Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
61.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Sclerosi sistemica, piastrine e livelli CRP elevati identificano pazienti a maggior rischio pharmastar.it
Nei pazienti con sclerosi sistemica (SSc), la combinazione di piastrine elevate e livelli elevati CRP è risultata associata a malattia più severa e a peggiore sopravvivenza.
In uno studio retrospettivo pubblicato su Arthritis Care & Research, il gruppo con doppia elevazione di questi livelli presentava più frequentemente interessamento cutaneo diffuso, positività anti-Scl-70, coinvolgimento cardiaco, gastrointestinale, muscoloscheletrico e vascolare, oltre alla sopravvivenza mediana più bassa.
Valutare insieme piastrine e CRP potrebbe essere di aiuto quindi, stando a questo studio, nel riconoscere pazienti con SSc da sottoporre a screening e a gestione più intensivi.
Razionale e obiettivi dello studio
La SSc è una malattia autoimmune rara del tessuto connettivo, caratterizzata da ispessimento cutaneo, vasculopatia e coinvolgimento multiorgano, in particolare di polmone, cuore, apparato gastrointestinale e rene. Nonostante i progressi terapeutici, resta associata a morbidità e mortalità rilevanti.
Negli ultimi anni, diversi trial nella SSc hanno utilizzato marcatori infiammatori, come CRP, VES e conta piastrinica, per identificare pazienti con malattia attiva e potenzialmente più responsivi ai trattamenti. Il ruolo della CRP elevata è già stato collegato a malattia più severa e peggiore sopravvivenza; più incerto, invece, è il significato prognostico delle piastrine elevate.
Di qui il nuovo studio che si è proposto di valutare se piastrine elevate, CRP elevata o la loro combinazione fossero associate a severità di malattia al basale, progressione cutanea e polmonare e sopravvivenza nei pazienti con SSc.
Disegno dello studio
In questo studio retrospettivo di coorte sono stati utilizzati i dati provenienti dal registro della sclerosi sistemica di Stanford. Sono stati inclusi pazienti adulti valutati tra il 1996 e il 2022, con diagnosi secondo i criteri ACR/EULAR 2013.
I pazienti sono stati classificati sulla base del primo prelievo disponibile dopo l’esordio del primo sintomo non-Raynaud. Sono stati usati due cut-off predefiniti, derivati da precedenti trial nella SSc: piastrine almeno pari a 330.000/μL e CRP almeno pari a 6,0 mg/L.
Sono stati così definiti quattro gruppi: piastrine normali/CRP normale, piastrine normali/CRP elevata, piastrine elevate/CRP normale e piastrine elevate/CRP elevata.
Sono stati esclusi i pazienti senza misurazioni concomitanti di piastrine e CRP, quelli con valori elevati attribuibili a cause non correlate alla sclerosi sistemica e quelli con piastrine basse. Gli outcome includevano un coinvolgimento d’organo nei 2 anni successivi al primo prelievo, l’andamento della capacità vitale forzata e del modified Rodnan skin score, e la sopravvivenza fino al decesso, all’ultima visita o al 31 dicembre 2024.
Risultati principali
Quattro gruppi con profili clinici diversi
Su 565 pazienti con SSc 139 sono stati inclusi nell’analisi. Ottantaquattro pazienti, pari al 60%, avevano piastrine e CRP normali; 33 pazienti, pari al 24%, avevano CRP elevata con piastrine normali; 10 pazienti, pari al 7%, avevano piastrine elevate con CRP normale; 12 pazienti, pari al 9%, presentavano livelli di piastrine e di CRP entrambi elevati.
Il follow-up mediano per la sopravvivenza è stato di 8,1 anni e per il 92,1% dei pazienti erano disponibili i dati di almeno 2 anni di follow-up dopo il primo prelievo.
Doppia elevazione associata a malattia più severa
Il gruppo con piastrine e CRP elevate mostrava il profilo clinico più sfavorevole. La positività anti-Scl-70 era più frequente in questo gruppo, così come l’interessamento cutaneo diffuso, presente nel 91,7% dei pazienti. Anche miocardite o cardiomiopatia erano più comuni, raggiungendo il 25%.
Sul versante gastrointestinale, disfagia e ectasia vascolare antrale gastrica erano particolarmente frequenti nel gruppo con doppia elevazione, rispettivamente nell’83,3% e nel 50% dei pazienti. Lo stesso gruppo mostrava anche il più alto carico muscoloscheletrico, con contratture articolari nel 100% dei casi, e più ulcere digitali, presenti nel 75%.
Funzione polmonare, cute e sopravvivenza
Il gruppo con piastrine e CRP normali presentava la migliore capacità vitale forzata al basale, rimasta stabile nei 2 anni di follow-up. Le differenze tra gruppi nell’andamento della FVC non hanno raggiunto, però, la significatività statistica.
Più netto il dato cutaneo: il gruppo con doppia elevazione ha mantenuto i valori più alti di modified Rodnan skin score per tutto il periodo di osservazione, con differenze significative rispetto agli altri gruppi.
Anche la sopravvivenza era peggiore nei pazienti con piastrine e CRP elevate. Nel follow-up complessivo si sono verificati 26 decessi: 10 nel gruppo con valori normali, 10 nel gruppo con sola CRP elevata, nessuno nel gruppo con sole piastrine elevate e 6 nel gruppo con doppia elevazione.
La sopravvivenza mediana era di 21,3 anni nel gruppo con piastrine e CRP normali, 10,3 anni nel gruppo con sola CRP elevata e 9,6 anni nel gruppo con doppia elevazione.
Rispetto al gruppo con valori normali, il rischio di morte aggiustato era più elevato sia con sola CRP elevata sia, soprattutto, con doppia elevazione, con hazard ratio aggiustato pari a 7,34.
Implicazioni cliniche
Lo studio suggerisce che la valutazione combinata di piastrine e CRP possa offrire un’informazione prognostica utile nella SSc. La doppia elevazione sembra identificare un sottogruppo con malattia più aggressiva, maggiore coinvolgimento cutaneo e multiorgano e sopravvivenza ridotta rispetto ai pazienti con un solo marcatore elevato o con entrambi i marcatori nella norma.
Il dato non implica che piastrine e CRP siano di per sé causa della peggiore prognosi, ma indica che, misurate precocemente dopo l’esordio dei sintomi non-Raynaud, possono contribuire alla stratificazione del rischio. In pratica, pazienti con entrambi i marcatori elevati potrebbero meritare una sorveglianza più attenta per complicanze cutanee e d’organo.
Nel commentare i risultati, i ricercatori hanno ammesso alcuni limiti dello studio. Tra questi, segnaliamo il disegno retrospettivo e monocentrico e la ridotta numerosità dei gruppi con piastrine elevate.
Servono conferme, pertanto, di quanto osservato da studi multicentrici più ampi per validare i risultati, valutare l’andamento longitudinale di piastrine e CRP e chiarire le soglie più utili per identificare i pazienti ad alto rischio.
Nicola Casella
Bibliografia
Lee BS et al. Association of elevated platelets and C-reactive protein with severe disease and poor survival in systemic sclerosis. Arthritis Care Res (Hoboken). Published online July 22, 2026. doi:10.1002/acr.80116
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
36.3/100
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C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Camper della Salute, primo appuntamento di settembre a Sirignano con la prevenzione oncologica dell’Asl Irpinianews.it
A settembre si riparte da Sirignano. Appuntamento sabato 5 settembre con gli screening oncologici dell’Asl Avellino, in collaborazione con il Comune, per promuovere la prevenzione del tumore della mammella, della cervice uterina, del colon retto e dell’Epatite C sul territorio irpino.
I cittadini, residenti in provincia di Avellino, avranno la possibilità di effettuare, su prenotazione, i seguenti esami gratuiti:
Screening della mammella : con esecuzione della mammografia riservata alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni.
: con esecuzione della mammografia riservata alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Screening della cervice uterina : con esecuzione del Pap Test per le donne tra i 25 e i 29 anni e dell’HPV DNA Test per le donne dai 30 ai 64 anni.
: con esecuzione del Pap Test per le donne tra i 25 e i 29 anni e dell’HPV DNA Test per le donne dai 30 ai 64 anni. Screening del colon retto : rivolto a donne e uomini tra i 50 e i 69 anni, con la distribuzione del kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF).
: rivolto a donne e uomini tra i 50 e i 69 anni, con la distribuzione del kit per la ricerca del sangue occulto nelle feci (SOF). Screening dell’Epatite C (HCV): il test gratuito rivolto ai nati tra il 1969 e il 1989, esteso anche ai cittadini STP (Stranieri Temporaneamente Presenti).
Sarà presente anche un punto informativo sulla donazione di organi e tessuti per fornire chiarimenti, rispondere ai dubbi e raccogliere contestualmente le dichiarazioni di volontà alla donazione.
I Camper dell’Asl Avellino faranno tappa sabato 5 settembre, dalle ore 9:00 alle ore 14:00, in Piazza A. Colucci n. 1 a Sirignano.
Pe info e prenotazioni: tel. 328 9564304
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Criteri Critici
La modifica genetica può contribuire al trattamento a lungo termine del colesterolo alto. Vietnam.vn
Questi risultati fanno seguito a uno studio iniziale condotto su 15 pazienti con livelli di colesterolo molto elevati che non avevano risposto bene ai farmaci. Lo studio mirava principalmente a valutare la sicurezza di cinque diversi dosaggi di terapia di editing genetico. Nuovi dati dimostrano che le riduzioni di colesterolo e trigliceridi registrate dopo 60 giorni si sono mantenute anche dopo un anno, soprattutto nel gruppo che ha assunto la dose più elevata. La terapia di editing genetico viene utilizzata per trattare il colesterolo alto.
Nello studio, ai pazienti è stato somministrato il farmaco a dosi comprese tra 0,1 e 0,8 mg/kg. Nel gruppo che ha ricevuto la dose più alta di 0,8 mg/kg, i trigliceridi sono diminuiti in media del 55% dopo due mesi, mentre il colesterolo LDL è diminuito di quasi il 50%. Dopo un anno, i livelli di trigliceridi del gruppo erano ancora inferiori di circa il 48% e il colesterolo LDL era diminuito di quasi il 53% rispetto a prima del trattamento. Questo dimostra che una singola procedura di modifica genetica può produrre effetti duraturi. Il colesterolo LDL viene spesso definito "colesterolo cattivo" perché contribuisce alla formazione di placche nelle arterie, aumentando il rischio di infarto e ictus. I trigliceridi, invece, sono un tipo di grasso presente nel sangue anch'esso collegato alle malattie cardiovascolari.
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I farmaci attualmente disponibili sono ancora in grado di ridurre il colesterolo LDL a livelli comparabili, e alcuni sono persino più potenti. Tuttavia, il potenziale vantaggio della terapia genica è che i pazienti non devono assumere farmaci quotidianamente o sottoporsi a iniezioni regolari per molti anni. Il colesterolo è il principale responsabile dell'aterosclerosi e dell'ostruzione dei vasi sanguigni. Per le persone con malattie cardiache o con una predisposizione genetica all'ipercolesterolemia, i medici possono fissare un valore target di LDL di soli 40-50, significativamente inferiore al livello tipico di un adulto, che si aggira intorno ai 100. Raggiungere questo livello attraverso la dieta e modifiche dello stile di vita è spesso difficile. "Sulla base dei dati preliminari presentati nel novembre 2025, l'effetto ipolipemizzante prolungato è davvero notevole", ha affermato il cardiologo Luke Laffin, autore principale dello studio. "È incoraggiante constatare che non si sono verificati eventi avversi correlati a CTX310 durante lo studio e nell'anno successivo al trattamento. Non vediamo l'ora di continuare a studiare questa terapia su un numero maggiore di pazienti." L'idea della modifica genetica è nata osservando individui portatori di una mutazione naturale nel gene ANGPTL3, responsabile della regolazione del colesterolo LDL e dei trigliceridi. In questi individui, una o entrambe le copie del gene sono disattivate, causando il mantenimento di livelli di colesterolo e trigliceridi molto bassi per tutta la vita, senza evidenti conseguenze negative. In particolare, questa mutazione riduce significativamente il rischio di malattie cardiovascolari. Gli scienziati stanno quindi cercando di riprodurre questo effetto naturale utilizzando CRISPR-Cas9, una tecnologia in grado di tagliare con precisione un segmento di DNA per disattivare il gene bersaglio.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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58.9/100
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B
Valutazione
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Criteri Critici
Tumori, all’ULSS 9 una nuova struttura per prevenire la malnutrizione durante la radioterapia veronanews.net
Nella cura oncologica ci sono aspetti che non fanno rumore, ma che possono incidere profondamente sul percorso del paziente. Uno di questi è la nutrizione. Per questo all’interno della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare dell’ULSS 9 Scaligera nasce la nuova UOS Nutrizione in Radioterapia, una struttura dedicata a integrare stabilmente valutazione e supporto nutrizionale nel percorso dei pazienti sottoposti a trattamento radioterapico.
Per un paziente oncologico, infatti, perdere peso non significa semplicemente mangiare meno. La malnutrizione può diventare una vera complicanza della malattia e dei trattamenti, favorendo la perdita di massa muscolare, aumentando la fragilità e rendendo più difficile affrontare le cure.
Un’attenzione che diventa ancora più importante nei periodi di caldo intenso, quando il rischio di disidratazione e di riduzione dell’apporto alimentare può aumentare.
Il progetto è stato voluto dal dottor Francesco Fiorica, direttore della UOC di Radioterapia e Medicina Nucleare e del Dipartimento Oncologico dell’ULSS 9, e sostenuto dall’Azienda Scaligera. La gestione della nuova UOS è stata affidata alla dottoressa Milena Gabbani.
L’obiettivo è sviluppare un modello strutturato per la prevenzione, l’individuazione precoce e il trattamento della malnutrizione nel paziente oncologico, intervenendo prima che perdita di peso e fragilità diventino un problema clinico.
«La nutrizione deve entrare presto nel percorso oncologico»
«Abbiamo fatto nostri gli insegnamenti della scuola di nutrizione oncologica sviluppatasi attorno all’esperienza di Riccardo Caccialanza e Paolo Pederzoli – spiega Fiorica – che ha contribuito ad affermare un principio oggi centrale: la nutrizione clinica deve entrare precocemente nel percorso oncologico e non essere riservata alle fasi in cui la malnutrizione è già manifesta».
La nascita della nuova UOS rappresenta anche una scelta di integrazione tra diverse professionalità.
«L’oncologo radioterapista rimane il riferimento del percorso terapeutico – aggiunge Fiorica – affiancato però da competenze nutrizionali, infermieristiche e assistenziali capaci di intervenire tempestivamente quando emergono criticità».
Un supporto che nei reparti oncologici degli ospedali dell’ULSS 9 non è mai mancato, ma che ora viene ulteriormente strutturato attraverso un processo certificato e inserito nel percorso clinico di ogni paziente radioterapico. Un passaggio reso possibile anche dalla formazione specifica effettuata nei mesi scorsi dai dietisti che operano nelle strutture dell’Azienda.
Non solo tecnologia: al centro resta il paziente
La radioterapia negli ultimi decenni ha conosciuto una straordinaria evoluzione tecnologica. Ma, sottolinea Fiorica, la qualità di una radioterapia moderna non può essere misurata soltanto attraverso la precisione delle apparecchiature.
«Alla precisione delle apparecchiature deve corrispondere una presa in carico capace di riconoscere ciò che può condizionare concretamente il risultato delle cure e lo stato nutrizionale è uno di questi fattori».
È questa la prospettiva con cui il Dipartimento Oncologico ha scelto di istituire la nuova UOS: unire innovazione tecnologica e attenzione alla persona, portando la competenza nutrizionale direttamente all’interno del percorso radioterapico.
La sfida, ora, sarà misurare i risultati: intercettare precocemente i pazienti a rischio, ridurre le complicanze nutrizionali e contribuire a limitare le eventuali interruzioni evitabili del trattamento.
Perché la nutrizione è importante durante la radioterapia
La scelta di collocare una struttura specificamente dedicata alla nutrizione direttamente all’interno di una Radioterapia rappresenta uno degli elementi più innovativi del progetto.
Durante le settimane di trattamento possono infatti comparire effetti collaterali come disfagia, nausea, disturbi gastrointestinali, alterazioni del gusto e dolore. Sintomi che possono progressivamente ridurre la capacità del paziente di alimentarsi.
La conseguenza può essere una perdita di peso e di massa muscolare, con un aumento della fragilità e una maggiore difficoltà a sostenere il percorso terapeutico secondo il programma previsto.
«Non aspettare che il problema sia evidente»
Il principio alla base della nuova UOS è quello della prevenzione.
«Non aspettare che il problema sia evidente – spiega la dottoressa Gabbani –. Lo screening nutrizionale viene quindi integrato fin dalle prime fasi della presa in carico radioterapica, così da individuare i pazienti maggiormente a rischio e indirizzarli verso una valutazione approfondita».
Il monitoraggio continuerà durante le settimane di terapia, perché le condizioni del paziente possono cambiare rapidamente.
Saranno quindi osservati peso, capacità di alimentarsi e sintomi che interferiscono con l’assunzione di cibo. Quando indicato, verranno valutate anche la composizione corporea e la massa muscolare, insieme agli altri parametri clinici.
Particolare attenzione sarà riservata alla sarcopenia, ovvero la perdita di massa e funzione muscolare, che può essere presente anche quando il peso corporeo appare ancora normale o addirittura aumentato.
Un percorso personalizzato, non una semplice «dieta»
L’obiettivo della nuova UOS non è quello di prescrivere genericamente una dieta, ma di costruire una strategia nutrizionale personalizzata sulle condizioni e sulle esigenze di ogni paziente.
Si potrà intervenire modificando l’alimentazione quotidiana e attraverso il counseling nutrizionale. Quando necessario, potranno essere utilizzati supplementi nutrizionali orali oppure potranno essere valutate strategie di nutrizione artificiale, sempre sulla base delle indicazioni cliniche.
In questo modo la nutrizione entra a pieno titolo nel percorso oncologico: non più soltanto un intervento di supporto quando il problema è già comparso, ma uno strumento di prevenzione e accompagnamento della terapia, fin dalle sue prime fasi.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.3/100
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B
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Criteri Critici
La tecnologia sta rivoluzionando la diagnosi del tumore alla prostata la Repubblica
In Italia il carcinoma prostatico rappresenta la neoplasia più diagnosticata nella popolazione maschile, con circa 36.000 nuovi casi registrati ogni anno. Sebbene oltre il 30% degli uomini sopra i 50 anni presenti lesioni tumorali a livello microscopico, solo una frazione – circa il 10% - sviluppa una forma di malattia clinicamente manifesta e aggressiva. La necessità di effettuare diagnosi precoci, assolutamente cruciale, si scontra quindi con il rischio di sovratrattamento, soprattutto a causa della bassa specificità del test del Psa, un marcatore ematico cruciale per individuare i pazienti a rischio, caratterizzato però da una ridotta specificità, soprattutto per risultati che ricadono nella cosiddetta “zona grigia”, compresa tra 4 e 10 ng/ml, in cui soltanto due pazienti su dieci rivelano la presenza effettiva di un tumore significativo.
Per lungo tempo, questa situazione ha portato a effettuare un numero elevato di biopsie prostatiche non necessarie, con il conseguente carico di complicanze e stress psicologico. Negli ultimi anni, tuttavia, l’evoluzione delle tecnologie diagnostiche sta favorendo un cambio di paradigma, in direzione di metodiche non invasive e ad alta precisione come la risonanza magnetica multiparametrica, che permettono di evitare in molti casi biopsie inutili, ansie e disagi per i pazienti.
Gli studi clinici
Un punto di svolta decisivo nella diagnosi non invasiva del tumore alla prostata è stato lo studio PROMIS (Prostate MRI Imaging Study), pubblicato nel 2017 su The Lancet, che ha evidenziato come l’introduzione della risonanza magnetica multiparametrica come triage primario consenta di ridurre fino al 27% le biopsie superflue, abbattendo le sovradiagnosi di lesioni indolenti e localizzando con esattezza le neoplasie che richiedono un approccio terapeutico immediato.
A livello di accuratezza complessiva, le evidenze più recenti della letteratura scientifica confermano le elevate capacità diagnostiche del sistema utilizzato dai radiologi per stratificare il rischio utilizzando la risonanza multiparametrica, il cosiddetto sistema PI-RADS v2.1, con valori di sensibilità e specificità pari, rispettivamente, all’87% e al 74%. Parametri che evidenziano l’elevata capacità di questo strumento diagnostico sia nell'intercettare le patologie che richiedono un approfondimento con biopsia mirata, sia nel ridurre al minimo i falsi positivi.
Innovazione al servizio dei pazienti
In questo scenario di transizione tecnologica e metodologica, la disponibilità di strumenti di imaging d’avanguardia all’interno delle strutture sanitarie territoriali è quindi fondamentale per garantire l’accesso a standard clinici elevati e omogenei. Un esempio virtuoso in Puglia è rappresentato dallo Studio Radiologico Viterbo di Castellana Grotte (BA), che ha integrato nei propri percorsi diagnostici la RM multiparametrica della prostata con apparecchiatura Philips INGENIA 1.5T ad alto campo, senza l’utilizzo della sonda endorettale. Una piattaforma digitale che incrementa la risoluzione delle immagini del 40% rispetto ai sistemi di precedente generazione, e che richiede appena 45 minuti per completare l’analisi. Il sistema utilizza inoltre unicamente una bobina esterna posizionata sull’addome, eliminando così la sonda endorettale che rappresentava in precedenza il principale fattore di disagio per i pazienti.
La refertazione viene eseguita con sistema PI-RADS v2.1, una scala che attribuisce un grado di probabilità alla presenza di tumori clinicamente significativi, guidando lo specialista urologo nelle decisioni cliniche o nell'esecuzione di biopsie mirate sulle sole aree sospette. Centri come quello pugliese forniscono quindi sul territorio gli stessi standard diagnostici disponibili nei grandi centri universitari, e possono avere un impatto diretto sulla riduzione delle biopsie inutili e sulla diagnosi precoce del carcinoma prostatico. L’adozione capillare di queste soluzioni tecnologiche rappresenta un passaggio chiave per il futuro della medicina preventiva, garantendo una presa in carico dei pazienti sempre più personalizzata, tempestiva e rispettosa della qualità della vita.
In Alpago arriva il team di Forza Rosa: atlete che promuovono prevenzione oncologica e percorsi di rinascita per donne che hanno affrontato un tumore - il Dolomiti
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.0/100
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C
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Criteri Critici
In Alpago arriva il team di Forza Rosa: atlete che promuovono prevenzione oncologica e percorsi di rinascita per donne che hanno affrontato un tumore il Dolomiti
In Alpago arriva il team di Forza Rosa: atlete che promuovono prevenzione oncologica e percorsi di rinascita per donne che hanno affrontato un tumore
Arriva sulla spiaggia di Poiatte il team al femminile di Forza Rosa International, un progetto di prevenzione dei tumori, sostegno alle donne operate al seno e promozione del movimento come pratica di salute. Previsto per oggi pomeriggio un allenamento aperto di Canoa polinesiana e un momento di team building con le atlete
ALPAGO. Si svolgerà nel pomeriggio di oggi, lunedì 31 agosto (dalle 17), sulla spiaggia di Poiatte un allenamento aperto di Canoa polinesiana e un momento di team building con le atlete di Forza Rosa. Lo scopo è unire sport, prevenzione e cultura della salute tra le giovani donne bellunesi.
Al lago di Santa Croce sarà presente Daniele Scarpa, ex canoista italiano vincitore di un oro e un argento ad Atlanta 1996. Scarpa è infatti promotore del progetto Forza Rosa International nonché allenatore della squadra, un team tutto al femminile di atlete venete, molte delle quali provenienti da paesi delle Dolomiti, che unisce valore sportivo, impegno sociale e testimonianza umana.
Il loro slogan è “Se lo fai non aver paura” e si rivolge in particolare alle donne coinvolte, o che hanno dovuto affrontare nella loro vita, un percorso oncologico. Il progetto si propone infatti come testimonial per iniziative di prevenzione dei tumori, sostegno alle donne operate al seno e promozione del movimento come pratica di salute pubblica. Non a caso, l'iniziativa integra allo sport anche attività di educazione alla corretta protezione solare, vista la centralità del tema per la prevenzione del melanoma che, in particolare in provincia di Belluno, ha un'incidenza superiore alla media italiana (qui).
Inoltre, Forza Rosa è promotrice di un ulteriore progetto chiamato Desire, nato all’interno dell’associazione sportiva Canoa Republic creata nel 2001 dallo stesso Scarpa e dall’atleta paralimpica di tiro con l’arco - anche lei plurimedagliata - Sandra Truccolo. Desire mira non solo a promuovere attività marinaresche mirate ai giovani, ma anche a realizzare eventi nazionali ed internazionali legati a tematiche sociali, culturali ed ambientali.
Si vuole infatti anche qui diffondere la cultura del movimento come strumento di salute, prevenzione e recupero per le donne che affrontano percorsi oncologici, attraverso la navigazione, la socializzazione a bordo e la responsabilizzazione nella conduzione della canoa e della vela.
“L'allenamento sul lago di Santa Croce - dichiara la squadra - rappresenta quindi un'occasione per rafforzare lo spirito di squadra e per far conoscere da vicino, ad altre ragazze e al territorio bellunese, il valore sportivo e umano di questo progetto, testimonial di coraggio, salute e rinascita”.
L'11 settembre e il boom di casi di cancro tra i sopravvissuti: aumento del 1.680%, più di 57mila malati dal crollo delle Torri Gemelle... - Il Messaggero
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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L'11 settembre e il boom di casi di cancro tra i sopravvissuti: aumento del 1.680%, più di 57mila malati dal crollo delle Torri Gemelle... Il Messaggero
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NEW YORK - Difficile credere alle coincidenze. Il numero di casi di cancro tra i sopravvissuti all'11 settembre è aumentato vertiginosamente, del 1.680%, nell'ultimo decennio, a causa di rare varianti della malattia, secondo le nuove statistiche pubblicate in vista del triste 25° anniversario degli attentati. La notizia è pubblicata dal New York Post, che fa riferimento alle sostanze tossiche inalate a seguito della combustione e dei crolli a Ground Zero.
I dati e i numeri
Le certificazioni di cancro tra i sopravvissuti alle Torri Gemelle, i residenti di Manhattan e i lavoratori che si trovavano sul sito e nelle vicinanze del World Trade Center sono esplose, passando da 3.204 nel 2015 a 57.044 quest'anno, rivelano i dati raccolti dal World Trade Center Health Program. «Purtroppo, perdiamo circa due clienti al giorno e vediamo una nuova certificazione di cancro ogni 50 minuti», ha affermato l'avvocato Michael Barasch, il cui studio legale rappresenta migliaia di persone iscritte al World Trade Center Health Program.
Per la prima volta, scrive la testata newyorchese, il numero di casi di cancro tra i sopravvissuti che risiedevano, lavoravano o frequentavano la scuola vicino a Ground Zero ha superato il numero dei soccorritori, come vigili del fuoco e poliziotti, che hanno subito un'esposizione prolungata, secondo le statistiche. I sopravvissuti rappresentano 28.913 dei casi totali di cancro registrati finora, un aumento impressionante del 4.066% rispetto ai 694 casi segnalati nel 2015.
Tumori rari
I soccorritori rappresentano 28.131 dei casi di cancro. Nel frattempo, un numero crescente di sopravvissuti e soccorritori sta ricevendo diagnosi di tumori rari. Ad esempio, si registrano 82 casi di tumore al timo, una piccola ghiandola dietro lo sterno, tumori che rappresentano meno dell'1% di tutti i casi di cancro. Si registrano inoltre 591 casi di tumori neuroendocrini, tumori rari che si trovano più spesso nel pancreas, nell'intestino, nei polmoni o nelle ghiandole surrenali, e che colpiscono stomaco e intestino. Il numero di questi casi è aumentato del 6% tra i sopravvissuti dell'11 settembre da marzo a giugno. Il Post aveva già segnalato un numero allarmante di uomini sopravvissuti colpiti da cancro al seno dopo essere stati esposti all'aria tossica di Ground Zero. Attualmente si contano 188 vittime di cancro al seno maschile. Si registrano anche 163 vittime di tumore al cervello, con un aumento di 14 casi, pari al 9%, nell'ultimo trimestre. L'aumento dei casi di cancro è attribuito, in parte, all'età avanzata della popolazione di soccorritori e sopravvissuti di Ground Zero, la maggior parte dei quali ha ormai tra i 50 e i 70 anni.
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Il nuovo costo invisibile del cancro che sottrae mesi ai pazienti AboutPharma
Non soltanto gli effetti collaterali delle terapie. Né esclusivamente quelli economici. Per un numero crescente di pazienti oncologici esiste anche un altro costo: non ugualmente visibile, ma sempre più concreto.
Il tempo a disposizione – considerando quello trascorso tra visite, esami, terapie, spostamenti, prenotazioni, attese, accessi imprevisti in ospedale e giornate necessarie per recuperare dagli effetti collaterali delle cure – è sempre meno per chi è chiamato a convivere con un tumore. Un aspetto che rappresenta anche il rovescio della medaglia della cronicizzazione di diverse forme di cancro, che merita però di essere preso in considerazione in quanto tale.
Da qui la definizione di tossicità temporale. Il concetto è stato posto al centro di un capitolo del diciottesimo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici realizzato dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia (Favo). “Anche il tempo speso per curarsi è un esito della cura e, come tale, dovrebbe essere misurato, discusso e ridotto quando non aggiunge un beneficio reale”, osserva Elisabetta Iannelli, segretario generale della Favo e coautrice del dossier.
Tempo sottratto alla vita
Quando si parla di tossicità in oncologia, il pensiero corre agli effetti collaterali biologici: nausea, dolore, neuropatie, anemia, tossicità d’organo. Negli ultimi anni si è aggiunta la tossicità finanziaria, cioè il peso economico della malattia sul paziente e sulla sua famiglia. Quella temporale introduce una dimensione ulteriore: il tempo necessario per ricevere le cure e per gestirne le conseguenze. Un tema che emerge in una fase storica particolare.
Se l’oncologia è sempre più efficace e consente a molti pazienti di convivere più a lungo con la malattia, vero è pure che percorsi terapeutici più lunghi e articolati non sono privi di conseguenze dal punto di vista organizzativo. Al contrario, il rischio è che l’aumento della sopravvivenza si accompagni a un crescente assorbimento del tempo di vita da parte delle cure.
Secondo quanto portato all’attenzione dalla Favo, questa dimensione comprende anche questioni logistiche (prenotazioni, spostamenti, parcheggi, burocrazia e attese). A ciò si aggiungono le giornate necessarie per recuperare dagli effetti collaterali e il tempo sottratto ai caregiver: spesso invisibile nelle statistiche, ma centrale nella vita reale dei pazienti.
“La tossicità temporale è un indicatore che segnala fragilità cliniche, carico assistenziale, difficoltà organizzative e pianificazione delle cure”, spiega Raffaele Giusti, dirigente medico dell’unità operativa complessa di oncologia dell’azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea di Roma, coautore del capitolo. Un concetto che assume rilevanza nel momento in cui la valutazione della qualità della vita di un paziente oncologico è considerata sempre più importante.
Se non al pari della sopravvivenza, soltanto un passo indietro: e spesso comunque più avanti rispetto ad altri indicatori clinici considerati meno significativi, soprattutto per i pazienti più anziani.
Tre modi diversi di “consumare” il tempo
Per far comprendere a tutti cosa significhi tossicità temporale, il rapporto ricostruisce i percorsi di tre pazienti che mostrano come il tempo venga progressivamente assorbito dalla malattia e dalle cure lungo tutte le fasi dell’esperienza oncologica.
Bernardino affronta un carcinoma polmonare metastatico. La sua vita è scandita da cicli terapeutici ogni due o tre settimane, visite oncologiche e specialistiche, esami ematici, Tac e Pet periodiche. Ogni accesso richiede organizzazione, trasferimenti e ore di attesa. Dopo le infusioni arrivano giornate di malessere e recupero fisico. Nel corso di un anno, l’uomo effettua fino a 52 accessi sanitari, che equivalgono a oltre cento giornate trascorse nei luoghi di cura. A queste si aggiungono quelle compromesse dagli effetti collaterali. Nel complesso, la malattia e le cure arrivano ad assorbire fino a sei mesi della sua vita, nell’arco di un anno.
Diversa, ma non meno impegnativa, è la storia di Agata, che convive con un tumore al seno metastatico in remissione. Nel suo caso la tossicità temporale assume la forma di una lenta erosione della quotidianità: prima le infusioni mensili, poi l’alternarsi di controlli cardiologici, visite specialistiche, monitoraggi diagnostici e giornate malessere accumulate nel tempo. Alla fine dell’anno, la gestione della malattia può occupare oltre due o tre mesi.
Più contenuto, ma comunque presente, è il carico temporale di Leopoldo, in follow-up dopo un tumore del colon. Visite oncologiche, controlli gastroenterologici, Tac, colonscopie e prelievi richiedono organizzazione, spostamenti e giornate dedicate alla salute. Un tempo che pesa meno rispetto a quello che è chiamato a gestire chi convive con una malattia in fase avanzata, ma che continua a incidere sulla vita quotidiana.
Il peso sulle famiglie e sul sistema sanitario
“Le tre storie raccontano come la tossicità temporale non sia un concetto astratto, ma una dimensione concreta e misurabile dell’esperienza oncologica – aggiunge Iannelli –. Un tempo che si accumula, spesso in maniera silenziosa e che può modificare profondamente abitudini individuali, relazioni familiari, attività lavorative autonomia personale e qualità della vita”.
Oltre al paziente, la questione investe direttamente famiglie, caregiver, lavoro e sistema di welfare. Ogni visita specialistica richiede spesso permessi lavorativi, accompagnamenti, riorganizzazione familiare e ulteriori ore di attesa. Nei casi più complessi il tempo assorbito dalla cura può tradursi in riduzione dell’orario lavorativo, perdita di reddito o rinuncia a opportunità professionali.
“Un paziente non vive soltanto per curarsi, ma anche per stare con la propria famiglia, mantenere relazioni, conservare autonomia, continuare a lavorare quando possibile e dedicare tempo a ciò che per lui conta davvero e dà significato alla propria esistenza”, rilanciano Iannelli e Giusti. Per questo la tossicità temporale rischia di trasformarsi anche in tossicità finanziaria, con ricadute che si estendono oltre il piano sanitario.
Il problema riguarda infatti anche l’organizzazione del Servizio sanitario nazionale. Un sistema moderno – viene sottolineato nel quarto capitolo del rapporto Favo – “non dovrebbe valutare soltanto quante prestazioni eroga, ma anche quanto tempo consuma per erogarle”. Ridurre attese evitabili, ripetizioni di esami, passaggi burocratici inutili e frammentazione dei percorsi rappresenta di conseguenza una forma concreta di umanizzazione delle cure.
Una questione di equità
A subire maggiormente il peso della tossicità temporale sono soprattutto i pazienti più fragili: chi vive lontano dai centri oncologici, gli anziani, le persone con più patologie concomitanti, chi lavora e chi non dispone di una rete familiare stabile. Il problema riguarda anche i caregiver: spesso invisibili nelle statistiche, ma fondamentali nella gestione quotidiana della malattia.
Nelle fasi avanzate del tumore il tema assume inoltre una dimensione etica ancora più forte. Quando il tempo percepito come “tempo di vita” diventa particolarmente prezioso, ogni giornata trascorsa lontano dalla propria casa e dai propri affetti assume un peso diverso.
Per gli autori, la tossicità temporale obbliga quindi l’oncologia contemporanea a interrogarsi non soltanto sull’efficacia delle cure, ma anche sulla proporzione tra beneficio clinico e tempo richiesto per ottenerlo. Anche perché, ragiona Giusti, “una parte significativa della tossicità temporale può essere ridotta. Non sempre, e non in ogni fase della malattia, ma certamente più di quanto accada oggi, a condizione che l’organizzazione dei percorsi di cura venga riconosciuta come una componente essenziale della qualità dell’assistenza”.
Da qui una serie di proposte rilanciate dalla Favo. Il primo passo consiste nel semplificare i percorsi di cura: concentrando visite, esami e terapie nella stessa giornata o in finestre temporali coordinate. Molta della fatica che grava sui pazienti nasce infatti non dalla singola prestazione, ma dalla frammentazione organizzativa.
Un ruolo importante può essere svolto anche dall’assistenza domiciliare, dai modelli di prossimità, dalla telemedicina e dal monitoraggio digitale, oltre che dall’utilizzo di formulazioni terapeutiche sottocutanee o domiciliari quando clinicamente appropriate.
L’organizzazione sanitaria riduce la tossicità temporale
Il rapporto richiama inoltre le raccomandazioni aggiornate dell’American society of clinical oncology (Asco), che invitano a integrare le cure palliative specialistiche nei pazienti oncologici con bisogni fisici, psicologici o decisionali rilevanti fin dalle prime fasi di cura.
“Una presa in carico più coordinata può ridurre accessi evitabili e alleggerire il carico organizzativo della malattia”, aggiunge Giusti. E, di conseguenza, restituire tempo e dunque libertà a pazienti e familiari. Il tutto in un’ottica che cerchi di riavvicinare ogni persona alla propria normalità.
Secondo gli autori, il tempo richiesto dalle cure dovrebbe diventare un parametro da considerare sia nella pratica clinica sia nella ricerca. Dovremmo chiederci non solo quanto vive il paziente, ma anche quanto tempo gli richiede la cura, quanti giorni conserva fuori dall’ospedale e quanta parte della propria quotidianità riesce a proteggere”.
In un’epoca in cui l’oncologia è sempre più sofisticata, il rischio è quello di dimenticare una verità semplice: “Il tempo del paziente è un bene clinico, umano e sociale. Proprio per questo merita di essere riconosciuto, misurato e protetto”.
Portare l’oncologia (sempre più) sul territorio per preservare il tempo di pazienti e caregiver
Se il tempo sottratto dalle cure è diventato una nuova forma di tossicità per i pazienti oncologici, una parte della risposta passa dall’organizzazione dell’assistenza.
È questa la logica che ispira le nuove linee di indirizzo sull’integrazione ospedale-territorio elaborate dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), che puntano a ridisegnare la presa in carico di milioni di persone che convivono per anni con una forma di cancro o con i suoi esiti e hanno bisogno di un’assistenza sì continuativa, ma non per questo sempre legata agli ospedali.
Il modello proposto mantiene nei centri specialistici le attività ad alta complessità (diagnosi, chirurgia, trattamenti intensivi), ma trasferisce progressivamente sul territorio molte altre prestazioni. Follow-up, monitoraggio clinico, riabilitazione, supporto psicologico e nutrizionale, cure palliative precoci e parte delle terapie a minore complessità potranno essere erogati nelle nascenti case della comunità, attraverso l’assistenza domiciliare o con strumenti di telemedicina.
Uno degli obiettivi dichiarati è ridurre gli spostamenti e la frammentazione dei percorsi. Il paziente non dovrebbe più essere costretto a coordinare autonomamente visite, controlli e professionisti diversi, ma essere seguito all’interno di una rete capace di mettere in collegamento specialisti ospedalieri, servizi territoriali e medici di medicina generale.
Particolare attenzione viene riservata ai lungosopravviventi e ai pazienti clinicamente stabili, per i quali una quota crescente dei controlli potrà essere effettuata vicino al domicilio, mantenendo il collegamento con le reti oncologiche regionali.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Nicosiana, 220 screening oncologici in tre giorni: attivato anche il nuovo mammografo Enna Live
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Duecentoventi screening oncologici gratuiti effettuati, un nuovo mammografo entrato in funzione a Nicosia proprio nella prima giornata della manifestazione, e una raccolta fondi per facilitare l’accesso alle cure oncologiche nelle aree interne. Si chiude così la terza edizione di Nicosiana, manifestazione ideata e organizzata dall’associazione culturale Divina Mania, in collaborazione con il Comune di Nicosia e l’ASP di Enna e con la direzione artistica di Antonio Monsellato, che dal 27 al 29 agosto ha messo al centro, nel cuore dell’entroterra siciliano, la salute delle donne e l’accesso alla prevenzione oncologica nelle aree interne.
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Per tre giorni, attraverso gli screening gratuiti e in Open Day, sono state effettuate mammografie e screening della cervice uterina ed è stata prevista la consegna dei kit per lo screening del colon-retto, con il coinvolgimento dell’ASP di Enna e dei professionisti sanitari del territorio. Ai controlli si sono affiancati incontri pubblici dedicati alla prevenzione, alla diagnosi precoce, agli stili di vita e ai percorsi di cura. In tre giorni sono stati effettuati 76 mammografie, 62 PAP test e sono stati consegnati 82 kit per lo screening del tumore al colon retto.
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A rimanere sul territorio oltre i tre giorni della manifestazione è soprattutto un nuovo strumento per la prevenzione. Il nuovo mammografo di ultima generazione della Casa della Comunità di Nicosia è stato infatti attivato e, proprio durante la prima giornata di Nicosiana, ha effettuato il suo primo esame. Per le donne di Nicosia e dei comuni vicini significa poter accedere a un esame fondamentale per la diagnosi precoce del tumore della mammella senza dover affrontare ogni volta lunghi spostamenti verso Enna o altre strutture sanitarie.
“Abbiamo aderito con convinzione a questa iniziativa, insieme all’amministrazione comunale, perché occasioni come questa ci permettono di avvicinare più persone alla prevenzione e di favorire una partecipazione più ampia ai programmi di screening – spiega Mario Zappia, direttore generale dell’ASP di Enna -. In queste giornate sono stati attivati a Nicosia i tre screening oncologici previsti dai programmi regionali, ma c’è anche un risultato molto concreto che vogliamo sottolineare: oggi il nuovo mammografo di ultima generazione ha effettuato il suo primo esame. Abbiamo scelto di collocarlo proprio qui, in un’area montana e periferica, seguendo un principio che è al centro anche degli indirizzi nazionali e regionali e del PNRR: portare la sanità quanto più possibile vicino alle persone. Per le donne di Nicosia e dei comuni vicini significa poter accedere a un esame fondamentale per la prevenzione senza dover affrontare ogni volta lunghi spostamenti verso Enna o altre strutture”.
Accanto agli screening, Nicosiana ha chiamato a raccolta la comunità anche per sostenere chi deve affrontare le cure. La raccolta fondi promossa durante la manifestazione è ancora in corso fino al 2 settembre, e tutto il raccolto sarà destinato ad AGO, associazione che offre gratuitamente alle persone con diagnosi oncologica un servizio di trasporto verso i luoghi di cura, accompagnandole in particolare nei percorsi di chemioterapia e radioterapia.
“Come Comune abbiamo scelto di sostenere e affiancare questa edizione di Nicosiana, dedicata alla salute delle donne e alla prevenzione, contribuendo a un percorso che ha messo insieme l’ASP di Enna, associazioni, realtà del territorio, cittadini e cittadine – dichiara la sindaca di Nicosia, Anna Maria Gemmellaro – Credo che questa manifestazione rappresenti un buon esempio di comunione di intenti e di collaborazione tra soggetti diversi, uniti dalla volontà di rafforzare l’attenzione sulla salute femminile. La prevenzione riguarda l’intera comunità: le donne devono potersi sentire protette e sostenute anche nel luogo in cui vivono, sapendo di poter contare su servizi, attenzione e vicinanza. È anche per questo che il Comune promuove e sostiene questa iniziativa. Mi auguro che da queste giornate rimanga soprattutto una maggiore consapevolezza: prendersi cura della propria salute, con continuità e senza paura, significa prendersi cura di sé e anche della comunità di cui si fa parte”.
Nel corso delle tre giornate sono intervenuti in piazza medici, oncologi e specialisti provenienti dallo Istituto Oncologico Mediterraneo, da Humanitas, dall’ospedale Cannizzaro di Catania e dall’Umberto I di Enna, che hanno affrontato con il pubblico i diversi aspetti della prevenzione oncologica, della diagnosi e dei percorsi di cura.
Accanto alla dimensione sanitaria, Nicosiana ha affidato all’arte e alla cultura il compito di portare la prevenzione nello spazio pubblico e di farne un tema condiviso dalla comunità. Al centro ci sono state innanzitutto le donne del territorio che hanno scelto di rendere pubblica la propria esperienza con la malattia.
Venti di loro sono state protagoniste di “Volti di Rinascita”, la mostra realizzata dalla fotografa Bianca Burgo, che attraverso i loro ritratti ha portato in diversi luoghi della città storie di diagnosi, cura e ripartenza. Le stesse donne sono state poi protagoniste di “Voci di Rinascita”, spettacolo con la direzione artistica di Antonio Monsellato che ha portato in piazza le loro testimonianze e le loro storie, insieme al contributo artistico di Ludovica Bizzaglia, Giacomo Ferrara, Alberto Paradossi e Alessandro Proietti.
“Da giovane donna sono stata molto felice di partecipare a Nicosiana e di poter dare il mio contributo a un’iniziativa dedicata alla salute femminile – racconta l’attrice Ludovica Bizzaglia – In questi giorni ho avuto la possibilità di incontrare e ascoltare donne che hanno raccontato la propria esperienza con grande generosità, e questo mi ha fatto riflettere ancora di più su quanto la prevenzione non debba essere considerata una questione legata soltanto all’età o a una particolare fase della vita. Conta anche il luogo in cui si vive e la possibilità concreta di accedere ai controlli e ai servizi: confrontandomi con queste storie mi sono resa conto di quanto, in alcuni casi, poter prendersi cura della propria salute possa diventare quasi un privilegio. La prevenzione dovrebbe invece essere un’opportunità accessibile a tutte, indipendentemente dall’età e dal territorio in cui si vive. Credo sia importante cominciare presto a costruire questa consapevolezza e occasioni come Nicosiana servono anche a questo: a far circolare informazioni, esperienze e attenzione tra donne di generazioni e realtà diverse”.
“Da padre di una bambina, questa esperienza ha avuto per me anche un significato personale: mi ha fatto riflettere ancora di più sull’importanza di costruire fin da subito una cultura della prevenzione e della cura, perché le donne di domani possano crescere con maggiore consapevolezza e con la possibilità di sentirsi tutelate – aggiunge l’attore Giacomo Ferrara – Chi lavora nel cinema ha anche la possibilità di raggiungere molte persone e, in alcuni momenti, di contribuire a portare attenzione su temi che rischiano di restare ai margini. Per questo sono stato felice di prendere parte a Nicosiana e di poter dare il mio contributo a un’iniziativa che mette insieme cultura, salute e attenzione per il territorio”.
Il programma culturale ha visto anche la partecipazione di Valeria Solarino, protagonista insieme alla pianista Gloria Campaner dello spettacolo “Oltre le colonne d’Ercole”, appuntamento conclusivo della manifestazione.
Nicosiana ha coinvolto infine le associazioni e le realtà del territorio, tra cui la cooperativa Nikos, Da Cosa Nasce Cosa, Federcasalinghe, il Movimento per la difesa dei territori e LibroSia, che hanno contribuito alla manifestazione e alla partecipazione della comunità.
A Pisa una lettura di Marco Del Chiaro, professore dell’Università del Colorado, sul trattamento multimodale del tumore del pancreas - ao-pisa.toscana.it
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A Pisa una lettura di Marco Del Chiaro, professore dell’Università del Colorado, sul trattamento multimodale del tumore del pancreas ao-pisa.toscana.it
Giovedì 3 settembre, alle ore 18, nell’Aula Bocelli dell’Edificio 6 del presidio ospedaliero di Cisanello, Marco Del Chiaro (foto) terrà una lettura dal titolo “Multimodal Treatment of Pancreatic Cancer”, dedicata alle più recenti strategie multidisciplinari per il trattamento del tumore del pancreas.
Del Chiaro è chief of Surgical oncology e direttore del Pancreato-biliary Program dell’University of Colorado a Denver, negli Stati Uniti, ed è una figura di riferimento internazionale nell’ambito della chirurgia pancreatica.
La lettura si inserisce nel quadro della consolidata collaborazione scientifica e professionale tra Del Chiaro e il gruppo pisano guidato da Luca Morelli - direttore nella Sezione dipartimentale di Chirurgia generale dell’Aoup e professore associato di Chirurgia generale all’Università di Pisa - stabilmente attivo nella chirurgia oncologica epato-bilio-pancreatica. Questa collaborazione, sviluppata nel corso degli anni attraverso attività di ricerca e confronto internazionale, trova nell’appuntamento pisano, ormai divenuto una consuetudine di fine estate, un’ulteriore occasione di approfondimento.
L’iniziativa rappresenta inoltre un’ulteriore espressione dell’attività clinica e scientifica svolta a Pisa nel campo della chirurgia pancreatica, attraverso una rete multidisciplinare di competenze. Tale approccio è essenziale per offrire ai pazienti percorsi terapeutici aggiornati e personalizzati, soprattutto in una patologia complessa come il tumore del pancreas.
Del Chiaro torna dunque a Pisa in qualità di ospite per condividere con professionisti e giovani ricercatori la propria esperienza internazionale e discutere l’evoluzione dei trattamenti multimodali, dalla selezione dei pazienti all’integrazione tra chirurgia e terapie oncologiche.
La lettura è aperta a chirurghi, oncologi, gastroenterologi, radiologi, endoscopisti, anatomo-patologi, specializzandi e a tutti i professionisti interessati.
L’appuntamento è per giovedì 3 settembre 2026, alle ore 18, nell’Aula Bocelli, Edificio 6, terzo piano, presidio ospedaliero di Cisanello.
In allegato la locandina dell’evento
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Tumori del pancreas e della prostata: esosomi “corrieri” di RNA per spegnere i geni malati. La terapia arriva alla prova sull’uomo. Mondosanità
Una minuscola capsula biologica capace di entrare nelle cellule tumorali e consegnare un messaggio preciso: spegnere il gene che alimenta la crescita del cancro. È questa la promessa degli esosomi caricati con piccoli RNA interferenti, o siRNA, una delle frontiere più avanzate della medicina oncologica di precisione.
Non si tratta ancora di una nuova cura disponibile negli ospedali. La tecnologia è prevalentemente sperimentale e molti dei risultati più incoraggianti sono stati ottenuti su cellule coltivate in laboratorio o su animali. Ma il passaggio alla sperimentazione nell’uomo è già cominciato e, nel tumore del pancreas, ha prodotto i primi dati sulla sicurezza.
A ricostruire progressi e difficoltà di questa strategia è una review pubblicata su Frontiers in Molecular Biosciences dai ricercatori dell’Università del Witwatersrand di Johannesburg. Il lavoro analizza l’impiego degli esosomi per trasportare siRNA contro geni coinvolti nella proliferazione, nelle metastasi e nella resistenza ai farmaci di numerosi tumori. La review è consultabile su PubMed.
Che cosa sono gli esosomi
Gli esosomi sono vescicole microscopiche delimitate da una membrana lipidica. Vengono liberati naturalmente dalle cellule e circolano nei liquidi biologici trasportando proteine, lipidi e materiale genetico.
Per molto tempo sono stati considerati una sorta di sistema cellulare per eliminare sostanze di scarto. Oggi sappiamo che rappresentano anche uno dei mezzi utilizzati dalle cellule per comunicare tra loro.
Questa capacità li rende interessanti come veicoli terapeutici. I ricercatori possono isolarli, caricarli con un farmaco o con una molecola di RNA e modificarne la superficie per favorire il riconoscimento delle cellule bersaglio.
Rispetto alle nanoparticelle artificiali, gli esosomi potrebbero offrire alcuni vantaggi: sono biologicamente compatibili, possono rimanere più a lungo in circolo e sembrano provocare una risposta immunitaria più contenuta. La loro membrana, inoltre, protegge il contenuto dalla degradazione.
Il siRNA che silenzia i geni
Il carico trasportato dagli esosomi può essere costituito da siRNA, sigla di small interfering RNA. Sono brevi molecole progettate per riconoscere l’RNA messaggero prodotto da uno specifico gene e determinarne la distruzione.
Il principio può essere paragonato alla cancellazione delle istruzioni utilizzate dalla cellula per fabbricare una proteina. Se quella proteina sostiene la moltiplicazione del tumore, silenzarne la produzione potrebbe rallentare la malattia.
Il problema è far arrivare il siRNA nel punto giusto. Da solo viene rapidamente degradato nel sangue, penetra con difficoltà nelle cellule e può distribuirsi in tessuti diversi da quello bersaglio. Gli esosomi potrebbero funzionare come involucri protettivi e mezzi di trasporto.
Dal laboratorio ai tumori studiati
Nei modelli sperimentali questa tecnica è stata applicata a numerosi bersagli molecolari. Nel tumore della mammella, siRNA trasportati da esosomi hanno ridotto l’espressione di geni implicati nella proliferazione e nelle metastasi. Altri esperimenti hanno riguardato carcinomi del polmone, della prostata, della vescica, dello stomaco e della tiroide, oltre a glioblastoma, mieloma e osteosarcoma.
In alcuni studi gli esosomi hanno trasportato RNA diretto contro geni legati alla resistenza alla chemioterapia. L’obiettivo, in questi casi, non è sostituire i trattamenti disponibili, ma rendere nuovamente sensibile il tumore a farmaci che hanno perso efficacia.
I risultati restano tuttavia difficili da confrontare: cambiano la provenienza degli esosomi, il metodo utilizzato per caricarli, la dose, la via di somministrazione e il modello tumorale. Un effetto osservato in un topo non garantisce lo stesso risultato in una persona.
Il test nel tumore del pancreas
L’avanzamento più significativo successivo alla review è arrivato nel 2025 con la pubblicazione su Nature Communications dei risultati della fase I dello studio iEXPLORE.
La sperimentazione ha utilizzato esosomi prodotti da cellule stromali mesenchimali del midollo osseo e caricati con siRNA diretto contro KRAS G12D, una mutazione frequente nell’adenocarcinoma duttale del pancreas. KRAS funziona come un interruttore della crescita cellulare: quando è mutato può rimanere costantemente attivo e sostenere la progressione del tumore.
Gli esosomi sperimentali, denominati iExoKrasG12D, sono stati somministrati per via endovenosa a pazienti con malattia metastatica già sottoposti ad altre terapie.
Nella fase Ia sono stati considerati dieci pazienti valutabili; altri tre hanno ricevuto dosi progressivamente maggiori nella fase Ib. Non sono emersi eventi avversi attribuiti al trattamento e non è stata raggiunta la dose massima tollerata. In diversi pazienti i ricercatori hanno inoltre rilevato una riduzione della frazione mutata di KRAS nel sangue, segnale che il carico molecolare aveva raggiunto il proprio bersaglio. I risultati dello studio sono pubblicati su Nature Communications.
Sicurezza incoraggiante, efficacia ancora da provare
Il dato deve essere interpretato con prudenza. Lo studio era piccolo, non randomizzato, condotto in un solo centro e progettato principalmente per valutare sicurezza, tollerabilità e attività sul bersaglio molecolare, non per dimostrare un aumento della sopravvivenza.
Alcuni pazienti hanno ottenuto inizialmente una stabilizzazione della malattia, ma quasi tutti sono successivamente andati incontro a progressione. Non è stata quindi dimostrata una capacità della terapia di far regredire stabilmente il tumore o di prolungare la vita.
Il risultato più importante della fase I è un altro: esosomi ottenuti da un donatore, caricati con siRNA e prodotti secondo standard farmaceutici hanno potuto essere somministrati nell’uomo senza tossicità misurabile alle dosi studiate.
La combinazione con l’immunoterapia
Le biopsie raccolte prima e dopo il trattamento hanno suggerito anche modificazioni dell’ambiente immunitario del tumore. Spegnere KRAS potrebbe rendere il tessuto tumorale più accessibile alle cellule immunitarie, ma nello stesso tempo possono attivarsi meccanismi capaci di frenare la risposta.
Nei modelli animali, l’associazione degli esosomi con un anticorpo diretto contro CTLA-4 ha prodotto un’attività antitumorale superiore a quella osservata con i singoli trattamenti.
Su questa base la sperimentazione è proseguita con una fase II che combina iExoKrasG12D e ipilimumab, un farmaco immunoterapico anti-CTLA-4. Lo studio risulta attivo e dovrà verificare safety, risposta tumorale, controllo della malattia e sopravvivenza. Il protocollo è descritto dal National Cancer Institute.
I problemi ancora da risolvere
La strada verso una terapia utilizzabile su larga scala resta complessa. Gli esosomi non sono prodotti uniformi: le loro caratteristiche dipendono dalle cellule di origine e dalle condizioni in cui vengono coltivate.
Servono metodi standardizzati per: produrre grandi quantità di vescicole; separarle e purificarle; stabilire quanto siRNA contenga ogni dose; controllare che raggiungano il tessuto bersaglio; escludere contaminanti e materiali biologicamente indesiderati; prevedere la loro distribuzione in fegato, milza e altri organi.
Esiste inoltre un possibile paradosso. Gli esosomi naturali rilasciati dalle cellule tumorali possono favorire metastasi, formazione di nuovi vasi, soppressione delle difese immunitarie e resistenza ai farmaci. È quindi indispensabile selezionare con attenzione la fonte delle vescicole e conoscerne l’intero contenuto, non soltanto il siRNA inserito artificialmente.
Anche vescicole derivate dalle piante
La review esamina anche particelle simili agli esosomi ottenute da piante commestibili, tra cui zenzero, pompelmo e altri vegetali. Potrebbero essere più facili ed economiche da produrre, meno immunogene e adatte, in alcuni casi, alla somministrazione orale.
Questa linea di ricerca è però ancora più preliminare. Definire tali particelle “naturali” non significa che siano automaticamente efficaci o prive di rischi. Composizione, assorbimento, dosaggio e qualità devono essere valutati con gli stessi criteri applicati agli altri prodotti medicinali.
Non sono ancora una cura disponibile
Gli esosomi caricati con siRNA rappresentano una piattaforma, non un singolo farmaco. In futuro lo stesso involucro potrebbe essere programmato con RNA differenti per colpire mutazioni diverse o adattarsi al profilo molecolare del tumore di ciascun paziente.
Il primo studio sul carcinoma pancreatico mostra che il principio può essere trasferito dal laboratorio all’uomo e che il gene bersaglio può essere raggiunto. Non dimostra ancora che la strategia guarisca il cancro o migliori la sopravvivenza.
La promessa è rilevante: trasformare un sistema naturale di comunicazione cellulare in un corriere di precisione capace di silenziare geni finora difficili da colpire. La prova decisiva, tuttavia, dovrà arrivare da studi più ampi e controllati, con risultati clinici misurabili e duraturi.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, la Chirurgia dell’Ospedale di Pesaro tra i centri della ricerca nazionale primocomunicazione.it
La Chirurgia dell’Ospedale di Pesaro entra nella mappatura nazionale dei centri italiani impegnati nella chirurgia del tumore al pancreas, contribuendo a uno studio multicentrico pubblicato dalla rivista scientifica internazionale Updates in Surgery.
La ricerca fotografa l’attività della chirurgia pancreatica in Italia e conferma l’importanza della centralizzazione delle cure, dei volumi chirurgici e soprattutto di un’organizzazione ospedaliera capace di accompagnare il paziente in tutte le fasi del percorso terapeutico.
Lo studio ha analizzato retrospettivamente 3.455 pazienti sottoposti a intervento per adenocarcinoma pancreatico in 29 centri italiani, prendendo in considerazione il periodo compreso tra il 2018 e il 2021.
L’obiettivo principale era valutare gli esiti postoperatori a 90 giorni in relazione al volume di interventi effettuati dalle singole strutture.
Dall’analisi emerge che l’esperienza e il volume di attività chirurgica incidono sulla sicurezza dei pazienti.
In particolare, la mortalità a 90 giorni risulta significativamente più bassa nei centri ad alto e altissimo volume rispetto alle strutture con casistiche più ridotte.
Un dato che rafforza l’importanza dei criteri di accreditamento delle Pancreas Units introdotti recentemente dal Ministero della Salute, finalizzati a ridurre la frammentazione delle cure e garantire adeguati livelli di specializzazione, organizzazione e integrazione multidisciplinare.
La partecipazione dell’équipe di Pesaro allo studio rappresenta, secondo i professionisti dell’AST Pesaro Urbino, un riconoscimento del ruolo della struttura all’interno della rete regionale e nazionale per la cura del tumore del pancreas.
«La presenza della Chirurgia di Pesaro all'interno di questa importante fotografia nazionale testimonia l'impegno costante dell'équipe nella gestione multidisciplinare e chirurgica di una delle neoplasie più difficili in ambito oncologico», spiegano Alberto Patriti, direttore della Chirurgia Generale degli ospedali di Pesaro e Fano, e Filippo Petrelli, dirigente medico.
Per i professionisti, la chirurgia rappresenta soltanto una parte di un percorso più ampio. Prima dell’intervento risultano fondamentali il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA), la discussione multidisciplinare e l’integrazione con l’Oncologia.
Dopo l’operazione, invece, diventa determinante la capacità dell’intero ospedale di riconoscere e trattare rapidamente eventuali complicanze.
È proprio sull’organizzazione complessiva del percorso che pone l’accento Rita Chiari, direttore dell’Oncologia AST PU.
«La chirurgia pancreatica moderna non può essere valutata esclusivamente sulla base del numero di interventi eseguiti», sottolinea, evidenziando come l’organizzazione delle strutture possa contribuire a ottenere risultati sovrapponibili nei centri a medio e alto volume.
A Pesaro il percorso dedicato ai pazienti con tumore del pancreas prende avvio già nella fase preoperatoria attraverso il PDTA specifico, che consente una valutazione multidisciplinare e il coinvolgimento precoce dell’Oncologia, con l’obiettivo di costruire un trattamento personalizzato.
Il modello assistenziale coinvolge numerose specialità.
Alla Chirurgia si affiancano Rianimazione, Radiologia Interventistica ed Endoscopia, disponibili per le urgenze 24 ore su 24, oltre alle competenze di Malattie Infettive, Nutrizione Clinica e Medicina Interna.
Una rete integrata che consente di affrontare le possibili complicanze attraverso approcci intensivi, radiologici, endoscopici, infettivologici, nutrizionali o chirurgici, in base alle condizioni del singolo paziente.
Per Alberto Carelli, direttore generale dell’AST Pesaro Urbino, la partecipazione alla ricerca assume quindi un valore che va oltre il risultato scientifico. «Testimonia l’inserimento dell’Azienda in una rete di confronto tra centri e, soprattutto, la presenza sul territorio di un percorso assistenziale nel quale PDTA, oncologia, chirurgia, terapia intensiva, diagnostica e procedure interventistiche, infettivologia, nutrizione e medicina interna operano come componenti di un unico sistema di cura».
La presenza dei professionisti dell’AST Pesaro Urbino all’interno di uno studio nazionale sulla chirurgia pancreatica evidenzia così il ruolo della struttura pesarese in un ambito ad alta complessità, dove specializzazione, collaborazione tra discipline, esperienza chirurgica e tempestività nella gestione delle complicanze costituiscono elementi centrali per la sicurezza e la qualità dell’assistenza.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Cancro al pancreas farmaco in Usa allunga la vita per anni Zazoom Social News
Negli Stati Uniti, la FDA ha approvato un nuovo farmaco per il cancro al pancreas, ritenuto in grado di prolungare la vita di anni. Tuttavia, alcuni pazienti segnalano effetti collaterali gravi, tra cui problemi gastrointestinali e reazioni avverse. Lo studio clinico ha mostrato un aumento della sopravvivenza rispetto alle terapie precedenti, ma sono ancora in corso approfondimenti sui rischi e sui benefici complessivi del trattamento. Nuovo farmaco contro il cancro acclamato come “rivoluzionario” dopo l’approvazione della FDA, ma i pazienti possono affrontare gravi effetti collaterali Un nuovo trattamento per una delle forme più letali di cancro ha appena superato un importante ostacolo negli Stati Uniti, offrendo ai pazienti una nuova opzione contro una malattia che è sempre stata notoriamente difficile da trattare. La Food and Drug Administration ha approvato il daraxonrasib, una pillola giornaliera sviluppata da Revolution Medicines che verrà commercializzata con il nome di Rasonque. L’approvazione arriva dopo che i risultati degli studi clinici hanno mostrato una differenza notevole nella sopravvivenza dei pazienti.🔗 Leggi su Newsner.it Negli Stati Uniti è stato approvato un trattamento per la forma più comune di cancro al pancreas che allunga la vita dei pazientiLa Food and Drug Administration ha approvato un nuovo trattamento per l’adenocarcinoma pancreatico, la forma più diffusa di cancro al pancreas. Tumore al pancreas, come fuziona il nuovo farmaco approvato in UsaUn nuovo farmaco è stato approvato negli Stati Uniti per il trattamento del tumore al pancreas metastatico. Temi più discussi:Tumore al pancreas: i risultati del farmaco daraxonrasib aprono a nuove prospettive terapeutiche; Cancro al pancreas, via libera a nuovo farmaco in Usa: raddoppia la sopravvivenza dei pazienti; Tumore al pancreas, negli Usa approvato il nuovo farmaco che raddoppia la sopravvivenza; Tumore del pancreas, la Fda approva un farmaco che migliora la sopravvivenza. Cancro al pancreas, via libera a nuovo farmaco in Usa: raddoppia la sopravvivenza dei pazienti(Adnkronos) - Via libera ad un nuovo farmaco per il cancro al pancreas in stato avanzato. Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il farmaco aprendo potenzialmente una nu ...msn.com Cancro al pancreas metastatico, negli Usa via libera alla nuova terapia mirata in compresseLa FDA ha approvato daraxonrasib per il cancro al pancreas metastatico: 13,2 mesi di sopravvivenza contro 6,7 della chemio.ilfattoquotidiano.it Cerca News e Video
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Criteri Critici
"Affrontare la sfida più difficile della propria vita, quella contro il cancro, avendo accanto non solo medici, infermieri e familiari, ma anche un gruppo di persone capace di prendere per mano il paziente e accompagnarlo lungo tutto il percorso delle cure...…
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Le cellule CAR T hanno eliminato l’artrite reumatoide in 3 pazienti senza altre opzioni terapeutiche it.martincid.com
L’artrite reumatoide aveva sconfitto ogni trattamento provato su sei pazienti dell’ospedale Charité di Berlino — da quattro a otto farmaci biologici e terapie mirate in dieci anni, nessuno sufficiente. Poi ciascuno ha ricevuto un’infusione di cellule ingegnerizzate per stanare le cellule immunitarie alla base della loro malattia. Tre di loro non hanno più avuto bisogno di nulla. La terapia è il mivocabtagene autoleucel (miv-cel), un prodotto CAR-T mirato al CD19 sviluppato per i tumori del sangue. Nell’artrite reumatoide, i linfociti B della memoria che guidano la malattia — cellule immunitarie che riconoscono come estranei i tessuti propri dell’organismo e continuano a innescare l’infiammazione — portano lo stesso marcatore di superficie CD19 che la terapia era stata progettata per colpire. Le cellule li hanno trovati. Tutti e sei i pazienti hanno mostrato marcate riduzioni dell’attività di malattia. Tre hanno ottenuto una remissione sostenuta senza alcun farmaco per l’artrite reumatoide fino a 12 mesi. Un quarto paziente ha mostrato un miglioramento iniziale prima che la malattia si ripresentasse. Gli autoanticorpi — le molecole che segnalano l’attacco del sistema immunitario all’organismo — sono diminuiti di oltre il 90% nel gruppo. L’artrite reumatoide è guidata da linfociti B della memoria a lunga vita che si sono accumulati per anni nel tessuto articolare, nel midollo osseo e nei linfonodi. Queste cellule ricordano il segnale erroneo che ha ordinato loro di attaccare la cartilagine e il rivestimento articolare del corpo, e continuano a ripetere quel segnale. I trattamenti esistenti — dal metotrexato ai biologici che bloccano i segnali infiammatori — sopprimono le conseguenze di quell’errore. Nessuno cancella la memoria. Il CD19 è una proteina di superficie presente sui linfociti B nella maggior parte degli stadi del loro sviluppo. Funziona come una sorta di targhetta che li marchia per la distruzione da parte delle cellule CAR-T, indipendentemente dal fatto che quei linfociti B siano sani o responsabili della malattia. L’infusione provoca una deplezione quasi completa dei linfociti B dal sangue e dai tessuti. Ciò che accade dopo è ciò che rende diverso questo studio. Invece di rimanere depleted, il sistema dei linfociti B si ripopola a partire da cellule precursori naive che non portano alcuna traccia del segnale originale di malattia. Quando il team del Charité ha misurato le cellule di ritorno, erano prevalentemente naive. Gli autoanticorpi caratteristici dell’artrite reumatoide — gli anticorpi anti-proteine citrullinate (ACPA) — non erano più rilevabili nella maggior parte dei pazienti. E gli anticorpi protettivi derivanti da vaccinazioni precedenti contro la varicella e il tetano sono rimasti intatti, suggerendo che le plasmacellule a lunga vita che forniscono l’immunità di base sono state risparmiate. Lo studio di fase 1 COMPARE ha arruolato sei pazienti — tre donne, tre uomini, di età compresa tra 31 e 69 anni — con artrite reumatoide ACPA-positiva che avevano ciascuno fallito tra quattro e otto terapie mirate o biologiche precedenti. Tutti i farmaci antireumatici modificanti la malattia sono stati sospesi prima del trattamento. Ogni paziente ha ricevuto un ciclo preparatorio di chemioterapia linfodepletiva per eliminare la popolazione di cellule immunitarie esistente, seguito da un’unica infusione di miv-cel. Il follow-up è durato da 36 a 52 settimane. I ricercatori, guidati dal Prof. David Simon e dal Prof. Gerhard Krönke del Dipartimento di Reumatologia e Immunologia Clinica del Charité, hanno collaborato con il Centro Tedesco di Ricerca in Reumatologia (DRFZ). “L’attività di malattia è diminuita marcatamente in tutti e sei i pazienti”, ha riferito il Prof. Krönke. “Tre pazienti erano in remissione sostenuta senza alcun farmaco.” Gli effetti collaterali sono stati limitati. Ogni partecipante ha sperimentato la sindrome da rilascio di citochine — una reazione infiammatoria temporanea che è la risposta attesa all’infusione di CAR-T — ma tutti e sei i casi sono stati da lievi a moderati. “Abbiamo osservato solo una sindrome da rilascio di citochine temporanea, da lieve a moderata, in tutti i partecipanti”, ha dichiarato la Dott.ssa Marie Luise Hütter-Krönke, che ha supervisionato la valutazione della sicurezza. Nessun paziente ha sviluppato gravi complicazioni neurologiche. Le infezioni sono state rare. La terapia CAR-T è utilizzata per trattare i tumori del sangue dal 2017, quando il primo prodotto ha ricevuto l’approvazione della FDA. In quei pazienti, il rilascio di citochine è frequentemente grave, talvolta richiedendo cure intensive. La risposta più lieve nello studio Charité riflette una differenza chiave: i pazienti oncologici spesso portano un numero enorme di cellule maligne che reagiscono tutte simultaneamente all’infusione; i pazienti con AR portano meno linfociti B responsabili della malattia, quindi la risposta del sistema immunitario è proporzionalmente meno intensa. L’artrite reumatoide colpisce circa 18 milioni di persone nel mondo. Gli attuali trattamenti di prima linea sopprimono l’attività di malattia in molti pazienti, ma circa il 30-40% di quelli con AR grave non riesce a ottenere un controllo adeguato nemmeno con molteplici biologici. I pazienti del Charité avevano già fallito le terapie depletive dei linfociti B disponibili — tra cui rituximab — e sono stati selezionati specificamente perché le altre opzioni erano state esaurite. Tre su sei che entrano in remissione sostenuta in quella popolazione è un risultato senza precedenti in reumatologia. Nessun intervento precedente ha prodotto una remissione senza farmaci nell’AR refrattaria al trattamento. Sei pazienti sono la base di evidenza. Quel campione è appropriato per uno studio di sicurezza di fase 1 ma non stabilisce l’efficacia. I tre pazienti in remissione potrebbero rappresentare individui insolitamente responsivi; quello che è ricaduto dopo una risposta iniziale illustra che la terapia non funziona per tutti. La durata della remissione oltre i 12 mesi è sconosciuta. L’AR è una malattia cronica, ed è possibile che i linfociti B della memoria responsabili della malattia riemergano da riserve tissutali — in particolare nel tessuto articolare — che l’infusione non ha completamente eliminato. “Il sistema dei linfociti B essenzialmente riparte da zero”, ha osservato la Dott.ssa Hütter-Krönke. “Se quella tabula rasa venga preservata a lungo termine dipende dall’ambiente di malattia che le nuove cellule incontrano.” Miv-cel è una terapia autologa: viene prodotta a partire dai linfociti T dello stesso paziente, un processo che richiede diversi mesi. Il costo e i tempi di produzione la rendono inaccessibile alla maggior parte dei pazienti a livello globale. Il confronto diretto con opzioni meno dispendiose in termini di risorse non è stato ancora effettuato. La terapia CAR-T è approvata per l’artrite reumatoide? No. Il mivocabtagene autoleucel non è approvato per nessuna malattia autoimmune. Lo studio COMPARE è uno studio di fase 1. L’approvazione regolatoria richiederebbe studi controllati più ampi che dimostrino efficacia e sicurezza a lungo termine. In cosa è diversa dalla terapia CAR-T per il cancro? Il meccanismo è lo stesso: i linfociti T ingegnerizzati tracciano un marcatore di superficie sulle cellule responsabili della malattia e le eliminano. Nei tumori del sangue, quelle cellule sono maligne e numerose. Nell’AR, sono linfociti B della memoria di origine normale con una specificità dannosa. La risposta infiammatoria del corpo è proporzionalmente più lieve, il che spiega il tasso più basso di effetti collaterali gravi. La terapia distrugge il sistema immunitario? No. I linfociti B che portano CD19 vengono eliminati; il sistema immunitario si ripopola quindi da precursori naive senza memoria di malattia. Gli anticorpi protettivi derivanti da vaccinazioni precedenti sono stati preservati in tutti e sei i pazienti. Potrebbe funzionare per altre malattie autoimmuni? Possibilmente. Il lupus, la miosite infiammatoria e la sclerosi sistemica condividono un meccanismo simile guidato dai linfociti B. Studi clinici in queste condizioni sono in corso in diversi centri. Non sono ancora disponibili risultati pubblicati. Lo studio di fase 2 COMPARE arruolerà dieci pazienti aggiuntivi e confronterà direttamente miv-cel con un farmaco approvato che colpisce i linfociti B. L’arruolamento dovrebbe iniziare entro la fine del 2026. Tre pazienti sono ancora senza farmaci. La domanda che il settore ora osserva non è se la CAR-T possa eliminare l’artrite resistente al trattamento, ma quanto duri il reset. Riferimento: Albach FN et al., “CD19 CAR T cell therapy for treatment-refractory seropositive rheumatoid arthritis: a phase 1 trial,” Nature Medicine, 2026. DOI: 10.1038/s41591-026-04603-3 Tag:autoimmune disease,clinical trial,rheumatoid arthritis,CAR T cell therapy,cell therapy,Charité
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Nicosia, 220 screening oncologici gratuiti e il nuovo mammografo per la prevenzione nelle aree interne StrettoWeb
Si chiude con numeri importanti e un nuovo servizio sanitario stabile per la comunità la terza edizione di Nicosiana, l’iniziativa ideata e organizzata dall’associazione culturale Divina Mania, in collaborazione con il Comune di Nicosia e l’ASP di Enna, con la direzione artistica di Antonio Monsellato. Dal 27 al 29 agosto la manifestazione ha portato nel cuore dell’entroterra siciliano il tema della prevenzione oncologica e dell’accesso alle cure, con particolare attenzione alle difficoltà che spesso vivono le popolazioni delle aree interne.
Il bilancio finale parla di 220 screening oncologici gratuiti effettuati nel corso dei tre giorni della manifestazione. Attraverso gli Open Day organizzati con il coinvolgimento dell’ASP di Enna e dei professionisti sanitari del territorio, sono state realizzate mammografie e screening della cervice uterina, mentre sono stati distribuiti i kit per lo screening del colon-retto.
Nel dettaglio, sono state eseguite 76 mammografie, 62 PAP test e sono stati consegnati 82 kit per lo screening del tumore al colon retto. Agli esami si sono affiancati incontri pubblici dedicati alla diagnosi precoce, agli stili di vita e ai percorsi di cura, con la partecipazione di medici, oncologi e specialisti provenienti dallo Istituto Oncologico Mediterraneo, da Humanitas, dall’ospedale Cannizzaro di Catania e dall’Umberto I di Enna.
A Nicosia arriva il nuovo mammografo: il primo esame durante Nicosiana
Il risultato più importante destinato a rimanere sul territorio riguarda l’attivazione del nuovo mammografo di ultima generazione della Casa della Comunità di Nicosia. La nuova apparecchiatura è entrata in funzione proprio nella prima giornata della manifestazione, effettuando il suo primo esame. Per le donne di Nicosia e dei comuni vicini significa poter usufruire di un servizio fondamentale per la diagnosi precoce del tumore della mammella senza dover affrontare lunghi spostamenti verso Enna o altre strutture sanitarie.
“Abbiamo aderito con convinzione a questa iniziativa, insieme all’amministrazione comunale, perché occasioni come questa ci permettono di avvicinare più persone alla prevenzione e di favorire una partecipazione più ampia ai programmi di screening”, spiega Mario Zappia, direttore generale dell’ASP di Enna. “In queste giornate sono stati attivati a Nicosia i tre screening oncologici previsti dai programmi regionali, ma c’è anche un risultato molto concreto che vogliamo sottolineare: oggi il nuovo mammografo di ultima generazione ha effettuato il suo primo esame. Abbiamo scelto di collocarlo proprio qui, in un’area montana e periferica, seguendo un principio che è al centro anche degli indirizzi nazionali e regionali e del PNRR: portare la sanità quanto più possibile vicino alle persone. Per le donne di Nicosia e dei comuni vicini significa poter accedere a un esame fondamentale per la prevenzione senza dover affrontare ogni volta lunghi spostamenti verso Enna o altre strutture”.
Una raccolta fondi per accompagnare i pazienti verso le cure
Accanto alla prevenzione, Nicosiana ha scelto di sostenere anche chi sta affrontando un percorso oncologico. Durante la manifestazione è stata promossa una raccolta fondi ancora attiva fino al 2 settembre, il cui ricavato sarà destinato ad AGO, associazione che offre gratuitamente alle persone con diagnosi oncologica un servizio di trasporto verso i luoghi di cura. L’obiettivo è garantire un sostegno concreto soprattutto nei percorsi di chemioterapia e radioterapia, aiutando i pazienti che vivono nelle aree interne e che spesso devono affrontare difficoltà logistiche per raggiungere gli ospedali e i centri specializzati.
“Come Comune abbiamo scelto di sostenere e affiancare questa edizione di Nicosiana, dedicata alla salute delle donne e alla prevenzione, contribuendo a un percorso che ha messo insieme l’ASP di Enna, associazioni, realtà del territorio, cittadini e cittadine” – dichiara la sindaca di Nicosia, Anna Maria Gemmellaro – “Credo che questa manifestazione rappresenti un buon esempio di comunione di intenti e di collaborazione tra soggetti diversi, uniti dalla volontà di rafforzare l’attenzione sulla salute femminile. La prevenzione riguarda l’intera comunità: le donne devono potersi sentire protette e sostenute anche nel luogo in cui vivono, sapendo di poter contare su servizi, attenzione e vicinanza. È anche per questo che il Comune promuove e sostiene questa iniziativa. Mi auguro che da queste giornate rimanga soprattutto una maggiore consapevolezza: prendersi cura della propria salute, con continuità e senza paura, significa prendersi cura di sé e anche della comunità di cui si fa parte”.
La prevenzione raccontata attraverso arte, cultura e testimonianze
Nicosiana non ha affrontato il tema della prevenzione soltanto attraverso la dimensione sanitaria, ma ha scelto di portarlo nello spazio pubblico anche attraverso l’arte e la cultura. Al centro della manifestazione ci sono state soprattutto le donne del territorio che hanno deciso di raccontare pubblicamente la propria esperienza con la malattia. Venti donne sono state protagoniste di “Volti di Rinascita”, la mostra realizzata dalla fotografa Bianca Burgo, che attraverso i loro ritratti ha raccontato storie di diagnosi, cura e ripartenza in diversi luoghi della città. Le stesse protagoniste hanno poi portato le loro esperienze sul palco con “Voci di Rinascita”, spettacolo con la direzione artistica di Antonio Monsellato, arricchito dal contributo artistico di Ludovica Bizzaglia, Giacomo Ferrara, Alberto Paradossi e Alessandro Proietti.
“Da giovane donna sono stata molto felice di partecipare a Nicosiana e di poter dare il mio contributo a un’iniziativa dedicata alla salute femminile” – racconta l’attrice Ludovica Bizzaglia – “In questi giorni ho avuto la possibilità di incontrare e ascoltare donne che hanno raccontato la propria esperienza con grande generosità, e questo mi ha fatto riflettere ancora di più su quanto la prevenzione non debba essere considerata una questione legata soltanto all’età o a una particolare fase della vita. Conta anche il luogo in cui si vive e la possibilità concreta di accedere ai controlli e ai servizi: confrontandomi con queste storie mi sono resa conto di quanto, in alcuni casi, poter prendersi cura della propria salute possa diventare quasi un privilegio. La prevenzione dovrebbe invece essere un’opportunità accessibile a tutte, indipendentemente dall’età e dal territorio in cui si vive. Credo sia importante cominciare presto a costruire questa consapevolezza e occasioni come Nicosiana servono anche a questo: a far circolare informazioni, esperienze e attenzione tra donne di generazioni e realtà diverse”.
“Da padre di una bambina, questa esperienza ha avuto per me anche un significato personale: mi ha fatto riflettere ancora di più sull’importanza di costruire fin da subito una cultura della prevenzione e della cura, perché le donne di domani possano crescere con maggiore consapevolezza e con la possibilità di sentirsi tutelate” – aggiunge l’attore Giacomo Ferrara – “Chi lavora nel cinema ha anche la possibilità di raggiungere molte persone e, in alcuni momenti, di contribuire a portare attenzione su temi che rischiano di restare ai margini. Per questo sono stato felice di prendere parte a Nicosiana e di poter dare il mio contributo a un’iniziativa che mette insieme cultura, salute e attenzione per il territorio”.
Il programma culturale di Nicosiana ha visto anche la partecipazione di Valeria Solarino, protagonista insieme alla pianista Gloria Campaner dello spettacolo Oltre le colonne d’Ercole, appuntamento conclusivo della manifestazione. L’iniziativa ha coinvolto infine numerose associazioni e realtà del territorio, tra cui la cooperativa Nikos, Da Cosa Nasce Cosa, Federcasalinghe, il Movimento per la difesa dei territori e LibroSia, che hanno contribuito alla riuscita dell’evento e alla partecipazione della comunità. La terza edizione di Nicosiana si chiude così con un bilancio positivo, unendo prevenzione, cultura e solidarietà e lasciando alla comunità di Nicosia un nuovo strumento sanitario destinato a rafforzare l’accesso alle cure nelle aree interne siciliane.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, Pesaro nella rete nazionale della chirurgia pancreatica Occhio alla Notizia
PESARO – La Chirurgia dell’Ospedale di Pesaro tra i centri di rilievo della ricerca nazionale per il tumore al pancreas contribuendo attivamente all’eccellenza clinica e scientifica nella rete di cura in Italia. La rivista scientifica internazionale Updates in Surgery ha pubblicato uno studio nazionale che traccia una mappatura aggiornata e dettagliata della chirurgia del tumore del pancreas in Italia. Il lavoro, promosso e realizzato grazie alla collaborazione dei principali centri di chirurgia pancreatica italiani conferma il valore della centralizzazione, ma anche di un sistema ospedaliero capace di accompagnare il paziente lungo tutto il percorso di cura, dalla valutazione multidisciplinare preoperatoria alla gestione delle complicanze postoperatorie.
“La presenza della Chirurgia di Pesaro all’interno di questa importante fotografia nazionale testimonia l’impegno costante dell’équipe nella gestione multidisciplinare e chirurgica di una delle neoplasie più difficili in ambito oncologico – spiegano Alberto Patriti, direttore della Chirurgia Generale degli ospedali di Pesaro e Fano, e Filippo Petrelli, dirigente medico –. La partecipazione a studi multicentrici di così ampio respiro evidenzia la qualificazione dei professionisti dell’AST e la centralità dell’Azienda all’interno della rete di cura regionale e nazionale. Nella chirurgia pancreatica il singolo intervento è soltanto una parte del percorso: prima dell’operazione sono fondamentali il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA), la discussione multidisciplinare e l’integrazione con l’Oncologia; dopo l’intervento diventa decisiva la capacità dell’intero ospedale di riconoscere e trattare rapidamente le complicanze. È questa integrazione tra professionisti e servizi differenti che consente di affrontare in sicurezza una chirurgia ad alta complessità”.
Lo studio sottolinea l’importanza di rispettare i criteri di accreditamento delle Pancreas Units introdotti recentemente dal Ministero della Salute, che puntano a superare la frammentazione delle cure, garantendo volumi adeguati, percorsi diagnostico-terapeutici condivisi e un’elevata specializzazione multidisciplinare per ogni paziente. La ricerca ha analizzato retrospettivamente 3.455 pazienti operati per adenocarcinoma pancreatico in 29 centri italiani nel quadriennio 2018-2021. L’obiettivo principale è stato valutare gli esiti postoperatori a 90 giorni in relazione al volume di interventi eseguiti dalle singole strutture. Dal quadro complessivo emerge che la centralizzazione e l’esperienza del volume chirurgico continuano a giocare un ruolo cruciale sulla sicurezza del paziente: la mortalità a 90 giorni si riduce significativamente nei centri ad alto e altissimo volume rispetto alle strutture con casistiche ridotte.
“La chirurgia pancreatica moderna – spiega Rita Chiari, Direttore dell’Oncologia AST PU – non può essere valutata esclusivamente sulla base del numero di interventi eseguiti. Uno dei messaggi importanti che emergono da questo lavoro è che i risultati che si ottengono nel singolo paziente con tumore del pancreas sono sovrapponibili nei centri a medio e ad alto volume proprio grazie all’organizzazione messa in piedi dalle strutture sanitarie. La complessità di questi pazienti richiede infatti un’intera organizzazione ospedaliera costruita intorno al percorso di cura, capace di integrare competenze diverse prima, durante e soprattutto dopo l’intervento. A Pesaro il percorso inizia già nella fase preoperatoria attraverso il PDTA dedicato ai pazienti con tumore al pancreas, che consente una valutazione multidisciplinare e il coinvolgimento precoce dell’Oncologia, per garantire a ogni persona un percorso personalizzato e adeguato alle proprie esigenze”.
Il piano assistenziale prevede il coinvolgimento sinergico di diverse discipline: alla Chirurgia si affiancano la Rianimazione, la Radiologia Interventistica e l’Endoscopia, disponibili per le urgenze nell’arco delle 24 ore, insieme alle competenze specialistiche di Malattie Infettive, Nutrizione Clinica e Medicina Interna. Una rete di professionalità che permette di affrontare tempestivamente le principali complicanze della chirurgia pancreatica attraverso strategie intensive, radiologiche, endoscopiche, infettivologiche, nutrizionali o chirurgiche, calibrate sulle necessità del singolo paziente.
“La partecipazione dell’AST Pesaro Urbino a questo studio nazionale – conclude il Direttore Generale AST PU, Alberto Carelli – assume un significato che va oltre il dato scientifico: testimonia l’inserimento dell’Azienda in una rete di confronto tra centri e, soprattutto, la presenza sul territorio di un percorso assistenziale nel quale PDTA, oncologia, chirurgia, terapia intensiva, diagnostica e procedure interventistiche, infettivologia, nutrizione e medicina interna operano come componenti di un unico sistema di cura. Per i cittadini della provincia e della regione, la presenza attiva dei professionisti locali in contesti di ricerca e cura di alto livello rappresenta una garanzia di affidabilità, competenza e vicinanza nei momenti di maggiore fragilità. Un risultato reso possibile dal lavoro quotidiano di tutte le strutture e dei professionisti che compongono la nostra rete aziendale”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al pancreas, la Chirurgia di Pesaro tra i centri di riferimento della ricerca nazionale Vivere Pesaro
La Chirurgia dell’Ospedale di Pesaro tra i centri di rilievo della ricerca nazionale per il tumore al pancreas contribuendo attivamente all'eccellenza clinica e scientifica nella rete di cura in Italia.
La rivista scientifica internazionale Updates in Surgery ha pubblicato uno studio nazionale che traccia una mappatura aggiornata e dettagliata della chirurgia del tumore del pancreas in Italia. Il lavoro, promosso e realizzato grazie alla collaborazione dei principali centri di chirurgia pancreatica italiani conferma il valore della centralizzazione, ma anche di un sistema ospedaliero capace di accompagnare il paziente lungo tutto il percorso di cura, dalla valutazione multidisciplinare preoperatoria alla gestione delle complicanze postoperatorie.
“La presenza della Chirurgia di Pesaro all'interno di questa importante fotografia nazionale testimonia l'impegno costante dell'équipe nella gestione multidisciplinare e chirurgica di una delle neoplasie più difficili in ambito oncologico – spiegano Alberto Patriti, direttore della Chirurgia Generale degli ospedali di Pesaro e Fano, e Filippo Petrelli, dirigente medico –. La partecipazione a studi multicentrici di così ampio respiro evidenzia la qualificazione dei professionisti dell’AST e la centralità dell'Azienda all'interno della rete di cura regionale e nazionale. Nella chirurgia pancreatica il singolo intervento è soltanto una parte del percorso: prima dell’operazione sono fondamentali il Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA), la discussione multidisciplinare e l’integrazione con l’Oncologia; dopo l’intervento diventa decisiva la capacità dell’intero ospedale di riconoscere e trattare rapidamente le complicanze. È questa integrazione tra professionisti e servizi differenti che consente di affrontare in sicurezza una chirurgia ad alta complessità”.
Lo studio sottolinea l'importanza di rispettare i criteri di accreditamento delle Pancreas Units introdotti recentemente dal Ministero della Salute, che puntano a superare la frammentazione delle cure, garantendo volumi adeguati, percorsi diagnostico-terapeutici condivisi e un'elevata specializzazione multidisciplinare per ogni paziente. La ricerca ha analizzato retrospettivamente 3.455 pazienti operati per adenocarcinoma pancreatico in 29 centri italiani nel quadriennio 2018-2021. L'obiettivo principale è stato valutare gli esiti postoperatori a 90 giorni in relazione al volume di interventi eseguiti dalle singole strutture. Dal quadro complessivo emerge che la centralizzazione e l'esperienza del volume chirurgico continuano a giocare un ruolo cruciale sulla sicurezza del paziente: la mortalità a 90 giorni si riduce significativamente nei centri ad alto e altissimo volume rispetto alle strutture con casistiche ridotte.
“La chirurgia pancreatica moderna – spiega Rita Chiari, Direttore dell’Oncologia AST PU – non può essere valutata esclusivamente sulla base del numero di interventi eseguiti. Uno dei messaggi importanti che emergono da questo lavoro è che i risultati che si ottengono nel singolo paziente con tumore del pancreas sono sovrapponibili nei centri a medio e ad alto volume proprio grazie all’organizzazione messa in piedi dalle strutture sanitarie. La complessità di questi pazienti richiede infatti un’intera organizzazione ospedaliera costruita intorno al percorso di cura, capace di integrare competenze diverse prima, durante e soprattutto dopo l’intervento. A Pesaro il percorso inizia già nella fase preoperatoria attraverso il PDTA dedicato ai pazienti con tumore al pancreas, che consente una valutazione multidisciplinare e il coinvolgimento precoce dell’Oncologia, per garantire a ogni persona un percorso personalizzato e adeguato alle proprie esigenze”.
Il piano assistenziale prevede il coinvolgimento sinergico di diverse discipline: alla Chirurgia si affiancano la Rianimazione, la Radiologia Interventistica e l’Endoscopia, disponibili per le urgenze nell’arco delle 24 ore, insieme alle competenze specialistiche di Malattie Infettive, Nutrizione Clinica e Medicina Interna. Una rete di professionalità che permette di affrontare tempestivamente le principali complicanze della chirurgia pancreatica attraverso strategie intensive, radiologiche, endoscopiche, infettivologiche, nutrizionali o chirurgiche, calibrate sulle necessità del singolo paziente.
“La partecipazione dell’AST Pesaro Urbino a questo studio nazionale – conclude il Direttore Generale AST PU, Alberto Carelli – assume un significato che va oltre il dato scientifico: testimonia l’inserimento dell’Azienda in una rete di confronto tra centri e, soprattutto, la presenza sul territorio di un percorso assistenziale nel quale PDTA, oncologia, chirurgia, terapia intensiva, diagnostica e procedure interventistiche, infettivologia, nutrizione e medicina interna operano come componenti di un unico sistema di cura. Per i cittadini della provincia e della regione, la presenza attiva dei professionisti locali in contesti di ricerca e cura di alto livello rappresenta una garanzia di affidabilità, competenza e vicinanza nei momenti di maggiore fragilità. Un risultato reso possibile dal lavoro quotidiano di tutte le strutture e dei professionisti che compongono la nostra rete aziendale”.