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Biopsia alla prostata: quando si può evitare secondo le linee guida? My-personaltrainer
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In breve: quando la biopsia prostatica non è più un passaggio obbligato Negli ultimi anni le linee guida internazionali sulla diagnosi del tumore della prostata si sono evolute in modo significativo. La biopsia, un tempo considerata quasi inevitabile in presenza di PSA elevato, oggi può essere evitata in una quota crescente di uomini, grazie a strumenti più raffinati di valutazione del rischio. Le evidenze scientifiche indicano che l’uso sistematico della risonanza magnetica multiparametrica (RM mp) prima della biopsia permette di ridurre in modo rilevante il numero di prelievi inutili, senza perdere tumori clinicamente importanti. In molti casi, se la risonanza è negativa e gli altri parametri sono rassicuranti, si può optare per un attento monitoraggio invece che per la biopsia immediata. Un ruolo centrale è svolto anche dal trend del PSA nel tempo, dal rapporto PSA libero/totale e da strumenti di stratificazione del rischio che combinano età, familiarità, esame obiettivo e risultati di imaging. Questo approccio integrato consente di distinguere meglio chi ha un rischio reale di tumore aggressivo da chi ha solo un’alterazione lieve e spesso benigna. Nell’articolo si vedrà come funzionano questi nuovi percorsi diagnostici, in quali situazioni la biopsia può essere rimandata o evitata, e quali controlli sono comunque necessari per mantenere un livello di sicurezza adeguato. Rimane fondamentale che ogni decisione sia presa insieme allo specialista urologo, sulla base delle raccomandazioni aggiornate e delle caratteristiche cliniche individuali.
Dalla “biopsia per tutti” alla valutazione del rischio basata su PSA e risonanza Per molti anni l’iter classico è stato relativamente semplice: un PSA totale superiore a una certa soglia, spesso indicata in circa 4 ng/mL, portava quasi automaticamente alla proposta di biopsia prostatica. Le evidenze più recenti hanno però mostrato che questo approccio porta a un numero elevato di biopsie negative o che individuano tumori a basso rischio, che probabilmente non avrebbero mai dato problemi clinici significativi. La ricerca ha dimostrato che il PSA, da solo, è un marcatore sensibile ma poco specifico. Può aumentare per molte condizioni benigne, come l’ipertrofia prostatica benigna o le prostatiti, e tende a crescere con l’età. Per questo le linee guida più aggiornate suggeriscono di interpretarlo in modo più sofisticato, considerando il PSA density (rapporto tra PSA e volume prostatico), il PSA velocity (velocità di aumento nel tempo) e il rapporto PSA libero/PSA totale, che può aiutare a distinguere tra cause benigne e maligne. Il vero cambiamento di paradigma è però legato alla risonanza magnetica multiparametrica della prostata. Diversi studi randomizzati hanno dimostrato che eseguire la RM mp prima della biopsia consente di identificare con maggiore precisione le aree sospette e, soprattutto, di riconoscere i casi in cui non vi sono lesioni significative. In presenza di una risonanza negativa o con reperti a basso sospetto, il rischio di tumore clinicamente rilevante è basso e la biopsia può essere evitata o rimandata, a favore di un monitoraggio strutturato. Le linee guida europee e internazionali indicano quindi un percorso in cui la decisione di biopsiare non si basa più solo sul valore assoluto del PSA, ma su una combinazione di parametri clinici, laboratoristici e di imaging. Questo approccio riduce il sovra-diagnosi e il sovra-trattamento, concentrando le biopsie sugli uomini con maggiore probabilità di avere un tumore aggressivo.
Quando il monitoraggio attivo sostituisce la biopsia immediata L’aspetto forse meno intuitivo, ma oggi centrale, è che in molti uomini a rischio basso o intermedio la strategia più sicura non è fare subito una biopsia, bensì impostare un monitoraggio attivo ben strutturato. Questo vale sia per chi non ha mai eseguito una biopsia, sia per chi ha già avuto una biopsia negativa ma mantiene un PSA lievemente elevato. In presenza di un PSA moderatamente aumentato, di una risonanza magnetica negativa o con lesioni a basso sospetto e di un esame obiettivo (digitale rettale) non preoccupante, diversi documenti di indirizzo suggeriscono che si possa evitare la biopsia immediata. In questi casi si programma un controllo periodico del PSA, della sintomatologia urinaria e, se indicato, una ripetizione della risonanza a distanza di tempo. L’obiettivo è cogliere eventuali cambiamenti significativi, riducendo però l’esposizione a procedure invasive inutili. Un discorso analogo riguarda gli uomini che hanno già avuto una o più biopsie negative, ma presentano ancora un PSA elevato. In passato si tendeva a ripetere la biopsia in modo quasi automatico; oggi, se la risonanza è rassicurante e il PSA non mostra una crescita rapida, le linee guida consentono di limitare le ripetizioni, privilegiando un follow-up attento. In questo contesto possono essere considerati anche test aggiuntivi, come alcuni marcatori urinari o sierici di nuova generazione, che aiutano a raffinare ulteriormente la stima del rischio, anche se il loro uso non è ancora universalmente standardizzato. Va ricordato che il monitoraggio attivo non significa “non fare nulla”. Richiede una programmazione precisa dei controlli, con intervalli di tempo definiti e criteri chiari che, se superati, portano a rivalutare l’indicazione alla biopsia. La scelta di questa strategia deve tenere conto dell’età, dell’aspettativa di vita, della presenza di altre malattie importanti e delle preferenze informate della persona, sempre in dialogo con lo specialista.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Tumore al seno HR+/HER2-Fda approva camizestrant, la biopsia liquida anticipa il cambio di terapia pharmastar.it
La Food and Drug Administration ha concesso l’approvazione accelerata a camizestrant (Etcamah), in associazione con un inibitore di CDK4/6, per il trattamento di pazienti adulti con carcinoma mammario positivo per i recettori ormonali (HR+), HER2-negativo, localmente avanzato o metastatico.
L’indicazione riguarda, nello specifico, i pazienti nei quali una mutazione del gene ESR1 viene rilevata durante il trattamento con un inibitore dell’aromatasi associato a un inibitore di CDK4/6, ma prima che gli esami radiologici documentino la progressione della malattia. Camizestrant può essere utilizzato insieme ad abemaciclib, palbociclib o ribociclib.
La decisione introduce un nuovo modello di trattamento del tumore al seno avanzato: monitorare mediante biopsia liquida l’evoluzione molecolare della neoplasia e modificare tempestivamente la terapia quando compaiono i primi segnali genetici di resistenza, senza attendere che la crescita tumorale diventi visibile alle metodiche di imaging.
Secondo la FDA, si tratta della prima approvazione di una terapia oncologica guidata dall’individuazione nel DNA tumorale circolante di una mutazione di resistenza prima della progressione radiologica.
Le mutazioni di ESR1 e la resistenza alla terapia endocrina
Il carcinoma mammario HR-positivo e HER2-negativo rappresenta la forma più comune di tumore della mammella avanzato. La crescita delle cellule tumorali è sostenuta dall’attività degli estrogeni e del loro recettore; per questo motivo il trattamento si basa generalmente su una terapia endocrina associata a un inibitore di CDK4/6.
Tra le opzioni endocrine di prima linea figurano gli inibitori dell’aromatasi, farmaci che riducono la produzione di estrogeni. Con il tempo, tuttavia, il tumore può sviluppare diversi meccanismi di resistenza.
Uno dei più importanti è rappresentato dalle mutazioni acquisite di ESR1, il gene che codifica il recettore degli estrogeni. Queste alterazioni possono rendere il recettore costitutivamente attivo, consentendo alle cellule tumorali di continuare a proliferare anche quando la disponibilità di estrogeni è stata fortemente ridotta dall’inibitore dell’aromatasi.
Al momento della diagnosi di carcinoma mammario metastatico HR-positivo, le mutazioni di ESR1 sono presenti in meno del 5% dei pazienti. Dopo la progressione durante il trattamento con un inibitore dell’aromatasi, possono però essere rilevate in quasi il 40% dei casi.
La loro comparsa rappresenta quindi un importante segnale di resistenza emergente alla terapia endocrina in corso.
La biopsia liquida per intercettare la resistenza
Le cellule tumorali rilasciano nel sangue piccoli frammenti del proprio materiale genetico, definiti DNA tumorale circolante o ctDNA. Analizzando un semplice campione di sangue è possibile individuare alcune alterazioni molecolari della neoplasia e seguirne l’evoluzione durante il trattamento.
Nello studio che ha portato all’approvazione, i pazienti sono stati sottoposti periodicamente a biopsia liquida per cercare le mutazioni di ESR1. La loro individuazione segnalava che il tumore stava sviluppando una resistenza molecolare all’inibitore dell’aromatasi, anche se le immagini radiologiche non mostravano ancora una progressione.
La FDA ha autorizzato contestualmente Guardant360 CDx come test diagnostico di accompagnamento per identificare nel sangue i pazienti con mutazioni di ESR1 candidabili al trattamento con camizestrant.
Questo approccio consente di passare da una strategia basata sull’osservazione della progressione a una gestione maggiormente preventiva: il trattamento viene modificato quando emerge il meccanismo biologico di resistenza, anziché quando il tumore ha già ripreso a crescere.
Come agisce camizestrant
Camizestrant è un degradatore selettivo orale del recettore degli estrogeni, appartenente alla classe dei SERD. Il farmaco si lega al recettore, ne blocca l’attività e ne favorisce la degradazione all’interno della cellula tumorale.
L’obiettivo è interrompere più efficacemente il segnale estrogenico che sostiene la crescita del tumore, comprese le forme nelle quali il recettore è diventato anormalmente attivo a causa di una mutazione di ESR1.
Nell’indicazione approvata, camizestrant sostituisce l’inibitore dell’aromatasi, mentre viene mantenuto lo stesso inibitore di CDK4/6 già utilizzato dal paziente. In questo modo si interviene selettivamente sulla componente del trattamento diventata inefficace, senza modificare l’intera combinazione terapeutica.
Camizestrant viene somministrato per via orale una volta al giorno.
Lo studio SERENA-6
L’efficacia del trattamento è stata valutata nello studio di fase III SERENA-6, uno studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo.
Lo studio ha inizialmente sottoposto a monitoraggio mediante ctDNA oltre 3.000 pazienti con carcinoma mammario avanzato HR-positivo e HER2-negativo, trattati in prima linea con un inibitore dell’aromatasi associato a un inibitore di CDK4/6.
I pazienti nei quali è stata individuata una mutazione emergente di ESR1, in assenza di progressione radiologica, sono stati randomizzati a passare a camizestrant mantenendo lo stesso inibitore di CDK4/6 oppure a proseguire l’inibitore dell’aromatasi con il medesimo inibitore di CDK4/6.
Tutti i partecipanti dovevano aver ricevuto la combinazione iniziale per almeno sei mesi e non presentare segni clinici o radiologici di progressione al momento dell’individuazione della mutazione.
Ridotto del 56% il rischio di progressione o morte
All’analisi ad interim, la sopravvivenza mediana libera da progressione è risultata pari a 16 mesi nel gruppo trattato con camizestrant più un inibitore di CDK4/6, rispetto a 9,2 mesi nei pazienti che avevano proseguito l’inibitore dell’aromatasi con l’inibitore di CDK4/6.
Il passaggio precoce a camizestrant ha quindi ridotto del 56% il rischio di progressione della malattia o morte, con un hazard ratio pari a 0,44.
Il vantaggio è stato ottenuto modificando il trattamento sulla base della sola progressione molecolare, quando la malattia risultava ancora controllata dal punto di vista radiologico. È proprio questo elemento a rendere lo studio particolarmente rilevante: SERENA-6 non ha valutato una nuova terapia dopo il fallimento clinicamente evidente della precedente, ma una strategia di intervento anticipato sulla resistenza.
La possibilità di guadagnare quasi sette mesi di controllo della malattia prima di una progressione radiologica potrebbe consentire ai pazienti di mantenere più a lungo una terapia endocrina associata a un inibitore di CDK4/6, ritardando il passaggio alle linee successive.
Perché l’approvazione è accelerata
La FDA ha utilizzato il percorso dell’approvazione accelerata, che consente di rendere disponibili più rapidamente trattamenti destinati a malattie gravi e caratterizzati dalla capacità di rispondere a un bisogno clinico non soddisfatto.
La decisione si basa sul miglioramento della sopravvivenza libera da progressione, calcolata dal momento in cui la mutazione di ESR1 è stata rilevata nel sangue.
Resta tuttavia da dimostrare definitivamente che modificare la terapia al momento della progressione molecolare, invece di attendere quella radiologica, determini un beneficio clinico a lungo termine. Per questo motivo la FDA ha richiesto studi di conferma, necessari per verificare e descrivere pienamente il beneficio e per un’eventuale conversione dell’approvazione accelerata in approvazione tradizionale.
Il profilo di sicurezza
Le informazioni di prescrizione riportano un’avvertenza nel riquadro per il rischio di alterazioni del ritmo cardiaco quando camizestrant viene assunto insieme ad alcuni medicinali.
Sono inoltre presenti avvertenze relative al possibile sviluppo di bradicardia, cioè un rallentamento anomalo della frequenza cardiaca, e al rischio di danni al feto in caso di esposizione durante la gravidanza.
Questi aspetti richiedono un’attenta valutazione dei trattamenti concomitanti e un monitoraggio adeguato dei pazienti, in particolare quando camizestrant viene associato a farmaci che possono influire sulla frequenza o sul ritmo cardiaco.
Verso un nuovo modello di medicina di precisione
L’approvazione di camizestrant va oltre la disponibilità di un nuovo farmaco. Per la prima volta negli Stati Uniti, una decisione terapeutica in oncologia può essere presa sulla base della comparsa nel sangue di una mutazione di resistenza, prima che gli esami radiologici mostrino il peggioramento della malattia.
Se confermato nella pratica clinica e negli studi richiesti dalla FDA, questo modello potrebbe modificare il monitoraggio del carcinoma mammario metastatico HR-positivo e HER2-negativo, rendendo necessarie biopsie liquide periodiche durante la terapia di prima linea.
Il risultato di SERENA-6 suggerisce che seguire l’evoluzione molecolare del tumore e intervenire tempestivamente può prolungare il controllo della malattia. Si apre così la prospettiva di una medicina di precisione non più limitata alla scelta iniziale della terapia, ma utilizzata in modo dinamico per anticipare le strategie di resistenza sviluppate dal tumore.
Fonti principali:
comunicato della FDA leggi
studio SERENA-6 sul New England Journal of Medicine leggi
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Criteri Critici
Tumore del pancreas, FDA approva un farmaco che può raddoppiare la sopravvivenza Medico e paziente
La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha approvato daraxonrasib per il trattamento degli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che abbiano già ricevuto almeno una precedente terapia sistemica oppure che non siano candidabili a una terapia sistemica multi-farmaco.
Daraxonrasib è un inibitore orale multi-selettivo della famiglia delle GTPasi RAS, proteine che svolgono un ruolo centrale nella proliferazione tumorale. Le alterazioni oncogeniche della via di RAS sono presenti in oltre il 90% degli adenocarcinomi duttali pancreatici, ma per decenni questo bersaglio è stato considerato particolarmente difficile da colpire farmacologicamente.
Si tratta della prima terapia mirata contro RAS (proteine che trasmettono alle cellule tumorale il segnale di moltiplicarsi) approvata nel carcinoma pancreatico, una neoplasia caratterizzata ancora oggi da una prognosi particolarmente sfavorevole.
L’approvazione si basa principalmente sui risultati dello studio internazionale di fase III RASolute 302, che ha coinvolto 500 pazienti con carcinoma pancreatico metastatico in progressione dopo una precedente linea di trattamento. I partecipanti sono stati randomizzati a ricevere daraxonrasib oppure una chemioterapia standard.
Il farmaco aumenta la sopravvivenza e la sopravvivenza libera da progressione di malattia
I risultati hanno mostrato un vantaggio significativo sia in termini di sopravvivenza globale sia di sopravvivenza libera da progressione di malattia. Nella popolazione complessiva, la sopravvivenza globale mediana è stata di 13,2 mesi con daraxonrasib, rispetto a 6,7 mesi con la chemioterapia, con una riduzione del rischio di morte del 60%. La sopravvivenza libera da progressione è risultata pari a 7,2 mesi contro 3,6 mesi, mentre il tasso di risposta obiettiva è stato del 30% con daraxonrasib rispetto all’11% con il trattamento standard.
I risultati dello studio RASolute 302 sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. Gli autori concludono che, nei pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattato, daraxonrasib determina un miglioramento significativo della sopravvivenza globale e della sopravvivenza libera da progressione rispetto alla chemioterapia.
L’autorizzazione riguarda per ora gli Stati Uniti. L’FDA ha esaminato daraxonrasib nell’ambito del programma internazionale Project Orbis insieme a Health Canada, mentre l’EMA, l’ente regolatorio europeo, ha partecipato come osservatore: ciò non equivale quindi, al momento, a un’autorizzazione europea.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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Criteri Critici
Cantando con i giovani pazienti, il dottore rievoca il primo giorno di scuola della sua infanzia. Vietnam.vn
Il dottor Lam Duc Hoang, primario del reparto di radioterapia per testa e collo presso l'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City, si esibisce con i piccoli pazienti oncologici durante la cerimonia di apertura del corso Sunflower. Foto: fornita dall'ospedale. "Amo la mia scuola con tutti i miei cari amici e i miei gentili insegnanti, proprio come amo la mia patria, portando i miei libri a scuola in mezzo a un amore sconfinato..." Il dottore cantava, e i giovani pazienti, con in mano dei girasoli, si univano alla danza. L'ospedale si trasformò in una scuola molto amata. Questa performance culturale è stata presentata dal Dott. Lam Duc Hoang, Primario del Dipartimento di Radioterapia per Testa e Collo presso l'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City, insieme a piccoli pazienti oncologici, durante la cerimonia di apertura della Classe Girasole per l'anno scolastico 2026-2027, organizzata dall'Ospedale Oncologico di Ho Chi Minh City il 4 settembre. Il dottor Hoang è un medico che ha un ottimo rapporto con i giovani pazienti, avendo in passato partecipato con loro a diverse attività artistiche presso l'ospedale.
Per i bambini malati di cancro, l'ospedale è il luogo in cui devono sopportare lunghi mesi di interventi chirurgici, chemioterapia, radioterapia e paure che non dovrebbero mai dover affrontare. "Durante quei giorni di trattamento, a volte una canzone, una storia o la vicinanza del medico potevano diventare una fonte di sostegno emotivo per il giovane paziente", ha spiegato il dottor Hoang. Per i pazienti che provengono da zone rurali per curarsi, l'atmosfera ospedaliera può talvolta risultare ancora più estranea. Per questo motivo, il dottor Hoang ha voluto creare uno spazio più accogliente, in modo che i pazienti si sentissero compresi, meno confusi e spaventati, e quindi collaborassero più attivamente al processo di cura. Il trattamento del cancro è un lungo percorso. Alcuni pazienti devono sottoporsi a chemioterapia, radioterapia e interventi chirurgici che durano mesi. Durante questo periodo, senza un adeguato supporto emotivo, i pazienti possono facilmente cadere in uno stato di stanchezza, ansia, paura e depressione. Questo è ancora più evidente nei bambini. I piccoli pazienti del reparto di oncologia si esibiscono alla cerimonia di inaugurazione dell'ospedale. Foto: fornita dall'ospedale. Il primo giorno di scuola è sempre uno dei ricordi più belli dell'infanzia. Il dottor Hoang si è esibito in un numero musicale con i piccoli pazienti, creando un'atmosfera calda e intima, in modo che, almeno per quel momento, l'ospedale si trasformasse in una scuola amata.
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"Mentre cantavo e i giovani pazienti ballavano a questa cerimonia di apertura, i ricordi dei miei primi giorni alle scuole medie, della cerimonia dell'alzabandiera, del suono del tamburo della scuola e del preside che leggeva i cinque insegnamenti dello zio Ho, sono rimasti vividi nella mia mente. È una delle cerimonie di apertura che ricordo di più dei miei anni di scuola", ha raccontato il dottor Hoang. Il dottore desiderava inoltre regalare a questi giovani pazienti, che stanno combattendo contro la malattia, un momento speciale della loro infanzia, un'esperienza che meritano di vivere. Il dottore si è ricongiunto con il suo "piccolo amico" sul letto d'ospedale. C'è una storia che il dottor Hoang non dimenticherà mai. Riguarda un giovane paziente che era solito cantare con lui durante altre attività in ospedale. In seguito, il bambino dovette sottoporsi a radioterapia. Quando si incontrarono di nuovo quel giorno, il medico notò una chiazza circolare di perdita di capelli sulla testa della bambina e, sorpreso, le chiese spiegazioni. La paziente spiegò di non essersi tagliata i capelli, ma che le erano caduti lungo il percorso delle radiazioni. "I bambini sono come fogli di carta bianca", ha affermato il dottor Hoang. "Quando vengono amati, ascoltati e circondati da un'atmosfera serena, riescono a percepire ogni cosa in modo completamente diverso." È anche questo che rende così significativi, nel percorso di cura dei bambini, momenti apparentemente insignificanti come una canzone, una risata o una cerimonia di apertura.
La passione del dottor Hoang per la musica è nata durante l'infanzia. Ha partecipato al gruppo di arti performative della scuola, ha imparato a suonare la chitarra nei corsi per bambini e in seguito ha imparato a suonare il pianoforte da autodidatta. Occasionalmente suona il pianoforte nella hall dell'ospedale, un luogo frequentato da molti pazienti. Per il dottor Hoang, la musica è qualcosa di molto importante, qualcosa che può portare gioia sia a lui stesso che a chi l'ascolta. Una canzone. Il suono di un tamburo scolastico. Una cerimonia di apertura. Un medico che si siede vicino a un bambino per informarsi sulle sue condizioni. Queste cose non curano la malattia, ma possono dare forza a un bambino durante il trattamento. Secondo il dottor Hoang, il trattamento del cancro non consiste solo nel curare il tumore, soprattutto nei bambini, ma richiede anche assistenza per la salute mentale. I piccoli pazienti del reparto di oncologia salutano la bandiera durante la cerimonia di apertura del nuovo anno scolastico, tenutasi presso l'ospedale. Foto: fornita dall'ospedale. Il dottor Hoang auspica che in futuro saranno disponibili metodi di trattamento più moderni, come la protonterapia, per ridurre l'impatto sui tessuti sani, soprattutto nei pazienti pediatrici. Secondo il medico, le complicanze tardive della radioterapia differiscono significativamente nei bambini, e disporre di metodi di trattamento più adeguati offrirebbe maggiori speranze.
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Criteri Critici
HIV, un farmaco antitumorale riduce il “serbatoio” del virus nei primati Mondosanità
Un farmaco antitumorale potrebbe aiutare ad affrontare uno degli ostacoli più difficili nella ricerca di una cura per l’HIV: il serbatoio virale, cioè l’insieme di cellule nelle quali il virus può persistere nonostante una terapia antiretrovirale efficace. A indicare questa possibilità è uno studio della Emory University pubblicato il 3 settembre su Nature Microbiology. I ricercatori hanno utilizzato venetoclax, un farmaco già impiegato contro alcune neoplasie del sangue, in macachi infettati con SIV, il virus dell’immunodeficienza delle scimmie utilizzato come modello sperimentale dell’HIV. Somministrato per dieci giorni all’inizio della terapia antiretrovirale, venetoclax ha prodotto una riduzione rapida e persistente del serbatoio di SIV intatto nel sangue e nei linfonodi.
Il risultato è importante perché la terapia antiretrovirale oggi permette di controllare efficacemente la replicazione dell’HIV, ma non riesce normalmente a eliminare le cellule nelle quali il virus rimane nascosto. Sono proprio queste cellule a rendere necessario continuare il trattamento nel tempo.
Ventiquattro esemplari seguiti per quasi dieci mesi
L’esperimento ha coinvolto 24 esemplari di macaco rhesus infettati con SIV. Quattordici giorni dopo l’infezione gli animali hanno iniziato la terapia antiretrovirale e sono stati suddivisi in gruppi: alcuni hanno ricevuto soltanto ART, altri ART più dieci giorni di venetoclax, mentre un terzo gruppo ha ricevuto anche un trattamento per ridurre le cellule CD8. Gli animali sono stati poi seguiti fino al 294° giorno dopo l’infezione, permettendo di verificare se l’effetto sopravvivesse alla breve esposizione al farmaco. Ed è proprio questo uno dei risultati centrali: la diminuzione del serbatoio virale intatto è rimasta rilevabile nel tempo sia nel sangue sia nei linfonodi, anche dopo la fine dei dieci giorni di venetoclax. Il bersaglio del farmaco è BCL-2, una proteina che aiuta le cellule a resistere alla morte programmata. È un meccanismo sfruttato anche da alcune cellule tumorali, motivo per cui venetoclax viene utilizzato in oncologia. Ma livelli elevati di BCL-2 possono favorire anche la sopravvivenza dei linfociti T CD4+ che custodiscono il virus. Bloccandola, i ricercatori cercano quindi di togliere una sorta di “salvagente” alle cellule infette persistenti.
Perché il serbatoio è il vero ostacolo alla cura
Il problema dell’HIV non è più soltanto fermare il virus mentre si replica. I moderni antiretrovirali riescono a farlo con grande efficacia. La difficoltà è raggiungere quelle cellule nelle quali il materiale virale rimane silenzioso e può sopravvivere per anni. Se la terapia viene interrotta, una parte di questo serbatoio può riattivarsi e il virus torna a replicarsi. Da qui l’interesse per strategie che non si limitino a sopprimere l’HIV, ma riducano direttamente il numero delle cellule capaci di conservarlo. Venetoclax offre una strada diversa rispetto ai tentativi di “svegliare” il virus latente per renderlo visibile al sistema immunitario: punta sulla vulnerabilità delle cellule infette e sui meccanismi che consentono loro di sopravvivere. L’idea non nasce soltanto dall’esperimento sui macachi. Studi precedenti hanno mostrato che il serbatoio dell’HIV tende a essere arricchito in cellule con elevata espressione di BCL-2 e ricerche su cellule di persone con HIV hanno già esplorato la possibilità di renderle più suscettibili alla morte bloccando questa proteina.
Due trial nell’uomo, la strada è ancora lunga
Il passaggio più interessante è che questa strategia non è più confinata ai modelli animali. Sono attualmente registrati due studi clinici che stanno valutando venetoclax nelle persone con HIV. Uno è uno studio di fase I/IIb condotto in Australia e Danimarca; l’altro, denominato INITIATE, è uno studio di fase I previsto in Danimarca e Spagna. Il primo obiettivo è capire sicurezza, tollerabilità e comportamento del farmaco in persone che assumono una terapia antiretrovirale efficace, non dimostrare che venetoclax possa “curare” l’HIV. La prudenza è essenziale anche perché il medicinale interviene sui meccanismi di sopravvivenza cellulare e può avere effetti importanti sul sistema immunitario. Inoltre, nello studio sui macachi alcune cellule CD4+ sopravvissute al trattamento mostravano segnali di maggiore resistenza alla morte cellulare, suggerendo che il virus possa persistere in popolazioni cellulari più difficili da eliminare. Gli stessi ricercatori ipotizzano che in futuro possa essere necessario combinare l’inibizione di BCL-2 con altri bersagli. La vera novità, per ora, non è avere trovato una cura per l’HIV, ma aver dimostrato nei primati che colpire i meccanismi di sopravvivenza delle cellule infette può ridurre in modo duraturo il serbatoio virale. Ora saranno gli studi sull’uomo a stabilire se questa strategia possa diventare qualcosa di più di una promettente prova di principio.
Nel campo delle malattie infettive, SIV è l’acronimo di Simian Immunodeficiency Virus, ovvero il Virus dell’immunodeficienza delle scimmie. Si tratta di un retrovirus che colpisce numerose specie di primati non umani in Africa ed è considerato il diretto progenitore dell’HIV umano. Il SIV riveste un ruolo cruciale nella lotta contro l’HIV per motivi centrali, tra cui: Origine dell’HIV (“spillover”)
Le analisi genetiche hanno dimostrato che l’HIV è il risultato di un “salto di specie” (spillover) avvenuto agli inizi del XX secolo. In particolare:
Il ceppo SIVcpz, che infetta gli scimpanzé, ha subito mutazioni dando origine all’HIV-1, la variante più diffusa e aggressiva su scala globale.
Il ceppo SIVsmm, presente nei cercocebi, è all’origine dell’HIV-2, meno virulento e concentrato soprattutto nell’Africa occidentale.
Il passaggio all’uomo è avvenuto con ogni probabilità attraverso il contatto con sangue infetto di questi primati.
Meccanismi di resistenza naturale
A differenza delle persone contagiate da HIV, molte scimmie africane convivono con il SIV senza sviluppare l’AIDS (infezione non patogena). Pur presentando cariche virali molto elevate, il loro sistema immunitario non va incontro ad autodistruzione.
Lo studio del SIV aiuta a comprendere come tali specie riescano a tollerare il virus: le chiavi risiedono in specifiche mutazioni genetiche e nella capacità di contenere l’infiammazione cronica. Questi elementi rappresentano basi promettenti per ideare nuove strategie terapeutiche in grado di riprodurre una simile “tolleranza” anche nell’essere umano.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
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Criteri Critici
Psilocibina testata per prevenire i danni nervosi da chemioterapia ADUC
Un'idea che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata bizzarra sta guadagnando credito nella comunità scientifica: assumere la sostanza allucinogena estratta dai "funghi magici" prima di iniziare la chemioterapia potrebbe proteggere i pazienti oncologici da uno degli effetti collaterali più invalidanti del trattamento. Come riporta Channels Television, uno studio pubblicato giovedì sulla rivista Science ha testato la psilocibina su cavie e su alcuni tessuti umani per contrastare la neuropatia periferica, una condizione che colpisce milioni di persone nel mondo.
Si tratta di un disturbo del sistema nervoso che interessa circa i tre quarti di tutti i pazienti sottoposti a chemioterapia, causando tipicamente intorpidimento e formicolio, come ha spiegato in una conferenza stampa telefonica Patrick Dougherty, co-autore dello studio e specialista in terapia del dolore presso l'MD Anderson Cancer Center dell'Università del Texas. Un terzo di questi pazienti, però, sviluppa un dolore urente continuo e persistente, ha precisato lo stesso Dougherty.
Secondo i dati raccolti dai ricercatori, due sole dosi di psilocibina somministrate prima dell'inizio della chemioterapia hanno prevenuto in modo duraturo la comparsa della neuropatia periferica indotta dal trattamento, mantenendo l'effetto protettivo per un massimo di sei cicli di terapia. Un risultato che non ha compromesso né il sistema immunitario dei soggetti trattati né l'efficacia antitumorale della chemioterapia stessa.
La scoperta è nata quasi per caso. Il gruppo di ricerca, guidato da Moran Amit insieme a Dougherty, stava inizialmente studiando i meccanismi attraverso cui il tumore dirotta a proprio vantaggio le cellule nervose per crescere, quando ha notato che alcuni animali trattati con psilocibina non sviluppavano danni nervosi dopo la chemioterapia. Approfondendo l'osservazione, i ricercatori hanno scoperto che la sostanza protegge le cellule nervose favorendo il trasporto dei mitocondri, le strutture cellulari che producono energia e che vengono danneggiate dai farmaci chemioterapici lungo gli assoni delle cellule nervose.
Un aspetto rilevante della scoperta riguarda il meccanismo d'azione: l'effetto neuroprotettivo non sembra legato alle proprietà allucinogene della psilocibina. Un composto analogo privo di effetti psichedelici ha infatti prodotto lo stesso risultato protettivo in laboratorio, secondo quanto sottolineato da Kristy Townsend, ricercatrice della Ohio State University non coinvolta nello studio.
Prima che la psilocibina possa diventare un trattamento standard per i pazienti oncologici, i ricercatori dell'MD Anderson Cancer Center avvertono che saranno necessari ulteriori test per confermarne sicurezza ed efficacia. I risultati preclinici pubblicati su Science costituiscono comunque la base per una sperimentazione clinica di Fase 2, denominata NeuroGuard, che valuterà l'uso della psilocibina durante la chemioterapia in pazienti con diversi tipi di tumore, tra cui quello al seno, al colon-retto e ai distretti testa-collo.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Tumore al seno HER2+, la terapia a doppio aggancio aumenta le risposte complete Mondosanità
Il nuovo studio sul tumore della mammella HER2-positivo indica una possibile strada terapeutica prima dell’intervento: colpire con un solo anticorpo due regioni diverse del recettore HER2, associando questa azione a una particolare formulazione della chemioterapia. Il risultato è importante, perché il trattamento sperimentale ha ottenuto più risposte patologiche complete rispetto alla terapia di confronto. Ma occorre chiarire subito una distinzione essenziale: la scomparsa del tumore invasivo al momento dell’operazione non dimostra ancora una riduzione delle recidive né un prolungamento della sopravvivenza.
HER2 è una proteina che, accumulandosi sulla superficie delle cellule tumorali, trasmette segnali capaci di favorirne crescita e proliferazione. Da anni disponiamo di farmaci in grado di contrastarla. Uno degli schemi utilizzati prima della chirurgia combina infatti trastuzumab e pertuzumab, due anticorpi che riconoscono regioni differenti dello stesso recettore, insieme alla chemioterapia. Non si tratta dunque di individuare un bersaglio sconosciuto, bensì di colpire in modo diverso e forse più efficiente un bersaglio già ben definito.
Anbenitamab, l’anticorpo esaminato nello studio di fase 3 pubblicato su JAMA Oncology, è stato costruito per legarsi contemporaneamente ai domini II e IV di HER2, cioè alle due regioni riconosciute rispettivamente anche da pertuzumab e trastuzumab. Questa doppia azione favorisce l’aggregazione dei recettori, la loro internalizzazione nella cellula e infine la degradazione. All’anticorpo è stato associato HB1801, una formulazione di docetaxel legata all’albumina e priva dei solventi impiegati nel docetaxel convenzionale. È un elemento rilevante, come vedremo, perché nello studio sono cambiate nello stesso momento sia la terapia anti-HER2 sia la formulazione del taxano.
La sperimentazione ha coinvolto 521 pazienti con malattia allo stadio II o III, trattate in 61 ospedali cinesi. Prima dell’intervento, 263 donne hanno ricevuto per sei cicli anbenitamab e HB1801, con o senza carboplatino; le altre 258 sono state trattate con trastuzumab, pertuzumab e docetaxel, anche in questo caso con l’eventuale aggiunta di carboplatino. L’obiettivo principale era la risposta patologica completa: vale a dire l’assenza, dopo la terapia e all’esame dei tessuti asportati, di tumore invasivo residuo nella mammella e nei linfonodi.
Il risultato merita attenzione. La risposta patologica completa è stata osservata nel 62,4% delle pazienti sottoposte al nuovo regime, rispetto al 51,2% di quelle trattate con lo schema standard. La differenza assoluta riportata è di 11,4 punti percentuali, con un intervallo di confidenza al 95% compreso fra 3,2 e 19,6 punti, ed è risultata statisticamente significativa. Nelle analisi esplorative prespecificate, la direzione del beneficio è risultata generalmente coerente nei principali sottogruppi: nelle neoplasie positive e negative ai recettori ormonali, negli stadi più precoci e nelle forme localmente avanzate, con o senza carboplatino.
In secondo luogo, il miglioramento non sembra essere stato ottenuto al prezzo di un evidente aumento delle tossicità più gravi. Gli eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o 4 hanno riguardato il 29,3% delle pazienti nel gruppo sperimentale e il 28,3% nel gruppo di confronto; non sono stati registrati decessi attribuiti alla terapia. Neutropenia, leucopenia e anemia, cioè riduzioni di differenti componenti cellulari del sangue, sono state le complicanze severe più frequenti. Rash, diarrea, nausea, edema periferico e neuropatia sensitiva sono invece comparsi più spesso con il nuovo regime. Ciò non toglie che la grande maggioranza delle donne abbia completato i sei cicli programmati.
Che cosa possiamo dunque affermare? Innanzitutto, che il segnale di efficacia è consistente e riguarda gruppi clinici diversi. In secondo luogo, che la risposta patologica completa rappresenta un indicatore prognostico importante, soprattutto nella malattia HER2-positiva, ma non può essere confusa con il beneficio clinico definitivo. Infine, che servirà un periodo di osservazione più lungo per stabilire se l’apparente vantaggio si tradurrà in meno recidive e in una maggiore sopravvivenza. Un indicatore favorevole non è ancora una prova conclusiva.
Vi sono poi due limiti metodologici che non possiamo ignorare. Poiché anbenitamab e HB1801 sono stati introdotti insieme, non è possibile determinare quale parte del beneficio dipenda dall’anticorpo biparatopico e quale dalla diversa formulazione del docetaxel. Inoltre, la ricerca è stata condotta interamente in Cina; lo sponsor, Shanghai JMT-Bio Technology, ha partecipato al disegno, alla gestione, all’analisi e all’interpretazione dello studio, oltre che alla preparazione del manoscritto. Sono condizioni che non annullano i risultati, ma impongono conferme, osservazione nel tempo e una valutazione rigorosa della loro trasferibilità.
I dati erano già stati presentati all’ASCO 2026; la pubblicazione completa sottoposta a revisione tra pari consente ora un esame più accurato. Credo che questo sia il modo corretto di accogliere il progresso scientifico: senza diffidenza pregiudiziale, ma anche senza miracolismo. La ricerca apre strade attraverso risultati promettenti, controlli indipendenti, tempi adeguati e verifiche successive. Non basta che una strada sia nuova: dobbiamo sapere, con il rigore dovuto alle pazienti, se conduce davvero a cure più efficaci e a una vita più lunga.
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Li J, Liu T, Yu K-D, et al. Neoadjuvant Anbenitamab and HB1801 in ERBB2-Positive Breast Cancer: A Phase 3 Randomized Clinical Trial. JAMA Oncology. Pubblicato online il 3 settembre 2026. doi:10.1001/jamaoncol.2026.3329
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Criteri Critici
Talassemia, risultato eccezionale al Brotzu di Cagliari: dopo la terapia innovativa non fa trasfusioni da un mese La Nuova Sardegna
Cagliari Per la prima volta in Sardegna un paziente adulto affetto da Talassemia Major è stato sottoposto a terapia genica con cellule staminali ematopoietiche geneticamente modificate. La procedura, realizzata dall’Arnas Brotzu di Cagliari, ha dato finora un esito positivo: il paziente è stato recentemente dimesso in buone condizioni generali e, nell’ultimo mese, non ha avuto necessità di trasfusioni di sangue. Gli esami mostrano inoltre un progressivo incremento dell’emoglobina totale e della nuova emoglobina prodotta dalle cellule geneticamente modificate.
È un risultato molto importante per la Sardegna, una delle regioni italiane storicamente più colpite dalla talassemia, e offre una possibilità terapeutica nuova ai pazienti che, per tutta la vita, hanno dovuto convivere con la malattia e con la necessità di trasfusioni periodiche. La terapia genica interviene direttamente sulle cellule staminali del paziente: attraverso una tecnica di editing genomico, le cellule vengono modificate per recuperare la capacità di produrre emoglobina fetale, normalmente presente durante la vita intrauterina.
Una volta reinfuse, queste cellule staminali danno origine a globuli rossi capaci di produrre questo tipo di emoglobina, determinando una correzione dell’anemia tipica della talassemia. Il percorso è stato seguito interamente all’interno dell’Arnas Brotzu, attraverso un lavoro multidisciplinare che ha coinvolto diverse strutture dei presidi Businco, Microcitemico e San Michele. Il paziente è stato sottoposto nel mese di gennaio al prelievo delle cellule staminali ematopoietiche. Le cellule sono state quindi inviate per la manipolazione genetica e successivamente, una volta modificate, sono state restituite all’Arnas Brotzu e criopreservate.
A giugno il paziente è stato ricoverato presso il Centro Trapianti di Midollo Osseo del Businco, dove ha ricevuto le proprie cellule staminali geneticamente modificate, precedentemente scongelate e preparate per il trattamento. Dopo il periodo di degenza è stato dimesso in buone condizioni. «La terapia genica rappresenta un passaggio straordinario perché punta a intervenire alla radice del problema, utilizzando le cellule staminali dello stesso paziente», sottolinea il professor Giovanni Caocci, direttore della Struttura Complessa di Ematologia dell’ospedale Businco dell’Arnas Brotzu. «I dati che stiamo osservando sono incoraggianti: la necessità trasfusionale si è interrotta nell’ultimo mese. Continueremo a seguire attentamente il paziente, ma quello che abbiamo davanti è un risultato che fino a pochi anni fa sembrava lontanissimo. Per la Sardegna, e soprattutto per le persone che vivono con la talassemia, significa aprire una possibilità nuova, concreta, per una vita meno condizionata dalla malattia». Il risultato è il frutto di un percorso iniziato due anni fa.
«Si attendeva la possibilità di utilizzo della terapia genica da decenni e quindi possiamo considerare storico questo traguardo», afferma Susanna Barella, direttrice della Struttura Complessa Microcitemie e Anemie Rare. «Per il momento – prosegue Barella – possiamo offrire questa terapia solo a pazienti di età compresa tra 12 e 35 anni. Speriamo che entro due anni si possa ampliare la fascia di età con l’inclusione di bimbi a partire dai 5 anni di vita. È importante sottolineare che solo pazienti in ottime condizioni cliniche possono aver accesso a questa terapia».
Il programma è già entrato nella sua fase successiva: sono stati selezionati e sottoposti al prelievo delle cellule staminali altri 4 pazienti, 2 adulti e 2 pediatrici, che riceveranno nei prossimi mesi il trapianto delle cellule geneticamente modificate. Altri 3, due adulti e un adolescente effettueranno la raccolta delle cellule tra ottobre e novembre.
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
In Campania arriva il «board» che cerca la cura nel Dna della malattia. Videonola
Non soltanto dove si trova un tumore o da quale organo abbia avuto origine, ma quali alterazioni genetiche ne alimentino la crescita e, soprattutto, se proprio dentro quella sorta di carta d’identità molecolare possa nascondersi un bersaglio contro il quale utilizzare una terapia. È su questo principio della medicina oncologica di precisione che la Regione Campania istituisce il Molecular Tumor Board regionale, inserendolo nella Rete Oncologica Campana e affidandogli il compito di affrontare i casi nei quali le possibilità terapeutiche disponibili richiedano una valutazione molto più approfondita delle caratteristiche biologiche della neoplasia.
Il provvedimento è stato approvato dalla Giunta regionale con la delibera numero 465 del 3 settembre e dà attuazione sul territorio campano al decreto del ministero della Salute del 30 maggio 2023, con il quale sono stati definiti a livello nazionale criteri, modalità e procedure per i Molecular Tumor Board e per i centri specialistici autorizzati ad effettuare la profilazione genomica estesa attraverso le tecnologie NGS, Next Generation Sequencing.
Ma che cosa è, concretamente, un Molecular Tumor Board? È un gruppo multidisciplinare nel quale la scelta non viene affidata al singolo oncologo, ma alla valutazione congiunta di competenze differenti, chiamate a leggere e interpretare le informazioni molecolari del tumore e a stabilire se queste possano avere una reale ricaduta terapeutica. Il punto, infatti, non è semplicemente eseguire un test genetico sempre più sofisticato, ma capire quando sia appropriato farlo e, una volta ottenuto il risultato, distinguere le alterazioni che possono essere effettivamente utilizzate per orientare una cura da quelle che, allo stato delle conoscenze scientifiche, non offrono ancora una possibilità terapeutica concreta.
Il Board regionale avrà dunque il compito di valutare l’accesso dei pazienti alla profilazione genomica estesa, individuare i test biomolecolari necessari, interpretare il profilo genomico della neoplasia e arrivare infine a una raccomandazione terapeutica. Il campo più delicato riguarda soprattutto quei pazienti per i quali non siano disponibili alternative terapeutiche autorizzate e nei quali l’analisi molecolare possa indicare ulteriori possibilità di trattamento.
È qui che la medicina di precisione cambia la prospettiva tradizionale dell’oncologia: due tumori che nascono nello stesso organo possono infatti presentare caratteristiche molecolari differenti e rispondere in maniera diversa alle terapie, mentre neoplasie sviluppatesi in organi diversi possono condividere una stessa alterazione genetica potenzialmente aggredibile attraverso un determinato farmaco. La domanda, quindi, non diventa più soltanto «quale tumore ha questo paziente?», ma anche «quale meccanismo sta facendo crescere proprio questo tumore?».
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Talassemia major, prima terapia genica in Sardegna: il paziente dimesso e senza trasfusioni Sardiniapost.it
Il percorso è stato seguito interamente dall’Arnas Brotzu, coinvolgendo Microcitemico, Businco e San Michele.
Per la prima volta in Sardegna un adulto affetto da talassemia major è stato sottoposto a una terapia genica con cellule staminali ematopoietiche geneticamente modificate. La procedura è stata realizzata dall’Arnas G. Brotzu e, nelle prime settimane successive al trattamento, ha dato risultati positivi: il paziente è stato dimesso in buone condizioni generali e nell’ultimo mese non ha avuto bisogno di trasfusioni di sangue.
Gli esami hanno inoltre evidenziato un progressivo aumento dell’emoglobina totale e della nuova emoglobina prodotta dalle cellule geneticamente modificate. Un risultato particolarmente significativo per la Sardegna, storicamente una delle regioni italiane più colpite dalla talassemia.
La terapia interviene direttamente sulle cellule staminali del paziente. Attraverso una tecnica di editing genomico, le cellule vengono modificate per recuperare la capacità di produrre emoglobina fetale, normalmente presente durante la vita intrauterina. Una volta reinfuse, le cellule staminali modificate danno origine a globuli rossi capaci di produrre questo tipo di emoglobina, contribuendo a correggere l’anemia tipica della talassemia. L’intero percorso è stato seguito all’interno dell’Arnas Brotzu, con il coinvolgimento di diverse strutture dei presidi Businco, Microcitemico e San Michele.
Il paziente era stato selezionato dalla Struttura di Microcitemia e Anemie rare dell’Ospedale Microcitemico sulla base delle caratteristiche genetiche e cliniche. A gennaio era stato effettuato il prelievo delle cellule staminali ematopoietiche al Centro trasfusionale del San Michele. Le cellule erano quindi state inviate per la manipolazione genetica e, dopo la modifica, restituite all’Arnas Brotzu.
Le cellule erano state criopreservate nella criobanca del Businco dal Laboratorio specialistico di Ematologia. A giugno il paziente è stato ricoverato al Centro trapianti di midollo osseo del Businco, dove ha ricevuto le proprie cellule staminali geneticamente modificate, precedentemente scongelate e preparate per il trattamento.
Dopo la degenza è arrivata la dimissione. Il dato più significativo osservato finora è l’interruzione della necessità di trasfusioni nell’ultimo mese, accompagnata dalla crescita progressiva dell’emoglobina.
“La terapia genica rappresenta un passaggio straordinario perché punta a intervenire alla radice del problema, utilizzando le cellule staminali dello stesso paziente”, sottolinea il professor Giovanni Caocci, direttore di Ematologia e Ctmo del Businco.
“I dati che stiamo osservando sono incoraggianti: la necessità trasfusionale si è interrotta nell’ultimo mese e vediamo una crescita progressiva dell’emoglobina”, aggiunge Caocci. Il paziente continuerà a essere seguito nel tempo, ma per il direttore si tratta di “un risultato che fino a pochi anni fa sembrava lontanissimo”.
“Per la Sardegna, e soprattutto per le persone che vivono con la talassemia, significa aprire una possibilità nuova, concreta, per una vita meno condizionata dalla malattia”, conclude.
Pazienti oncologici, il nuovo percorso per le urgenze di Niguarda e Istituto tumori: “Facciamo rete per cure mirate e assistenza tempestiva” - Il Giorno
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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Pazienti oncologici, il nuovo percorso per le urgenze di Niguarda e Istituto tumori: “Facciamo rete per cure mirate e assistenza tempestiva” Il Giorno
Milano, 4 settembre 2026 – Offrire le migliori cure possibili e assistenza tempestiva ai pazienti malati di cancro che si trovano a fronteggiare situazioni di emergenza. Con questo obiettivo nasce l’alleanza tra Istituto Nazionale dei Tumori e ospedale Niguarda di Milano, con il suo pronto soccorso.
L'Istituto nazionale dei tumori di Milano
Il protocollo
Le due importanti strutture sanitarie cittadine hanno realizzato un protocollo operativo con il coordinamento dell'ATS della Città Metropolitana di Milano e della Scuola di Specializzazione di Oncologia Medica dell'Università degli Studi di Milano, che di fatto collega l'Int (che non ha un pronto soccorso) con quello del Niguarda .
Cosa significa per i pazienti
Cosa significa, concretamente? D’ora in avanti quando pazienti oncologici arrivano al pronto soccorso o sono soccorsi da una ambulanza, i medici del Niguarda si mettono in contatto con quelli dell'Istituto dei Tumori e scambiano le informazioni cliniche, le terapie in corso e le priorità assistenziali. Lo scopo è garantire la stabilizzazione del paziente, evitare interventi non appropriati e favorire, quando possibile, il rapido ritorno all'Istituto Nazionale dei Tumori (nella maggior parte dei casi, la ripresa in carico da parte dell'INT avviene entro 24-48 ore dalla segnalazione del Pronto Soccorso) o comunque se il trasporto non è possibile è garantita la continuità assistenziale con lo scambio continuo delle informazioni.
Guido Bertolaso
"Fondamentale fare rete”
"Mettere in rete Niguarda e Istituto Nazionale dei Tumori significa integrare competenze, condividere informazioni e garantire risposte rapide e appropriate. È questo il valore delle reti clinico-assistenziali che Regione Lombardia sta rafforzando" ha sottolineato l'assessore al Welfare Guido Bertolaso. "Siamo determinati - ha aggiunto - a fare dell'Istituto Nazionale dei Tumori il più completo e il migliore istituto oncologico d'Europa, rafforzandone ulteriormente il ruolo di riferimento per la cura, la ricerca e l'innovazione". Si tratta di “un sistema che richiede condivisione delle informazioni cliniche e un agire comune nel rispetto dei protocolli e della continuità delle cure specialistiche” ha sottolineato il direttore generale del Niguarda Alberto Zolim e questo, ha aggiunto la direttrice generale dell'Int Maria Teresa Montella “per garantire continuità assistenziale, decisioni cliniche rapide e coerenti con il percorso oncologico, evitando vuoti assistenziali e favorendo il ritorno del paziente al proprio centro di riferimento".
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Criteri Critici
Talassemia, al Brotzu la prima terapia genica in Sardegna: paziente dimesso e senza trasfusioni nell'ultimo mese Casteddu On line
Un traguardo storico per la sanità sarda e per la lotta alla talassemia: all’ARNAS G. Brotzu è stata effettuata per la prima volta in Sardegna una terapia genica su un paziente adulto affetto da Talassemia Major.
La procedura ha dato finora un esito positivo: il paziente è stato recentemente dimesso in buone condizioni generali e, nell’ultimo mese, non ha avuto necessità di trasfusioni di sangue. Gli esami mostrano inoltre un progressivo incremento dell’emoglobina totale e della nuova emoglobina prodotta dalle cellule geneticamente modificate.
È un risultato molto importante per la Sardegna, una delle regioni italiane storicamente più colpite dalla talassemia, e offre una possibilità terapeutica nuova ai pazienti che, per tutta la vita, hanno dovuto convivere con la malattia e con la necessità di trasfusioni periodiche.
La terapia genica interviene direttamente sulle cellule staminali del paziente: attraverso una tecnica di editing genomico, le cellule vengono modificate per recuperare la capacità di produrre emoglobina fetale, normalmente presente durante la vita intrauterina. Una volta reinfuse, queste cellule staminali danno origine a globuli rossi capaci di produrre questo tipo di emoglobina, determinando una correzione dell’anemia tipica della talassemia.
Il percorso è stato seguito interamente all’interno dell’ARNAS Brotzu, attraverso un lavoro multidisciplinare che ha coinvolto diverse strutture dei presidi Businco, Microcitemico e San Michele. Il paziente, selezionato sulla base delle caratteristiche genetiche e cliniche dalla Struttura di Microcitemia e Anemie rare dell’Ospedale Microcitemico, è stato sottoposto nel mese di gennaio al prelievo delle cellule staminali ematopoietiche presso il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Michele. Le cellule sono state quindi inviate per la manipolazione genetica e successivamente, una volta modificate, sono state restituite all’ARNAS G. Brotzu e criopreservate presso la criobanca dell’Ospedale Businco dal Laboratorio Specialistico di Ematologia.
Nel mese di giugno il paziente è stato ricoverato presso il Centro Trapianti di Midollo Osseo del Businco, dove ha ricevuto le proprie cellule staminali geneticamente modificate, precedentemente scongelate e preparate per il trattamento. Dopo il periodo di degenza è stato dimesso in buone condizioni.
“La terapia genica rappresenta un passaggio straordinario perché punta a intervenire alla radice del problema, utilizzando le cellule staminali dello stesso paziente” sottolinea il professor Giovanni Caocci, Direttore della S.C. Ematologia e CTMO del PO Businco dell’ARNAS G. Brotzu. “I dati che stiamo osservando sono incoraggianti: la necessità trasfusionale si è interrotta nell’ultimo mese e vediamo una crescita progressiva dell’emoglobina. Continueremo a seguire attentamente il paziente nel tempo, ma quello che abbiamo davanti è un risultato che fino a pochi anni fa sembrava lontanissimo. Per la Sardegna, e soprattutto per le persone che vivono con la talassemia, significa aprire una possibilità nuova, concreta, per una vita meno condizionata dalla malattia”.
Il risultato è il frutto di un percorso iniziato due anni fa, con la preparazione e l’accreditamento dell’ARNAS G. Brotzu per poter offrire questo tipo di trattamento. Un lavoro che ha richiesto competenze diverse e una stretta collaborazione tra professionisti impegnati nella selezione dei pazienti, nella raccolta e conservazione delle cellule, nella gestione della terapia e nel percorso trapiantologico.
“Non stiamo parlando soltanto di una procedura altamente innovativa, ma della possibilità di offrire a una persona con talassemia una prospettiva che può cambiare radicalmente la sua vita”, commenta il Direttore Generale dell’ARNAS G. Brotzu, Maurizio Marcias. “Essere riusciti a realizzare in Sardegna un percorso così complesso dimostra il livello di competenza raggiunto dai nostri professionisti e la capacità dell’ARNAS G. Brotzu di mettere insieme strutture e specialità diverse per affrontare le sfide più avanzate della medicina. È un risultato che rende orgogliosi”, conclude.
“Si attendeva la possibilità di utilizzo della terapia genica da decenni e quindi possiamo considerare storico questo traguardo, commenta la dott.ssa Susanna Barella, Direttrice della SC Microcitemie e Anemie Rare, Centro HUB di riferimento regionale per queste patologie. Siamo la seconda regione italiana ad aver iniziato da quando vi è stata l’approvazione da parte di AIFA, mediante un grande lavoro in equipe. Per il momento possiamo offrire questa terapia solo a pazienti di età compresa tra 12 e 35 anni, ovviamente provenienti da tutta la Sardegna. Speriamo tuttavia che, visti i recenti risultati del trial clinico pediatrico, entro due anni si possa ampliare la fascia di età con l’inclusione di bimbi a partire dai 5 anni di vita. E’importante sottolineare che solo pazienti in ottime condizioni cliniche possono aver accesso a questa terapia ma la Sardegna ha tutte le competenze per poter curare al meglio i pazienti con talassemia”.
Il programma di terapia genica dell’ARNAS Brotzu è già entrato nella sua fase successiva: sono stati infatti selezionati e sottoposti al prelievo delle cellule staminali altri quattro pazienti, due adulti e due pediatrici, che riceveranno nei prossimi mesi il trapianto delle cellule geneticamente modificate. Altri tre, due adulti e un adolescente, effettueranno la raccolta delle cellule tra ottobre e novembre 2026. I trattamenti saranno effettuati presso il Centro Trapianti di Midollo dell’Ospedale Businco per i pazienti adulti e presso il Centro TMO pediatrico dell’Ospedale Microcitemico per quelli in età pediatrica.
Il percorso ha coinvolto, in particolare, i team coordinati dalla dottoressa Eugenia Piras, Direttore del Programma Trapianti, e dalla dottoressa Marianna Greco, Responsabile del Laboratorio Specialistico di Ematologia, nell’ambito della Struttura Ematologia e CTMO dell’Ospedale Businco, diretta dal professor Giovanni Caocci; la Struttura di Microcitemia e Anemie rare dell’Ospedale Microcitemico, diretta dalla dottoressa Susanna Barella, con il dottor Francesco Corongiu e la dottoressa Simona Piras; la Struttura di Immunoematologia e Centro Trasfusionale, diretta dalla dottoressa Giulia Fadda; e la Struttura di Oncoematologia Pediatrica e Centro TMO, diretta dalla dottoressa Rossella Mura, con il dottor Antonio Piroddi, responsabile del programma trapianti pediatrici.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
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Criteri Critici
Prima terapia genica in Sardegna per talassemia major al Brotzu Blasting News
Un traguardo storico per la sanità sarda: per la prima volta in Sardegna, una persona adulta affetta da talassemia major è stata sottoposta con successo a terapia genica. La procedura, che ha utilizzato cellule staminali ematopoietiche geneticamente modificate, è stata realizzata dall’ARNAS G. Brotzu di Cagliari. La notizia, diffusa il 4 settembre 2026, segna un momento di svolta per i pazienti affetti da questa grave malattia del sangue.
Il paziente è stato dimesso in ottime condizioni generali e, nell’ultimo mese, non ha avuto alcuna necessità di trasfusioni di sangue, un risultato significativo per chi convive quotidianamente con la dipendenza trasfusionale.
Gli esami clinici hanno evidenziato un incremento progressivo sia dell’emoglobina totale sia della nuova emoglobina prodotta dalle cellule geneticamente modificate, confermando l’efficacia della terapia.
La Sardegna è una delle regioni italiane storicamente più colpite dalla talassemia, una patologia ereditaria che impatta profondamente sulla qualità della vita dei pazienti. Questa nuova terapia introduce una concreta possibilità terapeutica per coloro che, fino ad oggi, hanno dovuto affrontare un regime di trasfusioni periodiche e le relative complicanze. L’ARNAS G. Brotzu è riconosciuto come unico centro regionale accreditato e tra i primi in Italia per l'applicazione di questa procedura all'avanguardia.
Il percorso clinico al Brotzu
L'intero percorso clinico, dalla selezione del paziente alla reinfusione delle cellule, è stato gestito interamente all’interno dell’ARNAS Brotzu. Questo risultato è frutto di un imponente lavoro multidisciplinare che ha coinvolto diverse strutture dei presidi Businco, Microcitemico e San Michele. La Struttura di Microcitemia e Anemie rare dell’Ospedale Microcitemico ha svolto un ruolo cruciale nella selezione del paziente, basandosi su rigorose caratteristiche genetiche e cliniche.
Le fasi operative hanno avuto inizio nel mese di gennaio, quando il paziente è stato sottoposto al prelievo delle cellule staminali ematopoietiche presso il Centro trasfusionale del San Michele.
Successivamente, le cellule sono state inviate per la necessaria manipolazione genetica. Una volta modificate, sono rientrate all’ARNAS G. Brotzu, dove il Laboratorio specialistico di Ematologia le ha criopreservate con cura nella criobanca del Businco.
Nel mese di giugno, il paziente è stato ricoverato presso il Centro Trapianti di Midollo Osseo del Businco. Qui ha ricevuto le proprie cellule staminali geneticamente modificate, che sono state scongelate e preparate meticolosamente per il trattamento, completando così l'innovativa procedura.
Come agisce la terapia genica
La terapia genica impiegata interviene direttamente sulle cellule staminali del paziente attraverso una sofisticata tecnica di editing genomico.
L'obiettivo è ripristinare la capacità di produrre emoglobina fetale, un tipo di emoglobina naturalmente presente durante la vita intrauterina ma che si riduce drasticamente dopo la nascita.
Dopo la reinfusione, le cellule staminali modificate sono in grado di dare origine a nuovi globuli rossi. Questi globuli rossi producono l'emoglobina fetale, che funziona come un'emoglobina “sana”, correggendo efficacemente l'anemia cronica e grave tipica della talassemia. Questo meccanismo permette di ridurre o eliminare il bisogno di trasfusioni, migliorando radicalmente la qualità di vita del paziente.
Le voci degli esperti e il sostegno istituzionale
Il professor Giovanni Caocci, direttore di Ematologia e del Centro trapianti di midollo osseo del Businco, ha espresso grande ottimismo.
Ha definito i primi dati “incoraggianti” e ha sottolineato che questa terapia “apre una possibilità concreta per una vita meno condizionata dalla talassemia”. Le sue parole evidenziano l'importanza di questo passo avanti per la medicina sarda e nazionale.
Anche la Presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, assessore ad interim della Sanità, ha commentato l'avvio di questo percorso terapeutico avanzato. La Presidente Todde ha ricordato il “peso storico della talassemia in Sardegna” e ha rimarcato che la nuova terapia favorisce la produzione di emoglobina funzionante, riducendo fino a eliminare il bisogno di trasfusioni.
La Presidente ha inoltre evidenziato che si tratta di una procedura altamente specialistica, realizzabile solo in centri dotati di competenze multidisciplinari, terapie intensive dedicate, sistemi accreditati per la raccolta e processazione cellulare e personale altamente formato nel trapianto ematopoietico.
Ha richiamato l’eredità scientifica del professor Antonio Cao e del Microcitemico, definendo il risultato come il frutto di un lavoro di squadra e un esempio di sanità pubblica che funziona quando sostenuta da competenze e investimenti mirati.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.8/100
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Criteri Critici
Una scuola di specializzazione in Radioterapia al Cro: l’ipotesi dopo l’arrivo della Protonterapia PordenoneToday
Una nuova scuola di specializzazione in Radioterapia, non appena il nuovo sistema di Protonterapia sarà operativo. È quanto si apprende nel corso della presentazione del progetto di riqualificazione del campus del Cro di Aviano, un’iniziativa che punta a trasformare la struttura in un polo dedicato alla formazione, alla ricerca e all’accoglienza di specializzandi, medici e ricercatori italiani e stranieri.
Dopo l'oncologia Medica dell’Università di Udine, si aggiungerebbe un ulteriore tassello al percorso intrapreso dall’istituto: un polo che va rafforzato fino a diventare un centro di riferimento internazionale per la formazione dei futuri oncologi. “L’arrivo della specializzazione in Oncologia ha creato nuove necessità e, se si aggiungerà anche la Radioterapia, dovremo essere attrezzati per accogliere chi viene al Cro per periodi anche lunghi – ha dichiarato Giuseppe Tonutti, direttore generale del Cro e di Asfo – Per fare ricerca in determinati ambiti occorre avere una casistica adeguata: stiamo lavorando sulla complementarità delle strutture per aumentare capacità e qualità. In questo quadro il Campus è un elemento fondamentale”.
Il conflitto tra Cro e Asfo
Per Tonutti, l’idea di mettere in competizione l’ospedale di Pordenone con il Cro di Aviano si è rivelata un errore. “Ha finito per frammentare la casistica in alcuni settori, complicando il raggiungimento dei livelli e degli standard qualitativi” delle aziende.
Questo conflitto ha potuto mettere a rischio il mantenimento del titolo di IRCCS per l’istituto avianese. “L’obiettivo, da quando sono alla guida di entrambe le aziende, è superare questo problema di concorrenza e fare in modo che le strutture diventino complementari”, conclude Tonutti.
L'intervento dell'assessore Riccardi
Dello stesso avviso è l'assessore Riccardi che, nel suo intervento, sostiene che “il sistema dell'offerta di salute di questo Paese ha la necessità di una grande trasformazione”. Secondo l’esponente della Giunta Fedriga, occorre un modello capace non solo di attrarre pazienti ma anche “le competenze professionali: medici e ricercatori scelgono organizzazioni adeguate, tecnologie avanzate e contesti capaci di offrire condizioni favorevoli”.
Dal suo punto di vista, il Cro ha sofferto la “mancata istituzionalizzazione della presenza dell’Università”, una lacuna oggi in parte colmata dalla presenza della Scuola di specializzazione, resa possibile anche grazie al supporto della ministra Bernini.
Riccardi ha inoltre rimarcato la necessità di stabilizzare i ricercatori e di investire nelle strumentazioni (come la Protonterapia) e nel capitale umano, citando il percorso sviluppato tra l’Università di Udine e l’Università di Rosario, in Argentina, che consentirà a 15 infermieri di avviare, proseguire e completare il proprio percorso di studi.
“Avere servizi ospedalieri frammentati è insostenibile”
L'esponente della Giunta regionale sottolinea l'importanza di garantire una maggiore sostenibilità del sistema sanitario. Un esempio è la decisione di trasferire l’Anatomia patologica al Cro, contestata dalla politica e dai comitati del territorio. Riccardi ci tiene a precisare che “non significa depauperare, ma rafforzare l’offerta del territorio, mantenendo un livello di sicurezza e di qualità elevato" delle prestazioni erogate dall'azienda.
Riccardi, nel citare l'intervista di Tonutti sul Messaggero Veneto, ha ricordato inoltre che “nel Friuli occidentale, un territorio di poco più di 300 mila abitanti, sono presenti cinque strutture ospedaliere, una delle quali, il Cro di Aviano, ha carattere di Irccs. Il nostro compito è continuare a lavorare per garantire gli standard necessari a mantenerne il rango e il ruolo, assicurando allo stesso tempo qualità e appropriatezza a tutti gli altri servizi sanitari. Ma per essere mantenuto non possiamo dividerci tra Spilimbergo e Fiume Veneto. Immaginare di avere servizi ospedalieri frammentati è ormai insostenibile".
Il Campus
Il cantiere del Campus, progettato da Paolo Portoghesi, prenderà il via il 14 settembre, con conclusione prevista il 22 maggio. Un intervento da circa 1,5 milioni di euro per rinnovare gli spazi grazie alle risorse della Fondazione Cro Aviano ETS. La riqualificazione riguarda 41 posti letto distribuiti in 31 camere, spazi comuni, arredi, opere edilizie e impiantistiche. Un lavoro che si concentrerà su tre fronti: il ripristino dell’involucro esterno e degli spazi di transito, nuove finiture e pavimentazioni interne; l’adeguamento alle normative antincendio, il trattamento preventivo anti legionella e interventi di efficientamento energetico; e infine gli arredi.
"Le risorse provengono dalle donazioni delle imprese e dal 5 per mille, mentre sono la direzione scientifica e quella generale dell’Istituto a indicarne la destinazione", ha dichiarato il presidente della Fondazione Michelangelo Agrusti.
“Rinnovare il Campus è importantissimo perché dobbiamo essere pronti a ospitare ricercatori provenienti dall’estero e giovani specializzandi – ha detto Gustavo Baldassarre, Direttore scientifico del CRO –. Disporre di una struttura capace di accoglierli in maniera adeguata ci consente di avere una visione molto più ampia anche rispetto al ricambio generazionale che dovremo affrontare nei prossimi anni”.