📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Il chirurgo oncologo Ermanno Leo dalla cura di 35 mila persone alla critica al business dei tumori e all'Ambrogino d'Oro Il Giornale d'Italia
Il chirurgo oncologo Ermanno Leo racconta la sua vita dedicata alla lotta contro i tumori curando 35 mila persone. Leo messo in luce la critica verso il business dei tumori.Uno dei chirurghi oncologici più autorevoli d’Italia, originario di Canosa di Puglia e milanese d’adozione, Leo ha creato e diretto per oltre trent’anni la Struttura complessa di chirurgia del colon-retto presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano.
Il cancro c’era già nelle mummie
Il professore invita a riflettere sulle vere cause dei tumori, diffidando di chi le attribuisce soltanto allo stile di vita o all’alimentazione. Ricorda che le prime tracce di cancro sono state ritrovate nelle ossa delle mummie egizie, migliaia di anni fa, evidenziando che: "Non penso che loro fumassero o che mangiassero cibo ultraprocessato". Il suo invito è ad attenersi a ciò che dicono i medici, senza ridurre la malattia a semplice conseguenza di abitudini moderne. Secondo il chirurgo, intorno al cancro ci sono interessi economici molto forti, e capita spesso di leggere o sentire parlare di ricerche considerate determinanti quando in realtà non lo sono. Anni fa, la sua équipe condusse la prima sperimentazione clinica di un vaccino terapeutico per i tumori del colon-retto, con risultati incoraggianti: il sistema immunitario dei pazienti riconosceva e distruggeva la proteina survivina, che permette alle cellule tumorali di sopravvivere. Ma il progetto si fermò: il gruppo farmaceutico che avrebbe dovuto sostenere la ricerca si dileguò. "Forse perché non eravamo abbastanza interessanti sul piano dei ricavi? Non lo so", commenta il professore. Nel 2019 aveva ammesso “Mi assumo totalmente la responsabilità nel dire che il cancro è diventato in questi decenni un affare insieme alle guerre“. Ha aveva dichiarato inoltre che se uscisse una cura contro il cancro questa metterebbe in crisi investimenti miliardari.
Ho operato più di 35 mila persone
"Quasi trentacinquemila interventi di patologia oncologica generale". Questo il bilancio impressionante di una carriera iniziata a Napoli, proseguita a Milano sotto la guida di Pietro Bucalossi, pioniere della chirurgia oncologica, e culminata con la direzione della struttura di chirurgia colo-rettale dell’Istituto Tumori.
Nel 2004, l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo ha insignito della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica, un riconoscimento legato soprattutto al miglioramento della qualità di vita dei pazienti e alla riduzione delle recidive ottenuto grazie alle sue ricerche.
La tecnica rivoluzionaria: grazie a noi si evita il sacchetto
Il contributo più importante di Ermanno Leo alla medicina è rappresentato dalla tecnica conservativa della funzione rettale, da lui messa a punto con la sua équipe negli anni ’90. Grazie a questa innovazione, che prevede la ricostruzione dell’ampolla rettale, la gran parte dei pazienti destinati a portare a vita la colostomia, ovvero il “sacchetto” esterno per la raccolta delle feci, può invece conservare la propria integrità fisica. Con questa tecnica, non solo è stata salvaguardata la qualità di vita dei pazienti, ma le recidive loco-regionali sono state ridotte dal 30 per cento all’8 per cento.
L'amicizia con Renato Zero e l'Ambrogino d'Oro
Tra i suoi pazienti, il professor Leo annovera numerosi artisti e personalità dello spettacolo tra cui Gino Paoli, Renato Zero, grande amico del chirurgo. Nel 2021 ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro, il premio più importante conferito dal Comune di Milano, per il suo enorme contributo scientifico e umano. Ha ricevuto anche premi che vanno oltre il campo medico quali:due o tre Telegatti, non per meriti artistici, ma perché fa parte dell’Areco, l’Associazione per la Ricerca Europea in chirurgia oncologica, a cui andarono i ricavi di una serata benefica dedicata alla TV. Ha inoltre pubblicato un libro che racconta la sua vita professionale per Mondadori.
Durante le elezioni per il Presidente della Repubblica nel 2013 e nel 2022, il suo nome è apparso tra le preferenze: tre voti nel 2013 e due nel 2022. "Ci saranno dei politici dotati di un grande senso dell’umorismo", ha commentato lui, sottolineando di conoscere molti politici perché "ho curato centinaia di migliaia di persone"
Ermanno Leo ha un figlio che non ha seguito le sue orme mediche, ma è diventato pilota di auto da corsa. "Non apprensivo ma molto felice di averlo accanto quando è possibile"
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Sindrome di Rett, arriva in Europa la prima terapia per i sintomi neurocomportamentali Mondosanità
Nei primi mesi di vita tutto sembra procedere come per le altre bambine. Poi, tra i 6 e i 18 mesi, qualcosa si incrina: lo sviluppo rallenta, alcune abilità si perdono. Il linguaggio si assottiglia, la comunicazione si fa più complessa, l’uso intenzionale delle mani si deteriora. Possono emergere disturbi del sonno, ansia, comportamenti ripetitivi e, con il tempo, gravi difficoltà motorie. È la traiettoria con cui si confrontano molte famiglie che convivono con la sindrome di Rett, rara condizione neurologica dello sviluppo che interessa soprattutto il sesso femminile. Ora, per loro, arriva una notizia destinata a segnare uno spartiacque: la Commissione Europea ha concesso il via libera a trofinetide per il trattamento dei sintomi neurocomportamentali della sindrome di Rett negli adulti e nei pazienti pediatrici dai cinque anni in su. Si tratta del primo e unico trattamento approvato nell’Unione Europea specificamente per questa indicazione.
Una svolta dopo anni senza una terapia mirata
La portata della decisione si comprende guardando alla complessità della patologia. La Rett non riguarda soltanto la motricità: può investire progressivamente comunicazione, comportamento, sonno, autonomia e funzioni motorie, con ricadute profonde sulla vita di tutti i giorni.
«La sindrome di Rett è caratterizzata da un quadro neurocomportamentale complesso», osserva Aglaia Vignoli, professore associato di Neuropsichiatria infantile all’Università Statale di Milano e direttore del Dipartimento di Neuropsichiatria infantile dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. La fase regressiva, puntualizza la specialista, può comportare una rapida perdita delle competenze linguistiche e comunicative e associarsi a disturbi del sonno, ansia e altre alterazioni del comportamento. Per le pazienti e per chi le assiste, il carico può diventare enorme. L’autorizzazione europea apre dunque una prospettiva a lungo attesa: intervenire farmacologicamente anche sulle manifestazioni neurocomportamentali.
Che cos’è la sindrome di Rett
La Rett è una malattia rara e complessa dello sviluppo neurologico, con una frequenza stimata di circa una bambina ogni 10.000-15.000 nascite nel mondo. L’esordio è subdolo: nei primi mesi lo sviluppo può apparire sostanzialmente nella norma, poi sopraggiunge la regressione. La bambina può perdere abilità comunicative già acquisite e l’uso intenzionale delle mani; compaiono le tipiche stereotipie manuali (stringere o battere le mani) e alterazioni della deambulazione. Successivamente può instaurarsi una fase di plateau, con una relativa stabilizzazione di alcuni aspetti, mentre i problemi motori permangono rilevanti. Con la crescita, il quadro tende a complicarsi ulteriormente, richiedendo in molti casi assistenza e cure intensive fino a 24 ore su 24.
Quando la malattia ridisegna la vita familiare
Dietro una diagnosi rara c’è un intero sistema che si riorganizza: genitori chiamati a interpretare segnali sfumati, fratelli e sorelle, caregiver, terapisti, medici, insegnanti. L’impatto può essere fisico, psicologico, sociale ed economico. Anche per questo l’arrivo di una terapia indirizzata ai sintomi neurocomportamentali va oltre il mero dato regolatorio: non equivale a una cura né cancella l’evoluzione della malattia, ma introduce una nuova opzione per affrontare una componente particolarmente gravosa del quadro clinico.
Trofinetide: cosa sappiamo
Trofinetide è un analogo sintetico del tripeptide N-terminale dell’IGF-1 (fattore di crescita insulino-simile 1). L’autorizzazione europea si fonda principalmente sui risultati di LAVENDER, studio clinico di fase 3 che ha valutato i segni e le caratteristiche cardine della sindrome di Rett. Nella sperimentazione sono emersi miglioramenti statisticamente e clinicamente significativi rispetto ai due endpoint coprimari: il Rett Syndrome Behaviour Questionnaire (RSBQ) e la scala Clinical Global Impression of Improvement (CGI-I). È un passaggio cruciale: il via libera non poggia soltanto su un razionale biologico, ma su evidenze robuste di fase avanzata.
Perché si parla di sintomi “neurocomportamentali”
Il termine è tecnico, ma descrive aspetti molto concreti per le famiglie: difficoltà comunicative, alterazioni del comportamento, disturbi del sonno, ansia e altre problematiche collegate alla compromissione neurologica. Sono manifestazioni che possono limitare ancora di più l’autonomia e rendere più complessa la gestione quotidiana. L’obiettivo di trofinetide è agire proprio su questa dimensione. L’indicazione approvata riguarda adulti e pazienti pediatrici a partire dai cinque anni, ampliando la platea potenzialmente trattabile.
Il legame con il gene MECP2
Nella maggioranza dei casi la sindrome è associata a una mutazione del gene MECP2, cruciale per il normale funzionamento dei neuroni. La proteina MeCP2 modula l’attività neuronale; quando la sua funzione è compromessa, si alterano comunicazione tra cellule nervose e plasticità cerebrale. Ne risulta un quadro neurologico estremamente complesso, in cui il cervello fatica a mantenere alcune funzioni inizialmente acquisite. Anche per questo la ricerca sulla sindrome di Rett è divenuta nel tempo un laboratorio per comprendere meglio i rapporti tra genetica, sviluppo neurologico e sinapsi.
Un’autorizzazione valida in tutta l’UE
La decisione della Commissione Europea ha valore sovranazionale: trofinetide è autorizzato alla commercializzazione nei 27 Stati membri dell’UE, oltre che in Islanda, Liechtenstein e Norvegia. Resta però un passaggio fondamentale: l’ok europeo non implica l’immediata disponibilità rimborsata in ogni Paese. Occorrono le procedure nazionali con le autorità competenti, comprese le negoziazioni su prezzo e rimborso. La casa farmaceutica ha annunciato l’avvio degli iter necessari per favorire l’accesso nei diversi mercati. È un traguardo importante, ma anche l’inizio di una nuova fase.
La voce della comunità Rett
Soddisfazione e aspettative arrivano dalle associazioni di pazienti. Pedro Rocha, presidente di Rett Syndrome Europe, ha definito l’approvazione un progresso significativo per le persone con Rett, per i caregiver e per l’intera comunità europea. Nelle malattie rare, ogni opportunità terapeutica ha un peso specifico elevato, perché la ricerca di trattamenti dedicati è spesso più ardua.
Che cosa cambia davvero
Occorre realismo. Trofinetide non è una cura definitiva e l’indicazione riguarda i sintomi neurocomportamentali. Tuttavia, la sua disponibilità introduce una possibilità in più all’interno di una presa in carico che rimane multidisciplinare e personalizzata. La gestione della sindrome di Rett tocca molteplici aspetti della salute e dell’autonomia e richiede l’apporto coordinato di diverse figure professionali. La novità è che, da oggi, nell’Unione Europea esiste un medicinale autorizzato specificamente per la componente neurocomportamentale della sindrome.
Il significato di una “prima volta”
Nelle malattie rare, la parola “prima” conta: prima terapia approvata, prima opzione farmacologica specifica, primo passo dopo anni di bisogni senza risposta mirata. Per chi guarda da fuori può sembrare una pratica regolatoria; per una famiglia, è uno strumento in più per affrontare la quotidianità. L’ok a trofinetide segna così un passaggio storico per la comunità Rett europea: non la fine della ricerca, non la soluzione definitiva a una patologia complessa, ma l’apertura di un nuovo capitolo nella possibilità di trattare i sintomi e di rispondere a bisogni finora privi di una terapia approvata. La sfida adesso è l’accesso: una innovazione diventa davvero una conquista solo quando, dopo il via libera, raggiunge concretamente le persone che ne hanno bisogno.
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Criteri Critici
Ipertensione arteriosa, una nuova terapia per la malattia resistente al trattamento la Repubblica
L’ipertensione arteriosa è uno dei disturbi a più alto impatto sulla salute pubblica a livello globale: nel nostro paese affligge una persona su tre, e rappresenta il fattore di rischio modificabile tra i più rilevanti per eventi cardiovascolari, cerebrovascolari e renali, dal momento che nel tempo può danneggiare i vasi sanguigni e gli organi vitali, aumentando il rischio di gravi complicanze come infarto, ictus e malattia renale. Tutto ciò è particolarmente pericoloso per quel 33% di pazienti – secondo gli ultimi report dell’Organizzazione mondiale della sanità – che, pur assumendo regolarmente i farmaci antipertensivi, non riesce a raggiungere il target terapeutico raccomandato dalle linee guida: in questo caso si parla di ipertensione arteriosa non controllata, o resistente al trattamento, una condizione clinica che per un ventennio ha visto scarseggiare nuovi approcci farmacologici. Oggi la ricerca medica sta lavorando a un’opzione mirata per questa specifica fetta di popolazione: al congresso della European Society of Cardiology (Esc) 2026, a Monaco di Baviera, sono infatti stati presentati i nuovi risultati dello studio di fase III BaxHTN, progettato per valutare a lungo termine l’efficacia di un nuovo principio attivo, il baxdrostat. E sono dati molto interessanti.
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L’aldosterone e l’inibizione “a monte”
Vediamo anzitutto come funziona il farmaco. La pressione sanguigna è strettamente legata all’aldosterone, un ormone prodotto e rilasciato dalle ghiandole surrenali: un’eccessiva sintesi di questa sostanza endogena innesca l’innalzamento dei livelli pressori e contribuisce al rischio cardiovascolare e renale. Baxdrostat appartiene a una nuova potenziale classe di farmaci che opera come inibitore altamente selettivo dell’aldosterone sintasi, l’enzima necessario per secernere l’ormone. “Agendo come inibitore selettivo dell’aldosterone sintasi”, spiega Massimo Volpe, presidente della Siprec (Società italiana per la prevenzione cardiovascolare) e professore emerito a Sapienza Università di Roma e Irccs San Raffaele di Roma, “baxdrostat interviene a monte, riducendo la sintesi dell’ormone chiave nell’ipertensione di difficile controllo, anziché limitarsi a contrastarne gli effetti a valle, come fanno invece i bloccanti del recettore dei mineralcorticoidi”: è proprio questo meccanismo che permette di bloccare direttamente l’origine dello squilibrio pressorio.
Una nuova strategia per “leggere” gli spartiti del microbioma di 04 Agosto 2026 di Sandro Iannaccone
I risultati dello studio
I dati recentemente svelati a Monaco mostrano i risultati ottenuti dopo un anno di trattamento (52 settimane). Baxdrostat, somministrato al dosaggio di 2 mg, ha garantito un abbassamento della pressione arteriosa sistolica in posizione seduta di –12,6 mmHg rispetto al placebo o alla terapia standard, mantenendo un profilo di sicurezza coerente con le prime valutazioni cliniche. Tali evidenze si aggiungono ai risultati a 12 settimane dello stesso studio BaxHTN (pubblicati sul New England Journal of Medicine nel 2025, che mostravano riduzioni di 15,7 mmHg e 14,5 mmHg a seconda del dosaggio) e ai dati dello studio di fase III Bax24 (presentati all’American Heart Association nel 2025): “A seguito delle solide evidenze di efficacia e sicurezza già dimostrate dagli studi BaxHTN e Bax24”, prosegue Volpe, “i nuovi dati a 52 settimane consentono ora di valutarne la sicurezza e l’effetto a lungo termine, aspetto particolarmente rilevante in una patologia cronica come l’ipertensione. In questo senso, i risultati dello studio BaxHTN sono estremamente rilevanti, confermando la persistenza dell’effetto pressorio a lungo termine di baxdrostat, un profilo di sicurezza incoraggiante e la coerenza biologica con il proprio meccanismo di azione, consolidando il ruolo dell’aldosterone come meccanismo biologico rilevante nella fisiopatologia dell’ipertensione, in particolare nelle forme non controllate o resistenti. Queste ulteriori evidenze confermano il potenziale di baxdrostat nel colmare un bisogno clinico ancora insoddisfatto, aprendo la strada a una nuova prospettiva terapeutica”.
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Criteri Critici
Una terapia sperimentale porta l’artrite reumatoide in remissione tomshw.it
I ricercatori della Charité – Universitätsmedizin Berlin hanno sperimentato una terapia con cellule CAR-T in sei persone affette da artrite reumatoide particolarmente grave e resistente ai trattamenti. Nella prima sperimentazione clinica al mondo di questo tipo, descritta su Nature Medicine, l’attività della malattia è diminuita in tutti i partecipanti; tre, al termine del periodo di osservazione, non assumevano più farmaci contro l’artrite.
L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica nella quale il sistema immunitario attacca per errore le articolazioni. L’infiammazione ripetuta provoca gonfiore, dolore, limitazioni nei movimenti e, nel tempo, può danneggiare le strutture articolari. I medicinali disponibili riescono spesso a controllare l’infiammazione, ma generalmente non eliminano la malattia e possono richiedere una somministrazione prolungata.
Il gruppo tedesco si è concentrato sulle cellule B che potrebbero conservare la memoria patologica della risposta autoimmune. Alcune possono sopravvivere nei linfonodi, nel midollo osseo o nei tessuti articolari, producendo autoanticorpi e riaccendendo l’infiammazione. Molte espongono sulla superficie la molecola CD19, già utilizzata come bersaglio nelle CAR-T sviluppate contro determinati tumori del sangue e del sistema linfatico.
Il risultato suggerisce che eliminare in profondità le cellule B patologiche potrebbe spezzare la memoria autoimmune, ma sei pazienti non bastano per parlare di cura.
Per preparare il trattamento, i medici hanno prelevato dal sangue dei pazienti i linfociti T e li hanno modificati geneticamente in laboratorio. Le cellule hanno ricevuto un recettore antigenico chimerico capace di riconoscere CD19. Dopo un breve ciclo di chemioterapia preparatoria, necessario a ridurre temporaneamente alcune popolazioni immunitarie, le cellule ingegnerizzate sono state restituite con una singola infusione.
Il trial COMPARE ha coinvolto tre donne e tre uomini tra 31 e 69 anni. Nel decennio precedente avevano ricevuto fino a otto terapie mirate o biologiche senza ottenere un controllo adeguato della patologia. L’attività della malattia è calata nettamente in tutti e sei i casi e, nel follow-up durato fino a dodici mesi, tre partecipanti hanno raggiunto una remissione senza farmaci per l’artrite reumatoide.
Le analisi indicano che le CAR-T hanno raggiunto le cellule B associate alla malattia anche nel midollo osseo, nei linfonodi e nel tessuto articolare. Durante i controlli successivi sono inoltre diminuiti nettamente gli autoanticorpi legati all’artrite reumatoide. Quando il comparto delle cellule B si è ricostituito, predominavano cellule naïve, non ancora modellate dalla malattia, mentre quelle autoreattive presenti prima del trattamento non erano più rilevabili in quasi tutti i pazienti.
I dati sostengono quindi l’ipotesi di un possibile reset immunitario, più profondo della sola soppressione temporanea dell’infiammazione. Il campione resta però estremamente piccolo e il follow-up è limitato: i risultati non dimostrano che la terapia sia una cura, né consentono di stabilirne pienamente sicurezza, durata dell’effetto e rapporto tra rischi e benefici. Saranno necessari studi più ampi e controllati prima di considerare le CAR-T un’opzione ordinaria per questa patologia.
L'oncologo Ermanno Leo: «Il cancro c'era già nelle mummie, oggi è diventato un grande business. Ho operato più di 35 mila persone. Curai Gino Paoli» - Corriere della Sera
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L'oncologo Ermanno Leo: «Il cancro c'era già nelle mummie, oggi è diventato un grande business. Ho operato più di 35 mila persone. Curai Gino Paoli» Corriere della Sera
È un agosto caldissimo a Milano, la città è vuota ma in uno studio in centro, pieno di documenti, fotocopie e ricordi, c’è un medico che non conosce vacanza. «Non sopporto che qualcuno stia male», dice mentre prepara un faldone di fotografie. Ermanno Leo, classe 1949, uno dei chirurghi oncologici più famosi e riconosciuti in Italia, è al suo posto. «Mettiamo il caso che un paziente abbia bisogno in piena estate...».
Speriamo di no, professore.
«Ma per me il dialogo fitto con le persone che mi danno fiducia è essenziale. Mi chiamano a tutte le ore, mi chiedono anche semplici consigli».
Lei è nato a Canosa di Puglia, com’è arrivato all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dove ha creato e diretto la Struttura complessa di chirurgia del colon-retto?
«Dopo la specializzazione in Chirurgia Oncologica, ma va detto che all’epoca non mi occupavo solo di colon-retto ma anche di chirurgia toracica, addominale e altro. Grazie al sistema delle cosiddette rotazioni, ho imparato molto».
Prima però ha studiato e fatto ricerca a Napoli.
«Sì, dove ho imparato che la chirurgia oncologica è molto diversa dalle altre. Poi Milano, sotto la guida di Pietro Bucalossi, pioniere del settore».
Però lei è stato il pioniere di una tecnica innovativa che ha cambiato la vita a migliaia e migliaia di persone.
«Sì, perché con la mia équipe ho messo a punto una tecnica conservativa della funzione rettale che prevede la ricostruzione dell’ampolla rettale nella gran parte dei pazienti destinati potenzialmente a portare a vita il contenitore esterno per la raccolta delle feci. In sintesi, grazie a questa tecnica si evita il sacchetto».
Certamente un traguardo importante.
«Chi veniva operato di cancro al colon prima era costretto a portare a vita questa appendice. Non era giusto, secondo me. La delicatezza della chirurgia è importante».
Qualche mese fa l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha diffuso una nota: il tumore colorettale è in aumento, soprattutto tra i più giovani.
«Sì, lo so. Certamente penso che una buona anamnesi sia importante ma diffido di chi attribuisce le cause soltanto allo stile di vita o all’alimentazione: basti pensare che le prime tracce di tumore sono state ritrovate nelle ossa delle mummie egizie, migliaia di anni fa. Non penso che loro fumassero o che mangiassero cibo ultraprocessato».
Professore, ci sono dei tumori di cui si parla spesso e altri invece meno al centro della cronaca. Perché secondo lei?
«Forse perché interessano meno?»
In che senso?
«Inutile negare che intorno al cancro ci siano interessi economici, molto forti. Qualche volta leggo e sento parlare di ricerche considerate determinanti quando spesso non lo sono. I medici dovrebbero parlare chiaro, e purtroppo non sempre accade: ci sono tumori poco aggressivi, tanto aggressivi e letali. Mi creda, non è facile dire a una persona che si siede davanti alla tua scrivania che ha un tumore, forse è una delle cose più difficili da fare. Però qualche volta la schiettezza è tutto».
Quanti interventi ha eseguito nel corso della sua carriera?
«Quasi trentacinquemila di patologia oncologica generale».
Nel 2004 l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi volle insignirla della Medaglia d’Oro al Merito della Sanità Pubblica.
«Un riconoscimento che arrivava soprattutto perché con le nostre ricerche avevamo migliorato la qualità di vita dei pazienti, abbassando notevolmente i casi di recidiva. Bisogna pensare che il cancro è una malattia della quale sappiamo ancora poco, nonostante tanti annunci».
Anni fa ci fu la prima sperimentazione clinica di un vaccino terapeutico per i tumori del colon retto, eseguita all’Istituto dei Tumori di Milano dall’équipe da lei guidata. Come andò?
«I primi risultati furono incoraggianti. In pratica, ci accorgemmo che il sistema immunitario dei pazienti e i suoi globuli bianchi possono riconoscere e distruggere una proteina chiamata survivina che permette alle cellule tumorali di sopravvivere e proliferare».
Però poi il vaccino non è stato messo a punto.
«No, il gruppo farmaceutico che ci avrebbe dovuto sostenere si dileguò».
Perché, secondo lei?
«Forse perché non eravamo abbastanza interessanti sul piano dei ricavi? Non lo so».
Crede che oggi la scienza si illuda troppo di navigare nelle certezze?
«Sì, lo credo. Per esempio, ancora non ci hanno detto esattamente com’è nato il Covid-19. Per carità, le ricerche sono state fatte, sappiamo del primo focolaio in Cina. Ma le origini vere, nei dettagli, sono ancora incerte. Non si tratta di essere scettici, si tratta di essere onesti e di riconoscere che tante cose non le sappiamo. Quello che sappiamo di certo è che durante la pandemia tante persone malate di cancro non si sono potute curare».
Nel 2022, durante la corsa al Quirinale, a sorpresa i media diffusero la notizia che lei ottenne due preferenze.
«Ma anche nel 2013, anzi allora ne ottenni tre».
Ma come mai?
«E che ne so? Ci saranno dei politici dotati di un grande senso dell’umorismo. Di certo, posso dire che ne conosco tanti perché ho curato centinaia di migliaia di persone».
La politica non le interessa?
«Per carità. Io sono ancora in attività, per esempio collaboro con la Casa di Cura La Madonnina. Non smetto di fare ricerca, sono in contatto con medici di tutto il mondo. È l’unica cosa che mi interessa. Lo sa che una volta un pool di chirurghi giapponesi venne in visita a Milano per studiare le innovazioni che io e la mia squadra avevamo messo a punto?».
Suona il telefono. È Renato Zero, grande amico del professore. Scambio di battute, l’artista ci tiene a sottolineare che «Ermanno Leo è una delle persone più straordinarie che io abbia mai conosciuto».
Professore, tra i suoi pazienti ci sono stati e ci sono anche tanti artisti?
«Sì, ma anche tanti amici. Persone che vengono da me semplicemente per un parere. Una volta venne il povero Gino Paoli. Lo avevano curato male in un punto delicato del suo corpo. Lo misi a posto io».
Berlusconi lo ha mai incontrato?
«Sì perché tra le tante cose che posso annoverare ci sono anche due o tre Telegatti che ho vinto».
Scusi, ma lei che cosa c’entra con i Telegatti, premi per la televisione e lo spettacolo?
«Perché faccio parte anche di un’associazione benefica, l’Areco, Associazione per la Ricerca Europea in chirurgia oncologica, a cui andarono i ricavi della vendita dei biglietti della serata dedicata alla televisione, parliamo di diversi anni fa».
L’Ambrogino d’Oro conquistato nel 2021 è un’altra cosa.
«Be’, è il premio più importante a Milano. Non male per uno che tanti anni fa fece le valigie e partì da Canosa di Puglia».
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Tumori neuroendocrini: l'innovazione terapeutica apre nuove prospettive, ma servono percorsi di cura più efficaci Corriere della Sera
di Redazione Salute
Diagnosi ancora tardive, percorsi frammentati e differenze territoriali possono ostacolare l’accesso alle nuove opportunità di trattamento. Presentato a Roma il documento redatto da istituzioni, clinici e associazioni dei pazienti con 5 priorità per il Servizio sanitario nazionale
(Getty Images)
Nei tumori neuroendocrini la disponibilità di nuove opzioni terapeutiche rende ancora più urgente un’evoluzione dei percorsi assistenziali. Diagnosi spesso tardive, sintomi non specifici, frammentazione degli accertamenti e disomogeneità territoriali possono infatti rallentare l’identificazione dei pazienti e il loro accesso ai centri specialistici. È questo il tema al centro dell’evento «Tumori neuroendocrini, oltre la rarità: dai reali bisogni alle possibili soluzioni», promosso recentemente a Roma dal Senatore Guido Quintino Liris, membro della Commissione Bilancio, con la partecipazione di rappresentanti istituzionali, esperti clinici e associazioni dei pazienti.
«I tumori neuroendocrini sono patologie rare e ancora poco conosciute, per le quali è fondamentale promuovere una maggiore informazione e sensibilizzazione, così da favorire diagnosi più tempestive. Allo stesso tempo, occorre rafforzare percorsi di cura efficienti, multidisciplinari e omogenei sul territorio, per garantire a tutti i pazienti una presa in carico appropriata e un accesso equo alle opportunità offerte dall'innovazione terapeutica. Questa è la direzione in cui il Servizio sanitario nazionale deve continuare a investire, per assicurare risposte sempre più appropriate e vicine ai bisogni dei pazienti», ha dichiarato il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, nel suo messaggio di saluto.
I tumori neuroendocrini (NET) sono neoplasie rare e complesse, che rappresentano meno dello 0,5% dei tumori maligni, ma che hanno un impatto assistenziale significativo per la lunga sopravvivenza dei pazienti e per la necessità di monitoraggio e cure specialistiche nel tempo. La variabilità biologica della malattia, l’eterogeneità delle manifestazioni cliniche e la frequente aspecificità dei sintomi rendono particolarmente complesso il percorso che conduce alla diagnosi.
Il Position Paper, realizzato da un panel di esperti clinici e rappresentanti delle associazioni di pazienti, con il supporto non condizionante di Ipsen, nasce dall’esigenza di affrontare una sfida sempre più rilevante per il Servizio sanitario nazionale: trasformare il progresso scientifico e terapeutico in un beneficio concreto per le persone con tumori neuroendocrini, attraverso percorsi capaci di garantire diagnosi tempestive, corretta caratterizzazione della malattia, presa in carico multidisciplinare e continuità assistenziale. E a questo scopo individua cinque priorità operative:
ridurre i ritardi diagnostici e migliorare l’appropriatezza degli accertamenti , evitando percorsi frammentati e ripetizioni non necessarie;
, evitando percorsi frammentati e ripetizioni non necessarie; rafforzare il network tra territorio, specialisti e centri di riferimento , favorendo l’accesso tempestivo al percorso di cura dei pazienti;
, favorendo l’accesso tempestivo al percorso di cura dei pazienti; promuovere criteri condivisi per diagnosi, caratterizzazione e stratificazione dei pazienti , anche nelle forme incidentali;
, anche nelle forme incidentali; investire nella formazione dei professionisti sanitari coinvolti nelle diverse fasi del percorso;
coinvolti nelle diverse fasi del percorso; valorizzare il ruolo delle associazioni dei pazienti nella definizione dei bisogni e dei modelli assistenziali.
Dal confronto tra gli esperti e i rappresentanti dei pazienti è emerso come la fase precedente alla diagnosi rappresenti ancora uno dei principali punti critici. I sintomi spesso sfumati o comuni ad altre condizioni possono determinare percorsi lunghi, con il coinvolgimento di diversi specialisti prima dell’arrivo presso un centro con esperienza dedicata.
«Nei tumori neuroendocrini la sfida oggi non riguarda soltanto la disponibilità di nuove terapie, ma la capacità del sistema di individuare rapidamente i pazienti che possono beneficiarne. La multidisciplinarietà e la presenza di reti organizzate sono fondamentali per garantire una corretta caratterizzazione della malattia e una scelta terapeutica appropriata», ha sottolineato il panel dei clinici composto da Nicola Fazio, direttore Programma Tumori dell’Apparato Digerente e Neuroendocrini, Istituto Europeo di Oncologia (IEO), IRCCS, e responsabile del Centro di eccellenza ENETS per le neoplasie neuroendocrine dell’apparato digerente e tumori neuroendocrini toraci; Francesco Panzuto, Centro di Eccellenza ENETS per i Tumori Neuroendocrini, AOU Sant’Andrea, Roma; Annamaria Colao, vicepresidente del Consiglio Superiore di Sanità e direttore Dipartimento Assistenziale Integrato di Endocrinologia, Diabetologia, Andrologia e Nutrizione presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; Maria Luisa De Rimini, già direttore UOC Medicina Nucleare, AORN Ospedali dei Colli, Monaldi.
Il Position Paper «Tumori neuroendocrini: dalla diagnosi tardiva alla presa in carico specialistica. Rafforzare i percorsi, ridurre la frammentazione, preparare l’accesso all’innovazione», presentato nell’ambito dell’evento, rappresenta una proposta di lavoro rivolta alle istituzioni nazionali e regionali, alla comunità scientifica e a tutti gli attori coinvolti nell’assistenza ai pazienti con tumori neuroendocrini, con l’obiettivo di rafforzare i percorsi diagnostico-terapeutici, ridurre le disuguaglianze territoriali e consentire un accesso più tempestivo e appropriato alle innovazioni disponibili. «Nel percorso di cura dei pazienti con tumori neuroendocrini, la tempestività della diagnosi e la qualità dell'organizzazione assistenziale sono fattori decisivi. Le innovazioni terapeutiche oggi disponibili offrono prospettive sempre più importanti, ma il loro pieno potenziale può essere espresso solo all'interno di percorsi diagnostico-terapeutici strutturati, di una presa in carico multidisciplinare e di una rete assistenziale capace di accompagnare il paziente in ogni fase della malattia. Rafforzare questi strumenti significa garantire un accesso più equo alle cure e trasformare l'innovazione in un beneficio concreto per tutti i pazienti», ha detto il senatore Liris.
Un ruolo centrale nel documento è riservato anche alla prospettiva dei pazienti. Oltre all’accesso alle terapie, infatti, emergono bisogni legati alla continuità assistenziale, alla disponibilità di informazioni chiare dopo la diagnosi, alla gestione dei sintomi, alla qualità della vita e alla possibilità di essere accompagnati lungo un percorso complesso.
«Per le persone con tumore neuroendocrino la cura non coincide soltanto con la terapia. Significa poter contare su informazioni corrette, su professionisti che collaborano e su un percorso riconoscibile, indipendentemente dal luogo in cui si vive. Ridurre la frammentazione significa migliorare concretamente l’esperienza dei pazienti e delle loro famiglie», ha concluso il panel delle associazioni di pazienti composto da NET Italy ETS, A.I.NET ODV – Vivere la Speranza e La Lampada di Aladino ETS.
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Un uomo di 88 anni affetto da cancro guarisce miracolosamente dopo un intervento chirurgico straordinario. Vietnam.vn
Riuscire a operare con successo un paziente di 88 anni affetto da un tumore in una zona difficile da raggiungere era già di per sé un miracolo, ma il "dono" che ne è seguito ha stupito persino i medici stessi. La moderna tecnologia robotica dell'ospedale Binh Dan non solo ha salvato il paziente dal rischio di disabilità e morte, ma ha anche migliorato la sua qualità di vita oltre ogni aspettativa. Salvare un giovane chef affetto da un complesso tumore mediastinico. Il dottor Nguyen Van Viet Thanh, primario del reparto di chirurgia toracica e tiroidea dell'ospedale Binh Dan, ha salvato la vita di un giovane di 21 anni grazie alla chirurgia robotica. Il paziente, H.X.Q. (residente a Hoc Mon, Ho Chi Minh City), di professione cuoco, presentava un tumore mediastinico di 3 cm x 7 cm. Prima dell'intervento, il signor Q. lamentava un forte e prolungato dolore al petto e non riusciva a sdraiarsi sulla schiena. L'intervento chirurgico presentava una sfida importante: anche dopo due ore di anestesia, un polmone non poteva essere compresso a sufficienza per creare lo spazio necessario alla manipolazione. Interrompere l'intervento avrebbe causato la compressione del cuore e dei polmoni da parte del tumore; inoltre, eseguire una sternotomia aperta avrebbe comportato un rischio molto elevato di morte in sala operatoria. Di fronte a una situazione critica, il dottor Viet Thanh ha deciso di utilizzare l'anidride carbonica per comprimere una porzione del polmone, creando un campo operatorio ristretto, pari a solo 1/20 delle dimensioni usuali. Il braccio robotico flessibile ha rimosso il tumore in modo sicuro, senza danneggiare gli organi circostanti. Il paziente si è ripreso bene ed era in condizioni di salute tali da poter tornare al lavoro. Un ingegnere di 100 kg si riprende in modo spettacolare da un cancro al colon-retto. La tecnologia della chirurgia robotica ha compiuto miracoli anche nel trattamento deitumorigastrointestinali. Il dottor Nguyen Phu Huu, primario del reparto di chirurgia colorettale dell'ospedale Binh Dan (che ha eseguito oltre 600 interventi chirurgici robotici), ha condiviso il caso del paziente NHHH (41 anni, residente nel quartiere Tan Son Nhi di Ho Chi Minh City). Il signor H. era affetto da cancro rettale metastatico, con una massa tumorale situata a 8 cm dal margine anale. L'intervento chirurgico presentava rischi elevati a causa del peso del paziente (100 kg), degli spessi strati di tessuto adiposo che ostruivano la visuale e della fragilità dei tessuti, inclini al sanguinamento dopo la chemioterapia. Il robot ha dimostrato la sua efficacia rimuovendo con cura lo strato di grasso ed eseguendo manovre precise in uno spazio ristretto di 1 cm per ridurre al minimo la perdita di sangue. Il tumore è stato completamente asportato e il segmento rettale è stato ricollegato, consentendo al paziente di mantenere la sua naturale funzionalità intestinale anziché necessitare di una sacca per colostomia. Dopo solo un mese, il signor H. si è completamente ristabilito ed è tornato al lavoro. Una paziente oncologica di 88 anni è in buona salute e gode di un benessere mentale migliorato. La chirurgia roboticaoffre speranza anche ai pazienti anziani. Il dottor Nguyen Te Kha, primario del reparto di urologia e oncologia chirurgica, ha parlato di un intervento chirurgico eseguito sul signor PVD (88 anni, residente nel quartiere di Ban Co, Ho Chi Minh City) affetto da cancro alla prostata al quarto stadio. Inizialmente, il medico aveva consigliato un trattamento conservativo, basato sulla terapia ormonale, a causa delle preoccupazioni relative ai rischi di un intervento chirurgico in età avanzata. Tuttavia, la famiglia ha insistito per l'intervento chirurgico, poiché nella loro famiglia vige una tradizione di longevità. Appena un giorno dopo l'intervento chirurgico robotico, il signor D. è stato in grado di alzarsi e camminare da solo. Sorprendentemente, alla visita di controllo un mese dopo, ha chiesto con entusiasmo al medico consigli su come migliorare la sua vitalità. Prima della malattia, lui e sua moglie avevano una regolare vita sessuale settimanale. Ora, i suoi bisogni rimangono elevati, ma la sua salute non è ancora sufficiente per soddisfarli. Grazie a una terapia farmacologica di supporto, l'anziano non solo ha superato la malattia, ma ha anche raggiunto un benessere mentale appagante e migliorato. Queste storie confermano che la chirurgia robotica è un'estensione del braccio del medico, non solo per rimuovere i tumori in zone difficilmente raggiungibili dalle mani umane, ma anche per ripristinare completamente la qualità della vita dei pazienti. Fonte: https://vietnamnet.vn/cu-ong-ung-thu-88-tuoi-hoi-xuan-than-ky-sau-ca-mo-gay-kinh-ngac-2549198.html
Dalla tecnologia dei vaccini anti-Covid a un trattamento costruito sulle caratteristiche del singolo tumore: i nuovi dati clinici riaccendono l’interesse per l’immunoterapia personalizzata - Mondosanità
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Dalla tecnologia dei vaccini anti-Covid a un trattamento costruito sulle caratteristiche del singolo tumore: i nuovi dati clinici riaccendono l’interesse per l’immunoterapia personalizzata Mondosanità
Il trattamento, denominato intismeran autogene (V940; precedentemente mRNA-4157), è stato studiato in combinazione con pembrolizumab (Keytruda). Lo studio INTerpath-001 ha arruolato 1.157 pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio completamente rimosso con un intervento chirurgico. La popolazione comprendeva pazienti con malattia in stadio IIB, IIC, III o IV, secondo i criteri previsti dal protocollo. I partecipanti sono stati assegnati a ricevere pembrolizumab insieme a intismeran autogene oppure pembrolizumab più placebo. (ClinicalTrials.gov)
Il dato principale riguarda due indicatori utilizzati negli studi oncologici. Il primo è la recurrence-free survival (RFS), cioè la sopravvivenza libera da recidiva: misura quanto tempo passa prima che il tumore torni. Il secondo è la distant metastasis-free survival (DMFS), ovvero la sopravvivenza libera da metastasi a distanza: indica quanto tempo passa senza che compaiano metastasi in organi lontani dal tumore originario.
Secondo i risultati comunicati dagli sviluppatori dello studio, l’analisi intermedia prevista dal protocollo ha mostrato un beneficio statisticamente significativo della combinazione rispetto a pembrolizumab più placebo. I risultati dovranno essere valutati attraverso la pubblicazione scientifica completa e il successivo percorso regolatorio. (Reuters)
Ma non è un vaccino come quelli tradizionali
La definizione di “vaccino contro il cancro” può creare qualche equivoco. Non si tratta di un vaccino preventivo destinato alle persone sane e non serve a impedire che una persona sviluppi un melanoma. È una terapia oncologica personalizzata, studiata dopo la completa rimozione chirurgica del tumore, con l’obiettivo di ridurre il rischio che la malattia ritorni.
Il principio si basa sull’analisi delle caratteristiche molecolari del tumore. Il tessuto tumorale viene esaminato per individuare mutazioni che possono generare neoantigeni, cioè caratteristiche presenti nelle cellule tumorali e potenzialmente riconoscibili dal sistema immunitario come anomale.
Sulla base di questa analisi viene progettato un trattamento individualizzato. Intismeran autogene può codificare fino a 34 neoantigeni selezionati in base alle mutazioni del tumore del singolo paziente. (Reuters)
L’mRNA contenuto nel trattamento fornisce alle cellule le istruzioni necessarie per produrre proteine corrispondenti ai bersagli selezionati. L’obiettivo è stimolare una risposta del sistema immunitario, in particolare dei linfociti T, cellule capaci di riconoscere e attaccare cellule anomale.
In termini semplici, il trattamento cerca di “mostrare” al sistema immunitario quali caratteristiche del tumore deve riconoscere, costruendo una sorta di identikit molecolare specifico per quel paziente.
L’alleanza con l’immunoterapia
Intismeran autogene non è stato valutato come trattamento autonomo nello studio INTerpath-001. La strategia combina il trattamento personalizzato con pembrolizumab, un farmaco che agisce su un cosiddetto checkpoint immunitario.
I checkpoint immunitari sono meccanismi naturali che funzionano come freni del sistema immunitario: servono a impedire che le nostre difese attacchino indiscriminatamente i tessuti sani. Alcuni tumori, però, possono sfruttare questi freni per sfuggire all’attacco immunitario.
Pembrolizumab blocca uno di questi meccanismi, chiamato PD-1, una proteina presente sulla superficie dei linfociti T. In questo modo può contribuire a riattivare la risposta immunitaria contro le cellule tumorali.
L’idea è quindi integrare due meccanismi: il trattamento personalizzato fornisce al sistema immunitario bersagli specifici del tumore, mentre pembrolizumab contribuisce a rimuovere uno dei segnali che possono frenare l’attività dei linfociti T. (National Cancer Institute)
Perché il melanoma è un banco di prova importante
Il melanoma cutaneo può presentare un elevato numero di mutazioni. Alcune di queste possono generare neoantigeni riconoscibili dal sistema immunitario. Per questo il melanoma è diventato uno dei tumori più studiati nello sviluppo delle immunoterapie e dei trattamenti oncologici personalizzati.
I risultati ottenuti nel melanoma, tuttavia, non possono essere automaticamente estesi agli altri tipi di cancro. Ogni tumore presenta caratteristiche biologiche e immunologiche differenti e una strategia efficace in una neoplasia potrebbe non funzionare allo stesso modo in un’altra.
Una prospettiva promettente, ma ancora sperimentale
Il risultato di fase 3 è importante, ma non equivale all’approvazione di una nuova terapia. Intismeran autogene non è attualmente un trattamento oncologico approvato dalle autorità regolatorie per il melanoma. Il risultato positivo di INTerpath-001 dovrà essere sottoposto alle autorità competenti, come la FDA negli Stati Uniti e l’EMA nell’Unione europea, per le valutazioni previste prima di un’eventuale autorizzazione.
Inoltre, gli endpoint annunciati riguardano RFS e DMFS. La sopravvivenza globale (overall survival, OS) è un parametro diverso: misura quanto a lungo vivono complessivamente i pazienti e richiede un periodo di osservazione più lungo. Non deve quindi essere considerata già dimostrata sulla base dei risultati intermedi comunicati.
Anche la produzione rappresenta una sfida. Una terapia personalizzata richiede l’analisi del tumore, l’identificazione dei neoantigeni, la progettazione della sequenza di mRNA e la produzione del trattamento specifico per il paziente. Rendere questo processo rapido, affidabile e sostenibile su larga scala sarà fondamentale per un eventuale utilizzo nella pratica clinica.
La cautela è inoltre necessaria perché i risultati dei trattamenti oncologici a mRNA non sono uniformi. Altri programmi sperimentali hanno prodotto risultati meno favorevoli o sono stati interrotti. Questo dimostra che il successo di una specifica combinazione terapeutica non significa che la tecnologia sia efficace indistintamente contro tutti i tumori.
Verso una medicina oncologica sempre più personalizzata
Il possibile interesse di queste ricerche va oltre il singolo trattamento contro il melanoma. L’mRNA offre infatti la possibilità di trasformare informazioni molecolari specifiche del tumore in una terapia progettata per un determinato paziente.
Se gli studi successivi confermeranno efficacia e sicurezza e se le autorità regolatorie autorizzeranno il trattamento, questo approccio potrebbe rafforzare ulteriormente la medicina oncologica personalizzata. La classificazione del tumore in base all’organo di origine potrebbe essere affiancata da un’analisi sempre più dettagliata delle sue caratteristiche genetiche e immunologiche.
La ricerca è ancora in corso e non siamo di fronte a una “cura del cancro”. Il risultato di INTerpath-001 rappresenta però un passaggio significativo nello sviluppo dei trattamenti oncologici personalizzati: una strategia di questo tipo ha raggiunto un importante studio di fase 3 nel melanoma e ha mostrato un beneficio sugli indicatori che misurano il controllo della malattia dopo la chirurgia.
Il prossimo passaggio sarà determinante: trasformare questi risultati sperimentali in dati completi, sottoposti a revisione scientifica e valutazione regolatoria, per capire se e quando questa tecnologia potrà entrare nella pratica clinica.
Fonti:
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Pesaro nella rete nazionale della chirurgia per il tumore al pancreas Blasting News
La chirurgia dell’ospedale di Pesaro è stata inclusa in un importante studio nazionale sulla chirurgia del tumore del pancreas, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Updates in Surgery. La struttura pesarese figura tra i centri italiani che hanno partecipato a questa vasta mappatura dell’attività chirurgica pancreatica nel Paese, realizzata in collaborazione con le principali realtà sanitarie nazionali. L'indagine ha esaminato un campione significativo di pazienti, fornendo dati cruciali per l'ottimizzazione delle cure.
Lo studio ha analizzato retrospettivamente un totale di 3.455 pazienti sottoposti a intervento chirurgico per adenocarcinoma pancreatico in 29 differenti centri italiani, coprendo un arco temporale che va dal 2018 al 2021. L'obiettivo primario della ricerca è stato valutare gli esiti postoperatori a 90 giorni, ponendo particolare attenzione alla correlazione tra questi e il volume di interventi eseguiti da ciascuna struttura. I risultati hanno evidenziato una chiara tendenza: una significativa riduzione della mortalità a 90 giorni nei centri che registrano un alto o altissimo volume di interventi, in confronto a quelli con casistiche chirurgiche più limitate.
L'impatto dei volumi chirurgici e la classificazione dei centri
Il lavoro scientifico, pubblicato su Updates in Surgery, ha introdotto una precisa classificazione dei centri partecipanti basata sul volume annuo di chirurgia pancreatica. Questa categorizzazione distingue i centri in quattro fasce: quelli a basso volume, con un numero di interventi compreso tra uno e dieci all'anno; i centri a medio volume, che effettuano da 11 a 50 operazioni; le strutture ad alto volume, con un range di 51-100 interventi; e infine i centri ad altissimo volume, che superano i 100 interventi chirurgici annuali. L'indicatore chiave per la valutazione dell'efficacia e della sicurezza è stato, come menzionato, la mortalità postoperatoria a 90 giorni.
Analizzando il campione totale di pazienti, è emerso che 26 sono stati operati in centri a basso volume, 1.103 in strutture a medio volume, 322 in quelle ad alto volume e ben 2.004 in centri ad altissimo volume. Un dato significativo riguarda il tasso complessivo di resezione, che ha raggiunto il 90,7%, corrispondente a 3.134 casi su 3.455. I restanti pazienti sono stati indirizzati a esplorazione o a interventi di chirurgia palliativa. La comparazione dei dati ha rivelato una chiara correlazione tra il volume di interventi e gli esiti: la mortalità a 90 giorni tra i casi resecati si è attestata al 10% nei centri a basso volume, scendendo al 5,3% in quelli a medio volume, al 5,1% nei centri ad alto volume e raggiungendo il valore più basso, il 3,4%, nei centri ad altissimo volume.
Questi dati sottolineano l'importanza della centralizzazione delle cure per il tumore al pancreas.
L'importanza delle Pancreas Units e l'eterogeneità delle cure
La ricerca sottolinea l'importanza dei criteri di accreditamento delle Pancreas Units, definiti dal Ministero della Salute con l'obiettivo di contrastare la frammentazione delle cure e garantire standard elevati. Nonostante questi sforzi, lo studio ha evidenziato una persistente eterogeneità nella gestione dell’adenocarcinoma duttale pancreatico sul territorio italiano. In particolare, i dati indicano che circa il 21,5% dei pazienti potrebbe essere curato in centri che non soddisfano i requisiti minimi stabiliti per le Pancreas Units. Inoltre, un ulteriore 5,9% dei pazienti riceve assistenza in centri classificati ad alto volume, ma che presentano comunque una mortalità a 90 giorni superiore alla soglia del 5%. Questi risultati rafforzano la necessità di un'applicazione più omogenea e rigorosa dei protocolli per migliorare ulteriormente gli esiti clinici per i pazienti affetti da tumore al pancreas.
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Dalla diagnosi al post-operatorio: il modello Pesaro che fa scuola in Italia nella lotta al tumore al pancreas Corriere Adriatico
PESARO– C’è un’eccellenza tutta marchigiana al centro della ricerca medica italiana sulla lotta alle patologie oncologiche più complesse. La Chirurgia dell’Ospedale di Pesaro si attesta infatti tra i punti di riferimento del Paese per il trattamento del tumore al pancreas, come certificato da un importante studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Updates in Surgery.
APPROFONDIMENTI L'INCENDIO Fano, paura sull'autostrada A14: scintille dal cofano e l'auto prende fuoco L'INSEGUIMENTO Pesaro, folle fuga all'alba con un'auto rubata: prima il frontale con un'altra macchina, poi lo schianto contro un muretto. Due giovani arrestati
La ricerca, condotta su oltre 3.400 pazienti operati in 29 strutture italiane, traccia la mappa della chirurgia pancreatica evidenziando come l'integrazione dei percorsi di cura sia il vero elemento chiave per salvare vite. A fare la differenza nel presidio pesarese è una macchina organizzativa perfettamente collaudata, capace di accompagnare il paziente in ogni singolo passo della malattia. Attraverso un Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale dedicato, l'équipe guidata dal primario Alberto Patriti e dalla direttrice di Oncologia Rita Chiari non si limita all'atto chirurgico: il paziente viene preso in carico da una rete multidisciplinare che vede collaborare fianco a fianco chirurghi, oncologi, rianimatori, infettivologi e nutrizionisti, con servizi di Radiologia Interventistica ed Endoscopia pronti a intervenire H24 per qualsiasi complicanza. Un approccio di squadra garantito dall'Ast Pesaro Urbino che permette di offrire livelli di sicurezza e cura del tutto equiparabili a quelli dei più blasonati hub nazionali.
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CAR T contro l’artrite reumatoide: sei pazienti in remissione TecnoAndroid
Una terapia nata per combattere i tumori del sangue ha portato in remissione sei pazienti con artrite reumatoide grave, e in tre casi senza più bisogno di alcun farmaco. Si tratta della terapia CAR T, testata per la prima volta al mondo su questa malattia da un gruppo della Charité di Berlino, con risultati pubblicati su Nature Medicine. Numeri piccoli, certo, ma abbastanza solidi da far parlare i ricercatori di un possibile riavvio del sistema immunitario, non di un semplice sollievo temporaneo. L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica in cui le difese dell’organismo attaccano per errore le articolazioni. L’infiammazione che si ripete provoca gonfiore e, col tempo, danni permanenti. I farmaci disponibili funzionano bene nel tenere a bada l’infiammazione, ma quasi mai guariscono, il che significa terapie a vita fra antinfiammatori e immunosoppressori, con tutti gli effetti collaterali del caso. E poi c’è una fetta di pazienti per cui nemmeno le opzioni più recenti bastano, quella che in gergo viene chiamata artrite reumatoide refrattaria al trattamento.
Il bersaglio sono le cellule B che riaccendono l’infiammazione
Secondo il professor David Simon, che ha disegnato lo studio insieme al professor Gerhard Krönke del Dipartimento di Reumatologia e Immunologia Clinica della Charité, il motivo potrebbe stare in alcune cellule B di memoria che sopravvivono nei linfonodi, nel midollo osseo o nel tessuto articolare. Lì continuano a produrre anticorpi diretti contro i tessuti dell’organismo stesso, riaccendendo l’infiammazione ogni volta.
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Il marcatore che identifica queste cellule si chiama CD19, una specie di targhetta con il nome sopra. I linfociti T vengono prelevati dal sangue del paziente e modificati geneticamente in laboratorio, dotandoli di un recettore artificiale che funziona come un sensore capace di riconoscere proprio quel marcatore. Prima dell’infusione i pazienti ricevono un breve ciclo di chemioterapia preparatoria, che abbassa temporaneamente il numero di alcune cellule immunitarie e lascia spazio alle CAR T per moltiplicarsi. Poi, una singola infusione. Le cellule modificate vanno a caccia di tutto ciò che porta il CD19, comprese quelle cellule a lunga vita annidate nelle articolazioni, difficili da raggiungere in altri modi.
Sei pazienti, dieci anni di terapie fallite
Lo studio COMPARE ha arruolato nella sua prima fase sei persone con forme particolarmente severe, tre donne e tre uomini fra i 31 e i 69 anni. Nel decennio precedente avevano provato fino a otto terapie mirate o biologiche, senza che nessuna riuscisse a controllare la malattia in modo adeguato.
L’attività di malattia è calata in maniera netta in tutti e sei. Durante un follow up arrivato fino a un anno, tre pazienti si trovavano in remissione stabile senza assumere alcun farmaco per l’artrite reumatoide, come racconta Krönke, che guida il gruppo di ricerca congiunto fra la Charité e il Centro Tedesco di Ricerca sul Reumatismo. I livelli degli autoanticorpi tipici della malattia sono crollati, e quando il sistema delle cellule B si è ricostituito sono tornate soprattutto cellule naïve, non ancora plasmate dalla malattia. Quelle dirette contro i tessuti dell’organismo non erano più rilevabili in quasi tutti i partecipanti. Gli anticorpi delle vaccinazioni precedenti, per esempio contro varicella e tetano, sono invece rimasti rintracciabili.
Sicurezza incoraggiante, ma la strada è ancora sperimentale
Sul fronte degli effetti indesiderati, la dottoressa Marie Luise Hütter-Krönke riferisce solo una sindrome da rilascio di citochine temporanea, da lieve a moderata, gestibile senza difficoltà. Nessuna complicanza neurologica grave, infezioni rare.
Restano i limiti. La terapia CAR T per le malattie autoimmuni è ancora sperimentale e manca esperienza sul lungo periodo. Le risposte sono state diverse fra i sei partecipanti, alcuni non hanno raggiunto una risposta completa e in un caso la malattia è tornata dopo un primo periodo di remissione senza farmaci. La seconda fase dello studio coinvolgerà dieci pazienti aggiuntivi e confronterà le CAR T con un farmaco già approvato che agisce anch’esso sulle cellule B, per capire se l’effetto sia davvero più forte e duraturo.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
34.4/100
Punteggio Totale
D
Valutazione
❌
Criteri Critici
Orecchie tappate dopo il volo, poi la diagnosi: Aida, 22 anni, ha un raro tumore bigodino.it
Aida Burkins, 22 anni, madre di due bambini molto piccoli, ha scoperto di avere un raro tumore dopo un volo per Chicago. Orecchie tappate, perdita dell’udito, stanchezza e sangue dal naso hanno anticipato la diagnosi di carcinoma nasofaringeo. Ora sta seguendo chemioterapia e radioterapia.
Quello che sembrava un fastidio comune dopo un viaggio in aereo si è trasformato in una diagnosi che le ha cambiato la vita. Aida Burkins, 22 anni, di Hemet, nello Stato USA della California, ha ricevuto la scoperta di un raro tumore della testa e del collo dopo mesi di sintomi sempre più preoccupanti, visite e controlli che non avevano ancora chiarito la situazione. La sua vicenda è stata raccontata da Newsweek.
I primi sintomi dopo il volo
Tutto è cominciato nel maggio dello scorso anno, durante un viaggio in aereo da Hemet a Chicago. Dopo l’atterraggio, Aida si è accorta che le orecchie non si “stappavano”, come può accadere normalmente dopo un volo. Una volta tornata a casa, però, il disturbo non è passato. Al contrario, le sue condizioni hanno iniziato a peggiorare.
“Il mio udito peggiorava sempre di più. Poi ho iniziato a sentirmi più stanca e a perdere peso”, ha raccontato. In seguito sono comparsi anche un ronzio continuo alle orecchie e una sensazione di suoni ovattati. Più avanti è arrivato un altro segnale: Aida ha iniziato a notare tracce di sangue dal naso, soprattutto quando si piegava in avanti.
Visite ed esami senza risposte
La giovane si è rivolta a diversi medici e ha sostenuto numerosi esami, ma per un certo periodo non è emersa una spiegazione. Stando a quanto riferito ai media USA, le era stato detto che i disturbi potevano essere collegati agli strascichi del viaggio e al cosiddetto mal di montagna.
La svolta è arrivata quando un medico ha individuato la causa del sanguinamento: una massa che stava bloccando la tuba di Eustachio. A quel punto Aida è stata indirizzata a uno specialista otorinolaringoiatra. L’otorino ha notato subito la presenza della massa e ha ipotizzato che potesse essere cancerosa, pur mostrando qualche esitazione per via della giovanissima età della paziente. Gli esami hanno inoltre mostrato una forte infiammazione delle adenoidi, che avrebbero dovuto essere rimosse.
La diagnosi di carcinoma nasofaringeo
Mentre attendeva l’esito della prima biopsia, la parte sinistra della gola ha iniziato a gonfiarsi. È stato quindi necessario eseguire una seconda biopsia. “Il medico mi ha detto che non aveva mai visto qualcosa di simile a quello che stava succedendo a me. Non poteva essere certo che fosse un cancro, ma ha detto che era molto sospetto”.
Le successive TAC hanno evidenziato un’estesa presenza del tumore in diverse aree, con il coinvolgimento dei linfonodi cervicali vicino alla base del cranio. A febbraio di quest’anno è arrivata la diagnosi: carcinoma nasofaringeo, una rara forma di tumore della testa e del collo che nasce nella rinofaringe, la parte superiore della gola situata dietro il naso.
Il percorso di cura e la speranza
Per Aida, madre di due bambini di appena 1 e 3 anni, la notizia è stata devastante. “Quando ho saputo di avere il cancro, ho pensato soltanto al fatto che non avrei potuto vedere i miei bambini crescere o fare le cose che desiderano nella vita. È stato terrificante”.
Dopo la diagnosi, la giovane ha iniziato un ciclo di chemioterapia e radioterapia. Secondo quanto riferito da Aida, il trattamento ha già dato segnali incoraggianti: la massa tumorale si è ridotta in modo significativo e sta rispondendo alle terapie.
“Tutto si sta riducendo e sta rispondendo ai trattamenti che i miei medici mi stanno dando, quindi sono ottimisti sul fatto che riuscirò a essere libera dal cancro”, ha raccontato a Newsweek. Aida sta ora completando il suo percorso di cura e spera che la sua esperienza possa richiamare l’attenzione sui segnali del corpo, soprattutto quando un disturbo apparentemente innocuo non scompare. “Il cancro non fa discriminazioni”, ha detto la giovane. Dopo mesi di paura, visite ed esami, il suo obiettivo resta semplice: guarire completamente e vedere i suoi figlioletti crescere.