Il melanoma in Italia è in crescita. Oltre alla crema solare, c'è un qualcosa di inaspettato che risulta fondamentale per una prevenzione efficace.Il melanoma colpisce circa 15.000 italiani ogni anno, con numeri raddoppiati nell'ultimo ventennio. Quasi 9 casi…
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumore al seno, perché il rischio aumenta con l’età: cosa succede davvero nei tessuti Pazienti.it
Il rischio di sviluppare un tumore al seno cresce con l’età, ma i meccanismi alla base di questo aumento non sono mai stati del tutto chiari. Un nuovo studio condotto da ricercatori dell’Università di Cambridge e dell’Università della British Columbia ha provato a rispondere a questa domanda partendo da un’analisi molto dettagliata del tessuto mammario.
Gli scienziati hanno costruito una mappa senza precedenti, basata su oltre 3 milioni di cellule, per osservare come il seno si modifica nel tempo. Il risultato mostra un quadro piuttosto netto: con l’avanzare dell’età, il tessuto mammario cambia profondamente, e queste trasformazioni sembrano creare condizioni più favorevoli alla crescita di cellule tumorali.
Secondo gli autori, le variazioni più evidenti si concentrano in un momento preciso, cioè durante la menopausa, anche se cambiamenti più lievi si osservano già nei vent’anni, probabilmente legati a gravidanza e allattamento.
Meno cellule e struttura diversa
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dallo studio riguarda la quantità e il tipo di cellule presenti nel seno. Con l’età, il numero complessivo di cellule diminuisce e la struttura del tessuto si modifica. In particolare, si riducono le cellule epiteliali, che rivestono i dotti mammari e le strutture deputate alla produzione del latte.
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Questo dato non sorprende del tutto, perché queste cellule sono strettamente legate alla funzione riproduttiva. Tuttavia, i ricercatori sottolineano che l’entità dei cambiamenti osservati è più ampia del previsto.
Parallelamente, si riducono anche le cellule del sistema immunitario e quelle stromali, cioè quelle che costituiscono una sorta di “impalcatura” del tessuto. Questa perdita contribuisce a rendere l’ambiente meno strutturato e, potenzialmente, più permissivo per lo sviluppo di cellule anomale.
Un ambiente più favorevole alla crescita tumorale
Oltre alla diminuzione delle cellule, cambia anche l’organizzazione del tessuto. Le strutture che producono il latte, chiamate lobuli, tendono a ridursi o a scomparire. Aumenta invece la presenza di tessuto adiposo, mentre i vasi sanguigni diminuiscono.
Un altro elemento importante riguarda la distribuzione delle cellule. Con l’età, le cellule immunitarie e quelle stromali si allontanano dalle cellule epiteliali. Questo può rendere più difficile il controllo di eventuali cellule tumorali, che potrebbero così svilupparsi e diffondersi con maggiore facilità.
Il sistema immunitario, inoltre, sembra perdere parte della sua efficacia. Nei tessuti più giovani sono presenti più linfociti B e linfociti T attivi, cellule fondamentali per riconoscere e distruggere cellule potenzialmente pericolose. Nei tessuti più anziani, invece, queste cellule diminuiscono e aumentano i macrofagi di tipo M2, associati in altri studi a processi che favoriscono la crescita tumorale.
Infiammazione e minore difesa
Questi cambiamenti contribuiscono a creare un ambiente più infiammatorio e meno protettivo. Il sistema immunitario, pur restando attivo, diventa meno efficace nel contenere la comparsa di cellule anomale. In questo contesto, eventuali cellule tumorali trovano condizioni più favorevoli per svilupparsi e proliferare.
Gli autori dello studio parlano di un ambiente “più permissivo”, dove il controllo biologico sulle cellule che mutano è meno rigido rispetto a quanto avviene in età più giovane.
Il ruolo della menopausa
Tra tutti i cambiamenti osservati, uno dei più evidenti riguarda il periodo intorno ai 40-50 anni, in corrispondenza della menopausa. In questa fase si registra un picco nei processi di invecchiamento del tessuto mammario.
Questo dato è coerente con quanto già noto sul piano clinico: la maggior parte dei casi di tumore al seno viene diagnosticata dopo i 50 anni, anche se negli ultimi anni si osserva un aumento dei casi tra le donne più giovani, per cause ancora non del tutto chiarite.
Secondo le stime dell’American Cancer Society, negli Stati Uniti oltre 320.000 donne riceveranno una diagnosi di tumore al seno nel corso di quest’anno, confermando quanto questa patologia sia diffusa.
Età, mutazioni e differenze individuali
L’età resta uno dei principali fattori di rischio per quasi tutti i tumori. Con il passare del tempo, infatti, le cellule accumulano mutazioni genetiche che possono portare alla formazione di cellule anomale e, in alcuni casi, allo sviluppo di tumori.
Lo studio aggiunge un ulteriore elemento: non parliamo solo di mutazioni, ma anche di ambiente cellulare. Il modo in cui il tessuto cambia nel tempo può influenzare direttamente la capacità delle cellule tumorali di attecchire e crescere.
I ricercatori sottolineano che il ritmo di invecchiamento del tessuto mammario può variare da persona a persona. Questo potrebbe contribuire a spiegare perché alcune donne sviluppano tumori mentre altre no, anche in presenza di fattori di rischio simili.
Tradizionalmente il rischio oncologico è stato attribuito all'accumulo di mutazioni genetiche casuali dovute al tempo. Questo studio sposta il focus sul microambiente (il "terreno"):
Anche una cellula con mutazioni pericolose fatica a diventare tumore in un tessuto giovane e ben sorvegliato.
Nel tessuto anziano, la combinazione di infiammazione cronica silente, riduzione delle difese immunitarie e alterata architettura stromale permette a quelle stesse mutazioni di attecchire e proliferare.
Uno studio che apre nuove domande
Per arrivare a questi risultati, il gruppo ha analizzato campioni di tessuto mammario sano provenienti da 527 donne, di età compresa tra 15 e 86 anni, sottoposte a interventi di riduzione del seno. Utilizzando tecniche avanzate di imaging, gli scienziati hanno ricostruito una mappa dettagliata del tessuto, osservando le variazioni nel tempo.
Lo studio non ha preso in considerazione alcuni fattori come etnia o predisposizione genetica, che possono influenzare il rischio di tumore al seno. Tuttavia, ricerche precedenti suggeriscono che nelle donne con predisposizione genetica il tessuto mammario possa mostrare segni di invecchiamento più rapido.
Nel complesso, questi risultati aiutano a chiarire perché il rischio di tumore al seno aumenti con l’età, ma indicano anche che il processo è complesso e legato a diversi fattori biologici. Comprendere meglio queste dinamiche potrebbe contribuire, in futuro, a sviluppare strategie di prevenzione più mirate.
FONTI:
ScienceAlert - Scientists Reveal Why Breast Cancer Risk Rises With Age
Nature Aging - Single-cell spatial atlas of the aging human breast
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Cancro al retto, i segnali da non ignorare: crescono i casi tra gli under 50 Pazienti.it
Il cancro del retto rientra nel gruppo dei tumori colorettali, insieme al tumore del colon. La differenza principale riguarda la sede: il retto è la parte finale del colon, prima dell’ano. Dal punto di vista biologico, però, i tessuti sono simili, motivo per cui spesso colon e retto vengono considerati insieme.
Negli ultimi anni, però, i medici stanno osservando con maggiore attenzione un dato: i tumori del colon-retto, e in particolare quelli del retto, stanno aumentando negli adulti sotto i 50 anni. Secondo quanto riportato, se la tendenza dovesse continuare, il tumore del retto potrebbe diventare entro il 2035 la principale causa di morte per cancro nelle persone under 50.
I sintomi più comuni: sangue, dolore e cambiamenti intestinali
Il segnale più frequente del tumore del retto è il sanguinamento rettale. Può comparire come sangue rosso vivo, sangue più scuro, feci color rosso cupo oppure tracce sulla carta igienica. Proprio per questo, soprattutto nei pazienti giovani, può essere confuso con emorroidi, ciclo mestruale o piccoli disturbi intestinali.
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Un altro sintomo da non sottovalutare è il dolore addominale, soprattutto se persistente o associato ad altri cambiamenti. Possono comparire anche stitichezza, modifiche delle abitudini intestinali, feci più sottili del solito, perdita di peso non spiegata, stanchezza marcata e anemia.
Il punto centrale, spiegano gli specialisti, è non ignorare i cambiamenti del tratto gastrointestinale. La presenza di sangue nelle feci è uno dei segnali che più chiaramente richiede una valutazione medica.
Perché aumentano i casi sotto i 50 anni
Il tumore del colon-retto resta complessivamente meno comune nei giovani rispetto agli anziani, ma l’aumento osservato negli ultimi decenni è considerato rilevante. Secondo i dati citati, i casi negli adulti sotto i 50 anni sono cresciuti del 63% dal 1988: si è passati da circa 8 casi ogni 100.000 adulti under 50 a 13 casi ogni 100.000.
Le cause non sono ancora del tutto chiare. Gli esperti chiamano in causa più fattori: obesità, diabete, dieta occidentale ricca di grassi animali, carboidrati raffinati, carni rosse e lavorate, zuccheri e pochi vegetali. Ma non basta: molti giovani pazienti con tumore colorettale non sono obesi e non hanno diabete.
Per questo la ricerca sta guardando anche ad altri elementi, come i cambiamenti del microbioma intestinale, l’aumento del consumo di cibi ultraprocessati, le modifiche nello stile di vita, la riduzione dell’attività fisica e forse anche l’esposizione a nuove sostanze ambientali.
Prevenzione: quando fare i controlli
Per le persone considerate a rischio medio, lo screening per il tumore del colon-retto dovrebbe iniziare a 45 anni. Può essere effettuato con colonscopia oppure con test sulle feci, come il FIT o altri esami specifici. Se un test fecale risulta positivo, è necessario approfondire con una colonscopia.
Uno dei problemi principali per gli under 50 è il ritardo diagnostico: poiché il cancro del retto è considerato raro in questa fascia d'età, medici e pazienti tendono inizialmente ad attribuire i sintomi a patologie benigne come le emorroidi. È fondamentale che, in presenza di sanguinamento persistente, non ci si limiti a terapie topiche, ma si richieda un esame obiettivo completo o una proctosigmoidoscopia, l'unica procedura in grado di visualizzare direttamente la lesione nel tratto rettale
Chi ha un familiare di primo grado, come un genitore o un fratello, con tumore del colon o del retto potrebbe dover iniziare i controlli prima dei 45 anni. In questi casi è importante parlarne con il medico.
Cosa si può fare per ridurre il rischio
Non esiste un modo per azzerare del tutto il rischio, ma alcune abitudini possono contribuire a ridurlo. Gli esperti indicano una dieta simile a quella mediterranea, con meno grassi animali e carni lavorate, più frutta, verdura, legumi, cereali integrali e fibre solubili.
È consigliabile anche limitare le bevande zuccherate, moderare l’alcol, mantenere un peso adeguato, muoversi con regolarità e gestire eventuali condizioni come obesità o diabete.
Il messaggio più importante, però, resta pratico: non aspettare se compaiono sintomi sospetti. Sangue, dolore addominale persistente, cambiamenti intestinali o stanchezza inspiegabile non significano automaticamente cancro, ma meritano comunque attenzione. In caso di dubbi, parlarne presto con un medico può fare la differenza.
FONTI
HuffPost - The Most Common Warning Signs Of Rectal Cancer
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Sedute di chemioterapia con il proprio cane accanto: al via il progetto sperimentale a Treviso Radio Bruno
I pazienti che desiderano essere accompagnati dai propri animali durante il percorso di cura, ora possono farlo. E’ la nuova possibilità introdotta dall’azienda sanitaria Ulss 2 di Treviso attraverso un piano che rende strutturato un percorso avviato da anni.
Come si legge in un comunicato stampa, a illustrare le caratteristiche del Piano dedicato sono stati, ieri, mercoledì 29 aprile, il direttore generale Giancarlo Bizzari, il direttore sanitario Maria Caterina De Marco e il responsabile del Servizio di Igiene Urbana Veterinaria del Dipartimento di Prevenzione Massimo Maiorano. Il Piano sarà rivolto a tutti i pazienti che desiderano essere accompagnati dai propri animali durante il percorso di cura. Con un’importante novità: la possibilità di chiedere la presenza del proprio animale d’affezione anche durante le sedute di chemioterapia, oltre che nel corso della degenza. A questo proposito l’Ulss 2 lancerà un appello ai privati affinché supportino economicamente quest’iniziativa che richiede un locale e un infermiere dedicati durante la “pet infusion”.
“L’umanizzazione delle cure non è uno slogan, ma una direzione concreta su cui stiamo lavorando ogni giorno – sottolinea il direttore generale Giancarlo Bizzari –. Le famiglie sono radicalmente cambiate: sono sempre meno numerose, gli anziani sono più soli e gli animali da affezione sono parte, a tutti gli effetti, di un nucleo familiare sempre più ristretto. Dobbiamo tenerne conto, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità, quando le persone affrontano la malattia. Considerare questi nuovi membri della famiglia significa prendersi cura davvero della persona nella sua interezza. Il progetto che stiamo mettendo a punto darà sistematicità e omogeneità, oltre a un coordinamento unico, alle varie iniziative di Pet therapy e Pet visiting che già vedono nei vari reparti la presenza degli animali d’affezione. L’obiettivo è di estendere la possibilità di questa presenza anche alle sedute di chemioterapia, per i pazienti che lo desiderano: si tratta di un progetto sperimentale per finanziare il quale lanceremo un bando per la raccolta fondi: ci auguriamo che associazioni e privati rispondano positivamente all’appello, volto a permetterci un ulteriore importante passo sulla strada dell’umanizzazione delle cure”. (fotografia di repertorio)
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Idrosadenite suppurativa grave, duplice terapia biologica possibile strategia per i casi refrattari #AAD26 Pharmastar
Nei pazienti con idrosadenite suppurativa grave, in particolare in quelli con malattia refrattaria alle terapie standard, la combinazione di due farmaci biologici può rappresentare un’opzione clinica nei casi non completamente controllati, aprendo a un approccio più aggressivo ma razionale basato sulla complessità immunologica della malattia. È quanto emerge da una relazione tenutasi al congresso 2026 dell’American Academy of Dermatology (AAD).
L’idrosadenite suppurativa (HS) è una patologia infiammatoria cronica caratterizzata da noduli profondi, ascessi e fistole, con un impatto significativo sulla qualità di vita e una prevalenza che può raggiungere circa l’1% nella popolazione generale. Nei soggetti con forme moderate-gravi, i farmaci biologici hanno rappresentato un progresso rilevante, ma la risposta terapeutica rimane eterogenea e spesso incompleta.
Gli studi clinici mostrano, ad esempio, tassi di risposta HiSCR50 (Hidradenitis Suppurativa Clinical Response 50, riduzione ≥50% di ascessi e noduli infiammatori senza aumento di ascessi e fistole drenanti) intorno al 42–45% con gli inibitori dell’interleuchina 17 (IL-17) rispetto al 31–34% con il placebo, con differenze significative (P fino a 0,007), evidenziando che circa la metà dei soggetti trattati non raggiunge una risposta clinicamente soddisfacente, lasciando un bisogno terapeutico ancora rilevante.
Razionale biologico della terapia combinata
Il razionale della duplice terapia biologica nasce dalla natura multifattoriale dell’infiammazione che caratterizza la malattia. Diversi pathway risultano simultaneamente attivati, tra cui TNF-α, IL-1, IL-17 e vie JAK/STAT, suggerendo che il blocco di un singolo target possa essere insufficiente in una quota significativa di pazienti.
L’idea è quindi quella di combinare biologici con meccanismi d’azione complementari per ottenere una soppressione più ampia e sinergica dell’infiammazione. Evidenze indirette provenienti da altre malattie immuno-mediate indicano che la doppia modulazione immunologica può aumentare l’efficacia mantenendo un profilo di sicurezza accettabile in soggetti selezionati.
«Farmaci e procedure che tipicamente possono migliorare segni e sintomi dell’HS risultano talvolta non del tutto sufficienti nei soggetti con malattia grave e refrattaria» ha dichiarato la relatrice Jennifer Hsiao, professoressa associata di dermatologia presso la Keck School of Medicine della University of Southern California.
«Comincio a considerare una terapia con un doppio farmaco immunomodulante quando mi accorgo che, quando avvio un nuovo biologico in monoterapia e gli concedo il tempo adeguato per agire, continuo a riscontrare un limite di efficacia» ha aggiunto. «Ogni volta il paziente sta meglio, ma ancora non riesce a svolgere le attività quotidiane e continua ad assumere numerosi analgesici. I questi casi, invece di ricorrere a prednisone e antibiotici a lungo termine, preferisco aggiungere una seconda terapia mirata».
Quali possibili combinazioni
Ad oggi la FDA ha approvato tre biologici per trattare l’HS, ovvero adalimumab che inibisce il TNF-α, secukinumab che inibisce la IL-17 e bimekizumab, un inibitore duale della IL-17A/F. Per via delle poche opzioni disponibili, i clinici utilizzano anche off-label i JAK inibitori e altri inibitori delle interleuchine, come IL-23 e IL-12/23.
Hsiao raccomanda diverse combinazioni di duplice terapia biologica per i soggetti con HS molto grave e refrattaria. Un approccio prevede l’utilizzo di un anti-TNF come base associato a un anti-IL-17, un anti-IL-23 (o IL-12/23) o un inibitore JAK1. Un’altra strategia prevede un anti-IL-17 come base combinato con un anti-TNF, un anti-IL-23 (o IL-12/23) o un inibitore JAK1. In alternativa, un inibitore JAK1 può essere utilizzato come base insieme a un anti-TNF, un anti-IL-17 o un anti-IL-23/IL-12/23.
L’associazione di questi farmaci nell’idrosadenite non è ancora ben studiata, ma secondo Hsiao altri specialisti la utilizzano da anni, come gastroenterologi e reumatologi per trattare pazienti con malattia infiammatoria intestinale grave e refrattaria e artrite reumatoide. Ritiene pertanto utile considerare la loro letteratura su efficacia e sicurezza della duplice terapia immunomodulante.
Le evidenze specifiche restano tuttavia limitate a case report e piccole serie cliniche, nelle quali si osservano miglioramenti clinici consistenti senza segnali rilevanti di tossicità nel breve termine.
Equilibrio tra beneficio e rischio
Con questo approccio, la sicurezza è un elemento chiave. Nonostante i dati preliminari non abbiano evidenziato eventi avversi gravi nel breve periodo, l’esperienza è ancora limitata e non consente conclusioni definitive sul rischio a lungo termine. La duplice immunosoppressione solleva inevitabilmente interrogativi sul rischio infettivo e sulla tollerabilità cumulativa, rendendo essenziale una selezione accurata dei pazienti e un monitoraggio clinico stretto.
Nonostante il potenziale di questo approccio terapeutico, Hsiao mette in guardia contro la combinazione di inibitori del TNF e anti-IL-1, dal momento che in uno studio sull’artrite reumatoide che confrontava etanercept con etanercept più anakinra, è stato osservato un aumento del rischio di infezioni gravi con la terapia combinata.
Nel complesso, l’approccio si inserisce in un’evoluzione più ampia della dermatologia verso strategie personalizzate e combinatorie. La duplice terapia biologica potrebbe rappresentare una nuova frontiera per i pazienti affetti da idrosadenite suppurativa grave e refrattaria, ma resta una strategia ancora esplorativa, che richiede conferme attraverso studi prospettici controllati per definire con precisione efficacia, significatività clinica e profilo di sicurezza nel lungo periodo.
Referenze
Hsiao J. HS: Dual biologics and biologic + SMI. Presented at: American Academy of Dermatology Annual Meeting; March 27-31, 2026; Denver.
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Bambino Gesù: firmato accordo con la Fundação Champalimaud di Lisbona per le cure campo dell’immunoterapia agensir.it
Creare una rete di sinergia nel campo delle terapie avanzate e dell’immunoterapia. È questo lo scopo dell’accordo firmato il 28 aprile dalla presidente della Fundação Champalimaud di Lisbona Maria Leonor Beleza e dal presidente del Ospedale Bambino Gesù di Roma, Tiziano Onesti. Scopo dell’accordo è quello di integrare l’esperienza nell’ambito dell’oncologia degli adulti dell’ospedale portoghese con quella pediatrica del Bambino Gesù attraverso un percorso che parte dalla ricerca e arriva fino al letto del paziente. La collaborazione prevede lo sviluppo congiunto di piattaforme per terapie cellulari avanzate, con particolare riferimento all’immunoterapia fondata sull’impiego di cellule Car T come modello di terapia personalizzata e di precisione contro diverse patologie come il cancro e le malattie autoimmuni. L’accordo tra le due istituzioni prevede che i risultati ottenuti siamo messi a disposizione a costi contenuti per gli enti non profit o per i contesti a basse risorse. L’evento è stato concluso da card. Emil Paul Tscherrig, membro della Commissione cardinalizia di vigilanza dell’Istituto per le Opere di Religione che ha espresso la speranza che questa collaborazione: “Sia l’inizio di un movimento coraggioso e rivoluzionario che porterà frutti per la vita”.
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Melanoma: la quantità, i punti, il modo giusto di applicare la crema solare e tutte le altre regole dei dermatologi per fare una corretta prevenzione del tumore della pelle - Vanity Fair Italia
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Melanoma: la quantità, i punti, il modo giusto di applicare la crema solare e tutte le altre regole dei dermatologi per fare una corretta prevenzione del tumore della pelle Vanity Fair Italia
Fra i più frequentemente diagnosticati in Italia, soprattutto fra i giovani,ilmelanomarappresenta il terzo tumore più comune sotto i 50 anni in entrambi i sessi, con circa un paziente su 5 che ha meno di 40 anni. Nonostante la sua incidenza sia in aumento, la sopravvivenza rimane elevata, superando il 90% se la malattia viene individuata precocemente. «Il melanoma è un tumore cutaneo complesso, la cui insorgenza può essere influenzata da fattori genetici e familiari, esposizione a fattori inquinanti dell'ambiente, nonché da un’esposizione solare intensa e ripetuta, soprattutto se associata a scottature gravi durante l’infanzia o l’adolescenza», spiega ilDottor Carlo Guidarelli, Specialista in Dermatologia presso laCasa di cura San Camillo di Milano. «L’esposizione ai raggi ultravioletti (UV), naturali o artificiali, rappresenta il principale fattore di rischio per lo sviluppo di tumori cutanei, tra cui il carcinoma basocellulare (basalioma) e il carcinoma squamocellulare, entrambi stimolati dall’esposizione solare e dall’invecchiamento cutaneo». Strumento strategico per dermatologi e chirurghi nella gestione dei pazienti a rischio, la microscopia confocale riflettente consente di studiare in profondità le lesioni sospette senza bisogno di bisturi. Ecco come funziona e chi può sottoporsi a questo esame effettuato dall'Istituto Nazionale dei Tumori (Int) di Milano I raggi UV si suddividono principalmente in UVA e UVB: i raggi UVB vengono assorbiti nella parte superficiale della pelle e possono danneggiare le cellule epidermiche, saturandone i sistemi di difesa; i raggi UVA, invece, penetrano più in profondità, intaccando il collagene e gli strati profondi del derma, con conseguenti danni a lungo termine. «Un altro aspetto rilevante riguarda il ruolo protettivo della vitamina D, fondamentale nel contrastare fattori infiammatori e nel stimolare il sistema immunitario. Un adeguato livello di vitamina D nel sangue contribuisce alla protezione contro i danni indotti dai raggi UV, oltre a prevenire i processi degenerativi della pelle causati dall’esposizione solare. Si raccomanda pertanto un’assunzione giornaliera minima di 1000 unità internazionali di vitamina D, integrabile anche attraverso una moderata esposizione al sole», aggiunge lo specialista. Il melanoma rientra fra le patologie in costante aumento ma spesso prevenibili grazie acomportamenti corretti e diagnosi precoce. Per proteggere la pelle, evitare l’insorgenza di queste malattie e garantirne una tempestiva cura in caso di necessità, i medici tengono a diffondere alcune raccomandazioni fondamentali. La prima riguarda, naturalmente l'uso imprescindibile di protezione solare quando ci si espone al sole, ma dotarsi del semplice prodotto non basta. Fondamentale, per rendere efficace la sua azione, è usarla nel modo corretto. Per ottenere la massima protezione, è necessario scegliere unfiltro solare ad ampio spettro,che protegga dai raggi UVB e Raggi UVA(i raggi UVA sono abbastanza lunghi da raggiungere lo strato dermico della pelle, danneggiando collagene, e tessuto elastico),con un fattore di protezione SPF pari o superiore a 30, anche nelle giornate nuvolose, poiché i raggi UV possono comunque danneggiare la pelle, e quando si sta all'ombra, poiché riduce ma non elimina completamente l’esposizione ai raggi UV, che possono riflettersi su acqua, sabbia, superfici chiare e su strada. Anche in città o nella vita di tutti i giorni, è bene proteggersi con creme da giorno e make up con filtro antisolare. Come suggerito dagli specialisti diAIM AT Melanoma Foudation, è necessario applicare una quantità di crema solare sufficiente a coprire tutta la pelle esposta. Per una protezione completa del corpo, la maggior parte degli adulti ha bisogno di circa30 grammi di crema(la quantità contenuta in un bicchierino da shot). Importante non dimenticare di applicarla suorecchie,mani,piedi,nucae qualsiasi parte delcuoio capelluto non coperta da capelli.Assicurarsi anche di applicarla sullaparte inferiore del mento, che può essere esposta alla luce solare riflessa.In linea generale, gli esperti evidenziano che la maggior parte delle persone non applica una quantità sufficiente di crema solare, quindiè sempre bene abbondare rispetto a quella che si pensa di doverne usare.Ma non solo. Molte persone applicano la crema solare quando sono già fuori casa, in realtà il momento giusto per applicarla, specialmente se si usano creme solari biologiche, è prima di uscire, considerato cheoccorrono circa 15 minuti per l'assorbimento e l'inizio dell'efficacia. Durante l'esposizione al sole - che sarebbe opportunolimitare tra le 11 e le 16, quando i raggi UV sono più intensi - è fondamentale ancheindossare un abbigliamento protettivo.Cappelli a tesa larga, occhiali da sole con gli appositi filtri UV omologati e indumenti coprenti sono una barriera efficace contro i raggi solari. Ma attenzione:per le lunghe esposizioni al sole, è importante preferire tessuti tecnici specificamente trattati per la protezione UV, in stile australiano, per garantire una difesa efficace. Non da ultimo, è fondamentale controllare sempre la data di scadenza della crema solare. Ma se ha cambiato consistenza, è diventata acquosa, si separa o cambia colore, anche se non è scaduta, è bene eliminarla. Un'accortezza finale: la crema solare non dovrebbe essere lasciata alla luce diretta del sole o in un ambiente caldo come un'auto, poiché il calore può scomporre le sostanze chimiche al suo interno. Per proteggere la pelle, evitare l’insorgenza di tumori della pelle e garantirne una tempestiva cura in caso di necessità, il dottor Carlo Lucarelli aggiunge alcune raccomandazioni fondamentali. Evitare lampade e lettini abbronzantiL’esposizione alle lampade abbronzanti artificiali, che emettono raggi UVA, aumenta il rischio di melanoma fino al 75%, motivo per cui i dermatologi ne sconsigliano l'utilizzo o lo limitano a un massimo di 20 sedute all’anno. Controllare periodicamente nei e macchie cutanee, osservando attentamente cambiamenti di forma, colore o dimensione. È fondamentale ispezionare anche aree difficili da vedere, quali cavo orale, nuca, cuoio capelluto, sede genitale e perianale, dorso, natiche, zona plantare e spazi interdigitali. Asimmetria, Bordi irregolari, Colore variabile, Dimensione superiore ai 6 mm, Evoluzione nel tempo: segnali da non sottovalutare.L'allarme principale è sempre la variazione del colore. Uncontrollo specialistico consente la diagnosi precoce, aumentando significativamente le possibilità di guarigione. Si raccomandaalmeno una visita annuale con mappatura digitale dei neitramite epiluminescenza per monitorare eventuali nei strani e atipici. La cute dei bambini è particolarmente sensibile;le scottature nell’infanzia aumentano il rischio futuro di melanoma. È quindi essenziale utilizzare protezioni solari adeguate e indumenti tecnici con filtraggio UV certificato, da preferire sempre lo stile australiano. Una dieta equilibrata, ricca di antiossidanti, e l’idratazione contribuiscono al benessere generale della pelle. La prevenzione rappresenta lo strumento più efficace contro i tumori cutanei. Informarsi, proteggersi e sottoporsi a controlli regolari sono azioni semplici ma fondamentali per la propria salute.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumori neuroendocrini: dai radioligandi all’immunoterapia la cura è più vicina Il Sole 24 ORE
Centrale il tema della qualità di vita
Nel corso dell’evento si è parlato anche del tema della qualità della vita che, afferma Fazio, viene considerato uno degli obiettivi fondamentali nel trattamento dei pazienti con tumori neuroendocrini ed è particolarmente rilevante per quei pazienti che convivono con la malattia per lunghi periodi. “Molti dei trattamenti attualmente disponibili - spiega - hanno dimostrato un impatto positivo, tuttavia, è emersa anche la difficoltà di misurare in modo rigoroso e standardizzato questo parametro, sottolineando la necessità di uniformare i disegni degli studi clinici e renderli più aderenti alla pratica quotidiana. Su questo tema è molto attiva l’associazione internazionale dei pazienti con Nen, l’INCA (International Neuroendocrine Cancer Alliance)”.
Prossimo Congresso Enets a Milano a marzo 2027
“Durante la conferenza - conclude il professore - è stata poi annunciato che la prossima edizione del Congresso ENETS si terrà a Milano a marzo del 2027. Si tratta di un evento storico, poiché è la prima volta, in 24 anni di attività della società, che questo congresso viene ospitato in Italia. Un importante riconoscimento per la comunità scientifica italiana, che da sempre svolge un ruolo di primo piano a livello mondiale nel campo delle neoplasie neuroendocrine e in ambito ENETS”.
Nel corso dell’evento polacco sono stati inoltre presentati dati sulla prima e unica terapia sistemica approvata nell’Unione europea (cabozantinib), per il trattamento dei tumori neuroendocrini pancreatici (pNET) ed extra-pancreatici (epNET) ben differenziati, non resecabili o metastatici, in pazienti in progressione dopo almeno una precedente terapia sistemica diversa dagli analoghi della somatostatina. Lo studio registrativo di Fase III Cabinet ha, infatti, dimostrato una riduzione del rischio di progressione della malattia o di morte del 77% nei tumori neuroendocrini avanzati di origine pancreatica e del 62% in quelli di origine extra-pancreatica, rispetto al placebo. Risultati particolarmente significativi se si considera che le opzioni terapeutiche alla progressione sono spesso limitate e dipendono dalla sede primaria del tumore e da altri fattori, rendendo difficile definire la sequenza terapeutica ottimale per le esigenze individuali di ogni paziente
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, approvata in Italia una CAR-T che può essere utilizzata all'inizio dell'iter di cura (come seconda linea) Corriere della Sera
Se il mieloma multiplo resta una malattia difficile da debellare definitivamente, negli ultimi anni sono stati compiuti importanti progressi che hanno fatto aumentare le speranze di guarigione in alcuni pazienti e, per molti altri, sono arrivate nuove cure che hanno consentito di allungare la sopravvivenza in modo significativo. Così sono migliorate, passo dopo passo, le prospettive delle seimila persone circa che ogni anno in Italia ricevono una diagnosi di questa neoplasia linfoproliferativa che insorge generalmente in una fascia d'età superiore ai 65 anni. È in questo contesto che s'inserisce l'approvazione da parte dell'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) della terapia CAR-T ciltacabtagene autoleucel per i pazienti adulti con mieloma multiplo recidivato e refrattario che hanno ricevuto almeno una precedente terapia senza trarne il beneficio sperato.
5.700 i nuovi casi ogni anno in Italia Il mieloma multiplo è un tumore del sangue che ha origine nel midollo osseo, causato dalla proliferazione senza controllo delle plasmacellule, che provoca anemia, danno alle ossa con possibile comparsa di fratture e aumento del calcio nel sangue e danno ai reni, se la malattia non viene identificata precocemente e trattata quando è necessario. Se il tumore è asintomatico si procede, in genere, soltanto con controlli frequenti per verificare l’eventuale evoluzione della neoplasia, ma il principale problema da risolvere è che la maggioranza dei pazienti va incontro a remissioni temporanee seguite da ricadute. È su questo fronte che si sono concentrati gli sforzi dei ricercatori che hanno portato alla messa a punto di terapie sempre più efficaci.
«In Italia ogni anno sono circa 5.700 i nuovi casi di questa malattia caratterizzata dal susseguirsi di recidive e trattamenti, periodi di remissione sempre più brevi e l’aumento dei tassi di tossicità e malattie concomitanti man mano che si susseguono le linee di trattamento - spiega Francesca Gay, Professore associato di ematologia al Dipartimento di biotecnologie e scienza per la salute, Università degli studi di Torino -. Avere la possibilità di trattare un paziente che ha ricevuto solo una linea di terapia, a differenza di pazienti in recidiva dopo almeno 3 linee di terapia (attuale approvazione della terapia CAR-T in Italia per il mieloma) è un importante passo avanti».
Utilizzare la CAR-T all'inizio dell'iter di cure La CAR-T therapy è una delle più grandi conquiste della ricerca scientifica e una delle maggiori «rivoluzioni» nella cura del cancro: ha cambiato nel giro di pochi anni le prospettive per malati con tumori del sangue per i quali «non c’era più nulla da fare» (non erano riusciti a ottenere risultati con tutte le altre cure disponibili) e che ora possono persino guarire.
Poter utilizzare la CAR-T all'inizio dell'iter di cure e non solamente dopo molti fallimenti è un punto determinante: «Significa intervenire in una fase di malattia in cui ci si aspetta una maggiore efficacia dei trattamenti, sia per una minor potenziale resistenza alle terapie, sia perché ci si avvale di un sistema immunitario meno compromesso rispetto a uno sottoposto a molteplici trattamenti - continua Gay, Divisione di Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Città della Salute e della Scienza di Torino -. I dati disponibili mostrano un'efficacia di trattamento anche nei pazienti che hanno mostrato refrattarietà alla lenalidomide, parte ormai integrante della maggior parte dei trattamenti di prima linea. Questa modalità di cura è destinata a cambiare l'approccio alla mieloma: per anni il trattamento dei pazienti si basava su un trattamento continuativo, virtualmente proseguito fino a ripresa di malattia o finché tollerato. Questo nuovo approccio terapeutico, con alti potenziali di risposta, per la prima volta consentirà finalmente un intervallo libero da trattamento con conseguente miglioramento potenziale anche della qualità di vita dei pazienti».
Come funziona la CAR-T, disponibile sono in centri certificati L'obiettivo, insomma, è garantire il controllo della malattia a lungo termine, consentendo al paziente di condurre una vita il più possibile normale e in assenza di terapia.
Cilta-cel è un’immunoterapia basata sulla riprogrammazione genetica dei linfociti T (i soldati del nostro sistema immunitario) di un paziente che vengono resi capaci di identificare ed eliminare in modo specifico le cellule tumorali. Per la sua complessità, ciltacabtagene autoleucel (come altre CAR-T) può essere somministrata solo in centri trapianti specializzati e certificati sul territorio nazionale: «Il percorso CAR-T è un vero e proprio viaggio di medicina personalizzata che trasforma il sistema immunitario del paziente in un farmaco vivo - chiarisce Stefania Bramanti, Caposezione terapie cellulari all'IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Milano -. Tutto inizia con l’aferesi (il prelievo dei linfociti T del paziente) che vengono poi inviati a laboratori specializzati per essere "riprogrammati" geneticamente. Contemporaneamente, al paziente viene somministrata una terapia ponte per evitare la progressione della malattia. Dopo un ciclo di chemioterapia, le cellule potenziate vengono reinfuse nel paziente, ma non prima che vengano effettuati rigorosi controlli di qualità sulle cellule stesse: è qui che inizia la sorveglianza attiva per monitorare la risposta immunitaria del paziente. La procedura stessa di sviluppo del farmaco è articolata:
serve una certificazione rigorosa dei centri e una formazione specifica di tutto il personale per garantire un’equa accessibilità alla terapia su tutto il territorio nazionale».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?5
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Al Policlinico di Bari arriva la terapia genica per la talassemia: "Oltre il 90% dei pazienti ottiene indipendenza dalle cure" BariToday
Il Policlinico di Bari è tra i primi centri in Italia ad avviare la procedura per la terapia genica in pazienti talassemici. Si tratta di un nuovo strumento terapeutico, spiega il professor Pellegrino Musto, direttore dell’unità operativa di Ematologia con annesso Centro Trapianti del Policlinico e docente ordinario di Ematologia dell’Università di Bari, che può essere adottato per pazienti talassemici "di età compresa fra i 18 e i 35 anni, con caratteristiche genetiche ben definite" e che consente "in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni e di considerare larga parte di questi pazienti potenzialmente guariti".
Procedura al via su due pazienti
Le prime a beneficiare della procedura saranno due pazienti, affette da talassemia major, di recente sottoposte alla raccolta di cellule staminali finalizzata appunto al trattamento. L’infusione delle cellule avverrà nei prossimi mesi, sempre presso il Policlinico, dopo che sarà stata completata la procedura di ingegnerizzazione genetica presso i laboratori di Geleen, in Olanda. Altri tre pazienti sono stati già inseriti nel programma e avvieranno a breve la procedura.
"La talassemia, nota anche come “anemia mediterranea” – ricorda Musto – è una malattia ereditaria causata da una mutazione dei geni che producono l’emoglobina. Provoca anemia severa, sovraccarico di ferro, deformazioni ossee e problematiche cliniche a carico di vari organi, in particolare cuore, fegato e sistema endocrino. Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita, terapie che limitano l’accumulo di ferro, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi e, in un numero limitato di casi, il trapianto di midollo osseo da donatore compatibile, l’unica terapia che, sino ad oggi, si era dimostrata in grado di guarire questa malattia". La terapia genica rappresenta invece un "trattamento rivoluzionario" che nella maggioranza dei casi libera dalla necessità di trasfusioni portando gran parte dei soggetti verso una potenziale guarigione.
Il ruolo del Policlinico nell'assistenza
L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei a maggiore prevalenza di pazienti talassemici, con una particolare concentrazione nel Sud. Anche la Puglia figura tra le regioni con un elevato numero di casi: sono circa 650 i pazienti adulti attualmente in cura nella regione. Di questi, oltre 70 fanno capo al Centro di Riferimento Regionale (CERIRETE) del Policlinico di Bari. Qui, il team di Ematologia coordina non solo l'assistenza ordinaria, ma anche la selezione dei candidati alla terapia genica, attirando pazienti da tutto il Mezzogiorno in un contesto nazionale che vede il Sud Italia ancora protagonista nella gestione di questa patologia.
Come funziona la terapia genica: le fasi e i tempi del trattamento
"La terapia genica per i pazienti talassemici (peraltro possibile anche in soggetti affetti da anemia falciforme) – spiega Angelo Ostuni - direttore dell’unità operativa di Medicina Trasfusionale del Policlinico di Bari – consta di diverse fasi. Dopo la valutazione della idoneità del paziente, si procede con la mobilizzazione delle cellule staminali mediante somministrazione del fattore di crescita granulocitario e infine con la raccolta delle cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue periferico del paziente con procedure di aferesi. L’obiettivo è raccoglierne un numero elevato, il che richiede una particolare esperienza degli operatori". "Successivamente - prosegue Ostuni - le cellule prelevate sono spedite presso il laboratorio di riferimento dove vengono modificate con tecniche di ingegneria genetica (il cosiddetto “gene editing”) che le rendono capaci di riattivare la produzione di un tipo diverso di emoglobina (HbF), normalmente presente solo nel corso della vita fetale".
"La fase conclusiva - aggiunge Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti in Ematologia del Policlinico - prevede, dopo un trattamento chemioterapico teso ad eliminare completamente dal midollo osseo le cellule staminali “malate”, la re-infusione al paziente delle sue stesse cellule geneticamente modificate. Questo “autotrapianto” consente di sostituire l’emoglobina non funzionante del paziente e permette al midollo osseo di riprendere la produzione di una nuova emoglobina, in grado di assicurare al paziente una vita sostanzialmente normale e, soprattutto, scevra della necessità di effettuare trasfusioni di sangue". "I tempi tecnici per la produzione delle staminali ingegnerizzate – ricorda Carluccio - sono però piuttosto lunghi e occorrerà attendere ancora qualche mese per ricevere il prodotto cellulare finito da infondere alle pazienti e valutarne l’efficacia".
"Grazie al supporto della Regione Puglia e all’impegno quotidiano di tutto il personale – conclude Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari – oggi siamo in grado di offrire ai pazienti affetti da talassemia un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e, nel Mezzogiorno, unica nel suo genere. Un risultato che ci rende estremamente soddisfatti e orgogliosi".
L’equipe del Policlinico ha voluto dedicare l'avvio di questo importante trattamento al dottor Angelantonio Vitucci, prematuramente scomparso qualche mese fa, "che ai talassemici si era sempre dedicato con passione e professionalità".
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Criteri Critici
L'utilizzo della tecnica chirurgica robotica "uniportale" ad Ancona ha consentito a due pazienti marchigiani - una 69enne e un 83enne - di essere operati nello stesso giorno per una grave patologia tumorale al polmone e di essere dimessi dopo soli tre giorni.…
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Criteri Critici
TUMORE DEL SENO, L’IA AFFIANCA I RADIOLOGI PER DIAGNOSI PIÙ PRECOCI Tv Qui Modena
Nel video l’intervista alla Dottoressa Francesca Marchisio, Centro screening mammografico
Non è un medico, ma un algoritmo. E potrebbe cambiare il modo in cui si individuano i tumori al seno, affiancando i radiologi in uno dei passaggi più delicati della prevenzione. L’Azienda Usl di Modena ha avviato uno studio per valutare l’uso dell’Intelligenza artificiale nello screening mammografico, con l’obiettivo di testare un software – già validato in numerosi studi internazionali –, capace di supportare il lavoro dei professionisti. L’analisi riguarda circa 20mila mammografie eseguite tra ottobre 2020 e 2021 su donne tra i 45 e i 49 anni, una fascia in cui la maggiore densità mammaria può rendere più difficile individuare lesioni. Il progetto è stato reso possibile grazie a una donazione del Rotary Club Muratori. L’obiettivo non è sostituire il medico, ma offrirgli uno strumento in più. Lo studio si svolge interamente all’interno del centro screening mammografico dell’Ausl modenese: le immagini restano archiviate su server interni, quindi in condizioni di massima sicurezza per quanto riguarda la protezione dei dati personali dei pazienti.
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Criteri Critici
Prevenzione contro il melanoma, consigli e sostegno per le donne con tumore al seno RaiNews
Visite con un'esperta nutrizionista per donne con pregressi tumori al seno, ma anche screening dermatologici gratuiti per la prevenzione del melanoma. Prende il via a Perugia oggi il doppio progetto, ideato dalla Fondazione ANT e finanziato da Fondazione Perugia in partenariato con AFAS e patrocinato dal Comune. I primi appuntamenti del percorso nutrizionale in presenza nella farmacia Afas della Pallotta, dove si svolgeranno gli incontri insieme a quella di San Sisto. Il percorso di prevenzione del melanoma prenderà il via invece il 9 maggio nella sede Afas di via Pergolesi. Nel servizio di Ivano Porfiri, montaggio di Lorenzo Papi, le voci di Francesca Riccioni - Fondazione Ant e Debora Scarcella - biologa nutrizionista
Tumore al pancreas, sviluppato un modello di Intelligenza Artificiale che è in grado di rilevarlo tre anni prima dell'effettiva diagnosi. La svolta alla Mayo Clinic - Vanity Fair Italia
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Criteri Critici
Tumore al pancreas, sviluppato un modello di Intelligenza Artificiale che è in grado di rilevarlo tre anni prima dell'effettiva diagnosi. La svolta alla Mayo Clinic Vanity Fair Italia
Un determinante passo in avanti sul fronte dellaprevenzione deltumore al pancreas, uno dei big killer dei nostri tempi, è stato compiuto allaMayo Clinic, negli Stati Uniti. I ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello di intelligenza artificiale capace di aiutare gli specialisti a individuare il cancro al pancreas nelle TAC addominali di routine fino a tre anni prima della diagnosi clinica. Il modelloidentifica isegnali precoci della malattiaprima che i tumori siano visibili, e cioèquando untrattamento curativopotrebbe essere ancora possibile. I risultati,pubblicati sulla rivista scientificaGut,rappresentano una pietra miliare nella ricerca pluriennale della Mayo Clinic volta a consentire una diagnosi precoce di uno dei tumori più letali. Uno studio clinico guidato dalla Northwestern University mostra che l’aggiunta di una nuova molecola alla chemioterapia standard può raddoppiare la probabilità di essere vivi a un anno dalla diagnosi di tumore al pancreas, una delle neoplasie più aggressive. Il trattamento riduce anche significativamente il rischio di morte, aprendo uno spiraglio in un ambito dove i progressi sono stati finora limitati Lostudio convalida questo modello di intelligenza artificiale di nuova generazioneutilizzando dati e flussi di lavoro che rispecchiano la pratica clinica, tra cui scansioni TC provenienti da diverse istituzioni, sistemi di imaging e protocolli. I ricercatori hanno utilizzato il nuovo modello di IA peranalizzare quasi 2.000 scansioni TC, comprese quelle di pazienti a cui è stato successivamente diagnosticato un tumore al pancreas, tutte inizialmente interpretate come normali. Il sistema, denominatoRadiomics-based Early Detection Model(REDMOD),ha identificato il 73% di questi tumori pre-diagnostici con una media di circa 16 mesi prima della diagnosi, quasiil doppio del tasso di rilevamento ottenuto dagli specialisti che esaminavano le stesse scansioni senza l'ausilio dell'IA. Il vantaggio è risultato ancora maggiore nelle fasi precoci.Nelle scansioni ottenute più di due anni prima della diagnosi, l'IA ha identificato quasi il triplo dei tumori in fase iniziale che altrimenti non sarebbero stati rilevati. REDMOD misura centinaia di caratteristiche quantitative delle immagini che descrivono la struttura e la consistenza dei tessuti,catturando i deboli cambiamenti biologici all'inizio dello sviluppo del cancro. Il modello è progettato per analizzare le scansioni TC già eseguite per altri motivi, in particolare nei pazienti ad alto rischio, comequelli con diabete di recente insorgenza, e segnalare un rischio elevato prima che compaia una massa visibile. Il modello funziona automaticamente senza richiedere una preparazione manuale dispendiosa in termini di tempo. Il team ha testato il modello su scansioni TC provenienti da diverse istituzioni, sistemi di imaging e protocolli, dimostrando prestazioni costanti anche su gruppi di dati più ampi. Le previsioni del modello sono rimaste stabili nel tempo. Il cancro al pancreas è uno dei tumori a più alto tasso di mortalità. Si stima che entro il 2030 potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro. Ma la Ricerca di una cura mirata ed efficace avanza. Ecco a che punto siamo Il cancro al pancreas rimane uno dei tumori più letali perché raramente presenta segni rilevabili nelle sue fasi iniziali. Oltre l'85% dei pazienti riceve una diagnosi quando la malattia si è già diffusa.Secondo i dati più recenti diffusi da AIRC, nel 2024 in Italia sono stati stimati13.585 nuovi casi di tumore al pancreas in Italia, di cui 6.873 tra gli uomini e 6.712 tra le donne. Il tasso di mortalità non si è modificato in maniera significativa negli ultimi anni ed è il tipo di cancro con la minore sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, arrivando ad appena l’11% negli uomini e il 12% nelle donne. Inoltre, la probabilità di vivere ulteriori 4 anni, condizionata dall’aver superato il primo anno dopo la diagnosi, è pari a circa il 31% per gli uomini e il 28% per le donne. «Il principale ostacolo alla lotta contro il cancro al pancreas è stata la nostra incapacità di individuare la malattia quando è ancora curabile», afferma Ajit Goenka, autore senior dello studio, radiologo e specialista in medicina nucleare alla Mayo Clinic. «Questa intelligenza artificialeè ora in grado di identificare i segni distintivi del cancro in un pancreas dall'aspetto normale, e può farlo in modo affidabile nel tempo e in diversi contesti clinici». L'obiettivo dei ricercatori è adesso portare questo lavoro all'interno della sperimentazione clinica per la diagnosi precoce del cancro al pancreas. Lo studio prospettico AI-PACED valuta come i medici possano integrare la diagnosi guidata dall'IA nella cura dei pazienti ad alto rischio. Lo studio combina l'analisi tramite IA di immagini di routine con successivi controlli medici nel tempo, per valutare le prestazioni, tra cui la diagnosi precoce, i falsi positivi e gli esiti clinici. Questa ricerca fa parte dell'iniziativaPrecuredella Mayo Clinic, che mira a prevedere e prevenire le malattie identificando i primi cambiamenti biologici nell'organismo prima della comparsa dei sintomi.
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
Prevenzione melanoma: perché la crema solare non basta? Medicitalia
Perché l'abbigliamento protegge dai raggi UV?
Secondo i dati della Fondazione Melanoma Onlus, quasi 9 casi su 10 di melanoma sono legati all'eccessiva esposizione ai raggi UV. Inoltre, scottarsi anche solo una volta ogni due anni può triplicare il rischio di sviluppare la malattia [1].
La crema solare è entrata nelle nostre abitudini estive come strumento principale di protezione, tuttavia anche l'abbigliamento ricopre un ruolo fondamentale per prevenire il rischio di melanoma e altri tumori della pelle.
Un capo di abbigliamento coprente blocca fisicamente i raggi ultravioletti, senza bisogno di essere riapplicato ogni due ore, senza rischio di dimenticare zone scoperte, senza il problema della quantità insufficiente. È una barriera concreta, non chimica.
Quali sono le parti del corpo più colpite dal melanoma?
I dati della Cancer Research UK (organizzazione britannica impegnata nella ricerca sul cancro) mostrano una correlazione diretta tra le zone del corpo che scopriamo e quelle in cui il melanoma si sviluppa più spesso.
Negli uomini:
Circa il 40% dei melanomi compare sulla schiena, sul petto e sull'addome.
La causa principale è l'abitudine diffusa di stare a torso nudo all'aperto.
Nelle donne:
Oltre il 35% dei casi riguarda le gambe.
Il motivo è l'uso frequente di gonne e pantaloncini corti nei mesi caldi.
Quindi le parti del corpo che copriamo si ammalano meno, quelle che lasciamo esposte sono più a rischio.
Il paradosso della crema solare
La Fondazione Melanoma Onlus ribadisce quanto emerso dai ricercatori della McGill University che hanno integrato i dati provenienti da due studi: una ricerca canadese (pubblicata su Cancers) basata su gruppi di discussione locali e un’analisi della Biobank del Regno Unito (edita da Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention). Da questa ricerca hanno individuato un risultato sorprendente: il paradosso della crema solare.
Il comportamento di chi applica regolarmente la protezione può essere generalizzato così:
chi applica la crema solare si sente protetto,
di conseguenza si espone al sole più a lungo e con meno cautela,
la crema spesso non viene applicata in quantità sufficiente,
si trascurano altre misure fondamentali come l'ombra, i vestiti coprenti, il cappello.
Il risultato emerso dall'incrocio di due studi scientifici è che l'uso della crema solare è stato associato a un rischio più che raddoppiato di sviluppare il cancro della pelle. Non perché la crema faccia male, ma perché porta a comportamenti più rischiosi.
La crema solare è fondamentale, ma non è una licenza per esporsi continuamente al sole.
Come vestirsi per proteggersi dal sole?
Ecco le indicazioni della Fondazione Melanoma per proteggersi dal sole attraverso l'abbigliamento, andando a completare quindi la protezione con la crema solare:
scegliere capi leggeri ma coprenti , in lino o cotone naturale;
, in lino o cotone naturale; preferire colori scuri o vivaci: assorbono i raggi UV meglio dei colori chiari e pastello;
cercare l' etichetta UPF (Ultraviolet Protection Factor): certifica il livello di protezione del tessuto dai raggi ultravioletti, esattamente come l'SPF per le creme;
(Ultraviolet Protection Factor): certifica il livello di protezione del tessuto dai raggi ultravioletti, esattamente come l'SPF per le creme; indossare un cappello a tesa larga : protegge viso, orecchie, collo e cuoio capelluto, zone spesso dimenticate anche da chi usa la crema;
: protegge viso, orecchie, collo e cuoio capelluto, zone spesso dimenticate anche da chi usa la crema; usare occhiali da sole con montatura avvolgente e lenti certificate per la protezione UV: gli occhi sono esposti ai danni dei raggi ultravioletti esattamente come la pelle.
I raggi UV sono pericolosi non solo d'estate
Uno degli errori più comuni è pensare che il sole faccia male solo nei mesi estivi o nelle giornate di sole pieno. Non è così.
I raggi UV sono abbastanza forti da danneggiare la pelle nel periodo che va da metà marzo a metà ottobre. Restano pericolosi anche quando il cielo è coperto di nuvole, perché le nuvole filtrano la luce visibile ma non bloccano completamente le radiazioni ultraviolette.
Questo significa che la protezione solare riguarda anche:
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Terapia genica contro la talassemia, al Policlinico di Bari avviata la raccolta di cellule staminali la Repubblica
Due pazienti affette da talassemia major sono state recentemente sottoposte alla raccolta di cellule staminali finalizzata ad un trattamento di terapia genica presso il Policlinico di Bari. L’infusione delle cellule avverrà nei prossimi mesi, nello stessa azienda ospedaliero universitaria, dopo che sarà stata completata la procedura di ingegnerizzazione genetica presso i laboratori di Geleen, in Olanda. Altri tre pazienti sono stati già inseriti nel programma e avvieranno a breve la procedura. “La talassemia (nota anche come “anemia mediterranea”) – ricorda Pellegrino Musto, Direttore dell’unità operativa di Ematologia con annesso Centro Trapianti del Policlinico e Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università di Bari – è una malattia ereditaria causata da una mutazione dei geni che producono l’emoglobina.
Provoca anemia severa, sovraccarico di ferro, deformazioni ossee e problematiche cliniche a carico di vari organi, in particolare cuore, fegato e sistema endocrino. Il trattamento convenzionale prevede trasfusioni di sangue fin dai primi anni di vita, terapie che limitano l’accumulo di ferro, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi e, in un numero limitato di casi, il trapianto di midollo osseo da donatore compatibile, l’unica terapia che, sino ad oggi, si era dimostrata in grado di guarire questa malattia”.
“La terapia genica - sottolinea Musto - si aggiunge oggi all’armamentario terapeutico per i pazienti talassemici di eta’ compresa fra i 18 e i 35 anni, con caratteristiche genetiche ben definite. Questo trattamento rivoluzionario consente in oltre il 90% dei casi di ottenere l’indipendenza dalle trasfusioni e di considerare larga parte di questi pazienti potenzialmente guariti.” L’Italia è storicamente uno dei Paesi europei a maggiore prevalenza di pazienti talassemici, con una concentrazione significativa nel Sud. La Puglia rientra tra le regioni a più alto impatto sanitario, non solo per prevalenza storica, ma per numero di pazienti adulti oggi in follow-up (circa 650). Di questi, una settantina sono seguiti presso il Centro di Riferimento Regionale per le Talassemie e le Emoglobinopatie, (CERIRETE), afferente all’Ematologia del Policlinico barese, dove opera un gruppo di ematologi e biologi molecolari che si occupa, tra l’altro, della ricognizione e della programmazione dei pazienti candidabili alla terapia genica provenienti dai centri pugliesi o da altre regioni. “La terapia genica per i pazienti talassemici (peraltro possibile anche in soggetti affetti da anemia falciforme) – spiega Angelo Ostuni - Direttore dell’unità operativa di Medicina Trasfusionale del Policlinico di Bari – consta di diverse fasi.
Dopo la valutazione della idoneità del paziente, si procede con la mobilizzazione delle cellule staminali mediante somministrazione del fattore di crescita granulocitario e infine con la raccolta delle cellule staminali emopoietiche presenti nel sangue periferico del paziente con procedure di aferesi. L’obiettivo è raccoglierne un numero elevato, il che richiede una particolare esperienza degli operatori”. “Successivamente - continua Ostuni - le cellule prelevate sono spedite presso il laboratorio di riferimento dove vengono modificate con tecniche di ingegneria genetica (il cosiddetto “gene editing”) che le rendono capaci di riattivare la produzione di un tipo diverso di emoglobina (HbF), normalmente presente solo nel corso della vita fetale”. “La fase conclusiva - aggiunge Paola Carluccio, responsabile del Programma Trapianti in Ematologia del Policlinico - prevede, dopo un trattamento chemioterapico teso ad eliminare completamente dal midollo osseo le cellule staminali “malate”, la re-infusione al paziente delle sue stesse cellule geneticamente modificate. Questo “autotrapianto” consente di sostituire l’emoglobina non funzionante del paziente e permette al midollo osseo di riprendere la produzione di una nuova emoglobina, in grado di assicurare al paziente una vita sostanzialmente normale e, soprattutto, scevra della necessità di effettuare trasfusioni di sangue.”
“I tempi tecnici per la produzione delle staminali ingegnerizzate – ricorda Carluccio - sono però piuttosto lunghi e occorrerà attendere ancora qualche mese per ricevere il prodotto cellulare finito da infondere alle pazienti e valutarne l’efficacia.” “Grazie al supporto della Regione Puglia e all’impegno quotidiano di tutto il personale – conclude Antonio Sanguedolce, direttore generale del Policlinico di Bari – oggi siamo in grado di offrire ai pazienti affetti da talassemia un’opportunità di cura disponibile in pochissimi centri in Italia e, nel Mezzogiorno, unica nel suo genere. Un risultato che ci rende estremamente soddisfatti e orgogliosi”. Una dedica speciale dall’equipe va a Angelantonio Vitucci, prematuramente scomparso qualche mese fa, che ai talassemici si era sempre dedicato con passione e professionalità.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
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Criteri Critici
Policlinico di Bari, avviata la terapia genica per la talassemia: tra i primi centri in Italia Giornale di Puglia
BARI - Il Policlinico di Bari ha avviato un innovativo programma di terapia genica per il trattamento della talassemia major, confermandosi tra i primi centri in Italia ad applicare questa procedura ad alto contenuto tecnologico.
Nei giorni scorsi sono state effettuate con successo le prime due raccolte di cellule staminali su pazienti affette dalla malattia. Le cellule, prelevate attraverso procedure di aferesi, saranno ora inviate nei laboratori specializzati di Geleen, nei Paesi Bassi, dove verranno sottoposte a modifiche genetiche prima di essere reinfuse nei pazienti. L’infusione è prevista nei prossimi mesi presso lo stesso Policlinico di Bari.
Altri tre pazienti sono già stati inseriti nel programma e saranno avviati a breve alla stessa procedura.
La talassemia, nota anche come “anemia mediterranea”, è una malattia ereditaria che compromette la produzione di emoglobina e può causare anemia severa e complicanze a carico di organi vitali. Il trattamento tradizionale si basa su trasfusioni periodiche e terapie per il controllo del ferro, mentre nei casi selezionati è possibile il trapianto di midollo osseo.
Secondo gli specialisti dell’unità operativa di Ematologia del Policlinico, la terapia genica rappresenta un’evoluzione significativa: consente, in una larga percentuale di casi, di ridurre o eliminare la dipendenza dalle trasfusioni, con risultati potenzialmente curativi nei pazienti selezionati.
La procedura si articola in più fasi: dopo la raccolta delle cellule staminali del paziente, queste vengono modificate tramite tecniche di ingegneria genetica per riattivare la produzione di emoglobina fetale. Successivamente, dopo un trattamento preparatorio del midollo osseo, le cellule vengono re-infuse nel paziente per ristabilire una produzione ematica funzionale.
In Puglia si stima la presenza di circa 650 pazienti adulti con talassemia, con circa settanta seguiti direttamente dal centro di riferimento del Policlinico barese, che coordina anche la selezione dei candidati alla terapia genica.
La direzione generale dell’azienda ospedaliero-universitaria ha definito il risultato un traguardo di rilievo nazionale, sottolineando come si tratti di una delle poche realtà in Italia e nel Mezzogiorno in grado di offrire questo tipo di trattamento avanzato.
L’équipe ha inoltre dedicato un pensiero a un medico recentemente scomparso, ricordato per l’impegno nella cura dei pazienti talassemici e per il contributo alla crescita del programma.