📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
Il progetto di «assistenza a quattro zampe» è stato fortemente voluto dal primario Antonio Maestri: «Grazie agli animali, c’è una riduzione dell’ansia e dello stress»
Frutta secca e struffoli, ecco gli alimenti che mettono il “turbo” al sistema immunitario contro il cancro. L’oncologo: “Anche il pranzo di Natale può essere un alleato”
📰 Ilfattoquotidiano.it📅 2025-12-25T08:00:19Z✍️ 30science per Il Fatto
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
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Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Dall’acido oleico contenuto nell’olio d’oliva e nella frutta secca al fruttosio dei fichi secchi, dei datteri e del miele con cui vengono fatti gli struffoli, fino all’acido trans-vaccinico che si trova nella carne e nei latticini provenienti da animali da pa…
Dall’acido oleico contenuto nell’olio d’oliva e nella frutta secca al fruttosio dei fichi secchi, dei datteri e del miele con cui vengono fatti gli struffoli, fino all’acido trans-vaccinico che si trova nella carne e nei latticini provenienti da animali da pascolo. Sono tantissimi gli alimenti, tra cui anche alcuni tipicamente natalizi, che contengono specifiche molecole in grado di mettere il “turbo” al sistema immunitario contro il cancro. Prodotti, naturalmente, da consumare con moderazione. A fare il punto su quali siano gli alimenti “alleati” sono stati gli specialisti riuniti recentemente a Napoli in occasione della XVI edizione del Melanoma Bridge e della XI edizione dell’Immunotherapy Bridge, due eventi internazionali dedicati all’immunoterapia. “Per decenni, la relazione tra dieta e cancro è stata spesso ridotta a divieti e avvertimenti”, dichiara Paolo Ascierto, professore ordinario di Oncologia all’Università Federico II di Napoli e presidente della Fondazione Melanoma Onlus. “Oggi, una serie crescente di ricerche scientifiche sta rivoluzionando questa prospettiva, dimostrando che nel cibo possono celarsi sostanze che agiscono da ‘booster’ dei trattamenti, potenziando l’efficacia dell’immunoterapia”, aggiunge.
Un recente studio apparso sulla rivista Signal Transduction and Targeted Therapy, del gruppo di Nature, ha rivelato come la qualità dei grassi assunti possa programmare la nostra immunità antitumorale. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Hong Kong ha scoperto che l’acido oleico, un grasso monoinsaturo fondamentale della dieta mediterranea, è in grado di ripristinare la funzionalità delle cruciali cellule gamma delta T del nostro sistema immunitario, compromessa dall’eccessiva presenza di acido palmitico (un grasso saturo). “Gli scienziati cinesi – commenta Ascierto – hanno scoperto che l’acido oleico, di cui è ricco l’olio d’oliva, e presente ad esempio anche nell’avocado e nella frutta secca (come noci e mandorle), è in grado di ‘ricaricare’ queste cellule T, potenziando significativamente la loro aggressività contro i tumori. Al contrario gli acidi grassi saturi, come l’acido palmitico presente in alimenti trasformati, olio di palma e carni grasse, tendono a promuovere l’infiammazione e lo stress ossidativo. In sostanza, la corretta scelta dei grassi nel nostro regime alimentare sembra determinare se le nostre cellule T saranno armate o disarmate nella lotta contro le cellule maligne”.
Se la bilancia tra grassi saturi e insaturi è cruciale, ancora più sorprendente è il ruolo rivalutato di uno zucchero semplice: il fruttosio. Per lungo tempo associato alla crescita di alcuni tumori, uno studio condotto a Shanghai e pubblicato su Cell Metabolism* ha rivelato una realtà più sfumata: una dieta ricca di fruttosio è in grado di rafforzare la risposta immunitaria contro il cancro, riducendone la progressione e la letalità. “Lo studio ha dimostrato che il fruttosio alimentare, che si trova in alimenti tipicamente natalizi come i fichi secchi e i datteri, promuove l’immunità antitumorale delle cellule aumentando l’attività dei linfociti T CD8+, le cellule ‘killer’ responsabili di identificare e uccidere le cellule tumorali” specifica Ascierto. “Questo potenziamento è mediato dalla produzione di leptina, l’ormone della sazietà”. Ma attenzione. “Lo studio non indica che fare incetta di zuccheri aiuti automaticamente a contrastare il tumore. I risultati – continua – suggeriscono piuttosto che il fruttosio potrebbe essere sfruttato in modo mirato”. Non a caso, il professor Ascierto è impegnato in un progetto di ricerca AIRC volto a migliorare la risposta clinica all’immunoterapia nel melanoma, perfezionando la composizione del microbiota intestinale attraverso la combinazione di dieta mediterranea e l’integrazione alimentare con fruttosio e fibre idrosolubili.
Un altro nutriente sorprendente è l’acido trans-vaccenico (TVA), una molecola che l’organismo umano non può produrre da solo e che si trova nella carne e nei latticini provenienti da animali da pascolo. Uno studio dell’Università di Chicago ha riabilitato, almeno in parte, il consumo di questi alimenti, scoprendo che il TVA è in grado di rafforzare la risposta immunitaria contro il cancro. “Il meccanismo è duplice”, spiega Ascierto. “Il TVA inibisce un recettore (il GPR43) solitamente attivato da acidi grassi dannosi, e contemporaneamente attiva il ‘percorso CREB”’che migliora la sopravvivenza e la differenziazione cellulare”, aggiunge. I risultati clinici sono promettenti: i pazienti con livelli più elevati di TVA circolante nel sangue hanno risposto meglio all’immunoterapia, comprese le terapie con cellule CAR-T. “Ciò che conta è il nutriente TVA e la sua eventuale assunzione nelle dosi giuste, non la sua fonte (carne e latticini)”, sottolinea Ascierto. “L’obiettivo non è eccedere nel consumo di carne rossa, ma utilizzare il TVA come supplemento alimentare per massimizzare l’efficacia dei trattamenti”, aggiunge. Questi studi, dal bilanciamento dei grassi alla modulazione operata da fruttosio e TVA, dimostrano inequivocabilmente che l’interazione tra dieta e sistema immunitario non è un concetto banale, ma una complessa rete biochimica. “La ricerca si sta muovendo verso la definizione di una vera e propria ‘dieta da combattimento’ personalizzata”, dice Ascierto. “Sono necessari ulteriori studi per comprendere esattamente se e come sfruttare nutrienti specifici per rafforzare l’azione del nostro sistema immunitario contro il cancro. L’obiettivo finale è trasformare il cibo in una medicina di precisione, ampliando le opportunità di trattamento per i pazienti oncologici”, conclude.
Le azioni di Repare Therapeutics volano dopo l’accordo con Gilead Sciences per un farmaco antitumorale - Investing.com - Quotazioni, Borsa, Economia e Finanza
📰 Investing.com - Quotazioni, Borsa, Economia e Finanza📅 2025-12-24T13:42:00
farmaco antitumorale
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Lecce, Natale da record all'ospedale Vito Fazzi: donna di 101 anni operata per rimuovere un carcinoma al seno. La paziente sta bene ed è già a casa - Corriere Lecce
📰 Corriere Lecce📅 2025-12-24T11:22:30
tumore seno
Lecce, Natale da record all'ospedale Vito Fazzi: donna di 101 anni operata per rimuovere un carcinoma al seno. La paziente sta bene ed è già a casa Corriere Lecce
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Nella ricerca oncologica, dove la sfida principale resta quella di colpire le cellule tumorali risparmiando i tessuti sani, un gruppo di scienziati della RMIT University di Melbourne ha sviluppato una...
Nella ricerca oncologica, dove la sfida principale resta quella di colpire le cellule tumorali risparmiando i tessuti sani, un gruppo di scienziati della RMIT University di Melbourne ha sviluppato una nuova classe di nanoparticelle capaci di sfruttare le vulnerabilità intrinseche delle cellule cancerose. Si tratta di nanodot realizzati con ossido di molibdeno, un composto metallico comunemente impiegato nell'elettronica e nelle leghe industriali, che in test di laboratorio hanno dimostrato una selettività sorprendente: distruggono le cellule tumorali a un ritmo tre volte superiore rispetto a quelle sane, senza necessitare di attivazione luminosa come molte altre tecnologie similari.
Il principio alla base di questa innovazione risiede nella differente condizione metabolica tra cellule normali e cellule neoplastiche. Come spiega la dottoressa Baoyue Zhang della School of Engineering della RMIT, "le cellule cancerose vivono già in una condizione di stress superiore rispetto a quelle sane. Le nostre particelle aumentano questo stress quel tanto che basta per innescare l'autodistruzione nelle cellule tumorali, mentre quelle sane riescono a gestire la situazione senza problemi". Questo approccio sfrutta dunque uno stato di fragilità preesistente nel microambiente tumorale, dove l'equilibrio ossidativo è già alterato a causa dell'intensa attività metabolica richiesta dalla crescita incontrollata.
Dal punto di vista metodologico, il team guidato dal professor Jian Zhen Ou ha modificato la struttura chimica dell'ossido di molibdeno attraverso l'aggiunta di quantità minime di idrogeno e ammonio. Questa precisa calibrazione ha alterato la gestione degli elettroni da parte delle nanoparticelle, permettendo loro di generare specie reattive dell'ossigeno (ROS) in concentrazioni elevate. Le ROS sono molecole instabili che possono danneggiare componenti cellulari vitali come DNA, membrane lipidiche e proteine, innescando il processo di apoptosi, ovvero la morte cellulare programmata che l'organismo utilizza fisiologicamente per eliminare cellule danneggiate o malfunzionanti.
In un esperimento separato, gli stessi nanodot hanno degradato un colorante blu del 90% in soli 20 minuti, dimostrando l'efficacia delle reazioni chimiche anche in completa oscurità
Gli esperimenti condotti finora hanno utilizzato colture cellulari in vitro, nello specifico cellule di carcinoma cervicale, e hanno documentato un tasso di morte cellulare triplo nelle linee tumorali rispetto a quelle sane nell'arco di 24 ore. È fondamentale sottolineare che si tratta di ricerca ancora in fase preliminare: i nanodot non sono stati testati su modelli animali né tantomeno su esseri umani. Tuttavia, i risultati ottenuti suggeriscono una strategia promettente che potrebbe evitare uno dei principali effetti collaterali delle terapie oncologiche convenzionali, ovvero il danneggiamento indiscriminato dei tessuti sani.
La collaborazione internazionale che ha reso possibile questo studio ha coinvolto ricercatori del Florey Institute of Neuroscience and Mental Health di Melbourne, della Southeast University, della Hong Kong Baptist University e della Xidian University in Cina. Il progetto è sostenuto dall'ARC Centre of Excellence in Optical Microcombs (COMBS), un centro di eccellenza australiano dedicato alle tecnologie fotoniche avanzate. La dottoressa Shwathy Ramesan del Florey Institute ha contribuito alla caratterizzazione degli effetti biologici delle nanoparticelle, confermando che "il risultato è stato quello di ottenere particelle capaci di generare stress ossidativo selettivamente nelle cellule cancerose in condizioni di laboratorio".
Un aspetto particolarmente interessante di questa tecnologia riguarda la scelta del materiale. A differenza di molte nanoparticelle metalliche utilizzate in ricerca biomedica, che impiegano metalli nobili come oro o argento (costosi e con potenziali problemi di tossicità), l'ossido di molibdeno rappresenta un'alternativa più economica e già ampiamente utilizzata in ambito industriale. Il molibdeno, pur essendo un metallo raro in termini geologici, ha applicazioni consolidate che ne permettono una produzione su larga scala, fattore che potrebbe facilitare un'eventuale traslazione dalla ricerca di base alla pratica clinica.
I passi successivi identificati dal team della RMIT prevedono lo sviluppo di sistemi di rilascio mirato, capaci di far attivare le nanoparticelle esclusivamente all'interno del microambiente tumorale, riducendo ulteriormente i rischi per i tessuti sani. Sarà inoltre necessario perfezionare il controllo sulla produzione di specie reattive dell'ossigeno e avviare collaborazioni con aziende biotecnologiche o farmaceutiche per condurre studi preclinici su modelli animali. Solo dopo questa fase sarà possibile valutare la sicurezza e l'efficacia in trial clinici umani, un percorso che richiederà anni di ricerca prima di poter trasformare questa promettente scoperta in una terapia disponibile per i pazienti.