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Criteri Critici
Nella moderna oncologia la nutrizione non è più un semplice consiglio di buon senso, ma è diventata un pilastro clinico del percorso di cura, al pari della chirurgia, della radioterapia...
Il ruolo del peso e della distribuzione del grasso corporeo
Nella Breast Unit del Policlinico Gemelli, punto di riferimento per il Centro Sud Italia, dove vengono operate 1.500 nuove pazienti con tumore del seno ogni anno, da circa 12 anni è stato introdotto un percorso integrato che prevede la valutazione dello stato metabolico fin dalle prime fasi della cura. Il percorso nutrizionale si inserisce nel modello multidisciplinare del Centro di Senologia della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, diretto dal professor Gianluca Franceschini, e si realizza all'interno della UOS di Terapie Integrate, diretta dal dottor Stefano Magno, nell'ambito di una presa in carico personalizzata e multidisciplinare della paziente.
L'inquadramento metabolico come strumento predittivo
“Il 55% delle donne con tumore al seno - aggiunge Filippone – è in sovrappeso od obesa e per questo, a causa di un'eccessiva massa grassa, ha un rischio di maggiore tossicità ematologica e neurologica ai trattamenti. Inoltre, il peso corporeo è un fattore che può influenzare in modo concreto la prognosi. Le evidenze epidemiologiche più aggiornate indicano che l'eccesso di adiposità è associato a un aumento del rischio di mortalità”, sottolinea Filippone.
Un aspetto rilevante emerso dalla letteratura è che non conta solo il peso corporeo totale, ma anche la distribuzione del grasso. “L'adiposità addominale è associata a una prognosi peggiore ed è correlata a specifiche alterazioni metaboliche che possono favorire la progressione tumorale”, aggiunge Filippone.
Giocare d'anticipo per seguire al meglio le pazienti
Per le principali linee guida nazionali e internazionali - tra cui quelle AIOM 2024, ESPEN 2021 e le recenti raccomandazioni WCRF/AICR 2025 riguardanti i pattern dietetici - lo screening nutrizionale precoce in caso di tumore al seno è fondamentale: identificare il rischio metabolico già al momento della diagnosi permette di intervenire prima che il declino funzionale diventi irreversibile. “È quanto prevede il percorso di presa in carico del Policlinico Gemelli, dove stiamo lavorando anche per esportare il modello in modo che possa diventare un diritto per tutte le pazienti”, segnala Filippone.
Per quanto riguarda le indicazioni cliniche, il supporto nutrizionale deve mirare al mantenimento di un adeguato apporto proteico, per sostenere il sistema immunitario e preservare il muscolo. “Contemporaneamente, è essenziale gestire l'assetto glicemico, pertanto, la dieta deve privilegiare carboidrati complessi e ridurre gli zuccheri semplici e le bevande alcoliche, quest'ultime direttamente collegate a un maggior rischio di recidiva”, sottolinea Filippone.
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“In una Repubblica democratica, il popolo è sovrano e lo è soltanto se è un popolo informato“. Dopo il procuratore Nicola Gratteri, anche il procuratore generale di Napoli Aldo Policastro polemizza contro l'”autobavaglio” del Consiglio superiore della magistr…
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“In una Repubblica democratica, il popolo è sovrano e lo è soltanto se è un popolo informato“. Dopo il procuratore Nicola Gratteri, anche il procuratore generale di Napoli Aldo Policastro polemizza contro l'”autobavaglio” del Consiglio superiore della magistratura, la circolare sulla comunicazione giudiziaria che ha imposto limiti ancora più stringenti ai rapporti tra pm e stampa. “Per la prima volta questa conferenza stampa sarà videoregistrata a cura della Procura generale con ben due telecamere, in attuazione della delibera del Csm del 10 giugno 2026″, ha esordito Policastro mercoledì in occasione di un incontro con i giornalisti, indetto per illustrare un’intesa tesa a contrastare la criminalità economica. Le nuove “linee guida” sulla comunicazione, infatti, obbligano tra l’altro le Procure ad assicurare “la conservazione ordinata (…) dei materiali audio-video relativi” alle conferenze stampa, da tenere “in apposita raccolta presso la segreteria dell’ufficio (…) ai fini dell’esercizio dei poteri di vigilanza e rettifica”.
Martedì, appena 24 ore prima, a criticare la delibera del Csm era stato il procuratore Gratteri, che incontrando i cronisti doopo un’operazione antimafia aveva parlato di “conferenza stampa sperimentale”: “L’informazione è un servizio, e la gente ha il diritto di sapere se quella persona che incontra al bar o quella con la quale è andata a cena è coinvolta in una indagine”, ha rivendicato Gratteri, scagliandosi contro la “visione restrittiva dell’informazione” in voga negli ultimi anni. Recependo le leggi-bavaglio dei governi Draghi e Meloni, infatti, le linee guida consentono le conferenze stampa solo “in casi eccezionali“, vietando “aggettivazioni enfatiche, dettagli superflui, denominazioni suggestive delle operazioni” e “ogni espressione che presenti l’indagato o l’imputato come colpevole”; inoltre, si impone alle procure un inedito obbligo di rettifica se un qualsiasi sviluppo successivo contraddice l’ipotesi di accusa. Una stretta che ha già spinto vari procuratori – tra cui quelli di Reggio Calabria e Firenze – a limitare in modo esasperato le informazioni fornite ai cronisti sui procedimenti.
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Un nuovo capitolo della maxi inchiesta della Procura di Milano sulle presunte frodi fiscali nel settore della logistica porta al sequestro d’urgenza di circa 28 milioni di euro nei confronti di tre società, due delle quali appartenenti allo stesso gruppo, acc…
Gli inquirenti aprono un nuovo fronte dell'inchiesta sui "serbatoi di manodopera". Contestato il ricorso a società filtro e cooperative per mascherare somministrazioni illecite di personale attraverso finti appalti e sottrarre al fisco Iva e contributi
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Un nuovo capitolo della maxi inchiesta della Procura di Milano sulle presunte frodi fiscali nel settore della logistica porta al sequestro d’urgenza di circa 28 milioni di euro nei confronti di tre società, due delle quali appartenenti allo stesso gruppo, accusate di avere beneficiato di un sistema di appalti fittizi finalizzato alla somministrazione illecita di manodopera e all’evasione di imposte e contributi. I provvedimenti sono stati eseguiti dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Milano su disposizione dei pm Paolo Storari, Adriana Blasco ed Eugenia Bianca Maria Baj Macario, con il coordinamento del procuratore aggiunto Calogero Piscitello. Contestualmente sono in corso perquisizioni nelle province di Milano, Pavia, Alessandria, Rovigo, Treviso, Roma e Potenza nei confronti delle persone fisiche e delle società coinvolte.
I sequestri
La misura più rilevante riguarda Bcube Spa, uno dei principali operatori italiani della logistica integrata, destinataria di un sequestro preventivo d’urgenza di oltre 12,5 milioni di euro. Alla società del medesimo gruppo Bonzai Spa sono stati invece sequestrati quasi 2,7 milioni di euro. Un ulteriore decreto di sequestro, sempre da 12,5 milioni di euro, è stato eseguito nei confronti di Fiege Logistics Italia, azienda specializzata nella gestione di supply chain, magazzini, trasporti, imballaggio ed evasione degli ordini per il commercio elettronico. L’ipotesi di reato contestata è quella di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni giuridicamente inesistenti, in relazione alle dichiarazioni fiscali presentate tra il 2021 e il 2026. Tra gli indagati figurano, per Bcube, i firmatari delle dichiarazioni fiscali Piero Carlo Bonzano e Luigi Bonzano, oltre a Giuseppe Borrelli per Bcube Industrial. Per Bonzai risultano indagati Umberto Bonzano e Mauro Audisio, mentre per Fiege Logistics Italia è indagato il manager Alberto Maria Birolini.
Il meccanismo contestato
Secondo la Procura di Milano, anche questo filone investigativo riguarda il fenomeno ormai noto come quello dei “serbatoi di manodopera”, un sistema che negli ultimi anni è stato contestato a numerosi operatori del comparto logistico. Al centro dell’indagine vi è un presunto schema attraverso il quale i committenti avrebbero simulato contratti di appalto che, nella realtà, avrebbero avuto come unico scopo quello di mettere a disposizione personale. Secondo gli investigatori, le aziende beneficiarie avrebbero utilizzato una rete di “società filtro”, interposte tra il committente e i lavoratori, che a loro volta si sarebbero rivolte a cooperative definite dagli inquirenti “società serbatoio”.
Queste ultime sarebbero state l’ultimo anello della catena e avrebbero sistematicamente omesso il versamento dell’Iva, oltre ai contributi previdenziali e assistenziali dovuti per i lavoratori impiegati nei magazzini, nelle attività di movimentazione merci e nelle consegne. Il risultato, secondo l’accusa, sarebbe stato un duplice vantaggio: da un lato un rilevante risparmio fiscale e contributivo, dall’altro la possibilità di offrire servizi di logistica a costi molto inferiori rispetto ai concorrenti che operano nel rispetto della normativa.
Le contestazioni della Procura
Nella nota diffusa dalla Procura, il procuratore aggiunto Calogero Piscitello spiega che le indagini riguardano “una complessa frode fiscale derivante dall’utilizzo, da parte delle beneficiarie finali, del meccanismo illecito di fatture per operazioni giuridicamente inesistenti a fronte della stipula di fittizi contratti d’appalto per la somministrazione di manodopera, in violazione della normativa di settore”. Le fatture, secondo gli inquirenti, sarebbero state emesse per giustificare formalmente prestazioni di appalto che in realtà celavano semplice fornitura di personale, consentendo alle società committenti di dedurre costi e detrarre Iva su operazioni ritenute inesistenti dal punto di vista giuridico.
Ricostruendo l’intera filiera, la Guardia di finanza avrebbe accertato che i rapporti di lavoro erano “schermati” dalle società filtro, mentre le cooperative-serbatoio omettevano sistematicamente il pagamento dell’Iva e degli oneri previdenziali e assistenziali. Un’inchiesta che coinvolge i grandi operatori della logistica Il nuovo filone si inserisce nella più ampia attività investigativa avviata dalla Procura di Milano sul settore della logistica, che negli ultimi anni ha coinvolto alcuni dei principali operatori nazionali e internazionali, tra cui Amazon, Ups, Brt, Gls e Dhl.
Secondo la Procura, l’attività investigativa ha già consentito negli ultimi anni un recupero fiscale complessivo superiore a un miliardo di euro e punta a contrastare un modello di organizzazione del lavoro ritenuto distorsivo della concorrenza, fondato sull’esternalizzazione della forza lavoro attraverso una catena di società create per abbattere il costo del lavoro e ridurre il carico fiscale.
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Per restituire i soldi pubblici c’è tempo. Soprattutto per le Olimpiadi “a costo zero” di Milano-Cortina. A fine gennaio, a solo 10 giorni dall’inizio dei Giochi invernali, il Consiglio regionale della Lombardia aveva approvato in fretta e furia un prestito d…
Un emendamento all'assestamento di Bilancio firmato dal meloniano Marco Alparone, vicepresidente regionale, e approvato in commissione Bilancio, rimanda il termine da fine luglio al 30 novembre, mantenendo inalterate le condizioni tra Regione e Fondazione. M5s: "Tanto che problema c’è, pagano i cittadini"
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Per restituire i soldi pubblici c’è tempo. Soprattutto per le Olimpiadi “a costo zero” di Milano-Cortina. A fine gennaio, a solo 10 giorni dall’inizio dei Giochi invernali, il Consiglio regionale della Lombardia aveva approvato in fretta e furia un prestito da 5 milioni di euro all’ente che avrebbe gestito le Olimpiadi. Quel finanziamento, a tasso zero e senza alcun costo aggiuntivo per la Fondazione, aveva come termine per la restituzione il 31 luglio. Ora però un emendamento all’assestamento di Bilancio firmato dal meloniano Marco Alparone, vicepresidente della Regione, e approvato in commissione Bilancio, rimanda il termine da fine luglio al 30 novembre, mantenendo inalterate le condizioni tra Regione e Fondazione.
La destra che sostiene Attilio Fontana concede quindi altro ossigeno ai Giochi, palesando una situazione economica dell’ente tutt’altro che rosea. Non a caso, quando a febbraio la giunta andò in Aula a chiedere di approvare il prestito, il sottosegretario Raffaele Cattaneo descrisse una condizione allarmante, parlando di “massima urgenza di liquidità” da parte di Milano Cortina. Ora il tema si ripresenta con la Fondazione che chiede altro tempo per restituire i soldi. E la Regione accetta. Nell’emendamento si legge che “tale proroga” è stata “richiesta da Fondazione Milano Cortina in data 2 luglio 2026 per disporre di un più ampio margine temporale per la gestione dei flussi finanziari di cassa durante le attività di chiusura, rendicontazione e regolazione dei rapporti contrattuali con fornitori e stakeholders”.
Il paradosso lo fa notare il capogruppo 5 Stelle Nicola Di Marco: “Provate a chiedere un prestito, senza l’applicazione di interessi né presentazione di fidejussoni o garanzie, riuscire a ottenerlo in pochi giorni e poi al momento di doverlo restituire chiedere una proroga di quattro mesi, sempre a interessi zero, e ottenerla”. Per Di Marco si tratta di “risorse che saranno sottratte alle esigenze dei cittadini lombardi, come sanità, trasporti, infrastrutture e via dicendo”: “Fontana le aveva annunciate come le Olimpiadi a costo zero, ora la Fondazione chiede proroghe sui prestiti, come se non avesse cassa nemmeno per chiudere. Tanto che problema c’è, pagano i cittadini. Come M5s chiederemo di conoscere nel dettaglio come sono stati utilizzati questi cinque milioni di euro, oltre che vigilare sull’effettivo rientro del prestito”.
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L’orticaria cronica spontanea colpisce circa lo 0,5-1% della popolazione e interessa prevalentemente donne tra i 30 e i 50 anni. Sebbene non metta a rischio la sopravvivenza, può compromettere profondamente...
diSilvia Mariel Ferrucci* 8 luglio 2026 5' di lettura 5' di lettura L’orticaria cronica spontanea colpisce circa lo 0,5-1% della popolazione e interessa prevalentemente donne tra i 30 e i 50 anni. Sebbene non metta a rischio la sopravvivenza, può compromettere profondamente la qualità della vita. Il prurito persistente disturba il sonno, riduce la concentrazione, altera il rendimento lavorativo, limita la vita sociale e genera uno stato continuo di incertezza. L’angioedema, presente in circa il 40-50% dei pazienti, rappresenta spesso l’aspetto più temuto della malattia. Non sorprende quindi che studi internazionali abbiano dimostrato come il carico della CSU sia paragonabile, sotto il profilo della qualità di vita, a quello osservato in pazienti con cardiopatia ischemica o altre malattie croniche importanti. Per decenni il successo terapeutico nell’orticaria cronica spontanea (CSU) è stato giudicato quasi esclusivamente dal medico: numero dei pomfi, intensità del prurito, presenza di angioedema, risposta agli antistaminici. Oggi questo approccio è profondamente cambiato. La moderna gestione della CSU non si limita più a osservare la cute, ma misura sistematicamente anche ciò che il paziente vive ogni giorno. Dorme? Lavora? Esce con gli amici? Ha paura della successiva riacutizzazione? Evita di programmare un viaggio per timore di un episodio di angioedema? Sono domande apparentemente semplici, ma rappresentano oggi uno degli elementi più importanti nella valutazione della malattia. È il concetto dei Patient Reported Outcomes (PROs), gli esiti riportati direttamente dal paziente, che negli ultimi dieci anni hanno rivoluzionato la gestione dell’orticaria cronica. Uno dei concetti più innovativi emersi dalla ricerca degli ultimi anni è che il paziente rappresenta il miglior indicatore dello stato della propria malattia. A differenza di molte patologie croniche, nella CSU non esistono biomarcatori affidabili che permettano di misurare con precisione l’attività clinica o il grado di controllo terapeutico. Per questo motivo la valutazione deve necessariamente basarsi anche sull’esperienza riferita dal paziente. I Patient Reported Outcomes (PROs) consentono infatti di misurare aspetti che il medico non può osservare direttamente come l’intensità del prurito, la qualità del sonno, le limitazioni nella vita familiare e sociale, produttività lavorativa, impatto psicologico e la percezione del controllo della malattia. La medicina moderna considera ormai questi parametri veri e propri obbiettivi di terapia clinici, al pari dei dati obbiettivi raccolti dal medico durante la visita. Le Linee Guida Internazionali rappresentano oggi il principale riferimento mondiale nella gestione dell’orticaria. Il documento introduce un principio destinato a modificare la pratica clinica quotidiana in quanto ad ogni visita il paziente deve essere valutato per tre dimensioni fondamentali: attività della malattia, livello di controllo e impatto sulla qualità di vita. Per questo motivo vengono raccomandati specifici Patient Reported Outcome Measures (PROMs): - per l’attività della malattia UAS7 (Urticaria Activity Score 7) - per il controllo della malattia UCT (Urticaria Control Test) - per la qualità di vita CU-Q2oL e DLQI - per i pazienti con angioedema AAS, AECT e AE-Qo. Le linee guida sottolineano inoltre che l’obiettivo terapeutico deve essere il controllo completo della malattia, con la normalizzazione della qualità di vita e non il semplice miglioramento dei sintomi. Una delle più importanti analisi di vita reale italiane deriva dal registro internazionale AWARE, che ha seguito per due anni 247 pazienti con orticaria cronica provenienti da 24 centri specialistici italiani. Lo studio aveva come obiettivo principale quello di valutare l’evoluzione dei Patient Reported Outcomes durante il trattamento, utilizzando strumenti validati quali DLQI, UAS7, CU-Q2oL e WPAI. I risultati fotografano con chiarezza il peso della malattia. All’inizio dello studio oltre il 90% dei pazienti presentava pomfi attivi; circa il 43% soffriva di angioedema; la durata media della malattia era di circa cinque anni. Ancora più significativo era il carico sulla qualità di vita. Quasi un paziente su due riferiva un impatto moderato, severo o estremamente severo della malattia secondo il DLQI, mentre soltanto il 19% dichiarava che la CSU non interferiva con la propria quotidianità. Durante i due anni di osservazione i trattamenti specialistici hanno prodotto un netto miglioramento. Il punteggio medio DLQI si è ridotto progressivamente, passando da 7.5 a 3.0 mentre anche il questionario specifico CU-Q2oL ha documentato una marcata riduzione dell’impatto della malattia. Parallelamente diminuivano i punteggi UAS7 e la frequenza di pomfi e angioedema. Questi dati confermano quanto dimostrato anche dai principali studi clinici internazionali: quando si ottiene un controllo efficace dell’infiammazione, migliora anche il benessere complessivo del paziente. Lo studio AWARE evidenzia tuttavia un dato molto importante. Dopo due anni di follow-up quasi il 19% dei pazienti continuava a presentare un impatto almeno moderato sulla qualità di vita; fino alla metà dei pazienti mostrava ancora un controllo non ottimale della malattia a seconda del trattamento; circa il 50% continuava a manifestare pomfi; il 15% riferiva ancora episodi di angioedema. Questo significa che la semplice riduzione dei sintomi non coincide necessariamente con il ritorno a una vita normale. È proprio qui che i PROs assumono un valore clinico fondamentale. Come avvenuto nella psoriasi, nella dermatite atopica e nell’artrite reumatoide, anche nell’orticaria cronica si sta affermando il concetto di treat to target. L’obiettivo non è più ottenere un miglioramento parziale, ma raggiungere un controllo completo della malattia. Idealmente il paziente dovrebbe presentare UAS7 pari a 0 o UAS7 ≥7 (malattia ben controllata), UCT ≥12 (malattia ben controllata), ripristino di una buona qualità di vita, non più limitazioni lavorative, sociali e familiari. Per raggiungere questo obiettivo è indispensabile ascoltare sistematicamente il paziente attraverso strumenti standardizzati, che consentono di adattare la terapia in modo tempestivo e personalizzato. L’evoluzione più recente riguarda la digitalizzazione dei Patient Reported Outcomes. Applicazioni per smartphone e APP come “Cruse control” elaborata dal network UCARE, reti di centri specializzati per lo studio e gestione della orticaria cronica distribuiti in numerosi Paesi, consentono oggi al paziente di registrare quotidianamente sintomi, prurito, comparsa dei pomfi, episodi di angioedema e qualità di vita. Questi dati possono essere condivisi con il centro specialistico, permettendo una gestione più dinamica della terapia e una maggiore personalizzazione del percorso assistenziale. La raccolta digitale dei PROs è destinata a diventare parte integrante della pratica clinica nei prossimi anni. L’orticaria cronica spontanea è una malattia che si manifesta sulla pelle, ma il suo impatto va ben oltre i pomfi e il prurito. Colpisce il sonno, il lavoro, la vita sociale, la salute mentale e la capacità di progettare la quotidianità. La ricerca degli ultimi anni e le più recenti linee guida internazionali hanno definitivamente chiarito che la valutazione della CSU non può limitarsi all’esame obiettivo. I Patient Reported Outcomes (PROs) sono oggi strumenti essenziali per comprendere il reale peso della malattia e per guidare le decisioni terapeutiche. L’esperienza italiana dello studio AWARE dimostra che il miglioramento clinico si accompagna generalmente a un recupero della qualità di vita, ma evidenzia anche che una quota non trascurabile di pazienti continua a convivere con limitazioni importanti nonostante le cure. Per questo motivo, ascoltare in modo strutturato la voce del paziente non rappresenta più un’opzione, bensì uno standard di buona pratica clinica. La sfida della dermatologia e dell’allergologia moderne non è soltanto eliminare i pomfi: è restituire al paziente una vita libera dalla malattia. *Responsabile del servizio di dermatologia allergologica e professionale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda dell’Ospedale Maggiore Policlinico Milano Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.
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La macchia che non andava via, poi la diagnosi: la conduttrice rivela di essersi sottoposta a un intervento e invita alla prevenzione
È un momento davvero difficile quello che sta affrontando Nadia Mayer, star di Casa a Prima Vista. La famosa agente immobiliare si è infatti operata per un tumore alla pelle e in questo momento si trova in convalescenza.
Decisa a voler sensibilizzare le persone sull'argomento, la Mayer ha deciso di raccontare la sua storia nella speranza che possa servire anche ad altri. Proprio per questo motivo ha deciso di lasciare un importante messaggio sul suo profilo Instagram, seguito da 168mila utenti. L'ex modella di origine trentina si è mostrata senza trucco e con un cerotto bianco sul lato sinistro del naso, lì dove si trovava il tumore rimosso. Sulla testa, la Mayer indossava un cappellino con la scritta "Nadia solution".
"Pensavo fosse un foruncolino, ho aspettato troppo e invece di fare due sedute di laser adesso devo fare un piccolo intervento perché è andato un pochino troppo in profondità", ha raccontato l'agente immobiliare ai suoi follower. "Quando notate una macchia strana che non cambia e rimane troppo tempo, fatevi controllare da un bravo dermatologo perché magari con una piccola cosa risolvete il problema. Mi raccomando, la prevenzione è molto importante", ha aggiunto.
La macchia sul naso notata da Nadia Mayer si è rivelata essere un basalioma. Conosciuto anche con il nome di carcinoma a cellule basali (BCC), si tratta di un tumore della pelle che interessa lo strato più profondo dell'epidermide. In generale, si manifesta in zone del corpo esposte al sole, come il volto, il cuoio capelluto, le orecchie, il collo e la schiena. È un tumore cutaneo molto diffuso – 8 casi su 10 – e si manifesta soprattutto sopra i 40 anni. Mentre il melanoma è molto aggressivo, il basalioma rimane più circoscritto e non si diffonde con metastasi, tuttavia deve essere comunque trattato.
Fare diagnosi precoce è importante perché permette di intervenire subito non lasciando al tumore la possibilità di progredire.
A seguito del suo messaggio, la Mayer ha ottenuto
oltre 700 commenti da parte di utenti che hanno voluto esserle vicino e sostenerla. L'agente immobiliare si è affidata alle cure dei medici degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri (IFO) di Roma e adesso è convalescente.
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Radioterapia 2.0: perché oggi può cambiare davvero la cura dei tumori MondoSanità
La radioterapia non è più quella di una volta
Per molti anni è stata percepita come una terapia importante ma “tradizionale”, quasi separata dalle altre cure oncologiche. Oggi non è più così. La radioterapia moderna è diventata uno dei cardini delle strategie più avanzate contro i tumori solidi, grazie a tecnologie sempre più precise e a una crescente integrazione con altri trattamenti.
Il risultato è un cambio di prospettiva: non si parla più soltanto di colpire il tumore, ma di farlo in modo più accurato, più tollerabile e più personalizzato.
Più precisione, meno danni collaterali
Uno dei progressi più importanti riguarda il modo in cui la dose di radiazioni viene somministrata. Le tecniche più moderne permettono infatti di colpire il tumore con grande precisione, limitando il più possibile l’esposizione dei tessuti sani che si trovano vicino alla zona da trattare.
Questo significa un obiettivo molto concreto per i pazienti: migliorare l’efficacia delle cure e ridurre gli effetti indesiderati, rendendo i trattamenti più sostenibili anche sul piano della qualità di vita.
Non solo terapia locale: oggi lavora insieme alle altre cure
La vera novità è che la radioterapia non viene più considerata soltanto una cura “locale”. Sempre di più entra in percorsi integrati insieme a immunoterapia, terapie a bersaglio molecolare e radiofarmaci.
Questa combinazione apre scenari molto promettenti. Le cure dialogano tra loro, si rafforzano a vicenda e permettono di costruire strategie più adatte alle caratteristiche del singolo paziente e del singolo tumore.
L’obiettivo è una cura sempre più su misura
L’oncologia moderna punta sempre di più alla personalizzazione. Non basta sapere quale tumore trattare: serve capire come trattarlo meglio, con quale combinazione di terapie e con quale profilo di tollerabilità.
È qui che la radioterapia sta assumendo un ruolo centrale. Oggi è parte integrante di una medicina che prova a essere non solo più potente, ma anche più intelligente. La sfida è curare meglio senza pesare inutilmente sul paziente.
A Messina un confronto tra specialisti sulle nuove prospettive
Di questi temi si è parlato a Messina, in occasione del convegno sul ruolo innovativo della moderna radioterapia nei tumori solidi, evento satellite di Cracking Cancer 2026 e ha riunito specialisti di diverse discipline: oncologi, radio-oncologi, medici nucleari, chirurghi, radiologi e altri professionisti coinvolti nella presa in carico del paziente oncologico. Si sono confrontati sulle evidenze più recenti e sulle opportunità offerte dalle nuove terapie integrate.
Perché la multidisciplinarietà oggi fa la differenza
Uno dei messaggi più forti che è emerso dall’iniziativa è chiaro: nessuna cura oncologica può più essere pensata da sola. La collaborazione tra specialisti è ormai decisiva per definire percorsi efficaci e adatti ai bisogni reali della persona.
Radioterapia, immunoterapia, farmaci target e diagnostica avanzata non sono più mondi separati. Devono lavorare insieme per migliorare gli outcomes clinici, contenere le tossicità e offrire trattamenti sempre più appropriati.
Al centro non c’è solo il tumore, ma anche la qualità di vita
Un altro punto chiave riguarda la gestione degli effetti collaterali, sia acuti sia tardivi. Oggi parlare di oncologia significa parlare anche di qualità di vita, tollerabilità e impatto delle cure nel tempo.
Per questo il programma scientifico del convegno ha affrontato anche aspetti molto concreti: gli esiti clinici, la qualità di vita, la gestione degli effetti indesiderati e il futuro delle terapie combinate nei tumori solidi.
Un evento che guarda al futuro delle cure oncologiche
Tra i protagonisti del confronto anche Stefano Pergolizzi, presidente di AIRO e Professore Ordinario di Radioterapia, Università di Messina, Direttore UOC Radioterapia Oncologica, AOU Policlinico “G. Martino”, Messina, Massimo Di Maio, presidente di AIOM, a conferma del rilievo scientifico dell’incontro. Responsabili scientifici dell’evento Vincenzo Adamo, professore di Oncologia Medica e coordinatore della Rete Oncologica Siciliana, e Stefano Pergolizzi.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
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Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?2
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
41.9/100
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C
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Criteri Critici
Un investimento di circa 9 milioni di euro per dotare l'Ospedale regionale "Umberto Parini" di Aosta di una delle tecnologie più avanzate al mondo per la radioterapia oncologica. (ANSA)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?5
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
62.2/100
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B
Valutazione
✅
Criteri Critici
Mangiare bene durante le cure oncologiche non è un consiglio: è parte della terapia Italia a Tavola
Nel trattamento dei pazienti oncologici la nutrizione clinica continua a occupare un ruolo secondario, nonostante il suo impatto sia riconosciuto dalla comunità scientifica. Un'importanza evidenziata anche dall dott.ssa Lucia Sabato, biologa nutrizionista, nella sua intervista a Italia a Tavola. Nel 2025 in Italia sono stimati circa 390mila nuovi casi di tumore e la malnutrizione interessa una quota compresa tra il 30% e il 60% dei pazienti, influenzando la risposta alle terapie, la qualità della vita e la prognosi. Eppure, la valutazione nutrizionale viene inserita nel percorso di cura fin dalla diagnosi solo in poco più di un caso su quattro. È quanto emerge dal report dedicato al ruolo della nutrizione clinica in oncologia realizzato da Isheo, società di ricerca e consulenza per l'avanzamento degli outcome sanitari, presentato durante un convegno organizzato insieme a La Lampada di Aladino ETS, con il patrocinio di Favo e Aiom.
Tumori, solo un paziente su quattro riceve una valutazione nutrizionale alla diagnosi
Lo stato nutrizionale incide sulla riuscita delle terapie
Secondo l'indagine, oltre il 95% degli oncologi considera fondamentale valutare lo stato nutrizionale per stabilire la praticabilità e la tollerabilità delle cure. Nonostante questa consapevolezza, soltanto il 28% dei pazienti viene sottoposto a una valutazione nutrizionale già al momento della diagnosi, quando un intervento precoce potrebbe incidere positivamente sull'intero percorso terapeutico. La nutrizione clinica non rappresenta infatti un supporto accessorio, ma uno degli elementi che contribuiscono a mantenere il paziente nelle condizioni migliori per affrontare chirurgia, chemioterapia, immunoterapia o radioterapia.
Il report evidenzia come la malnutrizione sia associata a conseguenze cliniche rilevanti. Nei pazienti oncologici il rischio di mortalità può aumentare di oltre il 250% rispetto ai soggetti ben nutriti e si stima che tra il 20% e il 30% dei decessi sia legato alle conseguenze della malnutrizione più che alla progressione della malattia. Gli effetti riguardano anche il decorso clinico. Una nutrizione inadeguata triplica il rischio di complicanze infettive e post-operatorie e prolunga la permanenza in ospedale con un incremento della degenza stimato tra il 30% e il 50%.
Anche il Servizio sanitario sostiene costi elevati
L'impatto della malnutrizione non riguarda soltanto la salute dei pazienti, ma anche la sostenibilità del sistema sanitario. In Italia il fenomeno comporta costi stimati tra gli 8 e i 12 miliardi di euro ogni anno. Al contrario, l'introduzione di un supporto nutrizionale strutturato potrebbe determinare risparmi medi del 12% in ambito ospedaliero e del 9% nell'assistenza territoriale, grazie alla riduzione delle complicanze e dei tempi di ricovero.
La nutrizione clinica deve entrare stabilmente nei percorsi oncologici
Per Riccardo Caccialanza, direttore della Struttura complessa di Dietetica e Nutrizione clinica della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia, «il supporto nutrizionale nel paziente oncologico consiste nell'integrazione strutturata della nutrizione clinica nel percorso di cura, con l'obiettivo di prevenire e trattare la malnutrizione, mantenere o recuperare peso e massa muscolare e preservare la funzionalità del paziente. È un intervento sanitario a tutti gli effetti, basato su prescrizione medica e gestito da un'équipe multidisciplinare».
Da sinistra i medici Riccardo Caccialanza e Paolo Pedrazzoli
Dello stesso avviso Paolo Pedrazzoli, direttore della SC Oncologia 1 dell'Irccs Policlinico San Matteo di Pavia e membro del Comitato scientifico de La Lampada di Aladino ETS, secondo il quale «la nutrizione clinica precoce è parte integrante della cura oncologica. Non rappresenta un elemento accessorio, ma un fattore che può incidere sulla tolleranza ai trattamenti, sulla possibilità di completarli, sulla qualità della vita e sulla prognosi. Per questo lo screening nutrizionale dovrebbe essere effettuato già alla diagnosi e inserito in percorsi multidisciplinari strutturati».
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?4
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumori: ad Aosta nuovo super macchinario, radioterapia temporaneamente a Ivrea Gazzetta Matin
L'équipe di Radioterapia oncologica
Salute, Sanità
L’ospedale regionale Umberto Parini si dota di una delle tecnologie più avanzate al mondo per il trattamento dei tumori attraverso la radioterapia. Intanto, il servizio di radioterapia è temporaneante effettuato in convenzione all’ospedale di Ivrea.
Un investimento da 9 milioni di euro
L’investimento complessivo per l’acquisto e la manutenzione della nuova piattaforma di radioterapia Radixact® , dotata della tecnologia Synchrony® è di 9 milioni.
La tecnologia Synchrony® è una delle soluzioni più avanzate oggi disponibili a livello internazionale per il trattamento dei tumori.
Secondo la nota diffusa dall’azienda Usl, «la nuova piattaforma apre prospettive particolarmente rilevanti nel trattamento delle neoplasie del polmone, del fegato, del pancreas, del surrene, della prostata, sistema nervoso centrale, cute e dei tumori ginecologici, oltre che di tutte le patologie oncologiche localizzate in sedi anatomiche influenzate dal movimento respiratorio.
Grazie a questa tecnologia sarà possibile eseguire trattamenti stereotassici ad altissima precisione, con elevati standard di sicurezza e qualità.
La piattaforma Radixact® consentirà inoltre di migliorare la qualità delle immagini, ridurre i tempi di trattamento, aumentare l’efficienza organizzativa e ampliare ulteriormente le possibilità terapeutiche a disposizione degli specialisti, valorizzandone le competenze, anche attraverso la partecipazione a studi clinici nazionali e internazionali».
500 pazienti ogni anno
Ogni anno la Struttura complessa di Radioterapia oncologica dell’ospedale Parini prende in carico circa 500 pazienti; di questi, il 38% proviene da altre regioni, a testimonianza dell’attrattività già oggi esercitata dal servizio a livello sovraregionale.
Radioterapia sospesa, pazienti a Ivrea
Per consentire le attività di smantellamento dell’apparecchiatura utilizzata sino a oggi, l’adeguamento dei locali, installazione e collaudo della nuova piattaforma sono necessari sei mesi; l’entrata in funzione del nuovo macchinario è prevista entro il mese di dicembre 2026.
All’ospedale Parini, i trattamenti di radioterapia sono attualmente sospesi e sono garantiti in convenzione dall’ospedale di Ivrea.
Per i pazienti è previsto il rimborso chilometrico e del pedaggio autostradale; chi non disponde di mezzi propri, potrà usufruire di un servizio di trasporto dedicato.
Il commento del direttore sanitario
«Questo investimento è parte di una duplice strategia aziendale – dichiara Mauro Occhi, direttore sanitario dell’azienda Usl VdA. – Vogliamo da un lato contrastare il flusso pazienti verso regioni limitrofe, dall’altro intendiamo garantire ai professionisti un fattore motivazionale aggiuntivo che trattenga in Valle i meritevoli.
Siamo consapevoli del disagio temporaneo, ma si tratta di una fase necessaria per dotare la Valle d’Aosta di una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili in campo radioncologico».
Le parole del direttore della SC Radioterapia oncologica
«L’arrivo di questa apparecchiatura di ultima generazione – spiega il dottor Fernando Munoz, direttore della Struttura complessa Radioterapia oncologica – rappresenta un passaggio storico per la radioterapia valdostana.
Il sistema è in grado di seguire il bersaglio in tempo reale durante il trattamento, aumentando le percentuali di pazienti guariti. Per i pazienti questo significa poter beneficiare di cure sempre più personalizzate, sicure e avanzate senza allontanarsi dal proprio territorio».
La soddisfazione dell’assessore alla Sanità
«Con questo importante investimento di 9 milioni di euro – afferma Carlo Marzi, assessore alla Sanità, salute e politiche sociali – portiamo in Valle d’Aosta una tecnologia tra le più avanzate a livello internazionale, confermando la volontà di garantire cure sempre più all’avanguardia, efficaci e personalizzate. Alla comunità chiediamo di pazientare per il tempo necessario a consentire l’installazione di una tecnologia così complessa e innovativa che produrrà indubbi benefici, concreti e duraturi, per la qualità dell’assistenza oncologica, a beneficio di tutti noi».
(a.t.)
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Criteri Critici
Pazienti oncologici nei pronto soccorso liguri, PD: “L’assistenza per immunodepressi lacuna da colmare subito” IVG.it
Liguria. Con un’interrogazione il consigliere regionale Armando Sanna (Pd) ha chiesto alla Giunta di attivare specifiche misure organizzative finalizzate a garantire percorsi protetti per i pazienti immunodepressi che accedono ai pronto soccorso regionali, dato il sovraffollamento e data la fragilità delle persone in questione. Il consigliere ha precisato che risultano segnalati sul territorio ligure casi di pazienti oncologici, colpiti da febbre persistente, costretti a permanenze di molte ore nei reparti di pronto soccorso, senza presa in carico medica tempestiva e in ambienti promiscui.
L’assessore alla sanità Massimo Nicolò ha risposto che il Piano Sociosanitario Regionale e il Piano Oncologico Regionale prevedono il rafforzamento dei Percorsi di Accesso alla Rete Oncologica e che, nell’ambito delle misure regionali finalizzate alla riduzione del fenomeno del boarding nei pronto soccorso, è prevista una particolare attenzione ai pazienti con condizioni di elevata fragilità clinica, tra cui i pazienti oncologici, attraverso il miglioramento dei percorsi di valutazione e presa in carico e il rafforzamento dell’integrazione tra Pronto Soccorso, reparti specialistici e servizi territoriali. L’assessore ha precisato che assume particolare rilievo lo sviluppo delle cure simultanee, delle cure palliative precoci e dell’assistenza domiciliare integrata, e che questi modelli organizzativi consentono di garantire la presa in carico del paziente oncologico complesso direttamente al domicilio o nei setting assistenziali più appropriati, limitando così il ricorso al Pronto Soccorso e i ricoveri evitabili.
“Con la risposta alla mia interrogazione in Aula, la Regione Liguria ammette un fatto grave: oggi non risultano formalizzati percorsi specificamente rivolti ai pazienti oncologici immunodepressi, dedicati e uniformi in tutti i Pronto Soccorso liguri. È un’ammissione che conferma le preoccupazioni che avevamo sollevato” dichiara il capogruppo del Partito Democratico in Regione Liguria, Armando Sanna.
“La nostra interrogazione nasceva da casi concreti di pazienti oncologici costretti ad attendere per ore nei Pronto Soccorso, esposti a rischi evitabili proprio a causa della loro condizione di immunodepressione. Avevamo richiamato il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027 e le linee di indirizzo nazionali sul triage e sulla gestione del sovraffollamento, che evidenziano la necessità di prevedere percorsi specifici di tutela per i pazienti più fragili. La risposta della Giunta, invece, si limita a elencare obiettivi futuri, piani e programmazione, ma evita il punto centrale: oggi questi percorsi non esistono” prosegue.
“Se la stessa Regione riconosce che serve una particolare attenzione organizzativa per questi pazienti, non può fermarsi agli annunci. Servono protocolli operativi, uniformi su tutto il territorio ligure, perché chi affronta una malattia oncologica e una terapia che compromette il sistema immunitario non può essere lasciato per ore in sale d’attesa affollate, con rischi che potrebbero essere evitati. Su questo tema continueremo a incalzare la Giunta. La tutela dei pazienti più fragili non può essere affidata alla buona volontà del singolo ospedale: deve diventare un diritto garantito in tutta la Liguria” conclude Sanna.
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Criteri Critici
Il Parini si dota di Radixact, la nuova frontiera della radioterapia oncologica AostaSera -
All’Ospedale Parini di Aosta arriva una delle soluzioni più avanzate oggi disponibili a livello internazionale per il trattamento dei tumori. Si chiama Radixact e sarà operativa entro la fine dell’anno. La nuova apparecchiatura di radioterapia, dotata della tecnologia Synchrony, è costata circa 9 milioni di euro. La sostituzione con l’attuale “macchina” di tomoterapia elicoidale prevede circa mesi di lavori. Per consentire le attività di smantellamento, adeguamento dei locali, installazione e collaudo del nuovo sistema, dal 15 giugno 2026 i pazienti sottoposti a trattamenti radioterapici sono temporaneamente presi in carico dall’Ospedale di Ivrea grazie a una specifica convenzione stipulata dall’Usl della Valle d’Aosta.
Per i pazienti è previsto il rimborso chilometrico e del pedaggio autostradale. Inoltre, per coloro che non dispongono di mezzi propri è stato attivato un servizio di trasporto dedicato: un pulmino effettuerà quotidianamente il collegamento con la sede di trattamento.
L’entrata in funzione della nuova apparecchiatura è prevista entro dicembre 2026.
“L’arrivo di questa apparecchiatura di ultima generazione – spiega Fernando Munoz, a capo della Struttura complessa Radioterapia Oncologica – rappresenta un passaggio storico per la Radioterapia valdostana. Questa tecnologia ci consentirà di trattare in modo ancora più preciso ed efficace anche lesioni particolarmente complesse. Il sistema è in grado di seguire il bersaglio in tempo reale durante il trattamento, adattando continuamente l’irradiazione e riducendo al minimo l’esposizione dei tessuti sani circostanti, e aumentando nel contempo la percentuali di pazienti guariti. Per i pazienti questo significa poter beneficiare di cure sempre più personalizzate, sicure e avanzate senza allontanarsi dal proprio territorio”.
Per il direttore sanitario Mauro Occhi: “Questo investimento è parte di una duplice strategia aziendale diretta ai cittadini valdostani e ai professionisti che si occupano della loro salute. Vogliamo da un lato contrastare il flusso pazienti verso regioni limitrofe offrendo il massimo delle possibilità tecnologiche e quindi delle alternative terapeutiche, dall’altro intendiamo garantire ai professionisti – ai giovani in particolare – un fattore motivazionale aggiuntivo che trattenga in Valle i meritevoli ed argini la crisi delle professioni. Siamo consapevoli del disagio temporaneo legato al trasferimento dei trattamenti a Ivrea, ma si tratta di una fase necessaria per dotare la Valle d’Aosta di una delle tecnologie più avanzate oggi disponibili in campo radioncologico”.
“Con questo importante investimento di 9 milioni di euro – aggiunge l’Assessore regionale alla Sanità Carlo Marzi – portiamo in Valle d’Aosta una tecnologia tra le più avanzate a livello internazionale confermando la volontà di garantire cure sempre più all’avanguardia, efficaci e personalizzate, in linea con le scelte, anche in termini di investimenti, assunte in questi ultimi anni, volte a migliorare la qualità e l’innovazione del servizio sanitario valdostano direttamente sul nostro territorio”.
Ogni anno la Struttura complessa di Radioterapia Oncologica dell’Ospedale Parini prende in carico circa 500 pazienti, dei quali il 38% proveniente da altre regioni.
La nuova apparecchiatura “apre prospettive particolarmente rilevanti nel trattamento delle neoplasie del polmone, del fegato, del pancreas, del surrene, della prostata, sistema nervoso centrale, cute e dei tumori ginecologici, oltre che di tutte le patologie oncologiche localizzate in sedi anatomiche influenzate dal movimento respiratorio” spiega una nota dell’Azienda Usl.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?3
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
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Tumore al seno, svolta a Foligno: asportazione e radioterapia vengono fatte contestualmente rgunotizie.it
Più efficacia clinica, tempi di cura drasticamente abbattuti per le pazienti e massima sicurezza per gli operatori sanitari. All’ospedale “San Giovanni Battista” di Foligno è entrato in piena operatività, dopo i collaudi dell’ingegneria clinica, l’aggiornamento dell’acceleratore lineare per la radioterapia intraoperatoria (Iort). Un salto tecnologico di primissimo livello per la struttura cittadina, che si è reso possibile grazie a una donazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, che consolida una storica sinergia con l’Usl Umbria 2 per il potenziamento della sanità pubblica locale.
“La vera svolta di questa tecnologia – spiega la direzione dell’azienda sanitaria locale – risiede nella straordinaria semplificazione del percorso terapeutico per le donne colpite da tumore alla mammella. Per i casi selezionati, la metodica consente di somministrare l’intera dose di radioterapia direttamente in sala operatoria, contestualmente all’asportazione chirurgica del tumore”. Un’innovazione che “permette alle pazienti idonee di completare il trattamento in un’unica giornata, azzerando il percorso tradizionale che prevede solitamente dalle cinque alle quindici sedute distribuite in tre settimane”.
“I vantaggi sono immediati – proseguono dall’Usl Umbria 2 –, si azzerano i continui e faticosi viaggi verso i centri di radioterapia, si riduce lo stress psicofisico per le donne e, allo stesso tempo, si liberano posti preziosi riducendo le liste di attesa per chi deve invece seguire le terapie standard. Inoltre questa speciale tecnica offre ottimi risultati e una bassissima tossicità per i tessuti sani anche in altre forme di tumore, come i sarcomi dell’addome. Grazie a questi standard, la Breast Unit di Foligno guidata dal dottor Gianfranco Lolli si conferma un polo
di eccellenza regionale, capace di trattare oltre 250 nuovi casi di tumore al seno ogni anno”.
L’ammodernamento della Iort, come spiegato dal dottor Fabrizio Fusconi, dirigente medico di Radioterapia Oncologica, si inserisce nel programma generale di potenziamento della radioterapia “cominciato due anni fa con l’entrata in servizio del nuovo acceleratore lineare di ultima generazione. Questo ci permette di eseguire trattamenti in linea con gli standard tecnologici e terapeutici più avanzati”.
L’aggiornamento porta benefici sostanziali anche sul fronte della sicurezza. Come evidenziato dal servizio di Fisica medica dell’azienda sanitaria, il nuovo macchinario introduce una speciale schermatura interna che limita la diffusione delle radiazioni nell’ambiente durante l’uso, riducendo al minimo il rischio radiologico per medici e infermieri in sala operatoria.
Soddisfazione, che è stata espressa soprattutto dalla dottoressa Monica Sassi, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Foligno, che ha rimarcato la vicinanza dell’ente al presidio ospedaliero: “La tutela della salute rappresenta un ambito in cui la Fondazione esprime da sempre la propria più convinta attenzione istituzionale. Investire in tecnologia e capacità di cura – sottolinea – significa investire direttamente sul benessere delle persone. Consideriamo strategica la collaborazione con l’Usl Umbria 2: fare sistema tra istituzioni è il valore aggiunto fondamentale per garantire risposte efficaci alla comunità”.
“Il nostro auspicio – conclude la presidente della Fondazione Carifol – è che questo intervento rappresenti non soltanto un contributo materiale, ma anche un ulteriore passo in un percorso condiviso volto a promuovere innovazione, prossimità e qualità dei servizi, mettendo sempre al centro la persona e il bene comune”.
Alla presidente e al cda della Fondazione è andato il corale ringraziamento della direzione strategica aziendale e della dottoressa Orietta Rossi, direttrice del presidio ospedaliero di Foligno, che ha ricordato “come l’innovazione scientifica e l’umanizzazione delle cure siano i pilastri irrinunciabili per garantire una sanità equa, accessibile e vicina ai cittadini”.
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Nuove prospettive per l’immunoterapia. Secondo un nuovo studio internazionale, le cellule che si muovono in gruppo rendono il tumore al seno più invasivo, ma anche più intercettabile dal sistema immunitario. Lo studio guidato dall’Italia con l’Ifom, l’Istitut…
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Nuove prospettive per l’immunoterapia. Secondo un nuovo studio internazionale, le cellule che si muovono in gruppo rendono il tumore al seno più invasivo, ma anche più intercettabile dal sistema immunitario.
Lo studio guidato dall’Italia con l’Ifom, l’Istituto Airc di Oncologia Molecolare di Milano, e pubblicato a maggio e in attesa di modifiche sulla rivista Nature Communication, si è concentrato sul carcinoma duttale in situ, una forma precoce di tumore al seno che rappresenta oltre il 20% delle diagnosi. In questa forma tumorale, le cellule cancerose – come in un branco – crescono e spesso rimangono all’interno della ghiandola mammaria, ma in alcune pazienti il tumore si evolve in questa maniera più invasiva.
Il problema, spiega Giorgio Scita di Ifom e Università di Milano, è che attualmente non si riesce a prevedere quali lesioni seguiranno l’una o l’altra strada. “I dati emersi nel nostro studio contribuiscono a chiarire che cosa accade quando un tessuto tumorale confinato acquisisce proprietà più fluide e invasive”, prosegue. Al centro del processo c’è la proteina Rab5a, che quando è attiva conferisce maggiore mobilità alle cellule che normalmente sarebbero bloccate, facendo sì che inizino a muoversi in gruppo.
Questa maggiore mobilità causa al tessuto tumorale forti stress che coinvolgono i mitocondri, le centrali energetiche della cellula, che rilasciano così piccole quantità di Dna mitocondriale. Questo è un segnale d’allarme che viene riconosciuto dal sistema immunitario: in questo modo, spiega l’esperto, il tumore diventa più mobile e aggressivo, ma espone anche una vulnerabilità che potrebbe essere sfruttata per migliorare l’efficacia delle immunoterapie.
“Comprendere questo passaggio è fondamentale sia per identificare nuovi marcatori di rischio sia, in prospettiva, per evitare trattamenti non necessari alle pazienti che non ne avrebbero bisogno”, conclude Scita. Ai risultati hanno contribuito anche le Università di Milano, UniCamillus di Roma, di Palermo, di Padova e dell’Aquila, oltre ad azienda Cogentech e Ospedale Niguarda di Milano e all’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia.
Lo studio
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Criteri Critici
Nuovo farmaco promette di rallentare il cancro al seno metastatico V-news.it
Negli ultimi due anni, le terapie innovative hanno migliorato la cura del tumore al seno metastatico, con farmaci come il sacituzumab govitecan che ritardano la progressione della malattia e aumentano la sopravvivenza. Tuttavia, l'accesso a questi trattamenti in Europa, e in particolare in Italia, è ancora ostacolato da lunghe procedure burocratiche e dalla registrazione della rimborsabilità da parte dell'Aifa.
Innovazioni nella cura del cancro seno
(Adnkronos) – “Oggi le donne con tumore al seno metastatico possono accedere a terapie innovative. Gli ultimi 2 anni sono stati significativi per la cura del tumore della mammella. A livello biologico, è fondamentale la rilevazione del gene e l’identificazione di mutazioni, che determinano l’impiego di diversi farmaci con specifici target. Per le pazienti senza queste mutazioni, ci sono farmaci come il sacituzumab govitecan, efficaci nel ritardare la ripresa della malattia nel tumore della mammella triplo negativo (mTnbc)”. Così Alessandra Fabi, responsabile della Medicina di precisione in Senologia del policlinico universitario Fondazione Agostino Gemelli Irccs Roma, ha dichiarato durante l’incontro ‘Due di noi. Dialoghi sul tumore al seno metastatico’ al Roma Summer Fest, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione di Gilead Sciences con Europa Donna Italia.
Prolungamento della sopravvivenza per pazienti
“Le donne con tumore al seno metastatico sopravvivono di più – continua Fabi – Il miglioramento della sopravvivenza non è determinato dal singolo farmaco, ma dalla capacità di mantenere la paziente in trattamento. La paziente metastatica inevitabilmente subirà una progressione della malattia, in tempi variabili. Il farmaco vincente è quello che ritarda di più la ripresa della malattia”. Sperimentare farmaci innovativi ha permesso di sviluppare “sequenze: quando un farmaco presenta resistenza – chiarisce l’esperta – ci sono altri da impiegare, anche in situazioni che sembravano impossibili fino a poco tempo fa. Un esempio è il sacituzumab govitecan nel tumore alla mammella triplo negativo, che non solo ritarda la progressione, ma influisce anche sulla sopravvivenza, come dimostrano i dati recenti presentati a Chicago all’Asco, il congresso americano di oncologia.
Lento progresso nell’accesso ai farmaci
“Il percorso per l’accesso ai farmaci innovativi in Europa è più lungo rispetto ad altre realtà internazionali, ma sta migliorando – osserva Fabi – L’innovazione inizia con la ricerca, segue la sperimentazione del nuovo farmaco, la valutazione della sua attività e il confronto con lo standard di trattamento. Se si dimostra superiore in termini di attività, efficacia terapeutica e minore tossicità, sostituisce lo standard precedente. Da lì inizia il percorso burocratico – continua – che comprende registrazione, rimborsabilità e accesso al farmaco, con tempi variabili a seconda delle Regioni. Alcune attivano più rapidamente il nuovo standard di trattamento, altre meno.”
Ostacoli all’innovazione in Italia
Il principale ostacolo per l’accesso all’innovazione “è la registrazione della rimborsabilità da parte dell’Aifa – conclude – che rappresenta un aspetto importante e spesso limitante per noi italiani.” Le parole di Fabi mettono in luce le sfide che le pazienti affrontano nell’accesso a trattamenti all’avanguardia, evidenziando la necessità di un miglioramento sistemico per garantire che tutti possano beneficiare delle ultime scoperte scientifiche nella lotta contro il tumore al seno metastatico.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?4
Q2La pubblicazione raggiunge i suoi obiettivi?5
Q3Il contenuto è rilevante per il lettore?1
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO2
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?3
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?3
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?3
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Criteri Critici
Tumori, Piccolo (Gilead): "Impegno a migliorare vita in pazienti cancro seno metastatico" SUD e FUTURI
(Adnkronos) – "Accanto ai trattamenti consolidati, per le pazienti affette da carcinoma mammario metastatico si stanno facendo strada nuove opzioni terapeutiche, con l'obiettivo di concedere loro più tempo e una migliore qualità di vita. Gilead è impegnata su questo fronte proprio con questi obiettivi: diversi anni fa ha reso disponibili trattamenti sia per le pazienti con carcinoma mammario triplo negativo metastatico, sia con carcinoma mammario ormonosensibile, sempre in fase metastatica. Oggi siamo lieti di poter condividere la recente approvazione Ema – Agenzia europea per i medicinali, per lo stesso tipo di trattamento, ma nelle linee più precoci, in particolar modo nella prima linea per le pazienti con carcinoma mammario metastatico triplo negativo. Il nostro impegno è quello di contribuire a migliorare la qualità di vita delle pazienti, a conceder loro più tempo e anche, insieme a tutti gli altri protagonisti del sistema salute, rendere disponibili queste terapie il prima possibile” . Lo ha detto quanto affermato da Carmen Piccolo , direttore medico di Gilead Sciences Italia, all’evento ‘Due di noi. Dialoghi sul tumore al seno metastatico’, iniziativa ospitata nell’ambito del Roma Summer Fest e parte della campagna di sensibilizzazione di Gilead Sciences con Europa Donna Italia che accende i riflettori sul tumore al seno metastatico attraverso dei dialoghi con pazienti, esponenti del mondo della ricerca e istituzioni. A tale proposito, “è importante lavorare facendo partnership con gli altri protagonisti del sistema salute, soprattutto con la comunità scientifica, i clinici, le istituzioni, ma anche le associazioni pazienti – continua Piccolo – Cinque anni fa Gilead ha accettato la sfida di entrare nel mondo dell'oncologia solida e oggi possiamo dire di aver cambiato la vita delle persone coinvolte e affette da carcinoma mammario metastatico. La sfida è continuare ad innovare: lo facciamo attraverso la nostra ricerca clinica, in particolare con il coinvolgimento di centri italiani. Abbiamo all'attivo più di 30 studi clinici in oltre 100 centri italiani, con l'ambizione di riuscire a portare fino a 20 nuove indicazioni oncologiche entro il 2030”. In questo contesto, "la collaborazione con le associazioni pazienti è fondamentale e lo abbiamo visto anche con il docufilm ‘Due di noi’ che è stato riconosciuto dal presidente della Repubblica per il suo valore sociale – sottolinea Piccolo – Da qui è partita la campagna che abbiamo lanciato durante le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina e che oggi portiamo in questo evento per amplificare le voci delle pazienti e diffonderle a un pubblico sempre più ampio”.
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?5
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Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
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Criteri Critici
Tumore al seno: carcinoma DCIS, nuove prospettive per l’immunoterapia La Statale News
Il tumore della mammella è la neoplasia più diffusa in Italia e la prima per frequente tra le donne, con oltre 53.000 nuove diagnosi stimate ogni anno. Grazie ai programmi di screening per la diagnosi precoce, una quota crescente di questi tumori viene oggi individuata in fase molto iniziale: tra questi il carcinoma duttale in situ, abbreviato in DCIS, che da solo rappresenta oltre il 20 per cento delle diagnosi. Proprio il DCIS pone una delle sfide più delicate della senologia, perché nella maggior parte dei casi resta indolente, ma in una parte delle pazienti può progredire verso un carcinoma invasivo, e oggi non disponiamo di strumenti in grado di distinguere con certezza i due possibili esiti. Capire i meccanismi che governano questa transizione è quindi fondamentale per calibrare le cure ed evitare un eccesso di trattamenti. È in questo contesto che si inserisce il nuovo studio di IFOM e della Statale di Milano.
Uno degli aspetti meno esplorati di questa transizione riguarda il movimento: non tanto la biologia molecolare della cellula, quanto il modo in cui essa si sposta nel tessuto. Alcune cellule tumorali non si muovono da sole, ma avanzano insieme, in modo coordinato, come uno stormo di uccelli o un banco di pesci.
L’idea, già al centro di un precedente studio degli stessi ricercatori, è già stata in parte dimostrata grazie ai risultati pubblicati nel 2023 sulla rivista Nature Materials e l’articolo aveva attirato grande attenzione da parte dei media nazionali. Oggi lo stesso filone di ricerca si è arricchito di un nuovo tassello: quel movimento collettivo, che permette alle cellule del tumore al seno di diventare più “fluide” e invasive, può anche renderle più riconoscibili da parte del sistema immunitario.
È quanto emerge dai dati pubblicati in un articolo sulla rivista Nature Communications, il cui titolo è “Mechano-metabolic feedback connects tissue fluidity to mitochondrial DNA–dependent immunity in breast cancer”. Lo studio è stato coordinato da Giorgio Scita, responsabile del laboratorio Meccanismi di migrazione delle cellule tumorali di IFOM ETS – The AIRC Institute of Molecular Oncology e docente del dipartmento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell’Università degli Studi di Milano, e l’articolo ha come primi autori Andrea Palamidessi, Emanuela Frittoli e Monica Corada, che hanno contribuito in modo paritario alla ricerca.
Il nuovo studio si è concentrato su un problema particolarmente rilevante. Il carcinoma duttale in situ, o DCIS, è una forma precoce di tumore al seno, in cui le cellule tumorali crescono ancora confinate e letteralmente costrette all’interno dei dotti della ghiandola mammaria, dove vanno incontro a forti stress meccanici. Il DCIS rappresenta oggi oltre il 20 per cento delle diagnosi di tumore al seno. Nella maggior parte dei casi rimane confinato e ha un comportamento indolente, ma in una quota significativa può evolvere verso forme invasive, capaci di superare la barriera del dotto e infiltrare i tessuti circostanti.
“Il carcinoma duttale in situ è una lesione precoce molto frequente: nella maggior parte dei casi rimane confinata, ma in una quota significativa può progredire verso un tumore invasivo”, spiega Giorgio Scita. “Il problema è che oggi non sappiamo prevedere con certezza quali lesioni seguiranno l’una o l’altra strada. I dati emersi nel nostro studio contribuiscono a chiarire che cosa accade quando un tessuto tumorale confinato acquisisce proprietà più fluide e invasive. Comprendere questo passaggio è fondamentale sia per identificare nuovi marcatori di rischio sia, in prospettiva, per evitare trattamenti non necessari alle pazienti che non ne avrebbero bisogno”.
Al centro del processo c’è la proteina RAB5A, già identificata dal gruppo di Scita come un regolatore della cosiddetta “fluidificazione” del tessuto tumorale. Quando RAB5A è più attiva, cellule che normalmente sarebbero bloccate in una massa compatta riacquistano mobilità e iniziano a muoversi in modo collettivo e coordinato. È come se il tumore passasse da uno stato più solido a uno più fluido, simile a un cubetto di ghiaccio che si scioglie e può espandersi.
Questa trasformazione, però, ha un costo. Per diventare più fluido e mobile, il tessuto tumorale va incontro a forti stress meccanici e metabolici. I ricercatori hanno scoperto che questo stress coinvolge i mitocondri, le centrali energetiche della cellula, alterandone forma e funzione. I mitocondri, danneggiati ma non completamente distrutti, rilasciano piccole quantità di DNA mitocondriale nel citoplasma, cioè in una zona della cellula in cui normalmente non dovrebbe trovarsi.
Per la cellula, questo DNA “fuori posto” è un segnale d’allarme. Viene riconosciuto da una via di difesa, chiamata cGAS-STING, uno dei sistemi con cui l’organismo intercetta segnali di danno o di infezione. L’attivazione di questa via genera una risposta infiammatoria che può richiamare il sistema immunitario contro il tumore.
“In altre parole, il tumore, mentre diventa più mobile e aggressivo, espone anche una propria vulnerabilità”, prosegue Scita. “La fluidificazione lo aiuta a invadere i tessuti, ma allo stesso tempo produce uno stress che può renderlo più visibile al sistema immunitario”.
Il risultato è particolarmente importante perché molti tumori al seno rispondono ancora poco all’immunoterapia. In oncologia si parla spesso di tumori “freddi”, poco riconoscibili dal sistema immunitario, e di tumori “caldi”, ossia più infiltrati da cellule immunitarie e quindi potenzialmente più sensibili ai farmaci immunoterapici. I risultati di questo studio suggeriscono che la fluidificazione indotta da RAB5A possa contribuire a “scaldare” il microambiente tumorale.
Nei sistemi preclinici analizzati in laboratorio dai ricercatori, i tumori con elevata attività di RAB5A crescono più lentamente quando il sistema immunitario è funzionante, mostrano una maggiore infiltrazione di cellule immunitarie e diventano più sensibili al trattamento con farmaci che agiscono sui “checkpoint” immunitari, una delle principali strategie dell’immunoterapia oncologica.
“È importante essere chiari: non siamo ancora di fronte a una nuova terapia pronta per le pazienti”, sottolinea Scita. “Ma abbiamo individuato un collegamento biologico finora poco compreso tra proprietà fisiche del tumore, metabolismo dei mitocondri e risposta immunitaria. Ciò apre nuove domande e nuove possibilità: capire se e come sfruttare questo meccanismo per rendere più efficaci le immunoterapie contro i tumori al seno”.
La ricerca aggiunge così un tassello importante a un percorso iniziato con lo studio del movimento collettivo delle cellule tumorali. Se nel precedente studio era stato mostrato che le cellule del tumore al seno possono muoversi come gruppi coordinati, i dati del nuovo studio chiariscono che questa trasformazione fisica non riguarda solo la capacità di invadere i tessuti, ma anche il modo in cui il tumore dialoga con il sistema immunitario.
“Il nostro obiettivo di lungo periodo è doppio” conclude Scita. “Da un lato vogliamo capire come il tumore sfrutta il movimento collettivo per diventare invasivo. Dall’altro vogliamo capire se proprio lo stress generato da questo movimento possa diventare un tallone d’Achille terapeutico o comunque fornire biomarcatori predittivi. Studiare il DCIS è particolarmente importante perché ci permette di osservare una fase precoce della malattia, quando il tumore non è ancora invasivo, ma può acquisire le caratteristiche che lo renderanno più aggressivo”.
Lo studio è stato condotto da IFOM con il sostegno di Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, del Consiglio europeo della ricerca (European Research Council, ERC) e del Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) con la collaborazione di Università degli Studi di Milano, UniCamillus – Saint Camillus International University of Health Sciences, Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Università di Palermo, Università di Padova, Memorial Sloan Kettering Cancer Center, Institute of Biotechnology della Czech Academy of Sciences, Erasmus MC, Università dell’Aquila, Griffith University, Charles University Prague e Consiglio Nazionale delle Ricerche.
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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“Sono veramente stordito. Sono sconcertato”. Sigfrido Ranucci fatica a trovare una spiegazione dopo l’inchiesta della Procura di Roma che individua in Valter Lavitola il presunto mandante dell’attentato compiuto davanti alla sua abitazione di Pomezia. Una vic…
Il conduttore di Rai3 ricorda che gli incontri con Lavitola sono sempre avvenuti pubblicamente. "Ci siamo sempre visti al ristorante, nulla di strano. Sono anni che mi muovo sempre e solo con la scorta".
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“Sono veramente stordito. Sono sconcertato”. Sigfrido Ranucci fatica a trovare una spiegazione dopo l’inchiesta della Procura di Roma che individua in Valter Lavitola il presunto mandante dell’attentato compiuto davanti alla sua abitazione di Pomezia. Una vicenda che – come riporta La Stampa – sorprende il giornalista di Report anche per il rapporto personale che, da anni, lo lega all’imprenditore e faccendiere. Una svolta che arriva a pochi giorni dagli arresti dei presunti esecutori dell’attentato a Pomezia che distrusse la macchina del giornalista. “Lavitola è un amico”, spiega Ranucci. “Ci sentiamo al telefono molto spesso, con chiamate e messaggi settimanali, se non giornalieri”. Un’amicizia della quale, sottolinea, non ha mai fatto mistero. “Nel 2023 Il Riformista pubblicò una foto che mi ritraeva a cena con lui e altre persone nel suo ristorante. Il senatore Maurizio Gasparri, in Commissione di Vigilanza Rai, mi chiese spiegazioni e io dissi con sincerità che tra noi c’era un rapporto di amicizia. Con me e, tengo a ribadirlo, con tanti altri giornalisti”.
Il conduttore di Rai3 ricorda che gli incontri con Lavitola sono sempre avvenuti pubblicamente. “Ci siamo sempre visti al ristorante, nulla di strano. Sono anni che mi muovo sempre e solo con la scorta”. Secondo gli investigatori, però, sarebbe stato proprio Lavitola a incaricare quattro uomini di origine campana di piazzare un ordigno davanti all’abitazione del giornalista. Un’accusa che lascia Ranucci incredulo. “Sono certo che non avrebbe mai voluto fare del male né a me né alla mia famiglia“.
L’ordigno, realizzato con gelatina da cava, secondo le valutazioni investigative avrebbe potuto provocare un’esplosione dagli effetti imprevedibili. Ma il giornalista non ritiene che il bersaglio fosse realmente lui e il gip non aveva riconosciuto il reato di strage perché era stato stabilito che l’ordigno, posizionato davanti alla ruota anteriore e con una carica bassa, non avrebbe potuto uccidere. “Credo che si sia trattato di un messaggio da inviare a qualcun altro attraverso di me. Probabilmente per far stare zitto qualcuno e impedire che mi arrivassero certe informazioni”.
Negli anni Lavitola è stato anche una fonte per alcune inchieste di Report, tra cui quella del 2019 sugli appalti dei Canadair e degli elicotteri antincendio. “Ci sentiamo spesso. Si è parlato di politica, degli attacchi che ho subito, mi ha chiesto consigli su alcuni progetti”, racconta ancora Ranucci, ribadendo la frequenza dei loro contatti. Nell’inchiesta che ha portato all’arresto dei quattro presunti esecutori materiali dell’attentato compare anche il riferimento a un presunto “favore”. Un’espressione sulla quale il giornalista sceglie l’ironia: “Di certo non un favore a me. Ho dovuto ricomprare due auto, ho l’esercito davanti a casa. E sicuramente non avevo bisogno di visibilità, anzi“.
In un video Ranucci spiega: “È una notizia che mi ha lasciato un senso di stordimento, con Valter abbiamo avuto un rapporto d’amicizia dopo che è stato oggetto di nostre inchieste, è stata anche una fonte importante per alcune inchieste di Report, sono convinto, finché non vedo ovviamente le prove, della sua innocenza. Tuttavia sono convinto che anche se dovessero emergere delle responsabilità, non avrebbe mai fatto del male a me e alla mia famiglia“. Il giornalista ribadisce anche: “Mi affido completamente alle indagini della procura di Roma che ha svolto con il nucleo dei Carabinieri di via In Selci, un nucleo investigativo, un’inchiesta molto rigorosa, anche dal punto di vista etico. Vedremo quali sono gli sviluppi”. “Valter – sottolinea ancora il conduttore di Report – ha avuto sempre rapporti con i giornalisti, non dimentichiamocelo, è stato prima di tutto il direttore dell’Avanti e ha mantenuto rapporti con me e giornalisti anche molto più autorevoli di me, quindi vediamo dove porteranno queste indagini”.