Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
«Nonostante tutto», i ragazzi dell'Istituto dei Tumori e la terapia di raccontarsi in un film Oggi con Buone Notizie Corriere della Sera
Il potere del raccontarsi. Anche in una corsia di ospedale. Anche in un’eta in cui pensi a tutto tranne che al cancro. Da quindici anni al settimo piano dell’Istituto dei Tumori di Milano nel reparto di Pediatria oncologica, con Progetto Giovani questo potere si trasforma in espressione artistica, consente la rielaborazione della diagnosi e a volte anche di un lutto, crea un gruppo di adolescenti coeso che fa dell’amicizia e del divertimento un’arma potentissima. Una forza così trascinante che è uscita dai muri dell’ospedale diventando di volta in volta una canzone che ha fatto il botto sui social, una graphic novel di cui hanno parlato i quotidiani, e poi anche la sit com «Ho preso un granchio», in due edizioni.
Proprio partendo da questa serie, sempre seguendo le idee di ragazze e ragazzi del Progetto, è nato il docufilm «Nonostante tutto», che grazie al sostegno di Mediafriends approda domani alla Mostra del Cinema di Venezia, accanto al gotha di registe e registi, attrici e attori, intellettuali. Doveva essere un back stage, ne è risultato un racconto in cui il filo narrativo sono le tante voci dei ragazzi che condividono la quotidianità, le fatiche, le paure e le risate. «Ho pianto solo due volte, per la diagnosi e quando ho dovuto smettere con il basket»; «Un altro problema della malattia è la reazione degli amici e quello che puoi fare è tenerti accanto le persone giuste»; «Ci sono giornate buone e altre meno buone, però qui dentro ridiamo molto e giochiamo molto». Il professor Andrea Ferrari, che ha ideato e fa crescere Progetto Giovani insieme allo staff dei colleghi medici e di psicologi ed educatori, spiega che «anche questo modo di stare insieme fa parte della terapia, perché per loro è fondamentale tirare fuori quello che hanno dentro, ma è più facile farlo con queste modalità espressive piuttosto che con il medico o lo psicologo». E ridere? «Essere autoironici - prosegue Ferrari - non significa essere irriverenti. Perché non si ride della malattia ma dentro la malattia».
La parola che ha fatto la differenza in questi 12 anni di Progetto Giovani è «insieme»: «I ragazzi - conferma il professor Andrea Ferrari - si riuniscono e decidono che cosa fare, quale proposta portare avanti, come gestirla. Anche nel caso della sitcom, la prima edizione è stata realizzata interamente da loro, dalla scelta del tema alla sceneggiatura e poi il girato e le colonne sonore». La seconda edizione è arrivata quasi naturalmente, con qualche mezzo a disposizione in più e con dei camei di amici del Progetto Giovani, come Gerry Scotti e Aldo Giovanni e Giacomo.
L’idea poi di produrre un documentario sul back stage di questa esperienza si è trasformata in un altro lavoro collettivo, iniziato con qualcuno che non c’è più, mescolando sempre chi è guarito ma resta legato al Progetto e frequenta il settimo piano del’Istituto per aiutare gli altri ad affrontare il percorso dell’accettazione della malattia, delle terapie, del rischio isolamento e depressione, della voglia di esprimersi e vivere.
Il docufilm che arriva domani alla Mostra del Cinema di Venezia parte da ragazze e ragazzi per indagare come una diagnosi oncologica in piena adolescenza cambi il rapporto con il proprio corpo, con gli altri e con il futuro. Scritto da Cristiano Nardò e Tobia Passigato e diretto dallo stesso Nardò, il documentario si è poi inserito nel percorso di Mediafriends che dal 2003 promuove iniziative di solidarietà sociale coinvolgendo il Gruppo Mediaset. Al Lido i ragazzi e le ragazze saliranno sul palco di Sala Incontri all’Hotel Excelsior domani alle 12 insieme a Ferrari e a Nardò. Prima di loro Alessandro Billi, vicepresidente di Mediafriends (ente filantropico di Mediaset, Mondadori e Medusa) Giampaolo Letta, presidente di Medusa e monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo spiegheranno perché e come si è arrivati fino a qui. Una scelta, come anticipa Pier Silvio Berlusconi, chairman e ceo Mediaforeurope, che si spiega così: «Portare alla Mostra del Cinema di Venezia “Nonostante tutto”, un cortometraggio che racconta i ragazzi dell’Istituto dei Tumori mettendo al centro le loro vite, non la malattia, per Mediafriends e per tutta Mediaset significa molto. Significa raccontare le loro storie, i loro sogni, la voglia di guardare avanti. Essere al loro fianco e dare voce a tutto questo è ciò che per noi conta davvero».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
38.5/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Lazio: tumori, a Campus Bio-Medico di Roma macchinario hi-tech per radioterapia Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 7 set - Adattare in tempo reale il trattamento alle condizioni del paziente e all'evoluzione del tumore, direttamente durante la seduta di radioterapia, grazie all'intelligenza artificiale. E' la principale innovazione che caratterizza il nuovo Adaptive Linac Ethos della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, inaugurato oggi in occasione della Giornata mondiale della Radioterapia. Il Policlinico e' tra le prime strutture sanitarie in Italia e il primo ospedale a Roma e nel Lazio a mettere in funzione questo acceleratore lineare di ultima generazione. Attivo presso l'Unita' Operativa Complessa di Radioterapia oncologica diretta dalla professoressa Sara Ramella, il nuovo macchinario entra a far parte dell'attivita' assistenziale erogata in convenzione con il Servizio sanitario nazionale ed e' ora a disposizione di tutti i pazienti seguiti dalla struttura e dei cittadini del territorio romano, laziale e del centro Italia.
com-san.
Gli ultimi video Radiocor
(RADIOCOR) 07-09-26 19:35:36 (0511)SAN 5 NNNN
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
54.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Ospedale di Perugia, nuova cura per il melanoma: introdotta l’infusione isolata d’arto Umbria TAG24
Una nuova possibilità terapeutica entra a far parte del percorso dedicato ai pazienti con melanoma seguiti dall’Azienda ospedaliera di Perugia. L’ospedale umbro ha introdotto l’infusione isolata d’arto, conosciuta con l’acronimo Ili, dall’inglese Isolated limb infusion. Si tratta di una procedura mini-invasiva pensata per concentrare il trattamento direttamente sull’arto interessato dalla malattia, ricorrendo a dosi elevate di chemioterapico e riducendo al contempo l’esposizione del resto dell’organismo al farmaco.
L’arrivo della nuova procedura amplia il ventaglio di strumenti a disposizione degli specialisti e si inserisce all’interno di un’attività sul melanoma che all’ospedale di Perugia prosegue da oltre un quarto di secolo.
Non è dunque un intervento isolato, ma il risultato di un percorso nel quale diverse competenze mediche e chirurgiche vengono messe in campo per affrontare la patologia attraverso un approccio integrato.
Come funziona la nuova procedura contro il melanoma
Il principio alla base dell’infusione isolata d’arto consiste nella possibilità di intervenire in maniera localizzata. Attraverso tecniche percutanee mini-invasive, il flusso sanguigno dell’arto viene temporaneamente separato dalla circolazione del resto del corpo. In questo modo il farmaco può essere concentrato nella zona che necessita del trattamento.
A spiegare l’origine della tecnica è Piero Covarelli, direttore della struttura dipartimentale di Chirurgia dei tessuti molli e della mammella.
"La tecnica è stata sviluppata originariamente presso il Melanoma institute Australia (Mia), già noto come Sydney Melanoma Unit".
Il medico entra quindi nel dettaglio del meccanismo attraverso il quale viene effettuata la procedura.
"Attraverso metodiche percutanee mini-invasive - aggiunge, in una nota diffusa dall’Azienda ospedaliera -, la circolazione sanguigna dell’arto viene temporaneamente isolata da quella del resto dell’organismo, permettendo di concentrare il trattamento direttamente nella zona interessata".
Il vantaggio della procedura risiede quindi nella possibilità di agire localmente, cercando di limitare l’impatto sistemico del trattamento. L’elevata concentrazione del chemioterapico viene indirizzata verso l’area interessata dalla malattia, mentre la circolazione del resto dell’organismo viene temporaneamente esclusa dal trattamento.
La procedura è stata realizzata nella sala ibrida del blocco operatorio “Moggi” dell’Azienda ospedaliera di Perugia. Una struttura che ha consentito di riunire le diverse professionalità necessarie alla gestione dell’intervento.
Un lavoro di squadra tra chirurgia, oncologia e altre specialità
L’introduzione dell’Ili ha richiesto un’organizzazione multidisciplinare. La chirurgia del melanoma viene eseguita all’ospedale di Perugia da oltre 25 anni e vede impegnati gli specialisti Gian Marco Tomassini e Piero Covarelli.
Per questa specifica procedura è stata particolarmente importante la collaborazione con la Chirurgia vascolare, rappresentata dai dottori Massimo Lenti e Basso Parente. Il loro contributo si è inserito in un’équipe più ampia, chiamata a gestire le diverse fasi dell’intervento.
Il paziente sottoposto alla procedura proveniva da un centro extra-regionale ed era stato indirizzato al professor Mario Mandalà, direttore dell’Oncologia medica.
"è stato sottoposto al trattamento in un contesto altamente specializzato" sottolinea ancora l’Azienda ospedaliera.
Alla gestione dell’intervento hanno partecipato anche altre figure professionali. L’assistenza anestesiologica è stata affidata al dottor Nicola Tramontano, mentre il monitoraggio intraoperatorio è stato curato dal dottor Salvatore Messina della Medicina Nucleare.
Il controllo durante la procedura aveva anche l’obiettivo di individuare tempestivamente eventuali eventi avversi, garantendo una sorveglianza costante delle condizioni del paziente.
L’esito dell’intervento è stato positivo. Il paziente ha lasciato l’ospedale dopo tre giorni, senza registrare complicazioni, chiudendo così la prima esperienza con questa procedura all’interno del nuovo percorso terapeutico.
A Perugia un percorso dedicato ai pazienti con melanoma
L’introduzione dell’infusione isolata d’arto si aggiunge a un sistema di presa in carico che comprende già un ambulatorio specialistico dedicato al melanoma.
Luca Stingeni, direttore della struttura complessa di Dermatologia, sottolinea il ruolo dell’ambulatorio nell’accompagnamento dei pazienti durante le diverse fasi della malattia.
"Presso l’ospedale di Perugia è presente un ambulatorio specialistico dedicato al melanoma, - spiega il prof. Luca Stingeni, direttore della struttura complessa di Dermatologia - che garantisce ai pazienti un percorso di presa in carico strutturato e continuativo. Seguiamo le persone affette da questa patologia dalla fase della diagnosi e dell’intervento chirurgico fino ai controlli successivi e al follow-up previsto dai protocolli. È un percorso assistenziale e multidisciplinare che accompagna il paziente in tutte le fasi della malattia, in stretta collaborazione con il medico di medicina generale".
L’obiettivo è quindi costruire un percorso che non si limiti al momento dell’intervento, ma prosegua nel tempo attraverso controlli e attività di follow-up. La presa in carico coinvolge più specialisti e accompagna il paziente dalla diagnosi alle successive fasi di monitoraggio.
Una nuova opportunità nell’offerta terapeutica
Per l’Azienda ospedaliera di Perugia, l’arrivo dell’Ili rappresenta un ulteriore tassello nel processo di ampliamento delle possibilità di trattamento disponibili per il melanoma.
Antonio d’Urso, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, evidenzia il valore della collaborazione tra le diverse discipline coinvolte nell’introduzione della nuova procedura.
"L’introduzione dell’infusione isolata d’arto rappresenta un ulteriore passo avanti nell’ampliamento delle possibilità terapeutiche offerte ai pazienti con melanoma - afferma Antonio d’Urso, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera di Perugia - grazie alla collaborazione tra diverse specialità e alla disponibilità di tecniche innovative e altamente specialistiche".
La nuova procedura porta dunque a Perugia una tecnica sviluppata originariamente in Australia e oggi inserita in un percorso locale costruito sulla collaborazione tra chirurgia, oncologia, chirurgia vascolare, anestesia, medicina nucleare e dermatologia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
61.1/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Emma Bonino ricoverata in condizioni critiche. Cos'è il microcitoma che l'ha colpita e come si cura oggi Mondosanità
Emma Bonino è stata ricoverata d'urgenza nel pomeriggio di oggi, 7 settembre, all'ospedale Santo Spirito di Roma.
La storica leader radicale, 78 anni, è stata soccorsa nella propria abitazione nel centro della Capitale e trasportata in ambulanza in codice rosso. Secondo le informazioni disponibili in queste ore, fonti sanitarie riferiscono che le sue condizioni sono critiche.
È importante però chiarire immediatamente un punto.
Non è stata comunicata la causa del malore e non esiste al momento alcun elemento che consenta di collegare questo ricovero al tumore del polmone diagnosticato a Emma Bonino nel 2015.
Anche quando era stata ricoverata in terapia intensiva alla fine del 2025, i medici avevano successivamente spiegato che non si trattava di una recidiva del tumore, ma di un problema metabolico.
La storia clinica di Bonino richiama tuttavia l'attenzione su una forma particolare di tumore polmonare: il carcinoma polmonare a piccole cellule, o microcitoma. È meno frequente del carcinoma non a piccole cellule, ma biologicamente molto più aggressivo. Il documento della redazione ricorda inoltre il fortissimo legame con il tabagismo: oltre il 90% dei casi viene diagnosticato in fumatori o ex fumatori.
Ed è soprattutto una malattia nella quale la medicina degli ultimi anni sta cominciando a cambiare le regole.
PERCHÉ IL MICROCITOMA È COSÌ AGGRESSIVO?
Il nome può trarre in inganno.
“A piccole cellule” descrive l'aspetto delle cellule tumorali osservate al microscopio, non la gravità della malattia.
Il microcitoma è caratterizzato infatti da una crescita molto rapida e da una spiccata capacità di diffondersi precocemente ad altri organi. Proprio per questo, al momento della diagnosi la chirurgia è utilizzabile soltanto in una minoranza selezionata di pazienti.
Tradizionalmente la malattia viene distinta in due grandi condizioni: stadio limitato, quando il tumore può essere compreso in un campo radioterapico toracico appropriato, e stadio esteso, quando la malattia si è diffusa più ampiamente.
C'è poi un'altra caratteristica che ha reso il microcitoma particolarmente difficile da curare.
All'inizio può essere molto sensibile alla chemioterapia.
Il tumore può ridursi rapidamente con i farmaci a base di platino ed etoposide. Il problema è ciò che accade dopo: le recidive sono frequenti e il tumore può diventare resistente ai trattamenti. È questa combinazione — risposta iniziale spesso importante e successiva capacità di ricomparire — ad aver rappresentato per decenni uno dei grandi ostacoli terapeutici.
Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato.
L'IMMUNOTERAPIA È ARRIVATA ANCHE NEL MICROCITOMA
Per molto tempo la terapia del carcinoma polmonare a piccole cellule è rimasta sostanzialmente ferma alla combinazione di chemioterapia e radioterapia.
L'immunoterapia ha cominciato a modificare questo scenario.
E uno dei risultati più importanti riguarda proprio la malattia in stadio limitato.
Lo studio internazionale di fase 3 ADRIATIC, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha studiato pazienti nei quali la malattia non era progredita dopo chemio-radioterapia.
L'aggiunta successiva dell'immunoterapico durvalumab ha portato la sopravvivenza mediana complessiva da 33,4 a 55,9 mesi. Anche il tempo senza progressione della malattia è aumentato, da 9,2 a 16,6 mesi.
È un risultato particolarmente importante perché riguarda una malattia nella quale per decenni i progressi terapeutici sono stati molto più lenti rispetto ad altri tumori polmonari.
Anche nello stadio esteso l'immunoterapia associata alla chemioterapia ha ormai modificato la prima linea di trattamento.
E nel 2026 l'Europa ha autorizzato un'ulteriore strategia: lurbinectedin insieme ad atezolizumab come terapia di mantenimento negli adulti con microcitoma in stadio esteso che non sia progredito dopo il trattamento iniziale con atezolizumab, carboplatino ed etoposide.
Ma forse la novità biologicamente più affascinante arriva da un'altra strada.
IL NUOVO FARMACO CHE PORTA I LINFOCITI T DIRETTAMENTE CONTRO IL TUMORE
Si chiama tarlatamab e appartiene a una nuova generazione di anticorpi bispecifici.
Il principio è ingegnoso.
Molte cellule del microcitoma esprimono sulla loro superficie una proteina chiamata DLL3.
Tarlatamab è costruito per riconoscere contemporaneamente DLL3 sulla cellula tumorale e CD3 sui linfociti T, le cellule del sistema immunitario capaci di uccidere altre cellule.
In pratica funziona come un ponte molecolare.
Da una parte aggancia il tumore.
Dall'altra aggancia il linfocita T.
E li porta fisicamente abbastanza vicini perché la cellula immunitaria possa attaccare la cellula neoplastica.
Lo studio di fase 3 DeLLphi-304, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha confrontato tarlatamab con la chemioterapia standard in 509 pazienti nei quali il microcitoma era progredito dopo una terapia a base di platino.
La sopravvivenza mediana è passata da 8,3 mesi con la chemioterapia a 13,6 mesi con tarlatamab, corrispondente nello studio a una riduzione del 40% del rischio relativo di morte. Gli eventi avversi di grado 3 o superiore sono stati inoltre meno frequenti con tarlatamab rispetto alla chemioterapia: 54% contro 80%.
Non è una cura definitiva e può provocare effetti avversi importanti, tra cui la sindrome da rilascio di citochine e tossicità neurologiche, che richiedono una gestione specialistica.
Ma rappresenta un cambio di paradigma.
Nel giugno 2026 tarlatamab ha ottenuto l'autorizzazione europea per il trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso dopo progressione durante o dopo una prima terapia a base di platino.
LA SFIDA RESTA SCOPRIRLO PRIMA
Nonostante i progressi terapeutici, il microcitoma rimane una delle neoplasie polmonari più difficili.
E questo rende fondamentale intervenire prima ancora che la malattia compaia.
Il primo strumento rimane non fumare o smettere di fumare. Il legame con il tabacco è particolarmente forte nel carcinoma a piccole cellule.
C'è poi il tema della diagnosi precoce.
La TAC torace a basso dosaggio nelle persone ad alto rischio può ridurre la mortalità per tumore polmonare, ed è alla base dei programmi di screening rivolti soprattutto a forti fumatori ed ex fumatori. Anche il materiale della redazione ricorda il programma italiano RISP, la Rete Italiana Screening Polmonare.
Nel microcitoma, tuttavia, la sfida è particolarmente difficile proprio per la rapidità con cui la malattia può svilupparsi e diffondersi.
Per questo ricerca terapeutica e diagnosi precoce devono procedere insieme.
Dieci anni fa, quando Emma Bonino rese pubblica la propria diagnosi, il microcitoma era già una delle forme più temute di carcinoma polmonare.
Lo è ancora.
Ma non è più esattamente lo stesso scenario terapeutico.
Immunoterapia nello stadio limitato, immunoterapia e nuove strategie di mantenimento nello stadio esteso e, oggi, anticorpi bispecifici capaci di mettere direttamente in contatto il sistema immunitario con le cellule tumorali stanno progressivamente ampliando le possibilità di trattamento.
Il ricovero odierno di Emma Bonino resta, allo stato delle informazioni disponibili, una vicenda clinica distinta, della quale non conosciamo ancora la causa.
La sua storia oncologica offre però l'occasione per ricordare quanto sia cambiata, in appena un decennio, la ricerca contro uno dei tumori polmonari più aggressivi.
E soprattutto quanto resti decisiva la sfida che viene prima di qualsiasi farmaco:
ridurre il fumo, individuare il tumore il più precocemente possibile e continuare a trasformare una malattia capace di correre molto velocemente in una malattia che la medicina riesca finalmente a inseguire — e sempre più spesso a fermare.
FONTI SCIENTIFICHE
1. Cheng Y, Spigel DR, Cho BC, et al. Durvalumab after Chemoradiotherapy in Limited-Stage Small-Cell Lung Cancer.New England Journal of Medicine. 2024;391:1313-1327. DOI: 10.1056/NEJMoa2404873. Studio ADRIATIC di fase 3.
Studio ADRIATIC — New England Journal of Medicine
2. Mountzios G, Sun L, Cho BC, et al. Tarlatamab in Small-Cell Lung Cancer after Platinum-Based Chemotherapy.New England Journal of Medicine. 2025;393:349-361. DOI: 10.1056/NEJMoa2502099. Studio DeLLphi-304 di fase 3, 509 pazienti.
Studio DeLLphi-304 — New England Journal of Medicine
3. European Medicines Agency. Imdylltra (tarlatamab). Autorizzazione europea 2026 per ES-SCLC dopo progressione durante o dopo terapia di prima linea a base di platino.
EMA — Tarlatamab (Imdylltra)
4. European Medicines Agency. Zepzelca (lurbinectedin). Autorizzazione UE del 29 maggio 2026 in associazione ad atezolizumab come mantenimento dell'ES-SCLC non progredito dopo induzione con atezolizumab, carboplatino ed etoposide.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
58.5/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Radioterapia e tumori, a Roma l'acceleratore con intelligenza artificiale che adatta la cura in tempo reale Canale 10
La radioterapia oncologica compie un importante passo in avanti verso la personalizzazione estrema delle cure. Se fino a ieri il piano terapeutico veniva stabilito all’inizio del percorso e ripetuto quasi identico per tutte le sedute, oggi la tecnologia permette di ricalibrare la dose di radiazioni direttamente sul lettino prima dell’irradiazione.
Radioterapia e intelligenza artificiale: Al Campus Bio-Medico di Roma debutta il primo acceleratore lineare adattativo del Lazio. I benefici
Accade a Roma, presso la Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, prima struttura nella Capitale e nel Lazio (e tra le pochissime in Italia) ad aver messo in funzione l’Adaptive Linac Ethos. Il nuovo acceleratore lineare, basato sull’integrazione tra intelligenza artificiale e tecniche avanzate di imaging, è stato inaugurato in occasione della Giornata Mondiale della Radioterapia.
Come funziona la radioterapia adattativa guidata dall’Intelligenza Artificiale
Durante le settimane in cui si articola un ciclo di radioterapia, il corpo del paziente subisce inevitabili trasformazioni. Il tumore può ridurre le proprie dimensioni o cambiare forma. E gli organi sani circostanti possono spostarsi o variare di volume a causa dei fisiologici movimenti corporei.
È qui che entra in gioco la radioterapia adattativa (Adaptive Radiotherapy). Grazie alle immagini ad alta risoluzione acquisite in tempo reale prima di erogare la radiazione, il sistema analizza l’anatomia del paziente istante per istante.
«Con il nuovo Adaptive Linac il trattamento non resta uguale per tutta la durata delle cure, ma può essere regolato sulla base delle condizioni reali del paziente osservate in occasione di ciascuna seduta», spiega Sara Ramella, direttrice dell’Unità operativa complessa di Radioterapia oncologica del Policlinico.
«Durante il percorso terapeutico possono verificarsi modifiche nella forma, nella dimensione, nella posizione del tumore o degli organi circostanti. La possibilità di tenerne conto in tempo reale ci consente di rendere il trattamento ancora più appropriato ed efficace».
Il ruolo dell’IA: massima precisione e tutela dei tessuti sani
Il compito dell’intelligenza artificiale all’interno della sala radioterapica non è quello di sostituirsi al medico, ma di fare da potente copilota tecnologico. L’IA analizza istantaneamente le scansioni anatomiche e supporta la équipe medica nell’individuare le minime variazioni corporali, rielaborando un piano di irradiazione su misura prima che il fascio venga erogato.
I principali vantaggi per il paziente:
Cruciali i vantaggi per il paziente. A partire dalla maggiore accuratezza ossia concentrazione della dose massima di radiazioni direttamente sulle cellule tumorali con contestuale riduzione drastica dell’esposizione dei tessuti e degli organi sani circostanti.
La abbattimento degli effetti collaterali a breve e lungo termine diventa più faclle.
Questa tecnologia risulta particolarmente preziosa per le neoplasie localizzate in aree ad elevata mobilità anatomica, come il tumore al polmone, i tumori del distretto testa-collo e le patologie oncologiche della regione addomino-pelvica.
L’impegno del Campus Bio-Medico e l’accesso tramite SSN
L’arrivo di questo nuovo acceleratore va a potenziare un servizio di radioterapia che già rappresenta un punto di riferimento per il Centro e Sud Italia. L’Unità opera infatti in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) sia nella sede centrale di Trigoria, sia presso il Campus Bio-Medico Longoni – Medical Center nel quartiere Prenestino.
I numeri testimoniano il forte impatto clinico della struttura. Nel 2025 quasi 7.000 pazienti presi in carico con oltre 149 mila prestazioni erogate complessivamente nelle due sedi.
Nei primi sei mesi del 2026 sfiorata la quota 5.000 pazienti e superate le 72 mila prestazioni.
L’accesso alla tecnologia con intelligenza artificiale sarà garantito anche a tutti i pazienti assistiti tramite la sanità pubblica, provenienti dal Lazio e dalle regioni limitrofe.
Il valore della radioterapia nella lotta contro i tumori in Italia
In Italia, i dati dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) indicano che nel 2025 sono stati stimati circa 390 mila nuovi casi di tumore. In questo scenario, la radioterapia si conferma una colonna portante dei percorsi clinici:
Oltre il 60% dei pazienti oncologici necessita di radioterapia nel corso della malattia (dati FAVO – Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia).
La radioterapia contribuisce direttamente al 42% delle guarigioni complessive da tumore (dati AIRO – Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica).
Le voci delle istituzioni: «Tecnologia al servizio della persona»
All’inaugurazione del nuovo impianto hanno preso parte importanti personalità civili e religiose, tra cui il Prefetto di Roma Lamberto Giannini, la Presidente del Municipio IX di Roma Capitale Titti Di Salvo e don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della CEI, che ha officiato la benedizione del macchinario.
«La lotta contro il cancro richiede ogni giorno competenze, ricerca e tecnologie sempre più avanzate», ha dichiarato Carlo Tosti, presidente della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico.
Un concetto ribadito da Paolo Sormani, amministratore delegato e direttore generale della Fondazione, che definisce l’acceleratore «un investimento assolutamente strategico per offrire trattamenti personalizzati, precisi ed efficaci, fruibili anche attraverso il Servizio Sanitario Nazionale».
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
48.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Emma Bonino ricoverata in ospedale, è grave: è in terapia intensiva, le ultime news adnkronos.com
Emma Bonino ricoverata d'urgenza all'ospedale Santo Spirito a Roma. Bonino, 78 anni, è arrivata nel pomeriggio in codice rosso al pronto soccorso dell'ospedale e in serata è stata trasferita in via precauzionale nel reparto di terapia intensiva. "Sono in corso gli accertamenti e una valutazione dei parametri a seguito di un peggioramento della funzionalità respiratoria. Resta vigile e lucida", ha riferito nella serata di lunedì 7 settembre il medico curante Claudio Santini che è in contatto costante con i medici del Santo Spirito.
Non è il primo ricovero per la leader di +Europa nella struttura, il precedente è all'inizio del 2025 dopo un malore e allora servì la terapia intensiva perché era stata riscontrata una insufficienza respiratoria. Stabilizzata, il giorno dopo fu trasferita al San Filippo Neri. L'ospedalizzazione allora durò una settimana quando l'ex ministra tornò a casa. Nella storia clinica della Bonino c'è anche un microcitoma polmonare diagnosticato nel 2015 e superato nel 2023. Nell'ottobre 2024, l'ex ministra era stata presa in carico sempre dall'ospedale del centro storico di Roma per problemi respiratori, anche in quel caso con cure intensive.
Dieci anni fa l'annuncio del tumore al polmone, da cui è guarita, durante una diretta di Radio Radicale. "Recentemente mi sono sottoposta a dei controlli medici che hanno evidenziato la presenza di un tumore al polmone sinistro. Si tratta di una forma localizzata e ancora asintomatica, ma richiederà un trattamento lungo e complesso di chemioterapia che è già stato iniziato e che durerà almeno sei mesi. Non sono intenzionata a interrompere le mie attività perché da una passione, come quella politica, non ci si dimette, però è chiaro che le mie attività dovranno essere organizzate in base alle esigenze mediche". Il tumore polmonare a piccole cellule, noto anche come microcitoma o small cell lung cancer (Sclc), è una forma rara di carcinoma polmonare, che rappresenta circa il 15% di tutti i tumori al polmone. Per le terapie è prevista la chirurgia limita a circa 1 paziente su 20 però, la radioterapia e la chemioterapia.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
68.9/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumori, la radioterapia cambia in tempo reale: così l’IA adatta la cura al corpo del paziente Giornale La Voce
Pochi minuti prima che parta la dose di radiazioni, il tumore può non essere più esattamente dove lo si era visto all’inizio del percorso. È in quello scarto, minimo ma decisivo, che si gioca il senso della nuova frontiera arrivata al Campus Bio-Medico di Roma: una radioterapia capace di osservare di nuovo il paziente e, se serve, cambiare il piano mentre la cura sta per cominciare.
Il punto non è solo che la macchina sia nuova. Il punto è quando decide di cambiare. Nella radioterapia convenzionale, il trattamento viene pianificato all’inizio del percorso sulla base di immagini acquisite nei giorni precedenti; poi quel piano viene ripetuto, con gli aggiustamenti del caso, seduta dopo seduta. Con la radioterapia adattativa, invece, il cuore della decisione si sposta a pochi minuti dall’irradiazione: si osserva l’anatomia reale di quel giorno e, se necessario, si ricalcola. È questo il salto che il Campus Bio-Medico di Roma ha portato nella pratica clinica con l’entrata in funzione di Adaptive Linac Ethos, presentato il 7 settembre 2026 a Trigoria.
Il nuovo acceleratore lineare è operativo nell’Unità operativa complessa di Radioterapia oncologica diretta da Sara Ramella e, secondo quanto riferito dalla struttura e ripreso dalle agenzie, è il primo apparecchio di questo tipo attivo a Roma e nel Lazio. Il trattamento viene erogato nell’ambito dell’attività in convenzione con il Servizio sanitario nazionale, un dettaglio rilevante perché sposta l’innovazione dal piano dell’annuncio a quello dell’accesso concreto alle cure.
Che cosa cambia davvero durante una seduta
Per capire la portata della novità bisogna partire da un fatto molto semplice: il corpo non è immobile nel tempo. Nel corso di un ciclo di radioterapia possono cambiare la forma e il volume del tumore, ma anche la posizione degli organi vicini, il riempimento di vescica e intestino, la conformazione del distretto addomino-pelvico o il rapporto tra lesione e strutture sane circostanti. La letteratura scientifica descrive proprio queste variazioni come una delle ragioni che hanno spinto allo sviluppo della online adaptive radiotherapy, cioè la ripianificazione eseguita mentre il paziente è ancora sul lettino, usando immagini acquisite immediatamente prima della dose.
Nel caso di Ethos, il principio operativo è questo: il sistema integra imaging giornaliero, in particolare immagini CBCT acquisite al momento del trattamento, con software e strumenti di automazione che aiutano l’équipe a rivalutare i contorni, verificare i cambiamenti anatomici e, quando serve, generare un nuovo piano coerente con la situazione osservata in quel preciso istante. Non significa che “decida l’algoritmo” in autonomia; significa piuttosto che l’algoritmo accelera e supporta un processo che resta sotto responsabilità clinica di medici, fisici sanitari e tecnici di radioterapia.
La distinzione, per il paziente, è meno astratta di quanto sembri. Nella radioterapia tradizionale si tende a usare margini di sicurezza per tenere conto degli inevitabili spostamenti e delle incertezze tra una seduta e l’altra. La radioterapia adattativa punta invece a ridurre l’approssimazione, aggiornando il trattamento sulla base dell’anatomia reale del giorno. L’obiettivo clinico è migliorare il rapporto tra efficacia sul bersaglio e tutela degli organi sani: in altre parole, colpire meglio il tumore e risparmiare di più i tessuti sani.
Dove può fare la differenza
Non tutti i tumori pongono le stesse sfide geometriche. L’utilità della radioterapia adattativa è particolarmente evidente nelle sedi in cui l’anatomia cambia più facilmente nel corso del trattamento o anche solo da un giorno all’altro. È il caso, per esempio, del polmone, del distretto testa-collo e di molte neoplasie della regione addomino-pelvica, gli stessi ambiti nei quali la radioterapia adattativa può offrire vantaggi particolarmente interessanti. La letteratura internazionale conferma che i contesti più dinamici, con variazioni di posizione e forma del bersaglio o degli organi a rischio, sono quelli in cui l’adattamento quotidiano ha il razionale più solido.
Questo non vuol dire che la nuova macchina sia “migliore per tutti” in modo automatico. La scelta dipende dal tipo di tumore, dalla sede, dallo stadio, dalla strategia complessiva di cura e dall’organizzazione del centro. La radioterapia adattativa è una tecnologia esigente: richiede tempi, workflow dedicati, controllo di qualità, competenze integrate e una selezione appropriata dei casi. Le revisioni scientifiche più recenti sottolineano proprio questo aspetto: la promessa è alta, ma l’implementazione richiede procedure rigorose e un forte coordinamento multiprofessionale.
L’intelligenza artificiale, utile ma non autosufficiente
Nel racconto pubblico della sanità, l’espressione “cura con l’intelligenza artificiale” rischia spesso di essere usata come scorciatoia. In realtà, qui l’IA non sostituisce il medico e non trasforma la seduta in un processo automatico. Serve soprattutto a velocizzare operazioni complesse — come il riconoscimento di strutture anatomiche, l’aggiornamento dei contorni e la generazione di piani adattati — rendendo compatibile la personalizzazione in tempo reale con i tempi di una pratica clinica quotidiana. La stessa Varian, produttrice della piattaforma, presenta Ethos come una soluzione pensata per portare il trattamento adattativo all’interno di finestre temporali ordinarie, grazie a capacità di pianificazione e contouring guidate dall’IA.
Anche per questo il lessico corretto conta. Non si tratta di una macchina che “vede e decide da sola”, ma di un sistema che permette all’équipe di lavorare con un’immagine più aggiornata del paziente. La differenza è sostanziale, soprattutto quando si parla di oncologia: la responsabilità clinica resta umana, mentre l’automazione diventa uno strumento di precisione e di efficienza. È una precisazione importante non solo per evitare entusiasmi ingenui, ma anche per comprendere dove stia il valore reale dell’innovazione: nella capacità di personalizzare meglio, non nel delegare.
Radioterapia che si corregge da sola? No: al Campus Bio-Medico di Roma l’IA aiuta i medici ad adattare la cura seduta per seduta
Perché la notizia riguarda più di un singolo ospedale
L’arrivo di una tecnologia del genere a Roma ha un peso che va oltre la singola inaugurazione. In Italia il cancro continua ad avere dimensioni epidemiologiche molto rilevanti: il rapporto “I numeri del cancro in Italia 2025”, pubblicato con il contributo di AIOM, AIRTUM, Fondazione AIOM, Osservatorio Nazionale Screening, PASSI e SIAPeC-IAP, stima per il 2025 circa 390.000 nuove diagnosi.
Dentro questo quadro, la radioterapia non è una disciplina laterale. Il 17° Rapporto FAVO dedica un capitolo specifico a “I numeri della radioterapia in Italia: il Progetto SUPER”, segno di quanto il tema dell’accesso, dell’appropriatezza e dell’evoluzione tecnologica sia ormai strutturale nell’organizzazione dell’oncologia. Le ricostruzioni giornalistiche diffuse il 7 settembre 2026 ricordano inoltre che una quota molto ampia di pazienti oncologici ha bisogno, nel proprio percorso, di trattamenti radioterapici.
In questa prospettiva, tecnologie più precise non incidono soltanto sul prestigio di un centro, ma potenzialmente sulla qualità di vita di molte persone. Quando la dose riesce a seguire meglio il bersaglio e a proteggere di più organi e tessuti sani, l’effetto atteso non è un generico “trattamento migliore”, ma una possibile riduzione della tossicità acuta e tardiva, una migliore tollerabilità e, in alcuni casi, una maggiore confidenza nel mantenere obiettivi di dose adeguati anche in sedi complesse. Le revisioni disponibili invitano alla prudenza sui risultati finali, che dipendono dalle indicazioni e dagli studi clinici, ma il razionale biologico e tecnico è ben definito.
Il peso dell’organizzazione e dei numeri del Campus
C’è poi un dato che aiuta a misurare il contesto in cui la nuova tecnologia viene inserita. L’unità di radioterapia del Campus Bio-Medico opera tra Trigoria e il Longoni Medical Center nel quadrante prenestino; nel 2025 le due sedi hanno assistito quasi 7.000 pazienti, con oltre 149.000 prestazioni, mentre nei primi sei mesi del 2026 i pazienti hanno sfiorato quota 5.000 e le prestazioni hanno superato 72.000. Non sono numeri marginali: indicano un volume assistenziale tale da rendere l’adozione di nuove piattaforme una questione di impatto concreto, non soltanto simbolico.
Ed è qui che il discorso tecnologico incontra quello, spesso meno visibile, dell’organizzazione sanitaria. Una piattaforma adattativa richiede infatti non solo l’investimento in hardware e software, ma anche procedure, formazione del personale, fisica medica, manutenzione, tempi di seduta compatibili e modelli decisionali condivisi. L’innovazione, in oncologia, non entra in reparto come un oggetto chiuso: funziona davvero solo quando il contesto riesce ad assorbirla e a trasformarla in pratica quotidiana.
Che cosa può aspettarsi il paziente
Per chi affronta una radioterapia, la domanda decisiva resta sempre la stessa: questo cambierà la mia esperienza di cura? La risposta più onesta è duplice. Sì, perché una maggiore capacità di adattare il piano al corpo reale di quel giorno può tradursi in trattamenti più mirati e potenzialmente più tollerabili. No, non automaticamente, perché il beneficio concreto dipende dalla patologia, dalla sede, dal protocollo e dalla valutazione dell’équipe. La tecnologia amplia le possibilità, ma non elimina la necessità di una scelta clinica personalizzata.
Resta però un dato di fondo, difficile da ignorare. Per anni la radioterapia è stata percepita dal pubblico come una terapia potente ma rigida, scandita da sedute ripetute secondo uno schema sostanzialmente fisso. L’idea che il trattamento possa essere ricalibrato quasi in tempo reale, sulla base di ciò che il medico vede poco prima dell’irradiazione, modifica questa immagine in profondità. Non è ancora il “vestito su misura perfetto” che talvolta compare nelle metafore della medicina personalizzata, ma è certamente un passo in quella direzione: meno fotografia iniziale, più osservazione continua; meno standardizzazione cieca, più adattamento ragionato.
Per questo l’inaugurazione del 7 settembre 2026 al Campus Bio-Medico merita attenzione. Non perché l’intelligenza artificiale, da sola, risolva il problema del cancro. Ma perché porta nel cuore della radioterapia un principio che in medicina è spesso evocato e più raramente realizzato fino in fondo: curare la persona che c’è oggi sul lettino, non soltanto quella fotografata all’inizio del percorso.
Fonti:
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.1/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
All'ospedale di Perugia una nuova tecnica per i pazienti affetti da melanoma Corriere dell’Umbria
Dall'ospedale di Perugia arriva una nuova tecnica per i pazienti affetti da melanoma. Si chiama Ili (dall’inglese Isolated Limb Infusion, "infusione isolata d’arto") e riguarda una procedura mini-invasiva che permette di trattare localmente l’arto interessato dalla malattia attraverso la somministrazione di alte dosi di chemioterapia, limitando al massimo l’esposizione dell’organismo agli effetti sistemici del farmaco.
“La tecnica è stata sviluppata originariamente presso il Melanoma Institute Australia (Mia), già noto come Sydney Melanoma Unit. –spiega il professor Piero Covarelli, direttore della struttura dipartimentale di Chirurgia dei tessuti molli e della mammella - Attraverso metodiche percutanee mini-invasive, la circolazione sanguigna dell’arto viene temporaneamente isolata da quella del resto dell’organismo, permettendo di concentrare il trattamento direttamente nella zona interessata”.
Il paziente, proveniente da un centro fuori regione e inviato al professor Mario Mandalà - direttore dell’Oncologia medica - è stato sottoposto al trattamento in un contesto altamente specializzato. L’intervento è stato condotto con l’assistenza anestesiologica del dottor Nicola Tramontano, mentre il necessario monitoraggio intraoperatorio, finalizzato anche a escludere eventuali eventi avversi, è stato effettuato dal dottor Salvatore Messina di Medicina nucleare.
La procedura ha richiesto un percorso multidisciplinare coordinato da diverse professionalità. La chirurgia del melanoma, infatti, viene effettuata nel nosocomio perugino da oltre 25 anni dagli specialisti Gian Marco Tomassini e Piero Covarelli. Per la realizzazione della procedura Ili è stata fondamentale la collaborazione con i chirurghi della Chirurgia vascolare, i dottori Massimo Lenti e Basso Parente.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
52.6/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Alzheimer, le nuove terapie cambiano la cura ma serve un nuovo modello organizzativo Il Sole 24 ORE
Ascolta la versione audio dell'articolo
Per decenni i trattamenti della malattia di Alzheimer hanno avuto un obiettivo preciso: alleviare i sintomi senza riuscire a modificare il decorso della malattia. Oggi lo scenario sta cambiando: gli anticorpi monoclonali anti-amiloide, come lecanemab e donanemab, aprono una nuova fase nella cura della malattia, offrendo la possibilità di rallentarne la progressione nelle fasi iniziali.
Si tratta di una svolta scientifica destinata a cambiare la pratica clinica, ma è necessario riorganizzare il sistema sanitario affinché questi trattamenti siano davvero accessibili e sicuri.
Il professor Massimo Filippi, direttore dell’Unità di Neurologia, del Servizio di Neurofisiologia e dell’Unità di Neuroriabilitazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele, spiega come per la prima volta sia possibile intervenire sui meccanismi biologici della malattia e come il successo di questa innovazione dipenderà dalla capacità di costruire nuovi modelli assistenziali.
L’esperienza del centro CARD del San Raffaele
Il tema è al centro della Personal View pubblicata dal prof. Filippi su The Lancet Regional Health - Europe, che racconta l’esperienza del Centro Alzheimer e Patologie Correlate (CARD) dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, tra i primi in Europa ad aver introdotto le nuove terapie anti-amiloide.
L’obiettivo non era solo usare nuovi farmaci, ma costruire un percorso di cura rinnovato per accompagnare il paziente dalla diagnosi fino al monitoraggio durante il trattamento. Un modello multidisciplinare che coinvolge neurologi, neuroradiologi, neuropsicologi, specialisti in medicina nucleare, farmacisti e personale infermieristico, per una presa in carico completa.
La selezione dei pazienti
Uno degli aspetti più innovativi riguarda il percorso di selezione dei pazienti. L’iter inizia con un triage, anche tramite telemedicina, seguito da una valutazione approfondita che comprende test cognitivi, biomarcatori nel sangue e nel liquido cerebrospinale, risonanza magnetica, PET cerebrale e analisi genetiche.
L’obiettivo è individuare con maggiore precisione i pazienti che possono beneficiare della terapia, superando criteri troppo rigidi basati solo sui punteggi dei test cognitivi.
“La selezione dei pazienti deve basarsi su un insieme integrato di dati clinici, funzionali e biologici - sottolinea l’esperto -. Solo così è possibile offrire un trattamento realmente personalizzato, anche a chi presenta forme meno tipiche della malattia.”
La sicurezza passa dall’organizzazione
Le nuove terapie richiedono anche un sistema di controlli molto accurato. Gli anticorpi monoclonali possono essere associati alle cosiddette ARIA, alterazioni osservabili alla risonanza magnetica, generalmente gestibili se riconosciute tempestivamente.
Per questo, il monitoraggio è una componente essenziale del trattamento; servono controlli periodici, protocolli condivisi, accesso rapido agli esami diagnostici e una comunicazione costante tra ospedale, medici di medicina generale, specialisti, pazienti e caregiver.
La sicurezza non dipende solo dal farmaco, ma dall’esistenza di un’organizzazione capace di seguire il paziente lungo tutto il percorso.
Il valore della comunicazione
Accanto agli aspetti clinici emerge il ruolo della comunicazione. Le aspettative verso queste nuove cure sono comprensibilmente alte, ma è importante chiarire che non si tratta di farmaci in grado di curare l’Alzheimer.
L’obiettivo è rallentare la progressione della malattia, preservando il più a lungo possibile memoria, autonomia e qualità della vita. Un risultato significativo, se si considera che fino a pochi anni fa nessun trattamento poteva farlo.
Per questo, il dialogo continuo diventa parte integrante della cura, favorendo decisioni condivise e maggiore consapevolezza degli obiettivi terapeutici.
Una sfida che riguarda tutto il Paese
In Italia, i pazienti che soffrono di Alzheimer sono oltre 600 mila, un numero destinato ad aumentare.
L’introduzione delle nuove terapie rende, quindi, necessario ripensare l’organizzazione dell’assistenza. Reti tra i centri, accesso uniforme ai biomarcatori, formazione degli operatori e registri clinici saranno strumenti indispensabili per evitare che l’innovazione resti confinata a pochi ospedali altamente specializzati.
Una rivoluzione agli inizi
L’esperienza maturata dall’Ospedale San Raffaele di Milano dimostra che costruire un percorso rapido, multidisciplinare e personalizzato è possibile, ma rappresenta solo il primo passo di un cambiamento più ampio che dovrà coinvolgere l’intero Servizio Sanitario.
“Stiamo imparando che la vera innovazione non è solo farmacologica, ma anche organizzativa e culturale - conclude il prof. Filippi -. Per la prima volta possiamo intervenire sui meccanismi della malattia. Ora dobbiamo fare in modo che questa opportunità diventi concreta, equa e sostenibile per tutti.”
La rivoluzione nella cura dell’Alzheimer è iniziata. Perché produca risultati duraturi dovrà essere accompagnata da una trasformazione altrettanto profonda dei modelli di assistenza, mettendo al centro non solo il farmaco, ma l’intero percorso di cura.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?3
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
50.7/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Artrite reumatoide grave, così le Car-T accendono una nuova speranza di cura Il Sole 24 ORE
Ascolta la versione audio dell'articolo
2' di lettura English Version Translated by AI.
For feedback, please contact
english@ilsole24ore.com
Una terapia già usata con successo contro alcuni tumori del sangue sta aprendo una strada innovativa per curare le malattie reumatologiche autoimmuni più gravi, che non rispondono alle terapie attuali. Parliamo della CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T cells) e il suo bersaglio sono le cellule del sistema immunitario, in particolare i linfociti B, che attaccano il corpo del paziente per errore. Eliminandole, si dà la possibilità al sistema immunitario di “resettarsi” e - invece di arginare o bloccare gli effetti della malattia autoimmune - si permette la ricostituzione di un equilibrio immunologico sano.
Chiedilo al Sole Le domande sono suggerite automaticamente da 24Ore AI
sulla base del contenuto visualizzato. Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Lo stato dell’arte
Nelle malattie autoimmuni il sistema di difesa del corpo, invece di proteggerci attacca per errore i nostri stessi organi e tessuti. L’artrite reumatoide, il lupus eritematoso sistemico, la sclerosi sistemica e alcune forme di vasculite ne fanno parte. Le patologie reumatologiche in Italia colpiscono circa cinque milioni di persone, nei casi più gravi, possono danneggiare seriamente articolazioni, cuore, reni, polmoni, cute, ecc. Le cure attuali sia con i farmaci tradizionali (methotrexate, idrossiclorochina, salazopirina, leflunomide ecc) che con quelli più innovativi come i farmaci biotecnologici e le small molecules (JAKi), ad oggi, si sono dimostrati efficaci e sicuri nella maggior parte dei pazienti. Invece nell’artrite reumatoide grave un paziente su tre non risponde in modo adeguato alla terapie convenzionali.
Loading...
La terapia Car-T consiste nel prelevare dal sangue del paziente le cellule del sistema immunitario e “istruirle” in laboratorio a riconoscere e colpire un bersaglio preciso. Le cellule vengono poi reinfuse nel paziente per andare a colpire e distruggere le cellule del sistema immunitario che attaccano il corpo erroneamente. Una volta distrutte queste ultime, il sistema immunitario è completamente “libero” dalle cellule responsabili dell’aggressione favorendo la remissione della patologia.
Lo studio
Un recente studio condotto su 6 pazienti con artrite reumatoide grave mostra risultati incoraggianti: il 67% ha ridotto di almeno metà le articolazioni infiammate, e l’83% ha mostrato miglioramenti clinici già dopo poche settimane e dopo 12 mesi di follow-up 3 pazienti hanno raggiunto la remissione completa di malattia, libera da farmaci. I risultati dovranno essere confermati su un numero più ampio di pazienti e in un periodo di osservazione più lungo, noi specialisti invitiamo alla prudenza anche perché il tempo di osservazione è breve, i costi sono elevati e la terapia richiede ospedali altamente specializzati. Ma per i pazienti più gravi, che oggi non hanno alternative terapeutiche efficaci, rappresenta una speranza concreta, aprendo nuove frontiere nella cura delle malattie reumatologiche autoimmuni gravi.
La rivoluzione delle terapie con Cellule CAR-T è al centro del Congresso Sir Campania in programma a Napoli l’11 e 12 settembre: affronteremo altri temi interessanti come l’approccio multidisciplinare alle patologie reumatologiche - molte sono sistemiche - l’interazione tra ospedale e territorio, la diffusione delle case di comunità sul territorio regionale, dove i pazienti possono recarsi per la cura delle malattie non in fase acuta.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
49.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumori cerebrali pediatrici, nasce EPICA-DIPG: nuova immunoterapia allo studio contro il glioma pontino Leccesette
Nasce nell’ambito della Missione Cancro di Horizon Europe il nuovo consorzio europeo di ricerca EPICA-DIPG, acronimo di European Paediatric Immunotherapy Trial with Combinatory Advanced Therapy Medicinal Products for DIPG, un progetto della durata di cinque anni che punta a valutare una nuova strategia immunoterapica per bambini e adolescenti affetti da glioma pontino intrinseco diffuso, il DIPG, un tumore cerebrale pediatrico particolarmente aggressivo, caratterizzato da un deterioramento neurologico progressivo e irreversibile. Al progetto partecipa anche l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma, insieme all’Institut de Recerca Sant Joan de Déu Barcelona, che coordina il consorzio, e al Princess Máxima Center di Utrecht.
Il DIPG è il più frequente tumore pediatrico del tronco encefalico e uno dei tumori pediatrici con la più alta mortalità. Ogni anno in Europa vengono diagnosticati più di 300 nuovi casi, generalmente in bambini di circa sette anni. La neoplasia si sviluppa nel ponte, una regione del tronco encefalico coinvolta in funzioni essenziali come il movimento, la respirazione e la deglutizione, e presenta una progressione rapida. La crescita diffusa nel tessuto cerebrale sano rende impossibile l’asportazione chirurgica, mentre i trattamenti oncologici convenzionali si sono dimostrati inefficaci. La radioterapia focale rimane il principale trattamento disponibile e può garantire un sollievo temporaneo dai sintomi, ma non è curativa. Meno del 10 per cento dei bambini sopravvive per due anni dopo la diagnosi e meno dell’1 per cento raggiunge i cinque anni.
EPICA-DIPG valuterà un’innovativa immunoterapia combinatoria ancora in fase di ricerca e che, in questa forma, non è mai stata sperimentata nell’uomo. Trattandosi di uno studio clinico di Fase I, l’obiettivo principale sarà valutarne la sicurezza. Lo studio esaminerà inoltre la fattibilità del trattamento e produrrà evidenze utili per orientare le successive ricerche cliniche e traslazionali.
Accanto allo studio clinico, il progetto svilupperà anche una strategia diagnostica complementare destinata al monitoraggio minimamente invasivo della risposta immunitaria e della risposta al trattamento. Verranno identificati e validati biomarcatori rilevanti e sarà messo a punto un approccio in grado di monitorare in tempo reale la risposta immunitaria e il carico di malattia durante lo studio. L’obiettivo è comprendere se, dopo il trattamento, si verifichino modificazioni della risposta immunitaria e in che modo il tumore possa rispondere alla terapia, integrando trattamento, monitoraggio e interpretazione dei risultati nei diversi centri coinvolti.
Un altro aspetto centrale riguarda la produzione e la distribuzione dei medicinali per terapie avanzate, che risultano particolarmente complessi e costosi da realizzare, soprattutto quando il numero dei pazienti è ridotto e la capacità produttiva specializzata è concentrata in pochi centri. EPICA-DIPG sperimenterà un modello basato sulla produzione centralizzata presso strutture accademiche specializzate conformi alle GMP, le Good Manufacturing Practice, con successiva distribuzione dei medicinali agli ospedali partecipanti nei quali saranno reclutati i pazienti. In questo modo il consorzio valuterà se un reclutamento decentralizzato possa funzionare in maniera affidabile insieme a una produzione centralizzata, anche negli ospedali privi di una propria capacità produttiva.
Il reclutamento dei pazienti coinvolgerà il Pediatric Cancer Center Barcelona del Sant Joan de Déu Barcelona Children’s Hospital, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù in Italia e il Princess Máxima Center nei Paesi Bassi. Il consorzio riunisce inoltre organizzazioni di pazienti, specialisti nella valutazione delle tecnologie sanitarie, esperti in ambito regolatorio e partner della comunicazione provenienti da Spagna, Italia e Paesi Bassi. Tra le organizzazioni coinvolte figurano Pulseras Candela, Fondazione Il Coraggio dei Bambini e Vereniging Kinderkanker Nederland, chiamate a contribuire alla progettazione, alla revisione e alla valutazione continua del protocollo clinico e dei materiali destinati ai pazienti.
“EPICA-DIPG non si limita a chiedersi se sia possibile sperimentare una nuova strategia terapeutica, ma anche se l’intero percorso che la accompagna possa essere portato su una scala più ampia”, ha spiegato il Principal Investigator Andrés Morales La Madrid del Pediatric Cancer Center Barcelona, sottolineando come, per un tumore pediatrico raro come il DIPG, studio clinico, strumenti di monitoraggio, preparazione regolatoria e modello di distribuzione debbano essere considerati in maniera integrata per produrre evidenze realmente utili.
Il progetto punta quindi a sperimentare un percorso di ricerca integrato nel quale la valutazione della terapia, la diagnostica complementare e il modello di produzione e logistica procedano insieme. Se EPICA-DIPG riuscirà a produrre le evidenze previste, i risultati potranno orientare le successive fasi della valutazione clinica, lo sviluppo futuro della diagnostica complementare, il confronto sulla valutazione delle tecnologie sanitarie e nuovi modelli di ricerca accademica sulle terapie avanzate nei tumori pediatrici rari, contribuendo a creare nuove opportunità di ricerca per i bambini e le famiglie colpiti dal DIPG.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.2/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Prima terapia genica per la talassemia major in Sardegna, traguardo storico all’Arnas Brotzu di Cagliari aristanis tv
Un risultato di straordinaria importanza per la sanità sarda e per la comunità dei pazienti affetti da talassemia. Per la prima volta in Sardegna, un paziente affetto da talassemia major è stato trattato con successo mediante terapia genica presso l’Arnas Brotzu di Cagliari. Il paziente è stato dimesso e, a distanza di un mese dall’intervento, non ha più bisogno di trasfusioni.
La presidente della Regione Sardegna e assessora ad interim della Sanità, Alessandra Todde, ha evidenziato il valore storico dell’intervento: «È un risultato straordinario per la nostra sanità e, soprattutto, per le persone che convivono con la talassemia. Un traguardo che dimostra come anche in Sardegna sia possibile garantire l’accesso alle terapie più avanzate e trasformare l’innovazione scientifica in nuove possibilità di cura». La presidente ha inoltre ricordato l’impegno della Regione per l’accesso al Fondo nazionale per i farmaci innovativi, affiancato da investimenti diretti di risorse regionali.
L’Arnas Brotzu rappresenta l’unico centro accreditato in Sardegna per questo tipo di procedura, posizionandosi tra le prime strutture in Italia. Il traguardo è il frutto di anni di lavoro e delle competenze multidisciplinari messe in campo dai professionisti dei presidi del Brotzu (Businco, Microcitemico e San Michele). A supporto di questa strategia di rafforzamento assistenziale si inserisce anche il nuovo servizio di Aferesi dell’Arnas Brotzu, inaugurato nel febbraio 2026.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
44.4/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Talassemia, al Brotzu di Cagliari debutta la terapia genica Il Sole 24 ORE
Ascolta la versione audio dell'articolo
2' di lettura English Version Translated by AI.
For feedback, please contact
english@ilsole24ore.com
Da un mese non ha più bisogno di trasfusioni. Si tratta del paziente che, affetto da talassemia major, è stato trattato con terapia genica all’Arnas Brotzu di Cagliari. L’ospedale Brotzu di Cagliari è l’unico centro accreditato in Sardegna per questa procedura ed è tra i primi in Italia. Un percorso che la Regione considera strategico e che punta a garantire ai pazienti sardi l’accesso alle terapie più innovative.
Chiedilo al Sole Le domande sono suggerite automaticamente da 24Ore AI
sulla base del contenuto visualizzato. Domande di approfondimento generate da 24Ore AI
Primo traguardo
«È un risultato straordinario per la nostra sanità e, soprattutto, per le persone che convivono con la talassemia - commenta Alessandra Todde, presidente della Regione e assessora a interim alla Sanità -. Un traguardo che dimostra come anche in Sardegna sia possibile garantire l’accesso alle terapie più avanzate e trasformare l’innovazione scientifica in nuove possibilità di cura».
Loading...
Rotta sull’innovazione
Todde ricorda poi un altro aspetto, legato proprio alle diverse forme di anemia mediterranea e i disagi e le problematiche con cui devono fare i conti malati e famiglie. «La Sardegna conosce il peso della talassemia più di altri territori. Per questo abbiamo combattuto affinché la nostra regione potesse accedere, per la prima volta, al Fondo nazionale per i farmaci innovativi e ne difenderemo a ogni costo la dotazione destinata alla Sardegna - aggiunge ancora -. Abbiamo inoltre scelto di investire direttamente sull’innovazione, affiancando risorse regionali a quelle nazionali, perché l’accesso alle cure deve essere determinato dalle condizioni cliniche delle persone».
In questa strategia si inserisce anche il nuovo servizio di aferesi dell’Arnas Brotzu, voluto dalla Regione e inaugurato nel febbraio 2026, che rappresenta un ulteriore tassello nel rafforzamento dell’offerta assistenziale e terapeutica. «Dietro questo traguardo ci sono anni di lavoro e, soprattutto, le competenze dei professionisti del Brotzu, con i tre presidi del Businco, del Microcitemico e del San Michele, che ringrazio per il lavoro costante e per la qualità dell’assistenza che garantiscono ogni giorno - conclude Todde -. È decisivo sostenere questo percorso. Ora abbiamo un primo risultato concreto. La sanità pubblica deve avere questa ambizione: portare in Sardegna le terapie più avanzate e trasformare la ricerca scientifica in nuove possibilità di cura per le persone».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
69.6/100
Punteggio Totale
A
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumori, al Campus Bio-Medico arriva la radioterapia adattativa con intelligenza artificiale Dazebaonews
Il nuovo acceleratore lineare Adaptive Linac Ethos modifica il trattamento durante ogni seduta, seguendo l’evoluzione del tumore e i cambiamenti anatomici del paziente
Una radioterapia sempre più precisa, personalizzata e capace di adattarsi in tempo reale alle condizioni del paziente. È questo l’obiettivo del nuovo acceleratore lineare Adaptive Linac Ethos, inaugurato dalla Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico in occasione della Giornata mondiale della radioterapia.
Il Policlinico è tra le prime strutture sanitarie italiane a utilizzare questa tecnologia e il primo ospedale di Roma e del Lazio a metterla a disposizione dei pazienti. Il sistema è operativo presso l’Unità operativa complessa di Radioterapia oncologica, diretta dalla professoressa Sara Ramella.
Il trattamento viene erogato in convenzione con il Servizio sanitario nazionale ed è accessibile ai pazienti seguiti dalla struttura e ai cittadini provenienti da Roma, dal Lazio e dalle altre regioni del Centro Italia.
Come funziona la radioterapia adattativa
Nella radioterapia convenzionale il piano terapeutico viene generalmente definito all’inizio del percorso e successivamente riprodotto nelle diverse sedute. Nel corso delle settimane, tuttavia, l’anatomia del paziente può cambiare: il tumore può ridursi, alcuni organi possono modificare leggermente la propria posizione e il peso corporeo può variare.
Il nuovo Adaptive Linac Ethos integra sistemi avanzati di imaging e algoritmi di intelligenza artificiale per analizzare la situazione anatomica del paziente direttamente prima dell’irradiazione. Sulla base delle immagini acquisite, il piano terapeutico può essere ricalcolato e adattato durante la stessa seduta.
L’obiettivo è indirizzare la dose di radiazioni con maggiore precisione verso la massa tumorale, limitando per quanto possibile l’esposizione degli organi e dei tessuti sani circostanti. Questo approccio può contribuire a migliorare l’efficacia del trattamento e a ridurre gli effetti collaterali.
Intelligenza artificiale al servizio dei pazienti oncologici
L’impiego dell’intelligenza artificiale consente di accelerare alcune delle operazioni necessarie per ridefinire il trattamento. Il sistema identifica le strutture anatomiche visibili nelle immagini, supporta gli specialisti nella valutazione dei cambiamenti e propone un nuovo piano radioterapico.
La decisione clinica resta affidata al medico radioterapista e all’équipe sanitaria, che controllano e approvano ogni fase prima della somministrazione della dose. L’intelligenza artificiale rappresenta quindi uno strumento di supporto, inserito in un percorso che mantiene centrale la responsabilità dello specialista.
La radioterapia adattativa appare particolarmente utile per i tumori localizzati nelle aree anatomiche maggiormente soggette a variazioni, come il polmone, il distretto testa-collo e la regione addomino-pelvica. La tecnologia può comunque trovare applicazione nel trattamento di differenti patologie oncologiche, in base alle indicazioni cliniche.
Il ruolo della radioterapia nella cura dei tumori
Il cancro continua a rappresentare una delle principali sfide per i sistemi sanitari. Secondo le stime dell’Associazione italiana di oncologia medica, nel 2025 in Italia sono stati diagnosticati circa 390.000 nuovi casi di tumore.
In questo scenario, la radioterapia riveste un ruolo fondamentale. Secondo il Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici promosso dalla Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia, oltre il 60% dei pazienti necessita di un trattamento radioterapico nel corso della malattia.
L’Associazione italiana di radioterapia e oncologia clinica evidenzia inoltre come la radioterapia contribuisca al 42% delle guarigioni complessive ottenute in oncologia. Può essere impiegata con finalità curativa, preoperatoria, postoperatoria o palliativa, spesso in associazione alla chirurgia, alla chemioterapia, all’immunoterapia e ad altri trattamenti farmacologici.
Quasi 7.000 pazienti assistiti nel 2025
L’Unità operativa complessa di Radioterapia oncologica del Policlinico Campus Bio-Medico opera nelle sedi di Trigoria e del Campus Bio-Medico Longoni – Medical Center, nel quartiere Prenestino.
Nel 2025, tra le due strutture, sono stati assistiti quasi 7.000 pazienti e sono state erogate più di 149.000 prestazioni. Nei primi sei mesi del 2026 il numero dei pazienti si è avvicinato a quota 5.000, mentre le prestazioni hanno superato le 72.000.
L’attività si basa su un modello multidisciplinare che integra radioterapisti oncologi, fisici medici, tecnici sanitari, infermieri e altri specialisti coinvolti nel percorso di cura.
Una nuova tecnologia per la sanità del Lazio
L’acceleratore è stato presentato durante l’evento “Radioterapia adattativa: la tecnologia di nuova generazione al servizio del paziente”. Alla cerimonia hanno partecipato il presidente della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, Carlo Tosti, l’amministratore delegato e direttore generale Paolo Sormani, il prefetto di Roma Lamberto Giannini e la presidente del Municipio IX di Roma Capitale Titti Di Salvo.
L’iniziativa si è conclusa con la benedizione di don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Conferenza episcopale italiana.
L’arrivo dell’Adaptive Linac Ethos amplia l’offerta oncologica del Campus Bio-Medico e segna un ulteriore passo verso una radioterapia personalizzata, nella quale imaging, competenze cliniche e intelligenza artificiale lavorano insieme per adattare la cura alle caratteristiche di ogni paziente.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Tumori gastrointestinali, la Radioterapia di Pesaro nel pool nazionale che ha definito i nuovi standard di cura Corriere Adriatico
lunedì 7 settembre 2026Ultimo aggiornamento17:22 PESARO - Importante riconoscimento per la sanità della provincia diPesaro Urbino. Il Dottor Giampaolo Montesi, Direttore della struttura complessa diRadioterapiadell'Ast&nb... - oppure - Sottoscrivi l'abbonamento pagando con Google OFFERTA SPECIALE PESARO - Importante riconoscimento per la sanità della provincia diPesaro Urbino. Il Dottor Giampaolo Montesi, Direttore della struttura complessa diRadioterapiadell'Ast Pu, ha fatto parte del ristretto gruppo di esperti nazionali che ha redatto il nuovo documento di consenso scientifico destinato a ridefinire le linee guida e le pratiche cliniche per i trattamenti radianti ad altissima complessità dell'addome superiore, quali la radioterapia stereotassica pancreatica ed epatica. Il lavoro scientifico, siglato dalle società Airo, Aitro e Aifm ("Multidisciplinary Delphi consensus-based recommendations on the use of image-guided radiotherapy for upper gastrointestinal tumours"), stabilisce i nuovi parametri di riferimento per la cura dei tumori primitivi e delle metastasi gastrointestinali. Il punto di forza dell'intesa risiede nel lavoro sinergico e multidisciplinare tra medici radioterapisti oncologi, tecnici sanitari di radioterapia e fisici medici.Come evidenziato dal Direttore Generale dell'Ast Pesaro Urbino, Alberto Carelli, la presenza del presidio sanitario pesarese all'interno di questo comitato scientifico conferma l'elevato livello di specializzazione della struttura, in grado di guidare l'innovazione tecnologica e clinica a beneficio dei pazienti su scala nazionale.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
All'ospedale di Perugia nuova tecnica per la cura del melanoma ANSA
(ANSA) - PERUGIA, 07 SET - Si amplia ulteriormente l'offerta terapeutica dell'Azienda ospedaliera di Perugia per i pazienti affetti da melanoma, con l'introduzione dell'infusione isolata d'arto (Ili, dall'inglese Isolated limb infusion). Si tratta di una procedura mini-invasiva che consente di trattare localmente l'arto interessato dalla malattia attraverso la somministrazione di alte dosi di chemioterapico, limitando al massimo l'esposizione dell'organismo agli effetti sistemici del farmaco.
"La tecnica è stata sviluppata originariamente presso il Melanoma institute Australia (Mia), già noto come Sydney Melanoma Unit" spiega il prof. Piero Covarelli, direttore della struttura dipartimentale di Chirurgia dei tessuti molli e della mammella. "Attraverso metodiche percutanee mini-invasive - aggiunge, in una nota diffusa dall'Azienda ospedaliera -, la circolazione sanguigna dell'arto viene temporaneamente isolata da quella del resto dell'organismo, permettendo di concentrare il trattamento direttamente nella zona interessata".
La procedura è stata eseguita presso la sala ibrida del blocco operatorio "Moggi" dell'Azienda ospedaliera di Perugia, nell'ambito di un percorso multidisciplinare che ha coinvolto diverse professionalità.
La chirurgia del melanoma viene fatta presso l'ospedale di Perugia da oltre 25 anni dagli specialisti Gian Marco Tomassini e Piero Covarelli. Per la realizzazione della procedura Ili è stata definita fondamentale la collaborazione con i chirurghi della Chirurgia vascolare, dottori Massimo Lenti e Basso Parente.
Il paziente, proveniente da un centro extra-regionale e inviato al prof. Mario Mandalà, direttore dell'Oncologia medica, "è stato sottoposto al trattamento in un contesto altamente specializzato" sottolinea ancora l'Azienda ospedaliera.
L'intervento è stato condotto con l'assistenza anestesiologica del dott. Nicola Tramontano, mentre il necessario monitoraggio intraoperatorio, finalizzato anche a escludere eventuali eventi avversi, è stato condotto dal dott. Salvatore Messina di Medicina Nucleare.
Il paziente è stato dimesso dopo tre giorni dall'intervento, senza presentare complicazioni.
"Presso l'ospedale di Perugia è presente un ambulatorio specialistico dedicato al melanoma, - spiega il prof. Luca Stingeni, direttore della struttura complessa di Dermatologia - che garantisce ai pazienti un percorso di presa in carico strutturato e continuativo. Seguiamo le persone affette da questa patologia dalla fase della diagnosi e dell'intervento chirurgico fino ai controlli successivi e al follow-up previsto dai protocolli. È un percorso assistenziale e multidisciplinare che accompagna il paziente in tutte le fasi della malattia, in stretta collaborazione con il medico di medicina generale".
"L'introduzione dell'infusione isolata d'arto rappresenta un ulteriore passo avanti nell'ampliamento delle possibilità terapeutiche offerte ai pazienti con melanoma - afferma Antonio d'Urso, direttore generale dell'Azienda Ospedaliera di Perugia - grazie alla collaborazione tra diverse specialità e alla disponibilità di tecniche innovative e altamente specialistiche". (ANSA).
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?5
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.9/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Al Campus Bio-Medico di Roma la radioterapia con l’IA che adatta la cura al tumore Italpress
ROMA (ITALPRESS) – Adattare in tempo reale il trattamento alle condizioni del paziente e all’evoluzione del tumore, direttamente durante la seduta di radioterapia, grazie all’intelligenza artificiale. È la principale innovazione che caratterizza il nuovo Adaptive Linac Ethos della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, inaugurato oggi in occasione della Giornata Mondiale della Radioterapia. Il Policlinico è tra le prime strutture sanitarie in Italia e il primo ospedale a Roma e nel Lazio a mettere in funzione questo acceleratore lineare di ultima generazione. Attivo presso l’Unità Operativa Complessa di Radioterapia oncologica diretta dalla professoressa Sara Ramella, il nuovo macchinario entra a far parte dell’attività assistenziale erogata in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale ed è ora a disposizione di tutti i pazienti seguiti dalla struttura e dei cittadini del territorio romano, laziale e del centro Italia.
L’inaugurazione si è svolta nel corso dell’evento dal titolo “Radioterapia adattativa: la tecnologia di nuova generazione al servizio del paziente”, che ha visto la partecipazione del Presidente della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico Carlo Tosti e dell’Amministratore Delegato e Direttore Generale Paolo Sormani, del Prefetto di Roma Lamberto Giannini e della Presidente del Municipio IX di Roma Capitale Titti Di Salvo. L’iniziativa si è conclusa con la benedizione di don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della Conferenza Episcopale Italiana. A differenza della radioterapia tradizionale, basata su un piano definito all’inizio del percorso e poi replicato per tutte le sedute, il nuovo Adaptive Linac Ethos utilizza tecnologie avanzate di imaging e intelligenza artificiale per ricalibrare il trattamento in funzione delle condizioni anatomiche rilevate al momento dell’irradiazione. Un approccio in tempo reale che consente di colpire il tumore con maggiore precisione, di preservare il più possibile gli organi sani circostanti e di ridurre gli effetti collaterali associati alle cure. Il cancro continua a costituire una delle principali sfide per i sistemi sanitari a livello mondiale.
In Italia, secondo le stime dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), nel 2025 si sono registrati circa 390.000 nuovi casi di tumore. In questo scenario, la radioterapia riveste un ruolo centrale: oltre il 60% dei pazienti oncologici necessita di questo genere di trattamenti durante il percorso terapeutico, stando all’ultimo Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici promosso dalla Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO). La radioterapia, inoltre, contribuisce a raggiungere il 42% delle guarigioni complessive, come evidenziato dall’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica (AIRO). Il trattamento radioterapico può essere utilizzato per tutte le tipologie di tumore, con un impatto particolarmente significativo nelle sedi più soggette a variazioni nel corso del tempo, come il polmone, il distretto testa-collo e la regione addomino-pelvica. L’Unità Operativa Complessa di Radioterapia oncologica del Policlinico Campus Bio-Medico opera in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale presso la sede di Trigoria e il Campus Bio-Medico Longoni – Medical Center, nel quartiere prenestino, attraverso un approccio multidisciplinare che integra competenze specialistiche, tecnologie avanzate e attenzione ai bisogni della persona. Nel 2025, tra le due sedi, sono stati assistiti complessivamente quasi 7.000 pazienti, con l’erogazione di oltre 149.000 prestazioni. Nei primi sei mesi del 2026 il numero di pazienti ha sfiorato quota 5.000, mentre sono state superate le 72.000 prestazioni.
– foto ufficio stampa Policlinico Universitario Campus Bio-Medico –
(ITALPRESS).
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
42.6/100
Punteggio Totale
C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Vicenza, tumore del figlio curato col metodo Hamer. I periti del tribunale: "Poteva essere salvato" RaiNews
Due date, il 15 marzo e il 25 aprile del 2023. È in questo tempo, breve ma decisivo, che si è consumato il futuro di Francesco Gianello, il 14enne vicentino di Costabissara morto di tumore, un osteosarcoma, nel gennaio del 2024. I suoi genitori sono imputati per omicidio volontario con dolo eventuale. La domanda a cui dovevano rispondere i due medici, Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, incaricati di perizia dalla magistratura, era chiara. Francesco ha perso la possibilità di sopravvivere al cancro in virtù di quanto accaduto tra le due date? La prima, 15 marzo: il ragazzo era in cura all'ospedale Rizzoli di Bologna. Gli doveva essere fatta una biopsia per dare avvio immediato alle cure, ma i genitori ritirarono il loro consenso. La seconda, il 25 aprile. Francesco, arrivato al pronto soccorso di Perugia, era in condizioni critiche. Era lì, portato dai genitori su consiglio - dicono - di un ex anestesista veneto, Matteo Penzo, ospiti della comunità Valdibrucia - naturopati, riflessologi, aderenti al cosiddetto metodo Hamer, il medico tedesco, radiato, condannato in più Paesi europei per la morte di numerosi pazienti. Cancro frutto di conflitto psicologico, la tesi, curabile con argilla e anti-infiammatori.Francesco poteva essere salvato, dicono oggi i periti. Aspettare un mese e mezzo ha abbassato la sopravvivenza dal 75 al 40 per cento. Il ragazzo a Perugia era ormai inoperabile e l'intervento era una delle vie per salvarlo. Nella perizia c'è una novità: Francesco era disorientato, aggressivo, situazione neurologica estranea al cancro. L'ipotesi è che avesse assunto farmaci neurotossici, tra cui l'artemisia, previsti da Hamer. Prossima udienza sul caso il 16 settembre in Corte d’Assise a Vicenza. Il servizio di Alessia Piovesan, montaggio Luis Bertagnin