Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
55.6/100
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Criteri Critici
Tumore al seno, arriva la svolta con GammaPod: la nuova radioterapia in 5 sedute Pozzuoli News 24
Lotta al tumore al seno, arriva una nuova “arma” dall’Istituto Pascale di Napoli che promette di cambiare radicalmente l’esperienza terapeutica di molte pazienti. Si chiama GammaPod ed è una tecnologia di ultima generazione progettata esclusivamente per la radioterapia della mammella, capace di colpire il tumore con una precisione sub-millimetrica, riducendo drasticamente l’esposizione dei tessuti sani e accorciando sensibilmente i tempi di trattamento.
Il programma clinico è partito lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e rappresenta già un traguardo di rilievo per l’oncologia italiana. Grazie all’introduzione di questa innovativa piattaforma, il Pascale entra infatti a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete che riunisce alcuni dei più importanti centri di ricerca e cura impegnati nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche per il tumore della mammella.
Cos’è GammaPod
Per il tumore al seno sempre più centrale diventa la qualità della vita delle pazienti, durante e dopo il percorso terapeutico. È proprio in questa direzione che si inserisce GammaPod. Attraverso un innovativo meccanismo di immobilizzazione non invasiva, la tecnologia consente di indirizzare migliaia di fasci radianti direttamente sul bersaglio tumorale, limitando al massimo l’irradiazione delle strutture circostanti.
Uno degli elementi più innovativi è rappresentato dalla posizione prona, con la paziente distesa a pancia in giù durante il trattamento. Una soluzione che permette di allontanare naturalmente cuore e polmoni dall’area irradiata, riducendo quasi completamente l’esposizione degli organi sani alle radiazioni e migliorando ulteriormente il profilo di sicurezza della terapia.
I benefici
Molti i benefici per le pazienti. Oltre alla maggiore precisione del trattamento, si registra una significativa riduzione del numero di sedute necessarie. L’attuale protocollo prevede infatti un ciclo di cinque frazioni, contro percorsi che in passato potevano richiedere diverse settimane di trattamento. Un vantaggio che si traduce in minori spostamenti, meno disagi organizzativi e un impatto ridotto sulla vita personale e lavorativa.
La soddisfazione
“L’introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità di vita, sia per l’esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità”, spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia oncologica del Pascale. “Inoltre, la riduzione del numero di sedute ci permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti”.
“La prospettiva è quella di sviluppare approcci sempre più efficaci e conservativi – sottolinea Sara Falivene, referente Breast in Radioterapia – stiamo lavorando all’attivazione di studi multicentrici internazionali che potrebbero contribuire a ridefinire gli standard terapeutici e aprire nuove opportunità per le pazienti”.
Consorzio internazionale GammaPod
L’ingresso nel Consorzio internazionale GammaPod consentirà inoltre all’istituto napoletano di partecipare attivamente allo sviluppo di studi clinici e alla raccolta di dati scientifici destinati a orientare le future linee guida nel trattamento del tumore mammario.
Per Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-Polmonare del Pascale, l’arrivo di GammaPod rappresenta un ulteriore passo avanti verso una medicina sempre più personalizzata e orientata alle esigenze delle singole pazienti. “GammaPod consente di esplorare strategie di radioterapia parziale ad altissima precisione, riducendo tempi di trattamento ed esposizione dei tessuti sani senza compromettere l’efficacia oncologica. È una tecnologia che amplia le nostre possibilità terapeutiche e apre prospettive molto interessanti sul piano clinico e scientifico”.
“L’attivazione di GammaPod rappresenta un momento importante per il nostro istituto e per la sanità pubblica del Mezzogiorno – dichiara il direttore generale Maurizio di Mauro – investire in tecnologie innovative significa offrire ai pazienti cure sempre più efficaci, sicure e personalizzate, ma anche creare le condizioni per attrarre ricerca, competenze e collaborazioni internazionali. Con GammaPod, Napoli si candida così a diventare uno dei poli europei più avanzati nel trattamento radioterapico del tumore al seno. Una sfida che guarda al futuro della medicina oncologica, dove la tecnologia non serve soltanto a curare meglio, ma anche a restituire tempo, serenità e qualità di vita alle pazienti”.
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Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
53.3/100
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Criteri Critici
Un cerotto intelligente per curare il glioblastoma RomaDailyNews
Sviluppare, nell’arco di cinque anni, un “cerotto” biodegradabile da applicare direttamente nel cervello dopo l’asportazione del tumore, è l’obiettivo del progetto italiano neuroMESH, finanziato dal Fondo Italiano per le Scienze Applicate (FISA) con 2,7 milioni di euro. Si tratta di un dispositivo progettato per aderire perfettamente alle superfici irregolari del cervello e rilasciare farmaci e immunoterapie in maniera controllata per settimane o addirittura mesi.
Il glioblastoma è tra i tumori più difficili da curare e nonostante i progressi fatti nel campo della neurochirurgia ed anche in quello delle terapie farmacologiche, non si è riusciti ad abbassare i tassi, ancora molto elevati, di recidiva.
Per affrontare questa difficile sfida un gruppo di ricercatori italiani ha unito, in un unico progetto, NeuroMESH, competenze diverse: la nanomedicina, la neurochirurgia, l’immunoterapia e la bioingegneria. Il progetto, al quale partecipano ricercatori dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, Humanitas University e l’Istituto Italiano di Tecnologia, ha l’obiettivo di trasferire questa tecnologia, già sperimentata e validata in laboratorio, all’applicazione clinica.
Il glioblastoma è un tumore maligno primitivo, che ogni anno colpisce 3-4 persone su 100mila con un’incidenza che aumenta dopo i 65 anni. Una patologia difficile da curare a causa della barriera emato-encefalica, una struttura naturale che protegge il cervello, che impedisce o limita fortemente l’ingresso di farmaci. Questa particolare configurazione fa sì che nella stessa area del tumore originario, asportato chirurgicamente, si sviluppino circa l’80% delle recidive nonostante le terapie chemioterapiche e radiologiche somministrate, e che solo il 5% dei pazienti sopravviva cinque anni alla diagnosi.
Per contrastare il pericolo di recidiva, i ricercatori stanno lavorando alla realizzazione di una sottilissima struttura biodegradabile, una micro-MESH (µMESH), da applicare nella cavità lasciata dal tumore rimosso chirurgicamente. La µMESH non è rigida e non si comporta come un gel, ma grazie alla sua microscopica architettura è in grado di trasportare e distribuire nel tempo diverse molecole terapeutiche direttamente nell’area a più alto rischio di ricomparsa del tumore. Questa tecnologia, spiegano i ricercatori, consente di combinare, all’interno dello stesso dispositivo, più strategie terapeutiche veicolando chemioterapici, anticorpi monoclonali e farmaci per riattivare il sistema immunitario al fine di favorire l’eliminazione di cellule tumorali residue rimaste dopo l’intervento.
Quali sono i tempi e le fasi di sviluppo di questa tecnologia? Per prima cosa verrà testata in modelli avanzati di glioblastoma per verificarne la validità e la sicurezza; poi sarà selezionata la configurazione più efficace e prepararla alla produzione secondo gli standard richiesti dalle autorità regolatorie internazionali; ed infine, se tutto andrà secondo quanto previsto, produrre la documentazione necessaria per ottenere le autorizzazioni per avviare le fasi di sperimentazione clinica sull’uomo.
Se i risultati ottenuti durante le varie fasi di sviluppo di µMESH saranno pienamente positivi, questa piattaforma potrà non solo migliorare la prognosi dei pazienti, ma potrebbe diventare una base tecnologica per il trattamento di altre forme di tumore e per applicazioni in ambiti diversi della medicina. (Rita Lena)
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.7/100
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Uno studio italiano apre alla terapia genica per la Sindrome di Rett 2026 | GIUSTIZIA - IUSTITIA.BG 2025 iustitia.bg
Uno studio italiano apre alla terapia genica per la Sindrome di Rett 2026 IUSTITIA.BG – Investigations 2009-2026 2026-06-05 16:03:59 Ultime notizie Notizie dal mondo Notizie nazionali Notizie più importanti ultime notizie più importanti ultime del giorno Giudice Petar Nizamov Feathers Petar Nizamov- FeathersJusticebg iustitia.bg iustitia iusticia usticia inchiesta Burgas Bulgaria notizie notizie dell’ultima ora notizie del giorno notizie di oggi notizie dalla Bulgaria Le notizie dalla Bulgaria notizie blitz notizie principali più importanti più commentate ultime notizie Boyko Borisov notizie meteo notizie coronavirus notizie meteo facebook youtube facebook instagram notizie di oggi notizie degli ultimi minuti notizie di oggi notizie bg notizie principali notizie scottanti bg sito di notizie per notizie tutte le notizie notizie bg notizie dell’ultima ora ultime ultime notizie bg notizie di oggi notizie di oggi notizie dell’ultima ora ultime notizie di oggi notizie bg notizie notizie 24 ore vesti bg novini notizie mondo uccello bg bivol bg bivol trud bg novini ultime notizie di oggi novinite bg notizie ciao bulgaria partito politico stemma delyan peevski scandaloso Bulgarian National Television Free Europe Television scandalo esclusiva in diretta tv in diretta adesso tv tv online tv programma bg live ora tv notizie online tv online in diretta tribunale tribunale di Burgas tribunale distrettuale di Burgas tribunale di Burgas tribunale distrettuale di Burgas tribunale d’appello di Burgas procuratore di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas ufficio del procuratore distrettuale di Burgas Procuratore generale Ivan Geshev Procuratore Geshev Tsatsarov Ministero degli affari interni Burgas ODMR Burgas ODPR Polizia di Burgas polizia distrettuale di Burgas procuratore di Burgas Tsatsarov casi SGS tribunale di Varna presidente del tribunale SGS decisioni del tribunale su casi civili decisioni su casi tribunale di Plovdiv decisione del tribunale decisioni casi tribunale di Varna casi penali distretto decisioni del tribunale distrettuale lavoro in tribunale SGS presidente del tribunale SGS giudici tribunale di Sofia posti giudici tribunale di Plovdiv giudici di Plovdiv Ispettorato della Corte suprema di Plovdiv Corte suprema Consiglio giudiziario supremo avvocato avvocato cause penali avvocato civile casi avvocato casi matrimoniali avvocato diritto penale amministrativo processo penale diritto civile processo civile diritto amministrativo diritto costituzionale ******************************************************************************* Noi di SITE BG possiamo creare per voi un sito monolingue omultilinguesito web aziendale,negozio online,blog personale di un influencer, sito web dialbergo, sito web perservizi,siti di notizieт, siti web-gallerie,sito di videoquesti,agenzia immobiliare, sito web pereventi o prenotazioni, oppuresito di annunci. A prescindere da come lo montiamo conRISULTATI ECCELLENTInella SERP diprima pagina su Google, il motore di ricerca americano Bing e quello russo Yandex. Il tuo nome | Il tuo nomeEmail | Posta elettronica /Email/Informazioni | InformazioniCosa ti interessa? | Di cosa ti interessi?Sviluppo di un nuovo sito webOttimizzazione SEOWeb DesignMarketing digitaleManutenzioneAltroIl tuo messaggio | Il tuo messaggio Date un'occhiata anche ai nostri siti web : ******************************************************************************* Seguicianche su Instagram Guarda i nostri video più interessanti suTikToke sul nostrocanale YouTube
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Criteri Critici
Natalia Paragoni racconta la diagnosi: cos'è il linfoma di Hodgkin iO Donna
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”. Con queste parole, pubblicate su Instagram, Natalia Paragoni ha raccontato di aver ricevuto una diagnosi di linfoma di Hodgkin durante l’ottavo mese di gravidanza. L’influencer ha spiegato di aver scoperto la malattia mentre attendeva la nascita della figlia Beatrice e di aver iniziato il percorso di chemioterapia dopo il parto. «In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire», ha scritto nel post che ha commosso migliaia di follower. La sua testimonianza ha riportato l’attenzione su una malattia relativamente rara ma che, grazie ai progressi della ricerca, oggi presenta elevate probabilità di guarigione. Ma cos’è il linfoma di Hodgkin, quali sono i sintomi e come si cura?
Che cos’è il linfoma di Hodgkin
La diagnosi raccontata da Natalia Paragoni riguarda un tumore del sistema linfatico che origina dai linfociti B, una particolare categoria di globuli bianchi coinvolta nelle difese immunitarie dell’organismo. Il sistema linfatico comprende una rete di vasi, linfonodi e organi come milza e midollo osseo, fondamentali per la risposta immunitaria. La malattia nasce generalmente all’interno dei linfonodi, ma può svilupparsi in qualsiasi sede in cui sia presente tessuto linfatico. Secondo Fondazione AIRC, ciò che distingue il linfoma di Hodgkin dagli altri linfomi è la presenza delle cosiddette cellule di Reed-Sternberg, considerate il segno distintivo della malattia.
Chi è più a rischio
Il linfoma di Hodgkin è una malattia relativamente rara, con circa quattro nuovi casi ogni 100 mila abitanti.
Ha però una caratteristica peculiare: presenta due picchi di incidenza. Il primo interessa i giovani adulti tra i 20 e i 30 anni, il secondo le persone oltre i 60 anni. Gli uomini risultano leggermente più colpiti rispetto alle donne. Le cause non sono ancora del tutto chiarite. Non si tratta di una malattia ereditaria e, secondo gli esperti, sembrano avere un peso maggiore fattori ambientali e immunologici rispetto a quelli genetici. I dati epidemiologici italiani sono riportati da Fondazione AIRC – I numeri del cancro.
Come si arriva alla diagnosi
L’esame fondamentale per arrivare alla diagnosi è la biopsia del linfonodo, che consiste nel prelievo di un campione di tessuto da analizzare al microscopio. Una volta confermata la presenza del tumore, è necessario stabilirne l’estensione attraverso la cosiddetta stadiazione, una fase essenziale che permette di individuare le aree coinvolte dalla malattia e di pianificare il trattamento più appropriato. Le linee generali del percorso diagnostico sono descritte anche da AIEOP – Linfoma di Hodgkin.
Come si cura il linfoma di Hodgkin
La buona notizia è che oggi il linfoma di Hodgkin è uno dei tumori ematologici con le migliori probabilità di guarigione. Le percentuali raggiungono circa l’87% nelle donne e l’85% negli uomini.
Il trattamento si basa principalmente sulla polichemioterapia. Tra gli schemi più utilizzati c’è l’ABVD, sviluppato dall’oncologo italiano Gianni Bonadonna, che ha contribuito a cambiare la storia di questa malattia. Negli stadi più avanzati possono essere utilizzati protocolli terapeutici più intensivi. Alla chemioterapia viene spesso associata la radioterapia, utilizzata come trattamento di consolidamento per eliminare eventuali cellule tumorali residue nelle aree maggiormente interessate.
Le nuove terapie mirate
Negli ultimi anni la ricerca ha aperto nuove prospettive terapeutiche. Tra i farmaci più innovativi c’è il brentuximab vedotin, un anticorpo monoclonale progettato per riconoscere una proteina presente sulle cellule tumorali e colpirle in modo selettivo.
A questa strategia si è aggiunta l’immunoterapia, con farmaci come nivolumab e pembrolizumab, che aiutano il sistema immunitario a riconoscere e combattere il tumore in maniera più efficace. Le più recenti evidenze cliniche e gli aggiornamenti terapeutici sono disponibili anche sul sito della American Cancer Society – Hodgkin Lymphoma.
Una malattia che oggi fa meno paura
Se fino a pochi decenni fa una diagnosi di linfoma rappresentava una sfida estremamente complessa, oggi il linfoma di Hodgkin è considerato uno dei tumori del sangue con le migliori prospettive di cura. L’introduzione di protocolli terapeutici sempre più efficaci e delle nuove immunoterapie ha cambiato radicalmente la prognosi della malattia, offrendo a molti pazienti concrete possibilità di guarigione e una qualità di vita sempre migliore dopo le cure.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?3
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
"È stato inaugurato oggi all'ospedale 'San Matteo degli Infermi' di Spoleto il servizio di Pet therapy "Dottori a 4 zampe" rivolto ai pazienti del reparto di Oncologia e Oncoematologia, che ha l'obiettivo di creare momenti ludici e ricreativi che li distra...…
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?3
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.4/100
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Criteri Critici
Una perdita d’aria in peggioramento nel segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale ha fatto scattare nelle ultime ore un protocollo di emergenza che ha portato gli astronauti a bordo a prepararsi a una possibile evacuazione. La Nasa ha infatti disp…
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Una perdita d’aria in peggioramento nel segmento russo della Stazione Spaziale Internazionale ha fatto scattare nelle ultime ore un protocollo di emergenza che ha portato gli astronauti a bordo a prepararsi a una possibile evacuazione. La Nasa ha infatti disposto che i membri della missione Crew-12 e l’astronauta americano Chris Williams si mettessero in stato di massima sicurezza all’interno della navicella Crew Dragon, pronti a lasciare la Iss in caso di ulteriore deterioramento della situazione. Il problema riguarda il tunnel di trasferimento del modulo di servizio Zvezda, noto come PrK, una sezione già da tempo sotto osservazione per la presenza di crepe e microperdite. Secondo quanto riferito dalla portavoce della Nasa Bethany Stevens, il compartimento presenta da tempo anomalie strutturali che l’agenzia spaziale russa Roscosmos ha cercato di contenere con interventi di sigillatura e riparazioni periodiche. Tuttavia, nuove fuoriuscite hanno spinto a programmare un intervento più esteso, inizialmente previsto per il 5 giugno.
La Nasa, in via precauzionale, ha ordinato all’intero equipaggio americano di indossare le tute spaziali e di trasferirsi nella Crew Dragon, configurando di fatto una condizione di “rifugio sicuro” in caso di evacuazione immediata. Una misura attivata secondo protocollo, mentre i controlli sul tasso di perdita di pressione venivano intensificati dai centri di controllo. L’allarme si inserisce in una vicenda che non è nuova per la Iss. Già nei mesi scorsi, e in particolare all’inizio dell’anno, la pressione nel modulo aveva mostrato segnali di relativa stabilizzazione dopo una serie di interventi tecnici. Tuttavia, un nuovo calo era stato rilevato nelle settimane precedenti, riaprendo una questione che NASA e Roscosmos stanno monitorando congiuntamente da tempo.
La situazione più critica si è registrata quando, a seguito dell’aggravarsi delle perdite, è stato disposto il trasferimento temporaneo dell’equipaggio nella navicella Crew Dragon. Quattro astronauti della missione Crew-12 e l’astronauta Chris Williams hanno quindi seguito le procedure di sicurezza, rimanendo pronti a un’eventuale evacuazione immediata dalla Stazione. Tra i membri dell’equipaggio coinvolti figurano gli astronauti americani Jessica Meir e Jack Hathaway, insieme all’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea Sophie Adenot e al cosmonauta russo Andrey Fedyaev, tutti attualmente impegnati nella missione orbitale iniziata nei mesi scorsi.
Secondo le comunicazioni diffuse dalla Nasa, la misura è stata adottata esclusivamente in via cautelativa, in coordinamento con Roscosmos, mentre proseguivano le valutazioni tecniche sul comportamento del modulo Zvezda e sul tunnel PrK. Nelle ore successive, dopo nuove analisi dei dati e una sospensione temporanea delle operazioni di riparazione da parte russa, la situazione è stata rivalutata. La Nasa ha quindi comunicato agli astronauti di interrompere le procedure di “safe haven” e di tornare alle normali attività a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, segnalando un miglioramento delle condizioni operative.
L’episodio non si chiude però con una risoluzione definitiva. Le due agenzie spaziali continuano infatti a lavorare sull’origine delle microfessure e sulle modalità più efficaci per stabilizzare in modo permanente la pressione interna del modulo, in un contesto che resta sotto stretta sorveglianza.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?4
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
43.0/100
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C
Valutazione
❌
Criteri Critici
Uno studio italiano apre alla terapia genica per la Sindrome di Rett Radio Lombardia
ROMA (ITALPRESS) – Una scoperta tutta italiana chiarisce il ruolo del gene della sindrome di Rett, malattia del neurosviluppo che colpisce soprattutto le bambine causata dalla perdita di funzione del gene MeCP2. Per questa patologia, caratterizzata da regressione delle abilità motorie, del linguaggio e ridotta interazione sociale, ad oggi non esistono terapie in grado di arrestare o invertire la progressione dei sintomi. Un gruppo di ricerca dell’Istituto di neuroscienze e dell’Istituto di tecnologie bio mediche del Consiglio nazionale delle ricerche di Milano, in collaborazione con l’Ospedale San Raffaele di Milano, ha infatti identificato una funzione finora sconosciuta della proteina MeCP2, con rilevanti implicazioni terapeutiche.
sat/gtr/col
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📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?1
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
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Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
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Criteri Critici
Natalia Paragoni ha il linfoma di Hodgkin, "dopo il parto ho iniziato la chemioterapia": i sintomi e i rischi Virgilio
Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Approdato a QuiFinanza e Virgilio Notizie dopo varie esperienze giornalistiche fra Palermo e Milano. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.
Sono ore delicate, ma anche di speranza per Natalia Paragoni: l’influencer e personalità televisiva ha annunciato su Instagram di avere il linfoma di Hodgkin. La comunicazione della diagnosi è arrivata mentre è all’ottavo mese di gravidanza della figlia Beatrice. Dopo il parto, Paragoni ha iniziato la chemioterapia. “Ce la devo fare e ce la farò”, scrive. Quali sono i sintomi e i rischi della malattia.
Natalia Paragoni e il linfoma di Hodgkin
Nel suo messaggio social, Natalia Paragoni racconta di aver vissuto giorni difficili, ma di avere potuto contare sul sostegno costante della famiglia, del compagno Andrea Zelletta, degli amici e delle sue due figlie.
“Tutto è iniziato il 27 aprile con una telefonata che mi ha cambiato la vita”, ha scritto. “Ero incinta all’ottavo mese, dentro di me cresceva la piccola Beatrice e io avrei dovuto pensare solo alla sua nascita. Invece, una notizia inaspettata ha trasformato quel periodo di attesa e felicità in un tempo di paura, domande e incertezza”.
E ancora: “Mi è stato diagnosticato un linfoma di Hodgkin e, dopo aver dato alla luce Beatrice, ho iniziato il percorso di chemioterapia. In questo mese ho provato dolore, paura e ho pianto tantissimo, quando invece avrei dovuto solo gioire”.
La diagnosi ha scosso Paragoni, ma non ha intaccato la sua determinazione: “Adesso dovrò affrontare un nuovo viaggio. Non so ancora cosa mi aspetta, ma so che ce la devo fare e ce la farò. Per le mie bimbe. Per le persone che amo. Ma soprattutto per me”. Il post in poche ore ha totalizzato oltre 400mila reazioni.
Andrea Zelletta accanto a Natalia Paragoni
Natalia Paragoni può contare sul sostegno e sull’amore del compagno Andrea Zelletta, modello, dj e personaggio tv. Così ha scritto Zelletta su Instagram: “In questo ultimo periodo ho visto la donna che amo affrontare qualcosa di enorme“.
“L’ho vista avere paura, piangere, sentirsi fragile… ma non smettere mai di essere una mamma straordinaria, una compagna incredibile e la persona più forte che io conosca”, ha aggiunto.
Poi la promessa: “Non importa quanto sarà lunga o difficile questa strada, la affronteremo insieme. Passo dopo passo. E torneranno giorni leggeri. Ne sono sicuro”.
Cos’è il linfoma di Hodgkin
Il linfoma di Hodgkin è un tumore maligno del sistema linfatico, causato da una moltiplicazione delle cellule incontrollata, come spiega il sito di Aimac, Associazione Italiana Malati di Cancro.
Nello specifico, nel linfoma di Hodgkin le cellule tumorali crescono dai linfonodi e tendono ad interessare i linfonodi del distretto più vicino, ma possono diffondersi attraverso il sistema linfatico o il sangue, raggiungendo così, nel primo caso, altri distretti linfonodali, nel secondo altri organi. I rischi, dunque, sono correlati al fatto che la malattia può svilupparsi in ogni parte del corpo.
I sintomi del linfoma di Hodgkin
Questi i sintomi del linfoma di Hodgkin più comuni, riportati dal sito della Fondazione Veronesi:
gonfiore dei linfonodi senza dolore (in particolare collo, ascelle o inguine);
febbre persistente;
sudorazioni notturne;
perdita di peso;
prurito diffuso;
stanchezza cronica e debolezza generale;
episodi rari di dolore ai linfonodi dopo l’assunzione di alcol.
I sintomi iniziali vengono spesso scambiati per infezioni comuni.
La terapia del linfoma di Hodgkin
La cura del linfoma di Hodgkin prevede chemioterapia, radioterapia, immunoterapia e trapianto di cellule staminali. Il tipo di trattamento dipende dallo stadio della malattia e dalle condizioni del paziente.
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
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Q5Le date sono chiaramente indicate?3
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?2
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?3
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Tumore al seno, al Pascale arriva la radioterapia di precisione Ottopagine
Tumore al seno, al Pascale arriva la radioterapia di precisione Tempi di trattamento accorciati di molto
Una nuova frontiera nella cura del tumore al seno prende forma all'Istituto Tumori Pascale di Napoli. Si chiama GammaPod ed è una tecnologia di ultima generazione progettata esclusivamente per la radioterapia della mammella, in grado di colpire il tumore con una precisione sub-millimetrica, riducendo sensibilmente l'esposizione dei tessuti sani e accorciando i tempi di trattamento.
Il programma clinico è stato avviato lo scorso febbraio con il trattamento della prima paziente e rappresenta già un importante traguardo per l'oncologia italiana. Grazie all'introduzione della nuova piattaforma, il Pascale entra infatti a far parte del Consorzio clinico internazionale GammaPod, una rete che riunisce alcuni dei più autorevoli centri di ricerca e cura impegnati nello sviluppo di strategie innovative contro il tumore della mammella.
Il carcinoma mammario continua a essere la neoplasia più diffusa tra le donne. Accanto all'efficacia delle cure, assume quindi un ruolo sempre più centrale la qualità della vita delle pazienti durante e dopo il percorso terapeutico. È proprio in quest'ottica che si inserisce GammaPod.
La tecnologia utilizza un innovativo sistema di immobilizzazione non invasiva che consente di indirizzare migliaia di fasci radianti direttamente sul bersaglio tumorale, limitando al massimo l'irradiazione delle strutture sane circostanti. Un approccio che punta a migliorare non solo gli esiti clinici, ma anche il benessere complessivo delle pazienti.
"L'introduzione di GammaPod nella nostra offerta terapeutica consente di offrire alle pazienti un percorso in grado di migliorare sensibilmente la qualità della vita, sia per l'esito clinico sia per il minor impatto sulla quotidianità", spiega Vincenzo Ravo, direttore della Radioterapia Oncologica del Pascale. "Inoltre, la riduzione del numero di sedute ci permette di garantire accesso a trattamenti di alta qualità a un numero maggiore di pazienti".
Le prospettive future appaiono particolarmente promettenti. Gli specialisti dell'istituto stanno infatti lavorando a nuovi protocolli sperimentali che, in casi selezionati, potrebbero consentire di concentrare l'intero trattamento radioterapico in una sola seduta. Un obiettivo che, se confermato dagli studi clinici, potrebbe rappresentare una vera rivoluzione nella gestione del tumore al seno, con benefici significativi sia per le pazienti sia per il sistema sanitario.
Con l'arrivo di GammaPod, il Pascale conferma il proprio ruolo di centro d'eccellenza nella ricerca oncologica e nell'adozione di tecnologie avanzate, contribuendo a rendere sempre più personalizzate, efficaci e sostenibili le cure contro il cancro.
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La Procura di Dubai ha confermato l’arresto di Zeynab Javadli, ex moglie dello sceicco Saeed bin Maktoum bin Rashid Al Maktoum, nipote del sovrano di Dubai. Come riporta Bbc, la donna è stata fermata dopo una denuncia presentata dall’ex marito e padre dei suo…
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La Procura di Dubai ha confermato l’arresto di Zeynab Javadli, ex moglie dello sceicco Saeed bin Maktoum bin Rashid Al Maktoum, nipote del sovrano di Dubai. Come riporta Bbc, la donna è stata fermata dopo una denuncia presentata dall’ex marito e padre dei suoi tre figli. I familiari e gli amici della donna hanno perso i contatti con lei e con i figli il 2 giugno e hanno subito lanciato l’allarme. Per due giorni non si sono avute notizie su dove fossero. Saeed l’ha accusata di aver rapito i bambini durante un incontro di visita autorizzato dal tribunale.
La vicenda ha origine dal divorzio avvenuto nel 2019, dopo il quale si è aperto un contenzioso tra le due parti, soprattutto per l’affidamento dei figli. Nel corso degli anni, secondo quanto ricostruito dalla Bbc, entrambi gli ex coniugi si sarebbero accusati a vicenda di aver sottratto i bambini, con i minori più volte al centro di passaggi tra un genitore e l’altro in un clima altamente conflittuale. Per questo motivo, per mesi Javadli non è quasi mai uscita di casa, nella convinzione che gli agenti della sicurezza la stessero aspettando per portarle via i figli e arrestarla.
Entrambi sono stati due star del mondo dello sport. Javadli è un ex ginnasta di livello internazionale, mentre lo sceicco ha avuto una carriera nel tiro al volo, disciplina nella quale ha rappresentato gli Emirati Arabi Uniti in diverse competizioni internazionali e ai Giochi Olimpici. La donna ora rischia l’arresto anche per crimini informatici, perché lo scorso anno ha trasmesso in diretta streaming alcuni scontri per le strade della città. “Sapevo che era l’ultima occasione per stare con i miei figli, perché non mi avrebbero mai più permesso di vederli – ha spiegato all’avvocato britannico per i diritti umani David Haigh -. Credevo sinceramente che fosse la mia ultima possibilità, quindi ho semplicemente avviato una diretta streaming e ho chiesto aiuto”. Per questi motivi l’avvocato ne ha chiesto l’immediato rilascio e di consentirle di contattare il suo legale, il consolato e la famiglia.
Gli avvocati dello sceicco, durante le udienze in tribunale per la causa di affidamento dei figli, hanno accusato Javadli di essere una madre inadatta, che non mandava i figli a scuola e che il luogo in cui viveva con loro, un hotel, non fosse idoneo per dei minori. Alle accuse hanno aggiunto anche che l’ex ginnasta avrebbe messo a rischio la salute della figlia più piccola. Il 4 giugno, la Procura di Dubai ha reso noto che la questione rimane oggetto di indagine e di procedimenti legali in corso. “Continueremo ad adottare le misure legali necessarie in conformità con le leggi applicabili, tutelando al contempo il benessere e il superiore interesse dei minori“, ha concluso.
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Linfoma di Hodgkin, nuove speranze per i malati: terapia mirata efficace in 1 paziente su 2 con recidive. Italia protagonista Quotidiano Nazionale
Roma, 5 giugno 2026 – Natalia Paragoni, influencer ed ex volto di Uomini e Donne, ha riportato l’attenzione pubblica sul linfoma di Hodgkin raccontando una vicenda personale molto delicata: la diagnosi arrivata durante l’ottavo mese di gravidanza e l’inizio della chemioterapia dopo la nascita della figlia. Non è la prima volta che un volto noto contribuisce ad accendere i riflettori sui linfomi. Michael C. Hall, l’attore di “Dexter”, rese pubblica nel 2010 la diagnosi di linfoma di Hodgkin, poi entrato in remissione. Andy Whitfield, protagonista di “Spartacus”, morì invece nel 2011 per un linfoma non-Hodgkin: una malattia diversa, ma appartenente alla stessa grande famiglia dei tumori del sistema linfatico. Ma c'è un'altra notizia, altrettanto recente, e soprattutto incoraggiante, su questa patologia: lo studio internazionale di fase 1 PRIMAVERA (che para italiano) presentato al congresso dell’American Society of Clinical Oncology, ASCO, a Chicago: una sperimentazione su una nuova terapia mirata, AZD3470, nei pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario, cioè tornato dopo le cure o non più sensibile ai trattamenti disponibili. I primi dati indicano che il farmaco è risultato efficace in circa un paziente su due tra quelli coinvolti nello studio, persone già sottoposte in media a sei precedenti linee di terapia. Alle dosi più elevate, la risposta globale si è avvicinata al 60% e le risposte complete sono state pari al 35%. Si tratta, nel pratico, di una risposta terapeutica, laddove le altre opzioni hanno fallito. "Sono risultati straordinari", ha spiegato Enrico Derenzini - Direttore della Divisione di Oncoematologia all'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano - "se si considera che si tratta di pazienti molto complessi e fragili, che hanno ricevuto in media 6 linee di terapia. È la prima volta al mondo che viene sperimentato un approccio di questo tipo nel linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario".
Sommario
Il linfoma di Hodgkin è un tumore del sistema linfatico. Origina dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi presenti nel sangue, nei linfonodi, nella milza, nel midollo osseo e negli altri organi che compongono il tessuto linfatico. Ogni anno, in Italia, sono stimati circa 2.200 nuovi casi. La malattia colpisce soprattutto i giovani, in particolare tra i 15 e i 35 anni, ma presenta anche un secondo picco di incidenza negli over 60. Il primo segnale può essere la comparsa di linfonodi aumentati di volume al collo, alle ascelle o all’inguine, spesso in assenza di infezioni. Altri sintomi possibili sono febbre persistente, sudorazioni notturne profuse, perdita di peso o prurito intenso. Sono manifestazioni che nella maggior parte dei casi possono dipendere anche da cause non oncologiche, ma che, se persistenti, meritano una valutazione medica. I progressi terapeutici hanno reso il linfoma di Hodgkin una delle neoplasie ematologiche con la prognosi migliore. La sopravvivenza a 5 anni supera l’85%. Questo tumore del sangue rappresenta quindi uno dei maggiori successi dell’oncologia moderna. Resta però una quota di pazienti che va incontro a recidiva o che non risponde più alle terapie disponibili. È questa la popolazione studiata in PRIMAVERA: pazienti complessi, già sottoposti a numerosi trattamenti.
Lo studio internazionale PRIMAVERA è promosso da AstraZeneca ed è stato presentato all’ASCO da Derenzini. L’Italia ha avuto un ruolo centrale: i due centri al mondo che hanno arruolato il maggior numero di pazienti sono italiani, lo IEO di Milano e l’IRCCS Policlinico Sant’Orsola di Bologna. Sono stati coinvolti 68 pazienti con linfoma di Hodgkin recidivato o refrattario. Si trattava di persone pesantemente pretrattate, che avevano già ricevuto in media sei precedenti linee di terapia. Il farmaco sperimentale, AZD3470, è una terapia orale mirata. Non è una chemioterapia. È un inibitore selettivo di PRMT5 di seconda generazione, sviluppato per agire su una vulnerabilità biologica delle cellule tumorali. I dati confermano che la terapia è risultata efficace in circa il 50% dei pazienti trattati. Nei pazienti che hanno ricevuto i livelli di dose più elevati, la percentuale di risposta globale si è avvicinata al 60%, con risposte complete nel 35% dei casi. Per risposta completa si intende l’assenza di segni del tumore alle indagini radiologiche. Un altro elemento rilevante riguarda la tollerabilità. Secondo quanto riferito dai ricercatori, nello studio è stato osservato un profilo di sicurezza favorevole, senza interruzioni della cura legate a effetti avversi.
Il razionale biologico dello studio è uno degli aspetti più importanti. AZD3470 agisce attraverso un meccanismo epigenetico: modula cioè l’espressione genica delle cellule neoplastiche del linfoma di Hodgkin. "In più dell’80% dei casi, la malattia non esprime la proteina MTAP", ha spiegato Derenzini. Questa condizione determina l’accumulo di un metabolita, MTA, che inibisce l’attività di un altro enzima, PRMT5. Proprio PRMT5 è il bersaglio del farmaco. "Siamo partiti dal presupposto che, se l’attività della proteina PRMT5 è già ridotta a causa di un’alterazione preesistente nella cellula, l’azione del farmaco possa essere ancora più efficace, perché è in grado di bloccare completamente l’attività di questo enzima, con un potente effetto antiproliferativo. Le cellule malate, che già presentano un difetto genetico, risultano estremamente sensibili all’azione del farmaco. Questo approccio rappresenta il paradigma della medicina di precisione". In pratica il farmaco non agisce in modo generico sulle cellule che si dividono rapidamente, come avviene con molte chemioterapie, ma prova a colpire un punto debole specifico delle cellule tumorali. Uno degli aspetti più significativi dello studio PRIMAVERA è che AZD3470 ha mostrato attività senza ricorrere alla chemioterapia. Questo è particolarmente importante nel linfoma di Hodgkin, che spesso riguarda pazienti giovani. Le cure attuali hanno migliorato in modo decisivo la prognosi, ma la chemioterapia può comportare effetti collaterali nel medio e lungo periodo. Per questo la ricerca punta a trattamenti capaci di mantenere l’efficacia riducendo, quando possibile, la tossicità. "Va considerato che si tratta molto spesso di persone giovani, in cui la chemioterapia può determinare effetti avversi nel medio e lungo termine", hanno rammentato gli esperti.
PRIMAVERA resta uno studio di fase 1. Questo significa che si trova in una fase precoce della sperimentazione clinica. Lo scopo principale è valutare sicurezza, tollerabilità, dose e primi segnali di efficacia. Per questo non si può ancora parlare di farmaco disponibile nella pratica clinica. "Va ricordato che si tratta di uno studio di fase 1, per cui serviranno anni prima della disponibilità della molecola nella pratica clinica", ha sottolineato Derenzini. Ma gli studi di fase 1 sono anche il punto da cui partono molte terapie innovative. Come sottolinea Gennaro Daniele, segretario di Fondazione AIOM e direttore del programma e dell’UOC di fase I della Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS. "Il futuro delle cure parte dagli studi di fase 1", ha spiegato Daniele. "Queste sperimentazioni richiedono tempi di attivazione veloci, necessari per permettere alla ricerca di avanzare con continuità e tradursi concretamente in nuove opportunità di cura". Secondo Daniele, l’Italia ha competenze e centri di alto livello, ma sconta ancora tempi troppo lunghi nell’avvio degli studi clinici precoci. "Troppo spesso l’Italia resta indietro nell’avvio di questi studi, rispetto, ad esempio, agli altri Paesi europei, spesso più agili negli iter di approvazione", ha detto. "In Danimarca devono essere approvati in 14 giorni dall’agenzia regolatoria danese. Nel nostro Paese servono in media tra 180 e 200 giorni". Il tema è rilevante perché gli studi di fase 1, soprattutto in oncologia, possono rappresentare per alcuni pazienti l’accesso anticipato a farmaci innovativi quando le terapie standard non sono più efficaci. "Oggi, in Italia, circa l’80% dei trial clinici di fase 1 riguarda i tumori", ha aggiunto Daniele. "Solo centri attrezzati per rispondere a elevati standard possono partecipare. Condurre studi di fase 1 significa offrire ai pazienti l’opportunità di accedere a farmaci altamente innovativi fino a dieci anni prima della loro approvazione".
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L'azienda ospedaliera Santa Maria di Terni ha nominato la dottoressa Jennifer Foglietta nuovo direttore della struttura complessa di Oncologia medica e traslazionale, una realtà che rappresenta un punto di riferimento per l'assistenza oncologica di un baci...…
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Criteri Critici
L’influencer Natalia Paragoni: «Ho un linfoma di Hodgkin», la diagnosi all’ottavo mese di gravidanza La Nuova Sardegna
Roma Ha scoperto di avere un linfoma di Hodgkin quando era all’ottavo mese di gravidanza. Natalia Paragoni, influencer seguita da 1,1 milioni di follower su Instagram, ha raccontato sui social la diagnosi arrivata poche settimane prima della nascita della sua seconda figlia.
Dopo il parto e l’arrivo della piccola Beatrice, Paragoni ha iniziato il percorso terapeutico indicato dai medici, che comprende la chemioterapia. Una fase delicatissima, in cui la gioia per la nascita della bambina si è intrecciata con la paura per la malattia e con l’incertezza per le cure da affrontare.
L’influencer ha spiegato di aver aspettato alcune settimane prima di rendere pubblica la sua condizione. Una scelta legata alla necessità di metabolizzare quanto accaduto e di affrontare i primi passaggi del percorso terapeutico lontano dall’esposizione dei social.
Nel lungo messaggio pubblicato su Instagram, Paragoni ha ripercorso le settimane successive alla diagnosi, descrivendo un periodo segnato da emozioni contrastanti, dubbi e preoccupazioni. Un racconto personale, condiviso con i follower dopo giorni vissuti tra visite, attese e decisioni mediche.
Accanto a lei, in questa fase, c’è il compagno Andrea Zelletta. Poco dopo la pubblicazione del messaggio di Natalia Paragoni, anche lui ha condiviso una foto scattata in ospedale, accompagnata da parole di affetto e incoraggiamento. Nel post, Paragoni ha ringraziato anche la famiglia e gli amici più vicini per il sostegno ricevuto. Una presenza che, insieme all’amore per le figlie, rappresenta per lei un punto di forza nell’affrontare i prossimi mesi.
L’influencer ha spiegato di non conoscere ancora tutte le tappe del percorso che l’attende, ma di volerlo affrontare con determinazione. La decisione di parlare pubblicamente della diagnosi è arrivata anche per condividere con chi la segue una parte importante della sua esperienza personale.
La testimonianza ha raccolto in poche ore numerosi messaggi di vicinanza da parte di follower, colleghi e volti del mondo dello spettacolo.
Il linfoma di Hodgkin è un tumore che interessa il sistema linfatico, parte essenziale del sistema immunitario. Tra i segnali più frequenti può esserci l’ingrossamento dei linfonodi, in particolare nella zona del collo, delle ascelle o dell’inguine. La chemioterapia è uno dei trattamenti utilizzati contro questa patologia.
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Da Trapani a Chicago, oncologa trapanese presenta i risultati di uno studio clinico internazionale www.primapaginatrapani.it
È intervenuta a Chicago, nel cuore della comunità scientifica oncologica mondiale, la professoressa Lorena Incorvaia, oncologa originaria di Trapani, attualmente Associata di Oncologia Medica all’Università di Palermo: ha presentato “i risultati di un importante studio clinico internazionale al congresso ASCO 2026, considerato il massimo riferimento internazionale per l’oncologia”. L’annuale meeting dell’American Society of Clinical Oncology riunisce la comunità scientifica internazionale e i principali esperti del settore per discutere le più rilevanti innovazioni nella ricerca e nella cura dei tumori. All’edizione 2026 hanno partecipato oltre 45 mila professionisti provenienti da tutto il mondo. In questo contesto di altissimo profilo, lo studio presentato dalla professoressa Incorvaia “è stato selezionato per comunicazione orale tra gli oltre 8.500 abstract sottoposti alla valutazione del comitato scientifico. – sottolinea – Un risultato di particolare prestigio: essere selezionati per parlare all’ASCO significa portare la propria ricerca davanti ai massimi esperti mondiali dell’oncologia e contribuire al confronto internazionale sulle nuove prospettive di cura”. Il traguardo assume un significato particolare anche per il territorio trapanese, perché corona un percorso che unisce radici siciliane, attività clinica e ricerca internazionale. “La presentazione ha riguardato il ruolo delle alterazioni del gene BRCA2 nel carcinoma prostatico metastatico, una forma avanzata di tumore della prostata. – spiega Lorena Incorvaia – La ricerca ha coinvolto 34 centri oncologici nazionali e internazionali e una casistica complessiva di oltre 2.000 pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come alcune alterazioni genetiche possano influenzare la prognosi e contribuire, in futuro, a trattamenti sempre più personalizzati”. “Essere selezionata per una presentazione orale all’ASCO Annual Meeting è un grande onore e rappresenta un riconoscimento di grande rilievo per il lavoro svolto dal nostro gruppo e dalla rete di collaborazioni nazionali e internazionali che ha reso possibile questo studio. – afferma – I risultati presentati a Chicago rafforzano l’idea che, nell’oncologia di precisione, non sia sufficiente sapere se un gene è alterato, ma sia sempre più importante comprenderne il significato biologico e clinico, per arrivare, in futuro, a cure sempre più personalizzate per i pazienti con carcinoma prostatico”. Non perderti le notizie più importanti. Ricevi una mail alle 19.00 con tutte le notizie del giornoiscrivendoti alla nostra rassegna via email.
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Da Trapani a Chicago: Incorvaia tra i big mondiali della ricerca oncologica TP24.it
05/06/2026 15:55:00
Da Trapani a Chicago, nel cuore della comunità scientifica oncologica mondiale. La Prof.ssa Lorena Incorvaia, oncologa originaria di Trapani, attualmente Professoressa Associata di Oncologia Medica presso l’Università di Palermo, ha presentato i risultati di un importante studio clinico internazionale al congresso ASCO 2026 di Chicago, considerato il massimo riferimento internazionale per l’oncologia.
L’Annual Meeting dell’American Society of Clinical Oncology riunisce ogni anno la comunità scientifica internazionale e i principali esperti del settore per discutere le più rilevanti innovazioni nella ricerca e nella cura dei tumori. L’edizione 2026 ha visto la partecipazione di oltre 45.000 professionisti provenienti da tutto il mondo.
In questo contesto di altissimo profilo, lo studio presentato dalla Prof.ssa Incorvaia è stato selezionato per comunicazione orale tra gli oltre 8.500 abstract sottoposti alla valutazione del comitato scientifico. Un risultato di particolare prestigio: essere selezionati per parlare all’ASCO significa portare la propria ricerca davanti ai massimi esperti mondiali dell’oncologia e contribuire al confronto internazionale sulle nuove prospettive di cura.
Il traguardo assume un significato particolare anche per il territorio trapanese. Un percorso che unisce radici siciliane, attività clinica e ricerca internazionale, confermando come anche dal territorio possano nascere competenze capaci di raggiungere i più alti livelli della comunità scientifica.
La presentazione ha riguardato il ruolo delle alterazioni del gene BRCA2 nel carcinoma prostatico metastatico, una forma avanzata di tumore della prostata. La ricerca ha coinvolto 34 centri oncologici nazionali e internazionali e una casistica complessiva di oltre 2.000 pazienti, con l’obiettivo di comprendere meglio come alcune alterazioni genetiche possano influenzare la prognosi e contribuire, in futuro, a trattamenti sempre più personalizzati.
«Essere selezionata per una presentazione orale all’ASCO Annual Meeting è un grande onore e rappresenta un riconoscimento di grande rilievo per il lavoro svolto dal nostro gruppo e dalla rete di collaborazioni nazionali e internazionali che ha reso possibile questo studio – afferma la Prof.ssa Lorena Incorvaia –. I risultati presentati a Chicago rafforzano l’idea che, nell’oncologia di precisione, non sia sufficiente sapere se un gene è alterato, ma sia sempre più importante comprenderne il significato biologico e clinico, per arrivare, in futuro, a cure sempre più personalizzate per i pazienti con carcinoma prostatico».
La partecipazione della Prof.ssa Incorvaia all’ASCO Annual Meeting 2026 rappresenta dunque non solo un prestigioso riconoscimento professionale, ma anche motivo di orgoglio per Trapani e per la Sicilia, contribuendo a valorizzare la ricerca oncologica italiana nello scenario internazionale.
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IL SOLE 24 ORE * SALUTE: «TUMORE PROSTATA: BENE LE NUOVE STRATEGIE, MA SENZA DIMENTICARE RUOLO RADIOTERAPIA agenziagiornalisticaopinione.it
In collaborazione con Il Sole 24 ore riceviamo e pubblichiamo il link della seguente news.Opinione ringrazia l’editore per la partnership multimediale./// Ho letto con grande interesse il Vostro articolo dedicato allostudio PROTEUS, recentemente presentato all’Asco, il Congresso americano di oncologia clinica, e pubblicato sulNew England Journal of… Link alla notizia
Madre e figlia avvelenate – Dal ritrovamento della pianta di ricino in un campo ai 160 verbali raccolti: gli investigatori tornano nella casa di Pietracatella
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Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?3
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?5
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
57.0/100
Punteggio Totale
B
Valutazione
❌
Criteri Critici
A oltre cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso proseguono con un lavoro investigativo estremamente articolato, che punta a chiar…
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A oltre cinque mesi dall’apertura del fascicolo per omicidio aggravato dalla premeditazione e dall’uso del mezzo venefico, la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso proseguono con un lavoro investigativo estremamente articolato, che punta a chiarire come la tossina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre 2025 dopo per avvelenamento da ricina. Negli ultimi giorni l’attenzione si è concentrata anche sulla scoperta documentata dalla trasmissione televisiva “Dentro la Notizia”, che ha individuato una pianta di ricino in un terreno agricolo situato a circa quindici chilometri da Pietracatella. La presenza della pianta rappresenta un elemento di particolare interesse perché il ricino costituisce la materia prima dalla quale può essere estratta la ricina, una delle tossine vegetali più potenti conosciute. Tra le ipotesi c’è anche quella che il veleno sia stato “prodotto” artigianalmente.
Il racconto del contadino
L’agricoltore proprietario del terreno ha spiegato che la pianta era stata coltivata anni fa seguendo una tradizione contadina ancora diffusa in alcune aree rurali. Secondo il suo racconto, il ricino sarebbe utilizzato come deterrente naturale contro le talpe che danneggiano orti e coltivazioni. Una pratica che sarebbe stata confermata anche da altri residenti della zona, secondo i quali la pianta veniva spesso collocata ai margini dei campi proprio per tenere lontani gli animali scavatori. Dal punto di vista investigativo, il ritrovamento non dimostra alcun collegamento diretto con il duplice decesso, ma conferma un elemento di una delle ipotesi prese in considerazione: ovvero che la materia prima è reperibile anche localmente.
Naturalmente questo non significa che la ricina possa essere ottenuta facilmente. Gli esperti ricordano infatti che l’estrazione della tossina dai semi della pianta richiede conoscenze specifiche, attrezzature adeguate e procedure complesse. Tuttavia il ritrovamento amplia il quadro delle possibili fonti di approvvigionamento e costituisce un elemento che gli investigatori stanno valutando attentamente.
Circa 160 verbali
Parallelamente continua l’imponente attività di raccolta delle testimonianze. Secondo quanto emerge dagli ambienti investigativi, dall’inizio dell’inchiesta sono state raccolte circa 160 sommarie informazioni testimoniali. Il numero dei verbali è superiore a quello delle persone effettivamente ascoltate poiché diversi testimoni sono stati convocati più volte per approfondimenti e chiarimenti su aspetti ritenuti rilevanti. L’obiettivo degli investigatori è ricostruire nel dettaglio il contesto relazionale, familiare e personale all’interno del quale vivevano le due vittime. Un lavoro lungo e minuzioso che coinvolge parenti, amici, conoscenti, colleghi e persone che hanno avuto rapporti diretti o indiretti con la famiglia.
Tra i soggetti che potrebbero essere nuovamente sentiti figura anche Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita. La donna aveva ospitato per circa tre mesi Gianni Di Vita e la figlia Alice dopo il sequestro dell’abitazione di Pietracatella disposto nell’ambito delle indagini. Secondo quanto si apprende, per lei potrebbe trattarsi del quarto colloquio con gli investigatori, segno della volontà degli inquirenti di approfondire ogni elemento utile alla ricostruzione dei fatti. Nel frattempo la Squadra Mobile ha ascoltato nei giorni scorsi anche il sindaco di Pietracatella, Antonio Tomassone, recentemente rieletto alla guida del Comune. La sua convocazione è legata ai rapporti personali e istituzionali intrattenuti nel corso degli anni con Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime.
Di Vita è stato infatti sindaco del paese e successivamente consigliere comunale di maggioranza durante il primo mandato amministrativo dello stesso Tomassone. Gli investigatori hanno ritenuto utile acquisire informazioni sul contesto politico e amministrativo nel quale i due hanno collaborato, nonché sugli aspetti relazionali che potrebbero contribuire alla comprensione complessiva della vicenda. All’uscita dalla Questura, il primo cittadino ha confermato di essere stato ascoltato come testimone. Ha spiegato di aver risposto alle domande degli investigatori e di nutrire piena fiducia nel loro lavoro, sottolineando come l’inchiesta richieda tempo a causa della sua complessità. Tomassone ha inoltre evidenziato il desiderio della comunità di Pietracatella di tornare gradualmente alla normalità pur continuando a rimanere vicina ai familiari delle vittime. Le dichiarazioni del sindaco restituiscono anche il clima che si respira nel piccolo centro molisano, ancora profondamente segnato da una vicenda che ha attirato l’attenzione dei media nazionali e che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni.
Nuovo sopralluogo
Un altro passaggio cruciale dell’inchiesta è rappresentato dal nuovo sopralluogo programmato nell’abitazione di via Risorgimento, a Pietracatella. Gli investigatori, affiancati dagli specialisti della Polizia Scientifica, torneranno all’interno della casa già sottoposta a sequestro nei mesi scorsi. L’obiettivo è effettuare ulteriori verifiche e cercare eventuali tracce della tossina o altri elementi che possano contribuire alla ricostruzione delle modalità con cui la ricina sarebbe stata introdotta nell’ambiente domestico.
L’abitazione era già stata oggetto di approfonditi accertamenti. Al suo interno erano stati sequestrati telefoni cellulari, computer, modem e altri dispositivi elettronici successivamente sottoposti ad acquisizione forense. Le analisi informatiche proseguono tuttora e rappresentano uno dei filoni investigativi più delicati dell’intera inchiesta.
Gli esami tossicologici
Parallelamente continuano gli accertamenti affidati al tossicologo Carlo Alessandro Locatelli e al chimico forense Daniele Merli, chiamati a fornire supporto scientifico per comprendere la dinamica dell’avvelenamento e le caratteristiche della sostanza rinvenuta. Rimane inoltre aperto il fascicolo per omicidio colposo nei confronti di cinque sanitari dell’ospedale Cardarelli di Campobasso che ebbero in cura Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nei giorni precedenti alla loro morte. Su questo versante la Procura sta valutando se l’avvelenamento da ricina fosse riconoscibile sulla base del quadro clinico presentato dalle pazienti e se le procedure mediche adottate siano state corrette.
A oggi, tuttavia, il cuore dell’inchiesta resta il fascicolo contro ignoti per omicidio aggravato. La scoperta della pianta di ricino, l’enorme mole di testimonianze raccolte, il nuovo accesso nell’abitazione e il continuo approfondimento dei rapporti personali e familiari dimostrano che gli investigatori stanno percorrendo contemporaneamente tutte le piste disponibili. L’obiettivo è arrivare a una risposta definitiva alla domanda che da mesi accompagna questa vicenda: capire come la ricina sia entrata nell’organismo di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita e stabilire chi è l’autore o l’autrice di un duplice omicidio pianificato.