Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tutele sul lavoro, pensione, accompagnamento: i 15 diritti (poco conosciuti) dei malati di cancro e dei loro familiari Corriere della Sera
di Vera Martinella
Un milione di italiani riceve la diagnosi quando è ancora in attività lavorativa e quattro milioni di caregiver sono lavoratori. Poco sfruttate le leggi promulgate a garanzia dei malati e dei familiari che li assistono
Degli oltre tre milioni e mezzo di connazionali che vivono dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore, più di un milione si è trovato a dover affrontare la malattia insieme agli impegni legati alla normale attività professionale. A questo numero già imponente vanno poi aggiunti i ben quattro milioni di caregiver oncologici, ovvero coloro che si occupano del sostegno ai pazienti. Sono soprattutto familiari: mogli, mariti, figli che, nell’assistere un proprio caro, vengono catapultati in un turbinio di visite, viaggi in ospedale, esami, code nelle Asl o negli studi medici. Un piccolo esercito in crescita, visto che il numero dei casi di cancro è destinato ad aumentare. Una schiera di persone travolte sia da ansia e timore sia dalla spirale «burocratica» che la malattia comporta.
«Esistono però leggi ancora poco sfruttate, che possono e devono essere applicate», sottolinea Elisabetta Iannelli, vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro (Aimac), che ha condotto, in oltre 20 anni di attività, numerose battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali per tutelare la disabilità oncologica e difendere il posto di lavoro di chi è colpito da questa malattia.
I diritti in ospedale: cartella clinica e secondo parere
«Il paziente ha diritto, se lo desidera, di conoscere il proprio stato di salute e ricevere informazioni chiare e comprensibili su diagnosi, accertamenti, opzioni terapeutiche con relativi rischi e benefici, effetti collaterali e sui possibili sostegni socio‑assistenziali e psicologici - spiega Iannelli è anche tra gli autori del libretto Aimac su «I diritti del malato di cancro» (scaricabile gratuitamente qui) -. Può inoltre chiedere che tali informazioni siano condivise con persone di fiducia, incluso il medico di famiglia».
Il paziente che, anche durante il ricovero, desideri richiedere un secondo parere tramite consulto esterno ha diritto di ricevere dal medico curante una relazione clinica aggiornata e completa, utile a rappresentare in modo chiaro la situazione diagnostica e terapeutica. Ha diritto a visionare la cartella clinica e a riceverne copia entro 30 giorni (o subito in caso di urgenza). Alla dimissione, su richiesta, deve essere fornita una relazione per il medico di fiducia con diagnosi, decorso, accertamenti, terapie eseguite e indicazioni successive.
Esenzione dal ticket Il malato di cancro ha diritto all’esenzione dal pagamento del ticket per farmaci, visite ed esami appropriati per la cura del tumore da cui è affetto e delle eventuali complicanze, per la riabilitazione e per la prevenzione degli ulteriori aggravamenti. Il riconoscimento di un’invalidità civile del 100 per cento dà diritto all’esenzione totale dal pagamento dei ticket per farmaci e visite per qualsiasi patologia.
Pensione di inabilità e assegno di invalidità civile Lo Stato assiste i malati oncologici che si trovino in determinate condizioni economiche e di gravità della malattia attraverso il riconoscimento dell’invalidità civile, nelle seguenti percentuali: 11%, 70% e 100%. Se il grado di invalidità civile è compreso tra il 74% e il 99% oppure è pari al 100% il malato ha diritto a determinati benefici socio-economici (rispettivamente assegno di invalidità o pensione di inabilità). La domanda per l’ottenimento di qualunque beneficio assistenziale deve essere presentata all’INPS esclusivamente per via telematica.
Indennità di accompagnamento Se a causa della malattia o delle terapie oncologiche è stata riconosciuta un’invalidità totale e permanente del 100%, e il malato ha problemi di deambulazione o non è autonomo nello svolgimento delle normali attività della vita quotidiana, è possibile richiedere anche il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. L’indennità di accompagnamento è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa.
Indennità di frequenza L’indennità di frequenza è riconosciuta ai minori affetti da patologie tumorali che siano iscritti o frequentino scuole di ogni ordine e grado (compresi gli asili nido), centri terapeutici, di riabilitazione, di formazione o di addestramento professionale. Non è compatibile con l’indennità di accompagnamento o con qualunque forma di ricovero. In pratica, possono richiederne il riconoscimento i minori le cui condizioni siano meno gravi di quelle che danno diritto all’indennità di accompagnamento.
Scelta della sede di lavoro e trasferimento per malati e familiari Il lavoratore malato di cancro, se riconosciuto portatore di handicap «grave», ha diritto di essere trasferito alla sede di lavoro più vicina possibile al proprio domicilio e non può essere trasferito senza il suo consenso. Analogo diritto di essere trasferito alla sede più vicina al domicilio della persona assistita è riconosciuto al familiare lavoratore.
Mansioni lavorative e lavoro notturno Il lavoratore disabile ha il diritto di essere assegnato a mansioni adeguate alla sua capacità lavorativa. Se le sue condizioni di salute si aggravano con conseguente riduzione o modifica della capacità di lavoro, ha il diritto di essere assegnato a mansioni equivalenti o anche inferiori, purché compatibili con le sue condizioni, mantenendo in ogni caso il trattamento corrispondente alle mansioni di provenienza. Il lavoratore malato di cancro può anche chiedere di non essere assegnato a turni di notte presentando al datore di lavoro un certificato attestante la sua inidoneità a tali mansioni.
Chi è già addetto a un turno notturno e diventa inidoneo a tali mansioni per il peggioramento delle sue condizioni di salute, ha il diritto di chiedere e ottenere di essere assegnato a mansioni equivalenti in orario diurno, purché esistenti e disponibili.
Part time, telelavoro e smartworking Il malato di cancro che desideri continuare a lavorare dopo la diagnosi e durante i trattamenti può usufruire di forme di flessibilità per conciliare i tempi di cura con il lavoro come ad esempio il tempo parziale. Analogo diritto è riconosciuto, in forma attenuata, ai familiari lavoratori. Se il lavoratore malato di cancro desidera continuare a lavorare durante le terapie, ma senza recarsi in ufficio, può chiedere di farlo da casa o da altro luogo diverso dalla sede di lavoro. La richiesta di telelavoro o di smart working, se accolta, deve essere formalizzata in un accordo scritto nel quale devono essere riportati, tra le altre cose, le attività da espletare e le modalità di svolgimento. Il lavoratore agile, inoltre, ha diritto alla “disconnessione”. Se è invece il datore di lavoro a proporre il telelavoro, ma il dipendente è contrario, l'interessato può rifiutare l’offerta e ciò non costituirà, di per sé, motivo di licenziamento, né di modifica delle condizioni del rapporto di lavoro preesistente.
Indennità di malattia e fasce reperibilità Il lavoratore che non sia in grado di espletare le sue mansioni a causa della malattia e delle sue conseguenze ha diritto di assentarsi per il periodo necessario per le cure e le terapie, di conservare il posto di lavoro e di percepire un’indennità commisurata alla retribuzione. Poiché lo stato di malattia giustifica l’assenza dal lavoro e il diritto a percepire l’indennità di malattia, il lavoratore ammalato ha l’obbligo di rendersi reperibile al domicilio comunicato nel caso in cui il datore di lavoro o l’INPS richiedano eventuali visite fiscali da parte dei medici dell’INPS. I lavoratori dipendenti malati di cancro, sia pubblici che privati, sono espressamente esclusi dall’obbligo di reperibilità qualora l’assenza sia riconducibile alla grave patologia che richiede terapie salvavita o a stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta (superiore o pari al 67%)
Assenze durante la malattia e periodo di comporto Pur non esistendo una normativa organica che regolamenti specificatamente le assenze causate dalle malattie oncologiche (visite specialistiche, esami diagnostici, trattamenti terapeutici o riabilitativi in centri di cura) alcuni contratti CCNL e alcune circolari ministeriali prevedono norme specifiche di tutela dei lavoratori affetti da patologie gravi e invalidanti come quella oncologica. Pertanto, il lavoratore che non si senta in grado di lavorare (ad esempio nei giorni immediatamente successivi ai trattamenti) oppure che debba assentarsi per visite mediche o esami diagnostici, può usufruire di diversi strumenti giuridici (permessi orari o giorni di malattia o permessi legge 104/92) per tutelare il posto di lavoro e la retribuzione.
Oltre alla retribuzione o all’indennità di malattia, il lavoratore malato ha diritto a conservare il posto per un determinato periodo stabilito dalla legge, dagli usi e dal contratto collettivo o individuale, nel caso siano più favorevoli. Il lasso di tempo durante il quale vige il divieto di licenziamento è detto periodo di comporto e ha durata variabile in relazione alla qualifica e all’anzianità di servizio.
Permessi e congedi lavorativi (e gli extra per terapie salvavita) I permessi e i congedi dal lavoro di cui possono usufruire i lavoratori riconosciuti invalidi o con handicap grave e i familiari che li assistono sono regolamentati da norme specifiche. In particolare sono previsti:
- permessi lavorativi (3 giorni/mese o 2 ore/giorno - legge 104/92);
- permessi lavorativi per eventi e cause particolari (3 giorni/anno);
- congedo per cure agli invalidi (30 giorni lavorativi/anno);
- congedo straordinario biennale retribuito (familiare lavoratore che assiste il malato);
- congedo biennale non retribuito per gravi motivi familiari (familiare lavoratore che assiste il malato).
Alcuni contratti CCNL prevedono inoltre, per le patologie oncologiche e per quelle gravi che richiedono terapie salvavita, che i giorni di ricovero ospedaliero o di trattamento in day hospital, come anche i giorni di assenza per sottoporsi alle cure siano esclusi dal computo dei giorni di assenza per malattia normalmente previsti e siano retribuiti interamente.
Lavoratori autonomi e liberi professionisti I lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata INPS e i liberi professionisti iscritti alle rispettive casse previdenziali, se costretti a sospendere anche solo temporaneamente l’attività lavorativa a causa della patologia e delle terapie oncologiche, hanno diritto a forme diverse di assistenza economica.
I diritti dei caregiver oncologico La malattia e le terapie antitumorali mettono a dura prova la famiglia dal punto di vista emotivo, ma anche economico e pratico. Se il caregiver lavora, la legge prevede diversi strumenti a tutela dei suoi diritti, che possono agevolare il gravoso compito di assistenza al malato, soprattutto se anziano o minorenne. Il presupposto per avere accesso ai benefici è che il malato abbia avuto il riconoscimento dello stato di handicap grave. A seconda delle condizioni del paziente, il familiare che lo assiste può avere diritto a: permessi lavorativi, scelta della sede di lavoro e trasferimento, congedo biennale, congedo straordinario (retribuito o no), esonero dal lavoro notturno, passaggio al lavoro a tempo parziale.
Oblio oncologico Il diritto all’oblio oncologico consente alle persone guarite da un tumore di non essere discriminate quando, dopo un certo numero di anni dalla fine delle cure, devono stipulare un’assicurazione, chiedere un mutuo, adottare un figlio o partecipare a concorsi e selezioni per il lavoro. Riguarda chi ha concluso i trattamenti da 10 anni (o 5 anni se la diagnosi è avvenuta prima dei 21 anni) senza recidive.
«È importante conoscere il diritto all’oblio oncologico perché restituisce piena cittadinanza sociale, tutela la privacy sanitaria e permette di ricominciare senza stigma, riconoscendo la guarigione non solo clinica ma anche sociale» conclude Iannelli.
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Criteri Critici
Londra, AI e neurochirurgo eseguono «live» un intervento al cervello. Tumore rimosso, il paziente recupera la vista Corriere della Sera
Per la prima volta un sistema di intelligenza artificiale è stato utilizzato per assistere in tempo reale un neurochirurgo durante un intervento, analizzando direttamente le immagini provenienti dalla telecamera endoscopica e aiutando l’équipe a riconoscere strutture anatomiche critiche. È accaduto al National Hospital for Neurology and Neurosurgery dell’University College London Hospitals, nell'ambito di una sperimentazione clinica che utilizza una tecnologia di intelligenza artificiale sviluppata internamente all'UCL e finanziata dal National Institute for Health and Care Research (NIHR).
La malattia scoperta dopo una crisi epilettica Il paziente, Rhys Hibbert, 48 anni, aveva un tumore dell’ipofisi di circa 11 millimetri. La malattia, scoperta dopo una crisi epilettica nel dicembre 2024, aveva provocato nel tempo squilibri ormonali e problemi alla vista, fino alla perdita di parte della visione periferica. Senza l’intervento il tumore avrebbe continuato a minacciarne la capacità visiva, con il rischio di arrivare alla cecità.
Durante l’operazione l’intelligenza artificiale ha analizzato il video chirurgico live, anziché utilizzare soltanto le immagini acquisite prima dell’intervento, evidenziando strutture delicate alla base del cranio. In questa regione ipofisi, vasi sanguigni e nervi che controllano la vista sono concentrati in uno spazio estremamente ristretto: secondo UCLH, un errore nell’ordine di un millimetro può avere conseguenze gravissime, dalla perdita della vista all’ictus fino alla morte. Il sistema è stato addestrato e valutato, utilizzando un’ampia raccolta di video annotati di precedenti interventi endoscopici all’ipofisi.
«Mi ha ridato la vita» L’operazione ha consentito di rimuovere il tumore preservando la vista del paziente, che ha riferito un netto miglioramento già al risveglio. «Quando ho riaperto gli occhi dopo l'operazione, ho avuto la sensazione di avere una visione a 360 gradi: non vedevo così bene da un anno», ha detto Hibbert alla Bbc. E nelle otto settimane successive all'intervento, ha notato che la sua vista migliora ogni pochi giorni.
«Ho anche recuperato le energie e tutti gli effetti collaterali di cui soffrivo prima dell'intervento sono scomparsi». «Mi ha ridato la vita».
Intervento pionieristico Il professor Mike Lewis, direttore scientifico per l'innovazione del NIHR, ha dichiarato: «Questo intervento chirurgico pionieristico evidenzia il potenziale dell'intelligenza artificiale avanzata, per supportare i chirurghi e migliorare l'assistenza ai pazienti. Investendo in tecnologie digitali innovative, il NIHR contribuisce a trasformare la ricerca all'avanguardia in strumenti pratici che possono fare davvero la differenza in sala operatoria». Ma quanto siamo realmente vicini a una neurochirurgia guidata dall’intelligenza artificiale? E quali sono i limiti di una tecnologia che entra in uno dei territori più delicati della medicina? Lo abbiamo chiesto al professor Pietro Mortini, primario dell’Unità di Neurochirurgia e Radiochirurgia Stereotassica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore ordinario di Neurochirurgia all’Università Vita-Salute San Raffaele.
Partiamo dalla notizia: è davvero una svolta?
«Direi di no, almeno non nel senso di una svolta per la neurochirurgia. Si tratta di un'esperienza singola, che al momento non rappresenta un nuovo standard condiviso a livello internazionale. I sistemi di neuronavigazione utilizzati in questo intervento esistono da molti anni e anche al San Raffaele di Milano li impieghiamo da oltre vent'anni. La novità è piuttosto nell'integrazione di questi strumenti con sistemi di intelligenza artificiale. È certamente un'evoluzione interessante, che va studiata, e che come ogni innovazione in medicina deve essere sottoposta a un rigoroso processo di validazione clinica prima di poterne stabilire il reale beneficio per il paziente».
Che cosa «vede» l'AI che un neurochirurgo esperto potrebbe non vedere?
«Nell'ambito strettamente chirurgico, oggi l'intelligenza artificiale lavora essenzialmente sui dati che le vengono forniti. È in grado di elaborarli con una velocità e una capacità computazionale enormemente superiori a quelle umane, ma la qualità del risultato dipende dalla qualità delle informazioni di partenza e dal modo in cui il sistema è stato istruito. Se i dati anatomici o i target forniti alla macchina sono sbagliati, il sistema può continuare a elaborarli in maniera matematicamente corretta, arrivando però a una conclusione clinicamente sbagliata. Diverso è il campo dell'imaging: qui l'AI può essere un reale avanzamento in particolare nella fase di interpretazione delle immagini che attualmente sono una ricostruzione informatica ottenuta dai dati rilevati da un apparecchio diagnostico poiché riesce ad interpretarle con una definizione nettamente superiore a quella dell'occhio umano. Credo che sia proprio questo, uno degli ambiti in cui potrà offrire i vantaggi maggiori».
C'è anche il rischio opposto: fidarsi troppo della macchina?
«Assolutamente sì. Il neuronavigatore, in fondo, funziona secondo un principio simile al navigatore della nostra automobile: è uno strumento straordinariamente utile, ma il chirurgo deve sempre sapere dove si trova anche senza il navigatore. Una macchina può avere un problema tecnico oppure può elaborare dati inseriti in maniera non corretta. In questi casi non necessariamente corregge l'errore umano: può persino amplificarlo.
È esperienza comune, che il sistema di neuronavigazione possa indicare una posizione che non corrisponde a ciò che è riscontrato nel campo operatorio. Ecco perchè sono sempre necessarie procedure di verifica intermedia in corso di intervento. Vale a dire vengono fornite nuove informazioni per verificare le precedenti. Quindi si tratta di trasferimento di informazioni dal chirurgo allo strumento di navigazione che non ha autonomia nell’analisi del campo operatorio. Per questo la tecnologia rimane un'estensione delle capacità del chirurgo, non ne sostituisce le competenze. Abbiamo inventato calcolatrici, computer e strumenti di misurazione per aumentare le nostre capacità esecutive».
L'AI potrebbe cambiare il confine tra ciò che è operabile e ciò che non lo è?
«In futuro non possiamo escluderlo, perché l'evoluzione dell'intelligenza artificiale è estremamente rapida. Oggi, però, direi di no. Bisogna ricordare che in neurochirurgia il confine dell'operabilità non dipende soltanto dalla capacità tecnica di raggiungere una determinata area del cervello. Molto spesso è un limite biologico e clinico: decidiamo di non intervenire perché l'operazione non porterebbe un beneficio sufficiente al paziente oppure perché il rischio di provocare un danno neurologico sarebbe troppo elevato.
Rispetto a trent'anni fa molti degli interventi che eseguiamo sono concettualmente gli stessi; ciò che è profondamente cambiato è la possibilità di eseguirli con maggiore precisione e sicurezza. L'AI potrà contribuire ulteriormente a questa evoluzione, ma credo non trasformerà automaticamente in operabile ciò che oggi non lo è».
Potremmo arrivare a un'AI che suggerisca al chirurgo quale manovra eseguire durante l'intervento?
«Non nel futuro prossimo. Un intervento chirurgico non è una sequenza perfettamente prevedibile di azioni. L'organismo umano è una struttura biologica e durante un'operazione possono verificarsi situazioni impreviste, che richiedono una valutazione immediata e un cambiamento di strategia.
L'intelligenza artificiale è straordinariamente efficace nell'analizzare rapidamente grandi quantità di informazioni e fornire dati sempre più sofisticati. Ma un conto è fornire informazioni, un altro è decidere quale gesto chirurgico compiere. In sala operatoria la decisione deve rimanere del chirurgo, che deve essere in grado di interpretare ciò che sta accadendo in quel preciso momento e assumersene la responsabilità».
Quanto è affidabile il riconoscimento anatomico dell'AI in tempo reale?
«Oggi non parlerei ancora di un riconoscimento anatomico autonomo in tempo reale. Il sistema può riconoscere strutture, target o aree di rischio sulla base delle informazioni e dell'addestramento che gli sono stati forniti. In altre parole, è ancora l'intelligenza umana a indicare alla macchina che cosa deve cercare e come deve interpretarlo.
Il limite fondamentale è la capacità di comprendere immediatamente che qualcosa non sta andando come previsto e modificare di conseguenza il comportamento. L'AI ha bisogno di dati, istruzioni e continue verifiche. Per questo è importante non confondere una capacità di calcolo e di analisi straordinariamente potente con l'infallibilità».
Il vero salto sarà integrare AI, imaging e neuronavigazione?
«In parte questa integrazione esiste già. Credo però che uno degli sviluppi più interessanti riguarderà soprattutto l'imaging intraoperatorio. Al San Raffaele, in particolare, disponiamo della microscopia confocale intraoperatoria, una tecnologia molto avanzata che consente di analizzare il tessuto durante l'intervento. Qui l'intelligenza artificiale potrebbe rappresentare un progresso importante: potrebbe analizzare le immagini a livelli di dettaglio che superano la capacità di discriminazione dell'occhio umano, come succede per l’imaging preoperatorio, e fornire al chirurgo informazioni aggiuntive sulle caratteristiche del tessuto che sta osservando. Il passaggio decisivo sarà quindi integrare tecnologie che già possediamo – imaging, microscopia, neuronavigazione – con strumenti di AI capaci di estrarre informazioni ulteriori. Non significa sostituire il chirurgo, ma fornirgli una quantità e una qualità di informazioni attualmente non disponibili, su cui basare le proprie decisioni».
Fra dieci anni come immagina una sala operatoria neurochirurgica al San Raffaele?
«Probabilmente non sarà così radicalmente diversa da quella di oggi. Il grande cambiamento degli ultimi anni è stato soprattutto l'integrazione delle tecnologie. Con le sale operatorie ibride, per esempio, abbiamo portato all'interno della sala strumenti diagnostici e di imaging che prima si trovavano altrove. Credo che nei prossimi dieci anni assisteremo a un'ulteriore evoluzione di questo modello: immagini sempre più sofisticate, neuronavigazione, microscopia confocale e sistemi di intelligenza artificiale dialogheranno tra loro e forniranno al chirurgo informazioni sempre più precise durante l'intervento. L'AI sarà probabilmente meno visibile di quanto immaginiamo: non necessariamente un robot accanto al tavolo operatorio, ma una tecnologia integrata negli strumenti che utilizziamo e capace di migliorarne le prestazioni».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Curare, innovare, competere: nel pharma l’Italia parte da una posizione di forza Milano Finanza
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L’innovazione in medicina cambia il destino di milioni di persone. Malattie un tempo mortali sono oggi curabili, prevenibili o compatibili con una vita attiva. Dal 1995 la speranza di vita in Italia è salita da 78 a 84 anni. Merito anche di Servizio Sanitario Nazionale, professionisti, ricerca e industria farmaceutica.
I risultati si misurano in vita guadagnata. In Italia 3,7 milioni di persone vivono dopo una diagnosi di tumore e la metà di chi si ammala guarirà, con la stessa attesa di vita di chi non ha avuto il cancro. In dieci anni grazie ai nuovi farmaci la mortalità per epatite è diminuita di oltre il 50%.
Alcune cure promettenti
Ma la ricerca apre nuove importanti prospettive. Anticorpi bispecifici, terapie geniche, farmaci a Rna e CAR-T consentono già una precisione impensabile. Le Protac degradano selettivamente proteine responsabili di malattie; le Til riattivano i linfociti nel tumore; CAR-NK e CAR-M potranno ampliare l’efficacia delle terapie cellulari contro i tumori solidi. Virus oncolitici, microbioma, intelligenza artificiale ed editing genetico aprono ulteriori prospettive. Promettenti sono i vaccini terapeutici contro il cancro. Il sequenziamento identifica i neoantigeni del tumore e consente di realizzare, anche con tecnologia a mRNA, vaccini personalizzati che addestrano i linfociti T. I primi risultati nel melanoma e gli studi nei tumori di pancreas, rene e polmone indicano una strada concreta.
Innovare significa anche programmare
L’Ebola Bundibugyo in corso nella Repubblica Democratica del Congo e il recente focolaio di hantavirus Andes dimostrano che la minaccia pandemica non appartiene al passato. Sorveglianza, diagnostica, ricerca, piattaforme vaccinali adattabili, scorte e capacità produttiva devono diventare infrastrutture permanenti di sicurezza. Prevenire costa meno dell’emergenza.
Un’industria in forte crescita
L’Italia parte da una posizione di forza. L’industria farmaceutica è prima in Italia per crescita di export e fatturato negli ultimi due anni e, a livello strutturale, per produttività e investimenti per addetto. Nel 2025 la produzione farmaceutica ha raggiunto 74 miliardi, con 69 miliardi di esportazioni. È una leadership condivisa nell’Ue con Germania e Francia, fondata su gruppi internazionali, imprese italiane, pmi, distretti, ricerca clinica e manifattura avanzata. Le pmi generano 11,5 miliardi di produzione, il 43% delle pmi europee. Siamo leader anche nella produzione conto terzi.
Gli ultimi dati Istat rafforzano il primato. Tra gennaio e giugno 2026 la farmaceutica ha generato 11 miliardi di surplus estero positivo, il 45% del totale in Italia.
Che cosa potrebbe fare ora il governo Meloni
Il Governo Meloni ha compiuto scelte importanti che hanno creato le condizioni per questi risultati: ha aumentato le risorse per il Ssn, riportato salute e farmaceutica al centro dell’agenda politica e industriale e avviato il percorso verso il Testo Unico farmaceutico. È una direzione positiva. Proprio perché la strada è quella giusta, ora occorre accelerare nei prossimi mesi con la Legge di Bilancio.
La sfida della clausola Usa della Most Favoured Nation aumenta l’urgenza. Se gli Stati Uniti collegheranno il valore dei medicinali ai prezzi degli altri mercati, Italia ed Europa non potranno più continuare a comprimere l’innovazione e rallentarne l’accesso. Investimenti e nuove terapie si orienteranno verso le Nazioni capaci di riconoscerne il valore e renderle rapidamente disponibili.
La prossima Legge di Bilancio deve segnare un salto di qualità: assicurare sostenibilità industriale e attrattività per l’innovazione, con superamento strutturale del payback, premialità per investimenti, tutela della proprietà intellettuale e drastica riduzione del tempo tra autorizzazione Ue e accesso effettivo alle cure, anche a livello regionale, perché l’innovazione ritardata è innovazione negata.
Alla sfida Mfn occorre rispondere con dialogo diretto con gli Usa, accesso rapido e omogeneo e certezza per chi investe. Non si tratta di proteggere un comparto, ma di difendere la capacità della Nazione di progettare e produrre le cure del futuro. (riproduzione riservata)
*presidente di Farmindustria
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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44.4/100
Punteggio Totale
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Valutazione
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Criteri Critici
Leucemia Mieloide Cronica, novità per la diagnosi e la cura Gazzetta della Spezia
Cronaca
La Leucemia Mieloide Cronica ha un'incidenza relativamente rara; in Italia i pazienti affetti da LMC sono circa 10.000 con la comparsa di circa 1.000 nuovi casi all'anno. In Italia si registrano 2 nuovi casi ogni 100.000 persone mentre nella nostra provincia i nuovi casi sono da 2 a 3 all'anno. La Leucemia Mieloide Cronica fino a pochi anni fa era difficile da trattare. Oggi, grazie alla terapia molecolare, i pazienti affetti da questa patologia hanno una lunga aspettativa di vita associata ad una "normale" qualità della vita stessa. La terapia molecolare della Leucemia Mieloide Cronica ha rappresentato l'inizio di una "rivoluzione" nel trattamento dei tumori con farmaci "intelligenti" studiati per colpire specifiche patologie molecolari alla base dello sviluppo delle neoplasie. In questo caso la terapia consiste nel bloccare alcuni geni (bcr/abl) che, attivati da una traslocazione cromosomica specifica, sono alla base dell'insorgenza e sviluppo della leucemia stessa. La presenza di questa anomalia genetica viene determinata mediante analisi di biologia molecolare è quindi importantissima sia per fare diagnosi che per il trattamento essendo il bersaglio della terapia molecolare.Il "Laboratorio di Diagnostica Molecolare", Sezione della "Anatomia ed Istologia Patologica e Citodiagnostica" con sede presso il P.O. Levante Ligure a Sarzana si è dotato di una nuova metodologia per la determinazione dell'anomalia genetica della Leucemia Mieloide Cronica che va a sostituire quella utilizzata fino ad oggi, la quale richiedeva circa 2 giorni di lavoro.La nuova metodologia permette di abbassare il tempo di determinazione - fondamentale per iniziare al più presto la terapia molecolare specifica - ottenendo un risultato in 40 minuti (risultati preliminari già in 20 minuti).La nuova tecnologia acquistata dalla Asl5 "Spezzino" può essere applicata per determinare con la stessa tempistica anche altre importanti anomalie genetiche presenti in altre forme di leucemie.Il potenziamento della diagnostica molecolare va incontro alle esigenze di celerità della diagnosi, alle aspettative dei pazienti che possono contare su una gestione migliore della loro patologia e allinea la nostra ASL ai principali centri di cura della Leucemia Mieloide Cronica.
L'incontro è aperto alla popolazione.
Qui sotto è possibile scaricare la locandina con il programma del convegno.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Cure palliative e cure simultanee in Oncologia Voce della Scuola
Aspetti clinici e formativi. Intervista al Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma
Prof. Bianco: «Cruciale la gestione del paziente oncologico avanzato, non può essere affidata all'improvvisazione o alla sola sensibilità del singolo clinico, ma richiede una vera e propria competenza metodologica e interdisciplinare. È per questo motivo che la formazione avanzata, penso ad esempio, all'impostazione di percorsi accademici dedicati come i Master specifici del settore, punta a creare una rete di professionisti capace di parlare lo stesso linguaggio. Oncologi, infermieri specialisti, psicologi, farmacisti e assistenti sociali devono integrarsi in un team multispecialistico in grado di valutare la complessità clinica, relazionale ed etica del malato e della sua famiglia».
Di Marialuisa Roscino
Il cancro non è più solo una battaglia per la sopravvivenza, ma un percorso complesso che richiede di curare la persona prima ancora della malattia. È questa la rivoluzione culturale e clinica promossa dalle "cure simultanee", un modello che abbatte il vecchio muro tra la terapia oncologica attiva e le cure palliative, integrandole fin dalla diagnosi. Per capire come questa visione si traduca nella pratica quotidiana e nella didattica ospedaliera, abbiamo intervistato il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma, in prima linea nell'affrontare le sfide cliniche e formative di questo approccio.
Dott. Bianco, oggi si parla sempre più spesso di cure simultanee in oncologia. Qual è il cambio di paradigma fondamentale rispetto al passato?
Con le cure simultanee in oncologia si supera l’approccio sequenziale, vale a dire , le cure palliative o di supporto venivano attivate soltanto dopo il fallimento o la sospensione dei trattamenti antitumorali come la chemioterpia, immunoterapia, radioterapia , la terapia a bersaglio molecolare. Le cure simultanee in oncologia vengono erogate con i trattamenti oncologici attivi, sin dalle fasi iniziali della diagnosi di malattia avanzata o metastatica. Non dimentichiamoci nei centri in cui le cure simultanee vengono erogate in concomitanza ai trattamenti attivi, le terapie antiblastiche risultano più efficaci e le sopravvivenze dei pazienti migliorano.
In termini pratici e clinici, cosa significa applicare questo modello nella corsia di un grande ospedale come il Policlinico Umberto I?
L'attivazione del supporto terapeutico simultaneo ai trattamenti oncologici attivi non dipende più da quanto tempo resta da vivere al paziente, ma dall'intensità dei suoi bisogni fisici, psicologici e sociali.
ll controllo della sintomatologia legata al tumore (dolore, nausea, astenia, dispnea….) permette al paziente di tollerare meglio le terapie oncologiche, riducendo le interruzioni dei trattamenti e gli accessi impropri al pronto soccorso , quest’ ultimo aspetto consentirebbe, visto l’enorme numero di pazienti oncologici seguiti dal nostro centro e considerato che il nostro PS risulta punto di riferimento per tutta parte sud di Roma, di decongestionare e ottimizzare i ricoveri in area oncologica.
Un approccio così complesso richiede competenze che vanno oltre la tradizionale formazione medica specialistica. Qual è il ruolo della formazione in questo settore?
Purtroppo, spesso i percorsi di specializzazione in oncologia non includono una preparazione strutturata sulle cure simultanee/palliative integrate in campo oncologico. La formazione in questo settore deve garantire la conoscenza delle Metodiche di valutazione di qualità della vita, la conoscenza dei bisogni di salute degli individui e delle loro famiglie e l’appropriatezza e dell’efficacia degli interventi assistenziali, la conoscenza delle principali tecniche della comunicazione interpersonale, la conoscenza e la acquisizione dei principi dell’etica medica e della bioetica clinica, la conoscenza della fisiopatologia del dolore, le conoscenze teoriche e la pratica clinica necessarie per la diagnosi ed il trattamento delle complicanze e dei sintomi in fase avanzata. Principi farmacologici delle principali terapie oncologiche e relative tossicità. Oggi per colmare questo gap formativo basterebbe frequentare un master universitario di II livello dedicato.
Quali sono le principali resistenze culturali che ancora oggi si incontrano nell'applicazione delle cure simultanee?
Essenzialmente, ci sono tre motivi; a) le cure simultanee vengono associate al fine vita soprattutto dai familiari e pazienti; b) professionale, per gli addetti ai lavori spesso si confondono le cure simultanee con la sola terapia del dolore o hospice; c) organizzativa : si cura prima il tumore e quando non c è nulla da fare, i sintomi difatti manca un approccio multidiscinare, il medico oncologo indirizzato verso una formazione super specialistica (patologia d’organo) rischia di tradursi nella pratica clinica nella sottovalutazione delle comorbidità intercorrenti, mancata gestione degli effetti collaterali che colpiscono organi fuori dal proprio campo e talvolta ritardi diagnostici , senza contare una vera e propria dipendenza multidisciplinare con la costante necessità di consultare altri specialisti.
In che modo, il modello delle cure simultanee ridefinisce il rapporto e la comunicazione tra il medico, il paziente e la sua famiglia, soprattutto nei momenti di scelta più complessi?
Da una comunicazione a tappe, a una comunicazione continuativa, il passaggio tra intento curativo e palliativo non è vissuto come un "abbandono" da parte del paziente, poiché il team è già presente (medico oncologo, medico palliativista, psicologo, e via dicendo). Pianificazione anticipata del percorso terapeutico contestualmente viene migliorata la fase di elaborazione della prognosi da parte dei familiari e del paziente.
Quanto incide oggi la carenza di personale o la frammentazione organizzativa nella reale applicazione di questo modello all'interno delle strutture sanitarie pubbliche italiane?
La carenza di personale sanitario e la frammentazione organizzativa incidono in modo critico e penalizzante, impedendo a quasi i due terzi dei pazienti oncologici di accedere tempestivamente al modello di Simultaneous Care (cure simultanee). Ancora una volta, come spesso accade da molti anni, esiste un grosso divario regionale tra Nord-Centro e Sud Italia.
Quali strumenti specifici o scale di valutazione precoce, a Suo avviso, sarebbe importante utilizzare insieme all'equipe per intercettare il momento ideale in cui affiancare le cure palliative a quelle oncologiche?
Cure palliative e cure simultanee in Oncologia: aspetti clinici e formativi. Intervista al Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma - Cavalierenews
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
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Criteri Critici
Cure palliative e cure simultanee in Oncologia: aspetti clinici e formativi. Intervista al Prof. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo, Policlinico Umberto I di Roma Cavalierenews
Roma – «Cruciale la gestione del paziente oncologico avanzato, non può essere affidata all’improvvisazione o alla sola sensibilità del singolo clinico, ma richiede una vera e propria competenza metodologica e interdisciplinare. È per questo motivo che la formazione avanzata, penso ad esempio all’impostazione di percorsi accademici dedicati come i Master specifici del settore, punta a creare una rete di professionisti capace di parlare lo stesso linguaggio. Oncologi, infermieri specialisti, psicologi, farmacisti e assistenti sociali devono integrarsi in un team multispecialistico in grado di valutare la complessità clinica, relazionale ed etica del malato e della sua famiglia». (Prof. Vincenzo Bianco)
Oltre la sopravvivenza: l’importanza di curare l’anima e il corpo
Salute e Medicina – Quando la parola “cancro” irrompe nella vita di un essere umano, non devasta soltanto le cellule del corpo, ma stravolge l’intero equilibrio psicologico, emotivo e familiare dell’individuo. Per decenni, l’approccio medico tradizionale è stato caratterizzato da una visione rigida e sequenziale: prima si ingaggiava una guerra spietata contro il tumore attraverso terapie aggressive e, soltanto quando ogni speranza di guarigione svaniva, si attivavano le cure palliative per alleviare le sofferenze del “fine vita”.
Oggi, fortunatamente, il cancro non è più vissuto esclusivamente come una fredda battaglia clinica per la nuda sopravvivenza, ma viene affrontato come un percorso complesso e profondamente umano, che richiede di curare e abbracciare la persona prima ancora della malattia.
È questa l’autentica e meravigliosa rivoluzione culturale promossa dal modello delle “cure simultanee” (Simultaneous Care): un approccio multidisciplinare che abbatte definitivamente il vecchio e logorante muro divisorio tra la terapia oncologica attiva e le cure palliative (o di supporto), integrandole in un abbraccio unico e continuo fin dal giorno stesso della diagnosi. Un sistema in cui psicologi, oncologi e palliativisti lavorano fianco a fianco per garantire al malato la migliore qualità di vita possibile, non solo negli ultimi giorni, ma durante tutto l’arduo percorso delle cure.
Per capire a fondo come questa visione rivoluzionaria si traduca nella pratica quotidiana e nella didattica ospedaliera, la giornalista Marialuisa Roscino ha intervistato il Dott. Vincenzo Bianco, Dirigente Medico Oncologo presso il Policlinico Umberto I di Roma, un medico da sempre in prima linea nell’affrontare le difficili sfide cliniche, umane e formative legate a questo nuovo approccio.
L’Intervista, di Marialuisa Roscino
Dott. Bianco, oggi si parla sempre più spesso di cure simultanee in oncologia. Qual è il cambio di paradigma fondamentale rispetto al passato?
«Con le cure simultanee in oncologia si supera l’approccio sequenziale, vale a dire: le cure palliative o di supporto venivano attivate soltanto dopo il fallimento o la sospensione dei trattamenti antitumorali come la chemioterapia, immunoterapia, radioterapia o la terapia a bersaglio molecolare. Le cure simultanee in oncologia vengono erogate insieme ai trattamenti oncologici attivi, sin dalle fasi iniziali della diagnosi di malattia avanzata o metastatica. Non dimentichiamoci che nei centri in cui le cure simultanee vengono erogate in concomitanza ai trattamenti attivi, le terapie antiblastiche risultano più efficaci e le sopravvivenze dei pazienti migliorano».
In termini pratici e clinici, cosa significa applicare questo modello nella corsia di un grande ospedale come il Policlinico Umberto I?
«L’attivazione del supporto terapeutico simultaneo ai trattamenti oncologici attivi non dipende più da quanto tempo resta da vivere al paziente, ma dall’intensità dei suoi bisogni fisici, psicologici e sociali. Il controllo della sintomatologia legata al tumore (dolore, nausea, astenia, dispnea) permette al paziente di tollerare meglio le terapie oncologiche, riducendo le interruzioni dei trattamenti e gli accessi impropri al pronto soccorso. Quest’ultimo aspetto consentirebbe, visto l’enorme numero di pazienti oncologici seguiti dal nostro centro e considerato che il nostro Pronto Soccorso risulta punto di riferimento per tutta la parte sud di Roma, di decongestionare e ottimizzare i ricoveri in area oncologica».
Un approccio così complesso richiede competenze che vanno oltre la tradizionale formazione medica specialistica. Qual è il ruolo della formazione in questo settore?
«Purtroppo, spesso i percorsi di specializzazione in oncologia non includono una preparazione strutturata sulle cure simultanee/palliative integrate in campo oncologico. La formazione in questo settore deve garantire la conoscenza delle metodiche di valutazione della qualità della vita, la conoscenza dei bisogni di salute degli individui e delle loro famiglie, l’appropriatezza e l’efficacia degli interventi assistenziali, la conoscenza delle principali tecniche della comunicazione interpersonale. E ancora: la conoscenza e l’acquisizione dei principi dell’etica medica e della bioetica clinica, la fisiopatologia del dolore, le conoscenze teoriche e la pratica clinica necessarie per la diagnosi ed il trattamento delle complicanze. Oggi, per colmare questo gap formativo, basterebbe frequentare un master universitario di II livello dedicato».
Quali sono le principali resistenze culturali che ancora oggi si incontrano nell’applicazione delle cure simultanee?
«Essenzialmente, ci sono tre motivi. A) Culturale: le cure simultanee vengono associate al fine vita soprattutto dai familiari e dai pazienti. B) Professionale: per gli addetti ai lavori spesso si confondono le cure simultanee con la sola terapia del dolore o l’hospice. C) Organizzativa: si cura prima il tumore e, quando non c’è più nulla da fare, i sintomi. Difatti manca un approccio multidisciplinare: il medico oncologo indirizzato verso una formazione super specialistica (patologia d’organo) rischia di tradursi nella pratica clinica nella sottovalutazione delle comorbidità intercorrenti e nella mancata gestione degli effetti collaterali che colpiscono organi fuori dal proprio campo».
In che modo il modello delle cure simultanee ridefinisce il rapporto e la comunicazione tra il medico, il paziente e la sua famiglia, soprattutto nei momenti di scelta più complessi?
«Si passa da una comunicazione a tappe a una comunicazione continuativa. Il passaggio tra intento curativo e palliativo non è più vissuto come un “abbandono” da parte del paziente, poiché il team è già presente (medico oncologo, medico palliativista, psicologo, e via dicendo). Con la pianificazione anticipata del percorso terapeutico, viene migliorata contestualmente la fase di elaborazione della prognosi da parte dei familiari e del paziente».
Quanto incide oggi la carenza di personale o la frammentazione organizzativa nella reale applicazione di questo modello all’interno delle strutture pubbliche italiane?
«La carenza di personale sanitario e la frammentazione organizzativa incidono in modo critico e penalizzante, impedendo a quasi i due terzi dei pazienti oncologici di accedere tempestivamente al modello di Simultaneous Care. Ancora una volta, come purtroppo accade da molti anni, esiste un grosso divario regionale tra Nord-Centro e Sud Italia».
Quali strumenti o scale di valutazione precoce sarebbe importante utilizzare per intercettare il momento ideale in cui affiancare le cure palliative a quelle oncologiche?
«A prescindere dagli strumenti e dalle scale che sono nelle disponibilità degli operatori, l’équipe multidisciplinare deve fin da subito prendere in carico il paziente e pianificare un programma terapeutico che tenga conto dei bisogni del malato di ordine fisico, psicologico e relazionale».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Terapia genica nelle encefalopatie associate al gene GNAO1 Okmedicina
Una strategia di terapia genica apre nuove prospettive per una rara malattia neurologica dell'infanzia
Nei modelli sperimentali, l'aggiunta di una copia funzionante del gene GNAO1 corregge molte delle alterazioni causate dalla patologia. Lo studio apre una strada promettente verso futuri trattamenti.
Le encefalopatie associate al gene GNAO1 sono malattie genetiche molto rare che compaiono nei primi anni di vita e possono provocare gravi disturbi del movimento, crisi epilettiche e un importante coinvolgimento dello sviluppo neurologico. Oggi i trattamenti disponibili consentono di alleviare alcuni sintomi, ma non sono in grado di intervenire sulla causa della malattia.
Una possibile nuova prospettiva arriva ora da uno studio internazionale, pubblicato sulla rivista Acta Neuropathologica Communications, al quale ha partecipato anche il Laboratorio di Epilessia Sperimentale dell'I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli. I ricercatori hanno dimostrato che una strategia di terapia genica è riuscita a correggere, nei modelli sperimentali, molte delle alterazioni provocate dalla malattia, ponendo le basi per futuri sviluppi terapeutici.
La malattia, che colpisce un numero molto limitato di bambini nel mondo, è causata da mutazioni del gene GNAO1, responsabile della produzione di una proteina fondamentale per regolare la comunicazione tra i neuroni. Quando questa proteina non funziona correttamente, i circuiti nervosi possono perdere il loro equilibrio, dando origine ai sintomi caratteristici della patologia.
Lo studio ha seguito una strada diversa rispetto ad altri approcci sperimentali. Invece di intervenire direttamente sul gene alterato, i ricercatori hanno utilizzato un vettore virale (un virus reso innocuo e utilizzato come “veicolo”) per fornire alle cellule una copia funzionante del gene, aumentando così la produzione della proteina normale. L'idea è che, aumentando la disponibilità della proteina prodotta dalla copia sana del gene, sia possibile ristabilire almeno in parte il corretto funzionamento dei circuiti nervosi, compensando gli effetti della mutazione.
“Per molti anni - dice la dottoressa Germana Cocozza del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia, Sapienza Università di Roma, prima autrice dello studio - si è pensato soprattutto a come correggere o bloccare il gene mutato. Il nostro lavoro mostra che esiste anche un'altra possibilità: aumentare la quantità della proteina prodotta dalla copia sana del gene. Nei modelli sperimentali questo è stato sufficiente a compensare molte delle alterazioni provocate dalla malattia”.
Questa strategia ha migliorato i disturbi motori, ridotto alcune alterazioni comportamentali e ripristinato importanti caratteristiche del funzionamento dei neuroni. Gli stessi risultati sono stati confermati anche in un secondo modello sperimentale, rafforzando le evidenze sull'efficacia dell'approccio.
"Il nostro studio – aggiunge la professoressa Cristina Limatola del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia, Sapienza Università di Roma, e Responsabile del laboratorio di Neurofisiologia-Inflammaging del Neuromed - rappresenta una prova di principio molto importante perché dimostra che aumentare la disponibilità della proteina GNAO1 normale può compensare gli effetti della mutazione nei modelli sperimentali. È un risultato che incoraggia a proseguire nello sviluppo di strategie di terapia genica dedicate a queste rare encefalopatie."
Naturalmente saranno necessarie ulteriori ricerche prima di poter arrivare a un'applicazione clinica. Tuttavia, i risultati ottenuti indicano che questa strategia potrebbe rappresentare una base promettente per lo sviluppo di futuri trattamenti capaci di intervenire direttamente sui meccanismi che sono all'origine della malattia. Allo stesso tempo, lo studio rafforza un principio che potrebbe rivelarsi utile anche nella ricerca su altre malattie genetiche: in alcuni casi, aumentare la disponibilità della proteina prodotta dalla copia sana di un gene potrebbe essere sufficiente a compensare gli effetti della mutazione.
=====
Cocozza, G., D’Andrea, T., Di Rocco, M., Busdraghi, L. M., Chilà, G., Lin, X., ... & Limatola, C. (2026). Gene supplementation therapy restores motor deficits in Gnao1 [C215Y] mice and proves broad efficacy in C. elegans model. Acta Neuropathologica Communications.
https://doi.org/10.1186/s40478-026-02389-6
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.9/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
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Criteri Critici
All’Ospedale "Ferrero" di Verduno una mattinata dedicata alla prevenzione dei tumori testa-collo TargatoCn
Edizione localeIlNazionale.it “1 sintomo per 3 settimane, 3 settimane per 1 vita”è il motto dell’edizione italiana dellaMake Sense Campaign, la campagna europea di educazione e sensibilizzazione alla prevenzione dei tumori del distretto cervico-cefalico che quest’anno tornerà dal21 al 26 settembre. Si definisce tumore cervico-cefalico, o tumore del testa-collo, qualsiasi tumore che abbia origine nell’area della testa o del collo, con l’eccezione di occhi, cervello, orecchie ed esofago. Si tratta delsettimo cancro più diffuso in Europa, con circa 9.000 casi diagnosticati ogni anno in Italia(dati AIRTUM). Questo tipo di tumore viene riscontrato più spesso negliuomini, colpiti con un’incidenza dalle due alle tre volte più alta rispetto alle donne, e nellepersone con più di 40 anni di età, sebbene le diagnosi tra donne e persone sotto i 40 anni stiano aumentando. Promossa dall’Associazione Italiana di Oncologia Cervico-Cefalica (Aiocc), la Make Sense Campaign si propone di contribuire adeducare allaprevenzione e aumentare la consapevolezza dei sintomilegati ai tumori della testa e del collo, promuovendo un tempestivo ricorso al medico per una diagnosi precoce che può aiutare a migliorare la prognosi nei pazienti affetti dalla malattia. La formula fondamentale perindividuare i sintomiriconducibili ai tumori cervico-cefalici è il motto“1x3”: se anche solo uno dei seguenti sintomi si manifesta in maniera continuativa per tre settimane è necessario rivolgersi al medico per un controllo:dolore alla lingua; ulcere che non guariscono; macchie rosse o bianche in bocca; mal di gola e raucedine persistente; dolore o difficoltà a deglutire; gonfiore del collo; naso chiuso da un solo lato o perdita di sangue dal naso. Negli scorsi anni la Make Sense Campaign ha prodotto risultati di tutto interesse, coinvolgendo, dal 2022 al 2025, ben 553 centri sanitari e permettendo di visitare oltre 19.000 pazienti (circa 11.000 donne e 8.000 uomini) con un’età media di 53,5 anni. Un’iniziativa quantomai utile, tant’è che il 17,6% dei partecipanti (3.343 persone) sono stati rimandati ad opportuni approfondimenti successivi, per scongiurare la presenza o l’insorgenza della patologia. Quest’anno sono 180 i centri che si sono resi disponibili, sull’intero territorio nazionale, ad effettuare giornate di diagnosi precoce. L’ASL CN2aderisce alla Make Sense Campaign con una mattinata dedicata ad unavalutazione gratuitaper chi presentasse i sintomi indicati. Le visite coinvolgeranno gli specialisti di Otorinolaringoiatria, Oncologia, Radioterapia e Dietistica dell’Azienda Sanitaria. L’appuntamento è permercoledì 23 settembre, dalle ore 8.30 alle ore 12.30, presso l’Ospedale Michele e Pietro Ferrero di Verduno (reparto di Radioterapia, 2° piano). Per informazioni e per prenotare la propria visita, telefonare al numero: 0172/14.08.690. Comunicato stampa
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Punteggio Totale
A
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Criteri Critici
Artrite psoriasica dopo fallimento anti-TNF, upadacitinib efficace fino a 152 settimane pharmastar.it
Nei pazienti con artrite psoriasica (PsA) già esposti ad un solo anti-TNF, il trattamento con upadacitinib 15 mg in monosomministrazione giornaliera ha mostrato efficacia sostenuta fino a 152 settimane ed un profilo di sicurezza accettabile.
Questi i risultati di un’analisi post hoc dello studio SELECT-PsA 2, pubblicata su RMD Open, dalla quale è emerso che le risposte cliniche a 24 settimane sono state superiori rispetto al placebo e si sono mantenute o ulteriormente consolidate nel lungo periodo.
La durata del trattamento pregresso con anti-TNF non sembrava influenzare in modo rilevante l’efficacia di upadacitinib; al contrario, una riduzione precoce del dolore già alle settimane 2 e 12 era associata ad una maggiore probabilità di raggiungere la minimal disease activity (MDA) a 152 settimane.
Razionale e obiettivi dello studio
La PsA è una malattia infiammatoria sistemica che può coinvolgere articolazioni, cute, entesi e dita, con impatto rilevante su funzione, benessere psicologico e qualità di vita. Le linee guida raccomandano il passaggio a una terapia con diverso meccanismo d’azione quando i target terapeutici non vengono raggiunti entro 6 mesi; tuttavia, dopo fallimento di un anti-TNF, le evidenze sulle alternative ottimali, in particolare sui Jak inibitori, restavano fino ad ora ancora limitate.
Il problema clinico è rilevante perché circa il 30-40% dei pazienti non raggiunge gli obiettivi con i biologici di prima linea e la perdita di risposta può comparire anche dopo anni di trattamento. Inoltre, molti pazienti restano a lungo in terapia con il primo anti-TNF nonostante un controllo subottimale di malattia, e un ritardo nel raggiungimento del controllo può ridurre la probabilità di risposta alle terapie successive.
L’obiettivo di questa analisi post hoc dello studio SELECT-PsA 2 è stato quello di valutare l’efficacia e la sicurezza a lungo termine di upadacitinib 15 mg nei pazienti con PsA ed esposizione pregressa ad un solo precedente anti-TNF.
Gli autori dello studio, inoltre, hanno approfondito il rapporto tra durata della precedente esposizione all’anti-TNF e risposta, il miglioramento cutaneo per sede anatomica e il ruolo della risposta precoce del dolore come possibile predittore della MDA nel lungo periodo.
Disegno dello studio
SELECT-PsA 2 era uno studio di fase 3, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, condotto in pazienti adulti con PsA attiva e risposta insoddisfacente o intolleranza ad almeno un biologico. Lo studio originario includeva una popolazione difficile da trattare, con fallimento di uno, due o almeno tre precedenti biologici.
L’analisi post hoc ha incluso solo i pazienti con esposizione ad un precedente anti-TNF, randomizzati a upadacitinib 15 mg una volta al giorno oppure a placebo, con switch a upadacitinib alla settimana 24. I pazienti assegnati alla dose di 30 mg sono stati esclusi da questa analisi.
In totale sono stati valutati 195 pazienti: 90 nel gruppo upadacitinib 15 mg e 105 nel gruppo placebo. Gli endpoint di efficacia comprendevano le risposte ACR20, ACR50, ACR70, la MDA, le risposte PASI75 e PASI90, dolore e altri domini clinici fino alla settimana 152.
Le analisi hanno considerato anche la durata della precedente esposizione all’anti-TNF, con stratificazioni a 365 e a 180 giorni. La sicurezza è stata valutata attraverso la valutazione degli eventi avversi emersi a seguito del trattamento (TEAE), degli eventi avversi di interesse speciale e dei parametri di laboratorio fino alla settimana 152.
Risultati principali
Risposte cliniche superiori al placebo alla settimana 24
Considerando i 195 pazienti inclusi nell’analisi, è emerso che il tempo mediano alla sospensione del precedente anti-TNF era di 463 giorni. Alla settimana 24, upadacitinib 15 mg ha prodotto risposte superiori al placebo su tutti i principali endpoint clinici: la risposta ACR20 è stata raggiunta dal 57,8% dei pazienti trattati con upadacitinib rispetto al 21,9% con placebo; quella ACR50 è stata raggiunta dal 37,8% rispetto al 9,5%; la risposta ACR70 dal 22,2% dei pazienti in trattamento con il Jak inibitore rispetto allo 0% del gruppo placebo. Da ultimo, la MDA è stata raggiunta dal 24,4% dei pazienti trattati con upadacitinib rispetto al 2,9% dei pazienti del gruppo placebo.
Nei pazienti randomizzati fin dall’inizio a trattamento conupadacitinib 15 mg, le risposte si sono generalmente mantenute o sono migliorate fino alla settimana 152. Nei pazienti inizialmente randomizzati a placebo e poi passati a upadacitinib alla settimana 24, le risposte sono migliorate rapidamente dopo lo switch e si sono mantenute fino alla settimana 152 nei diversi domini di efficacia.
Mantenimento del beneficio su cute, dolore e domini articolari
Le manifestazioni cutanee hanno mostrato un andamento in linea con il beneficio complessivo. Nei pazienti inizialmente trattati con upadacitinib, le risposte PASI75 e PASI90 osservate alla settimana 16 sono state per lo più mantenute alla settimana 152. Nei pazienti passati da placebo a upadacitinib, la quota di risposte PASI75 e PASI90 è aumentata tra la settimana 16 e la settimana 152, con risultati sostenuti anche nelle diverse sedi anatomiche valutate.
Il dolore si è ridotto rapidamente. Nei pazienti con dolore severo al basale trattati da subito con upadacitinib, il punteggio medio è sceso già dopo 2 settimane a un livello compatibile con dolore moderato, proseguendo poi la riduzione fino alla settimana 152. Tra i pazienti che avevano ottenuto una risposta clinica alla settimana 24, la maggior parte ha mantenuto la risposta alla settimana 152, con tassi elevati di sostenibilità anche per entesite e dattilite: il 100% e il 90,6% dei pazienti hanno mantenuto, rispettivamente, la condizione di dattilite e di entesite pari a 0 (LDI=0; LEI=0).
Durata del trattamento pregresso anti-TNF e valore predittivo del dolore
L’efficacia di upadacitinib è risultata generalmente comparabile indipendentemente dalla durata della precedente esposizione all’anti-TNF. Nella stratificazione a 365 giorni, i risultati erano simili tra pazienti con esposizione più breve o più lunga. Anche nella stratificazione a 180 giorni, usata come analisi di sensibilità, la risposta non è risultata penalizzata da una durata più breve o più lunga del precedente trattamento.
Un dato di interesse pratico ha riguardato il dolore precoce. L’analisi ROC ha mostrato che il punteggio del dolore alle settimane 2 e 12 prediceva il raggiungimento della MDA alla settimana 152, con AUC rispettivamente di 0,751 e 0,771. Tra i pazienti con dolore pari o inferiore a 5 alla settimana 2, il 63,4% ha raggiunto la MDA a 152 settimane, rispetto al 21,7% di chi aveva dolore superiore a 5. Alla settimana 12, un punteggio del dolore pari o inferiore a 3 si associava a MDA nel 75% dei casi, contro il 19,4% nei pazienti con dolore superiore a 3.
Sicurezza fino a 152 settimane
Nei pazienti con fallimento del trattamento anti-TNF in essere, l’esposizione totale a upadacitinib 15 mg è stata di 292,3 anni-paziente. I TEAE, gli eventi avversi seri, le infezioni gravi e quelle da herpes zoster sono stati pari, rispettivamente, a 239,8, 10,9, 2,1 e 4,8 eventi per 100 anni-paziente.
I tassi di eventi cardiovascolari maggiori (MACE) e di decessi sono risultati bassi, entrambi pari a 0,3 eventi per 100 anni-paziente. Non sono stati riportati né eventi di tromboembolismo venoso, né perforazioni gastrointestinali. Non sono emersi nuovi segnali di sicurezza.
Implicazioni cliniche
Questa analisi post hoc suffraga l’impiego di upadacitinib 15 mg come opzione terapeutica alternativa nei pazienti con PsA esposti ad un precedente anti-TNF. Il dato è rilevante perché riguarda una popolazione difficile da trattare, nella quale la scelta dopo fallimento di un primo anti-TNF resta clinicamente delicata.
I risultati suggeriscono che il cambio di meccanismo d’azione verso un JAK-inibitore può offrire controllo di malattia sostenuto fino a 152 settimane, senza apparente dipendenza dalla durata della precedente esposizione all’anti-TNF.
Il possibile valore prognostico del miglioramento precoce del dolore, inoltre, potrebbe aiutare ad interpretare precocemente la traiettoria del paziente: punteggi più bassi già alle settimane 2 e 12 erano associati ad una maggiore probabilità di raggiungimento della MDA a lungo termine.
Gli autori dello studio, però, hanno invitato a contestualizzare i risultati ottenuti nei limiti di un’analisi post hoc. si tratta, cioè, di una valutazione condotta su dati già raccolti, focalizzata su una sottopopolazione specifica dello studio SELECT-PsA 2, e non di uno studio disegnato prospetticamente per rispondere a questa domanda.
Per questo saranno utili conferme in studi dedicati, capaci di distinguere direttamente tra pazienti che non rispondono fin dall’inizio a un anti-TNF e pazienti che perdono risposta dopo un periodo di beneficio, e di valutare upadacitinib in popolazioni più ampie di PsA che richiedono alternative terapeutiche.
Nicola Casella
Bibliografia
Coates LC et al. Efficacy and safety of upadacitinib in patients with psoriatic arthritis and exposure to one anti-TNF: post hoc analysis of SELECT-PsA 2. RMD Open. 2026;12:e006655. https://doi.org/10.1136/rmdopen-2025-006655
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Nuove prospettive nella cura del carcinoma renale: nella ricerca c'è anche l'Ospedale di Terni Umbria Domani
La struttura complessa di oncologia medica dell’Azienda Ospedaliera di Terni, diretta dalla dottoressa Jennifer Foglietta, è tra i centri che hanno partecipato a uno studio di fase III sul carcinoma renale avanzato, recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale “The Lancet”. Lo studio ha valutato la combinazione di belzutifan e lenvatinib nei pazienti già trattati con immunoterapia, mostrando risultati che aprono nuove prospettive terapeutiche e potrebbero contribuire a ridefinire la strategia di trattamento della malattia. Tra gli autori della pubblicazione figura la dottoressa Annalisa Guida, oncologa di oncologia medica di Terni, a conferma del contributo dell’oncologia ternana alla ricerca clinica internazionale. Fondamentale il lavoro dell’ufficio operativo Studi clinici di oncologia di terni, che supporta i clinici nella conduzione delle sperimentazioni e garantisce gli standard necessari alla partecipazione a studi nazionali e internazionali. Un lavoro di squadra che permette di coniugare ricerca, qualità delle cure e accesso dei pazienti all’innovazione terapeutica. Lo studio, coordinato dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, è stato pubblicato con il titolo “Belzutifan plus lenvatinib versus cabozantinib with previously treated advanced renal cell carcinoma”.
Foto: dottoressa Jennifer Foglietta, responsabile della struttura complessa di Oncologia dell’Ospedale di Terni
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Criteri Critici
Artrite psoriasica dopo anti-TNF, upadacitinib efficace fino a 152 settimane pharmastar.it
Nei pazienti con artrite psoriasica (PsA) già esposti ad un solo anti-TNF, il trattamento con upadacitinib 15 mg in monosomministrazione giornaliera ha mostrato efficacia sostenuta fino a 152 settimane ed un profilo di sicurezza accettabile.
Questi i risultati di un’analisi post hoc dello studio SELECT-PsA 2, pubblicata su RMD Open, dalla quale è emerso che le risposte cliniche a 24 settimane sono state superiori rispetto al placebo e si sono mantenute o ulteriormente consolidate nel lungo periodo.
La durata del trattamento pregresso con anti-TNF non sembrava influenzare in modo rilevante l’efficacia di upadacitinib; al contrario, una riduzione precoce del dolore già alle settimane 2 e 12 era associata ad una maggiore probabilità di raggiungere la minimal disease activity (MDA) a 152 settimane.
Razionale e obiettivi dello studio
La PsA è una malattia infiammatoria sistemica che può coinvolgere articolazioni, cute, entesi e dita, con impatto rilevante su funzione, benessere psicologico e qualità di vita. Le linee guida raccomandano il passaggio a una terapia con diverso meccanismo d’azione quando i target terapeutici non vengono raggiunti entro 6 mesi; tuttavia, dopo fallimento di un anti-TNF, le evidenze sulle alternative ottimali, in particolare sui Jak inibitori, restavano fino ad ora ancora limitate.
Il problema clinico è rilevante perché circa il 30-40% dei pazienti non raggiunge gli obiettivi con i biologici di prima linea e la perdita di risposta può comparire anche dopo anni di trattamento. Inoltre, molti pazienti restano a lungo in terapia con il primo anti-TNF nonostante un controllo subottimale di malattia, e un ritardo nel raggiungimento del controllo può ridurre la probabilità di risposta alle terapie successive.
L’obiettivo di questa analisi post hoc dello studio SELECT-PsA 2 è stato quello di valutare l’efficacia e la sicurezza a lungo termine di upadacitinib 15 mg nei pazienti con PsA ed esposizione pregressa ad un solo precedente anti-TNF.
Gli autori dello studio, inoltre, hanno approfondito il rapporto tra durata della precedente esposizione all’anti-TNF e risposta, il miglioramento cutaneo per sede anatomica e il ruolo della risposta precoce del dolore come possibile predittore della MDA nel lungo periodo.
Disegno dello studio
SELECT-PsA 2 era uno studio di fase 3, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo, condotto in pazienti adulti con PsA attiva e risposta insoddisfacente o intolleranza ad almeno un biologico. Lo studio originario includeva una popolazione difficile da trattare, con fallimento di uno, due o almeno tre precedenti biologici.
L’analisi post hoc ha incluso solo i pazienti con esposizione ad un precedente anti-TNF, randomizzati a upadacitinib 15 mg una volta al giorno oppure a placebo, con switch a upadacitinib alla settimana 24. I pazienti assegnati alla dose di 30 mg sono stati esclusi da questa analisi.
In totale sono stati valutati 195 pazienti: 90 nel gruppo upadacitinib 15 mg e 105 nel gruppo placebo. Gli endpoint di efficacia comprendevano le risposte ACR20, ACR50, ACR70, la MDA, le risposte PASI75 e PASI90, dolore e altri domini clinici fino alla settimana 152.
Le analisi hanno considerato anche la durata della precedente esposizione all’anti-TNF, con stratificazioni a 365 e a 180 giorni. La sicurezza è stata valutata attraverso la valutazione degli eventi avversi emersi a seguito del trattamento (TEAE), degli eventi avversi di interesse speciale e dei parametri di laboratorio fino alla settimana 152.
Risultati principali
Risposte cliniche superiori al placebo alla settimana 24
Considerando i 195 pazienti inclusi nell’analisi, è emerso che il tempo mediano alla sospensione del precedente anti-TNF era di 463 giorni. Alla settimana 24, upadacitinib 15 mg ha prodotto risposte superiori al placebo su tutti i principali endpoint clinici: la risposta ACR20 è stata raggiunta dal 57,8% dei pazienti trattati con upadacitinib rispetto al 21,9% con placebo; quella ACR50 è stata raggiunta dal 37,8% rispetto al 9,5%; la risposta ACR70 dal 22,2% dei pazienti in trattamento con il Jak inibitore rispetto allo 0% del gruppo placebo. Da ultimo, la MDA è stata raggiunta dal 24,4% dei pazienti trattati con upadacitinib rispetto al 2,9% dei pazienti del gruppo placebo.
Nei pazienti randomizzati fin dall’inizio a trattamento conupadacitinib 15 mg, le risposte si sono generalmente mantenute o sono migliorate fino alla settimana 152. Nei pazienti inizialmente randomizzati a placebo e poi passati a upadacitinib alla settimana 24, le risposte sono migliorate rapidamente dopo lo switch e si sono mantenute fino alla settimana 152 nei diversi domini di efficacia.
Mantenimento del beneficio su cute, dolore e domini articolari
Le manifestazioni cutanee hanno mostrato un andamento in linea con il beneficio complessivo. Nei pazienti inizialmente trattati con upadacitinib, le risposte PASI75 e PASI90 osservate alla settimana 16 sono state per lo più mantenute alla settimana 152. Nei pazienti passati da placebo a upadacitinib, la quota di risposte PASI75 e PASI90 è aumentata tra la settimana 16 e la settimana 152, con risultati sostenuti anche nelle diverse sedi anatomiche valutate.
Il dolore si è ridotto rapidamente. Nei pazienti con dolore severo al basale trattati da subito con upadacitinib, il punteggio medio è sceso già dopo 2 settimane a un livello compatibile con dolore moderato, proseguendo poi la riduzione fino alla settimana 152. Tra i pazienti che avevano ottenuto una risposta clinica alla settimana 24, la maggior parte ha mantenuto la risposta alla settimana 152, con tassi elevati di sostenibilità anche per entesite e dattilite: il 100% e il 90,6% dei pazienti hanno mantenuto, rispettivamente, la condizione di dattilite e di entesite pari a 0 (LDI=0; LEI=0).
Durata del trattamento pregresso anti-TNF e valore predittivo del dolore
L’efficacia di upadacitinib è risultata generalmente comparabile indipendentemente dalla durata della precedente esposizione all’anti-TNF. Nella stratificazione a 365 giorni, i risultati erano simili tra pazienti con esposizione più breve o più lunga. Anche nella stratificazione a 180 giorni, usata come analisi di sensibilità, la risposta non è risultata penalizzata da una durata più breve o più lunga del precedente trattamento.
Un dato di interesse pratico ha riguardato il dolore precoce. L’analisi ROC ha mostrato che il punteggio del dolore alle settimane 2 e 12 prediceva il raggiungimento della MDA alla settimana 152, con AUC rispettivamente di 0,751 e 0,771. Tra i pazienti con dolore pari o inferiore a 5 alla settimana 2, il 63,4% ha raggiunto la MDA a 152 settimane, rispetto al 21,7% di chi aveva dolore superiore a 5. Alla settimana 12, un punteggio del dolore pari o inferiore a 3 si associava a MDA nel 75% dei casi, contro il 19,4% nei pazienti con dolore superiore a 3.
Sicurezza fino a 152 settimane
Nei pazienti con fallimento del trattamento anti-TNF in essere, l’esposizione totale a upadacitinib 15 mg è stata di 292,3 anni-paziente. I TEAE, gli eventi avversi seri, le infezioni gravi e quelle da herpes zoster sono stati pari, rispettivamente, a 239,8, 10,9, 2,1 e 4,8 eventi per 100 anni-paziente.
I tassi di eventi cardiovascolari maggiori (MACE) e di decessi sono risultati bassi, entrambi pari a 0,3 eventi per 100 anni-paziente. Non sono stati riportati né eventi di tromboembolismo venoso, né perforazioni gastrointestinali. Non sono emersi nuovi segnali di sicurezza.
Implicazioni cliniche
Questa analisi post hoc suffraga l’impiego di upadacitinib 15 mg come opzione terapeutica alternativa nei pazienti con PsA esposti ad un precedente anti-TNF. Il dato è rilevante perché riguarda una popolazione difficile da trattare, nella quale la scelta dopo fallimento di un primo anti-TNF resta clinicamente delicata.
I risultati suggeriscono che il cambio di meccanismo d’azione verso un JAK-inibitore può offrire controllo di malattia sostenuto fino a 152 settimane, senza apparente dipendenza dalla durata della precedente esposizione all’anti-TNF.
Il possibile valore prognostico del miglioramento precoce del dolore, inoltre, potrebbe aiutare ad interpretare precocemente la traiettoria del paziente: punteggi più bassi già alle settimane 2 e 12 erano associati ad una maggiore probabilità di raggiungimento della MDA a lungo termine.
Gli autori dello studio, però, hanno invitato a contestualizzare i risultati ottenuti nei limiti di un’analisi post hoc. si tratta, cioè, di una valutazione condotta su dati già raccolti, focalizzata su una sottopopolazione specifica dello studio SELECT-PsA 2, e non di uno studio disegnato prospetticamente per rispondere a questa domanda.
Per questo saranno utili conferme in studi dedicati, capaci di distinguere direttamente tra pazienti che non rispondono fin dall’inizio a un anti-TNF e pazienti che perdono risposta dopo un periodo di beneficio, e di valutare upadacitinib in popolazioni più ampie di PsA che richiedono alternative terapeutiche.
Nicola Casella
Bibliografia
Coates LC et al. Efficacy and safety of upadacitinib in patients with psoriatic arthritis and exposure to one anti-TNF: post hoc analysis of SELECT-PsA 2. RMD Open. 2026;12:e006655. https://doi.org/10.1136/rmdopen-2025-006655
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
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La struttura complessa di oncologia medica dell'azienda ospedaliera Santa Maria di Terni, diretta dalla dottoressa Jennifer Foglietta, è tra i centri che hanno partecipato a uno studio di fase III sul carcinoma renale avanzato, recentemente pubblicato sull...…
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Tumore al rene, Oncologia di Terni su “The Lancet”: una combinazione di farmaci frena la progressione della malattia Umbria TAG24
L’Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni entra nel circuito della ricerca clinica internazionale con la pubblicazione sulla rivista scientifica “The Lancet” dei risultati di uno studio di fase III sul carcinoma renale avanzato. L’indagine, condotta su scala globale e coordinata dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, ha dimostrato l’efficacia dell'associazione tra i farmaci belzutifan e lenvatinib, in grado di prolungare la sopravvivenza libera da progressione rispetto alla terapia standard nei pazienti già trattati con immunoterapia. Tra i firmatari della pubblicazione figura l’oncologa ternana dottoressa Annalisa Guida, attiva all’interno della Struttura Complessa diretta dalla dottoressa Jennifer Foglietta. L'inserimento del presidio umbro nel trial evidenzia la capacità della struttura di integrare l'attività assistenziale con la sperimentazione di livello internazionale, offrendo ai pazienti l'accesso a protocolli terapeutici avanzati direttamente sul territorio.
Lo studio globale LITESPARK-011 e la sperimentazione clinica sul carcinoma renale avanzato
La ricerca, denominata LITESPARK-011, ha coinvolto 184 centri ospedalieri e universitari distribuiti in 25 Paesi tra Europa, Nord America, Sud America, Asia e Australia. L'obiettivo primario era individuare una risposta terapeutica valida per i pazienti affetti da carcinoma a cellule renali chiare in stadio avanzato o metastatico, la cui patologia era progredita dopo una prima linea di immunoterapia basata su inibitori dei checkpoint immunitari (anti-PD-1 o anti-PD-L1).
Nel periodo compreso tra marzo 2021 e settembre 2023, lo studio ha valutato 955 individui, randomizzando 747 partecipanti in due bracci di trattamento: il primo ha ricevuto la combinazione orale di belzutifan (120 mg) e lenvatinib (20 mg) una volta al giorno, mentre il secondo è stato trattato con cabozantinib (60 mg al giorno), farmaco finora considerato lo standard terapeutico di riferimento in questo specifico contesto clinico.
I risultati pubblicati su “The Lancet”: sopravvivenza libera da progressione e profilo di sicurezza
I dati dell'analisi clinica (con un follow-up mediano di 29 mesi) hanno evidenziato un vantaggio statisticamente significativo a favore della nuova combinazione. La sopravvivenza libera da progressione ha raggiunto una mediana di 14,8 mesi nel gruppo trattato con belzutifan e lenvatinib, a fronte dei 10,7 mesi registrati nel braccio di controllo con cabozantinib. Il dato riflette una riduzione del 30% del rischio di progressione della malattia o decesso (hazard ratio 0,70; p < 0,0001).
Sul fronte della sopravvivenza globale, il valore mediano è risultato pari a 34,9 mesi per la combinazione sperimentale contro i 27,6 mesi del trattamento standard, differenza che all'analisi intermedia non ha mostrato una significatività statistica definitiva (hazard ratio 0,85; p = 0,061). Gli eventi avversi di grado 3 o superiore si sono attestati su livelli comparabili nei due gruppi (84% contro 83%), con l'ipertensione arteriosa segnalata come reazione più frequente. Nel complesso, il profilo di tollerabilità della combinazione è risultato coerente con le caratteristiche già note delle singole molecole.
Il contributo del Santa Maria di Terni e il ruolo strategico dell'ufficio Studi Clinici
La presenza della dottoressa Annalisa Guida e della struttura guidata dalla dottoressa Jennifer Foglietta tra i co-autori dello studio intitolato “Belzutifan plus lenvatinib versus cabozantinib in patients with previously treated advanced renal cell carcinoma” consolida il ruolo del Santa Maria di Terni nella rete oncologica sovranazionale.
La partecipazione a trial di questa complessità richiede requisiti organizzativi rigorosi, gestiti dall’ufficio operativo Studi Clinici di Oncologia dell'ospedale ternano. Il personale dedicato segue il monitoraggio procedurale, la raccolta dei dati secondo gli standard di buona pratica clinica e il supporto costante ai medici di reparto. Questa impostazione garantisce l'adesione a trial promossi da centri esteri e sponsor internazionali, permettendo ai pazienti oncologici dell'Umbria di ricevere trattamenti innovativi senza dover ricorrere a migrazioni sanitarie fuori regione.
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Chemioterapia, salvare i capelli si può: ma quanto costa davvero TecnoAndroid
Salvare i capelli durante la chemioterapia oggi è tecnicamente possibile grazie al raffreddamento del cuoio capelluto, una tecnica che in Messico è arrivata prima che negli Stati Uniti, ma che resta legata a un nodo tutt’altro che secondario, ovvero quanto costa e chi può permetterselo. Accanto a questa opzione ci sono le parrucche, che restano l’alternativa più diffusa per chi affronta la caduta dei capelli provocata da alcuni trattamenti oncologici. Sembrano oggetti semplici, eppure il modo in cui vengono progettate e costruite cambia parecchio la sensazione di chi le indossa ogni giorno.
Tania, nome di fantasia scelto per proteggerne l’identità, si guarda allo specchio mentre le sistemano una parrucca lunga, leggermente ondulata, bionda sulle punte. È da Enzo Hair Society, un negozio di Città del Messico specializzato in parrucche e sistemi capillari, dove le pareti sono coperte da mensole con decine di teste di manichino. Accanto a lei c’è Ana María, sua madre. Poco più di un anno fa, quando è iniziata la chemioterapia e i capelli hanno cominciato a cadere, le aveva comprato una parrucca che però pizzicava e le dava prurito, tanto che ha finito per usarla pochissimo. Ora ne sceglierà una donata, in vista di una festa di quindici anni organizzata insieme ad altre adolescenti malate di cancro.
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Quando perdere i capelli cambia la vita di tutti i giorni
La caduta di solito comincia qualche settimana dopo l’avvio di determinati schemi di chemioterapia ed è quasi sempre temporanea, con i capelli che ricrescono a trattamento finito. Come si vivono quei mesi, però, dipende dalla persona. Cynthia Villarreal, oncologa specializzata in tumore al seno e direttrice dell’Istituto di Oncologia di TecSalud a Monterrey, lo osserva da anni in ambulatorio, dove alcune pazienti chiedono dei capelli fin dalle prime visite e altre li mettono in fondo alla lista delle preoccupazioni. Un lavoro pubblicato nel 2021 su 213 pazienti con alopecia da chemioterapia ha registrato effetti sulle relazioni, sulle attività quotidiane e sull’umore, con tristezza e rabbia tra le emozioni più riferite. Le persone più giovani si sono dette più colpite e sono emerse differenze legate a genere, istruzione, reddito e accesso alla previdenza sociale. Alcune hanno raccontato che perdere i capelli è stato perfino più duro che perdere un seno.
Nei bambini e negli adolescenti la questione arriva fino a scuola. Una ricerca condotta in Colombia con pazienti tra i 9 e i 12 anni ha raccolto storie di prese in giro e rifiuto da parte dei compagni. Lucía ha visto qualcosa di simile in Dulce, la figlia di 11 anni in trattamento, che ha smesso di voler uscire e persino di affacciarsi in strada. Guadalupe è arrivata da Enzo Hair Society con Evelyn, malata di leucemia, che dopo la caduta dei capelli ha cominciato a chiudersi in camera. In Messico le stime parlano di 201.137 nuovi casi di tumore nel 2024, poco più della metà tra le donne, con il tumore al seno primo per frequenza a quota 34.055 casi. Tra bambini e adolescenti si stimano 7.000 nuovi casi l’anno e il 49% delle notifiche tra il 2020 e il 2024 riguardava leucemie.
Come funziona il freddo sul cuoio capelluto
Per chi ha una leucemia il scalp cooling non rientra tra le opzioni consigliate, perché questi sistemi si usano in molti tumori solidi ma non nei tumori del sangue. La macchina, spiega Villarreal, somiglia a un frigorifero, con tubi collegati a una cuffia in cui circola liquido freddo che tiene il cuoio capelluto tra i 2 e i 5 gradi. I vasi sanguigni si restringono, arriva meno farmaco ai follicoli e l’attività delle cellule rallenta. Tra i dispositivi disponibili in Messico c’è DigniCap, dell’azienda svedese Dignitana, insieme ad apparecchi automatizzati come Paxman e Amma.
In uno studio condotto a Monterrey su 76 pazienti tra il 2016 e il 2020 il raffreddamento partiva 30 minuti prima della chemio e proseguiva per 60-120 minuti dopo, con il 74% delle pazienti che ha conservato capelli sufficienti a non usare una parrucca. In alcuni schemi la quota può avvicinarsi al 90%. Il sistema va usato dalla prima seduta e ripetuto sempre, perché basta una sola infusione senza cuffia e i capelli cadono. Il freddo può risultare fastidioso, con brividi e mal di testa tra i disturbi più comuni, anche se solo tre pazienti su 76 hanno interrotto la procedura. Sul fronte della sicurezza, l’evidenza raccolta finora non ha mostrato un rischio maggiore di metastasi al cuoio capelluto.
La storia messicana di un’importazione
Susana Valdez, esperta di commercio estero, dopo oltre dieci anni nell’industria automobilistica ha fondato Celeritas Trading and Consulting, all’inizio dedicata alla gestione delle importazioni. Nel 2007, mentre cercava prodotti con potenziale per il mercato messicano, ha visitato con la famiglia una mostra di invenzioni svedesi a Universum, il museo della scienza.
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Novartis interrompe studi clinici su terapie autoimmuni dopo decessi di pazienti laRegione
Novartis ha interrotto alla fine di agosto diversi studi clinici su trattamenti cellulari sperimentali contro malattie autoimmuni nei settori dell'immunologia e delle neuroscienze, in seguito al decesso di tre pazienti. Il colosso farmaceutico renano ha confermato all'agenzia Awp la notizia, inizialmente divulgata dal quotidiano statunitense Wall Street Journal, precisando che la decisione di sospensione dei programmi interessati "fa seguito alla notifica di tre casi di sindromi emofagocitiche associate alle cellule effettrici immunitarie, le cui complicanze hanno avuto esiti fatali". Il trattamento sperimentale, denominato rapcabtagene autoleucel (o rap-cel), si basa su una terapia cellulare nota come CAR-T, che modifica geneticamente i globuli bianchi di un paziente per indurli a distruggere le cellule difettose. Il decesso dovuto a una reazione immunitaria è un rischio già noto per questo tipo di approccio terapeutico e il WSJ ha ricordato che il concorrente statunitense Bristol-Myers-Squibb aveva in precedenza sospeso analoghi studi a titolo precauzionale. Novartis ha tuttavia tenuto a sottolineare che il programma sul rap-cel in oncologia non è assolutamente interessato dalla sospensione. L'azienda sta ora valutando attentamente i dati emersi per determinare i passi futuri. Sempre oggi, ma in un dossier completamente differente, Novartis ha annunciato risultati positivi da due studi clinici di fase III, denominati Remodel-1 e Remodel-2, che hanno valutato l'efficacia del principio attivo Remibrutinib nella sclerosi multipla recidivante, mostrando una riduzione significativa del tasso annuale di recidive rispetto al farmaco di confronto Teriflunomide. Le ricerche hanno coinvolto circa 2'000 pazienti in tutto il mondo e hanno evidenziato come Remibrutinib, un farmaco orale che inibisce selettivamente un enzima coinvolto nell'attivazione delle cellule immunitarie, abbia dimostrato la sua forza. Novartis intende presentare i dati completi in occasione del congresso scientifico MStoronto2026, in Canada, e successivamente avviare le pratiche per la richiesta di autorizzazione all'immissione in commercio presso le autorità regolatorie di tutto il mondo. Va in tal ambito ricordato che Remibrutinib ha già ottenuto l'approvazione negli Stati Uniti e in Europa con il nome commerciale Rhapsido per il trattamento di un'altra patologia, ovvero l'orticaria cronica spontanea, una malattia della pelle caratterizzata da prurito ricorrente e comparsa di pomfi. La notizia è stata bene accolta in Borsa: l'azione Novartis guadagna oggi circa il 5%. Dall'inizio dell'anno il titolo – che figura fra i più importanti dell'SMI, l'indice dei 20 valori principali – ha guadagnato il 19% e ampiamente positiva è anche la performance su dodici mesi (+27%) e su cinque anni (+63%).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
59.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
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Criteri Critici
Borsa Zurigo: Novartis (+4%) festeggia successo studi su farmaco per sclerosi multipla Il Sole 24 ORE
Aumenta la concorrenza per Roche (-1,8%) (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 01 set - Novartis festeggia alla Borsa di Zurigo i risultati preliminari positivi degli studi di fase avanzata su Remibrutinib, farmaco sperimentale in compresse per la sclerosi multipla.
Il titolo della casa farmaceutica svizzera guadagna il 4,25% a 128,5 franchi, mentre lo Smi viaggia in calo dello 0,22%.
Nel dettaglio, i risultati confermano che il farmaco ha ottenuto 'riduzioni significative' del tasso di recidiva annuale in due studi di Fase III Remodel 1 e 2 condotti su adulti con sclerosi multipla recidivante, aumentando le sue possibilita' di diventare un nuovo trattamento orale per questa malattia neurologica cronica.
'Nonostante i progressi nel trattamento, persiste l'esigenza di terapie orali in grado di garantire una solida prevenzione delle ricadute, rallentare la progressione della disabilita' e, al contempo, mantenere un profilo di sicurezza favorevole.
I risultati positivi dello studio Remodel sottolineano il potenziale di Remibrutinib come terapia orale ad alta efficacia per le persone affette da sclerosi multipla recidivante-remittente, con un profilo rischio-beneficio differenziato' commenta Shreeram Aradhye, presidente Sviluppo e direttore medico di Novartis, citato in una nota della societa'. 'In linea con il nostro impegno di lunga data per il miglioramento delle cure nella sclerosi multipla, questi risultati rafforzano la nostra continua ambizione di promuovere l'innovazione in questo ambito e di offrire terapie che rispondano alle esigenze in continua evoluzione delle persone affette da sclerosi multipla'.
In particolare, Remibrutinib, inibitore orale altamente selettivo e potente della tirosin chinasi di Bruton (Btk), ha dimostrato una superiorita' rispetto a Teriflunomide nella riduzione del tasso di recidiva annuale e delle lesioni cerebrali infiammatorie, con un profilo di sicurezza 'favorevole', mentre medicinali simili di Sanofi (+0,27% a Parigi) e Merck non sono riusciti a superare la Teriflunomide in termini di tassi di recidiva negli studi clinici in fase avanzata. Il farmaco di Novartis potrebbe quindi aumentare significativamente la concorrenza per Roche, che di riflesso accusa un calo pari a -1,84% a 346,3 franchi.
Novartis presentera' i dati degli studi di fase avanzata Remodel-1 e Remodel-2 come novita' assoluta al congresso MSToronto2026, il congresso mondiale sulla sclerosi multipla che si terra' a Toronto dal 21 al 23 ottobre 2026, e prevede di organizzare una teleconferenza con gli investitori a seguito della presentazione. Inoltre, il colosso farmaceutico intende richiedere l'approvazione regolatoria per Remibrutinib a livello globale.
Nessun impatto significativo, invece, dalla sospensione alla fine di agosto di otto studi clinici su una terapia sperimentale mirata ai disturbi autoimmuni e neurologici in seguito al decesso di tre pazienti, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal. Novartis sta conducendo 'un'analisi approfondita degli eventi di sicurezza osservati', ha dichiarato un portavoce al quotidiano, descrivendo la reazione immunitaria fatale come un rischio di sicurezza noto nelle terapie di questo tipo. Secondo quanto riportato, l'azienda ha affermato di stare collaborando con comitati di sicurezza indipendenti che supervisionano ciascuno studio sospeso e di condividere le informazioni in suo possesso con le autorita' regolatorie.
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(RADIOCOR) 01-09-26 12:48:15 (0381)SAN 5 NNNN