📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?5
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
La ricerca rivela che l’uso della vitamina D aumenta l’efficacia della chemioterapia contro il cancro al seno Mix Vale
Foto: vitamina D - Natalya Bardushka/shutterstock.com
Uno studio clinico condotto da ricercatori brasiliani ha dimostrato che l’integrazione quotidiana di vitamina D aumenta significativamente la risposta dell’organismo alla chemioterapia nelle pazienti affette da cancro al seno. Lo studio ha seguito le donne che avevano ricevuto la sostanza nutritiva prima dell’intervento chirurgico e ha registrato un tasso di successo molto più elevato nell’eliminazione dei tumori rispetto al gruppo che aveva ingerito solo un placebo. La scoperta suggerisce un approccio semplice ed economico per migliorare i trattamenti oncologici tradizionali.
Il lavoro scientifico ha ricevuto finanziamenti da Fundação di Amparo a Pesquisa di Estado di São Paulo ed è stato svolto presso Faculdade di Medicina di Botucatu, collegato a Universidade Estadual Paulista. I risultati dettagliati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Nutrition e Cancer. La scoperta apre una nuova strada per la rete sanitaria pubblica, poiché la sostanza utilizzata ha un valore commerciale trascurabile rispetto ai farmaci altamente complessi solitamente utilizzati nella moderna oncologia.
ビタミンD、聴診器 – Dmitry Demidovich/shutterstock.com
L’eradicazione del tumore Taxa sorprende gli scienziati
La ricerca clinica ha selezionato ottanta donne con diagnosi di tumore al seno che necessitavano di sottoporsi a chemioterapia neoadiuvante. Il trattamento di tipo Este avviene prima dell’intervento principale e mira a ridurre le dimensioni della massa tumorale per facilitarne l’estrazione. I volontari sono stati divisi casualmente in due gruppi distinti. I pazienti Metade hanno ricevuto una dose giornaliera di duemila unità internazionali di vitamina per un periodo di sei mesi. Il resto del gruppo ha ingerito capsule senza alcun principio attivo.
I dati finali hanno rivelato che il 43% delle donne che hanno assunto il farmaco hanno raggiunto la remissione completa del tumore dopo le sessioni di chemioterapia. Nel gruppo di controllo, che non ha ricevuto la sostanza nutritiva, il tasso di successo totale è stato limitato al 24%. La differenza statistica ha attirato l’attenzione degli esperti coinvolti nel progetto. La completa eliminazione delle cellule maligne prima dell’intervento chirurgico rappresenta il miglior scenario clinico possibile per i pazienti.
I medici incaricati del monitoraggio hanno notato che la sostanza agisce come un potenziatore diretto del sistema immunitario. Il corpo umano utilizza il composto per regolare varie funzioni di difesa cellulare. Quando il paziente ha livelli adeguati del nutriente nel sangue, le cellule combattenti sono in grado di agire in maggiore armonia con i farmaci chemioterapici. L’azione congiunta di Esta indebolisce più rapidamente la struttura del tumore.
La Deficiência nutrizionale colpisce i pazienti anche nei paesi soleggiati
Un dato allarmante emerso all’inizio dello screening medico indicava che la stragrande maggioranza dei volontari aveva livelli insufficienti della sostanza nel proprio corpo. Gli esami del sangue hanno indicato concentrazioni inferiori a venti nanogrammi per millilitro. Le attuali linee guida mediche stabiliscono che l’ideale per il mantenimento della salute cellulare e ossea varia tra quaranta e settanta nanogrammi per millilitro. La carenza cronica compromette la capacità del corpo di affrontare lo stress causato da farmaci forti.
La sintesi primaria di questo ormone steroideo avviene nella pelle attraverso l’esposizione diretta ai raggi ultravioletti emessi dal sole. Brasil ha un’elevata incidenza solare durante tutto l’anno, ma il moderno stile di vita indoor riduce drasticamente la produzione naturale. L’uso continuo della protezione solare, sebbene essenziale per prevenire danni alla pelle, agisce anche come barriera fisica che blocca la conversione chimica necessaria per generare il composto.
Ottenere la sostanza nutritiva attraverso il cibo si scontra con limitazioni pratiche. Gli alimenti Poucos consumati nella dieta quotidiana brasiliana contengono concentrazioni rilevanti della sostanza. Deepwater Peixes, tuorlo d’uovo e funghi offrono frazioni molto piccole. Para raggiunge l’obiettivo terapeutico richiesto nel trattamento oncologico, l’assunzione di cibo dovrebbe essere irrealizzabile in termini di volume. L’integrazione in capsule appare come l’unico modo sicuro per garantire l’esatto dosaggio richiesto dal protocollo medico.
Benefícios integrazione aggiuntiva durante il trattamento
La somministrazione controllata del composto vitaminico genera effetti positivi che vanno oltre la distruzione delle cellule tumorali. Il trattamento oncologico tradizionale di solito causa gravi reazioni avverse nel corpo di una donna. Includere la capsula giornaliera nella pianificazione terapeutica aiuta a mitigare alcuni di questi effetti collaterali. I ricercatori hanno documentato miglioramenti nella qualità della vita dei partecipanti nel corso dei sei mesi di osservazione clinica.
Il monitoraggio ospedaliero ha identificato chiari vantaggi nella routine dei pazienti che hanno mantenuto aggiornato il loro dosaggio:
Preservação della densità ossea contro l’usura causata dai farmaci.
Redução di episodi di estremo affaticamento muscolare dopo le sedute.
Melhora nell’assorbimento di calcio e fosforo dal tratto intestinale.
Diminuição di dolore articolare segnalato durante il processo.
Fortalecimento della barriera immunitaria contro le infezioni opportunistiche.
Il mantenimento della forza fisica consente al paziente di sopportare il ciclo completo di chemioterapia senza interruzioni. Muitas A volte i medici sono costretti a sospendere temporaneamente le sedute perché il corpo della donna raggiunge un livello di esaurimento pericoloso. Un adeguato supporto nutrizionale previene queste rotture indesiderate. La stretta aderenza al programma di infusione endovenosa aumenta le possibilità di una cura definitiva.
Alternativa accessibile per il sistema sanitario pubblico
L’aspetto finanziario della scoperta ha un peso enorme per le politiche sanitarie pubbliche. Lo sviluppo di nuovi farmaci contro i tumori richiede investimenti miliardari da parte dell’industria farmaceutica. I costi Estes vengono trasferiti agli ospedali e ai governi. Un solo flacone di farmaci oncologici all’avanguardia può costare migliaia di reais alle casse pubbliche. L’integrazione di terapie complementari a basso costo ottimizza l’uso delle risorse statali.
La vitamina D è uno dei composti più economici disponibili sugli scaffali delle farmacie. La produzione su larga scala e l’assenza di brevetti restrittivi mantengono il prezzo finale estremamente basso. Fornire una scatola con trenta compresse nella dose utilizzata nello studio costa una frazione minima dell’attuale salario minimo. La prescrizione di massa di questo integratore non avrebbe alcun impatto negativo sul budget di Sistema Único.
Gli autori dello studio sostengono che il rapporto tra costi e benefici giustifica l’immediata adozione della pratica negli ambulatori. La semplice aggiunta di una pillola giornaliera al protocollo standard può potenzialmente salvare vite umane e ridurre i ricoveri ospedalieri. Il tempo di trattamento Menos significa più letti disponibili per altre persone in fila per la regolamentazione medica. L’efficienza clinica si traduce in efficienza amministrativa per i manager sanitari.
I passaggi Próximos implicano il monitoraggio a lungo termine
Il completamento della prima fase della sperimentazione clinica non pone fine al lavoro del team scientifico. I medici continuano a monitorare il gruppo di ottanta donne per valutare gli sviluppi futuri. L’obiettivo ora è misurare il tasso di sopravvivenza globale nei prossimi cinque anni. I ricercatori vogliono verificare se l’eradicazione iniziale del tumore rimane stabile o se esiste il rischio che la malattia si ripresenti nella stessa sede o in altri organi.
La raccolta dei dati continua con consultazioni periodiche ed esami di imaging dettagliati. La letteratura medica sottolinea che i primi anni dopo l’intervento chirurgico sono i più critici per la recidiva delle cellule maligne. Il team prevede di incrociare le informazioni a lungo termine con i livelli ematici mantenuti dai pazienti nelle loro case. L’intenzione è quella di verificare se la prosecuzione dell’integrazione dopo la dimissione dall’ospedale offra una protezione aggiuntiva contro il ritorno della malattia.
Il successo ottenuto con i tumori al seno incoraggia anche la realizzazione di nuovi progetti di ricerca. Cientistas di altre istituzioni stanno già valutando la possibilità di replicare la metodologia per testare l’efficacia della sostanza nutritiva in diversi tipi di cancro. Ampliare la conoscenza sul comportamento cellulare a fronte di semplici interventi nutrizionali potrebbe trasformare i protocolli oncologici nel prossimo decennio. Il rigore scientifico applicato all’Università di San Paolo stabilisce un nuovo standard per le indagini future.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Talassemia, al Policlinico di Bari parte la terapia genica: primi trattamenti su due pazienti Borderline24.com
Al Policlinico di Bari prende il via la terapia genica per la talassemia. La struttura barese è tra le prime in Italia ad avviare la procedura, con le prime due pazienti già sottoposte con successo alla raccolta delle cellule staminali. L’infusione delle cellule modificate è prevista nei prossimi mesi, una volta completata la fase di ingegnerizzazione genetica nei laboratori di Geleen, nei Paesi Bassi. Altri tre pazienti sono già stati inseriti nel programma e inizieranno a breve il percorso terapeutico.
La talassemia, nota anche come anemia mediterranea, è una malattia ereditaria che comporta anemia severa e complicazioni a carico di diversi organi. “Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita e terapie per limitare l’accumulo di ferro – spiega Pellegrino Musto, direttore dell’unità operativa di Ematologia del Policlinico –. La terapia genica rappresenta oggi una svolta, consentendo in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni”.
Il nuovo approccio si basa su un processo articolato, dopo la valutazione dell’idoneità del paziente, si procede alla raccolta delle cellule staminali tramite aferesi. Queste vengono poi modificate geneticamente per riattivare la produzione di emoglobina fetale (HbF), normalmente presente solo durante la vita intrauterina. “Successivamente le cellule vengono reinfuse nel paziente dopo un trattamento chemioterapico mirato – spiega Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti –. Questo autotrapianto consente al midollo osseo di produrre una nuova emoglobina funzionante, permettendo una vita senza trasfusioni”.
L’Italia è tra i Paesi europei con maggiore incidenza della patologia, con una concentrazione significativa nel Sud. In Puglia si contano circa 650 pazienti adulti in follow-up, di cui una settantina seguiti proprio al Policlinico di Bari, centro di riferimento regionale. “Si tratta di un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e unica nel Mezzogiorno – sottolinea il direttore generale Antonio Sanguedolce –. Un risultato che conferma l’impegno della sanità pugliese nella ricerca e nell’innovazione”. L’équipe ha infine dedicato questo traguardo ad Angelantonio Vitucci, scomparso prematuramente nei mesi scorsi, ricordato per il suo impegno a favore dei pazienti talassemici.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Bari, al Policlinico avviata la terapia genica per la talassemia: tra i primi centri in Italia trmtv
Effettuate le prime raccolte di cellule staminali, ora si attende la modifica genetica per l’infusione nei pazienti
Al Policlinico di Bari è stata avviata la procedura di terapia genica per la talassemia, con la raccolta delle cellule staminali su due pazienti affetti da talassemia major. L’ospedale barese risulta tra i primi centri in Italia a intraprendere questo tipo di trattamento.
Le cellule prelevate verranno ora inviate ai laboratori di Geleen, nei Paesi Bassi, dove saranno sottoposte a ingegneria genetica. L’infusione nel paziente è prevista nei prossimi mesi, una volta completata la fase di modifica. Altri tre pazienti sono già stati inseriti nel programma e avvieranno a breve lo stesso percorso.
La talassemia, nota anche come anemia mediterranea, è una malattia ereditaria che compromette la produzione di emoglobina e provoca anemia severa e complicanze a carico di vari organi. Fino ad oggi le terapie principali hanno incluso trasfusioni periodiche, farmaci per il controllo del ferro e, in alcuni casi selezionati, il trapianto di midollo osseo.
La nuova terapia genica si basa sul prelievo delle cellule staminali del paziente, sulla loro modificazione genetica e successiva re-infusione dopo una fase di preparazione del midollo osseo. L’obiettivo è riattivare la produzione di emoglobina fetale, con la possibilità di ridurre o eliminare la dipendenza dalle trasfusioni.
Secondo i dati del centro, la Puglia è una delle regioni italiane con maggiore incidenza della patologia, con circa 650 pazienti adulti seguiti e una settantina in carico al centro di riferimento del Policlinico di Bari.
Il percorso terapeutico richiede diverse fasi, dalla selezione del paziente alla mobilizzazione delle cellule staminali, fino alla loro raccolta tramite aferesi e alla successiva manipolazione genetica. Segue un trattamento chemioterapico e la re-infusione delle cellule corrette.
I medici coinvolti sottolineano che i tempi tecnici sono ancora lunghi e che sarà necessario attendere alcuni mesi per completare il ciclo terapeutico. L’azienda ospedaliera evidenzia come si tratti di un’opportunità disponibile in pochi centri italiani e unica nel Mezzogiorno.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
ATS Brianza sollecita i cittadini a proteggere la propria salute con lo Screening colon-retto MBNews
Comunicato Stampa ATS Brianza rilancia l’importanza dello screening del colon-retto: nel 2025 hanno aderito il 43,9% degli invitati, ma una parte significativa della popolazione non partecipa ancora. La diagnosi precoce può ridurre il rischio di morte fino al 30%. “I tumori rappresentano una delle principali sfide per la salute pubblica – dichiara ilDirettore Generale di ATS BrianzaPaola Palmieri– tuttavia, grazie ai progressi nella diagnosi e nelle terapie, oggi le possibilità di guarigione sono sempre più elevate, soprattutto quando la malattia viene individuata nelle fasi iniziali”. I programmi di screening, offerti gratuitamente, sono rivolti a specifiche fasce di popolazione e hanno l’obiettivo di individuare precocemente eventuali lesioni pre-tumorali o tumori in fase iniziale, anche in assenza di sintomi. Gli esami di primo livello, semplici e non invasivi, consentono di identificare i casi sospetti; in caso di positività, i cittadini vengono indirizzati a ulteriori approfondimenti diagnostici. Gli obiettivi principali dei programmi di screening sono: · ridurre l’incidenza dei tumori; · diminuire la mortalità per causa; · aumentare le probabilità di guarigione; · migliorare la qualità e l’aspettativa di vita. Particolare attenzione è rivolta altumore del colon-retto, che rappresenta una delle neoplasie più diffuse a livello globale. Secondo le stime GLOBOCAN 2023 il tumore del colon-retto rappresenta circa il9,6% di tutti i tumori diagnosticati nel mondo, posizionandosi al terzo posto per incidenza dopo il cancro al seno e al polmone. È la seconda causa di morte per tumore a livello globale con tassi più elevati nei Paesi ad alto reddito. Il programma di screening del colon-retto in ATS Brianza, attivo dal 2005, èrivolto a uomini e donne di età compresa tra i 50 e i 74 anni. L’invito viene spedito all’indirizzo di residenza ogni due anni. I cittadini possono ritirare il kit per il test presso le farmacie del territorio aderenti all’iniziativa, eseguire l’esame e riconsegnarlo secondo le indicazioni ricevute. In caso di esito positivo, il Centro Screening contatta direttamente l’assistito per programmare una colonscopia di approfondimento. Il Kit per la raccolta del campione di feci, i farmaci per la preparazione intestinale e la colonscopia sono offerti all’assistito gratuitamente. In questo contesto, ATS Brianza raccomanda ancora una volta, a tutta la popolazione, l’importanza della prevenzione, promuovendo attivamente i programmi di screening oncologico, in particolare, per lo screening del colon retto, sia l’adesione all’invito che alla colonscopia, in caso di positività. Nel 2025, ATS Brianza ha invitato allo screening del colon retto207.731 persone, fra questi hanno aderito all’invito 87.014 persone, pari al 43,9%. I dati specifici evidenziano che, a fronte di una significativa quota di popolazione che aderisce, vi è una percentuale importante che al momento non ha ancora partecipato allo screening, ed è a questa fascia di popolazione a cui ATS rivolge un accorato appello ad aderire alla proposta di prevenzione. “I dati di adesione, seppur significativi, – spiega ilDirettore della Struttura Complessa Medicina Preventiva nelle Comunità di ATS Brianza Antonina Ilardo–, mettono in luce la necessità di individuare nuove strategie, per favorire l’accesso di quella quota di popolazione che ancora non aderisce all’invito, attraverso: la collaborazione con le ASST e altri enti cercando di costruire una rete di operatori che promuovano gli screening sul territorio; la predisposizione di materiale tradotto in più lingue, per superare eventuali barriere linguistiche”. Conclude ladott.ssa Palmieri: “Invitiamo tutti i cittadini che ricevono l’invito ad aderire al programma la prevenzione rappresenta uno strumento concreto ed efficace per tutelare la salute di ogni individuo. Grazie ai programmi di screening, la mortalità per tumore del colon-retto è in costante diminuzione e la diagnosi precoce può ridurre il rischio di morte fino al 30%”. Per informazioni è attivo il call center Screening al numero 039 8450020, dal lunedì al venerdì (non festivi) dalle ore 8:30 alle 12:30. È inoltre possibile compilare il form online disponibile sul sito istituzionale di ATS Brianza al link:https://www.ats-brianza.it/screening-oncologici
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Criteri Critici
Una terapia genica sperimentale può migliorare la sordità ultimavoce.it
In medicina, non è frequente che un trattamento sperimentale produca risultati così rapidi e marcati da sorprendere gli stessi ricercatori. Eppure è quanto emerso da un recente studio internazionale che ha coinvolto alcuni centri di eccellenza tra Stati Uniti e Cina, dove una terapia genica sperimentale destinata a una forma rara di sordità ereditaria ha mostrato miglioramenti uditivi significativi in tempi relativamente brevi.
In diverse persone sottoposte al trattamento, nel giro di poche settimane si sono osservati segnali concreti di recupero funzionale dell’udito. In alcuni casi, i partecipanti sono arrivati a percepire la voce umana con sufficiente chiarezza da sostenere brevi conversazioni quotidiane.
A distanza di circa due anni e mezzo dall’intervento, una quota consistente dei soggetti trattati ha raggiunto livelli uditivi considerati vicini alla normalità funzionale. Secondo i dati riportati dai ricercatori, più della metà dei partecipanti ha acquisito la capacità di percepire anche suoni molto deboli, come un sussurro.
La collaborazione internazionale tra centri di ricerca
Lo studio è stato condotto attraverso una collaborazione tra la Harvard Medical School, in particolare gli investigatori del Massachusetts Eye and Ear, e il team dell’Eye & ENT Hospital della Fudan University di Shanghai. Si tratta di istituzioni che operano da anni nel campo della ricerca otorinolaringoiatrica e delle terapie innovative per i disturbi sensoriali.
Questa cooperazione internazionale ha permesso di unire competenze complementari: da un lato l’esperienza statunitense nella ricerca traslazionale e nelle terapie genetiche, dall’altro la capacità clinica e la specializzazione chirurgica dei centri cinesi coinvolti. Il risultato è stato un trial clinico che ha attirato l’attenzione della comunità scientifica per la sua natura innovativa e per i primi esiti particolarmente promettenti.
Il principio della terapia genica applicata all’udito
La strategia terapeutica sperimentata si basa sulla terapia genica, una tecnica che mira a intervenire direttamente sulle cause genetiche di alcune malattie rare. Nel caso specifico, il trattamento è stato progettato per affrontare una forma ereditaria di sordità causata da mutazioni che compromettono il funzionamento delle cellule sensoriali dell’orecchio interno.
L’obiettivo dell’intervento non è semplicemente quello di compensare la perdita uditiva con dispositivi esterni, ma di agire alla radice del problema, cercando di ripristinare la funzione biologica compromessa. Attraverso vettori virali modificati, il materiale genetico corretto viene introdotto nelle cellule bersaglio con lo scopo di ristabilire la normale trasmissione dei segnali acustici verso il sistema nervoso.
Questa impostazione rappresenta un cambio di paradigma rispetto agli approcci tradizionali, come gli apparecchi acustici o gli impianti cocleari, che si limitano a migliorare la percezione del suono senza intervenire sulla causa genetica della patologia.
I risultati osservati nei partecipanti al trial
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda la rapidità con cui alcuni pazienti hanno iniziato a mostrare miglioramenti. In diverse persone trattate, le prime variazioni nella percezione dei suoni sono state rilevate nel giro di poche settimane dalla somministrazione della terapia.
Con il passare del tempo, questi progressi iniziali si sono consolidati. In una parte significativa del campione, la capacità uditiva ha continuato a migliorare fino a raggiungere livelli funzionali considerati compatibili con una vita quotidiana quasi normale dal punto di vista della comunicazione verbale.
Secondo i dati raccolti nel follow-up a lungo termine, oltre la metà dei partecipanti ha ottenuto una sensibilità uditiva tale da percepire suoni a bassa intensità. In alcuni casi, la soglia raggiunta si avvicina a quella delle persone senza deficit uditivi.
Le parole dei ricercatori e la prudenza scientifica
Tra i membri del team di ricerca, le reazioni ai risultati sono state di entusiasmo ma anche di cautela. Uno dei coautori dello studio, il docente di otorinolaringoiatria coinvolto nella ricerca, ha descritto l’efficacia del trattamento come eccezionale rispetto alle aspettative iniziali, ribadendo come i risultati abbiano superato le previsioni più ottimistiche.
La comunità scientifica, infatti, considera questo tipo di sperimentazioni come una fase preliminare ma cruciale per comprendere la reale efficacia e la sicurezza a lungo termine delle terapie geniche.
Tuttavia, si deve parlare anche della sicurezza del trattamento. Anche se nei pazienti coinvolti non sono stati segnalati effetti avversi gravi, le terapie geniche richiedono un monitoraggio attento per escludere rischi potenziali legati alla risposta immunitaria o all’integrazione del materiale genetico nelle cellule.
Infine, rimane aperto il tema della generalizzabilità. La forma di sordità trattata nello studio è una specifica variante genetica rara, e non è detto che gli stessi risultati possano essere replicati su altre forme di perdita uditiva, che possono avere cause molto diverse tra loro.
Patricia Iori
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Criteri Critici
L'ipnosi in sala operatoria, dal passato la chirurgia futura Il Messaggero
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Ormai è entrata ufficialmente in una trentina di ospedali. Uno degli ultimi interventi alle Molinette di Torino. L'ipnosi, sostegno della Medicina fin dai Babilonesi, dagli Egizi e poi dai Greci e dai Romani, ha ormai un posto ufficiale nelle sale operatorie. Parliamo di ipnosi clinica, diventata oggi fida collaboratrice di anestesisti e chirurghi.
Nell'ospedale torinese, al paziente di 76 anni sveglio, è stata asportata una neoplasia del colon adottando due vie: l'anestesia loco-regionale e l'ipnosi clinica, appunto. Niente addormentamento generale. Così, durante l'intervento, sono state mantenute stabilità neurovegetativa e respirazione autonoma. Paziente vigile, in uno stato fisiologico di coscienza. Rilassamento profondo e concentrazione mirata, uno stato tra veglia e sonno. L'ipnotizzato riduce le distrazioni e si concentra su ciò che vuole o gli viene suggerito di immaginare. Pensieri, memorie, emozioni, eventi futuri, fantasie.
Tumore al colon, paziente operato da sveglio e in ipnosi: l'intervento realizzato con protocollo "awake"
All'Istituto di ricerca Neuromed di Pozzilli (Isernia) a un paziente sotto ipnosi, è stata rimossa una lesione del cervello che ostacolava la funzionalità del piede. Mentre l'operazione era in corso è stato chiesto all'uomo di muovere il piede consentendo ai chirurghi il monitoraggio continuo e permettendo il mantenimento della mobilità.
Parole di un paziente ricoverato al Santa Croce e Carle di Cuneo per ristabilire il ritmo del cuore con fibrillazione atriale. Al Brotzu di Cagliari, come negli altri ospedali, l'pnosi clinica integra l'anestesia tradizionale. Inclusi i trapianti e gli interventi agli occhi. L'istituto sardo ha condotto uno studio su 42 pazienti sottoposti a by pass gastrico (per perdere peso): a 12 ore dalla fine dell'operazione le persone trattate con ipnosi avevano livelli di dolore più bassi di quelli erano stati trattati solo con anestesia. Risultato: meno farmaci analgesici e una migliore gestione del benessere emotivo.
A Terni è stato rimosso un tumore cerebrale in un paziente sveglio con il sostegno di tecniche ipnotiche. Il giovane aveva una neoplasia nell'area che controlla il linguaggio: il chirurgo, facendo parlare il ragazzo, ha potuto verificare, in tempo reale, se si stesse causando un danno durante l'asportazione. Il Policlinico Gemelli di Roma ha sperimentato la trance per gli interventi ma anche per la gestione del dolore e gli interventi dermatologici.
Cardiochirurgia al Niguarda di Milano. Poco più di un'ora è durata, con una piccola dose di anestetico locale, la sostituzione di una valvola cardiaca a una donna di 82 anni. .
Appare chiaro che siamo davanti a una curiosa rivoluzione con due facce: da una parte i robot che operano guidati dall'essere umano o, a volte, al posto dell'essere umano mentre dall'altra abbiamo un essere umano che invita un altro essere umano a scavare nei propri abissi. Insieme, le due facce, stanno magistralmente andando avanti verso il traguardo Salute. Permettendo anche al paziente di scegliere, di misurarsi con le sue paure (l'anestesia, per esempio), di affidarsi alla Scienza del passato per guardare al futuro.
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, la terapia “one shot” ora è realtà: cosa cambia per i pazienti italiani panorama.it
L’immunoterapia cellulare compie un passo decisivo nel trattamento del mieloma multiplo in Italia. La terapia CAR-T ciltacabtagene autoleucel (cilta-cel) sviluppata da Johnson & Johnson, è ora rimborsata anche in Italia, ad oggi unica terapia avanzata utilizzabile in linee precoci di trattamento. Cilta-cel è indicata in pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato e refrattario che hanno ricevuto almeno una precedente terapia, inclusi un agente immunomodulante e un inibitore del proteasoma, nei quali si è verificata progressione della malattia durante l’ultima terapia e sono refrattari a lenalidomide. Si tratta di un cambio di paradigma rilevante per una patologia ematologica ancora oggi caratterizzata da recidive successive e progressiva riduzione dell’efficacia terapeutica. Il mieloma multiplo, tumore del sangue che origina nel midollo osseo dalla proliferazione di plasmacellule neoplastiche, registra circa 5.700 nuove diagnosi ogni anno in Italia. Negli ultimi anni la mortalità è diminuita grazie ai progressi terapeutici, ma la malattia resta cronica e complessa, segnata da cicli di remissione e ricaduta sempre più ravvicinati.
L’introduzione di cilta-cel in una fase anticipata potrebbe incidere proprio su questo andamento. Intervenire prima significa agire su un sistema immunitario meno compromesso e su una malattia potenzialmente più sensibile ai trattamenti. I dati clinici dello studio CARTITUDE-4, su cui si è basata la valutazione regolatoria, indicano una riduzione del rischio di progressione del 71% e del rischio di morte del 45%, numeri che rafforzano l’idea di un impatto significativo sul decorso della patologia. In questo scenario emerge anche un cambio culturale: dalla terapia continua si passa a un approccio “one shot”, con l’obiettivo di ottenere risposte profonde e durature. Una prospettiva che apre, per la prima volta in modo concreto, al concetto di controllo a lungo termine della malattia e, in alcuni casi, a una possibile sospensione dei trattamenti.
Come funziona cilta-cel: la medicina personalizzata diventa realtà
Alla base della terapia CAR-T c’è un principio tanto sofisticato quanto rivoluzionario: utilizzare il sistema immunitario del paziente come arma terapeutica. I linfociti T vengono prelevati tramite aferesi e modificati geneticamente per esprimere un recettore capace di riconoscere il BCMA, una proteina altamente presente sulle cellule di mieloma. Una volta reinfuse, queste cellule “ingegnerizzate” attaccano selettivamente il tumore.
«Il percorso CAR-T è un vero e proprio viaggio di medicina personalizzata che trasforma il sistema immunitario del paziente in un farmaco vivo», spiega Stefania Bramanti, caposezione terapie cellulari, IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Milano. «Tutto inizia con l’aferesi, il prelievo dei linfociti T del paziente, che vengono poi inviati a laboratori specializzati per essere ‘riprogrammati’ geneticamente. Contemporaneamente, al paziente viene somministrata una terapia ponte per evitare la progressione della malattia. Dopo un ciclo di chemioterapia, le cellule potenziate vengono reinfuse nel paziente, ma non prima che vengano effettuati rigorosi controlli di qualità». Si tratta di un processo complesso, che richiede infrastrutture dedicate, centri altamente specializzati e una stretta integrazione tra competenze cliniche e logistiche. Non a caso, la somministrazione è limitata a strutture certificate, in grado di gestire ogni fase del trattamento, inclusa la sorveglianza post-infusione. La complessità organizzativa rappresenta una delle principali sfide per il sistema sanitario. Garantire accesso uniforme su tutto il territorio nazionale significa investire non solo in tecnologia, ma anche in formazione del personale e coordinamento tra centri.
Accesso, equità e futuro: le sfide della nuova immunoterapia
Accanto all’innovazione scientifica, resta centrale il tema dell’accessibilità. Le associazioni di pazienti sottolineano la necessità di accompagnare il progresso terapeutico con servizi adeguati, capaci di sostenere i malati anche sul piano logistico e psicologico. Il percorso CAR-T, infatti, implica spesso spostamenti verso centri specializzati e una gestione complessa della malattia, che coinvolge non solo il paziente ma anche caregiver e familiari. Da qui l’importanza di un sistema integrato che sappia rispondere in modo tempestivo ed equo. Sul fronte industriale e della ricerca, l’arrivo di cilta-cel è il risultato di investimenti significativi, anche in Europa, per sostenere la produzione di queste terapie avanzate. «L’arrivo in Italia di questa terapia rappresenta per noi un nuovo passo verso la nostra missione di trasformare il decorso di questa malattia devastante», afferma Alessandra Baldini, direttrice medica, Innovative Medicine, Johnson & Johnson Italia. «Questo traguardo enfatizza anche la centralità della medicina personalizzata, con l’idea di costruire un percorso terapeutico su misura affinché tutti i pazienti ricevano il trattamento più giusto e più efficace». Il mieloma multiplo entra così in una nuova fase, in cui l’innovazione non riguarda solo i farmaci ma l’intero modello di cura. L’obiettivo non è più soltanto prolungare la sopravvivenza, ma migliorare concretamente la qualità di vita, riducendo il peso delle terapie continuative e restituendo ai pazienti spazi di normalità. La sfida, ora, sarà trasformare questa promessa in realtà quotidiana, rendendo la terapia CAR-T non solo una conquista scientifica, ma un’opportunità concreta per tutti i pazienti che ne possono beneficiare.
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Tumore al polmone: a Torrette la chirurgia del futuro. Robotica e tecnica ‘Uniportale’ per dimissioni "record" Picchio News
Sanità Ancona Tumore al polmone: a Torrette la chirurgia del futuro. Robotica e tecnica ‘Uniportale’ per dimissioni "record" di Picchio News Stampa PDF
Importante passo avanti per l'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche: la Sod di Chirurgia Toracica, diretta dal dottor Majed Refai, ha eseguito con successo i primi interventi che combinano la precisione del robot 'Da Vinci' con l'esclusiva tecnica 'Uniportale'.
"Siamo tra le poche strutture in Italia a compiere interventi di questo tipo - spiega con orgoglio il dottor Refai -. Di solito, chi usa la robotica deve effettuare più fori d'ingresso per manovrare gli strumenti. Noi invece pratichiamo un solo foro intercostale di circa 4 centimetri. Questo riduce drasticamente il dolore e il fastidio post-operatorio, che a volte può essere davvero invalidante".
Il risultato è un beneficio enorme per il paziente: dolore post-operatorio drasticamente ridotto e tempi di recupero rapidissimi. Due pazienti marchigiani (una donna di 69 anni e un uomo di 83), nonostante quadri clinici complessi, sono stati infatti dimessi dopo soli 3 giorni dall'intervento.
"Il polo chirurgico di Torrette è all'avanguardia - continua il primario - ed è fondamentale che i cittadini sappiano che esistono queste opzioni operative di alta complessità vicino a casa. Siamo tra le poche strutture in Italia a compiere interventi di questo tipo".
La tecnica mini-invasiva ha permesso di operare con successo anche un paziente ultraottantenne, per il quale altre procedure sarebbero state troppo rischiose. L'equipe di Torrette, che comprende i dottori Michele Salati, Alberto Roncon e Gian Marco Guiducci, si conferma così un'eccellenza nazionale nella chirurgia complessa, offrendo oggi tutte le opzioni possibili: dalla robotica alla storica tecnica "a cielo aperto".
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Tumore al polmone, interventi high-tech ad Ancona: meno dolore, un solo accesso e paziente a casa in tre giorni AnconaToday
ANCONA - Due pazienti marchigiani, operati lo stesso giorno con la tecnica robotica 'uniportale' per una grave patologia tumorale al polmone, sono stati dimessi tre giorni dopo l'intervento. La Sod di Chirurgia Toracica dell'Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche, diretta dal dottor Majed Refai, ha allargato il suo orizzonte operativo avviando, dal febbraio scorso, anche la procedura robotica. Lo ha fatto, tuttavia, attraverso una sua declinazione specifica, applicando la tecnica 'Uniportale', ossia un solo ingresso sul corpo del paziente, usata dalla Chirurgia Toracica dal 2014 e con oltre 2mila interventi compiuti alle spalle, per poi intervenire con il robot 'Da Vinci' in dotazione in AOUM.
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Un importante passo avanti: “Si tratta dell'adattamento di due tecniche complementari che ci consentono di compiere un ulteriore step in avanti per quanto riguarda il livello qualitativo della nostra offerta chirurgica _ spiega il dottor Majed Refai _. Di solito chi usa la robotica, nelle varie specialità operatorie, deve effettuare più fori d'ingresso per intervenire sui pazienti e questo crea maggior dolore nel paziente stesso; attraverso la tecnica 'Uniportale' noi pratichiamo un solo foro intercostale, lungo circa 4 centimetri, sul fianco del paziente, riducendo drasticamente le conseguenze del fastidio che a volte può essere davvero doloroso. Siamo tra le poche strutture in Italia a compiere interventi di questo tipo applicando questa pratica chirurgica. Il polo chirurgico di Torrette è all'avanguardia e quindi è importante che la cittadinanza venga messa a conoscenza di queste opzioni operative di alta complessità”.
L'elevato livello di cure offerto dall'AOU delle Marche si misura anche nel caso dei pazienti operati lunedì scorso. Nonostante i loro quadri clinici fossero complessi, sono stati sufficienti tre giorni di degenza all'interno del presidio di Torrette per poi essere dimessi e poter far rientro nelle loro case. La prima è una donna di 69 anni che ha scoperto di avere una grave patologia tumorale al polmone dopo una caduta accidentale che le aveva provocato la frattura di tre costole; gli esami diagnostici per capire l'entità della lesione ha evidenziato un altro e ben più grave problema; il secondo caso riguarda un paziente di 83 anni a cui il tumore al polmone è stato diagnosticato dopo un controllo per valutare l'esito di un'altra neoplasia con cui stava combattendo. In questo caso la mini invasività della tecnica ha consentito di operare un paziente con un'età abbastanza avanzata, particolare che non sarebbe stato possibile con un'altra procedura. L'offerta curativa si allarga: “All'interno della struttura operativa che dirigo _ aggiunge il Direttore della Chirurgia Toracica _ siamo in grado di applicare tutti i sistemi operatori possibili. Oltre alla tecnica 'Uniportale', come già accennato, ora possiamo intervenire anche attraverso la robotica, senza dimenticare la modalità storica, ossia l'intervento cosiddetto 'a cielo aperto' che resta comunque la base pratica dell'attività operatoria complessiva, nonostante se ne faccia sempre meno riferimento in termini numerico-statistici”.
All'interno dell'equipe guidata dal dottor Majed Refai ci sono pure altri collaboratori che hanno approcciato la nuova tecnica, e sono i dottori Michele Salati, Alberto Roncon e Gian Marco Guiducci. Da sottolineare l'importanza del concetto di 'squadra' in sala operatoria, grazie alla presenza degli anestesisti dedicati e di personale infermieristico specializzato.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Nicola Fazio, l’innovazione nella cura dei tumori neuroendocrini e dell’apparato digerente INNLIFES
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All’ingresso dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano, un motto accoglie i pazienti: «Si cura meglio dove si fa ricerca». È un’eredità lasciata dal suo fondatore, Umberto Veronesi, e una lezione che Nicola Fazio ha fatto propria fin dal 1995, anno del suo arrivo in un istituto inaugurato da pochissimo e vibrante di entusiasmo.
Per Fazio, infatti, che dirige la Divisione e il Programma di Oncologia gastrointestinale e tumori neuroendocrini, la ricerca non è un esercizio intellettuale, ma una missione che deve tradursi in un beneficio tangibile per le persone: «sinceratevi sempre che il paziente abbia ben chiaro, dal vostro sguardo e dal modo di agire, che quello che state facendo lo fate per lui o per lei, diceva il professore, sottolineando l’importanza della dimensione umana della ricerca e della cura».
Oggi, come neo presidente della European Neuroendocrine Tumor Society (ENETS), Fazio guida una comunità internazionale di oltre 1500 membri verso nuove frontiere diagnostiche e terapeutiche, sostenendo una ricerca innovativa e una collaborazione aperta con le associazioni dei pazienti e con le altre società scientifiche, al fine di migliorare la durata e la qualità della vita dei pazienti con neoplasie neuroendocrine.
Lo abbiamo incontrato per capire come l’innovazione stia cambiando il volto di queste patologie rare e complesse.
Innanzitutto congratulazioni, dato che è appena iniziata la sua presidenza di ENETS.
«Grazie: è una soddisfazione personale, ma anche collettiva a livello istituzionale e nazionale, per tutta la comunità clinica e scientifica italiana, da sempre molto attiva nell’ambito delle neoplasie neuroendocrine».
Quali sono gli obiettivi del suo mandato?
«ENETS è una società focalizzata su una specifica patologia, o meglio su un gruppo eterogeneo di neoplasie rare: le neoplasie neuroendocrine (in gergo clinico NEN). La Società riunisce esperti di varie aree – oncologia, endocrinologia, chirurgia, patologia, gastroenterologia, medicina nucleare, radiologia – per garantire standard di cura multidisciplinari. Il mio mandato, che durerà due anni, punta a consolidare il valore della multidisciplinarietà, favorire la ricerca di alto livello per produrre trattamenti evidence-based, dare continuità alla formazione delle nuove generazioni, estendere la collaborazione internazionale e garantire una maggiore equità delle cure in Europa».
I tumori neuroendocrini sono stati a lungo considerati “orfani” di innovazione. Cosa è cambiato negli ultimi anni?
«Innanzitutto è doveroso un chiarimento. Le neoplasie neuroendocrine possono svilupparsi da cellule distribuite sporadicamente un po’ in tutto l’organismo e quindi interessare diversi organi. Inoltre, con questo termine comprendiamo sia le forme più indolenti, più gestibili, più lente, che chiamiamo tumori neuroendocrini (NET), sia le forme più aggressive, rapide e invalidanti, che chiamiamo carcinomi neuroendocrini (NEC). È perciò necessario caratterizzare la neoplasia sul piano biologico e clinico per poter impostare il giusto trattamento.
Detto questo, seppure in questo ambito, a differenza di altre aree dell’oncologia, non siamo arrivati ad avere terapie che hanno cambiato radicalmente la prognosi dei pazienti, siamo passati da poche opzioni a una vasta gamma di terapie. Un esempio è la terapia con radioligandi per i tumori neuroendocrini: una sorta di radioterapia sistemica. Si inietta nel sangue del paziente un peptide che porta con sé un radiofarmaco e raggiunge recettori specifici della cellula tumorale per esercitare un’azione radioterapica mirata in loco. Una terapia di precisione, quindi. I radioligandi sono un esempio della cosiddetta “teranostica”, termine che combina “terapia” a “diagnostica”.
In sostanza lo stesso bersaglio molecolare fa da target per la diagnosi e per la terapia. Utilizzando l’imaging molecolare (come la PET con traccianti specifici) è possibile visualizzare i recettori su cui agire: il target molecolare per eccellenza dei tumori neuroendocrini è il recettore tipo 2 della somatostatina, che è anche il bersaglio della terapia con il radioligando. Altri bersagli molecolari promettenti sul piano terapeutico stanno emergendo per le neoplasie neuroendocrine più veloci ed aggressive. Su questo fronte la ricerca sta andando avanti con l’obiettivo di sviluppare plurime terapie per plurimi bersagli molecolari».
L’innovazione non risiede solo nel farmaco, ma anche nell’algoritmo decisionale, nell’usare le terapie disponibili nel modo giusto. Conferma?
«Questo è un punto cruciale. Nei tumori neuroendocrini, l’innovazione c’è stata proprio nella gestione dei pazienti, grazie a una collaborazione continua, continuativa, multispecialistica, che consente di offrire al paziente il massimo delle competenze tecniche, cliniche e scientifiche per personalizzare e ottimizzare i presidi terapeutici. La personalizzazione della terapia richiede necessariamente un team multidisciplinare dedicato per valutare la migliore integrazione delle opzioni terapeutiche disponibili e decidere il timing. Il buon lavoro di gruppo può migliorare il beneficio del paziente in termini di durata e qualità della vita. Per questo è importante avere centri di riferimento per queste patologie».
E l’immunoterapia, che sta rivoluzionando l’oncologia, che ruolo gioca in questo ambito?
«Se ci riferiamo ai cosiddetti inibitori dei checkpoint immunitari, che hanno rivoluzionato alcune aree dell’oncologia, nelle neoplasie neuroendocrine quel tipo di immunoterapia non ha dato finora risultati così favorevoli da determinarne l’approvazione, per quanto alcuni sottotipi di NEN sembrano beneficiarne. Ma per i carcinomi neuroendocrini, quelli biologicamente più aggressivi e al momento relativamente orfani di opzioni terapeutiche, sono in fase avanzata di sperimentazione clinica altre forme di immunoterapia, come gli anticorpi bispecifici, che si legano da un lato a un recettore della cellula tumorale e dall’altro a un recettore della cellula immunitaria, stimolando così il sistema immunitario a reagire contro il tumore».
E invece l’intelligenza artificiale come impatta nella vostra pratica diagnostica e clinica?
«L’IA sarà sicuramente un aiuto straordinario nell’accelerare i processi diagnostici, di caratterizzazione della malattia e i percorsi decisionali. Tuttavia, ritengo che non possa e non debba sostituire il ragionamento clinico, l’interazione critica interdisciplinare, l’interpretazione delle informazioni e dei dati e la definizione della strategia terapeutica. Tutti questi aspetti sono fondamentali per la presa in carico dei nostri pazienti e la personalizzazione dei trattamenti, e difficilmente possono essere delegati interamente a un algoritmo. Bisogna essere aperti e propensi alla novità, ma con spirito critico e prudenza».
Allo IEO dirige la Divisione di Oncologia gastrointestinale e tumori neuroendocrini. Qual è la sfida principale per patologie come il tumore al pancreas?
«Il pancreas è una ghiandola particolare perché ha una componente endocrina e una esocrina. I più difficili da trattare, per la loro relativa refrattarietà, sono i tumori del pancreas esocrino, l’adenocarcinoma. Allo IEO siamo stati pionieri nello studio di farmaci che colpiscono il gene K-RAS, mutato nel 95% degli adenocarcinomi. I primi risultati di questo studio internazionale, chiamato RASolute – di cui si è discusso al recente congresso dell’American Association for Cancer Research a San Diego e che verranno presentati ufficialmente al prossimo congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), a giugno a Chicago – sono molto promettenti e apriranno la strada a numerose altre sperimentazioni che speriamo possano presto offrire alternative concrete alla chemioterapia».
E poi c’è la biopsia liquida, che sta aprendo un nuovo modo di approcciare i pazienti.
«Noi la stiamo sperimentando soprattutto nei tumori del colon. Si tratta della ricerca di cellule tumorali nel sangue, quindi di una metodica meno invasiva rispetto alla biopsia solida, che richiede il prelievo di un frammento di tumore. I campi di applicazione sono numerosi: dalla diagnosi di malattia residua dopo un intervento, anche quando questo è stato radicale e completo, alla scelta terapeutica basata sulle caratteristiche molecolari delle cellule rilevate nel sangue, fino alla diagnosi precoce di una neoplasia in persone apparentemente sane nell’ambito dei programmi di screening.
Inoltre, con un grant di 1 milione di euro da fondi PNRR, stiamo lavorando a un progetto di biopsia liquida per determinare la diagnosi delle neoplasie miste dell’apparato digerente, che al momento sono molto difficili da diagnosticare».
Professore, a questo punto domanda d’obbligo per il nostro innovatore del mese: cosa significa per lei innovare?
«Significa produrre nuove evidenze scientifiche, migliorando la ricerca clinica e traslazionale, e stare al passo con i tempi, offrendo ai pazienti le opzioni diagnostiche e terapeutiche più all’avanguardia. Per fare questo ricerca e cura devono andare a braccetto: perché dalle lacune delle cure nascono quesiti per nuove ricerche e non potrebbero esistere cure se non si facesse ricerca. Come diceva sempre il professor Veronesi, tutto quello che facciamo deve andare a beneficio delle persone che affrontano la malattia. Questo, in fondo, è la mission dello IEO: integrare ricerca e clinica mettendo al centro il paziente».
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Sepsi, le linee guida internazionali 2026 Medico e paziente
La campagna internazionale contro la sepsi, avviata nei primi anni Duemila con l’obiettivo di ridurre del 25% la mortalità, arriva alla sesta edizione delle linee guida, elaborate congiuntamente da European society of intensive care medicine e Society of critical care medicine, con l’endorsement di 24 società scientifiche internazionali. Il documento è stato redatto da un panel di 69 esperti provenienti da 23 Paesi, con una significativa rappresentanza delle aree a basso e medio reddito.
L’aggiornamento 2026 è stato coordinato dal professor Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia e rianimazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Dipartimento di Emergenza, anestesiologia e terapia intensiva della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma, insieme alla professoressa Hallie Prescott dell’Università del Michigan (Usa). Le nuove indicazioni rafforzano l’importanza della diagnosi precoce, della tempestività terapeutica e della continuità assistenziale, ridefinendo il ruolo dei diversi livelli di cura, dall’emergenza territoriale al follow-up dopo la dimissione.
Medicoepaziente ha approfondito l’argomento con Massimo Antonelli:
Professor Antonelli, le raccomandazioni 2026 ribadiscono antibiotici entro la prima ora e test diagnostici rapidi. Cosa cambia davvero e quali sono le implicazioni organizzative?
La somministrazione di antibiotici entro la prima ora non è una novità assoluta: era già prevista nelle raccomandazioni precedenti. Si basa sull’evidenza che una terapia empirica precoce riduce la mortalità nelle emergenze come sepsi e shock settico. La vera evoluzione riguarda la possibilità di iniziare gli antibiotici già in fase pre-ospedaliera, ad esempio in ambulanza o in eliambulanza quando il trasferimento supera i 60 minuti. Questo approccio è particolarmente rilevante in contesti con grandi distanze dagli ospedali. Parallelamente, i nuovi test diagnostici rapidi di tipo genetico permettono, in poche ore, di identificare il patogeno e i profili di resistenza, consentendo di trasformare rapidamente la terapia empirica in mirata. Tuttavia, costi, organizzazione laboratoristica ed expertise limitano ancora la diffusione di queste tecnologie, soprattutto nei sistemi sanitari con risorse ridotte o forte variabilità territoriale”.
Quali segnali devono allertare il medico di medicina generale nella fase precoce?
I principali campanelli d’allarme sono: febbre associata a confusione mentale, ipotensione, riduzione della diuresi, segni di disidratazione o alterazioni cutanee come marezzature periferiche. Questi elementi indicano possibile ipoperfusione e richiedono un rapido invio in ospedale. Anche strumenti point-of-care, quando disponibili, come lattato capillare o ecografia bedside, possono supportare la valutazione, ma il riconoscimento clinico resta centrale”.
Le nuove indicazioni sottolineano anche la presa in carico oltre l’ospedale. Quali cambiamenti organizzativi sono necessari?
Le linee guida rafforzano il concetto di continuità assistenziale. La gestione della sepsi non termina con la fase acuta. Infatti, molti pazienti presentano sequele fisiche, cognitive e psicologiche, inclusi disturbi compatibili con stress post-traumatico. Serve quindi una filiera riabilitativa strutturata dopo la dimissione, che includa anche il coinvolgimento attivo del medico di medicina generale, chiamato a monitorare fragilità residue e rischio di nuove complicanze”.
Il documento introduce il concetto di de-resuscitazione. Di cosa si tratta e qual è il suo significato clinico?
La de-resuscitazione è un concetto prevalentemente ospedaliero. Nella fase iniziale della sepsi è necessario somministrare grandi quantità di fluidi per correggere l’ipoperfusione e stabilizzare il paziente. Una volta superata la fase critica, però, l’eccesso di liquidi può compromettere la funzionalità degli organi, favorendo edema intestinale, polmonare o cerebrale. Per questo, dopo la stabilizzazione, è opportuno rimuovere gradualmente i fluidi in eccesso mediante diuretici o nei casi più complessi, tecniche di depurazione extracorporea. Diverso è il follow-up territoriale, che riguarda la gestione delle fragilità residue e il rischio di nuove infezioni o riacutizzazioni”.
Qual è il ruolo del medico di medicina generale nel follow-up dei sopravvissuti a sepsi?
“Il medico di famiglia deve conoscere i fattori di rischio che hanno portato alla sepsi, i patogeni responsabili e le eventuali colonizzazioni persistenti. Alcuni pazienti possono rimanere colonizzati da germi multiresistenti e sviluppare nuove infezioni. Il monitoraggio delle fragilità, della funzionalità cognitiva, del recupero motorio e dello stato generale è fondamentale per prevenire ri-ospedalizzazioni e complicanze”.
Qual è, in sintesi, il messaggio delle nuove linee guida per la medicina generale?
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CAR-T, remissione completa in una paziente con tre rare malattie resistenti alle cure Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi
Roma, 30 aprile 2026 (Agenbio) – Una sola infusione di cellule CAR-T ha portato alla remissione completa di una paziente di 47 anni con tre gravi malattie autoimmuni del sangue, tutte resistenti ai trattamenti. Il caso, riportato sulla rivista Med, mostra il potenziale di queste terapie oltre l’oncologia. La donna soffriva di anemia emolitica autoimmune, trombocitopenia immune e sindrome da anticorpi antifosfolipidi. Queste condizioni erano tutte caratterizzate da un malfunzionamento dei linfociti B, cellule immunitarie che producono anticorpi, ma che in questo caso attaccavano l’organismo stesso. Dopo anni di trattamenti inefficaci, i medici hanno usato le CAR-T therapy, linfociti T modificati per riconoscere e distruggere le cellule B difettose. Questo ha portato a un vero e proprio “reset” del sistema immunitario: eliminate le cellule malate, l’organismo ha iniziato a produrre nuovi linfociti B funzionanti. In poche settimane, i sintomi sono scomparsi, le trasfusioni non sono più state necessarie e, dopo un anno, la paziente è ancora senza segni di malattia. Questa è un’importante prova che apre la strada all’uso delle CAR-T anche nelle malattie autoimmuni più complesse. (Agenbio) Emanuela Birra 9:00
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.1/100
Punteggio Totale
B
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❌
Criteri Critici
Centro di riferimento per la diagnosi e la terapia delle malattie neuromuscolari e neurodegenerat... Policlinico di Milano
Approccio multispecialistico e percorsi personalizzati
Fondato nel 1981 per volontà dell’Ing. Enzo Ferrari e del Prof. Guglielmo Scarlato, il “Centro Dino Ferrari” nasce dalla collaborazione tra l’Università degli Studi di Milano e il Policlinico di Milano. Oggi il Centro è riconosciuto a livello internazionale per la diagnosi e la cura delle malattie neuromuscolari, neurodegenerative e cerebrovascolari, dalla prima infanzia all’età adulta.
L’équipe si avvale di percorsi diagnostico-terapeutici dedicati e di un approccio fortemente multidisciplinare, in collaborazione con gli specialisti della Neuroradiologia, della Neurofisiologia, della Pediatria e Geriatria, della Medicina Nucleare, della Genetica Medica e della Riabilitazione, per garantire al paziente il trattamento più appropriato in base all’età, al profilo clinico e alla presenza di comorbidità. Il Centro opera in stretta collaborazione con Neurologia, Malattie Neuromuscolari e Rare, Malattie Neurodegenerative, il Centro di riferimento “Unità Valutativa Alzheimer”, il Centro di riferimento per il morbo di Parkinson e le malattie extrapiramidali, il Centro di riferimento per la ricerca e la cura della sclerosi multipla e la Stroke Unit del Policlinico.
Laboratori e attività di ricerca
Il Centro conta 12 laboratori e oltre 150 tra medici, ricercatori e personale tecnico specializzato. La Neurologia dispone di un Laboratorio di Biochimica e Genetica, che garantisce diagnostica molecolare di riferimento nazionale e internazionale con analisi di oltre 100 geni associati a malattie neurologiche. In Malattie Neuromuscolari e Rare si fornisce un servizio di diagnostica neuromiopatologica avanzata, con analisi istopatologica, istochimica, immunoistochimica e ultrastrutturale su biopsia muscolare e di nervo periferico. Il Laboratorio di Cellule Staminali Neurali e il Laboratorio Terapie Avanzate Neuromuscolari sono dedicati allo sviluppo di strategie terapeutiche cellulari, geniche e molecolari per le malattie neurodegenerative e neuromuscolari.
L’attività di ricerca, sia di base sia traslazionale, si concentra sulle malattie neurologiche con un approccio che integra clinica, genetica, modelli sperimentali e terapie avanzate. Le piattaforme sperimentali comprendono modelli paziente-specifici basati su cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC), organoidi e assembloidi tridimensionali che riproducono il tessuto cerebrale, del midollo spinale e muscolare dei pazienti, e programmi di terapia genica con vettori adeno-associati (AAV), oligonucleotidi antisenso, editing genomico CRISPR/Cas e terapie a base di microRNA.
Contributo alla scoperta e all'innovazione terapeutica
Il Centro ha contribuito in maniera significativa alla scoperta di meccanismi genetici di malattie neurologiche, tramite l’identificazione di nuovi geni malattia nel campo delle malattie neuromuscolari ereditarie, delle encefalomiopatie mitocondriali, delle malattie del motoneurone e di forme geneticamente determinate di demenza. Parallelamente sono stati validati biomarcatori diagnostici e di progressione nella Malattia di Alzheimer, nella Sclerosi Laterale Amiotrofica, nella Sclerosi Multipla e nella Malattia di Parkinson. I ricercatori sono impegnati nello sviluppo preclinico e nella sperimentazione clinica di nuovi approcci terapeutici, incluse terapie geniche che hanno contribuito a modificare la storia naturale di diverse malattie neurologiche. A testimonianza di questa attività, il Centro ha prodotto circa 500 pubblicazioni scientifiche internazionali negli ultimi anni.
Collaborazioni internazionali e formazione
Il Centro vanta oltre 190 collaborazioni con centri di ricerca nazionali e internazionali, tra cui Columbia University e New York University, Nationwide Children’s Hospital (Columbus, Ohio), Harvard University, Northwestern University (Chicago), Pitié-Salpêtrière (Parigi) e UCL Queen Square Institute of Neurology (Londra). Partecipa alla rete ERN EURO-NMD (European Reference Network on Neuromuscular Diseases) ed è presente nello Scientific Advisory Board di SMA Europe. La formazione dei giovani ricercatori è parte integrante della missione del Centro, con il supporto di percorsi formativi nei più prestigiosi istituti scientifici mondiali.
Il ruolo dell’Associazione “Centro Dino Ferrari”
L’Associazione “Centro Dino Ferrari” ETS, nata nel 1984 per volontà dell’Ing Enzo Ferrari, con la presidenza onoraria dell’Ing. Piero Ferrari, supporta l’attività sia di ricerca scientifica sia di diagnostica clinica del Centro, attraverso un contributo fondamentale volto ad accelerare la validazione di progetti innovativi nell’ambito delle malattie neurologiche, neuromuscolari e rare. Grazie al sostegno dell’Associazione è stato possibile potenziare i laboratori, dotarli di apparecchiature scientifiche avanzate e istituire borse di studio che hanno permesso a giovani ricercatori di completare la propria formazione presso i più qualificati istituti scientifici internazionali.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Prevenzione del melanoma, 5 regole su come vestirsi per proteggere la pelle Dica33
30 aprile 2026
Aggiornamenti e focus
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Quando mettiamo la crema solare ci sentiamo al sicuro. Ma tre nuovi studi internazionali - pubblicati su Cancer Research, Cancers e Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention - raccontano una storia diversa: i filtri solari, usati senza le giuste precauzioni, possono dare un falso senso di protezione, spingendo le persone a esporsi al sole più a lungo di quanto farebbero altrimenti. Negli ultimi anni, in Italia, i casi di melanoma sono più che raddoppiati: da 6.000 nel 2004 a circa 15.000 oggi. In occasione della Giornata Nazionale per la Prevenzione del Melanoma del 2 maggio, la Fondazione Melanoma lancia la campagna "Vestiti di Prevenzione" con un messaggio preciso: il primo vero scudo contro il tumore della pelle più aggressivo è l'abbigliamento.
Il melanoma in Italia: un problema in crescita
Il melanoma è il tumore cutaneo più aggressivo. In Italia i casi sono aumentati in modo costante negli ultimi decenni, passando da circa 6.000 diagnosi nel 2004 a quasi 15.000 oggi. L'invecchiamento della popolazione spiega in parte questa crescita, ma non è il fattore principale.
«Quasi 9 casi su 10 sono legati all'eccessiva esposizione ai raggi UV», spiega Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all'Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus. «Scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di melanoma».
E il pericolo non è limitato alle giornate afose di luglio: i raggi UV possono danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, anche con il cielo nuvoloso o temperature fresche.
Il paradosso della crema solare
La crema solare è utile ma non è sufficiente, e in alcuni casi può addirittura diventare parte del problema. I ricercatori della McGill University hanno descritto quello che chiamano il "paradosso della crema solare": chi usa i filtri protettivi tende a sentirsi al sicuro e a prolungare l'esposizione al sole, spesso senza applicare il prodotto in quantità adeguata o rinnovarlo dopo il bagno o la sudorazione.
Uno studio pubblicato sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, basato sui dati della Biobank del Regno Unito, ha prodotto un dato sorprendente: l'uso di creme solari era associato a un rischio più che doppio di sviluppare il cancro della pelle. Non perché la crema faccia male, ma perché chi si espone di più al sole tende a non usarla in quantità adeguata.
«La crema solare è fondamentale, ma non è una licenza di arrostirsi», chiarisce Ascierto. «La maggior parte delle persone non ne applica una quantità sufficiente o rimane esposta ai raggi UV per ore dopo la prima applicazione. L'abbigliamento, invece, non scade, non si lava via col sudore e offre una protezione fisica costante».
Dimmi come ti vesti e ti dirò dove rischi
C'è un dato che colpisce: la localizzazione del melanoma sul corpo non è casuale, ma riflette le abitudini di abbigliamento. Un'analisi della Cancer Research UK mostra una netta differenza di genere. Negli uomini, circa il 40% dei melanomi viene diagnosticato sul dorso (schiena, petto e addome), sulle zone che restano scoperte quando si sta a torso nudo. Nelle donne, invece, più di un terzo dei casi (35%) riguarda le gambe, molto più esposte indossando con gonne e pantaloncini.
«C'è una correlazione diretta tra le abitudini sociali nell'abbigliamento e la localizzazione del tumore», conferma Ascierto. Un meccanismo semplice, ma con implicazioni pratiche immediate.
5 regole per un guardaroba anti-melanoma
1. Coprire senza soffocare
La scelta più efficace non è necessariamente quella più scomoda. Camicie a maniche lunghe in lino o cotone leggero, pantaloni lunghi dal taglio fluido: permettono alla pelle di traspirare meglio dell'esposizione diretta al sole, che aumenta la temperatura corporea e il rischio di scottature.
2. I colori scuri proteggono di più
Il bianco e i toni pastello lasciano passare più raggi UV rispetto ai colori scuri o vivaci. Nero, blu navy e rosso intenso assorbono meglio le radiazioni, impedendo loro di raggiungere la pelle.
3. Occhiali con montatura avvolgente
Gli occhi e la zona perioculare sono estremamente vulnerabili, ma spesso trascurati. Non tutti gli occhiali da sole proteggono davvero: lenti troppo chiare o senza filtri certificati possono indurre la pupilla a dilatarsi, aumentando l'esposizione. I modelli con montatura "avvolgente", più ampi ai lati, proteggono anche dalla luce riflessa da sabbia, acqua e asfalto, e coprono la pelle del contorno occhi dove la crema raramente viene applicata con precisione.
4. Il cappello con la tesa larga
Una tesa di almeno 7 centimetri protegge orecchie, nuca e cuoio capelluto, zone ad alto rischio spesso dimenticate. Per gli uomini con capelli radi o capelli corti, il cuoio capelluto è una delle sedi più esposte.
5. Cerca l'etichetta UPF
Come le creme solari hanno l'SPF, molti capi tecnici riportano il fattore UPF (Ultraviolet Protection Factor). Un capo UPF 50+ blocca il 98% dei raggi UV, offrendo una protezione paragonabile a quella di un filtro solare ad alta protezione, senza doverlo riapplicare.
La crema solare: come usarla davvero bene
Nonostante quanto detto, la crema solare resta uno strumento fondamentale, a patto di usarla correttamente. Ciò significa applicarla in quantità generosa su tutte le zone esposte, rinnovarla ogni due ore e dopo ogni bagno o sudorazione intensa, e non affidarsi a lei come unica misura di protezione. Filtro alto (SPF 50 o superiore) per le pelli chiare, per i bambini e per chi trascorre molte ore all'aperto.
La crema solare protegge davvero dal melanoma? Sì, ma da sola non basta. Gli studi evidenziano che i filtri solari, usati senza altre precauzioni, possono creare un falso senso di sicurezza. L'abbigliamento offre una protezione fisica costante che la crema, spesso applicata in quantità insufficiente, non riesce a garantire. Dove si sviluppa più spesso il melanoma? Dipende dalle abitudini di abbigliamento. Negli uomini circa il 40% dei melanomi compare su schiena, petto e addome; nelle donne più di un terzo dei casi riguarda le gambe. I raggi UV colpiscono dove la pelle è esposta. Quali colori di abbigliamento proteggono di più dal sole? I colori scuri e vivaci - nero, blu navy, rosso intenso - assorbono meglio i raggi UV rispetto ai toni chiari e pastello. Il bianco, contrariamente a quanto si pensa, protegge meno. Cos'è il fattore UPF nei vestiti? È l'equivalente tessile dell'SPF delle creme solari. Indica la capacità del tessuto di bloccare i raggi UV. Un capo UPF 50+ blocca il 98% delle radiazioni, offrendo una protezione paragonabile a un filtro solare ad alta protezione. I raggi UV fanno male anche con le nuvole? Sì, i raggi UV possono essere sufficientemente intensi da danneggiare la pelle da metà marzo a metà ottobre, indipendentemente dalla presenza di nuvole o dalla temperatura percepita. Le scottature in montagna o nelle giornate coperte sono più comuni di quanto si pensi. Ogni quanto bisogna riapplicare la crema solare? Ogni due ore, e immediatamente dopo ogni bagno o sudorazione intensa. La quantità conta quanto la frequenza: la maggior parte delle persone applica meno della metà della dose raccomandata, riducendo significativamente l'efficacia del prodotto.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
36.3/100
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Criteri Critici
Chemioterapia con "Fido": il progetto pilota passa anche dal Veneto TViWeb
Degenza in ospedale con il cane accanto e anche nelle sedute di chemioterapia. E’ la nuova possibilità introdotta dall’azienda sanitaria Ulss 2 di Treviso attraverso un piano che rende strutturato un percorso avviato da anni. A illustrarne le caratteristiche sono stati ieri il direttore generale, Giancarlo Bizzari, il direttore sanitario, Maria Caterina De Marco, e il responsabile del Servizio di Igiene urbana veterinaria del Dipartimento di prevenzione, Massimo Maiorano.
Il piano sarà rivolto a tutti i pazienti che desiderano essere accompagnati dai propri animali d’affezione – non necessariamente cani – durante il percorso di cura, con la possibilità di chiederne la presenza anche durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza. A questo proposito l’Ulss 2 lancerà un appello ai privati affinché supportino economicamente l’iniziativa, che richiede un locale e un infermiere dedicati durante la ‘pet infusion’.
“L’umanizzazione delle cure non è uno slogan – sottolinea Bizzari – ma una direzione concreta su cui stiamo lavorando ogni giorno. Le famiglie sono radicalmente cambiate: sono sempre meno numerose, gli anziani sono più soli e gli animali da affezione sono parte, a tutti gli effetti, di un nucleo familiare sempre più ristretto. Dobbiamo tenerne conto, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, quando le persone affrontano la malattia.
Si tratta di un progetto sperimentale – chiude – per finanziare il quale lanceremo un bando per la raccolta fondi e ci auguriamo che associazioni e privati rispondano positivamente all’appello”. ANSA VENETO
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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I pazienti oncologici dell'Algarve dicono "no" alle cure in Spagna Portugal Resident
Il movimento dei malati di cancro promette di organizzare veglie davanti ai municipi dell'Algarve.
Il consiglio di amministrazione dell' Centro ospedaliero universitario dell'Algarve (CHUA) è di nuovo sotto i riflettori dopo il suo controverso scambio di persona all'obitorio il che ha portato il consiglio a offrire le proprie dimissioni.
Ora, i malati di cancro in Algarve chiedono che il consiglio di amministrazione porti a termine le sue dimissioni dopo un La gara internazionale per i servizi di radioterapia dell'Algarve è stata vinta da un'azienda spagnola., costringendo i pazienti a Per recarsi a Siviglia per sottoporsi a un trattamento di radioterapia, bisogna percorrere circa 400 km (andata e ritorno).
Infatti, il Movimento in difesa dei malati di cancro dell'Algarve ha promesso di organizzare veglie davanti ai municipi in tutto l'Algarve in segno di protesta contro “Tentativo da parte delle autorità politiche e sanitarie regionali di minimizzare questo argomento.”
L'annuncio giunge dopo la "mancanza di risposta" ricevuta dal movimento in seguito alla richiesta al consiglio di amministrazione del CHUA di annullare la gara d'appalto pubblica per il servizio di radioterapia praticamente inesistente nella regione.
A causa della mancanza di una risposta su un “una decisione infelice e incomprensibile”, il movimento ha chiesto al consiglio di amministrazione della CHUA di “Dimettiti immediatamente.”
Nel mese di ottobre, il direttore clinico del CHUA Horácio Guerreiro ha dichiarato all'agenzia di stampa Lusa che il L'Algarve non dispone delle attrezzature necessarie per effettuare tutti i trattamenti e le diagnosi oncologiche necessarie., il che costringe i pazienti a recarsi a Lisbona, Coimbra o persino a Huelva e Siviglia, in Spagna, per ricevere cure.
Una gara d'appalto internazionale indetta da CHUA per trattamenti di radioterapia in Algarve ha attirato due offerte: una portoghese e una spagnola, quest'ultima presentata da un'azienda "prestigiosa in questo settore clinico, che ha offerto garanzie di qualità medica a un prezzo inferiore rispetto all'altro offerente".
L'appalto è stato vinto dalla società spagnola, che vede i pazienti costretti a recarsi all'estero per ricevere cure.
Guerreiro, tuttavia, ha sottolineato che il trasporto tramite ambulanza è fornito dalla società, che effettua i trattamenti in un "ambiente ospedaliero, con ricovero e cure intensive di eccellenza forniti, se necessario.”
Il direttore clinico ha inoltre minimizzato la distanza di 200 km tra Faro e Siviglia, affermando che "non rappresenta un problema per i pazienti" poiché le loro "condizioni vengono valutate preventivamente".
Secondo il movimento, l'ultima controversia del CHUA, che ha visto la cremazione del corpo sbagliato all'ospedale Faro il 3 novembre, è servita solo a “Ha aggravato la mancanza di fiducia in questo consiglio di amministrazione.”
Il ministro della Salute Manuel Pizarro ha definito l'incidente dello scambio di cadaveri all'ospedale di Faro "assolutamente deplorevole", ma ha anche affermato che attenderà i risultati dell'inchiesta avviata prima di prendere una decisione sul futuro del consiglio di amministrazione.
By Michele Bruxo
[email protected]
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Criteri Critici
“Bibliocura”, la terapia continua tra le pagine La Nazione
EMPOLINon basta un clic per trovare risposte – spesso contraddittorie, talvolta fuorvianti – . Orientarsi tra le informazioni sulla salute è sempre più difficile. Eppure, proprio da qui nasce un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: tornare al libro. Un libro come strumento affidabile, selezionato, "prescritto". Ma soprattutto attendibile. Non è la biblioterapia delle piccole farmacie letterarie, dove è il contenuto a nutrire l’anima: qui è l’informazione corretta e validata, a diventare parte della cura. Si chiama "Bibliocura – la terapia continua tra le pagine" ed è il progetto di welfare culturale promosso dalla Biblioteca comunale Renato Fucini insieme all’Azienda Usl Toscana Centro e alla Società della Salute Empolese Valdarno Valdelsa. Un’iniziativa realizzata con il contributo del Consiglio regionale della Toscana per promuovere la lettura quale strumento di benessere, prevenzione e informazione sanitaria.
L’idea di fondo è chiara: accanto alla terapia tradizionale, il medico può indicare anche una lettura. Non un romanzo qualsiasi, ma una bibliografia costruita insieme da bibliotecari e specialisti sulla base di evidenze scientifiche. "Nel mondo di oggi – ha sottolineato il vicesindaco di Empoli Nedo Mennuti – le informazioni si cercano online, ma non sempre sono corrette. Questo progetto ci aiuta a riconoscere fonti affidabili: è un servizio non solo utile, ma indispensabile".
Non si tratta solo di leggere per stare meglio, ma di leggere per capire meglio. Perché, come ha evidenziato l’assessora alla qualità della vita Laura Mannucci, "la salute non è solo assenza di malattia, ma benessere fisico, mentale e culturale. E oggi il vero nodo è proprio la qualità delle informazioni che riceviamo". In un contesto in cui social, passaparola e influencer contribuiscono a creare confusione, anche gli operatori sanitari faticano a trasmettere contenuti corretti e consapevoli. "Con Bibliocura – ha spiegato l’assessore alla cultura Matteo Bensi – il nostro territorio ha saputo proporre un modello multidisciplinare, in cui anche il bisogno di nutrimento culturale diventa parte della cura. Le biblioteche di Empoli sono le prime in Italia a presentare un progetto così ambizioso, qualificato dalla rete dei partner e dalla meticolosità di bibliotecari che hanno curato la scelta di tutti i libri proposti".
Come ha ricordato il direttore della biblioteca Carlo Ghilli, è il risultato di un lavoro lungo anni e si ispira a esperienze già avviate in Gran Bretagna. "Non era mai stato tentato in Italia un sistema che mettesse insieme informazione bibliografica certificata, contenuti web selezionati e azione terapeutica. Si punta a contrastare la disinformazione sanitaria offrendo ai cittadini letture per affrontare temi come ansia, depressione lieve, dietologia, puericultura. I terapeuti possono prescrivere i libri come supporto clinico o percorso di auto-aiuto". "Il medico – ha concluso la direttrice sanitaria del presidio ospedaliero San Giuseppe, Francesca Bellini – potrà affiancare alla terapia anche una lettura mirata, personalizzata sul paziente. Non solo un dosaggio, quindi, ma anche un percorso di conoscenza e consapevolezza che accompagna la persona anche fuori dall’ospedale".
Ylenia Cecchetti
Animali in ospedale, il piano dell'Usl per permettere ai pazienti di trascorrere il ricovero con il proprio amico a 4 zampe. Le storie... - Il Gazzettino
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Animali in ospedale, il piano dell'Usl per permettere ai pazienti di trascorrere il ricovero con il proprio amico a 4 zampe. Le storie... Il Gazzettino
TREVISO - «La vedo più tranquilla, più in pace. La possibilità di avere accanto il suo amato cagnolino mentre è in ospedale le dà serenità. Pani rappresenta, per lei, una presenza indispensabile, fa parte della famiglia». Con queste parole Daniela, mamma di Elisa Ceschin, racconta il valore della presenza dell’adorabile chihuahua che fa compagnia alla figlia anche durante il ricovero. Elisa, di Conegliano e nota assieme alla famiglia per le attività di sensibilizzazione cui nel tempo si sono dedicati, convive dall’età di 6 anni con l’atassia di Friedreich, una rara malattia genetica neurodegenerativa che compromette progressivamente la coordinazione muscolare. Accanto a lei, da dieci anni, c’è la dolcissima Pani, scelta “per amore a prima vista” e diventata un punto di riferimento costante. Anche nella stanza dell’ospedale di Conegliano, dove Elisa è ricoverata, Pani non cambia abitudini: ogni giorno, alle 16, la va a trovare e resta accoccolata accanto a lei, contribuendo a darle serenità e forza nei momenti più difficili. Non riesco a stare senza di lei - dice Elisa con la sua piccola cagnolina in mano -. Mi aiuta ad affrontare la malattia e mi fa stare bene».
Il caso di Elisa arriva a pochi giorni da quello di Barbara Guerra, ricoverata in Chirurgia 1 al Ca’ Foncello per un intervento oncologico, che ha potuto ricevere in reparto la visita del proprio labrador Joy. Due storie diverse, ma unite da un elemento comune: il valore profondo del legame tra persona e animale nel percorso di cura.
Affrontare la malattia assieme ai propri animali. È questo il piano che l’Usl che ha in mente per fare in modo che i pazienti ricoverati nel lungo periodo, possano stare in compagnia dei loro amici a quattro zampe. I due casi degli ultimi mesi hanno sollevato i pazienti dal dolore delle cure. «Questo ci ha indotto a fare un pensiero strutturato - spiega il direttore generale Giancarlo Bizzarri - vogliamo affrontare a livello aziendale la questione, delineando un piano per gli interventi assistiti con gli animali». Il Piano sarà rivolto a tutti i pazienti che desiderano essere accompagnati dai propri animali durante il percorso di cura. Con un’importante novità: la possibilità di chiedere la presenza del proprio animale d’affezione anche durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza. A questo proposito l’Ulss 2 lancerà un appello ai privati affinché supportino economicamente quest’iniziativa che richiede un locale e un infermiere dedicati durante la “pet infusion”. Dal prossimo lunedì, uscirà un bando dedicato alle associazioni animaliste, che intendano supportare il progetto con fondi e personale specializzato in questo primo periodo di sperimentazione del progetto, che durerà sei mesi. Per comprendere le disponibilità ma soprattutto le richieste. Che attualmente ci sono e sono in crescita.
LE RICHIESTE
C’è già una paziente oncologica proveniente dall’asolano che ha chiesto all’azienda sanitaria di poter trascorrere il periodo di degenza con il proprio cane. «I benefici sono molti nel rispetto di quello che è l’animale, che però deve avere determinate condizioni e situazioni», specifica Bizzarri. Nel caso dei pazienti oncologici, infatti, «i locali a volte non consentono l’attività assistita degli animali ma servono condizioni logistiche e tecniche particolari». L’Usl ha così adottato delle specifiche pratiche per avviare le due attività sperimentali, sia per i pazienti oncologici che per le famiglie mononucleo. «Abbiamo visto che la presenza di animali domestici aiutano il paziente a superare lo stress e il sentimento negativo del paziente oncologico quando si avvicina alla chemioterapia - spiega la direttrice sanitaria Maria Caterina De Marco -. Noi vorremo identificare dei locali dedicati con personale dedicato: alle associazioni animaliste e volontariato chiediamo se ci vogliono supportare con dei fondi dedicati per pagare il nostro personale fuori dall’orario di servizio». La sperimentazione di questa attività inizierebbe nel mese di giugno. Così come quella della famiglie mononucleo. «Sono sempre di più quelle che hanno l’animale e anche per loro rappresenta il legame affettivo più vicino - continua De Marco -. In questo caso, potrebbe esserci la possibilità che la persona che necessità di un ricovero prolungato che magari non sa a chi lasciare il proprio animale domestico. Vorremo un supporto da parte delle associazioni per favorire l’allocazione degli animali che magari rimangono da soli durante il periodo della degenza».