Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
ULSS 9, nasce la Nutrizione in Radioterapia: «Parte integrante della cura oncologica» Daily Verona Network
Una struttura dedicata alla nutrizione direttamente all’interno del percorso radioterapico. Nasce nell’ULSS 9 Scaligera la nuova UOS Nutrizione in Radioterapia, istituita nell’ambito della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare con l’obiettivo di prevenire, individuare precocemente e trattare la malnutrizione nei pazienti oncologici.
La nuova unità è stata voluta dal dottor Francesco Fiorica, direttore della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare e del Dipartimento Oncologico dell’ULSS 9, ed è affidata alla dottoressa Milena Gabbani. L’obiettivo è intervenire prima che perdita di peso e fragilità diventino un problema clinico, trasformando il supporto nutrizionale in una componente programmata della terapia.
Durante le cure oncologiche, infatti, la perdita di peso può andare ben oltre una semplice riduzione dell’alimentazione. La malnutrizione può favorire la perdita di massa muscolare, aumentare la fragilità del paziente e rendere più difficile sostenere i trattamenti.
«La nutrizione clinica deve entrare precocemente nel percorso oncologico e non essere riservata alle fasi in cui la malnutrizione è già manifesta», sottolinea Fiorica. L’oncologo radioterapista rimane il riferimento del percorso terapeutico, affiancato però da competenze nutrizionali, infermieristiche e assistenziali chiamate a intervenire tempestivamente in presenza di criticità.
Il supporto nutrizionale era già presente nei reparti oncologici dell’ULSS 9, ma con la nascita della nuova UOS viene inserito in un processo strutturato e previsto nel percorso clinico di ogni paziente radioterapico, anche grazie alla formazione specifica svolta nei mesi scorsi dai dietisti dell’Azienda.
Screening fin dalle prime fasi della terapia
La particolarità della nuova struttura è proprio la sua collocazione all’interno della Radioterapia. Gli effetti collaterali dei trattamenti, come disfagia, nausea, disturbi gastrointestinali, alterazioni del gusto e dolore, possono progressivamente ridurre la capacità di alimentarsi, fino a determinare perdita di peso e massa muscolare e, nei casi più complessi, interferire con la regolarità delle cure.
«Il principio alla base della nuova UOS è semplice: non aspettare che il problema sia evidente», spiega Gabbani. Lo screening nutrizionale sarà quindi integrato fin dalle prime fasi della presa in carico e proseguirà durante le settimane di trattamento. Saranno monitorati, tra gli altri parametri, peso, capacità di alimentarsi, sintomi che interferiscono con l’assunzione di cibo e, quando necessario, composizione corporea e massa muscolare.
Particolare attenzione sarà dedicata alla sarcopenia, ovvero la perdita di massa e funzione muscolare, una condizione che può essere presente anche quando il peso corporeo appare ancora nella norma.
Non si tratta, precisa l’ULSS 9, di prescrivere genericamente una dieta, ma di costruire strategie nutrizionali personalizzate. Gli interventi potranno comprendere l’adattamento dell’alimentazione quotidiana, il counseling nutrizionale, l’utilizzo di supplementi orali e, quando indicato clinicamente, forme di nutrizione artificiale.
«La qualità di una Radioterapia moderna non può essere misurata soltanto attraverso la tecnologia», conclude Fiorica. Alla precisione delle apparecchiature deve infatti affiancarsi una presa in carico complessiva della persona, capace di riconoscere anche quei fattori, come lo stato nutrizionale, che possono condizionare concretamente il risultato delle cure. La sfida sarà ora misurare l’efficacia del nuovo modello, cercando di ridurre le complicanze nutrizionali e le interruzioni evitabili dei trattamenti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
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Criteri Critici
La nutrizione diventa parte della cura: nasce la UOS nella Radioterapia dell'Ulss 9 VeronaSera
Ci sono aspetti della cura oncologica che non fanno rumore: non hanno la visibilità delle nuove tecnologie, dei farmaci innovativi o delle apparecchiature di ultima generazione, eppure possono incidere profondamente sul percorso di un paziente. La nutrizione è uno di questi.
Durante una terapia oncologica, perdere peso non significa semplicemente “mangiare un po’ meno”. La malnutrizione può diventare una vera complicanza della malattia e dei trattamenti, favorendo la perdita di massa muscolare, aumentando la fragilità e rendendo più difficile affrontare le cure. E nei periodi di caldo estremo, come quello che stiamo attraversando, l’attenzione deve essere ancora maggiore.
È da questa consapevolezza che nasce, all’interno della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare dell’Ulss 9, la nuova UOS Nutrizione in Radioterapia, con l’obiettivo di integrare stabilmente la valutazione e il supporto nutrizionale nel percorso dei pazienti sottoposti a trattamento radioterapico.
Il progetto, voluto dal dottor Francesco Fiorica, direttore della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare e direttore del Dipartimento Oncologico dell’Ulss 9 e sostenuto dall’azienda scaligera, si propone di intervenire prima che la perdita di peso e la fragilità diventino un problema clinico, facendo della nutrizione una componente programmata del percorso terapeutico.
La gestione della nuova UOS è affidata alla dottoressa Milena Gabbani, con l’obiettivo di sviluppare un modello dedicato alla prevenzione, all’individuazione precoce e al trattamento della malnutrizione nel paziente oncologico.
«Abbiamo fatto nostri gli insegnamenti della scuola di nutrizione oncologica sviluppatasi attorno all’esperienza di Riccardo Caccialanza e Paolo Pederzoli, che ha contribuito ad affermare un principio oggi centrale – ha spiega il dottor, Fiorica-: la nutrizione clinica deve entrare precocemente nel percorso oncologico e non essere riservata alle fasi in cui la malnutrizione è già manifesta. La nascita della UOS rappresenta anche una scelta di integrazione professionale – ha aggiunto Fiorica-. L’oncologo radioterapista rimane il riferimento del percorso terapeutico, affiancato però da competenze nutrizionali, infermieristiche e assistenziali capaci di intervenire tempestivamente quando emergono criticità».
Supporto che negli reparti oncologici degli ospedali dell’Ulss 9 non è mai mancato ma che ora viene avvalorato da un processo certificato e previsto all’interno del percorso clinico di ogni paziente radioterapico. Ciò grazie anche alla formazione specifica effettuata nei mesi scorsi dai dietisti che operano nelle strutture dell'azienda sanitaria.
«Negli ultimi decenni la radioterapia ha conosciuto una straordinaria evoluzione, tuttavia, la qualità di una Radioterapia moderna non può essere misurata soltanto attraverso la tecnologia - ha precisato il direttore Fiorica-. Alla precisione delle apparecchiature deve corrispondere una presa in carico capace di riconoscere ciò che può condizionare concretamente il risultato delle cure e lo stato nutrizionale è uno di questi fattori. È questa la prospettiva nella quale il Dipartimento Oncologico ha scelto di istituire la UOS Nutrizione in Radioterapia: unire innovazione tecnologica e attenzione alla persona, portando una competenza tradizionalmente considerata di supporto direttamente nel cuore del percorso radioterapico».
La sfida sarà ora misurarne i risultati: intercettare precocemente i pazienti a rischio, ridurre le complicanze nutrizionali e contribuire a limitare le interruzioni evitabili del trattamento.
A rendere particolarmente innovativa la nuova UOS è la sua collocazione: una struttura specificamente dedicata alla nutrizione inserita direttamente all’interno di una Radioterapia.
La radioterapia è infatti una disciplina nella quale non conta soltanto somministrare la dose corretta, ma anche rispettare, per quanto possibile, la sequenza e i tempi previsti. Una regolarità messa rischio anche da effetti collaterali come disfagia, nausea, disturbi gastrointestinali, alterazioni del gusto e dolore, che possono ridurre progressivamente la capacità di alimentarsi. Il paziente perde peso e massa muscolare, diventa più fragile e può arrivare al punto di non riuscire a sostenere il trattamento secondo il programma previsto.
«Il principio alla base della nuova UOS è semplice: non aspettare che il problema sia evidente - ha aggiunto la dottoressa Gabbani-. Lo screening nutrizionale viene quindi integrato fin dalle prime fasi della presa in carico radioterapica, così da individuare i pazienti maggiormente a rischio e indirizzarli verso una valutazione approfondita. Il monitoraggio prosegue durante le settimane di terapia, perché le condizioni possono modificarsi rapidamente. Peso, capacità di alimentarsi, sintomi che interferiscono con l’assunzione di cibo e, quando indicato, composizione corporea e massa muscolare diventano elementi da osservare insieme agli altri parametri clinici».
Particolare attenzione viene rivolta alla sarcopenia, la perdita di massa e funzione muscolare, che può essere presente anche quando il peso corporeo sembra ancora nella norma o addirittura aumentato.
L’obiettivo non è prescrivere genericamente una “dieta”, ma costruire una strategia personalizzata. Si può intervenire adattando l’alimentazione quotidiana e attraverso il counseling nutrizionale; quando necessario possono essere utilizzati supplementi nutrizionali orali o valutate strategie di nutrizione artificiale secondo le indicazioni cliniche.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Intelligenza artificiale e cocktail di farmaci: il nuovo approccio per la cura del cancro Corriere della Sera
di Mario Platero
Studio della Columbia University: un italiano alla guida. La strategia punta a modificare lo sviluppo di terapie per curare il cancro, non rallentarlo
NEW YORK - Una ricerca che sarà pubblicata mercoledì mattina su Nature Genetics da un gruppo di 28 scienziati della Columbia University e di alcune altre istituzioni universitarie, guidati da un italiano, apre nuove rivoluzionarie frontiere negli studi e nelle sperimentazioni per la cura del cancro. La novità sta nello spostare l’attenzione dalle terapie mirate a un approccio biologico «quantistico» utilizzando risorse multidisciplinari inclusa l’Intelligenza artificiale. L’attenzione pratica in questa fase si rivolge in particolare al cancro al pancreas e al glioblastoma fra i tumori più aggressivi e generalmente inguaribili. Se le terapie mirate consentono di gestire lo sviluppo della malattia, ma raramente risolvono la natura terminale dei due cancri, il nuovo approccio dovrebbe portare nel tempo — e grazie a un utilizzo efficiente di farmaci già in commercio — a un forte progresso, fino a una possibile cura delle due forme cancerogene.
L’articolo di Nature Genetics, che il Corriere ha potuto studiare in esclusiva in anticipo, descrive appunto l’introduzione di un approccio biologico al cancro (Quantum Cancer Biology) un modello cioè che sfrutta i supercomputer e la robotica (biologia dei sistemi) per identificare il trattamento simultaneo di multipli stati cellulari che compongono un tumore e che consentono un trattamento oncologico di precisione. Per la gestione operativa del processo ci sarà un ruolo centrale della DarwinHealth, una società biotecnologica nata proprio in seno alla Columbia University, con sede a New York, fondata attorno ad applicazioni di Intelligenza artificiale, cui è stata assegnata la licenza esclusiva alla tecnologia e che utilizza sul piano operativo questi modelli per sviluppare le nuove terapie antitumorali.
Il nuovo approccio sviluppa una terapia mirata a colpire i «master regulators», cioè una sorta di cabina di regia del tumore, che si basa sull’analisi dell’Rna delle cellule tumorali individuali (l’Rna è la molecola che permette di trasformare il codice genetico in proteine) sui meccanismi di regolazione cellulare e sull’Intelligenza artificiale. Questo insieme di metodologie consente di decodificare e colpire terapeuticamente — sconfiggendo la resistenza ai farmaci mirati — tutti gli stati di cellule tumorali che coesistono nei tumori più aggressivi, come appunto il carcinoma pancreatico e il glioblastoma.
Il team e lo studio
Il nuovo approccio scientifico è guidato da Andrea Califano, professore di Sistemi biologici e Biologia chimica alla Columbia University, co-fondatore di DarwinHealth e presidente di Biohub — un istituto sulla bioingegneria finanziato da Mark Zuckerberg —, con un altro PhD italiano, Pasquale Laise, e con il laboratorio di Ken Olive, sempre alla Columbia University: «Dovendo semplificare al massimo, la nuova strategia si propone di modificare radicalmente lo sviluppo di terapie farmacologiche per puntare a curare il cancro invece che a ritardarne il progresso», spiega Andrea Califano al Corriere, avvertendo che per arrivare a delle cure a disposizione del grande pubblico ci vorranno alcuni anni di ricerca e aggiungendo che questo «non esclude progressi più imminenti in alcuni tumori aggressivi». A sostegno di questa tesi, test clinici condotti su un numero crescente di pazienti, hanno confermato l’efficacia del nuovo approccio terapeutico.
Dovendo semplificare, la ricerca sostiene il passaggio dall’attuale terapia mirata, che agisce con lo stesso farmaco su tutte le cellule del tumore a una terapia più ambiziosa. La novità sta nel colpire le popolazioni di cellule tumorali diverse che coesistono nel paziente, ciascuna controllata dai loro «master regulators», con un farmaco specifico per ogni popolazione di cellule piuttosto che alla singola cellula. Per farlo, la «quantum biology» (un nuovo termine introdotto in questo lavoro) identifica una sorta di «consiglio di amministrazione» che controlla lo sviluppo e il moltiplicarsi delle cellule di ogni popolazione maligna, consentendo loro di sfuggire alle terapie attuali creando, come succede ora, tumori resistenti ai farmaci. Il problema delle terapie mirate attuali è che le cellule hanno mutazioni diverse da paziente a paziente riuscendo dunque a rifugiarsi in stati cellulari che eludono i farmaci e continuano a evolvere finché non riescono a rigenerare l’intero tumore. Per questo oggi è possibile prolungare il decorso della malattia, ma non è possibile debellarla. Colpire invece i «master regulators» di ogni popolazione individuale del tumore è come tagliare la testa ai generali che le controllano, anche nelle metastasi, fatali nella maggioranza dei casi. Non che il processo sia semplice, ma è certamente più gestibile.
Le popolazioni di cellule
Per il cancro al pancreas, ad esempio, gli scienziati della Columbia hanno identificato sei popolazioni di cellule virtualmente identiche in ogni paziente, ognuna con una sua «centrale di comando» (appunto i «master regulators») ma anche con un suo tallone d’Achille, vulnerabile a uno o più farmaci specifici. Questo permette di sviluppare cocktail di farmaci potenzialmente curativi. Il termine «quantum» indica proprio l’esistenza di un piccolo numero di popolazioni tumorali diverse (in genere da due a sette) ma virtualmente identiche in tutti i pazienti con quel tipo di tumore.
La sfida, ancora aperta, anche se alcuni farmaci sono già stati identificati, è quella di trovare combinazioni di farmaci per debellare la decina di «master regulators» che costituiscono la cabina di regia di ogni popolazione maligna del tumore. Nel caso di quello al pancreas sono stati identificati i «master regulators» di sei popolazioni diverse mentre per i glioblastomi pediatrici ne sono stati identificati sette. La sfida più difficile è quella di colpire tutte le cabine di regia che gestiscono al vertice il cancro perché basta che una sola popolazione sfugga alla terapia per poi vedere rigenerare l’intero tumore.
La lotta su più fronti
L’originalità di questa innovazione sta nel combinare risorse multidisciplinari e di dimostrare quanto utile possa essere l’Intelligenza artificiale per agevolare il progresso della medicina. Del resto sul fronte della lotta al cancro i progressi sono stati enormi. Appena qualche giorno fa Moderna, l’azienda farmaceutica che aveva sviluppato uno dei vaccini di maggior successo contro il Covid, ha annunciato di aver trovato un rimedio possibile al melanoma dopo aver sperimentato un vaccino che potrebbe rappresentare una svolta chiave nella lotta a questo tumore della pelle. Moderna ha sviluppato il nuovo vaccino in collaborazione con Merck e ha visto, all’annuncio, il suo titolo raddoppiare in poche ore in borsa. Si sta dunque formando un nuovo ecosistema scientifico multidisciplinare che potrebbe finalmente portare concretezza alle speranze di debellare il cancro utilizzando metodi nuovi e rivoluzionari come un vaccino mirato o un approccio biologico quantistico al cancro, come sta sviluppando DarwinHealth nell’oncologia di precisione. Sviluppi questi che pur essendo ancora agli albori ci consentono identificare percorsi molto più rassicuranti rispetto agli attuali, con il vantaggio che l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale per le sperimentazioni consentirà di accelerare i tempi come mai era successo in passato.
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Criteri Critici
Gli Stati Uniti approvano un farmaco per il trattamento del cancro al pancreas metastatico. Vietnam.vn
Rasonque è un farmaco orale, da assumere una volta al giorno, indicato per pazienti adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che hanno già ricevuto almeno una terapia sistemica o che non sono idonei alla terapia sistemica multidrug. La FDA afferma che si tratta della prima terapia mirata della classe degli inibitori RAS approvata per questo tipo di tumore.
In uno studio clinico condotto su 500 pazienti precedentemente trattati per cancro al pancreas metastatico, metà di coloro che sono stati trattati con il farmaco è sopravvissuta per almeno 13,2 mesi, quasi il doppio rispetto ai 6,7 mesi vissuti dal gruppo sottoposto a chemioterapia.
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Il daraxonrasib appartiene alla classe di farmaci che inibiscono il RAS, una proteina che svolge un ruolo cruciale nella promozione della crescita delle cellule tumorali. La FDA afferma che il RAS è un fattore che promuove la crescita tumorale nella maggior parte dei pazienti affetti da adenocarcinoma pancreatico. Lo sviluppo di farmaci in grado di colpire questa proteina è considerato una direzione chiave nel trattamento del cancro. La decisione di approvazione della FDA è stata presa circa 6,5 mesi prima del periodo di revisione legalmente previsto, a seguito di una procedura di revisione prioritaria. A daraxonrasib erano state precedentemente concesse dalla FDA le designazioni di "Breakthrough Therapy" e "Rare Disease Drug" per accelerarne lo sviluppo e la valutazione.
La FDA precisa che Rasonque non è una cura per il cancro, ma i risultati degli studi clinici suggeriscono che il farmaco potrebbe offrire significativi benefici in termini di sopravvivenza a un gruppo di pazienti con opzioni terapeutiche limitate. Gli effetti collaterali comuni includono eruzione cutanea, diarrea, stomatite, nausea, affaticamento, vomito, dolore addominale, edema, diminuzione dell'appetito e sanguinamento.
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Secondo la FDA, circa il 90-95% dei 67.000 nuovi casi di cancro al pancreas diagnosticati ogni anno negli Stati Uniti sono adenocarcinomi pancreatici. Sebbene rappresenti solo circa il 3,2% di tutti i casi di cancro, ha un alto tasso di mortalità perché spesso viene diagnosticato tardivamente, progredisce rapidamente e per lungo tempo sono state disponibili poche terapie efficaci.
Fonte: https://baotintuc.vn/khoa-hoc-doi-song/my-phe-duyet-thuoc-dieu-tri-ung-thu-tuyen-tuy-di-can-20260827121016087.htm
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Criteri Critici
Vaccini a mRNA contro il cancro: la rivoluzione oncologica parte da Milano velvetmag.it
Immagine generata con AI
Il vaccino a mRNA contro il cancro che nasce a Milano: una svolta attesa da decenni
Agosto 2026 segna una data che gli oncologi difficilmente dimenticheranno: il vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma ha superato la Fase III dei trial clinici internazionali, trasformando in realtà concreta quella che fino a pochi anni fa sembrava una promessa lontana. Al centro di questa storia c’è l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, riconosciuto come il primo centro al mondo ad arruolare pazienti nel trial INTerpath-001, e la tecnologia del vaccino mRNA cancro che, dopo aver cambiato il corso della pandemia da COVID-19, si appresta ora a riscrivere le regole dell’oncologia. Non si tratta di un’ipotesi di laboratorio né di un annuncio prematuro: i dati parlano chiaro, e l’Italia è in prima fila.
Dalla pandemia all’oncologia: come l’mRNA ha aperto una nuova strada
Per capire la portata di quanto accaduto, occorre fare un passo indietro. La tecnologia dell’acido ribonucleico messaggero — l’mRNA — è diventata familiare al grande pubblico durante la pandemia da COVID-19, quando i vaccini a mRNA di Pfizer-BioNTech e Moderna hanno dimostrato di poter essere sviluppati e distribuiti in tempi record, con un profilo di sicurezza solido e un’efficacia senza precedenti. Ma gli scienziati sapevano da tempo che quella stessa tecnologia nascondeva un potenziale molto più ampio: la capacità di istruire le cellule del corpo umano affinché producano proteine specifiche, riconoscibili dal sistema immunitario come bersagli da attaccare.
Nel contesto oncologico, questo principio diventa straordinariamente potente. I tumori, a differenza dei virus, non sono agenti esterni: nascono dal corpo stesso, da cellule che hanno subito mutazioni genetiche e sono diventate “traditori” silenziosi. Il sistema immunitario spesso non riesce a riconoscerle come nemiche, perché le cellule tumorali hanno imparato a mimetizzarsi. Un vaccino terapeutico a mRNA contro il cancro funziona in modo radicalmente diverso dai vaccini preventivi tradizionali: non si somministra a persone sane per evitare una malattia, ma a pazienti già colpiti dal tumore, con l’obiettivo di addestrare il sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule malate.
La chiave è la personalizzazione. Ogni tumore è geneticamente unico, anche tra pazienti con la stessa diagnosi. Il vaccino viene costruito su misura analizzando il profilo mutazionale del tumore del singolo paziente, identificando i cosiddetti “neoantigeni” — proteine anomale prodotte dalle cellule cancerose — e codificandoli in una sequenza di mRNA. Una volta iniettato, questo messaggio molecolare raggiunge le cellule del paziente e le istruisce a produrre queste proteine tumorali in piccole quantità, abbastanza da attivare una risposta immunitaria potente e mirata senza causare la malattia.
Il trial INTerpath-001 e il ruolo di Milano nel panorama mondiale
Il trial internazionale INTerpath-001 rappresenta il banco di prova più avanzato di questa tecnologia applicata al melanoma, uno dei tumori della pelle più aggressivi e con il tasso di recidiva più elevato nelle forme ad alto rischio. L’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano non solo ha partecipato a questo studio, ma ha fornito il contributo più significativo in assoluto tra tutti i centri coinvolti a livello mondiale: 82 pazienti randomizzati, un numero che testimonia non soltanto la capacità organizzativa del centro milanese, ma anche la fiducia dei pazienti italiani nel sistema di ricerca clinica nazionale.
Essere il primo centro al mondo ad arruolare pazienti in questo trial non è un primato formale: significa che Milano ha costruito nel tempo le competenze multidisciplinari, i protocolli di gestione e la rete di collaborazioni internazionali necessarie per gestire una sperimentazione di questa complessità. Un vaccino personalizzato richiede tempi di produzione rapidi, logistica sofisticata, coordinamento tra laboratori di genomica, oncologi, immunologi e infermieri specializzati. Tutto questo, l’Istituto dei Tumori di Milano ha dimostrato di saper fare.
I risultati della Fase III, resi noti nell’agosto 2026, confermano quello che le fasi precedenti avevano già suggerito: il vaccino personalizzato a mRNA riduce le recidive nei pazienti affetti da melanoma. Questo dato è di importanza cruciale, perché il melanoma ad alto rischio ha storicamente una propensione elevata a ripresentarsi dopo la rimozione chirurgica del tumore primario, e le recidive sono spesso più difficili da trattare della malattia iniziale. Ridurre la probabilità che il tumore torni significa, in termini concreti, più anni di vita e migliore qualità della vita per i pazienti.
Come funziona il vaccino personalizzato contro il melanoma
Il processo di creazione di un vaccino terapeutico a mRNA contro il cancro è affascinante e complesso. Tutto inizia con una biopsia del tumore del paziente: il tessuto viene analizzato con tecnologie di sequenziamento genomico di nuova generazione per identificare le mutazioni specifiche presenti nelle cellule malate. Parallelamente si sequenzia anche il DNA delle cellule sane del paziente, per distinguere le mutazioni tumorali da quelle presenti in tutto l’organismo.
👉 Leggi anche: Intelligenza artificiale e mammografia: come l'AI scopre il rischio cardiovascolare nelle donne
Algoritmi bioinformatici avanzati confrontano i due profili genetici e selezionano i neoantigeni più promettenti: quelli che hanno la maggiore probabilità di essere riconosciuti dal sistema immunitario del paziente come estranei e pericolosi. Questa selezione è delicata e determinante: scegliere i bersagli sbagliati significherebbe costruire un vaccino poco efficace o, nel peggiore dei casi, stimolare risposte immunitarie indesiderate.
Una volta identificati i neoantigeni, la sequenza di mRNA corrispondente viene sintetizzata in laboratorio e formulata in nanoparticelle lipidiche — le stesse “capsule” grasse utilizzate nei vaccini anti-COVID — che proteggono l’mRNA dalla degradazione e ne facilitano l’ingresso nelle cellule. Il vaccino viene poi somministrato al paziente, solitamente in combinazione con altre terapie oncologiche come gli inibitori dei checkpoint immunitari, farmaci che “tolgono il freno” al sistema immunitario e lo rendono più reattivo.
L’intero processo, dalla biopsia alla somministrazione del vaccino personalizzato, richiede settimane. Questo è uno dei principali ostacoli tecnici ancora da superare: in oncologia, il tempo è una variabile critica, e ridurre i tempi di produzione senza compromettere la qualità è una delle sfide su cui i ricercatori stanno lavorando intensamente.
Il melanoma come terreno di prova: perché proprio questo tumore
Non è un caso che il melanoma sia stato scelto come primo campo di applicazione su larga scala dei vaccini terapeutici a mRNA contro il cancro. Questo tumore ha caratteristiche che lo rendono particolarmente adatto a questo tipo di approccio immunologico. Il melanoma è noto per avere un elevato carico mutazionale — cioè un numero insolitamente alto di mutazioni genetiche — il che significa che le cellule tumorali producono molti neoantigeni potenzialmente riconoscibili dal sistema immunitario.
Inoltre, il melanoma è già da anni al centro dell’immunoterapia oncologica: gli inibitori dei checkpoint immunitari come anti-PD-1 e anti-CTLA-4 hanno rivoluzionato il trattamento di questa malattia nell’ultimo decennio, dimostrando che il sistema immunitario, se adeguatamente stimolato, può controllare e in alcuni casi eliminare questo tumore. I vaccini a mRNA si inseriscono in questo contesto come un ulteriore strumento per potenziare e dirigere quella risposta immunitaria con precisione crescente.
Il successo nel melanoma apre prospettive concrete per altri tumori con alto carico mutazionale, come il carcinoma del polmone non a piccole cellule, il tumore del colon-retto con instabilità dei microsatelliti e alcune forme di tumore della vescica. La strada è ancora lunga, ma il principio è dimostrato.
Le sfide ancora aperte: dalla produzione all’accesso
Immagine generata con AI
Nonostante l’entusiasmo legittimo che circonda questi risultati, sarebbe scorretto dipingere un quadro privo di ostacoli. La personalizzazione totale del vaccino — il suo principale punto di forza — è anche la sua principale sfida logistica ed economica. Produrre un vaccino su misura per ogni singolo paziente richiede infrastrutture sofisticate, personale altamente specializzato e costi significativi.
La scalabilità è un tema aperto: come si fa a rendere disponibile un trattamento così complesso a un numero elevato di pazienti, in ospedali distribuiti su tutto il territorio nazionale e internazionale? Come si garantisce la qualità del processo di produzione quando ogni lotto è diverso dall’altro? E come si affronta il nodo del rimborso da parte dei sistemi sanitari nazionali, che dovranno valutare il rapporto costo-beneficio di terapie personalizzate potenzialmente molto costose?
Queste domande non hanno ancora risposte definitive, ma il fatto che la Fase III sia stata completata con successo significa che il percorso regolatorio verso l’approvazione può ora avanzare. Le agenzie regolatorie come l’EMA in Europa e la FDA negli Stati Uniti dovranno valutare i dati e decidere le condizioni di autorizzazione. Si tratta di un processo che richiede tempo, rigore e trasparenza, ma che è la garanzia che i pazienti ricevano trattamenti sicuri ed efficaci.
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Sul fronte della ricerca, i lavori continuano per migliorare gli algoritmi di selezione dei neoantigeni, ridurre i tempi di produzione del vaccino e identificare le combinazioni terapeutiche più efficaci. L’integrazione con le terapie già approvate — in particolare gli inibitori dei checkpoint immunitari — sembra promettente, e i trial in corso esploreranno queste sinergie in modo sistematico.
Il significato di un primato italiano nella ricerca oncologica globale
In un’epoca in cui la ricerca biomedica è dominata da grandi centri americani e asiatici, il primato dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nel trial INTerpath-001 merita di essere letto non solo come un successo scientifico, ma come un segnale politico e culturale. La ricerca oncologica italiana esiste, è competitiva e produce risultati di rilevanza mondiale. Questo è possibile grazie a decenni di investimenti nella formazione clinica e scientifica, alla capacità di costruire reti collaborative internazionali e alla qualità del sistema di raccolta e gestione dei dati clinici.
Per i pazienti italiani, questo significa qualcosa di concreto: avere accesso precoce a sperimentazioni cliniche di frontiera, essere seguiti da team che sono al centro del dibattito scientifico globale, e contribuire con la propria partecipazione ai trial a costruire le conoscenze che beneficeranno i pazienti di tutto il mondo.
Per approfondire i dettagli scientifici del trial e i risultati pubblicati, è possibile consultare le fonti originali disponibili sul sito della Fondazione Veronesi e sul portale Mondo Sanità, che hanno riportato in dettaglio i risultati della Fase III.
FAQ: le domande più frequenti sul vaccino a mRNA contro il cancro
Il vaccino a mRNA contro il cancro è già disponibile?
No. Il vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma ha completato con successo la Fase III dei trial clinici nell’agosto 2026, ma deve ancora percorrere l’iter regolatorio di approvazione da parte delle agenzie competenti come l’EMA in Europa. Questo processo richiede tempo, anche se i risultati positivi della sperimentazione sono un passo fondamentale verso l’autorizzazione.
Il vaccino funziona per tutti i tipi di tumore?
Attualmente, le evidenze più solide riguardano il melanoma. La ricerca sta esplorando l’applicazione di questa tecnologia ad altri tumori con caratteristiche simili — alto carico mutazionale e buona risposta all’immunoterapia — ma queste applicazioni sono ancora in fasi di sperimentazione più precoci.
Qual è la differenza tra un vaccino preventivo e un vaccino terapeutico?
I vaccini preventivi si somministrano a persone sane per impedire che contraggano una malattia. I vaccini terapeutici, come quello a mRNA contro il melanoma, si somministrano invece a persone già malate, con l’obiettivo di aiutare il sistema immunitario a combattere la malattia in corso o a prevenirne la recidiva dopo il trattamento iniziale.
Perché il vaccino è “personalizzato”?
Perché viene costruito su misura per ogni singolo paziente, basandosi sull’analisi genomica del suo specifico tumore. Ogni cancro ha un profilo mutazionale unico, e il vaccino viene progettato per addestrare il sistema immunitario a riconoscere le proteine anomale prodotte proprio da quel tumore.
Una nuova era, con i piedi per terra
Il superamento della Fase III da parte del vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma è una notizia straordinaria, e il ruolo di primo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano in questa storia è motivo di orgoglio fondato su dati concreti. La tecnologia del vaccino mRNA cancro ha dimostrato di poter fare il salto dall’infettivologia all’oncologia, aprendo scenari terapeutici che fino a pochi anni fa erano confinati nella letteratura scientifica specialistica. Restano sfide reali — logistiche, economiche, regolatorie — che richiedono soluzioni altrettanto concrete e un impegno sostenuto da parte di istituzioni, industria farmaceutica e sistemi sanitari. Ma la direzione è tracciata, e Milano è nel posto giusto al momento giusto per contribuire a percorrerla.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Tumore del pancreas, una nuova speranza dalla terapia mirata contro RAS QuiComo
Il tumore del pancreas torna al centro della ricerca oncologica internazionale grazie ai risultati dello studio RASolute 302, pubblicati lo scorso maggio sul New England Journal of Medicine e presentati al Congresso 2026 dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO).
Al centro dello studio c’è daraxonrasib, una nuova terapia orale diretta contro la proteina RAS, una delle alterazioni molecolari più importanti nell’adenocarcinoma duttale del pancreas metastatico. Nei pazienti già sottoposti a una precedente linea di trattamento, il farmaco ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza e del controllo della malattia rispetto alla chemioterapia.
Un risultato importante, che apre prospettive nuove per una delle forme tumorali più difficili da trattare. Ma proprio per questo è fondamentale interpretare correttamente i dati, evitando che una promettente novità scientifica venga scambiata per una cura già disponibile o definitiva.
Una svolta importante, ma non una cura definitiva
«Lo studio rappresenta una delle notizie più importanti degli ultimi anni nel tumore del pancreas, perché dimostra per la prima volta che RAS può diventare un bersaglio terapeutico efficace», spiega il professor Michele Reni, primario dell’Unità di Oncologia e Day Hospital Oncologico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e direttore del Programma Strategico Pancreas Center.
Daraxonrasib agisce infatti su una via biologica fondamentale per la crescita della malattia e potrebbe rappresentare l'inizio di un nuovo approccio terapeutico. Il risultato, però, va interpretato con cautela. Il farmaco è riuscito a ritardare la progressione del tumore, ma non a eliminarlo definitivamente. “Un risultato di questo tipo segna l’inizio di un possibile cambiamento di paradigma, ma dovrà essere confermato da dati più maturi e da nuovi studi”, sottolinea Reni.
Perché servono ulteriori conferme
Anche la dottoressa Giulia Orsi, oncologa dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, invita a leggere i risultati nel loro corretto contesto. Lo studio ha coinvolto una popolazione di pazienti ben definita, prevalentemente caratterizzata da specifiche mutazioni del gene RAS, in particolare quelle della famiglia G12. Inoltre, il confronto è stato effettuato con diversi schemi chemioterapici e, secondo gli autori del commento scientifico, nel gruppo di controllo i trattamenti non erano in due terzi dei casi basati sulle evidenze scientifiche più aggiornate. Una quota del 15% dei pazienti, inoltre, non ha ricevuto alcuna terapia.
“Si tratta di dati molto incoraggianti, ma ottenuti in una popolazione di pazienti ben definita e con un follow-up ancora relativamente breve”, osserva Orsi. Saranno quindi necessari nuovi dati per capire quali pazienti potranno beneficiare maggiormente della terapia, quale sarà il suo ruolo nella pratica clinica e soprattutto come potrà essere integrata con i trattamenti già disponibili.
Daraxonrasib è già disponibile in Europa?
La risposta, al momento, è no. Daraxonrasib non è attualmente disponibile nell’Unione europea per il trattamento dei pazienti con tumore del pancreas. Come accade per ogni nuova terapia, il farmaco deve completare il percorso di valutazione da parte delle autorità regolatorie, attraverso un'analisi approfondita del rapporto tra benefici, rischi e qualità delle evidenze disponibili. La pubblicazione dei risultati, dunque, non significa che il trattamento possa essere prescritto liberamente nella pratica clinica.
Ha senso andare negli Stati Uniti per ricevere il farmaco?
È una delle domande che possono sorgere dopo la diffusione di una notizia di questo tipo. Secondo gli specialisti, però, non è opportuno trasformare una prospettiva di ricerca in una corsa alla terapia all'estero. “Comprendiamo perfettamente la speranza che risultati come questi possono suscitare. Tuttavia, sulla base delle conoscenze attuali, l’entità del beneficio osservato, comunque limitato nel tempo, non giustifica affrontare disagi e spese considerevoli”, spiega Reni.
Ogni eventuale scelta terapeutica deve essere quindi valutata insieme all’oncologo di riferimento, considerando le caratteristiche della malattia, le condizioni del paziente, i trattamenti già effettuati e le alternative disponibili.
Il ruolo dei centri specializzati
La ricerca sul tumore del pancreas sta facendo passi avanti, ma le terapie già disponibili continuano ad avere un ruolo fondamentale. Per questo, secondo gli specialisti, è importante che il paziente venga seguito in un centro altamente specializzato, dove oncologi, chirurghi, gastroenterologi, radiologi, radioterapisti, anatomo-patologi, nutrizionisti e ricercatori possano lavorare insieme. È il modello della medicina multidisciplinare, che permette di costruire un percorso personalizzato e, quando indicato, valutare anche l'accesso a studi clinici e nuove strategie sperimentali.
Medicina di precisione, la sfida del futuro
L'obiettivo della ricerca non è soltanto trovare nuovi farmaci, ma anche capire quale trattamento sia più efficace per il singolo paziente. In questa direzione si inserisce anche lo studio CASSANDRA, presentato al Congresso ASCO 2025 e dedicato a una strategia chemioterapica da utilizzare prima dell'intervento chirurgico. “L'obiettivo della ricerca è duplice: sviluppare nuovi trattamenti e capire quale strategia terapeutica sia quella giusta per il paziente giusto”, conclude Reni.
Il caso di daraxonrasib rappresenta quindi un segnale importante: per la prima volta una terapia mirata contro RAS mostra risultati clinici significativi nel tumore del pancreas metastatico. Una prospettiva che può contribuire a cambiare il futuro della cura, ma che non deve ancora essere presentata come una soluzione definitiva. Per i pazienti, oggi, la strada più sicura resta quella di affidarsi a centri oncologici di riferimento, capaci di integrare le terapie consolidate con la medicina di precisione e, quando appropriato, con l'accesso alla ricerca clinica. È proprio dall'incontro tra assistenza e ricerca che potranno arrivare le cure di domani.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Padre di due bambini, è affetto da un tumore raro. La Regione chiede (negli Usa) una cura sperimentale Il Giornale di Vicenza
Attendere l’autorizzazione definitiva del farmaco e poi partire con la cura. È questa la speranza per Andrea Costa, il 52enne di Casoni di Mussolente, padre di due bambini, affetto da una rara forma di tumore, un carcinoma adenoideo cistico.
Oltre a lui, ci sono altri due pazienti in Veneto nella stessa situazione.
Per loro, la Regione Veneto si è fatta mediatrice con l’azienda statunitense Remix Therapeutics, produttrice del farmaco Rem 422, al centro di una sperimentazione in Francia, in un centro di Nizza a cui Andrea Costa attraverso lo Iov si era rivolto per avere una speranza di cura.
Il trial in Francia è concluso
La casa farmaceutica, però, ha riferito che al momento il trial in Francia è concluso e perciò non è possibile sottoporvi anche Costa e gli altri pazienti. Ecco quindi che la Regione ha tentato un’altra strada. «Abbiamo sollecitato l’azienda – riferisce l’assessore regionale alla sanità Gino Gerosa - per capire se potessimo comunque avere il farmaco attraverso l’uso compassionevole».
Un farmaco non ancora approvato
Una strada, quest’ultima, che prevede l’utilizzo di un farmaco in fase di sperimentazione avanzata, seppur non approvato. «Purtroppo non è stato possibile - prosegue Gerosa - perché l’azienda è in dirittura d’arrivo per la registrazione del farmaco e la conseguente messa in commercio».
In sostanza, prima di procedere, la società americana vuole che il farmaco sia certificato dalle autorità competenti. Intanto, nel marzo scorso, il Rem 422 ha già ottenuto dalla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti la designazione di “fast track”, che prevede un percorso di approvazione accelerato, sulla base dei risultati positivi dei primi studi clinici.
L'intervento della Regione
L’obiettivo della Regione Veneto è ora procedere con l’acquisto, non appena il farmaco sarà messo in commercio.
«Nel momento in cui il farmaco sarà immesso nel mercato - assicura Gerosa -, lo andremo ad acquistare per tutti i cittadini che ne necessitano. Stando alle informazioni che abbiamo, l’evoluzione della malattia in questi pazienti dovrebbe permettere questa attesa».
Nel frattempo, la Regione intende attivarsi anche per aprire un tavolo con le case farmaceutiche e con gli enti interessati al fine di valutare un accordo che permetta di utilizzare i farmaci anche durante la fase di pre-registrazione, in modo da ridurre le tempistiche di attesa dei pazienti.
Del caso di Andrea Costa si è interessata anche la presidente della commissione sanità della Regione, Manuela Lanzarin, che è in costante contatto con la moglie del 52enne, Katia Zanandrea.
«Da parte dello Iov sono state tentate tutte le vie percorribili e dal centro di Nizza era arrivato anche il via libera – sottolinea – Il fatto è che la casa farmaceutica non ha consentito l'utilizzo del farmaco perché aveva già coperto il target che si era prefissata».
Lanzarin garantisce comunque che l’attenzione alla vicenda resterà massima.
«Abbiamo intenzione di mantenere aperto un canale con la casa farmaceutica e di seguire l’evoluzione dell’iter autorizzativo del farmaco – chiude – in modo da poter agire non appena sarà possibile».
Al momento ipotizzare una tempistica non è possibile, ma la fiamma della speranza è ancora accesa.
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Trombocitopenia grave in seguito a immunoterapia, rischio di sanguinamento. Vietnam.vn
Complicazioni potenzialmente letali possono manifestarsi anche in sole 12 ore. Un paziente di 59 anni ha ricevuto una diagnosi di cancro al polmone in stadio IV, portatore della rara mutazione genetica KRAS Q61H e di eosinofilia paraneoplastica. Appena 12 ore dopo aver ricevuto l'immunoterapia, il paziente ha improvvisamente tossito sangue fresco e sono comparse multiple emorragie sul suo corpo. Gli esami di emergenza hanno mostrato una conta piastrinica di soli 1,17 G/L, centinaia di volte inferiore alla norma. Si tratta di un grave caso di trombocitopenia, che aumenta il rischio di emorragie interne e complicazioni potenzialmente letali. Oltre alla trombocitopenia, i pazienti sviluppano anche tiroidite autoimmune, indice di una risposta immunitaria anomala a carico di più organi. In particolare, la trombocitopenia non risponde ai protocolli di trattamento standard, il che complica la gestione delle complicanze. Secondo la professoressa associata Nguyen Thi Minh Phuong, primario del reparto di oncologia dell'ospedale generale Hong Ngoc Phuc Truong Minh, gli effetti collaterali dell'immunoterapia possono manifestarsi in diversi momenti del trattamento. Pertanto, un attento monitoraggio e l'identificazione precoce di eventuali anomalie sono fondamentali per garantire la sicurezza del paziente. Consulenza multidisciplinare per il controllo dell'emorragia Data la grave emorragia, il paziente è stato sottoposto a esami approfonditi urgenti e a una consulenza specialistica con esperti di oncologia, ematologia e terapia intensiva. Dopo un'accurata valutazione, l'équipe ha concluso che la trombocitopenia era molto probabilmente correlata a un effetto collaterale immunologico del farmaco. Si tratta di una complicanza rara ma a rapida progressione, particolarmente pericolosa quando la conta piastrinica scende a livelli troppo bassi. A seguito di un consulto, la Prof.ssa Associata Dott.ssa Nguyen Thi Minh Phuong e il suo team hanno deciso di modificare il protocollo di trattamento, combinando Eltrombopag e Rituximab per controllare la trombocitopenia. I due farmaci hanno meccanismi d'azione differenti, pertanto la paziente necessita di un attento monitoraggio del dosaggio, della risposta al trattamento e del rischio di complicanze. Oltre alle consulenze in ospedale, l'équipe dell'Ospedale Generale di Hong Ngoc ha continuato a scambiare competenze con gli specialisti dell'Ospedale Generale dei Veterani di Taipei (Taiwan -Cina) per consolidare le valutazioni e concordare i piani di trattamento. Dopo 6 giorni di applicazione del nuovo protocollo di trattamento, la conta piastrinica è aumentata da 1,17 G/L a 97,4 G/L. Entro il tredicesimo giorno, l'indice ha raggiunto 235 G/L, rientrando nell'intervallo di normalità. Le manifestazioni emorragiche sono state controllate e la funzione tiroidea si è stabilizzata. La paziente è stata dimessa e ha continuato a essere monitorata come previsto. Segnali a cui prestare attenzione durante l'immunoterapia Tosse con emissione di sangue, sanguinamenti insoliti o comparsa di numerosi lividi senza una causa apparente. Il sanguinamento in più parti del corpo richiede una valutazionemedicaurgente. I pazienti oncologici sottoposti a immunoterapia devono attenersi scrupolosamente al programma di esami e controlli prescritto dal medico. Se compaiono sintomi insoliti, non interrompete l'assunzione dei farmaci né modificate autonomamente la terapia; contattate invece il vostro medico. Fonte: https://khoahocdoisong.vn/giam-tieu-cau-nang-sau-lieu-phap-mien-dich-nguy-co-xuat-huyet-post2149113767.html
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Tumore: quello shock dopo la diagnosi Donna Moderna
Nel cuore convulso e scintillante della Fashion Week parigina, tra l’ossessione per la perfezione estetica e le notti insonni negli atelier, la regista americana Maxine riceve la telefonata che manda all’aria la sua vita e i preparativi di un imminente, sospirato progetto. Dall’altra parte dell’oceano il medico gira intorno alle parole, parla di “atipie”, non nomina il male; sarà un oncologo francese a darle la conferma esplicita di un tumore al seno.
È lo snodo narrativo di Couture, la nuova pellicola di Alice Winocour in sala il 26 agosto, girata nei laboratori storici della Maison Chanel, tra la sartoria e la leggendaria scala a specchi di Coco Chanel. Il film – che, dietro il lavoro invisibile della creazione della bellezza, evoca l’idea di couture come necessità di “ricucire” anche le ferite del corpo e dell’anima – è interpretato da Vincent Lindon, Louis Garrel e soprattutto da un’intensa Angelina Jolie.
L’attrice (che ha raccontato in un’intervista a Donna Moderna com’è nata questa storia e cosa ha significato per lei) della pellicola è anche produttrice e a Maxine presta qualcosa di più del talento. La storia clinica della Jolie è diversa – una mutazione genetica scoperta in tempo, la scelta della chirurgia preventiva – ma condividendola pubblicamente ha trasformato una vicenda privata in un gesto di consapevolezza collettiva. Al pubblico ha dichiarato: «Il film non parla di una fine, ma di un desiderio rinnovato di vivere la vita fino all’ultimo respiro». Al centro di Couture, c’è l’istante che chiunque prefigura con timore, quando si parla di cancro.
Prima e dopo una diagnosi di tumore
«Nel momento in cui pronunciamo una diagnosi tracciamo una linea tra una vita prima e dopo il tumore» conferma Gabriella Pravettoni, direttrice della Divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia e docente di Psicologia delle decisioni all’Università degli Studi di Milano. «Possiamo togliere il tumore dal corpo di una donna, ma se poi non togliamo quel tumore dalla sua testa, non le consentiremo mai di vivere veramente bene» le confidò Umberto Veronesi quando la chiamò a collaborare, un’idea che condensa, in sintesi, la sua missione di psiconcologa. L’abbiamo intervistata.
La difficoltà di comunicare una diagnosi di tumore
Dottoressa esiste un modo corretto per comunicare una diagnosi di tumore?
«Il tema è talmente centrale che è stato aggiornato anche all’ultimo congresso dell’ASCO, l’American Society of Clinical Oncology. Perché comunicare non significa solo dire la verità: vuol dire modulare l’informazione, le emozioni e la possibilità, per il paziente, di elaborare quelle informazioni.
Ci sono step precisi. Il primo è quello di capire che cosa il paziente già sappia, cosa abbia compreso degli esami che ha fatto, cosa gli sia stato spiegato o abbia trovato su Internet. La comunicazione gira intorno a un punto nodale, che è il rispetto del diritto di sapere, ma anche di non sapere: siamo tenuti a dire la verità, ma anche a rispettare i tempi della persona.
In ambito clinico si raccomanda l’uso del cosiddetto warning shot, una sorta di messaggio di preavviso esplicito ma empatico, che eviti di nascondersi dietro a tecnicismi o a parole ambigue. Occorre essere chiari, accogliere l’impatto emotivo e rimanere presenti».
Che cosa tacere
Ci sono cose che è meglio non dire?
«Sono da evitare le frasi consolatorie, come: “non si preoccupi”, “andrà tutto bene”, “deve essere forte” o “è il miglior tumore che poteva capitarle”. La regola è mantenere accesa la speranza senza alimentare false illusioni: non si può promettere che il percorso sarà privo di dolore, ma si può far sentire che ci siamo, che capiamo quanto la notizia sia forte e dolorosa e che però quel percorso possiamo intraprenderlo insieme».
Quanto conta il sostegno psiconcologico
Cosa accade, in quei primi minuti e nei giorni successivi, nella testa di chi riceve la notizia?
«È uno tsunami, un terremoto, ma non amo dire che “è finita una vita, ne comincia un’altra”: preferisco parlare di un sistema che fino a quel momento è stato in equilibrio e all’improvviso s’incrina: bisogna lavorare per attraversare quella rottura e ricostruire un equilibrio nuovo.
Accade spesso nelle nostre vite, per le ragioni più diverse. La diagnosi, proprio come un terremoto, può produrre intensità diverse: dipende dal momento della vita, dall’età, dal lavoro, dal supporto che si ha intorno. È su questo che operiamo, anche dopo: molte evidenze mostrano quanto il sostegno psiconcologico permetta, nella lungovivenza, di immaginare un nuovo progetto di vita, non ragionando tanto su quanto a lungo staremo al mondo, ma su quanto intensamente vivremo».
L’importanza di identificare i caregiver
Prima o poi arriva il momento di dirlo anche alle persone care.
«Bisogna sapere che il tumore non è la malattia di una persona, ma di una famiglia. Tutti viviamo immersi in un contesto: la malattia investe tutte le persone che ne fanno parte. Per questo il percorso si fa insieme.
È importante identificare i caregiver, che sono la vera risorsa della cura: il centro della comunicazione resta il paziente, ma chi gli sta accanto fa un grande cammino con lui. Dentro a quel percorso, bisogna capire le aspettative, le conoscenze, i fraintendimenti, le discrepanze tra ciò di cui è convinto il paziente e ciò che pensano i familiari».
Rivedere le proprie priorità
La malattia irrompe e ci costringe a fermarci, proprio come succede alla protagonista di Couture. Quanto è difficile mettere in pausa la propria vita? «Il lavoro è un tema centrale. Dover interrompere o abbandonare i propri progetti porta con sé rabbia, ansia e il timore di subire uno stigma, la sensazione di venire percepiti come meno efficienti. Matura spesso un senso di abbandono.
La società tende erroneamente a polarizzare: chi è malato non lavora, chi guarisce torna a fare esattamente le stesse cose di prima. La psiconcologia aiuta a comprendere che la malattia impone una revisione delle priorità e del tempo. Si passa dal tempo cronologico al kairos, il tempo dell’attesa, del silenzio e della consapevolezza. In questo quadro, conquiste normative come l’oblio oncologico consentono di liberare le persone dal pregiudizio sociale e lavorativo».
Il paziente non è un guerriero
Prevale spesso una retorica della resilienza che paragona il paziente a un guerriero: qual è il rischio di un approccio ispirato alla metafora bellica?
«Io la chiamo tirannia della positività, assomiglia a una prescrizione morale: devi essere forte, devi combattere. Ma è un’ingiunzione paradossale, è come imporre a qualcuno di essere felice.
Il percorso oncologico dipende dalla capacità psicologica della persona di lavorare sul proprio disagio: la vera resilienza è saper riconoscere e dare un nome alla paura, permettersi di piangere, di essere arrabbiati, di chiedere aiuto. Il riconoscimento delle proprie risorse parte dall’accettazione della propria fragilità. Dalla capacità di stare nel dolore, di darsi tempo, e di abitare quel tempo dandogli un significato».
Un sostegno importante contro stress e depressione
Allo IEO di Milano, la divisione di psiconcologia diretta dalla professoressa Gabriella Pravettoni integra la ricerca sulle scienze cognitive con l’assistenza clinica quotidiana. In questo contesto, lo psiconcologo opera spalla a spalla con l’équipe medica: mentre l’oncologo comunica la diagnosi e definisce le terapie, lo psiconcologo aiuta i medici a calibrare le comunicazioni e accompagna il paziente nella rielaborazione delle informazioni ricevute.
La disciplina applica le evidenze scientifiche di su stress, ansia e depressione (che colpisce, dicono i dati, il 20% dei pazienti) al processo decisionale del malato, sostenendolo nelle scelte preventive e di cura, nelle comunicazioni ai familiari e nel processo di ritorno alla vita quotidiana, affettiva e lavorativa.
Leggi anche Psicobiotici, i nuovi probiotici contro depressione e ansia
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Vaccino contro il melanoma, uno studio che sta superando con successo le fasi di sperimentazione TRIESTE.news
26 agosto 2026 – ore 07:00 – Un vaccino personalizzato contro il melanoma è arrivato con successo alla terza fase di sperimentazione. Sviluppato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e nato dalla collaborazione tra Moderna e Merck, lo studio INTerpath-001 è stato condotto su 1.137 pazienti con tumore alla pelle ad alto rischio e ha valutato l’aggiunta di un vaccino personalizzato a mRNA alla cura tradizionale. I pazienti destinatari della terapia sono persone con un melanoma completamente rimosso chirurgicamente, ma che presentano un rischio elevato che il tumore possa tornare, per esempio per la presenza di metastasi nei linfonodi regionali o, in alcuni casi, di singole metastasi a distanza asportate. Il vaccino in questione è “personale” perché viene costruito a partire dal materiale tumorale del singolo paziente. Nel procedimento entra in gioco un algoritmo computazionale che identifica nel tumore fino a 34 neoantigeni – le proteine specifiche delle cellule tumorali. In laboratorio viene prodotto l’RNA messaggero che codifica per i neoantigeni e viene incapsulato per favorire l’accesso alle cellule target. Il vaccino serve per stimolare l’espansione delle cellule specifiche contro il tumore e una memoria immunologica per riconoscere e colpire cellule tumorali residue che presentino gli stessi antigeni.
L’importanza della ricerca non sta quindi nel rendere necessariamente più veloce la cura, ma nel renderla più efficace e mirata. Dopo l’intervento chirurgico, infatti, possono rimanere nell’organismo cellule tumorali non visibili attraverso i normali esami. È proprio su queste che punta il vaccino: “insegnare” al sistema immunitario a riconoscerle e contrastarle prima che possano dare origine a una nuova manifestazione della malattia. I primi risultati della fase III indicano un miglioramento della sopravvivenza libera da recidiva e della sopravvivenza libera da metastasi a distanza rispetto alla sola immunoterapia. In termini semplici, l’obiettivo è ridurre la probabilità che il melanoma ritorni o si diffonda in altre parti dell’organismo dopo l’asportazione del tumore.
La ricerca rappresenta anche un esempio concreto delle possibilità offerte dalla medicina personalizzata. A differenza di un vaccino uguale per tutti, in questo caso ogni trattamento viene costruito sulla base delle caratteristiche biologiche del tumore di ciascun paziente. Se i risultati saranno confermati e il percorso regolatorio arriverà a conclusione, questo approccio potrebbe aggiungere un nuovo strumento alle terapie disponibili contro una delle forme di tumore della pelle più aggressive.
Articolo di Aurora Cauter
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Il cane Nini ha il cancro, dopo la diagnosi Sara lo porta in Norvegia per un’ultima grande avventura La Stampa
Quando a Nini hanno diagnosticato un linfoma, Sara Koller ha capito che non avrebbe potuto scegliere quanto tempo sarebbe rimasto al suo fianco. Poteva però scegliere come viverlo. E così, invece di lasciare che la malattia scandisse ogni giornata, ha preparato una valigia, ha preso il suo Chihuahua di 11 anni e lo ha portato in Norvegia, alla ricerca di un luogo dove potesse ancora sentirsi semplicemente un cane.
Roberto Marchesini: “Il cane ci capisce più di quanto pensiamo. Il nostro errore è non conoscerne l’etologia” di Fulvio Cerutti 26 Agosto 2026 di Fulvio Cerutti
La diagnosi peggiore
Nini è entrato nella vita di Sara quando lei aveva appena 18 anni e frequentava ancora il liceo. Era un cucciolo di Chihuahua a pelo lungo e, negli ultimi mesi di scuola, la ragazza arrivava persino a portarlo di nascosto in classe, dentro una borsa. Alcuni compagni erano al corrente del segreto e la aiutavano a non farsi scoprire. Da allora sono trascorsi più di dieci anni e Nini è rimasto sempre accanto a lei. Sara lo descrive come un cane «attaccato al velcro», sempre alla ricerca di attenzioni, dolce, sensibile e molto legato alla sua famiglia. Poi, a metà marzo, qualcosa è cambiato.
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Sara si è accorta che il cane respirava più velocemente del solito mentre dormiva. La prima visita veterinaria aveva portato alla diagnosi di una possibile infezione respiratoria e alla prescrizione di antibiotici. Ma nel giro di appena tre giorni la situazione è peggiorata: Nini non migliorava e aveva iniziato a perdere peso rapidamente. In una clinica veterinaria specializzata i medici hanno eseguito un agoaspirato. Il 30 marzo è arrivata la diagnosi: linfoma a cellule B. «Due settimane prima era in perfetta salute, ora era gravemente malato di cancro», ha raccontato Sara a People. La chemioterapia è iniziata lo stesso giorno.
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Un percorso difficile
Nini ha affrontato un protocollo di 19 settimane, un trattamento che combina quattro diversi farmaci chemioterapici. I primi due mesi sono stati particolarmente difficili. Alla malattia si sono aggiunti stanchezza e problemi gastrointestinali, oltre allo stress delle visite veterinarie e delle sedute di trattamento. Ora mancano soltanto due sessioni alla conclusione del ciclo. Ma il traguardo porta con sé sentimenti contrastanti: il linfoma non è considerato una malattia curabile e, anche quando la chemioterapia riesce a ottenere una remissione, il tumore può tornare. Per Sara, però, proprio questa consapevolezza ha cambiato il modo di guardare al tempo che avevano davanti. Non voleva trascorrerlo contando i giorni e aspettando la ricomparsa della malattia. Voleva riempirlo di esperienze. È così che è nata l'idea della Norvegia.
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Il regalo più importante
Sara cercava una destinazione estiva più fresca rispetto alle mete affollate e calde che aveva inizialmente preso in considerazione. Poi ha visto immagini dei paesaggi norvegesi: il verde, i fiordi, gli spazi aperti. E ha capito che quello era il posto giusto. Insieme alla famiglia e agli amici, ha organizzato il viaggio nella zona di Herdla e ha soggiornato a Lilløy Lindenberg, dove Nini ha potuto correre libero, esplorare l'ambiente, fare escursioni in barca e trascorrere del tempo all'aperto. «Volevo assicurarmi che potesse vedere un po’ di più del mondo», ha spiegato Sara. «Che potesse toccare un’erba che non aveva mai toccato prima». Non era soltanto una vacanza. Era il tentativo di regalargli qualcosa che la malattia non avrebbe potuto portargli via: la possibilità di essere ancora un cane, senza visite, esami e farmaci.
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Di nuovo spensierato
Per mesi Sara aveva visto Nini affrontare una routine completamente diversa da quella a cui era abituato. Il veterinario, le terapie, gli effetti collaterali e la stanchezza erano diventati parte della sua quotidianità. In Norvegia, invece, ha potuto rivedere il cane che conosceva. «Lo ricorderò per sempre felice con la sua famiglia», ha raccontato. Per Sara è stato uno dei momenti più importanti del viaggio. Vederlo correre, esplorare e comportarsi di nuovo con leggerezza le ha permesso, almeno per qualche giorno, di mettere da parte la diagnosi. La donna ammette di avere cercato di non permettere alla paura del futuro di rovinare il presente. Una scelta che aveva maturato fin dal primo giorno di chemioterapia, quando sua madre, vedendola sconvolta, le aveva detto di non piangere davanti a Nini perché il cane si sarebbe accorto della sua agitazione. «Cerco di non lasciare che la sua diagnosi offuschi il tempo che mi resta da trascorrere con lui», ha spiegato Sara. «La positività è terapeutica».
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Una storia che ha raggiunto migliaia di persone
Sara aveva cominciato a raccontare la storia di Nini anche per un altro motivo: aveva cercato informazioni sul cancro nei cani e sulla chemioterapia, ma si era accorta di quanto fosse facile sentirsi soli davanti a una diagnosi del genere. Così ha iniziato a documentare il percorso del suo cane, dalla malattia alle cure. Poi ha pubblicato un video dedicato al viaggio in Norvegia. Il messaggio era semplice: il cane si ammala di cancro e la sua famiglia decide di rinunciare alle destinazioni estive più affollate per regalargli un'ultima grande avventura in un'isola privata norvegese. Il video è diventato virale e ha portato con sé qualcosa che Sara non aveva previsto: centinaia di persone hanno iniziato a raccontarle le proprie esperienze. Alcuni avevano perso un animale a causa del cancro. Altri stavano affrontando proprio in quel momento una diagnosi simile. «Mi ha davvero sorpresa», ha raccontato. «Sono tutti così gentili».
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Non sentirsi soli davanti a una diagnosi
È diventato così anche il secondo obiettivo di Sara: fare in modo che altri proprietari di animali non si sentano completamente disorientati quando il veterinario pronuncia la parola «cancro». Raccontando la storia di Nini, spera di poter offrire alle persone che ricevono una diagnosi simile qualcosa che lei stessa avrebbe voluto avere: un racconto concreto, sincero, capace di mostrare anche la parte della vita che continua dopo la paura.
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«Ho voluto aprire questo canale per dare un esempio alle persone e documentare il suo percorso», ha spiegato. E in futuro vorrebbe occuparsi anche di un altro problema con cui molte famiglie si trovano a fare i conti: il costo delle cure oncologiche veterinarie. La chemioterapia può essere molto onerosa e Sara vorrebbe riuscire a trovare un modo per aiutare anche chi desidera curare il proprio animale ma rischia di non poterselo permettere.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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"I pazienti con melanoma conoscono la paura della recidiva: quante speranze dai vaccini" BergamoNews
Temi del giorno: Paolo Ghisleni Marina Rota, presidente e fondatrice dell’associazione Insieme con il sole dentro: “La ricerca non ci promette ancora un lieto fine per tutti. Ma ci sta dando qualcosa che per noi pazienti vale moltissimo: più strade, più strumenti e sempre più motivi per continuare a sperare” La ricerca scientifica compie nuovi importanti passi avanti nella lotta al melanoma, un tumore che deriva dalla trasformazione tumorale dei melanociti, alcune delle cellule che formano la pelle. Le multinazionali farmaceutiche e biofarmaceutiche Merck e Moderna hanno annunciato risultati altamente incoraggianti perIntismeran autogene, il “vaccino terapeutico” progettato per ridurre il rischio di recidiva nelle persone affette da melanoma. Si tratta di un farmaco sperimentale basato sulla tecnologia ad RNA messaggero (mRna) sviluppato per offrire un trattamento oncologico personalizzato sulla base dello specifico profilo tumorale di ciascun paziente. Somministrato in combinazione con il farmaco immunoterapico (pembrolizumab), si è dimostrato in grado di ridurre sensibilmente il rischio di recidiva nel melanoma in stadio IIB-IV completamente asportato con la chirurgia. Lo studio è giunto alla Fase III, che costituisce il passaggio considerato decisivo per dimostrare l’efficacia clinica prima di un’eventuale approvazione delle agenzie regolatorie. I dati completi verranno presentati a un congresso medico internazionale e condivisi con le autorità regolatorie nei prossimi mesi. La notizia, che ha fatto rapidamente il giro del mondo, va letta con entusiasmo ma anche con la necessaria cautela in attesa di nuovi sviluppi. Le speranze dei pazienti sono tantissime, come affermaMarina Rota, presidente e fondatrice dell’associazione Insieme con il sole dentro – Melamici contro il melanoma: “Tutti i pazienti che come me convivono con una diagnosi di melanoma, conoscono la paura di una recidiva, la paura che si presentino nuove metastasi. Sapere di avere a disposizione una nuova possibile terapia è una notizia bellissima. Una terapia studiata su misura sul nostro tumore. E nella cura contro il cancro, avere una possibilità in più può voler dire tantissimo”. Infine, Marina Rota conclude: “La ricerca non ci promette ancora un lieto fine per tutti. Ma ci sta dando qualcosa che per noi pazienti vale moltissimo: più strade, più strumenti e sempre più motivi per continuare a sperare”.
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Criteri Critici
Natalia Paragoni torna sui social dopo 10 giorni: "Mi aspetta un altro ciclo di chemioterapia" velvetmag.it
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Natalia Paragoni torna sui social dopo dieci giorni: il prossimo ciclo di chemioterapia e la forza di raccontarsi
Dieci giorni di silenzio, poi il ritorno. Natalia Paragoni, influencer ventottenne ed ex corteggiatrice di Uomini e Donne, è tornata sui suoi canali social dopo una pausa che i follower avevano notato con preoccupazione, per aggiornare tutti sul percorso legato al linfoma di Hodgkin. Chemioterapia, gravidanza e ora la luce in fondo al tunnel: la sua storia continua a toccare migliaia di persone, non solo per il peso della diagnosi, ma per il modo in cui Natalia sceglie di viverla e raccontarla. Il ciclo finale di chemioterapia è previsto per il 7 settembre, e lei ha voluto che i suoi follower lo sapessero.
Il “blackout personale” e il ritorno alla luce
Natalia Paragoni ha definito i dieci giorni di assenza dai social un “blackout personale”, un momento in cui il suo mondo aveva bisogno di assestarsi. Non una fuga, non un crollo: una pausa necessaria per raccogliersi, per respirare, per trovare il ritmo giusto in un percorso che chiunque — anche il più forte — fatica a sostenere senza interruzioni. Chi la segue da tempo conosce la sua tendenza alla trasparenza, quella capacità di condividere anche le fasi più difficili senza trasformarle in spettacolo.
Quando è rientrata online, lo ha fatto con la stessa misura che le è propria: ha rassicurato chi la seguiva che tutto sta procedendo bene, ha annunciato la data del ciclo finale di chemioterapia previsto per il 7 settembre, e ha restituito al suo pubblico quella sensazione di vicinanza che nei dieci giorni di silenzio era mancata. Un messaggio sobrio, diretto, privo di retorica. Esattamente quello che ci si aspetta da chi ha imparato, sulla propria pelle, che le parole contano.
Al suo fianco c’è Andrea Zelletta, ex tronista di Uomini e Donne e padre dei suoi figli. Una coppia nata proprio nel programma di Maria De Filippi — lei corteggiatrice, lui tronista — che negli anni ha costruito una famiglia e ora affronta insieme una delle prove più impegnative che la vita possa riservare.
Una diagnosi arrivata all’ottavo mese di gravidanza
Per capire il peso di questo momento, bisogna tornare indietro al punto di partenza: la diagnosi di linfoma di Hodgkin è arrivata quando Natalia era all’ottavo mese di gravidanza. Una notizia che in poche parole racchiude una complessità enorme — emotiva, medica, esistenziale. Scoprire di avere un tumore mentre si porta in grembo una vita è una delle situazioni più drammaticamente contraddittorie che si possano immaginare: il corpo che crea e il corpo che combatte, contemporaneamente.
Il linfoma di Hodgkin in gravidanza è una condizione rara ma documentata dalla letteratura oncologica. Le decisioni terapeutiche in questi casi devono bilanciare con estrema cura la salute della madre e quella del bambino, e richiedono un approccio multidisciplinare che coinvolge oncologi, ostetrici e neonatologi. La chemioterapia durante la gravidanza non è automaticamente esclusa — esistono protocolli specifici, spesso basati su agenti considerati relativamente sicuri nel secondo e terzo trimestre — ma ogni caso è profondamente individuale e richiede una valutazione attenta da parte del team medico.
Natalia Paragoni ha attraversato tutto questo con una visibilità pubblica che aggiunge un ulteriore strato di complessità: ogni aggiornamento diventa notizia, ogni silenzio viene interpretato, ogni parola pesa. Eppure ha scelto di non sparire, di non chiudere le porte alla sua community, di continuare a essere presente anche quando la presenza costava fatica.
Cos’è il linfoma di Hodgkin e come si affronta con la chemioterapia
Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico, originato dai linfociti B. Si distingue dagli altri linfomi per la presenza di caratteristiche cellule dette cellule di Reed-Sternberg, identificabili all’esame istologico. È considerato uno dei tumori più trattabili in assoluto: con le terapie moderne, i tassi di guarigione sono elevati, soprattutto nelle forme diagnosticate in stadio iniziale o intermedio.
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La chemioterapia per il linfoma di Hodgkin rappresenta il cardine del trattamento. Il protocollo più diffuso a livello internazionale è il cosiddetto ABVD — acronimo che sta per Adriamicina, Bleomicina, Vinblastina e Dacarbazina — somministrato in cicli, generalmente ogni due settimane, per un numero di cicli che varia in base allo stadio della malattia e alla risposta al trattamento. In alcuni casi, alla chemioterapia si affianca la radioterapia, soprattutto nelle forme localizzate.
Negli ultimi anni la ricerca ha portato importanti innovazioni: brentuximab vedotin, un anticorpo coniugato diretto contro il CD30 (una proteina espressa dalle cellule di Hodgkin), è entrato nei protocolli di trattamento per le forme avanzate o recidivanti. Gli inibitori dei checkpoint immunitari — come pembrolizumab e nivolumab — hanno aperto nuove prospettive soprattutto per i pazienti che non rispondono alle terapie convenzionali. Per approfondire le linee guida aggiornate sul trattamento del linfoma di Hodgkin, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) pubblica raccomandazioni aggiornate e accessibili anche ai non addetti ai lavori.
Gli effetti collaterali della chemioterapia per il linfoma di Hodgkin possono essere significativi: stanchezza profonda, nausea, caduta dei capelli, aumentata suscettibilità alle infezioni, alterazioni dell’umore. Non tutti i pazienti li sperimentano con la stessa intensità, e la gestione degli effetti collaterali è diventata parte integrante dei protocolli terapeutici moderni. La medicina di supporto — farmaci antiemetici, fattori di crescita per i globuli bianchi, supporto psicologico — ha migliorato enormemente la qualità della vita durante il trattamento.
Per chi vuole informarsi in modo approfondito e scientificamente affidabile sul linfoma di Hodgkin, la Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma (AIL) offre risorse dettagliate, supporto ai pazienti e alle famiglie, e aggiornamenti sulle terapie disponibili in Italia.
Il 7 settembre: la data che Natalia ha condiviso
Immagine generata con AI
La data del 7 settembre ha un peso specifico nella narrazione di Natalia Paragoni: è il giorno previsto per l’ultimo ciclo di chemioterapia. Condividerla pubblicamente non è un gesto banale. È una scelta di trasparenza che trasforma una tappa medica in un appuntamento collettivo, un momento che migliaia di persone aspetteranno insieme a lei.
C’è qualcosa di profondamente umano in questa decisione. Chi ha vissuto o vive accanto a qualcuno in trattamento oncologico sa quanto le date contino: ogni ciclo completato è una soglia attraversata, ogni appuntamento con l’oncologo è un momento di verità. Renderle pubbliche significa condividere non solo la sofferenza, ma anche la speranza — e la speranza, in questi contesti, è una risorsa preziosa tanto per chi la vive quanto per chi la osserva da fuori.
Il fatto che Natalia abbia detto che tutto sta procedendo bene aggiunge un elemento di sollievo concreto a questa narrazione. Non è una rassicurazione vaga: è un aggiornamento sullo stato delle cure, comunicato con la stessa chiarezza con cui una persona informata parla ai propri cari.
Comunicare la malattia sui social: tra vulnerabilità e responsabilità
La scelta di Natalia Paragoni di condividere pubblicamente il percorso di cura apre una riflessione più ampia su come i social media stiano cambiando il rapporto tra le persone e la malattia. Non è una novità assoluta — da anni influencer, personaggi pubblici e persone comuni scelgono di raccontare le proprie esperienze oncologiche online — ma ogni storia porta con sé specificità che meritano attenzione.
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Da un lato, la visibilità può fare molto bene: normalizza la conversazione sulla malattia, riduce lo stigma, informa, crea comunità di sostegno. Chi legge di qualcuno che affronta il linfoma di Hodgkin con la chemioterapia e riesce a mantenere una vita — una relazione, una famiglia, una presenza pubblica — riceve un messaggio implicito ma potente: si può andare avanti, si può resistere, si può guarire.
Dall’altro lato, la visibilità impone una responsabilità. Le informazioni mediche condivise sui social non sostituiscono il consiglio del medico, e ogni percorso oncologico è individuale. Quello che funziona per una persona — nei tempi, nei protocolli, negli effetti — non è necessariamente trasferibile a un’altra. Natalia Paragoni non si è mai presentata come esperta medica: ha raccontato la propria esperienza, e questa distinzione è fondamentale.
Il “blackout personale” di dieci giorni racconta anche questo: che non sempre si ha la forza o la voglia di essere presenti, e che prendersi del tempo per sé — lontano dagli schermi, dalle notifiche, dalle aspettative altrui — non è una debolezza ma una necessità. In un ecosistema digitale che premia la costanza e la presenza continua, scegliere di sparire per dieci giorni e poi tornare con un messaggio misurato è un atto di cura verso se stessi prima ancora che verso il proprio pubblico.
Andrea Zelletta e la famiglia come punto fermo
Nel racconto di questa vicenda, Andrea Zelletta è una presenza silenziosa ma costante. Ex tronista di Uomini e Donne, ha costruito con Natalia una storia che ha attraversato la ribalta televisiva, la vita privata, la genitorialità e ora la malattia. Il fatto che sia al suo fianco durante questo percorso — che sia citato come padre dei suoi figli e come compagno — dice qualcosa di importante sulla solidità di un legame che ha saputo reggere a prove ben più grandi della notorietà.
Non è raro che le diagnosi oncologiche mettano a dura prova le relazioni: la fatica fisica e psicologica del trattamento, la riorganizzazione della vita quotidiana, la gestione dei figli, il peso emotivo che ricade su entrambi i partner. La presenza di una rete affettiva stabile è uno dei fattori che la ricerca indica come rilevanti per il benessere psicologico dei pazienti oncologici durante le cure.
Cosa aspettarsi dopo il 7 settembre
Con l’ultimo ciclo di chemioterapia previsto per il 7 settembre, Natalia Paragoni si avvicina a una soglia importante. Il completamento del trattamento non significa necessariamente la fine del percorso medico — dopo la chemioterapia per il linfoma di Hodgkin seguono generalmente controlli periodici, esami di imaging per verificare la risposta alla terapia, e un follow-up oncologico che si estende nel tempo — ma rappresenta un momento di svolta significativo.
Per i follower che l’hanno seguita in questi mesi, il 7 settembre sarà una data da tenere a mente. Non perché la malattia finisca in un giorno, ma perché ogni traguardo nel percorso di cura ha un valore reale, concreto, celebrabile. Natalia Paragoni ha scelto di condividerlo, e questa scelta — come tutte le scelte di visibilità che ha fatto finora — racconta di una persona che non si sottrae alla propria storia, anche quando sarebbe più facile farlo.
La sua storia, con tutta la sua complessità — la diagnosi durante la gravidanza, i cicli di chemioterapia per il linfoma di Hodgkin, il blackout di dieci giorni e il ritorno — è anche un promemoria per chiunque la legga: che la fragilità e la forza non si escludono, che sparire per un po’ e poi tornare è un atto legittimo, e che raccontare la propria malattia — quando si sceglie di farlo — può diventare un gesto di cura collettiva. Chi vuole informarsi sul linfoma di Hodgkin o cercare supporto può rivolgersi al proprio medico oncologo di riferimento: ogni percorso è diverso, e la guida di un professionista è sempre il punto di partenza più sicuro.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Lo staff della cantante ha affermato che aveva un tumore e si è “spenta serenamente”
Una rapida malattia che l’ha costretta, nel giro di qualche mese, a non salire più sul palco. Poi il ricovero in ospedale cinque giorni fa e la morte. Dolly Parton, la leggenda del country scomparsa ieri a 80 anni, aveva il cancro: ad annunciarlo è stato direttamente lo staff della star americana.
I problemi di salute
La stessa Parton aveva svelato pochi giorni fa di avere genericamente problemi di salute - senza specificare che si trattasse di un tumore - sorti due anni fa. Si sono poi aggravati dopo la morte del marito, Carl Thomas Dean, scomparso nel marzo del 2025 a 82 anni. "Quando mio marito Carl era molto malato - e la malattia è durata a lungo - e poi dopo la sua scomparsa, non mi sono presa cura di me stessa", aveva detto Parton in un video rivolto ai fan all'inizio di quest'anno, "così ho trascurato molte cose di cui avrei dovuto occuparmi". La cantante aveva ricordato come avesse già affrontato periodi complicati, come all’inizio degli anni Ottanta, quando rimase "a letto per diversi mesi a causa di problemi ginecologici".
I più recenti problemi avevano invece costretto la cantautrice ad annullare a ottobre e a maggio alcuni concerti, come quelli previsti a Las Vegas. Parton aveva spiegato che la guarigione stava procedendo bene, ma che non era ancora pronta a tornare sul palco, definendo il suo sistema immunitario e digestivo come “gravemente compromessi”. Tant’è che stava pensando all’utilizzo di avatar nelle sue performance. “Non ho più l’energia per un tour tradizionale”, aveva ammesso.
Recentemente era apparsa in video per l'inaugurazione di una nuova attrazione del suo parco divertimenti Dollywood, anziché essere presente di persona: i medici le avevano sconsigliato di viaggiare fino a Pigeon Forge, nel Tennessee. Avrebbe voluto inaugurare a breve il suo Life of Many Colors Museum a Nashville, per offrire ai fan l'opportunità di conoscere da vicino la sua leggendaria carriera.
Il tumore
L’addetto stampa della cantautrice, Marcel Pariseau, ha affermato che è morta "dopo aver affrontato coraggiosamente una breve battaglia contro il cancro”. Parton era stata ricoverata al Vanderbilt-Ingram Cancer Center di Nashville cinque giorni fa. In un comunicato, il nipote Bryan Seaver ha inoltre aggiunto che Parton è morta “serenamente”. L’addio all’artista sarà dato in forma privata, in una cerimonia riservata ai familiari più stretti.
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Criteri Critici
Dengue, il primo anticorpo terapeutico mostra un effetto nell’uomo Mondosanità
Un anticorpo monoclonale ha ridotto rapidamente, nell’organismo umano, la quantità di virus della dengue capace di infettare nuove cellule: è la prima evidenza preliminare di un trattamento diretto contro il virus circolante in natura. La notizia, descritta su JAMA Network Open, non equivale ancora all’annuncio della prima cura specifica; segna però un passaggio straordinario, perché porta un candidato terapeutico dal terreno degli esperimenti preclinici a quello, ben più difficile, dell’effetto osservabile nei pazienti.
Il vuoto che si tenta di colmare è assai serio. Quando compare la dengue, la medicina può abbassare la febbre, controllare il dolore, reintegrare i liquidi e vigilare sui segnali d’allarme; non può, invece, eliminare direttamente il virus. Nei casi più gravi si cerca soprattutto di evitare che disidratazione, emorragie e perdita di plasma spingano l’organismo verso lo shock. E mentre manca quest’arma, la malattia avanza: nel 2024 l’Organizzazione mondiale della sanità ha registrato 14,6 milioni di casi e più di 12 mila morti, il massimo mai riportato nell’arco di un solo anno.
Il candidato si chiama Dengue-mAb, già noto come VIS513, ed è un anticorpo monoclonale umanizzato, cioè una proteina progettata per riconoscere con grande precisione un determinato bersaglio del virus e ridurre il rischio di essere percepita come estranea dall’organismo umano. Il suo bersaglio è una regione conservata della proteina che riveste il virus della dengue: una parte sufficientemente stabile da essere condivisa dai diversi sierotipi. Negli studi preclinici Dengue-mAb aveva neutralizzato tutti e quattro i sierotipi conosciuti; ora è stato impiegato quando l’infezione era già iniziata.
A scanso di equivoci, non si tratta di un vaccino. Il vaccino prepara in anticipo le difese; l’anticorpo interviene quando il virus è già nel sangue e tenta di impedirgli di conquistare altre cellule. Per intenderci, se ogni particella virale porta con sé una chiave con cui aprire nuove porte, Dengue-mAb si applica a quella chiave come un involucro: la riconosce, la ricopre e cerca di renderla inutilizzabile. In tal modo il virus non viene semplicemente inseguito dopo il danno, ma ostacolato mentre tenta di propagare l’infezione.
I ricercatori hanno coinvolto 250 adulti, fra 18 e 60 anni, giunti entro 48 ore dall’inizio della febbre in dodici ospedali dell’India. I partecipanti hanno ricevuto una sola infusione endovenosa della durata di due ore: 3, 5, 7 oppure 9 milligrammi di anticorpo per chilogrammo di peso; agli altri è stato somministrato un placebo. È questo un particolare decisivo, poiché il trattamento è stato messo alla prova non prima dell’esposizione, ma nelle primissime battute della malattia.
Che cosa è accaduto? Dopo 24 ore, la quantità di virus infettivo era scesa più rapidamente in tutti i gruppi trattati. Fra le persone che all’inizio presentavano una viremia misurabile — la presenza del virus nel sangue — i campioni di chi aveva ricevuto dosi comprese fra 5 e 9 milligrammi per chilogrammo erano diventati negativi entro otto ore; nel gruppo placebo, per ottenere lo stesso risultato, si arrivava a 72 ore. Una differenza notevole.
Anche la febbre pare aver ceduto prima. Con le due dosi intermedie, il tempo mediano necessario perché scomparisse stabilmente è stato rispettivamente di 3,5 e 2 ore, contro le 26,8 ore osservate con il placebo. Non sono stati rilevati eventi avversi gravi attribuiti al trattamento; alcune infusioni sono state sospese temporaneamente, soprattutto a causa di brividi, e quindi riprese. Ma il punto non è soltanto aver sottratto qualche ora alla febbre: lo studio fornisce la prima indicazione clinica che l’anticorpo possa raggiungere il virus dentro l’organismo e ridurne con grande rapidità la presenza.
L’entusiasmo, naturalmente, deve fermarsi dove terminano i dati. Soltanto 32 partecipanti avevano una viremia rilevabile al momento dell’arruolamento e appena 71 presentavano ancora febbre; il confronto sulla durata di quest’ultima ha riguardato 12 persone nel gruppo placebo e 14 persone per ciascuna delle due dosi risultate efficaci. Sono numeri troppo piccoli per trasformare un segnale promettente in una conclusione definitiva.
Ma non è tutto. Nessun partecipante aveva una dengue grave; nessuno è morto e nessuno è progredito verso la forma severa. Lo studio, dunque, non può ancora stabilire se Dengue-mAb riduca ricoveri, emorragie o decessi, cioè proprio le conseguenze che rendono la malattia più inquietante. Nel trial, inoltre, non è stato identificato il sierotipo 4. Da notare anche che la ricerca è stata finanziata e sponsorizzata dal Serum Institute of India, produttore del trattamento e coinvolto nel disegno dello studio, nella revisione e nell’interpretazione dei risultati.
La dengue, insomma, non possiede ancora la sua prima cura specifica. Possiede però un candidato che ha oltrepassato una soglia mai superata prima: dalla neutralizzazione sperimentale del virus a un effetto terapeutico misurabile nei pazienti. Una fase 3 è già in corso in India; un altro studio, previsto su circa mille persone, dovrebbe iniziare nel 2027 in Brasile, Malaysia e Thailandia. Saranno queste prove a dirci se la rapidissima caduta del virus potrà tradursi in ciò che davvero conta: meno forme gravi, meno ricoveri, meno morti.
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Kulkarni PS, Potey AV, Gupta SK et al., “Safety and Preliminary Efficacy of Dengue Monoclonal Antibody in Adult Patients: A Randomized Clinical Trial”, JAMA Network Open, 25 agosto 2026, doi: 10.1001/jamanetworkopen.2026.29979.
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60.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Consulenza multidisciplinare per la gestione di complicanze rare nei pazienti affetti da tumore al polmone. Vietnam.vn
A seconda dei casi, l'immunoterapia può essere utilizzata da sola o in combinazione con la chemioterapia e la radioterapia per migliorare il controllo della malattia e prolungare la durata della vita del paziente.
L'immunoterapia è considerata un importante progresso nel trattamento del cancro, soprattutto per i pazienti affetti da tumore al polmone in stadio avanzato. A differenza della chemioterapia tradizionale, questo metodo attiva il sistema immunitario del corpo affinché riconosca e distrugga le cellule tumorali.
Appena 12 ore dopo aver ricevuto un farmaco immunosoppressore, il paziente ha inaspettatamente sviluppato emottisi (espettorazione di sangue fresco) accompagnata da sanguinamento in diverse parti del corpo. Gli esami di laboratorio hanno mostrato che la conta piastrinica era scesa a soli 1,17 G/L, centinaia di volte inferiore alla soglia normale. Il paziente ha corso un grave rischio di emorragia interna, che ha messo in pericolo la sua vita.
Un caso tipico è quello di un paziente maschio di 59 anni a cui è stato diagnosticato un cancro al polmone in stadio IV, portatore della rara mutazione genetica KRAS Q61H, insieme a eosinofilia paraneoplastica, una condizione caratterizzata da un numero anormalmente elevato di globuli bianchi in risposta a un tumore maligno.
La professoressa associata, dottoressa Nguyen Thi Minh Phuong, primario del reparto di oncologia dell'ospedale generale Hong Ngoc Phuc Truong Minh, ha dichiarato: "L'immunoterapia ha aperto molte opportunità nel trattamento del cancro, tuttavia, gli effetti collaterali possono ancora verificarsi in qualsiasi fase del trattamento. Pertanto, un attento monitoraggio per individuare precocemente eventuali anomalie e adottare tempestivamente le misure correttive necessarie è fondamentale per garantire la sicurezza e mantenere l'efficacia del trattamento per i pazienti."
Oltre ai suoi effetti terapeutici, l'immunoterapia può anche causare effetti collaterali quando il sistema immunitario viene iperstimolato. Le reazioni più comuni includono affaticamento, febbre e nausea; meno comuni ma pericolose sono le lesioni autoimmuni a carico di più organi, tra cui la trombocitopenia immune (ir-TCP).
L'équipe medica ha stabilito che si trattava molto probabilmente di un caso di trombocitopenia (basso numero di piastrine) dovuto a un effetto collaterale indesiderato dell'immunoterapia e ha immediatamente attivato un protocollo di trattamento. Secondo i medici, si tratta di una complicanza molto rara, ma che può essere potenzialmente letale se non diagnosticata e trattata tempestivamente.
Il paziente è stato immediatamente sottoposto a esami urgenti e approfonditi e a una consulenza multidisciplinare che ha coinvolto specialisti in oncologia, ematologia e terapia intensiva.
Di fronte a questa complessa situazione, la professoressa associata, dottoressa Nguyen Thi Minh Phuong, ha rapidamente rivalutato l'intero protocollo di trattamento e ha optato, con flessibilità, per un approccio terapeutico più intensivo, utilizzando una combinazione di Eltrombopag e Rituximab: due farmaci difficili da utilizzare, che richiedono un'abile combinazione e un attento monitoraggio del dosaggio, della risposta al trattamento e del rischio di complicanze durante la terapia.
Dato il comportamento anomalo del sistema immunitario, i medici hanno valutato che il paziente non era più idoneo all'immunoterapia e che era necessario passare a un'opzione terapeutica più sicura.
La sfida non consiste solo nel controllare le complicanze, ma anche nell'assicurarsi che il nuovo protocollo di trattamento sia adeguato alle condizioni del paziente, nel rispetto e nell'aggiornamento delle raccomandazioni terapeutiche delle principali organizzazioni oncologiche mondiali come NCCN (National Comprehensive Cancer Network) e ASCO ( American Society of Clinical Oncology).
Per rafforzare la valutazione specialistica di questo raro caso, l'équipe medica si è consultata con l'Ospedale Generale dei Veterani di Taipei (Taiwan - Cina ). Il nuovo piano di trattamento è stato molto apprezzato dagli esperti per il suo approccio approfondito, la capacità di controllare le complicanze e l'adeguatezza alle condizioni del paziente.
Dopo 6 giorni di trattamento con il nuovo regime terapeutico, la conta piastrinica è aumentata a 97,4 G/L e ha raggiunto i 235 G/L dopo 13 giorni, rientrando nei valori normali. I sintomi emorragici sono stati controllati, la funzione tiroidea si è stabilizzata e la paziente è stata dimessa.
Presso l'ospedale generale Hong Ngoc, i pazienti hanno accesso a un modello di trattamento oncologico multidisciplinare che combina terapie specifiche, controllo delle complicanze e cure di supporto. L'ospedale detiene attualmente la certificazione internazionale ACHSI (Australia) per gli standard sanitari e la certificazione globale della Royal Society of Surgical Surgeons (RCS), contribuendo alla standardizzazione delle procedure di cura e sicurezza dei pazienti secondo gli standard internazionali.
Fonte: https://dantri.com.vn/suc-khoe/hoi-chan-da-chuyen-khoa-xu-tri-bien-chung-hiem-o-nguoi-benh-ung-thu-phoi-20260824234547210.htm