Le cellule della leucemia “sopravvivono” alla chemioterapia e diventano più visibili al sistema immunitario: la scoperta apre nuove prospettive contro la LMA - MeteoWeb
📰 MeteoWeb📅 2026-09-04T09:44:34
leucemia
Le cellule della leucemia “sopravvivono” alla chemioterapia e diventano più visibili al sistema immunitario: la scoperta apre nuove prospettive contro la LMA MeteoWeb
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Un vaccino costruito sul tumore di ogni paziente supera la fase 3: come funziona salutelab.it
Per la prima volta un vaccino terapeutico personalizzato a mRNA contro il cancro ha ottenuto risultati positivi in uno studio clinico di fase 3. Si tratta di Intismeran autogene, conosciuto anche come V940 o mRNA-4157, somministrato insieme a pembrolizumab. Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma cutaneo ad alto rischio, già sottoposti alla rimozione completa del tumore. I dati preliminari sono stati annunciati da Moderna e MSD.
La combinazione riduce recidiva e metastasi a distanza
Lo studio ha confrontato Intismeran autogene più pembrolizumab con la sola immunoterapia.
I pazienti inclusi avevano un melanoma cutaneo ad alto rischio in stadio IIB-IV ed erano già stati operati con asportazione completa del tumore.
La combinazione ha permesso di prolungare il periodo libero da recidiva e ha ridotto il rischio di sviluppare metastasi a distanza rispetto al solo pembrolizumab.
Entrambi gli obiettivi principali fissati per la sperimentazione sono stati raggiunti con risultati definiti statisticamente significativi e clinicamente rilevanti.
I dati disponibili restano però preliminari. I risultati completi della fase 3 devono ancora essere pubblicati e saranno presentati nei prossimi mesi durante un congresso medico internazionale.
Non è un vaccino preventivo per le persone sane
Il termine “vaccino” può generare un equivoco.
Intismeran autogene non serve a prevenire il melanoma nelle persone sane. È una terapia adiuvante destinata a pazienti già operati.
Il trattamento viene somministrato dopo la rimozione chirurgica del tumore con l’obiettivo di aiutare il sistema immunitario a riconoscere e controllare eventuali cellule tumorali residue.
Il dermatologo Marco Rubatto, del Ce.Me.Di. di Torino e dell’Istituto Nazionale Oncologico Candiolo, invita per questo alla prudenza: il trattamento non è ancora una cura disponibile per tutti e l’annuncio della fase 3 precede sia la pubblicazione completa dei risultati sia le successive valutazioni regolatorie.
Il vaccino viene costruito a partire dal tumore del paziente
La caratteristica di Intismeran autogene è la personalizzazione.
Dopo l’intervento chirurgico, il tessuto tumorale viene analizzato e sequenziato per identificare le mutazioni presenti nelle cellule malate.
Da queste informazioni vengono selezionati, attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale, fino a 34 neoantigeni.
I neoantigeni sono proteine anomale che possono essere riconosciute dal sistema immunitario come estranee.
Una volta individuati i bersagli, viene prodotta una specifica sequenza di RNA messaggero contenente le istruzioni necessarie per generare quei neoantigeni.
L’mRNA viene quindi inserito in particelle lipidiche e somministrato attraverso un’iniezione intramuscolare.
L’mRNA fornisce istruzioni temporanee alle cellule
Il principio tecnologico ricorda quello utilizzato per i vaccini contro il Covid-19, ma in questo caso il contenuto viene adattato alle caratteristiche del tumore del singolo paziente.
L’RNA messaggero non entra nel nucleo cellulare e non modifica il patrimonio genetico.
La sua funzione è temporanea: trasporta le istruzioni, viene utilizzato dalle cellule e successivamente degradato.
L’obiettivo è permettere al sistema immunitario di riconoscere con maggiore precisione le caratteristiche specifiche del tumore e preparare i linfociti T ad attaccare eventuali cellule residue.
Pembrolizumab agisce sul freno PD-1
Il vaccino personalizzato e pembrolizumab intervengono su due aspetti diversi della risposta immunitaria.
Intismeran autogene fornisce al sistema immunitario una serie di bersagli selezionati sul tumore del paziente.
Pembrolizumab blocca invece PD-1, una proteina che limita l’attività dei linfociti T.
La combinazione punta quindi a facilitare il riconoscimento delle cellule tumorali e, contemporaneamente, a ridurre uno dei meccanismi che può frenare la risposta dei linfociti.
I dati sulla sicurezza richiedono ancora osservazione
Le prime informazioni disponibili indicano che il profilo di sicurezza della combinazione è sostanzialmente sovrapponibile a quello della sola immunoterapia.
Il trattamento presenta comunque rischi che richiedono particolare attenzione in alcune categorie di pazienti.
Tra queste ci sono le persone sottoposte a trapianto d’organo, per il possibile rischio di rigetto, e i pazienti con alcune patologie infiammatorie preesistenti, che potrebbero peggiorare.
Una valutazione più completa richiederà dati più maturi e una maggiore esperienza clinica.
Prima dell’uso serviranno FDA, EMA e AIFA
Il risultato positivo della fase 3 non rende automaticamente disponibile il trattamento.
Prima di un eventuale utilizzo nella pratica clinica serviranno la pubblicazione dei dati definitivi e le valutazioni delle autorità regolatorie.
Il percorso coinvolgerà FDA, EMA e AIFA.
Solo dopo questi passaggi sarà possibile stabilire se il trattamento potrà entrare nella pratica clinica, per quali pazienti e con quali modalità di rimborso.
La stessa piattaforma tecnologica è inoltre in sperimentazione anche per tumori del polmone, rene e vescica.
Dalla biopsia alla dose servono circa sei settimane
La personalizzazione richiede una catena produttiva articolata.
Dalla biopsia si passa al sequenziamento del tumore, all’elaborazione algoritmica, alla selezione dei neoantigeni e infine alla sintesi della sequenza di mRNA destinata al singolo paziente.
L’intero processo richiede oggi circa sei settimane.
Prima di un impiego su larga scala dovranno quindi essere valutati tempi, costi, organizzazione e sostenibilità del sistema produttivo.
Intismeran autogene, i dati principali
Elemento Dato Nome Intismeran autogene, V940, mRNA-4157 Fase dello studio Fase 3 Studio INTerpath-001 Pazienti 1.137 Tumore Melanoma cutaneo ad alto rischio Stadio IIB-IV Trattamento combinato Intismeran autogene + pembrolizumab Numero massimo di neoantigeni 34 Tempo di produzione Circa 6 settimane Obiettivi raggiunti Sopravvivenza libera da recidiva e riduzione delle metastasi a distanza
La chirurgia resta spesso sufficiente nei melanomi iniziali
La sperimentazione riguarda pazienti ad alto rischio già sottoposti a rimozione completa del tumore.
Nei melanomi diagnosticati nelle fasi iniziali, invece, l’asportazione chirurgica è spesso sufficiente a concludere il percorso terapeutico.
La diagnosi precoce mantiene quindi un peso decisivo nella gestione della malattia, mentre le nuove strategie adiuvanti vengono studiate per situazioni nelle quali il rischio successivo all’intervento resta elevato.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Criteri Critici
Una cura per la celiachia? Potrebbe essere un vaccino da Israele mosaico-cem.it
di Michael Soncin
Nel corso di una sperimentazione clinica, il farmaco anticeliaco sviluppato dal gruppo farmaceutico israeliano Teva si è dimostrato efficace nel proteggere l’intestino dai danni causati dal glutine, già dopo una singola iniezione. Il trattamento si sarebbe rilevato una potenziale cura anche per la vitiligine. (Fonte Immagine: Teva)
I celiaci nel mondo sono circa l’1% della popolazione, una percentuale altamente significativa, se pensiamo che solo in Italia i casi diagnosticati sono oltre 220.000, mentre nel complesso le stime parlano di più di 600.000 persone.
Una realtà importante, che rende sempre più urgente trovare una cura, essendo che attualmente non esistono trattamenti farmacologici approvati. La speranza potrebbe arrivare da Israele grazie alla ricerca scientifica condotta dalla compagnia farmaceutica Teva, che ha messo appunto un vaccino capace di ridurre significativamente, in una singola iniezione, i danni causati dal glutine all’intestino tenue. A parlarne è il sito Ynet News.
Com’è stato condotto lo studio
Come di consuetudine, le persone sono state divise in due gruppi, uno in cui riceve il vero trattamento, l’altro un placebo, una sostanza senza effetto, per confrontare i risultati. La sperimentazione clinica ha coinvolto complessivamente 50 adulti affetti da celiachia, che seguivano una dieta priva di glutine e presentavano danni intestinali minimi all’inizio dello studio.
Ancora in corso, si trova attualmente nella fase intermedia, prima di arrivare all’approvazione finale. E proprio in questa fase, somministrando l’anticorpo sperimentale TEV ‘408, gli scienziati hanno riscontrato una protezione statisticamente significativa e clinicamente rilevante contro i danni intestinali rispetto al placebo.
I pazienti, due settimane dopo aver ricevuto la singola dose sottocutanea di TEV ‘408, hanno iniziato un periodo di sei settimane di esposizione quotidiana al glutine per verificare se il farmaco fosse in grado di proteggere la mucosa intestinale. Dalla analisi è emerso che l’anticorpo ha frenato i danni causato dal glutine, mostrando un effetto favorevole sull’infiammazione intestinale e riducendo i sintomi gastrointestinali. Teva ha inoltre affermato che il trattato è stato ben tollerato.
«Una dieta rigorosamente priva di glutine è da tempo l’unica opzione per le persone affette da celiachia. Questi risultati sottolineano la possibilità di andare oltre la semplice gestione dell’esposizione al glutine e di affrontare la celiachia alla sua origine biologica». A spiegarlo è stato Eric Hughes, vicepresidente esecutivo per la ricerca e sviluppo globale e direttore medico di Teva.
Utile anche per la vitiligine
La celiachia è una malattia autoimmune in cui il glutine scatena una risposta immunitaria che danneggia l’intestino tenue. TEV ‘408 è stato progettato per inibire l’interleuchina-15, o IL-15, una proteina coinvolta nei processi immunitari legati alla celiachia.
Ma l’anticorpo in questione è anche oggetto di studio come potenziale trattamento per la vitiligine, un’altra malattia autoimmune che coinvolge l’IL-15. Teva afferma che i due programmi supportano la sua strategia di sviluppo di TEV ‘408 come possibile prodotto per il trattamento di diverse patologie.
Ulteriori analisi derivanti dalla fase intermedia sono tuttora in corso e Teva prevede di presentare ulteriori dati in occasione di un imminente congresso scientifico.
I giornali e le emittenti radiotelevisive della provincia di Khanh Hoa hanno donato congiuntamente 76,3 milioni di VND a sostegno dei pazienti in difficoltà. - Vietnam.vn
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Criteri Critici
I giornali e le emittenti radiotelevisive della provincia di Khanh Hoa hanno donato congiuntamente 76,3 milioni di VND a sostegno dei pazienti in difficoltà. Vietnam.vn
I rappresentanti del quotidiano e della radio e televisione di Khanh Hoa hanno offerto un sostegno finanziario alla famiglia della signora Nguyen Thi En.
Durante il periodo di cura, la signora Nguyen Thi En è stata assistita dalla madre. Prima della diagnosi, la signora Én lavorava in fabbrica, principale fonte di reddito per la sua famiglia. Nel settembre 2025 le è stata diagnosticata la leucemia linfatica e ha dovuto lasciare il lavoro per sottoporsi alle cure. Nel frattempo, il padre di Én ha contratto la gangrena alla gamba e ha perso la capacità di lavorare; la madre vende gallette di riso, con un reddito instabile. Il lungo periodo di cure ha reso la vita ancora più difficile per la famiglia.
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I rappresentanti del gruppo di volontari Huong Tu Bi hanno fornito un aiuto finanziario alla famiglia della signora Nguyen Thi En.
I rappresentanti del Comando militare del distretto di Dong Hai hanno fornito assistenza finanziaria alla famiglia della signora Nguyen Thi En.
La signora Vo Thi Dung Hanh, vicedirettrice del Dipartimento Cultura e Affari Sociali del distretto di Dong Hai, ha consegnato un aiuto finanziario alla famiglia della signora Nguyen Thi En.
In occasione dell'evento, il quotidiano, la radio e la televisione di Khanh Hoa, insieme a diverse agenzie, organizzazioni, gruppi di beneficenza e benefattori, hanno donato un totale di 76,3 milioni di VND a sostegno della famiglia della paziente Nguyen Thi En. Di questa somma, 10 milioni di VND sono stati donati dal quotidiano, dalla radio e dalla televisione di Khanh Hoa; 7,4 milioni di VND dal Comando militare del distretto di Dong Hai; 21,5 milioni di VND dal gruppo di beneficenza Huong Tu Bi; 23,1 milioni di VND sono stati donati dalla signora Vo Thi Dung Hanh, vice capo del Dipartimento Cultura e Affari Sociali del distretto di Dong Hai; e la somma restante è stata donata da benefattori.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Più microplastiche nei polmoni dei pazienti con tumore HealthDesk
I pazienti affetti da tumore al polmone hanno una concentrazione e una quantità di microplastiche significativamente superiori nei tessuti respiratori rispetto alle persone sane. È quanto mostra una nuova ricerca che sarà presentata in occasione del congresso della European Respiratory Society, in programma a Barcellona dal 5 al 9 settembre 2026, che sembra fornire supporto all'ipotesi che le microplastiche presenti nell'aria possano penetrare nel corpo umano attraverso la respirazione.
Lo studio, condotto da ricercatori dell'University College Dublin School of Medicine in Irlanda e dell'Università di Tessaglia a Larissa, in Grecia, ha coinvolto cento persone sottoposte a broncoscopia per accertare sintomi respiratori. Durante la procedura clinica, i medici hanno raccolto campioni tramite lavaggio polmonare utilizzando una soluzione fisiologica, da cui è merso che il 70% delle persone avevano microplastiche. Non solo, le persone che avevano ricevuto una diagnosi di con tumore polmonare avevano mostrato una probabilità significativamente maggiore di avere microplastiche rilevabili nei campioni di lavaggio polmonare (66%) e un carico complessivo di particelle più elevato rispetto alle persone senza cancro (46%).
I test chimici hanno evidenziato che i i tipi di plastica più comuni erano polipropilene e polietilene, ampiamente impiegati nella vita di tutti i giorni in imballaggi, tessuti, materiali domestici e beni di consumo.
«I nostri risultati suggeriscono che le microplastiche inalate si possono trovare nel polmone umano più frequentemente di quanto molti possano realizzare», ha dichiarato Ilias Dimeas, tra gli autori della ricerca. «Questo tipo di studio non ci dice perché abbiamo trovato più microplastiche nei campioni dei pazienti con tumore al polmone. Le microplastiche potrebbero contribuire a infiammazioni o ad altri processi biologici che favoriscono malattie come il cancro, ma è anche possibile che i polmoni malati trattengano semplicemente le particelle in modo diverso rispetto ai polmoni sani».
Il team di ricerca ha già avviato ulteriori esperimenti di laboratorio per comprendere quali tipi di plastica siano coinvolti e come interagiscano con le cellule polmonari, estendendo l'analisi anche a persone affette da patologie polmonari croniche.
«Il cancro ai polmoni è il tipo di tumore più comune al mondo ed è la principale causa di morte per cancro», ha affermato in una nota Barbara Hoffmann, presidente del Consiglio di Advocacy della European Respiratory Society all'Università di Düsseldorf in Germania. «Il fumo rimane di gran lunga la causa principale, ma sappiamo che anche l'inquinamento atmosferico contribuisce a molte malattie polmonari. La ricerca sugli effetti delle microplastiche sulla salute è ancora a uno stadio molto precoce, ma ci stiamo rendendo conto che questi minuscoli pezzi di plastica si stanno infiltrando in molte parti del corpo».
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Chemioterapia e psilocibina: la scoperta che protegge i nervi dai danni AboutPharma
Una sostanza con proprietà allucinogene, la psilocibina, potrebbe essere di aiuto per prevenire un comune effetto collaterale della chemioterapia: la neuropatia periferica, vale a dire un danno ai nervi che causa formicolio, bruciore, dolore e perdita di sensibilità a mani e piedi. Lo rivela uno studio coordinato da ricercatori dell’Md Anderson Cancer Center di Houston pubblicato sulla rivista Science.
Usata per le forme resistenti di depressione
La psilocibina, un composto estratto da alcune specie di funghi con proprietà allucinogene, è da tempo oggetto di attenzione della ricerca come possibile trattamento per le forme resistenti di depressione e, più di recente, per alcune malattie metaboliche e per smettere di fumare. I ricercatori hanno ora osservato, in modelli animali, che se somministrata prima della chemioterapia potrebbe prevenire l’insorgenza dei danni ai nervi. Negli esperimenti, due dosi di psilocibina somministrate prima della chemioterapia hanno prevenuto l’ipersensibilità al freddo, protetto le terminazioni nervose e preservato la sensibilità al tatto, senza interferire con l’efficacia della chemioterapia.
L’effetto protettivo
I ricercatori hanno anche ricostruito i meccanismi attraverso cui la sostanza esercita l’effetto protettivo, scoprendo un’azione benefica soprattutto sui mitocondri, le cosiddette centrali energetiche delle cellule.
“La psilocibina fa molto di più che ridurre i segnali del dolore: protegge i nervi stessi attraverso l’apporto di energia”, ha dichiarato uno degli autori dello studio Patrick Dougherty. “Questo effetto neuroprotettivo potrebbe aiutare i pazienti a tollerare lo stress della chemioterapia, preservando sensibilità, mobilità e qualità della vita, durante il trattamento e a lungo termine nel percorso di guarigione”. Sulla base di questi dati i ricercatori hanno ora in programma di avviare uno studio clinico per verificare se i meccanismi osservati nella ricerca si traducano in reali benefici clinici per i pazienti che si stanno sottoponendo a chemioterapia.
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Criteri Critici
Scrivere istruzioni per le cellule, l'mRna diventa una piattaforma programmabile per vaccini e immunoterapia univrmagazine.it
La pandemia da Covid-19 ha portato all’attenzione del grande pubblico una tecnologia vaccinale fino ad allora conosciuta soprattutto negli ambienti della ricerca: i vaccini basati sull’Rna messaggero (mRna). La loro diffusione può essere sembrata improvvisa, ma è il risultato di oltre trent’anni di studi. Un percorso che ha unito discipline diverse, dall’analisi dei meccanismi cellulari alla progettazione dei sistemi capaci di trasportare l’Rna nelle cellule.
Il principio alla base di questa tecnologia è relativamente semplice. I vaccini tradizionali presentano al sistema immunitario un microrganismo inattivato o attenuato, oppure alcune sue componenti. Con l’mRna la strategia cambia: alle cellule viene fornita temporaneamente l’informazione necessaria per produrre una proteina dell’agente patogeno.
L’mRna svolge la sua funzione nel citoplasma, senza entrare nel nucleo cellulare, e viene poi degradato. La proteina prodotta viene riconosciuta dal sistema immunitario, che attiva una risposta e sviluppa una memoria immunologica.
Una ricerca lunga trent’anni
Trasformare questo principio in un vaccino ha richiesto il superamento di due ostacoli: la fragilità dell’Rna e la sua capacità di attivare in modo eccessivo l’immunità innata.
Un passaggio decisivo è arrivato con la dimostrazione che l’impiego di nucleosidi modificati permette di ridurre questa attivazione. Una scoperta che è valsa a Katalin Karikó e Drew Weissman il premio Nobel per la Medicina nel 2023. Parallelamente, lo sviluppo delle nanoparticelle lipidiche ha consentito di proteggere l’mRna e facilitarne l’ingresso nelle cellule.
Da questi progressi è nata una caratteristica che distingue la piattaforma a mRna: la sua programmabilità. Modificando la sequenza dell’Rna è possibile cambiare l’antigene da produrre senza dover riprogettare l’intero processo.
La tecnologia era quindi già in una fase avanzata quando, all’inizio del 2020, è diventata disponibile la sequenza genica del coronavirus Sars-CoV-2. I ricercatori hanno potuto progettare rapidamente mRna capaci di fornire alle cellule le istruzioni per produrre la proteina Spike, uno dei principali bersagli della risposta immunitaria.
L’utilizzo su larga scala dei vaccini contro il Covid-19 ha dimostrato la capacità di questa tecnologia di indurre una risposta immunitaria contro la proteina Spike e ha permesso di raccogliere una quantità di dati senza precedenti sull’impiego della piattaforma.
Non di meno, la somministrazione di miliardi di dosi ha inoltre permesso una caratterizzazione molto ampia del profilo di sicurezza.
I limiti da superare
L’esperienza maturata durante la pandemia ha permesso anche di individuare alcuni limiti. Tra questi ci sono la durata non sempre prolungata della protezione, la limitata immunità delle mucose dopo la somministrazione intramuscolare, le condizioni necessarie per la conservazione e la necessità di migliorare i sistemi che trasportano l’mRna nelle cellule.
Dopo vaccinazioni ripetute è stato inoltre osservato un aumento relativo delle immunoglobuline G4 (IgG4) dirette contro la proteina Spike, anticorpi caratterizzati da minori funzioni infiammatorie. Il significato clinico di questo fenomeno e il suo eventuale rapporto con meccanismi di tolleranza immunologica devono ancora essere chiariti.
Restano poi questioni produttive, logistiche ed economiche, dalla stabilità dei prodotti alla catena del freddo, dalla capacità industriale ai controlli di qualità e all’accessibilità nei Paesi con minori risorse.
L’esperienza degli ultimi anni ha mostrato anche la necessità di definire con precisione dosi, intervalli e numero dei richiami. Una stimolazione immunitaria più frequente, infatti, non determina necessariamente in ogni situazione una risposta qualitativamente migliore.
Non solo Covid-19
La pandemia ha accelerato lo studio dell’mRna anche in altri campi. Per il virus respiratorio sinciziale (Rsv), per esempio, un vaccino a mRna ha dimostrato efficacia negli anziani. Altri vaccini sono allo studio contro influenza, citomegalovirus, virus dell’immunodeficienza umana (Hiv) e altri agenti patogeni.
L’oncologia rappresenta un altro campo di sviluppo. In questo caso l’obiettivo non è prevenire un’infezione, ma insegnare al sistema immunitario a riconoscere il tumore.
Il sequenziamento dell’acido desossiribonucleico (Dna) delle cellule tumorali permette di identificare neoantigeni specifici, cioè molecole prodotte dalle cellule tumorali che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. A partire da queste informazioni è possibile progettare vaccini personalizzati.
Nel melanoma, la terapia a mRna mRna-4157 (V940), associata all’anticorpo monoclonale pembrolizumab, ha ridotto il rischio di recidiva rispetto alla sola immunoterapia in uno studio di fase 2b. Nel carcinoma pancreatico, uno studio di fase 1 ha invece mostrato che un vaccino personalizzato può attivare una risposta delle cellule immunitarie contro neoantigeni tumorali.
A questi dati si aggiungono i risultati dello studio INTerpath-001, condotto su pazienti con melanoma in stadio IIB-IV. I dati, al momento diffusi attraverso un comunicato stampa e non ancora attraverso una pubblicazione scientifica completa, rappresentano la prima conferma della potenziale efficacia di questa strategia in uno studio clinico randomizzato di fase 3.
Verso una nuova generazione di mRna
La ricerca sta già lavorando alla generazione successiva di queste tecnologie. Gli Rna autoamplificanti possono replicare temporaneamente l’informazione nel citoplasma e potrebbero quindi consentire l’utilizzo di dosi inferiori. L’Rna circolare punta invece ad aumentare la stabilità della molecola e la durata dell’espressione.
Parallelamente, nuove nanoparticelle lipidiche vengono studiate per indirizzare l’Rna verso tessuti specifici, mentre i vaccini somministrati per via intranasale puntano a generare una risposta immunitaria più efficace nelle mucose.
Questi sviluppi segnano il passaggio dalla prima applicazione dell’mRna su scala globale a una fase più matura della ricerca. La sfida dei prossimi anni sarà controllare con maggiore precisione la dose, la durata e la localizzazione dell’espressione dell’informazione trasportata dall’Rna, insieme alla qualità della risposta immunitaria che ne deriva.
Il cambiamento introdotto dall’mRna è, prima di tutto, concettuale: non si costruisce più il vaccino intorno al patogeno, ma si utilizza un’informazione biologica per indicare alle cellule che cosa produrre.
È questa possibilità di “scrivere istruzioni per le cellule” che rende l’mRna una piattaforma di ricerca per la prevenzione delle malattie infettive, l’immunoterapia dei tumori e, in prospettiva, altre applicazioni della medicina personalizzata.
Donato Zipeto
Professore ordinario di biologia molecolare del dipartimento di Neuroscienze biomedicina e movimento Univr
Referenze scientifiche
Leggi l’articolo “mRna, dalla ricerca sui vaccini alle nuove frontiere della medicina personalizzata“.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Il farmaco approvato per il pancreas mostra effetti anche sul tumore al polmone tomshw.it
Un team di oncologi che comprende Kathryn Arbour, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, ha osservato che daraxonrasib, noto anche come Rasonque, può ridurre i tumori in persone con carcinoma polmonare non-microcitico. Nel piccolo studio clinico la massa tumorale si è ridotta in oltre il 30% dei partecipanti, aprendo la possibilità di estendere a un altro tumore difficile da trattare una terapia appena approvata negli Stati Uniti contro il cancro al pancreas avanzato.
I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Tutti i partecipanti avevano già ricevuto altre terapie e presentavano nel tumore una delle mutazioni RAS capaci di favorire la crescita incontrollata delle cellule. Il dato riguarda quindi una popolazione selezionata su base molecolare e non permette di concludere che il farmaco sia efficace contro ogni forma di tumore polmonare.
Il nuovo studio arriva a circa una settimana dall'approvazione di daraxonrasib per il tumore pancreatico avanzato da parte della FDA statunitense. L'autorizzazione riguarda il pancreas, non il polmone: per questa seconda indicazione saranno necessari dati comparativi più ampi. Il segnale osservato resta comunque significativo per una malattia che rappresenta la principale causa di morte oncologica nel mondo.
Colpire diverse varianti di RAS con lo stesso meccanismo potrebbe ampliare le opzioni terapeutiche, ma la durata delle risposte resta ancora da dimostrare.
Daraxonrasib è stato progettato per interferire con RAS, una famiglia di proteine alterate in numerosi tumori del pancreas, del polmone e del colon-retto. Queste proteine sono state considerate a lungo bersagli quasi inaccessibili, perché offrono pochi punti ai quali una molecola terapeutica possa legarsi stabilmente. Il farmaco aggira il problema associandosi prima alla proteina cellulare ciclofilina A: il complesso risultante funziona come una colla molecolare e crea una superficie capace di legare le forme normali e mutate di RAS, ostacolandone le interazioni.
Nel precedente studio sul tumore pancreatico, condotto su circa 500 persone con malattia avanzata e mutazioni RAS, il trattamento aveva portato la sopravvivenza media a 13,2 mesi, rispetto ai 6,7 mesi ottenuti con la chemioterapia standard. Quei risultati, approfonditi anche nell'articolo dedicato al farmaco che ha raddoppiato la sopravvivenza nel tumore al pancreas, hanno sostenuto l'autorizzazione statunitense.
Per il tumore polmonare è già in corso un trial randomizzato più grande, nel quale i partecipanti vengono assegnati a daraxonrasib oppure alla chemioterapia standard. Il confronto dovrà stabilire non soltanto quante persone rispondano, ma anche quanto durino il controllo della malattia e il possibile vantaggio clinico. Risultati di questo tipo saranno probabilmente richiesti dalle autorità prima di un'eventuale approvazione per il polmone.
Resta inoltre aperto il problema della resistenza farmacologica. Nel piccolo studio alcuni tumori hanno ripreso a crescere dopo una risposta iniziale, indicando che le cellule possono trovare vie alternative per sostenere la proliferazione. I ricercatori stanno iniziando a ricostruire questi meccanismi: finché non saranno disponibili i dati dello studio più ampio, daraxonrasib dovrà essere considerato una pista promettente, non una nuova terapia già convalidata per il tumore polmonare.
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Apple Watch Salvata un'altra vita: la diagnosi precoce ha rivelato una leucemia aggressiva. Letem světem Applem
Apple Watch Non sono solo dei compagni di allenamento. Ogni tanto si leggono storie in cui hanno letteralmente salvato la vita a qualcuno. Apple ha pubblicato un video su YouTube in cui racconta la storia di Amanda, la quale crede che il suo Apple Watch le abbia salvato la vita spingendola a consultare un medico in tempo.
La storia è iniziata nel 2024, quando Apple Watch L'Apple Watch iniziò a segnalare ripetutamente ad Amanda un battito cardiaco anomalo. Registrava significative irregolarità del battito cardiaco quando Amanda era a riposo e rivelava anche fluttuazioni dei suoi parametri vitali notturni mentre dormiva. In base a queste notifiche, Amanda decise di consultare un medico.
Galleria fotografica Apple Watch 11 7 Apple Watch 11 6 Apple Watch 11 5 Apple Watch 11 4 Apple Watch 11 3 Apple Watch 11 2 Apple Watch 11 1 Entra nella galleria
Gli esami successivi hanno rivelato risultati sconvolgenti. I medici hanno diagnosticato ad Amanda una leucemia mieloide acuta, una forma molto aggressiva di tumore del sangue. Tuttavia, grazie alla diagnosi precoce e al tempestivo inizio del trattamento oncologico, Amanda è ora in remissione.Credo che se non fosse per il mio Apple WatchSe non fossi qui con voi oggi, non sarei qui.«» ha detto un utente emozionato nel video.
Apple Watch monitora l'attività cardiaca in modo continuo durante tutto il giorno. Può inviare agli utenti avvisi istantanei quando rileva una frequenza cardiaca insolitamente alta o bassa mentre l'utente è a riposo. Il sistema monitora anche i battiti cardiaci irregolari e, grazie all'app ECG, può rilevare segni di fibrillazione atriale. Stai usando Apple Watch?
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Lotta al tumore al seno in Fvg, la svolta in uno studio del Cro: sopravvivenza al 98% per le diagnosi precoci il Nord Est
Dieci anni di dati per raccontare quanto sia cambiata la lotta contro il tumore al seno in Fvg. Questo il fulcro della ricerca coordinata dal Registro Tumori Fvg e dal Cro di Aviano, pubblicato sulla rivista scientifica “The Oncologist”.
Lo studio, sostenuto dal Ministero della Salute, ha analizzato oltre 10.400 donne che, tra il 2004 e il 2014, hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario invasivo, seguendone gli esiti fino a fine 2023.
Un lavoro che permette di misurare non soltanto la diffusione della malattia, ma anche i progressi ottenuti nella diagnosi e nelle cure.
Per la prima volta in Italia, lo studio ha infatti valutato la sopravvivenza a dieci anni mettendo in relazione tre elementi: lo stadio al momento della diagnosi, il profilo molecolare e il grado istologico del tumore. Secondo Fabiola Giudici, ricercatrice dell’Epidemiologia oncologica del Cro e prima autrice. «Il punto di forza è la possibilità di osservare gli esiti nell’intera popolazione, e non soltanto in gruppi selezionati di pazienti. Considerare insieme stadio, sottotipo molecolare e grado istologico, offre un quadro prognostico molto più preciso».
Lotta ai sarcomi, svolta dal Cro di Aviano: individuato il meccanismo che frena le terapie La redazione Lo studio del Centro oncologico con il San Martino di Genova scopre il ruolo della proteina Twist1. La ricerca apre alla selezione di cure sempre più mirate e personalizzate
I dati
Il dato più significativo emerso è l’importanza di ricevere una diagnosi precoce.
Per i tumori individuati in stadio I, la sopravvivenza netta a dieci anni supera il 90% in tutti i sottotipi molecolari. Nelle forme con recettori ormonali positivi e Her2-negative arriva addirittura al 98,8%.
La sopravvivenza netta, esclusi ciò è i decessi dovuti ad altre cause, rappresenta un indicatore particolarmente utile per valutare e confrontare nel tempo gli esiti oncologici. Circa la metà delle neoplasie considerate nello studio è stata diagnosticata proprio in stadio I.
Periodi a confronto
Particolarmente interessante è il confronto tra le donne diagnosticate nel periodo 2004-2009 e quelle che hanno ricevuto la diagnosi tra il 2010 e il 2014. Se per i tumori in stadio I la sopravvivenza era già molto elevata e si mantiene tale, i progressi più marcati emergono in alcune forme più aggressive e localmente avanzate. Nel caso di diagnosi di carcinoma Her2-positivo, con recettori ormonali negativi e diagnosticato in stadio III, la sopravvivenza netta a dieci anni è passata dal 48,6% al 87,9%. Anche per le forme triplo-negative in stadio III si registra un miglioramento: dal 28,8% al 42,3%. «I numeri documentano la profonda trasformazione nella gestione della patologia oncologica mammaria», commenta Fabio Puglisi, professore ordinario di Oncologia medica all’Università di Udine e direttore del Dipartimento di oncologia Medica del Cro. «Diagnosi precoce e trattamenti sempre più efficaci e mirati hanno prodotto progressi che oggi possiamo misurare grazie ai dati di sopravvivenza di lungo periodo raccolti dai registri tumori». Restano però più difficili da trattare alcune forme aggressive.
Il Registro
A sottolineare il valore dei dati è l’assessore regionale alla salute Riccardo Riccardi. «Accanto al dato impressionante di oltre diecimila donne che tra il 2004 e il 2014 in Fvg sono state colpite da un carcinoma mammario invasivo, c’è quello importante, confortante e incoraggiante del sensibile aumento della sopravvivenza legato alla prevenzione e alla ricerca», afferma. Per Riccardi, l’incrocio delle informazioni «consolida l’importanza del Registro tumori, che si conferma strumento indispensabile per il progresso della lotta contro il cancro e per supportare la ricerca di tutti i professionisti».
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Salute: sreening per il tumore del colon-retto, dalla Asl Bat un invito alla prevenzione AndriaViva
E' rivolto ai cittadini tra 50 e 69 anni il programma gratuito della Regione Puglia
Tra i tanti impegni quotidiani, ce n'è uno che non dovrebbe essere rimandato: quello con la propria salute. È questo il messaggio lanciato dalla Asl Bat nell'ambito della campagna di sensibilizzazione sullo screening per la prevenzione del tumore del colon-retto.
Il programma, promosso e offerto gratuitamente dalla Regione Puglia, è rivolto alle persone di età compresa tra 50 e 69 anni residenti in Puglia, che ricevono dalla propria Asl l'invito a effettuare il test per la ricerca del sangue occulto nelle feci.
L'adesione al programma è semplice. Una volta ricevuto l'invito, è possibile scegliere una delle farmacie aderenti indicate sul portale Puglia Salute, recarsi presso la farmacia selezionata e ritirare il kit necessario per effettuare il test. Dopo la raccolta del campione, il kit dovrà essere riconsegnato nella stessa farmacia.
Un gesto semplice che permette di partecipare a un importante percorso di prevenzione e diagnosi precoce.
La Asl Bat ricorda inoltre che chi rientra nella fascia d'età prevista e non ha ancora ricevuto l'invito può contattare il numero verde unico regionale 800 957773 per ricevere informazioni.
Per maggiori informazioni sul programma di screening per il tumore del colon-retto è possibile consultare il portale regionale Puglia Salute.
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Criteri Critici
Screening colon-retto gratuito a Livorno: ecco le farmacie dove ritirare e consegnare il test losservatore.com
L’Asl Toscana nord ovest ha aggiornato l’elenco delle farmacie aderenti in provincia. Il programma è rivolto alle persone tra 50 e 69 anni e viene proposto ogni due anni
Il kit per lo screening gratuito del colon-retto, disponibile nelle farmacie aderenti di Livorno e provincia.
Lo screening per la ricerca del sangue occulto nelle feci è rivolto alle persone di età compresa tra 50 e 69 anni e viene proposto con cadenza biennale. Tutti i test previsti dal programma di screening oncologico sono gratuiti.
Come funziona lo screening
Chi riceve la lettera di invito di ISPRO può recarsi in una delle farmacie pubbliche o private aderenti portando con sé:
la lettera di invito con le relative etichette;
la tessera sanitaria.
In farmacia viene consegnata la provetta necessaria per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Il campione viene raccolto a casa e può successivamente essere riconsegnato in una delle farmacie aderenti oppure nelle sedi indicate dall’azienda sanitaria.
In caso di risultato negativo, la risposta viene inviata all’indirizzo di residenza. Se invece il test risulta positivo, il percorso prevede ulteriori approfondimenti, tra cui la colonscopia: la positività al test non significa automaticamente presenza di un tumore.
Le farmacie aderenti a Livorno città
Secondo l’elenco ufficiale aggiornato dall’Asl al 1° settembre 2026, a Livorno città risultano tra le farmacie aderenti:
Farmacia Attias, via Marradi 2;
Baroncini Gabriele, via Grande 8;
Castelli – Dr. Montano Carlo, via Cairoli 34;
Farmacia Culla, via del Mare 80;
Dal Canto, via Primo Levi 33;
Farmacia degli Oleandri, via degli Oleandri 12/14;
Del Corallo, viale Carducci 164/168;
Farmacia di Banditella, via Puini 97;
Farmacia di Colline, piazza Damiano Chiesa 30;
Ethica, piazza Cavour 9;
Farmacia Acquaviva, via Ricasoli 1;
Farmacia della Salute, via Giotto 59;
Farmacia del Levante, via Gelati 10;
Farmacia Galletti, via Inghilterra 14;
Farmacia Garibaldi, via Garibaldi 63;
Farmacia Orto dei Semplici, via Campania 104;
Farmacia Misul, via dei Pensieri 3A;
Farmacia Paolucci, corso Mazzini 301;
Farmacia Pellini, via Grande 61/63;
Farmacia Rossi Alvega, via Toscana 1;
Farmacia San Marco, Scali Pontino 25;
Farmacia Sant’Agostino, viale della Libertà 38.
A queste si aggiungono le farmacie comunali Bastia, Marradi, Montebello, Corea, Lorenzini, Grande e Alfieri, oltre a Farneti, Galeno, Internazionale, Le Sorgenti, Miliardi, Moderna di Antignano, Montenero, Nuova, Picchioni, San Jacopo e Santa Giulia.
Farmacie anche in tutta la provincia
L’elenco comprende inoltre strutture aderenti a Collesalvetti e Guasticce, Cecina, Rosignano, Vada, Castagneto Carducci e Donoratico, San Vincenzo, Piombino, Riotorto e nei comuni dell’Isola d’Elba, oltre ad altri centri della provincia.
L’elenco completo viene aggiornato dall’Asl e può quindi subire variazioni.
Cosa fare se non è arrivata la lettera
L’Asl Toscana nord ovest mette a disposizione il numero unico 0585 498004, attivo dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 12.30, per informazioni sugli screening, per spostare appuntamenti o per chi non ha ricevuto o ha perso la lettera.
Sul sito dell’Azienda sanitaria è disponibile anche un modulo online per chi non ha mai aderito al programma.
Lo screening del colon-retto rappresenta uno degli strumenti di prevenzione oncologica offerti gratuitamente dal servizio sanitario: un esame semplice che può consentire di individuare lesioni precancerose prima della loro evoluzione.
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
CAR-T create nel corpo, il paziente diventa la fabbrica mondosanita.it
Un gruppo di ricercatori cinesi ha trasformato il corpo umano in una piccola fabbrica di cellule terapeutiche: invece di prelevare i linfociti T, modificarli in un laboratorio specializzato, moltiplicarli e infonderli nuovamente, ha consegnato direttamente nell’organismo le istruzioni genetiche necessarie a costruire le CAR-T. Il risultato, descritto in uno studio di fase 1 pubblicato sul New England Journal of Medicine, non dimostra ancora che questa procedura possa curare la sclerosi multipla; mostra però che una terapia cellulare tanto complessa può essere assemblata dentro il paziente anche per affrontare gravi malattie neurologiche autoimmuni. Ed è una differenza straordinaria.
La formulazione sperimentale, denominata JY231, è stata somministrata a 16 persone colpite da gravi malattie neurologiche autoimmuni che non rispondevano alle terapie disponibili; sette avevano una sclerosi multipla progressiva. Normalmente ogni trattamento CAR-T deve essere preparato su misura: si raccolgono le cellule del malato, si trasferisce loro un nuovo programma genetico, le si lascia proliferare e infine le si rimette in circolo. Una lavorazione lenta, costosa e assai complessa, sviluppata contro alcuni tumori del sangue e soltanto in seguito esplorata nelle malattie autoimmuni. Qui, invece, la lunga officina esterna è stata sostituita da una sola infusione pronta all’uso.
Come è stato possibile? Il corriere scelto dagli studiosi è un vettore lentivirale, cioè un veicolo biologico progettato per raggiungere i linfociti T e inserire stabilmente al loro interno il gene di un recettore artificiale. Quel recettore riconosce CD19, una molecola esposta sulla superficie delle cellule B. Per intenderci, il vettore porta il progetto; il linfocita lo incorpora e monta sulla propria superficie una nuova antenna; l’antenna individua le cellule B contrassegnate da CD19 e la cellula riprogrammata le elimina. Le CAR-T, insomma, non arrivano già costruite: si formano nel sangue.
Il bersaglio è il medesimo sfruttato da diverse CAR-T oncologiche, ma è diverso il nemico. Nelle malattie studiate non si tenta di distruggere un tumore, bensì di rimuovere popolazioni immunitarie che producono autoanticorpi, presentano antigeni ai linfociti e continuano ad alimentare l’infiammazione nei tessuti. L’ambizione è ben maggiore di una soppressione temporanea delle difese: si vorrebbe cancellare una parte della memoria patologica e permettere al sistema immunitario di ricostituirsi con un comportamento meno aggressivo. È il cosiddetto “reset immunitario”. Affascinante, senza dubbio; ma per ora ancora da provare nella sua durata.
Un dato, intanto, appare netto: in tutti i 16 partecipanti, dopo l’infusione, si sono formate cellule CAR-T ed è stata ottenuta una completa deplezione delle cellule B. Sono stati riferiti anche primi segnali clinici favorevoli nelle diverse patologie; nella miastenia gravis, per esempio, è diminuito sensibilmente il punteggio con cui si misura la gravità della debolezza muscolare, mentre nei pazienti con sclerosi multipla progressiva le valutazioni eseguite nei mesi successivi hanno mostrato indicazioni incoraggianti. Ma non è tutto — o, meglio, non è ancora questo il punto decisivo. Come ha rilevato Nature, la vera novità consiste nell’aver rimosso sperimentalmente uno dei maggiori ostacoli alla diffusione delle CAR-T: la necessità di fabbricarle una per una fuori dal corpo.
Occorre tuttavia non confondere una prova di fattibilità con una prova di guarigione. Il campione comprendeva appena 16 persone, affette da malattie differenti, e mancava un gruppo di controllo con cui confrontare i risultati: non si può dunque parlare di remissione certa, né stabilire per quanto tempo dureranno gli eventuali benefici. Anche la sicurezza impone osservazioni prolungate, perché il vettore lentivirale integra stabilmente l’informazione genetica nelle cellule e bisognerà escludere modifiche indesiderate, attività contro bersagli non previsti e complicanze tardive. Le CAR-T, inoltre, possono provocare infezioni, tossicità neurologica e sindrome da rilascio di citochine, una reazione infiammatoria sistemica che nei casi più gravi può diventare pericolosa per la vita.
La prudenza non è formale. Negli stessi giorni Novartis ha sospeso otto studi riguardanti una diversa CAR-T anti-CD19 per malattie autoimmuni, dopo tre decessi associati a una grave reazione immunitaria; Bristol Myers Squibb ha fermato precauzionalmente altri trial in seguito a eventi infiammatori. Prodotti e procedure sono differenti da JY231, e sovrapporne automaticamente i rischi sarebbe scorretto. Il segnale, però, obbliga ad alzare l’asticella dei controlli. Per ora non è stato dimostrato che le CAR-T costruite nell’organismo curino la sclerosi multipla; è stato dimostrato che la fabbrica personalizzata potrebbe, un giorno, essere racchiusa in un’infusione. Se studi più ampi e controllati ne confermeranno efficacia e sicurezza, non cambierà soltanto la terapia: cambierà il modo stesso di produrla.
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Cheng YH, Shang K, Qin C, et al. Lentiviral In Vivo CD19 CAR T-Cell Therapy in Neurologic Autoimmune Disorders. New England Journal of Medicine. 2026;395(9):926-929. doi: 10.1056/NEJMc2603114.
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Molti pazienti anziani soffrono di occlusione intestinale a causa di tumori al colon. Vietnam.vn
Foto: Ospedale Generale di Thai Binh Il reparto di chirurgia generale dell'ospedale generale di Thai Binh (Hung Yen) ha recentemente operato tre pazienti anziani, di età compresa tra gli 88 e i 99 anni, ricoverati per occlusione intestinale dovuta a un tumore del colon. Secondo le informazioni fornite dall'ospedale,i casi riguardano il signor Nguyen TN, di 99 anni; il signor Ngo TN, di 90 anni; e il signor PTM, di 88 anni. Negli anziani, la chirurgia d'urgenza per l'occlusione intestinale è difficile a causa delle ridotte riserve funzionali dell'organismo e spesso accompagnata da malattie croniche. L'ostruzione intestinale dovuta a tumore del colon si verifica quando un tumore restringe o blocca il lume intestinale, impedendo il passaggio di liquidi e gas. I pazienti possono manifestare gonfiore, dolore addominale e vomito e, se non trattata tempestivamente, sussiste il rischio di gravi complicazioni. A seconda della posizione del tumore e delle condizioni del singolo paziente, i medici scelgono diverse opzioni chirurgiche. Nel caso del signor Nguyen TN, di 99 anni, un tumore nel colon ascendente ha causato un'occlusione intestinale. Il paziente è stato sottoposto a un bypass ileo-trasverso del colon. Nel caso del signor Ngo TN, di 90 anni, l'occlusione intestinale dovuta a un tumore a livello della flessura epatica del colon è stata trattata con un metodo di bypass simile. Nel frattempo, il signor PTM, di 88 anni, soffriva di intussuscezione del colon sigmoideo-rettale a causa di un tumore. I medici hanno eseguito una resezione del colon e hanno estratto la parte superiore dell'intestino per creare un ano artificiale. Poiché tutti i pazienti erano anziani e l'intervento era d'urgenza, l'équipe chirurgica ha dovuto controllare attentamente il rischio di emorragia, riducendo al contempo i tempi dell'intervento in base alle condizioni di ciascun paziente. Secondo la Dott.ssa Pham Thi Thu Hien, del Dipartimento di Anestesia e Rianimazione, anestetizzare una paziente di 99 anni con occlusione intestinale acuta ha rappresentato una sfida a causa della storia clinica della paziente, caratterizzata da aneurisma dell'aorta addominale e dal declino della funzione cardiopolmonare legato all'età. L'équipe ha dovuto condurre un'accurata valutazione preoperatoria, selezionare il metodo anestetico più appropriato e monitorare l'emodinamica e la pervietà delle vie aeree durante tutto l'intervento chirurgico. Dopo l'intervento chirurgico, si sottolinea l'importanza della gestione del dolore e del supporto precoce alla mobilità e alla respirazione del paziente, al fine di ridurre al minimo le complicanze comunemente riscontrate negli anziani. In seguito all'intervento chirurgico, tutti e tre i pazienti si sono ripresi bene e l'ospedale non ha segnalato alcuna complicazione postoperatoria. I medici raccomandano che, in caso di dolore addominale, gonfiore, vomito, stitichezza o alterazioni persistenti dell'alvo, soprattutto negli anziani, i pazienti si rivolgano al medico per una diagnosi e un trattamento precoci. Individuare le patologie del colon in fase iniziale, prima che causino ostruzione intestinale, offre ai pazienti maggiori opzioni terapeutiche e riduce il rischio di dover ricorrere a un intervento chirurgico d'urgenza. Fonte: https://vtv.vn/nhieu-benh-nhan-cao-tuoi-bi-tac-ruot-do-u-dai-trang-100260903195403363.htm
Leo Cancer Care annuncia una collaborazione commerciale con GE HealthCare per introdurre sul mercato flussi di lavoro connessi tra imaging e radioterapia - MarketScreener Italia
📰 MarketScreener Italia📅 2026-09-03T20:00:00
radioterapia
Leo Cancer Care annuncia una collaborazione commerciale con GE HealthCare per introdurre sul mercato flussi di lavoro connessi tra imaging e radioterapia MarketScreener Italia
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Criteri Critici
Uno psichedelico potrebbe ridurre i danni ai nervi della chemioterapia HealthDesk
La psilocibina, un composto psichedelico di origine naturale, potrebbe prevenire uno degli effetti collaterali più debilitanti e frequenti dei trattamenti oncologici: la neuropatia periferica indotta da chemioterapia. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science, che potrebbe rendere possibile nuove strategie di prevenzione degli effetti collaterali della chemio: la ricerca ha infatti mostrato - per il momento in modelli preclinici - che la somministrazione preventiva di poche dosi di psilocibina prima del ciclo chemioterapico è in grado di bloccare l'insorgenza di lesioni nervose, persino dopo cicli ripetuti, senza compromettere l'efficacia antitumorale dei farmaci salvavita.
La neuropatia periferica indotta da chemioterapia colpisce oltre il 60% dei pazienti sottoposti a determinate cure oncologiche, come quelle a base di platino e taxani, causando sintomi persistenti quali dolore cronico, formicolio, alterazioni della sensibilità al freddo, bruciore e intorpidimento. Queste condizioni non solo riducono drasticamente la qualità della vita dei sopravvissuti, ma possono costringere i medici a ridurre i dosaggi o a interrompere prematuramente i trattamenti oncologici. A oggi non esistono strategie preventive efficaci per questa condizione e le terapie disponibili offrono soltanto un sollievo limitato.
A livello cellulare, la chemioterapia danneggia i mitocondri – le strutture intracellulari deputate alla produzione di energia – riducendone la quantità e bloccandone il movimento all'interno delle fibre nervose. La ricerca ha dimostrato che la psilocibina attiva una specifica via di segnalazione che preserva il trasporto dei mitocondri, garantendo un apporto energetico adeguato alle terminazioni nervose anche sotto stress farmacologico.
«C'è un bisogno urgente di trattamenti che prevengano i danni ai nervi senza interferire con la chemioterapia salvavita», ha dichiarato il dottor Moran Amit, tra gli autori dello studio. «Questi risultati offrono importanti spunti su come la psilocibina possa proteggere i nervi prima che si verifichi il danno, piuttosto che curare i sintomi dopo che sono diventati persistenti».
«La psilocibina fa molto di più che ridurre i segnali di dolore proteggendo i nervi stessi attraverso la fornitura di energia», ha aggiunto Patrick Dougherty. «Questo effetto neuroprotettivo potrebbe aiutare i pazienti a sopportare lo stress della chemioterapia, mantenendo sensibilità, mobilità e qualità della vita durante il trattamento e a lungo termine».
I risultati positivi ottenuti nei modelli murini – dove la protezione è durata fino a sei cicli di chemioterapia senza ridurre l'efficacia antitumorale di farmaci come cisplatino, paclitaxel e docetaxel – saranno la base per avviare una sperimentazione sull'uomo che valuterà l'efficacia della psilocibina durante la chemioterapia in pazienti affetti da diverse tipologie di cancro, con l'obiettivo di verificare se la protezione osservata in laboratorio si traduca in una reale riduzione clinica della neuropatia.
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Cattani: "Farmaci, Italia forte ma la manovra 2027 deve assicurare un salto di qualità" RIFday
Roma, 4 settembre – Nell’immediata vigilia della confronto finale all’interno della maggioranza di governo per la definizione della prossima Legge di bilancio, l’ultima dell’attuale legislatura, infuria la corsa degli stakeholders per piantare le bandierine delle proprie necessità e richieste. Nessuno ignora che, proprio per essere l’ultima manovra finanziaria della legislatura, la manovra 2027 potrà difficilmente sottrarsi a suggestioni elettorali, con i vari partiti di maggioranza decisi a spingere per ottenere l’inserimento di almeno alcune misure bandiera (taglio della pressione fiscale sul ceto medio per FdI, pensioni per la Lega, flat tax incrementale anche per le partite Iva per Forza Italia), situazione che potrebbe rendere ancora più complicato del solito trovare la quadra dell’allocazione di risorse decisamente magre. La Finanziaria 2027 dovrebbe valere intorno ai 30 miliardi di euro o poco più, cifra che – notazione en passant – riduce al lumicino le possibilità che possa trovare accoglimento la prima richiesta messa sul tavolo da un ministro (Orazio Schillaci, titolare della Salute, nella foto, che ha chiesto un finanziamento aggiuntivo di 5 miliardi per garantire la sopravvivenza del Ssn).
In questo clima, tutti si affannano a rappresentare le proprie necessità ed avanzare le proprie richieste (tutte urgenti e vitali, ça va sans dire). Tra i primi a farlo, con le consuete puntualità ed efficienza, c’è la Farmindustria, con un intervento del presidente Marcello Cattani (nella foto) pubblicato su Milano Finanza. “L’Italia parte da una posizione di forza, l’industria farmaceutica è prima in Italia per crescita di export e fatturato negli ultimi due anni e, a livello strutturale, per produttività e investimenti per addetto” ha subito ricordato il leader degli industriali del farmaco. “Nel 2025 la produzione ha raggiunto 74 miliardi con 69 miliardi di esportazioni. E’ una leadership condivisa nell’Ue con Germania e Francia, fondata su gruppi internazionali, imprese italiane, pmi, distretti, ricerca clinica e manifattura avanzata. Le pmi generano 11,5 miliardi di produzione, il 43% delle pmi europee. Siamo leader anche nella produzione conto terzi. Gli ultimi dati Istat rafforzano il primato. Tra gennaio e giugno 2026 la farmaceutica ha generato 11 miliardi di surplus estero positivo, il 45% del totale in Italia. Il Governo Meloni” ha quindi raffermato Cattani “ha compiuto scelte importanti che hanno creato le condizioni per questi risultati: ha aumentato le risorse per il Ssn, riportato salute e farmaceutica al centro dell’agenda politica e industriale e avviato il percorso verso il Testo Unico farmaceutico. È una direzione positiva. Proprio perché la strada è quella giusta, ora occorre accelerare nei prossimi mesi con la legge di Bilancio. La sfida della clausola Usa della Most favoured nation (Mfn) aumenta l’urgenza”.
“Se gli Stati Uniti collegheranno il valore dei medicinali ai prezzi degli altri mercati” è il ragionamento del presidente di Farmindustria “Italia ed Europa non potranno più continuare a comprimere l’innovazione e rallentarne l’accesso. Investimenti e nuove terapie si orienteranno verso le nazioni capaci di riconoscerne il valore e renderle rapidamente disponibili. La prossima legge di Bilancio deve segnare un salto di qualità: assicurare , anche a livello regionale, perché l’innovazione ritardata è innovazione negata. Alla sfida Mfn occorre rispondere con dialogo diretto con gli Usa, accesso rapido e omogeneo e certezza per chi investe. Non si tratta di proteggere un comparto, ma di difendere la capacità della nazione di progettare e produrre le cure del futuro”.
L’innovazione in medicina, ricorda quindi Cattani, “cambia il destino di milioni di persone. Malattie un tempo mortali sono oggi curabili, prevenibili o compatibili con una vita attiva. Dal 1995 la speranza di vita in Italia è salita da 78 a 84 anni. Merito anche di Servizio sanitario nazionale, professionisti, ricerca e industria farmaceutica. I risultati si misurano in vita guadagnata. In Italia 3,7 milioni di persone vivono dopo una diagnosi di tumore e la metà di chi si ammala guarirà, con la stessa attesa di vita di chi non ha avuto il cancro. In dieci anni grazie ai nuovi farmaci la mortalità per epatite è diminuita di oltre il 50%”.
A questi dati probanti, il presidente di Farmindustria aggiunge le non meno importanti prospettive che apre la ricerca: “Anticorpi bispecifici, terapie geniche, farmaci a Rna e Car-T consentono già una precisione impensabile. Le Protac degradano selettivamente proteine responsabili di malattie; le Til riattivano i linfociti nel tumore; Car-NK e Car-M potranno ampliare l’efficacia delle terapie cellulari contro i tumori solidi. Virus oncolitici, microbioma, intelligenza artificiale ed editing genetico aprono ulteriori prospettive. Promettenti sono i vaccini terapeutici contro il cancro. Il sequenziamento identifica i neoantigeni del tumore e consente di realizzare, anche con tecnologia a mRna, vaccini personalizzati che addestrano i linfociti T. I primi risultati nel melanoma e gli studi nei tumori di pancreas, rene e polmone indicano una strada concreta. Innovare significa anche programmare. L’Ebola Bundibugyo in corso nella Repubblica Democratica del Congo e il recente focolaio di hantavirus Andes dimostrano che la minaccia pandemica non appartiene al passato.
“Sorveglianza, diagnostica, ricerca, piattaforme vaccinali adattabili, scorte e capacità produttiva devono diventare infrastrutture permanenti di sicurezza” conclude quindi Cattani, richiamando una verità che continua purtroppo a non essere considerata come invece merita: “Prevenire costa meno dell’emergenza”.