📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.9/100
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Criteri Critici
“Bellezza che cura”: al Santa Maria Annunziata attivo l’ambulatorio di estetica oncologica Città Metropolitana di Firenze
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Asl Toscana Centro - Firenze
“Bellezza che cura”: al Santa Maria Annunziata attivo l’ambulatorio di estetica oncologica
La persona oltre la patologia. Ogni giovedì uno spazio dedicato alla cura di sé durante il percorso oncologico
È attivo presso la Struttura di Oncologia Medica dell’ospedale Santa Maria Annunziata un ambulatorio di estetica oncologica rivolto alle persone seguite nel loro percorso di cura. Il nuovo servizio dà continuità al percorso avviato nell’ottobre scorso con un primo incontro rivolto a operatori, pazienti e cittadini, dedicato al valore dell’estetica oncologica e alle strategie utili a prevenire o attenuare i disagi cutanei e corporei legati ai trattamenti.
La malattia oncologica e le terapie possono avere un impatto significativo sull’immagine corporea, sull’autostima e, più in generale, sulla qualità di vita. Alterazioni della pelle, fragilità delle unghie, discromie, cicatrici e altri cambiamenti dell’aspetto fisico possono diventare infatti fonte di disagio emotivo, isolamento sociale e difficoltà nel riconoscersi.
Il progetto “Bellezza che cura” nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio riservato e accogliente nel quale ricevere ascolto, informazioni e indicazioni personalizzate, secondo un modello di assistenza attento alla persona nella sua globalità. L’ambulatorio è disponibile ogni giovedì, su appuntamento. Il percorso prevede un colloquio iniziale per la definizione dei bisogni e l’elaborazione di un piano personalizzato di autocura della durata di quattro settimane. Le attività comprendono indicazioni sulla detersione, l’idratazione e la fotoprotezione della pelle, consigli per la cura di mani e unghie fragili, tecniche di trucco correttivo e camouflage, tatuaggio para-medicale dell’areola e incontri di gruppo dedicati alla skincare. Tutte le consulenze si svolgono all’interno della Struttura di Oncologia Medica del presidio Santa Maria Annunziata. Per informazioni e prenotazioni è possibile rivolgersi direttamente al personale della Struttura.
«L’estetica oncologica non risponde a un’esigenza superficiale, ma a un bisogno che può assumere un’importanza significativa durante la malattia – sottolinea Maria Simona Pino, direttrice della Struttura di Oncologia Medica dei presidi Santa Maria Annunziata e Serristori -. Prendersi cura della pelle, dell’immagine corporea e della percezione di sé può contribuire a migliorare il benessere, a rafforzare l’autostima e ad accompagnare la persona in modo più completo durante il percorso oncologico. Con questo ambulatorio vogliamo offrire uno spazio competente, accogliente e concretamente orientato alla qualità di vita».
La realizzazione del progetto è stata resa possibile grazie alla collaborazione e al sostegno del Calcit Barberino Tavarnelle e del Calcit Chianti Fiorentino, associazioni da molti anni vicine all’Oncologia e impegnate sul territorio nella prevenzione, nell’assistenza e nel sostegno alle persone con malattia oncologica e alle loro famiglie. Il loro contributo si inserisce in una storia consolidata di iniziative rivolte al miglioramento dei percorsi di cura, dei servizi e della qualità di vita dei pazienti.
«Il progetto – dichiara Silvia Scoccianti, direttrice del Dipartimento Oncologico – esprime una visione della cura che non si limita al trattamento della malattia, ma considera i bisogni fisici, emotivi e relazionali della persona. L’attivazione stabile dell’ambulatorio rappresenta un ulteriore passo verso un’assistenza oncologica sempre più attenta alla qualità della vita».
03/09/2026 14.50
Asl Toscana Centro - Firenze
“Bellezza che cura”: al Santa Maria Annunziata attivo l’ambulatorio di estetica oncologica. La persona oltre la patologia. Ogni giovedì uno spazio dedicato alla cura di sé durante il percorso oncologico. È attivo presso la Struttura di Oncologia Medica dell’ospedale Santa Maria Annunziata un ambulatorio di estetica oncologica rivolto alle persone seguite nel loro percorso di cura. Il nuovo servizio dà continuità al percorso avviato nell’ottobre scorso con un primo incontro rivolto a operatori, pazienti e cittadini, dedicato al valore dell’estetica oncologica e alle strategie utili a prevenire o attenuare i disagi cutanei e corporei legati ai trattamenti. La malattia oncologica e le terapie possono avere un impatto significativo sull’immagine corporea, sull’autostima e, più in generale, sulla qualità di vita. Alterazioni della pelle, fragilità delle unghie, discromie, cicatrici e altri cambiamenti dell’aspetto fisico possono diventare infatti fonte di disagio emotivo, isolamento sociale e difficoltà nel riconoscersi. Il progetto “Bellezza che cura” nasce con l’obiettivo di offrire uno spazio riservato e accogliente nel quale ricevere ascolto, informazioni e indicazioni personalizzate, secondo un modello di assistenza attento alla persona nella sua globalità. L’ambulatorio è disponibile ogni giovedì, su appuntamento. Il percorso prevede un colloquio iniziale per la definizione dei bisogni e l’elaborazione di un piano personalizzato di autocura della durata di quattro settimane. Le attività comprendono indicazioni sulla detersione, l’idratazione e la fotoprotezione della pelle, consigli per la cura di mani e unghie fragili, tecniche di trucco correttivo e camouflage, tatuaggio para-medicale dell’areola e incontri di gruppo dedicati alla skincare. Tutte le consulenze si svolgono all’interno della Struttura di Oncologia Medica del presidio Santa Maria Annunziata. Per informazioni e prenotazioni è possibile rivolgersi direttamente al personale della Struttura. «L’estetica oncologica non risponde a un’esigenza superficiale, ma a un bisogno che può assumere un’importanza significativa durante la malattia – sottolinea Maria Simona Pino, direttrice della Struttura di Oncologia Medica dei presidi Santa Maria Annunziata e Serristori -. Prendersi cura della pelle, dell’immagine corporea e della percezione di sé può contribuire a migliorare il benessere, a rafforzare l’autostima e ad accompagnare la persona in modo più completo durante il percorso oncologico. Con questo ambulatorio vogliamo offrire uno spazio competente, accogliente e concretamente orientato alla qualità di vita». La realizzazione del progetto è stata resa possibile grazie alla collaborazione e al sostegno del Calcit Barberino Tavarnelle e del Calcit Chianti Fiorentino, associazioni da molti anni vicine all’Oncologia e impegnate sul territorio nella prevenzione, nell’assistenza e nel sostegno alle persone con malattia oncologica e alle loro famiglie. Il loro contributo si inserisce in una storia consolidata di iniziative rivolte al miglioramento dei percorsi di cura, dei servizi e della qualità di vita dei pazienti. «Il progetto – dichiara Silvia Scoccianti, direttrice del Dipartimento Oncologico – esprime una visione della cura che non si limita al trattamento della malattia, ma considera i bisogni fisici, emotivi e relazionali della persona. L’attivazione stabile dell’ambulatorio rappresenta un ulteriore passo verso un’assistenza oncologica sempre più attenta alla qualità della vita». redattore: Asl Toscana Centro - Firenze del: 03/09/2026
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
35.6/100
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Criteri Critici
Natalia Paragoni a Venezia: al Lido con la testa rasata dopo la diagnosi di linfoma Blasting News
Il 3 settembre 2026 Natalia Paragoni è arrivata al Lido per l’83ª Mostra del Cinema di Venezia con la testa rasata, dopo la diagnosi di linfoma di Hodgkin resa pubblica sui social. L’influencer, 28 anni, si è fermata davanti ai fotografi e ha detto: “Sono emozionata”. La sua presenza ha unito il contesto mondano della rassegna cinematografica alla scelta di mostrare senza filtri una fase personale delicata.
Un ingresso sobrio e significativo al Lido
Per il suo arrivo, Natalia Paragoni ha scelto un’immagine essenziale: camicia bianca oversize, gonna nera, maxi bag e occhiali scuri.
Un look lineare, lontano dagli eccessi, che ha lasciato al centro il suo volto e la testa rasata. Davanti agli obiettivi l’influencer è apparsa emozionata ma composta, trasformando un passaggio abituale per molti ospiti della Mostra in un momento dal valore personale evidente.
Il dettaglio degli occhiali scuri ha accompagnato un’apparizione costruita con misura. La scelta di non nascondere i segni del percorso di cura ha dato all’arrivo un significato diverso dal semplice racconto di stile. Al Lido, tra fotografi e presenze del mondo dello spettacolo, Paragoni ha portato una testimonianza pubblica coerente con il modo diretto con cui ha comunicato la malattia ai follower.
La diagnosi di linfoma e la condivisione pubblica
Natalia Paragoni aveva già parlato apertamente del linfoma di Hodgkin sui social. La diagnosi è arrivata quando era all’ottavo mese di gravidanza della secondogeneta, un passaggio che lei ha scelto di non tenere nascosto. Nei contenuti pubblicati ha mostrato anche i capelli rasati, ricevendo molte reazioni di sostegno da parte della sua comunità online.
Il racconto della malattia non ha seguito toni drammatici, ma un registro personale e diretto. La condivisione ha raccolto milioni di visualizzazioni e numerosi messaggi, soprattutto per il modo in cui l’influencer ha affrontato un tema complesso senza rinunciare alla propria quotidianità. Il suo arrivo a Venezia si inserisce quindi in un percorso già reso pubblico, nel quale immagine, salute e vita familiare restano strettamente legate.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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38.9/100
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Criteri Critici
Natalia Paragoni arriva al Lido con testa rasata dopo diagnosi di linfoma V-news.it
Natalia Paragoni ha fatto un arrivo shock alla Mostra del Cinema di Venezia, presentandosi con la testa rasata dopo la diagnosi di linfoma di Hodgkin, e ha condiviso il suo coraggio sui social, ispirando molti con il suo messaggio di resilienza e speranza. La sua presenza all'evento non solo celebra la sua forza personale, ma sensibilizza anche sull'importanza della diagnosi precoce.
Arrivo Shock alla Mostra di Venezia
(Adnkronos) – L’arrivo di Natalia Paragoni alla 83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ha superato il glamour. L’influencer 28enne è arrivata con la testa rasata, dopo la diagnosi di linfoma di Hodgkin. “Sono emozionata”, ha dichiarato ai fotografi. Per l’occasione, ha scelto un look essenziale ma elegante: camicia over bianca, gonna nera e una maxi bag, completando il tutto con occhiali scuri.
Una Lotta Visibile e Coraggiosa
Paragoni ha affrontato apertamente la sua malattia sui social, condividendo la diagnosi di linfoma di Hodgkin ricevuta mentre era all’ottavo mese di gravidanza della secondogenita. Nonostante il momento difficile, si è mostrata con i capelli rasati in un video che ha ottenuto milioni di visualizzazioni e numerosi messaggi di sostegno. “Nonostante la battaglia che stai affrontando, riesci a trasmettere un’energia positiva, una luce e un sorriso che arrivano dritti al cuore”, ha commentato un utente su uno dei suoi post.
Sostegno della Comunità Online
Il coraggio di Natalia ha ispirato molti dei suoi follower, che hanno espresso la loro vicinanza attraverso commenti e messaggi privati. “La tua forza è contagiosa”, ha scritto un altro fan, sottolineando come la Paragoni riesca a portare un messaggio di speranza anche nei momenti più bui. La sua presenza alla Mostra di Venezia non è solo un atto di coraggio personale, ma anche un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla malattia e sull’importanza della diagnosi precoce.
Un Messaggio di Speranza e Bellezza
La scelta di Paragoni di presentarsi con la testa rasata al Lido rappresenta un forte simbolo di resilienza e bellezza interiore. La bellezza, ha dimostrato, non è legata solo all’aspetto fisico, ma anche alla forza e all’autenticità che una persona riesce a trasmettere. “Ogni giorno è una nuova opportunità”, ha aggiunto, incoraggiando chiunque si trovi a combattere una battaglia simile a non arrendersi. La sua partecipazione alla Mostra del Cinema di Venezia segna una tappa importante non solo nella sua carriera, ma anche nel suo percorso di guarigione.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
63.0/100
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B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Malattia di Huntington, uniQure presenta alla FDA la domanda per la prima terapia genica pharmastar.it
Dopo un percorso regolatorio particolarmente travagliato, uniQure ha presentato alla Food and Drug Administration statunitense la domanda di autorizzazione per ifezuntirgene inilparvovec, precedentemente noto come AMT-130, terapia genica sperimentale sviluppata per rallentare la progressione della malattia di Huntington.
La Biologics License Application riguarda la richiesta di approvazione accelerata. L’azienda ha inoltre domandato alla FDA la revisione prioritaria che, se concessa, ridurrebbe a sei mesi il periodo di valutazione dopo i 60 giorni previsti per stabilire se la domanda sia sufficientemente completa da poter essere formalmente accettata.
Parallelamente, uniQure ha presentato alla Medicines and Healthcare products Regulatory Agency britannica la domanda di autorizzazione all’immissione in commercio della terapia nel Regno Unito.
Se autorizzata, ifezuntirgene inilparvovec potrebbe diventare la prima terapia capace di modificare il decorso della malattia di Huntington, per la quale non sono attualmente disponibili trattamenti approvati in grado di ritardarne l’esordio o rallentarne la progressione.
Una terapia somministrata direttamente nel cervello
Ifezuntirgene inilparvovec è una terapia genica sperimentale basata su un vettore virale adeno-associato di sierotipo 5, progettato per trasportare una micro-RNA artificiale capace di silenziare il gene dell’huntingtina.
L’obiettivo è ridurre la produzione della proteina huntingtina mutata e del frammento tossico derivato dall’esone 1, considerati elementi centrali nei processi neurodegenerativi responsabili della malattia.
Il trattamento viene somministrato una sola volta attraverso una procedura neurochirurgica stereotassica guidata dalla risonanza magnetica. Mediante piccoli cateteri, la terapia viene infusa direttamente nello striato, in particolare nel caudato e nel putamen, aree cerebrali fortemente coinvolte nella malattia di Huntington.
La somministrazione locale punta a raggiungere le regioni cerebrali interessate dalla patologia, limitando al tempo stesso l’esposizione sistemica. L’effetto della terapia, una volta introdotto il materiale genetico nelle cellule bersaglio, è concepito per essere duraturo.
I risultati a tre anni
La domanda presentata alla FDA si basa principalmente sui risultati a tre anni degli studi di fase 1/2 condotti negli Stati Uniti e in Europa.
Nell’analisi dei 12 pazienti trattati con la dose più alta, ifezuntirgene inilparvovec è stato associato a un rallentamento del 75% della progressione della malattia, misurata attraverso la Composite Unified Huntington’s Disease Rating Scale, rispetto a un gruppo di controllo esterno selezionato dalla banca dati di storia naturale Enroll-HD mediante propensity score matching. La differenza ha raggiunto la significatività statistica (P = 0,003).
La scala composita integra diversi aspetti della malattia, comprendendo funzione motoria, capacità cognitive e autonomia nelle attività quotidiane, e viene utilizzata per seguire l’evoluzione clinica complessiva della patologia.
Anche la Total Functional Capacity, endpoint secondario chiave che misura la capacità del paziente di lavorare, gestire le proprie finanze, svolgere le attività quotidiane e vivere in maniera autonoma, ha mostrato un rallentamento del declino pari al 60% rispetto al controllo esterno (P = 0,033).
A 36 mesi è stata inoltre osservata una riduzione media dell’8,2% rispetto al basale dei livelli di neurofilamento a catena leggera nel liquido cerebrospinale. Questo biomarcatore viene considerato un indicatore del danno neuronale, anche se il suo significato clinico deve essere valutato insieme agli altri risultati dello studio.
Secondo l’azienda, il trattamento è risultato generalmente tollerabile a entrambi i dosaggi e dal dicembre 2022 non sono emersi nuovi eventi avversi gravi considerati correlati alla terapia. Gli eventi più comuni sono stati principalmente associati alla procedura neurochirurgica necessaria per la somministrazione.
uniQure prevede di presentare entro la fine del terzo trimestre del 2026 una nuova analisi con quattro anni di follow-up.
Un programma clinico ancora di dimensioni limitate
Il programma di fase 1/2 comprende due studi multicentrici con aumento progressivo della dose.
Lo studio statunitense ha arruolato 26 pazienti con malattia di Huntington in fase iniziale: 6 hanno ricevuto la dose più bassa, 10 quella più alta e 10 sono stati sottoposti inizialmente a una procedura neurochirurgica simulata. Quattro partecipanti del gruppo di controllo sono successivamente passati al trattamento dopo circa 12 mesi.
Lo studio europeo in aperto ha coinvolto altri 13 pazienti, 6 trattati con la dose più bassa e 7 con quella più alta.
Una terza coorte di 12 pazienti ha valutato entrambi i dosaggi in associazione a un regime immunosoppressivo, mentre una quarta coorte statunitense di 6 persone sta studiando la dose elevata in pazienti con volumi striatali inferiori rispetto a quelli delle coorti precedenti.
La domanda regolatoria si fonda quindi su un numero limitato di pazienti e su un confronto principale con una popolazione esterna derivata da Enroll-HD, anziché su un ampio studio randomizzato e controllato.
Questo rappresenterà presumibilmente uno dei punti centrali della valutazione della FDA. Le differenze tra i pazienti trattati e quelli appartenenti a una coorte di storia naturale possono infatti essere influenzate da fattori clinici e metodologici difficili da eliminare completamente, anche utilizzando tecniche statistiche di abbinamento.
Il travagliato confronto con la FDA
Il deposito della domanda arriva dopo mesi di indicazioni contrastanti da parte dell’agenzia statunitense.
Nel novembre 2024, le interlocuzioni con la FDA avevano indotto uniQure a ritenere che i dati raccolti negli studi in corso, confrontati con una coorte esterna, potessero sostenere una richiesta di approvazione accelerata.
Nel novembre 2025, tuttavia, l’agenzia aveva comunicato che le evidenze disponibili non erano sufficienti per supportare la presentazione della domanda. Durante un successivo incontro di tipo A, la FDA aveva indicato la necessità di un nuovo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato mediante una procedura neurochirurgica simulata.
La richiesta aveva suscitato un acceso dibattito. Un simile disegno avrebbe comportato che alcuni partecipanti fossero sottoposti a una procedura cerebrale invasiva senza ricevere la terapia genica, sollevando interrogativi etici e pratici in una malattia rara, progressiva e priva di trattamenti capaci di modificarne il decorso.
Nel giugno 2026 è arrivato un nuovo cambiamento di posizione. Al termine di un incontro di tipo B, la FDA ha comunicato che l’analisi a tre anni degli studi di fase 1/2 poteva essere utilizzata come base principale della domanda di approvazione accelerata.
L’agenzia e l’azienda hanno inoltre discusso il disegno dello studio confermativo che sarebbe necessario dopo un’eventuale autorizzazione. Tra le possibilità considerate figura un confronto con pazienti trattati secondo lo standard di cura, evitando il ricorso a una procedura neurochirurgica simulata.
Che cos’è la malattia di Huntington
La malattia di Huntington è una patologia neurodegenerativa rara, ereditaria e progressiva, causata dall’espansione anomala della tripletta CAG nel primo esone del gene HTT.
La mutazione determina la produzione di una forma alterata della proteina huntingtina, che si accumula nelle cellule nervose e ne compromette progressivamente la funzione.
La malattia si trasmette con modalità autosomica dominante: ogni figlio di una persona portatrice della mutazione presenta una probabilità del 50% di ereditarla.
I sintomi comprendono disturbi del movimento, tra cui la corea, alterazioni del comportamento e della sfera psichiatrica, deterioramento cognitivo e progressiva perdita dell’autonomia. Negli Stati Uniti, nell’Unione europea e nel Regno Unito si stima che circa 75mila persone convivano con la malattia, mentre centinaia di migliaia sono esposte al rischio genetico.
I trattamenti disponibili possono contribuire a controllare alcuni sintomi motori, psichiatrici o comportamentali, ma non modificano il processo neurodegenerativo sottostante.
Designazioni regolatorie e prossimi passaggi
Ifezuntirgene inilparvovec ha ottenuto dalla FDA le designazioni di farmaco orfano, Fast Track, Regenerative Medicine Advanced Therapy e Breakthrough Therapy. È il primo candidato sperimentale per la malattia di Huntington ad aver ricevuto sia la designazione RMAT sia quella di Breakthrough Therapy.
Queste qualifiche consentono un’interazione più frequente con l’agenzia e possono agevolare lo sviluppo e la revisione, ma non rappresentano una garanzia di approvazione.
La FDA dovrà innanzitutto decidere se accettare formalmente la domanda. Se concederà anche la revisione prioritaria, il processo regolatorio potrà essere completato in sei mesi dopo il periodo iniziale di verifica della documentazione.
La questione decisiva sarà stabilire se l’entità e la durata del beneficio osservato, nonostante il piccolo campione e l’impiego di un controllo esterno, siano sufficienti a sostenere un rapporto beneficio-rischio favorevole.
La presentazione della domanda rappresenta comunque un passaggio importante per la comunità dei pazienti. Per la prima volta una terapia genica diretta contro il meccanismo biologico alla base della malattia di Huntington entra nella fase conclusiva del percorso regolatorio statunitense.
Fonti:
uniQure. uniQure Announces Submission of Biologics License Application for Ifezuntirgene Inilparvovec (AMT-130) in Huntington’s Disease. 2 settembre 2026.
Comunicato sulla presentazione della domanda
uniQure: programma clinico nella malattia di Huntington
BioPharma Dive: la notizia e il contesto regolatorio
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
37.0/100
Punteggio Totale
C
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❌
Criteri Critici
Natalia Paragoni a Venezia con la testa rasata: il look dopo la diagnosi di linfoma di Hodgkin. «Vorrei portare anche le bimbe» Leggo.it
Quando un arrivo alla Mostra del Cinema di Venezia va oltre il semplice glamour.Natalia Paragoniè sbarcata in Laguna sfoggiando con orgoglio la testa rasata dopo la diagnosi dilinfoma di Hodgkin, trasformando la passerella in un inno alla vita e alla forza. «Sono emozionata», ha confidato ai fotografi presenti al suo sbarco l'influencer ventottenne, pronta a vivere la magia del Festival con una consapevolezza del tutto nuova. L'influencer ha scelto di affrontare la malattia alla luce del sole, condividendo con i suoi follower sui social la difficile diagnosi ricevuta mentre era all’ottavo mese di gravidanza della sua secondogenita. Un ostacolo enorme che Natalia ha deciso di sfidare senza nascondersi: fin da subito si è mostrata sui social con i capelli rasati, lanciando un messaggio di straordinario coraggio attraverso un video che ha raccolto milioni di visualizzazioni. L'affetto della rete è stato immediato, tra centinaia di messaggi di vicinanza e ammirazione. Per l'occasione, Paragoni non ha rinunciato al suo impeccabile senso dello stile, optando per un look essenziale ma decisamente glam: camicia bianca oversized, gonna nera, una maxi bag da urlo e gli immancabili occhiali scuri per quel tocco da diva d'altri tempi che fa sempre sognare.In un video condiviso a bordo del taxi acqueo, tra il sole e la vista mozzafiato di San Marco, l'influencer ha confermato tutto il suo entusiasmo: «E anche quest'anno si va a Venezia! È sempre bello tornarci, comunque sia, in quest'occasione. Poi vorrei portare anche le bimbe una volta, una gita noi in famiglia. Bellissimo!». Una lezione di stile, ma soprattutto di vita, che ha conquistato proprio tutti.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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45.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
In sviluppo in Italia una terapia di precisione contro uno dei tumori cerebrali più difficili da trattare, il glioblastoma: è lo scopo di TEPOV - "Targeting the erythropoietin variant EV-3 to reprogram glioblastoma malignancy", progetto selezionato dall'Eu...…
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
35.2/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Mostra Venezia, Natalia Paragoni sbarca al Lido con testa rasata dopo diagnosi linfoma di Hodgkin Piemonte Sport
(Adnkronos) – Quando un arrivo alla Mostra del Cinema di Venezia va oltre il glamour. Natalia Paragoni è sbarcata alla 83esima edizione con la testa rasata, dopo la diagnosi di linfoma di Hodgkin. “Sono emozionata”, ha detto l’influencer 28enne ai fotografi presenti al suo sbarco. Per l’occasione, ha scelto un look essenziale ma glam: camicia over bianca, gonna nera e una maxi bag. Immancabile l’occhiale scuro per dare un tocco di diva d’altri tempi.
Paragoni ha parlato apertamente della sua malattia sui social, rompendo ogni tabù. Con i suoi follower ha condiviso la diagnosi di linfoma di Hodgkin ricevuta mentre era all’ottavo mese di gravidanza della secondogenita. Nonostante il momento difficile, l’influencer si è mostrata fin da subito con i capelli rasati, in un video che ha raccolto milioni di visualizzazioni e centinaia di messaggi di sostegno. “Nonostante la battaglia che stai affrontando, riesci a trasmettere un’energia positiva, una luce e un sorriso che arrivano dritti al cuore”, le aveva scritto un utente commentando uno dei suoi post.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al seno, dal Cro dati incoraggianti: con una diagnosi precoce la sopravvivenza supera il 90% PordenoneToday
La diagnosi precoce può fare la differenza secondo quanto emerge dalla ricerca sul tumore della mammella coordinata dal Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia e condotta dal Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Lo studio, sostenuto dal Ministero della Salute, si è concentrato sul tumore al seno analizzando le caratteristiche di oltre 10.400 donne che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario invasivo in Friuli Venezia Giulia tra il 2004 e il 2014, e che sono state seguite dai medici fino al 2023.
I dati, in questo caso, sono incoraggianti: se scoperto in tempo, la sopravvivenza può superare il 90% a dieci anni dalla diagnosi. Un dato che conferma ancora una volta l'importanza della prevenzione e i passi in avanti della ricerca portata avanti dai professionisti in campo sanitario.
La ricerca
Lo studio, per la prima volta in Italia, ha stimato la sopravvivenza a dieci anni considerando insieme tre fattori fondamentali: lo stadio alla diagnosi, il profilo molecolare e il grado istologico del tumore. Questa lettura integrata ha permesso di descrivere con maggiore precisione la prognosi delle diverse forme di tumore e individuare i gruppi di pazienti per le quali possono essere indicati percorsi di cura e di controllo più personalizzati.
“Il principale punto di forza è la possibilità di osservare gli esiti nell’intera popolazione, e non soltanto in gruppi selezionati di pazienti”, ha dichiarato Fabiola Giudici, ricercatrice dell’Epidemiologia Oncologica del CRO e prima autrice della ricerca. “Considerare insieme stadio, sottotipo molecolare e grado istologico offre un quadro prognostico molto più preciso rispetto alla valutazione dei singoli fattori. Queste informazioni possono aiutare a definire programmi di controllo proporzionati al rischio e a fornire alle donne indicazioni più accurate sulla prognosi a lungo termine”.
I risultati
I risultati della ricerca sottolineano quanto sia decisiva la diagnosi precoce. Se il tumore viene scoperto in stadio I, la sopravvivenza netta a dieci anni supera il 90 per cento in tutti i sottotipi molecolari. Il numero cresce fino a raggiungere il 98,8 per cento nelle forme con recettori ormonali positivi e HER2-negative.
Lo studio offre inoltre dei dati interessanti confrontando i due periodi presi in esame (2004-2009 e 2010-2014). La sopravvivenza si mantiene molto elevata per i tumori in stadio I. Tra le donne con un carcinoma HER2-positivo, con recettori ormonali negativi e in stadio III, la sopravvivenza netta a dieci anni è passata dal 48,6 all’87,9 per cento. Nel caso invece delle forme triplo-negative in stadio III, il dato è aumentato dal 28,8 al 42,3 per cento.
“Questi risultati mostrano perché un Registro Tumori di qualità rappresenti una vera infrastruttura per la sanità pubblica e la ricerca”, sottolinea Luigino Dal Maso, direttore dell’Epidemiologia Oncologica del CRO di Aviano e del Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia. “La completezza dei dati e la possibilità di seguire le persone per molti anni consentono di misurare, nella popolazione, i cambiamenti della prognosi legati ai progressi della diagnosi e delle cure. Un Registro Tumori non si limita a contare i nuovi casi: permette di valutare gli esiti, riconoscere i bisogni ancora senza risposta e offrire elementi concreti per orientare la programmazione sanitaria”.
I miglioramenti registrati nelle forme HER2-positive sono legati all’introduzione e alla progressiva diffusione delle terapie mirate. Eppure la prognosi ancora sfavorevole di alcuni sottogruppi (le forme triplo-negative scoperte in stadio avanzato) rende necessario proseguire nella ricerca e garantire un accesso tempestivo all’innovazione.
L'importanza dello screening
La ricerca conferma inoltre la centralità dei programmi organizzati di screening mammografico, dato che circa la metà dei tumori inclusi nello studio è stata diagnosticata in stadio I.
“I risultati migliori nascono dall’integrazione tra screening, diagnostica radiologica e patologica, chirurgia, oncologia medica e radioterapia”, afferma il dottor Samuele Massarut, direttore del Dipartimento di Chirurgia Oncologica e responsabile della Breast
Unit del CRO. “Individuare il tumore in fase iniziale significa aumentare le probabilità di guarigione e, spesso, poter ricorrere a interventi chirurgici più mirati e meno invasivi. Questi dati rafforzano il valore dei percorsi multidisciplinari e l’importanza di una partecipazione consapevole ai programmi di screening”.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
56.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al seno, quando la radioterapia a sinistra richiede più protezione per il cuore mondosanita.it
Il dato che emerge dall’analisi di 23.305 donne sottoposte a radioterapia dopo un intervento per tumore della mammella merita attenzione, ma non allarmismo: quando il trattamento riguarda il lato sinistro, il rischio di cardiopatia ischemica può aumentare, soprattutto nelle pazienti che presentano già una vulnerabilità cardiovascolare. Questo non significa che si debba rinunciare a una terapia capace di ridurre le recidive e migliorare il controllo della malattia. Significa, invece, che non possiamo curare il tumore dimenticando il cuore.
La ragione anatomica è semplice. Il cuore si trova immediatamente dietro la parete toracica ed è lievemente spostato verso sinistra; durante l’irradiazione della mammella sinistra, dunque, una piccola quantità di radiazioni può raggiungere il muscolo cardiaco e le arterie coronarie, nonostante la precisione delle apparecchiature moderne. È necessario però introdurre subito una distinzione: il lato del tumore non coincide con la dose effettivamente assorbita dal cuore. Il rischio nasce dall’incontro fra l’esposizione reale e la vulnerabilità della singola persona.
I due ricercatori coreani che hanno esaminato i trattamenti eseguiti fra il 2002 e il 2018 hanno escluso le donne alle quali fosse già stata diagnosticata una cardiopatia ischemica. Nel complesso, la radioterapia a sinistra è risultata associata a un incremento relativo del rischio dell’11 per cento rispetto a quella a destra. A otto anni, l’incidenza cumulativa era pari all’11,1 per cento contro il 9,9 per cento: 1,2 punti percentuali di differenza assoluta. La sopravvivenza, tuttavia, era sostanzialmente identica. Il lavoro, pubblicato il 2 settembre su JAMA Network Open, non indica dunque che il trattamento della mammella sinistra debba essere evitato; pone una domanda più utile: quali pazienti richiedono una protezione più intensa?
Per rispondere, gli autori hanno considerato sei caratteristiche presenti prima delle cure: età pari o superiore a 55 anni, indice di massa corporea pari o superiore a 25, fumo, ipertensione, diabete e dislipidemia, cioè un’alterazione dei grassi nel sangue. Fra le donne con non più di due fattori, la differenza fra trattamento sinistro e destro non raggiungeva la significatività statistica. Nelle pazienti che ne presentavano esattamente tre, invece, a otto anni la cardiopatia ischemica era stata diagnosticata nel 20,3 per cento dei casi irradiati a sinistra e nel 15,2 per cento di quelli irradiati a destra: una differenza assoluta di 5,1 punti e un rischio relativo superiore del 37 per cento.
È comprensibile che un risultato simile induca a cercare una soglia immediata. Ma non sarebbe corretto. Il numero tre non rappresenta un confine biologico, né può diventare automaticamente una nuova regola clinica. Nei gruppi con quattro o cinque fattori l’associazione non era significativa, probabilmente anche perché il numero delle pazienti era ridotto e le stime, di conseguenza, più incerte. Inoltre non è stato eseguito un test formale in grado di dimostrare che il carico cardiovascolare modifichi realmente l’effetto della radioterapia. Gli stessi autori definiscono il punteggio uno strumento esplorativo, ancora da convalidare. La ricerca procede attraverso segnali da verificare, non attraverso soglie “magiche”.
Ciò non toglie che l’ipotesi biologica sia plausibile. Le radiazioni possono danneggiare l’endotelio, vale a dire il sottile rivestimento interno dei vasi sanguigni, e favorire infiammazione, stress ossidativo e, nel tempo, aterosclerosi delle coronarie. Se quel rivestimento è già compromesso dall’ipertensione, dal diabete, dal fumo o dalla dislipidemia, un’ulteriore esposizione può produrre conseguenze maggiori. Uno studio pubblicato nel 2013 sul New England Journal of Medicine, fondato soprattutto su trattamenti meno recenti, aveva stimato un aumento relativo degli eventi coronarici maggiori del 7,4 per cento per ogni gray ricevuto mediamente dal cuore.
Da allora, tuttavia, le possibilità di protezione sono migliorate. Innanzitutto, la pianificazione tridimensionale consente di definire con maggiore precisione i volumi da trattare. In secondo luogo, l’apnea in inspirazione profonda, riempiendo i polmoni ed espandendo il torace, allontana temporaneamente il cuore dalla parete mammaria durante l’irradiazione. Infine, in casi selezionati, si possono impiegare la modulazione dell’intensità, la posizione prona o i protoni. La dose cardiaca realmente assorbita, valutata insieme al profilo cardiovascolare della paziente, è dunque molto più informativa della sola indicazione “destra” o “sinistra”.
Proprio qui si trova il principale limite dello studio. Le informazioni provenivano da archivi amministrativi e non permettevano di conoscere né la dose ricevuta dal cuore di ciascuna donna né le tecniche adottate per proteggerlo. La sede sinistra del tumore era dunque soltanto un indicatore indiretto dell’esposizione. Inoltre, la definizione di cardiopatia ischemica riuniva angina, infarto e forme croniche senza distinguerne la gravità; il follow-up mediano, pari a 4,3 anni, è breve per danni che possono manifestarsi anche dopo decenni. Saranno necessari studi condotti in altre popolazioni e corredati da dati dosimetrici individuali.
Il problema, a questo punto, non è attendere passivamente nuove conferme, ma utilizzare con razionalità ciò che già sappiamo. La protezione cardiovascolare deve cominciare prima che venga acceso l’apparecchio: occorre misurare pressione arteriosa, glicemia e colesterolo; intervenire sul fumo e sul peso; considerare l’eventuale impiego di altre terapie cardiotossiche; coinvolgere, quando necessario, la cardio-oncologia. È l’impostazione indicata anche dalle linee guida della Società europea di cardiologia.
Quante complicanze potrebbero essere evitate se la valutazione del rischio diventasse parte ordinaria del percorso oncologico? E quante pazienti potrebbero affrontare le cure con maggiore sicurezza, senza essere costrette a scegliere idealmente fra il controllo del tumore e la salute cardiovascolare? Non disponiamo ancora di tutte le risposte, ma la direzione è chiara: integrare competenze oncologiche e cardiologiche, personalizzare la protezione, raccogliere dati migliori.
Non meno radioterapia, dunque, ma una radioterapia più consapevole; non paura della cura, ma conoscenza dei rischi e capacità di ridurli. Curare significa considerare la persona nella sua interezza, perché il cuore non è uno spettatore del trattamento e la tutela della sua salute è parte della stessa responsabilità medica che impone di combattere il tumore.
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Chung SY, Noh OK. Laterality of Breast Radiotherapy and Ischemic Heart Disease by Cardiovascular Risk Burden. JAMA Network Open. 2026;9(9):e2631356. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.31356.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Infezioni Sessualmente Trasmesse. L’Asl Roma 3 avvia il Percorso Integrato di Cura quotidianosanita.it
Da venerdì 4 settembre partirà il PIC, percorso integrato di cura per le Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST) della ASL Roma 3. Un modello assistenziale multidisciplinare con il quale uniformare e agevolare la presa in carico della persona maggiorenne o minore accompagnato, riducendo le barriere d’accesso ai servizi, accorciando i tempi diagnostici e garantendo l’inizio rapido di una terapia mirata. Una risposta alla necessità di gestire in modo coordinato la crescente incidenza delle infezioni sessualmente trasmesse spesso asintomatiche e caratterizzate da gravi complicanze a lungo termine. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità sono in costante crescita sul territorio nazionale: nel 2024 rispetto al 2023 sono aumentate le infezioni da clamidia (+41,5%) con una prevalenza nella fascia di età 15-24 anni. I casi di gonorrea sono quintuplicati dal 2010 al 2024 e tra il 2021 e il 2024 c’è stato un incremento dell’84%. Per quanto riguarda la sifilide nel periodo 2021-2024 le segnalazioni sono aumentate del 16% e nel solo 2024 i centri hanno segnalato 695 nuovi casi.
Il percorso si articola in 4 fasi: consulenza e informazione (con colloqui confidenziali e consueling specialistico); diagnosi e test (screening completi, risultati in tempi brevi); trattamento mirato (protocolli terapeutici moderni personalizzati); follow up e supporto (monitoraggio nel tempo).
Il servizio, attivo all’interno del Centro Test e Counseling di via dei Romagnoli a Ostia Antica vedrà l’impegno di diverse figure professionali: infermieri, ostetriche, medici, infettivologi e ginecologi per una presa in carico della persona. L’accesso al servizio è libero, senza impegnativa e prenotazione. E’ possibile contattare il CTC di Ostia Antica al numero 0656483011 per un triage telefonico operativo cinque giorni feriali alla settimana dalle 8.30 alle 13, mentre il lunedì e il giovedì il servizio è prolungato fino alle 16.
Le fasi principali che caratterizzano il percorso sono: accettazione (triage telefonico o accesso diretto con valutazione priorità assistenziale), visita infermieristica e colloquio pre-test strutturato secondo le competenze di base del counselling, visita medica, controllo esami e restituzione referti con colloquio post-test in caso di positività, terapie eventuali con programmazione ed effettuazione di controlli post terapia medica (TOC), follow up (FU), colloqui di prevenzione per il sesso più sicuro strutturati secondo le competenze di base del counseling, valutazione della necessità di vaccinazioni/screening oncologici e eventuale invio a consulenti/servizi interni/esterni, dimissione.
“L’obiettivo principale è quello di ridurre l’incidenza delle infezioni sessualmente trasmesse come HIV, sifilide, gonorrea, clamidia e HPV con screening mirati, educazione e accesso rapido a test e cure. Oltre al miglioramento della sorveglianza epidemiologica e la risposta integrata ospedale-territorio, in linea con il Piano Nazionale AIDS (PNAIDS). La tendenza degli ultimi anni disegna un quadro caratterizzato da una costante crescita di queste malattie. Elemento che ci induce a operare in maniera sempre più pressante sul fronte della prevenzione, di una tempestiva diagnosi, sulle vaccinazioni e su una continua informazione e sensibilizzazione sul tema”, spiega in una nota Aldo Benevelli , responsabile del Dipartimento di Prevenzione della ASL Roma 3
“Il PIC è un ulteriore e importante passo in avanti nell’organizzazione della nostra offerta sanitaria, garantendo facilità di accesso, diagnosi precoci e prevenzione nel totale rispetto della riservatezza e della dignità delle persone. Un progetto che consente di operare affinché possa ridursi la possibilità della diffusione delle Infezioni Sessualmente Trasmesse e le eventuali complicanze”, sottolinea Laura Figorilli , Direttore Generale della ASL Roma 3.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.5/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Glioblastoma, Erc finanzia progetto italiano su nuovo bersaglio terapeutico La Provincia di Cremona
ROMA - Un nuovo bersaglio molecolare per contrastare il glioblastoma, uno dei tumori cerebrali più aggressivi e difficili da trattare, sarà al centro di TEPOV - "Targeting the erythropoietin variant EV-3 to reprogram glioblastoma malignancy", progetto selezionato dall'European Research Council nell'ambito degli ERC Starting Grants 2026. Il progetto, guidato dal prof. Giovanni Marfia, sarà ospitato dalla biotech milanese Andremacon S.r.l., che metterà a disposizione la propria piattaforma di ricerca e il candidato terapeutico proprietario AND-C4, un anticorpo monoclonale progettato per riconoscere selettivamente EV-3, una variante dell'eritropoietina associata all'aggressività del glioblastoma. Secondo i dati preliminari, EV-3 è particolarmente espressa nelle cellule staminali tumorali e sarebbe coinvolta in processi come proliferazione, angiogenesi, immunosoppressione, resistenza alle terapie e recidiva. AND-C4 ha mostrato un'affinità per EV-3 circa 100 volte superiore rispetto all'eritropoietina nativa e, negli studi preclinici, ha evidenziato la capacità di raggiungere il tumore, ridurne la crescita e prolungare la sopravvivenza nei modelli sperimentali. TEPOV svilupperà anche GBO³D, una piattaforma tridimensionale derivata dai pazienti che integra organoidi, microfluidica e tecnologie lab-on-chip per riprodurre il tumore e il suo microambiente, compresi tessuto cerebrale, barriera emato-encefalica, compartimento vascolare e sistema immunitario. La tecnologia sarà poi valutata in modelli più complessi, con l'obiettivo di avvicinare la sperimentazione alla situazione osservata nei pazienti. "Per anni nella ricerca sul glioblastoma siamo riusciti a curare molto bene i modelli sperimentali, molto meno i pazienti. TEPOV nasce dalla necessità di ridurre questa distanza: prima di chiedere a una nuova terapia di funzionare nell'uomo, dobbiamo metterla alla prova in modelli che assomiglino molto di più alla malattia che incontriamo nel paziente", spiega Marfia. "Il glioblastoma non è semplicemente una massa di cellule tumorali: è un ecosistema. Al suo interno, popolazioni cellulari relativamente piccole possono comportarsi come un centro di comando della malattia, contribuendo alla resistenza alle terapie, alla soppressione della risposta immunitaria e alla recidiva. La grande novità consiste nel colpire selettivamente uno dei segnali attraverso cui questo ecosistema viene mantenuto, con l'ambizione non soltanto di attaccare il tumore, ma di riprogrammare e sovvertirne il microambiente dall'interno spegnendone l'aggressività", conclude. Nel bando ERC Starting Grants 2026 sono state presentate 4.807 proposte, di cui 421 finanziate, con un tasso di successo dell'8,8% e un investimento complessivo di 705 milioni di euro. Andremacon è l'unica PMI tra le Host Institution dei progetti ERC Starting Grant finanziati nel 2026, mentre TEPOV è l'unico progetto italiano selezionato nel panel LS7 - Prevention, Diagnosis and Treatment of Diseases. "Ospitare un progetto ERC di questo livello, mettendo a disposizione la nostra piattaforma di ricerca e AND-C4, ci riempie di orgoglio. È un traguardo che arriva a pochi mesi da un altro riconoscimento europeo indipendente: la designazione di farmaco orfano che l'European Medicines Agency, EMA, ha assegnato alla stessa molecola per il trattamento del glioblastoma. Due percorsi di valutazione completamente diversi, che si rafforzano a vicenda e che validano il razionale scientifico del nostro progetto", commenta Giovanni Andrea Alotta, CEO di Andremacon. "Un risultato che premia una storia tutta italiana, nata attorno a un tavolo da un gruppo di persone che hanno deciso di mettere le proprie competenze al servizio di una causa comune: dare finalmente una risposta a una malattia che, ad oggi, non ha ancora una cura. Sappiamo che la strada tra ricerca preclinica e paziente è ancora lunga, ma i risultati preclinici raccolti finora ci danno fiducia. Continueremo a investire su questo obiettivo, oggi più forti e determinati che mai", conclude Alotta. Andremacon ha inoltre ottenuto dall'EMA la Orphan Drug Designation per AND-C4 nel trattamento dei tumori cerebrali, consentendo alla molecola di accedere al percorso europeo dedicato allo sviluppo dei medicinali orfani. - foto: ufficio stampa Andremacon - col4/com 03-Set-26 12:05
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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63.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Tumori, quando le cellule riaccendono i programmi della vita embrionale: nuove firme molecolari aprono la strada a cure innovative Mondosanità
Alfa-fetoproteina, antigene carcinoembrionario e Nectin-4 sono alcune delle tracce di un fenomeno più ampio: molte cellule tumorali riattivano programmi normalmente utilizzati durante lo sviluppo dell’embrione e del feto. Le ricerche sulla riprogrammazione oncofetale stanno producendo biomarcatori, farmaci mirati e strategie capaci di restituire alle cellule una maggiore differenziazione. Anche la placenta, con i suoi sistemi di crescita controllata, neoangiogenesi e tolleranza immunitaria, sta diventando un laboratorio naturale dal quale ricavare nuovi strumenti contro il cancro.
Per molto tempo il tumore è stato descritto soprattutto come il risultato di una proliferazione cellulare fuori controllo. Questa definizione resta corretta, ma oggi appare incompleta. Una parte crescente della ricerca indica che la trasformazione tumorale comporta anche un’alterazione dell’identità della cellula.
Una cellula del fegato, del colon, della mammella o del polmone possiede caratteristiche precise, costruite nel corso dello sviluppo. Produce determinate proteine, svolge funzioni specializzate e mantiene spenti molti geni utilizzati soltanto nelle fasi embrionali. Quando diventa tumorale può perdere una parte di questa specializzazione e riattivare antichi programmi di crescita, movimento, riparazione e sopravvivenza. Il fenomeno viene definito riprogrammazione oncofetale.
Non significa che la cellula torni realmente a essere totipotente, cioè capace di generare un organismo completo. Significa, però, che recupera una plasticità biologica normalmente limitata allo sviluppo embrionale, alla vita fetale o alla rigenerazione dei tessuti. È un cambiamento importante perché consente al tumore di adattarsi, costruire nuovi vasi, sottrarsi alle difese immunitarie e sopravvivere alle terapie. Ma proprio questi programmi riattivati lasciano sulla cellula delle firme riconoscibili che possono essere utilizzate per diagnosticarla e colpirla.
Dalla prima cellula all’organismo
La cellula formata dalla fecondazione contiene l’informazione necessaria per dare origine a tutti i tessuti. Le sue discendenti si moltiplicano, migrano, comunicano e progressivamente scelgono un’identità. Alcune diventeranno neuroni, altre cellule muscolari, epatiche, intestinali o del sangue. Durante questo percorso interviene anche la morte cellulare programmata, l’apoptosi, che elimina strutture transitorie, corregge gli eccessi e contribuisce a modellare correttamente organi e tessuti.
Lo sviluppo di un organismo dipende dunque dall’equilibrio tra proliferazione, differenziazione, movimento cellulare e morte selettiva. La moltiplicazione delle cellule non è mai separata dalla loro organizzazione nello spazio e dall’acquisizione di una funzione.
Nel tumore questi strumenti biologici non scompaiono, ma vengono utilizzati in modo alterato. La proliferazione prevale sui segnali di arresto, la differenziazione diventa instabile, la morte programmata viene evitata e la capacità di migrare può trasformarsi in invasione dei tessuti e metastasi. La crescita embrionale è ordinata, temporanea e governata dall’intero organismo. Quella tumorale è invece geneticamente ed epigeneticamente instabile. La somiglianza riguarda alcuni programmi molecolari, non il risultato finale.
Acquisire, mantenere e perdere la differenziazione
La differenziazione non è una condizione immutabile. Per mantenerla, una cellula deve conservare attivi alcuni geni e silenziarne altri. Questo assetto è regolato dai fattori di trascrizione, dalle modificazioni epigenetiche, dall’organizzazione della cromatina e dai segnali provenienti dalle cellule circostanti.
Nel cancro possono essere alterati tutti questi livelli di controllo. Una cellula matura può perdere progressivamente la propria identità, mentre una cellula progenitrice può rimanere bloccata in una fase immatura. Alcuni tumori riescono persino a cambiare lignaggio. È ciò che accade, per esempio, quando un adenocarcinoma della prostata o del polmone assume caratteristiche neuroendocrine per sottrarsi a una terapia diretta contro il suo fenotipo originario.
Questa capacità viene chiamata plasticità cellulare. È considerata uno degli elementi emergenti fondamentali del cancro perché collega progressione, metastasi e resistenza ai farmaci. Il tumore non è quindi formato da cellule tutte uguali e definitivamente bloccate in una condizione. Al suo interno possono convivere cellule più mature, elementi indifferenziati, cellule con caratteristiche staminali e popolazioni capaci di passare da uno stato all’altro.
Questa mobilità biologica spiega perché eliminare una sola popolazione non sia sempre sufficiente. Altre cellule possono cambiare identità e ricostruire la componente dalla quale dipende la crescita del tumore.
Le firme oncofetali lasciate dal tumore
L’alfa-fetoproteina, l’antigene carcinoembrionario e Nectin-4 non sono molecole equivalenti, ma raccontano aspetti differenti della riattivazione dei programmi fetali.
L’alfa-fetoproteina, o AFP, viene prodotta soprattutto dal fegato fetale e dal sacco vitellino. Dopo la nascita i suoi livelli diminuiscono nettamente, ma possono tornare ad aumentare in presenza di epatocarcinoma e di alcuni tumori germinali. In questi casi rappresenta una traccia del ritorno a un programma di produzione tipico delle prime fasi dello sviluppo.
L’antigene carcinoembrionario, o CEA, è una proteina di adesione particolarmente espressa durante lo sviluppo fetale dell’apparato digerente. Può ricomparire nei tumori del colon-retto e in altre neoplasie. La sua misurazione è utilizzata soprattutto per seguire nel tempo la malattia e valutare l’andamento delle cure.
AFP e CEA non sono esami sufficienti, da soli, per diagnosticare un tumore nella popolazione generale. Inseriti nel contesto clinico appropriato, però, possono offrire informazioni preziose sulla presenza, l’estensione e l’evoluzione della malattia.
Nectin-4 è un esempio ancora più avanzato perché da firma molecolare è diventata una porta d’ingresso terapeutica. Si tratta di una proteina di adesione importante nello sviluppo embrionale e nella placenta, generalmente poco presente nei tessuti adulti sani ma abbondante sulla superficie di numerose cellule tumorali.
L’anticorpo coniugato enfortumab vedotin riconosce Nectin-4, viene inglobato dalla cellula e libera al suo interno una sostanza capace di bloccarne la divisione. Nel carcinoma uroteliale avanzato, l’associazione tra enfortumab vedotin e pembrolizumab ha prodotto risultati nettamente superiori alla chemioterapia.
Nello studio EV-302 la sopravvivenza libera da
Oltre a eliminare le cellule staminali tumorali, si potrebbero bloccare i passaggi attraverso i quali altre cellule assumono nuovamente proprietà staminali e ricostruiscono il tumore. La riprogrammazione oncofetale diventa quindi un processo dinamico e potenzialmente reversibile, non soltanto una caratteristica fissa della neoplasia.
Ridare un’identità alle cellule tumorali
Il principio della differenziazione non è soltanto teorico. Esistono già terapie capaci di spingere le cellule malate a maturare.
L’esempio più importante è la leucemia promielocitica acuta. In questa malattia le cellule del sangue rimangono bloccate in uno stadio immaturo. L’acido all-trans retinoico, associato al triossido di arsenico, rimuove il blocco molecolare e permette alle cellule leucemiche di riprendere il percorso di differenziazione. Questa strategia ha trasformato una forma di leucemia un tempo estremamente aggressiva in una delle neoplasie ematologiche con le maggiori probabilità di guarigione.
Anche gli inibitori di IDH1 e IDH2, impiegati in specifiche leucemie e in altri tumori portatori delle relative mutazioni, riducono la produzione di metaboliti anomali che impediscono la maturazione cellulare. Una parte delle cellule può così recuperare un programma più differenziato.
Gli inibitori di menin agiscono invece su particolari leucemie caratterizzate da riarrangiamenti di KMT2A o mutazioni di NPM1. Anche in questo caso il risultato non consiste soltanto nell’uccisione diretta delle cellule, ma nella modificazione del programma che le mantiene immature.
La terapia di differenziazione dimostra che almeno alcuni tumori possono essere affrontati intervenendo sull’identità della cellula e non esclusivamente sulla sua capacità di proliferare.
La paralisi immunitaria ricorda la gravidanza
La placenta è un organo biologicamente unico. Deve permettere la crescita e l’invasione controllata del trofoblasto nei tessuti materni, costruire nuovi vasi e impedire che il sistema immunitario della madre respinga un feto geneticamente distinto.
Il tumore utilizza strategie sorprendentemente simili. Costruisce un microambiente nel quale i linfociti vengono frenati, richiama cellule immunitarie con funzioni soppressive e produce segnali che favoriscono la tolleranza.
Tra i meccanismi condivisi figurano PD-L1, B7-H4, alcune molecole HLA, citochine immunosoppressive e popolazioni mieloidi capaci di spegnere la risposta antitumorale.
Uno studio pubblicato nel 2024 ha approfondito il ruolo di B7-H4, un checkpoint immunitario presente sia nella placenta sia in alcuni tumori mammari. Il progesterone può aumentarne l’espressione, contribuendo alla creazione di una condizione di tolleranza immunitaria.
La placenta utilizza questo sistema per proteggere la gravidanza. Il tumore può appropriarsene per rendersi meno visibile alle difese. B7-H4 è già oggetto di studi con anticorpi, coniugati anticorpo-farmaco e molecole bispecifiche.
L’immunoterapia nasce proprio dalla possibilità di rimuovere questi freni. Farmaci contro PD-1, PD-L1 e CTLA-4 restituiscono ai linfociti una parte della capacità di riconoscere e aggredire le cellule malate. Lo studio dei sistemi placentari di tolleranza può ora aiutare a identificare altri interruttori immunitari da disattivare.
La neoangiogenesi, un programma dello sviluppo riutilizzato dal tumore
Nelle prime fasi della vita è indispensabile costruire rapidamente una rete vascolare. Il tumore riattiva lo stesso programma attraverso la carenza di ossigeno e la produzione di VEGF e di altri mediatori dell’angiogenesi.
I vasi tumorali, però, sono disordinati, permeabili e incapaci di garantire una distribuzione uniforme dell’ossigeno. Questa anomalia crea nuove aree ipossiche che selezionano cellule più aggressive e resistenti.
I farmaci anti-VEGF e gli altri antiangiogenici sono già utilizzati contro numerosi tumori. La loro azione non consiste soltanto nel ridurre l’apporto di sangue alla massa. In alcuni casi possono normalizzare temporaneamente i vasi, favorire la penetrazione di altri medicinali e attenuare determinate componenti immunosoppressive del microambiente.
La combinazione tra blocco dell’angiogenesi e immunoterapia, già impiegata in neoplasie come l’epatocarcinoma e il carcinoma renale, nasce proprio dall’intreccio fra vasi, ipossia e paralisi immunitaria.
Dalla placenta sostanze con attività antitumorale
La ricerca sugli estratti placentari ha prodotto risultati sperimentali interessanti. In uno studio pubblicato nel 2012, lisati di placenta umana e animale hanno ridotto la malignità di diverse linee tumorali.
Gli estratti hanno favorito la differenziazione di cellule leucemiche e ridotto crescita tumorale e metastasi nei modelli animali. L’effetto è stato osservato con materiale di diversa provenienza, suggerendo la presenza di componenti biologiche conservate tra le specie.
Un precedente lavoro aveva dimostrato che il mezzo condizionato dalla placenta, cioè il liquido contenente le sostanze liberate dal tessuto, aumentava l’apoptosi e riduceva la proliferazione in cellule e campioni di carcinoma polmonare non a piccole cellule.
Poiché l’effetto persisteva dopo la filtrazione del mezzo, i ricercatori hanno ipotizzato l’esistenza di mediatori placentari solubili capaci di interferire con la crescita tumorale.
Questi lavori hanno aperto un filone che oggi non guarda più soltanto all’estratto placentare nel suo insieme, ma cerca di identificare le singole componenti responsabili dell’effetto: proteine, peptidi, microRNA e vescicole extracellulari.
Le vescicole placentari contro i tumori ginecologici
Un campo particolarmente promettente riguarda le vescicole extracellulari prodotte dal trofoblasto. Sono minuscole particelle delimitate da una membrana, attraverso le quali le cellule trasferiscono proteine, lipidi e frammenti di RNA.
Studi sperimentali hanno osservato che alcune vescicole provenienti dal trofoblasto placentare rallentano la proliferazione delle cellule di carcinoma ovarico, ne modificano il ciclo cellulare e possono favorire l’intervento dei macrofagi e delle cellule natural killer.
Ricerche successive hanno identificato specifici microRNA placentari capaci di inibire la proliferazione delle cellule tumorali ovariche. Quando viene bloccato l’ingresso delle vescicole nelle cellule, l’effetto si riduce: un risultato che rafforza l’ipotesi che il materiale trasportato sia direttamente responsabile dell’attività osservata.
Queste particelle possono essere studiate sia come trattamento biologico sia come sistemi naturali di consegna nei quali inserire farmaci o RNA terapeutici. La placenta offre infatti vescicole capaci di comunicare con le cellule, attraversare alcune barriere biologiche e modulare il sistema immunitario.
progressione mediana è passata da 6,3 a 12,5 mesi, mentre la sopravvivenza globale mediana ha raggiunto 31,5 mesi rispetto a 16,1 mesi con la chemioterapia. È la dimostrazione concreta di come una proteina legata ai programmi dello sviluppo possa diventare il bersaglio di una cura oncologica.
Il tumore del colon ritorna verso uno stato fetale
Una delle conferme più interessanti arriva dal carcinoma colorettale. Uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Genetics ha mostrato che alcune cellule staminali tumorali positive a LGR5 possono abbandonare la propria identità e attraversare uno stato simile a quello delle cellule dell’intestino fetale.
La riprogrammazione è regolata soprattutto dai sistemi YAP e AP-1, utilizzati normalmente nella rigenerazione dei tessuti. Le cellule acquistano così maggiore plasticità e riescono a sopravvivere anche quando vengono eliminate le popolazioni staminali dalle quali dipendeva inizialmente il tumore.
Attraverso organoidi intestinali, tracciamento genetico e analisi a singola cellula, i ricercatori hanno osservato che non si verifica soltanto la selezione di cellule già resistenti. Alcune cambiano attivamente stato, modificando il proprio programma molecolare.
Lo studio suggerisce una nuova possibilità terapeutica.
Oltre a eliminare le cellule staminali tumorali, si potrebbero bloccare i passaggi attraverso i quali altre cellule assumono nuovamente proprietà staminali e ricostruiscono il tumore.La riprogrammazione oncofetale diventa quindi un processo dinamico e potenzialmente reversibile, non soltanto una caratteristica fissa della neoplasia.Ridare un’identità alle cellule tumorali Il principio della differenziazione non è soltanto teorico. Esistono già terapie capaci di spingere le cellule malate a maturare.L’esempio più importante è la leucemia promielocitica acuta. In questa malattia le cellule del sangue rimangono bloccate in uno stadio immaturo. L’acido all-trans retinoico, associato al triossido di arsenico, rimuove il blocco molecolare e permette alle cellule leucemiche di riprendere il percorso di differenziazione.Questa strategia ha trasformato una forma di leucemia un tempo estremamente aggressiva in una delle neoplasie ematologiche con le maggiori probabilità di guarigione.Anche gli inibitori di IDH1 e IDH2, impiegati in specifiche leucemie e in altri tumori portatori delle relative mutazioni, riducono la produzione di metaboliti anomali che impediscono la maturazione cellulare. Una parte delle cellule può così recuperare un programma più differenziato.Gli inibitori di menin agiscono invece su particolari leucemie caratterizzate da riarrangiamenti di KMT2A o mutazioni di NPM1. Anche in questo caso il risultato non consiste soltanto nell’uccisione diretta delle cellule, ma nella modificazione del programma che le mantiene immature.La terapia di differenziazione dimostra che almeno alcuni tumori possono essere affrontati intervenendo sull’identità della cellula e non esclusivamente sulla sua capacità di proliferare.La paralisi immunitaria ricorda la gravidanzaLa placenta è un organo biologicamente unico. Deve permettere la crescita e l’invasione controllata del trofoblasto nei tessuti materni, costruire nuovi vasi e impedire che il sistema immunitario della madre respinga un feto geneticamente distinto.Il tumore utilizza strategie sorprendentemente simili. Costruisce un microambiente nel quale i linfociti vengono frenati, richiama cellule immunitarie con funzioni soppressive e produce segnali che favoriscono la tolleranza.Tra i meccanismi condivisi figurano PD-L1, B7-H4, alcune molecole HLA, citochine immunosoppressive e popolazioni mieloidi capaci di spegnere la risposta antitumorale.Uno studio pubblicato nel 2024 ha approfondito il ruolo di B7-H4, un checkpoint immunitario presente sia nella placenta sia in alcuni tumori mammari. Il progesterone può aumentarne l’espressione, contribuendo alla creazione di una condizione di tolleranza immunitaria.La placenta utilizza questo sistema per proteggere la gravidanza. Il tumore può appropriarsene per rendersi meno visibile alle difese. B7-H4 è già oggetto di studi con anticorpi, coniugati anticorpo-farmaco e molecole bispecifiche.L’immunoterapia nasce proprio dalla possibilità di rimuovere questi freni. Farmaci contro PD-1, PD-L1 e CTLA-4 restituiscono ai linfociti una parte della capacità di riconoscere e aggredire le cellule malate. Lo studio dei sistemi placentari di tolleranza può ora aiutare a identificare altri interruttori immunitari da disattivare.La neoangiogenesi, un programma dello sviluppo riutilizzato dal tumoreNelle prime fasi della vita è indispensabile costruire rapidamente una rete vascolare. Il tumore riattiva lo stesso programma attraverso la carenza di ossigeno e la produzione di VEGF e di altri mediatori dell’angiogenesi.I vasi tumorali, però, sono disordinati, permeabili e incapaci di garantire una distribuzione uniforme dell’ossigeno. Questa anomalia crea nuove aree ipossiche che selezionano cellule più aggressive e resistenti.I farmaci anti-VEGF e gli altri antiangiogenici sono già utilizzati contro numerosi tumori. La loro azione non consiste soltanto nel ridurre l’apporto di sangue alla massa. In alcuni casi possono normalizzare temporaneamente i vasi, favorire la penetrazione di altri medicinali e attenuare determinate componenti immunosoppressive del microambiente.La combinazione tra blocco dell’angiogenesi e immunoterapia, già impiegata in neoplasie come l’epatocarcinoma e il carcinoma renale, nasce proprio dall’intreccio fra vasi, ipossia e paralisi immunitaria.Dalla placenta sostanze con attività antitumoraleLa ricerca sugli estratti placentari ha prodotto risultati sperimentali interessanti. In uno studio pubblicato nel 2012, lisati di placenta umana e animale hanno ridotto la malignità di diverse linee tumorali.Gli estratti hanno favorito la differenziazione di cellule leucemiche e ridotto crescita tumorale e metastasi nei modelli animali. L’effetto è stato osservato con materiale di diversa provenienza, suggerendo la presenza di componenti biologiche conservate tra le specie.Un precedente lavoro aveva dimostrato che il mezzo condizionato dalla placenta umana, cioè il liquido contenente le sostanze liberate dal tessuto, aumentava l’apoptosi e riduceva la proliferazione in cellule e campioni di carcinoma polmonare non a piccole cellule.Poiché l’effetto persisteva dopo la filtrazione del mezzo, i ricercatori hanno ipotizzato l’esistenza di mediatori placentari solubili capaci di interferire con la crescita tumorale.Questi lavori hanno aperto un filone che oggi non guarda più soltanto all’estratto placentare nel suo insieme, ma cerca di identificare le singole componenti responsabili dell’effetto: proteine, peptidi, microRNA e vescicole extracellulari.Le vescicole placentari contro i tumori ginecologiciUn campo particolarmente promettente riguarda le vescicole extracellulari prodotte dal trofoblasto. Sono minuscole particelle delimitate da una membrana, attraverso le quali le cellule trasferiscono proteine, lipidi e frammenti di RNA.Studi sperimentali hanno osservato che alcune vescicole provenienti dal trofoblasto placentare rallentano la proliferazione delle cellule di carcinoma ovarico, ne modificano il ciclo cellulare e possono favorire l’intervento dei macrofagi e delle cellule natural killer.Ricerche successive hanno identificato specifici microRNA placentari capaci di inibire la proliferazione delle cellule tumorali ovariche. Quando viene bloccato l’ingresso delle vescicole nelle cellule, l’effetto si riduce: un risultato che rafforza l’ipotesi che il materiale trasportato sia direttamente responsabile dell’attività osservata.Queste particelle possono essere studiate sia come trattamento biologico sia come sistemi naturali di consegna nei quali inserire farmaci o RNA terapeutici. La placenta offre infatti vescicole capaci di comunicare con le cellule, attraversare alcune barriere biologiche e modulare il sistema immunitario.Il passaggio più innovativo della ricerca consiste nella scomposizione molecolare degli estratti per individuare, purificare e riprodurre soltanto i segnali dotati di attività antitumorale.Estratti placentari anche per proteggere i tessuti durante le cureEsiste inoltre un’applicazione clinica di supporto. Preparati derivati dalla placenta umana sono stati studiati nel trattamento della mucosite orale provocata dalla chemioradioterapia dei tumori della testa e del collo.In una ricerca condotta su pazienti con tumore del cavo orale, l’aggiunta dell’estratto placentare è stata associata a una progressione più lenta della mucosite, meno dolore, migliore deglutizione e minori interruzioni del trattamento.In questo caso il derivato placentare non viene utilizzato per eliminare direttamente il tumore, ma per sostenere la riparazione dei tessuti danneggiati dalle cure e aiutare il paziente a completare con maggiore regolarità il programma oncologico.È un’altra espressione dello stesso principio: utilizzare in maniera controllata le capacità riparative e regolatorie presenti nei tessuti dello sviluppo.Dalla biologia embrionale una nuova mappa del cancroIl confronto tra sviluppo, placenta e tumore sta producendo una nuova lettura della malattia. Il cancro non è soltanto una popolazione di cellule che si moltiplica, ma un sistema capace di modificare continuamente la propria identità.Le firme oncofetali possono essere misurate nel sangue, individuate sui tessuti o trasformate in bersagli terapeutici. I programmi di tolleranza placentare suggeriscono nuovi checkpoint immunitari. Le molecole che regolano la differenziazione possono spingere alcune cellule tumorali verso uno stato più maturo. Le vescicole placentari possono diventare strumenti biologici o veicoli di precisione.La prospettiva più innovativa consiste nel colpire contemporaneamente tre proprietà del tumore: la crescita delle cellule, la loro identità e la capacità di cambiare.Lo sviluppo embrionale dimostra che proliferazione, migrazione, angiogenesi, differenziazione e tolleranza immunitaria possono essere controllate con estrema precisione. Comprendere come il tumore deformi questi programmi significa individuare nuovi punti nei quali intervenire.Non si tratta semplicemente di riportare la cellula indietro nel tempo. Si tratta di riconoscere i programmi primordiali che ha riacceso e utilizzarli come tracce per raggiungerla, spingerla a differenziarsi oppure renderla nuovamente visibile al sistema immunitario.
Bibliografia essenziale
Mzoughi S et al. Oncofetal reprogramming drives phenotypic plasticity in WNT-dependent colorectal cancer. Nature Genetics, 2025.Li K et al. Therapeutic prospects of Nectin-4 in cancer: applications and value. Frontiers in Oncology, 2024;14:1354543.Yu J et al. Progestogen-driven B7-H4 contributes to onco-fetal immune tolerance in pregnancy and cancer. Cancer Cell, 2024.Sharma A et al. Onco-fetal reprogramming of endothelial cells drives immunosuppressive macrophages in hepatocellular carcinoma. Cell, 2020.Marleau AM et al. Reduction of tumorigenicity by placental extracts. Anticancer Research, 2012;32:1153-1161.Marwitz S et al. The human placenta releases substances that drive lung cancer cells into apoptosis. Cancer Immunology, Immunotherapy, 2009.Kondaveeti SS et al. Therapeutic benefit of Placentrex in the management of acute chemoradiation-induced oral mucositis. Journal of Clinical and Diagnostic Research, 2018.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
60.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore al seno: dal Registro Tumori FVG dieci anni di dati sui progressi nella diagnosi e nella cura NordestNews |
Pubblicato su The Oncologist uno studio del CRO di Aviano su oltre 10.400 donne. La sopravvivenza a dieci anni supera il 90% per le neoplasie diagnosticate in stadio precoce ed è migliorata nel tempo anche per alcune forme localmente avanzate e biologicamente più aggressive
“Accanto al dato impressionante di oltre diecimila donne che tra il 2004 e il 2014 in Friuli Venezia Giulia sono state colpite da un carcinoma mammario invasivo, c’è quello importante, confortante e incoraggiante del sensibile aumento della sopravvivenza legato alla prevenzione e alla ricerca. L’incrocio di questi dati consolida l’importanza del Registro tumori, che si conferma come strumento indispensabile per il progresso della lotta contro il cancro e per supportare la ricerca di tutti i professionisti”. Lo ha dichiarato l’assessore regionale alla salute Riccardo Riccardi ricordando la recente pubblicazione sulla rivista internazionale The Oncologist (link) della ricerca sul tumore della mammella coordinata dal Registro Tumori del FVG, la cui gestione è affidata al Centro di Riferimento Oncologico di Aviano.
Il lavoro, sostenuto dal Ministero della Salute, ha analizzato le caratteristiche di oltre 10.400 donne che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario invasivo in Friuli Venezia Giulia tra il 2004 e il 2014 e sono state seguite fino alla fine del 2023. Lo studio di popolazione, per la prima volta in Italia, ha stimato la sopravvivenza a dieci anni considerando insieme tre fattori fondamentali: lo stadio alla diagnosi, il profilo molecolare e il grado istologico del tumore. Questa lettura integrata permette di descrivere con maggiore precisione la prognosi delle diverse forme di tumore e individuare i gruppi di pazienti per le quali possono essere indicati percorsi di cura e di controllo più personalizzati.
“Il principale punto di forza è la possibilità di osservare gli esiti nell’intera popolazione, e non soltanto in gruppi selezionati di pazienti”, spiega Fabiola Giudici, ricercatrice dell’Epidemiologia Oncologica del CRO e prima autrice della ricerca. “Considerare insieme stadio, sottotipo molecolare e grado istologico offre un quadro prognostico molto più preciso rispetto alla valutazione dei singoli fattori. Queste informazioni possono aiutare a definire programmi di controllo proporzionati al rischio e a fornire alle donne indicazioni più accurate sulla prognosi a lungo termine”.
I risultati confermano, innanzitutto, il valore della diagnosi precoce. Quando il tumore viene scoperto in stadio I, la sopravvivenza netta a dieci anni supera il 90% in tutti i sottotipi molecolari e raggiunge il 98,8% nelle forme con recettori ormonali positivi e HER2-negative. La sopravvivenza netta – escludendo, cioè, i decessi dovuti ad altre cause – è un indicatore particolarmente utile per confrontare nel tempo gli esiti oncologici.
Di particolare interesse è il confronto tra i due periodi presi in esame, 2004-2009 e 2010-2014. La sopravvivenza si mantiene molto elevata per i tumori in stadio I, mentre emergono progressi rilevanti in alcune forme più aggressive e localmente avanzate. Tra le donne con un carcinoma HER2-positivo, con recettori ormonali negativi e in stadio III, la sopravvivenza netta a dieci anni è passata dal 48,6% all’87,9%. Nelle forme triplo-negative in stadio III è aumentata dal 28,8% al 42,3%.
“Questi risultati mostrano perché un Registro Tumori di qualità rappresenti una vera infrastruttura per la sanità pubblica e la ricerca”, sottolinea Luigino Dal Maso, direttore dell’Epidemiologia Oncologica del CRO di Aviano e del Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia. “La completezza dei dati e la possibilità di seguire le persone per molti anni consentono di misurare, nella popolazione, i cambiamenti della prognosi legati ai progressi della diagnosi e delle cure. Un Registro Tumori non si limita a contare i nuovi casi: permette di valutare gli esiti, riconoscere i bisogni ancora senza risposta e offrire elementi concreti per orientare la programmazione sanitaria”.
La ricerca descrive gli esiti ottenuti nella pratica clinica e affianca, su scala di popolazione, le evidenze prodotte dai progressi della ricerca. I miglioramenti osservati nelle forme HER2-positive sono coerenti con l’introduzione e la progressiva diffusione delle terapie a bersaglio molecolare. Allo stesso tempo, la prognosi ancora sfavorevole di alcuni sottogruppi – in particolare delle forme triplo-negative scoperte in stadio avanzato – conferma la necessità di proseguire nello studio e garantire un accesso tempestivo all’innovazione.
“Questi numeri documentano la profonda trasformazione avvenuta nella gestione della patologia oncologica mammaria”, commenta Fabio Puglisi, professore ordinario di Oncologia medica all’Università di Udine e direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del CRO di Aviano. “Diagnosi precoce e trattamenti sempre più efficaci e mirati hanno prodotto progressi che oggi possiamo misurare grazie ai dati di sopravvivenza di lungo periodo raccolti dai registri tumori. I numeri ci ricordano, inoltre, che i carcinomi mammari non sono tutti uguali: stadio, profilo biologico e grado istologico devono essere considerati insieme. È questa visione integrata che ci permette di personalizzare non solo le terapie, ma anche le modalità e l’intensità dei controlli nel tempo”.
I risultati richiamano anche l’importanza dei programmi organizzati di screening mammografico e della presa in carico multidisciplinare. Circa la metà dei tumori inclusi nello studio è stata diagnosticata in stadio I, una condizione associata a esiti a lungo termine particolarmente favorevoli.
“I risultati migliori nascono dall’integrazione tra screening, diagnostica radiologica e patologica, chirurgia, oncologia medica e radioterapia”, afferma il dottor Samuele Massarut, direttore del Dipartimento di Chirurgia Oncologica e responsabile della Breast Unit del CRO. “Individuare il tumore in fase iniziale significa aumentare le probabilità di guarigione e, spesso, poter ricorrere a interventi chirurgici più mirati e meno invasivi. Questi dati rafforzano il valore dei percorsi multidisciplinari e l’importanza di una partecipazione consapevole ai programmi di screening”.
Lo studio valorizza l’impegno delle professioniste e dei professionisti del Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia, che garantiscono la qualità, la completezza e l’aggiornamento delle informazioni. Fanno parte del gruppo di lavoro Tiziana Angelin, Emilia De Santis, Ornella Forgiarini, Elodie Lazzaretto, Mariella Losciale e Martina Taborelli. Alla ricerca hanno, inoltre, contribuito Diego Serraino, Lorenzo Gerratana, Serena Scomersi, Federica Toffolutti ed Ettore Bidoli.
I risultati confermano il ruolo dei registri tumori come strumenti indispensabili non soltanto per descrivere la diffusione delle malattie oncologiche, ma anche per monitorare gli esiti delle cure, valutare nel tempo i percorsi assistenziali e orientare le decisioni sanitarie sulla base di dati solidi e rappresentativi della popolazione.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Uno studio della Harvard Chan School of Public Health che ha coinvolto più di 4800 uomini con tumore alla prostata non metastatico mostra che il tipo di grassi consumati potrebbe influenzare la sopravvivenza dei pazienti
Meno tempo davanti al bancone della macelleria, di più nel reparto frutta e verdura. Potremmo riassumere così i risultati che arrivano dallo studio appena pubblicato sulle pagine diJAMA Network Open che ribadiscono l’importanza dello stile di vita, e della dieta in particolare, anche dopo una diagnosi di tumore alla prostata. Perché i pazienti che mangiano meno cibi e grassi animali, a favore di quelli vegetali, vivono più a lungo dopo la diagnosi della malattia. Probabilmente, azzardano gli autori, perché la dieta li aiuta a mantenersi più in salute in generale e forse a sopportare meglio gli eventuali effetti collaterali legati alle terapie.
Consumo di grassi e studi di mortalità
Il dato emerge da una nuova analisi dello Health Professionals Follow-Up Study (Hpfs), uno studio negli Usa che ha coinvolto oltre 50 mila professionisti sanitari maschi seguiti dagli anni Ottanta, e per i quali sono stati registrati incidenze di malattie e stili di vita, comprese le abitudini alimentari (raccolte tramite dei questionari ogni quattro anni). Tra questi i ricercatori hanno selezionato i pazienti che hanno ricevuto una diagnosi di tumore alla prostata non metastatico (circa 4800), e analizzato se esistessero associazioni tra consumo di grassi e mortalità. Il consumo di grassi animali, trans e saturi è associato a un maggior rischio di mortalità nella popolazione in generale, ricordano gli esperti. Lo scopo di questa analisi era capire se e quanto questo valesse anche per i pazienti con tumore alla prostata non metastatico, una malattia non aggressiva, con cui i pazienti possono convivere anche a lungo, fronteggiando piuttosto altri rischi, scrivono gli esperti: “Sebbene il cancro alla prostata sia la seconda causa principale di morte per cancro tra gli uomini, esiste un rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari e altri tumori tra i pazienti con cancro alla prostata non metastatico”.
Lo studio sui pazienti con tumore alla prostata non metastatico
I risultati hanno confermato che un consumo più elevato di grassi saturi e animali (in generale più comune tra pazienti con problemi di peso, fumatori e più sedentari) dopo la diagnosi era associato a un maggior rischio di morte per tutte le cause. Nello specifico chi consumava più grassi saturi aveva un rischio di mortalità per tutte le cause (ma soprattutto per malattie cardiovascolari o altri tumori), maggiore del 24% rispetto a chi ne mangiava meno, mentre il consumo di grassi animali era associato a un rischio maggiore del 14%. E ancora: chi consumava più grassi saturi e meno grassi monoinsaturi aveva un aumento del 3% di rischio di mortalità per tutte le cause rispetto a chi consumava meno grassi saturi e più monoinsaturi su un periodo di dieci anni. I ricercatori non hanno invece trovato associazioni tra il consumo di grassi e la mortalità specifica per tumore alla prostata.
“Un maggiore consumo di grassi saturi e animali è stato associato a un aumento della mortalità, principalmente a causa di decessi dovuti a malattie cardiovascolari e altri tumori - si legge nel paper - Al contrario, un maggiore apporto di grassi monoinsaturi è stato associato a una riduzione della mortalità, principalmente a causa di una riduzione della mortalità cardiovascolare. La sostituzione dei grassi animali con fonti di grassi vegetali è stata associata a una minore mortalità complessiva in questa coorte di pazienti”. Con un potenziale guadagno, stimano i ricercatori, intorno al 20% per modifiche minime nello stile alimentare (come la sostituzione del 5%-10% dell’intake energetico con alimenti vegetali e grassi insaturi).
Quali alimenti preferire
Il messaggio è, ancora una volta, di ridurre la quota di cibi e grassi animali e di preferire le fonti vegetali e a ridotto contenuti di grassi a tavola, scegliendo più spesso cibi come legumi, olio di oliva, semi e frutta secca, ma anche pesce, formaggi magri e carni bianche, ricordano gli autori. “I nostri risultati suggeriscono che la dieta dopo la diagnosi potrebbe essere una componente modificabile della gestione dei pazienti, ampliando l'attenzione oltre il semplice controllo del tumore primario - aggiunge in una nota della Harvard Chan School Lorelei Mucci, tra gli autori del lavoro - Proteggere la salute cardiovascolare e generale è fondamentale nella cura del cancro alla prostata, soprattutto perché alcuni trattamenti possono influenzare la salute metabolica e cardiovascolare”. La terapia di deprivazione androgenica per esempio, ricorda un commento che accompagna l’articolo sulla stessa rivista, si associa a perdita di massa muscolare, insulino-resistenza e aumento di peso. “I medici non dovrebbero presentare la modifica dei grassi nella dieta come una comprovata terapia per il cancro alla prostata, ma non dovrebbero nemmeno ignorare un'importante opportunità per promuovere la salute quando i pazienti sono motivati ad agire”, concludono David-Dan Nguyen, Hari S. Iyer e Christopher J. D. Wallis.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Arterosclerosi, con molecola innovativa riduzione maggiore del colesterolo 'cattivo' ANSA
Redazione AnsaROMA - Settembre 03,2026 - News Una riduzione precoce e sostenuta del colesterolo Ldl, il cosiddetto colesterolo 'cattivo', rappresenta un elemento fondamentale nella gestione dei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto e altissimo rischio cardiovascolare. Tuttavia, nella pratica clinica il raggiungimento degli obiettivi raccomandati continua a rappresentare una sfida. In questo contesto si inseriscono i risultati dello studio Victorion-Challenge, presentati durante il congresso della Società europea di cardiologia (Esc). Si tratta del primo studio randomizzato, in aperto e di fase IV che confronta direttamente la molecola innovativa inclisiran e acido bempedoico (BPA) nei pazienti con questa patologia. Nel confronto l'obiettivo primario dello studio era rappresentato dalla variazione percentuale del colesterolo Ldl rispetto al basale al giorno150. Nella popolazione studiata, la riduzione media del colesterolo Ldl è 56,31% nel gruppo trattato con la terapia studiata contro il 15,35% del gruppo trattato con acido bempedoico. Uno dei principali obiettivi secondari era il raggiungimento del target colesterolo Ldl al giorno 150. Complessivamente, il 78,2% dei pazienti trattati con la terapia studiata ha raggiunto il target rispetto al 20,3% dei pazienti trattati con acido bempedoico. Infine, la frequenza complessiva degli eventi avversi correlati al trattamento è risultata comparabile nei due gruppi (63,1% vs 59,8%). "Il confronto diretto tra i due farmaci dimostra che, pur mantenendo l'acido bempedoico le aspettative di impatto sui valori di colesterolo Ldl già dimostrate, si rivela non sufficiente nell'ottenere il raggiungimento dei target terapeutici raccomandati nella popolazione di pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto o altissimo rischio cardiovascolare, dove questo risultato è cruciale per abbattere l'incidenza di nuovi eventi", spiega Massimo Grimaldi, presidente Anmco (Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri). "Nella prevenzione cardiovascolare non è sufficiente raggiungere rapidamente il target di colesterolo Ldl: la vera sfida è mantenerlo nel tempo", aggiunge Gianfranco Sinagra, presidente della Sic (Società italiana di cardiologia). (ANSA).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
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Criteri Critici
Tumore al seno. Il Registro Tumori FVG pubblica su The Oncologist i primi dati italiani sulla sopravvivenza a dieci anni Quotidiano Sanità
Il Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia, con sede presso il Centro di Riferimento Oncologico Irccs di Aviano, ha pubblicato su The Oncologist uno studio che, secondo quanto riferito dall’istituto, rappresenta la prima stima italiana della sopravvivenza a dieci anni delle pazienti con tumore al seno.
La ricerca analizza la sopravvivenza delle pazienti considerando tre parametri fondamentali: lo stadio della malattia al momento della diagnosi, il profilo molecolare e il grado istologico della neoplasia. Secondo il CRO Aviano, questi dati costituiscono un riferimento inedito per il panorama nazionale, in quanto finora non erano disponibili in Italia stime di sopravvivenza a dieci anni stratificate secondo questi criteri.
Il lavoro, sostenuto dal Ministero della Salute, ha analizzato le caratteristiche di oltre 10.400 donne che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario invasivo in Friuli Venezia Giulia tra il 2004 e il 2014 e sono state seguite fino alla fine del 2023. Lo studio ha considerato insieme tre fattori fondamentali: lo stadio alla diagnosi, il profilo molecolare e il grado istologico del tumore.
Il Centro di Riferimento Oncologico sottolinea che i risultati pubblicati su una rivista scientifica internazionale offrono un contributo rilevante per la ricerca clinica, l’epidemiologia oncologica e la programmazione sanitaria, fornendo strumenti utili per la valutazione degli esiti a lungo termine delle pazienti con carcinoma mammario.
Non sono stati diffusi dettagli quantitativi sui risultati, come percentuali di sopravvivenza o dimensione del campione, nel materiale fornito dall’istituto.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
47.0/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
UN IMPORTANTE RISULTATO DELLA RICERCA PER LA CURA DEL MELANOMA reteabruzzo.com
di Gianvincenzo D’Andrea
Sono stati recentemente pubblicati i risultati preliminari di uno studio scientifico internazionale, di fase 3 (ovvero di sperimentazione sull’uomo), volto a valutare l’effetto di un vaccino a mRNA sull’evoluzione del melanoma, un tumore della pelle molto aggressivo e frequente nella popolazione ultracinquantenne.
Sono risultati molto promettenti, che sembrano indicare la possibilità di un nuovo e più efficace trattamento dei malati.
Si è visto, infatti, che l’associazione del vaccino V940-intismeran all’immunoterapia antitumorale con pembrolizumab, considerata oggi il gold standard, ha ridotto sensibilmente la frequenza delle recidive e il numero delle metastasi.
Su quanto emerso finora, il responsabile italiano dello studio in questione, il professor Paolo Ascierto, ordinario di Oncologia dell’Università Federico II di Napoli, si è espresso in termini entusiastici e ha parlato di una vera e propria rivoluzione delle cure praticate per la malattia, anche negli stadi più avanzati.
Il protocollo innovativo utilizzato nello studio prevede diversi passaggi.
Si parte dal sequenziamento, con l’uso dell’intelligenza artificiale, di un massimo di 34 neoantigeni, ovvero proteine specifiche tumorali presenti sul tessuto asportato chirurgicamente, capaci di determinare la maggiore risposta immunitaria dell’organismo. Successivamente, questi vengono legati a una molecola di mRNA e inseriti all’interno di nanoparticelle lipidiche, per poi essere iniettati nel soggetto malato.
In pratica, si stimolano le difese immunitarie naturali a colpire e distruggere le cellule cancerose che, dal sito originario, possono essersi diffuse in altri organi e apparati, al fine di evitare lo sviluppo di recidive e metastasi, ovvero la replicazione, nella stessa zona o in altre sedi, del tumore originario asportato.
È un’innovazione nella cura del melanoma che, come afferma il professor Ascierto, potrà essere utilizzata in futuro anche per il trattamento di altri tumori. A tale proposito, sono già in corso studi specifici in diverse parti del mondo.
Un’innovazione resa possibile dall’applicazione in campo oncologico della tecnologia a mRNA, la stessa utilizzata per la produzione dei vaccini che hanno permesso di contrastare la pandemia di Covid-19 e sui quali il popolo no vax ha detto, a sproposito, le cose più assurde.
Anche in questo caso, subito dopo la pubblicazione dei risultati dello studio, è andato in scena il consueto copione.
I siti social no vax hanno cominciato nuovamente a sproloquiare, ipotizzando tutta una serie di effetti nefasti conseguenti a questa terapia vaccinale innovativa, salvo poi cambiare atteggiamento — perché con i tumori non si scherza — e sostenere, sbagliando sapendo di sbagliare, che in realtà non si tratta di vaccini.
Invece, proprio di questo si tratta. La novità, per così dire, consiste nell’addestrare il sistema immunitario del malato ad aggredire in maniera precisa le cellule del tumore, sfruttando un filamento di mRNA composto dalla sequenza dei neoantigeni selezionati dall’intelligenza artificiale e iniettato come un vaccino.
Insomma, è una terapia vaccinale curativa personalizzata che può essere iniziata sei settimane dopo l’asportazione chirurgica del melanoma.
Ora, dopo la valutazione dell’efficacia del vaccino da parte degli organismi di controllo europei e italiani e la successiva autorizzazione alla commercializzazione — passaggi che si spera avvengano al più presto — si potrà procedere alla produzione del farmaco su larga scala.
Per quanto riguarda questo aspetto, due grandi aziende farmaceutiche, MSD e Moderna, hanno già dichiarato di essere pronte. D’altronde, il bagaglio di esperienze tecnologiche maturate nel corso della pandemia di Covid-19 rende la produzione del nuovo vaccino contro il melanoma assai agevole.
Quello che sicuramente si dovrà fare in futuro, per sfruttare al meglio i vantaggi della nuova cura, sarà centralizzare i pazienti nelle strutture sanitarie in cui sono presenti laboratori in grado di effettuare il sequenziamento dei neoantigeni tumorali, indispensabile per la messa a punto del vaccino personalizzato.
A ben vedere, però, si tratta di problemi organizzativi che potranno essere agevolmente affrontati proprio sulla base dell’esperienza maturata nel corso della pandemia di Covid-19.
Finora la scienza ha dimostrato di poter fare molto per curare sempre meglio le malattie dell’uomo e non saranno certamente le farneticanti e bislacche teorie no vax a frenarne il progresso.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
63.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Vaccini e immunoterapia per la Malattia di Alzheimer My-personaltrainer
La progressione della patologia non è ben nota, ma si pensa sia almeno in parte e per alcune forme di AD collegate all'alterato metabolismo delle proteine β-amiloide e tau che si manifesta come accumulo di placche di β-amiloide e di grovigli neurofibrillari di tau ( NFT ) nel cervello .
La ricerca scientifica ormai da anni e anni è impegnata a mettere a punto medicinali che possano contrastare la progressione della malattia di Alzheimer . L' immunoterapia si sta rivelando una strategia di trattamento potenzialmente promettente, sulla base della neuropatologia umana e degli studi preclinici.
Studi ottenuti mediante il brain imaging (in particolare con la tomografia ad emissione di positroni , PET) hanno dimostrato che tra i partecipanti agli studi clinici di immunoterapia passiva con anticorpi anti-Aβ, vi era una riduzione dei ligandi dell'amiloide dopo 18 mesi di terapia. Ciò suggeriva la potenziale capacità di ridurre la quantità di β-amiloide depositata in placche o solubile nel cervello dei pazienti con Alzheimer.
Sempre in modelli animali, è stato dimostrato che sia la somministrazione di vaccini, che l'immunoterapia passiva (termine utilizzato allorché cellule immunitarie effettrici specifiche attivate sono direttamente infuse al paziente, e non sono indotte od espanse nell'organismo), portavano ad un miglioramento delle prestazioni cognitive in associazione ad un aumento della clearance dei depositi di placche amiloidi .
Uno studio condotto nel 1999 su modelli animali ha evidenziato che un vaccino era in grado di portare ad una riduzione dell'accumulo di β-amiloide in topi transgenici, che sviluppavano un eccesso del precursore della proteina APP (Proteina Precursore dell'Amiloide).
Immunoterapia attiva
E' stato dimostrato che il trattamento di modelli animali transgenici che sovraesprimevano una forma mutata della proteina APP umana, mediante l'utilizzo di un vaccino contro la proteina Aβ, portava al blocco dell'accumulo di amiloide nel cervello di questi animali. Successivamente a questi dati, la comunità scientifica cominciò a trattare i topi che sovraesprimevano APP ad un'età maggiore, quando cioè cominciavano ad essere presenti anche i primi depositi di amiloide.
L'efficacia del vaccino si è rivelata non solo nei modelli animali di topi transgenici, impiegati dai diversi gruppi di ricerca, ma anche in altre specie animali. Infatti, molti mammiferi sviluppano una perdita della memoria con l'avanzare dell'età. Inoltre, è stato osservato che questa perdita di memoria non era associata ai depositi di proteina amiloide.
Per questi motivi, lo sviluppo di una strategia per un nuovo vaccino nel morbo di Alzheimer rappresenta un'area vasta e continuamente in evoluzione nel campo della ricerca. Ad ogni modo, l'approccio perseguito nella maggior parte dei casi continua ad avere come obiettivo l'attivazione delle cellule B (attraverso l'immunizzazione attiva) e la produzione poi di specifici anticorpi (utilizzando l'immunizzazione passiva).
Considerata la risposta positiva della sperimentazione animale, è cominciata anche la sperimentazione dei vaccini in pazienti affetti da morbo di Alzheimer. Il vaccino, conosciuto come AN1792, è stato utilizzato in un campione di pazienti con demenza da lieve a moderata, trattati con una o più dosi. La prima osservazione è stata il riscontro di una risposta anticorpale variabile, in cui alcuni di questi pazienti non sviluppavano risultati apprezzabili contro l'antigene. Per questo motivo, a metà della sperimentazione clinica, si è verificata l'aggiunta di un adiuvante, QS-21, allo scopo di aumentare la risposta al vaccino. Nella fase I dello sviluppo clinico, una percentuale significativa di pazienti ha prodotto anticorpi contro l'Aβ, sebbene con titoli diversi, e non si sono verificati eventi avversi.
Purtroppo, dopo il successo di questo studio, nel 2001 durante la fase II, in seguito allo sviluppo di meningoencefalopatia asettica (una reazione infiammatoria del sistema nervoso centrale al vaccino) in un gruppo di pazienti (6%), la sperimentazione clinica è stata interrotta.
Nonostante l'interruzione prematura della sperimentazione per i casi di encefalite durante la fase-II della sperimentazione clinica, i ricercatori hanno continuato a monitorare i pazienti arruolati nello studio, misurando la loro risposta anticorpale con risultati promettenti.
Follow-up dei pazienti immunizzati con test per valutare le funzioni cognitive hanno dimostrato che nell'anno successivo allo sviluppo della risposta anticorpale al vaccino, i pazienti mostravano un declino cognitivo inferiore rispetto ai pazienti in cui non era presente una rilevabile quantità di anticorpi. Inoltre, alcuni di questi pazienti, in seguito al trattamento iniziale che poi venne sospeso, hanno mostrato una certa stabilità negli anni successivi, questo ad indicare che l'approccio immunoterapeutico può rilevarsi comunque benefico, nonostante le possibili reazioni avverse evidenziate. I risultati delle biopsie post mortem hanno evidenziato, infine, che c'era un segno riduzione della deposizione di Aβ in alcuni pazienti, nonché significativa riduzione delle placche deposizione in diverse regioni corticali. Le placche residue hanno mostrato un aspetto particolare suggerendo fagocitosi da microglia.