legami chimici che mantengono la funzione di queste due proteine protettive si rompono, il meccanismo di difesa si indebolisce, permettendo alla cellula di attivare la morte cellulare programmata, nota anche come apoptosi. Gli esperimenti condotti utilizzando farmaci e condizioni di stress fisiologico su linee cellulari umane hanno permesso al team di ricerca di identificare il meccanismo in questione. Secondo Igbaria, questa scoperta dimostra che le cellule non solo reagiscono passivamente ai danni, ma regolano attivamente i meccanismi biologici per adattarsi e sopravvivere. Il professor Francisco Laurindo, responsabile dell'Unità di Biologia Vascolare presso l'Istituto Cardiovascolare della Facoltà di Medicina dell'Università di San Paolo (Brasile), ritiene che comprendere come le cellule scelgano tra la sopravvivenza in condizioni di stress e l'autodistruzione sia un obiettivo cruciale in biologia e medicina. Ha osservato che la ricerca del dottor Igbaria ha portato alla luce un nuovo meccanismo adattativo. Oltre al campo oncologico, il team di ricerca ha affermato che un meccanismo molecolare simile è attivo anche nelle cellule del miocardio durante la privazione di ossigeno. Pertanto, il controllo di questo meccanismo potrebbe aprire nuove prospettive per lo sviluppo di terapie volte a limitare la diffusione del danno al tessuto cardiaco dopo un infarto miocardico.
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Melanoma, in Italia oltre 12.900 casi l’anno, Imi: "Personalizzare prevenzione e cure" Adnkronos
Ogni anno, in Italia, più di 12.900 persone si ammalano di melanoma e oltre 221mila pazienti vivono con questa diagnosi. La sopravvivenza a 5 anni supera il 90%, ma si registrano ancora circa 2.500 decessi l’anno. Da qui l’esigenza di incentivare la prevenzione con percorsi personalizzati in base al rischio individuale, garantendo controlli mirati alle persone più vulnerabili. Anche l’intelligenza artificiale (Ai) può contribuire a vincere questa sfida purché sia utilizzata come supporto e non come sostituto del clinico. Lo sostengono gli specialisti dell’Intergruppo melanoma italiano (Imi) che apre oggi a Bologna il suo congresso annuale: per i prossimi 3 giorni, dermatologi, oncologi, chirurghi, anatomopatologi e altri professionisti sanitari si ritrovano per discutere le ultime novità scientifiche sulla neoplasia.
“Il melanoma risulta in crescita in quasi tutti i Paesi occidentali, ma si può sconfiggerlo anche grazie ad un approccio multidisciplinare - afferma Daniela Massi, professoressa e presidente Imi - È così inoltre possibile ottenere una maggiore personalizzazione dei trattamenti. Oltre al genere sono diversi gli aspetti di cui dobbiamo tenere conto perché è un tumore molto eterogeno. Nel percorso diagnostico e terapeutico, la precisione dell’anatomia patologica è fondamentale per guidare le scelte cliniche. Oggi la biologia molecolare, la digital pathology e l’intelligenza artificiale offrono davvero opportunità senza precedenti. In particolare, l’Ai può agire come un ‘copilota specializzato’ al fianco dell’anatomopatologo e offrire un supporto di valore inestimabile, soprattutto nella diagnosi. Inoltre, la digitalizzazione non è solo un processo tecnologico ma anche culturale e organizzativo. Servono regole, standard ed ecosistemi digitali accessibili per garantire diagnosi sempre più accurate e trattamenti davvero su misura del singolo paziente”.
“Il melanoma costituisce un problema sanitario crescente - prosegue Vincenzo De Giorgi, segretario Imi - La prima sfida riguarda la riduzione dei comportamenti a rischio ed è quindi fondamentale promuovere una corretta fotoprotezione: non può essere limitata solo alle vacanze estive, ma va estesa alla vita quotidiana con particolare attenzione alle donne e ai più giovani. Poi è necessario diagnosticare il cancro precocemente e meglio. Le moderne tecniche non invasive, come la dermoscopia o l’imaging avanzato, permettono di identificare melanomi sempre più piccoli e sottili. L’aumento della sensibilità diagnostica deve però accompagnarsi a una maggiore specificità, per evitare un numero eccessivo di asportazioni di lesioni benigne, con conseguenze per i pazienti e per il sistema sanitario. È su questo equilibrio tra efficacia, appropriatezza e sostenibilità che dovrà concentrarsi la prevenzione dermatologica dei prossimi anni”. Ogni anno nel mondo si registrano circa 100mila nuovi casi di melanoma e la sua incidenza è raddoppiata negli ultimi 10 anni. “È una crescita che è andata di pari passo all’incremento ed evoluzione delle terapie - sottolinea Roberto Patuzzo, consigliere Imi - L’approccio chirurgico è profondamente cambiato e, in contesti selezionati, vi è stata una riduzione dell’invasività degli interventi. È un fatto importante dal momento che la prospettiva di una lunga sopravvivenza è sempre più frequente e quindi sono più rilevanti le conseguenze degli interventi: cicatrici, dolore persistente, linfedema e limitazioni funzionali possono accompagnare il paziente per diversi anni”.
“Preservare tessuti e funzioni, garantire la riabilitazione e la gestione degli esiti - continua - sono ormai parti essenziali della cura. Il percorso deve assicurare continuità assistenziale, controlli personalizzati e attenzione alle priorità della persona. L’obiettivo finale è integrare il controllo della malattia con la tutela della qualità di vita, lungo tutto il percorso del paziente”. Per Mario Mandalà, Past President Imi, “anche i trattamenti medici sono cambiati negli ultimi decenni e i più utilizzati sono adesso le terapie target e l’immunoterapia. L’implementazione di queste cure ha portato benefici ai pazienti ma anche all’inevitabile necessità di gestire le tossicità. I clinici devono assicurare sempre una corretta informazione a malati e caregiver: migliora la consapevolezza dei pazienti, perfeziona il rapporto medico-malato e può contribuire ad instaurare una relazione di fiducia. Le diagnosi precoci del tumore cutaneo e la gestione multidisciplinare garantiscono poi una migliore risoluzione anche degli eventi avversi. Di solito sono l’oncologo e lo specialista d’organo che devono farsi carico della riduzione dell’impatto delle tossicità croniche a lungo termine”.
Al congresso di Bologna ampio spazio viene dedicato anche alla ricerca sul melanoma. “Promuovere studi indipendenti è uno dei principali obiettivi della nostra Associazione - sottolinea Anna Maria Di Giacomo, consigliere Imi - Purtroppo la ricerca no profit in Italia attraversa una fase critica e negli ultimi 15 anni le sperimentazioni non finanziate dall’industria farmaceutica sono calate del 57%. In questo contesto difficile gruppi cooperativi, come Imi, possono davvero avere un ruolo importante, per esempio, promuovendo trial su farmaci innovativi ma in setting o in popolazioni di pazienti spesso esclusi dagli studi registrativi. Altro ambito rilevante è il disegno di studi che prevedano una forte componente traslazionale, finalizzata anche all’identificazione di biomarcatori predittivi di risposta e tossicità ai trattamenti”.
“L’evoluzione delle terapie e della ricerca ha portato a risultati davvero rilevanti nel contrasto a una neoplasia insidiosa come il melanoma - evidenzia Massi - Lo stesso vale per le nuove tecnologie che dovrebbero sempre essere garantite a pazienti e clinici. I test di Next Generation Sequencing (Ngs) permettono di identificare alterazioni genetiche cruciali per accedere a farmaci mirati. Tuttavia, non esiste ancora un pannello diagnostico o prognostico dedicato e rimborsato nel tariffario. La criticità è elevata nei tumori melanocitari atipici o a incerta definizione, dove la diagnosi è molto complessa e così come il rischio di sotto-trattamento o sovra-trattamento. Come Imi abbiamo chiesto al ministero della Salute di inserire nel nomenclatore tariffario la prestazione: ‘Test Ngs per tumori melanocitari atipici ad incerto potenziale maligno/melanocitoma’. Auspichiamo inoltre - conclude - un investimento mirato per individuare i centri di riferimento regionali connessi in rete per l’esecuzione degli esami innovativi”.
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Tumore al pancreas, il farmaco che può raddoppiare la vita Italia Informa
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A Can Tho, i pazienti affetti da tumore al cervello ricevono radioterapia a intensità modulata. Vietnam.vn
L'équipe medica prepara un paziente affetto da tumore cerebrale per la radioterapia a intensità modulata presso l'Ospedale Oncologico di Can Tho - Foto: fornita dall'ospedale. Il 16 ottobre, il Dipartimento di Radioterapia dell'Ospedale Oncologico di Can Tho ha comunicato di aver avviato il trattamento con la Radioterapia a Intensità Modulata (IMRT). Secondo i medici, questo metodo mira a erogare la dose di radiazioni appropriata all'area da trattare, minimizzando l'impatto sui tessuti sani circostanti. Questa tecnica è un approccio che contribuisce a migliorare la qualità del trattamento, soprattutto per i tumori con lesioni situate in prossimità di strutture vitali, come i tumori cerebrali.
Recentemente, una paziente diciassettenne con diagnosi di astrocitoma di grado 4 è stata sottoposta a intervento chirurgico e ha proseguito con radioterapia post-operatoria mediante radioterapia a intensità modulata, ottenendo risultati molto positivi. Questo è un caso tipico che dimostra il ruolo di questa tecnica nel trattamento dei tumori cerebrali. Secondo il dottor Le Ho Nghia dell'ospedale oncologico di Can Tho, l'IMRT è una tecnica di radioterapia a dose modulata che consente di regolare l'intensità dei fasci di radiazioni, creando una distribuzione della dose appropriata alla forma e alla posizione dell'area da trattare. Nel caso di tumori cerebrali, è particolarmente importante bilanciare le dosi terapeutiche con la protezione delle strutture neurologiche. La radioterapia a intensità modulata (IMRT) aiuta i medici a ottimizzare i piani di trattamento in base alle caratteristiche individuali del paziente, con l'obiettivo di controllare la malattia e minimizzare gli effetti collaterali della radioterapia. La tecnica di radioterapia IMRT riduce il rischio di recidiva nell'area trattata.
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In parole semplici, a seconda del tipo di malattia e di ogni singolo paziente, i medici elaborano un piano di radioterapia per garantire che l'area interessata riceva la dose di radiazioni prescritta, riducendo al minimo la dose che colpisce i tessuti sani circostanti. La capacità di regolare e distribuire la dose è fondamentale quando si trattano tumori di forma complessa o situati vicino a organi che necessitano di protezione. Nel caso di tumori cerebrali maligni, o di altri tipi di tumori, l'intervento chirurgico potrebbe non rimuovere completamente tutte le cellule tumorali. Pertanto, i medici prescriveranno la radioterapia per colpire le cellule tumorali rimanenti, contribuendo a controllare la malattia e a ridurre il rischio di recidiva nell'area trattata. Utilizzando la radioterapia a intensità modulata (EMRT), le radiazioni colpiranno direttamente le cellule tumorali residue dopo l'intervento chirurgico, proteggendo i tessuti sani circostanti. - Foto: fornita dall'ospedale.
Secondo il dottor Le Ho Nghia, "Dopo un intervento chirurgico per tumore al cervello, così come per altri tipi di tumore, molti pazienti necessitano di proseguire con la radioterapia o la chemioradioterapia. La decisione si basa sui risultati dell'esame istologico post-operatorio, sulla tecnica chirurgica e sulle condizioni di salute del paziente. Ci auguriamo che i pazienti e le loro famiglie comprendano appieno le modalità di trattamento, in modo da poter collaborare durante tutto il percorso terapeutico." Per la radioterapia a intensità modulata, soprattutto nella zona della testa, una maschera fissa aiuta a mantenere una posizione stabile e facilita il riposizionamento tra una seduta di radioterapia e l'altra. Gli operatori sanitari forniranno ai pazienti istruzioni su come collaborare durante la radioterapia, garantendo il corretto svolgimento del piano di trattamento. Ci auguriamo che i pazienti possano avere accesso a tecniche di radioterapia moderne a livello locale. "Per i pazienti, soprattutto i più giovani come la ragazza di 17 anni, sia la salute fisica che quella psicologica richiedono attenzione durante il trattamento radioterapico. La famiglia deve collaborare nel monitorare il programma di trattamento, preparare i pasti e comunicare con il medico se nota che il paziente ha scarso appetito, è molto stanco, ha la nausea, mal di testa o sperimenta cambiamenti d'umore insoliti. Queste informazioni aiutano il medico a monitorare la situazione e a fornire il supporto necessario", ha osservato la dottoressa Le Ho Nghia.
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Questo caso di paziente affetto da tumore cerebrale dimostra che un trattamento efficace richiede una combinazione di tecniche appropriate e un piano terapeutico personalizzato e continuativo. Attualmente, il paziente sta seguendo il regime terapeutico prescritto, con risultati iniziali promettenti, e verrà rivalutato dopo una visita di controllo. Riguardo alle future tendenze terapeutiche, la direzione dell'Ospedale Oncologico di Can Tho ha dichiarato che continuerà ad applicare la radioterapia a intensità modulata (IMRT) presso la struttura, con l'obiettivo di consentire agli abitanti del Delta del Mekong di accedere a moderne tecniche di radioterapia direttamente nella propria zona. Grazie a regimi di trattamento prolungati, la IMRT (Radioterapia Pulsata Intensa) aiuta i pazienti oncologici a gestire meglio la malattia e a migliorare la qualità della vita. Se il trattamento viene effettuato vicino al domicilio del paziente, risulta più agevole per i familiari recarsi sul posto e prendersi cura di lui.
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Tumore al pancreas, primo "sì" UE al farmaco sperimentale Donna Moderna
Si chiama daraxonrasib, ma è stato ribattezzato il “farmaco sperimentale allunga-vita” solo pochi giorni fa quando ne ha parlato Max Parisi, il conduttore radiofonico che lo ha comprato negli Stati Uniti per curare un tumore al pancreas metastatico, pagando 39mila dollari per un mese. Aveva anche esortato le autorità europee ad autorizzarlo nel Vecchio Continente e ora l’EMA, l’agenzia europea del farmaco, ha dato il primo via libera al medicinale che permetterebbe di raddoppiare la sopravvivenza dei pazienti.
Il primo via libera al farmaco sperimentale
La prima autorizzazione al daraxonrasib per il tumore al pancreas metastatico è stata accolta con entusiasmo dai pazienti. Il parere positivo è arrivato dal Comitato per i medicinali per uso umano (Chmp) dell’EMA, che ne ha raccomandato il rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio (Aic) nell’Unione europea. Non significa che possa essere venduto immediatamente in Europa, ma si tratta quantomeno di un primo passo per il via libera a una terapia approvata lo scorso agosto per la prima volta dalla Food and Drug Administration, l’ente regolatore americano dei farmaci.
A cosa e a chi è utile
Si tratta di un farmaco cosiddetto di “seconda linea”, cioè destinato ai pazienti con diagnosi di tumore del pancreas metastatico, che hanno già seguito almeno una precedente terapia – come la chemio – senza risultati apprezzabili. Secondo gli studi clinici che hanno portato alla sua approvazione negli Stati Uniti, resi noti a luglio, permetterebbe di raddoppiare la sopravvivenza di vita da 6,7 mesi a 12,4 mesi. Di fatto il suo principio attivo è un inibitore di Ras, le proteine coinvolte nella crescita e nella sopravvivenza delle cellule: agisce quindi rallentandole. «Va premesso che non guarisce dalla malattia, ma la rallenta», sottolinea Saverio Cinieri, Direttore dell’Oncologia all’ospedale A. Di Summa di Brindisi e past president dell’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM).
Come funziona e perché è stato autorizzato
Oltre a frenare la crescita, il farmaco ha «un altro grande vantaggio: attenua moltissimo i sintomi della patologia, che nel caso del tumore al pancreas possono essere anche molto pesanti – spiega ancora Cinieri – Le prime commercializzazioni, come negli USA, sono una buona notizia perché il tumore al pancreas era rimasto per molti anni ‘orfano’ di nuove terapie e questa è la prima volta che si dimostra che un trattamento a target molecolare funziona». In Europa, invece, il primo libera non significa che il farmaco possa essere subito disponibile: al momento l’azienda produttrice americana non ha ancora presentato la domanda completa, ma gli enti preposti lo hanno individuato come medicinale prioritario, procedendo con un iter accelerato.
Quando potrà essere disponibile
I tempi di valutazione sono stati ridotti dai 201 giorni previsti a 150, ma manca ancora la domanda completa di autorizzazione da parte dell’azienda produttrice americana. L’Ema rassicura che, nonostante un procedimento accelerato, sono stati valutati qualità, sicurezza ed efficacia del medicinale, che ora ha ottenuto la “raccomandazione” tecnica che sarà trasmessa alla Commissione europea. Le successive decisioni sul prezzo e sulla rimborsabilità saranno prese dai singoli Stati membri, come nel caso dell’Agenzia italiana del farmaco per il nostro Paese, dove però sono in corso già due studi «presso altrettanti centri di riferimento, con l’obiettivo di arrivare a un uso non solo in seconda linea, ma anche in prima – al posto della chemioterapia – o come adiuvante», spiega Cinieri.
L’appello di Max Parisi
Solo pochi giorni fa un appello era stato lanciato da Max Parisi che, ospite a Le Iene, aveva raccontato la sua storia: «Al San Raffaele, dove mi hanno operato e poi seguito, mi avevano dato 2 mesi di vita a fine luglio, attivando la terapia del dolore. Il 16 settembre ho preso il medicinale, praticamente quando è cominciata la crisi epatica che, avevano detto i medici, avrebbe segnato la mia fine. Sono rimasto impressionato perché dopo 24 ore ho come sentito cambiare la forma di dolore. Non so spiegarlo, ma è diventata come più rotonda. Nei giorni successivi la crisi epatica è rientrata, il dolore è calato. Dopo 14 giorni ho fatto una visita di controllo e si è deciso di fare a meno della morfina. Tra una settimana ho una tac, ma sento che il tumore spinge meno sugli organi».
Una raccolta fondi per pagare le cure
Il conduttore radiofonico di Radio Monte Carlo aveva anche spiegato di aver avviato una raccolta fondi per affrontare il costo della terapia: 39mila dollari al mese. «Abbiamo raggiunto i 120mila euro. Quando finiranno? Vediamo, magari mi aiuterà mio padre, un modo lo troveremo». Intanto ha confessato di aver vissuto quello che considera quasi un “miracolo”: «Ero scettico, non perché non credo nella scienza, ma perché ero a un quarto stadio, quindi terminalissimo. Speravo di arrivare almeno al mio compleanno, il 9 novembre. E invece adesso ho una prospettiva che guarda oltre i due mesi e, lo dico con prudenza e scaramanzia, spero di andare ancora avanti per un po’».
Le altre terapie disponibili oggi
Oggi, intanto, la «chemioterapia è la terapia d’elezione, quando il ricorso alla chirurgia è limitato. Purtroppo il pancreas è un organo centrale, il tumore può tornare anche tramite ‘altre strade’ come il fegato che, essendo molto vicino, può essere interessato da disseminazione metastatica, molto frequente e immediata. Ciò che complica la situazione è che oggi questa neoplasia non si limita a una certa categoria di pazienti più a rischio per uno stile di vita scorretto», chiarisce Cinieri. «Un tempo era un tumore più diffuso tra grandi consumatori di alcol, per esempio. Oggi invece assistiamo a un incremento anche in pazienti giovani e che non bevono molto o non fumano, e non sono ancora noti i motivi», aggiunge l’oncologo.
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Tumore del pancreas, nuovo farmaco porta la sopravvivenza a 12,4 mesi: sì dell'EMA Infermieristicamente
Tumore del pancreas, nuovo farmaco porta la sopravvivenza a 12,4 mesi: sì dell'EMA
di
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 16/10/2026 Professione e lavoroStudi e analisi
Il Comitato per i medicinali per uso umano dell'Agenzia europea ha espresso parere favorevole a Rasonque (daraxonrasib), trattamento orale per adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti a terapia. Nello studio di fase 3 su 500 pazienti, la sopravvivenza mediana ha raggiunto 12,4 mesi contro 6,7 mesi con la chemioterapia nell'analisi aggiornata. Ora serve l'autorizzazione della Commissione europea.
Una nuova possibilità terapeutica si apre per i pazienti con tumore del pancreas metastatico, una delle neoplasie più difficili da trattare, soprattutto quando la malattia continua a progredire nonostante una precedente terapia.
Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha raccomandato, il 15 ottobre 2026, l'autorizzazione all'immissione in commercio nell'Unione europea di Rasonque (daraxonrasib), un nuovo farmaco antitumorale orale destinato agli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che abbiano già ricevuto almeno un trattamento sistemico.
La decisione rappresenta un passaggio significativo nella ricerca oncologica, perché riguarda una popolazione di pazienti per la quale le alternative terapeutiche sono limitate e la prognosi rimane particolarmente sfavorevole.
A sostenere il parere favorevole sono i risultati dello studio internazionale di fase 3 RASolute 302, condotto su 500 pazienti, che ha documentato un miglioramento statisticamente significativo della sopravvivenza rispetto alla chemioterapia.
Nell'analisi aggiornata riportata dall'EMA, la sopravvivenza globale mediana è stata di 12,4 mesi con daraxonrasib contro 6,7 mesi con la chemioterapia, una differenza di 5,7 mesi.
Un risultato clinicamente importante, che non significa però guarigione né consente di prevedere quanto vivrà un singolo paziente. La sopravvivenza mediana è un indicatore statistico: rappresenta il tempo entro il quale si verifica il decesso della metà dei pazienti appartenenti al gruppo studiato.
Il parere del CHMP non equivale inoltre alla disponibilità immediata del medicinale in Italia: l'autorizzazione europea deve ancora essere rilasciata dalla Commissione europea, mentre prezzo, rimborsabilità e modalità di accesso nel Servizio sanitario nazionale saranno oggetto di successive valutazioni.
Lo studio RASolute 302: 500 pazienti e un confronto diretto con la chemioterapia
Il parere favorevole si basa principalmente sui risultati dello studio clinico RASolute 302, una sperimentazione internazionale, randomizzata e in aperto, che ha coinvolto 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico in progressione dopo una precedente linea di trattamento sistemico.
I partecipanti sono stati assegnati al trattamento con daraxonrasib oppure a uno dei regimi chemioterapici standard scelti dal medico sperimentatore.
La sperimentazione ha valutato due indicatori fondamentali dell'efficacia oncologica: la sopravvivenza globale, ossia il tempo trascorso dall'inizio del periodo di osservazione previsto dallo studio fino al decesso per qualsiasi causa, e la sopravvivenza libera da progressione, cioè il tempo durante il quale la malattia non mostra una progressione documentata o non si verifica il decesso.
Nella popolazione complessiva, il 92% dei pazienti presentava una mutazione RAS G12, un gruppo di alterazioni molecolari particolarmente rilevante nella biologia dell'adenocarcinoma pancreatico.
La sperimentazione ha mostrato benefici anche nella popolazione generale studiata, non soltanto nei pazienti con mutazione RAS G12 documentata.
Questo elemento è importante perché l'indicazione proposta dal CHMP riguarda gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattati e non è limitata, nel testo del parere favorevole, ai soli pazienti con mutazione RAS G12.
Sopravvivenza: cosa significano davvero i risultati
I dati più rilevanti riguardano la sopravvivenza globale.
L'analisi aggiornata presa in considerazione dall'EMA ha evidenziato una sopravvivenza mediana di 12,4 mesi nei pazienti trattati con daraxonrasib, rispetto ai 6,7 mesi osservati nel gruppo sottoposto a chemioterapia.
La differenza assoluta è quindi di 5,7 mesi.
Per interpretare correttamente il risultato, è utile distinguere questa differenza dalla riduzione relativa del rischio di morte.
Nell'analisi primaria dello studio, presentata nel 2026, la sopravvivenza mediana nella popolazione complessiva era risultata di 13,2 mesi con daraxonrasib contro 6,7 mesi con la chemioterapia, con un hazard ratio pari a 0,40.
Questo valore corrisponde a una riduzione relativa stimata del 60% del rischio istantaneo di morte nel periodo osservato, non a una riduzione del 60% della probabilità individuale di morire né a una garanzia di sopravvivenza per ogni paziente.
La differenza tra i valori di 13,2 e 12,4 mesi dipende dalle diverse analisi e dai rispettivi aggiornamenti dei dati. Non rappresenta necessariamente un peggioramento dell'efficacia del farmaco.
Il beneficio è stato accompagnato da un miglioramento della sopravvivenza libera da progressione, risultata pari a 7,2 mesi con daraxonrasib contro 3,6 mesi con la chemioterapia.
In termini di mediana, il periodo senza progressione documentata della malattia è stato quindi doppio nel gruppo trattato con il nuovo farmaco. Si tratta di risultati particolarmente rilevanti in una neoplasia nella quale la progressione dopo la prima linea terapeutica rappresenta una delle principali difficoltà cliniche.
Come funziona daraxonrasib: un nuovo bersaglio contro le proteine RAS
Daraxonrasib appartiene alla classe degli inibitori delle proteine RAS, coinvolte nei meccanismi di crescita, proliferazione e sopravvivenza delle cellule. Le proteine RAS funzionano normalmente come regolatori dei segnali intracellulari che controllano la divisione cellulare.
Quando i geni che le codificano subiscono determinate mutazioni, il sistema di segnalazione può rimanere persistentemente attivo, favorendo la proliferazione incontrollata delle cellule tumorali.
Nell'adenocarcinoma pancreatico, le alterazioni della via RAS, in particolare quelle che interessano KRAS, rappresentano uno dei principali meccanismi molecolari associati allo sviluppo e alla progressione della malattia.
Daraxonrasib utilizza un meccanismo d'azione innovativo: si lega alla ciclofilina A, una proteina presente nelle cellule, formando un complesso capace di interagire con le proteine RAS e interferire con la trasmissione dei segnali che sostengono la crescita tumorale.
In questo modo il medicinale contribuisce a bloccare l'attività di RAS, rallentando la proliferazione delle cellule neoplastiche e favorendone la morte.
Il trattamento viene somministrato per via orale, attraverso compresse rivestite con film.
La somministrazione orale costituisce una caratteristica organizzativa importante, ma non significa che il trattamento possa essere gestito senza un monitoraggio specialistico. La terapia deve essere prescritta e seguita da medici esperti nell'impiego dei medicinali antitumorali.
Gli effetti indesiderati: attenzione a diarrea, rash e tossicità gastrointestinali
Accanto ai risultati di efficacia, la valutazione regolatoria ha considerato il profilo di sicurezza del medicinale. Tra gli effetti indesiderati più frequentemente osservati figurano eruzioni cutanee, diarrea, stomatite, nausea e vomito. Sono manifestazioni che possono incidere significativamente sulla qualità di vita, soprattutto in pazienti oncologici già esposti a fragilità nutrizionale, perdita di peso, disidratazione e ridotta tolleranza ai trattamenti.
La diarrea e il vomito, in particolare, richiedono attenzione per il possibile sviluppo di alterazioni idroelettrolitiche e disidratazione. La stomatite può compromettere l'alimentazione e l'idratazione, mentre le manifestazioni cutanee possono richiedere interventi specifici e una valutazione della loro gravità.
Il monitoraggio deve essere personalizzato in base alle condizioni cliniche del paziente, alle tossicità osservate e alle indicazioni che saranno definite nel riassunto delle caratteristiche del prodotto dopo l'eventuale autorizzazione europea.
Un trattamento orale non equivale a un trattamento privo di tossicità. La gestione sicura richiede educazione terapeutica, riconoscimento precoce degli effetti indesiderati e continuità del contatto con il centro oncologico.
Il ruolo degli infermieri nella gestione delle nuove terapie oncologiche orali
L'introduzione di nuove terapie antitumorali orali modifica anche alcuni aspetti dell'assistenza infermieristica. Rispetto ai trattamenti somministrati prevalentemente in ambiente ospedaliero, una parte rilevante della gestione quotidiana viene trasferita al domicilio del paziente.
Questo rende particolarmente importanti l'educazione terapeutica, la valutazione dell'aderenza al trattamento e l'identificazione precoce delle tossicità. L'infermiere oncologico svolge un ruolo centrale nel verificare che il paziente e i familiari comprendano le modalità di assunzione, le precauzioni indicate dal centro prescrittore e i sintomi che richiedono un contatto tempestivo con i professionisti.
Nelle persone con carcinoma pancreatico metastatico, inoltre, l'assistenza deve considerare bisogni spesso complessi: dolore, alterazioni nutrizionali, fatigue, sintomi gastrointestinali, compromissione funzionale e necessità di sostegno psicologico.
La disponibilità di un nuovo farmaco non riduce quindi l'importanza della presa in carico multidisciplinare. Al contrario, può rendere ancora più necessario integrare la terapia oncologica con il monitoraggio infermieristico, il supporto nutrizionale, la gestione dei sintomi e le cure palliative precoci, quando appropriate.
In particolare, la continuità assistenziale tra ospedale e domicilio può contribuire a individuare tempestivamente problemi che, se trascurati, rischiano di compromettere la tollerabilità del trattamento.
Queste sono implicazioni assistenziali della terapia orale, non nuove procedure infermieristiche specificamente imposte dal parere EMA.
La valutazione accelerata: meno di 150 giorni per il parere del CHMP
Un altro elemento di novità riguarda la rapidità del percorso regolatorio.
Rasonque è stato individuato dall'EMA come medicinale prioritario nell'ambito del progetto Cancer Medicines Pathfinder, dedicato ai trattamenti oncologici che potrebbero rispondere a bisogni terapeutici particolarmente rilevanti e ancora insoddisfatti.
Per il farmaco è stata utilizzata una procedura di phased review, cioè una valutazione progressiva dei dati disponibili.
Il meccanismo consente agli esperti dell'Agenzia di esaminare le informazioni sulla qualità farmaceutica, sugli studi non clinici e sulle sperimentazioni cliniche man mano che vengono trasmesse dall'azienda, senza attendere necessariamente il deposito contemporaneo dell'intero dossier.
La valutazione è iniziata nei primi giorni di luglio 2026 ed è stata completata in meno di 150 giorni. Per confronto, la procedura ordinaria centralizzata prevede generalmente fino a 210 giorni di valutazione attiva, ai quali possono aggiungersi i periodi di sospensione necessari alle aziende per rispondere alle richieste dell'Agenzia.
L'accelerazione non deve essere interpretata come una rinuncia agli standard di valutazione.
Secondo l'EMA, l'obiettivo è anticipare l'esame delle evidenze scientifiche mantenendo i requisiti previsti per qualità, sicurezza ed efficacia. Il caso daraxonrasib potrebbe quindi costituire un precedente importante per altri medicinali oncologici innovativi destinati a patologie con limitate alternative terapeutiche.
Il parere favorevole non è ancora l'autorizzazione europea
Il 15 ottobre 2026 il CHMP ha adottato un parere positivo raccomandando il rilascio dell'autorizzazione all'immissione in commercio di Rasonque. Si tratta di una valutazione scientifica favorevole, ma non dell'atto conclusivo del procedimento europeo.
La raccomandazione deve essere trasmessa alla Commissione europea, alla quale compete la decisione formale sull'autorizzazione centralizzata del medicinale.
Se concessa, l'autorizzazione sarà valida nell'Unione europea secondo le condizioni approvate. Soltanto dopo questa fase sarà possibile disporre della documentazione regolatoria definitiva europea, comprendente le indicazioni complete per l'impiego e le informazioni ufficiali destinate ai professionisti sanitari e ai pazienti.
L'indicazione proposta riguarda gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che abbiano ricevuto almeno una precedente terapia sistemica.
Non si tratta, dunque, di un trattamento destinato indistintamente a tutte le persone con tumore del pancreas, né di una terapia approvata per le forme localizzate della malattia.
E in Italia? Il nodo del prezzo e della rimborsabilità
L'eventuale autorizzazione europea non comporterà automaticamente l'immediata disponibilità del trattamento a carico del Servizio sanitario nazionale. Dopo la decisione della Commissione europea, dovrà essere affrontato il percorso nazionale relativo a prezzo, classificazione e rimborsabilità, secondo le competenze dell'Agenzia italiana del farmaco (AIFA).
Il tema economico potrebbe assumere particolare rilievo. Negli Stati Uniti, dove daraxonrasib ha ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration il 26 agosto 2026, il prezzo riportato per una fornitura di 30 giorni è di circa 39.800 dollari.
Questo valore si riferisce al mercato statunitense e non rappresenta il prezzo italiano, né consente di prevedere quale sarà il costo effettivo per il Servizio sanitario nazionale dopo un'eventuale negoziazione.
Anche l'accesso attraverso programmi di uso compassionevole o altre procedure eccezionali, laddove disponibili e applicabili, deve essere distinto dalla normale commercializzazione e dalla rimborsabilità. Per i pazienti italiani, quindi, il passaggio decisivo sarà la combinazione tra autorizzazione europea, valutazione nazionale e concreta organizzazione dell'accesso ai centri prescrittori.
La designazione di farmaco orfano e la valutazione europea HTA
Daraxonrasib ha ottenuto il 20 aprile 2026 la designazione europea di medicinale orfano per il trattamento del tumore del pancreas. Questa qualifica è destinata a favorire lo sviluppo di medicinali rivolti a patologie rare o a condizioni che soddisfano i criteri previsti dalla normativa europea.
La designazione orfana non costituisce di per sé un'autorizzazione alla commercializzazione. Dopo il parere favorevole del CHMP, le autorità europee dovranno inoltre verificare se permangano le condizioni per il mantenimento dello status. Il medicinale rientra anche nell'ambito del Regolamento europeo sulla valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA).
La valutazione clinica congiunta europea è distinta dal procedimento autorizzativo dell'EMA e mira a fornire una base scientifica comune per le successive decisioni dei sistemi sanitari nazionali.
L'EMA valuta qualità, sicurezza ed efficacia ai fini dell'autorizzazione, mentre le autorità competenti nei singoli Stati mantengono le proprie responsabilità nelle decisioni relative all'accesso e al finanziamento dei trattamenti.
Una nuova possibilità terapeutica, ma non la fine della sfida oncologica
Il parere favorevole dell'EMA su daraxonrasib rappresenta un risultato significativo per la ricerca sul carcinoma pancreatico metastatico.
I dati dello studio RASolute 302 mostrano un miglioramento della sopravvivenza rispetto alla chemioterapia in una popolazione di pazienti già trattati, offrendo una prospettiva terapeutica nuova in un ambito nel quale i progressi sono stati a lungo limitati.
La prudenza scientifica rimane però indispensabile.
Un aumento della sopravvivenza mediana non equivale alla guarigione, e il beneficio osservato in uno studio clinico deve essere interpretato insieme al profilo di sicurezza, alle condizioni dei pazienti e ai risultati che emergeranno dall'impiego nella pratica clinica.
Per il sistema sanitario, l'innovazione non si esaurisce inoltre nell'autorizzazione di un farmaco. Richiede percorsi di accesso equi, sostenibilità economica, appropriatezza prescrittiva e servizi capaci di accompagnare le persone durante tutto il trattamento.
In questa prospettiva, anche l'assistenza infermieristica assume un ruolo essenziale: garantire informazione, monitoraggio, gestione dei sintomi e continuità delle cure.
Il valore di una nuova terapia oncologica non si misura soltanto nei mesi di sopravvivenza guadagnati, ma anche nella possibilità di trasformare quel tempo in vita assistita con dignità, sicurezza e qualità.
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Tumore al pancreas: ecco il nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza Pazienti.it
Il daraxonrasib, farmaco orale sperimentale contro il tumore metastatico del pancreas, ha ricevuto il 15 ottobre 2026 il parere positivo del comitato per i medicinali per uso umano dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA).
La terapia, destinata agli adulti già sottoposti ad almeno un trattamento sistemico, ha mostrato risultati promettenti sulla sopravvivenza, ma l’autorizzazione europea definitiva deve ancora arrivare.
Che cosa ha deciso l’EMA sul nuovo farmaco
La notizia segna un passaggio significativo nella ricerca contro una delle neoplasie più difficili da trattare. Il CHMP, il comitato scientifico dell’EMA, ha raccomandato l’autorizzazione all’immissione in commercio di Rasonque, nome commerciale del daraxonrasib, per gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già trattati con almeno una terapia sistemica.
Come chiarisce il comunicato ufficiale dell’EMA, il parere favorevole sarà trasmesso alla Commissione europea, cui spetta la decisione sull’autorizzazione valida nell’Unione. Non si tratta, quindi, di un via libera definitivo già operativo in tutti i Paesi europei.
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Il medicinale è stato valutato attraverso una procedura accelerata articolata in fasi, avviata nel luglio 2026. Questo percorso ha permesso di esaminare progressivamente i dati presentati dall’azienda produttrice, abbreviando i tempi della valutazione senza rinunciare agli standard di qualità, sicurezza ed efficacia.
Come agisce il daraxonrasib sulle cellule tumorali
Il bersaglio del trattamento è la famiglia di proteine RAS, coinvolte nei segnali che regolano crescita e sopravvivenza delle cellule. Nel tumore pancreatico, mutazioni genetiche possono mantenerle attive in modo anomalo, favorendo la proliferazione incontrollata delle cellule maligne.
Il daraxonrasib appartiene alla categoria degli inibitori di RAS. Secondo la scheda ufficiale del medicinale pubblicata dall’EMA, la molecola si lega alla proteina ciclofilina A formando un complesso capace di interferire con l’attività di RAS e con i segnali che alimentano la crescita tumorale.
La strategia è rilevante perché punta direttamente a uno dei meccanismi biologici che sostengono la malattia, anziché agire soltanto attraverso la chemioterapia tradizionale. Il farmaco viene assunto per via orale, sotto forma di compresse.
I dati sulla sopravvivenza: che cosa mostrano gli studi
I risultati che hanno sostenuto la valutazione europea provengono da uno studio internazionale di fase 3, condotto su 500 pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico la cui malattia era peggiorata dopo una precedente terapia sistemica. Il 92% dei partecipanti presentava una mutazione RAS G12.
Stando ai dati riportati dall’EMA, la sopravvivenza globale mediana è stata di 12,4 mesi con daraxonrasib, contro 6,7 mesi con la chemioterapia. Anche il tempo mediano senza progressione della malattia è risultato più lungo: 7,2 mesi rispetto a 3,6.
La sopravvivenza globale mediana indica il periodo entro il quale si è verificato il decesso nel 50% circa dei pazienti del gruppo considerato. Non è una previsione individuale: alcuni pazienti vivono meno a lungo, altri superano questa soglia.
Un precedente studio pubblicato nel maggio 2026 sul New England Journal of Medicine, dedicato al daraxonrasib nel tumore pancreatico avanzato con mutazioni RAS, aveva già documentato attività antitumorale in pazienti trattati in precedenza. Si trattava, tuttavia, di uno studio diverso e di dimensioni più contenute: i risultati non vanno confusi con quelli della successiva sperimentazione di fase 3.
Quali effetti collaterali sono stati osservati
I risultati sulla sopravvivenza non esauriscono la valutazione di un trattamento oncologico. Per chi affronta una malattia metastatica, contano anche la tollerabilità, la gestione dei sintomi e la possibilità di mantenere una qualità di vita accettabile durante le cure.
Fra gli effetti indesiderati più comuni segnalati dall’EMA figurano:
diarrea, che può richiedere un trattamento di supporto;
eruzioni cutanee, da monitorare durante la terapia;
stomatite, cioè un’infiammazione della mucosa orale;
nausea e vomito, sintomi che possono incidere sull’alimentazione e sul benessere quotidiano.
La frequenza e la gravità degli eventi avversi devono essere valutate insieme ai benefici osservati. La gestione concreta dipenderà inoltre dalle indicazioni definitive contenute nella documentazione del medicinale.
I limiti da considerare prima di parlare di svolta
Va detto che un miglioramento della sopravvivenza mediana non equivale a una guarigione e non garantisce lo stesso beneficio a ogni paziente. Il dato di 12,4 mesi riguarda persone con malattia metastatica già trattate, non tutti i pazienti con tumore del pancreas.
Anche il confronto con la chemioterapia va letto nel perimetro della sperimentazione. I risultati riguardano una popolazione definita e non dimostrano, da soli, quale sarà l'efficacia del farmaco in ogni situazione clinica. Restano, inoltre, da valutare l'esperienza d'impiego nella pratica quotidiana e la gestione degli effetti indesiderati.
C'è poi un aspetto regolatorio da non trascurare: il parere favorevole del CHMP è un passaggio verso l'autorizzazione europea, non la sua conclusione. Dopo la decisione della Commissione europea, prezzo e rimborsabilità dovranno essere affrontati a livello nazionale. Per i pazienti italiani, l'effettiva disponibilità dipenderà quindi anche dai successivi passaggi amministrativi.
Che cosa può cambiare per i pazienti
Il daraxonrasib apre una prospettiva terapeutica basata sull'inibizione di RAS, un bersaglio biologico da tempo al centro della ricerca oncologica. La differenza rispetto a un semplice risultato preliminare è la presenza di dati di fase 3 che mostrano un vantaggio rispetto alla chemioterapia nella popolazione studiata.
Il prossimo passaggio sarà tradurre il parere europeo in una decisione definitiva e chiarire le condizioni di accesso al trattamento. Nel frattempo, la scelta delle cure resta affidata all'équipe oncologica, che deve considerare caratteristiche della malattia, trattamenti precedenti, condizioni generali ed eventuali controindicazioni.
Fonti:
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Tumore al pancreas, l'EMA dà il via libera al farmaco che raddoppia la sopravvivenza Il Digitale
Importanti novità in arrivo per la cura del tumore al pancreas, dopo il via libera dell’EMA al farmaco che raddoppierebbe la sopravvivenza dei pazienti a uno stadio avanzato della malattia. Come fa sapere “RaiNews”, l’European Medicines Agency ha approvato il daraxonrasib, già passato al vaglio della FDA ad agosto e utilizzato negli Stati Uniti.
Si tratta di una terapia della speranza, a cui molti pazienti hanno fatto riferimento all’estero. Adesso, però, il Comitato per i medicinali per uso umano dell’EMA ha raccomandato il rilascio dell’autorizzazione all’immissione in commercio anche nell’Unione europea. La decisione è arrivata in seguito a una sperimentazione internazionale che ha coinvolto 500 pazienti e ha avuto esiti positivi. Ecco tutti i dettagli.
Tumore al pancreas, approvato il farmaco della speranza
L’EMA, l’European Medicine Agency, ha approvato il rilascio del daraxonrasib nell’Unione Europea. Il farmaco, già disponibile negli Stati Uniti, apre un varco di speranza nella terapia per il tumore al pancreas metastatico. Nello specifico, sottolinea “RaiNews”, la cura è rivolta ai pazienti che sono già stati sottoposti almeno a una precedente terapia, senza ottenere l’effetto desiderato.
In questi soggetti, in condizioni critiche, la chemio standard appare poco efficace e molto tossica. Di conseguenza, il daraxonrasib si è imposto come medicinale prioritario, sulla base di una valutazione per fasi. Il farmaco è stato studiato in una sperimentazione internazionale, che ha visto coinvolti 500 pazienti. Il 92% di questi presentava una mutazione Ras G12. Nei soggetti trattati con daraxonrasib la sopravvivenza mediana è stata di 12,4 mesi, in confronto dei 6,7 mesi registrati nei pazienti sottoposti alla tradizionale chemioterapia.
Ciò vuol dire che il medicinale raddoppierebbe la sopravvivenza nei pazienti con tumore al pancreas metastatico. Adesso tocca alla Commissione europea prendere in considerazione queste valutazioni e accelerare sulla decisione sull’autorizzazione all’immissione in commercio in tutta l’UE. I singoli Stati membri decideranno poi prezzo e rimborsabilità del farmaco.
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Come funziona il farmaco?
Il daraxonrasib, commercializzato con il nome Rasonque, è un farmaco antitumorale da assumere per via orale, che agisce sulle proteine RAS, coinvolte nella crescita e nella sopravvivenza delle cellule. Come riporta “SkyTg24”, nei casi di tumore al pancreas alcune mutazioni possono mantenere tali proteine sempre attive, inducendo la moltiplicazione delle cellule tumorali.
In particolare, il daraxonrasib si lega alla proteina ciclofilina A e forma un complesso che blocca l’attività delle RAS, uccidendo le cellule tumorali e rallentando il decorso della malattia. Con questo farmaco si interviene direttamente su uno dei meccanismi biologici alla base del tumore, piuttosto che agire indistintamente sulle cellule che si dividono rapidamente, come avviene con la chemioterapia.
L’EMA precisa che è necessario individuare opzioni di trattamento migliori per i pazienti affetti da tumore al pancreas, vista la gravità della malattia, la limitata efficacia e la notevole tossicità della chemioterapia standard. Il daraxonrasib è stato individuato come ad alta priorità, in grado di rispondere a questo tipo di bisogni medici. Per quanto riguarda l’arrivo del farmaco in Italia, e nei singoli Paesi dell’UE, non sono ancora chiare le tempistiche.
Infine, gli esperti avvisano che questo nuovo medicinale non rappresenta una cura definitiva per il tumore al pancreas e non sostituisce le terapie già disponibili per le varie fasi della malattia. I risultati ottenuti dallo studio, però, indicano un importante e promettente passo avanti nella ricerca di nuove opzioni terapeutiche, ampliando così le sperane per una categoria specifica di pazienti.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Una svolta nella radioterapia e nella medicina nucleare per il trattamento del cancro. Vietnam.vn
Lo sviluppo di moderne tecnologie di radioterapia mirata e di medicina nucleare ottimizza l'efficacia della distruzione del tumore, riducendo al minimo i danni ai tessuti sani e gli effetti collaterali. Il Centro Oncologico dell'Ospedale Tam Anh è all'avanguardia nell'applicazione di tecnologie, apparecchiature e tecniche di radioterapia moderne, nello sviluppo di una medicina nucleare approfondita e nell'integrazione della diagnostica per immagini molecolare (PET/CT) con la terapia radiofarmaceutica. Ciò consente ai pazienti di accedere, direttamente in Vietnam, alle tecnologie più avanzate per il trattamento del cancro provenienti datutto il mondo. Venerdì 16 ottobre 2026, alle ore 20:00, esperti dell'Ospedale Generale Tam Anh offriranno consulenze dirette: il Dott. Nguyen The Hien (Specialista di II livello), la Dott.ssa Le Thi Thanh Hong (Specialista di II livello) e il Dott. Tran Vu Truong Giang (Specialista di I livello). Il programma viene trasmesso su: siti web: thanhnien.vn, tamanhhospital.vn, vnvc.vn; pagine fan: Thanh Nien Newspaper, Tam Anh General Hospital, Tam Anh Hospital; YouTube: Thanh Nien Newspaper, Tam Anh General Hospital, VNVC; TikTok: Thanh Nien Newspaper e molti altri canali mediatici autorevoli. I lettori sono invitati a guardare, a porre domande qui o a contattare i numeri 028 7102 6789 - 093 180 6858 (Ho Chi Minh City) / 024 3872 3872 - 024 7106 6858 (Hanoi) per ricevere consigli.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Exa-cel, un anno dopo: dalla terapia genica all’esperienza clinica AboutPharma
A un anno dall’8 ottobre 2025, data in cui exa-cel è diventata rimborsabile in Italia, è tempo di un primo bilancio. Prima terapia basata sulla tecnologia CRISPR-Cas9 per la beta-talassemia trasfusione-dipendente e l’anemia falciforme, già autorizzata in Europa nel febbraio 2024, exa-cel offre a una parte dei pazienti una possibilità terapeutica prima impensabile: “L’arrivo di una terapia all’interno del Ssn ne sancisce l’utilizzabilità”, osserva Francesco Arcioni, ematologo dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, tra i primi centri italiani ad aver trattato un paziente con anemia falciforme.
L’esperienza clinica nazionale è ancora contenuta, ma il primo anno ha già permesso di misurarsi con le opportunità e la complessità di portare questa innovazione nella pratica clinica.
Scardinare la malattia dalle basi
Beta-talassemia e anemia falciforme sono malattie ereditarie del sangue accomunate da alterazioni dell’emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno nell’organismo. Nella prima, la produzione delle catene beta dell’emoglobina è ridotta o assente, causando un’anemia che nelle forme più gravi richiede trasfusioni regolari. Nella seconda, un’anomalia della beta-globina determina la produzione di emoglobina S, che deforma i globuli rossi e favorisce crisi vaso-occlusive dolorose, oltre a danni a diversi organi.
Exa-cel (exagamglogene autotemcel) agisce su un meccanismo comune alle due patologie. Nel concreto, le cellule staminali ematopoietiche del paziente vengono modificate in laboratorio con la tecnologia CRISPR-Cas9, intervenendo su una regione regolatoria del gene BCL11A per riattivare la produzione di emoglobina fetale; questa può compensare il deficit di emoglobina funzionale nella beta-talassemia e contrastare la cosiddetta falcizzazione dei globuli rossi nell’anemia falciforme. Non si tratta più, insomma, di controllare soltanto le manifestazioni della patologia: “Andiamo ad agire alla base, provando a cambiare la storia di due malattie congenite”, spiega Arcioni. I risultati degli studi clinici mostrano che, nella beta-talassemia, 55 su 56 pazienti valutabili hanno raggiunto l’indipendenza dalle trasfusioni per almeno 12 mesi. Nell’anemia falciforme, tutti i 45 pazienti valutabili sono rimasti liberi da crisi vaso-occlusive severe per almeno un anno.
Non tutti i pazienti, però, possono accedere al trattamento. In Italia la rimborsabilità è limitata alla fascia di età 12-35 e la candidatura richiede una valutazione approfondita delle condizioni cliniche. Exa-cel comporta una chemioterapia mieloablativa prima della reinfusione delle cellule modificate, con rischi che possono essere particolarmente rilevanti in presenza di danni cardiaci, renali o epatici.
Come cambia la vita dei pazienti
Per chi convive con la beta-talassemia trasfusione-dipendente, le trasfusioni sono un appuntamento fisso. Partire per un viaggio, per esempio, può voler dire dover trovare in anticipo un centro dove effettuare le trasfusioni; nei giorni a ridosso della seduta successiva, quando l’emoglobina scende e ci si può sentire sempre più stanchi, può essere necessario mettere in standby le proprie attività, dal lavoro a un semplice concerto con gli amici. Raggiungere l’indipendenza dalle trasfusioni vuol dire allora molto più che migliorare un parametro clinico ma fare programmi senza dover continuamente misurarsi con la malattia.
Per chi ha l’anemia falciforme, invece, il cambiamento può significare non dover più affrontare le crisi vaso-occlusive severe, con il dolore e i ripetuti ricoveri che possono comportare.
Un’unica somministrazione, ma un trattamento complesso
Exa-cel viene somministrata una sola volta, ma richiede una preparazione che può durare diversi mesi. Si comincia con la mobilizzazione e la raccolta delle cellule staminali ematopoietiche, che vengono inviate a un laboratorio specializzato per essere modificate con CRISPR-Cas9. Dopo i controlli di qualità, le cellule tornano al centro clinico, dove il paziente viene sottoposto a una chemioterapia mieloablativa per preparare il midollo osseo a riceverle. Seguono l’infusione, il ricovero fino al recupero ematologico e un follow-up fino a 15 anni, necessario anche per monitorare eventuali effetti tardivi della terapia.
La chemioterapia di condizionamento è uno dei passaggi più delicati, per i rischi immediati, tra cui infezioni, sanguinamenti e tossicità d’organo, ma anche per le possibili conseguenze a lungo termine, per esempio sulla fertilità.
Come ricorda Arcioni, chi convive con una beta-talassemia o un’anemia falciforme può continuare a essere seguito con le terapie già disponibili: sottoporsi a exa-cel è dunque una possibilità che va ponderata, tenendo conto delle condizioni cliniche, dell’impatto della malattia sulla qualità della vita e della disponibilità ad affrontare un trattamento impegnativo.
Ospedale di Perugia, apripista della terapia
Tra i primi pazienti italiani trattati con exa-cel per l’anemia falciforme c’è un ventitreenne seguito dall’équipe di Perugia, che ha potuto prendere parte al programma di accesso precoce. Prima della terapia aveva quattro o cinque crisi importanti all’anno, che richiedevano ricoveri anche di diverse settimane nonostante le cure.
Non sono mancate le difficoltà. Il primo tentativo di raccolta delle cellule staminali, la cosiddetta aferesi, non ha dato risultati soddisfacenti: “È andata proprio male, sia come raccolta che come performance produttiva”, ricorda Arcioni. Il secondo tentativo è invece riuscito. Delicata anche la fase immediatamente successiva alla chemioterapia, durante la quale il paziente è stato piuttosto male.
Ma il recupero è stato rapido: nel giro di un mese e mezzo il ragazzo aveva superato la fase più impegnativa del trattamento e, secondo quanto riferisce Arcioni, da allora non ha più avuto crisi vaso-occlusive. Qualche tempo dopo il medico lo ha visto per caso in giro, insieme agli amici. Non si è avvicinato, per rispettarne la riservatezza, ma quella scena gli è rimasta impressa: “Vederlo in quel modo è stata veramente una grande emozione”.
La rete che rende tutto possibile
L’esperienza di Perugia racconta anche anche quanto lavoro ci sia dietro le quinte. Un centro che offre exa-cel entra infatti a far parte della catena produttiva del medicinale: deve raccogliere le cellule staminali, garantirne la qualità e gestire i passaggi di modifica genetica e successiva reinfusione. Per farlo sono necessarie competenze specifiche, procedure rigorose e accreditamenti.
Il lavoro comincia dal centro di cura delle emoglobinopatie che segue abitualmente il paziente, dove si valuta la possibilità di accedere alla terapia. La gestione passa quindi al centro trapianti, che coordina la raccolta delle cellule, i rapporti con l’azienda produttrice e la somministrazione. Dopo il trattamento, il paziente torna progressivamente al centro di riferimento per il follow-up. Tra le figure coinvolte ci sono anche gli specialisti dell’aferesi e la farmacia ospedaliera, che, spiega Arcioni, svolge un ruolo importante già nelle procedure necessarie all’accreditamento del centro.
Particolarmente delicata è la raccolta delle cellule staminali: ne servono quantità molto superiori a quelle normalmente richieste per un trapianto autologo convenzionale. “L’aferesi è la parte più complicata”, osserva Arcioni, sottolineando la competenza richiesta agli operatori per ottenere cellule sufficienti e di qualità adeguata senza compromettere la sicurezza del paziente.
A rendere possibile tutto questo contribuiscono anche le direzioni ospedaliere e le Regioni. Arcioni riconosce in particolare il sostegno ricevuto dall’Azienda Ospedaliera di Perugia e dalla Regione Umbria, che ha consentito al centro di avviare il programma e di accogliere anche pazienti provenienti da altre regioni.
Nota per il futuro: garantire la continuità dell’innovazione
Se il primo anno di rimborsabilità ha segnato un traguardo importante, l’attenzione è ora rivolta alla capacità di garantire nel lungo periodo l’accesso a exa-cel. L’inclusione della terapia nei meccanismi di rimborso rappresenta un investimento rilevante da parte del Servizio sanitario nazionale a favore dell’innovazione terapeutica. Pur trattandosi di una terapia dai costi elevati – sia per le caratteristiche della procedura sia per l’assistenza ad essa legata – sarà fondamentale preservare questo impegno per assicurare continuità ai pazienti e permettere a un numero sempre maggiore di persone di accedere a un trattamento che può cambiare radicalmente la loro vita.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Human AssistCare: un PSP a supporto dei pazienti con patologia oncologica rara AboutPharma
La gestione delle patologie oncologiche rare richiede modelli assistenziali multidisciplinari coordinati ed erogati da centri di riferimento specializzati nella gestione di patologie rare, disseminati non omogeneamente sul territorio nazionale. Questo comporta per i pazienti la necessità di accedere con frequenza al centro – spesso a cadenza settimanale – per la somministrazione delle terapie e per i controlli clinici, dovendo affrontare spostamenti anche su lunghe distanze, con un significativo impatto in termini di tempo, costi e organizzazione della vita quotidiana.
Un esempio virtuoso in questo contesto è rappresentato dal Patient support program (PSP) nato dalla collaborazione tra HumanAssistCare e una azienda farmaceutica partner focalizzata sullo sviluppo di terapie oncologiche. Il progetto si focalizza su un servizio di accompagnamento del paziente al centro per le visite di controllo, gli esami diagnostici periodici e la somministrazione della terapia, rispondendo alle specifiche esigenze delle persone affette da una patologia oncologica rara in trattamento clinico presso il centro di riferimento.
Il contesto clinico e i bisogni assistenziali dei pazienti
I pazienti in questione sono affetti da una patologia oncologica rara che richiede protocolli terapeutici rigorosi e continuativi. Nel caso specifico, quelli idoeni ricevono un trattamento che prevede una somministrazione a cadenza settimanale presso il centro clinico di cura.
Questa frequenza impone al paziente di recarsi con regolarità presso il centro ospedaliero di riferimento, non solo per ricevere il farmaco, ma anche per sottoporsi agli esami clinici e di laboratorio propedeutici.
La necessità di affrontare viaggi frequenti e talvolta molto lunghi per raggiungere i centri specializzati, genera una serie di criticità logistiche che coinvolgono il paziente stesso e anche il suo caregiver. Il carico organizzativo legato agli spostamenti settimanali rischia infatti di rappresentare quindi un potenziale rischio per l’aderenza terapeutica.
Il progetto e gli obiettivi del Patient Support Program
Per rispondere a queste esigenze, Human AssistCare ha sviluppato, in collaborazione con l’azienda partner, un PSP mirato all’erogazione di un supporto logistico con l’obiettivo di facilitare gli spostamenti dei pazienti dal proprio domicilio verso il Centro di cura. L’architettura del servizio mira a raggiungere tre obiettivi principali:
garantire l’aderenza terapeutica: riducendo gli ostacoli logistici, si facilita l’accesso alla terapia con cadenza settimanale, minimizzando il rischio di ritardi o rinvii causati da difficoltà di trasporto.
Alleggerire il carico del caregiver: il programma solleva i familiari/caregiver dalla gestione operativa e dallo stress dei lunghi spostamenti.
Migliorare la qualità di vita del paziente: l’accompagnamento assistito riduce l’affaticamento fisico, rendendo il percorso di cura più sostenibile.
Target del servizio e modello operativo
Il PSP si rivolge a una triade di destinatari interconnessi:
i pazienti affetti dalla specifica patologia
i loro caregiver/familiari
i clinici dei centri di riferimento che possono fare affidamento su un sistema di supporto esterno all’ospedale, che assicura la presenza effettiva del paziente agli appuntamenti fissati per terapia e controlli.
Per l’erogazione dei servizi, questo progetto si avvale della Rete di Centri “PrivatAssistenza”, il marchio di ItaliAssistenza che conta oltre 180 strutture, con una copertura di oltre 2 mila comuni su tutto il territorio nazionale. In questo senso, il centro più vicino al domicilio del paziente prende in carico il servizio e si occupa di recarsi al domicilio del paziente la mattina dell’appuntamento, accompagnarlo, attendere con lui per tutta la permanenza e riportarlo infine al proprio domicilio.
Questa presenza diffusa sul territorio ha permesso inoltre di attivare modalità operative avanzate, come il servizio di “staffetta”. Questa formula prevede il coordinamento sincronizzato di più centri PrivatAssistenza per coprire tratte di viaggio particolarmente complesse: ad esempio, con un operatore che accompagna il paziente dal domicilio fino all’aeroporto o alla stazione di partenza, mentre un secondo operatore della sede di arrivo accoglie il paziente e lo conduce direttamente alla struttura ospedaliera.
Il coordinamento dell’intero flusso è affidato alla Centrale Operativa di Human AssistCare che si occupa di:
prendere in carico il paziente e pianificare dettagliatamente i servizi di accompagnamento;
gestire i promemoria telefonici per i pazienti in prossimità del prossimo appuntamento;
fornire supporto organizzativo continuo per risolvere tempestivamente eventuali imprevisti logistici;
raccogliere e riportare eventuali segnalazioni di farmacovigilanza.
I servizi erogati: i numeri del programma e l’attività di farmacovigilanza
La Centrale Operativa è composta da personale esperto e specificamente formato sulla patologia. Oltre alle funzioni strettamente logistiche, la Centrale svolge un ruolo cruciale nella sicurezza: il personale è infatti addestrato a raccogliere e gestire le segnalazioni di farmacovigilanza, qualora i pazienti riportino eventi avversi o reazioni correlate al trattamento durante le fasi di trasporto e accompagnamento, interfacciandosi immediatamente con le funzioni competenti.
La rilevanza e l’impatto di questo servizio è testimoniato da alcuni numeri chiave:
28 persone (74% delle quali sono donne) sono state assistite complessivamente dall’avvio del programma a novembre 2024;
5 centri di riferimento hanno aderito al programma 886 servizi di accompagnamento sono stati erogati complessivamente;
la durata media degli accompagnamenti di 8 ore ed i 206 chilometri percorsi in media per ogni servizio, confermano l’elevata complessità logistica dei viaggi affrontati dai pazienti e il sostegno effettivo fornito dal servizio.
Dati di gradimento e impatto percepito
La valutazione dell’efficacia di un Patient Support Program non può prescindere dalla misurazione della qualità percepita dai diretti beneficiari. Per questa ragione, il programma prevede la somministrazione periodica di questionari di gradimento. I dati raccolti mettono in luce un impatto estremamente positivo sull’esperienza di cura complessiva.
I pazienti intervistati a tal proposito hanno confermato l’elevato grado di soddisfazione con il servizio, assegnando un punteggio medio di 9,9/10 al supporto ricevuto dalla Centrale Operativa e un punteggio medio di 9,8/10 alla utilità del programma nell’affrontare la gestione della terapia.
Le testimonianze e i riscontri qualitativi evidenziano un netto miglioramento nella gestione quotidiana del percorso terapeutico. I pazienti hanno sottolineato la facilitazione nell’accesso ai servizi ospedalieri e l’elevata qualità dell’interazione umana e professionale sia con gli operatori della rete PrivatAssistenza sia con il personale della Centrale Operativa.
La voce dei medici
L’utilità del servizio proposto ai pazienti viene confermata anche dal medico curante che ha aderito al PSP, come attestato da un clinico dell’Istituto Tumori Giovanni Paolo II (Bari), il quale osserva come questo servizio sia di particolare beneficio per quei pazienti che provengono da località distanti dal centro ospedaliero e che quindi dovrebbero percorrere in autonomia molti chilometri ogni settimana. Nella sua esperienza ha inoltre avuto modo di osservare come due pazienti, conosciutisi al centro, abbiano fatto richiesta di accompagnamento condiviso, al fine di approfondire la conoscenza reciproca ed essere maggiormente coinvolti e motivati nella loro gestione della malattia e della terapia.
In un altro caso, una dottoressa dell’Istituto Oncologico Veneto (Padova), riferimento regionale e nazionale per la clinica oculistica, riferisce come spesso i pazienti manifestino criticità – in termini di costi e tempo – ad accedere al centro con cadenza settimanale; questo progetto ha dato modo di rispondere positivamente alle esigenze di queste tipologie di pazienti, facilitando e rendendo più agevole il viaggio per potersi curare adeguatamente.
Nell’esperienza della dottoressa, il servizio permette al paziente di avere un pensiero in meno riguardante la patologia, in quanto ben organizzato e gestito con contatti diretti e sempre disponibili. “È un’esperienza positiva e di qualità”.
Il valore della progettazione dei PSP nell’ecosistema sanitario
Il progetto sviluppato da Human AssistCare, in sinergia con l’azienda partner, dimostra come la progettazione e l’erogazione di Patient Support Program personalizzati rappresentino un valore aggiunto imprescindibile per il superamento di quegli ostacoli che interferiscono nel percorso terapeutico dei pazienti, e favorire quindi una adesione ottimale alle cure.
Human AssistCare si qualifica in questo contesto come un partner strategico in grado di erogare servizi di assistenza complessi, personalizzati sulla base delle esigenze di ogni singolo caso, ponendosi come punto di giunzione tra l’innovazione farmaceutica e le necessità reali del paziente e del suo medico curante.