Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
Q5Le date sono chiaramente indicate?5
Q6Il contenuto è bilanciato e imparziale?4
Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
Q8Vengono discusse le aree di incertezza?1
💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?1
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
Q15Viene supportata la decisione condivisa medico-paziente?1
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Criteri Critici
A sei anni esatti dalla scoperta in Italia del primo paziente colpito dalla pandemia di Covid il 21 febbraio del 2020 e a quasi tre anni dalla dichiarazione di fine...
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A sei anni esatti dalla scoperta in Italia del primo paziente colpito dalla pandemia di Covid il 21 febbraio del 2020 e a quasi tre anni dalla dichiarazione di fine emergenza dell'Oms nel maggio del 2023 la promessa dell'Italia di farsi trovare pronta di fronte a una nuova emergenza sanitaria non è stata ancora mantenuta. I due strumenti principali per arginare lo tsunami di una nuova pandemia - il nuovo piano pandemico e il potenziamento delle terapie intensive con almeno quasi 6mila nuovi letti aggiuntivi, quelli che si cercavano disperatamente nei mesi più duri del Covid per curare i pazienti più gravi - sono ampiamente in ritardo: innanzitutto manca all'appello il piano pandemico 2025-2029 annunciato da tempo dal ministero della Salute guidato dal ministro Orazio Schillaci a cui spetta il compito di disegnare l'architettura degli interventi e delle contromisure da adottare in caso di una nuova emergenza sanitaria.
Il piano è al centro di un lungo rimpallo tra ministero e Regioni in cui si è inserito anche il ministero dell'Economia: l'ultima bozza del piano - un documento di oltre 300 pagine - risale all'estate scorsa a cui si è aggiunta anche una lettera lo scorso gennaio della Ragioneria generale dello stato che fa le pulci alle coperture economiche delle misure previste che non sono state ben studiate. Il piano è infatti finanziato con risorse importanti dalla manovra di bilancio dell'anno scorso che ha già stanziato 50 milioni per il 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni annui a decorrere dal 2027. Le Regioni che spingono per approvare al più presto il piano sottolineano tra l'altro come la mancata approvazione ha determinato “un vuoto normativo con conseguente incertezza per la pianificazione e attuazione delle misure in modo uniforme sul territorio nazionale”.
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Fin qui le strategie - quelle che non erano state colpevolmente aggiornate alla vigilia della pandemia nel 2019 - perché forse è ancora più grave il ritardo che riguarda il potenziamento delle terapie intensive che era stato deciso la prima volta addirittura nel maggio del 2020 con il decreto rilancio che aveva programmato la realizzazione in poco tempo - l'ambizione era nel giro di meno di un anno - di 7656 letti in più di terapia intensiva e sub-intensiva con 1,1 miliardi stanziati. Da lì, di ritardo in ritardo, il piano è confluito negli obiettivi del Pnrr con l'asticella che si è abbassata a 5922 posti letto complessivi in più come target minimo (2 692 di terapia intensiva e 3 230 di semi-intensiva) da completare entro giugno di quest'anno. Una scadenza vicinissima che mettere a rischio il raggiungimento del target visto che secondo gli ultimi dati anticipati dal Sole 24 ore che risalgono al 9 febbraio scorso ne erano stati completati 4227 in tutto, cioè 1695 in meno (853 in terapia intensiva e 842 in semi intensiva). Con alcune Regioni in grave ritardo e altre ancora a zero letti in più come Basilicata, Bolzano, Molise e Valle d'Aosta. Un grave ritardo certificato anche dal ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione, Tommaso Foti: “Se vi era un altro obiettivo che doveva essere immediatamente raggiunto è quello relativo ai posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva. Su questo non si può transigere: è un dato che ci qualifica davanti alla Commissione europea e in Europa come responsabili o meno, avendo avuto l'Italia il numero maggiore di vittime da Covid”. C'è poi il problema del personale sanitario per farli lavorare questi nuovi reparti di terapia intensiva: “Ad oggi, come in sintonia con la Siaarti prevedevamo già a fine 2021, gli anestesisti rianimatori indispensabili per gestirli sono appena sufficienti. Quelli previsti dal Pnrr saranno gestibili solo assumendo progressivamente nuovo personale, il che consentirebbe di affrontare meglio eventuali future emergenze; oggi siamo senz'altro in condizioni migliori di quelle del 2020”, avverte Alessandro Vergallo Presidente di Aaroi-Emac.
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Le cause di questo male non sono ancora del tutto chiare ma una nuova ricerca accende i riflettori su un possibile fattore chiave: cibi ultraprocessati.Le diagnosi di tumore del colon-retto sotto i 50 anni sono in aumento nei Paesi più ricchi, e la scienza fa…
Le diagnosi di tumore del colon-retto sotto i 50 anni sono in aumento nei Paesi più ricchi, e la scienza fatica a spiegarne il perché. Uno studio condotto da Harvard e Mass General Brigham punta ora il dito su un sospettato preciso: gli alimenti ultraprocessati, già nemici giurati del nostro cervello.
La ricerca, pubblicata su JAMA Oncology, ha esaminato dieta e risultati endoscopici di quasi 30.000 donne nell'arco di 24 anni.
Il dato più rilevante riguarda chi consumava circa dieci porzioni al giorno di cibi ultraprocessati (tra snack confezionati, bevande zuccherate e piatti industriali) che mostrava un rischio superiore del 45% di sviluppare adenomi, polipi considerati tra i principali precursori del tumore del colon-retto a esordio precoce, rispetto a chi ne assumeva circa tre porzioni.
Un aspetto particolarmente significativo è l'andamento del rischio: non esiste una soglia minima oltre la quale scatta il pericolo. L'incremento è progressivo, il che significa che anche un consumo moderato ma costante può incidere nel tempo.
I dati citati poc'anzi provengono dal Nurses' Health Study II, uno studio che ha coinvolto infermiere nate tra il 1947 e il 1964. I questionari alimentari, compilati ogni quattro anni e validati scientificamente, hanno permesso di tracciare con precisione le abitudini nutrizionali nel lungo periodo.
Tra le 2.787 lesioni individuate, l'associazione con gli ultraprocessati riguardava esclusivamente gli adenomi convenzionali, un tipo di precursore a crescita più lenta e meno legato ai tumori giovanili. Questo dettaglio suggerisce che il cibo industriale possa attivare meccanismi biologici specifici.
Il legame, inoltre, resiste anche quando si considerano altri fattori di rischio noti come obesità, diabete di tipo 2 e scarso apporto di fibre.
I cibi ultraprocessati sembrano dunque giocare un ruolo indipendente, legato probabilmente alla combinazione di zuccheri semplici, grassi saturi, additivi e alla sostituzione sistematica di alimenti ricchi di fibre e micronutrienti.
Gli autori precisano che non si tratta dell'unica causa possibile al tumore al colon-retto. Tuttavia, considerando quanto questi prodotti siano radicati nelle abitudini quotidiane (un po' per comodità, prezzo e anche per disponibilità a costo basso) il loro impatto merita più attenzione, visto anche l'impatto sulla salute simile all'uso del tabacco.
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