📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
37.0/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
La rete ospedaliera del Molise, in particolare quella relativa alla dotazione di posti letto di terapia intensiva e semintensiva dell'ospedale Cardarelli di Campobasso, è stata potenziata. (ANSA)
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46.7/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Con il via libera all'Assestamento di bilancio, il Consiglio regionale ha approvato un pacchetto di 23 ordini del giorno collegati, 7 dei quali delle minoranze. (ANSA)
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44.4/100
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Criteri Critici
La piccola aveva una gravissima forma di atrofia muscolare spinale. La diagnosi nei primi giorni di vita e una terapia genica al Regina Margherita le hanno permesso uno sviluppo oggi paragonabile a quello dei suoi coetanei.
Poche gocce di sangue hanno permesso alla piccola Giulia di cambiare il proprio destino. Appena nata la bambina è stata sottoposta uno screening neonatale, e in quel momento, le è stata diagnosticata una delle malattie genetiche più gravi che possano colpire durante l’infanzia: l'atrofia muscolare spinale (Sma) di tipo 1.
Fino a pochi anni fa sarebbe stata una sentenza fatale, senza possibilità di cura: nel giro di pochi mesi i genitori della piccola avrebbero assistito alla progressiva perdita della capacità di muoversi, deglutire e respirare, con una prognosi infausta nei primi anni di vita. Oggi non è più così. Grazie alla diagnosi precoce e a una terapia genica, la storia può essere molto diversa. E tutto grazie agli screening neonati. «Il futuro della pediatria sta sempre più nella prevenzione» commenta la direttrice del dipartimento di Patologia e Cura del bambino Regina Margherita, Franca Fagioli.
Che cos'è la Sma di tipo 1 e come funziona la terapia genica
La Sma di tipo 1 è una rara malattia genetica causata dall'assenza del gene Smn1, indispensabile per la produzione di una proteina essenziale alla sopravvivenza dei motoneuroni, le cellule nervose che controllano il movimento.
Nel caso di Giulia, il test fatto a pochi giorni dalla nascita ha consentito di avviare tempestivamente il trattamento con una delle più innovative terapie geniche oggi disponibili. Il farmaco, infatti, utilizza un vettore virale (vale a dire un virus reso innocuo e impiegato come una sorta di "navetta biologica") per trasportare nelle cellule nervose una copia funzionante del gene. In questo modo, le cellule possono tornare a produrre la proteina mancante, sopravvivere e svolgere correttamente la loro funzione. Una sola infusione è sufficiente a fornire alle cellule una copia funzionante del gene mancante, che continua a funzionare nel tempo senza necessità di ulteriori somministrazioni. «La rapidità dell'intervento è però fondamentale» avvertono i sanitari.
Quanto più precocemente viene effettuata la terapia, tanto maggiore è il numero di motoneuroni che può essere salvato, consentendo uno sviluppo motorio molto più vicino alla normalità. «Una diagnosi precoce e la terapia genica hanno trasformato una malattia che fino a pochi anni fa portava inevitabilmente a una grave disabilità e alla morte precoce, in una condizione oggi trattabile, offrendo ai bambini una prospettiva di vita del tutto nuova», commenta il direttore generale dell’azienda Regina Margherita-Sant’Anna Adriano Leli. Dopo la diagnosi, Giulia è stata immediatamente presa in carico dal Servizio di Neuropsichiatria Infantile dell'ospedale Regina Margherita, sotto la responsabilità delle referenti per le patologie neuromuscolari: la professoressa Federica Ricci e la dottoressa Martina Vacchetti. Da lì, è stato attivato il percorso multidisciplinare con la struttura Terapie Cellulari della Oncoematologia Pediatrica diretta dalla professoressa Fagioli, per organizzare la somministrazione della terapia genica.
Oggi Giulia cresce come i suoi coetanei
Oggi, a oltre due anni dalla somministrazione della terapia, Giulia sta bene. «Il suo sviluppo neurologico, motorio e comportamentale è sovrapponibile a quello dei suoi coetanei, frequenta regolarmente la comunità e continua i controlli previsti dal follow-up» spiegano dall’ospedale. «Ci sono storie che raccontano meglio di qualsiasi dato quanto la medicina stia cambiando - commenta l’assessore Federico Riboldi -. Quella di Giulia dimostra che oggi una diagnosi eseguita nei primi giorni di vita può cambiare il destino di un bambino».
“Ho finito il ciclo di chemio di 4 mesi, ho avuto il tumore. Le prime ciocche di capelli sono cadute, ho abbracciato mio marito, ho pianto”: il racconto di Monica Guerritore
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Criteri Critici
Monica Guerritore in questi mesi ha affrontato un tumore e lo ha fatto, come sempre, in maniera privata, circondata dai suoi affetti. L’attrice si è sottoposta a quattro mesi di chemioterapia “ed è tutto rientrato”, come ha tenuto a specificare e ha affidato …
Monica Guerritore in questi mesi ha affrontato un tumore e lo ha fatto, come sempre, in maniera privata, circondata dai suoi affetti. L’attrice si è sottoposta a quattro mesi di chemioterapia “ed è tutto rientrato”, come ha tenuto a specificare e ha affidato a un video su Instagram la “confessione”.
Guerritore era impegnata nella promozione del suo primo film da regista, “Anna”, su Anna Magnani, di cui è anche interprete, e nell’opera “Le Villi” di Giacomo Puccini, andata in scena all’Opéra Nice Côte d’Azur (Teatro dell’Opera di Nizza) dal 24 al 30 aprile 2026, di cui era voce narrante.
“Era metà aprile – racconta nel video – e ad un controllo che faccio periodicamente uno dei valori era fuori norma, il CA 125 (un marcatore tumorale, ndr.). Ho immediatamente preso contatto con il mio oncologo, il professor Cortesi. Pochi giorni dopo ho fatto la prima chemio, la prima di un ciclo di 6. Non era la prima volta che mi trovavo ad aver a che fare con un tumore” ma in precedenza non c’era stata “necessità di chemio”, racconta l’attrice. Il primo trattamento è arrivato alla vigilia di un impegno già fissato: “Ho fatto il primo trattamento il giorno prima di partire per Nizza, dove mi aspettavano due settimane di prove all’Opera per ‘Le Villi’. Nemmeno per un momento ho pensato di rinunciare. Ce la farò, mi sono detta, e sono partita”.
“Non serve mettere la crema solare in continuazione, il sole non fa venire il melanoma”: scoppia la bufera per le parole della dottoressa Rasio. La rabbia degli altri medici: “Tutto falso, è una follia”
📰 Ilfattoquotidiano.it📅 2026-07-29T14:33:16Z✍️ 30science per Il Fatto
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Criteri Critici
Una nuova tempesta mediatico-scientifica ha travolto i social network negli ultimi giorni. Al centro del dibattito, un video pubblicato da Debora Rasio, medico oncologo e ricercatrice, che ha invitato gli utenti a non utilizzare le creme solari “in continuazi…
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Una nuova tempesta mediatico-scientifica ha travolto i social network negli ultimi giorni. Al centro del dibattito, un video pubblicato da Debora Rasio, medico oncologo e ricercatrice, che ha invitato gli utenti a non utilizzare le creme solari “in continuazione”, arrivando a sostenere la tesi secondo cui il Sole non sarebbe la causa del melanoma e che, anzi, chi più si espone ne sarebbe protetto. La clip ha raccolto rapidamente centinaia di migliaia di visualizzazioni, ma ha scatenato un’immediata e durissima reazione da parte di oncologi, dermatologi e divulgatori scientifici. Le affermazioni della dottoressa hanno sollevato forti perplessità non solo sul piano scientifico, ma anche su quello deontologico: diversi medici nei commenti hanno infatti annunciato l’intenzione di segnalare Rasio all’Ordine dei Medici per messaggi ritenuti fuorvianti e pericolosi per la salute pubblica.
Nel video, accompagnato da una didascalia con riferimenti bibliografici, Debora Rasio sostiene che sia un mito da sfatare l’associazione tra esposizione solare e insorgenza del melanoma. A supporto della propria tesi, la dottoressa ha citato una ricerca basata sui dati della grande banca dati britannica UK Biobank, affermando che le creme solari potrebbero persino aumentare il rischio di tumori cutanei. Nel suo appello all’utenza, la ricercatrice ha raccomandato di esporsi “con buon senso” privilegedando schermi fisici come cappelli, magliette e ombrelloni, ed evidenziando il ruolo protettivo della vitamina D prodotta con i raggi UV.
Ad alzare per primo la voce contro le teorie scettiche sulla fotoprotezione è stato Paolo Ascierto, oncologo di fama internazionale e presidente della Fondazione Melanoma, che ha espresso forte preoccupazione per la deriva della comunicazione sanitaria sui social: “Oggi mi trovo di nuovo qui a dover fare una cosa che da medico e ricercatore reputo ormai un dovere fondamentale: fare chiarezza ed erigere un muro contro la disinformazione. È in circolazione un video su Instagram che fa passare messaggi del tutto distorti, quando non apertamente falsi. Dopo aver ricevuto diverse segnalazioni, non posso restare in silenzio”.
Ascierto ha ribadito i punti fermi validati dalle linee guida dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), ricordando prima di tutto che la radiazione ultravioletta penetra nelle cellule cutanee causando mutazioni genetiche la cui accumulazione nel tempo è la causa primaria dei tumori della pelle. L’oncologo ha evidenziato come le scottature non siano un banale fastidio ma raddoppino il rischio di sviluppare un melanoma nel corso della vita, specialmente se prese in età infantile o giovanile. Allo stesso tempo, sostenere che i filtri solari facciano male è una falsità priva di riscontro scientifico, dal momento che la protezione ad ampio spettro SPF 30 o 50+ costituisce lo scudo principale, mentre l’abbronzatura non va mai considerata un segno di salute ma la risposta di difesa della pelle a un’aggressione esterna. Nonostante l’amarezza per l’accaduto, l’oncologo ha evidenziato un segnale positivo arrivato proprio dagli utenti: “Guardando la sezione commenti sotto quel video, sono stato felicemente sorpreso nel vedere che moltissimi di voi non ci cascano più. Tanti utenti stanno smentendo quelle assurdità, pretendendo fonti e difendendo la scienza. Questo dimostra che il senso critico sta crescendo. La prevenzione non è un’opinione: è scienza basata su decenni di dati”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
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Criteri Critici
Il trattamento con adroterapia con protoni e ioni carbonio ha portato risultati positivi per diversi casi complessi, ricordano gli esperti
Un quarto di secolo dopo la creazione della Fondazione Cnao, nel 2001, che avrebbe portato nel 2010 all’inaugurazione del Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica di Pavia, è tempo di bilanci. Con circa 6200 pazienti trattati, la struttura pavese è un centro di riferimento internazionale per l’adroterapia, e ha rivoluzionato il trattamento di diversi tumori resistenti alla radioterapia tradizionale o inoperabili, come mostrato dalle evidenze accumulate negli anni.
L'adroterapia con protoni e ioni carbonio
Lo ha ricordato il Presidente del Cnao e Direttore del Dipartimento di Oncologia e Emato-Oncologia (Dipo) della Statale di Milano Gianluca Vago, sottolineando il ruolo di leader del centro di Pavia nel campo dell’adroterapia: “Ad oggi nel mondo vi sono solo otto centri duali con doppia particella, cioè con protoni e ioni carbonio, e Cnao rientra in questo gruppo ristretto di strutture di riferimento. L’adroterapia con ioni carbonio è parte fondamentale della strategia di cura di diversi tumori, grazie all’elevata capacità di superare la radioresistenza. In particolare, gli ioni carbonio interagiscono con la molecola del Dna determinando danni multipli e complessi, per cui la cellula tumorale radioresistente non riesce più a ripararsi”.
L’adroterapia è infatti una forma di radioterapia che utilizza protoni e ioni carbonio, che può essere applicata in maniera precisa ai tessuti da irradiare, risparmiando i tessuti sani e riducendo gli effetti collaterali. “Nel contesto della re-irradiazione, inoltre – aggiunge Maria Rosaria Fiore, Direttore dell’Unità di Radioterapia Oncologica del Cnao - l’adroterapia offre un potenziale vantaggio rispetto alla radioterapia convenzionale grazie alla distribuzione di dose più conformata, che permette un migliore risparmio degli organi a rischio precedentemente irradiati. Sebbene le evidenze siano in continua evoluzione, i risultati disponibili suggeriscono un profilo di efficacia e sicurezza favorevole in pazienti accuratamente selezionati”. La disponibilità di trattamenti al centro, inoltre, come ricordato di recente anche in occasione della visita di Papa Leone XIV, è in via di espansione, con l’inclusione di nuove metodiche di terapia.
I risultati nei sarcomi
I tumori candidabili all’adroterapia, a oggi, sono diversi. Tra queste figurano i tumori dell’encefalo e del midollo spinale, quelli del torace e dell’addome, della testa collo e delle prime vie respiratorie, della pelvi, degli arti e della colonna vertebrale. In queste categorie rientrano tumori istologicamente molto diversi tra loro. I sarcomi sono tra quelli che, per caratteristiche della malattia, possono beneficiare particolarmente dell’adroterapia, per diversi motivi: “Si possono sviluppare in ogni regione dell’organismo e costituiscono una famiglia eterogenea di neoplasie, dove si trova la maggior parte di sottotipi istologici radioresistenti - prosegue Fiore - I sarcomi vengono spesso scoperti quando sono già in fase avanzata e coinvolgono aree anatomiche complesse come la regione testa-collo, la base del cranio, la colonna vertebrale o gli organi interni. In questi casi, operare con ampi margini è impossibile senza causare gravi danni al paziente. Anche l’oncologo radioterapista affronta simili limitazioni, non potendo utilizzare alte dosi di radioterapia per evitare danni agli organi vitali vicini; di conseguenza, il rischio che il tumore si ripresenti resta alto. La svolta per questi pazienti, colpiti da sarcomi non operabili o situati in sedi critiche, è rappresentata dagli ioni carbonio, capaci di agire con una selettività millimetrica nel rilascio della dose, colpendo il tumore con la massima dose e risparmiando i tessuti sani dalle dosi elevate. Inoltre, gli ioni carbonio possiedono un'efficacia radiobiologica superiore, indispensabile per abbattere la naturale resistenza del tumore alle radiazioni ed evitare le recidive”.
Sarcomi: meno interventi invasivi e controllo della malattia
La possibilità di usare l’adroterapia nel trattamento dei sarcomi consente anche di evitare procedure chirurgiche invalidanti, in casi complicati come possono essere i sarcomi localmente avanzati del bacino e del distretto spinale, prosegue Fiore: “In queste specifiche sedi, la vicinanza a organi estremamente radiosensibili come l’intestino, i reni e il midollo spinale rappresenta un limite invalicabile sia per la chirurgia radicale che per la radioterapia convenzionale ad alte dosi. Oggi, tuttavia, la terapia con ioni carbonio ci permette di evitare procedure fortemente invalidanti, come le vertebrectomie o le ampie resezioni a livello pelvico. Questo trattamento può infatti essere impiegato in sinergia con la chirurgia oppure come valida alternativa nei casi in cui l’intervento non sia eseguibile, garantendo tassi di controllo locale della malattia spesso sovrapponibili. Oggi vi sono evidenze importanti dell’efficacia di questo trattamento: ad esempio, nei cordomi e condrosarcomi della base cranica, la terapia con ioni carbonio e, in taluni casi, anche con protoni consente in molte serie un controllo locale a 5 anni spesso superiore all’80-90%, mentre la radioterapia con fotoni è limitata dalla radioresistenza e dai vincoli di dose. La radioterapia convenzionale con fotoni spesso non riesce a erogare la dose necessaria oltre 70 Gy vicino al tronco encefalico, vie ottiche e midollo spinale, con risultati di controllo di malattia a 5 anni nettamente inferiori”.
L’adroterapia contro i tumori del distretto testa collo
Buoni risultati nel controllo locale di malattia si hanno con l’adroterapia anche nel campo del melanoma oculare, ha ricordato ancora Fiore: “Questa neoplasia ha rappresentato l’apripista nell’utilizzo clinico della protonterapia, cioè dei fasci di protoni. Un tempo l’unica opzione era la rimozione chirurgica dell’occhio. Oggi è possibile conservare l’organo, garantendo anche una buona qualità di vita. L’efficacia della protonterapia, che è lo standard di cura per evitare l’enucleazione, è dimostrata da numerosi studi scientifici. A 5 anni il controllo locale della malattia raggiunge il 95%. Dall’agosto 2016, il Cnao è in prima linea nel trattamento del melanoma oculare in stretta collaborazione con l’oncologo oculare. Ad oggi abbiamo trattato con successo più di 600 pazienti, ottenendo un eccellente controllo locale della malattia superiore al 90%, in piena linea con le migliori statistiche mondiali”. Incoraggianti, sono anche i dati per quel che riguarda altri tumori del distretto testa collo, particolarmente complessi da trattare, prosegue l’esperta: “Possono interessare naso e seni paranasali, ghiandole salivari, cavo orale, faringe e laringe, cioè tutte le neoplasie al di sopra della clavicola, escludendo quelle cerebrali. Molti tumori, come il carcinoma adenoideocistico delle ghiandole salivari e il melanoma mucoso, sono radioresistenti e richiedono alte dosi di radiazioni, un ambito in cui le nostre recenti pubblicazioni confermano l’efficacia dei trattamenti avanzati con l’adroterapia”.
Il Cnao per il trattamento dei tumori pediatrici
Ad oggi sono inoltre circa 300 i bambini e gli adolescenti trattati al Cnao. Per loro il controllo degli effetti collaterali e l’importanza di scongiurare danni ai tessuti sani, sono quanto mai fondamentali, conclude infine Fiore: “Nei tumori dei bambini l’obiettivo primario non è solo la guarigione, ma anche la riduzione degli effetti collaterali tardivi della radioterapia, noti ad esempio nei medulloblastomi e negli ependimomi. Vi possono essere deficit cognitivi, ritardi della crescita, insorgenza di tumori secondari radioindotti. In particolare, un lavoro di metanalisi ha mostrato che nei bambini con tumori del sistema nervoso centrale la protonterapia è associata a un migliore mantenimento delle funzioni neurocognitive rispetto alla radioterapia con fotoni. Al Cnao, in collaborazione con la rete oncologica pediatrica italiana, vengono trattati circa 60 pazienti pediatrici all’anno, colpiti soprattutto da tumori cerebrali, della base del cranio e sarcomi”.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
La casa di cura Macchiarella annuncia l'arrivo di Elekta Evo, il nuovo Ct-Linac di ultima generazione, la cui installazione è in corso e che, secondo il programma previsto, entrerà in attività a settembre 2026. (ANSA)
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Criteri Critici
È stata eseguita con successo, presso l'Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, la prima terapia genica in Campania per la cura dell'emofilia B, una rara patologia ereditaria della coagulazione che espone a un elevato rischio di emorragie,...…
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Criteri Critici
Polemiche per il video in cui Debora Rasio, nutrizionista e specialista in Oncologia, invita a non spalmare creme “in continuazione”. L’attacco degli esperti che criticano l’esperta: “I raggi Uv possono provocare il tumore della pelle”
“È falso che il sole faccia venire il melanoma. Anzi, è vero il contrario: chi più si espone al sole, più è protetto dal melanoma”. A dirlo non è un influencer qualunque, ma un medico, in un video pubblicato su Instagram e visto da oltre un milione di persone in poche ore. Nello stesso filmato Debora Rasio invita a non spalmare creme “in continuazione” sul corpo dei figli, definisce le protezioni solari “davvero tossiche” e chiude con una formula destinata a circolare da sola: il sole è “il nostro grande medico, non il nemico”. Buona estate, buon sole. Non è vero. E per dimostrarlo non serve un altro studio: basta leggere quello che il video porta come prova.
La prova che dice il contrario
La ricerca citata è un’analisi su una coorte della UK Biobank di oltre 470mila persone, firmata da Richie Jeremian, Pingxing Xie e colleghi con Ivan Litvinov, della divisione di Dermatologia della McGill University di Montreal, e pubblicata su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention nel novembre 2023. Non studiava le creme, ma l’interazione fra varianti dei geni della riparazione del DNA e fattori ambientali nello sviluppo dei tumori cutanei: la protezione solare era una delle undici variabili raccolte.
Fra i risultati ne compare uno controintuitivo, chi dichiara di usare più spesso la crema risulta avere anche più tumori della pelle, con un gradiente che cresce all’aumentare della frequenza d’uso. Gli autori lo definiscono, testualmente, un dato paradossale e dedicano un passaggio del lavoro a spiegare perché non vada letto come un rapporto di causa ed effetto. È esattamente quel passaggio, privato della spiegazione, a essere diventato il cuore del video.
Che cosa dice lo studio
Le ragioni elencate dagli autori sono quattro. Chi mette la crema tende a esporsi molto di più e molto più a lungo. La pelle chiara è insieme il principale fattore di rischio per i tumori cutanei e la principale ragione per cui una persona si protegge. Quantità e frequenza di riapplicazione sono quasi sempre insufficienti rispetto a quanto previsto dai test che certificano il fattore di protezione. E la causalità è spesso invertita: molte persone iniziano a proteggersi seriamente dopo una diagnosi di tumore della pelle, non prima.
Nello stesso articolo gli autori indicano i fattori di rischio, esposizione solare cronica, ustioni, lampade abbronzanti, e concludono che i risultati dimostrano l’importanza di un uso adeguato e frequente della protezione solare e della riduzione dell’esposizione ai raggi ultravioletti, in particolare nelle persone di pelle chiara. Non è uno studio discutibile citato correttamente: è uno studio citato a sostegno della tesi opposta a quella che sostiene.
Il paradosso ha un nome
È il punto su cui insiste Steven Paul Nistìcò, direttore della scuola di specializzazione in Dermatologia della Sapienza Università di Roma, che riassume l’equivoco con un’analogia: “È come dire che prendo un antiaritmico perché ho un’aritmia e resto comunque più a rischio di infarto di chi l’aritmia non ce l’ha”. Il farmaco non causa l’infarto: segnala chi aveva già motivo di temerlo.
Il gruppo di Litvinov ha coniato per il fenomeno l’espressione “sunscreen paradox”: la crema funziona da lasciapassare per stare al sole più a lungo, generando un falso senso di sicurezza. Gli epidemiologi lo chiamano confondimento per indicazione, e ne esiste la controprova sperimentale. Nella ricerca australiana di Nambour, dove l’uso della protezione non era autodichiarato ma assegnato per randomizzazione, nel gruppo che applicava la crema ogni giorno i melanomi sono diminuiti.
Pescatori e contadini
Vale lo stesso per l’argomento di contadini e pescatori. Il dato esiste in letteratura, ma la spiegazione non è che il sole protegga: il melanoma è legato soprattutto a esposizioni intense e intermittenti e alle ustioni, mentre l’esposizione cronica dei lavoratori all’aperto si accompagna a un eccesso, non a un difetto, di carcinomi squamocellulari. La radiazione ultravioletta resta classificata dalla IARC come cancerogeno certo per l’uomo e le stime le attribuiscono circa nove melanomi su dieci.
Le linee guida europee, maggio 2026
Chi volesse una fotografia aggiornata dello stato dell’arte deve leggere l’European Journal of Cancer ha pubblicato l’aggiornamento (maggio 2026) delle linee guida europee interdisciplinari sul carcinoma squamocellulare cutaneo, coordinate da Alexander Stratigos per l’Associazione europea di dermato-oncologia con European Dermatology Forum, ESTRO, UEMS-Dermatologia ed EORTC; fra i firmatari, da Giovanni Pellacani della Sapienza a Ketty Peris del Gemelli. È un consenso multisocietà costruito su una revisione sistematica della letteratura, non un singolo lavoro osservazionale.
Raggi ultravioletti e tumore della pelle
Attribuisce ai raggi ultravioletti fino al 95 per cento dei carcinomi cheratinocitari e indica la fotoprotezione come cardine della prevenzione primaria. Sulla crema la raccomandazione è esplicita: l’uso regolare va raccomandato, con evidenza di livello 2 e consenso al cento per cento fra gli esperti, poiché studi randomizzati hanno confermato una riduzione dell’incidenza di carcinoma squamocellulare. Con una sfumatura che merita di essere riportata: la crema è la terza misura, non la prima. Prima vengono l’ombra e l’abbigliamento; la protezione ad ampio spettro con SPF superiore a 30 serve sulle aree che i vestiti non coprono, quando l’esposizione non può essere evitata, a partire da un indice UV pari o superiore a 3. Il testo segnala anche due metanalisi che non hanno rilevato un’efficacia significativa, precisando però che includevano studi retrospettivi e prodotti con soli filtri UVB.
La vitamina D
Sulla vitamina D il documento è laconico dove il video è perentorio: la supplementazione con vitamina D3 e calcio non ha prodotto alcun effetto statisticamente significativo sui nuovi tumori cutanei in uno studio su oltre 36mila donne in postmenopausa, e la vitamina D da sola non ha ridotto il rischio di carcinoma squamocellulare in un trial su 2.259 persone. C’è poi un passaggio che sembra scritto per questa vicenda: fra gli ostacoli più tenaci alle campagne di prevenzione gli autori annoverano l’idea, definita falsa, che l’abbronzatura sia un indicatore di buona salute.
La grammatica del biohacking
Il video non è un errore isolato: appartiene a un genere. È il registro del biohacking e del wellness da ottimizzazione, in cui la salute diventa un protocollo personale e l’istituzione sanitaria un ostacolo. Ha una struttura riconoscibile in tre mosse: il ribaltamento totale “tutto falso”, la promessa di un sapere nascosto “dall’abstract non si capisce, dovete andare dentro”, l’allusione a un interesse che vorrebbe tenerlo tale.
La terza è la più efficace, perché immunizza in anticipo dalla verifica: chi apre l’articolo, legge il riassunto e non trova conferma non conclude che il video sbagliasse, conclude di non aver scavato abbastanza. E i numeri sono veri. Non sono inventati, sono estratti. Affermare costa trenta secondi; verificare richiede di individuare il lavoro citato, aprire la discussione, sapere che cos’è un odds ratio e perché un’associazione osservazionale non è un nesso causale. Quasi nessuno lo farà: è il motivo per cui, nella comunicazione sanitaria, l’onere della prudenza non può gravare sul pubblico.
E il rischio non è teorico. Riguarda genitori che d’estate smettono di proteggere i figli, esposizioni prolungate nelle ore centrali, ustioni in età pediatrica, il fattore di rischio più solido che conosciamo per il melanoma in età adulta. In Italia le diagnosi di melanoma cutaneo superano le dodicimila l’anno secondo i registri tumori, con una crescita fra le più rapide di tutte le neoplasie, e la prognosi dipende quasi interamente dallo spessore al momento della diagnosi.
La posizione dei dermatologi
Sul merito scientifico il professor Nistìcò è netto su tre punti. Il primo è il rovesciamento del concetto di prevenzione. “Ci sono decenni di letteratura sottoposta a revisione fra pari, lavori sul New England Journal of Medicine”, osserva: da quella letteratura risulta che le ustioni solari, soprattutto quelle in età pediatrica, sono il principale fattore di rischio sia per i tumori epiteliali della pelle, il carcinoma basocellulare e lo squamocellulare, i più frequenti, sia per il melanoma, che di tutti è quello a mortalità più alta.
Il secondo riguarda lo statuto stesso del lavoro citato. “Non è che si pubblica un articolo e quello diventa la Bibbia”, dice il direttore della scuola di specializzazione, che ritiene il documento criticabile in diversi passaggi e giudica superficiale il vaglio di editor e revisori.
Il terzo è il pacchetto degli argomenti collaterali. L’assorbimento dei filtri nel torrente ematico presentato come prova di tossicità, e la protezione solare che impedirebbe la sintesi della vitamina D, sono per Nistìcò affermazioni che “lasciano il tempo che trovano”. Restano invece i determinanti veri: la carnagione chiara e la familiarità aumentano il rischio a prescindere dalla crema, e la crema è efficace solo se usata come previsto, quantità adeguata, riapplicazione ogni due ore, esposizione evitata nelle ore centrali. Il problema, insiste, non è il singolo video ma il meccanismo che lo amplifica: “sui social vengono cavalcate ondate che diventano virali”, e da lì nasce quello che definisce un problema di tipo educazionale.
Melanoma, strategie per evitare i rischi per la pelle sotto il sole
La segnalazione, il ministero, l’Ordine
Nistìcò dice di aver portato la questione all’attenzione del ministro della Salute Orazio Schillaci e delle società scientifiche, e di averla sollevata anche con autori, conduttori e giornalisti televisivi che invitano nei propri programmi professionisti che sui social diffondono poi informazioni scorrette. Anche l’Ordine dei medici, ritiene, deve essere coinvolto.
La stessa richiesta è salita dal basso. Sotto al video, accanto ai commenti entusiasti, se ne sono accumulati moltissimi di segno opposto, firmati con nome, cognome e specializzazione, dermatologi e oncologi tra i primi. Molti richiamano la responsabilità professionale di chi parla di prevenzione oncologica davanti a un pubblico di massa; diversi annunciano esplicitamente una segnalazione all’Ordine.
Bastava leggere lo studio
A rispondere punto per punto su Instagram, sullo stesso terreno del video, è stato Gianluca Pistore, medico e divulgatore, fondatore del Melanoma Day, che ha ripercorso il filmato leggendo ad alta voce i passaggi dello studio. “Pensavo di dovermi impegnare a cercare chissà quali studi per smontare questo studio”, ha detto, “invece bastava leggerlo”. Ha anche spiegato la ragione personale della sua insistenza sul tema: ha perso il padre per un melanoma, e da lì è nato il suo lavoro di divulgazione.
La questione non è il diritto di un medico a dissentire. Il dissenso è parte del metodo, e Nistìcò stesso ha criticato senza esitazioni il lavoro citato: ma lo ha fatto sul merito, con argomenti, esponendosi alla replica dei pari. Qui non c’è dissenso scientifico: c’è una ricerca usata per affermare il contrario di ciò che afferma, davanti a un pubblico che, quasi per intero, non lo verificherà mai. La differenza fra le due cose è la sola che, in prevenzione, conta davvero.
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Criteri Critici
Presso l'Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli è stata eseguita con successo la prima terapia genica per l'emofilia B in Campania. A livello mondiale, sono ancora pochissimi i centri che eseguono questo trattamento. (ANSA)
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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La cantante R&B Nivea, 44 anni, ha raccontato di essere stata colpita da un tumore del sangue e di essere già in trattamento da mesi. La rivelazione è arrivata nel corso di una puntata di “Cadillac Chronicles”, la serie in cui il conduttore Brian Freeman inte…
La cantante R&B Nivea, 44 anni, ha raccontato di essere stata colpita da un tumore del sangue e di essere già in trattamento da mesi. La rivelazione è arrivata nel corso di una puntata di “Cadillac Chronicles”, la serie in cui il conduttore Brian Freeman intervista gli artisti durante un giro in auto, parlando di musica ma anche di vita privata.
Nivea, all’anagrafe Nivea B. Hamilton, nota soprattutto per il successo “Don’t Mess With My Man”, ha spiegato di aver scoperto la malattia proprio all’inizio del 2026, e di vivere questo momento con un misto di gratitudine e fede. Le sue parole, riportate da diverse testate americane tra cui “Men’s Journal”, sono state chiare: la diagnosi l’ha colpita, ma il percorso di cura procede bene e lei conta che vada avanti così esprimendo la sua gratitudine verso Dio per come stanno andando le cose finora.
Successivamente, tramite una dichiarazione del suo ufficio stampa a People, è arrivato anche il dettaglio clinico: si tratta di leucemia mieloide cronica (CML), una forma di tumore del sangue che colpisce il midollo osseo. Come riportato da Wonderful Florida Television, la cantante ha raccontato di essere arrivata alla diagnosi solo dopo due biopsie del midollo osseo, la prima delle quali non era andata a buon fine. Nivea ha detto di essere stata sollevata nell’apprendere che non si trattava della variante “Blast”, che avrebbe reso necessaria anche la chemioterapia.
Secondo quanto riferito da E! News, i medici avrebbero rassicurato l’artista sul fatto che la malattia non è né ereditaria né legata al suo stile di vita: una notizia che lei stessa ha definito tanto liberatoria quanto sconcertante.
Nonostante il momento delicato, Nivea non si è fermata: la cantante si è iscritta a un corso di ingegneria del suono, un sogno che coltivava da tempo, e sta lavorando a nuova musica. La diagnosi, ha detto, le ha permesso di guardare la vita, e le persone che la circondano, con occhi diversi, spingendola a non dare più nulla per scontato.
Nivea è madre di quattro figli: tre nati dal matrimonio con il cantante The-Dream, sposato nel 2004 e da cui si è separata pochi anni dopo, e un altro avuto dalla precedente relazione con il rapper Lil Wayne, con cui era stata anche fidanzata.
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Una nuova terapia sperimentale offre speranza contro i tumori cerebrali pediatrici, mostrando risultati incoraggianti e pochi effetti collaterali.Quando si parla di tumori cerebrali pediatrici, la speranza sembra purtroppo non appartenerci. Tuttavia, una nuov…
Quando si parla di tumori cerebrali pediatrici, la speranza sembra purtroppo non appartenerci. Tuttavia, una nuova terapia sperimentale sta offrendo i primi segnali decisamente incoraggianti che aprono la strada a nuovi trattamenti.
I tumori cerebrali infantili rappresentano una delle diagnosi più difficili da affrontare nel campo dell’oncologia pediatrica e il glioma pontino intrinseco diffuso “DIPG” ne è l’esempio. Si tratta di un tumore aggressivo che colpisce il ponte, regione del tronco encefalico adibita, tra le altre cose, al controllo di pressione sanguigna e respirazione. A questo si aggiungono i tumori del sistema nervoso centrale recidivanti, anch’essi, con una prognosi altamente sfavorevole.
Entrambe le forme, così come ha affermato Catherine Bollard, co-autrice senior dello studio, sono "universalmente fatali, non c'è una cura". A quanto pare, una delle problematiche principali nel trattamento è data dalla loro eterogeneità.
All’interno della stessa neoplasia convivono infatti cellule con caratteristiche notevolmente differenti. Individuare quindi una terapia capace di agire simultaneamente su tutte, appare molto complesso. Pensate che secondo il National Cancer Institute, la maggior parte dei bambini affetti non vive oltre i due anni dalla diagnosi. Le cose potrebbero però cambiare presto.
La nuova terapia sperimentale
Uno studio condotto da un team di ricercatori del Children's National Hospital, di Washington, ha infatti sperimentato quella che è stata definita “terapia con linfociti T antigeni associati al tumore (TAA-T)”.
In particolare, il team ha prelevato i linfociti T dal gruppo di pazienti con diagnosi di PIPG e di tumore al sistema nervoso recidivante e li ha esposti a cellule che presentano proteine caratteristiche del tumore. I risultati preliminari sono incoraggianti.
Il nuovo approccio mira a distruggere simultaneamente tre diverse proteine tumorali, bypassando almeno in parte il problema dell’eterogeneità. Inoltre, sembra produrre meno effetti collaterali rispetto alla terapia con linfociti CAR-T.
I primi risultati dello studio
A tal proposito, nel gruppo con tumore recidivante, tre bambini monitorati a cinque anni di distanza dal trattamento, non presentano ancora segni di malattia. Inoltre, uno dei pazienti affetti da DIPG è vivo dopo circa due anni dal trattamento, dato particolarmente significativo considerando l’aggressività della patologia.
"Il trattamento è stato generalmente ben tollerato", affermano gli autori dello studio, mostrando un cauto ma concreto ottimismo.
Come dimostrano le parole della stessa Bollard, si tratta di uno studio che dona speranza a migliaia di famiglie in tutto il mondo: "Sono ancora in contatto con una delle famiglie e sono incredibilmente grati che il loro bambino sia ancora con loro oggi".
Rimanendo in tema, avete già letto dei tumori sconfitti dalla luce? Si tratta di uno studio italiano. Infine, sapevate che viviamo 9 anni in più rispetto al 1990? Purtroppo però, ben 11 sono trascorsi in malattia!
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Criteri Critici
Una nuova classe di molecole sperimentali potrebbe rappresentare un importante passo avanti nella lotta contro il cancro, rendendo radioterapia e chemioterapia più efficaci e, in prospettiva, consentendo di utilizzare dosi inferiori, con un minore impatto sui…
I ricercatori di Wayne State University e Indiana University hanno sviluppato una nuova classe di inibitori che blocca il primo meccanismo di riparazione del DNA delle cellule tumorali. La professoressa Sabrina Arena (Università di Torino e Candiolo): "Strategia promettente per aumentare l'efficacia delle cure e limitare le resistenze".
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Una nuova classe di molecole sperimentali potrebbe rappresentare un importante passo avanti nella lotta contro il cancro, rendendo radioterapia e chemioterapia più efficaci e, in prospettiva, consentendo di utilizzare dosi inferiori, con un minore impatto sui pazienti. Si tratta degli inibitori Ku-DBi, sviluppati da un gruppo di ricercatori della Wayne State University e della Indiana University, concepiti per colpire uno dei principali sistemi di difesa delle cellule tumorali: il meccanismo di riparazione del DNA. La novità dello studio risiede soprattutto nel cambio di strategia. Finora gran parte della ricerca si era concentrata sull’inibizione diretta della proteina DNA-PK, un enzima fondamentale nei processi di riparazione del DNA ma difficile da bloccare senza provocare effetti indesiderati. Il nuovo approccio, invece, interviene ancora più a monte del processo.
Il meccanismo
Le molecole Ku-DBi prendono infatti di mira Ku70/80, il complesso proteico che rappresenta il primo “sensore” delle rotture del DNA. Quando il materiale genetico subisce un danno, Ku70/80 è la prima struttura a riconoscerlo e ad attivare la macchina cellulare incaricata di ripararlo. Impedendo a questo sensore di legarsi al DNA danneggiato, i ricercatori riescono di fatto a “disattivare l’allarme”: la cellula tumorale non è più in grado di riparare i danni provocati dalla radioterapia o dalla chemioterapia e va incontro alla morte.
“Questo studio propone un approccio innovativo per rendere i tumori più vulnerabili alle terapie che danneggiano il DNA, come la radioterapia e la chemioterapia”, spiega Sabrina Arena, professoressa associata del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e direttrice del Laboratorio di Genetica Traslazionale del Cancro presso l’Istituto di Candiolo – IRCCS.
“Invece di bloccare direttamente l’attività di DNA-PK, una proteina coinvolta nella riparazione del DNA e da tempo considerata un promettente bersaglio terapeutico, i ricercatori puntano a Ku70/80, il “sensore” che riconosce per primo le rotture del DNA e avvia l’intero processo di riparazione, intervenendo quindi sul primissimo evento della risposta al danno», osserva la ricercatrice. Secondo Arena, se i risultati saranno confermati dagli studi clinici, questa strategia potrebbe avere ricadute molto importanti. “Potrebbe aumentare l’efficacia delle terapie antitumorali, ridurre lo sviluppo di resistenze ai trattamenti e aprire nuove opportunità terapeutiche basate sulla cosiddetta letalità sintetica nei tumori che dipendono in modo particolare dai meccanismi di riparazione del DNA”.
I risultati dei test preclinici
Le prime sperimentazioni sono state condotte su modelli preclinici di laboratorio, in particolare su tumori difficili da trattare come il carcinoma del polmone. I risultati hanno mostrato che gli inibitori Ku-DBi riescono a penetrare efficacemente nelle cellule tumorali, rendendole molto più sensibili agli effetti delle radiazioni. Il principio biologico alla base di questa strategia è quello della letalità sintetica, un approccio che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più importante nell’oncologia di precisione.
In pratica, il tumore presenta già una vulnerabilità genetica legata ai propri difetti di riparazione del DNA. Bloccando farmacologicamente anche la via controllata da Ku70/80, le cellule cancerose perdono ogni possibilità di sopravvivere ai danni genetici accumulati e vengono eliminate, mentre le cellule sane, che dispongono di sistemi di riparazione funzionanti, risultano molto meno esposte agli effetti del trattamento. Prima di un eventuale impiego nella pratica clinica saranno però necessari studi sull’uomo per verificarne la sicurezza, il dosaggio ottimale e l’effettiva efficacia nei diversi tipi di tumore.
La ricerca italiana sulle vulnerabilità dei tumori
Il lavoro pubblicato dai ricercatori statunitensi si inserisce in un filone di ricerca sempre più promettente, che punta a individuare le fragilità genetiche delle cellule tumorali per colpirle in modo selettivo. Su questo fronte si colloca anche uno studio recentemente pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine dal gruppo guidato da Sabrina Arena. Il team dell’Università di Torino e dell’Istituto di Candiolo ha infatti individuato un nuovo punto debole nel carcinoma del colon-retto metastatico resistente alle terapie mirate anti-EGFR.
La ricerca ha dimostrato che, nonostante la loro apparente aggressività, queste cellule tumorali accumulano numerosi danni al DNA e riescono a sopravvivere soltanto grazie all’azione della proteina WEE1, che funziona come una sorta di “freno di sicurezza” del ciclo cellulare.
Bloccando farmacologicamente WEE1 e associando questo trattamento alla chemioterapia tradizionale, i ricercatori sono riusciti a eliminare questo meccanismo di protezione. Le cellule tumorali continuano così a replicarsi senza riuscire a correggere gli errori genetici accumulati, fino a raggiungere un livello di instabilità incompatibile con la sopravvivenza e andare incontro all’autodistruzione. I risultati ottenuti negli organoidi, mini-tumori coltivati in laboratorio a partire da cellule prelevate direttamente dai pazienti, sono apparsi particolarmente promettenti e potrebbero aprire la strada a future sperimentazioni cliniche dedicate ai malati che non rispondono più alle terapie oggi disponibili.
Sebbene entrambe le ricerche siano ancora nella fase preclinica, confermano una direzione sempre più chiara dell’oncologia moderna: non limitarsi a colpire direttamente il tumore, ma sfruttarne le debolezze biologiche per renderlo incapace di difendersi dalle terapie, aumentando l’efficacia delle cure e riducendo, al tempo stesso, il rischio di tossicità per i pazienti.
Valentina Arcovio
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Criteri Critici
L'efficacia delle cure oncologiche e la loro tollerabilità da parte del paziente non dipendono soltanto dalla molecola somministrata o dalle caratteristiche genetiche del tumore, ma anche dall'equilibrio del microbiota intestinale. (ANSA)
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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All'ospedale Molinette di Torino la scelta del percorso terapeutico più adatto nel caso di tumore del retto sarà compiuta con l'ausilio di un gemello digitale. (ANSA)
“Bisogna festeggiare, anche se non è finita. La terapia sta funzionando, c’è poca massa e grandi progressi”: Natalia Paragoni aggiorna sulla sua malattia nel giorno del compleanno della figlia Ginevra
📰 Ilfattoquotidiano.it📅 2026-07-21T09:30:24Z✍️ Giuseppe Candela
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Criteri Critici
“Bisogna festeggiare, anche se non è finita”, queste le parole pronunciate da Natalia Paragoni. Una domenica di festa per lei e la sua famiglia, Ginevra, la prima figlia nata dall’amore con il dj Andrea Zelletta, ha compiuto tre anni e i genitori hanno celebr…
“Bisogna festeggiare, anche se non è finita”, queste le parole pronunciate da Natalia Paragoni. Una domenica di festa per lei e la sua famiglia, Ginevra, la prima figlia nata dall’amore con il dj Andrea Zelletta, ha compiuto tre anni e i genitori hanno celebrato questa giornata con amici e parenti. L’influencer ha condiviso su TikTok gli aggiornamenti sulla sua malattia, raccontando ai numerosi follower i progressi ottenuti grazie alle cure.
Paragoni arriva da mesi molto difficili, segnati dalla scoperta del linfoma di Hodgkin. Una scoperta arrivata durante l’ottavo mese della sua seconda gravidanza: “Bisogna festeggiare questa cosa, ma non è finita. La terapia sta andando molto bene, ci sono dei grandi progressi. La PET ha captato che c’è poca massa. Tutto si è sgonfiato”, ha spiegato, visibilmente felice e commossa, Natalia.
“I due cosini che avevo all’interno si sono sgonfiati alla grande! La PET ha captato una luce di 2,5 al posto degli 11,7 che avevo all’inizio. Sono molto felice! La terapia sta funzionando“, ha continuato Paragoni che da mesi racconta il suo percorso medico sui social. Un percorso terapeutico che fornisce miglioramenti ma che non si è concluso: “Adesso farò altre tre chemio, poi aspetterò settembre, farò un’altra PET e capiremo il da farsi”.
Ha lasciato poi spazio alla festa: “Auguri alla mia Ginny, il mio amore più grande. Vorrei che il tempo si fermasse“, ha scritto Natalia rilanciato alcuni scatti con la figlia. Nelle storie di Instagram ha pubblicato un bellissimo ritratto di famiglia in cui tiene in braccio la piccola Beatrice, accanto a lei il compagno Andrea con la festeggiata Ginevra con in bella vista una torta dedicata al film animato “Frozen”.
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Criteri Critici
Una procedura ancora sperimentale ma offerta a tutti quei giovanissimi che ancora non producono spermatozoi prima di cominciare una terapia che mette a rischio talvolta per sempre la loro fertilità. E oggi la notizia straordinaria che dà speranza: quel tessut…
Aveva solo dieci anni e doveva sottoporsi a chemioterapia che avrebbe quasi certamente compromesso la sua fertilità e la possibilità di diventare padre in futuro quando all’ospedale universitario di Bruxelles gli fu proposto di congelare il tessuto testicolare. Un trattamento sperimentale ancora oggi, e figuriamoci allora. I genitori però acconsentirono e adesso, sedici anni dopo, quel tessuto reimpiantato ha cominciato a produrre spermatozoi e regala a un ragazzo di 26 anni la chance di un figlio. Un risultato considerato straordinario, presentato al congresso londinese di Eshre, la società europea di riproduzione umana ed embriologia, e pubblicato all'inizio di quest'anno come preprint non ancora revisionato sulla piattaforma medRxiv.
A dieci anni non si è ancora in grado di produrre spermatozoi, mediamente la produzione comincia attorno ai 13, e quindi non si può procedere al loro congelamento prima di affrontare terapie che possono compromettere la fertilità temporaneamente, ma in alcuni casi, non prevedibili, anche in modo permanente. Il prelievo e la crioconservazione del tessuto testicolare restano quindi l’unica opzione per bambini e adolescenti e questo benché ancora oggi sia considerata una procedura sperimentale dall’esito incerto. Questo studio, però, aggiunge un tassello importante al puzzle della medicina della riproduzione e dà speranza a tutti coloro che hanno congelato confidando nei progressi della medicina. Che non sono pochi, se si pensa che dal 2002 al 2022, oltre 3.000 ragazzi in 16 centri tra Europa, Australia e Stati Uniti hanno congelato campioni di tessuto testicolare sperando di poter avere figli in futuro. E questo senza alcuna assicurazione di successo futuro.
Il caso belga
Ma veniamo a questo che si candida ad essere il primo caso in assoluto. Nel 2008, i medici dell'Ospedale Universitario di Bruxelles asportano un testicolo a un bambino di dieci anni e congelano alcuni frammenti di tessuto prima di sottoporre il piccolo paziente a chemioterapia propedeutica a trapianto di cellule staminali per curare l'anemia falciforme. Oltre dieci anni dopo, ormai uomo, quel bambino torna in ospedale chiedendo di avere la possibilità di diventare padre. Quale miglior modo per esorcizzare il passato e la malattia, del resto. I medici ci credono, insieme a lui, e lo monitorano per due anni, per confermare la mancata produzione autonoma di spermatozoi normali. Decidono quindi di innestare 11 frammenti di tessuto — rimasti congelati per ben 16 anni — all'interno del testicolo rimasto o sotto la pelle dello scroto. Gli innesti restano in incubazione per un anno, poi vengono prelevati ed esaminati.
A questo punto dire che si è trattato una sorpresa è dir poco: i ricercatori hanno infatti individuato cellule staminali produttrici di spermatozoi e segni di una produzione attiva in diversi innesti. E in un campione addirittura un singolo spermatozoo maturo. “A questo punto il resto dell’innesto è stato subito conservato nella speranza di poter individuare altri spermatozoi da usare per la fecondazione in vitro”, ha raccontato Ellen Goossens, biologa della riproduzione alla Vrije Universiteit Brussel e coautrice del preprint.
La speranza è più concreta
Il passo avanti è importante e sostanziale perché adesso con quel singolo spermatozoo (e con altri che ci si augura verranno) si tenterà di fecondare un ovocita, sperando che sia in grado di farlo e di far nascere un bambino sano. Intanto Richard Anderson, specialista in Medicina della riproduzione all'Università di Edimburgo pensa all’immediato futuro e, con la notizia di questo primo successo, si aspetta che sempre più uomini tornino in ospedale per sottoporsi al trapianto. Continuare su questa strada consentirebbe di chiarire dubbi su questa procedura ancora sperimentale: “Per esempio quale sia la sede migliore per il trapianto - aggiunge Rod Mitchell, endocrinologo pediatra dell’Università di edinburgo non coinvolto nello studio - per quanto tempo il tessuto debba rimanere in sede prima di tentare di individuare spermatozoi e se la stimolazione ormonale aumenti le probabilità di produzione nel tessuto trapiantato”.
Prima volta sull’uomo
“Questo lavoro è un interessantissimo proof of concept (indica la fase di test iniziale di un'idea, ndr) che riporta il primo caso nell’uomo di trapianto autologo di tessuto testicolare immaturo crioconservato con ripresa della spermatogenesi. Era stato dimostrato solo in studi preclinici in primati non umani – commenta Rossella Mazzilli, specialista Endocrinologia e Andrologia Aou Sant’Andrea Sapienza università di Roma e IviRma Genera – ovviamente, trattandosi di un unico paziente, ci sono dei limiti sulla riproducibilità metodologica. Inoltre, trattandosi di un unico spermatozoo maturo recuperato, non abbiamo dati sulla capacità fecondante. Tuttavia, questo lavoro apre un nuovo importante scenario nella medicina della riproduzione nel contesto della preservazione della fertilità in uomini sottoposti a trattamenti gonadotossici durante l'infanzia”.
L'approccio alternativo negli USA
Negli Stati Uniti, invece, si percorre un altro tentativo: anziché innestare frammenti di tessuto, un altro gruppo di ricerca ha iniettato una sospensione di cellule testicolari direttamente nei tubuli seminiferi dei testicoli, dove avviene normalmente la produzione di spermatozoi, sperando che queste cellule attecchiscano e maturino rilasciando poi gli spermatozoi prodotti direttamente nell'eiaculato. La procedura ha già dimostrato di funzionare su topi e primati non umani, e i ricercatori hanno trovato precursori degli spermatozoi nell'eiaculato del paziente umano che si è sottoposto al trapianto, riferisce Kyle Orwig, biologo della riproduzione all'Università di Pittsburgh (Pennsylvania) e coautore di un preprint non ancora revisionato su questa tecnica. Tuttavia, finora, il paziente non ha ancora prodotto spermatozoi maturi. Questo però – sottolineano i medici – non vuol dire che il trapianto sia fallito, ma che forse potrebbe volerci molto più tempo prima che le cellule staminali iniettate ripopolino il testicolo.