Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO5
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.2/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Tumore alla prostata, ok dell’Aifa a nuovo farmaco più terapia ormonale la Repubblica
L’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha dato il via libera alla rimborsabilità di darolutamide, un farmaco di nuova generazione assunto per via orale, da usare insieme alla terapia ormonale nei pazienti con tumore della prostata metastatico sensibile agli ormoni. Si tratta della terza indicazione rimborsata per la molecola, che amplia le opzioni terapeutiche e consente una maggiore personalizzazione delle cure.
Il tumore della prostata è il più frequente tra gli uomini in Italia, con oltre 40mila nuovi casi l'anno. La sopravvivenza a cinque anni raggiunge il 91%, ma scende sotto il 30% nelle forme metastatiche ormonosensibili, da qui la necessità di trattamenti più efficaci e meglio tollerati.
"Grazie alla nuova indicazione, darolutamide è l'unico inibitore del recettore degli androgeni approvato da Aifa che consente di personalizzare il trattamento, con o senza la chemioterapia, per soddisfare le necessità di ogni paziente e migliorare i risultati clinici", spiega Luigi Formisano, membro del Direttivo Nazionale Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom). La decisione si basa anche sui risultati dello studio Aranote, pubblicato sul 'Journal of Clinical Oncology', che ha evidenziato una riduzione del 46% del rischio di progressione radiologica o di morte.
La tollerabilità
"La sua elevata tollerabilità deriva dalla struttura chimica peculiare, in grado di inibire la crescita delle cellule tumorali, limitando effetti collaterali che possono impattare sulla vita quotidiana - aggiunge Elisa Zanardi, Segretario Linee Guida Aiom sul carcinoma della prostata a proposito del farmaco -. Nello studio Aranote, un numero inferiore di pazienti trattati con darolutamide ha dovuto interrompere il trattamento per eventi avversi rispetto al placebo". Inoltre, ha dimostrato di ritardare il peggioramento del dolore e di mantenere più a lungo una buona qualità di vita. In Italia si stimano circa 485mila uomini conviventi con una diagnosi di tumore della prostata.
"A dimostrazione dell'estrema flessibilità nell'utilizzo di darolutamide, con o senza chemioterapia, vi sono anche i dati che derivano dall'esperienza 'real life' - conclude Formisano -. Il farmaco ha evidenziato un'elevata maneggevolezza ed efficacia anche in uno studio pubblicato nel 'New England Journal of Medicine', in cui darolutamide in associazione alla terapia ormonale e alla chemioterapia ha ridotto significativamente il rischio di morte del 32,5% rispetto alla terapia di deprivazione androgenica e chemioterapia".
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?1
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO1
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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28.9/100
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D
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❌
Criteri Critici
Prevenzione del melanoma: a Frosinone un Open Day con 150 visite dermatologiche gratuite Virgilio
L'iniziativa mira a sensibilizzare la cittadinanza sull'importanza della diagnosi precoce del melanoma, un tumore cutaneo che, se individuato in tempo, può essere trattato con successo. I...Leggi tutta la notizia
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.3/100
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B
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❌
Criteri Critici
Al Gemelli ART un videogioco aiuta bambini e ragazzi ad affrontare la radioterapia Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS
Al Gemelli ART un videogioco aiuta bambini e ragazzi ad affrontare la radioterapia
L’App Radiotherapy Training Game è stata realizzata grazie al sostegno della Fondazione Carla Fendi.
Si chiama Radiotherapy Training Game (RTTraining Game) l’innovativa applicazione digitale dedicata alla preparazione e al supporto dei pazienti pediatrici sottoposti a radioterapia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS.
L’App è stata inaugurata nei giorni scorsi presso il Gemelli ART (Advanced Radiation Therapy) alla presenza della dottoressa Maria Teresa Venturini Fendi, Presidente della Fondazione Carla Fendi, che ha sostenuto il progetto contribuendo in modo determinante alla sua realizzazione, e della professoressa Maria Antonietta Gambacorta, Direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e Radioterapia Oncologica del Policlinico A. Gemelli IRCCS. Alla presentazione sono intervenute, la dottoressa Silvia Chiesa, Responsabile del percorso pediatrico e la dottoressa Elisa Marconi, psiconcologa e psicoterapeuta dell’Unità di Psicologia Clinica diretta dalla professoressa Daniela Chieffo, che seguono i piccoli pazienti del Gemelli ART.
Il progetto nasce all’interno dell’esperienza clinica del Gemelli ART, dove un’equipe multidisciplinare composta da medici, tecnici, infermieri e psicologi è impegnata da anni nello sviluppo di un approccio psicosociale alla cura in radioterapia oncologica pediatrica; grazie a interventi psicologici mirati e a progetti innovativi, è stato possibile migliorare significativamente la compliance terapeutica e ridurre il ricorso alla sedazione nei piccoli pazienti.
“RTTraining Game rappresenta un passo importante verso una medicina sempre più centrata sul paziente e supportata da tecnologie innovative – ha dichiarato la professoressa Maria Antonietta Gambacorta -. Integrare strumenti digitali, come un videogioco, nella pratica clinica significa migliorare concretamente l’esperienza terapeutica e i risultati di cura”.
“Scienza, tecnologia, gioco, tutte componenti che mi coinvolgono personalmente e che vedo in questo training game interagire come prezioso aiuto medico e psicologico – ha sostenuto Maria Teresa Venturini Fendi -. Ammiro l’impegno di Gemelli Art e sono felice che la Fondazione Carla Fendi abbia potuto contribuire a un progetto che può regalare momenti di serenità e di sorrisi a bambini e adolescenti in un percorso difficile consapevole che donando, partecipando, condividendo si riceve sempre di più di quanto si è dato”.
L’iniziativa conferma il ruolo del Gemelli ART quale centro di riferimento per l’innovazione in radioterapia oncologica, capace di coniugare eccellenza clinica, ricerca e attenzione alla dimensione umana della cura.
Il Radiotherapy Training Game
La diagnosi oncologica in età pediatrica rappresenta una condizione ad alto impatto psicologico per bambini, adolescenti e famiglie. In particolare, la radioterapia, pur non essendo invasiva dal punto di vista chirurgico o farmacologico, richiede una forte collaborazione da parte del paziente: è necessario comprendere e tollerare tempi e procedure, mantenere la posizione in stato di immobilizzazione mediante dispositivi specifici e affrontare la separazione dai genitori durante il trattamento, poiché nelle sale di irradiazione non può essere presente nessun accompagnatore.
Questi elementi possono generare elevati livelli di distress psico-fisico, rendendo fondamentale l’introduzione di strumenti innovativi di supporto. Il RTTraining Game nasce proprio per rispondere a questa esigenza, utilizzando il linguaggio del gioco, familiare e non stressante per i più giovani, per accompagnarli nel percorso terapeutico. Il videogioco consente ai pazienti di prepararsi alla radioterapia anche da casa, coinvolgendo familiari e amici e trasformando un’esperienza complessa in un percorso più accessibile e partecipativo.
Il progetto è rivolto a bambini e adolescenti in trattamento presso il Gemelli ART e si propone di offrire un supporto psico-educativo adeguato all’età, migliorando la comprensione del trattamento e favorendo una maggiore adesione terapeutica. Attraverso il coinvolgimento attivo del paziente, il videogioco rafforza l’alleanza terapeutica e promuove una partecipazione più consapevole e serena al percorso di cura. Inoltre, allo stesso tempo, contribuisce a sviluppare empowerment, aumentando il senso di controllo del paziente rispetto alle procedure mediche e alle relazioni con familiari e operatori sanitari. Il videogioco è accessibile sia all’interno del Policlinico Gemelli sia da remoto, garantendo continuità nel supporto durante tutto il percorso terapeutico.
Il progetto rappresenta una significativa innovazione nel campo dell’oncologia pediatrica: attraverso un approccio ludico e interattivo, mira a migliorare la compliance, ridurre il ricorso alla sedazione, aumentare la soddisfazione dei pazienti e delle famiglie e ottimizzare i tempi e i costi sanitari.
Emiliana Stefanori
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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48.5/100
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Criteri Critici
Cancro scompare dopo biopsia: il sistema immunitario ha fatto il lavoro Foro3D
Una paziente di 59 anni con mixofibrosarcoma al braccio è entrata in remissione completa senza ricevere chemioterapia né radioterapia. Secondo un caso riportato nell'aprile 2026, la causa è stata una biopsia con ago sottile che, danneggiando il tessuto tumorale, ha attivato una risposta immunitaria. Due settimane dopo, il tumore di 2 centimetri era scomparso, confermato dall'intervento chirurgico senza traccia di cellule cancerose. Questo fenomeno, documentato solo in nove casi, è estremamente raro.
Biopsia come innesco: il meccanismo immunologico rivelato 🧬
Gli esperti spiegano che la lesione provocata dall'ago sottile ha attivato prima le cellule killer naturali (NK) e poi i linfociti T. Queste cellule hanno riconosciuto il tumore come una minaccia e lo hanno eliminato completamente. Il processo è simile a un vaccino locale, dove il danno fisico espone gli antigeni tumorali al sistema immunitario. Sebbene la tecnica non sia replicabile come trattamento, dimostra che il corpo può combattere alcuni tumori se stimolato correttamente, specialmente quelli riconoscibili come quelli della pelle.
E pensare che alcuni pagano fortune per i trattamenti... 💸
Mentre la medicina investe milioni in terapie avanzate, una donna ha ottenuto lo stesso risultato con un semplice ago e un sistema immunitario ben sintonizzato. Certo, non è un metodo infallibile: su dieci tumori, solo nove hanno avuto la cortesia di scomparire dopo la biopsia. Il resto rimane lì, ostinato come sempre. Forse la cosa migliore è prenotare una visita dal dermatologo e, già che ci siamo, anche da quello della fortuna.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
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55.6/100
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B
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Criteri Critici
Il tumore del cavo orale. Tra bisturi e radioterapia La Provincia di Como
Il tumore del cavo orale è una neoplasia che interessa le cellule della mucosa orale. L’esordio è generalmente dopo i 50 anni ma ci sono casi anche nella popolazione più giovane, come per i tumori Hpv correlati. Fondamentale la diagnosi precoce per un intervento tempestivo così come conoscere i fattori di rischio. Ne abbiamo parlato con Luigi Colombo, direttore della struttura complessa di Chirurgia Maxillo-Facciale dell’ospedale Sant’Anna.
Dottore cosa sono i tumori del cavo orale?
Nel 90% dei casi parliamo di carcinoma del cavo orale, un tumore epiteliale che origina dalle cellule di rivestimento della mucosa della bocca e si può manifestare in tutte le sedi del cavo orale come la lingua, che ha una frequenza maggiore, le labbra, le guance, il pavimento della bocca, la gengiva aderente, ma anche il palato e la mucosa alveolare. Ci sono tumori legati a infezione da Hpv, infine, il melanoma del cavo orale, che è una neoplasia abbastanza rara ma di cui è importante conoscere l’esistenza.
Per quanto riguarda i dati?
Un aspetto molto interessante che è emerso in occasione della Giornata Mondiale contro il Cancro che si è tenuta lo scorso 4 febbraio è che fino a 4 tumori su 10 sono prevenibili evitando i fattori di rischio come fumo, alcol e infezioni, che sono proprio i principali fattori di rischio del tumore del cavo orale.
Sono tumori molto diffusi?
A livello mondiale, ma anche europeo, c’è una distribuzione disomogenea. In termini generali parliamo del sedicesimo tumore maligno più frequente ma se guardiamo alle aree del mondo possiamo dire che in Asia, dove è diffusa l’abitudine di masticare tabacco e betel, ad esempio, l’incidenza è maggiore rispetto a America e Europa. Se guardiamo all’Europa l’incidenza è maggiore in quei paesi dove è più diffusa l’abitudine all’alcol e al fumo come Russia, Francia e Regno Unito. In Italia i tumori del cavo orale rappresentano il 4% di tutti i tumori maligni, con un maggior numero di casi tra gli uomini anche se la forbice si sta riducendo. Ogni anno vengono diagnosticati circa 4/5mila nuovi casi. Nel nostro Paese, inoltre, c’è un’incidenza maggiore nelle regioni del Nord-Est.
Quali sono i campanelli d’allarme allora?
Qualsiasi lesione o alterazione (bianca, rossa, ulcera) che ha o no una tendenza al sanguinamento e che non guarisce nell’arco di 15 giorni deve essere considerata potenzialmente a rischio. Il problema è che all’inizio i sintomi possono mimare delle lesioni banali che però sono in realtà l’inizio di una degenerazione potenzialmente cancerogena. Anche le macchie scure, marroni o nere, non vanno sottovalutate perché se è vero che nella maggioranza dei casi si tratta di pigmentazioni da amalgama legate a procedure odontoiatriche o nevi benigni, in alcune situazioni potrebbe trattarsi di un melanoma.
Quali i fattori di rischio?
Tra i fattori di rischio più importanti ci sono l’abuso di alcol e di fumo. L’effetto sinergico di alcol e fumo, inoltre, aumenta in modo esponenziale il rischio. Oggi i dati ci confermano che il 75% di tutti i tumori del distretto testa collo sono causati da alcol e tabacco. Altro fattore di rischio molto importante è l’infezione da papilloma virus (ceppo 16) che può portare all’insorgenza di tumori dell’orofaringe. Oggi per l’Hpv, fortunatamente, esiste un vaccino che è consigliato a partire dai 12 anni sia nelle ragazze che nei ragazzi.
Come avviene la diagnosi in questi casi?
L’esame obiettivo è fondamentale per un primo inquadramento, segue la biopsia della lesione e l’esame istologico che sono necessari per porre la diagnosi. In caso di positività di un tumore del cavo orale sono poi necessari una serie di accertamenti che consentono di valutare più nel dettaglio e di stadiare (conoscere l’estensione) la malattia. Tra gli esami disponibili abbiamo la TC, la risonanza magnetica, l’ecografia del collo e la Pet.
Quanto conta la diagnosi precoce?
Conta moltissimo perché sappiamo con certezza che prima si intercetta la malattia, migliore può essere la prognosi. I tumori trattati nel primo e secondo stadio, ad esempio, hanno una prognosi buona e una sopravvivenza a distanza di cinque anni. Diversamente, i tumori al terzo e quarto stadio, che spesso hanno anche metastasi, hanno una sopravvivenza che a 5 anni si riduce drasticamente.
Come fare a intercettare la malattia in tempo?
L’autoesplorazione della bocca, nelle aree visibili, è molto importante per verificare la presenza di situazioni potenzialmente pericolose. La prevenzione fondamentale, oltre a evitare i fattori di rischio, è quella di sottoporsi regolarmente a sedute di igiene dentale professionale e visite di controllo dall’odontoiatra. Entrambe queste figure possono intercettare il sospetto diagnostico e inviare il paziente a uno specialista maxillofacciale. Va detto che in alcuni casi è anche l’otorinolaringoiatra a individuare queste neoplasie.
Una volta posta la diagnosi di tumore del cavo orale quale l’iter terapeutico?
I tumori Hpv positivi hanno una prognosi differente rispetto al carcinoma classico perché sono sensibili alla radioterapia, quindi, molto spesso si gestiscono senza intervento chirurgico. Per quanto riguarda, invece, il carcinoma non Hpv positivo l’indicazione è prevalentemente chirurgica. Ancora una volta qui si torna a parlare di diagnosi precoce perché ci consente di intervenire prima e di ridurre quindi il più possibile i danni alle strutture della bocca e della faccia. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che parliamo di interventi che possono essere altamente demolitivi e che nelle fasi avanzate possono richiedere anche di intervenire sulle ossa del mascellare superiore, della mandibola, ma anche con lo svuotamento dei linfonodi del collo. Possono essere previsti dei lembi ricostruttivi utilizzando la fibula, la cresta iliaca o i tessuti molli della coscia o dell’avambraccio, a seconda dei casi. Ci sono, insomma, diverse opzioni terapeutiche in base all’entità della demolizione e allo stadio del tumore.
Non solo gli interventi, insomma, anche il post operatorio può essere molto complesso?
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
59.3/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
Chemioterapia, donato al Civile un casco contro la perdita dei capelli per le pazienti BsNews.it
Ultime Notizie
La Breast Unit degli Spedali Civili di Brescia, grazie alla generosa donazione di ESA – Educazione alla Salute Attiva, si è recentemente dotata di un nuovo casco refrigerante. Si tratta di un dispositivo medico per la prevenzione dell’alopecia indotta da chemioterapia. Un aiuto importantissimo per le donne che si trovano ad affrontare un percorso di cura non sempre facile, anche dal punto di vista psicologico. La perdita dei capelli non è solo un problema estetico, ma anche sociale. Senza capelli molte donne sentono di non riuscire a tenere per sé un lato intimo della malattia e del percorso di cura. In un anno sono circa 70 le signore che hanno utilizzato il casco.
Le caratteristiche e le funzionalità del dispositivo sono state illustrate quest’oggi alla presenza del Direttore Generale della ASST Spedali Civili di Brescia Luigi Cajazzo, della presidente di Esa Nini Ferrari, della Responsabile della Breast Unit Rebecca Pedersini, del Direttore della SC Oncologia Medica Alfredo Berruti e del personale sanitario coinvolto nel progetto.
Si tratta di una tecnologia avanzata, composta da un sistema di raffreddamento del cuoio capelluto, ideata per la prevenzione dell’alopecia delle persone sottoposte a terapia oncologica e dotata di un casco da applicare alla testa del paziente. Il sistema è costituito da un’unità di refrigerazione compatta, contenente un liquido refrigerante che viene fatto circolare attraverso capsule di raffreddamento appositamente progettate.
La Breast Unit della ASST Spedali Civili di Brescia rappresenta un punto di riferimento per la prevenzione, la diagnosi e la cura del tumore della mammella. Garantisce tempi di intervento rapidi, personale dedicato e qualificato, un approccio personalizzato e multidisciplinare. Nel 2025 sono stati effettuati oltre 476 interventi chirurgici per tumore maligno, 640 prime visite oncologiche, 1193 valutazioni mutidisciplinari. Sono 3.000 le pazienti attualmente in fase di follow up. Questi numeri testimoniano l’impegno costante verso la salute delle donne.
L’Associazione ESA – Educazione Salute Attiva rappresenta un sostegno prezioso per la Breast Unit degli Spedali Civili di Brescia e per le donne affette da carcinoma mammario. Grazie al costante impegno dei volontari e dei sostenitori, ESA affianca la Breast Unit in numerosi progetti dedicati al benessere fisico e psicologico delle pazienti:
• Progetto Familiarità, che favorisce l’accesso alle indagini diagnostiche per le donne giovani sotto i 45 anni con familiarità, non incluse nei programmi di screening.
• Donazione di sistemi di raffreddamento del cuoio capelluto per la prevenzione dell’alopecia indotta dai trattamenti chemioterapici.
• Progetto “Bella in ospedale”, che offre alle pazienti il supporto di un’estetista professionista per aiutarle a valorizzarsi anche durante la terapia
• Attività di supporto durante il follow-up, con corsi di yoga, fotografia e acquarello, per favorire il benessere psicologico.
• Partecipazione al progetto sulla realtà virtuale nella gestione dell’ansia grazie a visori donati da ESA
• Donazione di strumenti fondamentale per migliorare la qualità e la tempestività delle diagnosi.
• Sostegno alla dietista della Breast Unit.
• Iniziative di prevenzione sul territorio
L’impegno dell’associazione, recentemente arricchito anche dal progetto “Cucina Sana: il primo passo per la prevenzione”, testimonia come la collaborazione tra istituzioni sanitarie e realtà del volontariato possa fare la differenza nella qualità dell’assistenza e nella vita delle pazienti.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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50.4/100
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Criteri Critici
Sanità Lombarda, il modello che non cura più in tempo. Gazzetta dell'Emilia
Il Servizio Sanitario Nazionale, nato con la legge 23 dicembre 1978, n. 833, prometteva di garantire la tutela della salute come diritto fondamentale della persona e interesse della collettività (legge n. 833/1978, art. 1, fonte: Normattiva).
Oggi, però, quell’edificio mostra crepe sempre più profonde: liste d’attesa croniche, personale in fuga, risorse insufficienti e un settore privato sempre più ingombrante. La Lombardia, spesso presentata come modello di efficienza sanitaria, appare in realtà come uno specchio fedele delle contraddizioni dell’intero sistema italiano.
Il primo segnale è quello delle liste d’attesa. Nel 2024 la Regione ha stanziato nuove risorse per ridurle, portando il totale dell’intervento a circa 84 milioni di euro (84 milioni nel 2024, fonte: Regione Lombardia, Lombardia Notizie, 29 luglio 2024). Il dato dimostra che il problema non è episodico, ma strutturale. Quando servono continui piani straordinari, significa che l’ordinario non riesce più a garantire l’accesso tempestivo alle cure. E un diritto alla salute che arriva troppo tardi rischia di diventare un diritto soltanto proclamato.
Dietro questi numeri ci sono storie concrete. Ci sono pazienti che aspettano mesi per una visita specialistica e nel frattempo rinunciano, rimandano, si rassegnano. Ci sono famiglie che scelgono di rivolgersi al privato non per preferenza, ma per necessità: perché l’alternativa pubblica non arriva in tempo. Queste rinunce non compaiono nelle statistiche ufficiali, ma pesano sulla salute reale delle persone e segnalano un sistema che, per una parte crescente della popolazione, non riesce più a essere il primo riferimento.
Nel 2026 alcuni miglioramenti sono stati registrati. Le prestazioni in classe B, da erogare entro 10 giorni, sono passate dal 58% al 79%, mentre quelle in classe D, da erogare entro 30 o 60 giorni, sono passate dal 64% al 75% (confronto 5-20 aprile 2025 e 5-20 aprile 2026, fonte: ANSA Lombardia, 27 aprile 2026). Sono numeri positivi, ma non ancora risolutivi. Il CUP unico regionale, infatti, resta incompleto: risultano collegati 16 enti pubblici, con copertura pari al 53% delle prestazioni pubbliche, e 8 erogatori privati accreditati (fonte: Lombardia Notizie, aprile 2026). In un sistema come quello lombardo, nel quale il privato accreditato ha un peso strutturale, un CUP unico non pienamente integrato rischia di essere uno strumento necessario ma ancora insufficiente.
Alla crisi organizzativa si aggiunge quella del personale. Nei primi nove mesi del 2024 oltre 20.000 infermieri hanno lasciato volontariamente il Servizio Sanitario Nazionale, con un aumento di quasi il 170% rispetto all’anno precedente (fonte: Nursing Up, 3 febbraio 2025). Il dato va letto insieme al confronto internazionale: l’Italia conta appena 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media OCSE di 9,5 (fonte: FNOPI su 8° Rapporto GIMBE). Senza personale sufficiente, nessun piano sulle liste d’attesa può diventare davvero strutturale. Le piattaforme possono ordinare le prenotazioni, ma non possono sostituire chi visita, assiste, cura e garantisce continuità al servizio.
Il nodo finanziario aggrava il quadro. Secondo GIMBE, il rapporto tra spesa sanitaria e PIL resterà fermo al 6,4% fino al 2029, mentre il divario cumulato rispetto al fabbisogno reale raggiungerà 30,6 miliardi nel triennio 2027-2029 (fonte: GIMBE su Documento di Finanza Pubblica 2026). Questo significa che alle Regioni si chiederà di garantire prestazioni crescenti con risorse non adeguate. Il risultato prevedibile è una pressione sempre maggiore sui bilanci regionali, sui professionisti e sui cittadini.
In questo vuoto cresce il privato. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie presso strutture non convenzionate è aumentata del 137%, passando da 3,05 a 7,23 miliardi di euro (fonte: 8° Rapporto GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale). Il dato non racconta soltanto una maggiore propensione al mercato. Racconta spesso una fuga obbligata: chi può pagare ottiene più rapidamente la prestazione, chi non può attende oppure rinuncia.
Per comprendere questa dinamica occorre però risalire alle sue radici storiche. Il peso strutturale del privato accreditato in Lombardia non è un fenomeno spontaneo: affonda le radici nella riforma sanitaria regionale avviata con la legge regionale n. 31 del 1997, sotto la presidenza di Roberto Formigoni. Quella riforma introdusse un modello di quasi-mercato, fondato sulla concorrenza tra soggetti pubblici e privati accreditati, con il principio della libera scelta del paziente e la remunerazione a prestazione. L’obiettivo dichiarato era aumentare efficienza e qualità. L’effetto nel tempo, tuttavia, è stato quello di rafforzare progressivamente gli erogatori privati, a scapito di una rete pubblica sempre meno in grado di competere su volumi e velocità. È in questo contesto che va letto il dato sul CUP incompleto: integrare il privato accreditato in un sistema di prenotazione unico significa anche rimettere mano a equilibri consolidati da quasi trent’anni.
La questione lombarda, dunque, non riguarda soltanto l’efficienza amministrativa. Riguarda l’effettività costituzionale del diritto alla salute. L’art. 32 della Costituzione non tutela una salute astratta, ma una cura accessibile, tempestiva e uguale per tutti. Quando il tempo della cura dipende dal reddito, il principio universalistico del Servizio Sanitario Nazionale entra in crisi.
La Lombardia non è una sanità fallita. È un sistema potente ma squilibrato, capace di produrre eccellenze e al tempo stesso diseguaglianze. I miglioramenti del 2026 vanno riconosciuti, ma non bastano. Senza piena integrazione del CUP, rafforzamento del personale, finanziamento adeguato e governo pubblico del privato accreditato, la sanità lombarda rischia di diventare il laboratorio più avanzato di una sanità a doppio binario: veloce per chi paga, lenta per chi attende.
(immagine generata con AI)
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO4
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Chemioterapia a domicilio, l'Usl: «In questo modo si possono aiutare di più i pazienti» Il Gazzettino
ODERZO Chemioterapia a domicilio: è l'innovativo progetto pilota avviato dal reparto di Oncologia dell'ospedale opitergino, diretto dal dottor Stefano Lamon. È il primo di questo genere in Veneto e uno dei primi ad essere attivato in Italia. L'incoraggiamento ad attuarlo è arrivato dal direttore generale Francesco Benazzi anche con l'obiettivo di far restare il più possibile il malato nel suo ambiente familiare, cercando così di ridurre l'ospedalizzazione.
PRIMI PASSI
Il progetto è stato avviato a dicembre e quattro sono finora i malati presi in carico. «La chemioterapia a casa non è più un tabù» è il messaggio trasmesso dal dottor Lamon. Sul piano operativo l'attività è piuttosto semplice: i farmaci da somministrare sono orali, perciò il malato li può assumere tranquillamente a casa, anziché doversi recare in ospedale. «Il nostro unico obiettivo è il benessere del paziente -sottolinea Lamon- Cerchiamo di mantenerlo prestando attenzione massima ai suoi bisogni e alla possibilità di fargli percorrere la strada di una terapia difficile nella maniera più semplice e indolore per riportare la persona a una vita normale. Questo è il risultato al quale ambiamo. E anche per questo cerchiamo sempre di guardare la terapia e anche la patologia con gli occhi del paziente». «Andare incontro ai pazienti nella complessità è una cosa significativa -aggiunge la dottoressa Concetta Paolello, stretta collaboratrice del primario dottor Lamon- In questo progetto è importante fare rete con il medico di medicina generale e il dottor Giovanni Pisani ci ha dato una mano incredibile».
ITER SPEDITO
Pisani è infatti il coordinatore dei medici di medicina generale per il territorio dell'opitergino-mottense. «Quando Lamon mi ha illustrato la sua idea per le cure chemioterapiche a casa, ho risposto subito di sì -dice- È stato formato un team composto dai farmacisti dell'ospedale, l'oncologia e medici di medicina generale. Ai colleghi, in via preliminare, ho illustrato il progetto e ho avuto il riscontro positivo della stragrande maggioranza di loro. Adesso, quando un malato viene preso in carico per questo metodo di cura, la dottoressa Paolello mi contatta, dandomi nome del paziente e del suo medico di riferimento. A questo punto telefono al collega spiegandogli nel dettaglio l'iniziativa. Alla somministrazione del farmaco è così presente, oltre al personale ospedaliero, anche il medico di medicina generale che il malato conosce da tempo». Oltre alla comodità di ricevere la cura a casa, senza che ci sia la necessità di spostarsi, per il malato il beneficio psicologico è notevole. «La persona rimane nel suo ambiente familiare, non va in ospedale a meno che non ve ne sia la necessità -aggiunge Pisani- L'essenza del progetto è che il malato sia considerato prima di tutto una persona ed è un grande esempio di civiltà». Ovvio, servono medici ed energie, ma curare nel miglior modo possibile chi soffre di malattie importanti è un passo importante almeno quanto le cure stesse. «L'aspetto essenziale è costruire una rete e dare una risposta al territorio. Questo grazie anche alla spinta che ci ha dato il direttore generale dell’Usl 2 nel far partire questo progetto» commenta la Paolello.
NUOVO REPARTO
Appena un paio di settimane fa il reparto di Oncologia si è insediato nei nuovi spazi ricavati al terzo piano dell'edificio 5, quello dove un tempo c'era il laboratorio di analisi. Il locale per le cure chemioterapiche è stato ricavato nelle stanze che hanno la visuale sul giardino in modo da rendere meno pesanti i lunghi tempi che i pazienti devono trascorrere durante le terapie.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Criteri Critici
Il software che prevede il melanoma: così l'IA può cambiare la prevenzione Il Sole 24 ORE
di Maria Rita Montebelli 5 maggio 2026 3' di lettura 3' di lettura Un software in grado di predire, con anni di anticipo e grande precisione, se una persona è a rischio di sviluppare un melanoma. È la nuova frontiera dell'intelligenza artificiale applicata alla prevenzione, nell'ottica di una medicina che non rincorre la malattia, ma la anticipa sui tempi. E che riesce a prevedere chi svilupperà un melanoma, fino a cinque anni prima. Non è fantascienza, ma i risultati di una ricerca svedese, che potrebbe rivoluzionare la prevenzione dei tumori della pelle. Lo studio, pubblicato suActa Dermato-Venereologica, ha vagliato le performance di un software di intelligenza artificiale sviluppato da ricercatori dellaUniversity of Gothenburg(primo autore,Sam Polesie, professore associato di Dermatologia) insieme allaChalmers University of Technology. E i risultati non lasciano certo indifferenti. Gli scienziati svedesi hanno analizzato i dati sanitari relativi ad oltre sei milioni di adulti svedesi. In questo enorme campione, circa lo 0,64% (pari ad oltre 38 mila persone) ha sviluppato un melanoma nell'arco dei cinque anni dell'indagine. Gli algoritmi di machine learning hanno studiato con attenzione una serie di informazioni (età, sesso, diagnosi mediche, farmaci assunti, condizioni socioeconomiche) presenti nell'enorme database del registro svedese. In questo modo, l'IA ha imparato a riconoscere degli schemi nascosti, segnali deboli ma decisivi che precedono lo sviluppo del melanoma, invisibili ad occhio nudo, ma ben riconoscibili dall'occhio indagatore dell'IA. Il modello più avanzato di IA ha raggiunto una precisione di circa 73% nel prevedere chi avrebbe sviluppato un melanoma, mentre un modello base, addestrato su un minor numero di elementi (età e sesso) si fermava al 64%. Gli algoritmi più istruiti, integrando più dati, hanno mostrato un salto netto di qualità, riuscendo anche ad individuare piccoli gruppi di persone ad altissimo rischio, nei quali la probabilità di sviluppare melanoma arrivava fino al 33% entro cinque anni. In pratica, 1 persona su 3. Oggi la prevenzione del melanoma si basa su controlli dermatologici periodici dei nei, spesso generalizzati. Ma questo approccio, per quanto prezioso (è ancora l'unico disponibile in clinica), presenta evidenti limiti: è costoso e time-consuming e porta a tanti esami inutili (tra i quali le biopsie). Ma con strumenti come l'IA, il futuro potrebbe essere diverso. L'idea è quella di usare l'IA come filtro iniziale per selezionare i pazienti ad alto rischio, indirizzarli a controlli dermatologici più frequenti, intervenire prima che il tumore si sviluppi o nelle sue fasi iniziali. In altre parole, potrebbe aiutare a mettere in atto una prevenzione personalizzata, cucita su misura del singolo paziente. È la logica della medicina di precisione, applicata alla prevenzione. Ma la rivoluzione degli algoritmi di IA non si limitano alla previsione. Un'altra ricerca, coordinata dalKarolinska Institutetin collaborazione con laYale University, ha dimostrato che l'IA può rendere più affidabile anche la diagnosi. In questo caso, gli algoritmi si sono focalizzati sull'analisi dei cosiddetti linfociti infiltranti il tumore (TILs), indicatori importanti dell'aggressività del melanoma. Messi alla prova sul campo hanno prodotto valutazioni più affidabili e prognosi più accurate. Tradotto nella pratica clinica, questo potrebbe portare a minori errori nella diagnosi e a decisioni terapeutiche più efficaci. Il melanoma è il tumore della pelle più aggressivo e mortale e la sua incidenza è in crescita nei Paesi occidentali. Strumenti predittivi come quelli basati sull'IA potrebbero aiutare a ottimizzare le risorse, riducendo i costi della prevenzione e della diagnosi e, fatto ancora più importante, ad aumentare le diagnosi precoci. Ma è dagli stessi autori di queste ricerche che arriva un invito alla cautela: questi strumenti non sono ancora pronti per un impiego clinico su larga scala. Restano infatti da sciogliere dei nodi cruciali: gli algoritmi di IA andranno validati su altre popolazioni (questi sono costruiti su database svedesi) e integrati nelleflowchartdiagnostiche. Resta poi sempre il convitato di pietra delle questioni etiche e della privacy dei dati. Ma la direzione sembra ormai tracciata. Questa ricerca si inserisce in uno snodo storico molto importante: dalla medicina reattiva a quella predittiva. L'idea di fondo è che non bisognerà aspettare più che il tumore compaia. Andrà costruito un profilo di rischio personalizzato, che permetterà di intervenire prima. Il tutto grazie ad algoritmi ben istruiti che, silenziosamente, leggeranno i numerosi dati che definiscono il profilo sanitario di una persona, avvertendo anni prima che qualcosa non sta andando nel verso giusto. L'IA potrebbe andare ben oltre la diagnosi precoce, traghettandoci verso la prevenzione intelligente con gli screening selettivi. Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.
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Criteri Critici
Psoriasi, la nuova frontiera della cura: dalla terapia topica per pharmastar.it
La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica della pelle, estremamente eterogenea, che può presentarsi con forme lievi fino a quadri severi e potenzialmente pericolosi. Negli ultimi anni, l’evoluzione delle terapie ha rivoluzionato l’approccio clinico, offrendo opzioni sempre più efficaci e personalizzate. Dalle terapie topiche, ancora fondamentali, ai farmaci biologici e alle nuove molecole mirate per forme rare come la psoriasi pustolosa generalizzata, l’obiettivo oggi è ambizioso: controllo completo della malattia e miglioramento reale della qualità di vita. Questi aspetti sono stati analizzati durante il 99^ congresso nazionale della SIDeMaST.
Terapie topiche: tradizione consolidata e innovazione nei dettagli
Nonostante i grandi progressi della farmacologia sistemica, la terapia topica continua a rappresentare un pilastro imprescindibile nella gestione della psoriasi. Come sottolineato dal prof. Paolo Gisondi, professore Associato di Dermatologia; Dipartimento di Medicina, Sezione di Dermatologia e Venereologia, Università di Verona: “le terapie topiche sono sicuramente una terapia di prima linea per le forme lievi, ma restano un supporto essenziale anche nelle forme più gravi soprattutto per gestire lesioni in aree sensibili (volto, genitali, pieghe) e per il controllo dei flare.”
Corticosteroidi di diversa potenza, analoghi della vitamina D e combinazioni fisse costituiscono il cuore di questo approccio.
Tra queste, l’associazione calcipotriolo-betametasone è oggi considerata il gold standard grazie alla sua azione sinergica sia nel trattamento delle forme attive che nel mantenimento.
La terapia ha il compito di controllare infiammazione e desquamazione nelle zone localizzate. Non si tratta però solo di scegliere il principio attivo: il veicolo gioca un ruolo decisivo.
“Il veicolo condiziona tantissimo l’aderenza al trattamento”, spiega ancora Gisondi. “La formulazione in schiuma che è innovativa, ha dimostrato una maggiore penetrazione cutanea e una maggiore efficacia e biodisponibilità rispetto a gel e unguenti, oltre a essere più rapida e quindi meglio accettata dal paziente”.
Il prof. Gisondi ha illustrato anche dei casi clinici. per sottolineare come in pazienti complessi. Anche in uno dei pazienti più complessi, che presentava lesioni in zone ad alto impatto e soffriva di più patologie concomitanti, quali insufficienza renale cronica, pregresso ictus ischemico, ipertensione arteriosa, epatite virale cronica e resistenza alla terapia sistemica, , il trattamento con la schiuma di calcipotriolo/betametasone ha garantito ottimi risultati e un elevato grado di on soddisfazione dei pazienti.
È importante ricordare al paziente che la psoriasi è una malattia cronica e che per la completa remissione delle lesioni l’aderenza alla terapia è fondamentale.
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L’era dei biologici: risultati più rapidi, pazienti più esigenti
Se le terapie topiche restano fondamentali, è con i farmaci biologici che si è verificata la vera rivoluzione. Oggi gli obiettivi terapeutici sono molto più ambiziosi rispetto al passato. Come evidenzia il dott. Federico Bardazzi, Policlinico Sant'Orsola Malpighi di Bologna: “un tempo ci accontentavamo di un PASI 75, oggi lo considero qualcosa di poco soddisfacente”.
L’introduzione delle terapie anti-interleuchina ha alzato l’asticella delle aspettative, sia per i medici che per i pazienti. Molecole come brodalumab, che agiscono sul pathway dell’interleuchina 17, permettono di ottenere risultati rapidi e duraturi. “L’80% dei pazienti raggiunge un PASI inferiore a 3 già alla sedicesima settimana”, sottolinea Bardazzi, evidenziando come la rapidità d’azione rappresenti un fattore chiave per la soddisfazione del paziente e l’aderenza alla terapia.
La risposta è ulteriormente migliorata alla settimana 28, momento in cui è stato raggiunto un plateau, con una lieve flessione i efficacia nei timepoint successivi, in particolare per PASI 100 e PASI 90, raggiunti rispettivamente nel 55,2% e nel 65,5% dei pazienti alla settimana 156.
Efficacia di brodalumab in pazienti complessi
Un altro elemento cruciale quindi è la capacità di questi farmaci di mantenere l’efficacia nel tempo e di funzionare anche in pazienti complessi: soggetti sovrappeso, con comorbilità multiple o che hanno fallito precedenti terapie biologiche.
L’obesità è associata a una maggiore gravità della psoriasi e a una ridotta efficacia di alcuni trattamenti per la malattia.
Un’analisi post hoc di due ampi studi clinici di fase 3 ha valutato l’efficacia e la sicurezza di brodalumab nel trattamento di pazienti con psoriasi da moderata a severa, stratificati in base allo stato di obesità.
Il trattamento con brodalumab ha mostrato tassi di clearance cutanea e profili di sicurezza comparabili nei pazienti con psoriasi da moderata a severa, dimostrando efficacia e sicurezza anche nei pazienti con obesità.
Il prof. Bardazzi ha illustrato tre casi clinici di suoi pazienti obesi e già precedentemente trattati con terapie convenzionali anti-TNF. In tutti e tre i casi il brodalumab ha mostrato alta efficacia, in tempi rapidi.
Un’analisi post hoc degli studi di fase III AMAGINE-2 e 3 dimostra che brodalumab mantiene la sua efficacia indipendentemente dal peso corporeo. I tassi di clearance completa della pelle sono risultati elevati sia nei pazienti obesi sia nei non obesi, senza differenze clinicamente rilevanti. Anche il profilo di sicurezza è sovrapponibile tra i gruppi.
Inoltre, l’esperienza clinica, oltre agli studi clinici, ha contribuito a rassicurare sulla sicurezza, anche in pazienti con disturbi psichiatrici. “Ho prescritto questi farmaci anche a pazienti con disturbo bipolare senza osservare peggioramenti clinici”, racconta Bardazzi.
Il cambiamento culturale è evidente: i pazienti non accettano più compromessi e chiedono una pelle completamente libera da lesioni, anche nelle cosiddette “aree ad alto impatto”, come arti inferiori, glutei o zone visibili.
Psoriasi pustolosa generalizzata: una sfida clinica che richiede tempestività
Accanto alle forme più comuni esiste una variante rara ma severa: la psoriasi pustolosa generalizzata (GPP). Si tratta di una condizione distinta, caratterizzata da pustole sterili diffuse, spesso accompagnate da febbre, dolore e compromissione dello stato di salute generale.
La GPP è una forma rara e potenzialmente grave di psoriasi, la comparsa acuta o subacuta di pustole sterili diffuse avviene su un fondo eritematoso, con tendenza alla confluenza e a un decorso spesso recidivante.Può esistere come entità autonoma ma può anche coesistere con la più frequente psoriasi a placche (o volgare).
Il quadro cutaneo si associa a manifestazioni sistemiche rilevanti, tra cui febbre, astenia, leucocitosi e aumento degli indici infiammatori, fino a condizioni di instabilità clinica che richiedono un monitoraggio intensivo.
La diagnosi è clinica, supportata da elementi istologici quali gli ascessi neutrofili intraepidermici, e richiede una rapida distinzione da altre pustolosi acute. La gestione terapeutica è complessa ma oggi si avvale di approcci mirati.
Secondo la prof.ssa Francesca Prignano, Dipartimento di Scienze della Salute-Sezione di Dermatologia, Università di Firenze: “è fondamentale un riconoscimento clinico tempestivo”, perché questa forma può evolvere rapidamente e richiede un monitoraggio stretto anche dal punto di vista sistemico.
A differenza della psoriasi a placche, dominata dall’asse IL-17/23, nella forma pustolosa il protagonista è il pathway dell’interleuchina 36, responsabile del richiamo massivo di neutrofili e dell’infiammazione acuta. Una migliore comprensione di questo meccanismo ha aperto la strada a una terapia mirata, rappresentata da spesolimab.
“È il primo farmaco specifico nella storia della dermatologia per questa patologia”, sottolinea Prignano. Il trattamento consente di controllare rapidamente i flare andando ad agire sul recettore dell’interleuchina 36.
Bloccare i flare vuol dire fermare le riacutizzazioni, riducendo sia le manifestazioni cutanee sia i sintomi sistemici. In un futuro non troppo lontano, ricorda la Prignano, avremo la possibilità di trattare il paziente con dosi diverse considerato che, come ci evidenzia la letteratura, i pazienti presentano un andamento clinico che raramente coincide con una condizione di benessere stabile e richiedono quindi una gestione di lungo periodo.
I risultati clinici sono impressionanti: in alcuni casi, una singola somministrazione è sufficiente per ottenere un miglioramento rapido e significativo, con scomparsa delle pustole e riduzione del dolore e della febbre.
La professoressa Prignano ha illustrato il caso di una paziente che avvertiva dolore anche al solo contatto con il lenzuolo e che, dopo una singola dose di spesolimab, ha mostrato un netto miglioramento dei segni e dei sintomi, compresi quelli muscolari e articolari, del malessere generale e, naturalmente, delle pustole.
Un cambiamento radicale rispetto al passato, quando le opzioni erano limitate e spesso poco efficaci.
Gestione a lungo termine delle varie forme di psoriasi: tra mantenimento e personalizzazione
La vera sfida oggi non è solo trattare l’episodio acuto, ma garantire stabilità nel tempo. La psoriasi pustolosa generalizzata, infatti, è caratterizzata da un andamento imprevedibile e da un alto rischio di recidiva.
Come evidenziato da Gisondi, “avere un dosaggio di mantenimento è fondamentale per ridurre il rischio di flare”. Le nuove formulazioni sottocutanee dei farmaci mirati rappresentano un’opzione concreta per il controllo a lungo termine della malattia.
Un ulteriore elemento di complessità è la possibile coesistenza tra psoriasi a placche e forma pustolosa. In questi casi, può essere necessario combinare strategie terapeutiche diverse, adattandole nel tempo in base all’evoluzione clinica.Dal punto di vista del paziente, la disponibilità di un piano terapeutico chiaro e continuativo ha un impatto importante anche sul piano psicologico. La paura della recidiva è infatti uno degli aspetti più difficili da gestire, e sapere di poter contare su una terapia di mantenimento efficace contribuisce a migliorare la qualità di vita.
Verso una medicina sempre più su misura
La psoriasi è oggi una malattia molto più gestibile rispetto al passato, grazie a un’ampia gamma di opzioni terapeutiche che permettono di intervenire su ogni forma e fase della patologia. Dalle terapie topiche, ancora centrali nella pratica quotidiana, ai biologici di nuova generazione e ai trattamenti mirati per forme rare, il panorama terapeutico è in continua evoluzione.
Il vero cambiamento, però, è culturale: non si parla più di semplice controllo dei sintomi, ma di remissione quasi completa, rapidità di risposta e benessere globale del paziente. Come emerge chiaramente dalle esperienze cliniche, la personalizzazione della terapia è la chiave per ottenere risultati duraturi.
In questo scenario, il dermatologo non è più solo un prescrittore, ma un regista del percorso terapeutico, capace di integrare farmaci, aspettative e qualità di vita in un approccio sempre più preciso e centrato sulla persona.
Luca Mastorino et al., Drug survival, effectiveness, and safety of brodalumab for moderate-to-severe psoriasis up to 3 years Int J Dermatol. 2024 Jul;63(7):922-928.
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Luigi Gargiulo et al. Drug survival of IL-12/23, IL-17 and IL-23 inhibitors for moderate-to-severe plaque psoriasis: a retrospective multicenter real-world experience on 5932 treatment courses - IL PSO (Italian landscape psoriasis). Front Immunol. 2024 Jan 11:14:1341708.
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Steven Hsu et al.“Comparable efficacy and safety of brodalumab in obese and nonobese patients with psoriasis: analysis of two randomized controlled trials”Pubblicato su British Journal of Dermatology (2020).
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Criteri Critici
Tumore del polmone non a piccole cellule ROS1-positivo, efficacia promettente e duratura per taletrectinib. #AACR26 pharmastar.it
Il trattamento con l’inibitore tirosin chinasico (TKI) taletrectinib permette di ottenere tassi di risposta elevati e risposte durature nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule portatori di riarrangiamenti del gene ROS1 (ROS1-positivi), non trattati in precedenza con TKI. È quanto emerge dai risultati di un'analisi aggregata degli studi di fase 2 TRUST-I (NCT04395677) e TRUST-II (NCT04919811), presentata in occasione del congresso annuale dell'American Association for Cancer Research (AACR), a San Diego.
«Taletrectinib è un TKI orale molto efficace che dovrebbe essere preso in considerazione per i pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule che presentano riarrangiamenti di ROS1», ha affermato in un’intervista l’autrice principale dello studio, Lyudmila Bazhenova, professoressa di medicina presso l'UC San Diego Moores Cancer Center.
Inoltre, ha sottolineato la ricercatrice, i risultati presentati all'AACR riflettono l'importanza di condurre test molecolari per identificare l’eventuale presenza di alterazioni genetiche che possano costituire un bersaglio di terapie mirate.
Taletrectinib, nuovo TKI già approvato negli Usa
Circa l'1-2% dei pazienti con tumore al polmone non a piccole cellule non a piccole cellule presenta un riarrangiamento del gene ROS e attualmente vi sono diversi farmaci approvati per questi pazienti.
Fra questi vi è taletrectinib, autorizzato dalla Food and drug administration nel giugno 2025 per il trattamento di pazienti adulti con tumore del polmone non a piccole cellule localmente avanzato o metastatico ROS1-positivo, per i quali rappresenta già uno standard terapeutico. Il farmaco è approvato anche in Giappone e Cina, ma non ancora nell’Unione europea, che ha avviato l’iter regolatorio nel marzo scorso.
Sviluppato dalla biotech Nuvation Bio, in partnership con Eisai in alcuni mercati (per esempio, Asia ed Europa), taletrectinib è un TKI di nuova generazione di ROS1 e NTRK, due tirosin-chinasi che possono risultare alterate (con fusioni geniche) in diversi tumori solidi. Rispetto ai TKI di prima generazione, il farmaco è stato progettato per essere più potente e attivo anche su mutazioni di resistenza, oltre ad avere una buona penetrazione a livello del sistema nervoso centrale (SNC), che rappresenta uno dei punti di forza di questo farmaco.
Gli studi TRUST-I e TRUST-II
Gli studi TRUST-I (NCT04395677) e TRUST-II (NCT04919811) sono i due trial registrativi complementari sui quali si è basata l’approvazione regolatoria di taletrectinib, il primo condotto principalmente in Cina e il secondo in Europa, Asia e Stati Uniti.
Si tratta di due studi multicentrici, a braccio singolo, in aperto, disegnati per valutare efficacia e sicurezza di taletrectinib in pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule avanzato o metastatico ROS1-positivo, con due coorti principali: pazienti naïve ai TKI (mai trattati con inibitori di ROS1) e pazienti già trattati con TKI (per esempio, crizotinib, entrectinib).
L'analisi presentata dalla Bazhenova al congresso dell’AACR si è concentrata sull'efficacia di taletrectinib nei pazienti naïve ai TKI. I dati riportati si basano su un follow-up aggiuntivo di 10 mesi, che fornisce quindi una visione più completa e duratura sull'efficacia di taletrectinib in questo gruppo di pazienti. Al meeting è stata poi presentata anche una relazione separata sui pazienti già trattati con TKI.
Tasso di risposta quasi del 90% e quasi il 60% dei pazienti ancora in vita a 4 anni
Le valutazioni dell’efficacia sono state condotte su 157 pazienti degli studi TRUST-I e TRUST-II.
In questa popolazione si è osservato un tasso di risposta obiettiva (ORR) confermata molto elevato, pari a quasi il 90%. Inoltre, ha riferito l’autrice, è stata riscontrata un'elevata efficacia del farmaco a livello intracranico, con un ORR confermato a livello intracranico del 76,5%.
Le risposte sono risultate molto durature, con una mediana di durata della risposta (DOR) pari a 49,7 mesi, un dato definito dalla Bazhenova «molto significativo».
Anche la mediana della sopravvivenza libera da progressione (PFS) è risultata molto elevata, e pari a 46,1 mesi.
Al momento dell’analisi, la mediana della sopravvivenza globale (OS) non era ancora stata raggiunta in questa popolazione di pazienti, ma a 48 mesi il 58% di essi era ancora in vita.
Effetti avversi in linea con le aspettative
La sicurezza di taletrectinib è stata valutata complessivamente in 363 pazienti.
Con un follow-up più lungo, non sono stati osservati nuovi segnali di sicurezza rispetto alle analisi precedenti e i risultati osservati sono stati in linea con le aspettative, ha detto l’autrice.
Si sono riscontrati aumenti dell'aspartato aminotransferasi e dell'alanina aminotransferasi, ma la maggior parte di questi aumenti è stata di grado lieve. Si sono verificati, inoltre, lievi episodi di nausea e diarrea, anch'essi di grado lieve.
È molto importante sottolineare, ha rimarcato la professoressa, che taletrectinib non presenta molti eventi avversi neurologici, a differenza di quanto si potrebbe osservare con altri TKI orali. Per esempio, vertigini di grado 1 sono state osservate nel 18,5% dei pazienti e vertigini di grado 2 nel 2,8%. Per quanto riguarda la disgeusia, il 13,2% ha presentato eventi di grado 1 e il 2,2% eventi di grado 2. Questi eventi avversi sono stati gestiti con pratiche standard, come riduzioni del dosaggio o sospensioni della somministrazione.
I prossimi passi
Per quanto riguarda il futuro di taletrectinib e i prossimi passi della ricerca, la Bazhenova ha detto che ci sono ancora molte domande a cui occorre rispondere. Per esempio, è necessario approfondire la conoscenza dei meccanismi di resistenza al taletrectinib e del modo più appropriato per gestire tale resistenza.
Un altro aspetto importante ancora da chiarire riguarda il ruolo dell'inibizione delle ROS nei pazienti con tumore al polmone in stadio iniziale sottoposti a intervento chirurgico. Attualmente, ha ricordato l’autrice, vi sono tre contesti in cui la terapia adiuvante con TKI fan la differenza: pazienti con mutazioni classiche dell'EGFR, pazienti con riarrangiamenti di ALK e, più recentemente, pazienti con riarrangiamenti del RET. È dunque auspicabile poter condurre uno studio anche su pazienti in stadio iniziale con mutazioni del gene ROS1 operati.
Bibliografia
L. Bazhenova, et al. Taletrectinib in tyrosine kinase inhibitor (TKI)-naïve patients with ROS1+ non-small cell lung cancer (NSCLC): updated data from TRUST-I and TRUST-II. AACR 2026; abstract CT300.
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Tina Knowles: «Il cancro mi ha insegnato a rallentare. Noi donne non ci fermiamo mai, ma se non ci prendiamo cura di noi stesse un giorno non potremo più aiutare le persone a cui teniamo» Eventi e News
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO5
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Pazienti oncologici in Abruzzo: controlli a rischio dopo interventi e terapie fuori regione Sbircia la Notizia Magazine
La ricostruzione
La nostra analisi colloca il problema nel punto meno visibile della filiera sanitaria: il rientro del paziente dopo una cura extra-regionale. Qui il diritto alla continuità assistenziale incontra procedure di prenotazione che possono ragionare per presa in carico locale, agenda interna e prescrizione prodotta dentro il perimetro regionale.
La vicenda non riguarda la qualità clinica degli specialisti abruzzesi o delle strutture scelte fuori regione. Riguarda il passaggio in cui un bisogno già documentato deve diventare una prenotazione nei tempi corretti. Se quel passaggio fallisce, l'intero follow-up perde precisione.
Nota di metodo: questo articolo ricostruisce un nodo amministrativo e organizzativo. Le scelte cliniche restano di competenza degli oncologi e delle strutture sanitarie che seguono il singolo paziente.
Sommario dei contenuti
Il problema da fissare subito
Il caso nasce da una condizione molto concreta: il paziente è abruzzese, la diagnosi oncologica è documentata, l'intervento o la terapia sono avvenuti altrove e il controllo deve essere effettuato vicino a casa. La frattura si produce quando il sistema regionale non aggancia automaticamente quella persona alle agende oncologiche dedicate.
In pratica il paziente può essere trattato come un utente ordinario che chiede una prestazione diagnostica, anziché come una persona inserita in una sequenza clinica già tracciata. Questa differenza cambia tutto, perché una Tac o una Pet richiesta per follow-up oncologico non ha lo stesso significato di un esame prenotato senza un protocollo terapeutico alle spalle.
La parola chiave è riconoscimento. Senza riconoscimento amministrativo, la priorità clinica resta nel fascicolo del paziente, nella lettera di dimissione o nella prescrizione dello specialista fuori regione e l'agenda locale può non tradurla in un accesso coerente.
La sequenza che crea l’esclusione
Il percorso tipico ha una scansione precisa. Una persona residente in Abruzzo riceve indicazione clinica a curarsi fuori regione, spesso per competenza specialistica, disponibilità di un centro o continuità con un’équipe già coinvolta. Dopo l'intervento o l'avvio della terapia, torna in Abruzzo con un calendario di controlli: esami radiologici, valutazioni di risposta, monitoraggi a intervalli stabiliti.
Il passaggio critico arriva al momento della prenotazione. Se la prescrizione specialistica nasce in un'altra regione, l'agenda abruzzese può non intercettare il paziente come parte di un percorso oncologico regionale. Il medico di medicina generale può trasformare l'indicazione in impegnativa, però l'impegnativa ordinaria non sempre apre le porte dell'agenda protetta.
La conseguenza è un doppio attrito: il paziente rischia un'attesa lunga e il sistema può chiedere una visita locale ulteriore solo per riallineare la pratica. Questa visita non aggiunge necessariamente valore clinico quando esiste già un piano scritto dallo specialista che ha trattato il caso. Aggiunge tempo, che in oncologia è una variabile clinica.
Tac, risonanza e Pet: controlli ad alta priorità clinica
Nel linguaggio amministrativo Tac, risonanza magnetica e Pet sono prestazioni. Nel percorso oncologico sono strumenti che misurano evoluzione della malattia, risposta alla terapia, sospetto di ripresa e necessità di modificare la strategia. Lo stesso esame cambia peso a seconda della fase clinica in cui viene richiesto.
Una Pet programmata dopo un ciclo terapeutico può orientare la conferma del trattamento o la sua modifica. Una risonanza inserita nel follow-up di un tumore con rischio di recidiva locale serve a intercettare segnali precoci. Una Tac di rivalutazione può sostenere decisioni immediate su farmaci, radioterapia o chirurgia. Per questo il ritardo produce più di un disagio: può ridurre la capacità del team clinico di decidere nel momento utile.
Il problema abruzzese va letto da qui. La lista ordinaria nasce per governare una domanda ampia, non per custodire finestre oncologiche legate a un protocollo. Quando un paziente fragile entra nel canale ordinario, il sistema sta usando uno strumento amministrativo troppo generico per una domanda ad alta specificità.
La risoluzione e il punto che la rende operativa
La risoluzione annunciata da Antonio Blasioli punta a chiudere la falla con misure organizzative, non con un nuovo principio astratto. Il principio esiste già: il cittadino deve poter accedere alle prestazioni necessarie nei tempi appropriati, anche quando una parte della cura si è svolta fuori regione.
La parte decisiva riguarda i canali diretti di prenotazione e il riconoscimento delle prescrizioni specialistiche extra-regionali. Tradotto in termini operativi, l'Abruzzo dovrebbe permettere al paziente rientrato di agganciarsi a un'agenda coerente con il follow-up indicato dallo specialista, senza dover ripartire da una presa in carico formale solo per ottenere un codice di accesso.
La risoluzione chiede inoltre una circolare regionale rivolta ad ASL e medici di medicina generale. È il passaggio più concreto, perché il problema vive negli sportelli, nei CUP, nei sistemi informativi aziendali e nelle istruzioni date a chi compila o valida una richiesta.
Il confronto con le Regioni già avanti
Il modello indicato nella richiesta politica guarda a realtà che hanno già costruito percorsi più elastici per i pazienti rientrati da cure fuori regione. Il compito concreto è replicare una funzione: rendere leggibile la priorità oncologica anche quando la prescrizione nasce fuori dal sistema locale.
Questa funzione può essere realizzata in modi diversi. Una Regione può accettare la prescrizione specialistica extra-regionale come documento sufficiente per aprire l'agenda dedicata; un'altra può prevedere una validazione clinica rapida senza nuova visita ordinaria; un'altra ancora può creare una corsia CUP specifica per i follow-up oncologici documentati. Ciò che conta è l'esito: il paziente non deve restare sospeso tra due sistemi sanitari.
La mobilità sanitaria ha sempre una componente clinica e una componente organizzativa. Quando il cittadino si cura fuori regione, il territorio di residenza conserva responsabilità di prossimità. L'assistenza non può dissolversi nel momento in cui il paziente torna a casa con un piano di controllo già scritto.
La Rete Oncologica Regionale e il punto debole del rientro
L'Abruzzo dispone di un impianto di Rete Oncologica Regionale che dichiara un obiettivo preciso: integrare ospedale e territorio, garantire omogeneità delle prestazioni e seguire il paziente dal primo sospetto fino al follow-up. La coerenza del modello si misura proprio nel rientro, quando una persona curata altrove chiede che il territorio riconosca il proprio piano clinico.
La rete funziona se le interconnessioni sono reali. Un nodo ospedaliero, un oncologo fuori regione, un medico di famiglia abruzzese e un CUP regionale devono potersi parlare attraverso regole chiare. In assenza di queste regole, il paziente diventa il messaggero materiale del proprio percorso: porta documenti, ricostruisce date, spiega perché l'esame va fatto entro una finestra definita.
Questa è la parte più delicata. Una rete oncologica moderna deve ridurre il carico burocratico sul paziente fragile. Se invece lo costringe a dimostrare più volte la stessa condizione, il problema supera l'organizzazione e diventa una perdita di appropriatezza.
Contributi economici e accesso clinico sono due piani diversi
Il quadro regionale contiene anche una misura economica recente: l'Abruzzo ha riaperto nel 2026 i contributi destinati ai nuclei familiari con un componente affetto da patologia oncologica, trapiantato o in attesa di trapianto, per spese sostenute nel 2025. È un intervento utile sul lato dei costi, soprattutto quando la cura lontano da casa pesa su viaggi, accompagnamento e permanenza.
Questa misura, però, non risolve il nodo delle agende. Il rimborso alleggerisce una spesa già affrontata; l'accesso clinico nei tempi corretti evita che il paziente perda settimane nel punto in cui il follow-up dovrebbe guidare le decisioni. Sono due strumenti diversi e vanno tenuti separati per capire dove intervenire.
La nostra lettura è netta: una Regione può sostenere economicamente la mobilità sanitaria e nello stesso tempo lasciare scoperta la fase di ritorno. La seconda lacuna si chiude con procedure, codici, responsabilità aziendali e un raccordo stabile con le prescrizioni degli specialisti extra-regionali.
Cosa cambia per ASL, medici di famiglia e CUP
Per le ASL, la correzione richiede una regola uguale in tutto il territorio regionale. La stessa documentazione deve produrre la stessa risposta a Pescara, Chieti, Teramo o L'Aquila. Se ogni azienda interpreta autonomamente la prescrizione extra-regionale, il diritto effettivo cambia a seconda dello sportello.
Per i medici di medicina generale, il punto è la compilazione dell'impegnativa. Il medico deve sapere quali elementi inserire, quale priorità usare quando la richiesta è coerente con il protocollo oncologico e quale canale attivare se la ricetta nasce da un piano specialistico esterno. Senza indicazioni regionali, anche il medico più attento rischia di produrre una richiesta formalmente corretta e operativamente debole.
Per il CUP, il tema riguarda l'accesso all'agenda giusta. Un sistema di prenotazione efficiente non si limita a trovare il primo spazio libero; deve assegnare la domanda al contenitore clinico corretto. La differenza tra agenda ordinaria e agenda oncologica dedicata è qui.
Il punto che una circolare deve chiudere
Una circolare regionale efficace dovrebbe stabilire almeno la regola di riconoscimento: quando un paziente oncologico residente in Abruzzo presenta prescrizione specialistica extra-regionale, piano di cura, lettera di dimissione o indicazione di follow-up, l'accesso all'agenda dedicata deve essere possibile senza passaggi ridondanti.
La stessa circolare dovrebbe definire chi valida la richiesta, con quali tempi e attraverso quale canale. Se la validazione resta implicita, il problema si sposta dallo sportello al reparto; se resta informale, ogni caso dipende dalla buona volontà di un singolo operatore. La sanità pubblica ha bisogno di una procedura replicabile.
La soluzione tecnica più robusta è un tracciato minimo comune: diagnosi o quesito oncologico, prestazione richiesta, finestra temporale indicata dallo specialista, centro che ha prodotto la prescrizione, riferimento del medico curante e canale di prenotazione. Con questi elementi il sistema può distinguere un controllo oncologico documentato da una domanda generica di diagnostica.
Cosa può fare il paziente nella fase di decisione regionale
In attesa di un atto regionale, la documentazione diventa decisiva. Il paziente dovrebbe conservare in forma ordinata piano terapeutico, lettere di dimissione, prescrizioni specialistiche, calendario dei controlli e referti precedenti. Ogni documento deve rendere evidente che l'esame richiesto appartiene a un follow-up oncologico e che la tempistica nasce da un percorso clinico.
Quando la prenotazione viene proposta in lista ordinaria, è utile chiedere che sia registrato il motivo della mancata collocazione in agenda dedicata. Questo passaggio non sostituisce la tutela formale, però consente di trasformare un disagio individuale in un dato verificabile per ASL e Regione.
Il paziente non dovrebbe essere costretto a ricomporre da solo un circuito istituzionale. La cura extra-regionale è una realtà consolidata del Servizio sanitario nazionale; il rientro deve essere trattato come parte del percorso, non come una nuova partenza amministrativa.
Dove si misurerà l’effetto reale
L'effetto di una correzione regionale si vedrà su indicatori molto concreti: tempo medio tra richiesta e prenotazione, quota di pazienti oncologici rientrati da fuori regione agganciati ad agende dedicate, numero di visite ripetute solo per ottenere un esame, differenza tra tempi programmati dal protocollo e tempi effettivi di erogazione.
La piattaforma nazionale sulle liste di attesa consente già di leggere classi di priorità e tempi medi. Il caso abruzzese chiede un livello più fine. Serve sapere se il paziente oncologico documentato viene instradato nel percorso giusto. La media generale sulle prestazioni può migliorare e lasciare comunque scoperta una sottopopolazione fragile.
Da qui discende la valutazione politica e amministrativa: la risoluzione avrà senso solo se produrrà una modifica nelle istruzioni operative, nelle agende e nei sistemi informativi. Senza questa traduzione, il caso resterà una denuncia fondata con effetti troppo deboli sulla vita quotidiana dei pazienti.