📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Svolta storica sulla talassemia in Sardegna: prima terapia genica al Brotzu, paziente guarito dalle trasfusioni CagliariToday
Una svolta epocale per la sanità isolana e una speranza concreta per centinaia di persone. Per la prima volta in Sardegna, un paziente adulto affetto da talassemia major è stato sottoposto con successo a terapia genica attraverso la manipolazione delle proprie cellule staminali ematopoietiche. L'intervento è stato eseguito dalle équipe dell'Arnas G. Brotzu di Cagliari. L'esito, a mesi di distanza dall'avvio del protocollo, è del tutto positivo: il paziente è stato dimesso in buone condizioni generali e, nell'ultimo mese, non ha più avuto alcuna necessità di trasfusioni di sangue. Gli esami clinici confermano un costante incremento dell'emoglobina prodotta dalle cellule geneticamente modificate.
La presidente Todde: “Un risultato straordinario”
“È un risultato straordinario per la nostra sanità e, soprattutto, per le persone che convivono con la talassemia. Un traguardo che dimostra come anche in Sardegna sia possibile garantire l’accesso alle terapie più avanzate e trasformare l’innovazione scientifica in nuove possibilità di cura”, dichiara la presidente della Regione Sardegna e assessora ad interim della Sanità, Alessandra Todde. “La Sardegna conosce il peso della talassemia più di altri territori. Per questo abbiamo combattuto affinché la nostra regione potesse accedere, per la prima volta, al Fondo nazionale per i farmaci innovativi e ne difenderemo ad ogni costo la dotazione destinata alla Sardegna. Abbiamo inoltre scelto di investire direttamente sull’innovazione, affiancando risorse regionali a quelle nazionali, perché l’accesso alle cure deve essere determinato dalle condizioni cliniche delle persone”, sottolinea la presidente.
Come funziona la terapia genica
La procedura si basa su una tecnica all'avanguardia di editing genomico: le cellule staminali prelevate dal paziente vengono modificate in laboratorio per ripristinare la capacità di produrre emoglobina fetale. Una volta reinfuse, danno origine a globuli rossi sani capaci di azzerare l'anemia cronica. La Sardegna è la seconda regione d'Italia ad aver avviato questo trattamento dopo il via libera dell'Aifa.
Il percorso è iniziato a gennaio con il prelievo delle cellule al Centro trasfusionale del San Michele, la criopreservazione al Businco e la successiva reinfusione a giugno presso il Centro trapianti di midollo osseo. “I dati sono davvero incoraggianti — spiega il professor Giovanni Caocci, direttore di Ematologia e Ctmo del Businco —. Interveniamo alla radice del problema. È un risultato che fino a pochi anni fa sembrava lontanissimo e che offre una vita meno condizionata dalla malattia”.
Sulla stessa linea il direttore generale del Brotzu, Maurizio Marcias: “Dimostriamo l'altissimo livello di competenza raggiunto dai nostri professionisti, capaci di mettere in rete presidi diversi per sfide mediche avanzate”. Soddisfazione espressa anche dalla dottoressa Susanna Barella, direttrice del Centro hub Microcitemia: “Attendevamo questo traguardo da decenni. Oggi la terapia è accessibile tra i 12 e i 35 anni, ma confidiamo nei prossimi due anni di estenderla ai bambini dai 5 anni in su”. Il programma è già proiettato al futuro: sono stati selezionati altri quattro pazienti (due adulti e due pediatrici) già sottoposti a prelievo, mentre altri tre effettueranno la raccolta delle cellule entro l'autunno.
Il nuovo servizio Aferesi
In questa strategia si inserisce anche il nuovo servizio di Aferesi dell’Arnas Brotzu, fortemente voluto dalla Regione e inaugurato nel febbraio 2026, che rappresenta un ulteriore tassello nel rafforzamento dell’offerta assistenziale e terapeutica. “Dietro questo traguardo ci sono anni di lavoro e, soprattutto, le competenze dei professionisti del Brotzu - con i tre presidi del Businco, del Microcitemico e del San Michele - che ringrazio per il lavoro costante e per la qualità dell’assistenza che garantiscono ogni giorno”, spiega la presidente Todde.
Il Brotzu è l’unico centro accreditato in Sardegna per questa procedura ed è tra i primi in Italia. Un percorso che la Regione considera strategico e che punta a garantire ai pazienti sardi l’accesso alle terapie più innovative. “È decisivo sostenere questo percorso. Oggi abbiamo un primo risultato concreto. La sanità pubblica deve avere questa ambizione: portare in Sardegna le terapie più avanzate e trasformare la ricerca scientifica in nuove possibilità di cura per le persone”, conclude la governatrice sarda.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Cancro al seno riduce del 35% le probabilità di gravidanza, avvertono oncologi. V-news.it
In Italia, l'incidenza del tumore al seno tra le giovani donne è in aumento, con oltre 3.000 casi annui sotto i 40 anni e una riduzione del 35% nella probabilità di gravidanza post-cancro. La ricerca, promossa dal Gim, si concentra su strategie di cura che proteggano le ovaie durante la chemioterapia, evidenziando l'importanza di adattare le terapie alle esigenze specifiche delle pazienti più giovani.
Tumori, oncologi: “Con cancro al seno -35% di probabilità di gravidanza”
Aumento dei tumori tra le giovani donne
(Adnkronos) – In Italia, il numero di giovani donne colpite dal tumore al seno è in aumento. Ogni anno, oltre 3.000 donne sotto i 40 anni si ammalano, con un incremento del tasso d’incidenza dell’1,6% annuo tra il 2008 e il 2016. È fondamentale sviluppare strategie di cura che proteggano le ovaie dalle tossicità della chemioterapia e permettano la maternità dopo il cancro, poiché queste donne hanno una probabilità inferiore del 35% di diventare madri rispetto al resto della popolazione. Questo tema è al centro della ricerca scientifica, promossa in Italia oltre 20 anni fa dal Gim-Gruppo italiano mammella. Gli specialisti lo hanno evidenziato a Genova durante la riunione annuale del consorzio che coordina la ricerca indipendente sul cancro del seno dal 2001. L’evento, che celebra i 25 anni di attività del Gruppo, si svolge fino a domani nella città ligure.
Nuove esigenze per le pazienti giovani
“L’aumento delle neoplasie mammarie giovanili ha portato a significative modifiche nella pratica clinica – afferma Lucia Del Mastro, responsabile scientifico dell’evento e direttore della Clinica di Oncologia medica dell’Irccs San Martino, Università di Genova -. Queste donne presentano esigenze diverse rispetto alle pazienti più anziane, e la ricerca deve adattarsi a queste necessità. Il Gim è stato pionieristico in Italia, avviando studi dedicati alle under 40. Negli ultimi 25 anni, abbiamo contribuito a migliorare le cure, identificando terapie efficaci e riducendo le conseguenze sulla vita futura. Lo studio PROMISE-GIM6 ha dimostrato che mettere temporaneamente a riposo le ovaie durante la chemioterapia può ridurre il rischio di menopausa precoce e aumentare la probabilità di recupero della funzione ovarica, evidenziando l’importanza di considerare la vita dopo il tumore.”
Innovazioni nella cura del carcinoma
“Il San Martino ha avuto un ruolo chiave nel coordinamento di numerosi studi del Gim, creando una rete di competenze e centri in tutta Italia – afferma Monica Calamai, direttrice generale dell’azienda ospedaliera metropolitana di Genova -. Questo anniversario dimostra come l’integrazione tra assistenza, ricerca e formazione possa generare innovazioni significative nella cura delle persone. Il carcinoma mammario è un’area prioritaria per l’Aom di Genova: continueremo a investire in percorsi multidisciplinari e nella ricerca per garantire cure personalizzate e di qualità a ogni paziente.”
Ricerche fondamentali e dati significativi
Tra gli studi che hanno segnato la storia del Gruppo, si annovera il GIM2, che ha evidenziato l’efficacia della chemioterapia dose-dense rispetto alla schedula standard nelle pazienti con carcinoma mammario iniziale ad alto rischio. Inoltre, lo studio GIM4 ha contribuito a definire il beneficio del prolungamento della terapia endocrina adiuvante oltre i cinque anni in donne in post-menopausa selezionate, migliorando la sopravvivenza.
“Negli ultimi 25 anni, il trattamento del carcinoma mammario è cambiato radicalmente – afferma Fabio Puglisi, professore ordinario di Oncologia medica dell’Università di Udine -. Diagnosi più precise consentono oggi di personalizzare le terapie e, in molti casi, di ridurre l’uso della chemioterapia. I gruppi cooperativi come il GIM sono essenziali per realizzare studi indipendenti che influenzano le scelte cliniche quotidiane.”
Negli ultimi anni, l’attività del Gim si è ampliata anche al carcinoma mammario metastatico, creando il più ampio Registro italiano dedicato alla malattia avanzata, con oltre 5.000 casi. Questo patrimonio di dati consente di studiare l’efficacia e la sicurezza dei trattamenti nella popolazione reale.
“Le terapie innovative hanno migliorato significativamente la prognosi e consentono a molte pazienti di controllare a lungo la malattia metastatica – aggiunge Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia mammaria e toraco-polmonare dell’Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli -. Il registro Gim è fondamentale per comprendere come queste cure funzionino nella pratica clinica e migliorare le decisioni terapeutiche.”
“Il Gim è un’eccellenza della ricerca clinica indipendente italiana – conclude Francesco Perrone, presidente di Fondazione Aiom -. I suoi studi hanno cambiato la pratica clinica e le linee guida sul carcinoma mammario, dimostrando il valore di una rete nazionale capace di condividere competenze e dati. Sostenere la ricerca indipendente è essenziale per rafforzare la qualità del servizio sanitario nazionale.”
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Criteri Critici
Una cerimonia di apertura speciale per i bambini malati di cancro. Vietnam.vn
L'aula è diventata una fonte di sostegno emotivo, alimentando i sogni dei bambini che purtroppo soffrono di gravi malattie. Un viaggio durato 17 anni, dedicato a seminare semi di speranza. La classe Sunflower è stata ufficialmente istituita il 4 settembre 2009, nascendo dai semi d'amore seminati dal programma Thuy's Dream . Negli ultimi 17 anni, la classe è stata costantemente portata avanti grazie all'amore e alla responsabilità degli insegnanti, del personale medico, dei volontari e all'impegno collettivo della comunità. Con l'inizio del nuovo anno accademico 2026-2027, la gioia di insegnanti e studenti è ulteriormente accresciuta dall'inaugurazione, da parte dell'ospedale, di una sala lettura e di un centro di consulenza psicologica all'interno del reparto di oncologia pediatrica. Le esibizioni culturali sono state presentate dagli studenti della classe Girasole. Intervenendo alla cerimonia, la signora Truong Thi Bich Hanh, Vicepresidente permanente del Comitato del Fronte della Patria vietnamita di Ho Chi Minh City, ha affermato che la protezione, la cura e l'educazione dei bambini sono sempre state una priorità assoluta per il Partito, lo Stato e l'amministrazione cittadina. "Prendersi cura di un bambino malato oggi significa preservare un futuro, coltivare un sogno e illuminare l'identità di una città civile, moderna e compassionevole".
In oltre 17 anni di impegno costante, la classe Sunflower ha dimostrato una semplice verità: di fronte alla malattia, ciò di cui i bambini hanno bisogno, oltre alle medicine, è una mano tesa, un incoraggiamento tempestivo, un libro che apra nuovi orizzonti e la speranza di guardare al futuro. Per dare continuità a questo percorso significativo, la signora Truong Thi Bich Hanh ha proposto che tutti i livelli, i settori e le unità continuino a coordinarsi e ad attuare il programma per sostenere e prendersi cura dei bambini affetti da malattie gravi. Il dottor Diep Bao Tuan, direttore dell'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City, ha suonato il tamburo per inaugurare ufficialmente l'anno scolastico. In seguito agli interventi dei leader cittadini, il dottor Diep Bao Tuan, direttore dell'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City, ha affermato che, nonostante il dolore e le cure ardue, i piccoli pazienti di questo ospedale conservano sempre negli occhi un'innocenza radiosa, una sete di conoscenza e una grande fiducia nel futuro. "La straordinaria resilienza di questi bambini è una grande fonte di forza che motiva l'équipe medica a impegnarsi e dedicarsi con passione ogni giorno. La direzione dell'ospedale auspica che questo luogo non sia solo un centro di cura, ma anche un luogo in cui nutrire la speranza e confortare l'animo dei bambini." I piccoli pazienti eseguono la cerimonia dell'alzabandiera. Gestito dall'amore Il corso "Girasole" si tiene regolarmente cinque giorni a settimana. Le sessioni non sono eccessivamente lunghe, ma sufficienti a offrire ai bambini una breve pausa da medicine, aghi e cartelle cliniche. Il corso non ha un programma rigido, né un sistema di valutazione, né regole severe. Il numero di alunni varia tra i 30 e i 40 circa, ma l'apprendimento viene spesso interrotto.
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La classe Sunflower è suddivisa in diverse classi per fasce d'età differenti. Spesso, mentre sono seduti a scrivere, gli studenti devono chiedere il permesso per ricevere le iniezioni endovenose. Nei giorni in cui si sentono bene, vengono a scuola; nei giorni in cui sono deboli o stanchi, riposano. L'insegnante e gli studenti si divertono ad imparare il più possibile. "Il tragitto verso la scuola per questi bambini è brevissimo. A volte li tengo stretti, guidandoli con cura mentre scrivono ogni lettera, ma il giorno dopo gli studenti sono spariti per sempre", ha raccontato l'insegnante Nguyen Thi Kim Xoan, con la voce rotta dall'emozione. L'insegnante Kim Xoan corregge meticolosamente ogni tratto di penna per i suoi studenti con bisogni speciali. Quest'anno, la signora Xoan ha compiuto 72 anni. Insegnante in pensione, ha scoperto la "Classe del Girasole" attraverso i media e si è attivamente impegnata per iscriversi. Nei suoi 12 anni di insegnamento, la cosa più straziante per lei è stata assistere alla morte dei suoi studenti. Alcuni, in punto di morte, avevano le unghie e i lobi delle orecchie scuriti dalla leucemia, eppure chiedevano ancora di venire a lezione. Alla notizia della scomparsa di uno studente, gli insegnanti della classe scoppiavano in lacrime; chi poteva guidare si precipitava ad accompagnare lo studente nel suo ultimo viaggio. Gli insegnanti mettevano insieme le loro risorse per aiutare i genitori a riportare il figlio nella sua città natale.
Avendo assistito a molti momenti strazianti di separazione e morte, la signora Xoan ha confidato che a volte non osava affezionarsi troppo a nessun bambino, perché il dolore e il vuoto che lasciavano erano troppo grandi. Il vicesegretario del Comitato del Partito cittadino e presidente del Comitato del Fronte della Patria vietnamita di Ho Chi Minh City, Nguyen Phuoc Loc, ha conversato cordialmente con gli studenti della Classe Girasole e ha loro consegnato dei doni. Profondamente impegnata ad aiutare i meno fortunati, il più grande desiderio di questa insegnante di 72 anni è che la scienza medica progredisca e che presto si scopra una cura per il cancro. Spera che i suoi studenti possano essere sani, rivivere l'innocenza della loro infanzia e andare a scuola con i loro coetanei.
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Criteri Critici
Leucemia mieloide acuta, la chemioterapia può “smascherare” le cellule malate: la scoperta italiana Mondosanità
La chemioterapia non si limita a uccidere le cellule tumorali. In alcuni casi può anche cambiare profondamente quelle che sopravvivono, inducendole a mostrare più chiaramente la propria identità al sistema immunitario.
È il meccanismo individuato nella leucemia mieloide acuta da uno studio coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e pubblicato su Nature Communications. Al centro della ricerca vi è la senescenza cellulare, una particolare risposta allo stress provocato dal trattamento: la cellula smette di moltiplicarsi, ma non muore e continua a essere metabolicamente attiva.
Nei campioni che sviluppavano maggiormente questa condizione, le cellule leucemiche aumentavano sulla propria superficie le molecole HLA, una sorta di “vetrina molecolare” attraverso la quale vengono esposti frammenti proteici. È proprio leggendo queste informazioni che i linfociti T possono individuare una cellula anomala e attivarsi contro di essa.
La scoperta non indica ancora una nuova terapia disponibile, ma suggerisce che la risposta alla chemioterapia potrebbe avere anche una componente immunologica, diversa da paziente a paziente.
Una leucemia aggressiva e molto eterogenea
La leucemia mieloide acuta, o LMA, è un tumore del sangue caratterizzato dall’accumulo nel midollo osseo e nel circolo sanguigno di cellule mieloidi immature, chiamate blasti. Queste occupano progressivamente lo spazio necessario alla normale produzione di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.
La malattia può comparire a qualsiasi età, ma colpisce più frequentemente le persone anziane. In Italia si stimano ogni anno circa 50 nuovi casi per milione di abitanti. A livello mondiale, le analisi basate sul Global Burden of Disease 2021 indicavano circa 145 mila nuove diagnosi in un anno.
Negli ultimi tempi la conoscenza delle alterazioni genetiche e molecolari della LMA ha permesso di distinguere sottotipi differenti e di introdurre diversi trattamenti mirati. Per molti pazienti, tuttavia, la chemioterapia continua a rappresentare una parte fondamentale della cura e, quando indicato, può essere seguita dal trapianto allogenico di cellule staminali ematopoietiche.
Uno dei problemi maggiori resta la possibilità che alcune cellule leucemiche resistano ai trattamenti, persistano nell’organismo e contribuiscano alla recidiva. Comprendere che cosa accada a queste cellule dopo la terapia è dunque essenziale.
Lo studio sui campioni dei pazienti
Il gruppo coordinato da Raffaella Di Micco, responsabile dell’Unità di Senescenza nell’invecchiamento delle cellule staminali, differenziazione e cancro dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica, ha analizzato campioni ottenuti da 21 pazienti con leucemia mieloide acuta di nuova diagnosi, non ancora sottoposti a chemioterapia.
Le cellule sono state esposte in laboratorio alla citarabina, uno dei farmaci chemioterapici comunemente impiegati contro questa leucemia. La risposta non è stata uguale in tutti i campioni.
In 15 casi su 21 una quota delle cellule sopravvissute ha sviluppato caratteristiche compatibili con una marcata senescenza. Questi campioni sono stati definiti “senescence high”. Negli altri sei, classificati come “senescence low”, il fenomeno è risultato molto meno evidente.
È una distinzione importante. La senescenza, infatti, non equivale né alla morte né alla semplice quiescenza della cellula. La proliferazione si arresta generalmente in modo stabile, mentre cambiano l’attività di numerosi geni, il metabolismo e la comunicazione con l’ambiente circostante.
Le cellule diventano più visibili ai linfociti T
Nei campioni ad alta senescenza la chemioterapia ha attivato programmi molecolari collegati all’infiammazione e agli interferoni. Contemporaneamente è aumentata sulla superficie delle cellule leucemiche la presenza delle molecole HLA di classe I e II.
L’effetto non era soltanto teorico. Negli esperimenti di co-coltura, nei quali le cellule leucemiche sono state messe a contatto con i linfociti T dello stesso paziente, quelle ad alta senescenza trattate con citarabina hanno stimolato maggiormente la proliferazione sia dei linfociti T CD4+ sia dei CD8+.
Quando gli scienziati hanno bloccato sperimentalmente le molecole HLA, l’attivazione dei linfociti è diminuita. Questo passaggio ha permesso di collegare la maggiore risposta immunitaria proprio all’aumento della capacità delle cellule leucemiche di esporre i propri antigeni.
«La senescenza indotta dalla terapia non è semplicemente uno stato in cui la cellula leucemica smette di proliferare», spiega Di Micco. «In alcuni campioni modifica anche il dialogo tra tumore e sistema immunitario, aumentando la capacità delle cellule leucemiche di presentare antigeni e di essere riconosciute dai linfociti T».
La ricercatrice invita però alla cautela: non tutti i campioni hanno reagito allo stesso modo. Ed è proprio questa variabilità uno degli aspetti centrali della scoperta.
Il “freno” epigenetico che nasconde la leucemia
Per comprendere perché alcune cellule diventassero più riconoscibili e altre rimanessero relativamente nascoste, gli studiosi hanno esaminato i meccanismi epigenetici. Sono sistemi capaci di aumentare o ridurre l’attività dei geni senza cambiare la sequenza del DNA.
L’attenzione si è concentrata sul complesso proteico PRC2 e, in particolare, su EZH2, uno dei suoi componenti fondamentali. Nei campioni a bassa senescenza, questo sistema repressivo risultava maggiormente attivo già prima della chemioterapia.
Alcuni geni coinvolti nella risposta immunitaria rimanevano così “frenati”: dopo il trattamento, le cellule aumentavano meno le molecole HLA e continuavano a essere meno visibili ai linfociti.
«Ciò può contribuire a spiegare perché, dopo la chemioterapia, queste cellule aumentino meno l’espressione delle HLA e rimangano meno riconoscibili da parte del sistema immunitario», chiarisce Simona Fusco, co-prima autrice dello studio.
Il test con un farmaco che agisce su EZH2
I ricercatori hanno quindi provato a rimuovere almeno in parte questo blocco. In laboratorio hanno trattato le cellule “senescence low” con tazemetostat, un farmaco inibitore di EZH2 già autorizzato per specifiche indicazioni oncologiche.
Il trattamento ha ridotto il freno epigenetico nelle regioni del DNA coinvolte nella risposta immunitaria e infiammatoria. Sono quindi aumentate le molecole HLA di classe I e II e le cellule leucemiche sono diventate più capaci di stimolare la proliferazione dei linfociti T CD4+ e CD8+.
Questo risultato non significa che tazemetostat possa già essere aggiunto alla chemioterapia dei pazienti con leucemia mieloide acuta. L’esperimento è stato condotto in laboratorio e dovrà essere confermato attraverso ulteriori studi preclinici e, successivamente, sperimentazioni cliniche progettate per valutarne sicurezza ed efficacia.
Fornisce però una prova di principio: in alcune leucemie potrebbe essere possibile intervenire sui meccanismi epigenetici per rendere le cellule malate più riconoscibili dal sistema immunitario.
Verso terapie costruite sulla risposta del singolo paziente
Una delle prospettive più interessanti riguarda l’impiego della senescenza come biomarcatore. Misurare la capacità delle cellule leucemiche di entrare in questo stato potrebbe aiutare a distinguere i pazienti nei quali la chemioterapia produce una maggiore esposizione immunologica del tumore da quelli nei quali tale risposta resta debole.
In futuro, questa informazione potrebbe orientare lo studio di combinazioni fra chemioterapia, farmaci epigenetici e immunoterapie basate anche su linfociti T ingegnerizzati. Si tratta, per ora, di una direzione di ricerca e non di un protocollo già applicabile.
«Il prossimo passo sarà capire se la capacità delle cellule leucemiche di entrare in senescenza possa diventare un biomarcatore», sottolinea Di Micco. «Vogliamo inoltre approfondire la possibilità di combinare la chemioterapia con immunoterapie a base di cellule T ingegnerizzate e/o farmaci capaci di agire sui meccanismi epigenetici che regolano la visibilità delle cellule leucemiche».
Saranno necessari campioni più numerosi, modelli preclinici e studi clinici dedicati. I dati disponibili derivano infatti da 21 pazienti e descrivono ciò che avviene nelle prime fasi successive all’esposizione alla chemioterapia.
La senescenza ha anche un volto meno favorevole
La scoperta non deve portare a considerare la senescenza cellulare sempre positiva. Nel breve periodo l’arresto della proliferazione può contribuire a contenere il tumore e, come mostra lo studio, aumentare la sua riconoscibilità immunitaria.
Se le cellule senescenti non vengono eliminate e persistono a lungo, tuttavia, possono rilasciare sostanze infiammatorie e modificare l’ambiente circostante. In determinate condizioni questo stato può favorire resistenza ai trattamenti o progressione della malattia.
La senescenza appare quindi come un processo ambivalente: può bloccare la crescita e richiamare l’attenzione del sistema immunitario, ma la sua persistenza può produrre conseguenze differenti. La sfida sarà capire come sfruttarne la finestra favorevole e, se necessario, eliminare successivamente le cellule rimaste.
Il valore del nuovo lavoro consiste proprio nell’aver mostrato che la chemioterapia non produce soltanto una selezione tra cellule morte e cellule resistenti. In una parte delle leucemie modifica anche il modo in cui il tumore viene visto dalle difese dell’organismo. Una trasformazione invisibile a occhio nudo, ma potenzialmente decisiva per disegnare in futuro trattamenti più personalizzati.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Tumori, oncologi: "Con cancro al seno -35% di probabilità di gravidanza" Adnkronos
In Italia sempre più giovani donne sono colpite dal tumore del seno. "Ogni anno, sono oltre 3.000 le under 40 che si ammalano e tra il 2008 e il 2016 l’incremento del tasso d’incidenza, fra queste pazienti, è stato dell’1,6% l’anno. Ciò rende necessario identificare strategie di cura in grado di proteggere le ovaie dalle tossicità della chemioterapia e consentire la maternità dopo il cancro. Infatti, queste donne per colpa della malattia hanno, rispetto al resto della popolazione, una probabilità inferiore del 35% di diventare madri. Un tema oggi al centro della ricerca scientifica e promosso per la prima volta nel nostro Paese oltre 20 anni fa, dal Gim-Gruppo italiano mammella". È quanto sottolineano gli specialisti oggi a Genova per la riunione annuale del consorzio che dal 2001 coordina nel nostro Paese la ricerca indipendente sul cancro del seno. L’evento si svolge fino a domani nella città ligure e celebra i primi 25 anni di attività del Gruppo.
"La crescita delle neoplasie mammarie giovanili è un dato accertato e che ha determinato profonde modifiche alla pratica clinica - sottolinea Lucia Del Mastro, responsabile scientifico dell’evento, ordinario e direttore della Clinica di Oncologia medica dell’Irccs San Martino, Università di Genova -. Sono donne che presentano esigenze diverse rispetto a quelle con età maggiore. Per questo la ricerca deve essere sempre più su “misura” delle giovani adulte. Come Gim abbiamo avuto lungimiranza e siamo stati i primi in Italia ad avviare studi interamente dedicati alle under 40. Il valore del Gruppo è avere trasformato quesiti nati nella pratica clinica in studi in grado di produrre risposte solide, spesso anticipando bisogni che sarebbero diventati centrali molti anni dopo. In questi 25 anni abbiamo contribuito a capire come curare meglio, quali componenti della terapia possano essere evitate senza perdere efficacia, per quanto tempo sia utile proseguire un trattamento e come ridurne le conseguenze sulla vita futura. Lo studio PROMISE-GIM6, coordinato a Genova, ha dimostrato che mettere temporaneamente a riposo le ovaie durante la chemioterapia riduce il rischio di menopausa precoce e aumenta la probabilità di recupero della funzione ovarica. È un esempio concreto di ricerca che non guarda soltanto alla guarigione, ma alla vita dopo il tumore".
"Il San Martino ha avuto un ruolo centrale nel coordinamento di numerosi studi del Gim, mettendo in rete competenze e centri di tutta Italia - afferma Monica Calamai, direttrice generale dell’azienda ospedaliera metropolitana di Genova -. Questo anniversario testimonia quanto l'integrazione tra assistenza, ricerca e formazione possa generare innovazioni capaci di incidere concretamente sulla cura delle persone. Il carcinoma mammario rappresenta per l’Aom di Genova un'area di impegno prioritario: continueremo a investire in percorsi multidisciplinari, accesso alle sperimentazioni cliniche e ricerca, affinché ogni paziente possa ricevere cure sempre più personalizzate e di qualità".
Tra gli studi che hanno segnato la storia del Gruppo - informa una nota - figura anche il GIM2, che ha dimostrato "la maggiore efficacia della chemioterapia dose-dense, somministrata a intervalli più ravvicinati, rispetto alla schedula standard nelle pazienti con carcinoma mammario iniziale ad alto rischio. Lo stesso studio ha mostrato che l'aggiunta del 5-fluorouracile può essere omessa senza compromettere l'efficacia, evitando una componente non necessaria del trattamento. Lo studio GIM4 ha invece contribuito a definire il beneficio del prolungamento della terapia endocrina adiuvante oltre i cinque anni in donne in post-menopausa selezionate, migliorando la sopravvivenza libera da malattia e la sopravvivenza globale".
"Nell'ultimo quarto di secolo il trattamento del carcinoma mammario è cambiato radicalmente - sostiene Fabio Puglisi, professore ordinario di Oncologia medica dell'Università di Udine e direttore del Dipartimento di Oncologia medica del Cro di Aviano -. Diagnosi sempre più precise dal punto di vista della caratterizzazione biologica consentono oggi di personalizzare le terapie e, in molti casi, di ridurre il ricorso alla chemioterapia; immunoterapia, farmaci a bersaglio molecolare e nuove terapie endocrine hanno ampliato le possibilità di cura. In questo progresso, gruppi cooperativi come il GIM hanno una funzione essenziale: permettono di realizzare studi indipendenti su quesiti clinici che incidono direttamente sulle scelte quotidiane".
Negli ultimi anni - prosegue la nota - l'attività del Gim si è estesa con forza anche al carcinoma mammario metastatico. Il Gruppo ha costruito il più ampio Registro italiano dedicato alla malattia avanzata, con oltre 5.000 casi inseriti: un patrimonio di dati che consente di studiare l'efficacia e la sicurezza dei trattamenti nella popolazione reale, al di fuori dei criteri selettivi dei trial registrativi.
"Le terapie innovative hanno migliorato in modo significativo la prognosi e, per molte pazienti, consentono di controllare a lungo la malattia metastatica - aggiunge Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia mammaria e toraco-polmonare dell'Istituto nazionale tumori Irccs Fondazione Pascale di Napoli -. Il registro Gim ci permette di capire come queste cure funzionino nella pratica clinica, in popolazioni più ampie e diversificate. È una conoscenza indispensabile per trasferire l'innovazione nella vita reale e migliorare le decisioni terapeutiche".
"Il Gim è una delle eccellenze della ricerca clinica indipendente italiana - conclude Francesco Perrone, presidente di Fondazione Aiom (Associazione italiana oncologia medica) -. I suoi studi hanno contribuito a cambiare la pratica clinica e le linee guida sul carcinoma mammario, dimostrando il valore di una rete nazionale capace di condividere competenze, dati e responsabilità. Di fronte all'aumento dei casi e alla crescente complessità delle cure, sostenere la ricerca indipendente significa rafforzare la qualità e la sostenibilità del servizio sanitario nazionale".
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Ricerca, terapia mirata made in Italy contro le forme più aggressive di glioblastoma ildenaro.it
In sviluppo in Italia una terapia di precisione contro uno dei tumori cerebrali più difficili da trattare, il Glioblastoma: è lo scopo di TEPOV – “Targeting the erythropoietin variant EV-3 to reprogram Glioblastoma malignancy”, progetto selezionato dall’European Research Council nell’ambito degli ERC Starting Grants 2026, tra i finanziamenti europei più competitivi dedicati alla ricerca di frontiera. Il progetto è guidato da Giovanni Marfia dell’Università degli Studi di Milano.
Protagonista del progetto è il farmaco candidato terapeutico sviluppato dalla biotech milanese Andremacon S.r.l. AND-C4, un anticorpo monoclonale che ha ottenuto la Orphan Drug Designation nel trattamento dei tumori cerebrali. TEPOV è l’unico progetto italiano selezionato nel panel LS7 – Prevention, Diagnosis and Treatment of Diseases. Il Glioblastoma è il tumore cerebrale primario più frequente e aggressivo nell’adulto. Una delle principali difficoltà è rappresentata dalla capacità del tumore di creare un microambiente fortemente favorevole alla crescita della malattia, alla resistenza ai trattamenti e alla recidiva. Al centro della sua aggressività è stata individuata EV-3, una forma anomala e tronca dell’eritropoietina. A produrla sono in particolare le cellule staminali tumorali, popolazione minoritaria ma cruciale del Glioblastoma, capace di resistere alle terapie, alimentare la recidiva e, attraverso EV-3, favorire crescita tumorale, sviluppo di vasi sanguigni che nutrono il tumore (angiogenesi) e soppressione della risposta immunitaria. Non a caso livelli elevati di EV-3 nel sangue si associano al volume tumorale e a una prognosi più sfavorevole, indicandone il potenziale sia come bersaglio terapeutico sia come biomarcatore della malattia. L’azienda ha sviluppato AND-C4, un inibitore progettato per riconoscere selettivamente EV-3. I risultati preclinici suggeriscono la possibilità di colpire proprio le popolazioni tumorali più aggressive e resistenti, comprese le cellule staminali che possono innescare la recidiva, risparmiando al tempo stesso le cellule sane. Il progetto, inoltre, svilupperà GBOüD, una piattaforma tridimensionale derivata dai pazienti per ricostruire non soltanto il tumore, ma il suo ecosistema; un vero “tumore su chip”, nel quale osservare come la malattia interagisce con l’ambiente circostante riuscendo a sfuggire ai trattamenti.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Mieloma multiplo, qualcosa sta cambiando: dopo una sola terapia alcuni pazienti stanno bene da oltre 5 anni Mondosanità
Cinque anni senza progressione della malattia e senza bisogno di altre terapie dopo una sola infusione. È uno dei risultati che meglio raccontano quanto stia cambiando la cura del mieloma multiplo, tumore del sangue che nasce dalle plasmacellule del midollo osseo.
Non significa che il mieloma sia diventato guaribile. Ma negli ultimi anni CAR-T, anticorpi bispecifici e nuove combinazioni di farmaci hanno prodotto risultati difficili da immaginare soltanto poco tempo fa. E stanno progressivamente spostando più avanti l’orizzonte per molti pazienti.
Il dato dei cinque anni
Uno dei risultati più importanti arriva dallo studio CARTITUDE-1. Su 97 pazienti con mieloma recidivato o refrattario, già sottoposti a numerose terapie, 32 erano ancora vivi e senza progressione della malattia almeno cinque anni dopo una singola infusione di CAR-T. E soprattutto senza terapia di mantenimento o ulteriori trattamenti contro il mieloma.
È un dato importante proprio perché riguarda persone con una malattia difficile da trattare e già esposte a diverse cure.
Le CAR-T utilizzano gli stessi linfociti T del paziente: vengono prelevati, modificati in laboratorio perché siano capaci di riconoscere le cellule tumorali e poi reinfusi. Una sorta di rieducazione del sistema immunitario affinché individui e attacchi il mieloma.
Anche per l’Italia c’è una novità recente. Dal 4 aprile 2026 il Servizio sanitario nazionale rimborsa questa CAR-T per determinati pazienti adulti con mieloma recidivato e refrattario già dopo almeno una precedente terapia, purché siano rispettati precisi criteri clinici.
L’altra rivoluzione arriva dagli anticorpi bispecifici
Accanto alle CAR-T stanno avanzando gli anticorpi bispecifici. Il principio è differente ma l’obiettivo è simile: mettere il sistema immunitario nelle condizioni di riconoscere meglio il tumore.
Questi anticorpi funzionano come un ponte. Da una parte si agganciano alla cellula del mieloma, dall’altra richiamano i linfociti T che possono attaccarla.
Nello studio MajesTEC-3, condotto su 587 pazienti già sottoposti da una a tre precedenti linee di trattamento, a tre anni l’83,4% di chi aveva ricevuto la nuova combinazione terapeutica era vivo senza progressione della malattia, contro il 29,7% del gruppo di confronto.
Risultati molto importanti, che vanno però letti insieme al profilo di sicurezza: le terapie che attivano intensamente il sistema immunitario possono aumentare anche il rischio di effetti indesiderati e infezioni e richiedono quindi un attento monitoraggio.
E la ricerca continua a correre
Proprio il 3 settembre 2026 sono arrivati nuovi risultati dallo studio di fase 3 CERVINO su un anticorpo bispecifico ancora sperimentale. Il 74% dei pazienti ha risposto al trattamento, contro il 45,7% con le terapie di confronto, mentre il rischio di progressione o morte si è ridotto del 60%.
A dodici mesi risultava vivo l’87,9% dei pazienti trattati contro il 72% del gruppo di confronto. Su quest’ultimo dato, però, serve prudenza: l’analisi della sopravvivenza non è ancora matura e sarà necessario un follow-up più lungo.
Cure più efficaci fin dall’inizio
Il cambiamento riguarda anche chi riceve la diagnosi oggi. Sempre più spesso vengono utilizzate combinazioni di quattro farmaci per ottenere una risposta profonda già nelle prime fasi della malattia.
Nello studio IMROZ, dedicato a pazienti di nuova diagnosi non candidabili al trapianto, a cinque anni il 63,2% di chi aveva ricevuto la nuova combinazione non aveva avuto una progressione, contro il 45,2% con la terapia di confronto.
È questo insieme di risultati a modificare la prospettiva sul mieloma multiplo. Parlare oggi di guarigione sarebbe prematuro: la malattia resta generalmente considerata non guaribile e può tornare anche dopo risposte molto profonde.
Ma quando alcuni pazienti con malattia avanzata arrivano a cinque anni senza progressione e senza altre cure, la domanda della ricerca cambia. Non più soltanto quanto a lungo sia possibile controllare il mieloma, ma se per una parte dei pazienti si possa arrivare un giorno a una remissione così lunga da avvicinarsi a una guarigione funzionale.
Fonti:
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Malattia di Alexander, Fda approva prima terapia diretta contro la causa genetica. In Italia l'avrà Recordati pharmastar.it
La Food and Drug Administration ha approvato zilganersen per il trattamento dei pazienti pediatrici e adulti con malattia di Alexander, una patologia neurologica ultrarara, progressiva e spesso fatale. È la prima terapia autorizzata per questa condizione e il primo trattamento capace di intervenire sul meccanismo che provoca l’accumulo della proteina GFAP. Il farmaco viene somministrato mediante iniezione intratecale una volta ogni tre mesi.
La Food and Drug Administration statunitense ha approvato zilganersen, commercializzato negli Stati Uniti con il nome Zanvastro, per il trattamento della malattia di Alexander nei pazienti pediatrici e adulti.
Sviluppato da Ionis Pharmaceuticals, zilganersen è un oligonucleotide antisenso, o ASO, progettato per ridurre la produzione della proteina fibrillare acida della glia, più conosciuta come GFAP. L’accumulo anomalo di questa proteina negli astrociti rappresenta il principale meccanismo patologico della malattia.
Si tratta della prima terapia approvata al mondo per la malattia di Alexander. Fino a oggi, infatti, la gestione dei pazienti era limitata a interventi di supporto diretti contro i singoli sintomi, senza la possibilità di modificare il processo patologico sottostante.
«Per i pazienti con malattia di Alexander e per le loro famiglie non esistevano opzioni terapeutiche approvate, ma soltanto cure di supporto mentre la malattia continuava a progredire – ha dichiarato Emily Freilich, direttrice della Division of Neurology I del Center for Drug Evaluation and Research della FDA –. L’approvazione odierna rappresenta un momento storico per questa comunità, perché mette a disposizione la prima terapia diretta contro la causa alla base di questa malattia rara e grave».
Una malattia neurologica ultrarara
La malattia di Alexander è una patologia neurologica genetica che colpisce circa una persona ogni 1-3 milioni. È causata da varianti patogene del gene GFAP, che contiene le istruzioni per produrre una proteina strutturale presente soprattutto negli astrociti, le cellule che sostengono il funzionamento dei neuroni e contribuiscono al mantenimento della mielina.
Le alterazioni genetiche determinano una produzione e un accumulo tossico di GFAP all’interno degli astrociti. La progressiva disfunzione di queste cellule può danneggiare i neuroni e la mielina, provocando un deterioramento neurologico variabile per manifestazioni e velocità di progressione.
L’esordio può avvenire dall’infanzia all’età adulta. La malattia può determinare crisi epilettiche, perdita delle competenze precedentemente acquisite, disturbi della deambulazione, debolezza muscolare, difficoltà cognitive e perdita dell’autonomia. Nelle forme più gravi possono comparire problemi nella deglutizione e nel controllo dei muscoli necessari a proteggere le vie respiratorie.
Come agisce zilganersen
Zilganersen è una terapia mirata all’RNA. L’oligonucleotide antisenso si lega all’RNA messaggero che contiene le istruzioni per la sintesi di GFAP, favorendone la degradazione e riducendo così la quantità di proteina prodotta.
L’obiettivo non è quindi correggere direttamente la mutazione genetica, ma intervenire su una sua conseguenza fondamentale: l’eccessiva produzione e il successivo accumulo di GFAP negli astrociti.
Il farmaco viene somministrato alla dose di 50 mg attraverso un’iniezione intratecale, effettuata nel canale spinale da un professionista sanitario, una volta ogni 12 settimane.
Lo studio registrativo
L’approvazione si basa sui risultati di uno studio globale di fase I-III, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco e controllato, che ha complessivamente coinvolto 54 pazienti di età compresa tra un anno e mezzo e 53 anni, arruolati in 13 centri di otto Paesi.
Nella parte controllata, 49 pazienti di almeno 2 anni sono stati randomizzati in rapporto 2:1 a ricevere zilganersen oppure il controllo per 60 settimane. Lo studio ha valutato due dosaggi, 25 e 50 mg, somministrati ogni 12 settimane; il gruppo trattato con 50 mg ha costituito la coorte principale ai fini della valutazione registrativa. Altri quattro bambini di età inferiore ai 2 anni sono stati studiati in una coorte in aperto.
Nei partecipanti di almeno 5 anni che presentavano difficoltà nella deambulazione, zilganersen ha determinato una stabilizzazione statisticamente significativa e clinicamente rilevante della velocità del cammino rispetto al gruppo di controllo alla settimana 61.
La valutazione è stata effettuata attraverso il 10-Meter Walk Test, che misura il tempo necessario per percorrere dieci metri ed è comunemente utilizzato per valutare la funzionalità motoria nelle malattie neurologiche. La differenza media aggiustata tra il trattamento e il controllo è risultata pari al 33,3%, con un valore di P di 0,041.
Il dato merita una precisazione: in una malattia progressiva come quella di Alexander, il beneficio non consiste necessariamente in un evidente recupero delle capacità perdute. La stabilizzazione della velocità del cammino, rispetto al peggioramento osservato nei pazienti di controllo, rappresenta già un risultato clinicamente importante.
Benefici anche nei bambini più piccoli
Nei bambini tra 2 e 4 anni, per i quali la velocità del cammino non costituisce una misura sufficientemente affidabile, i ricercatori hanno utilizzato la scala Gross Motor Function Measure-88. Questa valuta diverse capacità motorie, tra cui stare in piedi, camminare, correre e saltare.
I bambini trattati con zilganersen hanno mostrato un miglioramento della funzionalità motoria globale, mentre nel gruppo di controllo è stato osservato un peggioramento. Anche gli endpoint secondari ed esplorativi, basati sulle valutazioni dei pazienti, dei caregiver e dei medici, hanno mostrato risultati generalmente favorevoli al trattamento.
Per i bambini sotto i 2 anni, a causa dell’estrema rarità della malattia, i dati clinici diretti erano limitati. L’estensione dell’indicazione anche a questa fascia di età è stata sostenuta dai dati di sicurezza disponibili e da modelli farmacocinetici secondo i quali l’esposizione al farmaco dovrebbe essere paragonabile a quella osservata nei bambini più grandi trattati con la stessa dose.
Profilo di sicurezza
Zilganersen ha mostrato un profilo di sicurezza e tollerabilità considerato favorevole, con eventi avversi prevalentemente di intensità lieve o moderata.
Le reazioni avverse osservate più frequentemente sono state: vomito; dolore alla schiena; tosse; cefalea; sindrome post-puntura lombare.
La scheda del farmaco segnala inoltre il rischio di meningite asettica. In presenza di sintomi compatibili è quindi necessario procedere agli opportuni accertamenti diagnostici e al trattamento secondo la pratica clinica.
I diritti fuori dagli Stati Uniti sono di Recordati
Ionis commercializzerà direttamente zilganersen negli Stati Uniti. Nel giugno 2026 l’azienda ha invece concesso all’italiana Recordati i diritti esclusivi di sviluppo e commercializzazione in tutti i Paesi al di fuori degli Stati Uniti.
L’accordo ha previsto un pagamento iniziale di 30 milioni di dollari, al quale potranno aggiungersi ulteriori somme legate al raggiungimento di milestone e royalty progressive sulle vendite fino a una percentuale intermedia del 20%.
Ionis continuerà a guidare lo sviluppo globale, mentre Recordati sarà responsabile delle richieste regolatorie e della commercializzazione nei mercati extra-statunitensi. Le domande di autorizzazione in Europa e in Giappone sono previste nel corso del 2027.
Con l’approvazione, la FDA ha inoltre assegnato a Ionis un Priority Review Voucher per le malattie pediatriche rare. Il voucher potrà essere utilizzato per accelerare la revisione di un futuro farmaco oppure ceduto a un’altra azienda.
L’arrivo di zilganersen segna così il passaggio, per la malattia di Alexander, da una gestione esclusivamente sintomatica alla prima possibilità concreta di intervenire sulla biologia che determina la progressione della patologia.
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore al seno: diagnosi precoce, sopravvivenza oltre il 90% Dossier Salute
Un nuovo studio del Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia conferma il valore della diagnosi precoce nel tumore al seno. La ricerca, condotta dal Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, ha coinvolto oltre 10.400 donne. Quando il carcinoma viene scoperto in stadio I, la sopravvivenza netta a dieci anni supera il 90% in tutti i sottotipi molecolari. Nelle forme più comuni arriva al 98,8%. Pubblicata su The Oncologist e sostenuta dal ministero della Salute, la ricerca mostra progressi anche nelle forme più aggressive, grazie alle terapie mirate. Lo studio copre quasi vent’anni di follow-up e mostra come, oltre allo stadio, anche la biologia del tumore influenzi la prognosi delle pazienti.
di Lavinia Giganti | Giornalista | Dossier Salute
In sintesi
Lo studio del Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia (CRO di Aviano) ha analizzato oltre 10.400 donne con carcinoma mammario invasivo diagnosticato tra il 2004 e il 2014, seguite fino al 2023.
Quando il tumore è scoperto in stadio I, la sopravvivenza netta a 10 anni supera il 90% in tutti i sottotipi, fino al 98,8% nelle forme con recettori ormonali positivi e HER2-negative.
Circa metà dei tumori analizzati è stata diagnosticata in stadio I, a conferma del ruolo dello screening mammografico organizzato.
Nelle forme HER2-positive con recettori ormonali negativi e stadio III, la sopravvivenza a 10 anni è passata dal 48,6% all’87,9%, grazie alle terapie a bersaglio molecolare.
Pubblicata su The Oncologist, la ricerca è il primo studio di popolazione italiano a combinare stadio, sottotipo molecolare e grado istologico nella stima della sopravvivenza.
Lo studio: cosa ha scoperto il Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia
La ricerca è stata coordinata dal Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia. La sua gestione scientifica è affidata al Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano. Lo studio è stato pubblicato di recente sulla rivista internazionale The Oncologist. Il progetto, sostenuto dal ministero della Salute, ha analizzato le caratteristiche di oltre 10.400 donne. Tutte avevano ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario invasivo in Friuli Venezia Giulia tra il 2004 e il 2014. Le pazienti sono state seguite fino alla fine del 2023.
Per la prima volta in Italia, uno studio di popolazione ha stimato la sopravvivenza a dieci anni considerando insieme tre fattori. Si tratta dello stadio della malattia al momento della diagnosi, del profilo molecolare del tumore e del suo grado istologico. “Il principale punto di forza è la possibilità di osservare gli esiti nell’intera popolazione, e non soltanto in gruppi selezionati di pazienti”, spiega Fabiola Giudici, ricercatrice dell’Epidemiologia Oncologica del CRO e prima autrice della ricerca. Considerare insieme questi tre elementi, aggiunge, offre un quadro prognostico più preciso.
Il valore dello strumento è stato sottolineato anche dall’assessore regionale alla Salute Riccardo Riccardi. Lo ha definito “uno strumento indispensabile per il progresso della lotta contro il cancro”. Accanto al dato delle oltre diecimila diagnosi analizzate, ha aggiunto, emerge un elemento “confortante e incoraggiante”. È l’aumento della sopravvivenza legato alla prevenzione e ai progressi della ricerca. Il Registro è attivo dal 1998 ed è accreditato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il Friuli Venezia Giulia è una delle regioni con la copertura più completa dei registri tumori in Italia. Per questo i suoi dati vengono spesso considerati rappresentativi delle tendenze osservate anche a livello nazionale nella cura del carcinoma mammario.
Perché la diagnosi precoce fa la differenza
Uno dei dati più significativi riguarda proprio il valore della diagnosi precoce. Quando il carcinoma mammario viene individuato in stadio I, la sopravvivenza netta a dieci anni supera il 90% in tutti i sottotipi. Nelle forme con recettori ormonali positivi e HER2-negative, le più diffuse, la sopravvivenza arriva al 98,8%. Circa la metà dei tumori inclusi nello studio è stata diagnosticata proprio in stadio I. Il dato conferma il ruolo centrale dei programmi di screening mammografico organizzato.
La sopravvivenza netta considera solo la mortalità legata al tumore, escludendo i decessi dovuti ad altre cause. Questo permette di confrontare in modo più preciso l’evoluzione degli esiti nel tempo. “I risultati migliori nascono dall’integrazione tra screening, diagnostica, chirurgia, oncologia medica e radioterapia”, sottolinea Samuele Massarut, responsabile della Breast Unit del CRO. Individuare il tumore in fase iniziale, spiega, aumenta le probabilità di guarigione. Spesso consente anche interventi chirurgici più mirati e meno invasivi.
In Italia i programmi di screening mammografico organizzato invitano periodicamente le donne nella fascia d’età a maggior rischio. Possono sottoporsi a una mammografia gratuita, anche in assenza di sintomi. Individuare eventuali alterazioni prima che diventino palpabili resta, secondo gli autori dello studio, uno dei fattori più efficaci per migliorare la prognosi.
Oltre alla mammografia periodica, gli esperti raccomandano di prestare attenzione a eventuali cambiamenti del seno. Noduli, alterazioni della pelle o secrezioni insolite vanno sempre segnalati al proprio medico. La combinazione tra screening organizzato e attenzione ai segnali del corpo resta, secondo lo studio, la strategia più efficace per anticipare la diagnosi.
I progressi nelle forme più aggressive: il ruolo delle terapie mirate
Lo studio mostra progressi anche nelle forme di tumore più aggressive e localmente avanzate. Il confronto riguarda i periodi 2004-2009 e 2010-2014. Tra le donne con carcinoma HER2-positivo, recettori ormonali negativi e malattia in stadio III, la sopravvivenza netta a dieci anni è passata dal 48,6% all’87,9%. Nelle forme triplo-negative in stadio III l’aumento è stato dal 28,8% al 42,3%. I miglioramenti nelle forme HER2-positive sono coerenti con la diffusione delle terapie a bersaglio molecolare.
“Questi numeri documentano la profonda trasformazione avvenuta nella gestione della patologia oncologica mammaria”, commenta Fabio Puglisi, professore di Oncologia medica all’Università di Udine. Restano margini di miglioramento per le forme triplo-negative in fase avanzata. Per queste è ancora necessario sviluppare nuove strategie terapeutiche. “Un Registro Tumori non si limita a contare i nuovi casi”, aggiunge Luigino Dal Maso, direttore dell’Epidemiologia Oncologica del CRO. “Permette di valutare gli esiti e orientare la programmazione sanitaria”.
Alla ricerca hanno contribuito, oltre agli autori citati, le professioniste del Registro Tumori Tiziana Angelin, Emilia De Santis, Ornella Forgiarini, Elodie Lazzaretto, Mariella Losciale e Martina Taborelli. Hanno collaborato anche Diego Serraino, Lorenzo Gerratana, Serena Scomersi, Federica Toffolutti ed Ettore Bidoli. Il lavoro conferma il valore dei registri oncologici non solo per misurare la diffusione dei tumori. Serve anche a verificare nel tempo quanto diagnosi precoce e nuove terapie migliorino la sopravvivenza delle pazienti. Gli autori sottolineano che i progressi osservati riguardano non solo la sopravvivenza, ma anche la qualità del percorso diagnostico-terapeutico offerto alle pazienti.
Illustrazione/visual generata con AI a scopo illustrativo.
Le informazioni contenute in questo articolo sono tratte da fonti autorevoli e hanno finalità divulgativa: non sostituiscono in alcun caso il parere del medico.
Domande frequenti (FAQ)
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
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Nei polmoni dei pazienti affetti da tumore ci sono più microplastiche la Repubblica
Dall'ambiente agli alimenti, le microplastiche sono praticamente ovunque. Possono addirittura raggiungere i polmoni, attraverso l'aria che respiriamo. Lo conferma un nuovo studio che sarà presentato al congresso della European Respiratory Society, a Barcellona, da un team di ricerca internazionale, che ha però aggiunto un tassello in più: dai loro esperimenti, infatti, è emerso che i pazienti affetti da cancro al polmone hanno più probabilità di avere microplastiche nei polmoni e anche di averne in quantità maggiori. Un risultato, quindi, che pone nuovi interrogativi sulla possibile relazione tra inquinamento da plastica e salute respiratoria, ma che indica per ora soltanto un'associazione e non una relazione di causa-effetto.
Dall'aria fino ai polmoni
Una delle possibili vie di esposizione alle microplastiche è l'aria: respirando, infatti, possiamo inalare queste minuscole particelle sospese nell'ambiente. Per verificarlo, gli autori del nuovo studio hanno analizzato il materiale ottenuto attraverso una broncoscopia eseguita su 100 persone presso l'Ospedale Universitario di Larissa, in Grecia. Durante questa procedura, una soluzione salina viene introdotta nelle vie respiratorie e poi aspirata, permettendo così di raccogliere cellule e altre particelle presenti nel materiale respiratorio. In metà dei partecipanti, inoltre, è stato prelevato un piccolo campione di tessuto polmonare.
I tipi di microplastiche
Dalle successive analisi è emerso che nel 70% dei partecipanti sono state rilevate microplastiche in almeno uno dei campioni esaminati, permettendo agli autori di identificare un totale di 232 particelle di microplastica. Le più frequenti sono state il polipropilene e il polietilene, i due tipi di plastica più comuni e ampiamente utilizzati in prodotti di uso quotidiano come imballaggi, tessuti e prodotti per la casa. “Le microplastiche sono diventate una parte inevitabile del nostro ambiente, ma sappiamo ancora molto poco su cosa accada una volta che entrano nel corpo umano”, ha commentato il co-autore Ilias Dimeas. “Non sappiamo ancora quali siano i livelli di base di microplastiche nei polmoni, quanto varino da persona a persona o se contribuiscano a malattie”.
L'associazione con i tumori
Considerando che a 50 partecipanti è stato successivamente diagnosticato un tumore al polmone, i ricercatori hanno notato che, rispetto a chi non aveva ricevuto una diagnosi di cancro, i pazienti oncologici avevano maggiori probabilità di presentare microplastiche (66% versus 46%) e un carico complessivo di queste particelle più elevato. Confrontando poi negli stessi pazienti i campioni ottenuti dal lavaggio polmonare con quelli di tessuto, gli autori hanno osservato una tendenza particolare: chi presentava più particelle nel lavaggio tendeva ad averne meno nel corrispondente campione di tessuto, e viceversa. Ciò, spiegano i ricercatori, potrebbe indicare che le microplastiche si distribuiscono in modo non uniforme nel polmone e che diverse regioni potrebbero trattenerle in modo diverso.
Il ruolo delle microplastiche
Va precisato, tuttavia, che lo studio – non ancora sottoposto a peer-review - non dimostra che le microplastiche provochino il cancro ai polmoni. “Questo tipo di studio non ci spiega perché abbiamo trovato più microplastiche nei campioni prelevati da pazienti affetti da tumore al polmone”, ha ribadito l'esperto. “Le microplastiche potrebbero contribuire all'infiammazione o ad altri processi biologici che possono a loro volta contribuire a malattie come il cancro, ma è anche possibile che i polmoni malati trattengano le particelle in modo diverso rispetto ai polmoni sani”. Il prossimo passo dei ricercatori sarà proprio quello di condurre ulteriori esperimenti per comprendere meglio le tipologie di plastica coinvolte e il modo in cui potrebbero interagire con le cellule polmonari. “La ricerca sugli effetti delle microplastiche sulla salute è ancora in una fase molto iniziale, ma stiamo iniziando a capire che questi minuscoli frammenti di plastica si infiltrano in molte parti del corpo”, ha commentato Barbara Hoffmann, presidente dell'Advocacy Council della European Respiratory Society, non coinvolta nello studio. “Questo studio si aggiunge alle prove che inaliamo microplastiche attraverso l'aria e che queste si depositano nei nostri polmoni. Abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per comprendere appieno il loro potenziale ruolo nelle malattie polmonari, incluso il cancro”.
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Tumori, gli oncologi: «Con cancro al seno meno del 35% di probabilità di gravidanza» Il Mattino
In Italia sempre più giovani donne sono colpite dal tumore del seno. «Ogni anno, sono oltre 3.000 le under 40 che si ammalano e tra il 2008 e il 2016 l’incremento del tasso d’incidenza, fra queste pazienti, è stato dell’1,6% l’anno. Ciò rende necessario identificare strategie di cura in grado di proteggere le ovaie dalle tossicità della chemioterapia e consentire la maternità dopo il cancro. Infatti, queste donne per colpa della malattia hanno, rispetto al resto della popolazione, una probabilità inferiore del 35% di diventare madri. Un tema oggi al centro della ricerca scientifica e promosso per la prima volta nel nostro Paese oltre 20 anni fa, dal Gim-Gruppo italiano mammella».
È quanto sottolineano gli specialisti oggi a Genova per la riunione annuale del consorzio che dal 2001 coordina nel nostro Paese la ricerca indipendente sul cancro del seno. L’evento si svolge fino a domani nella città ligure e celebra i primi 25 anni di attività del Gruppo. «La crescita delle neoplasie mammarie giovanili è un dato accertato e che ha determinato profonde modifiche alla pratica clinica - sottolinea Lucia Del Mastro, responsabile scientifico dell’evento, ordinario e direttore della Clinica di Oncologia medica dell’Irccs San Martino, Università di Genova -. Sono donne che presentano esigenze diverse rispetto a quelle con età maggiore. Per questo la ricerca deve essere sempre più su “misura” delle giovani adulte. Come Gim abbiamo avuto lungimiranza e siamo stati i primi in Italia ad avviare studi interamente dedicati alle under 40».
«Il valore del Gruppo è avere trasformato quesiti nati nella pratica clinica in studi in grado di produrre risposte solide-continua Del Mastro- spesso anticipando bisogni che sarebbero diventati centrali molti anni dopo. In questi 25 anni abbiamo contribuito a capire come curare meglio, quali componenti della terapia possano essere evitate senza perdere efficacia, per quanto tempo sia utile proseguire un trattamento e come ridurne le conseguenze sulla vita futura. Lo studio PROMISE-GIM6, coordinato a Genova, ha dimostrato che mettere temporaneamente a riposo le ovaie durante la chemioterapia riduce il rischio di menopausa precoce e aumenta la probabilità di recupero della funzione ovarica. È un esempio concreto di ricerca che non guarda soltanto alla guarigione, ma alla vita dopo il tumore».
«Il San Martino ha avuto un ruolo centrale nel coordinamento di numerosi studi del Gim, mettendo in rete competenze e centri di tutta Italia - afferma Monica Calamai, direttrice generale dell’azienda ospedaliera metropolitana di Genova -. Questo anniversario testimonia quanto l'integrazione tra assistenza, ricerca e formazione possa generare innovazioni capaci di incidere concretamente sulla cura delle persone. Il carcinoma mammario rappresenta per l’Aom di Genova un'area di impegno prioritario: continueremo a investire in percorsi multidisciplinari, accesso alle sperimentazioni cliniche e ricerca, affinché ogni paziente possa ricevere cure sempre più personalizzate e di qualità».
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Melanoma, la svolta del vaccino personalizzato: Milano centro leader mondiale nella sperimentazione Metropolitano.it
All’Istituto nazionale dei tumori di Milano sono stati randomizzati 82 pazienti, più di ogni altro centro al mondo, nello studio internazionale di fase III sul vaccino a mRna personalizzato
Grazie alla ricerca, il melanoma sta diventando un cancro sempre più curabile. E, nel panorama mondiale, le eccellenze italiane stanno giocando un ruolo fondamentale.
Nello specifico, nel processo in cui si sta testando un vaccino per il trattamento di cura del più aggressivo tumore della pelle, l’Istituto nazionale dei tumori di Milano è stato il centro che ha randomizzato il maggior numero di pazienti al mondo nello studio internazionale di fase III sul vaccino personalizzato a Rna messaggero. Sono stati ben 82, sui 128 sottoposti a screening. Ovvero oltre 30 in più rispetto al Centro australiano, secondo a livello mondiale.
“La nostra forza – sottolinea Michele Del Vecchio, direttore dell’Unità Oncologia medica melanomi del Dipartimento di Oncologia medica dell’Istituto – è essere stati il centro al mondo con la maggiore esperienza in termini di pazienti all’interno di questo studio. Un risultato che testimonia lo straordinario lavoro di tutto il gruppo multidisciplinare coinvolto nella sperimentazione”.
I risultati dello studio
Al di là dei numeri, il dato più importante emerso dallo studio, nato dalla collaborazione internazionale tra le big pharma Moderna e MSD e condotto su 1.137 pazienti, sono i risultati. Ovvero i miglioramenti statisticamente significativi ottenuti aggiungendo il vaccino al trattamento con l’anticorpo monoclonale pembrolizumab.
La strategia testata si era infatti posta principalmente 2 obiettivi. Il primo era quello di aumentare il tempo libero dalla recidiva, ovvero la ricomparsa del tumore dopo l’iniziale periodo di remissione seguente alle cure. Il secondo riguardava invece il tempo libero dallo sviluppo di metastasi a distanza. E, in entrambi i casi, l’abbinamento dei farmaci ha mostrato la sua efficacia.
Se l’immunoterapia con pembrolizumab è già oggi in grado di ridurre significativamente il rischio di recidiva nei pazienti con melanoma ad alto rischio, l’aggiunta del vaccino ha infatti dimostrato di aumentare ulteriormente questa capacità, riducendo in maniera statisticamente significativa sia il rischio di recidiva, sia quello di sviluppare metastasi a distanza.
Particolarmente rilevante, sottolinea l’Istituto milanese, anche il profilo di sicurezza. L’aggiunta del vaccino non ha infatti determinato un aumento apprezzabile della tossicità rispetto al solo pembrolizumab. E questo è un aspetto importante in un trattamento adiuvante, somministrato cioè a pazienti nei quali non è presente una malattia macroscopicamente evidente.
Il vaccino a mRna personalizzato
Le persone coinvolte nella fase III sono pazienti per i quali, nonostante la completa asportazione chirurgica del tumore, residua un elevato rischio di recidiva. Ovvero malati di melanoma primitivo ad alto rischio, con metastasi nei linfonodi regionali o, in alcuni casi, con singole metastasi a distanza radicalmente asportate.
Una delle caratteristiche del vaccino è la sua costruzione proprio a partire dal materiale tumorale prelevato dal paziente. “È una vera terapia personalizzata – spiega Del Vecchio – perché il vaccino viene costruito sulla base delle caratteristiche del tumore del singolo paziente. L’obiettivo è consentire al sistema immunitario di riconoscere ed eliminare anche eventuali microfocolai metastatici responsabili della ripresa della malattia”.
Il tessuto così ottenuto viene sottoposto a un controllo di qualità e quindi analizzato attraverso un algoritmo computazionale in grado di identificare fino a 34 neoantigeni, cioè proteine specifiche delle cellule tumorali di quel paziente. È l’Rna messaggero (mRna) che codifica per questi neoantigeni a essere incapsulato in nanoparticelle lipidiche per favorire l’accesso alle cellule target.
E, dopo la somministrazione, l’effetto stimolato dal vaccino è quello di espandere le cellule T specifiche contro il tumore, creando una memoria immunologica in grado di riconoscere e colpire eventuali cellule tumorali residue che esprimano gli stessi antigeni.
Verso un nuovo standard di cura per il melanoma
“Se questi risultati saranno confermati – conclude Del Vecchio – questo approccio potrà diventare il nuovo standard di cura per il trattamento adiuvante dei pazienti con melanoma ad alto rischio”.
Una terapia personalizzata di questo tipo, in ogni caso, richiede una gestione basata su una forte integrazione multidisciplinare, rendendo dunque fondamentale una collaborazione stretta tra figure professionali in possesso di varie competenze: dalla qualità e analisi del materiale tumorale alla somministrazione del vaccino e al monitoraggio dei pazienti.
Il protocollo dello studio, i cui dati completi saranno presentati al congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo) in programma per ottobre a Madrid, prevede intanto che il follow-up dei pazienti non si interrompa, al fine della valutazione anche della sopravvivenza globale.
Alberto Minazzi
L'Unione europea approva un trattamento di AstraZeneca ha annunciato di aver ottenuto l'approvazione dell'Unione europea per Imfinzi in associazione alla chemioterapia per il trattamento di pazienti adulti con tumore dello stomaco e della giunzione esofag - MarketScreener Italia
📰 MarketScreener Italia📅 2026-09-04T11:25:31
chemioterapia
L'Unione europea approva un trattamento di AstraZeneca ha annunciato di aver ottenuto l'approvazione dell'Unione europea per Imfinzi in associazione alla chemioterapia per il trattamento di pazienti adulti con tumore dello stomaco e della giunzione esofag MarketScreener Italia
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Prevenzione cardiovascolare: decisivo il controllo del colesterolo Ldl In Terris
Ridurre precocemente e mantenere sotto controllo il colesterolo Ldl è una delle sfide centrali nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Nei pazienti ad alto e altissimo rischio, raggiungere i valori raccomandati può però essere complesso. I risultati dello studio Victorion-Challenge, presentati al congresso della Società europea di cardiologia, mettono a confronto per la prima volta direttamente inclisiran e acido bempedoico, evidenziando una differenza significativa nella capacità di ridurre il colesterolo Ldl e di raggiungere gli obiettivi terapeutici. Una riduzione precoce e sostenuta delcolesterolo Ldl, il cosiddetto colesterolo ‘cattivo’, rappresenta un elemento fondamentale nella gestione dei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto e altissimo rischio cardiovascolare. Tuttavia, nella pratica clinica il raggiungimento degli obiettivi raccomandati continua a rappresentare una sfida. In questo contesto si inseriscono i risultati dello studio Victorion-Challenge, presentati durante il congresso della Società europea di cardiologia (Esc). Si tratta del primo studio randomizzato, in aperto e di fase IV che confronta direttamente la molecola innovativa inclisiran e acido bempedoico (BPA) nei pazienti con questa patologia. Nel confronto l’obiettivo primario dello studio era rappresentato dalla variazione percentuale del colesterolo Ldl rispetto al basale al giorno150. Nella popolazione studiata, la riduzione media del colesterolo Ldl è 56,31% nel gruppo trattato con la terapia studiata contro il 15,35% del gruppo trattato con acido bempedoico. Uno dei principali obiettivi secondari era il raggiungimento del target colesterolo Ldl al giorno 150. Complessivamente, il 78,2% dei pazienti trattati con la terapia studiata ha raggiunto il target rispetto al 20,3% dei pazienti trattati con acido bempedoico. Infine, la frequenza complessiva degli eventi avversi correlati al trattamento è risultata comparabile nei due gruppi (63,1% vs 59,8%). “Il confronto diretto tra i due farmaci dimostra che, pur mantenendo l’acido bempedoico le aspettative di impatto sui valori di colesterolo Ldl già dimostrate, si rivela non sufficiente nell’ottenere il raggiungimento dei target terapeutici raccomandati nella popolazione di pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto o altissimo rischio cardiovascolare, dove questo risultato è cruciale per abbattere l’incidenza di nuovi eventi”, spiegaMassimo Grimaldi, presidente Anmco (Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri). “Nella prevenzione cardiovascolare non è sufficiente raggiungere rapidamente il target di colesterolo Ldl: la vera sfida è mantenerlo nel tempo”, aggiunge Gianfranco Sinagra, presidente della Sic (Società italiana di cardiologia). FonteAnsa Ricevi comodamente e senza costi tutte le ultime notizie direttamente nella tua casella email. Seguici sui nostri social ! Per inviare un messaggio al direttore o scrivere un tuo articolo:
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Sclerosi multipla, una nuova immunoterapia "istruisce" il sistema immunitario a combattere la malattia epochtimes.it
14 minuti fa Alcaraz sfida Wu al terzo turno US Open, quando e dove vedere il match 14 minuti fa Salvini rivede le multe su monopattini e Rc auto 29 minuti fa Sky tg24: oltre 900 operai nepalesi ancora dispersi 44 minuti fa Sasso: Governo firma accordi per far entrare più stranieri un'ora fa La psilocibina blocca un grave effetto collaterale della chemioterapia nei topi un'ora fa Urso: nuove misure doganali Ue tutelano dalla concorrenza sleale un'ora fa Volkswagen annuncia 50 mila tagli e il piano di ristrutturazione un'ora fa Valditara: traguardo storico del nostro Governo un'ora fa Renzi: mondo corre su tecnologia, energia e innovazione mentre noi parliamo di Ranucci 2 ore fa Crosetto sul caso Vannacci: non si può essere condannati sui giornali prima di un’indagine Rendering IA per puro scopo illustrativo Tempo di lettura:1 Min. Tempo di lettura:1 Min. Articoli attuali dell'autore 04 settembre 2026 Alcaraz sfida Wu al terzo turno US Open, quando e dove vedere il match 04 settembre 2026 La psilocibina blocca un grave effetto collaterale della chemioterapia nei topi 04 settembre 2026 Volkswagen annuncia 50 mila tagli e il piano di ristrutturazione 04 settembre 2026 Gasperini: Roma, giusto sognare, Malen può fare come Higuain Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo punto stampa di Giorgia Meloni Indagine conoscitiva sulla sicurezza nazionale e nuove sfide per la difesa L’intervento di Giorgia Meloni al G20 Video del giorno Il crollo di un edificio di 3 piani a seguito delle alluvioni in Cina Il governo Meloni il più longevo, la parola alla gente nel suo quartiere di Garbatella Treno travolge un camion rimasto intrappolato sui binari in Polonia
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Infezioni sessualmente trasmesse in aumento, al via il percorso integrato di cura della ASL Roma 3 frosinonenews.eu
Da oggi, venerdì 4 settembre, partirà il PIC, percorso integrato di cura per le Infezioni Sessualmente Trasmesse (IST) della ASL Roma 3. Un modello assistenziale multidisciplinare con il quale uniformare e agevolare la presa in carico della persona maggiorenne o minore accompagnato, riducendo le barriere d’accesso ai servizi, accorciando i tempi diagnostici e garantendo l’inizio rapido di una terapia mirata. Una risposta alla necessità di gestire in modo coordinato la crescente incidenza delle infezioni sessualmente trasmesse spesso asintomatiche e caratterizzate da gravi complicanze a lungo termine.
Il percorso si articola in 4 fasi: consulenza e informazione (con colloqui confidenziali e consueling specialistico); diagnosi e test (screening completi, risultati in tempi brevi); trattamento mirato (protocolli terapeutici moderni personalizzati); follow up e supporto (monitoraggio nel tempo).
I dati dell’Istituto Superiore di Sanità sono in costante crescita sul territorio nazionale: nel 2024 rispetto al 2023 sono aumentate le infezioni da clamidia (+41,5%) con una prevalenza nella fascia di età 15-24 anni. I casi di gonorrea sono quintuplicati dal 2010 al 2024 e tra il 2021 e il 2024 c’è stato un incremento dell’84%. Per quanto riguarda la sifilide nel periodo 2021-2024 le segnalazioni sono aumentate del 16% e nel solo 2024 i centri hanno segnalato 695 nuovi casi.
Il servizio, attivo all’interno del Centro Test e Counseling di via dei Romagnoli a Ostia Antica vedrà l’impegno di diverse figure professionali: infermieri, ostetriche, medici, infettivologi e ginecologi per una presa in carico della persona. L’accesso al servizio è libero, senza impegnativa e prenotazione. E’ possibile contattare il CTC di Ostia Antica al numero 0656483011 per un triage telefonico operativo cinque giorni feriali alla settimana dalle 8.30 alle 13, mentre il lunedì e il giovedì il servizio è prolungato fino alle 16.
Le fasi principali che caratterizzano il percorso sono: accettazione (triage telefonico o accesso diretto con valutazione priorità assistenziale), visita infermieristica e colloquio pre-test strutturato secondo le competenze di base del counselling, visita medica, controllo esami e restituzione referti con colloquio post-test in caso di positività, terapie eventuali con programmazione ed effettuazione di controlli post terapia medica (TOC), follow up (FU), colloqui di prevenzione per il sesso più sicuro strutturati secondo le competenze di base del counseling, valutazione della necessità di vaccinazioni/screening oncologici e eventuale invio a consulenti/servizi interni/esterni, dimissione.
“L’obiettivo principale è quello di ridurre l’incidenza delle infezioni sessualmente trasmesse come HIV, sifilide, gonorrea, clamidia e HPV con screening mirati, educazione e accesso rapido a test e cure. Oltre al miglioramento della sorveglianza epidemiologica e la risposta integrata ospedale-territorio, in linea con il Piano Nazionale AIDS (PNAIDS). La tendenza degli ultimi anni disegna un quadro caratterizzato da una costante crescita di queste malattie. Elemento che ci induce a operare in maniera sempre più pressante sul fronte della prevenzione, di una tempestiva diagnosi, sulle vaccinazioni e su una continua informazione e sensibilizzazione sul tema”, spiega il dott. Aldo Benevelli, responsabile del Dipartimento di Prevenzione della ASL Roma 3.
“Il PIC è un ulteriore e importante passo in avanti nell’organizzazione della nostra offerta sanitaria, garantendo facilità di accesso, diagnosi precoci e prevenzione nel totale rispetto della riservatezza e della dignità delle persone. Un progetto che consente di operare affinché possa ridursi la possibilità della diffusione delle Infezioni Sessualmente Trasmesse e le eventuali complicanze”, sottolinea Laura Figorilli, Direttore Generale della ASL Roma 3.
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Leucemia mieloide acuta, la terapia meno intensa che sfida mezzo secolo di chemio mondosanita.it
Per oltre cinquant’anni la cura iniziale della leucemia mieloide acuta, nei pazienti giudicati abbastanza forti, è stata dominata da un principio apparentemente semplice: a una malattia aggressiva deve corrispondere una terapia altrettanto aggressiva. Il trial PARADIGM, pubblicato sul New England Journal of Medicine, impone oggi di riconsiderare questo automatismo. Non dimostra che la chemioterapia intensiva appartenga al passato, ma indica con chiarezza che una minore intensità terapeutica non coincide necessariamente con una minore efficacia.
Innanzitutto occorre comprendere la malattia. Nella leucemia mieloide acuta, cellule immature e anomale occupano progressivamente il midollo osseo, compromettendo la produzione di globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. Per eliminarle si è fatto ricorso soprattutto allo schema “7+3”, cioè sette giorni di citarabina e tre di un’antraciclina. È un attacco rapido e potente, che tuttavia può colpire temporaneamente anche il midollo sano, aumentando il rischio di infezioni, emorragie e ricoveri prolungati. La questione, dunque, non è soltanto quanta terapia un organismo possa sopportare, ma quale terapia riesca a controllare meglio quella specifica leucemia senza compromettere inutilmente le condizioni della persona.
Lo studio, di fase 2, ha coinvolto nove centri universitari degli Stati Uniti e 172 adulti con diagnosi recente, assegnati in modo casuale a due strategie: azacitidina associata a venetoclax oppure chemioterapia d’induzione convenzionale, con lo schema “7+3” o con citarabina e daunorubicina in formulazione liposomiale. L’età mediana era di 64 anni e il 72 per cento dei partecipanti presentava una malattia classificata a rischio sfavorevole. Si tratta quindi di una popolazione nella quale ottenere una remissione è importante, ma è altrettanto importante conservare condizioni cliniche sufficienti per affrontare le fasi successive della cura.
I due farmaci della combinazione agiscono attraverso meccanismi differenti e complementari. L’azacitidina interviene sui processi epigenetici, vale a dire sui sistemi che regolano l’attività dei geni senza modificarne la sequenza; venetoclax, invece, blocca BCL-2, una proteina che le cellule leucemiche utilizzano per sottrarsi alla morte programmata. Questo attacco coordinato era già impiegato nei pazienti anziani o fragili. PARADIGM suggerisce che possa essere vantaggioso anche per adulti considerati idonei alla chemioterapia intensiva.
I risultati meritano attenzione. Dopo un’osservazione mediana di 21,9 mesi, il tempo mediano senza fallimento del trattamento, progressione, ricaduta o morte è stato di 14,5 mesi con azacitidina e venetoclax, rispetto a 6,2 mesi con la terapia intensiva. L’hazard ratio, cioè la misura del rischio relativo nel corso dell’osservazione, è risultato pari a 0,57: una riduzione del 43 per cento del rischio di incorrere in uno degli eventi considerati. Ciò non significa, come talvolta si è portati a credere leggendo un dato mediano, che ogni paziente abbia guadagnato esattamente 8,3 mesi. Significa che la metà dei pazienti trattati con la combinazione aveva registrato un evento entro 14,5 mesi, mentre nel gruppo sottoposto alla chemioterapia intensiva la stessa soglia era stata raggiunta già dopo 6,2 mesi.
In secondo luogo, la remissione è stata raggiunta dal 78 per cento dei pazienti trattati con la combinazione, contro il 53 per cento di quelli sottoposti all’induzione convenzionale. Ma il dato forse più significativo sul piano dell’intero percorso di cura riguarda il trapianto di cellule staminali: vi è arrivato il 60 per cento del primo gruppo, rispetto al 40 per cento del secondo. Nelle leucemie a rischio intermedio o sfavorevole, infatti, non basta ottenere una risposta iniziale; occorre anche mantenere il paziente abbastanza forte da poter affrontare il trapianto. La terapia non deve soltanto colpire la malattia, deve preservare la possibilità della cura successiva.
Infine vi è il peso immediato del trattamento, che non costituisce un aspetto accessorio. Le infezioni di grado almeno 3 sono state osservate nel 28 per cento dei pazienti trattati con azacitidina e venetoclax, contro il 41 per cento nel gruppo della chemioterapia intensiva; le emorragie gravi nel 2 contro il 12 per cento. Nei primi trenta giorni, la permanenza media in ospedale è stata di 12,5 giorni, anziché 27,3. Nello stesso periodo, nessun paziente del primo gruppo è stato ricoverato in terapia intensiva, mentre ciò è accaduto a circa uno su dieci nel secondo. Ridurre ricoveri, complicanze e perdita di autonomia non significa perseguire una cura più debole: significa valutare l’efficacia nella sua interezza clinica e umana.
“Meno intensivo”, del resto, non vuol dire innocuo. Anche azacitidina e venetoclax possono deprimere il midollo osseo e richiedono controlli ematologici ravvicinati. Inoltre il trial ha escluso diverse forme biologiche per le quali esistono strategie specifiche, comprese le leucemie con mutazioni di FLT3, quelle del core binding factor e, nei pazienti con meno di 60 anni, quelle con mutazione di NPM1. Non è quindi corretto estendere automaticamente questi risultati a ogni leucemia mieloide acuta: la classificazione genetica della malattia rimane decisiva per scegliere il trattamento.
Vi è poi un limite metodologico che non può essere ignorato. La sopravvivenza globale mediana è stata di 21,5 mesi con la combinazione e di 18 mesi con la chemioterapia intensiva, ma la differenza non ha raggiunto la significatività statistica. Lo studio era relativamente piccolo e non era stato progettato per dimostrare un vantaggio sulla mortalità; inoltre, le terapie somministrate dopo il fallimento, compreso il passaggio da uno schema all’altro, possono aver attenuato le differenze finali. Il finanziamento è stato fornito da AbbVie, Genentech e Harvard Cancer Center. Servono pertanto studi più ampi, conferme indipendenti e un’osservazione più lunga.
Questo non riduce il valore del risultato, ma lo colloca nel suo giusto significato. La ricerca non procede attraverso annunci miracolosi, bensì mediante prove che modificano progressivamente le domande cliniche. Non dovremmo più chiederci soltanto quanto trattamento una persona sia in grado di sopportare; dobbiamo chiederci quale trattamento offra il migliore controllo della sua leucemia, ne limiti le complicanze e le consenta di arrivare nelle condizioni migliori alle cure successive. È questo il compito di una medicina razionale: non confondere la forza con l’intensità, ma misurare ogni scelta sulla dignità e sulla concreta possibilità di cura della persona.
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Fathi AT, Perl AE, Fell GG, et al. Azacitidine–Venetoclax or Induction Chemotherapy for Acute Myeloid Leukemia. New England Journal of Medicine. 2026;395(9):845–858. doi:10.1056/NEJMoa2602804.
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