Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?5
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
59.3/100
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✅
Criteri Critici
Gaming disorder, non tutti gli adolescenti rispondono allo stesso modo: chi beneficia davvero della terapia Mondosanità
Per quattro settimane, durante l’orario scolastico, ragazzi fra gli undici e i diciotto anni hanno lasciato da parte le lezioni consuete e si sono seduti a parlare di videogiochi, smartphone, emozioni, privacy, cyberbullismo. Quattro incontri di novanta minuti. Tutto qui. Ma dentro quelle sei ore complessive c’era una domanda che riguarda ormai molte famiglie e molte scuole: quando il gioco resta un gioco, e quando invece comincia a impadronirsi della vita?
La risposta più facile — contare le ore trascorse davanti allo schermo — è anche la più ingannevole. Giocare molto non significa, da solo, avere un disturbo. Per l’Organizzazione mondiale della sanità, il problema emerge quando non si riesce più a controllare il comportamento, quando il gaming prende il posto delle altre attività e quando si continua nonostante conseguenze negative. Per arrivare a una diagnosi, però, questo comportamento deve compromettere in modo significativo la vita personale, familiare, sociale, scolastica o lavorativa e normalmente deve essere evidente da almeno dodici mesi. Non il tempo davanti allo schermo, dunque, ma la perdita di controllo e le conseguenze sulla vita. Non quante ore, ma quanto spazio il gioco finisce per occupare.
Lo studio pubblicato il 4 settembre 2026 su JAMA Network Open ha provato a capire come intervenire prima che quel confine diventi una barriera. I ricercatori hanno coinvolto 1.793 studenti di 44 scuole secondarie tedesche e li hanno assegnati casualmente a due programmi. Nessuno dei due gruppi veniva semplicemente lasciato a se stesso: il confronto non era fra un intervento e il nulla, ma fra due modi diversi di prevenire lo stesso rischio.
Il primo, chiamato PROTECTtraining, applicava principi della terapia cognitivo-comportamentale. Gli adolescenti imparavano a riconoscere i meccanismi della dipendenza, a mettere in discussione pensieri e comportamenti disfunzionali, ad affrontare problemi concreti e a regolare meglio le emozioni. Il secondo programma aveva la stessa durata, ma seguiva un’altra strada: educazione ai media, comunicazione online, privacy, cyberbullismo, vantaggi e pericoli dei videogiochi. Informava, spiegava, metteva in guardia; non utilizzava però le tecniche proprie della terapia cognitivo-comportamentale.
C’era poi un dettaglio che vale la pena non perdere. Gli incontri non furono affidati soltanto a specialisti lontani dalla vita ordinaria delle scuole, ma anche a professionisti locali appositamente formati — assistenti sociali, psicologi scolastici, insegnanti, operatori giovanili — e sottoposti a supervisione. L’esperimento, insomma, non si svolgeva in una scatola perfetta, costruita per la ricerca e impossibile da trasportare altrove. Cercava già una strada praticabile.
La differenza apparve quando, dentro la folla dei 1.793 partecipanti, i ricercatori guardarono più da vicino 205 adolescenti ad alto rischio, l’11,4 per cento del campione. All’inizio dello studio questi ragazzi presentavano almeno due criteri riconducibili al gaming disorder o a un uso problematico di Internet. Dopo dodici mesi entrambi i gruppi stavano meglio, ma non nello stesso modo: fra chi aveva seguito PROTECTtraining, il punteggio medio della scala impiegata dai ricercatori era sceso da 23,7 a 14,7; nell’altro gruppo si era fermato a 17,7. La differenza era statisticamente significativa, pur restando complessivamente piccola.
Piccola, ma istruttiva. Perché fra gli altri 1.588 studenti — quelli non classificati a rischio — la terapia cognitivo-comportamentale non offriva un vantaggio significativo rispetto alla normale educazione ai media. E quando tutti i partecipanti venivano riuniti in un unico calcolo, la differenza fra i due programmi scompariva dal punto di vista statistico.
Che cosa ci dice questo? Che un intervento più sofisticato è sempre migliore? No. Che bisogna portarlo indistintamente in ogni classe, davanti a ogni adolescente, quasi che ciascun ragazzo con un videogioco in mano fosse un dipendente in attesa di diagnosi? Neppure. Il risultato più importante sembra stare proprio qui: la prevenzione funziona meglio quando sa distinguere. Se si distribuisce lo stesso strumento a tutti, il suo effetto può diluirsi; se si riconoscono i primi segni della perdita di controllo, quello strumento può diventare più utile proprio dove il rischio ha già cominciato a serpeggiare.
Bisogna però resistere anche alla tentazione opposta, quella di trasformare quattro lezioni scolastiche in una cura miracolosa. Lo studio non dimostra che sei ore di incontri “curino la dipendenza da videogiochi”. I ragazzi ad alto rischio furono individuati con questionari, non attraverso colloqui clinici strutturati capaci di formulare una diagnosi. L’esito principale riuniva inoltre sintomi relativi sia al gaming sia ad altri usi problematici di Internet; l’osservazione si fermava a dodici mesi; alcune scale secondarie non mostrarono differenze significative; infine, il trial si svolse in un solo Land tedesco. Limiti concreti, non note a margine.
Eppure, tolta l’enfasi, qualcosa rimane. La terapia cognitivo-comportamentale è già fra le strategie più studiate per il gaming disorder e una revisione del 2026 ha ritrovato, fra i suoi elementi ricorrenti, la regolazione emotiva, la ristrutturazione cognitiva e la modificazione dei comportamenti. Questo studio aggiunge una cautela civile prima ancora che clinica: le risorse più intensive potrebbero essere concentrate su chi mostra già i primi segnali, invece di essere sparse su un’intera popolazione scolastica come una rete gettata alla cieca.
Non si tratta di demonizzare il videogioco. Non si tratta nemmeno di assolvere ogni eccesso chiamandolo passatempo. Si tratta di guardare il punto in cui un’attività scelta comincia a diventare un comando, in cui le altre cose — lo studio, le relazioni, la vita quotidiana — vengono spinte lentamente ai bordi. È lì che bisogna intervenire. Prima che, sullo schermo acceso, tutto il resto scompaia.
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Lindenberg K, et al. Cognitive Behavioral Therapy vs Media Literacy for Prevention of Gaming Disorder and Unspecified Internet Use Disorder: A Randomized Clinical Trial. JAMA Network Open. Pubblicato il 4 settembre 2026. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.31942.
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I piani di assicurazione sanitaria propongono la copertura degli screening per otto tipi di cancro, con maggiori benefici per anziani e bambini. - Vietnam.vn
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.4/100
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Criteri Critici
I piani di assicurazione sanitaria propongono la copertura degli screening per otto tipi di cancro, con maggiori benefici per anziani e bambini. Vietnam.vn
Il Ministero della Salute sta elaborando un decreto che definisce nel dettaglio alcuni aspetti relativi alle prestazioni e alla copertura dell'assicurazione sanitaria. Le politiche proposte saranno attuate gradualmente, dando priorità a specifici gruppi target e tenendo conto della capacità finanziaria del fondo di assicurazione sanitaria. L'assicurazione sanitaria propone di coprire gli screening per 8 gruppi di tumori. Uno dei punti più rilevanti della bozza è l'ampliamento della copertura del Fondo di assicurazione sanitaria, che ora include lo screening e la diagnosi precoce di alcune malattie. L'elenco proposto comprende otto gruppi di malattie: cancro cervicale, cancro al seno, cancro ai polmoni, cancro alla prostata, cancro del colon-retto, cancro allo stomaco, cancro al fegato ed epatite B e C. La cassa mutua sanitaria può coprire i costi di esami, test, servizi tecnici paraclinici, farmaci, apparecchiature mediche , sangue, materiali di consumo, prodotti chimici e spese correlate, nei limiti delle prestazioni previste per il partecipante.
Tuttavia, non tutti gli iscritti all'assicurazione sanitaria hanno diritto allo screening gratuito per tutte le malattie. Il pagamento avverrà in più rate e il Ministero della Salute fornirà indicazioni sui soggetti ammissibili, le patologie, le categorie di servizi e gli importi dei pagamenti. Secondo il programma previsto, a partire dal 1° luglio 2027, il Fondo di assicurazione sanitaria coprirà i costi della prevenzione dell'epatite B e C, che sarà integrata nei controlli sanitari di routine. A partire dal 1° luglio 2028, è prevista l'attuazione di un programma pilota per il rimborso degli screening e della diagnosi precoce del tumore del collo dell'utero; il rimborso per questa patologia sarà pienamente operativo a partire dal 1° gennaio 2030. Sempre a partire dal 2030, verrà implementato il pagamento per lo screening e la diagnosi precoce dei tumori al seno, ai polmoni, alla prostata e al colon-retto, nonché dell'ipertensione e del diabete, secondo una tabella di marcia stabilita dal Ministero della Salute. Le visite mediche periodiche vengono gradualmente coperte dall'assicurazione sanitaria. La bozza propone inoltre di includere i controlli sanitari di routine nell'ambito della copertura assicurativa sanitaria.
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A partire dal 1° luglio 2027, il Fondo di assicurazione sanitaria dovrebbe coprire i costi delle visite mediche di routine per determinate categorie di persone. La parte non coperta dal Fondo di assicurazione sanitaria e quella relativa ad alcuni gruppi coperti da polizze speciali saranno a carico del bilancio statale. Si prevede che il pagamento massimo sarà pari al 15% dello stipendio base. Considerando l'attuale stipendio base di 2,53 milioni di VND, tale importo corrisponde a circa 380.000 VND. Contemporaneamente, è stato proposto che il Fondo di assicurazione sanitaria coprisse anche i costi del trattamento nutrizionale per determinate categorie di pazienti e individui affetti da specifiche patologie, come i bambini con epilessia refrattaria, i bambini di età inferiore ai 6 anni con malnutrizione acuta e i neonati prematuri con basso peso alla nascita. A partire dal 1° gennaio 2028, si prevede un'ulteriore espansione della copertura, che includerà la gestione delle malattie croniche e alcuni altri servizi di prevenzione. Le persone di età pari o superiore a 75 anni e i minori di 18 anni riceveranno sussidi maggiori. Secondo la bozza, a partire dal 1° luglio 2027, la copertura sanitaria per le persone di età pari o superiore a 75 anni, le persone con disabilità lievi con una riduzione della capacità lavorativa compresa tra il 35% e il 60%, le persone di età inferiore a 18 anni e le persone appartenenti a famiglie a reddito medio sarà aumentata dall'80% all'85% del costo delle visite mediche e dei trattamenti previsti dalla copertura.
Si prevede che il livello di indennità aumenterà al 90% a partire dal 1° luglio 2029. Nello specifico, per le visite mediche e le cure di base, a partire dal 1° luglio 2030 il tasso di rimborso per queste categorie di pazienti sarà aumentato al 95%. Per i gruppi che attualmente beneficiano di una copertura dell'80% ma non hanno diritto al trattamento prioritario, la bozza propone di aumentare la copertura all'85% a partire dal 1° luglio 2028 e al 90% per esami e trattamenti medici di base e di primo livello a partire dal 1° luglio 2030. Aumenta il tuo contributo per ampliare i tuoi vantaggi. Al fine di reperire risorse aggiuntive per l'attuazione delle nuove prestazioni, il Ministero della Salute propone di aumentare l'aliquota contributiva per l'assicurazione sanitaria di 0,6 punti percentuali per ciascun gruppo di beneficiari. Per molte categorie di lavoratori, a partire dal 1° luglio 2027, è previsto un aumento dell'aliquota contributiva dal 4,5% al 5,1% della retribuzione mensile utilizzata come base per il calcolo dei contributi previdenziali obbligatori.
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📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.9/100
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C
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❌
Criteri Critici
Proposte per ampliare la copertura assicurativa sanitaria e lo screening precoce per 7 tipi di cancro. Vietnam.vn
Il Ministero della Salute propone di aumentare la percentuale di rimborso per le spese di esami e trattamenti medici rientranti nell'ambito di copertura all'85% a partire dal 1° luglio 2027 e al 90% a partire dal 1° luglio 2029; e di aumentare la percentuale di rimborso per le spese di esami e trattamenti medici di base e di primo livello rientranti nell'ambito di copertura al 95% a partire dal 1° luglio 2030, per i seguenti gruppi, esclusi coloro che già beneficiano di percentuali di rimborso più elevate: persone anziane di età pari o superiore a 75 anni; persone con disabilità lieve con una riduzione della capacità lavorativa dal 35% al 60%; persone di età inferiore a 18 anni; e persone appartenenti a nuclei familiari con un tenore di vita medio come definito dalla legge .
È attualmente in corso la consultazione pubblica su una bozza di decreto del Ministero della Salute, volta ad ampliare il livello e la portata delle prestazioni di assicurazione sanitaria secondo una tabella di marcia e gruppi prioritari, in linea con i livelli contributivi e la capacità di bilancio del Fondo di assicurazione sanitaria.
Aumentare il livello di copertura per coloro che attualmente beneficiano di una copertura dell'80% per le spese di esami e trattamenti medici rientranti nell'ambito della copertura, portandolo all'85% a partire dal 1° luglio 2028, e aumentare il livello di copertura per le spese di esami e trattamenti medici di base e iniziali, rientranti nell'ambito della copertura, portandolo al 90% a partire dal 1° luglio 2030, per gli altri soggetti aventi diritto non contemplati dalla normativa.
In questa bozza, il Ministero della Salute propone inoltre di ampliare la copertura assicurativa sanitaria includendo lo screening e la diagnosi precoce di alcune malattie. Nello specifico, l'elenco delle patologie coperte comprende 8 gruppi di malattie, tra cui 7 tipi di cancro: cancro cervicale, cancro al seno, cancro ai polmoni, cancro alla prostata, cancro del colon-retto, cancro allo stomaco, cancro al fegato ed epatite B e C.
Di conseguenza, la cassa malattia coprirà i costi relativi allo screening e alla diagnosi precoce nell'ambito delle prestazioni dell'assicurato. Questi costi possono includere onorari per le visite, esami di laboratorio e servizi tecnici paraclinici, farmaci, apparecchiature mediche, sangue, materiali di consumo, sostanze chimiche e altre spese correlate. Tuttavia, non tutti gli assicurati avranno diritto allo screening gratuito per tutte le malattie.
L'attuazione seguirà una tabella di marcia e sarà guidata in modo specifico dal Ministero della Salute per quanto riguarda i gruppi target, le condizioni, le categorie di servizi e i livelli di rimborso.
Secondo il piano previsto, a partire dal 1° luglio 2027, l'assicurazione sanitaria coprirà l'epatite B e C nell'ambito dei controlli medici di routine; dal 1° luglio 2028, verrà implementato un programma pilota per la copertura dello screening e della diagnosi precoce del cancro cervicale; e dal 1° gennaio 2030, la copertura per questa malattia sarà pienamente operativa.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
51.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Microplastiche nei polmoni di 7 pazienti su 10: nei casi di tumore erano più frequenti Mondosanità
Un gruppo di ricercatori dell’University Hospital of Larissa, in Grecia, ha individuato microplastiche nei polmoni di 70 persone su 100 sottoposte a broncoscopia e ha osservato un dato rilevante: le particelle comparivano più spesso, e con un carico complessivo maggiore, nei pazienti ai quali era stato diagnosticato un tumore polmonare. Non significa che la plastica abbia provocato il cancro. Significa, tuttavia, che fra presenza delle particelle e malattia è emersa un’associazione che merita di essere esaminata assai più a fondo.
I risultati, diffusi dalla European Respiratory Society durante il Congresso ERS 2026 di Barcellona, riguardano 100 persone già sottoposte a broncoscopia per problemi respiratori: 50 hanno poi ricevuto una diagnosi di tumore del polmone, 50 no. In totale sono state identificate 232 particelle di microplastica; nei lavaggi bronchiali esse risultavano rilevabili nel 66% dei pazienti con tumore, contro il 46% degli altri. Considerando insieme il materiale recuperato dalle vie aeree e quello presente nel tessuto, il gruppo con malignità mostrava inoltre una quantità significativamente più elevata.
Come sono state cercate particelle tanto piccole in un organo tanto complesso? Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a lavaggio broncoalveolare, una procedura nella quale una soluzione salina viene introdotta in una porzione del polmone e quindi aspirata nuovamente, portando con sé cellule e materiali depositati negli spazi respiratori; in circa metà dei casi è stato analizzato anche un piccolo frammento di tessuto polmonare. Per intenderci, è come esaminare prima ciò che si raccoglie nei corridoi di un edificio e poi ciò che è rimasto incastrato nelle pareti: i due campioni appartengono allo stesso ambiente, ma non raccontano necessariamente la medesima distribuzione.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più sorprendenti. Nelle analisi appaiate, chi aveva più particelle nel liquido di lavaggio tendeva ad averne meno nel tessuto corrispondente, e viceversa. Il polmone, dunque, non sembra comportarsi come una scatola nella quale le microplastiche si accumulano tutte allo stesso modo: gli spazi aerei possono intercettarle, il tessuto può trattenerle, e la proporzione fra i due compartimenti può cambiare. Fra i materiali riconosciuti più frequentemente figuravano polipropilene e polietilene, polimeri diffusissimi negli imballaggi, nei tessili e in numerosi oggetti di uso quotidiano.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: queste particelle possono partecipare allo sviluppo di un tumore? L’ipotesi possiede una plausibilità biologica, poiché studi sperimentali e revisioni scientifiche indicano che microplastiche e nanoplastiche possono favorire stress ossidativo, infiammazione e alterazioni delle cellule respiratorie; inoltre, l’inalazione è una delle vie attraverso le quali il nostro organismo vi entra in contatto. Né si tratta della prima prova della loro presenza nell’organo: già nel 2022 uno studio condotto su tessuto polmonare umano aveva trovato microplastiche in 11 campioni su 13, comprese le regioni più profonde.
Ma non è tutto — e soprattutto non è ancora una dimostrazione di causa. Fra la capacità di attivare meccanismi potenzialmente dannosi e la conclusione che una sostanza provochi il tumore esiste una distanza scientifica enorme; molti esperimenti, del resto, impiegano concentrazioni assai superiori a quelle dell’esposizione ambientale quotidiana, sicché trasferirne direttamente gli esiti alla vita reale sarebbe azzardato. Nel nuovo studio, le microplastiche potrebbero aver contribuito alla malattia; ma potrebbe anche essere il polmone malato a eliminarle, distribuirle o trattenerle in maniera differente. È questo il nodo.
La prudenza è tanto più necessaria perché l’indagine è osservazionale, comprende soltanto 100 pazienti già affetti da problemi respiratori e, al momento della presentazione, consiste in un abstract congressuale non ancora sottoposto a peer review, cioè alla valutazione critica di altri specialisti. Le analisi hanno tenuto conto di età, sesso e storia di fumo, ma potrebbero essere intervenuti ben altri fattori: esposizioni professionali, inquinamento atmosferico, ulteriori malattie polmonari o precedenti procedure mediche.
Occorreranno quindi studi più ampi e soprattutto longitudinali, capaci di seguire le persone nel tempo e di stabilire che cosa venga prima. Per ora sappiamo questo: le microplastiche raggiungono i polmoni e, nel gruppo esaminato, erano più spesso presenti e più abbondanti nelle persone con tumore. Il perché, invece, resta ancora da scoprire.
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Dimeas I.E., Zakynthinos G.E., Salmas C. et al., “High respiratory microplastic burden across paired airway and tissue samples in patients with lung cancer”, Abstract 1291, European Respiratory Society (ERS) Congress 2026, Barcelona, 2026.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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60.7/100
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B
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Criteri Critici
Tumore al seno e gravidanza: preservare la fertilità è sempre più parte della cura Mondosanità
Una diagnosi di tumore al seno può arrivare in un momento della vita in cui il desiderio di avere un figlio è ancora una possibilità aperta, appena iniziata o semplicemente rimandata. Per molte donne giovani, quindi, la domanda non riguarda soltanto la guarigione: le cure mi permetteranno un giorno di diventare madre?
È una questione tutt'altro che marginale. Una revisione della letteratura scientifica, che ha confrontato oltre 112 mila donne con una storia di tumore della mammella con la popolazione generale, ha rilevato che dopo la malattia le gravidanze sono meno frequenti rispetto alla popolazione generale.
Le ragioni sono molteplici: età al momento della diagnosi, riserva ovarica, tipo e intensità dei trattamenti, caratteristiche biologiche del tumore, durata della terapia endocrina e scelte personali possono influenzare il percorso di ogni donna.
Il punto più importante è quindi un altro: la possibilità di avere figli in futuro dovrebbe entrare nella conversazione il prima possibile, quando possibile prima dell'inizio delle terapie. Emerge un cambiamento nella cura delle donne giovani con tumore della mammella: l'obiettivo non è soltanto eliminare la malattia, ma considerare anche ciò che viene dopo.
Funzione ovarica
In Italia ogni anno migliaia di donne sotto i 40 anni ricevono una diagnosi di tumore della mammella. Per loro il trattamento oncologico può coincidere con una fase decisiva della vita riproduttiva.
«Preservare la fertilità femminile è un'esigenza molto sentita, ed è sempre più spesso parte integrante del percorso di cure in oncologia», ha sottolineato Lucia Del Mastro in occasione della riunione annuale del GIM Gruppo Italiano Mammella, in corso a Genova nel venticinquesimo anno di attività del consorzio.
La questione, però, non è semplicemente quella di “salvare le ovaie”. Funzione ovarica e fertilità non sono la stessa cosa. Il ritorno delle mestruazioni dopo la chemioterapia può indicare una ripresa dell'attività ovarica, ma non garantisce automaticamente la possibilità di ottenere una gravidanza.
Prima delle terapie: quali possibilità?
Alcuni trattamenti antitumorali possono danneggiare le ovaie e accelerare la perdita della riserva ovarica. Per questo le decisioni sulla fertilità devono essere affrontate rapidamente, spesso mentre la paziente sta ancora elaborando la diagnosi e pianificando le cure.
Le linee guida aggiornate dell'American Society of Clinical Oncology (ASCO) raccomandano di discutere il rischio di infertilità già al momento della diagnosi e prima dell'inizio delle terapie che potrebbero compromettere la capacità riproduttiva. Le pazienti interessate dovrebbero poter essere indirizzate tempestivamente a specialisti della medicina della riproduzione.
Tra le possibilità ci sono la crioconservazione degli ovociti e degli embrioni, metodiche consolidate, e in situazioni selezionate la crioconservazione del tessuto ovarico. La scelta dipende dalle caratteristiche cliniche, dal tempo disponibile prima delle cure e dai progetti e dalle preferenze della paziente.
Nelle donne con tumore della mammella può essere utilizzata durante la chemioterapia anche la soppressione temporanea della funzione ovarica con farmaci agonisti del GnRH.
Proteggere la funzione ovarica durante la chemioterapia
È qui che entra in gioco uno degli studi italiani più importanti coordinati dal GIM, PROMISE-GIM6.
Durante la chemioterapia, farmaci come il triptorelin possono indurre temporaneamente una soppressione dell'attività ovarica.
Nel primo risultato dello studio, pubblicato su JAMA, la menopausa precoce indotta dalla chemioterapia è stata osservata nel 25,9% delle pazienti trattate con la sola chemioterapia e nel 8,9% di quelle che avevano ricevuto anche triptorelin.
Il successivo follow-up a lungo termine ha mostrato una maggiore probabilità di recupero della funzione ovarica nel gruppo trattato con soppressione ovarica temporanea. Lo studio, tuttavia, non ha dimostrato una differenza statisticamente significativa nel numero di gravidanze tra i due gruppi.
È una distinzione fondamentale: la soppressione ovarica durante la chemioterapia può contribuire a proteggere la funzione delle ovaie, ma non deve essere considerata equivalente alla crioconservazione degli ovociti o degli embrioni.
Anche le linee guida ASCO indicano che gli agonisti del GnRH non devono sostituire le metodiche consolidate di preservazione della fertilità, ma possono essere proposti come intervento aggiuntivo nelle donne con tumore della mammella.
Dopo il tumore, diventare madre è ancora possibile?
La risposta può essere sì, ma il percorso è diverso per ogni donna.
La meta-analisi pubblicata sul Journal of Clinical Oncology ha mostrato che le donne che hanno avuto un tumore della mammella concepiscono meno frequentemente rispetto alla popolazione generale. Questo, però, non significa che il cancro renda inevitabilmente impossibile una gravidanza.
A influenzare il percorso non sono soltanto gli effetti dei trattamenti sulla fertilità. Possono intervenire anche l'età, il tempo necessario per completare le cure, la durata della terapia endocrina e le decisioni personali. Non tutte le donne desiderano una gravidanza dopo la malattia e non tutte iniziano a cercarla nello stesso momento.
Anche la gravidanza successiva al tumore della mammella richiede una pianificazione attenta. La stessa meta-analisi ha rilevato una maggiore frequenza di alcuni esiti ostetrici, tra cui parto pretermine e basso peso alla nascita, soprattutto nelle donne precedentemente esposte alla chemioterapia.
Questo non significa che una gravidanza dopo il tumore sia necessariamente pericolosa, ma che il percorso va pianificato insieme al team oncologico e, quando necessario, con specialisti della riproduzione e della gravidanza.
La domanda da fare prima di iniziare le cure
Il cambiamento più importante non riguarda una singola tecnica, ma il momento in cui la domanda viene posta.
«La ricerca deve essere sempre più su misura delle giovani adulte», osserva la professoressa Del Mastro. Due donne con lo stesso tipo di tumore possono avere bisogni profondamente diversi: per una la priorità sarà completare le cure nel modo più rapido possibile; per un'altra sarà altrettanto importante capire se e come mantenere aperta la possibilità di una gravidanza.
La sicurezza e l'efficacia del trattamento oncologico restano la priorità. Ma la pianificazione della fertilità può entrare nel percorso fin dall'inizio, senza essere relegata a una domanda secondaria.
Per una donna che riceve una diagnosi, la domanda da portare subito all'oncologo può essere semplice: le cure previste possono influire sulla mia fertilità e quali possibilità ho oggi per preservarla?
Non esiste una risposta uguale per tutte. Ma porre la domanda in tempo può cambiare le opzioni disponibili.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.3/100
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Criteri Critici
Tumore del colon-retto: sintomi, diagnosi e trattamento spiegati dal Professor Pierpaolo Sileri Centro Meteo Italiano
diMarco Reda Iltumore del colon e del rettoè una delle patologie oncologiche più diffuse nel nostro Paese, con circa 50mila nuove diagnosi ogni anno: si tratta della seconda neoplasia più frequente negli uomini, dopo quella polmonare, e nelle donne, dopo il tumore al seno. Nonostante la sua incidenza resti elevata, i progressi terapeutici hanno permesso di alzare sensibilmente il tasso di sopravvivenza, che oggi supera il 65% e varia in base allo stadio della malattia, alle condizioni del paziente e al percorso di cura intrapreso.Pierpaolo Sileri,Professore e Direttore dell’Unità di Chirurgia Colorettale dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, ha illustrato tutto adHsr.it. Negli ultimi anni, ha spiegato l’esperto, è stato rilevato un preoccupante abbassamento dell’età media delle diagnosi con casi sempre più frequenti tra i 40 e i 55 anni, fenomeno legato probabilmente a stili di vita e abitudini alimentari mutate nel tempo. I primi segnali della malattia sono spesso ingannevoli e vengono facilmente scambiati per disturbi intestinali comuni, come ilcolon irritabile o le emorroidi, soprattutto quando si presentanodolori addominali o perdite ematiche. Con il progredire della neoplasia possono comparire manifestazioni più nette, come l’anemiadovuta a una perdita cronica di sangue, mentre nelle fasi più avanzate si può arrivare all’occlusione intestinaleo alla scoperta della malattia attraverso la presenza di metastasi. Il percorso diagnostico si basa principalmente sulla colonscopia conprelievo bioptico, cui segue una fase di stadiazione tramite esami radiologici in grado di definire con precisione l’estensione della malattia. Sulla base di questi risultati viene costruito un piano terapeutico su misura, frutto del lavoro condiviso tra diverse figure specialistiche: oncologi, chirurghi, radioterapisti, genetisti, radiologi, anatomopatologi e gastroenterologi collaborano per individuare la strategia più adatta al singolo paziente. Quando gli accertamenti non evidenziano la necessità di terapie preliminari, si procede direttamente all’intervento chirurgico per asportare il tratto di intestino colpito. Oggi lachirurgia mininvasiva, sia laparoscopica sia robotica,rappresenta la scelta privilegiata anche nelle situazioni d’urgenza, con benefici concreti come ripresa rapida, degenze più brevi e minori complicanze post-operatorie. Il ricorso allastomiaresta un’eventualità rara e quasi sempre temporanea, riservata ai casi in cui il tumore interessa aree molto vicine all’ano. Seguici su Google News Marco RedaGiornalista pubblicista dal 2013, esperto e specializzato in calcio e altri sport ma anche spettacoli tv, attualità, cronaca e salute. Giornalista pubblicista dal 2013, esperto e specializzato in calcio e altri sport ma anche spettacoli tv, attualità, cronaca e salute. 15 Luglio 2026 | ore 15:50 09 Giugno 2026 | ore 15:27 18 Maggio 2026 | ore 22:45 06 Maggio 2026 | ore 15:26 18 Aprile 2026 | ore 21:59 10 Aprile 2026 | ore 16:14 08 Aprile 2026 | ore 14:35 31 Marzo 2026 | ore 15:03
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
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Talassemia. Positiva la risposta clinica del primo paziente trattato al Brotzu con la terapia genica Sardegna Notizie 24
La sperimentazione della nuova terapia ha avuto inizio a gennaio del corrente anno, con la comunicazione del 21 novembre 2025 del già assessore alla Sanità e medico scienziato Armando Bartolazzi che l’aveva fortemente voluta ed aveva individuato il Centro Unico Trapianti di Cellule Staminali Emopoietiche Adulti e Pediatrico del Brotzu quale struttura autorizzata alla prescrizione e alla gestione della nuova terapia genica avanzata destinata ai pazienti affetti da beta-talassemia trasfusione-dipendente, di età pari o superiore a 12 anni.
“Il primo paziente selezionato sulla base delle caratteristiche genetiche e cliniche dalla Struttura di Microcitemia e Anemie rare dell’Ospedale Microcitemico, dunque – riferisce l’Arnas -, è stato sottoposto nel mese di gennaio al prelievo delle cellule staminali ematopoietiche presso il Centro Trasfusionale dell’Ospedale San Michele. Le cellule sono state quindi inviate per la manipolazione genetica e successivamente, una volta modificate, sono state restituite al Brotzu e criopreservate presso la criobanca dell’Ospedale Businco dal Laboratorio Specialistico di Ematologia”.
“Nel mese di giugno – prosegue Arnas – il paziente è stato ricoverato presso il Centro Trapianti di Midollo Osseo del Businco, dove ha ricevuto le proprie cellule staminali geneticamente modificate, precedentemente scongelate e preparate per il trattamento. Dopo il periodo di degenza è stato dimesso in buone condizioni”.
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Inclisiran prevale nel confronto head-to-head: LDL a target in quasi l'80% dei pazienti #ESC26 pharmastar.it
Una riduzione precoce e sostenuta del colesterolo LDL rappresenta un elemento fondamentale nella gestione dei pazienti con ASCVD ad alto e altissimo rischio cardiovascolare.² Tuttavia, nella pratica clinica il raggiungimento degli obiettivi raccomandati continua a rappresentare una sfida.²
In questo contesto si inseriscono i risultati dello studio VICTORION-Challenge, presentati durante il Congresso della Società Europea di Cardiologia (ESC). Si tratta del primo studio randomizzato, in aperto e di fase IV che confronta direttamente inclisiran e acido bempedoico (BPA) nei pazienti con malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD) ad alto o altissimo rischio cardiovascolare1.
Nel confronto diretto in aperto, l'endpoint primario dello studio era rappresentato dalla variazione percentuale del LDL-C rispetto al basale al giorno150.1 Nella popolazione studiata, la riduzione media del LDL-C
• 56,31% nel gruppo trattato con la terapia studiata;
• 15,35% nel gruppo trattato con acido bempedoico;1
Raggiungimento del target LDL-C
Uno dei principali endpoint secondari era il raggiungimento del target di LDL-C al giorno 1501
Complessivamente, il 78,2% dei pazienti trattati con la terapia studiata ha raggiunto il target rispetto al 20,3% dei pazienti trattati con acido bempedoico.1
La frequenza complessiva degli eventi avversi correlati al trattamento è risultata comparabile nei due gruppi (63,1% vs 59,8%).1 Trattandosi di uno studio in aperto, i risultati devono essere interpretati nel contesto del disegno dello studio, della popolazione valutata e della durata del follow-up.
«Il valore di VICTORION-Challenge risiede nella sua immediatezza clinica – spiega Massimo Grimaldi, Presidente ANMCO (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) e Direttore della Cardiologia dell’Ospedale F. Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari) - il confronto diretto tra i due farmaci dimostra che, pur mantenendo l’acido bempedoico le aspettative di impatto sui valori di LDL-C già dimostrate, si rivela non sufficiente nell’ottenere il raggiungimento dei target terapeutici raccomandati nella popolazione di pazienti con ASCVD ad alto o altissimo rischio cardiovascolare, dove questo risultato è cruciale per abbattere l’incidenza di nuovi eventi. Si tratta di dati che contribuiscono ad arricchire il patrimonio di evidenze a disposizione del cardiologo nella gestione dei pazienti ad alto e altissimo rischio cardiovascolare»
I risultati di VICTORION-Challenge sottolineano la rilevanza di una riduzione marcata e precoce del LDL-C e l'importanza di mantenere il controllo lipidico nel tempo3. Un aspetto particolarmente rilevante nella pratica clinica quotidiana e nella prevenzione degli eventi cardiovascolari nei pazienti a rischio elevato.
"Nella prevenzione cardiovascolare non è sufficiente raggiungere rapidamente il target di colesterolo LDL: la vera sfida è mantenerlo nel tempo – Gianfranco Sinagra, Presidente della SIC (Società Italiana di Cardiologia), Professore all’Università di Trieste e Direttore della Cardiologia dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina (Asugi) - Nella pratica clinica quotidiana dobbiamo ragionare in termini di percorso terapeutico, scegliendo strategie che consentano un controllo lipidico efficace, persistente nel tempo e sostenibile. Ridurre il periodo di esposizione a livelli elevati di LDL-C significa offrire ai pazienti una maggiore opportunità di protezione cardiovascolare nel lungo termine."
Informazioni sulla molecola
La molecola appartiene alla classe delle small interfering RNA (siRNA) e agisce attraverso il meccanismo naturale dell'interferenza dell'RNA, riducendo la sintesi della proteina PCSK9 a livello epatico.3,4,5 Tale meccanismo favorisce l'aumento dei recettori LDL disponibili sulla superficie degli epatociti e la conseguente rimozione del colesterolo LDL dal circolo sanguigno.3,4,5
Informazioni sullo studio VICTORION-Challenge
VICTORION-Challenge (NCT06431763) è uno studio multicentrico, randomizzato, a gruppi paralleli, in aperto e di fase IV, disegnato per confrontare direttamente il siRNA e l’acido bempedoico in pazienti adulti con ASCVD ad alto o altissimo rischio cardiovascolare.1 Poiché pazienti e sperimentatori erano a conoscenza del trattamento assegnato, i risultati devono essere letti nel contesto della natura open-label dello studio.
Lo studio ha coinvolto 402 pazienti, randomizzati 1:1 a ricevere il siRNA per via sottocutanea al basale e a
l giorno 90 oppure acido bempedoico per via orale una volta al giorno, in aggiunta alla massima dose tollerata di statina. La randomizzazione era stratificata in base all’uso di ezetimibe, presente nel 50% dei partecipanti1.
L’età media era di 63,1 anni; il 64,2% dei partecipanti era di sesso maschile, l’88,6% presentava un rischio cardiovascolare molto elevato e il valore medio di LDL-C al basale era pari a 94,4 mg/dL.1
L’endpoint primario era la variazione percentuale del LDL-C dal basale al giorno 1501. La differenza media tra i gruppi è stata di -40,95 punti percentuali (IC 95%: da -45,67 a -36,24; p<0,0001)1. Le analisi nei sottogruppi valutati hanno evidenziato risultati coerenti con quelli osservati nella popolazione complessiva, inclusi i sottogruppi definiti per età, sesso, rischio cardiovascolare e impiego concomitante di ezetimibe.1
Tra gli endpoint secondari, al giorno 30 la riduzione del LDL-C è stata del 54,73% nel gruppo trattato con il siRNA rispetto al 17,97% nel gruppo acido bempedoico; l’80,0% e il 21,2% dei pazienti, rispettivamente, avevano raggiunto il target individuale di LDL-C1 . Al giorno 150 il raggiungimento del target è stato osservato sia nei pazienti trattati con ezetimibe (80,6% vs 26,8%) sia in quelli non trattati con ezetimibe (75,8% vs 13,7%).1
La frequenza degli eventi avversi è stata del 63,1% e del 59,8% nei due gruppi1. Gli eventi avversi gravi sono stati riportati nell’8,4% e nell’11,6% dei pazienti; le interruzioni del trattamento nello 0% e nel 5%; gli eventi muscoloscheletrici nello 0,5% e nel 6,5%. Nel gruppo trattato con il siRNA non sono stati osservati casi di miopatia o rabdomiolisi.1
1. Hilgendorf I, et al. VICTORION-Challenge. Submitted to European Harth Journal, accepted manuscript Inclisiran vs bempedoic acid for low-density lipoprotein cholesterol lowering in high-risk patients: the VICTORION-Challenge trial | European Heart Journal | Oxford Academic leggi
2. Mach F, Baigent C, Catapano AL, et al. 2019 ESC/EAS Guidelines for the management of dyslipidaemias. European Heart Journal. 2020;41(1):111-188.
3. Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto (RCP) inclisiran. Ultima versione approvata.
4. Khvorova A, Watts JK. New England Journal of Medicine. 2017;376(1):4-7
5. Fitzgerald K, et al. New England Journal of Medicine. 2017;376(1):41-51
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Miccoli's last match, al Barbera scende in campo anche la prevenzione PalermoToday
Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di PalermoToday
La prevenzione scende in campo a Renzo Barbera in occasione dell'evento Miccoli's last match, la partita di addio al calcio dell'ex giocatore rosanero che vedrà protagoniste le glorie del calcio ma anche la rappresentativa della nazionale artisti, in programma il 26 settembre. Sarà infatti previsto un momento per sensibilizzare sull'importanza della prevenzione al tumore al colon, promosso e organizzato da Biofarmatec. "Abbiamo voluto fortemente prevedere questo momento - spiega il fondatore e presidente dell'azienda, Claudio Raia - perché è un evento che coinvolgerà soprattutto giovani ed è proprio a loro che vogliono rivolgerci per sensibilizzare sull'importanza della prevenzione al tumore al colon che colpisce purtroppo sempre più i ragazzi, con una incidenza di 11 milioni casi in tutto il mondo".
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Miccoli’s last match, scende in campo anche la prevenzione Il Moderatore
La prevenzione scende in campo al Barbera in occasione dell’evento Miccoli’s Last Match, la partita di addio al calcio del giocatore Fabrizio a Miccoli che vedra’ protagoniste le glorie del calcio ma anche la rappresentativa della nazionale artisti, in programma il 26 settembre al Barbera. Sarà infatti previsto un momento per sensibilizzare sulll’importanza della prevenzione al tumore al colon, promosso e organizzato da Biofarmatec, guidata da Claudio Raia. “Abbiamo voluto fortemente prevedere questo momento – spiega Raia- perché è un evento che coinvolgerà soprattutto giovani ed è proprio a loro che vogliono rivolgerci per sensibilizzare sull’importanza della prevenzione al tumore al colon che colpisce purtroppo sempre più i ragazzi, con una incidenza di 11 milioni casi in tutto il mondo”.
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Proposta per ampliare la copertura assicurativa sanitaria e la diagnosi precoce di 7 tipi di cancro. Vietnam.vn
È attualmente in corso la consultazione pubblica su una bozza di decretodel Ministero della Salute, volta ad ampliare il livello e la portata delle prestazioni di assicurazione sanitaria secondo una tabella di marcia e gruppi prioritari, in linea con i livelli contributivi e la capacità di bilancio delFondo di assicurazione sanitaria. La bozza di proposta suggerisce di ampliare la copertura assicurativasanitariaper includere lo screening e la diagnosi precoce di alcuni tumori, nonché di aumentare le prestazioni sanitarie per determinati gruppi prioritari. Il Ministero della Salute propone di aumentare la percentuale di rimborso per le spese di esami e trattamenti medici rientranti nell'ambito di copertura all'85% a partire dal 1° luglio 2027 e al 90% a partire dal 1° luglio 2029; e di aumentare la percentuale di rimborso per le spese di esami e trattamenti medici di base e di primo livello rientranti nell'ambito di copertura al 95% a partire dal 1° luglio 2030, per i seguenti gruppi, esclusi coloro che già beneficiano di percentuali di rimborso più elevate: persone anziane di età pari o superiore a 75 anni; persone con disabilità lieve con una riduzione della capacità lavorativa dal 35% al 60%; persone di età inferiore a 18 anni; e persone appartenenti a nuclei familiari con un tenore di vita medio come definito dallalegge. Aumentare il livello di copertura per coloro che attualmente beneficiano di una copertura dell'80% per le spese di esami e trattamenti medici rientranti nell'ambito della copertura, portandolo all'85% a partire dal 1° luglio 2028, e aumentare il livello di copertura per le spese di esami e trattamenti medici di base e iniziali, rientranti nell'ambito della copertura, portandolo al 90% a partire dal 1° luglio 2030, per gli altri soggetti aventi diritto non contemplati dalla normativa. In questa bozza, il Ministero della Salute propone inoltre di ampliare la copertura assicurativa sanitaria includendo lo screening e la diagnosi precoce di alcune malattie. Nello specifico, l'elenco delle patologie coperte comprende 8 gruppi di malattie, tra cui 7 tipi di cancro: cancro cervicale, cancro al seno, cancro ai polmoni, cancro alla prostata, cancro del colon-retto, cancro allo stomaco, cancro al fegato ed epatite B e C. Di conseguenza, la cassa malattia coprirà i costi relativi allo screening e alla diagnosi precoce nell'ambito delle prestazioni dell'assicurato. Questi costi possono includere onorari per le visite, esami di laboratorio e servizi tecnici paraclinici, farmaci, apparecchiature mediche, sangue, materiali di consumo, sostanze chimiche e altre spese correlate. Tuttavia, non tutti gli assicurati avranno diritto allo screening gratuito per tutte le malattie. L'attuazione seguirà una tabella di marcia e sarà guidata in modo specifico dal Ministero della Salute per quanto riguarda i gruppi target, le condizioni, le categorie di servizi e i livelli di rimborso. Secondo il piano previsto, a partire dal 1° luglio 2027, l'assicurazione sanitaria coprirà l'epatite B e C nell'ambito dei controlli medici di routine; dal 1° luglio 2028, verrà implementato un programma pilota per la copertura dello screening e della diagnosi precoce del cancro cervicale; e dal 1° gennaio 2030, la copertura per questa malattia sarà pienamente operativa. A partire dal 2030, inoltre, verrà implementato il pagamento per lo screening e la diagnosi precoce del tumore al seno, al polmone, alla prostata, al colon-retto, nonché dell'ipertensione e del diabete, secondo una tabella di marcia stabilita dal Ministero della Salute. Fonte: https://www.vietnamplus.vn/de-xuat-tang-muc-huong-bhyt-and-chi-tra-sang-loc-som-7-benh-ung-thu-post1134415.vnp
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Vaccino a mRNA contro il melanoma: a Milano 82 pazienti nello studio Pazienti.it
Una nuova strategia sperimentale contro il melanoma sta coinvolgendo anche l’Istituto nazionale dei tumori di Milano, dove 82 pazienti sono entrati in uno studio internazionale dedicato alla prevenzione delle recidive e delle metastasi dopo il trattamento della malattia.
La ricerca, arrivata alla fase 3, interessa diversi centri negli Stati Uniti, in Australia e in vari Paesi europei e punta a valutare l’efficacia dell’associazione tra l’immunoterapia già utilizzata nella pratica clinica e un vaccino terapeutico personalizzato basato sulla tecnologia a mRNA.
Il trattamento sperimentale combina infatti pembrolizumab, farmaco immunoterapico impiegato contro diversi tumori, con intismeran, vaccino a mRNA sviluppato da Moderna e MSD.
L’obiettivo non è prevenire la comparsa iniziale del melanoma nelle persone sane, come avviene con i tradizionali vaccini contro le malattie infettive, ma cercare di aiutare il sistema immunitario di chi è già stato colpito dalla malattia a riconoscere più efficacemente eventuali cellule tumorali residue.
I dati ottenuti in uno studio precedente hanno indicato una possibile riduzione significativa del rischio di recidiva o di metastasi, risultato che deve ora essere verificato attraverso questa sperimentazione più ampia.
Milano è il centro che ha arruolato più pazienti
A spiegare il funzionamento della ricerca è Michele Del Vecchio, direttore dell’unità di oncologia medica specializzata nei melanomi dell’Istituto nazionale dei tumori. Il centro milanese ha randomizzato 82 pazienti, risultando quello con il maggior contributo di partecipanti allo studio a livello internazionale.
Tutti ricevono il trattamento previsto dal protocollo, ma un paziente su tre riceve un placebo al posto del vaccino, oltre al pembrolizumab. Una procedura necessaria per confrontare in maniera rigorosa gli effetti delle due strategie terapeutiche.
Una caratteristica particolarmente importante del trattamento è la sua personalizzazione. Il vaccino viene realizzato sulla base delle caratteristiche del tumore del singolo paziente, così da indirizzare la risposta immunitaria verso specifici elementi presenti nelle cellule tumorali. Si tratta quindi di un approccio diverso da quello di un vaccino standard prodotto in maniera identica per tutti.
Tra le persone coinvolte nella sperimentazione c’è Elisabetta, 58 anni, cresciuta a Cernusco. All’inizio del 2024 aveva notato un piccolo neo scuro sul gluteo sinistro, inizialmente trascurato e successivamente aumentato di dimensioni, accompagnato dalla comparsa di un alone rossastro. Gli accertamenti hanno portato alla diagnosi di melanoma e alla conseguente asportazione.
Dopo l’intervento le è stata proposta la partecipazione allo studio. A distanza di oltre due anni, racconta di stare bene e ritiene di aver ricevuto il vaccino, anche per la comparsa di febbre e altri effetti collaterali durante il trattamento. La certezza sull’assegnazione, tuttavia, dipenderà dalle procedure previste dallo studio.
Dal melanoma al polmone: il caso di un altro paziente
Anche Eugenio, 57 anni, residente e lavoratore a Milano da circa 25 anni, è entrato nella sperimentazione dopo un percorso diverso. La sua storia è iniziata alla fine di gennaio del 2020, poco prima dell’emergenza Covid in Italia, con un neo comparso sulla guancia sotto l’occhio. Dopo la rimozione della lesione, circa quattro anni più tardi gli è stata diagnosticata una singola metastasi al polmone, successivamente rimossa con un intervento chirurgico.
A quel punto i medici gli hanno proposto l’immunoterapia associata al vaccino personalizzato a mRNA. Eugenio ha scelto di partecipare anche per contribuire alla ricerca su un approccio che potrebbe avere applicazioni più ampie nel trattamento oncologico. La tecnologia dei vaccini terapeutici personalizzati, infatti, viene studiata non soltanto nel melanoma ma anche in altri tipi di tumore.
Cosa deve ancora dimostrare lo studio di fase 3
Nonostante i risultati ottenuti nelle fasi precedenti abbiano alimentato l’interesse verso questa strategia, il trattamento resta sperimentale. La fase 3 serve proprio a stabilire, su un numero maggiore di pazienti e attraverso un confronto controllato, se l’aggiunta del vaccino a mRNA all’immunoterapia sia realmente in grado di ridurre il rischio di ritorno della malattia o della comparsa di metastasi rispetto alla terapia standard.
Per questo motivo è ancora presto per parlare di un vaccino capace di impedire definitivamente il ritorno del melanoma. La ricerca condotta anche a Milano rappresenta però un passaggio importante nella valutazione delle terapie oncologiche personalizzate, nelle quali le caratteristiche biologiche del tumore di ogni paziente vengono utilizzate per costruire trattamenti sempre più mirati.
Fonti
Istituto Tumori - Vaccino a mRNA contro il melanoma, l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano è il primo centro al mondo
Comunicati stampa - Talassemia, in Sardegna la terapia genica è realtà. Todde: “Un risultato straordinario per la nostra sanità e per le persone” - Regione Autonoma della Sardegna
📰 Regione Autonoma della Sardegna📅 2026-09-05T10:08:20
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Comunicati stampa - Talassemia, in Sardegna la terapia genica è realtà. Todde: “Un risultato straordinario per la nostra sanità e per le persone” Regione Autonoma della Sardegna
Cagliari, 5 settembre 2026 - Per la prima volta in Sardegna un paziente affetto da talassemia major è stato trattato con terapia genica all’Arnas Brotzu di Cagliari. Il paziente è stato dimesso e da un mese non ha bisogno di trasfusioni.
“È un risultato straordinario per la nostra sanità e, soprattutto, per le persone che convivono con la talassemia. Un traguardo che dimostra come anche in Sardegna sia possibile garantire l’accesso alle terapie più avanzate e trasformare l’innovazione scientifica in nuove possibilità di cura”, dichiara la presidente della Regione Sardegna e assessora ad interim della Sanità, Alessandra Todde.
“La Sardegna conosce il peso della talassemia più di altri territori. Per questo abbiamo combattuto affinché la nostra regione potesse accedere, per la prima volta, al Fondo nazionale per i farmaci innovativi e ne difenderemo ad ogni costo la dotazione destinata alla Sardegna. Abbiamo inoltre scelto di investire direttamente sull’innovazione, affiancando risorse regionali a quelle nazionali, perché l’accesso alle cure deve essere determinato dalle condizioni cliniche delle persone”, sottolinea la Presidente.
In questa strategia si inserisce anche il nuovo servizio di Aferesi dell’Arnas Brotzu, fortemente voluto dalla Regione e inaugurato nel febbraio 2026, che rappresenta un ulteriore tassello nel rafforzamento dell’offerta assistenziale e terapeutica.
“Dietro questo traguardo ci sono anni di lavoro e, soprattutto, le competenze dei professionisti del Brotzu - con i tre presidi del Businco, del Microcitemico e del San Michele - che ringrazio per il lavoro costante e per la qualità dell’assistenza che garantiscono ogni giorno”, prosegue Todde.
Il Brotzu è l’unico centro accreditato in Sardegna per questa procedura ed è tra i primi in Italia. Un percorso che la Regione considera strategico e che punta a garantire ai pazienti sardi l’accesso alle terapie più innovative.
“È decisivo sostenere questo percorso. Oggi abbiamo un primo risultato concreto. La sanità pubblica deve avere questa ambizione: portare in Sardegna le terapie più avanzate e trasformare la ricerca scientifica in nuove possibilità di cura per le persone”, conclude la presidente Todde.
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Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Talassemia, al Brotzu paziente guarisce dopo una nuova terapia rainews.it
Il risultato grazie a un trattamento genico Per la prima volta in Sardegna a un paziente talassemico è stata somministrata una nuova terapia genica all’Arnas Brotzu di Cagliari. Il paziente è stato dimesso e da un mese non ha bisogno di trasfusioni. “È un risultato straordinario per la nostra sanità e, soprattutto, per le persone che convivono con la talassemia. Un traguardo che dimostra come anche in Sardegna sia possibile garantire l’accesso alle terapie più avanzate e trasformare l’innovazione scientifica in nuove possibilità di cura”, dichiara la presidente della Regione Sardegna e assessora ad interim della Sanità, Alessandra Todde. “La Sardegna conosce il peso della talassemia più di altri territori. Per questo abbiamo combattuto affinché la nostra regione potesse accedere, per la prima volta, al Fondo nazionale per i farmaci innovativi e ne difenderemo ad ogni costo la dotazione destinata alla Sardegna. Abbiamo inoltre scelto di investire direttamente sull’innovazione, affiancando risorse regionali a quelle nazionali, perché l’accesso alle cure deve essere determinato dalle condizioni cliniche delle persone”, sottolinea la Presidente.
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Terapia genica, prima volta in Sardegna al Brotzu unicaradio.it
La terapia genica arriva per la prima volta in Sardegna per un paziente con talassemia major: al Brotzu il trattamento apre una nuova prospettiva per le cure innovative.
Un risultato storico per la sanità sarda
La terapia genica è stata utilizzata per la prima volta in Sardegna su un paziente affetto da talassemia major. Il trattamento è stato effettuato all’Arnas Brotzu di Cagliari, unico centro accreditato nell’Isola per questa procedura e tra i primi in Italia.
Il paziente ha concluso il percorso ospedaliero ed è stato dimesso. Da circa un mese, secondo quanto comunicato dalla Regione Sardegna, non necessita più di trasfusioni. È un risultato particolarmente significativo per una patologia che, nelle forme trasfusione-dipendenti, può richiedere un supporto trasfusionale continuativo.
Terapia genica, cosa cambia per la talassemia
La talassemia è una malattia genetica che compromette la produzione dell’emoglobina, la proteina che trasporta l’ossigeno nel sangue. Nelle forme più gravi, come la talassemia major, le trasfusioni rappresentano da anni una parte fondamentale della gestione della malattia.
Le nuove terapie avanzate puntano invece ad agire alla base del problema. Alcuni trattamenti utilizzano le cellule staminali ematopoietiche del paziente, che vengono raccolte, modificate in laboratorio e successivamente reinfuse. L’obiettivo è favorire la produzione di emoglobina funzionante e ridurre, fino ad arrivare in determinati casi all’assenza, della necessità di trasfusioni.
Il ruolo del Brotzu
Il traguardo raggiunto a Cagliari non riguarda soltanto la singola procedura. Rappresenta anche un investimento sulle competenze e sull’organizzazione della sanità regionale.
Il percorso coinvolge i tre presidi dell’Arnas Brotzu: Businco, Microcitemico e San Michele. A queste strutture si aggiunge il nuovo servizio di Aferesi, inaugurato nel febbraio 2026, pensato per rafforzare ulteriormente la capacità assistenziale dell’azienda ospedaliera.
La complessità di questi trattamenti richiede infatti strutture specializzate, personale formato e un’organizzazione capace di seguire il paziente nelle diverse fasi del percorso.
Terapia genica e accesso alle cure innovative
La Sardegna ha una storia particolare nel rapporto con la talassemia. La presenza significativa della malattia nell’Isola rende ancora più importante la possibilità di accedere a trattamenti innovativi senza dover necessariamente ricorrere a percorsi fuori regione.
La presidente della Regione Sardegna e assessora ad interim della Sanità, Alessandra Todde, ha definito il risultato “straordinario”, sottolineando l’importanza di rendere disponibili anche nell’Isola le terapie più avanzate.
La Regione ha inoltre evidenziato la scelta di affiancare risorse regionali a quelle nazionali destinate all’innovazione. L’obiettivo dichiarato è legare l’accesso alle cure alle condizioni cliniche dei pazienti.
Un percorso che guarda al futuro
La terapia genica rappresenta una delle frontiere più avanzate della medicina personalizzata. In Europa, l’Agenzia europea per i medicinali ha autorizzato trattamenti basati sulla modifica delle cellule staminali del paziente per la beta-talassemia trasfusione-dipendente. Tra questi rientra Casgevy, una terapia che utilizza la tecnologia CRISPR/Cas9 per modificare le cellule staminali e aumentare la produzione di emoglobina fetale.
Anche in Italia il percorso regolatorio e di accesso alle cure innovative si è sviluppato negli ultimi anni. L’Agenzia italiana del farmaco ha riconosciuto l’innovatività terapeutica di Casgevy per la beta-talassemia trasfusione-dipendente e ha pubblicato nel 2026 un report tecnico-scientifico dedicato al trattamento.
Il risultato ottenuto al Brotzu si inserisce quindi in un quadro più ampio, nel quale ricerca, innovazione e assistenza ospedaliera cercano di trasformare le nuove conoscenze scientifiche in possibilità concrete per i pazienti.
Dalla ricerca alla cura
Per chi convive con la talassemia, il significato di questo risultato va oltre la dimensione tecnologica. Ridurre la dipendenza dalle trasfusioni può cambiare profondamente la gestione quotidiana della malattia e il rapporto con le strutture sanitarie.
Per la Sardegna, invece, l’esperienza del Brotzu rappresenta un passo importante nella costruzione di una rete capace di gestire terapie complesse e altamente specialistiche.
Il primo trattamento effettuato nell’Isola segna dunque un punto di partenza. La sfida, ora, sarà consolidare le competenze acquisite e garantire continuità a un percorso che punta a portare sempre più vicino ai pazienti sardi il risultato della ricerca scientifica.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Lombardia, accordo Niguarda-Istituto Nazionale Tumori | “Così le cure oncologiche saranno più tempestive” IlSussidiario.net
In Lombardia è stato siglato un importante accordo fra l'ospedale Niguarda e l'isituto nazionale dei tumori, per la presa in carico dei malati oncologici
La Lombardia si conferma una grande eccellenza in materia di sanità e il recente accordo siglato fra due realtà di assoluto prestigio in materia di medicina, lo dimostra chiaramente. Come sottolineato dal portale Lombardia Notizie, l’ospedale Niguarda, una delle grande eccellenze sanitarie europee, e l’INT, l’istituto nazionale dei tumori di Milano, altro diamante della sanità pubblica lombarda, hanno raggiunto un’intesa che permetterà una cura più agevole per i pazienti oncologici. In poche parole ci sarà un contatto immediato fra il pronto soccorso Niguarda e l’INT, con il primo che prenderà in carico quei pazienti affetti da tumori che potrebbero avere bisogno di cure impellenti, tenendo conto che l’istituto dei tumori meneghino non dispone di un proprio PS.
Virus Respiratorio Sinciziale, Lombardia avvia campagna | Bertolaso: “Ricoveri calati drasticamente”
L’intesa si inserisce in un piano ancora più ampio portato avanti negli ultimi anni dalla regione Lombardia a che mira a creare una “maxi struttura” integrata caratterizzata da tutte le eccellenze sanitarie presenti sul territorio, di modo da poter dare la migliore risposta possibile a quella che è la priorità cardine, la cura del paziente, soprattutto quelli in condizioni più fragili come appunto i malati di cancro.
BERTOLASO & SANITÀ | "Indicatori, codifiche e territori: perché la Lombardia vuole cambiare le valutazioni"
LOMBARDIA, ACCORDO NIGUARDA INT: LE PAROLE DI BERTOLASO
Sulla vicenda è intervenuto l’assessore al welfare Giovanni Bertolaso, che ha descritto l’intesa come un esempio “concreto” di come la giusta collaborazione fra strutture pubbliche, possa rendere l’assistenza sanitaria migliore dal punto di vista della qualità e della sicurezza. L’ex numero uno della protezione civile ha ricordato come coloro che soffrono di tumore abbiano delle esigenze particolari, ancora più degli altri, di conseguenza quando ci sono delle situazioni di emergenza non si può interrompere la presa in carico, ed è qui che interviene appunto il Niguarda, che andrà ad integrare il lavoro dell’istituto nazionale dei tumori.
Sanità Lombardia, il piano Bertolaso per ridurre liste d'attesa | Più visite, Case di Comunità e telemedicina
“Anche quando un paziente lombardo passa da un ospedale all’altro le sue cure non si interrompono”, ha precisato ancora Bertolaso. Obiettivo della regione Lombardia, anche grazie a queste “partnership”, è quello di rendere l’INT “il miglior centro dei tumori d’Europa”, ha voluto sottolineare orgoglioso Bertolaso, divenendo quindi un punto di riferimento nel vecchio continente non solo per la cura, ma anche per le tecniche innovative e la ricerca.
LOMBARDIA, ACCORDO NIGUARDA INT: COSA SUCCEDERA’
Ma nel concreto come avverrà questa nuova collaborazione fra Niguarda e INT? Di fatto quando un paziente in cura presso l’istituto accede al pronto soccorso dell’ospedale milanese, si attiva una sorta di “alert” che permette una rapida condivisione di informazioni cruciali fra le due realtà sanitarie, di modo da curare al meglio e il più tempestivamente possibile, lo stesso paziente.
Solitamente, una volta che il pronto soccorso del Niguarda fornisce le prime cure, passano circa 24/48 ore affinchè il malato venga trasferito all’istituto, ma in ogni caso il “link” è continuo, una piena condivisione di cure, terapie e azione svolte per prendere in carico il paziente.
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Talassemia, al Brotzu un paziente da un mese senza trasfusioni: prima terapia genica a Cagliari. Todde: "Risultato straordinario" Sardiniapost.it
Il paziente è stato dimesso e da un mese non ha più bisogno di trasfusioni. Il Brotzu è l’unico centro accreditato in Sardegna per la procedura.
Per la prima volta in Sardegna un paziente affetto da talassemia major è stato trattato con la terapia genica all’Arnas Brotzu di Cagliari. Il paziente è stato dimesso e, da un mese, non ha più bisogno di trasfusioni. Il risultato è stato rivendicato dalla presidente della Regione e assessora ad interim della Sanità Alessandra Todde come un passaggio importante per la sanità sarda e per una regione che conosce da vicino il peso della talassemia.
“È un risultato straordinario per la nostra sanità e, soprattutto, per le persone che convivono con la talassemia. Un traguardo che dimostra come anche in Sardegna sia possibile garantire l’accesso alle terapie più avanzate e trasformare l’innovazione scientifica in nuove possibilità di cura”, dichiara Todde. La terapia genica entra così nell’offerta assistenziale dell’Isola attraverso il Brotzu, che è l’unico centro accreditato in Sardegna per questa procedura e uno dei primi in Italia.
Per la Regione, il percorso è legato anche alla possibilità di accedere al Fondo nazionale per i farmaci innovativi, ottenuta per la prima volta dalla Sardegna. “Abbiamo combattuto affinché la nostra regione potesse accedere, per la prima volta, al Fondo nazionale per i farmaci innovativi e ne difenderemo ad ogni costo la dotazione destinata alla Sardegna”, sottolinea Todde. La presidente rivendica anche la scelta di affiancare risorse regionali a quelle nazionali per sostenere l’innovazione. “L’accesso alle cure deve essere determinato dalle condizioni cliniche delle persone”, afferma.
Nella stessa strategia viene inserito il nuovo servizio di Aferesi dell’Arnas Brotzu, inaugurato nel febbraio 2026 e indicato dalla Regione come un ulteriore tassello nel rafforzamento dell’offerta assistenziale e terapeutica. “Dietro questo traguardo ci sono anni di lavoro e, soprattutto, le competenze dei professionisti del Brotzu – con i tre presidi del Businco, del Microcitemico e del San Michele – che ringrazio per il lavoro costante e per la qualità dell’assistenza che garantiscono ogni giorno”, dice Todde.
Per la Regione, il trattamento apre ora una prospettiva da consolidare. “È decisivo sostenere questo percorso. Oggi abbiamo un primo risultato concreto. La sanità pubblica deve avere questa ambizione: portare in Sardegna le terapie più avanzate e trasformare la ricerca scientifica in nuove possibilità di cura per le persone”, conclude la presidente.
Leucemia mieloide acuta Nature Communications : “Senescenza indotta dalla chemioterapia rende le cellule tumorali ‘più riconoscibili’ per il sistema immunitario” - clicMedicina
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Leucemia mieloide acuta Nature Communications : “Senescenza indotta dalla chemioterapia rende le cellule tumorali ‘più riconoscibili’ per il sistema immunitario” clicMedicina
La chemioterapia non agisce sulle cellule tumorali soltanto eliminandole; in alcuni casi le cellule che sopravvivono al trattamento possono entrare in una particolare condizione, chiamata senescenza cellulare, nella quale smettono di crescere, ma rimangono vive e metabolicamente attive, modificando profondamente il proprio comportamento. I risultati dello studio hanno in particolare mostrato che, in un sottogruppo di campioni di pazienti con leucemia mieloide acuta LMA, il processo indotto dalla chemioterapia ha avuto una conseguenza importante: le cellule leucemiche sono diventate più riconoscibili da parte dei linfociti T, le cellule del sistema immunitario capaci di individuare e attaccare cellule anomale. La ricerca è stata coordinata da Raffaella De Micco, group leader dell’Unità di Senescenza nell’Invecchiamento delle Cellule Staminali, Differenziazione e Cancro all’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica SR-Tiget e professore associato di Patologia presso la Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia, e sostenuta anche da Fondazione AIRC.
I risultati, pubblicati su Nature Communications, sono stati ottenuti grazie a esperimenti di laboratorio su campioni derivati da pazienti con LMA. I ricercatori hanno osservato che, quando le cellule leucemiche entrano in senescenza dopo la chemioterapia, aumenta sulla loro superficie l’espressione delle molecole HLA, che funzionano un po’ come “vetrine” molecolari esponendo piccoli frammenti di proteine della cellula e aiutando così i linfociti T a riconoscerle e aggredirle in quanto anomale.
I dati raccolti hanno inoltre permesso di identificare un meccanismo epigenetico, vale a dire un sistema che regola le attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. Tale meccanismo potrebbe spiegare perché il fenomeno si verifichi in alcuni campioni, detti per questo con senescence high o ad alta senescenza, e non in altri, chiamati invece senescence low o a bassa senescenza. In questi ultimi, in particolare, alcuni programmi coinvolti nella risposta immunitaria sembrano rimanere maggiormente frenati. Da qui è nata una seconda intuizione da parte dei ricercatori coinvolti nello studio: se questo “freno” contribuisce a rendere alcune cellule leucemiche meno riconoscibili da parte del sistema immunitario, intervenire sul meccanismo epigenetico potrebbe aumentare la loro visibilità immunologica. I ricercatori hanno quindi sperimentato in laboratorio un farmaco già approvato per uso clinico in grado di agire su questo aspetto, ottenendo una maggiore esposizione delle molecole HLA e una migliore attivazione dei linfociti T. I risultati ottenuti non indicano ancora una nuova terapia per i pazienti, ma aprono alla possibilità di studiare la senescenza come potenziale biomarcatore della diversa risposta immunologica alla chemioterapia e in futuro di esplorare nuove strategie terapeutiche combinate.
CHE COSA SUCCEDE ALLE CELLULE LEUCEMICHE DOPO LA CHEMIOTERAPIA
I ricercatori hanno studiato campioni provenienti da 21 pazienti con leucemia mieloide acuta di nuova diagnosi, non ancora trattati con chemioterapia, esponendo in laboratorio le cellule leucemiche alla citarabina, farmaco chemioterapico comunemente utilizzato nel trattamento della LMA. Non tutti i hanno risposto allo stesso modo: dopo il trattamento, in 15 su 21 campioni una quota delle cellule ha sviluppato caratteristiche compatibili con la senescenza. Questi campioni sono stati definiti senescence high; negli altri 6, classificati come senescence low, la risposta era molto meno evidente.
La senescenza non va confusa con la morte o la quiescenza cellulare. Una cellula senescente arresta la propria proliferazione, generalmente in modo stabile, ma rimane viva e metabolicamente attiva, modificando l’attività di numerosi geni e il rapporto con l’ambiente circostante. In oncologia questo fenomeno può avere effetti diversi. Nel breve periodo, l’arresto della proliferazione può contribuire al controllo del tumore e, come suggeriscono i risultati di questo studio, può rendere alcune cellule tumorali più riconoscibili dal sistema immunitario. Se però le cellule senescenti persistono a lungo nell’organismo, possono contribuire a creare un ambiente infiammatorio cronico che, in determinate condizioni, favorisce resistenza alle terapie e progressione della malattia.
Nel nuovo studio i ricercatori si sono concentrati soprattutto su ciò che avviene nelle prime fasi dopo il trattamento. Le cellule in senescenza diventano più “visibili” al sistema immunitario: nei campioni senescence high, si è osservato che la chemioterapia attiva programmi molecolari legati all’infiammazione e agli interferoni e aumenta sulla superficie delle cellule leucemiche la presenza di molecole HLA di classe I e II. L’effetto non era soltanto molecolare. Negli esperimenti di co-coltura, in cui le cellule leucemiche e i linfociti T dello stesso paziente venivano coltivati insieme per osservare la loro interazione, le cellule leucemiche senescence high trattate con chemioterapia inducevano una maggiore proliferazione dei linfociti T CD4+ e CD8+ rispetto a quelle senescence low.
I risultati di ulteriori esperimenti hanno confermato il ruolo delle molecole HLA. Quando i ricercatori ne hanno bloccato la funzione, i linfociti T si sono attivati meno contro le cellule leucemiche, dimostrando che la maggiore visibilità di queste cellule dipende proprio dalle HLA: “I nostri risultati indicano che la senescenza indotta dalla terapia non è semplicemente uno stato in cui la cellula leucemica smette di proliferare”, dichiara Di Micco. “In alcuni campioni modifica anche il dialogo tra tumore e sistema immunitario, aumentando la capacità delle cellule leucemiche di presentare antigeni e di essere riconosciute dai linfociti T. È però importante sottolineare che non tutti i campioni rispondono in questo modo: comprendere l’origine di questa differenza è proprio uno degli aspetti più interessanti del lavoro.”
Per capire perché alcune leucemie sviluppino questa risposta e altre no, i ricercatori hanno analizzato anche i meccanismi epigenetici, che regolano l’attività dei geni senza modificare il DNA; tra questi, il complesso proteico PRC2, di cui EZH2 è una componente fondamentale: “Nei campioni senescence low, abbiamo osservato una maggiore attività di questo sistema inibitorio prima del trattamento”, spiega Simona Fusco, co-prima autrice dell’articolo. “Alcuni dei geni coinvolti nella risposta immunitaria risultavano così più ‘frenati’ e quindi meno disponibili ad attivarsi. Ciò può contribuire a spiegare perché, dopo la chemioterapia, queste cellule aumentino meno l’espressione delle HLA e rimangano meno riconoscibili da parte del sistema immunitario.”
Per verificare se fosse possibile intervenire su questo meccanismo, i ricercatori hanno trattato in laboratorio le cellule senescence low con tazemetostat, un farmaco già approvato per uso clinico, che inibisce selettivamente EZH2. Il trattamento ha ridotto il “freno” epigenetico in regioni del DNA coinvolte nella risposta immunitaria e infiammatoria e ha aumentato l’espressione delle molecole HLA di classe I e II. Le cellule trattate sono diventate inoltre più capaci di stimolare la proliferazione dei linfociti T CD4+ e CD8+. Il risultato, sottolineano gli autori, indica che modificare farmacologicamente alcuni meccanismi epigenetici potrebbe rappresentare in futuro una possibile strategia per aumentare la riconoscibilità immunologica di alcune cellule leucemiche. “Questi dati ci dicono soprattutto che la risposta alla chemioterapia può avere effetti immunologici diversa da paziente a paziente”, aggiunge Di Micco. “Il prossimo passo sarà capire se la capacità delle cellule leucemiche di entrare in senescenza possa diventare anche un biomarcatore, utile a identificare i pazienti con una diversa risposta immunologica alla chemioterapia. Allo stesso tempo vogliamo approfondire la possibilità di combinare la chemioterapia con immunoterapie a base di cellule T ingegnerizzate e/o farmaci capaci di agire sui meccanismi epigenetici che regolano la visibilità delle cellule leucemiche al sistema immunitario. Sono prospettive che richiedono ancora verifiche su gruppi più ampi di pazienti e studi preclinici e clinici dedicati prima di poter pensare a un’applicazione nella pratica clinica.”
La ricerca ha ricevuto il sostegno di diversi Enti nazionali e internazionali: Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro, Fondazione Telethon, Human Frontier Science Program, American Society of Hematology, New York Stem Cell Foundation, European Research Council ERC, European Hematology Association, Leukemia Research Foundation e Ministero della Salute.