📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
I risultati di una nuova analisi indicano che l'età potrebbe contribuire a definire strategie di trattamento più personalizzate
L'età potrebbe essere un fattore importante per comprendere la biologia del tumore al polmone e per poter personalizzare le terapie. È questa la conclusione a cui è giunto un team di ricerca internazionale coordinato dalla University of Miami Miller School of Medicine, secondo cui appunto ci sarebbero differenze significative tra i pazienti più giovani e quelli più avanti con gli anni affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule. I risultati del nuovo studio, che saranno presentati a settembre al World Conference on Lung Cancer di Seoul, suggeriscono infatti che nei pazienti giovani sono più frequenti alterazioni genetiche che possono essere colpite con farmaci mirati, mentre nei pazienti più anziani aumentano invece le alterazioni KRAS e il carico mutazionale tumorale.
Lo studio
Analizzando i dati genomici e immunologici di 14246 pazienti, i ricercatori hanno scoperto che quasi il 58% dei pazienti più giovani presentava almeno un'alterazione molecolare trattabile raccomandata dalle linee guida, rispetto a circa il 45% dei pazienti di età pari o superiore a 55 anni. In particolare, nei più giovani sono risultate più frequenti le alterazioni dei geni ALK, ROS1 e EGFR, tutte importanti perché possono aiutare a identificare meglio chi potrebbe beneficiare di terapie mirate e supportare piani di trattamento più personalizzati. I pazienti più anziani, invece, hanno mostrato un quadro diverso: i loro tumori avevano maggiori probabilità di presentare alterazioni correlate al gene KRAS e un carico mutazionale tumorale (tumor mutational burden) più elevato, vale a dire che le cellule tumorali presentavano un maggior numero di mutazioni complessive. Lo studio, inoltre, ha evidenziato differenze legate all'età in alcuni marcatori immunologici, tra cui LAG3 e TIGIT, ossia molecole che sono oggi oggetto di studio come possibili bersagli per future strategie di immunoterapia.
L'età nella medicina di precisione
Come precisano i ricercatori, i risultati dello studio indicano un graduale cambiamento nella biologia del tumore con l'età, più che una netta distinzione tra tumori dei pazienti più giovani e tumori di quelli più anziani. “Dobbiamo andare oltre l'identificazione delle singole mutazioni e comprendere il contesto biologico più ampio in cui queste mutazioni si verificano”, ha spiegato l'autore principale Chinmay T. Jani, sottolineando che l'età potrebbe essere un elemento importante da integrare con altre informazioni quando viene decisa la terapia per un tumore. “L'età dovrebbe essere considerata insieme ai biomarcatori tradizionali nella valutazione delle opzioni terapeutiche per i pazienti affetti da tumore al polmone”, ha precisato il co-autore Gilberto Lopes. “Man mano che impariamo di più sui fattori che influenzano il comportamento dei singoli tumori, possiamo prendere decisioni terapeutiche più consapevoli e continuare a promuovere una cura del cancro realmente personalizzata”.
Per i più giovani
Lo studio, inoltre, supporta un uso più ampio della profilazione genomica completa, soprattutto per i giovani adulti a cui viene diagnosticato un carcinoma polmonare non a piccole cellule. Inoltre, dallo studio sono emersi schemi coerenti legati all'età in diversi gruppi etnici, rafforzando l'ipotesi che l'età possa influenzare i meccanismi molecolari alla base del cancro ai polmoni. “I nostri risultati suggeriscono che l'età potrebbe essere un elemento importante di questo puzzle”, ha concluso Chinmay T. Jani. “Comprendendo meglio come i tumori cambiano nel corso della vita, possiamo continuare a perfezionare l'interpretazione dei biomarcatori, sviluppare nuove terapie e personalizzare le strategie di trattamento per i pazienti affetti da tumore al polmone”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Emofilia B, a Perugia eseguita la prima terapia genica umbra UmbriaJournal
Un 20enne è primo paziente umbro, quarto trattato in Italia
📌 FLASH NEWS – Emofilia B, prima terapia genica in Umbria all’Ospedale di Perugia. Trattato con una singola infusione un ragazzo di 20 anni, primo paziente umbro e quarto in Italia. Il percorso coinvolge un’équipe multidisciplinare clinica.
Prima terapia genica per l’emofilia B eseguita in Umbria
Un ragazzo di 20 anni è il primo paziente umbro sottoposto a terapia genica per l’emofilia B e il quarto trattato in Italia. La procedura è stata eseguita con successo all’Azienda Ospedaliera di Perugia, presso la Medicina Interna e d’Urgenza Stroke Unit diretta dalla professoressa Cecilia Becattini.
Il trattamento, effettuato attraverso una singola infusione, rappresenta una nuova possibilità terapeutica per gli adulti affetti da forme gravi o moderatamente gravi di emofilia B, patologia ereditaria caratterizzata da un deficit congenito del fattore IX della coagulazione.
L’intervento segna l’avvio in Umbria di un percorso terapeutico ad altissima specializzazione, disponibile ancora in un numero ristretto di strutture sanitarie. Secondo quanto riferito dall’Azienda Ospedaliera di Perugia, nel panorama italiano i centri che hanno avviato questo tipo di trattamento sono quelli di Perugia, Milano e Napoli.
Una patologia rara legata al deficit del fattore IX
L’emofilia B è una malattia rara ed ereditaria determinata dalla carenza o dalla completa assenza del fattore IX, una proteina necessaria al normale processo di coagulazione del sangue. Questa condizione espone i pazienti a un rischio elevato di episodi emorragici, che in alcune circostanze possono assumere particolare gravità.
La professoressa Cecilia Becattini ha spiegato che le terapie utilizzate fino ad oggi richiedono infusioni endovenose ripetute e continuative, con conseguenze significative sull’organizzazione della vita quotidiana delle persone affette dalla patologia.
La terapia genica introduce invece un approccio differente. Attraverso una singola infusione viene utilizzato un vettore adeno-associato con l’obiettivo di introdurre nelle cellule il gene funzionale. Il meccanismo consente all’organismo di produrre autonomamente e in maniera duratura il fattore IX.
L’obiettivo è prevenire o ridurre in modo significativo gli episodi di sanguinamento, modificando quindi l’approccio terapeutico tradizionale seguito dai pazienti con emofilia B.
Un percorso che richiede competenze altamente specialistiche
La procedura non riguarda esclusivamente il momento della somministrazione. Il trattamento necessita infatti di un’organizzazione multidisciplinare, di competenze cliniche altamente qualificate e dell’applicazione di rigorosi standard di qualità e sicurezza.
Cecilia Becattini ha definito la terapia genica una delle espressioni più avanzate della medicina di precisione, sottolineando come la sua applicazione richieda il coordinamento tra attività clinica, ricerca, farmacia ospedaliera, organizzazione sanitaria e istituzioni.
Il trattamento del ventenne rappresenta quindi il risultato di un percorso che ha coinvolto diverse professionalità dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, chiamate a lavorare in maniera coordinata nelle differenti fasi della procedura.
Il Centro regionale di Emofilia e la selezione dei pazienti
Un ruolo centrale è stato svolto dal Centro regionale di Emofilia, diretto dalla dottoressa Emanuela Marchesini. La responsabile ha evidenziato il significato del trattamento per la struttura perugina e per l’intera rete regionale dedicata alle malattie emorragiche congenite.
Secondo Emanuela Marchesini, la terapia genica rappresenta un cambiamento di grande rilievo nella medicina clinica, ma richiede anche un’attenta selezione dei pazienti candidati al trattamento.
La valutazione iniziale costituisce infatti soltanto una parte del percorso. Sono necessari un modello multidisciplinare organizzato e un successivo monitoraggio clinico nel tempo, indispensabile per seguire l’evoluzione delle condizioni del paziente dopo la somministrazione.
Il ventenne sottoposto al trattamento è il primo paziente dell’Umbria a beneficiare di questa opportunità terapeutica e, secondo i dati riportati dall’Azienda Ospedaliera, il quarto paziente trattato complessivamente in Italia.
Il ruolo della Farmacia ospedaliera
Per rendere possibile l’avvio del trattamento è stata determinante anche l’attività della Farmacia ospedaliera, diretta dal dottor Alessandro D’Arpino, oltre all’autorizzazione rilasciata dalla Regione Umbria.
I farmacisti ospedalieri hanno lavorato all’individuazione delle risorse economiche necessarie, attraverso l’accesso al fondo nazionale destinato ai farmaci innovativi, predisponendo contemporaneamente le procedure richieste per la gestione della terapia.
Particolare attenzione è stata riservata all’intera filiera del farmaco. Il percorso ha riguardato la consegna del prodotto, la sua corretta conservazione, la preparazione e infine la somministrazione al paziente.
Si tratta di passaggi particolarmente delicati proprio per le caratteristiche della terapia e per gli elevati standard di sicurezza richiesti in ogni fase.
Coinvolte diverse strutture dell’Ospedale di Perugia
La prima terapia genica umbra per l’emofilia B è stata resa possibile da un lavoro coordinato tra numerose strutture e professionalità sanitarie.
Sono stati coinvolti i clinici della Medicina d’Urgenza e della Gastroenterologia, i farmacisti ospedalieri e i tecnici sanitari del Laboratorio di Galenica clinica.
Al percorso ha partecipato anche il Laboratorio di Microbiologia, diretto dalla professoressa Antonella Mencacci, che ha fornito il proprio contributo nelle attività legate alla preparazione e allo stoccaggio.
L’organizzazione necessaria per arrivare alla somministrazione ha quindi richiesto l’integrazione tra competenze differenti, dalla gestione clinica del paziente fino alle procedure farmaceutiche e di laboratorio.
Antonio D’Urso: un passo verso le nuove opportunità di cura
Il direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, Antonio D’Urso, ha definito il trattamento un punto di partenza e non di arrivo, inserendolo nel percorso di sviluppo delle cure innovative e altamente specialistiche all’interno del sistema sanitario regionale.
Secondo Antonio D’Urso, l’avvio della terapia dimostra la capacità della Regione Umbria e del sistema sanitario regionale di investire nell’innovazione, nell’alta specializzazione e nelle nuove opportunità terapeutiche.
Il direttore generale ha inoltre attribuito il risultato al sostegno delle istituzioni e alla presenza di una rete di professionisti sanitari altamente qualificati.
La disponibilità di procedure di questa complessità all’Ospedale di Perugia consente così di ampliare le possibilità terapeutiche offerte sul territorio regionale e, nei casi in cui le condizioni lo permettano, di evitare ai cittadini umbri la necessità di rivolgersi a strutture sanitarie fuori regione.
Una nuova possibilità terapeutica per l’emofilia B
La procedura effettuata a Perugia apre dunque una nuova fase nella gestione regionale dell’emofilia B. Rispetto alle terapie tradizionali basate su somministrazioni ripetute, il nuovo trattamento punta a ottenere attraverso una sola infusione una produzione autonoma e duratura del fattore IX.
Il percorso resta altamente specialistico e richiede selezione dei candidati, organizzazione multidisciplinare, gestione controllata del farmaco e monitoraggio successivo.
L’esecuzione della prima terapia genica per l’emofilia B in Umbria inserisce l’Azienda Ospedaliera di Perugia tra i pochi centri italiani che hanno già avviato questo percorso, accanto alle strutture di Milano e Napoli. Il primo paziente umbro trattato, un ragazzo di 20 anni, rappresenta quindi l’esordio regionale di questa nuova modalità terapeutica destinata agli adulti con emofilia B grave o moderatamente grave.
Harry e Meghan tornano a vivere nel Regno Unito dopo 6 anni “per stare vicini a re Carlo malato di tumore”, abiteranno nelle Cotswolds - Il Giornale d'Italia
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Harry e Meghan tornano a vivere nel Regno Unito dopo 6 anni “per stare vicini a re Carlo malato di tumore”, abiteranno nelle Cotswolds Il Giornale d'Italia
Harry e Meghan tornano a vivere nel Regno Unito dopo 6 anni. I duchi di Sussex sono atterrati a Birmingham assieme ai figli Archie e Lilibet attorno a mezzogiorno. Entrambi andranno ad abitare in una casa privata fuori Londra, nelle Cotswolds. Tra i motivi principali alla base di questo cambio di rotta c'è la volontà di stare vicini a re Carlo, malato di tumore alla prostata. Tuttavia, non ci saranno incarichi reali per i due.
Harry e Meghan tornano a vivere nel Regno Unito dopo 6 anni, abiteranno in una casa privata poco fuori Londra
Harry e Meghan hanno preso un volo privato dalla California, dove vivevano, per tornare nel Regno Unito, la loro nuova residenza. Un ritorno per i duchi dopo tanti anni fuori dal proprio Paese. Il loro addio 6 anni fa, ribattezzato "Megxit", che ha fatto seguito alla rottura con la famiglia reale britannica, aveva creato scalpore. Ma adesso, il Duca e della Duchessa del Sussex hanno fatto marcia indietro per una serie di motivi, compresa la salute di re Carlo.
Andranno a vivere poco fuori Londra, precisamente in una casa di campagna nelle Cotswolds, distretto immerso nel cuore rurale del Gloucestershire, di cui già si era parlato nei giorni scorsi.
Un elemento da tenere in considerazione è quello legato alla scorta. Harry ha sempre detto di essere preoccupato per la sua sicurezza nel paese. Un tempo era pagata dallo stato britannico, che però ha smesso di farlo quando quando lui e la moglie hanno lasciato tutti gli incarichi legati alla famiglia reale.
Al momento non emergono cambiamenti nel loro status. Harry e Meghan restano infatti membri non attivi della Famiglia Reale e non esistono piani annunciati per un loro ritorno a ruoli ufficiali. Il trasferimento nel Regno Unito, dunque, non è accompagnato da segnali di rientro nelle funzioni istituzionali della monarchia, ma rimane circoscritto come una scelta di vita familiare e privata.
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Criteri Critici
Alessandra Amoroso in visita al reparto oncologico di Scorrano. Il gesto speciale per i pazienti DiLei
Alessandra Amoroso ha incontrato i pazienti in cura e visitato la stanza che ospita il sistema acquistato grazie alle donazioni benefiche
Content e lifestyle editor, copywriter e traduttrice, innamorata delle storie: le legge, le scrive, le cerca. Parla di diversità, inclusione e di ciò che amano le nuove generazioni.
Ansa Alessandra Amoroso in visita al reparto di oncologia
Dopo un’estate densa di impegni e grande musica, Alessandra Amoroso è tornata ancora una volta nella sua Puglia, questa volta con un obiettivo diverso dai concerti.
La cantante ha infatti visitato al reparto oncologico dell’ospedale di Scorrano, dove ha incontrato i pazienti in cura e ha visto con i suoi occhi la stanza dedicata a un sistema che potrà aiutare chi affronta la chemioterapia. Il macchinario è stato acquistato proprio grazie alle donazioni della Big Family Onlus, l’associazione legata ad Alessandra.
Alessandra Amoroso incontra i pazienti dell’ospedale di Scorrano
A raccontare i momenti di un giorno così importante è stato proprio la Big Family Onlus, che ha condiviso il alcuni scatti della vista di Alessandra Amoroso al reparto di Oncologia. La cantante ha voluto essere presente per incontrare i pazienti in cura e vedere la stanza dedicata al sistema di raffreddamento del cuoio capelluto.
Si tratta di un apparecchio pensato per ridurre l’alopecia provocata dai farmaci chemioterapici: uno degli effetti delle cure che può pesare, e non poco, sul modo in cui una persona si vede e si percepisce durante la malattia.
A renderne possibile l’acquisto sono state le donazioni raccolte dalla Big Family Onlus. L’Asl di Lecce, nel ricondividere le foto della giornata, ha voluto ringraziare tutte le persone che continuano a sostenere le attività dell’associazione: le iscrizioni al fanclub di Alessandra, le donazioni, la partecipazione alle iniziative, il 5×1000.
“Un gesto concreto di empatia e attenzione verso chi affronta un delicato percorso di cura, reso possibile grazie alla generosità e alla partecipazione di tante persone”, si legge sotto la foto.
È anche grazie a questa community, che negli anni si è stretta intorno alla cantante, se il reparto oggi può contare su un nuovo sistema in più. Un progetto arrivato fino all’ospedale di Scorrano, proprio nella terra di Alessandra: quella terra che lei non ha mai smesso di sentire come casa, anche dopo anni di successi e di palchi in giro per l’Italia.
La visita le ha permesso di vedere da vicino il risultato di quella raccolta e, soprattutto, di incontrare le persone che stanno affrontando le cure nel reparto.
Alessandra Amoroso riceve la cittadinanza onoraria di Lecce
Dopo la visita al reparto di Oncologia di Scorrano, Alessandra Amoroso si prepara a vivere un’altra bella emozione nel cuore di Lecce. Mercoledì 26 agosto la cantante riceve la cittadinanza onoraria della città, proprio durante i festeggiamenti per la patrona.
Ad attenderla, la sindaca Adriana Poli Bortone, pronta a consegnarle il riconoscimento davanti alla città. Una serata che arriva in un momento già molto intenso per la cantante, tornata in questi giorni nella sua Puglia.
Alessandra è nata a Galatina, ma è cresciuta a Lecce, dove ha iniziato a muovere i primi passi nella musica. Poi sono arrivati il successo, i grandi palchi e Roma, ma il legame con il Salento è rimasto una presenza costante nella sua storia.
Ed è proprio questo che Lecce ha scelto di riconoscere. Non soltanto la cantante che ha costruito una carriera di successo, ma la ragazza partita dal Salento che, anche dopo essere arrivata lontano, ha continuato a portare con sé le proprie radici. Un percorso che il Comune ha indicato anche come esempio per i più giovani.
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Quando la nutrizione diventa parte della cura L\'Adige di Verona
La nuova UOS Nutrizione in Radioterapia dell’ULSS 9
La cura oncologica non è fatta solo di farmaci innovativi e tecnologie all’avanguardia, ma passa anche attraverso aspetti fondamentali come lo stato nutrizionale del paziente. Per questo motivo, all’interno della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare dell’ULSS 9, è nata la nuova UOS Nutrizione in Radioterapia.
Prevenire la malnutrizione prima che diventi un ostacolo
Durante il percorso radioterapico, la perdita di peso e di massa muscolare (sarcopenia) non è una semplice conseguenza secondaria: la malnutrizione riduce le difese del paziente e rischia di causare l’interruzione o il ritardo delle terapie programmatiche. Particolarmente critici sono i periodi di caldo estremo e la comparsa di effetti collaterali come nausea, disfagia e alterazioni del gusto.
La nuova UOS ha l’obiettivo di integrare lo screening e il supporto nutrizionale fin dall’inizio della presa in carico del paziente, senza attendere che la perdita di peso diventi un problema clinico evitato o conclamato.
Un modello integrato e personalizzato
Voluto dal Dott. Francesco Fiorica (Direttore del Dipartimento Oncologico e della UOC di Radioterapia dell’ULSS 9) e affidato alla Dott.ssa Milena Gabbani, il servizio unisce l’esperienza della scuola di nutrizione oncologica a un approccio multidisciplinare che coinvolge medici, infermieri e dietisti formati specificamente.
La struttura ha la particolarità innovativa di essere inserita direttamente all’interno del reparto di Radioterapia. Il percorso non prevede una generica “dieta”, ma strategie personalizzate che vanno dal counseling alimentare all’uso di supplementi nutrizionali o nutrizione artificiale nei casi più complessi.
L’iniziativa punta a combinare l’alta precisione tecnologica con la centralità e la cura della persona, garantendo la continuità e l’efficacia dei trattamenti radioterapici.
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Organoidi tumorali, da Verona oltre 70 modelli al servizio della ricerca oncologica internazionale insalutenews.it
Il Centro Arc-net dell’Università di Verona, guidato da Vincenzo Corbo e Aldo Scarpa, ha rappresentato l’Italia nel progetto internazionale Human Cancer Models Initiative. Al centro dello studio gli organoidi, modelli tridimensionali dei tumori derivati direttamente dai tessuti dei pazienti
Verona, 26 agosto 2026 – Oltre 70 modelli di tumore pancreatico e colorettale derivati da pazienti, generati a Verona, caratterizzati e messi a disposizione della comunità scientifica internazionale. È il contributo del dell’Arc-net Centre for Applied Research on Cancer dell’Università di Verona alla Human Cancer Models Initiative (HCMI), il grande progetto internazionale che nell’arco di dieci anni ha contribuito una delle più ampie collezioni di modelli tumorali derivati dai pazienti mai realizzate. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature.
Il compendio comprende modelli di numerose neoplasie, tra cui tumori del pancreas, della mammella, dell’endometrio, del colon-retto, della vescica, dell’ovaio, del polmone e del distretto testa-collo. Per 522 modelli sono disponibili dati clinici completi; 153 riguardano tumori rari e 71 provengono da partecipanti con ascendenza non europea. Sono inoltre disponibili materiali dei tumori originari e profili molecolari avanzati, tra cui sequenze di Dna e Rna e dati trascrittomici ed epigenetici.
Il centro veronese ha partecipato all’iniziativa come subsite italiano del Cancer Model Development Center coordinato dal Cold Spring Harbor Laboratory negli Stati Uniti. La sede italiana è stata co-guidata da Aldo Scarpa, docente di Anatomia patologica dell’Università di Verona e fondatore di Arc-net, e Vincenzo Corbo, docente del dipartimento di Ingegneria per la medicina di innovazione e direttore della Scuola di dottorato di ateneo.
Prof. Aldo Scarpa
Una componente centrale del progetto è rappresentata dagli organoidi tumorali, strutture tridimensionali ottenute a partire dai tessuti dei pazienti e coltivate in laboratorio. A differenza delle tradizionali linee cellulari bidimensionali, gli organoidi sono in grado di conservare molte delle caratteristiche genetiche e biologiche del tumore da cui derivano, offrendo ai ricercatori modelli più rappresentativi della malattia.
Questi sistemi consentono di studiare come le cellule tumorali crescono e si adattano, di identificare i meccanismi da cui dipende la loro sopravvivenza, e di analizzarne la risposta ai trattamenti. La possibilità di espandere i modelli nel tempo, caratterizzarli in profondità e distribuirli ad altri laboratori trasforma inoltre il campione ottenuto da un singolo paziente in una risorsa condivisa e riutilizzabile dalla comunità scientifica internazionale.
La competenza sviluppata a Verona in questo ambito nasce anche da un percorso scientifico iniziato negli Stati Uniti. Durante la sua esperienza di ricerca nel laboratorio di David Tuveson al Cold Spring Harbor Laboratory di New York, Corbo ha contribuito allo sviluppo delle tecnologie di coltura degli organoidi pancreatici. Al rientro in Italia, questa esperienza è stata trasferita e ulteriormente sviluppata all’interno di Arc-net, integrandosi con le competenze del Centro nella patologia e nella caratterizzazione molecolare dei tumori.
La dimensione collaborativa è uno degli elementi centrali del progetto. HCMI ha messo in rete ricercatori, clinici e strutture di ricerca di diversi Paesi. Il contributo veronese si è sviluppato in stretta collaborazione con Cold Spring Harbor Laboratory, Northwell Health e Hubrecht Institute, insieme agli altri partner del consorzio internazionale. Una rete che ha integrato ricerca accademica, medicina traslazionale e assistenza clinica, consentendo di trasformare i campioni dei pazienti in modelli condivisi e utilizzabili dalla comunità scientifica mondiale.
“La partecipazione a questo progetto internazionale testimonia il valore della collaborazione tra ricerca di base, ricerca traslazionale e attività clinica – commenta Vincenzo Corbo – La forza del modello veronese risiede proprio nella capacità di far dialogare realtà diverse, accomunate dall’obiettivo di comprendere meglio la biologia dei tumori e sviluppare strumenti sempre più efficaci per la medicina del futuro”.
“Il risultato più importante di questo progetto – prosegue Corbo – non è soltanto aver prodotto oltre 70 modelli a Verona, ma averli trasformati in una risorsa condivisa. Ricordo ancora l’invio dei primi modelli ai repository internazionali: è stato il momento in cui l’obiettivo di anni di lavoro è diventato concreto. Oggi questi stessi modelli vengono utilizzati da gruppi di ricerca in diverse parti del mondo per affrontare domande che non avremmo potuto prevedere quando il progetto è iniziato. È esattamente questa la finalità di una infrastruttura scientifica di questo tipo”.
Melanoma, il vaccino terapeutico personalizzato di Moderna e MSD supera la fase 3: perché il risultato può cambiare la cura dopo l’intervento - Giornale La Voce
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Melanoma, il vaccino terapeutico personalizzato di Moderna e MSD supera la fase 3: perché il risultato può cambiare la cura dopo l’intervento Giornale La Voce
Nel melanoma operato ma ancora ad alto rischio, il vero avversario è ciò che non si vede: le cellule residue che possono riaccendere la malattia mesi o anni dopo la chirurgia. È su questo terreno, quello della prevenzione della recidiva, che il vaccino terapeutico personalizzato a mRna di Moderna e Merck ha appena ottenuto il risultato più atteso.
A cambiare il tono della notizia non è soltanto la parola “fase 3”, che in oncologia pesa più di molti annunci preliminari. È il contesto: il melanoma ad alto rischio, dopo l’intervento chirurgico, resta una malattia che può tornare e, quando ricompare a distanza, cambia drasticamente la prognosi. Per questo i risultati comunicati il 19 agosto 2026 da Moderna e Merck/MSD hanno attirato l’attenzione non solo dei mercati, ma soprattutto della comunità scientifica: per la prima volta una terapia oncologica personalizzata basata su mRna ha superato con esito positivo un passaggio registrativo di fase avanzata nel melanoma.
Il candidato si chiama Intismeran autogene — noto anche come V940 o mRNA-4157 — e non è un vaccino preventivo come quelli usati contro le infezioni. È un vaccino terapeutico personalizzato, costruito a partire dal profilo mutazionale del tumore del singolo paziente e somministrato in combinazione con Pembrolizumab, l’immunoterapico anti-PD-1 commercializzato da MSD con il nome di Keytruda. Nello studio di fase 3 INTerpath-001, la combinazione ha raggiunto l’endpoint primario di sopravvivenza libera da recidiva e il principale endpoint secondario di sopravvivenza libera da metastasi a distanza, rispetto al solo Keytruda.
Che cosa dicono davvero i risultati
Il dato più importante, al momento, è questo: la sperimentazione ha centrato gli obiettivi considerati decisivi per capire se il trattamento aiuta a tenere il melanoma lontano dopo la chirurgia. Le aziende parlano di un miglioramento statisticamente significativo e clinicamente rilevante sia nella prevenzione delle recidive sia nella riduzione del rischio che la malattia si ripresenti in forma metastatica. Non sono ancora stati diffusi i dettagli completi dell’analisi, che verranno presentati a un congresso scientifico internazionale e poi sottoposti alle autorità regolatorie. Questo significa che la notizia è solida sul piano del “sì o no” dello studio, ma che per giudicare con precisione l’entità del beneficio serviranno curve di sopravvivenza, sottogruppi, tempi mediani e analisi più approfondite.
Lo studio ha arruolato 1.137 pazienti con melanoma cutaneo in stadio IIB-IV completamente resecato, cioè rimosso chirurgicamente, e senza precedente terapia sistemica. I partecipanti sono stati randomizzati in rapporto 2:1 a ricevere Intismeran più Pembrolizumab oppure Pembrolizumab da solo. Il vaccino personalizzato veniva somministrato a dose di 1 mg ogni tre settimane fino a nove dosi, mentre Keytruda era dato a 400 mg ogni sei settimane fino a nove cicli, per un trattamento complessivo vicino all’anno. Lo studio proseguirà per valutare altri endpoint, compresa la sopravvivenza globale.
Controllo dei nei
È un punto cruciale. In oncologia, infatti, la riduzione delle recidive è un risultato molto importante, specie nel setting adiuvante, ma il quadro si completa solo quando si capisce se quel vantaggio si traduce anche in un prolungamento della vita e in quale misura. Le aziende riferiscono inoltre che il profilo di sicurezza osservato è risultato coerente con quello già visto negli studi precedenti della combinazione, senza nuovi segnali di sicurezza. Anche questo dato, però, andrà letto alla luce della presentazione completa: quanti eventi avversi, di quale grado, con quali interruzioni di trattamento.
Perché si parla di possibile svolta
Il valore della notizia va oltre il singolo studio. Moderna e Merck/MSD sottolineano che si tratta del primo risultato positivo di fase 3 per una terapia oncologica basata su mRna e, insieme, del primo esito favorevole in fase 3 per una terapia neoantigenica personalizzata. Tradotto: per anni la medicina di precisione ha inseguito l’idea di creare un trattamento costruito sul profilo biologico del singolo tumore; ora questa ipotesi, almeno nel melanoma resecato ad alto rischio, comincia a mostrare una tenuta concreta in uno studio registrativo di grandi dimensioni.
La logica biologica del trattamento è affascinante ma anche molto concreta. Dal campione tumorale del paziente vengono identificate le mutazioni caratteristiche del melanoma. Su quella sorta di “impronta digitale” molecolare si progetta un mRna sintetico che codifica fino a 34 neoantigeni selezionati. Una volta somministrato, il preparato mira ad addestrare il sistema immunitario a riconoscere e colpire cellule tumorali portatrici di quelle specifiche anomalie. L’associazione con Pembrolizumab serve a potenziare la risposta immunitaria, togliendo alcuni freni che il tumore usa per sottrarsi al controllo dell’organismo.
Il fatto che il confronto sia avvenuto contro il solo Keytruda rende il risultato particolarmente rilevante. Pembrolizumab è già un riferimento consolidato nella terapia adiuvante del melanoma resecato ad alto rischio. Negli Stati Uniti è indicato anche nel trattamento adiuvante di pazienti adulti e pediatrici sopra i 12 anni con melanoma in stadio IIB, IIC o III dopo resezione completa; la sua efficacia in questo ambito è supportata da studi di fase 3 precedenti come KEYNOTE-054 e KEYNOTE-716. Dimostrare un vantaggio rispetto a uno standard già efficace è molto diverso dal farlo rispetto a placebo o osservazione.
Il peso dei dati già accumulati
L’annuncio di agosto non nasce dal nulla. Arriva dopo i dati dello studio di fase 2b KEYNOTE-942/mRNA-4157-P201, che avevano già acceso aspettative importanti. Al follow-up pianificato di 5 anni, presentato all’ASCO 2026, la combinazione di Intismeran e Pembrolizumab aveva mostrato una riduzione del 49% del rischio di recidiva o morte e una riduzione del 59% del rischio di metastasi a distanza o morte rispetto al solo Pembrolizumab nei pazienti con melanoma ad alto rischio in stadio III/IV dopo resezione completa. Sono risultati ottenuti in uno studio più piccolo e in una popolazione non sovrapponibile in modo perfetto alla fase 3, ma utili a capire perché l’attenzione intorno a INTerpath-001 fosse così alta.
Proprio la coerenza tra la traiettoria emersa in fase 2b e il successo degli endpoint in fase 3 è l’elemento che oggi rafforza la credibilità del progetto. Non basta a dire che siamo davanti a un nuovo standard già pronto all’uso, ma riduce il rischio che i segnali osservati in precedenza fossero il frutto di dati immaturi o di una selezione favorevole dei pazienti.
Cosa significa per i pazienti italiani
In Italia il melanoma continua a rappresentare un problema clinico rilevante. Secondo i dati richiamati da Fondazione AIRC e dal rapporto I numeri del cancro in Italia 2025, nel nostro Paese si stimano circa 12.900 nuove diagnosi di melanoma cutaneo all’anno, con un carico che resta significativo nonostante i progressi ottenuti con diagnosi precoce, chirurgia e immunoterapia.
Non tutti questi pazienti rientrerebbero però nel perimetro del nuovo trattamento. Lo studio riguarda forme ad alto rischio, già operate, in uno scenario in cui l’obiettivo è evitare che la malattia torni. È il classico setting adiuvante: il tumore visibile è stato rimosso, ma resta il timore di cellule residue microscopiche capaci di riaccendere il processo. In questo contesto, ogni progresso che riduca le ricadute può avere un impatto importante sulla qualità di vita, sull’ansia del follow-up e sulla probabilità di dover affrontare cure per malattia metastatica.
Intervistato da Adnkronos Salute, l’oncologo Paolo Ascierto, tra i maggiori esperti italiani di melanoma, ha definito i risultati “promettenti” e li ha letti come un passaggio ulteriore nell’evoluzione dell’oncologia personalizzata. Nella stessa intervista ha ricordato un punto essenziale: non si tratta di un vaccino preventivo, ma di un vaccino terapeutico destinato a pazienti già operati. Secondo una sua stima, in Italia la platea potenzialmente candidabile potrebbe aggirarsi attorno a 3.000 persone, una volta completato il percorso autorizzativo. È una stima da considerare prudenziale e legata alle future indicazioni approvate, ma aiuta a dare la misura del possibile impatto organizzativo e clinico.
I nodi ancora aperti
Proprio perché l’annuncio è importante, conviene evitare due errori opposti: minimizzarlo e celebrarlo troppo presto. I punti ancora da chiarire non sono marginali. Il primo riguarda l’entità precisa del beneficio in fase 3: conoscere l’hazard ratio, le curve di sopravvivenza e la distribuzione del vantaggio nei vari stadi dirà molto su quali pazienti guadagnano di più. Il secondo riguarda la durata dell’effetto: nel melanoma resecato molte recidive avvengono entro i primi due anni, ma è il follow-up lungo a stabilire se il vantaggio si mantiene. Il terzo è la sopravvivenza globale, endpoint sempre delicato in studi adiuvanti, dove servono tempi più lunghi per maturare i dati.
C’è poi un tema pratico, meno spettacolare ma decisivo: la personalizzazione richiede una filiera rapida e affidabile, dalla disponibilità del tessuto tumorale all’analisi molecolare, fino alla produzione del preparato individuale nei tempi utili per il trattamento adiuvante. È uno degli aspetti che, in caso di approvazione, determinerà la reale trasferibilità del modello fuori dai grandi centri e dentro la pratica clinica quotidiana. Su questo fronte l’esperienza accumulata con gli studi sarà probabilmente tanto importante quanto i risultati di efficacia.
Iter regolatorio e prossime tappe
Le aziende hanno già indicato il percorso immediato: presentazione dei dati a un congresso internazionale e confronto con le autorità regolatorie per avviare le filing submissions, cioè i dossier di richiesta di autorizzazione. Non ci sono ancora date definitive di approvazione, né decisioni di FDA, EMA o AIFA. Questo passaggio merita chiarezza, perché l’interesse mediatico può facilmente far percepire il trattamento come imminente. Oggi, in realtà, siamo in una fase successiva a un risultato positivo di studio, ma precedente all’esame formale da parte dei regolatori.
L’impatto finanziario dell’annuncio è stato immediato, con un forte rialzo delle azioni Moderna già nelle contrattazioni pre-mercato e poi durante la seduta, segnale di quanto il programma oncologico venga considerato strategico per il futuro dell’azienda oltre il capitolo Covid. Ma la lettura clinica resta più importante di quella borsistica: se i dati completi confermeranno il beneficio annunciato, il caso Intismeran potrebbe rappresentare uno dei primi esempi convincenti di applicazione larga della piattaforma mRna personalizzata in oncologia.
Per i pazienti con melanoma ad alto rischio, e per i clinici che li seguono dopo l’intervento, il dato essenziale è un altro: la stagione dell’immunoterapia non sembra essersi fermata ai checkpoint inhibitor. Sta provando a fare un passo ulteriore, usando le caratteristiche irripetibili del tumore di ciascuno per guidare la risposta immunitaria. Non è ancora il punto d’arrivo. Ma, questa volta, non sembra più soltanto una promessa.
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
CAR-T e terapia genica, Reggio Calabria capitale della medicina innovativa Corriere della Calabria
il congresso nazionale in riva allo stretto
REGGIO CALABRIA Il 4 e 5 settembre 2026, la Sala Monteleone del Palazzo del Consiglio regionale della Calabria ospiterà il congresso “CAR-T, Terapia Genica e Terapia Cellulare”, appuntamento scientifico di alto profilo che riunirà specialisti provenienti dai principali centri italiani di ematologia, trapianto e terapia cellulare.
Al centro dei lavori ci saranno alcune delle sfide più avanzate dell’oncoematologia contemporanea, dalle terapie CAR-T alla terapia genica, fino alle nuove applicazioni della terapia cellulare nel trattamento dei tumori del sangue e delle malattie genetiche rare.
A coordinare l’iniziativa sarà Massimo Martino, direttore dell’Unità Operativa di Ematologia e del Centro Trapianti di Midollo Osseo del Grande Ospedale Metropolitano “Bianchi Melacrino Morelli” di Reggio Calabria. Proprio il centro reggino ha avuto un ruolo pionieristico nell’introduzione delle CAR-T nel Mezzogiorno, diventando nell’estate del 2020 il primo centro del Sud Italia a garantire l’innovativa opzione terapeutica.
Un risultato che ha permesso ai pazienti calabresi di accedere a trattamenti altamente specializzati senza essere costretti a rivolgersi a strutture del Nord Italia o all’estero.
Il congresso rappresenta così anche una vetrina per l’Ematologia del GOM di Reggio Calabria, che negli anni ha consolidato la propria presenza nel panorama scientifico nazionale. Il Grande Ospedale Metropolitano è oggi impegnato in attività cliniche e di ricerca avanzate, con oltre 160 procedure di trapianto e terapia cellulare eseguite ogni anno e una partecipazione costante a sperimentazioni cliniche nazionali e internazionali.
La CAR-T sarà uno dei temi principali della due giorni. La terapia prevede il prelievo dei linfociti T del paziente, la loro modificazione genetica in laboratorio e la successiva reinfusione, con l’obiettivo di renderli capaci di riconoscere e aggredire le cellule tumorali. Una strategia che ha modificato profondamente il trattamento di alcune leucemie e dei linfomi resistenti alle terapie convenzionali, aprendo prospettive fino a pochi anni fa difficilmente immaginabili.
Ma insieme ai risultati arrivano anche nuove sfide. Il programma scientifico affronterà infatti la gestione delle principali complicanze delle CAR-T, tra cui la sindrome da rilascio citochinico e la neurotossicità, oltre al problema delle recidive e alle strategie per migliorare ulteriormente l’efficacia dei trattamenti.
Ampio spazio sarà dedicato anche alla terapia genica, il cui campo di applicazione si sta progressivamente estendendo oltre l’oncologia. Tra le prospettive più interessanti ci sono quelle relative a patologie come beta talassemia, anemia falciforme ed emofilia, dove la possibilità di intervenire direttamente sui meccanismi genetici alla base della malattia sta aprendo una nuova stagione terapeutica.
Particolarmente ricco il parterre dei relatori. Tra le Lectio Magistralis figurano gli interventi di Maurizio Martelli, che affronterà i dieci anni di CAR-T anti-CD19 nel trattamento del DLBCL; Teresa Marafioti, che parlerà del futuro dell’istopatologia nella diagnostica dei linfomi; Mattia Algeri, protagonista di un approfondimento sulla rivoluzione della terapia genica nella beta talassemia e nell’anemia falciforme; e Luigi Rigacci, che analizzerà la gestione delle recidive dopo terapia CAR-T.
Il programma sarà articolato in sette sessioni e toccherà diversi ambiti dell’ematologia moderna, dai linfomi aggressivi e indolenti alla leucemia linfoblastica acuta, dal trapianto di midollo osseo alle nuove terapie cellulari, fino agli aspetti organizzativi e assistenziali dei centri CAR-T e al ruolo degli infermieri nella gestione di percorsi terapeutici complessi.
Reggio Calabria, dunque, non soltanto come luogo di cura, ma come sede di ricerca, formazione e diffusione della conoscenza scientifica.
Un riconoscimento per il percorso compiuto dall’Ematologia del GOM e, più in generale, per la capacità della sanità calabrese di costruire competenze e strutture in grado di confrontarsi con le realtà più avanzate del Paese.
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A Verona nasce la nuova Uos Nutrizione in Radioterapia: «La malnutrizione può diventare una complicanza» L'Arena
All'interno della Uoc diRadioterapia e Medicina Nucleare dell'Ulss 9 Scaligera, nasce la nuova Uos Nutrizione in Radioterapia, con l'obiettivo diintegrare stabilmente la valutazione e il supporto nutrizionale nel percorso dei pazientisottoposti a trattamento radioterapico. Come spiega la stessa azienda sanitaria, infatti, durante una terapia oncologica perdere peso non significa semplicemente "mangiare un po' meno". Lamalnutrizionepuò diventare una vera complicanza della malattia e dei trattamenti,favorendo la perdita di massa muscolare, aumentando la fragilitàe rendendo più difficile affrontare le cure. Il progetto, voluto da Francesco Fiorica, Direttore della Uoc di Radioterapia e Medicina Nucleare e Direttore del Dipartimento Oncologico dell'Ulss 9 e sostenuto dall'azienda scaligera, si propone di intervenire prima che la perdita di peso e la fragilità diventino un problema clinico. La nuova Uos è si trova in una struttura specificamente dedicata alla nutrizione inserita direttamente all'interno di una Radioterapia. Particolare attenzione viene rivolta alla sarcopenia, la perdita di massa e funzione muscolare, che può essere presente anche quando il peso corporeo sembra ancora nella norma o addirittura aumentato. L'obiettivo non è prescrivere genericamente una "dieta", ma costruire una strategia personalizzata. Si può intervenire adattando l'alimentazione quotidiana e attraverso il counseling nutrizionale; quando necessario possono essere utilizzati supplementi nutrizionali orali o valutate strategie di nutrizione artificiale secondo le indicazioni cliniche. L’Arena è su Whatsapp.Clicca quiper iscriverti al nostro canale e rimanere aggiornato in tempo reale.
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Al Parini una nuova frontiera della terapia oncologica: rimossa una neoplasia gastrica senza chirurgia tradizionale Valledaostaglocal.it
C’è un’innovazione che arriva in sala endoscopica e che, al di là della singola procedura, racconta una trasformazione più ampia della medicina contemporanea: intervenire sempre più precocemente, con la massima precisione possibile e con il minimo impatto sull’organismo. All’Ospedale Parini di Aosta questo principio ha trovato una concreta applicazione nelle scorse settimane, quando l’équipe di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, diretta dal dottor Renato Santucci, ha eseguito per la prima volta nell’ospedale valdostano una resezione endoscopica a tutto spessore per l’asportazione completa di una neoplasia gastrica.
L’intervento è perfettamente riuscito e l’esame istologico ha confermato la radicalità oncologica della procedura. Per il paziente questo significa un passaggio particolarmente importante: non sarà necessario affrontare un intervento chirurgico tradizionale e il percorso proseguirà con una gastroscopia di controllo programmata nei prossimi mesi.
«L’introduzione di questa tecnica rappresenta un passo importante per la nostra Struttura e, soprattutto, per i nostri pazienti», spiega il dottor Renato Santucci, sottolineando come la metodica venga utilizzata in alcuni centri specialistici e richieda una precisa selezione dei casi. «Ci consente, in situazioni accuratamente selezionate, di trattare alcune piccole neoplasie con un approccio estremamente mininvasivo, sfruttando le cavità naturali del corpo. Non sono quindi necessari neppure i cosiddetti “tre buchini” della chirurgia laparoscopica».
Il punto centrale della tecnica è proprio questo: raggiungere la lesione attraverso l’endoscopio e procedere alla sua rimozione senza ricorrere all’accesso chirurgico tradizionale. «Il grande vantaggio», osserva Santucci, «è poter ottenere l’asportazione completa della lesione in un unico momento. Questo consente una più rapida ripresa, riduce al minimo il rischio infettivo e mantiene una elevata efficacia terapeutica».
Un aspetto che assume particolare rilievo quando il paziente è anziano o presenta condizioni cliniche che rendono più complesso un intervento chirurgico. «È una possibilità particolarmente preziosa anche per le persone più anziane o fragili», evidenzia il direttore della Gastroenterologia, «che per età o comorbidità potrebbero avere maggiori rischi nell’affrontare un intervento chirurgico convenzionale».
Dal punto di vista tecnico, la procedura rappresenta un’evoluzione significativa dell’endoscopia terapeutica. «Nel corso dell’esame endoscopico, effettuato con assistenza anestesiologica ma senza la necessità di una sala operatoria tradizionale», spiega ancora Santucci, «abbiamo utilizzato uno specifico dispositivo che consente di asportare in un unico momento l’intera lesione insieme a tutti gli strati della parete del tratto digestivo interessato».
È proprio la profondità della resezione a distinguere questa metodica da altre procedure endoscopiche. «La tecnica determina una perforazione controllata della parete del viscere, che viene immediatamente richiusa dallo stesso dispositivo», chiarisce il medico. «Questo passaggio è fondamentale perché permette di ottenere un campione integro per la successiva valutazione anatomo-patologica e di aumentare la possibilità di una completa asportazione della lesione, contenendo al tempo stesso il rischio di complicanze immediate e tardive».
La possibilità di intervenire sull’intera parete gastrica, ottenere un pezzo operatorio integro e richiudere immediatamente la breccia creata durante la resezione rende la procedura particolarmente interessante anche dal punto di vista oncologico. La valutazione istologica successiva non rappresenta infatti un semplice controllo formale, ma consente di verificare caratteristiche fondamentali della neoplasia e soprattutto la radicalità dell’asportazione.
«L’obiettivo oncologico rimane sempre quello di eliminare completamente la lesione», ribadisce Santucci. «La mininvasività non deve mai essere confusa con una riduzione dell’accuratezza terapeutica. Al contrario, quando il paziente è correttamente selezionato e la procedura viene eseguita da un’équipe adeguatamente formata, possiamo associare precisione, radicalità e un impatto molto contenuto sull’organismo».
Non significa, però, che questa tecnica possa sostituire la chirurgia per tutte le neoplasie gastriche o gastrointestinali. La selezione del paziente resta uno degli elementi decisivi. «Non tutte le neoplasie possono essere trattate con questa metodica», precisa il direttore della Gastroenterologia. «Sono indispensabili una selezione accurata dei pazienti, uno studio diagnostico preliminare approfondito e un’équipe adeguatamente formata».
Tra i criteri assumono particolare importanza le caratteristiche della lesione e le sue dimensioni, generalmente inferiori ai 3 centimetri. Ma la dimensione, da sola, non è sufficiente a stabilire l’indicazione. La decisione terapeutica deve tenere conto della sede, della morfologia, delle caratteristiche endoscopiche e della possibile natura della lesione, oltre che delle condizioni generali del paziente.
Ed è proprio qui che l’innovazione tecnologica incontra la medicina preventiva. Una tecnica capace di rimuovere lesioni molto piccole e in fase iniziale è tanto più efficace quanto più queste lesioni vengono individuate tempestivamente. «Per identificare lesioni di piccole dimensioni dobbiamo migliorare la fase diagnostica», sottolinea Santucci. «Questo impone cambiamenti per tutti e un impegno condiviso».
Il ragionamento riguarda anzitutto i cittadini. «Da parte dei cittadini significa aderire agli screening oncologici e prestare attenzione alla prevenzione», spiega il medico, richiamando in particolare «la ricerca del sangue occulto nelle feci per le neoplasie del colon». Ma riguarda anche il sistema sanitario e il rapporto tra professionisti, prescrizioni e risorse disponibili.
«Da parte dei professionisti sanitari», continua Santucci, «serve una prescrizione sempre più appropriata degli esami; da parte nostra dobbiamo continuare a investire nella formazione e nelle tecnologie. Appropriatezza non significa fare meno esami, ma eseguire l’esame giusto, alla persona giusta e nel momento giusto, migliorandone così la capacità diagnostica».
Il tema dell’appropriatezza ha anche una dimensione economica e organizzativa. Una medicina più precisa significa infatti evitare, quando non necessari, esami ripetuti o procedure inappropriate, concentrando risorse e competenze sui pazienti che possono realmente trarre beneficio da un determinato percorso diagnostico o terapeutico. «I lavori scientifici dimostrano come l’inappropriatezza in Europa sia elevata», osserva Santucci. «Per la gastroscopia si attesta al 22% circa, mentre nelle realtà italiane è circa tre volte più elevata».
Il dato apre una riflessione che va oltre la singola procedura del Parini. La sfida della sanità moderna non consiste soltanto nell’acquistare apparecchiature sempre più sofisticate, ma nel costruire un sistema capace di utilizzarle nel modo corretto, attraverso formazione, selezione dei pazienti, appropriatezza prescrittiva e integrazione tra diagnosi e terapia.
In questo quadro, la resezione endoscopica a tutto spessore costituisce un ulteriore tassello nel percorso di crescita della Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva dell’Ospedale Parini. L’obiettivo è mettere a disposizione della popolazione un numero crescente di procedure diagnostiche e terapeutiche avanzate, evitando, quando le condizioni cliniche lo consentono, che il paziente debba uscire dalla Valle d’Aosta per ricevere cure specialistiche.
«Questa prima procedura rappresenta bene la direzione nella quale vogliamo continuare a far crescere la sanità valdostana: competenze professionali elevate, tecnologie avanzate e cure sempre meno invasive per il cittadino», afferma il direttore sanitario dell’Azienda USL della Valle d’Aosta, dottor Mauro Occhi.
Il tema, per una regione come la Valle d’Aosta, assume anche una particolare rilevanza sociale. Ridurre la necessità di trasferte fuori Valle non significa soltanto contenere una voce di spesa o migliorare un indicatore sanitario. Significa evitare viaggi, organizzare meno spostamenti per i familiari, ridurre assenze dal lavoro e alleggerire il peso psicologico e logistico che spesso accompagna una diagnosi oncologica.
«L’Azienda sta sostenendo questo percorso con investimenti importanti, di pari passo a un lavoro sull’appropriatezza prescrittiva», aggiunge Occhi. «Poter offrire prestazioni ad alta specializzazione nel nostro Ospedale significa non soltanto migliorare la qualità dell’assistenza, ma anche evitare, quando le condizioni cliniche lo consentono, trasferte fuori Valle e i conseguenti disagi per i pazienti e le loro famiglie».
Il direttore sanitario evidenzia inoltre il valore professionale dell’iniziativa. «È un risultato che valorizza le competenze dei nostri professionisti e la capacità delle équipe di introdurre nella pratica clinica procedure innovative in condizioni di sicurezza», afferma, rivolgendo quindi un riconoscimento «al dottor Santucci e a tutta la sua équipe medica e infermieristica per il lavoro di rinnovo e crescita» portato avanti nella struttura.
Anche sul piano politico-istituzionale la novità viene letta come un segnale della capacità della sanità valdostana di mantenere competenze specialistiche all’interno del territorio regionale. L’assessore alla Sanità, Salute e Politiche sociali Carlo Marzi (nella foto) sottolinea infatti il valore concreto dell’innovazione. «La capacità di tradurre l’innovazione in benefici concreti per la salute delle persone è un risultato importante per la sanità valdostana», afferma.
Marzi lega quindi il risultato alla necessità di raccontare una sanità regionale attraverso tutte le sue dimensioni, comprese quelle positive. «È particolarmente positivo poter accostare, alle notizie negative che caratterizzano purtroppo la percezione della sanità a livello nazionale, gli interventi all’avanguardia svolti con successo presso il Parini», osserva, evidenziando come queste procedure possano «consentire ai valdostani di evitare di recarsi in strutture fuori regione».
L’assessore ricorda inoltre che la procedura di Gastroenterologia arriva dopo un’altra esperienza innovativa. «Questa operazione, effettuata dalla struttura di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, segue quella già svolta a giugno da parte dell’équipe di Chirurgia Toracica», sottolinea Marzi, ringraziando «entrambe le équipe sanitarie coinvolte, il cui impegno concorre ad evidenziare gli aspetti positivi e innovativi della sanità valdostana».
Dietro il singolo intervento c’è quindi anche una strategia di investimento. Sono in corso ulteriori aggiornamenti tecnologici che comportano un impegno economico significativo per l’Azienda USL e che hanno l’obiettivo di mantenere l’attività dell’endoscopia digestiva in linea con gli standard internazionali di qualità.
Nelle prossime settimane è prevista la sostituzione delle lavadisinfettatrici e l’acquisizione di strumenti endoscopici di ultima generazione, destinati sia a sostituire apparecchiature già disponibili sia ad ampliare il ventaglio delle tecnologie presenti al Parini attraverso nuove tipologie di endoscopi.
È una scelta che porta con sé una considerazione economica tutt’altro che secondaria. Investire nell’alta specializzazione ospedaliera significa sostenere costi immediati per apparecchiature, manutenzione, formazione e aggiornamento professionale, ma può contemporaneamente ridurre la necessità di mobilità sanitaria verso altre regioni. In una realtà territoriale caratterizzata da dimensioni contenute e dalla complessità geografica della montagna, la capacità di offrire localmente prestazioni avanzate può diventare una componente importante della sostenibilità complessiva del sistema.
«L’innovazione tecnologica deve tradursi in un beneficio reale per il cittadino», osserva Occhi (nella foto). «Non basta avere strumenti moderni: occorre costruire attorno a quelle tecnologie competenze, organizzazione e percorsi clinici capaci di garantire sicurezza e qualità».
Ed è forse questo il significato più importante della procedura eseguita al Parini. La tecnologia, da sola, non cura. A fare la differenza sono l’esperienza degli operatori, la selezione dei pazienti, la diagnosi precoce, la capacità di leggere correttamente una lesione, la precisione della procedura e il controllo successivo.
«La vera innovazione», conclude idealmente Santucci nel descrivere il percorso della Gastroenterologia, «è mettere insieme tecnologia, competenza e appropriatezza. Una procedura avanzata ha valore quando viene proposta alla persona giusta e nel momento giusto».
Il caso della neoplasia gastrica trattata al Parini racconta dunque qualcosa di più di un intervento riuscito. Racconta una sanità che prova a spostare sempre più avanti il confine tra diagnosi e terapia, trasformando l’endoscopia da strumento prevalentemente diagnostico in una piattaforma terapeutica capace, in casi selezionati, di affrontare direttamente la malattia. E racconta anche una Valle d’Aosta che punta a consolidare dentro i propri confini competenze e tecnologie capaci di ridurre la mobilità sanitaria e avvicinare le cure alle persone.
La prospettiva, tuttavia, non può fermarsi alla tecnologia. La sfida dei prossimi anni sarà riuscire a coniugare innovazione, sostenibilità economica, prevenzione, appropriatezza e accessibilità. Perché la medicina mininvasiva raggiunga il massimo del suo potenziale servono diagnosi sempre più precoci, cittadini consapevoli, screening a cui aderire, professionisti adeguatamente formati e investimenti continui.
La resezione endoscopica a tutto spessore diventa così non soltanto una nuova procedura disponibile al Parini, ma il simbolo di un principio più ampio: quando la diagnosi arriva presto e le competenze sono all’altezza della tecnologia, anche una patologia oncologica può essere affrontata con interventi sempre più precisi, meno traumatici e più rispettosi della qualità di vita del paziente. Per una sanità regionale, è una direzione strategica: curare meglio, curare prima e, quando possibile, curare vicino a casa.
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Criteri Critici
Ultragenyx: dalla FDA approvazione accelerata per Genglycos nella malattia di Von Gierke. Prezzo USA: 2,7 milioni di dollari Daily Health Industry -
La FDA ha concesso l’approvazione accelerata a Genglycos, pariglasgene brecaparvovec-opnr, terapia genica sviluppata da Ultragenyx per adulti e bambini dagli otto anni con glicogenosi di tipo Ia, o malattia di Von Gierke. È il primo trattamento approvato per questa rara malattia metabolica genetica.
La GSDIa deriva da mutazioni del gene G6PC, necessario per produrre l’enzima glucosio-6-fosfatasi, e impedisce all’organismo di liberare correttamente glucosio dal glicogeno accumulato. La gestione tradizionale richiede un controllo alimentare estremamente rigido e assunzioni frequenti di amido di mais crudo per evitare pericolose ipoglicemie. Genglycos punta sulla causa della malattia, introducendo nelle cellule, attraverso un vettore AAV8, una copia funzionale del gene G6PC.
Il via libera della FDA
L’approvazione dell’agenzia regolatoria USA si basa sulla riduzione del fabbisogno giornaliero di amido di mais, utilizzata come endpoint surrogato sulla base del quale la FDA ha ritenuto ragionevole prevedere un beneficio clinico. Il trial di fase III GlucoGene ha coinvolto 46 pazienti.
Nell’analisi di efficacia modificata intention-to-treat, che comprendeva 44 soggetti, Genglycos ha prodotto a 48 settimane una riduzione media del 31% dell’assunzione giornaliera di amido di mais rispetto al placebo. È stata inoltre osservata una riduzione media di una somministrazione di amido al giorno.
L’approvazione definitiva è legata alla conferma del beneficio clinico attraverso studi e dati post-marketing. Ultragenyx dovrà quindi continuare a seguire i pazienti per raccogliere ulteriori evidenze sull’efficacia e sulla sicurezza della terapia genica nel lungo periodo.
Il prezzo per paziente
Secondo Reuters, Ultragenyx ha fissato per il mercato statunitense un prezzo di 2,7 milioni di dollari per paziente. La terapia sarà disponibile attraverso centri certificati. Negli Stati Uniti la popolazione potenzialmente interessata viene stimata tra circa 1.500 e 2.500 pazienti.
Il caso riporta al centro il problema economico delle terapie one-shot. Il valore potenziale è enorme, se una singola somministrazione riesce a ridurre in modo sostanziale il peso di una malattia cronica rara e della sua gestione quotidiana. Ma ogni nuova terapia di questo tipo riapre le stesse domande su prezzo, pagamento dilazionato, accordi basati sugli outcome e sostenibilità per i sistemi sanitari.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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All'Ulss9 Scaligera la nutrizione entra nel percorso di cura dei pazienti in radioterapia La Piazza Web
Ci sono aspetti della cura oncologica che non hanno la visibilità delle nuove tecnologie, dei farmaci innovativi o delle apparecchiature di ultima generazione, ma che possono incidere profondamente sul percorso di un paziente. Tra questi c’è la nutrizione. Durante una terapia oncologica, infatti, la perdita di peso non è semplicemente una conseguenza della riduzione dell’appetito: la malnutrizione può diventare una complicanza della malattia e dei trattamenti, favorendo la perdita di massa muscolare, aumentando la fragilità e rendendo più difficile affrontare le cure.
È da questa consapevolezza che nasce, all’interno della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare dell’ULSS 9, la nuova UOS Nutrizione in Radioterapia, con l’obiettivo di integrare stabilmente la valutazione e il supporto nutrizionale nel percorso dei pazienti sottoposti a trattamento radioterapico.
Il progetto, voluto dal dottor Francesco Fiorica, direttore della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare e del Dipartimento Oncologico dell’ULSS 9, e sostenuto dall’Azienda Scaligera, punta a intervenire prima che la perdita di peso e la fragilità diventino un problema clinico. La gestione della nuova struttura è affidata alla dottoressa Milena Gabbani, che avrà il compito di sviluppare un modello dedicato alla prevenzione, all’individuazione precoce e al trattamento della malnutrizione nel paziente oncologico.
«La nutrizione clinica deve entrare precocemente nel percorso oncologico e non essere riservata alle fasi in cui la malnutrizione è già manifesta», spiega Fiorica, richiamando l’esperienza della scuola di nutrizione oncologica sviluppatasi attorno al lavoro di Riccardo Caccialanza e Paolo Pederzoli. La nuova UOS rappresenta anche, sottolinea il direttore, una scelta di integrazione professionale: l’oncologo radioterapista resta il riferimento del percorso terapeutico, affiancato da competenze nutrizionali, infermieristiche e assistenziali in grado di intervenire tempestivamente in presenza di criticità.
Un supporto che negli ospedali dell’ULSS 9 non è mai mancato, ma che ora viene inserito in un processo certificato e previsto all’interno del percorso clinico di ogni paziente radioterapico. Un passaggio reso possibile anche dalla formazione specifica svolta nei mesi scorsi dai dietisti che operano nelle strutture dell’Azienda.
La nuova organizzazione nasce dalla consapevolezza che la qualità di una radioterapia moderna non possa essere misurata soltanto attraverso la tecnologia. «Alla precisione delle apparecchiature deve corrispondere una presa in carico capace di riconoscere ciò che può condizionare concretamente il risultato delle cure», sottolinea Fiorica. E tra questi fattori rientra proprio lo stato nutrizionale.
La collocazione della UOS direttamente all’interno della Radioterapia costituisce uno degli elementi più innovativi del progetto. La regolarità del trattamento può infatti essere messa a rischio da effetti collaterali come disfagia, nausea, disturbi gastrointestinali, alterazioni del gusto e dolore, che possono ridurre progressivamente la capacità di alimentarsi. Il paziente può così perdere peso e massa muscolare, diventare più fragile e arrivare a non riuscire a sostenere il trattamento secondo il programma previsto.
Per questo il principio alla base della nuova UOS è quello di intervenire prima che il problema diventi evidente. «Lo screening nutrizionale viene integrato fin dalle prime fasi della presa in carico radioterapica», spiega Gabbani. I pazienti maggiormente a rischio vengono indirizzati a una valutazione approfondita e monitorati durante le settimane di terapia, quando le condizioni possono modificarsi rapidamente.
Peso, capacità di alimentarsi, sintomi che interferiscono con l’assunzione di cibo e, quando indicato, composizione corporea e massa muscolare diventano così parte degli elementi da osservare insieme agli altri parametri clinici. Particolare attenzione viene riservata alla sarcopenia, cioè alla perdita di massa e funzione muscolare, che può essere presente anche quando il peso corporeo appare ancora nella norma o addirittura aumentato.
L'obiettivo, dunque, non è prescrivere semplicemente una dieta, ma costruire una strategia personalizzata. Si potrà intervenire sull’alimentazione quotidiana attraverso il counseling nutrizionale e, quando necessario, ricorrere a supplementi nutrizionali orali o valutare strategie di nutrizione artificiale sulla base delle indicazioni cliniche.
La sfida per la nuova UOS sarà ora misurare i risultati del percorso: intercettare precocemente i pazienti a rischio, ridurre le complicanze nutrizionali e contribuire a limitare le interruzioni evitabili dei trattamenti, facendo della nutrizione una componente a tutti gli effetti della cura oncologica.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Immunoterapia per i tumori, studio su Science INNLIFES
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Ci sono cellule che nel corpo umano contano poco per numero e moltissimo per potere. Le chiama così, «cellule chic», Federica Benvenuti, biologa molecolare e da vent’anni immunologa all’ICGEB di Trieste: rare, eleganti nella forma, punteggiate di sottili propaggini che ricordano dei filamenti e capaci, nonostante la loro scarsità, di dettare l’agenda a milioni di altre cellule del sistema immunitario.
Sono le cellule dendritiche, e recentemente un gruppo internazionale coordinato dall’Icahn School of Medicine di Mount Sinai, a New York, ha pubblicato su Science una scoperta che ne riscrive il ruolo nell’immunoncologia.
La scoperta
Lo studio riguarda le strutture linfoidi terziarie, piccoli agglomerati di cellule immunitarie che si formano dentro alcuni tumori e che da tempo la comunità scientifica associa a una prognosi migliore e a una risposta più efficace all’immunoterapia. «Fino a oggi si sapeva che queste strutture erano un buon segnale nei tumori, ma non si capiva bene chi le costruisse e le mantenesse attive» spiega Benvenuti.
Il lavoro di Mount Sinai, firmato da un gruppo di oltre sessanta autori e autrici, dimostra che a orchestrare la nascita e la sopravvivenza di queste strutture sono le cellule dendritiche convenzionali di tipo 1, o cDC1: la sottopopolazione con l’esclusiva capacità di innescare risposte efficaci contro le cellule tumorali.
Il salto, racconta Benvenuti, è stato reso possibile da tecniche di analisi spaziale sempre più fini, capaci di distinguere all’interno di una categoria più ampia di cellule proprio questo sottotipo specializzato, e di osservarne il comportamento direttamente nei tessuti di pazienti oncologici.
Il contributo di Trieste
Il contributo del laboratorio di immunologia cellulare dell’ICGEB diretto da Benvenuti nasce da un percorso parallelo e indipendente. Da anni il gruppo di Benvenuti studia le stesse cellule in modelli animali di tumore del polmone, grazie a topi geneticamente modificati che permettono di visualizzarle con precisione. «Avevamo già formulato la stessa ipotesi, partendo però da tessuti e modelli animali» racconta. «Stavamo facendo analisi spaziali su un modello di tumore polmonare e ci eravamo accorti che queste cellule si trovavano proprio dentro queste piccole strutture».
Quando il gruppo di New York ha iniziato a mostrare i primi dati, ancora in una fase preliminare, a un congresso internazionale, è stato un incontro quasi casuale a innescare la collaborazione: pochi minuti rubati a margine di una presentazione, la richiesta di condividere i rispettivi materiali, e da lì l’invio dei dati triestini a sostegno di uno studio molto più ampio.
Il contributo di Trieste, riconosce Benvenuti con onestà, resta una piccola tessera in un mosaico enorme: la prova che le osservazioni del gruppo di Mount Sinai si confermano in modelli preclinici altamente rilevanti, capaci di riprodurre le caratteristiche della malattia umana e di permettere analisi meccanicistiche. Il modello sviluppato a Trieste, spiega la ricercatrice, è un modello animale genetico che ricapitola la malattia in modo più fedele di quelli a disposizione del gruppo americano, e che oltre a visualizzare le cDC1 nel tessuto tumorale permette anche di eliminarle selettivamente, per osservare cosa succede in loro assenza.
Cosa cambia per la clinica
Cosa cambia, allora, per la clinica? Non ancora una terapia, avverte subito Benvenuti, ma un bersaglio più chiaro su cui lavorare. Esiste già una classe di farmaci sperimentali capaci di espandere selettivamente le cDC1: fino a oggi si usavano senza sapere con precisione quali geni, in queste cellule, sostenessero davvero la formazione delle strutture linfoidi terziarie. Ora quella conoscenza c’è, e apre la possibilità di indirizzare meglio i trial in corso, pensati per favorire l’accumulo di queste cellule dentro il tumore.
Le due facce della stessa medaglia
C’è poi un filo che lega questa scoperta a un altro capitolo, meno recente, della ricerca del laboratorio triestino. Da anni il gruppo di Benvenuti studia il fenomeno opposto: come i tumori riescano a disattivare le cellule dendritiche, spegnendo la loro capacità di presentare l’antigene ai linfociti T. Che questa disattivazione avvenga è cosa nota da tempo: il laboratorio di Trieste indaga sui fattori responsabili di questa disattivazione nel contesto del tumore al polmone, partendo dalla convinzione che i meccanismi di spegnimento siano tessuto-specifici, cioè dipendano dall’organo in cui il tumore ha origine.
È un progetto sostenuto da un finanziamento pluriennale di AIRC. «Sono i segni di una funzione benefica che c’è ancora, ma che nei tumori resta compromessa, meno efficace di quanto lo sarebbe in un tessuto sano» spiega Benvenuti. Le due linee di ricerca, quella sulla disattivazione e quella sulla costruzione delle strutture immunitarie, descrivono, in fondo, i due volti di uno stesso fenomeno: da una parte le cellule dendritiche che, nonostante il tumore le ostacoli, continuano in parte a fare il loro lavoro; dall’altra la possibilità concreta di potenziare quel lavoro residuo, invece di limitarsi a contrastarne il blocco.
Il laboratorio di Trieste
Oggi il suo laboratorio conta sette persone, quasi tutte laureate in biotecnologie o discipline affini, con un mix di provenienze italiane e straniere, ma senza medici stabilmente in squadra: la clinica entra attraverso collaborazioni esterne. È un assetto che riflette il percorso stesso di Benvenuti, arrivata alle cellule dendritiche più di vent’anni fa.
Durante il dottorato all’ICGEB studiava tutt’altro, gli anticorpi, quando una summer school internazionale le fece scoprire il lavoro di un ricercatore, Sebastian Amigorena, che sarebbe poi diventato il suo capo all’Institut Curie di Parigi. «È stato un colpo di fulmine» racconta. Da lì la scelta di scrivergli e chiedere ospitalità nel suo laboratorio, il trasferimento a Parigi, e infine il ritorno a Trieste per costruire un gruppo tutto suo.
Sostenere giovani ricercatrici e ricercatori
Il salto più difficile della sua carriera, però, non è stato geografico ma di metodo: il passaggio, una decina d’anni fa, dallo studio delle cellule dendritiche “in sé”, nella loro biologia di base, all’applicazione di quella conoscenza all’oncologia. «È stato un salto di approcci, di tecnologie, di competenze» ammette Benvenuti, che ha dovuto costruirsi da capo una parte del bagaglio necessario a dialogare con il mondo della clinica oncologica, un ambito che fino ad allora le era rimasto estraneo.
C’è un’ultima cosa che Benvenuti tiene a dire, e che raramente trova spazio nei racconti di una scoperta scientifica: la sorte dei giovani che rendono possibile quella scoperta. Nel suo laboratorio sono passati negli anni tra trentacinque e quaranta ricercatori e ricercatrici, tra dottorandi e post-dottorato. «Studiano, si dedicano anni a questo percorso, e poi hanno poche prospettive» dice, con quella che lei stessa definisce «una nota di dispiacere».
Alla fine, spesso, la scelta si riduce a due strade: l’estero, o un cambio di ambito. È il prezzo, sottolinea, di un paese che fatica a offrire sbocchi a una competenza che ha impiegato anni a formarsi, anche quando quella competenza contribuisce, come in questo caso, a una scoperta pubblicata su una delle riviste scientifiche più importanti al mondo.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Ulss 9: nutrizione, una nuova cura per il paziente oncologico panoramadellasanita.it
Nasce la Uos Nutrizione in Radioterapia: screening precoce, supporto personalizzato e monitoraggio per prevenire malnutrizione, fragilità e interruzioni delle terapie
Ci sono aspetti della cura oncologica che non fanno rumore. Non hanno la visibilità delle nuove tecnologie, dei farmaci innovativi o delle apparecchiature di ultima generazione. Eppure possono incidere profondamente sul percorso di un paziente. La nutrizione è uno di questi. Durante una terapia oncologica, perdere peso non significa semplicemente “mangiare un po’ meno”. La malnutrizione può diventare una vera complicanza della malattia e dei trattamenti, favorendo la perdita di massa muscolare, aumentando la fragilità e rendendo più difficile affrontare le cure. E nei periodi di caldo estremo, come quello che stiamo attraversando, l’attenzione deve essere ancora maggiore. È da questa consapevolezza che nasce, all’interno della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare dell’ULSS 9, la nuova UOS Nutrizione in Radioterapia, con l’obiettivo di integrare stabilmente la valutazione e il supporto nutrizionale nel percorso dei pazienti sottoposti a trattamento radioterapico.
Il progetto, voluto da Francesco Fiorica, Direttore della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare e Direttore del Dipartimento Oncologico dell’ULSS 9 e sostenuto dall’Azienda Scaligera, si propone di intervenire prima che la perdita di peso e la fragilità diventino un problema clinico, facendo della nutrizione una componente programmata del percorso terapeutico. La gestione della nuova UOS è affidata alla dott.ssa Milena Gabbani, con l’obiettivo di sviluppare un modello dedicato alla prevenzione, all’individuazione precoce e al trattamento della malnutrizione nel paziente oncologico.
“Abbiamo fatto nostri gli insegnamenti della scuola di nutrizione oncologica sviluppatasi attorno all’esperienza di Riccardo Caccialanza e Paolo Pederzoli, che ha contribuito ad affermare un principio oggi centrale – spiega Fiorica-: la nutrizione clinica deve entrare precocemente nel percorso oncologico e non essere riservata alle fasi in cui la malnutrizione è già manifesta. La nascita della UOS rappresenta anche una scelta di integrazione professionale – aggiunge Fiorica-. L’oncologo radioterapista rimane il riferimento del percorso terapeutico, affiancato però da competenze nutrizionali, infermieristiche e assistenziali capaci di intervenire tempestivamente quando emergono criticità”.
Supporto che negli reparti oncologici degli ospedali dell’ULSS 9 non è mai mancato ma che ora viene avvalorato da un processo certificato e previsto all’interno del percorso clinico di ogni paziente radioterapico. Ciò grazie anche alla formazione specifica effettuata nei mesi scorsi dai dietisti che operano nelle strutture ULSS 9.
“Negli ultimi decenni la radioterapia ha conosciuto una straordinaria evoluzione, tuttavia, la qualità di una Radioterapia moderna non può essere misurata soltanto attraverso la tecnologia.- precisa il Direttore Fiorica-. Alla precisione delle apparecchiature deve corrispondere una presa in carico capace di riconoscere ciò che può condizionare concretamente il risultato delle cure e lo stato nutrizionale è uno di questi fattori-. È questa la prospettiva nella quale il Dipartimento Oncologico ha scelto di istituire la UOS Nutrizione in Radioterapia: unire innovazione tecnologica e attenzione alla persona, portando una competenza tradizionalmente considerata di supporto direttamente nel cuore del percorso radioterapico”..
La sfida sarà ora misurarne i risultati: intercettare precocemente i pazienti a rischio, ridurre le complicanze nutrizionali e contribuire a limitare le interruzioni evitabili del trattamento.
A rendere particolarmente innovativa la nuova UOS è la sua collocazione: una struttura specificamente dedicata alla nutrizione inserita direttamente all’interno di una Radioterapia.
La radioterapia è infatti una disciplina nella quale non conta soltanto somministrare la dose corretta, ma anche rispettare, per quanto possibile, la sequenza e i tempi previsti. Una regolarità messa rischio anche da effetti collaterali come disfagia, nausea, disturbi gastrointestinali, alterazioni del gusto e dolore, che possono ridurre progressivamente la capacità di alimentarsi. Il paziente perde peso e massa muscolare, diventa più fragile e può arrivare al punto di non riuscire a sostenere il trattamento secondo il programma previsto.
“Il principio alla base della nuova UOS è semplice: non aspettare che il problema sia evidente- aggiunge Gabbani-. Lo screening nutrizionale viene quindi integrato fin dalle prime fasi della presa in carico radioterapica, così da individuare i pazienti maggiormente a rischio e indirizzarli verso una valutazione approfondita. Il monitoraggio prosegue durante le settimane di terapia, perché le condizioni possono modificarsi rapidamente. Peso, capacità di alimentarsi, sintomi che interferiscono con l’assunzione di cibo e, quando indicato, composizione corporea e massa muscolare diventano elementi da osservare insieme agli altri parametri clinici”.
Particolare attenzione viene rivolta alla sarcopenia, la perdita di massa e funzione muscolare, che può essere presente anche quando il peso corporeo sembra ancora nella norma o addirittura aumentato. L’obiettivo non è prescrivere genericamente una “dieta”, ma costruire una strategia personalizzata. Si può intervenire adattando l’alimentazione quotidiana e attraverso il counseling nutrizionale; quando necessario possono essere utilizzati supplementi nutrizionali orali o valutate strategie di nutrizione artificiale secondo le indicazioni cliniche.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Al "Parini" è stata eseguita una nuova terapia oncologica mininvasiva per le neoplasie gastrointestinali AostaSera -
Nelle scorse settimane, l’équipe di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, diretta dal dottor Renato Santucci, ha eseguito per la prima volta all’ospedale “Parini” l’asportazione completa di una neoplasia gastrica utilizzando una tecnica di resezione endoscopica a tutto spessore. A renderlo noto è l’Azienda Usl.
L’intervento – si legge in una nota – è perfettamente riuscito e l’esame istologico ha confermato la radicalità oncologica della procedura. Il paziente non dovrà quindi sottoporsi a un intervento chirurgico tradizionale e proseguirà il percorso con una gastroscopia di controllo programmata nei prossimi mesi“.
L’introduzione di questa tecnica, eseguita in alcuni centri specialistici, rappresenta un passo importante per la nostra Struttura e per i nostri pazienti – spiega il dottor Santucci –. Ci consente, in casi accuratamente selezionati, di trattare alcune piccole neoplasie con un approccio estremamente mininvasivo, che sfrutta le cavità naturali. Quindi, non sono necessari neppure i famosi ‘tre buchini’. Il grande vantaggio è poter ottenere l’asportazione completa della lesione in un unico momento. Questo garantisce una più rapida ripresa, un rischio infettivo ridotto al minimo mantenendo una elevata efficacia. È una possibilità particolarmente preziosa anche per le persone più anziane o fragili, che per età o comorbidità potrebbero avere maggiori rischi nell’affrontare un intervento chirurgico convenzionale”.
l medico spiega la tecnica e i suoi vantaggi: “Nel corso dell’esame endoscopico, effettuato con assistenza anestesiologica ma senza la necessità di una sala operatoria tradizionale, abbiamo utilizzato uno specifico dispositivo che ci consente di asportare in un unico momento l’intera lesione insieme a tutti gli strati della parete del tratto digestivo interessato – dice Santucci –. È proprio la profondità della resezione a distinguere questa metodica da altre procedure endoscopiche. La tecnica determina una perforazione controllata della parete del viscere, che viene immediatamente richiusa dallo stesso dispositivo. Questo permette di ottenere un campione integro per la successiva valutazione anatomo-patologica e di aumentare la possibilità di una completa asportazione della lesione, contenendo al tempo stesso il rischio di complicanze immediate e tardive”.
Non tutte le neoplasie possono però essere trattate con questa metodica, aggiunge l’Azienda sanitaria. È indispensabile una selezione accurata dei pazienti, sulla base soprattutto delle caratteristiche e delle dimensioni della lesione – generalmente inferiori ai tre centimetri –, di un approfondito studio diagnostico preliminare e della disponibilità di un’équipe adeguatamente formata.
La possibilità di utilizzare metodiche sempre meno invasive – prosegue la nota – rende ancora più importante individuare le neoplasie nelle loro fasi iniziali. Per questo, restano fondamentali la prevenzione, l’adozione di corretti stili di vita e l’adesione ai programmi di screening oncologico, come la ricerca del sangue occulto nelle feci per la prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori del colon-retto.
“Ovviamente per identificare lesioni di piccole dimensioni dobbiamo migliorare la fase diagnostica – sottolinea ancora Santucci –. Questo impone cambiamenti per tutti e un impegno condiviso: da parte dei cittadini, attraverso l’adesione agli screening oncologici (ad esempio la ricerca del sangue occulto nelle feci per le neoplasie del colon) e l’attenzione alla prevenzione; da parte dei professionisti sanitari, attraverso una prescrizione sempre più appropriata degli esami; e da parte nostra, continuando a investire nella formazione e nelle tecnologie. Appropriatezza non significa fare meno esami, ma eseguire l’esame giusto, alla persona giusta e nel momento giusto, migliorandone così la capacità. I lavori scientifici dimostrano come l’inappropriatezza in Europa sia elevata: per la gastroscopia si attesta al 22 per cento circa (nelle realtà italiane circa tre volte più elevata)”.
“Questa prima procedura rappresenta bene la direzione nella quale vogliamo continuare a far crescere la sanità valdostana: competenze professionali elevate, tecnologie avanzate e cure sempre meno invasive per il cittadino – sottolinea il dottor Mauro Occhi, direttore sanitario dell’Usl –. L’Azienda sta sostenendo questo percorso con investimenti importanti, di pari passo a un lavoro sull’appropriatezza prescrittiva, perché poter offrire prestazioni ad alta specializzazione nel nostro ospedale significa non soltanto migliorare la qualità dell’assistenza, ma anche evitare, quando le condizioni cliniche lo consentono, trasferte fuori Valle e i conseguenti disagi per i pazienti e le loro famiglie. È inoltre un risultato che valorizza le competenze dei nostri professionisti e la capacità delle équipe di introdurre nella pratica clinica procedure innovative in condizioni di sicurezza. A questo proposito mi congratulo con il dottor Santucci e con tutta la sua équipe medica e infermieristica per il lavoro di rinnovo e crescita che stanno portando avanti”.
L’assessore alla Sanità Carlo Marzi aggiunge: “La capacità di tradurre l’innovazione in benefici concreti per la salute delle persone è un risultato importante per la sanità valdostana. È particolarmente positivo poter accostare, alle notizie negative che caratterizzano purtroppo la percezione della sanità a livello nazionale, gli interventi all’avanguardia svolti con successo presso il ‘Parini’ che consentono ai valdostani di evitare di recarsi in strutture fuori regione. Questa operazione, effettuata dalla struttura di Gastroenterologia ed Endoscopia digestiva, segue quella già svolta a giugno da parte dell’équipe di Chirurgia Toracica: cogliamo l’occasione per ringraziare entrambe le equipe sanitarie coinvolte, il cui impegno concorre ad evidenziare gli aspetti positivi e innovativi della sanità valdostana”.
In corso ci sono, però, anche altri aggiornamenti tecnologici, “con notevole impegno economico per l’Azienda, indispensabili per mantenersi allineati agli standard internazionali di qualità”, chiude l’Usl che spiega come nelle prossime settimane sia prevista la sostituzione delle lavadisinfettatrici e l’acquisizione di strumenti endoscopici di ultima generazione, sia in sostituzione delle apparecchiature attualmente disponibili sia attraverso l’introduzione di nuove tipologie di endoscopi.
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Criteri Critici
Il Giappone utilizza la terapia virale per uccidere le cellule tumorali esofagee. Vietnam.vn
Secondo le informazioni diffuse dalla società biotecnologica Oncolys BioPharma, con sede a Tokyo, la terapia utilizza virus geneticamente modificati in grado di invadere e moltiplicarsi selettivamente all'interno delle cellule tumorali, distruggendole e riducendo al minimo l'impatto sui tessuti sani circostanti.
In particolare, gli effetti di questa terapia vanno oltre la semplice distruzione delle cellule tumorali. Quando le cellule tumorali vengono distrutte, vengono rilasciati antigeni tumorali che possono stimolare il sistema immunitario a riconoscerle e a potenziare la propria risposta contro di esse. Questo duplice meccanismo di distruzione diretta delle cellule e di attivazione della risposta immunitaria è una delle caratteristiche più notevoli della terapia virale antitumorale.
Il cancro esofageo è una malattia maligna che ha origine dalle cellule dell'esofago, il tubo che trasporta il cibo dalla gola allo stomaco. Con il progredire della malattia, il tumore può causare difficoltà di deglutizione e compromettere significativamente la capacità del paziente di alimentarsi. Gli attuali metodi di trattamento includono principalmente chirurgia, chemioterapia e radioterapia, che vengono selezionati o combinati a seconda dello stadio della malattia e delle condizioni del singolo paziente.
In questo contesto, l'emergere della terapia virale antitumorale potrebbe offrire un nuovo approccio ai medici oncologi. Tuttavia, l'efficacia e la sicurezza della terapia su una popolazione di pazienti più ampia continueranno a essere monitorate anche dopo l'introduzione del farmaco nella pratica clinica.
Anche la produzione commerciale di terapie virali presenta requisiti specifici. A differenza di molti farmaci convenzionali, i prodotti contenenti virus vivi modificati devono rispettare rigorosi standard di controllo qualità in tutte le fasi di produzione, trasporto, stoccaggio e somministrazione. Le strutture sanitarie che utilizzano queste terapie devono inoltre soddisfare i requisiti di biosicurezza appropriati.
Dopo l'immissione sul mercato, il monitoraggio svolgerà un ruolo cruciale nella valutazione della durata della risposta al trattamento e nell'individuazione di effetti avversi in un numero maggiore di pazienti, comprese le reazioni immuno-correlate che possono verificarsi durante la terapia virale.
L'impiego di questa terapia in Giappone sta suscitando interesse, dato che molti paesi asiatici, tra cui Cina, Corea del Sud e Singapore , stanno conducendo ricerche sulle terapie virali antitumorali. Le piattaforme virali antitumorali non sono utilizzate solo per il cancro esofageo, ma vengono studiate anche per diversi altri tumori solidi, tra cui il cancro al fegato, al pancreas e allo stomaco. Ciò suggerisce che le potenziali applicazioni di questa tecnologia potrebbero essere più ampie, qualora ulteriori ricerche ne dimostrassero l'efficacia e la sicurezza.
Per Oncolys BioPharma, una delle principali sfide nel prossimo futuro è la raccolta di ulteriori dati clinici in condizioni di utilizzo reali. Questi dati aiuteranno a valutare se i risultati ottenuti negli studi possano essere confermati in un gruppo di pazienti più ampio e forniranno inoltre una base per la pianificazione dell'accesso ad altri mercati. L'espansione al di fuori del Giappone dipenderà dai dati aggiuntivi raccolti, nonché dal processo di valutazione da parte delle autorità regolatorie di ciascun paese e regione.