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Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?5
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO3
Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
Q13Viene discusso l'impatto sulla qualità della vita?3
Q14Viene chiarito che ci possono essere più scelte?1
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Tumore del colon-retto: 5 strategie per ridurre il rischio e l’importanza dello screening Okmedicina
Epidemiologia, prevenzione primaria e programmi nazionali:
tutto ciò che ogni cittadino dovrebbe sapere
Il peso epidemiologico del tumore del colon-retto in Italia
Il tumore del colon-retto (CRC) rappresenta una delle neoplasie più frequenti e più letali nel nostro Paese. Secondo i dati riportati ne I Numeri del Cancro in Italia 2025, nel 2024 sono state stimate circa 48.706 nuove diagnosi (27.473 uomini e 21.233 donne), confermando il CRC come terza neoplasia negli uomini e seconda nelle donne. In termini di mortalità, il colon-retto si colloca al secondo posto: nel 2022 erano attribuibili a questa patologia circa 24.200 decessi. La sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è pari al 65–66%, ma sale al 92% circa quando il tumore viene diagnosticato in stadio precoce.
A livello globale, nel 2020 si sono registrati oltre 1,9 milioni di nuovi casi e quasi 900.000 decessi per CRC (Globocan 2020). Dati recenti pubblicati su The Lancet Oncology (gennaio 2025) segnalano un aumento preoccupante dell’incidenza nelle fasce di età più giovani (early-onset CRC, EOCRC), con incrementi documentati in 27 Paesi su 50, comprese aree dell’America Latina, dell’Asia e dell’Europa orientale. Le persone nate tra il 1981 e il 1996 presenterebbero un rischio doppio rispetto a quelle nate nel 1950.
È fondamentale ricordare, tuttavia, che il CRC è tra le neoplasie più prevenibili: si stima che circa il 90% dei casi possa essere prevenuto o trattato con successo grazie alla combinazione di stili di vita sani e screening sistematico.
5 strategie per ridurre il rischio di tumore del colon-retto
Le evidenze scientifiche accumulate negli ultimi decenni identificano chiaramente i principali fattori di rischio modificabili e le strategie di prevenzione primaria efficaci. Le principali linee guida internazionali — tra cui quelle del World Cancer Research Fund/American Institute for Cancer Research (WCRF/AICR) e dell’American Cancer Society (ACS) — convergono su cinque aree chiave.
Adottare un’alimentazione sana e bilanciata
La dieta è il fattore modificabile più studiato nella genesi del CRC. Le evidenze classificate come “convincenti” dal WCRF indicano:
fattore di rischio certo. Un consumo elevato di carni rosse (manzo, maiale, agnello) è considerato causa probabile di CRC; le carni lavorate (insaccati, salsicce, wurstel) sono classificate come causa convincente. Ogni 100 g/giorno di carne rossa aggiuntiva corrisponde a un incremento del rischio di circa il 17%.
l’apporto di fibre da cereali integrali, legumi, frutta e verdura è associato a una riduzione significativa del rischio, attraverso la riduzione del tempo di transito intestinale, la produzione di acidi grassi a catena corta (butirrato) e la modulazione del microbioma.
un’analisi sistematica pubblicata sull’American Journal of Clinical Nutrition (Chu et al., 2025) ha confermato che i pattern dietetici di tipo mediterraneo, nordico e DASH sono associati a una riduzione del rischio di CRC rispetto ai pattern occidentali, ricchi di alimenti trasformati, grassi saturi e zuccheri semplici.
il consumo eccessivo di alcol costituisce un fattore di rischio indipendente e dose-dipendente. Limitarne l’uso o evitarlo del tutto riduce concretamente il rischio.
alcuni studi suggeriscono un effetto protettivo del calcio alimentare, probabilmente attraverso la riduzione della proliferazione cellulare della mucosa colica.
Mantenere un peso corporeo sano ed essere fisicamente attivi
L’eccesso ponderale — sia il sovrappeso che l’obesità — è una causa “convincente” di CRC secondo il WCRF, con un’associazione più forte negli uomini che nelle donne. I meccanismi includono l’ipersecrezione di insulina e IGF-1, l’infiammazione cronica di basso grado, le alterazioni del microbioma e gli squilibri ormonali.
L’attività fisica, di converso, esercita un effetto protettivo indipendente dal peso corporeo, con una riduzione del rischio di incidenza stimata tra il 30% e il 50% negli individui più attivi rispetto ai sedentari. Anche livelli moderati di attività fisica occupazionale, domestica, ricreativa o sportiva sono efficaci. Lo stile di vita sedentario, anche in assenza di obesità, si associa a valori elevati di glicemia e insulino-resistenza, promuovendo la carcinogenesi colorettale.
Non fumare e ridurre al minimo l’esposizione al fumo
Il fumo di sigaretta è un fattore di rischio accertato per il CRC: fumatori attuali ed ex-fumatori presentano un’incidenza maggiore rispettivamente del 17–25% rispetto ai non fumatori. I carcinogeni inalati (idrocarburi policiclici aromatici, amine eterocicliche, nitrosamine, benzene) inducono mutazioni nelle cellule della mucosa colorettale, accelerando la sequenza adenoma-carcinoma. Il rischio di mortalità aumenta del 15% nei fumatori ex e del 40% nei fumatori attuali, con un effetto dose-risposta per numero di pacchetti/anno. Smettere di fumare, anche in età adulta, riduce progressivamente il rischio.
Limitare il consumo di alcol
Un’analisi pubblicata su Frontiers in Oncology (Deng et al., 2025) — basata sui dati del Global Burden of Disease 1990–2021 — ha quantificato il contributo di alcol, fumo e obesità al burden globale di CRC, confermando l’alcol come terzo fattore di rischio modificabile in termini di DALYs attribuibili. Il meccanismo include la produzione di acetaldeide (metabolita carcinogeno), lo stress ossidativo, il danno al DNA e l’alterazione dell’assorbimento di folati. Le linee guida attuali raccomandano di non superare i limiti “a basso rischio” (non più di 1 unità alcolica al giorno per le donne, 2 per gli uomini) e, preferibilmente, di evitare del tutto il consumo.
Conoscere la propria storia familiare e monitorare i sintomi
Circa il 20–30% dei casi di CRC presenta una componente familiare, e il 5–10% è riconducibile a sindromi ereditarie ben definite: la Poliposi Adenomatosa Familiare (FAP) e la Sindrome di Lynch (HNPCC) sono le più frequenti. Avere un familiare di primo grado con diagnosi di CRC raddoppia il rischio individuale.
Una vigilanza attiva sui sintomi d’allarme è altrettanto fondamentale: sangue nelle feci (macroscopico o occulto), alterazioni persistenti delle abitudini intestinali (stitichezza, diarrea o alternanza), dolori addominali ricorrenti, anemia sideropenica non altrimenti spiegata, calo ponderale involontario. La presenza di uno o più di questi sintomi deve indurre a consultare il medico di medicina generale senza indugio, indipendentemente dall’età.
Lo screening del colon-retto: strumento chiave di prevenzione secondaria
Lo screening oncologico rappresenta il più efficace strumento di prevenzione secondaria disponibile per il CRC. I polipi adenomatosi — precursori del carcinoma — impiegano mediamente 10–15 anni per progredire verso la malignità: questa finestra temporale rende lo screening particolarmente efficace nell’intercettare la lesione prima della sua trasformazione.
Il programma nazionale in Italia
Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano offre gratuitamente lo screening per il CRC, invitando attivamente — tramite lettera — tutte le persone tra i 50 e i 74 anni. Il test di primo livello è il Test del Sangue Occulto nelle Feci (SOF), con metodica immunochimica (FIT – Fecal Immunochemical Test), da eseguire ogni 2 anni.
semplice e domiciliare, il SOF consiste nella raccolta di un piccolo campione fecale con la spatolina del kit fornito dalla farmacia o dalla ASL, da conservare in frigorifero e riconsegnare entro 24–72 ore.
risposta spedita a domicilio; nuovo invito dopo 2 anni.
il centro screening contatta il paziente per pianificare una colonscopia di approfondimento, gratuita e disponibile anche in sedazione consapevole.
in caso di riscontro di polipi, la colonscopia consente la rimozione nella stessa seduta, eliminando la lesione precancerosa prima che evolva.
Secondo i dati dell’Emilia-Romagna, la partecipazione allo screening riduce la mortalità per CRC del 65% negli uomini e del 54% nelle donne. A livello nazionale, uno screening a copertura dell’80% della popolazione eleggibile potrebbe ridurre le nuove diagnosi del 22% e i decessi del 33% entro il 2030 (CDC, 2025).
Dal 2025 diverse Regioni italiane (tra cui Emilia-Romagna) hanno esteso l’invito attivo fino ai 74 anni, in anticipo sull’obiettivo previsto dal Piano Oncologico Nazionale 2023–2027. Le proiezioni indicano una copertura quasi completa entro il 2026.
I test disponibili: un panorama in evoluzione
Accanto al FIT, il panorama degli strumenti di screening si è ampliato:
test di riferimento (gold standard) per la visualizzazione diretta della mucosa, con possibilità di biopsia e polipectomia. Raccomandata ogni 10 anni in soggetti a rischio medio, o ogni 5 anni in caso di familiarità.
metodica non invasiva ad alta sensibilità per polipi > 6 mm, senza necessità di sedazione.
esame del sigma e retto, adottato da alcune Regioni come screening una tantum tra i 58–60 anni.
analizza marcatori del DNA tumorale nelle feci; negli USA il test multitarget sDNA-FIT (Cologuard) è approvato ogni 1–3 anni.
lo Shield test (approvato dalla FDA nel luglio 2024) ha dimostrato una sensibilità >80% per il CRC e >90% di specificità, aprendo la strada ai test ematici come futura modalità di screening di massa.
Chi è a rischio elevato: screening anticipato
In presenza di familiarità di primo grado con diagnosi prima dei 60 anni, o di sindromi ereditarie (Lynch, FAP), lo screening va anticipato a 40–45 anni con colonscopia diretta, indipendentemente dall’età. Anche pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) richiedono sorveglianza endoscopica personalizzata.
Commento editoriale
Il tumore del colon-retto è, per definizione, una malattia prevenibile. Ciò che colpisce, a fronte di questa certezza, è la persistente sottoutilizzazione degli strumenti che abbiamo a disposizione: in Italia, l’adesione media allo screening rimane ben al di sotto degli obiettivi di copertura, con marcate disparità geografiche tra Nord e Sud. La lettera della Azienda Sanitaria arriva, spesso finisce sul tavolo, e rimane lì.
Come medico internista, mi trovo di fronte a diagnosi tardive che avrebbero potuto essere intercettate anni prima. La sequenza polipo-adenoma-carcinoma ci regala un tempo prezioso per intervenire — ma solo se lo screening viene davvero eseguito. Il FIT è gratuito, non richiede preparazione intestinale, non è invasivo e si fa a casa. Non esistono scuse reali per non farlo.
Le cinque strategie illustrate in questo post — alimentazione, peso e attività fisica, non fumo, moderazione alcolica, consapevolezza familiare — non sono ricette miracolose, ma abitudini consolidate, supportate da decenni di evidenza epidemiologica convergente. La loro adozione combinata riduce concretamente e significativamente il rischio. In parallelo, partecipare allo screening quando si viene invitati — o richiederlo attivamente alla propria ASL se non si è ancora ricevuto l’invito — rappresenta un atto di responsabilità individuale dal quale dipendono anni di vita.
Il messaggio è semplice: non aspettate di avere sintomi. Agite prima.
Q4Le fonti sono chiaramente identificate? 🔴 CRITICO3
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Luce e tecnologia contro i tumori: nasce la sonda intelligente che cura e controlla la terapia in tempo reale Qui Salute Magazine
Una nuova sonda multifunzionale a fibra ottica pensata per il trattamento dei tumori solidi direttamente all’interno dell’organismo: questo è il risultato di un importante progetto di ricerca nato dalla collaborazione tra Italia e Cina. L’Italia ha partecipato al Consiglio Nazionale delle Ricerche attraverso l’Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara”, mentre il risultato scientifico è stato pubblicato sulla rivista Light: Science & Applications.
In che cosa consiste la nuova tecnologia
La nuova tecnologia rappresenta un passo avanti nel campo delle terapie oncologiche minimamente invasive. Si tratta di una speciale sonda “teranostica”, capace cioè di unire diagnosi e trattamento in un unico dispositivo. Il progetto è stato realizzato insieme a diversi centri di ricerca della Jinan University.
Il funzionamento della sonda si basa su una singola fibra ottica integrata con particolari agenti fototermici. Grazie a questa combinazione, il dispositivo riesce non solo a colpire il tumore, ma anche a monitorare in tempo reale l’efficacia della terapia.
Le parole del coordinatore italiano dello studio
“La vera innovazione è stata riuscire a concentrare più funzioni in un solo sistema fotonico sfruttando differenti lunghezze d’onda della luce”, spiega Francesco Chiavaioli, coordinatore italiano dello studio.
Nel dettaglio, la sonda riesce inizialmente a individuare i margini del tumore attraverso le variazioni del pH presenti nell’area tumorale. Successivamente, durante il trattamento, converte la luce in calore grazie all’azione fototermica, andando così a distruggere le cellule cancerose. Allo stesso tempo monitora la temperatura, permettendo un controllo preciso della terapia. Infine, nella fase successiva al trattamento, valuta rapidamente i risultati osservando in tempo reale i cambiamenti del microambiente tumorale.
Tumori, la nuova tecnologia può superare alcuni limiti attuali
Uno degli aspetti più rilevanti di questa tecnologia riguarda la possibilità di superare alcuni limiti delle attuali terapie fototermiche, come la scarsa penetrazione della luce nei tessuti profondi o la tossicità legata ad alcuni nanomateriali. Inoltre, la sonda potrebbe ridurre drasticamente il ricorso a procedure invasive ripetute e offrire finalmente un feedback immediato sull’efficacia della cura.
I test effettuati su modelli animali hanno mostrato risultati molto promettenti, evidenziando sia un’elevata efficacia terapeutica sia un’ottima biocompatibilità del dispositivo.
La ricerca apre ora nuove prospettive nel campo delle piattaforme teranostiche basate su fibre ottiche, con possibili sviluppi futuri sia nella pratica clinica sia nello studio di nuovi approcci terapeutici contro il cancro.
📊Matrice DISCERN - Criteri di Qualità⚠ CRITERI CRITICI FALLITI
📋 Sezione 1: Affidabilità della Pubblicazione
Q1Gli obiettivi della pubblicazione sono chiari?2
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Sanita': al Gemelli un videogioco per bambini che affrontano la radioterapia -2- Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 10 mag - 'RTTraining Game rappresenta un passo importante verso una medicina sempre piu' centrata sul paziente e supportata da tecnologie innovative - ha dichiarato la professoressa Maria Antonietta Gambacorta -. Integrare strumenti digitali, come un videogioco, nella pratica clinica significa migliorare concretamente l'esperienza terapeutica e i risultati di cura'. La diagnosi oncologica in eta' pediatrica rappresenta una condizione ad alto impatto psicologico per bambini, adolescenti e famiglie. In particolare, la radioterapia, pur non essendo invasiva dal punto di vista chirurgico o farmacologico, richiede una forte collaborazione da parte del paziente: e' necessario comprendere e tollerare tempi e procedure, restare immobili e affrontare la separazione dai genitori durante il trattamento, poiche' nelle sale di irradiazione non puo' essere presente nessun accompagnatore.
Dif.
Gli ultimi video Radiocor
(RADIOCOR) 10-05-26 14:42:25 (0291)SAN 5 NNNN
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Sanita': al Gemelli un videogioco per bambini che affrontano la radioterapia Il Sole 24 ORE
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Roma, 10 mag - Si chiama Radiotherapy Training Game l'innovativa applicazione digitale dedicata alla preparazione e al supporto dei pazienti pediatrici sottoposti a radioterapia del Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs. L'App e' stata inaugurata presso il Gemelli ART (Advanced Radiation Therapy) con Maria Teresa Venturini Fendi, presidente della Fondazione Carla Fendi che ha sostenuto il progetto, e da Maria Antonietta Gambacorta, direttore del Dipartimento di Diagnostica per Immagini e Radioterapia Oncologica del Gemelli. 'Il progetto nasce all'interno dell'esperienza clinica del Gemelli ART - spiega una nota - dove un'equipe multidisciplinare ha sviluppato interventi psicologici mirati e progetti innovativi che hanno migliorato significativamente la compliance terapeutica e ridotto il ricorso alla sedazione nei piccoli pazienti'.
Dif.
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(RADIOCOR) 10-05-26 14:42:00 (0289)SAN 5 NNNN
“Oltre 600 casi l'anno: il tumore al seno è la neoplasia più frequente tra le donne in Trentino. Se preso in tempo, è sempre più curabile: per questo bisogna parlarne” - il Dolomiti
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“Oltre 600 casi l'anno: il tumore al seno è la neoplasia più frequente tra le donne in Trentino. Se preso in tempo, è sempre più curabile: per questo bisogna parlarne” il Dolomiti
“Oltre 600 casi l'anno: il tumore al seno è la neoplasia più frequente tra le donne in Trentino. Se preso in tempo, è sempre più curabile: per questo bisogna parlarne”
Il tema è stato discusso approfonditamente nel corso dell'evento regionale “Tumore al seno: perché parlarne può salvare la vita?” promosso da Salute Donna e Salute Uomo a Trento. “Oggi – dicono gli esperti – grazie alla diagnosi precoce e ai progressi della ricerca, il tumore al seno in fase iniziale è sempre più curabile”
TRENTO. Sono oltre 600 i nuovi casi di tumore al seno che ogni anno si registrano nella Provincia di Trento, facendone la neoplasia più frequente tra le donne sul territorio trentino. A riportarlo sono gli esperti di Salute Donna e Salute Uomo, dopo l'evento regionale “Tumore al seno: perché parlarne può salvare la vita?” svoltosi a Trento negli scorsi giorni. L'iniziativa – che ha ricevuto il contributo non condizionato di Novartis e il patrocinio della Pat e della presidenza del Consiglio regionale – è stata occasione di incontro tra clinici, associazioni dei pazienti e rappresentanti delle principali cariche istituzionali nazionali, regionali e locali, che si sono confrontati su questa neoplasia considerata priorità di salute pubblica – e che necessita di risposte coordinate sul territorio.
“Oggi – dicono gli esperti – grazie alla diagnosi precoce e ai progressi della ricerca scientifica, il tumore al seno in fase iniziale è sempre più curabile; tuttavia, il rischio di recidiva esiste, anche a distanza di molti anni e rimane una sfida clinica importante: una donna su 5 può andare incontro a una ripresa di malattia nei primi 10 anni”. La prevalenza della neoplasia in Trentino si attesta sulle 5.000 donne, che convivono con una diagnosi di tumore mammario pregressa o attuale: “I dati – è stato riportato nel corso dell'incontro – sono abbastanza in linea con la media nazionale, sebbene si registri una lieve crescita della patologia; il 40% delle nuove diagnosi arriva dallo screening mammografico, che è stato esteso alle fasce d'età sopra i 70 anni e sotto i 50 (49), che ha portato ad un graduale aumento dei nuovi casi”.
“Parlare di tumore al seno oggi – spiega Anna Maria Mancuso, presidente di Salute Donna Odv – significa migliorare le scelte di domani; è questo l'obiettivo che ci poniamo come associazione dei pazienti e che ci ha convinto a promuovere un evento su questa patologia nella Provincia autonoma di Trento. Ringrazio in particolare l'onorevole Vanessa Cattoi, i rappresentanti delle istituzioni comunali e regionali, la sezione di Ala di Salute Donna e tutti coloro che hanno partecipato con i loro preziosi contributi all'evento. Il tumore al seno è la neoplasia più diffusa tra le donne e ai primi posti in Italia come numero di nuove diagnosi l'anno, la prevenzione è lo strumento fondamentale che abbiamo nella lotta a questa neoplasia, anche se la ricerca ha compiuto progressi enormi rendendo il tumore al seno attualmente curabile se preso in tempo. Tuttavia, la prevenzione inizia dall'informazione e dalla conoscenza: per questo è necessario continuare a porre il tumore al seno al centro del dibattito scientifico e istituzionale, tenendo sempre alta l'attenzione dell'opinione pubblica su questa patologia di enorme portata socio-sanitaria ed economica”.
“Siamo veramente orgogliosi – aggiunge Tiziana Sega, responsabile della sezione Salute Donna Odv di Ala – di essere stati coinvolti nella promozione e organizzazione di questo evento regionale che, oltre ad esser stato accolto positivamente dalla popolazione, ci fa onore perché ha focalizzato il dibattito su ruolo e il valore della prevenzione. La sezione nasce da un'esperienza di malattia vissuta e condivisa tra volontarie, trasformata in impegno concreto per sostenere altre persone e le loro famiglie. Il nostro obiettivo è semplice: far sentire ogni persona con tumore al seno meno sola”.
Nonostante i passi avanti, spiegano gli esperti, rimane aperta oggi un'importante sfida clinica: il rischio di recidiva che, come anticipato, esiste anche a distanza di molti anni: “Studi di popolazione indicano che, nel complesso, circa 1 donna su 5 può andare incontro a una ripresa di malattia nei primi 10 anni dalla diagnosi e il rischio può persistere anche a distanza di decenni e, quando la malattia ritorna, spesso lo fa in forma metastatica, che rappresenta la principale causa di mortalità. Il tumore al seno è una patologia complessa, da qui la necessità di una presa in carico multidisciplinare e di un dialogo aperto, continuo e costruttivo con il medico curante in modo da orientare le scelte terapeutiche in base al rischio e personalizzare il più possibile gli interventi, valutando i benefici clinici, la tolleranza e le esigenze di ciascuna paziente”.
Su questo fronte, a Trento già nel 2018 è nata la 'Breast Unit', seguita l'anno successivo, dall'Unità di chirurgia senologica. “Fare gioco di squadra è fondamentale – spiega Antonella Ferro, dirigente medico e coordinatrice della Rete clinica senologica-Breast Unit all'ospedale Santa Chiara di Trento – nel nostro centro le pazienti sono prese in carico con un primo consulto pre-operatorio effettuato ogni lunedì pomeriggio, con un numero medio di 12-13 pazienti a settimana. Il team è multidisciplinare e multiprofessionale, costituito da senologi, chirurghi senologi, oncologi, radiologi, infermieri case manager, fisioterapisti, psicologi e biologi, cui on demand si aggiungono radioterapisti e anatomo patologi. Il rischio di recidiva è un aspetto cruciale perché persiste anche a distanza di molti anni, specie per alcune tipologie di tumori. Per questo, la terapia adiuvante con i nuovi farmaci riveste un ruolo fondamentale in quanto consente di ridurre in modo significativo la ripresa di malattia. Il nostro Centro partecipa attivamente a numerosi studi clinici nazionali e internazionali, questo consente alle nostre pazienti di accedere a percorsi terapeutici innovativi e a trattamenti di ultima generazione, contribuendo al progresso della ricerca clinica e a migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita”.
Gli esperti hanno comunque ricordato come il rischio di recidiva non sia uguale per tutte le pazienti, ma dipenda da diversi fattori (caratteristiche biologiche del tumore, dimensioni, coinvolgimento dei linfonodi eccetera): “Per questo identificare il profilo di rischio della paziente è fondamentale per orientare le scelte terapeutiche. Attualmente il dibattito è focalizzato sulla necessità di garantire che tutte le pazienti che possono beneficiare delle terapie innovative abbiano un accesso appropriato”.
Caratteristica peculiare della Rete clinica senologica-Breast Unit di Trento è proprio l'impegno speso nella comunicazione medico-paziente, componente fondamentale e delicata del percorso di cura alla quale i professionisti dedicano massima attenzione: “La comunicazione nella Breast Unit – spiegano i responsabili – non è solo strumento di informazione, ma un vero e proprio momento di cura in cui si favorisce uno spazio aperto al dialogo e alle domande, perché la conoscenza e la consapevolezza rappresentano strumenti potenti per affrontare la paura e superarla. Tutto ciò consente ai clinici di adattare e rimodulare i percorsi di cura in modo più aderente alla persona”.
“La diagnosi di tumore al seno – dice Norma Stefenelli, dirigente medico e responsabile Unità operativa di chirurgia plastica e senologica al Santa Chiara – è un momento molto particolare: è cruciale stabilire subito un dialogo e un rapporto empatico con la paziente e i famigliari, rapporto che deve essere presente lungo tutto il percorso di cura e deve consentire alla paziente di affidarsi completamente al team clinico. Attraverso il processo comunicativo le pazienti vengono introdotte alle terapie e anche all'aspetto genetico della malattia. Il clinico deve saper mantenere il suo ruolo di guida e curante, però deve anche tener presente che davanti a lui c’è una donna, con il suo vissuto, con le sue problematiche, con le sue preoccupazioni, una persona che deve affrontare un momento estremamente difficile della sua vita: la diagnosi di tumore e la cura, che in molti casi può durare anni. Nel 2025 sono state trattate con la chirurgia 561 donne, l’Unità Operativa di chirurgia senologia si avvale di 4 chirurghi dedicati, nella maggioranza dei casi il trattamento chirurgico è di tipo conservativo. Riguardo ai tassi di sopravvivenza a 5 anni, da noi sono superiori al 90%”.
Molte le autorità presenti all'incontro, tra le quali la deputata Vanessa Cattoi – coordinatrice intergruppo parlamentare 'Insieme per un impegno contro il cancro' alla Camera. “Parlare di tumore al seno – ha detto – può davvero cambiare la vita di migliaia di donne, la corretta informazione è il primo passo verso la prevenzione perché una diagnosi precoce aumenta in modo significativo le possibilità di cura”.”La sfida è chiara – ha aggiunto il presidente della Provincia Maurizio Fugatti – costruire un sistema capace non solo di curare, ma di prendersi cura, vicino alle persone, equo, accessibile, che valorizzi le competenze e rafforzi la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti. È su questa direzione che, come amministratori, continuiamo ad investire con convinzione”. Per il presidente del Consiglio regionale Roberto Paccher, infatti: “La prevenzione non è solo una scelta individuale, ma un impegno civile che le istituzioni hanno il dovere di sostenere e promuovere”.
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Leucemia Linfatica Cronica: approvato in Italia un nuovo farmaco intelligente infinitynews.it
La lotta contro la Leucemia Linfatica Cronica (LLC), la forma di leucemia più frequente nel mondo occidentale, segna oggi un traguardo fondamentale nel nostro Paese. È finalmente disponibile e rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale un nuovo farmaco “intelligente” di ultima generazione. Questa approvazione rappresenta una speranza concreta per migliaia di pazienti, poiché consolida il passaggio definitivo da un approccio basato sulla chemioterapia tradizionale a trattamenti mirati e personalizzati, capaci di colpire selettivamente le cellule tumorali risparmiando quelle sane.
Cos’è la Leucemia Linfatica Cronica
La LLC è un tumore del sangue caratterizzato dall’accumulo di linfociti B nel midollo osseo, nel sangue e negli organi linfatici. A differenza delle forme acute, ha spesso un decorso lento, ma la sua gestione richiede strategie che possano garantire una qualità della vita elevata per periodi molto lunghi. Il nuovo farmaco agisce come un inibitore selettivo, bloccando le proteine specifiche che permettono alle cellule leucemiche di sopravvivere e moltiplicarsi, interrompendo così la progressione della malattia alla radice.
Il meccanismo d’azione: colpire la “centrale energetica”
Il cuore della novità risiede nella capacità della molecola di inibire la proteina BTK (Tirosina chinasi di Bruton) o, a seconda della specifica approvazione, di bloccare la proteina BCL-2. Questi meccanismi agiscono come interruttori molecolari: una volta “spenti”, le cellule tumorali perdono i loro segnali di crescita e vanno incontro a morte naturale (apoptosi). Essendo una terapia mirata, il farmaco non aggredisce indiscriminatamente tutte le cellule in divisione (come fa la chemio), riducendo drasticamente gli effetti collaterali sistemici e la tossicità per l’organismo.
Addio alla chemioterapia tradizionale
Per decenni, la chemio-immunoterapia è stata lo standard di cura, portando con sé stanchezza cronica, rischio di infezioni gravi e danni agli organi. L’introduzione di questa nuova opzione terapeutica in Italia permette di trattare la LLC con regimi chemo-free. Questo significa che i pazienti, spesso anziani o con altre patologie concomitanti, possono ricevere una cura potente senza subire l’impatto devastante dei vecchi trattamenti, migliorando non solo l’aspettativa di vita, ma anche la sua qualità quotidiana.
La somministrazione: efficacia e comodità
Uno dei vantaggi più apprezzati dai clinici e dai pazienti riguarda la modalità di somministrazione. Molte di queste nuove terapie sono orali, sotto forma di compresse da assumere comodamente a casa, o prevedono infusioni meno frequenti e meglio tollerate. Questo riduce la necessità di lunghi soggiorni in ospedale e permette al paziente di mantenere la propria routine lavorativa e sociale, trasformando una patologia neoplastica grave in una condizione cronica gestibile con una terapia di precisione.
Risultati clinici: remissioni più lunghe e profonde
I dati provenienti dagli studi clinici internazionali, che hanno portato all’approvazione italiana, sono estremamente incoraggianti. Il nuovo farmaco ha dimostrato di poter ottenere risposte profonde e durature, prolungando significativamente la sopravvivenza libera da progressione della malattia. In molti casi, si riesce a raggiungere la cosiddetta “Malattia Residua Minima negativa”, uno stato in cui le cellule tumorali non sono più rilevabili nemmeno con i test più sensibili, garantendo lunghi periodi di benessere senza necessità di ulteriori cure.
L’importanza della medicina di precisione
L’accesso a questo farmaco in Italia è accompagnato da un impiego sempre più diffuso dei test molecolari. Prima di iniziare il trattamento, i medici possono analizzare il profilo genetico della leucemia (come le mutazioni del gene TP53 o lo stato mutazionale di IGHV) per prevedere la risposta del paziente. Questo approccio di medicina di precisione assicura che il farmaco giusto arrivi al paziente giusto nel momento giusto, ottimizzando le risorse del sistema sanitario e massimizzando le probabilità di successo terapeutico.
Conclusioni: un futuro di speranza
In conclusione, l’approvazione di questo nuovo farmaco per la Leucemia Linfatica Cronica segna una vittoria della ricerca scientifica e un passo avanti per l’equità alle cure in Italia. Sebbene la LLC resti una sfida complessa, le armi a disposizione oggi sono più affilate e gentili che mai. La sfida dei prossimi anni sarà garantire una diagnosi sempre più precoce e una gestione multidisciplinare del paziente, affinché l’innovazione farmacologica possa tradursi in anni di vita pieni e produttivi per tutti i malati.
Foto di Bioscience Image Library by Fayette Reynolds su Unsplash
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📰 facebook.com📅 2026-05-10T10:41:18
immunoterapia
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Q7Vengono fornite fonti aggiuntive per ulteriori informazioni?1
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💊 Sezione 2: Qualità delle Informazioni sul Trattamento
Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?1
Q10Vengono descritti i benefici di ciascun trattamento?1
Q11Vengono descritti i rischi di ciascun trattamento? 🔴 CRITICO1
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Race for the Cure, Cucinotta: “Mia sorella e il tumore al seno, prevenzione salva la vita" - Video Adnkronos
Maria Grazia Cucinotta, madrina di Komen Italia, oggi alla Race for the Cure a Roma: “La prevenzione salva la vita, mia sorella ha scoperto di avere un tumore al seno - aveva saltato un controllo - è stata operata e ora inizia il percorso. Quindi grazie alla Komen che ci ricorda sempre l’importanza dei controlli”.
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Torna a Race for the Cure. E anche nel 2026 la partecipazione è straordinaria. Accanto alla passeggiata di 2 km e a quella di 5 km, quest’anno debutta la corsa di 10 km che quest’anno apre, per la prima volta, anche ai corridori amatoriali e non solo a quelli…
Organizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il sostegno delle principali istituzioni nazionali e locali, la manifestazione ha unito sport, salute e impegno sociale in un evento capace di coinvolgere cittadini, volontari, associazioni e personalità del mondo politico, culturale e sportivo.
A dare il via ufficiale alla corsa sono stati il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, Laura Mattarella, presidente del Comitato d’Onore della Race for the Cure, il fondatore di Komen Italia Riccardo Masetti e la presidente dell’associazione Alba Di Leone, insieme a numerosi rappresentanti delle istituzioni e testimonial del mondo dello spettacolo, tra cui Maria Grazia Cucinotta e Rosanna Banfi.
“La Race for the Cure è nata nel cuore di Roma e continua a crescere dopo 27 anni grazie alla fiducia delle istituzioni, dei volontari e delle tante donne in rosa”, ha dichiarato Masetti. “Quando l’abbiamo organizzata per la prima volta nessuno avrebbe immaginato che potesse continuare a crescere anche dopo 27 anni. Questo risultato è possibile grazie al lavoro che facciamo durante tutto l’anno e che ci ha dato la possibilità di guadagnare la fiducia delle Istituzioni presenti, degli oltre 2000 volontari, delle tante donne in rosa e di tutti i partecipanti che ringrazio per essere qui. Oggi deve essere una giornata di condivisione, di vicinanza e anche di pace per lanciare un messaggio forte. In un momento in cui il mondo sta andando nella direzione sbagliata la vostra presenza ha un valore doppio”.
La manifestazione si è svolta quest’anno anche nel giorno della Festa della Mamma: “Proprio oggi 10 maggio”, ha detto Alba Di Leone, “Komen Italia vuole curare chi cura rivolgendosi alle mamme caregiver che dedicano la loro vita ai propri figli e che spesso non possono rispondere alle chiamate di screening. Komen Italia vuole portare la prevenzione ovunque affinché sia un diritto di tutte”.
Soddisfatto anche il sindaco Gualtieri: “Roma oggi mostra il suo cuore migliore. La Race for the Cure è un’ondata pacifica e gioiosa che ricorda a tutti che il tumore si può combattere. La prevenzione non può essere un privilegio per pochi: salva vite ed è il più importante investimento per la salute pubblica”.
Migliaia i partecipanti distribuiti tra la passeggiata di 2 chilometri, la corsa di 5 e la gara competitiva di 10 chilometri, aperta quest’anno anche agli amatori. Parallelamente, sul Tevere è andata in scena la terza edizione di “Rowing for the Cure”, la regata solidale che ha coinvolto oltre 150 partecipanti provenienti da diversi circoli remieri italiani.
Grande partecipazione anche al Villaggio della Salute, dove sono state effettuate oltre 5mila prestazioni gratuite di diagnosi precoce per il tumore al seno e altre patologie, con particolare attenzione alle donne in condizioni di fragilità economica e sociale. Un risultato reso possibile grazie alla collaborazione della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, dell’Ospedale Isola Tiberina-Gemelli Isola e di numerosi partner sanitari e istituzionali.
Tra le iniziative anche la collaborazione con il Ministero della Cultura: dall’8 al 10 maggio tutti gli iscritti alla Race hanno potuto visitare gratuitamente i musei statali, mentre all’interno del Villaggio della Salute è stato allestito un percorso fotografico dedicato ai monumenti italiani illuminati di rosa e alle campagne artistiche di sensibilizzazione promosse da Komen Italia.
Nel corso degli anni la Race for the Cure ha permesso a Komen Italia di investire oltre 35 milioni di euro in ricerca, prevenzione e sostegno alle donne colpite dal tumore al seno. Tra i progetti realizzati figurano borse di studio per giovani medici, screening gratuiti in tutta Italia attraverso la Carovana della Prevenzione, programmi di formazione sanitaria e centri dedicati alle terapie integrate in oncologia.
Dopo il successo romano, la Race for the Cure proseguirà il suo viaggio in altre città italiane: Bari, Bologna, Matera, Brescia, Napoli e Pescara ospiteranno le prossime tappe di una manifestazione che, anno dopo anno, continua a trasformare la solidarietà in un concreto strumento di cura e prevenzione.
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Q9Viene descritto come funziona ciascun trattamento?3
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Q12Viene discussa l'opzione di non utilizzare un trattamento?2
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Smog e tumori, i ricercatori del Sant’Orsola cercano le polveri sottili nei pazienti la Repubblica
Quanto pesa l’inquinamento nell’insorgenza del tumore al polmone, della broncopatia ostruttiva e della leucemia? È la domanda alla quale cercherà di rispondere Recap, uno studio innovativo del Sant’Orsola - in collaborazione con gli Ospedali riuniti di Foggia e il Messina Institute for Tecnology dell’Università di Messina - finanziato con 600 mila euro nell’ambito del programma NextGeneration dell’Unione Europea. «Non l’ha mai fatto nessuno con queste metodiche - commenta Stefano Nava, direttore della Pneumologia e della terapia respiratoria subintensiva del Sant’Orsola - soprattutto escludendo i pazienti fumatori, che rappresentano una variabile confondente molto importante». Le Pm2,5, Pm5 e Pm10 saranno cercate direttamente nel sangue, nelle urine e nei polmoni (ovvero nell’espettorato, il classico colpo di tosse e poi nell’esalato e nel condensato respiratorio) dei pazienti affetti da tumore. Saranno 150 quelli arruolati nello studio (100 dei quali a Bologna), mentre altri 150 sara… Quanto pesa l’inquinamento nell’insorgenza del tumore al polmone, della broncopatia ostruttiva e della leucemia? È la domanda alla quale cercherà di rispondere Recap, uno studio innovativo del Sant’Orsola - in collaborazione con gli Ospedali riuniti di Foggia e il Messina Institute for Tecnology dell’Università di Messina - finanziato con 600 mila euro nell’ambito del programma NextGeneration dell’Unione Europea. «Non l’ha mai fatto nessuno con queste metodiche - commenta Stefano Nava, direttore della Pneumologia e della terapia respiratoria subintensiva del Sant’Orsola - soprattutto escludendo i pazienti fumatori, che rappresentano una variabile confondente molto importante». Le Pm2,5, Pm5 e Pm10 saranno cercate direttamente nel sangue, nelle urine e nei polmoni (ovvero nell’espettorato, il classico colpo di tosse e poi nell’esalato e nel condensato respiratorio) dei pazienti affetti da tumore. Saranno 150 quelli arruolati nello studio (100 dei quali a Bologna), mentre altri 150 saranno i volontari sani, lavoratori negli ospedali coinvolti, che costituiranno il gruppo di controllo. L’arruolamento è cominciato a febbraio e lo studio ha durata biennale. Finora la medicina è andata cauta nel certificare una correlazione diretta tra inquinamento e malattie, studiando il fenomeno a livello soprattutto ambientale, quindi associando i livelli di smog di una data area all’insorgenza di determinate patologie. Questo progetto punta invece a identificare i maggiori inquinanti presenti nell’atmosfera direttamente nel sangue, nei polmoni e nelle urine dei malati. «Inoltre - precisa Nava - puntiamo a individuare nuovi biomarcatori, cioè molecole che possano aiutarci a comprendere come questi inquinanti agiscono». Il che potrebbe aprire il campo allo sviluppo di nuovi strumenti che permettano di rallentare o addirittura arrestare il decorso delle patologie associate all’inquinamento. In pianura Padana, sottolinea la data manager dello studio Gilda Giancotti, «una porzione significativa di persone vive in aree dove gli standard di qualità dell’aria sono molto bassi».
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Alimentazione equilibrata, attività fisica, peso sotto controllo, niente fumo e consumo moderato di alcol. Scelte quotidiane che possono ridurre fino al 30% il rischio di ammalarsi e poi la diagnosi precoce. È lo strumento più importante che abbiamo per sconfiggere questa malattia. Bisogna fare prima dei 40 anni ecografia e visita senologica con cadenza annuale. Dopo i 40 anni bisogna sempre aggiungere la mammografia ogni anno. L'intervista a Gianluca Franceschini, direttore del centro senologia al Gemelli.