📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Un modello di intelligenza artificiale sviluppato da Mayo Clinic è in grado di analizzare TAC addominali standard e rilevare segnali precocissimi di tumore al pancreas spesso invisibili ai radiologi. REDMOD ha identificato il 73% dei casi fino a 16 mesi prima…
Un modello di intelligenza artificiale sviluppato da Mayo Clinic è in grado di analizzare TAC addominali standard e rilevare segnali precocissimi di tumore al pancreas spesso invisibili ai radiologi. REDMOD ha identificato il 73% dei casi fino a 16 mesi prima della diagnosi clinica, contro il 39% ottenuto dagli specialisti Non solo meme e "deep fake": l'intelligenza artificiale potrebbe letteralmente salvare migliaia di vite. Un team dellaMayo Clinicha sviluppato REDMOD (Radiomics-based Early Detection MODel), un sistema basato sull'analisi avanzata delle immagini TAC che riesce a individuare segnali estremamente precoci deltumore duttale pancreaticoquando il pancreas appare ancora normale agli occhi dei radiologi. Il dato tecnico più rilevante riguarda la capacità del modello di esaminareTAC addominali di routinee riconoscere alterazioni invisibili all'occhio della maggior parte dei professionisti. Lo studio, riportato sulla rivistaGut, evidenzia che nei test condotti su scansioni eseguite mediamente16 mesi prima della diagnosi ufficiale, REDMOD ha identificato correttamente il73%dei futuri casi di cancro pancreatico, mentre i radiologi si sono fermati al39%. Lo studio ha coinvolto219 TACprovenienti da pazienti che hanno successivamente sviluppato la malattia e1243 scansioni di controllodi soggetti sani. Dopo la fase di addestramento, il sistema è stato validato su63 casi pre-diagnosticie430 controlli, confermando unaspecificità dell'88%nell'escludere correttamente i pazienti senza tumore. Un altro aspetto interessante riguarda la stabilità nel tempo: nei pazienti sottoposti a scansioni ripetute,il punteggio di rischio generato dall'AI ha mostrato una coerenza compresa tra il 90% e il 92%, elemento che rafforza l'affidabilità del modello nel monitoraggio longitudinale. Iltumore al pancreasresta tra le forme oncologiche con prognosi più critica. Negli Stati Uniti, nel 2026 sono attese circa67.530 nuove diagnosi, con una sopravvivenza a cinque anni vicina al13%. Il problema principale resta la diagnosi tardiva, poiché nelle fasi iniziali il pancreas può presentare un aspetto morfologicamente normale nelle immagini convenzionali. Secondo i ricercatori, proprio questa barriera diagnostica rende cruciale l'utilizzo di strumenti radiomici avanzati. REDMOD punta, infatti, a spostare l'intercettazione della malattia verso una fase pre-clinica,quando le possibilità terapeutiche risultano più concrete. La validazione prospettica resta necessaria prima di un'applicazione clinica diffusa, ma i risultati ottenuti mostrano come l'AI nella diagnosi oncologicapossa offrire un cambio di paradigma concreto, aumentando le probabilità di individuare ilcancro pancreaticocon largo anticipo rispetto agli standard attuali e aumentare le probabilità di sopravvivenza. Devieffettuare il loginper poter commentareSe non sei ancora registrato, puoi farlo attraversoquesto form.Se sei già registrato eloggatonel sito, puoi inserire il tuo commento.Si tenga presente quanto letto nelregolamento, nel rispetto del "quieto vivere".
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Sono bastate poche settimane perché alcuni partecipanti allo studio recuperassero parzialmente l’udito e riuscissero a volte perfino a sostenere conversazioni: sono questi i risultati, sorprendenti perfino per i ricercatori, del recentissimo trial condotto da…
Questo articolo è gratis. Per leggerne altri, ricevere le newsletter e avere libero accesso ai contenuti scelti dalla redazione Registrati
Sono bastate poche settimane perché alcuni partecipanti allo studio recuperassero parzialmente l’udito e riuscissero a volte perfino a sostenere conversazioni: sono questi i risultati, sorprendenti perfino per i ricercatori, del recentissimo trial condotto dalla Harvard Medical School Investigators del Massachusetts Eye and Ear insieme ai ricercatori dell’Eye & ENT Hospital dell’università cinese di Fudan. La ricerca ha testato con successo una terapia genica sperimentale per una rara forma di sordità genetica. “Ha funzionato davvero straordinariamente bene”, ha commentato Zheng-Yi Chen, co-autore dello studio e docente di otorinolaringoiatria ad Harvard. “Dopo due anni e mezzo, più della metà di loro ha raggiunto un livello normale. Possono sentire un sussurro”. Stiamo parlando di persone completamente sorde alla nascita, una problematica con ripercussioni sull’apprendimento del linguaggio e capace anche di rallentare lo sviluppo cognitivo, a meno che il bambino non riceva un impianto cocleare – il così detto orecchio bionico, un dispositivo elettronico che ripristina l’udito nelle persone con sordità grave. Il 60% dei casi di sordità alla nascita dipende da cause genetiche, e al momento non esistono farmaci approvati. Ma la terapia genica offre una speranza, almeno per la mutazione del gene OTOF di cui si è occupato il trial.
Rimediare al difetto genico
Il gene OTOF codifica la proteina otoferlina, responsabile della trasmissione al cervello del suono percepito nella coclea (la struttura a forma di chiocciola presente nell’orecchio interno). La sua mutazione impedisce la produzione di otoferlina e quindi il cervello non riceve alcun segnale. Per ovviare a questo difetto, i ricercatori hanno iniettato nell’orecchio interno un virus neutralizzato e dotato di una copia corretta del gene OTOF. Una volta entrato nella coclea, questo ha sostituito il gene difettoso, senza modificare il DNA ma fornendo le istruzioni per produrre l’otoferlina e consentire alle onde sonore di raggiungere il cervello sotto forma di impulsi elettrici. Il 90% dei pazienti sottoposti alla terapia – 42 individui con sordità bilaterale profonda, di età compresa tra nove mesi e 32 anni, reclutati in 8 siti in Cina – ha assistito a miglioramenti significativi dell’udito: alla fine dei 2,5 anni di follow-up. metà di essi ha recuperato livelli normali. Eccellenti pure i tempi di recupero: alcuni partecipanti erano in grado di percepire i suoni a sole due settimane dal trattamento. Sono stati osservati miglioramenti rapidi nelle prime sei settimane, culminati intorno alla ventiseiesima settimana. Diversamente da quanto verificato in precedenti studi di laboratorio sui topi, i benefici del trattamento si sono mantenuti nei 2,5 anni di follow up. Mentre gli adulti hanno beneficiato in minor misura della terapia, gli under 18 hanno mostrato importanti recuperi dell’udito. “Mano mano che procede il follow-up, questi bambini continuano a sorprenderci. Progrediscono dalla risposta ai suoni all’imitazione del linguaggio, arrivando a pronunciare brevi frasi e poi a recitare poesie e perfino a cantare”, ha spiegato Shu. Il tutto in assenza di gravi reazioni avverse per un trattamento ritenuto sicuro dai ricercatori.
Una pietra miliare
Secondo il prof. Stefano di Girolamo, chirurgo otorinolaringoiatra presso il Policlinico Universitario Tor Vergata (Roma), “si tratta di un risultato epocale. La sostituzione del gene difettoso con quello corretto è già stata fatta per altre patologie, ma non si riteneva possibile ottenere il ripristino dell’udito, a causa della complessa struttura tridimensionale dell’organo di Corti [la struttura dell’orecchio interno responsabile della trasformazione delle onde sonore in impulsi elettrici. NdA]. L’applicazione della terapia genica in questo distretto era ritenuta praticamente impossibile”. Inoltre, sottolinea il docente, “questi sorprendenti risultati non sono stati ottenuti con l’impianto cocleare, ma esclusivamente con una terapia somministrata localmente”. Per di più, lo studio dimostra che è possibile sviluppare la terapia genica personalizzata anche per altre forme di sordità congenita causata da mutazioni genetiche diverse, anche se, sottolinea l’esperto, occorre tempo per entrare nel dettaglio di altre mutazioni più complesse. Infatti la mutazione trattata nello studio riguarda un solo gene, il che rende più semplice risolverla; tanto più che la coclea non è danneggiata. Tuttavia la strada è aperta, a tutto beneficio dei bambini nati sordi per cause genetiche e, aggiunge il prof. Di Girolamo, “probabilmente in un futuro per il trattamento della perdita di udito secondaria all’invecchiamento”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Più si è scoperti, maggiore è il rischio di sviluppare un melanoma, a prescindere dalla crema solare utilizzata. Infatti, la prima linea di difesa contro il tumore alla pelle più aggressivo è l’abbigliamento. Per questo, in vista di maggio, il mese della prev…
Questo articolo è gratis. Per leggerne altri, ricevere le newsletter e avere libero accesso ai contenuti scelti dalla redazione Registrati
Più si è scoperti, maggiore è il rischio di sviluppare un melanoma, a prescindere dalla crema solare utilizzata. Infatti, la prima linea di difesa contro il tumore alla pelle più aggressivo è l’abbigliamento. Per questo, in vista di maggio, il mese della prevenzione del melanoma, e della Giornata nazionale a essa dedicata il prossimo 2 maggio, la Fondazione Melanoma lancia la nuova campagna di sensibilizzazione “Vestiti di Prevenzione”, mirata a scardinare i falsi miti sull’esposizione solare e a promuovere l’abbigliamento come primo, vero dispositivo di protezione individuale.
Il messaggio della Fondazione Melanoma arriva in un momento critico: il melanoma è il tumore cutaneo più aggressivo e, in Italia, i casi sono più che raddoppiati in 20 anni, passando da 6.000 nel 2004 a circa 15.000 l’anno. Questo anche per effetto della maggiore attività di prevenzione rispetto al passato. “Sebbene l’invecchiamento della popolazione giochi un ruolo importante, quasi 9 casi su 10 sono legati all’eccessiva esposizione ai raggi UV”, spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus. “Scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di melanoma. Non è solo questione di giornate calde e soleggiate: i raggi UV possono essere forti a sufficienza per danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, anche quando il cielo è nuvoloso o il clima è fresco”, aggiunge.
Non è un caso se il modo in cui scegliamo di vestirci, specialmente durante i mesi più caldi può determinare anche le zone del corpo in cui è più probabile sviluppare un melanoma. “C’è infatti una correlazione diretta tra le abitudini sociali nell’abbigliamento e la localizzazione del cancro della pelle”, conferma Ascierto. Una recente analisi della “Cancer Research UK”, organizzazione benefica britannica dedicata alla ricerca sul cancro, mostra una netta differenza di genere sul rischio melanoma. Negli uomini, due melanomi su cinque (circa il 40%) vengono diagnosticati sul dorso (schiena, petto e addome), mentre nelle donne più di un terzo dei casi (35%) si manifesta sulle gambe. “Queste variazioni riflettono – specifica Ascierto – i diversi comportamenti stagionali: la tendenza maschile a stare a torso nudo all’aperto e quella femminile a indossare gonne e pantaloncini che espongono gli arti inferiori”.
Il “paradosso della crema solare”
A rafforzare l’appello della Fondazione Melanoma sono i ricercatori della McGill University, che mettono in guardia contro il pericoloso “paradosso della crema solare”, un fenomeno per cui l’uso dei filtri protettivi fornirebbe un falso senso di sicurezza, portando le persone a esporsi al sole in modo più pericoloso. I ricercatori hanno incrociato i dati di due studi: uno condotto su gruppi di discussione nelle province atlantiche del Canada, pubblicato sulla rivista Cancers e l’altro, pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, basato sui dati della Biobank del Regno Unito. In quest’ultimo, è emerso un dato sorprendente: l’uso di creme solari è risultato associato a un rischio più che raddoppiato di sviluppare il cancro della pelle. “Questi risultati suggeriscono un paradosso”, commenta Ascierto. “Chi si espone maggiormente al sole tende a usare più crema, ma non in quantità adeguata né adottando altre misure di protezione, esponendosi così a un rischio maggiore. La crema solare è fondamentale, ma non è una ‘licenza di arrostirsi’ al sole. La maggior parte delle persone – prosegue – non ne applica una quantità sufficiente o rimane esposta ai raggi UV per ore dopo la prima applicazione. L’abbigliamento, invece, non scade, non si lava via col sudore e offre una protezione fisica costante che la lozione, spesso applicata male o in quantità insufficiente, non può garantire”.
5 consigli utili
Secondo la Fondazione Melanoma, dunque, la prevenzione è un abito che dobbiamo imparare a indossare. Per aiutare le persone a scegliere l’outfit giusto, Ascierto elenca 5 consigli utili. Il primo è “coprire senza soffocare”: opta per camicie a maniche lunghe in lino o cotone leggero e pantaloni lunghi dal taglio fluido. Coprire braccia e gambe con tessuti naturali permette alla pelle di traspirare meglio rispetto all’esposizione diretta al sole, che invece aumenta la temperatura corporea e il rischio di scottature.
Il secondo consiglio è quello di utilizzare colori scuri e vivaci: il bianco protegge meno del nero. I colori scuri o le tinte brillanti (rosso, blu navy) assorbono i raggi UV meglio dei toni pastello, impedendo loro di penetrare.
Il terzo consiglio riguarda la protezione degli occhi e della zona perioculare, zone estremamente vulnerabili. “Non tutti gli occhiali da sole – spiega Ascierto – proteggono davvero: lenti troppo chiare o prive di filtri a norma possono essere controproducenti, poiché inducono la pupilla a dilatarsi lasciando entrare più raggi UV. Scegli la montatura ‘avvolgente’: i modelli laterali più ampi o fascianti impediscono ai raggi riflessi (da sabbia, acqua o asfalto) di insinuarsi dai lati, proteggendo la pelle sottile del contorno occhi dove la crema solare spesso non viene applicata correttamente”.
Il quarto consiglio indica di utilizzare un cappello a tesa larga (almeno 7 cm) per proteggere zone critiche e spesso dimenticate come le orecchie, il cuoio capelluto (specialmente per gli uomini) e la nuca.
Infine, l’ultimo consiglio è quello di cercare nei capi d’abbigliamento l’etichetta UPF: proprio come le creme hanno l’SPF, molti capi tecnici hanno il fattore UPF (Ultraviolet Protection Factor). Un capo UPF 50+ blocca il 98% dei raggi UV, rendendoti virtualmente invulnerabile. Il messaggio della Fondazione Melanoma è chiaro. “La prevenzione non passa solo dalle creme, ma da una consapevolezza maggiore di come “coprirsi” possa essere la prima linea di difesa contro il tumore della pelle più aggressivo”, conclude Ascierto.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
La vitamina D potrebbe aiutare la chemioterapia a funzionare meglio TeatroNaturale.it
Ricercatori in Brasile hanno scoperto che un semplice integratore di vitamina D può aiutare la chemioterapia a lavorare meglio nelle donne con cancro al seno. Lo studio, condotto presso la Botucatu School of Medicine della São Paulo State University (FMB-UNESP), suggerisce che basse dosi di vitamina potrebbero migliorare i risultati del trattamento e potenzialmente servire come opzione più accessibile rispetto a determinati farmaci costosi o difficili da ottenere progettati per migliorare la risposta chemioterapica.
La ricerca, finanziata da FAPESP, comprendeva 80 donne di età superiore ai 45 anni che si preparavano a iniziare il trattamento presso la clinica ambulatoriale oncologica dell'ospedale generale e didattico ("Hospital das Clínicas") presso FMB-UNESP. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi uguali. Un gruppo ha ricevuto una dose giornaliera di 2.000 UI (unità internazionali) di vitamina D, mentre all'altro gruppo sono state somministrate compresse placebo.
Tassi più elevati di scomparsa del cancro
Dopo sei mesi, la differenza tra i due gruppi era notevole. Tra coloro che assumevano vitamina D, il 43% ha sperimentato la completa scomparsa del loro cancro dopo la chemioterapia. In confronto, solo il 24% di quelli del gruppo placebo ha visto lo stesso risultato.
"Anche con un piccolo campione di partecipanti, è stato possibile osservare una differenza significativa nella risposta alla chemioterapia. Inoltre, il dosaggio utilizzato nella ricerca [2.000 UI al giorno] è molto al di sotto della dose target per la correzione della carenza di vitamina D, che di solito è di 50.000 UI a settimana", afferma Eduardo Carvalho-Pessoa, presidente della Società regionale brasiliana di Mastologia di San Paolo e uno degli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Nutrition and Cancer.
Ruolo della vitamina D nell'immunità e nella salute
La vitamina D è meglio conosciuta per aiutare il corpo ad assorbire calcio e fosforo, che sono fondamentali per mantenere le ossa forti. Tuttavia, prove crescenti dimostrano che svolge anche un ruolo nella funzione immunitaria, aiutando il corpo a difendersi da infezioni e malattie, incluso il cancro. Molti studi precedenti che esaminano la vitamina D e il cancro si sono concentrati su dosi molto più elevate rispetto a quelle utilizzate in questa ricerca.
Il corpo produce vitamina D principalmente attraverso l'esposizione alla luce solare, e può anche essere ottenuto attraverso alcuni alimenti. Le attuali linee guida raccomandano 600 UI al giorno per la maggior parte degli adulti e 800 UI per gli individui più anziani. L'American Academy of Pediatrics consiglia 400 UI al giorno per i bambini. L'assunzione eccessiva può essere dannosa e può portare a sintomi come vomito, debolezza, dolore osseo e calcoli renali.
Bassi livelli di vitamina D e risposta al trattamento
All'inizio dello studio, la maggior parte dei partecipanti aveva bassi livelli di vitamina D, definiti come meno di 20 nanogrammi per millilitro (ng / mL) di sangue. La Società brasiliana di reumatologia raccomanda di mantenere i livelli compresi tra 40 e 70 ng/mL.
Dove si trova la vitamina D negli alimenti
La vitamina D è un nutriente essenziale per la salute delle ossa, del sistema immunitario e della funzione muscolare. Il nostro organismo la produce principalmente grazie all’esposizione alla luce solare, ma una parte importante può essere assunta anche attraverso l’alimentazione. Tuttavia, gli alimenti che la contengono naturalmente non sono molti.
Le fonti più ricche di vitamina D sono i pesci grassi, come salmone, sgombro, aringa, tonno e sardine. Anche l’olio di fegato di merluzzo ne contiene quantità elevate. Tra gli alimenti di origine animale, il tuorlo d’uovo e il fegato apportano discrete quantità di questa vitamina. Alcuni latticini, come latte, yogurt e burro, possono contenerne piccole dosi, soprattutto se arricchiti industrialmente.
Negli ultimi anni molti prodotti alimentari vengono fortificati con vitamina D per aiutare a prevenire carenze diffuse nella popolazione. È il caso di alcuni cereali per la colazione, bevande vegetali, margarine e latte vaccino. Per chi segue una dieta vegetariana o vegana, i funghi esposti alla luce ultravioletta rappresentano una delle poche fonti naturali disponibili.
Una carenza di vitamina D può favorire fragilità ossea, stanchezza e indebolimento delle difese immunitarie. Per questo è importante associare una dieta equilibrata a una corretta esposizione al sole, soprattutto nei mesi invernali o in presenza di stili di vita molto sedentari e trascorsi prevalentemente in ambienti chiusi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.4/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Negli ospedali dell’Ulss 2 sempre più spazio agli animali: parte il piano “pet friendly” per i pazienti La Piazza Web
La presenza degli animali domestici accanto ai pazienti non è più soltanto un gesto di conforto occasionale, ma sta diventando una componente strutturata del percorso di cura negli ospedali dell’Ulss 2 Marca trevigiana. Un cambio di paradigma che parte da storie personali, come quelle di Elisa Ceschin e Barbara Guerra, e approda a un vero e proprio piano aziendale dedicato agli Interventi Assistiti con Animali.
Elisa, 39 anni di Conegliano, convive da quando era bambina con l’atassia di Friedreich, rara malattia neurodegenerativa che compromette progressivamente la coordinazione. Al suo fianco da dieci anni c’è Pani, un piccolo chihuahua diventato parte integrante della famiglia e della quotidianità, anche durante i ricoveri ospedalieri. Una presenza che, raccontano i familiari, contribuisce in modo concreto a ridurre ansia e stress.
Un’esperienza simile quella vissuta da Barbara Guerra, ricoverata al Ca’ Foncello di Treviso per un intervento oncologico, che ha potuto ricevere in reparto la visita del suo labrador Joy. Due vicende diverse, ma accomunate da un elemento centrale: il ruolo dell’animale come sostegno emotivo nel percorso di cura.
Da questi e altri casi prende forma il nuovo piano dell’Ulss 2, illustrato dalla direzione generale e sanitaria insieme al responsabile del Servizio di Igiene Urbana Veterinaria. L’obiettivo è rendere stabile e regolamentata la presenza degli animali d’affezione in ospedale, ampliando le esperienze già attive di pet therapy e pet visiting.
La novità più significativa riguarda la possibilità, per i pazienti che lo desiderano, di avere accanto il proprio animale anche durante le sedute di chemioterapia. Un progetto sperimentale che richiederà locali dedicati, personale formato e il sostegno di partner esterni attraverso una raccolta fondi.
“L’umanizzazione delle cure non è uno slogan ma una direzione concreta”, ha spiegato il direttore generale dell’Ulss 2, sottolineando come le trasformazioni sociali – famiglie più piccole e crescente solitudine, soprattutto tra gli anziani – rendano gli animali parte integrante del nucleo affettivo.
Il piano prevede anche la creazione di percorsi organizzativi specifici per garantire sicurezza e igiene, oltre a una mappatura dei bisogni territoriali per supportare i pazienti che, durante i ricoveri prolungati, non possono accudire i propri animali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Chemioterapia insieme ai propri animali, l'Ulss 2: «Pronti sei mesi di sperimentazione» TrevisoToday
È una sanità sempre più a misura di paziente quella su cui sta lavorando l'Ulss 2 Marca trevigiana. Mercoledì 29 aprile l'azienda sanitaria ha presentato il nuovo piano dedicato alla pet therapy per i malati oncologici.
Il direttore generale Giancarlo Bizzari, insieme alla direttrice sanitaria Maria Caterina De Marco e al responsabile del Servizio di Igiene Urbana Veterinaria, il dottor Massimo Maiorano, hanno illustrato le modalità con cui i pazienti della provincia di Treviso potranno essere accompagnati dai propri animali durante i percorsi di cura. Novità chiave: la possibilità di avere il proprio animale domestico durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza ospedaliera. A questo proposito l’Ulss 2 ha lanciato un appello ai privati e alle associazioni animaliste del territorio affinché supportino economicamente l’iniziativa che richiederà la realizzazione di una stanza apposita e un infermiere dedicato per la “pet infusion” in tutti gli ospedali della Marca. L'Ulss 2 ha già definito una specifica procedura interna che disciplina l’accesso degli animali nelle strutture sanitarie, garantendo il rispetto dei più elevati standard di sicurezza e igiene previsti dalle linee guida nazionali. Fondamentale sarà però la collaborazione con le associazioni di volontariato specializzate, che potranno mettere a disposizione operatori certificati e animali addestrati. Lunedì 3 maggio uscirà il bando per le manifestazioni di interesse. A inizio giugno il via ai primi sei mesi di sperimentazione. Il progetto non sarà rivolto solo ai malati oncologici ma anche alle famiglie mononucleo. Si tratta di tutte quelle persone che vivono senza parenti o familiari ma con un animale domestico in caso. Nel momento in cui avranno bisogno di rimanere in ospedale per un periodo di ricovero, questo nuovo progetto garantirà qualcuno che si prenderà cura dei loro animali domestici. Sono già 16 le progettualità di pet therapy attive in diverse realtà ospedaliere (ambito psichiatrico, pediatrico, pediatrico onco-ematologico, riabilitativo) nonché territoriali (RSA) con accessi programmati e periodici. L’obiettivo dell’Ulss 2 è rendere questa possibilità sempre più strutturata, trasformando l’ospedale in un luogo capace di prendersi cura non solo della malattia, ma della persona nella sua interezza.
I COMMENTI
«L’umanizzazione delle cure non è uno slogan, ma una direzione concreta su cui stiamo lavorando ogni giorno - sottolinea il dg Bizzari -. Le famiglie sono radicalmente cambiate: sono sempre meno numerose, gli anziani sono più soli e gli animali da affezione sono parte, a tutti gli effetti, di un nucleo familiare sempre più ristretto. Dobbiamo tenerne conto, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, quando le persone affrontano la malattia. Considerare questi nuovi membri della famiglia significa prendersi cura davvero della persona nella sua interezza. Il progetto che stiamo mettendo a punto darà sistematicità e omogeneità, oltre a un coordinamento unico, alle varie iniziative di Pet therapy e Pet visiting che già vedono nei vari reparti la presenza degli animali d’affezione. Ci auguriamo che associazioni e privati rispondano positivamente all’appello, permettendoci un nuovo, importante passo sulla strada di una sanità sempre più a misura di paziente».
«Il nostro obiettivo è avvicinare la componente sanitaria e quella emozionale per il bene dei nostri pazienti - chiarisce la direttrice sanitaria, Maria Caterina De Marco -. Cerchiamo partner disposti a sostenerci per coprire le spese per il personale. È fondamentale, inoltre, mappare le necessità del territorio, specialmente per le molte famiglie mononucleari per le quali l'animale rappresenta il punto di riferimento affettivo più vicino. Da qui nasce l’esigenza di mettere a terra la seconda progettualità che riguarda proprio i ricoveri prolungati, offrendo una risposta concreta a chi non sa a chi affidare il proprio animale durante il ricovero. Grazie alla collaborazione con il Dipartimento di Prevenzione per la verifica degli ambienti e al supporto del terzo settore, puntiamo a creare una rete di accoglienza per gli animali che resterebbero soli. La volontà e la sensibilità ci sono: crediamo fermamente che il connubio tra cure sanitarie e supporto emozionale sia la chiave per il reale benessere della persona».
«Nel dicembre 2025 abbiamo adottato la Procedura aziendale sugli Interventi Assistiti con gli Animali che ci consente di operare in modo strutturato e sicuro - conclude il dottor Maiorano -. Le attività si articolano in ambito terapeutico, educativo e ludico-ricreativo e sono già presenti in ospedali, RSA, scuole e strutture del territorio grazie anche alla collaborazione con realtà accreditate. Accanto ai progetti organizzati, riconosciamo anche il valore delle situazioni individuali: in alcuni casi la presenza del proprio animale durante il ricovero può contribuire concretamente al benessere psicofisico del paziente, ed è nostro compito accompagnare questi percorsi».
IL PLAUSO DELLA REGIONE
Il presidente Alberto Stefani ha voluto complimentarsi con l'Ulss 2 in una nota ufficiale: «Entrambi i progetti sono fortemente innovativi e permeati dall’attenzione ai sentimenti. Di certo, fare la chemioterapia con vicino il proprio cagnolino crea serenità, così come è un aiuto prezioso far sì che le persone sole o anziane che debbano sottoporsi a un ricovero vedano sistemato il loro amico animale in strutture selezionate e accoglienti in attesa della dimissione. Oltre che con le medicine e le grandi professionalità - conclude Stefani - la malattia si può combattere anche con l’umanità».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
66.7/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Da Palermo svolta contro l'emofilia con l'infusione di terapia genica: trattati solo 50 pazienti al mondo PalermoToday
Per la prima volta a Palermo è stata somministrata una terapia genica in un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave. A livello globale, i pazienti trattati con questa innovativa opzione terapeutica sono attualmente 52. Un risultato reso possibile grazie al lavoro dell’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico Paolo Giaccone, diretta dal professore Sergio Siragusa.
L’Ematologia dell’Aoup, che è centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite e acquisite nel bambino e nell’adulto, si colloca pertanto tra i pochi centri a livello internazionale abilitati alla terapia genica dell’emofilia oltre alle emergenti terapie innovative per i disturbi della coagulazione. Il 18 aprile scorso il paziente, proveniente da fuori regione, ha ricevuto una singola infusione di terapia genica (valoctocogene roxaparvovec), primo trattamento di questo tipo approvato per l’emofilia A.
La terapia è stata somministrata sotto la guida del professore Siragusa, affiancato dalla dottoressa Marta Mattana, la caposala Rosalba Chiaramonte, i medici e personale sanitario dell’unità operativa. Per la preparazione alla terapia, l’assistito ha ricevuto supporto psicologico dalla dottoressa Francesca Mansueto. Attualmente il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze durante né dopo l’infusione. Ha iniziato il follow up con i vari esami ematochimici previsti.
Il professore Siragusa spiega che “la terapia genica rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente”.
La direttrice generale del Policlinico Maria Grazia Furnari sottolinea: “Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.
L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Questa condizione comporta una ridotta capacità del sangue di coagulare, con conseguenti episodi di sanguinamento spontaneo o prolungato, soprattutto a livello articolare e muscolare. Tale malattia può determinare emorragie fatali anche in età pediatrica. Negli ultimi anni, la terapia genica si è affermata come una promettente alternativa, con l’obiettivo di correggere alla radice il difetto genetico responsabile della malattia.
Siragusa aggiunge: “Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o addirittura all’eliminazione della necessità di infusioni sostitutive. I benefici potenziali sono notevoli: miglioramento della qualità della vita, riduzione delle complicanze articolari e minore impatto psicologico e sociale della malattia. Tuttavia, la terapia genica presenta ancora alcune sfide. Tra queste, la variabilità della risposta tra i pazienti, la durata dell’effetto nel tempo e la possibile risposta immunitaria contro il vettore virale. Inoltre, non tutti i pazienti sono candidabili. Dal punto di vista della sicurezza - conclude l’ematologo - gli studi finora condotti mostrano un profilo generalmente favorevole, anche se è necessario un monitoraggio a lungo termine per valutare eventuali effetti indesiderati tardivi”.
Il Medcare Hospital di Dubai diventa il primo ospedale al mondo al di fuori degli Stati Uniti a trattare un paziente adulto affetto da atrofia muscolare spinale (SMA) - Business Wire
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.9/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Il Medcare Hospital di Dubai diventa il primo ospedale al mondo al di fuori degli Stati Uniti a trattare un paziente adulto affetto da atrofia muscolare spinale (SMA) Business Wire
DUBAI, Emirati Arabi Uniti--(BUSINESS WIRE)--Il Medcare Royal Speciality Hospital (MRSH) di Dubai è diventato il primo ospedale al mondo, al di fuori degli Stati Uniti, a offrire una terapia genica intratecale di recente autorizzazione, Itvisma, a pazienti adulti affetti da atrofia muscolare spinale (SMA). Questo trattamento monodose è stato recentemente somministrato a un paziente egiziano di 22 anni, a cui era stata diagnosticata la malattia a 18 mesi e che ha trascorso gran parte della sua vita su una sedia a rotelle.
Lo scorso anno, Medcare è diventato anche il primo operatore sanitario al mondo a somministrare Itvisma, di recente autorizzazione, a un paziente internazionale di quattro anni affetto da SMA.
La SMA è una rara malattia neuromuscolare che provoca un progressivo indebolimento muscolare e la perdita di mobilità, con conseguenze su attività motoria, respirazione e deglutizione. Finora, i progressi nella terapia genica per l'SMA erano limitati principalmente ai bambini di età inferiore ai due anni. Ora Medcare offre trattamenti per pazienti di età superiore ai due anni grazie alla terapia genica recentemente autorizzata.
Commentando questa terapia avanzata, la Dott.ssa Shanila Laiju, Group CEO di Medcare Hospitals and Medical Centres, ha dichiarato: "Riteniamo che l'estensione della terapia per la SMA agli adulti possa trasformare migliaia di vite in tutto il Medio Oriente e oltre. L'introduzione di Itvisma presso Medcare si basa sul nostro ruolo pionieristico nel trattamento dei pazienti affetti da SMA di età più avanzata, come riconosciuto da Novartis. A livello globale, la SMA colpisce 1 bambino su 10.000 nati vivi, mentre la DMD colpisce 300.000 ragazzi in tutto il mondo. Ad oggi, Medcare ha curato oltre 190 pazienti con SMA e 20 con DMD provenienti da Medio Oriente, Asia ed Europa".
La terapia è stata somministrata da un team multidisciplinare di Medcare, guidato dal Dott. Vivek Mundada, responsabile clinico dell'unità di terapia genica, dal Dott. Sagar Kawale, neurologo per adulti, e dagli specialisti in anestesia Dott.ssa Neha Shahane e Dott. Ardalan Papari.
Il Dott. Vivek Mundada ha dichiarato: "Per anni, non sono state disponibili opzioni di trattamento curativo per i pazienti adulti affetti da SMA. La terapia genica monodose Itvisma agisce introducendo una copia funzionale del gene SMN1 mancante direttamente nel liquido cerebrospinale, affrontando così la causa alla radice. Questo apre nuove prospettive per molti pazienti che prima non avevano alcuna speranza. Il nostro paziente si è recato dall'Egitto a Dubai appositamente per sottoporsi a questa terapia".
Dopo essersi sottoposto al trattamento, il paziente ha dichiarato: "L'esperienza è stata molto positiva e confortevole, senza alcun dolore nella sede dell'iniezione. Sono contento di non dovermi sottoporre a più iniezioni come accadeva in passato".
*Fonte: AETOSWire
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
68.9/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Terapia genica contro l’emofilia A: primo paziente trattato al Policlinico Giaccone insalutenews.it
Prof. Sergio Siragusa
Palermo, 29 aprile 2026 – Per la prima volta a Palermo, presso l’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico “Paolo Giaccone”, diretta dal prof. Sergio Siragusa, è stata somministrata una terapia genica in un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave. A livello globale, i pazienti trattati con questa innovativa opzione terapeutica sono attualmente 52.
L’ematologia dell’AOUP, che è Centro di riferimento regionale per le coagulopatie congenite ed acquisite nel bambino e nell’adulto, si colloca pertanto tra i pochi centri a livello internazionale abilitati alla terapia genica dell’emofilia oltre alle emergenti terapie innovative per i disturbi della coagulazione.
Il 18 aprile scorso il paziente, proveniente da fuori regione, ha ricevuto una singola infusione di terapia genica (valoctocogene roxaparvovec), primo trattamento di questo tipo approvato per l’emofilia A. La terapia è stata somministrata sotto la guida del prof. Siragusa, affiancato dalla dott.ssa Marta Mattana, la caposala dott.ssa Rosalba Chiaramonte, i medici e personale sanitario dell’unità operativa. Per la preparazione alla terapia, l’assistito ha ricevuto supporto psicologico dalla dott.ssa Francesca Mansueto.
Attualmente il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze durante né dopo l’infusione. Ha iniziato il follow up con i vari esami ematochimici previsti.
“La terapia genica – spiega il prof. Siragusa – rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente”.
La Direttrice Generale del Policlinico Maria Grazia Furnari sottolinea: “Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra Azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.
L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Questa condizione comporta una ridotta capacità del sangue di coagulare, con conseguenti episodi di sanguinamento spontaneo o prolungato, soprattutto a livello articolare e muscolare. Tale malattia può determinare emorragie fatali anche in età pediatrica. Negli ultimi anni, la terapia genica si è affermata come una promettente alternativa, con l’obiettivo di correggere alla radice il difetto genetico responsabile della malattia.
Siragusa aggiunge: “Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o addirittura all’eliminazione della necessità di infusioni sostitutive. I benefici potenziali sono notevoli: miglioramento della qualità della vita, riduzione delle complicanze articolari e minore impatto psicologico e sociale della malattia. Tuttavia, la terapia genica presenta ancora alcune sfide. Tra queste, la variabilità della risposta tra i pazienti, la durata dell’effetto nel tempo e la possibile risposta immunitaria contro il vettore virale. Inoltre, non tutti i pazienti sono candidabili. Dal punto di vista della sicurezza – conclude l’ematologo – gli studi finora condotti mostrano un profilo generalmente favorevole, anche se è necessario un monitoraggio a lungo termine per valutare eventuali effetti indesiderati tardivi”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al seno, “Equità di cura e più voce alle pazienti” Panorama della Sanità
Dalle disuguaglianze territoriali all’accesso alle terapie innovative, fino al lavoro dopo la malattia: la presidente di Europa Donna Italia, Rosanna D’Antona rilancia le priorità del mandato, puntando su advocacy, Breast Unit e pieno coinvolgimento delle associazioni nei processi decisionali
Presidente D’Antona, Europa Donna Italia esce dalla recente elezione con una governance rinnovata e multidisciplinare: quali saranno le prime priorità operative di questo nuovo direttivo?
È una squadra di cui sono molto orgogliosa. Abbiamo molteplici traguardi da raggiungere insieme per migliorare la qualità della cura e della vita delle pazienti. Le nostre priorità operative sono sicuramente il rafforzamento dell’advocacy per garantire un accesso equo alle cure innovative, ma anche promuovere Breast Unit organizzate in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, dalla prevenzione alla cura, e tutelare la sicurezza del lavoro anche dopo una diagnosi di tumore. Sono obiettivi ambiziosi, mi rendo conto, ma necessari, che richiedono non solo una governance di prim’ordine, ma anche associazioni sempre più unite e capaci di fare rete sul territorio, dove avviene effettivamente la cura. Insieme possiamo arrivare lontano.
Dal vostro osservatorio emerge un ruolo sempre più “istituzionale” delle associazioni di pazienti: come cambia concretamente il vostro peso nei processi decisionali del sistema sanitario? Ci sono ancora ostacoli da superare per il pieno coinvolgimento?
Da circa un decennio le associazioni pazienti hanno acquisito la consapevolezza di essere un interlocutore autorevole nel sistema sanitario, ottenendo un coinvolgimento sempre più strutturato nelle società scientifiche delle patologie rappresentate. Allo stesso tempo si sono anche evolute, hanno cambiato volto: oggi le associazioni sono sempre più competenti e professionali. Questa trasformazione è avvenuta gradualmente nel tempo e si inserisce anche nel solco di un ampio lavoro di formazione che svolgiamo a beneficio delle circa 185 associazioni della nostra rete, allo scopo di rafforzarne la capacità di rappresentanza e rendere sempre più efficace la loro presenza ai tavoli istituzionali regionali, dove vengono prese le decisioni sanitarie. La strada, va detto, resta lunga: in Italia la cultura del patient engagement non è ancora pienamente radicata, ma la Legge di Bilancio 2025, implementando la partecipazione delle organizzazioni di pazienti ai processi decisionali in sanità, ha segnato, a nostro avviso, un passaggio epocale che vedrà i suoi frutti a breve, confidiamo, non appena le disposizioni saranno operative. Stiamo aspettando infatti che il Ministero della Salute emani i criteri per rendere operativo il Registro unico delle associazioni della salute (Ruas), provvedimento atteso da tempo dalle associazioni di pazienti poiché valorizzerà in modo strutturato i nostri contributi nei processi decisionali in materia di salute.
I dati mostrano forti disuguaglianze territoriali, soprattutto sull’organizzazione delle Breast Unit: quanto è ancora lontana l’Italia da un accesso davvero uniforme alle cure?
C’è molta strada da fare. Le Breast Unit, strutture specializzate nella prevenzione e cura del tumore al seno, sono state istituite dal Ministero della Salute nel 2014 e il loro funzionamento è regolato da indicatori di qualità e linee guida definite a livello europeo. A distanza di oltre dieci anni dalla loro istituzione, tuttavia, in alcune Regioni il numero dei centri è insufficiente rispetto alla popolazione, o non pienamente rispondente agli standard di qualità previsti. Constatiamo, inoltre, che le Linee guida delle Breast Unit abbiano bisogno di essere aggiornate: nel tempo sono infatti diventati centrali ambiti inizialmente non pienamente contemplati, ma oggi fondamentali per garantire la qualità complessiva dell’assistenza alle pazienti. Per tali ragioni quest’anno avvieremo una rilevazione per monitorare le attività delle Breast Unit e verificarne il funzionamento. Utilizzeremo le evidenze raccolte per un’azione di advocacy condivisa con le Società Scientifiche, affinché il modello venga pienamente applicato, aggiornato e garantito in modo uniforme in tutte le Regioni italiane.
Accesso equo alle terapie innovative: quali sono oggi le difficoltà principali per le pazienti e cosa chiedete alle istituzioni?
Le principali difficoltà oggi sono legate alle forti disuguaglianze territoriali: a fronte di un Servizio Sanitario Nazionale universalistico, l’organizzazione regionale determina tempi e modalità diverse nell’accesso ai farmaci innovativi. Pur dopo l’autorizzazione di Ema e la negoziazione Aifa, il recepimento dei nuovi farmaci nei prontuari regionali non è uniforme e avviene con tempi diversi da Regione a Regione. Questo crea ritardi nell’accesso alle terapie, che possono essere determinanti nei percorsi di cura, soprattutto quando il fattore tempo è cruciale, come nelle terapie neoadiuvanti. Di fatto, molte pazienti sono ancora costrette a spostarsi tra Regioni per poter accedere tempestivamente alle cure più appropriate. Sono disuguaglianze che, come pazienti e come cittadine, non vorremmo più sentire. Per questo alle istituzioni stiamo chiedendo con forza di ridurre queste disomogeneità garantendo tempi rapidi e uniformi di accesso alle terapie innovative su tutto il territorio nazionale, così da assicurare equità reale di cura indipendentemente dalla Regione di residenza. A proposito di accesso ai farmaci, segnaliamo che Aifa sta mostrando una grande apertura verso le associazioni di pazienti. In particolare, con l’iniziativa “Aifa Ascolta” – alla cui istituzione anche noi abbiamo contribuito – l’Agenzia sta aprendo un filo diretto di dialogo e collaborazione con le associazioni di pazienti. Crediamo che i tempi siano davvero maturi per mettere in atto modelli sanitari più partecipativi e con la nostra rete di associazioni sul territorio siamo pronte a collaborare.
Poi c’è anche il tema della vita dopo la malattia, in particolare il lavoro: quali interventi servono per garantire davvero tutele e reinserimento alle donne dopo una diagnosi di tumore al seno?
Sul tema del rientro al lavoro dopo la malattia c’è una rilevazione recente di Euromedia Reasearch, condotta su 219 pazienti. È stata realizzata nell’ambito del progetto Althea, iniziativa di Afol Metropolitana in partnership con Europa Donna Italia e i Comuni di Città Metropolitana, e ha evidenziato dati significativi: quasi la metà delle donne intervistate (44,8%) non si è sentita tutelata dalle leggi che regolano il mercato del lavoro e il 72,6% giudica insufficiente il livello di informazioni ricevute in merito alle normative e agevolazioni previste per il rientro nel mondo del lavoro.
Emerge con chiarezza da questi numeri la necessità di rafforzare i servizi di accompagnamento al lavoro e punti informativi nei luoghi di cura e nei centri per l’impiego, oggi indicati come interlocutori chiave dal 31,1% delle donne. È inoltre fondamentale fare rete tra istituzioni, ospedali, servizi per il lavoro e associazioni di pazienti, per trasformare le buone pratiche in un sistema stabile di reinserimento e tutela. Siamo tutti chiamati a collaborare per mettere a punto azioni mirate e di supporto. Accanto al percorso terapeutico, la dimensione lavorativa resta infatti centrale: non solo per il recupero dell’autonomia economica, ma anche perché lavorare significa per molte donne ricostruire normalità e identità, tornando alla vita oltre la malattia.
Guardando ai prossimi anni, qual è il risultato concreto che le piacerebbe poter dire di aver raggiunto al termine di questo mandato?
Guardando ai prossimi anni, mi piacerebbe poter dire di aver contribuito a radicare sul territorio la visione che il Professor Umberto Veronesi aveva immaginato a livello europeo. Già nel 1994 aveva intuito quanto fosse fondamentale creare una coalizione capace di far emergere la voce delle pazienti nelle istituzioni internazionali: su questa sua idea è nata Europa Donna, oggi presente in 47 Paesi, anche oltre i confini europei. La sfida dei prossimi anni, però, è soprattutto nazionale e locale. Poiché le politiche sanitarie sono in gran parte definite a livello regionale, il mio obiettivo è che Europa Donna possa contare su referenti qualificate in ogni Regione italiana: figure preparate, riconosciute e autorevoli, capaci di dialogare con le istituzioni sanitarie locali, affinché possano rappresentare i bisogni delle pazienti in tutti i tavoli regionali dove vengono prese le decisioni per la loro salute.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.4/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Il paziente anziano o Unfit con leucemia mieloide acuta: quale terapia per quale paziente TrevisoToday
Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di TrevisoToday
Una importante iniziativa di condivisione e formazione medica in tema di Leucemia Mieloide Acuta si terrà in data 15 maggio 2026, presso l’Hotel Fior a Castelfranco Veneto. Il convegno vede come Responsabile Scientifico il Dott. Michele Gottardi, Direttore dell’Oncoematologia dello IOV di Castelfranco Veneto. La Leucemia Mieloide Acuta (LMA) è una patologia che si caratterizza per una età mediana di insorgenza di 69 anni e l’andamento demografico dei paesi occidentali ne preannuncia un conseguente incremento di incidenza complessiva. Le unità di ematologia si troveranno progressivamente a dover far fronte alla sfida del trattamento di pazienti sempre più numerosi e più anziani, con caratteristiche di fitness che li renderà frequentemente inadatti alla somministrazione di terapie ad alta intensità. Prepararsi a queste sfide impone un cambio di paradigma anche nell’approccio a patologie acute quali la LMA, favorendo il coinvolgimento dei centri ematologici di secondo e terzo livello nella co-gestione per una cura di prossimità dei pazienti più fragili. In quest’ottica, la prospettiva di un trattamento orale con Decitabina-Cedazuridina rappresenta una opportunità ed è di questo che il congresso vuole favorire un approfondimento ed un confronto. Il convegno medico è accreditato ECM con 6 crediti formativi per Medici Chirurghi (Ematologi). La partecipazione è a titolo gratuito ed aperta a tutti gli interessati. Per l’iscrizione al Convegno tutti i dettagli sono presenti sul sito del Provider ProEventi: https://www.proeventi.it/events/il-paziente-anziano-o-unfit-con-leucemia-mieloide-acuta-quale-terapia-per-quale-paziente/
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
66.7/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Proton Building, la casa delle cure oncologiche Humanitas
A 30 anni dalla sua nascita, Humanitas apre nuove porte alla Medicina di precisione e guarda al futuro. Nasce il Proton Building, ultimo tassello di un più ampio sviluppo tecnologico e infrastrutturale: un edificio interamente dedicato alla cura oncologica che accoglie la Clinical Trial Unit (CTU) dove i pazienti possono accedere a terapie sperimentali di ultima generazione (fase 1 e fase 2/3), e la Protonterapia, la forma di radioterapia ad alta precisione più avanzata per la cura dei tumori.
Il risultato è un edificio interamente dedicato all’oncologia: 6.435 m² progettati per rispondere in modo integrato e completo alle esigenze cliniche, diagnostiche e di Ricerca.
Il Proton Building rappresenta il primo caso in Italia di un centro di Protonterapia integrato all’interno di un Policlinico universitario dotato di Pronto Soccorso, un tratto distintivo che consente di inserire questa tecnologia in un percorso di cura strutturato, in cui specialisti di diverse discipline collaborano per accompagnare il paziente in tutte le fasi, dalla diagnosi al trattamento, fino al follow-up e alla gestione multidimensionale delle complicanze.
La nuova struttura potenzia ulteriormente i servizi del Cancer Center di Humanitas, attivo dal 2010, che ogni anno prende in carico oltre 7.000 nuovi pazienti, circa la metà dei quali necessita di trattamenti radioterapici. Ogni anno sono circa 2800 le persone che necessitano di un percorso nel Day Hospital Oncologico (DHO) per chemioterapia, immunoterapia, terapie a bersaglio molecolare o una combinazione di queste: un impegno che si traduce, giornalmente, in 120 terapie oncologiche, di cui il 15% circa sperimentali.
«Il Proton Building rappresenta un’evoluzione naturale del nostro Cancer Center e, più in generale, dei trent’anni di Humanitas, costruiti integrando cura, ricerca e innovazione – dichiara il prof. Armando Santoro, Direttore Cancer Center dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas –. In questo tempo abbiamo sviluppato un modello capace di accompagnare migliaia di pazienti con percorsi sempre più personalizzati, spesso all’interno di studi clinici che contribuiscono a definire le terapie di domani. La Protonterapia si inserisce in questa visione: non solo una nuova tecnologia, ma un ulteriore passo verso trattamenti più mirati, efficaci e sostenibili per il paziente, resi possibili da un approccio multidisciplinare e da una Ricerca strettamente connessa alla pratica clinica».
Il nuovo edificio, oltre al macchinario per la Protonterapia, ospita:
30 ambulatori polispecialistici , per una presa in carico multidisciplinare del paziente
, per una presa in carico multidisciplinare del paziente 2 TC di ultima generazione , di cui una Photon Counting, per una diagnostica estremamente accurata, arrivata grazie a Humanitas University e Progetto ANTHEM per accelerare la Ricerca traslazionale
, di cui una Photon Counting, per una diagnostica estremamente accurata, arrivata grazie a Humanitas University e Progetto ANTHEM per accelerare la Ricerca traslazionale Un potenziamento del Day Hospital Oncologico, con possibilità di cura per ulteriori 25 pazienti in 7 camere singole e 18 postazioni dedicate alla Clinical Trial Unit (CTU), dove i pazienti possono accedere a terapie sperimentali di fase 1 e fase 2/3.
La Protonterapia: cos’è e come funziona
La Protonterapia è una forma avanzata di Radioterapia che utilizza fasci di protoni ad alta energia per trattare i tumori in modo estremamente preciso. A differenza della Radioterapia tradizionale, che impiega raggi X, i protoni rilasciano la maggior parte della loro energia direttamente all’interno della massa tumorale, riducendo in modo significativo l’esposizione dei tessuti sani circostanti. Il risultato è un trattamento altamente mirato, in grado di aumentare l’efficacia terapeutica e, allo stesso tempo, ridurre il rischio di effetti collaterali, sia durante sia dopo la terapia.
«È una tecnologia particolarmente rilevante per tumori complessi, sedi delicate e pazienti fragili. Integrata con le altre tecniche di Radioterapia e con i percorsi multidisciplinari, amplia le possibilità di cura e ci permette di costruire trattamenti sempre più su misura – commenta la prof. Marta Scorsetti, Responsabile di Radioterapia e Radiochirurgia dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas –. Per organizzarla, ci siamo ispirati alle migliori esperienze internazionali di Protonterapie inserite in Cancer Center con grandi Policlinici alle spalle, come la Mayo Clinic, perché questo consente di seguire in modo davvero personalizzato ogni paziente coinvolgendo più figure professionali, dagli oculisti agli endocrinologi. Ad esempio, curiamo persone con tumori dell’encefalo grazie alla stretta collaborazione con tutti i professionisti dell’area di Neurochirurgia e Neuroradiologia dell’ospedale, con cui sono in corso anche progetti di Ricerca. E grazie alla collaborazione con gli elettrofisiologi e i fisici, possiamo offrire la Protonterapia anche a pazienti portatori di pacemaker, che ad oggi sarebbero esclusi da questo trattamento».
Alla base di questa tecnologia c’è un acceleratore di protoni capace di indirizzarli verso il tumore. Una volta raggiunto il bersaglio, i protoni rilasciano la loro energia quasi esclusivamente all’interno della massa tumorale, limitando al minimo la dose nei tessuti circostanti.
Grazie a queste caratteristiche, la Protonterapia è particolarmente indicata per tumori complessi o localizzati in aree delicate, in prossimità di organi vitali o strutture critiche, come il sistema nervoso centrale, l’occhio o il midollo spinale. In Humanitas, la tecnologia si combina con l’expertise, tra gli altri, in tumori rari come cordomi e condrosarcomi, nei tumori cerebrali e spinali, nei sarcomi dei tessuti molli, nei tumori della base del cranio, dell’esofago, dei testicoli e in alcune neoplasie oculari, oltre che nei casi di recidiva in aree già sottoposte a Radioterapia. Particolarità dell’impegno Humanitas sul fronte è l’approccio multidisciplinare che coinvolge le Radioterapie degli altri ospedali del Gruppo: una possibilità per tutti i pazienti che risiedono nelle Regioni in cui sono presenti gli ospedali Humanitas.
Il Day Hospital Oncologico e la Clinical Trial Unit (CTU)
L’edificio ospita un ampliamento del Day Hospital Oncologico di Humanitas, con al suo interno la Clinical Trial Unit, un centro altamente specializzato dedicato alla gestione e all’esecuzione degli studi clinici, con l’obiettivo di portare l’innovazione terapeutica direttamente al paziente in modo sicuro, controllato e tempestivo.
La struttura è organizzata per garantire un percorso efficiente e multidisciplinare: dispone di 25 postazioni per la somministrazione dei trattamenti, 4 ambulatori dedicati agli studi clinici, suddivisi per tipo di tumore e tipologia di protocollo, e spazi dedicati a Data Manager e agli infermieri di Ricerca, figure centrali nella gestione operativa e nel coordinamento dei trial.
L’attività della Clinical Trial Unit si inserisce nei programmi di Ricerca in Oncologia e Oncoematologia, strumento fondamentale per accelerare l’accesso a terapie innovative, da quelle a bersaglio molecolare agli anticorpi farmaco-coniugati, fino alle immunoterapie più avanzate, ad esempio: anticorpi bispecifici, vaccinazioni, terapie cellulari. In questo ambito, l’innovazione oncoematologica di Humanitas include anche l’accesso a terapie cellulari di frontiera come le CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T-cell), sviluppate all’interno di percorsi dedicati guidati dalla dott.ssa. Stefania Bramanti, Capo Sezione Terapie Cellulari dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas. Questa tecnica prevede la modifica genetica dei linfociti T del paziente stesso per renderli in grado di riconoscere e distruggere le cellule tumorali.
Le figure di riferimento che hanno guidato la fase di avvio della Clinical Trial Unit sono: prof. Carmelo Carlo-Stella, Responsabile dell’Unità Operativa di Ematologia, prof. Matteo Della Porta, Capo Sezione Ematologia-Leucemie e Mielodisplasie, e prof. Matteo Simonelli, Capo Sezione Sviluppo Precoce di Nuovi Farmaci in Oncologia.
In ambito oncologico sono attualmente attivi 132 studi clinici con arruolamento aperto, per un totale di 180 studi complessivi, che nel 2025 hanno già coinvolto 450 pazienti, di cui 336 nuovi arruolati. Parallelamente, l’area di Onco-ematologia conta 30 studi clinici con arruolamento aperto e 68 studi complessivi, con 111 pazienti trattati nel 2025, di cui 83 nuovi arruolati.
Negli ultimi anni, lo sviluppo di questi nuovi e innovativi approcci terapeutici ha contribuito in modo significativo a un cambiamento radicale dei percorsi di cura di diverse neoplasie in ambito Onco-ematologico, determinando un miglioramento concreto sia della sopravvivenza sia della qualità di vita dei pazienti.
La Clinical Trial Unit di Humanitas si configura quindi come un punto di connessione tra Ricerca e cura, dove l’innovazione scientifica diventa parte integrante del percorso clinico.
I numeri di Humanitas
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.0/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Conosce durante un tirocinio ospedaliero un bambino brasiliano di due anni affetto da leucemia e, commosso dalla storia personale personale del piccolo paziente, decide di donargli il proprio midollo osseo. (ANSA)
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
45.2/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Policlinico di Palermo, somministrata terapia genica a emofiliaco ANSA
Redazione AnsaPALERMO - Aprile 29,2026 - News (ANSA) - PALERMO, 29 APR - Per la prima volta a Palermo, all'Unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico Paolo Giaccone, diretta dal professore Sergio Siragusa, è stata somministrata una terapia genica in un paziente di 39 anni affetto da emofilia A grave. A livello globale, i pazienti trattati con questa innovativa opzione terapeutica sono attualmente 52.Il 18 aprile scorso il paziente, proveniente da fuori regione, ha ricevuto una singola infusione di terapia genica (valoctocogene roxaparvovec), primo trattamento di questo tipo approvato per l'emofilia A.Attualmente il paziente è in buone condizioni cliniche e non ha presentato complicanze durante né dopo l'infusione. Ha iniziato il follow up con i vari esami ematochimici previsti."La terapia genica - spiega il professore Siragusa - rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente"."E' un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra azienda ospedaliera universitaria e per l'intero sistema sanitario regionale - afferma la direttrice generale del Policlinico, Maria Grazia Furnari - e particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l'elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza.Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell'universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari". (ANSA).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Orticaria cronica spontanea CSU. La CE approva remibrutinib negli adulti con risposta inadeguata al trattamento con antistaminici H1 clicMedicina
La Commissione Europea ha approvato remibrutinib per l’orticaria cronica spontanea CSU negli adulti con risposta inadeguata al trattamento con antistaminici H1. Si tratta della prima terapia orale mirata approvata per il trattamento della CSU, con un approccio innovativo e una somministrazione orale in compresse da assumere 2 volte al giorno, senza necessità di monitoraggi di laboratorio. “In Italia si stima che oltre 480mila persone convivano con l’orticaria cronica spontanea, una malattia infiammatoria di origine autoimmune con sintomi altamente debilitanti come prurito, pomfi e un decorso spesso imprevedibile che incide negativamente sulla qualità di vita”, dichiara la dott.ssa Silvia Mariel Ferrucci, responsabile del servizio di Dermatologia Allergologica e Professionale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda dell’Ospedale Maggiore Policlinico Milano. “L’approvazione europea di questa nuova opzione terapeutica, che agisce su una via immunitaria chiave, amplia le opzioni di gestione della malattia per i pazienti che non traggono beneficio dalla terapia antistaminica convenzionale.”
“Convivere con l’orticaria cronica spontanea significa affrontare ogni giorno una malattia complessa e spesso sottovalutata, che può incidere profondamente sulla qualità della vita, compromettendo il sonno, il lavoro e la socialità”, afferma Elena Radaelli, presidente dell’Associazione Ricerca Cura dell’Orticaria ARCO. “Molti pazienti si sentono ancora poco compresi e faticano a trovare risposte adeguate. L’approvazione europea di una nuova opzione terapeutica rappresenta un segnale importante, perché amplia le possibilità di trattamento della patologia.”
“Per Novartis, proprietaria della molecola, l’approvazione europea rappresenta un progresso importante per la gestione dell’orticaria cronica spontanea nei pazienti che non raggiungono un controllo adeguato della malattia con gli antistaminici H1”, dichiara Paola Coco, CSO & Medical Affairs head IM Italy. “Questa nuova opzione terapeutica offre la possibilità di intervenire in modo mirato su una via immunologica chiave, con significative evidenze cliniche. Il programma di sviluppo clinico in altre patologie immunomediate conferma inoltre il potenziale di questo approccio terapeutico.”
Remibrutinib è un inibitore orale di BTK-selettivo, che blocca la via BTK (Bruton tiroosin-chinasi) coinvolta nel rilascio di istamina, uno dei principali fattori responsabili di pomfi pruriginosi e gonfiore. Riducendo il rilascio di istamina, il prodotto contribuisce ad alleviare i sintomi dell’orticaria cronica spontanea. Il farmaco è approvato negli Stati Uniti, in Cina e in diversi altri Paesi per il trattamento di pazienti adulti con orticaria cronica spontanea con risposta inadeguata agli antistaminici H1.
ORTICARIA CRONICA SPONTANEA
L’orticaria cronica spontanea è una malattia cutanea cronica che colpisce circa 40milioni di persone nel mondo, con una frequenza quasi doppia nelle donne rispetto agli uomini; si manifesta più spesso tra i 20 e i 40 anni. È caratterizzata dalla comparsa improvvisa di pomfi pruriginosi e/o gonfiore dei tessuti profondi, che possono interessare viso, gola, mani e piedi e insorgere in assenza di un allergene o di un fattore scatenante esterno identificabile. I sintomi durano 6 settimane o più e causano un impatto fisico ed emotivo rilevante. La maggior parte dei pazienti soffre di privazione del sonno, con elevati tassi di disturbi mentali quali ansia o depressione, oltre a una riduzione della produttività lavorativa.
AIFA approva l’estensione dell’indicazione pediatrica di Lanadelumab per la prevenzione di routine degli attacchi di Angioedema Ereditario - TecnoMedicina
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.4/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
AIFA approva l’estensione dell’indicazione pediatrica di Lanadelumab per la prevenzione di routine degli attacchi di Angioedema Ereditario TecnoMedicina
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha approvato l’ammissione al rimborso per l’indicazione terapeutica di Lanadelumab nella prevenzione di routine degli attacchi ricorrenti di Angioedema Ereditario nei pazienti pediatrici a partire dai 2 anni di età.
L’approvazione rappresenta un traguardo importante per la gestione di una patologia rara, complessa e potenzialmente fatale, che esordisce spesso già in età pediatrica e ha un impatto significativo sulla qualità di vita dei bambini e delle loro famiglie.
L’Angioedema Ereditario è una malattia genetica rara caratterizzata da attacchi ricorrenti e imprevedibili di edema che possono interessare la cute, il tratto gastrointestinale e le vie aeree superiori. In caso di coinvolgimento laringeo, gli episodi possono essere potenzialmente fatali. La malattia è spesso sottodiagnosticata e la sua gestione clinica risulta particolarmente complessa nei pazienti più giovani.
L’estensione dell’indicazione di Lanadelumab in ambito pediatrico si basa su evidenze cliniche robuste, in particolare sui risultati dello studio di fase 3 SPRING, condotto in pazienti pediatrici di età compresa tra 2 e 12 anni. I dati hanno mostrato una riduzione del tasso di attacchi pari al 94,8% rispetto al basale, con il 76,2% dei pazienti liberi da attacchi durante il periodo di trattamento, e un profilo di sicurezza favorevole, coerente con quello osservato negli adulti e negli adolescenti.
“Questa estensione dell’indicazione pediatrica rappresenta per noi un importante traguardo e ribadisce il nostro impegno per fornire ai pazienti italiani percorsi di cura sempre più personalizzati e opzioni terapeutiche basate su robuste evidenze cliniche, che permettano una migliore gestione della patologia”, ha dichiarato Alessandra Fionda, Medical & Regulatory Head di Takeda Italia.
L’approvazione della rimborsabilità da parte di AIFA consente di rendere disponibile anche per i pazienti pediatrici una strategia di prevenzione continuativa, con l’obiettivo di ridurre il carico di malattia, limitare l’imprevedibilità degli attacchi e favorire una quotidianità più stabile.
“L’angioedema ereditario è una malattia genetica rara, che nella maggior parte dei casi si trasmette da uno dei genitori, anche se in circa il 20% dei pazienti insorge spontaneamente, rendendo più complessa la diagnosi. Esordisce generalmente già in età pediatrica e si manifesta con rigonfiamenti improvvisi e ricorrenti, molto dolorosi, che possono compromettere in modo significativo la vita quotidiana; il coinvolgimento delle vie aeree rappresenta inoltre una vera emergenza medica per il rischio di soffocamento”, ha spiegato Mauro Cancian, Presidente Associazione ITACA, Italian Network for Hereditary and Acquired Angioedema, e Direttore UOSD di Allergologia Azienda Ospedale Università di Padova. “L’obiettivo terapeutico oggi è consentire ai pazienti, anche ai più giovani, una vita piena, con un impatto concreto anche sulla qualità di vita delle loro famiglie, che ogni giorno convivono con l’incertezza, l’ansia e il peso della gestione della malattia. Questo importante passo avanti consentirà, anche ai pazienti più giovani, una vita il più possibile libera dagli attacchi e dalla paura degli stessi”.
“Le persone con malattie rare come l’Angioedema Ereditario affrontano spesso ostacoli importanti: diagnosi tardive, percorsi frammentati e accesso non sempre uniforme alle soluzioni disponibili. Lavorare per rimuovere queste barriere significa creare valore e favorire un accesso equo alle risposte sviluppate per bisogni clinici altamente specifici”, ha commentato Claudia Russo Caia, Patient, Value & Access Head di Takeda Italia.
L’estensione dell’indicazione di Lanadelumab si inserisce nel più ampio impegno di Takeda nel campo delle Malattie Rare, dove la collaborazione con istituzioni, comunità scientifica e associazioni dei pazienti è fondamentale per migliorare la presa in carico e ridurre i ritardi diagnostici.
“Nelle Malattie Rare non si parla solo di clinica, ma anche di come affrontare al meglio la vita quotidiana. È qui che emerge il bisogno essenziale a cui, come Takeda, cerchiamo di rispondere: offrire soluzioni mirate che permettano alle persone affette e alle loro famiglie di guardare al futuro con maggiore fiducia e sicurezza”, ha aggiunto Laura Nocerino, Rare Business Unit Head di Takeda Italia.
Con questa estensione, AIFA contribuisce a colmare un importante gap terapeutico nella popolazione pediatrica con Angioedema Ereditario, aprendo nuove prospettive per una gestione precoce, continuativa e personalizzata della patologia.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Palermo, prima terapia genica per l’emofilia A: trattato un paziente al Policlinico NewSicilia
PALERMO – Per la prima volta a Palermo è stata somministrata una terapia genica per l’emofilia A grave presso l’unità operativa complessa di Ematologia del Policlinico “Paolo Giaccone”, diretta dal professore Sergio Siragusa.
Il trattamento ha riguardato un paziente di 39 anni, proveniente da fuori regione, che il 18 aprile ha ricevuto una singola infusione di valoctocogene roxaparvovec, primo farmaco di questo tipo approvato per questa patologia.
Un centro tra i pochi a livello internazionale
L’ematologia dell’AOUP si conferma centro di riferimento regionale per le coagulopatie e tra i pochi a livello internazionale abilitati alla somministrazione di questa terapia innovativa. A livello globale, i pazienti trattati con questa opzione sono attualmente 52.
Condizioni cliniche e assistenza multidisciplinare
Il paziente è attualmente in buone condizioni cliniche e non ha registrato complicanze durante o dopo l’infusione. È stato avviato il follow-up con controlli ematochimici.
Il percorso terapeutico ha coinvolto un team multidisciplinare, con il supporto anche psicologico nella fase preparatoria.
Le dichiarazioni
“La terapia genica – spiega il professore Sergio Siragusa – rappresenta una potenziale svolta per i pazienti con emofilia A grave in quanto una singola somministrazione può ridurre o eliminare la necessità della profilassi continuativa, con un impatto significativo sulla aspettativa e qualità di vita del paziente”.
“Si tratta di un risultato di straordinaria rilevanza per la nostra Azienda ospedaliera universitaria e per l’intero sistema sanitario regionale – sottolinea la direttrice generale Maria Grazia Furnari –. Particolarmente significativo è il fatto che il paziente trattato provenisse da fuori regione, configurando un importante caso di mobilità sanitaria attiva, indicativo della crescente capacità attrattiva della nostra struttura e della fiducia riconosciuta anche oltre il territorio regionale. Essere tra i pochi centri autorizzati a livello internazionale conferma l’elevato profilo clinico e scientifico dei nostri professionisti e la capacità della nostra organizzazione di integrare ricerca, innovazione e assistenza. Avere la possibilità di trattare questa patologia, nel rispetto dell’universalità delle cure, è una grande vittoria ma pone questioni importanti in termini di accesso e sostenibilità per i sistemi sanitari”.
Cos’è l’emofilia A
L’emofilia A è una malattia genetica ereditaria causata dalla carenza del fattore VIII della coagulazione. Comporta una ridotta capacità del sangue di coagulare, con episodi di sanguinamento anche gravi, talvolta potenzialmente fatali.
Una terapia promettente, ma con sfide
“Studi clinici hanno dimostrato che una singola somministrazione di terapia genica può portare a una riduzione drastica o eliminazione delle infusioni sostitutive – aggiunge Siragusa –. I benefici includono miglioramento della qualità della vita e minore impatto psicologico. Tuttavia restano alcune criticità, come la variabilità della risposta, la durata dell’effetto e la possibile risposta immunitaria. È necessario un monitoraggio a lungo termine”.